È uscito Gravity Reversed (Moonbound
Live), deiMoonbound, album live in studio di cui in parte parlai nello scorso luglio, quando
commentai Back to Square Four, che conteneva quattro delle tracce
che ritroviamo oggi assieme ad altre sei.
Questo il mio articolo di allora, utile in quanto contiene una
lunga intervista alla band:
Il progetto visionario Moonbound, guidato dal
musicista e produttore Fabio Trentini, segna una svolta con l'album live
Gravity Reversed (Iapetus Media).
Pubblicato inizialmente su Bandcamp il 21 marzo 2025, e
seguito da un'uscita digitale più ampia, questo lavoro cattura una inusuale
esibizione dal vivo in studio, il cui smell è fruibile visivamente nel video a
fine articolo.
Registrato il 27 aprile 2024 presso l'NMG Recording Studio di
Palestrina, in Italia, di fronte a un pubblico selezionato di giornalisti e DJ
radiofonici che hanno contribuito a creare un'atmosfera unica, Gravity
Reversed rappresenta la concretizzazione di un desiderio di espansione.
Per la prima volta, le intricate architetture sonore che hanno caratterizzato
le produzioni di Moonbound dal 2009 al 2024 prendono vita attraverso l'energia
e la spontaneità di una vera e propria band dal vivo.
Fabio Trentini - basso e voce - ha tratto ispirazione dalle iconiche sessioni live in
studio, come quelle rese celebri dagli Snarky Puppy, per dare forma a questa
performance. Il risultato è una piacevole vetrina del suono ricco e
cinematografico di Moonbound, magnificamente interpretato da una formazione
di valenti musicisti che include Matteo Ballarin alle chitarre, Alessandro
Papotto ai sassofoni, flauto e tastiere, Maurizio Masi alla batteria
e il rinomato musicista Francesco Signorini alle tastiere.
Come afferma lo stesso Trentini, l'idea di Gravity
Reversed è nata dalla volontà di "...collegare l'uscita dell'album con
un momento live significativo, qualcosa che lasciasse il segno e mostrasse
davvero di cosa è capace questa formazione", dopo il lavoro su Back
to Square Four.
Gravity Reversed (Moonbound Live) rappresenta un'evoluzione per
Moonbound, che trascende i confini dello studio per presentare la propria
musica in una veste dinamica e coinvolgente. Più che una semplice registrazione
dal vivo, questo album offre una rilettura energica e vitale del repertorio
esistente, testimoniando la forza espressiva della band. Un ascolto
fondamentale per i fan e un'illuminante introduzione all'universo sonoro in
continua trasformazione di Moonbound.
Dalle fertili terre del rock britannico degli anni '60,
un'altra forza titanica emerse, forgiando un suono potente e distintivo che
avrebbe contribuito a definire il genere hard rock: i Deep Purple. La loro storia è un racconto di
evoluzioni stilistiche, cambi di formazione drammatici e un'eredità musicale
che continua a influenzare generazioni di musicisti amanti del volume alto e
dei riff incendiari.
Le radici dei Deep Purple affondano nel 1968, quando il
tastierista Jon Lord, un musicista con una formazione classica e una
passione per il rock, si unì al chitarrista Ritchie Blackmore, un
virtuoso dallo stile tagliente e dalla personalità carismatica. Insieme al
batterista Ian Paice, al bassista Nick Simper e al cantante Rod
Evans, formarono inizialmente una band con ambizioni progressive e
psichedeliche, come testimoniato dal loro primo album, Shades of Deep Purple, che conteneva una cover di successo di "Hush"
di Joe South.
Il loro sound iniziale, pur promettente, non aveva ancora
trovato la sua vera identità. I successivi album, The Book of Taliesyn
e Deep Purple, continuarono a esplorare territori musicali
diversi, mescolando elementi psichedelici, classici e hard rock, ma senza
ancora raggiungere la coesione e la potenza che li avrebbero resi leggendari.
La svolta cruciale avvenne nel 1969 con un cambio radicale di
formazione. Ian Gillan, un cantante dotato di una voce potente e
versatile, e Roger Glover, un bassista solido e creativo, presero il
posto di Evans e Simper. Questa nuova formazione, spesso definita la "Mark
II", diede vita al suono classico dei Deep Purple, un mix esplosivo di
hard rock, blues e influenze classiche, caratterizzato dai riff di chitarra
iconici di Blackmore, dagli assoli di tastiera virtuosistici di Lord, dalla
voce graffiante di Gillan e dalla sezione ritmica potente e precisa di Paice e
Glover.
Il loro quarto album, In Rock (1970), fu la
dichiarazione d'intenti di questa nuova era. Brani come "Speed King"
e l'epica "Child in Time", con la sua dinamica mozzafiato e
gli acuti stratosferici di Gillan, stabilirono i Deep Purple come una forza
dominante nel panorama hard rock. L'album riscosse un successo enorme e aprì
loro le porte a un pubblico globale.
Il successo continuò con Fireball (1971) e,
soprattutto, con Machine Head (1972), considerato da molti il
loro capolavoro. Registrato in circostanze avverse a Montreux, in Svizzera (un
incendio durante un concerto di Frank Zappa ispirò la leggendaria "Smoke on the Water", con il suo riff di chitarra immortale), il disco
conteneva una serie di classici hard rock come "Highway Star",
"Space Truckin'" e "Lazy", che miscelavano
potenza, melodia e virtuosismo strumentale in modo unico.
I Deep Purple divennero famosi anche per i loro concerti ad
alto volume e carichi di energia, con improvvisazioni strumentali prolungate e
duelli epici tra la chitarra di Blackmore e le tastiere di Lord. La loro
presenza scenica e la loro intensità musicale li consacrarono come una delle
band live più emozionanti del pianeta.
Nonostante il loro enorme successo, le tensioni interne tra i
membri, in particolare tra Blackmore e Gillan, portarono a una prima rottura
nel 1973. Gillan e Glover lasciarono la band, e furono sostituiti
rispettivamente da David Coverdale e Glenn Hughes, dando vita alla formazione
"Mark III". Questa incarnazione dei Deep Purple esplorò sonorità più
bluesy e funkeggianti, producendo album di successo come Burn
(1974) e Stormbringer (1974).
Tuttavia, anche questa formazione ebbe vita breve. Blackmore
lasciò la band nel 1975 per formare i Rainbow, e i Deep Purple si sciolsero
temporaneamente nel 1976 dopo la pubblicazione di Come Taste the Band,
con Tommy Bolin alla chitarra e la voce di Coverdale.
Dopo anni di silenzio, la formazione "Mark II"
(Lord, Blackmore, Gillan, Glover, Paice) si riunì trionfalmente nel 1984 per
l'album Perfect Strangers e il successivo tour mondiale,
dimostrando che la magia del loro suono classico era ancora intatta. Questa
reunion, pur con ulteriori cambi di formazione nel corso degli anni (tra cui
l'uscita di Blackmore e il suo rimpiazzo con Steve Morse), mantenne viva
l'eredità dei Deep Purple per decenni.
I Deep Purple hanno attraversato diverse fasi e formazioni,
ma il loro impatto sul mondo della musica hard rock è innegabile. Il loro
virtuosismo strumentale, i riff potenti e memorabili, la voce iconica di Ian
Gillan e la loro capacità di fondere diverse influenze musicali hanno ispirato
innumerevoli band e continuano a farli suonare a tutto volume nelle cuffie
degli appassionati di rock di tutto il mondo. Il loro ruggito hard rock ha
scosso le fondamenta della musica e la loro leggenda continua a risuonare con
la forza di un riff immortale.
San Francisco, metà degli anni '60, era un crogiolo
ribollente di idee, fermenti sociali e una potente ondata di creatività che si
propagava come un'eco lisergica. Nel cuore di questo epicentro culturale, un
gruppo di musicisti eterogenei si unì, quasi per caso, dando vita a una delle
band più emblematiche e seminali della scena psichedelica: i Jefferson Airplane. Il loro nome stesso, un
omaggio sardonico a un vecchio bluesman, preannunciava un approccio alla musica
che era al contempo irriverente e profondamente radicato nelle tradizioni
americane.
Il loro quartier generale, una casa vittoriana fatiscente nel
cuore di Haight-Ashbury, divenne un epicentro di jam session improvvisate,
sperimentazioni sonore audaci e un viavai costante di artisti, poeti, attivisti
e spiriti liberi. Era un laboratorio alchemico dove il folk acustico si
contorceva e si fondeva con le distorsioni elettriche, dove le ballate
melodiche si trasformavano in inni ribelli e dove i testi poetici e visionari
dipingevano affreschi surreali di un mondo in rapida e radicale trasformazione.
Una forza trainante nella creazione del suono e dell'identità
iniziale dei Jefferson Airplane fu Martin Balin. La sua voce peculiare e
il suo carisma sul palco si rivelarono elementi cruciali per il loro successo
iniziale. In qualità di co-fondatore, fu uno dei principali cantautori della
band nei primi anni, contribuendo con brani iconici come "It's No
Secret" e "Today". La sua presenza vocale fornì un
equilibrio importante alla voce più potente e graffiante di Grace Slick,
creando un dinamismo distintivo per il gruppo. Inoltre, il suo background nel
folk e nel blues contribuì a plasmare le radici musicali della band prima della
loro piena immersione nella psichedelia.
Al centro di questa effervescente creatività si stagliava la citata Grace
Slick, una figura magnetica e carismatica dotata di una voce potente e
cristallina, capace di spaziare con disinvoltura da sussurri sensuali a urla
liberate. La sua presenza scenica era magnetica, un singolare connubio di
fragilità e forza indomita, e le sue interpretazioni conferivano ai brani una
profondità emotiva e un'intensità che li rendevano indimenticabili.
Accanto a lei, Paul Kantner, con la sua barba da
patriarca beat e la sua chitarra ritmica solida e pulsante, fungeva da
contrappunto più riflessivo e politicamente consapevole. La sua voce, spesso in
armonia con quella di Grace, aggiungeva un elemento di narrazione epica e di
coscienza sociale ai brani. Jorma Kaukonen, con la sua maestria
blueseggiante alla chitarra solista, rappresentava l'anima blues della band,
capace di intessere assoli fluidi e carichi di feeling che affondavano le
radici nella tradizione ma si proiettavano verso nuove frontiere sonore.
Il loro album del 1967, "Surrealistic Pillow",
fu la loro consacrazione, un disco che catturò lo spirito del tempo e lanciò la
band nell'olimpo della musica rock. Brani come "Somebody to Love"
e "White Rabbit" divennero inni generazionali, con i loro
testi criptici e allusivi, le melodie accattivanti e l'energia contagiosa.
"White Rabbit", in particolare, con la sua progressione in crescendo
e il suo immaginario onirico ispirato ad "Alice nel Paese delle
Meraviglie", divenne un simbolo della controcultura e un'esplorazione
audace degli stati alterati di coscienza.
Ma i Jefferson Airplane non si accontentarono del successo
mainstream. Continuarono a sperimentare, a spingere i confini del suono,
incorporando elementi di jazz, di musica classica e di elettronica nelle loro
composizioni. Album come "Crown of Creation" e "Volunteers"
dimostrarono la loro evoluzione musicale e il loro impegno politico, con testi
che affrontavano temi come la guerra del Vietnam, la libertà individuale e la
necessità di un cambiamento sociale radicale.
Le loro esibizioni dal vivo erano leggendarie, un turbine di
energia e improvvisazione. Si esibirono nei festival più iconici dell'epoca, da
Monterey Pop a Woodstock, diventando la colonna sonora di una generazione che
sognava un mondo diverso. La loro musica era la colonna sonora di un'epoca di
sconvolgimenti e di speranze, un volo audace sul tetro della realtà, un
tentativo di trascendere i limiti della percezione e di esplorare le infinite
possibilità dell'anima umana.
Anche se le tensioni interne e i cambiamenti di formazione
segnarono la loro parabola artistica, l'eredità dei Jefferson Airplane rimane
indelebile. Furono pionieri della psichedelia, innovatori sonori e portavoce di
una generazione che osò mettere in discussione lo status quo. La loro musica
continua a volare alta, un promemoria potente di un'epoca di sogni audaci e di
una fede incrollabile nel potere trasformativo della creatività. E ancora oggi,
ascoltando le loro canzoni, si può sentire l'eco di quel vento di libertà che
soffiava dalle colline di San Francisco, portando con sé le note inconfondibili
di un aeroplano che non smetterà mai di volare.
Il sole di Los Angeles nel 1965 picchiava implacabile
sull'asfalto, sollevando miraggi tremolanti e un odore acre di benzina e
polvere. Lungo Sunset Strip, l'energia ribolliva sotto una patina di glamour e
promesse infrante. Era un'epoca di cambiamenti sismici, dove il rock and roll
si stava metamorfosando in qualcosa di più complesso e introspettivo, e le
strade risuonavano di nuove sonorità, di giovani con visioni audaci e cuori
inquieti. In questo crogiolo di fermento culturale, stava per nascere una band
che avrebbe lasciato un segno indelebile, un gruppo il cui nome stesso evocava
l'essenza fragile e potente delle loro melodie: Love.
La genesi dei Love non fu un evento singolare e ben definito,
ma piuttosto una confluenza di talenti e destini che si incrociarono nelle
pieghe di una città in perpetuo movimento. Al suo epicentro si trovava Arthur
Lee, un enigmatico e carismatico musicista afroamericano con un'aura di
mistero e un talento compositivo singolare. Nato Arthur Taylor nel 1945 a
Memphis, Tennessee, Lee si era trasferito con la madre a Los Angeles in giovane
età. Fin da subito, la sua mente si dimostrò un caleidoscopio di influenze
musicali, dal blues ruvido al soul vibrante, passando per le nascenti sonorità
del rock and roll britannico.
Prima dei Love, Lee aveva già mosso i primi passi nel
panorama musicale losangelino con una band di garage rock chiamata The American
Four. Sebbene non avessero raggiunto un successo significativo,
quell'esperienza aveva affinato il suo istinto musicale e la sua presenza
scenica magnetica. Era un frontman nato, con una voce roca e sensuale e uno
sguardo penetrante che catturava l'attenzione di chiunque lo ascoltasse.
Il vero punto di svolta avvenne quando Lee incontrò Bryan
MacLean, un giovane bianco con un passato familiare nel mondo del cinema
(era il figliastro dell'attore Frank Lovejoy) che possedeva una sensibilità
melodica raffinata e un talento per l'armonizzazione vocale e che avrebbe
fornito un contrappunto essenziale alla grinta di Lee. I due si incontrarono in
circostanze un po' casuali, forse in un club fumoso o a una festa improvvisata
tipica della scena musicale di quegli anni. Nonostante le loro personalità
distinte, trovarono un terreno comune nella passione per la musica e nel
desiderio di creare qualcosa di nuovo e autentico.
Insieme, Lee e MacLean iniziarono a jammare, a scambiarsi
idee e a plasmare un suono che era al contempo grezzo e sofisticato. Le loro
prime collaborazioni rivelarono una chimica innegabile, una tensione creativa
che spingeva entrambi a esplorare territori musicali inesplorati. Le ballate
malinconiche di MacLean si sposavano con l'energia bluesy e psichedelica di
Lee, creando una dinamica unica e affascinante.
Il nucleo della band iniziò a formarsi con l'aggiunta di
altri musicisti che condividevano la loro visione. John Echols, un
chitarrista talentuoso con un tocco delicato e una propensione per le melodie
intricate, portò una nuova dimensione sonora al gruppo. Ken Forssi, con
il suo basso solido e pulsante, fornì la spina dorsale ritmica, mentre la
batteria energica e versatile di Alban "Snoopy" Pfisterer (poi
sostituito da Michael Stuart e Preston Ritter) completò la prima incarnazione
di Love.
Il nome stesso della band, "Love", era intriso di
un'ambiguità voluta. Poteva evocare la dolcezza e l'idealismo dell'epoca, ma
allo stesso tempo suggeriva una profondità emotiva più complessa, capace di
esplorare anche le ombre e le disillusioni. Era un nome semplice ma potente,
che risuonava con le speranze e le inquietudini di una generazione.
Le prime esibizioni dei Love nei club underground di Los
Angeles iniziarono a creare un piccolo ma fervente seguito. La loro musica era
diversa da quella delle altre band in circolazione. C'era una vena di poesia
oscura nelle liriche di Lee, una fragilità nelle armonie di MacLean e
un'audacia sperimentale nell'arrangiamento dei brani. Non si conformavano
facilmente a un genere, mescolando elementi di folk rock, garage, blues e
psichedelia in un mix sonoro che era allo stesso tempo accessibile e
profondamente stratificato.
Le voci sul loro talento unico iniziarono a diffondersi,
attirando l'attenzione di alcune case discografiche. Tra queste, la Elektra
Records, già nota per aver lanciato band innovative come i The Doors, intravide
in Love qualcosa di speciale, un potenziale per trascendere le mode passeggere
e creare musica duratura.
La firma del contratto con la Elektra fu un momento cruciale,
il primo passo ufficiale verso la realizzazione del loro potenziale. Era
l'inizio di un viaggio che li avrebbe portati a vette artistiche inaspettate,
ma anche attraverso oscuri labirinti di tensioni interne e fragilità umane. Ma
in quel caldo pomeriggio losangelino, mentre le prime note del loro album di
debutto iniziavano a prendere forma negli studi di registrazione, l'amore,
nella sua forma più grezza e promettente, stava per sbocciare. Questo era solo
l'inizio della loro storia, un sussurro che presto si sarebbe trasformato in
un'eco potente nel panorama musicale americano.
Tony Levin: dalle sinfonie rock con
Peter Gabriel alle complessità dei King Crimson
Il bassista e virtuoso del Chapman Stick Tony Levin è una
figura iconica nel panorama musicale, celebre per le sue collaborazioni con
formazioni leggendarie come i King Crimson, Peter Gabriel e gli Stick Men; il
suo vasto curriculum vanta partecipazioni con artisti del calibro di Pink
Floyd, David Bowie, John Lennon e Alice Cooper. In una recente intervista,
Levin ha ripercorso le tappe fondamentali che lo hanno condotto a due dei
sodalizi più significativi della sua carriera.
Il suo ingresso nell'orbita di Peter Gabriel fu
mediato dal produttore Bob Ezrin, con il quale Levin aveva già collaborato in
numerosi album di Alice Cooper. Fu Ezrin a condurlo a Toronto nell'estate del
1976 per lavorare al primo album solista di Gabriel, reduce dall'esperienza con
i Genesis. In quella stessa occasione, Levin ebbe un incontro cruciale con
Gabriel e Robert Fripp, evento che si rivelò un punto di svolta nella
sua traiettoria professionale.
Il legame con Peter Gabriel fu immediato. Levin ricorda un
artista giovane ed entusiasta, qualità che accomunavano entrambi all'epoca. L'invito
a unirsi al tour di Gabriel fu accettato senza esitazione da Levin, un
sodalizio che perdura dal 1976 e che lo porta ancora oggi a interrompere i suoi
impegni per accompagnare l'artista in tournée. Il segreto di questa duratura
collaborazione risiede nel reciproco rispetto musicale. Levin ammira la
genialità di Gabriel, il quale a sua volta nutre una stima profonda per il suo
talento al basso, come testimonia la longevità della loro collaborazione. Il
loro rapporto è inoltre arricchito da un sottile umorismo, con scherzosi scambi
che stemperano la serietà del lavoro. I video dei loro concerti spesso
immortalano momenti di complicità e divertimento sul palco. Levin, appassionato
di fotografia, ha sempre documentato i tour con Gabriel, una consuetudine che
il cantante, pur non apprezzando particolarmente, gli ha sempre gentilmente
concesso.
L'approccio di Levin al mondo del progressive rock avvenne in
modo inaspettato. Al momento del suo primo incontro con Peter Gabriel, la
musica dei Genesis gli era pressoché sconosciuta. Analogamente, quando si unì a
Robert Fripp per formare quella che inizialmente si chiamava Discipline, la
discografia dei King Crimson gli era familiare solo in parte. Durante le
audizioni, si trovò a dover imparare in tempo reale il brano "Red",
un pezzo che non aveva mai ascoltato prima.
L'esperienza con i King Crimson rappresentò un'immersione in
un genere a cui Levin non aveva precedentemente dedicato molta attenzione.
Tuttavia, paradossalmente, la complessità del rock progressivo richiamava in
lui la sua formazione classica. Scoprì di poter integrare riff e una
sensibilità di derivazione classica in quel contesto musicale, con risultati
sorprendenti. Un esempio di questa fusione si manifestò in "On The
Air" di Peter Gabriel, dove Levin, durante le esecuzioni dal vivo, inserì
un verso tratto dalla Quinta Sinfonia di Shostakovich, integrandolo
organicamente nel brano.
La formazione dei King Crimson del 1981 segnò una rottura
netta con il passato della band, un progetto che Fripp considerava una nuova
entità musicale, tanto che inizialmente si optò per il nome Discipline. Solo
successivamente, durante il tour europeo e la presentazione del nuovo
materiale, Fripp decise di includere questa nuova formazione nella storia dei
King Crimson.
Riguardo al documentario "In The Court Of The Crimson
King: King Crimson At 50", Levin ritiene che, pur essendo arduo catturare
appieno l'essenza di una band così profonda, il film si avvicini a questo
obiettivo. La visione del documentario gli ha rivelato aspetti inediti della
storia del gruppo, come conflitti e drammi, dei quali era rimasto beatamente
all'oscuro durante la sua militanza. A differenza dell'atmosfera seria e
concentrata dei concerti dei King Crimson, il backstage e le prove erano spesso
caratterizzati da un umorismo vivace, essenziale per stemperare l'intensità
della loro musica. Levin nota come il pubblico abbia progressivamente scoperto
questo lato più leggero e sorprendente di Robert Fripp, in contrasto con
l'immagine severa che lo aveva caratterizzato in passato.
Il 10 aprile del 1970 Paul McCartney abbandonava i Beatles
Alla domanda specifica di un
giornalista, focalizzata sulle motivazioni di tale decisione PaulMcCartney rispondeva: “Il mio
allontanamento è dovuto a divergenze personali ed economiche, ma soprattutto al
fatto che sto meglio con la mia famiglia. Se tutto questo sarà temporaneo o
permanente, beh, questo ancora non lo so, ma non ci sarà più motivo per
collaborare con Lennon per la scrittura di nuove canzoni né di suonare dal vivo
con i Beatles”.
Al contempo Paul McCartney presentava
il suo primo lavoro solista (l’album "McCartney", 1970) e di fatto
segnava la fine di un’epoca.
Il Daily Mirror pubblicò a caratteri
cubitali
“PAUL IS QUITTING THE BEATLES”
Era il 10 aprile del 1970, e
terminava ufficialmente l’avventura della band più popolare ed influente di
sempre.
La notizia fece in un lampo il giro
del pianeta, con l’immediata consapevolezza che stava per scomparire il
principale punto di riferimento musicale e culturale della Beat Generation, ed
era in atto lo scemare dei favolosi anni ‘60.
I quattro baronetti proseguirono le
loro importanti carriere musicali, ma per ciascuno di loro non fu mai più come
prima… prima di quel 10 aprile 1970.
Un esempio sintetico dell’immediato
proseguimento dei loro perocorsi: a metà aprile usciva “McCartney”, primo album
solista del bassista ex Beatle. L’8 maggio “Let It Be”, un 33 giri a tutti gli
effetti postumo, a settembre “A Sentimental Journey” di Ringo Starr, a novembre
il triplo “All Things Must Pass” di George Harrison ed a dicembre “Plastic Ono Band” di John Lennon.
Tanti gli interrogativi legati ai
motivi della separazione, e molte pagine sono state scritte a tal proposito.
Non è questo l’occasione utile per un ulteriore approfondimento ma è bene
sottolineare come esista una grande sperequazione tra la modesta durata
dell’avventura dei Beatles - circa otto anni - e l’enorme e fondamentale
contributo musicale e culturale regalato alla storia.
Preciso che i Beatles si sciolsero ufficialmente
e legalmente il 31 dicembre 1970, quando McCartney intentò una causa tendente a
porre tutti gli affari del gruppo nelle mani di un curatore fallimentare.
Di seguito la comunicazione data al
telegiornale del 10 aprile 1070 sul Secondo Canale RAI:
"LA MIA SCIA", il secondo lavoro della band
siciliana Ologram, si presenta come
un'evoluzione naturale e audace rispetto al loro debutto, "LA
NEBBIA". Pur mantenendo un solido ancoraggio nel rock progressivo, questo
nuovo album esplora con intelligenza e sensibilità la forma-canzone,
confezionando brani più concisi e diretti, senza per questo rinunciare alla
profondità lirica e alla ricercatezza sonora, marchio distintivo degli Ologram.
L'intervista
a seguire offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere l'anima dell’album.
L'idea
embrionale di un progetto solista, evolutosi in una collaborazione sinergica
tra musicisti talentuosi, traspare chiaramente nell'amalgama sonora che
caratterizza l'album. La band dimostra una maturità compositiva notevole,
riuscendo a fondere un ventaglio di influenze disparate – che spaziano dai
maestri del progressive come Genesis, PFM e Marillion, all'energia rock di Muse
e The Police, fino alla sensibilità del cantautorato italiano (con un sentito
omaggio a Pino Daniele in "Kasbah") – in un sound che, pur
riconoscibile nelle sue radici, suona fresco e personale.
La
scelta di concentrarsi su brani dalla durata più contenuta, ad eccezione della
suggestiva "1997" (quasi 7 minuti) che riprende il tema iniziale del
disco, si rivela una mossa vincente. Gli Ologram dimostrano di saper condensare
la complessità del progressive in strutture pop efficaci, mantenendo alta
l'attenzione dell'ascoltatore senza diluire la ricchezza degli arrangiamenti e
la profondità dei contenuti. Certo è che la voce di Fabio Speranza riporta a
colori e tipicità vocali proprie del prog italiano anni ’70.
Le
liriche si addentrano in territori esistenziali, fotografando la frattura tra
l'autenticità interiore e le pressioni omologanti del mondo contemporaneo. Questa
riflessione profonda si sposa perfettamente con la tessitura sonora, creando
un'esperienza d'ascolto coinvolgente e stimolante. Il processo creativo, che
vede il testo nascere dalla suggestione evocata dalla musica, conferisce
un'organicità notevole all'insieme.
L'apporto
di ogni membro della band nella fase di arrangiamento e registrazione è
palpabile. Si percepisce un lavoro di squadra coeso, arricchito dalla
partecipazione di ospiti come Gabriele Agosta, Matteo Blundo e Raffaele
Schiavo, che aggiungono ulteriori sfumature al paesaggio sonoro.
"LA
MIA SCIA" è un album di notevole pregio che conquista sia gli amanti del
progressive che un pubblico più ampio con sonorità ricercate e testi profondi,
segnando una decisa maturazione artistica per gli Ologram. Pur fedele alla loro
identità, la band si apre a nuove sonorità, invitando a un ascolto che svela
sempre nuove sfumature.
Ma
qual è la storia del gruppo?
Gli
Ologram nascono nel 2022 da un'idea del musicista Dario Giannì (basso), che ha
risposto alle mie domande nel corso dell’intervista.
Il
15 settembre 2022 viene pubblicato il loro album di debutto, "LA
NEBBIA", un concept album composto da otto brani (due strumentali e sei
cantati in italiano) che viene accolto positivamente dalla critica, sia in
Italia che all'estero.
Il
1° febbraio 2024 la band pubblica il singolo "Come Cera", anticipando
il loro secondo lavoro.
Il
24 gennaio 2025 segna l'uscita sulle principali piattaforme digitali di
"LA MIA SCIA", un'evoluzione nel sound della band, pur mantenendo le
radici progressive e le liriche in italiano incentrate su temi esistenziali.
La
formazione attuale degli Ologram è composta da:
Dario
Giannì - Basso
Fabio
Speranza - Voce
Roberto
Giannì - Tastiere
Lorenzo
Giannì - Chitarre
Giovanni
Spadaro – Batteria
Chiacchierando
con Dario Giannì…
Come
è nata l'idea di "Ologram"? Qual è stata l'ispirazione iniziale
per
il progetto?
L’idea
di Ologram nasce al termine dell’esperienza con la band Anèma. L’intenzione
era, in origine, quella di sviluppare un progetto solista per incidere i brani
mai realizzati proprio con quest’ultimo gruppo; in un secondo momento,
soprattutto in occasione della registrazione di La mia scia, ho deciso
di coinvolgere stabilmente i musicisti ai quali mi ero precedentemente
affidato. Si tratta di un progetto generalmente afferente al rock progressivo.
Il primo album, "LA
NEBBIA", ha ricevuto recensioni positive: l’esperienza ha modificato il
vostro approccio al nuovo album?
Le recensioni positive mi
hanno spronato a proseguire nella composizione sulla scorta del lavoro
precedente; a differenza di La nebbia, però, in questo caso ho deciso di
esplorare ulteriormente una possibilità di sintesi tra le tinte propriamente
progressive e la forma-canzone: ad eccezione di 1997 - che richiama il tema
iniziale del disco - infatti, i brani hanno la durata propria del pop.
"LA MIA SCIA"
mostra un mix di influenze molto vario. Come descrivereste l'evoluzione del
vostro sound dal primo album a questo nuovo lavoro, anche se il lasso di tempo
è breve?
Le influenze sono varie:
sicuramente il progressive (Genesis, Marillion, PFM, Goblin, Rush...), ma anche
il rock più in generale (Muse, The Police...) e il cantautorato italiano. Una
piccola curiosità: l’assolo di chitarra acustica doppiato dalla voce in “Kasbah”
è un omaggio a Pino Daniele.
Le liriche dei vostri album
affrontano temi esistenziali profondi. Come avviene il processo di scrittura?
C'è un messaggio particolare che volete trasmettere con "LA MIA
SCIA"?
L’idea intorno alla quale
orbita lo spirito lirico de La mia scia è immediatamente
esistenzialista. Si tratta di scattare un’istantanea della slabbratura tra l’io
autentico - sempre più relegato nelle zoni liminali delle nostre esistenze
quotidiane - e i processi di soggettivazione messi in atto da qualsiasi forma
di potere nella contemporaneità. Il testo viene scritto dopo aver composto la
musica e recependo i suggerimenti immaginativi della stessa.
Hai
menzionato modelli come Genesis, PFM, Police, Rush, Marillion e Muse. Come si
fondono queste diverse influenze nel vostro sound?
Per noi è di primaria
importanza rielaborare le influenze in un risultato originale: cerchiamo di
mettere in atto uno scenario sonico che raccolga i suggerimenti del passato in
una forma nuova, evitando di ricorrere agli stilemi didascalici del progressive.
Esistono
differenze significative nel processo di composizione fra il primo album e il
secondo?
Al contrario di La nebbia,
La mia scia è stato lavorato da vera band: ognuno è intervenuto in
maniera diretta e personale alla fase di arrangiamento e registrazione. Abbiamo
impiegato due anni per completare l’opera, avvalendoci anche del sostegno di
alcuni amici esterni alla band: Gabriele Agosta al piano Fender, moog e organo
Hammond; Matteo Blundo al violino e alla viola; Raffaele Schiavo al canto
armonico nella prima traccia del disco.
Avete in programma
presentazioni o concerti per promuovere il nuovo album?
Il 24 gennaio abbiamo
presentato il disco live da Sonica, un live club e circolo Arci molto
importante a Siracusa. Siamo in cerca di altri spazi in cui esibirci, anche al
di fuori della nostra provincia.
Quali
sono i vostri progetti futuri come gruppo?
Per adesso pensiamo alla
promozione del lavoro appena finito su riviste web, fanzines, radio; nel futuro
c’è sicuramente l’intenzione di scrivere ancora, esplorando sempre nuovi
territori e approcci.
"Suite: Judy Blue Eyes" è un brano che ha
catturato lo spirito di una generazione
"Suite: Judy Blue Eyes"
si erge come un monumento nella storia della musica popolare, un brano che
trascende i confini del tempo e continua a risuonare con forza emotiva.
Pubblicato nel 1969 come traccia d'apertura dell'album di
debutto omonimo di Crosby, Stills & Nash, questo capolavoro si è guadagnato
un posto d'onore tra le pietre miliari degli anni '60, incarnando l'essenza
stessa del talento compositivo e vocale del gruppo.
La canzone si articola in una "suite" nel senso
classico del termine, un'opera complessa suddivisa in sezioni distinte, ognuna
con un'identità musicale e lirica propria. Questa struttura riflette la varietà
di stili e influenze che confluivano nel DNA dei musicisti: dal folk rock al
rock psichedelico, dal pop al latin rock. La transizione fluida e organica tra
le sezioni crea un'esperienza d'ascolto avvolgente e dinamica, un viaggio
emotivo che cattura l'ascoltatore.
Il testo, opera di Stephen Stills, è un'autentica confessione
emotiva, un riflesso dei suoi sentimenti riguardo alla fine della relazione con
la cantautrice Judy Collins. Le diverse sezioni della canzone dipingono un
quadro vivido di emozioni contrastanti: tristezza, rimpianto, speranza e
rabbia. Il ritornello in spagnolo della sezione finale, "te recuerdo
otra vez", aggiunge un tocco di mistero e intensità, amplificando
l'impatto emotivo del brano.
Le armonie vocali dei CSNY sono l'elemento distintivo della
canzone e del loro sound in generale. La combinazione delle voci di Crosby,
Stills e Nash - e successivamente Young - crea un'atmosfera ricca e
avvolgente, che esalta la bellezza della melodia e l'intensità del testo. La
sezione "doo-doo-doo" è diventata un marchio di fabbrica del
gruppo, un simbolo della loro capacità di creare intrecci corali complessi e
affascinanti.
"Suite: Judy Blue Eyes" si è trasformata in un inno
per la generazione degli anni '60, un simbolo della loro ricerca di libertà,
amore e autenticità. La sua presenza al festival di Woodstockha contribuito a
cementarne lo status di icona di quell'epoca e la canzone ha avuto un impatto
duraturo sulla musica popolare, influenzando innumerevoli musicisti e band
successivi.
"Suite:
Judy Blue Eyes" è un'opera d'arte, un'esperienza d'ascolto senza tempo.
Non resta che ascoltarla!
Gentle Giant: "Playing The
Fool" rivive in un remix inedito con un nuovo video per "Free
Hand"
Le leggende del prog britannico Gentle
Gianthanno pubblicato un nuovo video
per il remix di "Free Hand"
realizzato da Dan Bornemark. Il brano è tratto da "Playing The Fool: The Complete Live Experience", una versione rivisitata,
rimasterizzata e remixata del loro iconico album live del 1977, in uscita il 2
maggio per Chrysalis Records.
Un remix che esalta la performance
live
L'album è stato completamente remixato e rimasterizzato dai
nastri originali dal produttore Dan Bornemark, collaboratore di lunga data
della band nei loro recenti progetti d'archivio. Questo nuovo mix mira a
catturare l'energia e l'atmosfera dei concerti dei Gentle Giant a metà degli
anni '70, offrendo un'esperienza immersiva per i fan.
Un'esperienza visiva innovativa
Derek Shulman, parlando in esclusiva con Prog, ha spiegato la visione
dietro il nuovo video: "Per dare vita visivamente a 'Playing The Fool',
abbiamo deciso di catturare la sensazione di essere realmente a uno spettacolo
dei Gentle Giant a metà degli anni '70. Invece di creare immagini in stile
video musicale tradizionale come abbiamo fatto in passato, ci siamo concentrati
sull'evocazione dell'atmosfera, dell'illuminazione e del design del palco che
hanno reso i loro concerti così unici".
Il Blu-ray incluso nella nuova edizione presenta scenografie
ricreate, ispirate alle diverse epoche dei tour della band. Nel video di
"Free Hand", si può ammirare l'iconica insegna al neon con il volto
di un gigante, elemento distintivo dei loro concerti. Altri video mostrano la
prima insegna "GIANT" a specchio, la cui storia aggiunge un tocco di
leggenda alla band.
Un'edizione ricca di contenuti
inediti
Playing The Fool: The Complete Live Experience sarà disponibile in diversi formati,
tra cui doppio CD, triplo vinile, Blu-ray e download digitale in stereo 96/24,
audio surround 5.1 e mix Dolby Atmos. L'edizione include nuove note di
copertina, fotografie e una tracklist che rispecchia l'ordine originale della
scaletta del tour, con tre brani inediti: "Interview",
"Timing" e le introduzioni di Derek Shulman tra i brani.
Questa riedizione offre ai fan dei Gentle Giant un'occasione
unica per riscoprire "Playing The Fool" in una veste completamente
nuova, celebrando l'eredità di una delle band più innovative e influenti del
prog rock.
A dieci anni dalla sua pubblicazione originale, I See You,
l'ultimo album in studio di Daevid Allen con i Gong, torna in una veste
rinnovata. Kscope Records pubblicherà una versione remixata dell'album il 9
maggio, disponibile in doppio vinile e CD.
Un'opera di transizione e commiato
Pubblicato
nel 2014, un anno prima della scomparsa di Allen, I See You rappresenta
un'opera di transizione per i Gong. L'album vede la partecipazione di membri
storici come Gilli Smyth, moglie di Allen, e del figlio Orlando Allen alla
batteria, oltre agli attuali membri Kavus Torabi, Dave Sturt e Fabio Golfetti.
Un remix che esalta la psichedelia
La nuova edizione è stata remixata da Frank Byng, produttore
e tecnico del suono degli ultimi quattro album dei Gong. Byng ha lavorato sulle
registrazioni multitraccia originali, donando all'album una maggiore chiarezza
sonora e accentuando la sua peculiare maestosità psichedelica.
Le parole di Kavus Torabi
Kavus Torabi, attuale membro dei Gong e successore designato
da Allen, ha espresso la sua emozione per il remix: "Ascoltare il nuovo
straordinario mix di Frank Byng, fortunatamente completato senza limiti di
tempo, ha portato una maggiore chiarezza sonora che accentua l'eccentrica
maestosità psichedelica della versione originale. Mi sono commosso fino alle
lacrime ascoltandolo. Per me, questa è la versione definitiva di “I See You”,
il disco che ho sempre sperato che fosse".
Un tour nel segno della continuità
L'attuale formazione dei Gong sarà in tour nel Regno Unito a
maggio, per poi spostarsi negli Stati Uniti e tornare per alcune date nei
festival estivi. Un modo per celebrare l'eredità di Daevid Allen e portare
avanti la sua visione musicale.
"I See You": un testamento
artistico
I See You si conferma un testamento artistico di Daevid Allen, un album che fonde
l'essenza dei Gong con sonorità inedite. Il remix di Frank Byng permette di
apprezzare appieno la complessità e la bellezza di quest'opera, rendendola un
ascolto imperdibile per i fan della band e gli amanti della musica
psichedelica.
Gong Tour
Dates
May 21: UK
York The Crescent
May 22: UK
Huddersfield The Parish
May 23: UK
Allendale Allendale Village Hall
May 25: UK
Liverpool Outer Waves Festival (Invisible Wind Factory)
Jun 6: USA NM
Albuquerque Sister
Jun 7: USA CO
Colorado Springs Lulu's Downtown
Jun 8: USA CO
Denver The Black Buzzard at Oskar Blues
Jun 10: USA
UT Salt Lake CityThe State Room
Jun 11: USA
ID Boise Shrine Social Club
Jun 13: USA
WA Yakima Bearded Monkey Music
Jun 14: USA
WA Seattle Rainier Arts Centre (Cascadence Festival)
Jun 15: USA
OR Portland McMenamins White Eagle Saloon
Una registrazione in studio inedita degli Yes, risalente al febbraio 1969, è emersa
online, catturando la band in una versione energica di "Eleanor
Rigby" dei Beatles. La scoperta offre uno sguardo
affascinante alle prime fasi della carriera del gruppo, avvenuta appena due
mesi prima della firma del contratto con la Atlantic Records.
Dettagli della registrazione e
provenienza
La registrazione, effettuata ai Polydor Studios di Londra con
il produttore John Anthony, è stata resa pubblica su YouTube dall'utente
Ian Hartley. Quest'ultimo, descrivendosi come un collezionista di bootleg,
sottolinea che la traccia rappresenta una prova inedita, priva di rimasterizzazione
significativa oltre a una correzione di velocità.
La performance rivela una versione accelerata dell'originale,
con un'introduzione psichedelica estesa ad opera del chitarrista Peter Banks
e del tastierista Tony Kaye, seguita dal basso di Chris Squire e
da una breve parte vocale di Jon Anderson. La registrazione si
interrompe prima del secondo minuto.
La provenienza esatta della registrazione rimane oggetto di
speculazione. Nel 2009, la casa d'aste Bonhams di Londra aveva messo all'asta
un nastro delle sessioni di John Anthony del 14 febbraio 1969, contenente anche
cover di "Everydays" di Stephen Stills, "Something's
Coming" di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim, e "Dear
Father".
Contesto storico e significato
Gli Yes firmarono con la Atlantic Records nel marzo 1969 e
pubblicarono il loro album di debutto omonimo pochi mesi dopo. Nessuna delle
tracce registrate con John Anthony fu inclusa nell'album, sebbene alcune
apparvero come b-side dei primi singoli.
Secondo il forum YesFans, esistono tre registrazioni
conosciute degli Yes che eseguono "Eleanor Rigby" in studio, ma
nessuna è mai stata pubblicata ufficialmente. Questa scoperta offre quindi un
raro documento storico, testimoniando l'evoluzione musicale della band in un
momento cruciale della loro carriera.
La pubblicazione di questa registrazione inedita ha suscitato
grande interesse tra i fan e gli appassionati di musica, offrendo una nuova
prospettiva sulle radici e le influenze degli Yes.