Il valore tecnico e commerciale del successo
dei Led Zeppelin nelle classifiche americane del 1970
Il 31 gennaio 1970 rappresenta uno snodo fondamentale
per l'affermazione dei Led Zeppelinnel mercato discografico statunitense, poiché
segna il momento in cui Whole Lotta Loveraggiunse la quarta posizione nella prestigiosa
classifica Billboard Hot 100. Questo traguardo non fu soltanto una
vittoria commerciale, ma il segnale di un mutamento profondo nel consumo della
musica rock, che passava dalle sonorità psichedeliche degli anni Sessanta a un
impatto sonoro più fisico e strutturato. Il brano, traccia d'apertura del
secondo album della band, incarnava un mix tra l'eredità blues e una produzione
innovativa che sfruttava in modo critico le potenzialità della stereofonia e
del missaggio.
Il successo di Whole Lotta Love fu alimentato da un
riff di chitarra diventato iconico, ma anche da una gestione del suono che
Jimmy Page curò con precisione maniacale, alternando momenti di estrema
tensione a pause dinamiche. Nonostante la natura sperimentale della sezione
centrale del brano, caratterizzata da effetti elettronici e suoni d'ambiente,
il pubblico americano ne decretò il successo immediato, portando il gruppo a
confrontarsi con i giganti del pop del tempo. È interessante notare come questo
quarto posto rimase il vertice più alto mai toccato dai Led Zeppelin nella
classifica dei singoli, a testimonianza di come la band preferisse concentrarsi
sulla coerenza dell'opera completa, ovvero l'album, piuttosto che sulla
frammentazione del formato a 45 giri.
L'impatto di questo posizionamento influenzò l'intera
percezione della musica britannica negli Stati Uniti, consolidando la
reputazione del gruppo non solo come fenomeno dal vivo, ma come forza in grado
di spostare gli equilibri dell'industria. Mentre le radio dominavano il
mercato, i Led Zeppelin riuscirono a imporre una traccia lunga e complessa,
dimostrando che la qualità tecnica e la ricerca sonora potevano coesistere con
il gradimento delle grandi masse.
Quella settimana di fine gennaio sancì definitivamente il
passaggio di testimone verso un nuovo decennio dominato dall'hard rock, ponendo
le basi per la leggenda che avrebbe circondato la band negli anni a venire.
Perché nei concerti dei King Crimson
la musica è un rito che non ammette distrazioni...
Mentre i loro contemporanei cercavano la gloria sotto i
riflettori, i King Crimsondi Robert Fripp hanno costruito una filosofia
basata sull'ascesi e sulla disciplina quasi monastica. Fripp, seduto sul suo
sgabello in un angolo d'ombra, ha sempre rifiutato il ruolo di rockstar,
preferendo quello di "medium" musicale.
La bizzarria di Fripp risiede nel suo ferreo codice di
condotta. Per lui, il concerto è un atto di creazione collettiva tra musicista
e pubblico, e qualsiasi interferenza tecnologica - specialmente i flash delle
macchine fotografiche - è considerata un atto di violenza estetica che
interrompe il flusso creativo. Celebri sono le sue interruzioni: Fripp è capace
di posare la chitarra e abbandonare il palco se il pubblico non rispetta il
silenzio o se percepisce un'atmosfera irrispettosa. Questa ricerca della
"perfezione dell'aria" ha reso i concerti dei Crimson esperienze
mistiche per alcuni e sfide di nervi per altri, confermando Fripp come
l'intellettuale più intransigente del rock.
Il cofondatore dei Pink Floyd
denuncia un clima politico sempre più violento negli Stati Uniti e teme che la
sua opposizione al presidente possa renderlo un bersaglio
Roger Waters, storico membro dei Pink Floyd e da anni residente
negli Stati Uniti, ha dichiarato in una recente intervista che le sue posizioni
politiche potrebbero metterlo in serio pericolo. Il musicista, da sempre molto
critico nei confronti del presidente Donald Trump, ritiene che la sua
opposizione aperta possa addirittura costargli la vita.
Nel corso della conversazione con il giornalista Piers
Morgan, Waters ha definito Trump “malvagio” e “demente”, sostenendo che il
presidente governi nell’interesse esclusivo degli oligarchi e dei più ricchi.
Ha ricordato come, già dal 2016, avesse paragonato la retorica di Trump ai
meccanismi che portarono all’ascesa dei totalitarismi del Novecento,
sottolineando il pericolo di una politica basata sull’individuazione di nemici
interni ed esterni.
Waters ha ribadito che, secondo lui, Trump non crede
realmente nei messaggi che diffonde, ma agisce unicamente per arricchire sé
stesso, la propria famiglia e una ristretta cerchia di alleati potenti, tra cui
imprenditori come Elon Musk e Mark Zuckerberg.
Alla domanda sul perché continui a vivere negli Stati Uniti
nonostante il suo giudizio così negativo, Waters ha ammesso di aver pensato di
trasferirsi in Portogallo o nei Caraibi. Ha poi aggiunto che la sua permanenza
nel Paese potrebbe non essere garantita a lungo: secondo lui, Trump e il suo
entourage potrebbero decidere di “farlo fuori”, vista l’imprevedibilità del
presidente.
Il musicista ha fatto riferimento anche all’uccisione di
Renee Nicole Good, poetessa e attivista, colpita da un agente dell’immigrazione
a Minneapolis. Waters ha citato questo episodio come esempio di un clima
politico violento e pericoloso, sostenendo che Trump potrebbe inviare “uomini
mascherati” a eliminarlo, così come - a suo dire - accadrebbe a chi si oppone
al presidente.
Waters ha descritto il contesto globale come “pericoloso e
completamente fuori controllo”, denunciando l’uso della forza militare come
strumento principale della politica estera statunitense, in particolare nei
confronti di Venezuela e Iran. Ha accusato l’“impero occidentale” di voler
dominare il mondo attraverso la guerra e l’intimidazione.
Nonostante le polemiche, Waters non sembra intenzionato a
moderare i toni. Nell’intervista ha confermato anche le sue critiche a Ozzy
Osbourne e ai Black Sabbath, dichiarando di non apprezzarne lo stile e
definendo “disgustoso” il celebre episodio del pipistrello.
Come un drammatico incidente sul
lavoro ha forgiato il suono oscuro dei Black Sabbath
Immaginiamo Birmingham a metà degli anni '60: fumo, rumore di
presse idrauliche e il grigio del metallo che ricopre ogni cosa. Tony Iommi è un ragazzo di diciassette anni
con i capelli lunghi e un sogno che non c’entra nulla con le acciaierie: vuole
fare il chitarrista. Ma il destino, a volte, ha un senso dell'umorismo atroce.
Proprio nel suo ultimo giorno di lavoro, prima di mollare tutto per andare in
tour, una pressa difettosa gli schiaccia la mano destra. Il risultato è un
incubo: le punte del medio e dell'anulare saltano via.
Per un chitarrista mancino come lui, quelle sono le dita che
creano la musica sulla tastiera. I medici non girano intorno al problema: "Tony,
cambia mestiere. Non suonerai mai più".
La depressione è profonda, finché un amico non gli porta un
disco di Django Reinhardt. Tony scopre che quel genio del jazz suonava
tutto con solo due dita a causa di un incendio. È la scintilla. Se Django
poteva volare sulle corde con un limite simile, Tony doveva trovare un modo per
tornare a combattere.
Ma come si premono le corde d'acciaio con i nervi scoperti?
Qui entra in gioco l'ingegno operaio. Tony non cerca soluzioni mediche, le
costruisce. Scioglie dei tappi di plastica di vecchi flaconi di detersivo per
modellarli come dei cappucci sulle dita mozzate. Poi, per non scivolare sulle
corde, ritaglia dei quadratini di cuoio da una sua vecchia giacca e li incolla
sopra. Ha appena creato le prime protesi rock della storia.
Il problema è che quelle dita artificiali fanno male e non
hanno forza. Per riuscire a suonare, Tony deve ammorbidire la chitarra: monta
delle corde sottilissime, da banjo, e le allenta drasticamente abbassando
l'accordatura. In quel momento, senza rendersene conto, sta spalancando le
porte dell'inferno musicale.
La chitarra, così allentata e collegata agli amplificatori
dell'epoca, inizia a emettere un suono mai sentito prima: cupo, cavernoso,
minaccioso. È un suono che vibra nello stomaco, perfetto per raccontare il lato
oscuro di una città industriale. Quando i suoi compagni di band, tra cui un
giovane Ozzy Osbourne, sentono quel ruggito, capiscono che il blues è
finito.
Senza quell'incidente in fabbrica, Tony Iommi avrebbe
continuato a suonare il rock and roll veloce e pulito dell'epoca. Grazie a
quelle dita "di metallo", invece, ha inventato l'Heavy Metal,
dimostrando che a volte è proprio una ferita a dare la forma definitiva a un
capolavoro.
Un omaggio tardivo alla precisione
tecnica di un protagonista della scena internazionale
Il 24 gennaioNeil
Diamondha tagliato il traguardo
degli ottantacinque anni. Anche se con qualche giorno di ritardo, l'occasione è
utile per riflettere sulla statura di un artista nato a Brooklyn nel 1941,
capace di segnare cinquant'anni di storia musicale attraverso una meticolosa
ricerca della forma canzone. Diamond non è stato solo un interprete dalla voce
baritonale inconfondibile, ma un vero e proprio inventore del suono pop,
formatosi nella severa scuola del Brill Building di New York, dove la
composizione veniva trattata con il rigore di una disciplina tecnica.
La sua carriera si è distinta per una capacità rara di
oscillare tra il folk-rock più asciutto e le grandi produzioni orchestrali,
mantenendo sempre un equilibrio che evitava la retorica fine a sé stessa. Basti
pensare a brani come Solitary Man o I'm a Believer,
scritta per i Monkees, che testimoniano una padronanza dei meccanismi melodici
tale da influenzare generazioni di autori. Anche in Italia la sua impronta è
stata profonda, basti ricordare come Gianni Morandi o Caterina Caselli abbiano
attinto al suo repertorio per alcuni dei loro successi più duraturi, a
dimostrazione della trasversalità di una scrittura che non conosceva confini
geografici.
Negli anni Settanta, Diamond ha consolidato la propria figura
con lavori di grande spessore tecnico, come la colonna sonora per Il gabbiano Jonathan Livingston, che gli valse un Golden Globe. Anche
nelle fasi più mature, grazie alla collaborazione con il produttore Rick Rubin,
ha saputo spogliare la sua musica per ritrovare una dimensione acustica e
cruda, confermando che la sostanza delle sue composizioni risiede nella
struttura stessa del brano, prima ancora che nell'arrangiamento.
Celebrare oggi questo compleanno significa riconoscere il
valore di un musicista che ha saputo gestire la propria immagine e il proprio
repertorio con una coerenza esemplare, affrontando anche le sfide personali e
di salute con estrema dignità professionale. La sua figura resta quella di un
artigiano della melodia che ha trasformato l’intrattenimento in un’opera di
alta precisione.
Non solo una
canzone, ma un richiamo, un viaggio emotivo che riporta alla luce ciò che il
tempo non ha cancellato
Ci sono
canzoni che si ascoltano, e canzoni che si attraversano. “I Got You Babe”
per me appartiene alla seconda categoria. Al di là dei tanti significati che
negli anni le sono stati attribuiti, ogni volta che parte quel giro di note
succede qualcosa che non capita con tutti i brani: l’aria cambia, il tempo si
piega, e mi ritrovo catapultato in un passato che non è mai davvero passato.
Rivedo immagini che scorrono come vecchie pellicole: volti, strade, colori,
sensazioni che tornano a galla con una nitidezza sorprendente. È una nostalgia
dolce, mai triste, che porta con sé l’emozione di un’epoca vissuta
intensamente. E forse è proprio questo il segreto di certe canzoni: non
raccontano solo una storia, ma ci riportano dentro la nostra.
Quando nel 1965
uscì “I Got You Babe”, nessuno
poteva immaginare che quel duetto semplice, quasi ingenuo, sarebbe diventato
uno dei simboli più riconoscibili della cultura pop del Novecento. Eppure,
bastano poche note per ritrovarsi catapultati in un’epoca in cui l’amore
giovane sembrava davvero capace di sfidare il mondo intero.
Il brano nasce
dalla penna di Sonny Bono, che lo scrive pensando alla sua
compagna, Cher,
allora appena diciannovenne. È una dichiarazione d’amore, certo, ma anche una
piccola ribellione: due ragazzi che si tengono per mano e rispondono ai giudizi
degli adulti con un sorriso ostinato. Un “noi contro tutti” che non ha bisogno
di urlare.
Prima di
diventare icone, Sonny & Cher erano semplicemente due ragazzi innamorati
che cercavano di farsi strada in un mondo musicale dominato da band maschili e
da produttori che non vedevano di buon occhio una coppia così fuori dagli
schemi.
Sonny, più grande,
era il regista silenzioso: scriveva, arrangiava, costruiva l’immagine. Cher,
con quella voce profonda e magnetica, portava luce, carisma, una presenza
scenica che bucava lo schermo.
Insieme erano
una piccola rivoluzione: non aggressiva, non politica, ma estetica, emotiva,
generazionale. “I Got You Babe” li consacra come la coppia del momento,
li porta in cima alle classifiche e li trasforma in un fenomeno culturale.
È il brano che
li definisce, che li racconta, che li immortala.
La forza di “I
Got You Babe” sta nella sua universalità. È una canzone che non appartiene
solo agli anni ’60: continua a riemergere, a trasformarsi, a trovare nuove voci
e nuovi contesti.
Negli anni, il
brano è stato reinterpretato in modi molto diversi:
Una parodia
irresistibile, nata dalla collaborazione con MTV. Cher dimostra una volta di
più la sua autoironia, cantando seriamente mentre i due personaggi animati
commentano e disturbano. Un piccolo cult degli anni ’90.
Una delle
interpretazioni più teatrali e affascinanti: Bowie in versione glam, Faithfull
in abito monacale, atmosfera decadente. Non è una cover “ufficiale”, ma una
performance che ha segnato l’immaginario collettivo.
E poi tante
versioni live, reinterpretazioni acustiche, omaggi televisivi. Segno che “I
Got You Babe” non è solo una canzone: è un linguaggio, un simbolo, un modo
di raccontare l’amore.
Perché
funziona ancora oggi? Forse perché parla di qualcosa che non invecchia: la
sensazione di essere giovani, giudicati, incerti… ma insieme. La promessa che,
anche se il mondo non ci capisce, “I got you, babe” è abbastanza.
È un brano che
non pretende di essere profondo, ma lo diventa proprio per la sua sincerità. E
ogni volta che lo si riascolta, sembra ricordarci che l’amore – quello
semplice, quello che ti fa ridere anche quando tutto va storto – è ancora la
cosa più rivoluzionaria che abbiamo.
Riascoltando “I
Got You Babe” con attenzione, c’è un elemento che sorprende sempre: quella
linea melodica che entra puntuale a ogni ritornello, come una piccola firma
sonora. È uno strumento dal timbro caldo e leggermente nasale, che sembra quasi
“cantare” insieme alle voci. Molti lo identificano come un oboe, o
comunque uno strumento a fiato dal colore simile, capace di dare al ritornello
un carattere più dolce e quasi fiabesco. È un’idea semplice ma geniale: mentre
Sonny e Cher si scambiano le frasi del duetto, questo strumento li accompagna
come un terzo personaggio, sottolineando l’intimità del brano e aggiungendo una
sfumatura melodica che lo rende immediatamente riconoscibile.
È uno di quei
dettagli che non si notano subito, ma che contribuiscono in modo decisivo
all’atmosfera del pezzo — e forse anche alla sua capacità di riportarci
indietro nel tempo con una forza così evocativa.
Il 28 gennaio del 2005, a 60 anni, moriva Jim Capaldi, minato da uncancro allo stomaco.
Vera leggenda del rock, batterista di grande talento, fu il fondatore, assieme a Steve Winwood e al chitarrista Dave Mason dei Traffic, uno dei gruppi rock più amati tra gli anni '60 e '70.
Capaldi, a marzo 2004, era stato anche inserito nel "Rock N' Roll Hall of Fame".
Qualche nota biografica tratta dal sito Rockol
Nato il 2 agosto 1944 a Evesham, nel Worcestershire, da genitori musicisti e di origine italiana, Nicola JamesCapaldi si avvicina giovanissimo al mondo della musica acquisendo una discreta popolarità locale con gli Hellions, in cui suona la batteria accanto al chitarrista Dave Mason. Quando i due vengono ingaggiati di spalla alla cantante Tanya Day allo Star Club di Amburgo (lo stesso locale in cui si fanno le ossa i Beatles) hanno modo di fare la conoscenza di Steve Winwood, prodigioso e giovanissimo cantante e tastierista proveniente dalla vicina Birmingham e allora in forze allo Spencer Davis Group; nasce così un’amicizia da cui anni dopo scaturiranno i Traffic, formazione di importanza cruciale nella scena rock psichedelica inglese della seconda metà degli anni Sessanta. Scrivendo il testo di “Paper sun”, il primo singolo del gruppo che entra subito nella Top 5 delle classifiche inglesi, Capaldi inaugura un sodalizio compositivo con Winwood che farà epoca grazie ad album come Traffic, No Exit e John Barleycorn Must Die. Nel 1972, mentre fa ancora parte del gruppo, pubblica il primo album solista Oh How We Danced, con la collaborazione di altri membri della band e di Paul Kossof, chitarrista dei Free. Nel terzo disco, Short Cut Draw Blood, decisamente orientato verso tematiche sociali, ambientaliste e di protesta, viene inclusa una cover di “Love hurts” degli Everly Brothers che diventa un successo internazionale. Capaldi espande nel frattempo la sua cerchia di amicizie e collaborazioni musicali: nel 1973 è uno dei promotori del concerto al Rainbow di Londra che saluta il ritorno alle scene di Eric Clapton dopo un periodo di riabilitazione dalla droga; poi inizia a frequentare Bob Marley, a cui scrive il testo di una canzone (“This isreggae music”) e collabora con Carlos Santana, mentre lo stesso Clapton e George Harrison figurano come ospiti nel 1988 nell’album Some Come Running; nel frattempo, tra un disco e l’altro (e qualche hit, come “That’s love” da Fierce Heart, 1983, che riscuote successo negli Stati Uniti) si dedica con fervore alla causa ambientalista e all’assistenza dei ragazzi di strada brasiliani, obiettivo a cui la moglie (lei pure brasiliana) Aninha, sposata nel 1975, si dedica a tempo pieno; album come Let The Thunder Cry, del 1981, risentono tematicamente e musicalmente del periodo in cui la coppia risiede a Bahia, generando due figli. Nel 1993 Capaldi è invitato da Winwood a collaborare a un album che presto si trasforma in un disco dei riformati Traffic (senza Mason e Chris Wood, l’altro membro storico che nel frattempo è scomparso): ne seguono, l’anno successivo, un album, Far From Home, e un tour di grande successo negli Stati Uniti. Nello stesso periodo Capaldi scrive una ballata per gli Eagles, anch’essi rimessisi insieme da poco: il brano, intitolato “Love will keep us alive”, diventa uno dei titoli di punta dell’album che segna il ritorno sulle scene della band californiana, “Hell freezes over”. Qualche anno dopo Capaldi riallaccia anche i rapporti musicali col vecchio amico Mason, per un tour datato 1998 da cui viene ricavato anche un disco (Live – The 40,000Headmen Tour) e torna a occuparsi attivamente della sua carriera solista: nel 2001, con molti nomi illustri al suo fianco (Paul Weller, Gary Moore, Ian Paice, Winwood e ancora Harrison) pubblica Living On TheOutside, seguito nel 2004 da Poor Boy Blue. Nuovi progetti di reunion dei Traffic vengono stroncati brutalmente dal peggiorare di un tumore allo stomaco che stronca il batterista il 28 gennaio del 2005. Circa due anni dopo, il 21 gennaio 2007, Winwood, Weller, Moore e altri amici e collaboratori dello scomparso musicista (tra cui Pete Townshend, Joe Walsh, Yusuf Islam, Bill Wyman e l’ex tastierista dei Deep Purple Jon Lord) sono sul palco della londinese Roundhouse per un concerto tributo da cui viene tratto anche un cd.
La prima “lezione speciale” del corso
si trasforma in un viaggio libero tra ricordi, musica e testimonianze dirette
del rock anni ’50 e ’60
Sin dall’inizio del corso “Il Rock negli anni ’70 e
dintorni”, alla UniSavona, avevo previsto, almeno a livello
progettuale, di inserire un paio di incontri speciali con personaggi noti del
mondo dello spettacolo, momenti in cui uscire dal programma canonico e andare a
ruota libera, lasciando che la musica e i ricordi guidassero la conversazione.
Questa è stata la prima di queste occasioni, anche se già nella lezione
inaugurale di ottobre avevamo toccato un tema che si sarebbe rivelato perfetto
per l’ospite di oggi: il rock degli anni ’50 e ’60, un’epoca che l’ospite è stato testimone diretto.
La settima lezione del corso, ospitata nella Sala Stella
Maris di Savona il 27 gennaio, si è trasformata quindi in un incontro davvero speciale grazie
alla presenza di Michele, accolto da
una sala gremita e da un pubblico caloroso, attento e sinceramente coinvolto.
Fin dai primi minuti si è percepito un clima particolare, quasi familiare, che
ha messo l’artista a suo agio e gli ha permesso di raccontarsi con una evidente
spontaneità. Nonostante una carriera che lo ha portato a esibirsi in tutto il
mondo, Michele ha confidato di non aver mai vissuto un’esperienza in un contesto
simile: un dialogo diretto, intimo, costruito non su una semplice intervista ma
su un percorso condiviso, fatto di ricordi, musica e partecipazione autentica.
Durante l’incontro sono stati proposti anche alcuni video - e
foto - selezionati della sua carriera: momenti televisivi, spezzoni d’epoca e
frammenti rari che hanno permesso al pubblico di rivivere la storia artistica
di Michele in modo diretto e coinvolgente. Ogni clip aggiungeva un tassello al
racconto, creando un percorso che alternava ricordi, aneddoti e musica, e che
ha contribuito a rendere l’atmosfera ancora più viva.
A rendere l’incontro ancora più prezioso è stata la presenza
di Cristina, la moglie di Michele, che ha partecipato alla costruzione
della scaletta della giornata. La sua presenza discreta ha dato un tocco di autenticità, evidenziando come la storia raccontata non
fosse solo quella di un artista, ma anche quella di una vita condivisa.
La parte finale dell’incontro ha confermato il clima
speciale della giornata, con diverse persone che hanno rivolto domande a Michele, con un interesse vero, rispettoso, affettuoso.
Lui ha risposto con disponibilità e ironia, divertito e sinceramente colpito
dall’attenzione ricevuta. Naturale il rito delle fotografie.
A seguire un breve video che restituisce perfettamente il
tono della giornata: sorrisi, applausi, sguardi attenti, un senso di comunità
che raramente si crea in modo così naturale. Un piccolo frammento che racchiude
l’essenza dell’incontro e che rimarrà come testimonianza di un momento davvero
riuscito.
Michele ha lasciato la sala visibilmente soddisfatto, quasi
sorpreso dalla qualità dell’esperienza. E il pubblico, dal canto suo, ha
portato a casa non solo un ricordo musicale, ma la sensazione di aver
partecipato a qualcosa di unico.
Il 20 settembre 1976, sul palco del
100 Club di Londra, nasceva la leggenda di Siouxsie and the Banshees: venti
minuti di caos improvvisato che cambiarono per sempre le regole del punk
Quando Susan Ballion, non ancora nota al mondo come Siouxsie
Sioux, salì sul palco del 100 Club Punk Special nel settembre del 1976, non
portava con sé una scaletta, né una chitarra accordata, e nemmeno una band nel
senso convenzionale del termine. Insieme a lei c’erano Steven Severin al basso,
Marco Pirroni alla chitarra e un giovanissimo Sid Vicious, che maltrattava la
batteria con una furia scomposta. Nessuno di loro aveva mai provato insieme.
Non c’erano canzoni da eseguire, ma solo un’urgenza espressiva che non trovava
spazio nelle strutture del rock tradizionale. Il debutto dei Banshees fu un
atto di puro terrorismo sonoro: venti minuti di improvvisazione brutale
costruita attorno a una versione deformata e nichilista del "Padre
Nostro".
Mentre Sid Vicious manteneva un ritmo ossessivo e sgraziato,
Siouxsie declamava testi frammentari, mescolando preghiere, inni patriottici
come "Rule Britannia" e classici del rock ridotti a brandelli, il
tutto immerso in un oceano di feedback e distorsioni. Non era musica, era una
performance d’avanguardia che sfidava apertamente il pubblico, lasciando gli
spettatori tra lo sconcerto e il fascino magnetico. In quel marasma cacofonico,
però, si stava cristallizzando qualcosa di nuovo. Siouxsie non era solo una
cantante punk; con il suo trucco drammatico, i capelli corvini e un'attitudine
distaccata e autoritaria, stava gettando le basi estetiche di quello che
sarebbe diventato il post-punk e la cultura dark. Quella sera, l'assenza di
tecnica si trasformò in una libertà creativa assoluta, dimostrando che per fare
la storia non servivano spartiti, ma il coraggio di occupare uno spazio e
urlare la propria esistenza. Da quel vuoto pneumatico di note nacque una delle
carriere più sofisticate e influenti della musica britannica, trasformando un
debutto improvvisato nel big bang di un intero movimento artistico.
Nella storia della musica contemporanea, pochi rituali hanno
saputo alimentare il mito quanto i leggendari after-show di Prince Rogers Nelson. Al di là dei grandi tour
mondiali e dei riflettori degli stadi, esisteva una dimensione parallela e
quasi mistica che prendeva vita nel cuore della notte, solitamente intorno alle
tre del mattino, tra le mura del complesso di Paisley Park o in club
sotterranei rimasti aperti solo per lui. Questi concerti privati, riservati a
un’élite di dieci o venti fortunati spettatori, rappresentavano l’essenza più
pura e incontaminata del genio di Minneapolis: sessioni improvvisate che
duravano fino all'alba, dove il confine tra l’artista e l’uomo svaniva
completamente. In quelle ore piccole, lontano dalle logiche commerciali e dalle
telecamere, Prince si liberava di ogni maschera per rifugiarsi nel suo unico,
vero elemento naturale, trasformando l'insonnia in un atto di creazione
collettiva e regalando a pochissimi testimoni l'esperienza irripetibile di
vedere la musica nascere nel silenzio della notte.
Immaginiamo una di quelle notti in cui il tempo sembra
sospeso, quelle ore piccole in cui il resto del mondo ha già spento le luci e
Minneapolis è immersa in un silenzio quasi surreale, rotto solo dal vento
gelido che soffia dal Midwest. Proprio in quel momento, mentre le strade sono
deserte, in un angolo tecnologico e isolato chiamato Paisley Park, la luce
viola non si spegneva mai. La leggenda dei concerti privati di Prince alle tre
del mattino non era solo un aneddoto per collezionisti, ma l’essenza stessa di
un uomo che non riusciva a smettere di essere musica nemmeno per un istante.
Tutto iniziava spesso dopo un grande show ufficiale: mentre la folla defluiva
stanca dalle arene, tra i corridoi o nei piccoli club del centro cominciava a
correre un passaparola quasi massonico, un invito sussurrato che portava una
decina di fortunati, scelti non si sa bene in base a quale allineamento
astrale, verso il suo santuario privato.
Una volta varcata la soglia di quel complesso di alluminio
bianco, l’atmosfera cambiava radicalmente. Non c’era la frenesia dei grandi
eventi, ma una strana calma elettrica, profumata di incenso e avvolta nel
velluto. I pochi eletti venivano fatti accomodare in una sala prove o in uno
studio minore, spesso seduti per terra a pochi passi dagli amplificatori, senza
barriere, senza bodyguard che urlavano e, soprattutto, senza telefoni
cellulari, perché Prince pretendeva che l'occhio vivesse il momento e non l'obiettivo.
Poi, quasi dal nulla, appariva lui. Poteva essere vestito con una vestaglia di
seta o con un abito impeccabile, come se il concetto di abbigliamento casual
non facesse parte del suo DNA, e senza dire una parola imbracciava una chitarra
o si sedeva al pianoforte. In quel momento, a notte fonda, non stavi assistendo
a uno spettacolo, ma a un rito di purificazione.
Prince suonava per quelle dieci persone come se stesse
suonando per l’universo intero, perdendosi in jam session che potevano durare
ore. Non c'erano le hit radiofoniche, o se c'erano venivano smontate e
ricostruite in chiavi jazz, funk o rock psichedelico fino a diventare
irriconoscibili. Potevi vedere le sue dita muoversi veloci sulle corde, sentire
il respiro affannato tra un assolo e l'altro e incrociare il suo sguardo che
cercava una connessione umana, un cenno di intesa per capire se il ritmo stava
arrivando dritto allo stomaco. Per lui quelle ore piccole erano il vero
laboratorio creativo, il momento in cui l'insonnia cronica si trasformava in
genio puro e la stanchezza spariva di fronte alla necessità biologica di creare
suono. Mentre fuori l'alba iniziava a schiarire il cielo del Minnesota e la
gente comune si preparava per andare in ufficio, Prince chiudeva la sessione
con un semplice cenno del capo, svanendo nell'ombra della sua dimora e
lasciando quegli spettatori storditi, con le orecchie che ancora pulsavano e la
sensazione incredibile di aver visto il cuore pulsante della musica battere
proprio lì, a un palmo dal loro naso, nel silenzio di una notte che non
avrebbero mai dimenticato.
"Bridge
Over Troubled Water", di Simon
and Garfunkel, è un album senza dubbio iconico e una delle pietre
miliari della musica popolare. Pubblicato il 26 gennaio 1970, è stato il
quinto e ultimo lavoro in studio del duo, ma è diventato uno dei più celebri.
Eppure… le premesse non sembrava
potessero portare su facili e soddisfacenti percorsi!
I due autori arrivano a questo
progetto stanchi della loro relazione professionale, qualcuno parlò persino di “odio”.
La storia costellata di successi non fu un sufficiente collante per tenere
uniti Art Garfunkel - impegnato nella sua carriera cinematografica - e Paul
Simon - concentrato nello scrivere l’album -, tormentato dalla sua presunta
mancanza d’ispirazione.
Questo clima non certo idilliaco non
incise sulla creazione di uno dei dischi più dolci, eterei e spirituali della
nostra epoca, il loro testamento artistico, è forse il loro apice.
La traccia di apertura, "Bridge
Over Troubled Water", è senza dubbio il brano più noto dell'album.
È una canzone potente ed emotiva, caratterizzata da una melodia toccante e da
un testo che affronta temi di sostegno e compassione. La voce di Art Garfunkel
è stupefacente in questa canzone, dimostrando la sua abilità tenoriale.
Altri brani degni di nota sono "The
Boxer" e "Cecilia"(dedicato a Santa
Cecilia, santa protettrice dei musicisti).
"The Boxer" presenta
una melodia orecchiabile e un testo profondo che riflette l'esperienza di un
lottatore che cerca di sopravvivere in una città ostile. "Cecilia"
è invece una canzone più vivace e ritmata, con un sound coinvolgente che
cattura l'attenzione dell'ascoltatore.
L'album offre anche momenti più
delicati e riflessivi come "The Only Living Boy in New York"
e "Song for the Asking", canzoni che mostrano la
sottigliezza e la sensibilità delle armonie vocali degli Simon and Garfunkel, un
elemento distintivo del loro sound.
La produzione è impeccabile, con
arrangiamenti sofisticati che includono l'uso di strumenti come pianoforte,
archi e cori.
Simon and Garfunkel hanno lavorato a
stretto contatto con il produttore Roy Halee per creare un suono ricco e
coinvolgente, che ancora oggi mantiene la sua freschezza e il suo impatto.
"Bridge Over Troubled Water"
è un album straordinario - che dimostra l'eccezionale talento degli Simon and
Garfunkel come cantautori e interpreti -
che ha lasciato un'impronta
indelebile nella storia della musica e merita senza dubbio il riconoscimento
che ha ottenuto nel corso degli anni.
Nel 2003 l'album fu annoverato nella
lista dei 500 migliori album secondo Rolling Stone al 51º posto. Nello stesso
anno il network televisivo VH1 lo proclamò 33° miglior album del secolo.
Il 19 settembre 1981 il duo si riunì
per un concerto gratuito a Central Park, a cui parteciparono più di 500 000
persone. Nel marzo successivo pubblicarono un album live dell'evento, da cui
estrapolo “The Boxer”
Quando l'ultimo capolavoro della
musica folk fu lasciato anonimamente in una reception
Nel 1972, gli uffici della Island Records a Londra erano il
centro pulsante della musica d'avanguardia. Eppure, nessuno si accorse del
momento in cui la storia del folk cambiò per sempre. Nick Drake, ormai ridotto a un’ombra dalla depressione,
entrò nell'edificio portando con sé un pacchetto contenente i nastri di Pink Moon. Non chiese udienza ai piani
alti e non cercò il suo mentore Joe Boyd.
Con un gesto che oscillava tra l'umiltà e il totale distacco
dal mondo, Drake lasciò i nastri sulla scrivania della segretaria alla
reception e uscì senza dire una parola. Il contenuto di quel pacchetto era
quanto di più crudo si fosse mai sentito: 28 minuti di voce e chitarra, senza
archi, senza batteria, senza alcuna concessione commerciale. Quel gesto fu
l'ultimo atto di una carriera vissuta in fuga dal successo, un testamento
consegnato come se fosse una pratica burocratica, lasciando che fosse il silenzio,
una volta di più, a parlare per lui.
Con Diario di Bordo,
Gianmaria Zanierfirma un’opera che, oltre ad essere un debutto
discografico, appare come vero attraversamento biografico e musicale.
Musicista, insegnante, divulgatore, voce e mente di Prog & Dintorni,
Zanier porta in questo album tutto ciò che ha vissuto, ascoltato e condiviso
negli ultimi vent’anni. Il risultato è un lavoro maturo, stratificato, capace
di unire introspezione personale e visione critica della scena prog italiana.
Il disco nasce da un lungo periodo di sedimentazione
creativa, in cui le diverse attività dell’autore hanno iniziato a dialogare tra
loro come “vasi comunicanti”. La prima parte dell’album si muove nella forma
canzone, con arrangiamenti che già suggeriscono un respiro più ampio; la
seconda, introdotta dal brano Interludio, si apre invece a territori più
liberi: prog, fusion, pop-rock, atmosfere da colonna sonora. Interludio
è il punto di svolta: due minuti intensi, costruiti con un ensemble di
musicisti di altissimo livello, che segnano il passaggio dalla dimensione
cantautorale a quella più propriamente compositiva.
Uno dei tratti distintivi del progetto è la presenza di
figure cardine del prog italiano, sia storico sia contemporaneo. Dagli Osanna
ai Phoenix Again, da Gigi Venegoni a Piero Mortara, fino ai
contributi di Silvano Silva, Sergio Lorandi, Fabio Del Torchio
e molti altri: Diario di Bordo è anche un album di relazioni, di stima
reciproca, di percorsi che si incrociano dopo anni di interviste, concerti,
trasmissioni radiofoniche e scambi quotidiani con la community online.
Il risultato non è un semplice “album con ospiti”, ma un
lavoro in cui ogni intervento è parte integrante della narrazione. Energia
nuova da bruciare (dedicata ad Antonio Lorandi), registrata con Venegoni, Mortara e i Phoenix Again,
è il brano che ha fatto da traino all’intero progetto, mentre la versione live
di Amare… Soffrire… Gioire… con i Phoenix Again rappresenta una
delle prime scintille che hanno riacceso in Zanier il desiderio di tornare in
studio.
In Diario di Bordo la scrittura di Gianmaria Zanier si
muove con una naturalezza che colpisce per equilibrio e consapevolezza. Fin dai
primi brani si percepisce una forte attenzione alla forma canzone: progressioni
armoniche limpide, modulazioni leggere, arrangiamenti che richiamano quel
pop-rock raffinato degli anni Settanta e Ottanta in cui melodia e struttura
dialogano senza mai sovrastarsi. È una parte del disco che punta alla
comunicazione diretta, ma che non rinuncia a sfumature più ricercate, a scelte
timbriche curate, a incastri strumentali che rivelano un autore abituato a
pensare la musica come un organismo vivo e complesso.
Quando si entra nella seconda metà dell’album, il linguaggio
si amplia e si fa più esplorativo, ma senza perdere coerenza. Qui emergono con
maggiore evidenza le influenze prog e fusion che hanno accompagnato Zanier per
anni, sia come musicista sia come divulgatore. I cambi di tempo e le metriche
composte non sono mai esibiti come virtuosismi, ma diventano strumenti
narrativi; le sezioni strumentali si sviluppano con un respiro più ampio, quasi
cinematografico, lasciando che i temi si trasformino e ritornino sotto nuove
forme.
L’uso delle scale modali non è mai un esercizio di stile, ma
un modo per colorare l’armonia, per dare ai brani una luce diversa, più
sfumata. Allo stesso modo, il dialogo tra strumenti acustici ed elettrici crea
un gioco di contrasti che arricchisce l’ascolto: chitarre classiche e synth,
fisarmonica e basso elettrico, violino e tastiere convivono in un equilibrio
che non appare mai artificioso. Il layering timbrico, costruito con pazienza,
aggiunge profondità senza appesantire, come se ogni strato fosse pensato per
ampliare lo spazio sonoro più che per riempirlo.
Il risultato è un linguaggio personale, riconoscibile, che
non cerca di imitare i modelli del passato ma li rielabora con maturità. Diario
di Bordo riesce così a essere accessibile e complesso allo stesso tempo: un
disco che parla a chi ama la melodia e a chi cerca architetture sonore più
articolate, senza mai sacrificare l’una all’altra. È una sintesi che racconta
non solo un percorso musicale, ma anche un modo di ascoltare, osservare e
restituire la musica agli altri.
Il dipinto di Antonio Perotti - rivelato a sorpresa
sul palco del Porretta Prog Legacy Festival - e il lavoro grafico di OndemediE
contribuiscono a definire un immaginario preciso, intimo e simbolico. Il
booklet, curato insieme a Vannuccio Zanella, è parte integrante
dell’opera: un’estensione visiva del racconto musicale, frutto di un lavoro
meticoloso e condiviso, che valorizza ulteriormente il progetto.
Diario di Bordo è un album che nasce da una lunga gestazione, ma che guarda
dichiaratamente al futuro. Zanier lo vive come un traguardo e, allo stesso
tempo, come l’inizio di una nuova fase: quella in cui la sua voce - finora
dedicata soprattutto a raccontare gli altri - trova finalmente lo spazio per
raccontare sé stessa. La prospettiva di portare il disco dal vivo, anche
aprendo concerti di artisti amici e collaboratori, è la naturale evoluzione di
un progetto che ha nella condivisione il suo cuore pulsante.
Ed è proprio da questa dimensione di dialogo, di scambio e di
racconto reciproco, che nasce l’intervista che segue: un’occasione per entrare
ancora più a fondo nel mondo creativo di Gianmaria Zanier e scoprire, dalle sue
parole, ciò che ha dato forma a questo Diario di Bordo.
Intervista "ESTESA" a Gianmaria Zanier
“Diario di Bordo” nasce da un lungo periodo della tua vita,
in cui hai alternato l’attività di insegnante, musicista e soprattutto
divulgatore. Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che questo
materiale poteva diventare un vero album?
Scherzando, ma non troppo, potrei risponderti… nel momento in
cui l’ho annunciato con il microfono sul palco del “Porto Antico Prog Fest
2025” a te e a Linda Dell, nel corso di quella chiacchierata che abbiamo fatto
tra un concerto e l’altro. Chiaramente, il progetto era già in fase avanzata,
ma annunciandolo pubblicamente e inserendolo di lì a poco all’inizio del teaser
dell’album, https://www.youtube.com/watch?v=Myqx1f_VNTcè come se avessi sancito con me stesso una
sorta di imperativo categorico da cui non avrei più potuto e dovuto tornare
indietro. L’album poi, effettivamente è uscito a fine novembre e, ovviamente,
ne sono davvero orgoglioso e felice.
Sei conosciuto soprattutto come voce e mente di Prog &
Dintorni, sia in radio che nella community online. Quanto ha pesato il tuo
ruolo di giornalista e divulgatore nel modo in cui hai costruito la narrazione
musicale del disco?
Ha pesato moltissimo, senza alcun dubbio. Io nasco musicista
e alcune delle idee presenti nell’album, risalgono a parecchio tempo fa.
All’inizio degli anni 2000, vista la vivacità del panorama prog e non solo e
alla luce di vari eventi successi in quel periodo (mi piace citare, tra i molti
concerti visti allora, quello degli Yes a Vado Ligure del 2003, che so che
anche per te è stato molto importante), ho sentito l’esigenza di divulgare
tanta buona musica, facendo radio e attività sui social. Questa cosa, con il
passare del tempo, mi ha coinvolto sempre di più, anche perché, soprattutto
negli ultimi anni, ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere di persona
molti esponenti di spicco, sia tra le band storiche, sia tra quelle attuali. Ma
l’idea di riprendere concretamente a fare musica c’è sempre stata: diciamo che
ho aspettato il momento giusto, che poi è finalmente arrivato.
Nel disco collaborano figure importanti del prog italiano –
Osanna, Phoenix Again, Gigi Venegoni, Piero Mortara. Come hai vissuto, a
livello umano, il passaggio da intervistatore e promotore a collega in studio?
Con grandissimo entusiasmo, ovviamente. I primi che ho
iniziato a “corteggiare” sono stati i Phoenix Again, avendoli proposti in
trasmissione spesso e sempre molto volentieri (considero soprattutto Unexplored
un vero e proprio Capolavoro): il risultato è stata un’esaltante versione
live del mio brano Amare… Soffrire… Gioire…, durante un loro concerto
alla “Casa di Alex” di Milano nel 2019 https://www.youtube.com/watch?v=YbNMle2ciEU.
Più recentemente, con Gigi Venegoni (impegnato non solo come chitarrista, ma
anche in veste di arrangiatore) e Piero Mortara alle tastiere, insieme ai due
Phoenix Again Silvano Silva (batteria) e Sergio Lorandi (che ha suonato il
basso Fender Jazz Precision, appartenuto al compianto fratello Antonio, che
ricordiamo sempre con affetto) c’è stata la registrazione di Energia nuova
da bruciare https://www.youtube.com/watch?v=3xcChmTRD1M,
che è, di fatto, il brano che ha fatto “da traino” per l’uscita dell’album.
Tornando alla tua domanda, ho sempre avuto una particolare passione per gli
Arti & Mestieri, per quel magico incrocio tra sonorità prog e
jazz-rock-fusion, da “Tilt” fino agli album più recenti (in un video
presente nel mio canale youtube dichiaro apertamente un amore incondizionato in
particolare per il brano Alter ego https://www.youtube.com/watch?v=lb3AvopM3TM&t=31s):
quindi, ho vissuto il fatto di poter interagire con due dei protagonisti di
quella formazione degli Arti & Mestieri con un’esaltazione incredibile.
Stessa cosa, poi, quando nell’estate del 2025, gli Osanna del grandissimo Lino
Vairetti mi hanno dato l’opportunità di suonare insieme a loro, sul palco del
“Porretta Prog Legacy Festival”, sia il mio brano Energia nuova bruciare https://www.youtube.com/watch?v=CYM7z1YJxKw,
sia il loro brano Prog Garden Medley https://www.youtube.com/watch?v=Y2tYTfxELps&feature=youtu.be,
che è, come ben noto, un vero e proprio omaggio al prog italiano degli anni
’70. Da tempo considero gli Osanna come la band, tra quelle storiche, che ha
saputo meglio attualizzare in modo eccellente il proprio sound e le tematiche
presenti nei vari brani, facendo inoltre nuovi album davvero notevoli e
particolarmente aderenti alla realtà che stiamo vivendo: quindi, non potevo
davvero chiedere di meglio.
Hai definito il brano “Interludio” come uno “spartiacque” tra
due anime del disco. Questo confine riflette anche un cambiamento personale, un
prima e un dopo nella tua storia recente?
No, semplicemente ha rappresentato il confine ideale tra la
mia anima più cantautorale e quella da compositore. Ma non stiamo parlando di
due situazioni in antitesi, perché le due direzioni viaggiano in modo
parallelo. Questo brano, tra l’altro, pur durando soltanto un paio di minuti, è
stato molto impegnativo, perché ha coinvolto musicisti come Piero Mortara (qui
alla fisarmonica, forte del recente progetto degli Aria Accordion Trio),
Alfredo Ponissi (sax e flauto, presente in varie line up nei concerti degli
Arti & Mestieri), Fabrizio Ugas (chitarra classica), Stefano Pastor (che ha
suonato una sontuosa parte di violino) e Stefano Nozzoli (pianoforte).
Da anni racconti la musica degli altri, spesso con grande
passione e attenzione ai dettagli. Cosa hai scoperto di te stesso quando, per
la prima volta, hai dovuto raccontare la “tua musica”?
Beh, io nel corso di questi anni, nella mia trasmissione
qualche volta avevo già proposto qualche brano tra quelli presenti nel mio
album. Devo dire che è sempre una cosa molto particolare parlare di sé stessi
nel momento in cui è presente in una playlist una tua canzone: da una parte
vorresti dire tante cose, ma dall’altra sei ovviamente consapevole che devi
mantenere una certa distanza nei confronti di chi in quel momento ti sta
ascoltando. È un equilibrio molto delicato, senza alcun dubbio e occorre muoversi
con molta attenzione, cercando di restare però il più spontaneo possibile.
Tutto questo, ovviamente, non sarebbe possibile, senza il sostegno e
l’interazione quotidiana con i tantissimi amici sul gruppo facebook e sul
profilo instagram “PROG & Dintorni”, interfaccia della trasmissione: gli
amministratori Valter “Uolter” Pelati e Silvia Carotta… e poi Alfonso, Sandra,
Aurora, Bina, Luigi, Loredana, Giuseppe, Scintilla, Stella Maris e tutti gli
altri che non possiamo nominare solo per motivi di spazio, ma che forniscono un
contributo determinante.
Nelle note del CD parli di “vasi comunicanti” tra le tue
attività. Quali esperienze della tua vita - professionali o personali - senti
che hanno inciso di più sul risultato finale?
Sicuramente tutte quelle che abbiamo elencato sinora:
paradossalmente, ma non troppo, una componente fondamentale è quella
dell’insegnamento e del rapporto/confronto quotidiano che ho con i miei alunni
adolescenti. Un discorso molto lungo, ma sicuramente affascinante da
approfondire: il fatto che per loro la musica sia legata a determinate
tematiche e modalità espressive che per noi adulti possono risultare molto
ostiche e difficili da comprendere e viceversa; la loro soglia di attenzione,
sempre più bassa, per cui bisogna sempre mantenere sempre viva la spiegazione o
il confronto, cercando di essere molto concisi, ma il più possibile esaustivi,
ecc.
La prima parte del disco è più vicina alla forma canzone,
mentre la seconda si apre a sonorità prog, fusion, funk e pop-rock. Questa
dualità rispecchia anche due lati della tua personalità?
Senza alcun dubbio. Probabilmente, la sintesi tra questi due
mondi è quella presente nei brani cantati, ma con arrangiamenti più orientati
verso determinate direzioni. Del resto, anche in trasmissione, amo
particolarmente i momenti in cui ho la possibilità di proporre accoppiate
storiche da sogno come De André o Alberto Fortis con la PFM, Finardi con gli
Area o i Crisalide, Branduardi con il Banco, Dalla e De Gregori con Ron e gli
Stadio, il Pino Daniele dei primi album con quelle line up incredibili… E poi
l’amore per il teatro di Gaber, per le colonne sonore, per i momenti di
liberazione funk, per il pop di ieri e di oggi di qualitàeccellente… sono tutte cose che
mi hanno formato come appassionato e che quindi, nel mio piccolo, ho cercato di
inserire in questo album. Alcune credo siano più evidenti, altre magari sono
presenti ancora in forma embrionale, ma spero di poterle esplicitare ancora
meglio in futuro.
Sei abituato a osservare e analizzare la scena prog italiana
da un punto di vista privilegiato. Quanto del tuo “sguardo critico” è entrato
nella produzione del disco, e quanto invece hai dovuto mettere da parte per
lasciarti andare?
Sicuramente l’aver cercato di monitorare con molta attenzione
la scena, soprattutto negli ultimi 20/25 anni, mi ha aiutato parecchio. Per
confrontarmi e, in certi casi, cercare di spingermi quasi al limite delle mie
reali capacità: sintomatico, in questo caso, il contributo che hanno fornito
tutti i musicisti presenti nell’album. In questo contesto, mi fa molto piacere
citare anche il bassista Fabio Del Torchio, con cui ho lavorato in simbiosi per
ciò che riguarda tutti i brani strumentali presenti nell’album e che ha fornito
un contributo davvero determinante.
L’immagine di copertina di Antonio Perotti e il lavoro
grafico di OndemediE contribuiscono a dare un’identità visiva molto precisa.
Quanto hai partecipato a questa scelta e cosa rappresenta per te quel quadro?
Mi fa piacere che tu mi faccia questa domanda, perché sia il
dipinto fatto da Antonio Perotti, sia il lavoro grafico presente nel booklet
per me rappresentano una componente fondamentale del progetto. Con Vannuccio
Zanella della M. & P. Records (che tra l’altro è la persona che ha avuto la
splendida intuizione del titolo dell’album) c’è stato un continuo scambio di
mail, telefonate e messaggi soprattutto quando c’è stato il momento di
preparare il booklet: ci abbiamo lavorato davvero tanto e con grandissimo
impegno, ma alla fine il risultato ci ha ripagato di tutti gli sforzi profusi,
facendo poi uscire l’album con la G.T. Music Distribution di Antonino Destra.
Per quanto riguarda il ritratto del grandissimo Art Director Antonio Perotti,
mi limito a dire che la prima volta che l’ho visto completato è stato durante
il concerto degli Osanna al “Porretta Prog Legacy Festival” di cui parlavamo
poco fa. Antonio Perotti e Lino Vairetti sono grandissimi amici tra loro e
hanno pensato di farmi questa splendida sorpresa: poco prima dell’inizio
dell’esecuzione di Energia nuova da bruciare, appena sono salito sul
palco e stavamo parlando per introdurre il brano, è stato proiettato sullo
schermo il dipinto, con tanto di immediato applauso del pubblico presente. Puoi
immaginarti quindi l’emozione da parte mia in quel momento… C’è una cosa che
non sai però di quel dipinto e probabilmente ti stupirà: è ispirata da uno
scatto fatto dal fotografo Enrico Rolandi, durante un concerto degli Struttura
e Forma del nostro comune amico Franco Frassinetti al “Teatro Cicagna” di
Genova nel 2018. Quella sera eri anche tu presente e avevi effettuato una
ripresa nel momento in cui ho eseguito insieme alla band genovese il mio brano Amare…
Soffrire… Gioire…, che oggi più che mai rappresenta un prezioso documento
di quella bella serata
Ora che “Diario di Bordo” è uscito, come ti senti? È più la
soddisfazione del divulgatore che ha finalmente raccontato sé stesso, o quella
dell’artista che ha trovato una nuova voce?
Ne sono felicissimo, perché lo considero al tempo stesso un
punto di arrivo, ma anche un nuovo inizio: l’obiettivo è quello di poter
presentare l’album aprendo qualche concerto di alcune delle band che trasmetto.
Ad esempio, Carmine Capasso (che, come ben noto, ospita spesso sul palco
personaggi del calibro di Giorgio “Fico” Piazza, primo bassista e cofondatore
della PFM) con grande disponibilità mi ha offerto questa opportunità, che
ovviamente ho accettato subito con grande entusiasmo. Con altri amici musicisti,
abbiamo ipotizzato altre situazioni di questo tipo e, spero si possano
concretizzare al più presto.