domenica 29 gennaio 2023

Becca Stevens, artista incredibile!


Becca Stevens nasce il 14 giugno 1984. Cantante, compositrice e chitarrista, attinge a elementi di jazz, pop da camera, indie rock e folk.


Un po’ di storia…

Nasce a Winston-Salem, nella Carolina del Nord, è la più giovane di tre figli di William Stevens, un compositore noto per la musica corale sacra, e Carolyn Dorff, una cantante formata in opera e teatro musicale.

Durante la sua infanzia si è esibita e ha fatto tournée regionali con suo fratello, sua sorella e i suoi genitori nel gruppo musicale per bambini della sua famiglia, i Tune Mammals. Quando aveva dieci anni, lei e sua madre recitarono in un tour nazionale di un anno del musical “The Secret Garden”.

Dopo la separazione dei suoi genitori ha frequentato la Peddie School nel New Jersey per il 9 ° e 10 ° grado. Ha terminato il liceo alla North Carolina School of the Arts, dove ha studiato chitarra classica; in questo periodo ha anche cantato nella band jazz rock di suo fratello, Gomachi. Dopo il liceo ha trascorso un anno lavorando con Gomachi prima di frequentare il college alla New School for Jazz and Contemporary Music di New York City, dove ha conseguito una laurea in jazz vocale e composizione.


La Carriera…

Stevens ha pubblicato cinque album come leader: “Tea Bye Sea” (2008), “Weightless” (2011), “Perfect Animal” (2015), “Regina” (2017) e “Wonderbloom” (2020). Ha lavorato con Jacob Collier, Laura Mvula, Billy Childs, David Crosby, Taylor Eigsti, Timo Andres, Brad Mehldau, Travis Sullivan's Bjorkestra, Michael McDonald e Snarky Puppy. È stata membro della band Tillery con Gretchen Parlato e Rebecca Martin.

Una traccia dell'album “Lighthouse”, prodotto da Michael League, di David Crosby, vede Crosby, League, Stevens e Michelle Willis (con Bill Laurance al piano) eseguire "By the Light of Common Day", una canzone scritta da Stevens e Crosby. Il quartetto è diventato The Lighthouse Band, che si è esibito nell'album di  Crosby “Here If You Listen”.

Il cantante jazz Kurt Elling l'ha elencata come una delle sue cinque cantanti jazz preferite e il critico musicale Ted Gioia ha elencato i suoi album “Weightless” (2011) e “Perfect Animal” (2015) tra i cento migliori album degli anni corrispondenti.

L'album "Regina" (2017) di Stevens è stato prodotto da Michael League e Troy Miller e ha ricevuto una recensione a cinque stelle dalla rivista Down Beat, che lo ha definito "il più spettacolare degli album", mentre BBC Radio 2 ha elogiato l'album dicendo: "Liricamente, l'album è sbalorditivo".


Vita privata…

Stevens ha sposato Nathan Schram, il violista dell'Attacca Quartet, il 2 settembre 2017. Stevens e Schram vivono a Brooklyn, New York City. Hanno una figlia (nata nel 2022).





sabato 28 gennaio 2023

In ricordo di Jim Capaldi ...


Il 28 gennaio del 2005, a 60 anni, moriva Jim Capaldi, minato da un cancro allo stomaco. 
Vera leggenda del rock, batterista di grande talento, fu il fondatore, assieme a Steve Winwood e al chitarrista Dave Mason dei Traffic, uno dei gruppi rock più amati tra gli anni '60 e '70. 
Capaldi, a marzo 2004, era stato anche inserito nel "Rock N' Roll Hall of Fame".

Qualche nota biografica tratta dal sito Rockol

Nato il 2 agosto 1944 a Evesham, nel Worcestershire, da genitori musicisti e di origine italiana, Nicola James Capaldi si avvicina giovanissimo al mondo della musica acquisendo una discreta popolarità locale con gli Hellions, in cui suona la batteria accanto al chitarrista Dave Mason. Quando i due vengono ingaggiati di spalla alla cantante Tanya Day allo Star Club di Amburgo (lo stesso locale in cui si fanno le ossa i Beatles) hanno modo di fare la conoscenza di Steve Winwood, prodigioso e giovanissimo cantante e tastierista proveniente dalla vicina Birmingham e allora in forze allo Spencer Davis Group; nasce così un’amicizia da cui anni dopo scaturiranno i Traffic, formazione di importanza cruciale nella scena rock psichedelica inglese della seconda metà degli anni Sessanta. Scrivendo il testo di “Paper sun”, il primo singolo del gruppo che entra subito nella Top 5 delle classifiche inglesi, Capaldi inaugura un sodalizio compositivo con Winwood che farà epoca grazie ad album come Traffic, No Exit e John Barleycorn Must Die. Nel 1972, mentre fa ancora parte del gruppo, pubblica il primo album solista Oh How We Danced, con la collaborazione di altri membri della band e di Paul Kossof, chitarrista dei Free. Nel terzo disco, Short Cut Draw Blood, decisamente orientato verso tematiche sociali, ambientaliste e di protesta, viene inclusa una cover di “Love hurts” degli Everly Brothers che diventa un successo internazionale. Capaldi espande nel frattempo la sua cerchia di amicizie e collaborazioni musicali: nel 1973 è uno dei promotori del concerto al Rainbow di Londra che saluta il ritorno alle scene di Eric Clapton dopo un periodo di riabilitazione dalla droga; poi inizia a frequentare Bob Marley, a cui scrive il testo di una canzone (“This is reggae music”) e collabora con Carlos Santana, mentre lo stesso Clapton e George Harrison figurano come ospiti nel 1988 nell’album Some Come Running; nel frattempo, tra un disco e l’altro (e qualche hit, come “That’s love” da Fierce Heart, 1983, che riscuote successo negli Stati Uniti) si dedica con fervore alla causa ambientalista e all’assistenza dei ragazzi di strada brasiliani, obiettivo a cui la moglie (lei pure brasiliana) Aninha, sposata nel 1975, si dedica a tempo pieno; album come Let The Thunder Cry, del 1981, risentono tematicamente e musicalmente del periodo in cui la coppia risiede a Bahia, generando due figli. Nel 1993 Capaldi è invitato da Winwood a collaborare a un album che presto si trasforma in un disco dei riformati Traffic (senza Mason e Chris Wood, l’altro membro storico che nel frattempo è scomparso): ne seguono, l’anno successivo, un album, Far From Home, e un tour di grande successo negli Stati Uniti. Nello stesso periodo Capaldi scrive una ballata per gli Eagles, anch’essi rimessisi insieme da poco: il brano, intitolato “Love will keep us alive”, diventa uno dei titoli di punta dell’album che segna il ritorno sulle scene della band californiana, “Hell freezes over”. Qualche anno dopo Capaldi riallaccia anche i rapporti musicali col vecchio amico Mason, per un tour datato 1998 da cui viene ricavato anche un disco (Live – The 40,000 Headmen Tour) e torna a occuparsi attivamente della sua carriera solista: nel 2001, con molti nomi illustri al suo fianco (Paul Weller, Gary Moore, Ian Paice, Winwood e ancora Harrison) pubblica Living On The Outside, seguito nel 2004 da Poor Boy Blue. Nuovi progetti di reunion dei Traffic vengono stroncati brutalmente dal peggiorare di un tumore allo stomaco che stronca il batterista il 28 gennaio del 2005. Circa due anni dopo, il 21 gennaio 2007, Winwood, Weller, Moore e altri amici e collaboratori dello scomparso musicista (tra cui Pete Townshend, Joe Walsh, Yusuf Islam, Bill Wyman e l’ex tastierista dei Deep Purple Jon Lord) sono sul palco della londinese Roundhouse per un concerto tributo da cui viene tratto anche un cd.





venerdì 27 gennaio 2023

Ricordando Lally Stott e i Motowns-Cliccare sul "blu" per vedere ed ascoltare... un paio di ore basteranno!

Sono “caduto” casualmente su The Motowns, gruppo musicale beat britannico della seconda metà degli anni Sessanta, noto in Italia come parte della cosiddetta Brit-it invasion. Giunse a Firenze proprio nei giorni dell'alluvione del 1966, nella quale perse la strumentazione e l'impianto di amplificazione. Un buon inizio!

Li ricordo molto bene!


Scoperto e lanciato al Piper Club di Roma dal produttore Alberigo Crocetta, poi scritturato dalla RCA Italiana, il gruppo partecipò al film “L'immensità (La ragazza del Paip's)”, con Don Backy e Patty Pravo. Comparirono poi - direttamente o con brani inseriti nella colonna sonora - in altri film, fra cui Soldati e capelloni (1967) e La più bellacoppia del mondo (di Camillo Mastrocinque, 1967).

La figura più rappresentativa, quella destinata ad avere successo singolarmente, era quella di Lally Stott, cantante, compositore e paroliere; molto attivo in Italia, vantava collaborazioni con diversi produttori e autori, come Franco Micalizzi, per il quale scrisse il testo della sigla del film Lo chiamavano Trinità..., e i fratelli Capuano, insieme ai quali compose diversi brani del gruppo pop Middle of the Road.

Nativo di Prescot, cittadina inglese a circa 10 km da Liverpool all'epoca in Lancashire, fece parte della scena beat del Merseyside e a metà degli anni Sessanta, come già accennato, fu tra i protagonisti dell'invasione musicale britannica in Italia.

A fine decennio, dopo aver lasciato i Motowns, entrò in contatto con Giacomo Tosti, produttore del gruppo scozzese Middle of the Road, per il quale scrisse il testo dell'hit Chirpy Chirpy Cheep Cheep composto dai fratelli Giosy e Mario Capuano, che ebbe grande successo nelle classifiche di Regno Unito, Australia, Italia ed entrò al 92º posto nella Billboard Hot 100.

In collaborazione con Franco Micalizzi, inoltre, compose il testo della title track del film Lo chiamavano Trinità... brano ripreso quarant'anni più tardi nella colonna sonora di Django Unchained di Quentin Tarantino. Per i Middle of the Road scrisse i testi di altri singoli di successo come, tra l'altro, Bottoms Up, Samson and Delilah, Sacramento, Tweedle Dee, Tweedle Dum, tutti nelle Top Ten di una o più classifiche europee all'inizio degli anni Settanta.

Scrisse anche canzoni per sé stesso, come per esempio Jakaranda, in concorso all'ottavo Festivalbar nel 1971 e Sweet Meeny, presentata nella nona edizione della stessa rassegna l'anno dopo, e fu anche presente nella televisione italiana come ospite di trasmissioni musicali.

Per Engelbert Humperdinck scrisse My Summer Song, in seguito ripresa anche da Jerry Reed e i Jigsaw; un'altra sua composizione da lui personalmente interpretata, Good Wishes, Good Kisses, fu impiegata come sigla di testa dello sceneggiato del 1972 La donna di picche, della quadrilogia del tenente Sheridan.

Ma forse il suo brano più conosciuto è stato...

Tornato in Inghilterra, a soli 32 anni rimase vittima di un incidente stradale tra Liverpool e Prescot: il 4 giugno 1977 la sua moto urtò un veicolo proveniente in senso opposto e, a causa delle lesioni a testa e gambe, fu ricoverato dapprima a Whiston e, successivamente, al Walton Hospital di Liverpool dove morì due giorni dopo il sinistro.





Biografia di Fabrizio Poggi




FABRIZIO POGGI-BIOGRAFIA SINTETICA

 

Fabrizio Poggi, cantante, armonicista e scrittore, nominato ai Grammy Awards 2018 (secondo dopo i Rolling Stones), premio Oscar Hohner Harmonicas, due volte candidato ai Blues Music Awards (gli Oscar del blues), candidato ai Blues Blast Music Awards, vincitore del JIMI AWARD (gli Oscar della prestigiosa rivista Blues411) come miglior album internazionale, eletto artista dell’anno dalla prestigiosa rivista americana Bluebird Reviews, apparso sulla copertina della prestigiosa rivista americana e internazionale Blues Blast, appare sulla copertina dell’autorevole rivista Oltre, candidato ai JIMI AWARD come miglior album dell’anno, Sigillo d’Oro della Camera di Commercio, candidato ai JIMI AWARD come miglior armonicista, vincitore del FIM Award, è tra i bluesmen italiani più conosciuti e stimati in America.

24 album incisi, di cui molti registrati negli Stati Uniti, ha suonato con tanti grandi del blues, del rock e della canzone d’autore tra cui i Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite, Little Feat, Ronnie Earl, Kim Wilson, Marcia Ball, John Hammond, Sonny Landreth, Garth Hudson of THE BAND and Bob Dylan, Guy Davis, Eric Bibb,Ruthie Foster, Otis Taylor, Mike Zito, Bob Margolin, Flaco Jiménez, David Bromberg, Zachary Richard, Jerry Jeff Walker, Billy Joe Shaver, Bob Brozman, Eric Andersen, Richard Thompson, Tom Russell, Jimmy LaFave, The Original Blues Brothers Band, Steve Cropper.

Con Guy Davis ha inciso “Juba Dance” che è stato per ben otto settimane al PRIMO posto della classifica dei dischi blues più trasmessi dalle radio americane e nominato ai Blues Music Award come miglior disco acustico dell’anno; e “Sonny & Brownie’s Last Train”; appassionato tributo alle leggende del blues Sonny Terry & Brownie McGhee che ha ricevuto entusiastici consensi e una permanenza stabile nei primi posti delle classifiche USA.

In Italia ha suonato con Finardi, Ruggeri, Gang, De Gregori, Nomadi, Baccini e tanti altri. Viene anche citato in due libri di Massimo Carlotto come uno dei grandi del blues.

Fabrizio Poggi ha suonato nelle maggiori capitali europee e in grandi città come Londra e Parigi e nei maggiori festival europei. Numerosi sono stati i suoi tour negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘80.

Si è esibito con grande successo alla Carnegie Hall di New York con Guy Davis, Eric Burdon e Buddy Guy.

Ha suonato sulla Legendary Blues Cruise con Guy Davis, Taj Mahal, Irma Thomas e tanti altri grandi artisti.

Ha tenuto anche diversi concerti lezione alla prestigiosa Berklee Music University di Boston.

Di lui Dan Aykroyd, l’Elwood Blues dei Blues Brothers ha detto che “è un armonicista da paura”. Fabrizio Poggi ha scritto diversi libri sull’ armonica, sul blues e sulla musica folk.





giovedì 26 gennaio 2023

Marco Bernard - “The Boy Who Wouldn't Grow Up”

 


Marco Bernard - “The Boy Who Wouldn't Grow Up”

(63 minuti)

 

I miei commenti ai vari album che mi vengono proposti non hanno uno schema fisso, sono molti i fattori che mi condizionano nelle scelte, ma non ho mai dubbi quando devo scrivere di tutto quanto gira intorno al mondo di The Samurai of Prog.

In questo caso il detentore dell’intero lavoro è Marco Bernard, bassista e cofondatore della band, che si mette in proprio e realizza il suo primo album solista, ispirato - o forse dedicato - a Peter Pan.

Oddio, quando si parla di Bernard e soci l’affermazione “mettersi in proprio” non è proprio la più indicata, perché non sarebbe nello “spirito Samurai” isolarsi e far prevalere l’autarchismo musicale.

E ritorno al mio concetto iniziale, quando scrivo di un “loro” disco - solista, in gruppo o in qualsiasi forma possibile - uso il metodo dell’esposizione capillare, giacché mi piace mettere in risalto tutti i partecipanti di quella che io definisco la multinazionale del prog.

Ma lo spunto nasce sempre in un punto preciso, e questa volta è Bernard che fa scoccare la scintilla e la alimenta attraverso i collaboratori di fiducia, sparsi ovunque per il mondo.

Qualche notizia generica, riassuntiva dell’album.

 


The Boy Who Wouldn't Grow Up” è un concept album di rock progressive che prende per mano gli ascoltatori e li accompagna attraverso un viaggio musicale atto a scrutare la mente di Peter Pan, l'eterno ragazzo, quello che non cresce mai.

L'album esplora i temi della giovinezza, della speranza e della lotta necessaria per aggrapparsi all'innocenza, in un mondo che richiede maturità.

Oltre a trarre ispirazione dalla classica storia di Peter Pan, incorpora l'esperienza dell’autore, della sua crescita e delle difficoltà trovate nell’affrontare le sfide dell'età adulta.

Le influenze vanno dal prog rock del 1970 alla musica sperimentale più moderna, avendo come ulteriore obiettivo quello del trasporto degli ascoltatori in un viaggio sonoro attraverso il tempo, dal passato al presente, e infine in un luogo in cui le giovani speranze e i sogni non devono mai essere lasciati indietro.

Come già sottolineato il gruppo che accompagna Bernard è corposo ed eterogeneo, fatto di compositori e musicisti di grande spessore provenienti da tutto il mondo, che in questa occasione si uniscono e ci regalano una storia significativa, che prova a fondere prog e letteratura classica lasciando sul tavolo elementi di riflessione, legati alla crescita e ai problemi che nascono al passaggio tra infanzia e adolescenza, e poi oltre…


Nell’analisi a seguire ho inserito, in corsivo, il pensiero dell’autore.

Si inizia con lo strumentale “Ouverture”, di Octavio Stampalìa:


Marco Bernard: basso Shuker

Octavio Stampalìa: tastiere

Brody Green: batteria

Steve Hagler: chitarra elettrica

Marc Papeghin: corno francese e tromba

Steve Unruh: flauto e violino


Una musica priva di lirica affida lo suscitare delle emozioni ai soli aspetti sonori, lasciando spazio alla reinterpretazione personale, e questo meraviglioso inizio spinge verso il lato onirico, che permette di raggiungere la piena libertà.

Chiudi gli occhi. Lascia che la tua mente sia libera, lascia che i tuoi pensieri volino senza peso nello spazio vuoto tra memoria e immaginazione. Non aprirli... anche quando tutto il tempo sembra cristallizzarsi in un unico, impossibile, istante. Tieniti forte! È qui che inizia il viaggio verso l'Isola che non c'è.

Un’apertura emozionante, che vede tra i partecipanti tanti nomi conosciuti, e tra questi Steve Unruh, uno dei tre Samurai.


A seguire “Never Never Land”, musica e liriche di Alessandro Di Benedetti:

Marco Bernard: basso Shuker

Alessandro Di Benedetti: tastiere

Ruben Alvarez: chitarra elettrica ed acustica

Kimmo Pörsti: batteria

Sara Traficante: flauto

John Wilkinson: voce 

Neverland è forse solo un miraggio, un desiderio che si è trasformato in sogno. Eppure, è un luogo (o forse sarebbe più appropriato considerarlo un non-luogo) che ognuno di noi ha, più vicino di quanto possiamo immaginare. In effetti, faceva parte del nostro essere quando eravamo solo bambini. Abbiamo imparato a dimenticarcene crescendo. Tieni gli occhi chiusi, e forse sarai in grado di dimenticare di dimenticare, e Neverland accoglierà la tua nuova innocenza.

Entra in gruppo Kimmo Pörsti - altra costola dei TSoP - e il ritmo diventa elemento trainante della traccia, mentre la voce di Wilkinson riesce a caratterizzare il percorso.

Un suono “hammond” molto marcato ci riporta ai fasti prog - e non solo - dei seventies mentre il rock si fonde ad atmosfere sognanti. Non manca il virtuosismo chitarristico di Alvarez, che appare come spina dorsale dell’episodio.


E arriviamo a “The Lost Boys”, con il totale intervento autorale di Mimmo Ferri:

Marco Bernard: Shuker basso Shuker

Mimmo Ferri: tastiere e chitarra addizionale

Beatrice Birardi: xylofono, bongos, tamburino e doumbek

Marc Papeghin: corno francese e tromba

Gennaro Piepoli: chitarra elettrica e acustica

Kimmo Pörsti: batteria

Steve Unruh: voce

Marco Vincini: voce 

Hai ancora gli occhi chiusi? Bene, allora, mi chiedo come puoi leggere questo testo! Ah, certo... gli occhi che tieni chiusi sono quelli della ragione. Gli occhi che leggono queste parole sono quelli della fantasia. Le vostre orecchie, ascoltando tutta questa musica, sono le orecchie dell'immaginazione! Qui, finché manterrai la ragione ben silenziata e ti lasci guidare dall'immaginazione, rimarrai un bambino, e potrai ben dire che sei con i "ragazzi perduti".

Davvero difficile descrivere il contenuto musicale di questa perla che condensa cinquant’anni di stili e visioni, tra rock, classica, prog e ricerca della melodia, caratteristica dell’album probabilmente un DNA legato alle presenze italiane.

Rimbalzo vocale tra Unruh e Vincini, con il ricordo acceso di un mondo progressive che, per chi lo segue, resta un’ancora di salvataggio.

Yes, Gentle Giant, ELP… quanti ricorda ascoltando “The Lost Boys”!

 


The Home Under the Ground” è un’altra creazione italiana, più precisamente di Andrea Pavoni, che firma testo e musica:


Marco Bernard: basso Shuker

Andrea Pavoni: tastiere

Cam Blockland: voce (Peter)

Carmine Capasso: chitarra elettrica

Adam Diderrich: violino

Audrey Lee Harper: voce (Wendy)

Marc Papeghin: corno francese

Daniele Pomo: batteria e percussioni

Steve Unruh: voce (The Lost Boys) 

Tenere gli occhi chiusi è come essere al buio ascoltando le mille voci della nostra infanzia. Ricordate tutta la spensieratezza? Guardare! (sempre tenendo gli occhi chiusi, per favore!) Non vedete anche quell'albero, proprio nel mezzo di questa stanza sotterranea? Ti ricordi quanto sembrava lungo un giorno e come il numero di giorni sembrava non avere fine? Tutto sembrava possibile. Tutto. Anche volando. Tutti noi, da bambini, sapevamo volare. Ed ora? Non aprire gli occhi! Tenere la luce spenta. Concentrarsi. Nell'oscurità, non ti senti come se stessi volando?

Una suite? Un mini-musical? Dieci minuti di intrecci vocali (tre singer, ognuno recitante una parte) per un racconto di una bellezza rara, la miscela tra rock e opera che rinfresca le idee su quali siano gli stilemi - almeno alcuni - del prog, quello basato sulla più completa libertà espressiva possibile. E poi, senza entrare in profondità e soffermandosi sugli aspetti estetici, il pezzo dovrebbe colpire in modo trasversale, dimenticando la voglia di incasellare la musica.


E arriviamo a “The Pirate Ship (Hook or Me)”, musica e liriche di Marco Grieco:

Marco Bernard: basso Shuker “JJ Burnel”

Marco Grieco: tastiere e cori

Matthew Parmenter: voce

Hans Jörg Schmitz: batteria

Marcel Singor: chitarra elettrica

Sara Traficante: flauto 

Diavolo! C'è un gancio che prova ogni trucco per afferrare le palpebre e farti aprire gli occhi! L'uomo che ha quel gancio, invece di una mano, è sul ponte di una nave pirata. Se ti coglie, ti farà fare un tuffo nel mare della concretezza! Forse è stato il primo ad affrontare tutti gli incubi che hanno preso forma, più reali della realtà, trasformandosi in un coccodrillo e mangiandosi la mano! Sarai in grado di rimanere giovane per sempre? Sarai in grado di tenere gli occhi chiusi mentre Capitan Uncino ti insegue per ricordarti quanto può essere terribile la vita?

Un'altra traccia impegnativa - e lunga - una sorta di dialogo condito da numerosi cambi di scena e da un ritornello che pone un quesito realistico e “preoccupante”:

Do you really hope to stay young forever?

Musicalmente parlando emozionante, carica di virtuosismo strumentale, con l’idea di essere al cospetto di una creazione completa, a sé stante.

 


The Return Home” è un altro strumentale “inventato” da Oliviero Lacagnina.

Marco Bernard: basso Shuker

Oliviero Lacagnina: tastiere

Marek Arnold: sax

Adam Diderrich: violino

Rafael Pacha: chitarra classica

Marc Papeghin: corno francese e tromba

Charles Plogman: chitarra elettrica

Riccardo Spilli: batteria

Sara Traficante: flauto 

Ogni viaggio ha un inizio e una fine, una partenza e un ritorno. Quando viaggiamo - soprattutto sulle ali dell'immaginazione - non sono i luoghi che cambiano, ma piuttosto noi, che li percepiamo in modo diverso. E così, quando torniamo a casa, la troviamo diversa. Gli oggetti fisici non sono realmente cambiati in nostra assenza, e le persone hanno continuato ad abitare la nostra casa, proprio come prima. Eppure, ci sembrano diversi. Tutto sembra diverso. Forse perché il viaggio ci ha cambiato? No, non cedere alla tentazione di aprire gli occhi... non ancora. Hai un ultimo piccolo grande passo da fare, ora che sei tornato a casa. 


E vai a spiegare al nuovo che avanza che esiste musica di questo spessore!

Lacagnina miscela le competenze classiche e la sua vena - da sempre - prog, e il risultato è un estratto del concetto di “bellezza musicale”, che si ottiene solo quando le idee brillanti vengono utilizzate da protagonisti eccelsi.

Difficile da spiegare a parole, qui ci vorrebbe un ascolto!

 


L’album si chiude con “Lunar Boy”, musica e testo di Marco Grieco (ispirata da “Asylum”, di Giorgio Mastrosanti) 

Marco Bernard: basso Shuker

Marco Grieco: tastiere, chitarra elettrica e cori

Giorgio Mastrosanti: chitatta Telecaster

Kimmo Pörsti: batteria e percussioni

Juhani Nisula: chitarra elettrica

Bo-Anders Sandström: voce

Steve Unruh: violin elettrico 

Ora, prima di aprire gli occhi, pensa: ti diranno che sei un "ragazzo lunare"; sopra le righe, con la testa tra le nuvole - o con le nuvole nella testa. Ti diranno che credi ancora nelle fiabe e insegui ancora i sogni. Diranno che sembri non essere mai cresciuto! Sei pronto a sopportare tutto questo? Sei pronto ad accettare il cambiamento che questo viaggio, queste parole, questa musica, hanno causato in te? Sei pronto ad essere orgoglioso di trascorrere una vita impegnata a realizzare i tuoi sogni? Sei pronto? Buono. Poi, quando questa musica sarà finita, solo allora, aprirai gli occhi. E vola, ragazzo lunare. La vita ti aspetta. 

Un inizio da ballad, da motivetto orecchiabile, usato come introduzione per dare il via ad un nuovo turbinio di emozioni; un’altra lunga traccia che contiene tutto ciò che si può chiedere alla qualità sonora, tra melodia e difficoltà di esecuzione, tra atmosfere sinfoniche e rock.

Sono molto soddisfatto di questo nuovo album, come capita sempre quando ascolto il filone Bernard and friends, ma a differenza di altre volte - in cui era necessario un tempo di metabolizzazione, i soliti due/tre ascolti - in questo caso è bastato un primo passaggio per catturare - o meglio farmi catturare - il disco nel suo insieme.

Non manca nulla, tutto adatto e centrato per il pubblico appassionato del genere, con una buona propensione all’uso didattico, visto il messaggio che Bernard propone.

Ma la bellezza non ha coordinate precise, e penso che “The Boy Who Wouldn't Grow Up” possa essere “utilizzato” da un pubblico trasversale, a patto che sia dotato di curiosità e apertura mentale.

Musicisti stratosferici, modus operandi aiutato dalla tecnologia, risultato fantastico.

Grafica unica!

 


TRACKLIST:

01 Overture

02 Never Never Land

03 The Lost Boys

04 The Home Under the Ground

05 The Pirate Ship (Hook or Me)

06 The Return Home

07 Lunar Boy

 

Registrato nel 2022

 

Prodotto da Marco Bernard e Kimmo Pörsti

Mixato e masterizzato da Kimmo Pörsti

 

Musicisti ospiti e compositori:

Marco Grieco

Octavio Stampalìa

Alessandro Di Benedetti

Mimmo Ferri

Andrea Pavoni

Oliviero Lacagnina

Brody Green

Steve Hagler

Marc Papeghin

Steve Unruh

Ruben Alvarez

Sara Traficante

John Wilkinson

Beatrice Birardi

Gennaro Piepoli

Marco Vincini

Cam Blockland

Carmine Capasso

Adam Diderrich

Audrey Lee Harper

Daniele Pomo

Matthew Parmenter

Hans Jörg Schmitz

Marcel Singor

Marek Arnold

Rafael Pacha

Charles Plogman

Riccardo Spilli

Giorgio Mastrosanti

Juhani Nisula

Bo-Anders Sandström

 

Artwork: Ed Unitsky

Video: Ted Ollikkala




martedì 24 gennaio 2023

Nel gennaio del 1980 chiudevano i Morgan Studios di Londra


Nel gennaio del 1980 chiudevano i Morgan Studios di Londra, i primi in UK ad avere un mixer con 24 piste.

In quel luogo furono registrati album entrati nella storia del rock

 

Un po’ di storia…

Il Morgan Studios (fondato come Morgan Sound Studios) fu uno studio di registrazione indipendente sito a Willesden, nel nord-ovest di Londra. Fondato nel 1967, è stato il luogo usato per le registrazioni di artisti importanti come Jethro Tull, The Kinks, Paul McCartney, Yes, Black Sabbath, Donovan, Joan Armatrading, Cat Stevens, Rod Stewart, UFO e molti altri.

Glu Studi nacquero per opera di Barry Morgan, Monty Babson, Jerry Allen e Leon Clavert, che gestivano un'etichetta discografica jazz ai Lansdowne Studios e volevano uno spazio ufficio dedicato per la loro label.

Dopo essersi assicurati una posizione al 169-171 di High Road, nella zona di Willesden, nel nord-ovest di Londra, decisero di costruire anche uno studio di registrazione. Per la gestione tecnica assunsero l'ex ingegnere degli Olympic Studios Terry Brown, che nominò un altro ex "alunno" degli Olympic Studios, Andy Johns come ingegnere capo. Lavorò alla Morgan come assistente ingegnere anche Roy Thomas Baker, che in seguito avrebbe raggiunto la fama come ingegnere e produttore ai Trident Studios.

Brown sapeva che Clive Green stava progettando una nuova console di missaggio per i Lansdowne Studios e chiese se potesse acquistare il design. Green invece scelse di costruire la console da solo, con conseguente fondazione del produttore di console di mixaggio Cadac Electronics. La prima Cadac - una console split a 8 canali cablata a mano, personalizzata con ingressi e uscite bilanciati senza trasformatore - fu installata proprio presso i Morgan Studios.

Morgan Studios inizialmente operava con una sala live di dimensioni modeste - 36 m2 - e una sala di controllo di 15 m2, con un registratore Scully da 1 pollice a 8 tracce e registratori Ampex a 2 tracce e 4 rack. Gli studi avevano anche un pianoforte a coda Steinway e un organo Hammond.

Nel 1969, un nuovo e più grande Studio 1 fu costruito al piano superiore, con quello originale ribattezzato Studio 2. Il nuovo studio fu dotato di una console di missaggio Cadac modulare 24x16, un registratore 3M a 16 tracce e uno Studer A80 a 2 tracce.

Lo stesso anno, quattro dei dipendenti, tra cui il fondatore Barry Morgan, il tastierista Roger Coulam, il chitarrista Alan Parker e il bassista Herbie Flowers, unirono le forze con i cantanti Roger Cook e Madeline Bell per formare il gruppo pop britannico Blue Mink.

Nel 1972, Morgan aprì uno Studio 3 significativamente più grande al piano terra di un edificio dall'altra parte della strada, equipaggiandolo con una console Cadac 24x24 e un registratore 3M M79 a 24 tracce.

Nel 1974, Morgan acquistò un'altra proprietà dietro l'angolo per aprire lo Studio 4, il più grande dei Morgan. Dotato di una console di missaggio Cadac 28x24, lo Studio 4 ebbe anche la particolarità di essere il destinatario del primo registratore a nastro Ampex a 24 tracce in Inghilterra (anche se fu successivamente sostituito da uno Studer A80).

Ciascuna delle sale di controllo di Morgan aveva 3 riverberi a piastre EMT, 2 limitatori Pye e 2 limitatori UREI. Gli studi di Morgan utilizzavano anche microfoni Neumann U47 e U67.

Nel 1980, Morgan Studios 3 e 4 furono venduti al gruppo Zomba e divennero Battery Studios. Nel 1984, i Morgan Studios 1 e 2 furono venduti a Robin Millar e rinominati Power Plant Studios, che chiusero 6 anni dopo. 

Aprile 1969: i Jethro Tull registrano il loro secondo album, Stand Up e, in quegli stessi giorni, il singolo - ritmo di 5/4 introdotto dal basso, diventato poi uno dei brani più noti del gruppo - Living in the Past, che uscirà il mese seguente (sul retro, Driving Song). Le registrazioni hanno luogo presso la nuova sede dei Morgan Studios di 169-171 High Road, Willesden, nel nord-ovest di Londra. Nello stesso edificio, come si può vedere nel video, c’erano stati prima i Grosvenor Studios. 


Impossibile stabilire se il giornalista francese fosse davvero personalmente presente o se il servizio era un originale inglese poi “ripassato” in salsa d’oltralpe. Anche se la sincronia suono/immagini non è perfetta, il video della registrazione originale di quel brano e Ian (a quei tempi un vero chain smoker,) che suona il flauto con la sigaretta tra le dita della mano sinistra è da JT videoteca.



CHI HA REGISTRATO AI MORGAN STUDIOS





lunedì 23 gennaio 2023

Un pò di storia dei Blue Mink

 


Blue Mink é stato un gruppo pop britannico attivo dal 1969 al 1977. In quel periodo realizzarono sei singoli di successo Top 20 nella UK Singles Chart, e pubblicarono cinque album in studio. 

Roger Coulam (tastiere) formò la band nell'autunno del 1969, con Madeline Bell (cantante), Roger Cook (cantante), Alan Parker (chitarrista), Herbie Flowers (bassista) e Barry Morgan (batterista). La maggior parte delle canzoni furono scritte da Cook e Roger Greenaway. Flowers, Morgan e Parker erano stati “compagni” di Coulam ai Morgan Studios di Londra.

I quattro registrarono diverse basi musicali, con le quali Coulam avvicinò a Bell e Greenaway (che era stato la metà del gruppo “David e Jonathan”), come cantanti. Greenaway rifiutò, ma propose Cook (l'altra metà di “David e Jonathan”).

Il singolo di debutto della band, "Melting Pot", scritto da Cook e Greenaway, fu registrato con questa formazione e pubblicato il 31 ottobre 1969 dall'etichetta Philips (catalogo BF1818), con il lato B "Blue Mink" (scritto da Alan Parker); raggiunse la posizione numero 3 nella UK Singles Chart. 

Una cover americana intitolata "People Are Together" del cantante soul Mickey Murray si rivelò troppo radicale per la radio americana e non riuscì ad ottenere alcun airplay significativo. Un album con lo stesso nome fu pubblicato all'inizio del 1970, contemporaneamente al secondo singolo, "Good Morning Freedom", che raggiunse il numero 10 in classifica. La traccia non è presente nella prima versione dell'LP, ma è stata aggiunta alle edizioni successive.

 

I membri continuarono con il loro lavoro di sessione nonostante il successo della band. Nel marzo 1970, Cook, Bell, Parker e Morgan apparvero nell'omonimo secondo album solista di Elton John, che reinterpretò "Good Morning Freedom" (scritta da Albert Hammond) in forma anonima nella compilation della Deacon Records Pick of the Pops. In aprile, Cook e Greenaway suonarono brevemente nei Currant Kraze, e insieme continuarono a scrivere canzoni come "You've Got Your Troubles", "I've Got You on My Mind" e "I'd Like to Teach the World to Sing". Altri progetti collaterali includevano: il coinvolgimento della band di Parker The Congregation; i contributi di Herbie Flowers all'album “Transformer” di Lou Reed; il coinvolgimento di Flowers, Morgan e Parker nelle sessioni con Pete Atkin nel marzo 1971, che in seguito apparvero nel suo album “Driving Through Mythical America”.

 


Il secondo album della band e il loro terzo singolo pubblicato dalla Philips nel settembre 1970 furono intitolati “Our World” (l'album fu pubblicato come “Real Mink” negli Stati Uniti). Il successivo singolo pubblicato dalla band fu "The Banner Man" su Regal Zonophone nella primavera del 1971. Raggiunse la posizione numero 3 nella classifica britannica, eguagliando il successo del singolo di debutto, e notevole fu l'uso di una banda di ottoni. 

Gli altri progetti dei membri ebbero la priorità fino al gennaio 1972, quando i Blue Mink suonarono due settimane al nightclub The Talk of the Town di Londra. Le registrazioni di questo impegno furono pubblicate in marzo come album “Live at the Talk of the Town” contemporaneamente all'album in studio “A Time of Change”.

Ray Cooper (batteria) e Ann Odell (tastiere) si unirono alla band quell'estate e suonarono nel singolo "Stay With Me" co-scritto da Herbie Flowers, che raggiunse la posizione numero 11 nel novembre 1972. All'epoca del quarto album dei Blue Mink, “Only When I Laugh”, il glam rock stava soppiantando il suono pop più leggero degli anni precedenti. Il singolo associato, "By The Devil (I WasTempted)", scritto da Guy Fletcher e Doug Flett, raggiunse solo la posizione numero 26 e il singolo Top 10 "Randy" nel giugno 1973 fu il loro ultimo successo. Il loro ultimo album, “Fruity”, (gennaio 1974) e i singoli "Quackers" (gennaio 1974) e "Get Up" (luglio 1974) fallirono, e la band si sciolse quell'autunno dopo un tour d'addio negli Stati Uniti.

Elton John era tra le celebrità presenti a dire addio, presentando la band sul palco del The Troubadour di Los Angeles.

La band si riformò nel 1976 con Mike Moran. Registrarono alcuni singoli con l'etichetta Target Records che era di proprietà di Cook e Greenaway. Il più noto dei loro tre album è stato "Where Were You Today", scritto da Greenaway e Dundas, precedentemente "Come and C & A", un jingle pubblicitario televisivo e radiofonico per il grande magazzino C & A. Quando Capital Radio, una delle prime due stazioni radio locali indipendenti del Regno Unito, andò in onda a Londra nel 1973, i jingle identitari della stazione furono scritti da Cook e Greenaway, eseguiti da Blue Mink e orchestrati da George Martin. Madeline Bell aveva anche cantato i jingle originali per Radio Caroline, la stazione pirata offshore che andò in onda per la prima volta nel 1964, alla fine sfidando con successo il monopolio della BBC delle trasmissioni radiofoniche britanniche.

Dopo lo scioglimento della band, ognuno dei membri ha mantenuto una presenza nel mondo della session musicianship e del songwriting.  I Rimshots reinterpretarono "Get Up" dei Blue Mink, ribattezzata come singolo disco "7-6-5-4-3-2-1 (Blow Your Whistle)" nel 1976, ed ebbero un successo. Nel 1994, Cook, Bell e Flowers si riunirono per una versione televisiva del loro successo "Melting Pot" nello show di Michael Barrymore.