martedì 3 febbraio 2026

3 febbraio 1959: il giorno in cui la musica morì


La Nascita di una Leggenda: "The Day the Music Died"


Clear Lake, Iowa. — L'orologio segnava l'una di notte del 3 febbraio 1959 quando la storia del rock'n'roll cambiò per sempre in un remoto campo innevato dell'Iowa. Un piccolo aereo da turismo, un Beechcraft Bonanza, precipitò pochi minuti dopo il decollo dall'aeroporto di Mason City, portando con sé le vite di tre delle stelle più brillanti e promettenti della musica americana: Buddy Holly (22 anni), Ritchie Valens (17 anni) e J.P. "The Big Bopper" Richardson (28 anni), oltre al pilota Roger Peterson (21 anni).

La tragedia è passata alla storia come "The Day the Music Died" (Il giorno in cui la musica morì), un'espressione immortalata dal cantautore Don McLean nel suo celebre brano del 1971, "American Pie".

McLean, all'epoca un ragazzino tredicenne che consegnava giornali, fu colpito nel profondo quando lesse il titolo in prima pagina. "Ricordo che non piansi quando lessi della sua sposa rimasta vedova, ma qualcosa mi toccò nel profondo: il giorno in cui la musica morì," recita il testo. Per McLean, la morte di Holly—l'artista che incarnava la speranza e l'innocenza del primo rock'n'roll—rappresentò simbolicamente la fine di un sogno americano.

I tre artisti erano nel bel mezzo di un estenuante tour chiamato "Winter Dance Party", reso infernale dalle temperature gelide e da un bus tour inaffidabile e privo di riscaldamento. Dopo lo spettacolo alla Surf Ballroom di Clear Lake, la frustrazione per le condizioni di viaggio spinse Buddy Holly a noleggiare un aereo charter per sé e due membri della sua band.

Le decisioni prese nei momenti che precedettero il decollo sono entrate nella leggenda.

Il bassista di Holly, Waylon Jennings (che sarebbe diventato una star del country), cedette il suo posto a J.P. "The Big Bopper" Richardson, febbricitante per l'influenza. Ritchie Valens vinse il suo posto in un fatidico lancio di moneta contro il chitarrista Tommy Allsup.

Prima di separarsi, ci fu un drammatico e leggero scambio di battute tra Buddy Holly e Waylon Jennings. Quando Holly scherzò dicendo: "Spero che il vostro vecchio bus si congeli!", Jennings rispose con una battuta che lo avrebbe perseguitato per il resto della vita: "E io spero che il tuo vecchio aereo si schianti!".

Pochi minuti dopo, il Beechcraft Bonanza si alzò in volo nella fitta tormenta di neve. Pochi istanti dopo, il pilota Roger Peterson, perso il controllo per la mancanza di visibilità e l'inesperienza nel volo strumentale, si schiantò in un campo di grano, uccidendo istantaneamente tutti e quattro gli occupanti.

La tragedia ebbe immediate e dolorose ripercussioni personali. Maria Elena Holly, la giovanissima moglie di Buddy, apprese la devastante notizia non da un funzionario o un familiare, ma dai notiziari radiofonici e dai giornali – lo stesso tipo di notizia che il giovane Don McLean stava consegnando.

Maria Elena era incinta, e lo shock di apprendere la morte del marito in quel modo brutale la portò a un aborto spontaneo il giorno successivo. Profondamente traumatizzata, non partecipò neanche al funerale del marito.

La sofferenza e il trauma subiti dalla vedova Holly a causa della diffusione prematura della notizia portarono le autorità, nei mesi successivi all'incidente, a implementare una sorta di "codice etico" non ufficiale, o politica, per cui le forze dell'ordine e i media avrebbero dovuto astenersi dal pubblicare i nomi delle vittime di incidenti in attesa che i familiari venissero informati direttamente. Un cambiamento nella prassi giornalistica nato, tragicamente, dal dolore di una giovane donna.

Nonostante la perdita e il trauma, la musica di Holly, Valens e Richardson è sopravvissuta, consegnata all'immortalità come un simbolo eterno di talento spezzato troppo presto.









I Genesis a Torino il “03.02.1974”: il mio sbiadito ricordo da adolescente

 

Era il mese di febbraio dell’anno di grazia 1974, più precisamente il giorno 3.

Per gli italiani antichi, amanti dei Genesis e della musica di quei giorni, è meglio segnalare la data con la cifra numerata: “03.02.1974”, più facile da abbinare al concerto torinese in cui la band inglese propose “Selling England by the Pound”.

Ho ricordi lontani legati alla mia adolescenza, ma sono rimaste tracce che mai si cancelleranno e che cercherò di delineare.

Il concerto era previsto per le ore 18, al Palasport di Torino. I miei 17 anni suonati mi davano la possibilità di una concessione genitoriale, nonostante dopo poche ore mi aspettasse la scuola. Non ricordavo esattamente che giorno fosse, ma avevo ben nitido il monito dei miei genitori che mi esortavano a tornare velocemente a casa, perché il giorno dopo avrei avuto lezione. Una rapida ricerca su internet mi ha chiarito le idee sulla data: era domenica.

Conoscevo già molto bene “Selling England by the Pound”, “oggetto” promozionale del tour, album uscito da pochi mesi.

Credo sia interessante mettere in rilievo come la musica “nobile” di quel tempo, anche se il fenomeno si sarebbe poi rivelato di breve durata, fosse una fantastica malattia contagiosa. I tempi sono cambiati e certe rappresentazioni si vivono con maggior distacco, perché rientrano nella sfera della normalità, ma in quei giorni era possibile una mobilitazione generale per un evento musicale che, nel mio caso, avveniva a 150 km di distanza da percorrere in treno, di sera, con ritorno notturno. Il quartiere in cui sono nato e in cui abitavo, si chiama Santa Rita, e avrà contato una trentina di persone con età simile alla mia, e una buona parte di quelle anime si ritrovò al Palasport di Torino. 

In piedi da sx: Luciano Rizzo, Ermanno Falcone e Guido Ciurli)
Seconda fila da sx: Paolo Macchia, Claudio Manfredi e Sergio Torrengo)
In basso da sx Athos Enrile, Dario Piccinini e Emanuele Iran
Fotografia di Tiziano Baeli, che si è sacrificato e non compare!

La stazione di Savona era poi il punto di riferimento in cui si raccoglievano i ragazzi che arrivavano dai paesi periferici e tra le immagini confuse rimaste in testa, una riguarda un gruppo molto nutrito di giovani, tutti visi conosciuti, magari amici degli amici, tutti con lo stesso obiettivo.

Non ricordo nulla dei discorsi dell’andata, ma posso immaginare l’argomento.

La picture che segue è relativa al palco e a un fiume umano, che probabilmente mi parve tale perché messo in relazione al pubblico pomeridiano del genovese Teatro Alcione che normalmente frequentavo.

Sicuramente lo spazio non era adeguato all’evento, perché ricordo molti ragazzi lamentarsi all’esterno per l’impossibilità di trovare un biglietto.

Forse nacque anche qualche tafferuglio, ma non ne sono certo.

L’immagine successiva è quella di Peter Gabriel che compare con uno dei suoi abiti spettacolari e presenta l’enorme vuoto di capelli nella parte centrale della testa, una sorta di “riga ampliata”, come era solito fare in quel periodo.

Non sono in grado di ricordare la set list (che ho recuperato dalla rete e propongo a seguire), ma ricordo con estrema chiarezza un forte brivido che mi percorse la schiena, lo stesso che ho sentito le volte successive in cui ho ascoltato Steve Hackett proporre i Genesis - quindi anni 2000 - performance che per un attimo mi ha fatto tornare indietro a quel lontano ’74, quando partì il piano di “Firth or Fifth”.

E poi mi appare il vuoto sugli elementi oggettivi, ma rimane l’eccitazione, la partecipazione, la sensazione, già allora, di aver preso parte a qualcosa di storico. Negli anni a seguire, quel tour sarà ricordato come l’ultimo, vero, dei Genesis targati Gabriel.

Faccio estrema fatica ad andare oltre con la memoria, ma ho bene in mente come, nei giorni a seguire, l’argomento principe di quei ragazzi di Santa Rita, che vivevano a pane e CIAO 2001, fosse la rivisitazione dell’esperienza vissuta.

In alto da sx Luciano Rizzo e Ermanno Falcone
In basso da sx Emanuele Iran, Dario Piccinini, Paolo Macchia, Athos Enrile e Guido Ciurli
Fotografia di Tiziano Baeli, che si è sacrificato e non compare!


Esperienza simile ma che costò molto cara ad elementi del nostro gruppo, l'anno successivo (tour di "The Lamb...") quando qualche “bravo ragazzo” si fermò in stazione sino a notte inoltrata e compì qualche sciocchezza (prelievo di giornali impacchettati, in attesa di essere smistati). Cose tutto sommato innocenti, ma che ebbero importanti implicazioni giudiziarie.

Mai avrei pensato che, a distanza di una quarantina di anni, avrei conosciuto e intervistato su di un palco Steve Hackett!

 


SET LIST 

Watcher of the Skies

Dancing with the Moonlit Knight

The Cinema Show

I Know what I Like

Firth of Fifth

The Musical Box

More Fool me

The Battle of Epping Forest

Supper's Ready

Bis: The Knife


Un mio caro amico e compagno di concerti, nonché batterista del nostro primo gruppo, Paolo Macchia, ha conservato il biglietto che io ho perso chissà dove.

Mi sembra un bel modo per tornare sull’evento.





Scrive Paolo Barotto...

"Il manifesto che si vede nella foto venne fatto dallo studio virus; l'artista che lo disegnò all'epoca mi ha venduto il quadro in copia unica".





Melanie-Carnegie Hall, New York, 3 febbraio 1970


Carnegie Hall, New York, 3 febbraio 1970


Più che un love-in hippie sembrava la terapia dell’urlo primordiale stile John Lennon

Melanie era la principessa della lacrima facile del flower power, la prima ragazzina hippie in crisi di indentità. Contemporanea di Carole Kink, Carly Simon e Joni Mitchell, era spiritualmente più affine a Kurt Cobain: canzoni d’amore, sconfitta e solitudine, canzoni che da delicate diventavano rumorose, da tragiche diventavano trascendentali nel giro di pochi secondi, canzoni strimpellate con l’implacabile ferocia di una punk. Piccola di statura, dotata di una voce deliziosa, per nulla in sintonia con le buone maniere e la moderazione post hippie, Melanie non teneva nascosto nulla.

Presente a quasi tutti i più importanti festival rock, Melanie poteva contare su un fedele seguito di fan adoranti che la consideravano un faro solitario dell’innocenza e sincerità della “Love Generation”.
Alla Carnagie Hall, “nel luogo dove sono cresciuta”, e in occasione del suo ventitreesimo compleanno, il pubblico svolse un ruolo più che decisivo nel denudamento rituale dell’anima post psichedelica. Fu una notte di silenzi in cui si poteva sentir cadere uno spillo, e di invasioni di palco, di monologhi impudichi e di risate timide. A un certo punto, proprio mentre le richieste della platea per questa o quella canzone diventavano sempre più pressanti e isteriche, una voce solitaria si fece largo fra le altre;” Canta quello che vuoi!”
Presa coscienza della propria insensibilità, la folla approvò con un potente “!”.
Proprio a causa di quel seguito adorante, Melanie aveva ricevuto accuse di banalità artistica (le stesse rivolte in Gran Bretagna ai T. Rex) solo in parte giustificate. 
Accanto alle canzoncine da battimani ritmico come “I Don’t Eat Animals e Psychotherapy”, ce n’erano altre che corrispondevano perfettamente alla dichiarazione di principio enunciata nei versi di Tuning MyGuitar: “Canterò la vita che vivo/e cercherò di alleviare il dolore di quelli intorno a me…”
Se si vuole parlare di catarsi musicale, allora sarà difficile trovare qualcosa di più catartico dei quattro palpitanti brani che aprirono il concerto alla Carnagie Hall: Close To It All, Uptown and Down, Mama Mama e The Saddest Thing. Ma fu con Tuning My Guitar che toccò vette epiche in grado di fare impallidire Judy Garland. “Non mi importa chi sei tu”, urlò a un certo punto Melanie nel corso di quella straordinaria esibizione immortalata nell’album Leftover Wine.







lunedì 2 febbraio 2026

Graham Nash e Sid Vicious... quale il legame?


Il 2 febbraio accomuna due persone pubbliche, una ancora viva e l’altra scomparsa da tempo. Ho difficoltà nell’inquadrarli entrambi nella sfera musicale perché, mentre Graham Nash fa parte di diritto della storia della musica rock angloamericana, Sid Vicious del musicista non aveva molto, anzi, credo che non avesse idea di come si suonasse il basso o di come si usasse l’ugola per cantare. Eppure, appena si nomina “Sid”, le opzioni sono due… Barret o Vicious… e spero sarò perdonato per l’accostamento blasfemo.

Nash compie oggi gli anni, continua a dedicarsi  all'amore di una vita.
Inglese, grande musicista, grande voce, spicca presto il volo oltreoceano e da lì contribuisce alla costruzione di un pilastro su cui si è retta, e ancora oggi si regge, la musica della West Coast. 
Il mio ricordo più significativo è quello legato al festival di Woodstoock, dove appresi la magia dell’intreccio tra un caleidoscopio di voci e un manipolo di chitarre acustiche, con semi di sano rock ad invadere i binari creati da CSN&Y.
Non posso dire di avere delle rimembranze di Sid Vicious, non avendo mai amato né il genere punk, né le idee che guidavano il movimento.
Mi sono sforzato, in passato, di saperne di più su Vicious, per una sorta di morbosa curiosità che mi avvicina alle “cose andate a finire male”. Ho persino cercato di vedere “Sid & Nancy”, il film che parla di due vite disperate finite nell’unico modo possibile. Non sono riuscito ad arrivare alla fine, perché la violenza di certi atti, di certi comportamenti autodistruttivi (e l’impossibilità di capirli), mi ha impedito una visione completa. Davvero una (parziale) esperienza dolorosa la mia.
Tuttavia Sid Vicious è esistito e ha avuto ruolo rilevante come personaggio pubblico, seppure negativo, e oggi lo ricordo in parallelo a Graham Nash, nato il 2 febbraio (del 1942), stesso giorno in cui Sid Vicious moriva (ma nel 1979), a nemmeno 22 anni.


Un po’ di storia.

Graham William Nash nasce a Blackpool, il due febbraio del 1942.
Alla fine degli ‘60 è uno membri principali del gruppo pop-rock The Hollies, all'epoca fra i più conosciuti del panorama musicale inglese. Nonostante fosse l'autore di gran parte dei brani della band, raramente ne fu anche cantante. Nel 1968, dopo un viaggio negli USA, iniziò in compagnia di David Crosby l’utilizzo delle prime droghe. Successivamente lasciò gli Hollies per formare con Crosby e Stills un nuovo gruppo che inizialmente fu un trio e successivamente, con l'apporto di Neil Young, si trasformò nel quartetto CSN&Y, uno dei più apprezzati gruppi del panorama rock mondiale. 


Graham Nash, soprannominato dai compagni di gruppo Willy, fu descritto come il collante che teneva unita la loro fragile alleanza. Una prova ne è l'aiuto spassionato da lui dato al suo amico Crosby, quando quest'ultimo fu sopraffatto dalla dipendenza da droga. La carriera solista di Graham Nash è stata spesso interrotta da riunioni col supergruppo; nelle sue opere soliste si denota, comunque, un amore per la melodia e le ballate, e anche nelle sperimentazioni più orientate al Jazz o all'elettronica, Nash non si allontana da uno stile tipicamente pop. La militanza politica di Nash si accentua dopo l'incontro con Crosby e Stills, e fra i suoi brani di quel periodo spiccano i temi legati all'antimilitarismo (Military Madness) e al sociale (Chicago -We Can Change the World e Immigration Man cantata in duo con David Crosby). Nash prese la cittadinanza statunitense il 14 agosto del 1978. Nel 1979 è stato fra i fondatori di Musicians United for Safe Energy; nel 2005 ha collaborato con i norvegesi A-ha per le canzoni Over the Treetops e Cosy Prisons. Nel 2006 Nash ha collaborato con David Gilmour e David Crosby nella title track del terzo album solista di Gilmour, On an Island, che raggiunse il numero uno nelle classifiche inglesi.


Simon Ritchie nasce il 10 maggio del 1957 in Inghilterra, e vive la sua adolescenza a Londra, lasciando la scuola all'età di 15 anni. Il soprannome Sid gli fu dato dall'amico Rotten quando un criceto (chiamato, appunto, Sid) lo morse a un dito, mentre Vicious gli venne attribuito per il suo atteggiamento (vicious in inglese significa "depravato", "cattivo"). Sebbene inizi la sua carriera di musicista come batterista, diventa famoso nell'industria discografica come bassista, ruolo che ricopre quando nel febbraio del 1977 si unisce ai Sex Pistols (Sid era un amico di Johnny Rotten, come detto), una band che da qualche mese va di moda tra i giovani inglesi, soprattutto per via della violenza e della trasgressione che caratterizzano ogni sua esibizione (cose piuttosto nuove per l'epoca - molti lavori della band vengono censurati in Gran Bretagna - e viste con disgusto dalla gente "comune"). E non ci poteva essere band più adatta, dato che queste caratteristiche rispecchiano in pieno il modo d'essere di Sid, che nel frattempo ha conosciuto ed ha iniziato una storia d'amore con Nancy Laura Spungen, una ragazza conosciuta a Londra. Nancy, figlia di Franklin (un benestante imprenditore di Filadelfia, negli Stai Uniti) e Deborah Spungen (una donna con un passato da tossicodipendente), fin da piccola ha avuto grossi problemi di salute (fisica e mentale), e a 15 anni era già tossicodipendente da eroina: questa condizione l'ha portata a tentare il suicidio più volte, e a lavorare come prostituta per qualche tempo a Londra. 


E' proprio lei inoltre che spinge Sid ad assumere in dosi sempre più massicce eroina ed altre droghe pesanti e non. Quando, nel gennaio del '78, i Sex Pistols si sciolgono, Sid (dopo essere stato ricoverato il 20 per un overdose sul volo Los Angeles-New York) inizia a vivere a New York (dove lo ha raggiunto anche Nancy) e registra da solista una famosa cover di "My Way" di Frank Sinatra. Il 15 agosto del '77 effettua uno show d'addio a Londra (con Matlock, il ragazzo che ha sostituito quando si è unito ai Sex Pistols, al basso e Nancy ai cori, tra gli altri), prima di iniziare a vivere con Nancy al Chelsea Hotel, famoso alloggio situato sulla Ventitreesima Strada a New York, dove la loro relazione assume una piega sempre più tempestosa: i due, sin da piccoli, hanno avuto sempre dei problemi e questo si riflette sulla loro storia, che spesso assume tratti violenti. Alle 10 e tre quarti della mattina del 12 ottobre del '78 la polizia, chiamata dal portiere dell'hotel a sua volta avvertito dallo stesso Sid, entra nella loro camera al primo piano, la numero 100 (una camera da 30 dollari a notte), trovando Nancy in bagno in un lago di sangue, morta di una singola coltellata nel basso addome, inflittagli da Sid verso le 7 della stessa mattina. Avrebbe compiuto 21 anni il 27 febbraio dell'anno successivo. Sid, ancora sotto l'effetto delle droghe (così come Nancy quando è morta), nel primo pomeriggio viene arrestato per omicidio di secondo grado (il più grave nell'uccisione di un civile), visto che l'arma del delitto (un coltello con una lama da 5 pollici, regalatogli da Nancy il giorno prima) si trova ancora insanguinato nella camera e riporta le impronte di Sid. Intanto sua madre, Anne Beverley, lo ha raggiunto per stare con lui che viene rilasciato il 16 dietro una cauzione di 50.000 dollari pagata dalla Virgin. Sid nelle successive due settimane tenta due volte il suicidio, aumentando i sospetti che l'uccisione di Nancy sia stato un patto di suicidio tra i due fallito. Il 9 dicembre, mentre è in città con la sua nuova fidanzata Michelle Robinson, ha una disputa con il fratello di Patti Smith, Todd, e lo ferisce al viso con una i cocci di una bottiglia. Torna così in carcere, dove resta fino al primo febbraio del '79: il giorno stesso, per festeggiare il rilascio, si reca con madre e amici nell'appartamento di un amico a Greenwich Village. Nonostante in carcere sia stato sotto trattamento di disintossicazione, Sid assume una dose di eroina compratagli da sua madre stessa per il timore che lo arrestino nuovamente mentre compra la droga per strada. Sid si sente male, ma si addormenta. Nel mezzo della notte del 2 febbraio si sveglia, trova un po' di eroina nella borsa della madre, la prende e si addormenta nuovamente, non svegliandosi più. Non ha nemmeno 22 anni, li avrebbe compiuti il 10 maggio. La sera di qualche giorno dopo Beverley scavalca le mura del cimitero dove è sepolta Nancy, e vi getta sopra le ceneri di Sid, contro i voleri dei genitori della ragazza, a cui aveva chiesto di seppellire Sid a fianco di Nancy: è sicura che sua figlio avrebbe voluto così, ed è sicura, al contrario della autorità, che è morto volontariamente, per raggiungere la sua amata.
Sid Vicious, una vera e propria caricatura del punk, diventa a breve così, con la sua aggressività, la sua trasgressione, la sua incuranza delle regole ed anche la sua incapacità di suonare il suo strumento, il simbolo di un movimento; ma forse ingiustamente, dato che non è stato nemmeno il fondatore dei Sex Pistols, si è unito a loro quando ormai il loro stile l'avevano già creato ed ha contribuito veramente poco a poche canzoni della band.

Tra i suoi lavori da solista, da ricordare "Sid Sings", un live rilasciato nel dicembre del 1979 dalla Virgin registrato quasi interamente nel settembre dell'anno prima in due serate al Max's Kansas City di New York.








Mucche di cartone e odore di fieno: la "fattoria" degli Yes ad Abbey Road


L'ossessione per il misticismo rurale che trasformò lo studio di registrazione in una stalla


Nel 1973, per la registrazione del monumentale (e controverso) Tales from Topographic Oceans, Jon Anderson decise che l'ambiente asettico degli studi di registrazione non era adatto a catturare l'energia spirituale dei quattro lunghi brani del disco. Volendo evocare l'atmosfera della campagna inglese, ordinò che venissero portate in studio balle di fieno, staccionate di legno e persino sagome di mucche in cartone.

L'idea, sebbene suggestiva sulla carta, si scontrò presto con la realtà pratica. Dopo pochi giorni sotto il calore delle luci e delle valvole degli amplificatori, il fieno iniziò a produrre un odore acre e polveroso, rendendo l'aria quasi irrespirabile e scatenando attacchi allergici in alcuni membri della troupe. Rick Wakeman, già scettico riguardo alla complessità del progetto, osservava con sarcasmo quella "fattoria indoor" mentre cercava rifugio nel pub più vicino.

L'episodio rimane il simbolo dell'eccesso prog: un tentativo ingenuo e grandioso di piegare la realtà materiale alla visione artistica.





domenica 1 febbraio 2026

Il 1° febbraio 1949 la RCA pubblica il primo singolo della storia su un disco a 45 giri

 


Il 1° febbraio 1949 la RCA pubblica il primo singolo della storia su un disco a 45 giri 


Il 1° febbraio 1949, 77 anni fa, la Radio Corporation of America (RCA) pubblicò il primo singolo su un disco a 45 giri della storia.

Era “Texarkana Baby del cantante country Eddy Arnold. In vinile verde, venne poi messo ufficialmente in vendita dal 31 marzo e fu una risposta al 33 giri immesso sul mercato dalla Columbia Records l'anno prima.

 

"Texarkana Baby" non sarebbe rimasta nella storia della musica se non avesse avuto una valenza simbolica, una sorta di segnale di guerra, sul piano industriale: con questo agile disco la RCA reagiva al 33 giri. Entrambi i formati erano destinati a superare, per versatilità e comodità d'uso, il vecchio 78 giri d'anteguerra.

Il singolo, basato sul progetto di Thomas Hutchinson, venne presentato dal massimo dirigente della RCA David Sarnoff ma rischiò di non trovare il consenso dei consumatori, anche per i problemi di impiego sui giradischi tarati sui 33: occorreva, tra l'altro, ricorrere a uno "spider" che consentisse l'adattamento della velocità e la compatibilità con il buco centrale. Per garantire il successo del suo prodotto, la RCA investì 5 milioni di dollari nella campagna pubblicitaria, e già nel 1954 erano 200 milioni i pezzi venduti nel mondo.

Una curiosità: inizialmente i vinili avevano un colore che indicava il genere musicale d'appartenenza. I brani country erano colorati di verde, quelli classici di rosso, quelli per bambini di giallo e quelli R&B e gospel di arancione. Successivamente si impose il 45 giri nero.



l 45 giri in Italia 


In Italia, il 45 giri si è diffuso negli anni Cinquanta, superando per vendite il 78 giri nel biennio '57-'58 e raggiungendo l'apice tra il 1964 e il 1970, grazie anche all'avvento dei 'mangiadischi' portatili, che consentivano di ascoltare i vinili anche fuori casa. Un successo che ha accompagnato il boom economico di quegli anni.

Il 18 agosto 1990, con un accordo tra tutte le multinazionali discografiche, si decise di porre fine alla grande produzione che tuttavia continuò ancora fino al 1993.

L'Italia si distingue per essere stato l'unico Paese al mondo ad aver distribuito i 45 giri anche nell'edizione per juke box, ma solo a gestori di bar che ne possedevano uno. La caratteristica principale era il prezzo ridotto rispetto alle versioni normali, inoltre venivano venduti in anticipo e contenevano spesso più artisti o più etichette discografiche in un solo vinile.

Per evitare che i 45 giri per juke box venissero venduti dai commercianti a prezzi ridotti, la RCA cominciò a produrre 45 giri con l'etichetta di colore giallo con la dicitura "juke box".


LA RCA IN ITALIA





1° febbraio nel ricordo di Pino Tuccimei

Pino Tuccimei e gli amici storici


Il 1° febbraio del 2020 ci lasciava Pino Tuccimei, un grande personaggio del mondo musicale, artefice di momenti di enorme valenza in un largo spazio temporale… circa cinquant’anni, e per chi non lo ricordasse a fine post è visibile una piccola biografia catturata in rete.

Eravamo diventati grandi amici e dopo un approccio virtuale ci eravamo conosciuti personalmente: non potrò mai dimenticare il pomeriggio passato al Piper di Viareggio, a riprogrammare una ripartenza dei concerti in quel locale storico. Il sogno finì in un lampo, così come fu una sua forte delusione quella che mi incuriosì e mi portò sulle sue tracce.
Un giorno di metà luglio, infatti, fui attirato dal seguente titolo:

I motivi che non hanno consentito di effettuare il concerto del 
40ennale Villa Pamphili

che precedeva un sostanzioso contenuto…


L’idea era quella di far rivivere un evento di inizio anni ‘70 che è passato alla storia, nato quando probabilmente organizzare i mega eventi era meno complicato, per l’enorme seguito del momento e per delle normative poco rigorose. E forse non era necessario avere come interlocutore il politico di turno e ci si poteva permettere un po’ più di autarchia.
Contattai Pino subito dopo questa sua delusione e così programmammo una chiacchierata telefonica che presento, in parte, a seguire, e che  mi pare fornisca un’immagine nitida di un uomo che realmente è stato un artefice della musica moderna.
Nei giorni successivi proposi a Pino qualcosa di più ambizioso, che non poteva essere costruito con meri contatti virtuali: la realizzazione di un libro che attraverso le sue parole e i suoi ricordi ricostruisse con fatti e certezze - e non con le sole opinioni - la realtà storica di un lungo periodo di cui tutti parlano, ma che pochi hanno vissuto direttamente da protagonisti. Ci trovammo in pieno accordo sul fatto che si rischia di perdere la verità, se non si lascia traccia scritta, anche se lui mostrò un po’ di scetticismo sul fatto che la sua vita personale - ma allo stesso tempo pubblica - potesse essere interessante per qualcuno.

Pino, mi dispiace contraddirti ma ti sbagli!  La mia risposta.

Il passo ulteriore fu quindi quello di rimandare a fine estate un incontro di “duro lavoro”, da svolgersi magari dalle sue parti, con l’ambizioso obiettivo di far scaturire dalla full immersion il materiale necessario alla realizzazione del progetto.
In attesa di trovare il momento giusto per il meeting, pubblico parte della nostra chiacchierata telefonica, col rammarico di aver perso in fase di travaso dei file, almeno metà della testimonianza.
In quei minuti mancanti c’erano cose ragguardevoli, come il “suo” primo tour italiano di Elton John, o risvolti importanti legati all'amico David Zard, altro grande dell’epoca.
C’era anche la descrizione di momenti particolarmente difficili… come quando Pino affrontò un pubblico incandescente - era il tempo delle contestazioni e della richiesta del biglietto gratis per tutti - in attesa di ELP. Prese una rappresentanza “rumorosa” e si recò in camerino da Keith Emerson, chiedendo cosa fare, accontentare quei fan e farli entrare gratuitamente o... Ovviamente Emerson nemmeno ci pensò a… lavorare gratis.
E ancora… mancava poco all’esibizione di Patty Smith (Firenze?) e di lei nessuna traccia. Visita fugace nel suo hotel, e scoperta poco felice… con Patty nella vasca da bagno, in condizioni indescrivibili… e che fatica rimetterla in sesto!

Era, mi pare, il 2012, e  Pino Tuccimei si ritrovò nuovamente in pista  come manager di un interessante gruppo vocale, i Just, di cui mi fece sentire diversi brani e conobbi al FIM di Albenga.

Nel tempo, l'idea del libro sulla sua vita progredì, e anche se non riuscii mai ad accettare il suo invito a Roma passammo ore al telefono, raccogliendo materiale che ora è dormiente negli archivi... lavorarci su a posteriori sembra quasi una violazione personale, anche se sono certo che Mario e Lavinia, i suoi cuccioli, ne sarebbero felici.
Vedremo.

Resta l'immagine di un uomo che ha lasciato il segno, precursore dei tempi, umanamente unico.
Penso spesso a lui!

Ma ascoltiamo la voce e qualche rimembranza di Pino, in una chiacchierata di qualche anno fa...




Un po’ di biografia da wikipedia

Pino Tuccimei, vero nome Giuseppe, è stato un produttore discografico italiano, nato a Roma il 15 marzo del 1939.
Manager artistico, produttore discografico ed organizzatore di grandi concerti, Tuccimei inizia, dopo un passato da musicista, ad interessarsi di management nel 1967, in un primo tempo con gruppi minori. 
Incontra nel 1968 i Pooh, gruppo ancora poco conosciuto, e ne diventa il manager fino al 1973. Nel frattempo cura gli interessi di molti altri artisti e gruppi tra i quali gli Osanna, i The Trip, Raccomandata con Ricevuta di Ritorno, Metamorfosi, Procession, i Jaguars, i Rokketti e di alcuni di essi è anche il produttore discografico.
Dal 1975 inizia ad organizzare in proprio grandi eventi. In collaborazione con Franco Mamone porta in Italia in tour i Genesis, Van Der Graaf Generator, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Colosseum. Negli anni '80 organizza assieme a Vincenzo Ratti e David Zard il primo tour italiano di Elton John
Nel 1970, 1971, 1972 è direttore artistico dei tre famosi raduni pop di Caracalla e Villa Pamphili a Roma, dove nel 1972 si radunano circa 200.000 persone. Con questi raduni da un impulso decisivo al lancio del progressive. Poi con la politicizzazione di quel tipo di sound lentamente si sposta su musica più soft e diventa il manager della cantante irlandese Kay McCarthy, di Gibert Bècaud per l'Italia così come per Juliette Greco. Dal 1982 è il manager dei The Platters, gruppo vocale statunitense.
È stato premiato per la sua attività in campo artistico per tre anni consecutivi con il Premio Campidoglio, ed inoltre con una Maschera d'Argento, una Grolla d'oro.
Nel 2012 si rimette in gioco e diventa il manager dei Just, gruppo vocale italiano.




sabato 31 gennaio 2026

Il 31 gennaio 1970 e l'apice americano dei Led Zeppelin

 


 Il valore tecnico e commerciale del successo dei Led Zeppelin nelle classifiche americane del 1970

 

Il 31 gennaio 1970 rappresenta uno snodo fondamentale per l'affermazione dei Led Zeppelin nel mercato discografico statunitense, poiché segna il momento in cui Whole Lotta Love raggiunse la quarta posizione nella prestigiosa classifica Billboard Hot 100. Questo traguardo non fu soltanto una vittoria commerciale, ma il segnale di un mutamento profondo nel consumo della musica rock, che passava dalle sonorità psichedeliche degli anni Sessanta a un impatto sonoro più fisico e strutturato. Il brano, traccia d'apertura del secondo album della band, incarnava un mix tra l'eredità blues e una produzione innovativa che sfruttava in modo critico le potenzialità della stereofonia e del missaggio.

Il successo di Whole Lotta Love fu alimentato da un riff di chitarra diventato iconico, ma anche da una gestione del suono che Jimmy Page curò con precisione maniacale, alternando momenti di estrema tensione a pause dinamiche. Nonostante la natura sperimentale della sezione centrale del brano, caratterizzata da effetti elettronici e suoni d'ambiente, il pubblico americano ne decretò il successo immediato, portando il gruppo a confrontarsi con i giganti del pop del tempo. È interessante notare come questo quarto posto rimase il vertice più alto mai toccato dai Led Zeppelin nella classifica dei singoli, a testimonianza di come la band preferisse concentrarsi sulla coerenza dell'opera completa, ovvero l'album, piuttosto che sulla frammentazione del formato a 45 giri.

L'impatto di questo posizionamento influenzò l'intera percezione della musica britannica negli Stati Uniti, consolidando la reputazione del gruppo non solo come fenomeno dal vivo, ma come forza in grado di spostare gli equilibri dell'industria. Mentre le radio dominavano il mercato, i Led Zeppelin riuscirono a imporre una traccia lunga e complessa, dimostrando che la qualità tecnica e la ricerca sonora potevano coesistere con il gradimento delle grandi masse.

Quella settimana di fine gennaio sancì definitivamente il passaggio di testimone verso un nuovo decennio dominato dall'hard rock, ponendo le basi per la leggenda che avrebbe circondato la band negli anni a venire.






venerdì 30 gennaio 2026

Il custode del silenzio: il rigoroso cerimoniale di Robert Fripp

 


Perché nei concerti dei King Crimson la musica è un rito che non ammette distrazioni...


Mentre i loro contemporanei cercavano la gloria sotto i riflettori, i King Crimson di Robert Fripp hanno costruito una filosofia basata sull'ascesi e sulla disciplina quasi monastica. Fripp, seduto sul suo sgabello in un angolo d'ombra, ha sempre rifiutato il ruolo di rockstar, preferendo quello di "medium" musicale.

La bizzarria di Fripp risiede nel suo ferreo codice di condotta. Per lui, il concerto è un atto di creazione collettiva tra musicista e pubblico, e qualsiasi interferenza tecnologica - specialmente i flash delle macchine fotografiche - è considerata un atto di violenza estetica che interrompe il flusso creativo. Celebri sono le sue interruzioni: Fripp è capace di posare la chitarra e abbandonare il palco se il pubblico non rispetta il silenzio o se percepisce un'atmosfera irrispettosa. Questa ricerca della "perfezione dell'aria" ha reso i concerti dei Crimson esperienze mistiche per alcuni e sfide di nervi per altri, confermando Fripp come l'intellettuale più intransigente del rock.







La paura di Roger Waters: quando la politica diventa una minaccia personale

 


Il cofondatore dei Pink Floyd denuncia un clima politico sempre più violento negli Stati Uniti e teme che la sua opposizione al presidente possa renderlo un bersaglio

 

Roger Waters, storico membro dei Pink Floyd e da anni residente negli Stati Uniti, ha dichiarato in una recente intervista che le sue posizioni politiche potrebbero metterlo in serio pericolo. Il musicista, da sempre molto critico nei confronti del presidente Donald Trump, ritiene che la sua opposizione aperta possa addirittura costargli la vita.

Nel corso della conversazione con il giornalista Piers Morgan, Waters ha definito Trump “malvagio” e “demente”, sostenendo che il presidente governi nell’interesse esclusivo degli oligarchi e dei più ricchi. Ha ricordato come, già dal 2016, avesse paragonato la retorica di Trump ai meccanismi che portarono all’ascesa dei totalitarismi del Novecento, sottolineando il pericolo di una politica basata sull’individuazione di nemici interni ed esterni.

Waters ha ribadito che, secondo lui, Trump non crede realmente nei messaggi che diffonde, ma agisce unicamente per arricchire sé stesso, la propria famiglia e una ristretta cerchia di alleati potenti, tra cui imprenditori come Elon Musk e Mark Zuckerberg.

Alla domanda sul perché continui a vivere negli Stati Uniti nonostante il suo giudizio così negativo, Waters ha ammesso di aver pensato di trasferirsi in Portogallo o nei Caraibi. Ha poi aggiunto che la sua permanenza nel Paese potrebbe non essere garantita a lungo: secondo lui, Trump e il suo entourage potrebbero decidere di “farlo fuori”, vista l’imprevedibilità del presidente.

Il musicista ha fatto riferimento anche all’uccisione di Renee Nicole Good, poetessa e attivista, colpita da un agente dell’immigrazione a Minneapolis. Waters ha citato questo episodio come esempio di un clima politico violento e pericoloso, sostenendo che Trump potrebbe inviare “uomini mascherati” a eliminarlo, così come - a suo dire - accadrebbe a chi si oppone al presidente.

Waters ha descritto il contesto globale come “pericoloso e completamente fuori controllo”, denunciando l’uso della forza militare come strumento principale della politica estera statunitense, in particolare nei confronti di Venezuela e Iran. Ha accusato l’“impero occidentale” di voler dominare il mondo attraverso la guerra e l’intimidazione.

Nonostante le polemiche, Waters non sembra intenzionato a moderare i toni. Nell’intervista ha confermato anche le sue critiche a Ozzy Osbourne e ai Black Sabbath, dichiarando di non apprezzarne lo stile e definendo “disgustoso” il celebre episodio del pipistrello.