Non era divismo, ma sicurezza: la
vera storia dietro la leggendaria clausola contrattuale che ha cambiato il modo
di organizzare i grandi eventi
Per decenni, la storia dei Van Halene degli M&M’s
marroni è stata il simbolo universale della rockstar viziata. Si raccontava
di come David Lee Roth, entrando nel camerino e vedendo anche un solo
confetto del colore "sbagliato", potesse andare su tutte le furie,
ribaltare tavoli e distruggere attrezzature costose. Sembrava il classico
delirio di onnipotenza di chi ha troppi soldi e troppo successo. Ma se scaviamo
sotto la superficie, scopriamo che quella ciotola di dolciumi non era affatto
un vezzo estetico: era un sofisticato dispositivo di sicurezza.
Tutto nasce dalla complessità dei loro show. Negli anni '80,
i Van Halen non erano solo una band, erano una macchina da guerra logistica.
Furono tra i primi a portare in tour una quantità di attrezzature senza
precedenti: luci, amplificatori e strutture che pesavano tonnellate. Il loro
contratto tecnico era un volume enorme, pieno di specifiche rigidissime su come
montare il palco per evitare che crollasse o che qualcuno rimanesse folgorato.
David Lee Roth ebbe un'idea geniale. In mezzo a centinaia di
clausole tecniche noiose e complicate, fece inserire un punto assurdo: "Articolo
126: Nel camerino dovrà esserci una ciotola di M&M's. Non dovranno
assolutamente esserci confetti di colore marrone. In caso di presenza di
M&M's marroni, lo show sarà cancellato con il pagamento dell'intero
compenso".
Il ragionamento era puramente logico. Se Roth arrivava nel
backstage e vedeva dei confetti marroni, aveva la prova immediata che
l'organizzatore locale non aveva letto con attenzione il contratto. E se non
aveva letto la clausola (semplice) sulle caramelle, c'erano ottime probabilità
che avesse ignorato anche le istruzioni (vitali) sulla portata dei carichi o
sulla messa a terra dell'impianto elettrico.
Il caso più celebre fu quello di Pueblo, in Colorado. Quando
Roth vide gli M&M's marroni, diede effettivamente di matto, distruggendo il
camerino. La stampa lo massacrò, descrivendolo come un pazzo. La realtà? Il
pavimento della palestra dove doveva tenersi il concerto non era adatto a
sostenere il palco, che infatti iniziò a sprofondare, causando danni
strutturali enormi all'edificio. Se fossero saliti sul palco, sarebbe finita in
tragedia.
In definitiva, quella ciotola di cioccolato era il loro
"canarino nella miniera". Non era una questione di gusto per il
cioccolato, ma di sopravvivenza. I Van Halen non erano divi capricciosi; erano
professionisti ossessivi che usavano un trucco psicologico per capire, in un
secondo, se potevano fidarsi delle persone con cui stavano lavorando.
Il 21 marzo
del 1991, all’ età di 82 anni, moriva Leo Fender, il fondatore dellaFender Musical Instruments Corporation.
Gli
strumenti musicali progettati e realizzati da Leo Fender hanno rivoluzionato la
storia della musica del XX secolo. Oggi il marchio Fender è uno dei più
gloriosi e diffusi tra gli appassionati di chitarre elettriche.
Clarence Leonidas Fender nasce il 10 agosto 1909 nei pressi di
Anaheim, nello stato della California (USA), da genitori agricoltori. Da
giovane prende qualche lezione di pianoforte e di sassofono ma, fin dal 1922, è
l'elettronica, che coltivava come autodidatta, a diventare la sua prima
passione. Leo Fender si diploma nel 1928; all'epoca aveva già costruito una
piccola radio amatoriale e alcuni impianti di amplificazione, che affittava per
guadagnare qualche dollaro.
Leo Fender non emerge come musicista, non è nemmeno un liutaio e
neppure un ingegnere. La sua passione è quella di un'autodidatta,
sperimentatore instancabile, curioso e determinato nel raggiungere gli
obiettivi ricercando il massimo della qualità. Eclettico e geniale, Fender era
un uomo dalle molteplici competenze che sapeva circondarsi delle persone
giuste. In una sintetica analisi del suo lavoro, dal punto di vista economico,
oggi possiamo dire che Leo Fender aveva intuito prima d'altri il significato
della produzione si strumenti musicali per un mercato di massa, e negli anni '50 e '60 è stato per gli strumenti musicali ciò che Henry Fordè
stato stato per l'industria automobilistica americana negli anni '20 e '30.
Finiti gli studi Fender comincia a lavorare come ragionere per il
dipartimento autostradale dello stato della California. Nel 1934 sposa Esther
Klosky.
A causa della cosiddetta "grande depressione" statunitense, Leo perde il lavoro. La
passione per l'elettronica però non si è mai spenta. Persona creativa e piena di
risorse, nel 1938, non ancora trentenne, decide di aprire a
Fullerton il "Fender's Radio Service", un negozio-laboratorio di
elettronica. Qui vende e ripara radio insieme ad altri vari congegni
elettronici. Tutto questo accadeva in un momento storico in cui gli Stati Uniti
si trovavano lanciati in un'inarrestabile corsa all'innovazione tecnologica.
L'interesse per la musica si avvicina poco a poco. Con il passare
del tempo si fanno sempre più numerosi i musicisti che si rivolgono a lui per riparare i propri strumenti e amplificatori. Tra questi c'è Doc Kauffman,
che aveva lavorato per la Rickenbacker, casa produttrice di chitarre. I due
approfondiscono il loro rapporto e insieme compiono vari esperimenti. Nel 1944
fondano la "K&F Company" per produrre chitarre hawaiane e
amplificatori.
Due anni più tardi, nel 1946, la società si scioglie. Leo fonda la
"Fender Electric Instrument Company", decidendo di abbandonare le
radio e la piccola elettronica per concentrarsi sugli strumenti musicali.
Nel 1950 è il primo a mettere in commercio una chitarra elettrica a
corpo pieno (cosiddetta "solidbody"): il modello
"Broadcaster" coincide con quellache
oggi è universalmente nota come "Telecaster".
Nel 1951 inventa il basso elettrico "Precision". Nel
1954, con l'azienda in pieno processo di espansione, crea quella che può essere
considerato il suo modello più
emblematico: la "Stratocaster".
Le caratteristiche salienti della Stratocaster sono: il ponte, che
prevede la regolazione separata di ciascuna corda con applicato il
"tremolo sincronizzato" (meccanismo per ottenere un particolare
effetto di modifica dell'intonazione della corde attraverso una leva); il
corpo, in frassino, efficacemente sagomato e smussato per ottenere leggerezza
ed ergonomicità, con la doppia spalla mancante per agevolare il raggiungimento
delle note in fondo al manico; il manico, in acero avvitato al corpo, con anima
di acciaio interna regolabile, e con tastiera ricavata direttamente su di esso;
tre pickup a bobina singola, forniti di tre controlli (volume, tono per il
pickup al manico e tono per il pick up centrale) e di un selettore per i pick
up facilmente raggiungibili con la mano destra.
Nei dieci anni successivi la Fender continua a crescere: il
successo è frutto di una congiuntura economica fortunata, ma anche del lavoro e
della creatività dell'instancabile fondatore, che continua a migliorare i
vecchi modelli oltre a produrne di nuovi.
La gestione sempre più complessa e gli investimenti sempre più
alti portano Leo Fender a maturare l'idea di vendere l'azienda e il proprio
marchio alla CBS (Columbia Broadcasting System), una multinazionale interessata
ad espandersi nel settore degli strumenti musicali. Lo staff originale rimaneva
confermato: Leo Fender con alcuni suoi fedeli collaboratori (tra cui George
Randall, Don Fullerton e Forrest White) firmano un contratto di cinque anni per
garantire continuità alla produzione.
Tra il 1965 e il 1971 Leo lavora come consulente del
settore "Ricerca e Sviluppo" della nuova Fender. Il suo nome rimane
comunque protagonista di altri importanti progetti, come ad esempio quello del
pianoforte elettrico Rhodes.
Nel frattempo i vecchi compagni uno ad uno lasciano il loro posto
alla CBS.
Nel 1972 quando Forrest White lascia la CBS per fondare la
"Music Man" e produrre amplificatori, Leo Fender lo segue. Il suo
contributo dà avvio alla produzione di chitarre e bassi: Fender si trova
pertanto a competere con il proprio nome.
Negli anni '70 il marchio Fender e la sua fama sono solidi e
consolidati, tuttavia sono pochissimi quelli che conoscono la storia di Leo e
del suo ruolo chiave svolto nella costruzione del marchio.
Quando nel 2014 mi capitò di recensire L’isolamento dei numeri pari, rimasi colpito dalla capacità degli Astrolabio di costruire mondi narrativi complessi senza
perdere mai il contatto con la realtà più concreta. Rileggendo oggi quella
vecchia pagina - che resta lì, come una fotografia di un ascolto antico - mi
accorgo che la band ha continuato a muoversi nella stessa direzione, affinando
però lo sguardo, rendendolo più tagliente, più necessario. Una volta qui era tutta campagna pubblicitariaè il punto in cui la loro poetica trova una forma
definitiva, quasi inevitabile.
Con questo album gli Astrolabio chiudono la loro “trilogia
della comunicazione” con un concept che non si limita a raccontare il presente,
lo seziona, lo deride, lo esaspera fino a renderlo specchio deformante eppure
fedelissimo della nostra quotidianità. Il disco - pubblicato da Andromeda Relix
nel marzo 2026 - arriva dopo nove anni di silenzio discografico, ma non suona
come un ritorno, sembra piuttosto il compimento naturale di un percorso che la
band veronese aveva già tracciato con ostinazione e coerenza.
L’idea di fondo è dichiarata senza ambiguità nel documento
ufficiale: “Il disco degli Astrolabio è stato pensato come un grande spazio
pubblicitario, un Carosello entro il quale ogni pezzo diviene uno spot”.
Eppure, dietro l’ironia, c’è un’amarezza che non si nasconde. La band osserva
un mondo in cui la comunicazione non è più un mezzo, ma un habitat tossico, un
sistema di condizionamento che plasma identità, desideri, perfino la percezione
del vero.
Il viaggio si apre con Prima della pubblicità,
dove la ricerca disperata di notorietà diventa più importante della vita
stessa: un individuo pronto al suicidio in diretta teme soltanto che il suo
gesto venga oscurato dai “consigli per gli acquisti”. È un’immagine che
colpisce perché non è distopia, ma iperrealismo. Da qui il disco scivola nella
materia viva del concept: La dittatura delle Cose mette a nudo
l’identità ridotta a inventario, l’essere umano che si definisce attraverso ciò
che possiede; Il seme del disgusto fotografa una società che non
sa più distinguere tra scelta e condizionamento, tra gusto e trash, incapace
persino di ricostruire il proprio degrado; La Fiera del Luogo Comune
trasforma il linguaggio in merce, mostrando come frasi fatte e stereotipi
diventino la struttura portante di intere esistenze. In questo percorso, B.B. appare come un lampo:
un jingle di quattro secondi, un frammento volutamente effimero che interrompe
il flusso narrativo proprio come farebbe uno spot, ricordando all’ascoltatore
che tutto, anche la musica, può essere ridotto a un micro-contenuto da consumare
e dimenticare. È un gesto minuscolo ma perfettamente coerente con l’idea di un
Carosello contemporaneo, dove la brevità non è un limite ma una strategia. Il tono si fa più crepuscolare con L’ombra di te stesso,
ritratto di un individuo consumato dagli oggetti che ha accumulato, osservato
da un ragno che ne registra la decadenza senza pietà. Poi il concept si apre in
una dimensione quasi teatrale con Grandi Magazzini, lo spot
definitivo: un emporio dove si compra tutto, purché inutile, purché identico a
ciò che comprano gli altri, perché il conformismo è ormai la prima legge del
mercato. Senzavoglia affronta la mercificazione del corpo con un
fatalismo che non cerca pietà, mentre Democrazia (ma che idea!)
riduce la forma di governo a un kit di montaggio, un oggetto da assemblare
seguendo istruzioni elementari, svuotato di ogni principio. Subito dopo, Monoscopo - sette secondi appena -
funziona come una soglia sonora: un richiamo al monoscopio televisivo che
precede l’intervento finale, un segnale d’epoca che prepara l’ascoltatore
all’irruzione di DIO (Decido Io, Ora). È un frammento che non aggiunge
contenuto, ma aggiunge contesto: un respiro sospeso, un cambio di luce, un
attimo di attesa prima che il sipario si apra sull’ultimo atto.
L’epilogo arriva appunto con DIO (Decido Io, Ora),
introdotto da quel monoscopio che sembra annunciare la fine delle trasmissioni:
un Dio stanco dell’umanità che decide di chiudere la partita, lasciando un
sorriso amaro e un brivido di speranza.
Musicalmente, gli Astrolabio restano fedeli al loro “Rock
Degressivo Italiano”, un hard-prog di matrice ’70 che non si limita a citare,
ma rielabora. L’assenza delle tastiere - sostituite da una seconda chitarra -
dà al disco un carattere più ruvido, più diretto, quasi più “live”. È una
scelta che funziona: la densità dei temi trova un contrappunto in un suono che
non si perde in orpelli, ma spinge, incalza, sostiene la narrazione.
Ciò che rende questo album davvero riuscito è la sua capacità
di essere politico senza essere didascalico, satirico senza essere leggero,
narrativo senza perdere coesione. È un disco che parla del presente con
lucidità e con un’ironia che non consola, ma sveglia. Un Carosello capovolto,
dove gli spot non vendono prodotti, ma rivelano le crepe della nostra epoca.
Gli Astrolabio firmano così il loro lavoro più maturo, un concept che non si
limita a raccontare la comunicazione, ma la smonta pezzo per pezzo, mostrando
ciò che resta quando la pubblicità diventa l’unico linguaggio possibile.
Immaginiamo di essere nel 1967, alla New Haven
Arena, nel Connecticut. L'aria è densa di fumo e di quell'elettricità tipica dei grandi
eventi rock. Ma quella sera, il concerto dei Doors non finì con gli
applausi, bensì con le sirene della polizia. Tutto iniziò per un banale
equivoco: prima di salire sul palco, Jim
Morrisonsi era appartato in una
doccia nel backstage con una ragazza. Un poliziotto, non riconoscendolo, gli
ordinò bruscamente di andarsene. Jim, che non ha mai sopportato l'autorità,
rispose male e l'agente lo mise a tacere con una spruzzata di spray al peperoncino
dritto negli occhi.
Nonostante il dolore, Jim decise di salire comunque sul
palco, ma non aveva intenzione di limitarsi a cantare. Durante il pezzo Back
Door Man, la band iniziò a improvvisare un ritmo ipnotico e lui colse
l'occasione per sfogarsi. Cominciò a raccontare al pubblico, con tono teatrale
e di sfida, quello che gli era appena successo, sbeffeggiando il poliziotto e
chiamandolo "piccolo uomo blu". Era troppo per le forze dell'ordine
presenti: le luci in sala vennero accese di colpo, i poliziotti salirono sul
palco e trascinarono via Morrison sotto gli occhi increduli di migliaia di fan.
Fu la prima volta nella storia che una rockstar veniva arrestata "in
diretta" durante un concerto.
In tutto quel caos, i suoi compagni di band rimasero
impietriti. Ray Manzarek, il tastierista, guardava la scena tra il
rassegnato e lo scioccato, consapevole che la follia di Jim stava superando il
limite della musica. John Densmore, alla batteria, provava un misto di
paura e rabbia per quel disastro che stava rovinando lo show, mentre Robby
Krieger continuò a pizzicare le corde della chitarra finché non staccarono
la corrente. Si ritrovarono soli sul palco, mentre fuori scoppiava una rivolta
tra fan e poliziotti.
Quella notte, però, ci ha regalato un'icona immortale.
Portato in centrale, Jim venne fotografato per la celebre foto segnaletica
(la mugshot): quello scatto, dove lui appare spettinato, con lo sguardo
fiero e per nulla pentito, è diventato il simbolo della ribellione giovanile,
finendo su poster e magliette di ogni generazione successiva. Quello che doveva
essere un semplice arresto per "incitamento alla rivolta" trasformò
definitivamente Jim Morrison da cantante a leggenda maledetta.
Ricorre oggi, 19 marzo, l’anniversario
della morte diPaul Kossoff, professione chitarrista, fondatore dei Free. Nato in Inghilterra,
ad Hmpstead, il 14 settembre del 1950, aveva solo 26 anni quando il 19 marzo
del 1976 morì a seguito di un’overdose di eroina, durante un volo aereo.
Kossoff era da tempo eroinomane.
Lo stile di Paul Kossoff è di chiara matrice blues,
pieno di feeling ed espressività, con largo uso di “bending” e del vibrato.
Suonava principalmente Chitarre Gibson Les Paul, e dal vivo con due
o più amplificatoriMarshall. Nessun effetto a pedale, wha o fuzz con
controllo del “guadagno” con i due potenziometri del volume sulla Les Paul.
Ma chi furono i Free?
I Free nascono a Londra nel 1968 quando Paul
Kossoff e Simon Kirke, rispettivamente chitarrista e
batterista dei Black Cat Bones, contattano il cantante Paul
Rodgers dopo averlo visto in azione con la sua blues band, i Brown
Sugar. Come bassista viene reclutato il sedicenne Andy Fraser. Con
la protezione di Alexis Korner (responsabile anche della
scelta del nome), i quattro fanno serate in piccoli club creandosi un certo
seguito, e firmano così per la Island Records, pubblicando al loro esordio
l’album Tons of Sobs. La voce graffiante di Rodgers e i
grintosi assoli di Kossoff personalizzano un sound che negli anni a venire non
sarà più così energico. Nel secondo album, Free, i toni si
fanno infatti più morbidi e pacati concedendo largo spazio alle armonie vocali.
Il grande successo arriva comunque con Fire and Water, contenente
il brano All Right Now, caratterizzato
da un riff di chitarra e un ritornello che li porterà in cima alle classifiche
di USA e Regno Unito. I Free si separano al culmine della carriera, nel1971,
per dedicarsi a progetti diversi con scarso successo per tutti e quattro. Si
rimettono quindi insieme nel 1972, e, dopo ripetuti cambi di formazione e i
problemi di droga di Kossoff, pubblicano Free at Last(1972)
e Heartbreaker (1973). Fraser lascia il gruppo formando
la Andy Fraser Band, lasciando il posto al bassista giapponese Tetsu
Yamauchi; entra anche il tastierista texano John “Rabbit” Bundrick già
con Johnny Cash, tuttavia il gruppo britannico non riesce a
trovare la stabilità a causa dell’abbandono di Kossoff prima della conclusione
di Heartbreaker (in alcune date è Rodgers a improvvisarsi
chitarrista). In seguito Rodgers e Kirke ritrovano la gloria con i Bad Company,
Tetsu si unisce ai Faces e Bundrick intraprende la carriera
solista diventando dal 1979 tastierista live degli Who.
Kossoff, dopo due anni di cure intensive, quando
sembrava essere tornato al meglio (pubblica un album da solista e due con i
Back Street Crawler), muore nel 1976 sull'aereo che lo stava portando a New
York. Dal 1974 al 2002 vengono pubblicate antologie dei Free rimasterizzate e
arricchite di inediti, e versioni alternative dei loro successi.
Conclusa l'esperienza Bad Company, Paul Rodgers
intraprende l'attività come solista e nel 2005; dall'incontro con Brian
May e Roger Taylor dei Queen, nasce
il progetto Queen +Paul Rodgers, che porta la formazione ad
esibirsi in tutto il mondo con un repertorio celebrativo comprendente i
successi di entrambi, anche se con un taglio principalmente 'Queen'.
Il tour 2005-2006, sull'ondata emotiva post-Freddy
Mercury, riscuote enorme successo e da origine ad un doppio CD live
dal nome Return ofthe Champions.
Ultima formazione
Paul Rodgers - voce, chitarra, piano (1968-1971, 1972-1973)
Anche quest’anno la Boutique della Birra di Savona ha
accolto il St. Patrick’s Day con la familiarità di un appuntamento che
ormai fa parte della città. Atmosfera semplice e piacevole, tanti amici
presenti, volti noti che si ritrovano senza bisogno di annunci, e una
disposizione dei tavoli che ha reso facile scambiare due parole con chi non si
conosceva ancora. Una serata sociale prima ancora che musicale.
Sul palco, la formazione stabile della PoguestrA: Roberto “Zac” Giacchello, Daniele
Rubertelli, Roberto “Bobo” Storace, Sandro Signorile, Alberto
“Stagger Lee” Bella e Claudio Andolfi. Un gruppo nato in piena
pandemia come progetto inclusivo e “a distanza”, poi diventato una realtà
savonese a tutti gli effetti. La loro storia resta particolare: da orchestra
diffusa con musicisti sparsi nel mondo a band vera, con un’identità che si è consolidata
concerto dopo concerto.
Il live è scivolato via con naturalezza. Non serviva
conoscere i brani per entrarci dentro: la musica funzionava come collante, un
sottofondo vivo che accompagnava chi chiacchierava, chi brindava, chi ascoltava
con più attenzione, chi ballava. Nessuna enfasi, nessuna ricerca di effetto,
solo un clima rilassato, partecipato, in cui la band e il pubblico sembravano
condividere lo stesso spazio senza barriere.
È stata una serata riuscita proprio per questo, per la sua
normalità, per la facilità con cui ci si è sentiti parte di qualcosa, per quel
piccolo intreccio di incontri e conversazioni che nasce quando l’ambiente lo
permette.
Un St. Patrick’s Day semplice, sociale, ben calibrato.
Ci sono brani che non appartengono soltanto al loro tempo, ma
alla memoria di chi li ha vissuti. Runnin’
Orbitdei Catramina è uno di quei frammenti sonori che
sembrano sospesi, rimasti in attesa per trent’anni prima di trovare il momento
giusto per riaffiorare. Registrato intorno al 1996, il brano viene oggi
pubblicato senza alcuna sovraincisione o intervento moderno, un recupero
filologico, rispettoso, che si limita a remix, editing e rimasterizzazione,
come conferma la band stessa nel documento originale, dove si legge che “nulla
è stato risuonato od aggiunto al materiale originale”. È un gesto di cura,
quasi museale, ma non freddo; un atto d’amore verso un periodo in cui la musica
indipendente era davvero indipendente, fatta di prove notturne, registrazioni
improvvisate, intuizioni più che progetti.
Per capire Runnin’ Orbit bisogna tornare alla nascita
dei Catramina, tra il 1993 e il 1994, quando un gruppo di amici autodidatti,
con una formazione musicale disordinata e una strumentazione imparata più per
istinto che per metodo, comincia a suonare senza un’idea precisa, senza un
manifesto, senza un’estetica predefinita. È una band nata per caso, o forse per
necessità espressiva, che dopo vari cambi di formazione trova un assetto
stabile e inizia a costruire un repertorio più strutturato. I primi concerti
sono dominati da un proto‑punk in italiano, ruvido, diretto, quasi primitivo.
Poi, gradualmente, la band vira verso l’inglese e amplia la propria geografia:
più locali, più pubblico, più chilometri, più consapevolezza.
La formazione storica, quella che registrò Runnin’ Orbit,
era composta da Massimo Di Cresce alla batteria e percussioni, Francesco
Tripodi al basso, Marcello Abucci alle chitarre, tastiere ed
elettronica, e Fiorenza Saffirio alla voce. Tripodi e Abucci
aggiungevano anche violino, armonica, mandolino e tromba, strumenti usati come
colori psichedelici, mai protagonisti, sempre accenni, dettagli che emergevano
nelle parti strumentali disarticolate tipiche dei loro brani. La band ascoltava
di tutto: rock‑pop classico, psichedelia, noise, prime forme di elettronica.
Eppure, come sottolineano loro stessi, non esiste un’influenza riconoscibile in
modo diretto. L’attitudine, però, sì: punk, o meglio post‑punk, non nel suono
ma nel modo di stare al mondo, nel rifiuto delle regole, nella spontaneità,
nell’assenza di calcoli.
Runnin’ Orbit incarna perfettamente questa libertà. È un brano che vive di
stratificazioni e tensioni, un flusso di coscienza sonoro in cui il pop naïf si
intreccia con aperture psichedeliche e inserti strumentali che sembrano
muoversi in orbite diverse, come suggerisce il titolo. La batteria di Di Cresce
non cerca la precisione metronomica: è organica, pulsante, con un uso del
rullante che richiama certo indie americano di metà anni ’90. Il basso di
Tripodi lavora per linee più melodiche che ritmiche, creando una tensione
continua tra sostegno e fuga. Le chitarre di Abucci, leggermente saturate, non
cercano mai l’aggressività, ma costruiscono un paesaggio sonoro in cui la
melodia è spesso un’ombra, un’ipotesi. Le tastiere e gli interventi elettronici
non hanno funzione armonica, ma testurale: sono superfici, granulosità, piccole
interferenze che rendono il brano tridimensionale. È un suono che ricorda,
senza imitarli, le stratificazioni shoegaze dei My Bloody Valentine e le
architetture post‑rock di Mogwai, Ui e Don Caballero, ma il paragone più
pertinente resta quello con i Velvet Underground, non per somiglianza
stilistica, quanto per postura creativa, per quella libertà anarchica che
permette a un brano di esistere senza chiedere permesso.
La voce di Fiorenza Saffirio attraversa il brano più che
guidarlo. Non è un elemento narrativo, ma timbrico. Il testo è visionario, non
descrittivo, un insieme di immagini concentriche che non cercano un significato
univoco. Come recita il comunicato stampa, è “più segno che senso”, e
proprio per questo si integra perfettamente in un paesaggio sonoro che
privilegia l’impatto emotivo rispetto alla forma.
Il lavoro di recupero tecnico merita una nota a parte. La
rimasterizzazione non appiattisce né sterilizza, ma rende il brano plausibile
oggi, senza snaturarlo. Il mix attuale non tradisce la natura lo‑fi delle
registrazioni originali, ma ne esalta la profondità, restituendo aria e
dinamica a un materiale che, per sua natura, era fragile. È un equilibrio
difficile: rispettare il passato senza trasformarlo in un feticcio, rendere
ascoltabile un documento senza trasformarlo in un prodotto.
La pubblicazione di Runnin’ Orbit non è un’operazione
commerciale, né un tentativo di rientrare in scena. È, come ammettono i
Catramina, “una piccola soddisfazione per sublimare la mancata pubblicazione
della nostra musica allora”. È un gesto affettivo, ma anche un atto di
memoria: riportare alla luce un momento irripetibile, fatto di prove notturne,
registrazioni improvvisate, concerti sgangherati ma intensi, un periodo in cui
l’unica regola era suonare, e basta. È anche un documento storico, che racconta
una scena sotterranea della Valbormida, fatta di sale prove improvvisate, di
locali che non esistono più, di un modo di fare musica che oggi sembra
lontanissimo.
Runnin’ Orbit non è un brano perfetto, e non vuole esserlo. È un frammento
di un’epoca, un oggetto sonoro che restituisce la libertà creativa di una band
che suonava per necessità espressiva, non per strategia. È un pezzo di storia
sotterranea che oggi, finalmente, può essere ascoltato.
Per ascoltare Runnin’ Orbit
sulle principali piattaforme digitali:
Con Swing Beyond,
Nando Boniniapre una parentesi significativa nella sua produzione recente,
scegliendo di esplorare un territorio sonoro che si colloca fuori dalle
traiettorie abituali del suo percorso. Dopo anni di progetti legati al rock, al
blues e al prog, il chitarrista affronta il linguaggio jazzistico con un
approccio diretto, privo di sovrastrutture, orientato più alla ricerca
personale che alla dimostrazione tecnica.
Il disco nasce da un’immagine precisa: una New York osservata
nel suo ritmo quotidiano, tra club, marciapiedi affollati e piccoli ensemble
che animano gli angoli delle strade. Non si tratta di una ricostruzione
nostalgica, ma di un riferimento funzionale; ogni brano sembra condensare un
dettaglio urbano, trasformandolo in materiale musicale. L’album procede così
per impressioni, più che per dichiarazioni tematiche.
La chitarra di Bonini mantiene una voce riconoscibile: linee
pulite, fraseggi misurati, un uso controllato dell’improvvisazione. L’ingresso
nel jazz non comporta un cambio di identità, ma un adattamento del suo
vocabolario a un contesto diverso. La sezione ritmica - Andy Ferrera alla
batteria e Mario Schmidt al basso elettrico - sostiene il progetto con
equilibrio, lasciando spazio al dialogo senza appesantire la struttura.
Il risultato è un lavoro essenziale, costruito su un’idea di
leggerezza che non scade mai nella superficialità. Swing Beyond non
cerca l’effetto, non punta alla spettacolarità, preferisce pittosto la
continuità, la coerenza interna, la chiarezza del gesto musicale. È un disco
che restituisce l’immagine di un musicista esperto che decide di attraversare
un genere per curiosità e per necessità espressiva, senza forzature.
In un panorama spesso dominato da produzioni sovraccariche,
la scelta di Bonini appare quasi controcorrente: un album che si affida alla
qualità del trio, alla scrittura essenziale e a un’idea di jazz come spazio di
movimento, non come recinto stilistico. Una deviazione di percorso che aggiunge
un tassello credibile e personale alla sua discografia.
Nota biografica – Nando Bonini
Chitarrista, compositore e produttore, Nando Bonini è attivo
da decenni nella scena musicale italiana. Ha collaborato a lungo con Vasco
Rossi, partecipando a tournée e produzioni discografiche, e ha lavorato con
artisti eterogenei come Righeira, Edoardo Bennato, Alberto Fortis, Skiantos,
Sabrina Salerno, Le Cacao Meravigliao, Marco Conidi, Paul Diamond e Ronnie
Jones. Parallelamente all’attività di session man, ha sviluppato un percorso
autonomo che comprende album solisti, progetti strumentali e lavori in cui cura
interamente scrittura, esecuzione e produzione.
Tracklist – Swing Beyond
1.Travel
Bag
2.Fifth
Avenue Walk
3.Skyscraper
Night View
4.Latin
Swing
5.Jazz
Club
6.New
Yorker Time
7.Snap
Your Finger
8.Towards
the Airport
Crediti
Artista: Nando Bonini
Album: Swing Beyond
Etichetta: Videoradio Channel (Beppe Aleo)
Formato: Digitale – distribuzione su piattaforme
streaming Produzione: Nando Bonini
Conosco Claudio Milanoda
molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi
sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di
quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di
quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della
luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa
accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio
per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come
la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno
una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato
fin qui.
Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che
costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di
vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile,
senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire
un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il
luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni
organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa
che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità,
trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove
l’arte non è più intrattenimento ma necessità.
Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi
tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro
interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che
usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per
vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina
di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione,
politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma
resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.
Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui
Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci
infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma
l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e
fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco,
ma un organismo collettivo.
Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del
metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie
minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una
dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i
collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma
rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.
Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me,
un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della
brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce
che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un
haiku che contiene un mondo.
Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette
in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e
politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo
scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori
che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.
C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui
partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno
dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto
perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva,
emotiva, fisica.
E poi c’è Flipper.
L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di
Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di
registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un
sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e
moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per
metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano,
distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo
razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia,
usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento
compositivo.
Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide
che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi,
esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma
soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino
ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è
ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata
contro sé stessa.
Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un
secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian,
le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di
Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock
in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta,
Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti
sotterranee.
Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha
ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha
mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper
è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un
testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non
sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.