sabato 5 aprile 2025

Bob "The Bear" Hite: l'anima blues-rock dei Canned Heat, a 43 anni dalla scomparsa

 


Bob Hite, affettuosamente soprannominato "The Bear" per la sua imponente stazza e la sua voce potente, è stato una figura centrale nella scena blues-rock degli anni '60 e '70. La sua voce inconfondibile e la sua passione per il blues hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica.

Nato negli Stati Uniti, Hite è diventato famoso come co-cantante e membro fondatore dei Canned Heat nel 1965, insieme ad Alan Wilson e Henry Vestine. La band ha rapidamente guadagnato popolarità per le loro interpretazioni di classici blues e per i loro brani originali, diventando una delle band di punta del movimento blues-rock.

I Canned Heat hanno calcato i palchi dei festival più iconici dell'epoca, tra cui il Monterey Pop Festival nel 1967 e il leggendario Woodstock nel 1969, consolidando la loro reputazione come una delle band più influenti del periodo. La voce rauca e appassionata di Hite era un elemento distintivo del loro sound, un mix esplosivo di blues, rock e boogie-woogie.

Oltre al suo talento musicale, Hite era un appassionato collezionista di dischi, con una conoscenza enciclopedica del blues. La sua dedizione alla musica era totale, ma purtroppo la sua vita è stata tragicamente interrotta il 5 aprile 1981, all'età di 38 anni.

Ricorre oggi il 43° anniversario della sua scomparsa. Durante un tour, infatti, Hite morì a causa di un'overdose accidentale di eroina. Il silenzio calato con la sua scomparsa, un'assenza che ha scosso le fondamenta del blues-rock, è stato riempito dalla risonanza della sua voce, viva e pulsante nella musica dei Canned Heat, una band che ha definito un'epoca e trasmesso l'eredità del blues alle generazioni future.

Bob "The Bear" Hite non era solo un cantante, ma un vero e proprio ambasciatore del blues, un appassionato collezionista e un'anima vibrante che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica. La sua eredità musicale è un tesoro da custodire, un ricordo di un'epoca in cui il blues e il rock si fondevano in un'esplosione di energia e passione.





Un ricordo di Layne Staley, morto il 5 aprile del 2002


Layne Staley, nato il 22 agosto 1967, è stato un cantante statunitense, famoso come leader del gruppo Alice in Chains.

É ricordato soprattutto per la sua voce carica di emotività, nonché per la sua personalità chiusa e tormentata.

I suoi problemi esistenziali, uniti alla sua dipendenza da eroina, lo logorarono lentamente fino ad ucciderlo.

Layne nasce a Kirkland, Washington, da Nancy Elizabeth e Philip Blair Staley. L'equilibrio e la serenità della famiglia sono messi a dura prova dal comportamento del padre.

Layne manifestò precocemente una spiccata intelligenza e una vasta gamma di interessi, tra cui la musica. Già all'età di cinque anni, partecipava a cori infantili. Il divorzio dei genitori, Nancy e Philip, avvenuto quando Layne aveva sette anni, segnò profondamente il bambino. La separazione, causata dalle attività illecite del padre legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata, ebbe un impatto traumatico su Layne, lasciando un'impronta indelebile sulla sua vita.

Durante le scuole superiori, Layne iniziò a manifestare segni di disagio: amava dipingere, amava la musica, ma erano evidenti i suoi problemi relazionali.

La scuola decise quindi di mandarlo in un istituto per giovani affetti da problemi sociali e questo causò a Layne una grave perdita di fiducia nei confronti della società.

Questi stimoli negativi portarono il giovane a scrivere i primi frammenti di poesie e pensieri.

Amava ascoltare gruppi come Anthrax, Van Halen, Black Sabbath, Judas Priest,  e aveva iniziato a suonare la batteria con un complesso di coetanei, gli Sleeze.

In questo periodo iniziò anche ad avvicinarsi all'alcol e alle sostanze stupefacenti.

Layne conobbe Jerry Cantrell durante una serata presso la Music Bank di Seattle; lasciati gli Sleze, si unì a lui per formare gli Alice in Chains (nome scelto dal cantante stesso): era il 1987. Alla neonata band si unirono il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney, e da allora gli Alice in Chains - assieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden - diventarono una delle band di maggior successo del cosiddetto Seattle Sound.

Dopo aver negoziato con varie case discografiche, nel 1989 gli Alice in Chains firmarono un contratto con la Columbia Records; realizzeranno tre album (Facelift, Dirt e Alice in Chains), due EP (Sap e Jar of Flies) e un Unplugged, ultima apparizione in pubblico di Layne Staley.

Gli anni del successo degli Alice in Chains coincisero con il periodo più difficile per Layne; l'uso di eroina era sempre più elevato e frequente e faticava a reggere le tournée del gruppo (gli ultimi due album non furono supportati da un tour a causa dei problemi di salute del leader).

Entrò più volte in clinica per disintossicarsi, ma non uscì mai completamente pulito.

Il 29 ottobre 1996 morì quello che per lui fu l'unico vero grande amore della sua vita: Demri Lara Parrot, che fu uccisa da un'endocardite batterica e Layne non resse più. Smise definitivamente di farsi vedere in pubblico; distrutto dal dolore dei tragici eventi che lo avevano accompagnato per tutta la vita, dalla delusione e dalla rabbia verso un mondo ipocrita come quello della musica, Layne si rinchiuse nel suo appartamento a Seattle, ormai logorato psicologicamente e fisicamente dall'eroina.

Dopo aver rilasciato un'ultima intervista nel febbraio 2002, fu trovato cadavere nel suo appartamento il 19 aprile 2002, ucciso da una micidiale mistura di droga, la speedball, a due settimane di distanza dalla morte, avvenuta il 5 aprile.

Successivamente la madre fondò la "Layne Staley Fund", una comunità no-profit che si occupa nella prevenzione e nel recupero dei tossicodipendenti.









venerdì 4 aprile 2025

Rara registrazione in studio degli Yes con "Eleanor Rigby" dei Beatles emerge online


Una registrazione in studio inedita degli Yes, risalente al febbraio 1969, è emersa online, catturando la band in una versione energica di "Eleanor Rigby" dei Beatles. La scoperta offre uno sguardo affascinante alle prime fasi della carriera del gruppo, avvenuta appena due mesi prima della firma del contratto con la Atlantic Records.

Dettagli della registrazione e provenienza

La registrazione, effettuata ai Polydor Studios di Londra con il produttore John Anthony, è stata resa pubblica su YouTube dall'utente Ian Hartley. Quest'ultimo, descrivendosi come un collezionista di bootleg, sottolinea che la traccia rappresenta una prova inedita, priva di rimasterizzazione significativa oltre a una correzione di velocità.

La performance rivela una versione accelerata dell'originale, con un'introduzione psichedelica estesa ad opera del chitarrista Peter Banks e del tastierista Tony Kaye, seguita dal basso di Chris Squire e da una breve parte vocale di Jon Anderson. La registrazione si interrompe prima del secondo minuto.

La provenienza esatta della registrazione rimane oggetto di speculazione. Nel 2009, la casa d'aste Bonhams di Londra aveva messo all'asta un nastro delle sessioni di John Anthony del 14 febbraio 1969, contenente anche cover di "Everydays" di Stephen Stills, "Something's Coming" di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim, e "Dear Father".

Contesto storico e significato

Gli Yes firmarono con la Atlantic Records nel marzo 1969 e pubblicarono il loro album di debutto omonimo pochi mesi dopo. Nessuna delle tracce registrate con John Anthony fu inclusa nell'album, sebbene alcune apparvero come b-side dei primi singoli.

Secondo il forum YesFans, esistono tre registrazioni conosciute degli Yes che eseguono "Eleanor Rigby" in studio, ma nessuna è mai stata pubblicata ufficialmente. Questa scoperta offre quindi un raro documento storico, testimoniando l'evoluzione musicale della band in un momento cruciale della loro carriera.

La pubblicazione di questa registrazione inedita ha suscitato grande interesse tra i fan e gli appassionati di musica, offrendo una nuova prospettiva sulle radici e le influenze degli Yes.



Il Festival di Woodstock in 10 vignette


Un furgoncino Volkswagen colorato sfreccia su una strada di campagna, diretto verso il festival di Woodstock

Un gruppo di giovani hippy con abiti sgargianti e fiori tra i capelli si avvicina al festival


Una panoramica della sconfinata folla di persone che si estende a perdita d'occhio

Jimi Hendrix suona la sua chitarra elettrica, con le fiamme che sembrano uscire dallo strumento


La folla balla e canta sotto la pioggia battente, con fulmini che illuminano il cielo notturno


Giovani che scivolano e ballano nel fango, con espressioni di gioia e divertimento


Due giovani si abbracciano e si baciano, con il simbolo della pace sullo sfondo


Persone che mangiano panini e bevono birra, seduti sull'erba o appoggiati ai furgoncini


Una band suona sul palco, con la folla che balla e canta a squarciagola

Il sole tramonta sull'ultima giornata del festival, con la folla che si allontana lentamente, lasciandosi alle spalle un'atmosfera di pace e amore


 

giovedì 3 aprile 2025

Bob Burns: l'impronta indelebile di un pioniere del southern rock

 


Bob Burns: l'impronta indelebile di un pioniere del southern rock

 

Il 3 aprile 2015, il mondo della musica perdeva Bob Burns, il batterista originale dei Lynyrd Skynyrd, una delle band più influenti del southern rock. La sua scomparsa, avvenuta in un tragico incidente automobilistico all'età di 64 anni, suscitò un'ondata di cordoglio tra i fan e i musicisti di tutto il mondo.

Bob Burns è stato uno dei membri fondatori dei L.S., contribuendo in modo determinante alla creazione del loro suono distintivo fin dalla nascita della band. Il suo drumming, caratterizzato da potenza, precisione e un'impronta blues-rock, ha svolto un ruolo cruciale nella definizione del sound del southern rock.

La sua impronta musicale è evidente in alcuni degli album più iconici della band, tra cui Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd', che contiene classici intramontabili come "Free Bird" e "Simple Man". La sua abilità nel creare ritmi energici e coinvolgenti ha contribuito a rendere i Lynyrd Skynyrd una delle band più amate e rispettate del genere.

La musica senza tempo dei Lynyrd Skynyrd mantiene viva l'eredità di Bob Burns, il cui stile di batteria, pilastro del southern rock, è tuttora oggetto di studio e ammirazione per molti batteristi.




Sarah Vaughan: l'eredità immortale di una voce divina

 


Sarah Vaughan: l'eredità immortale di una voce divina


Il 3 aprile 1990, il mondo della musica jazz perdeva una delle sue figure più iconiche: Sarah Vaughan, all'età di 66 anni. Conosciuta affettuosamente come "Sassy" o "The Divine", la sua voce straordinaria e il suo talento musicale hanno lasciato un'impronta indelebile, consolidandola come una delle più grandi cantanti jazz del XX secolo.

Cresciuta in un ambiente familiare profondamente radicato nella passione per la musica, Sarah Vaughan mostrò fin da giovane un talento eccezionale. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età e affinò le sue abilità vocali nel coro della chiesa. 

Il 1942 segnò una svolta cruciale nella sua carriera, quando la vittoria a un concorso di talenti all'Apollo Theater di Harlem le aprì le porte al mondo della musica professionale.

La voce di Sarah Vaughan, dotata di una gamma eccezionale e di una tecnica impeccabile, la rese una delle cantanti più influenti del bebop. Le sue collaborazioni con leggende del jazz come Dizzy Gillespie e Charlie Parker sono testimonianza del suo impatto sul genere. La sua capacità di improvvisare e la sua interpretazione emotiva delle canzoni la distinsero come un'artista unica e inimitabile.

La carriera di Sarah fu lunga e prolifica, costellata di numerosi album acclamati dalla critica. Il suo talento fu riconosciuto con diversi Grammy Awards e con il NEA Jazz Masters Award nel 1989. 

La sua dedizione alla musica la portò a esibirsi fino a poco prima della sua scomparsa, lasciando un'eredità musicale che continua a ispirare generazioni di musicisti e appassionati di jazz.

Non fu solo una cantante straordinaria, ma anche un'innovatrice che contribuì a plasmare il panorama del jazz. La sua voce, capace di spaziare con disinvoltura tra note basse e alte, e la sua capacità di infondere emozione in ogni interpretazione, la rendono una figura immortale nella storia della musica.







mercoledì 2 aprile 2025

Enrico Rocci : commento al libro “Nozze Chimiche coi Fichi Secchi”


 

Enrico Rocci - “Nozze Chimiche coi Fichi Secchi” (2024)

La bibliografia di Enrico Rocci, oltre ad essere composta da una proposta di estrema qualità, incomincia ad assumere contorni “voluminosi”, avendo avuto inizio diciotto anni fa, anche se il mio incontro con le sue creazioni risale al 2018, quando arrivai al libro “Il Culto dell’Albero Porcospino - Storia, sproloqui e ricordi dei Porcupine Tree”, analizzato anche nell’aggiornamento del 2023. La mia lettura è proseguita con i successivi “ACID QUEENS-Viaggio tra le voci femminili della musica psichedelica” (2021) a cui si è aggiunto il recentissimo “IO STO CON WILLY COYOTE” (2024).

Tra i tanti possibili fil rouge che si possono trovare tra le opere sopra elencate uno è il più palese, l’amore per la musica, che diventa un tema proposto da Rocci in forma personale, a volte romanzata, ma sempre un po' alternativa, una sorta di ricerca del nuovo (anche il “vecchio”, a volte, può essere considerato tale) che sfocia spesso nel bisogno di dare luce a chi non fa parte del mainstream.

Forse non riuscirei a trovare un episodio in particolare, ma leggendo i suoi libri vengo spesso catturato da questa atmosfera in cui si accende un faro capace di illuminare le vite e le opere di compositori e interpreti che, nonostante il loro talento, non hanno mai ricevuto il riconoscimento meritato. Ed è grazie a Rocci che ho scoperto perle di estremo valore che magari avevo solo sfiorato, e mi riferisco soprattutto all’ambito folk.

Ma il commento di oggi riguarda un book un po' diverso, dal titolo difficilmente decodificabile: “Nozze Chimiche coi Fichi Secchi”. E non ho nessuna intenzione di svelare l’arcano!

Trattasi di romanzo il cui contenuto si allontana dalla narrazione musicale, e si collega alle origini, essendo il ritorno di Casimiro Tagliaventi, uno dei protagonisti di “Nuar bolognese”, l’esordio di Rocci del 2007.

Obbligatoria un minimo di sinossi.

Casimiro Tagliaventi, un anziano insegnante con una forte passione per l'esoterismo, è il fulcro di una storia che prende vita in quel di Torino, città intrisa di storia esoterica e alchemica, che quindi fa da sfondo alla narrazione: non solo un luogo, ma un elemento attivo nella trama, capace di influenzare gli eventi e creare un'atmosfera particolare.

Tagliaventi si reca a Torino per un convegno sull'alchimista Fulcanelli e per rivedere un vecchio amico. Un'apparente innocente partecipazione a un cortometraggio dalle tinte horror lo conduce a essere accusato di omicidio. A questo punto il protagonista si trova costretto ad indagare per scagionarsi, avvalendosi dell'aiuto di personaggi apparentemente marginali.

La vicenda dissotterra un'epoca occulta, intrisa di esperimenti alchemici condotti da un gruppo di giovani, e le ombre di quei giorni si fondono con il presente, avvolgendo l'indagine in un velo di complessità

Attraverso un'esplorazione meticolosa dell'alchimia e dell'esoterismo, il romanzo crea un'atmosfera densa di mistero, popolata da figure storiche e simboli enigmatici, ed emerge la competenza specifica dell'autore che permette di arricchire la narrazione attraverso sfumature suggestive.

La tipologia di scrittura di Enrico Rocci si fregia di uno stile leggero e ironico, che rende la lettura piacevole e scorrevole, con uno spiccato umorismo che però non sminuisce la serietà dell'intrigo ma, anzi, aggiunge un tocco di originalità.

La capacità dell’autore di disegnare personaggi eccentrici e fuori dagli schemi permette di creare un'aura surreale e divertente che mantiene in costante equilibrio la lettura, tanto che gioia e timore si mescolano ad ogni giro di pagina.

Nozze Chimiche coi Fichi Secchi” presenta un Enrico Rocci capace di esprimersi al massimo anche quando decide di percorrere - o ripercorrere - sentieri diversi da quelli usuali, e uscendo - forse - dalla confort zone dimostra originalità e capacità di intrecciare trame apparentemente diverse.

Ciò che produce in questa occasione è una storia avvincente, ricca di mistero condito ad umorismo, ambientata in un luogo affascinante e misterioso, e il risultato è una lettura che scorre e che propone nuovi quesiti e tanti interrogativi, capitolo dopo capitolo.

Voto massimo per il nuovo romanzo noir di Enrico Rocci!


Bio

Enrico Rocci è nato a Torino e ha lavorato come medico. Da trent’anni vive a Novi Ligure.

Ha pubblicato con Chinaski Edizioni i seguenti romanzi noir: Nuar bolognese (2007), Volevo solo uccidere i Porcupine Tree (2009), Cartoline in bianco e nero (2013) e Non fa per te (2015).

Sempre con Chinaski è uscita la prima edizione de Il culto dell’Albero Porcospino. Storia, sproloqui e ricordi dei Porcupine Tree (2018). Con Officina di Hank ha pubblicato Acid Queens. Viaggio tra le voci femminili della musica psichedelica (2021) e la riedizione, aggiornata e ampliata, de Il culto dell’Albero Porcospino (2022).

Infine, nel 2024 è uscito per Edizioni Vallescrivia il romanzo Nozze Chimiche coi fichi secchi.





The Merseybeats


The Merseybeats emersero  dalla scena "Merseybeat" di Liverpool nei primi anni Sessanta, suonando al Cavern Club insieme ai Beatles, Gerry e i Pacemaker, e altri artisti simili.

La formazione attuale è formata da Tony Crane (membro fondatore) voce solista e chitarra solista, Billy Kinsley (membro fondatore) voce solista e chitarra ritmica, Bob Packham (unito nel 1974) cori e basso, e Lou Rosenthal (unito nel 2000) alla batteria.


Un po' di storia…

Originariamente chiamata The Mavericks, la band fu formata da Tony Crane e Billy Kinsley alla fine del 1960. Divennero The Pacifics nel settembre 1961, e furono rinominati Mersey Beats nel febbraio 1962 da Bob Wooler. Nell'aprile del 1962 divennero i The Merseybeats, con l’unione di Crane e Kinsley al chitarrista Aaron Williams e al batterista John Banks.

Firmarono un contratto discografico con la Fontana Records e ottennero il loro primo singolo di successo nel 1963 con “It's Love That Really Counts”, seguito nel 1964 da un disco che vendette milioni di copie, "I Think of You", che gli permise di ottenere il loro primo disco d'oro. Subirono una battuta d'arresto nel febbraio 1964 quando Kinsley lasciò per fondare una sua propria band, i Kinsleys. Fu temporaneamente sostituito da Bob Garner (e permanentemente da Johnny Gustafson, precedentemente dei Big Three. 


Con Gustafson arrivarono altri due successi importanti, "Don't Turn Around" e "Wishin' and Hopin' ". Ulteriori registrazioni di successo includevano “Last Night”, “Don't Let it Happen to Us”, “I Love You”, “Yes I Do”, “I Stand Accused”, “Mr. Moonlight”, “Really Mystified” e “The Fortune Teller”. Kinsley tornò nel gruppo alla fine del 1964.

The Merseybeats presenziarono regolarmente al Liverpool's Cavern Club, e affermarono di essere apparsi lì con i Beatles in molte occasioni, più di qualsiasi altra band di quell'epoca. Ebbero successo anche all'estero, in tour in Germania e negli Stati Uniti nel 1964, e ebbero il loro The Merseybeats Show sulla televisione italiana.

The Mersey
Quando il loro successo iniziale diminuì, la band si sciolse e nel 1966 Crane e Kinsley formarono un duo vocale chiamato The Merseys. Ebbero un grande successo con il loro primo singolo, una cover di "Sorrow" dei McCoys che raggiunse la quarta posizione nella UK Singles Chart. L'introduzione del disco includeva una linea di basso suonata da Jack Bruce. Una parte di questa canzone, "con i tuoi lunghi capelli biondi e gli occhi di blu", è inclusa in “It's All Too Much”, dei Beatles, pubblicato nel 1969 come parte dell'album della colonna sonora di “Yellow Submarine”.
Il duo si sciolse nel 1968, con Crane e Kinsley entrambi presenti in un certo numero di altre band.


Tony Crane e i Merseybeats
Durante gli anni Settanta Crane continuò a fare tour e ad esibirsi dal vivo nei panni di Tony Crane and the Merseybeats, con varie line-up.

Liverpool Express
I Liverpool Express (conosciuti anche come L.E.X.), si formarono nel 1975. Sono conosciuti soprattutto per aver cantato diverse canzoni di successo, come “You Are My Love” (che Paul McCartney ha dichiarato una delle sue canzoni preferite), “Every Man Must Have A Dream”, “Hold Tight”, “Dreamin'”, “Don't Stop The Music” e “Smile”.

I nuovi The Merseybeats
Il membro fondatore dei Merseybeats, John Banks, morì il 20 aprile 1988, all'età di 44 anni.
Tuttavia, Kinsley e Crane riformarono i Merseybeats nel 1993, e dopo aver festeggiato 45 anni nell'industria musicale nel 2006, hanno continuato a girare ed esibirsi nel circuito degli anni Sessanta, e nei luoghi del Regno Unito e di tutta Europa.


Per non dimenticare!



Membri attuali



Tony Crane – lead guitars, lead vocals (1961–present)
Billy Kinsley – rhythm guitars (previously bass), lead vocals (1961–1964, 1964–1974, 1993–2011, 2011–present)
Bob Packham – bass, backing vocals (1974–present)
Lou Rosenthal – drums (2000–present)

Del passato

David Elias – rhythm guitar, backing vocals (1961–1962)
Frank Sloane – drums (1961–1962)
Aaron Williams – rhythm guitars, backing vocals (1962–1966)
John Banks – drums (1962–1966)
Bob Garner – bass guitar, lead vocals (1964)
Johnny Gustafson – bass, lead vocals (1964)
Kenny Mundaye – drums (1965–1966, 1969–1974; a member of "The Fruit Eating Bears" during the time of "The Merseys")
Allan Cosgrove – drums (1974–2000)
Colin Drummond – keyboards, violin (1986–1993)
Dave Goldberg – keyboards (1993–2000, 2009–2011)
Adrian Crane – keyboards (2000–2009)
Chris Finley – keyboards (2011)
Toni Baker – keyboards (2011)
Alan Lovell – rhythm guitars, lead vocals (2011)
Rocking Johnny John Houghton – Lead guitars, backing vocals (1979-1981)


martedì 1 aprile 2025

1 aprile 1984 – Il padre uccide Marvin Gaye

Per ricordare la morte di Marvin Gaye, quarant'anni fa, utilizzo un articolo di Gianni Lucini.


La sera del 1° aprile del 1984, un'ambulanza arriva a sirene spiegate al 2101 South Grammercy di Los Angeles, dove c'è la casa del vecchio reverendo Gaye, un pastore evangelico famoso nel quartiere, oltre che per le sue prediche, per il fatto di essere il padre del cantante e compositore Marvin Gaye. Il personale dell'ambulanza entra correndo in casa e si trova di fronte a una scena agghiacciante. Steso a terra c'è Marvin Gaye immerso in una pozza di sangue, mentre seduto su una sedia con la testa tra le mani il padre ripete come un automa: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…». All'arrivo della polizia si lascia ammanettare senza opporre resistenza. Ha ucciso il figlio con un colpo solo al cuore sparato da una pistola che gli era stata regalata pochi giorni prima dallo stesso Marvin. Sostiene di non aver avuto alternative perché il figlio, in preda alla droga, avrebbe tentato d'ucciderlo. I giudici accoglieranno parzialmente la tesi della legittima difesa e lo condanneranno a cinque anni di carcere. Finiscono così la vita e la straordinaria carriera di Marvin Gaye alla vigilia del suo quarantacinquesimo compleanno. Da tempo in preda a frequenti crisi depressive non aveva mai completamente riassorbito lo shock della morte di Tammi Terrell, la compagna artistica svenuta in scena tra le sue braccia nel 1969. Non a caso dopo la scomparsa le sue canzoni erano divenute più problematiche e profonde. Considerato negli anni Settanta uno dei più grandi solisti neri della storia del rock aveva saputo rinnovarsi e mantenere inalterata la sua popolarità anche all'inizio del decennio successivo pur dando l'impressione di non riuscire più a liberarsi dai problemi derivati dall'eccessivo uso di stupefacenti e da una vita privata costellata da delusioni. Pochi mesi prima della sua morte si era trasferito nella casa dei genitori in cerca di aiuto, ma i vicini raccontano di frequenti liti con il padre, rigoroso predicatore, che lo accusava di essere un cattivo esempio per i giovani. Pochi giorni prima di morire aveva regalato lui all'austero genitore la pistola che l'avrebbe ucciso. C'è chi ipotizza che la sua morte sia stato un atto deciso a freddo, come David Ritz, l’autore una biografia molto dettagliata del cantante che scrive: «Credo che quel regalo fosse del tutto intenzionale... Marvin sapeva quello che faceva: voleva morire. Solo quattro giorni prima di essere ucciso si era buttato fuori da una macchina che viaggiava a novanta chilometri all’ora su una Freeway di Los Angeles».