Elisa
Montaldo-Looking Back Moving Forward
A dieci anni dal primo Fistful of Planets, Elisa Montaldo torna
con un’opera che segna un punto di svolta nella sua traiettoria artistica. Looking Back Moving Forward non è soltanto un nuovo album solista, ma la
sintesi di un decennio di lavoro sotterraneo, di crescita tecnica e spirituale,
di esplorazioni sonore che hanno ampliato il suo linguaggio fino a renderlo
oggi più personale che mai.
Il nuovo lavoro porta con sé il peso - e la ricchezza - di
anni trascorsi tra produzioni, colonne sonore, collaborazioni e ricerca
individuale. Elisa ha affinato strumenti, orecchio e visione, costruendo un
arsenale timbrico che spazia dai synth vintage al Roli Seaboard, dai flauti
nativi americani alle percussioni africane. Tutto ciò confluisce in un album
che respira di artigianalità, cura e consapevolezza.
Il titolo non è un vezzo poetico: è la chiave concettuale
dell’intero progetto. Il passato riaffiora in forma di melodie rielaborate, di
echi provenienti dai suoi lavori precedenti, mentre il futuro si manifesta nei
suoni elettronici, nelle texture sperimentali, nella libertà con cui gli
strumenti vengono sottratti alla loro identità originaria. Il risultato è
un’opera che vive in una dimensione sospesa, dove memoria e immaginazione si
intrecciano senza nostalgia.
Al centro dell’album si apre una parentesi inattesa: sei
brani strumentali che formano un mini-album autonomo, una zona liminale in cui
il tempo sembra rallentare. Qui l’autrice lavora sulla percezione, sulla
spazialità, sulla qualità tattile del suono. Rumori, frequenze “sporche”,
suggestioni infantili e atmosfere ipnotiche costruiscono un’esperienza
immersiva che invita all’ascolto in cuffia, in solitudine, in quiete. È musica
che non chiede attenzione: la cattura.
Pur essendo un album profondamente solista, alcuni ospiti
intervengono in punti strategici, ampliando la tavolozza senza mai sovrastarla.
Le batterie di Mattias Olsson, le armonizzazioni vocali di Francesco
Ciapica, le trame psichedeliche di Carmine Capasso, la viola e la
voce di Barbara Rubin, le chitarre di Giacomo Castellano: ogni
contributo è calibrato, funzionale, parte di un disegno più grande.
La limited edition - con bandana, shopper e soprattutto
l’opera in legno con ingranaggi funzionanti - estende il concept del tempo in
forma fisica. È un gesto che restituisce valore al supporto materiale,
trasformando l’album in un oggetto narrativo, da toccare e da vivere, non solo
da ascoltare.
Looking Back Moving Forward è un’opera che parla di trasformazione, di guarigione, di missione artistica. Elisa non si limita a comporre: costruisce spazi interiori, invita a respirare, a rallentare, a lasciarsi attraversare dalla musica come da un vento che porta via il superfluo. È un album che non si consuma: si abita.
Con questo lavoro, Elisa Montaldo firma la sua opera più matura e identitaria. Un disco che unisce rigore e immaginazione, artigianato e visione, radici e futuro. Un viaggio sonoro che prepara perfettamente il terreno all’intervista che segue, offrendo al lettore le coordinate emotive e concettuali per entrare nel suo universo.
TRACKLIST
1.
Raining
Solitude – 8:10
2. Still
Floating / We Didn’t Waste Time – 5:13
3. Alone
or Not (Modern Vampire) – 5:32
4.
The
Bunyan Effect – 3:30
5.
You’re
With Me – 3:22
6.
Al
di là delle idee – 4:54
7.
Northern
Woods – 4:13
The Dreamcore Bubble
8. Out
of the Cold White Desert – 4:08
9.
1941
– The Path – 3:53
10. Pastel
Markers – 2:37
11. 30
January – 5:25
12. Wesak
(LoFi Version) – 2:41
13. Watermelon
in Easter Hay – 5:34
14. Looking
Back, Moving Forward – 7:07
Durata totale: circa 66 minuti
Cosa ti ha spinto a tornare con un nuovo album solista proprio ora, e come senti sia cambiata la tua prospettiva musicale in questo decennio?
In realtà, in questi anni non ho mai smesso di comporre brani per il mio progetto personale, ma sono stata molto impegnata con il lavoro e con collaborazioni discografiche varie che mi permettono di avanzare (anche se a fatica) come professionista nella produzione musicale. Dopo aver prodotto la colonna sonora di un film e lavorato ai dischi di Mater a Clivis Imperat, Albus Diabolus e varie altre collaborazioni ancora non edite, mi sono finalmente dedicata allo sviluppo del mio lavoro solista e ho voluto fortemente che potesse vedere la luce esattamente a dieci anni dal mio primo “Fistful of Planets”. È stata dura, ma ce l’ho fatta. Durante questo decennio, per necessità e per scelta, ho concentrato tutte le mie energie sullo sviluppo personale, sulla produzione musicale, sulla creazione di arrangiamenti e su tutte le fasi che precedono il mastering di un disco. Ho ampliato il mio parco strumenti e dedicato molto tempo a costituire una selezione di suoni elettronici, vintage, VST realistici, ecc. In questo album ho cercato soprattutto di esprimere l’evoluzione che ho fatto su questi punti.
Il titolo “Looking Back Moving Forward” suggerisce un dialogo tra passato e futuro. In che modo le tue esperienze personali hanno influenzato questa visione?
Le mie esperienze personali hanno influenzato moltissimo l’album in sé e l’approccio che ho avuto nella sua produzione, sia a livello tecnico che creativo. I brani sono scritti in modo “evocativo/fantastico”, ma sono anche molto autobiografici. Racconto sensazioni che ho vissuto, riflessioni, paure e gioie, sogni e visioni. Il titolo è arrivato di getto quando ho guardato al mio album in modo distaccato e ne ho “scoperto” l’architettura: guardarsi indietro per andare avanti. È qualcosa che ho fatto personalmente in questi anni e che ha cambiato profondamente il mio modo di vivere e relazionarmi al mondo intorno. Fin dai tempi del primo album de “Il Tempio delle Clessidre” ho sempre inserito il concetto di “tempo” nelle mie composizioni: è abbastanza chiaro che per me sia una materia strettamente legata al mio modo di concepire la musica e di usarla per la mia “missione”, per ispirare un’evoluzione e un’apertura mentale che vadano al di là dei limiti che noi umani ci siamo imposti.
Sei riuscita a creare un mini-album dentro l’album. Puoi raccontarci come è nata questa idea e quale funzione ha per l’ascoltatore?
La cosiddetta “dream core bubble”, che si può tradurre con “bolla onirica”, è un’idea che ho sviluppato con tanta dedizione e in cui credo molto. Oggi siamo invasi da informazioni, immagini e musica che scorrono veloci senza neanche potersi “aggrappare” al nostro cervello ed essere elaborate nel modo giusto. La pazienza in generale si è ridotta e le persone vogliono cose sempre più veloci e “pulite”. Ma esiste una controtendenza che secondo me vale la pena considerare: la ricerca del suono spurio, del dettaglio “sporco” che in qualche modo ci fa ricordare qualcosa del nostro passato, un rumore bianco che conforta il nostro subconscio o degli effetti d’ambiente che ci fanno tornare piccoli, come dentro un sogno infantile o sotto le onde del mare. Questo è ciò che ho voluto inserire in questi brani, tutti nati da ispirazioni che chiamo “pure”: mi sono come “arrivati” da non so dove e, in una sorta di trance, ho cercato di esprimerli in musica. Sono brani strumentali che possono essere considerati come la “colonna sonora dei tuoi pensieri”: da ascoltare per rilassarsi, durante un viaggio fisico o mentale, per staccare dalla realtà o addirittura per conciliare il sonno e i sogni lucidi. Ho studiato molto sulla sovrapposizione dei suoni, sulla loro posizione nello spazio (anche con l’aiuto dello studio di Daniele Giane, che ha mixato l’intero disco). Ho anche inserito un po’ della mia esperienza nella produzione di musica per ipnosi e coerenza cardiaca (che ho fatto nel 2023/24). Sono brani strumentali e brevi, quindi “tascabili”, pronti all’uso per quel poco tempo in cui si può magari staccare la spina e ricaricare le energie.
Consigli di vivere la “bolla Dreamcore” in solitudine, con cuffie e corpo rilassato. Perché questa modalità è così importante per entrare nel tuo universo sonoro?
Perché penso sia uno dei modi migliori per concedersi la calma e l’attenzione per “assorbire” ciò che ho cercato di inserire nella musica. L’orecchio attento riconoscerà magari melodie già ascoltate (nei miei primi due Fistful of Planets), o suoni che ha già sentito in altra musica di diverso genere, o ancora avvertire dei rumori e farsi cullare da come essi attraversano lo “spazio uditivo” (percepibile se ascoltato in cuffia). Meglio ancora se con il corpo rilassato, predisposto a una respirazione corretta e naturale e aperto ad accogliere stati di rilassamento o distacco dalla realtà.
Nel disco suoni una gamma impressionante di strumenti, dal Roli Seaboard Rise 2 al flauto hulusi, fino alle percussioni africane. Quale di questi ha aperto nuove strade nella tua ricerca sonora?
Negli anni ho raccolto diversi strumenti sia per necessità
lavorative, sia soprattutto per la mia passione nella sperimentazione degli
stessi in contesti “esterni” alla loro identità. In questo disco ho voluto
inserirne il più possibile perché adoro i loro suoni acustici, come ad esempio
il flauto High Spirits, originario dei Nativi Americani, che ha un suono
molto particolare e richiama l’armonia con la Natura e l’unione dello Spirito
con essa (l’ho inserito sia in The Bunyan Effect che in Northern
Woods proprio per richiamare il carattere “mistico” dei due brani).
Sicuramente lo strumento che ha più arricchito la mia creatività e produzione
sonora è il Roli Seaboard: si tratta di un sintetizzatore con tastiera in
gomma, sulla quale si possono suonare le note in modo “multidimensionale”,
quindi glissando tra le note, vibrando e modificando i parametri del suono
semplicemente con le dita, cosa non possibile con le normali tastiere. I suoni
di Moog e altri famosi synth vintage diventano dunque molto più espressivi e si
possono creare parti spontanee ed efficaci.
Hai coinvolto musicisti come Mattias Olsson, Barbara Rubin e Carmine Capasso. Come hai scelto i tuoi ospiti e che ruolo hanno avuto nel plasmare l’atmosfera dell’album?
In partenza, per questo album non avevo intenzione di coinvolgere musicisti, poiché la distanza dai miei colleghi e la mia necessità di gestire tutto da sola rendono difficile questo tipo di produzione. Ho deciso dunque di occuparmi di tutti gli aspetti della produzione stessa. Procedendo con il lavoro, però, mi sono resa conto che alcuni brani necessitavano di interventi come la batteria: ho chiesto dunque a Mattias di partecipare in due brani, perché con lui esiste questa intesa artistica e ho potuto contare sulla sua sensibilità musicale, riuscendo ad avere il risultato che volevo molto fluidamente. A Francesco Ciapica ho chiesto di inserire dei cori sul brano Alone or Not, perché ho sempre amato la sua voce e apprezzo molto la sua creatività, soprattutto per quanto riguarda le armonizzazioni vocali. Il risultato ha confermato ciò, dando al brano un’identità molto interessante e delle influenze beatlesiane. Nello stesso brano ho proposto a Carmine Capasso, appassionato di strumenti etnici e non convenzionali come me, di creare delle texture psichedeliche nel finale, e ha accettato divertendosi con theremin, santur, chitarre e sitar, dando alla coda del brano un valore non indifferente e un’ulteriore spinta psichedelica. Con Barbara Rubin stiamo collaborando attivamente da fine 2022 e ci aiutiamo a vicenda nei nostri rispettivi lavori: per questo disco le ho proposto di interpretare la melodia della prima parte di Looking Back Moving Forward (la title track) con il suo bellissimo suono di viola e di cantare una piccola parte (insieme a Francesco) nel ritornello del brano stesso che chiude il disco. Ultimo, ma non per importanza, Giacomo Castellano (uno dei chitarristi più influenti e importanti che abbiamo in Italia) è presente nella nostra reinterpretazione di un brano di Frank Zappa. Le sue chitarre sono come sempre sublimi. Giacomo è stato il co-produttore di Fistful of Planets Part 1 ed è per me molto importante che sia in questo nuovo lavoro.
Shopper, bandana e soprattutto l’opera in legno con ingranaggi. Da dove nasce l’idea di legare oggetti fisici e artigianali al concetto musicale del tempo?
Mi sono sempre piaciute le edizioni limitate dei dischi, i gadget esclusivi e quelle piccole cose che rendono unico e da collezione un album. Trovo che oggi, con l’utilizzo sempre più massivo dei servizi di streaming, il supporto fisico soffra moltissimo: sappiamo quanto sia diventato complicato per gli artisti poter vendere la propria musica e quanto sia praticamente impossibile rientrare nelle spese sostenute per produrla. Ho voluto investire su un limitato numero di pezzi che potessero dare qualcosa in più del semplice CD: ho disegnato la bandana e la shopper, che sono stati prodotti in Italia, per dare un’identità maggiore al design portante del disco, alla palette colori e allo stile. Sono appassionata di design, stile e moda e, ovviamente, coi pochi mezzi a disposizione non ho potuto fare grandi cose, ma tengo molto a questo aspetto della comunicazione visiva e ho cercato di creare qualcosa che potesse piacere e soprattutto essere utile a tutti. Per quanto riguarda i due ingranaggi in legno, il discorso è più profondo: ho avuto questa idea perché ho pensato che, quando si ascolta il CD, la custodia con il display trasparente rimane vuota; allora ho voluto creare qualcosa di molto semplice che potesse incastrarsi al perno e girare proprio come gli ingranaggi di un orologio, esprimendo in modo fisico il concetto di “looking back moving forward”. Questi ingranaggi sono stati creati al laser da un laboratorio di una persona molto speciale: non posso svelarne l’identità, ma è uno scienziato che ha partorito alcune tra le invenzioni più importanti degli ultimi decenni e che collabora con marchi di orologeria svizzera di lusso. Se volete saperne di più, ho recentemente pubblicato un articolo dedicato sul mio blog del mio sito. Ovviamente questi piccoli ingranaggi hanno un valore simbolico, ma mi sento di dire che probabilmente non esiste nulla del genere in quanto a gadget di edizioni da collezione di un disco…
Nel disco ritornano echi di melodie dai tuoi lavori passati. È un modo per riconciliarti con la tua storia musicale o per offrire continuità agli ascoltatori?
È più che altro un modo per esprimere concretamente il
concetto di “looking back moving forward”. Le melodie presenti nei dischi
precedenti ritornano dal passato in modo più maturo: alcune sono sviluppate in
vere e proprie canzoni, altre sono vestite di suoni nuovi e arrangiamenti più
complessi. È anche un modo per dire che il viaggio tra i pianeti è tuttora
attuale e che l’universo in cui fluttuano si muove ed evolve, senza dimenticare
le proprie origini.
Tu parli di “aprire la mente e respirare un’aria fresca e catartica”. Qual è la tua speranza più profonda per chi ascolta questo album?
Ho sentito fin da quando ero piccola di essere su questa terra per compiere una missione, come ogni essere umano penso senta, ma nel mio caso la risposta è stata molto contorta da trovare. Ancora non so bene quale direzione prendere, ma negli ultimi anni ho avuto chiari segnali che il mio scopo, in quanto persona e artista, è quello di utilizzare la Musica come mezzo di comunicazione e di guarigione. Non so se dovrò approfondire gli aspetti puramente curativi della musica, ma sento che l’ispirazione trasmessa da essa possa essere davvero importante nel mondo attuale. Penso che il potere della Musica sia immenso e che possa davvero cambiare il mondo, partendo dalle piccole cose, da una canzone, da un suono. Ci sono persone che hanno avuto intuizioni geniali grazie alla musica, altre che sono uscite da tunnel di depressione o che sono riuscite a comunicare con altre ancora. Insomma, io vivo per questo, e in LBMF ho messo tutta la mia anima e la conoscenza che ho cercato di ampliare con dedizione per rendere i messaggi più chiari, sebbene spesso subliminali. La magia della Musica è quella di sussurrare nelle orecchie delle persone qualcosa che il loro cervello magari non può spiegare, ma che risuona profondamente nel loro corpo e nella loro anima.
Dopo Looking Back Moving Forward, quali nuovi territori sonori o concettuali immagini di esplorare?
Ho intenzione di continuare la mia sperimentazione sonora
individuale e ho già nuovi strumenti con cui poterlo fare. La vita di tutti i
giorni occupa molto tempo ed energie per riuscire a sopravvivere in questo
mondo, ma vorrei poter ritagliare tempo per lavorare su svariati progetti: in
cantiere ci sono già diverse idee, in primis la collaborazione con Barbara
Rubin nella creazione di un album che spezza un po’ i codici della musica
finora esplorata da entrambe e che vuole essere qualcosa di inaspettato e nuovo.
Vorrei dare alla luce l’album colonna sonora del film che ho prodotto tempo
addietro, perché penso sia molto interessante e possa piacere agli amanti del
progressive e delle colonne sonore. Ho poi in programma la collaborazione con
Samael Von Martin per i nuovi Mater a Clivis Imperat e Albus Diabolus
(in cui sono occupata in gran parte della produzione e che quindi sarà
impegnativo), avrò alcune collaborazioni nell’ambito della musica elettronica
con un produttore di techno e, soprattutto, vorrò finalmente tornare al mio
amato progressive e, se tutto va bene, ci saranno interessanti novità… Il 2026
sarà un altro anno impegnativo e spero che intorno ci sia interesse a scoprire
ancora nuova musica, perché è vero che ce n’è davvero tanta, ma l’essere umano
ne ha costante bisogno.



