sabato 22 agosto 2026

Buon Compleanno a Roland Orzabal, il visionario sonoro dei Tears for Fears

 


Ricordiamo oggi Roland Orzabal, la mente creativa dei 

Tears for Fears


Il 22 agosto del 1961 nasceva Roland Orzabal, il co-fondatore, chitarrista, cantante e principale compositore dei Tears for Fears. La sua figura è stata fondamentale nel definire un sound che ha attraversato generazioni, combinando profondità lirica con una raffinata complessità musicale.

Roland Orzabal, insieme a Curt Smith, ha plasmato i Tears for Fears in una delle band più influenti degli anni '80 e oltre. Ciò che distingue Orzabal è la sua straordinaria capacità di tradurre concetti psicologici e filosofici complessi in testi e melodie che risuonano universalmente. 

Album come The Hurting e il multiplatino Songs from the Big Chair non sono solo successi commerciali, ma veri e propri manifesti artistici che esplorano temi come la terapia primaria, l'alienazione e la ricerca dell'identità. Brani iconici come "Shout", "Everybody Wants to Rule the World" e "Sowing the Seeds of Love" sono esempi lampanti della sua maestria nel creare canzoni che sono al tempo stesso intellettualmente stimolanti e irresistibilmente accattivanti.

Il genio di Orzabal risiede nella sua abilità di orchestrare arrangiamenti complessi, spesso incorporando elementi di synth-pop, new wave, art rock e persino influenze sinfoniche, creando un suono ricco e stratificato. La sua voce, potente e distintiva, si alterna e si fonde con quella di Curt Smith, creando armonie vocali che sono diventate un marchio di fabbrica della band.

Anche dopo le pause e le riunioni, Orzabal ha mantenuto una coerenza artistica e una visione che hanno permesso ai Tears for Fears di rimanere rilevanti e apprezzati.

Orzabal non è solo un musicista eccezionale, ma un pensatore, un innovatore e un maestro nel creare paesaggi sonori che invitano alla riflessione. La sua influenza sulla musica pop e rock è innegabile, e il suo contributo continua a essere una pietra miliare per chiunque apprezzi la musica con sostanza e profondità.

Evidenziamo quindi oggi, nel giorno della sua nascita, il talento e la visione di Roland Orzabal, un artista che ha saputo elevare la musica pop a una forma d'arte profonda e significativa.



venerdì 21 agosto 2026

Cinquant’anni sul palco del Tenco: la mia conversazione con Antonio Silva

 



Ritratto spontaneo del custode del Premio Tenco: il racconto di una vita vissuta al fianco dei più grandi cantautori italiani


La mattina del 19 agosto, in uno stabilimento balneare della Riviera ligure, ho incontrato Antonio Silva, storico presentatore del Premio Tenco, figura centrale della canzone d’autore italiana. Ne è nata una conversazione spontanea, senza scalette né formalità, in cui Silva ha ripercorso cinquant’anni di musica, amicizie, aneddoti e riflessioni sul mondo che ha abitato per una vita intera.


Un profilo tra scuola e canzone d’autore

Docente di lettere e filosofia e a lungo preside di liceo a Cantù, Silva ha condotto una vita parallela divisa tra il ruolo nell’istruzione e quello di presentatore e custode del Premio Tenco. Ha iniziato a condurre la rassegna nel 1976, diventando per quasi cinquant’anni il volto e la voce storica sul palco del Teatro Ariston. Oltre alla conduzione, ha fatto parte del direttivo e del comitato organizzatore del Club Tenco, contribuendo alla selezione dei progetti artistici. La sua impronta è sempre stata caratterizzata da uno stile ironico, colto e asciutto, lontano dai classici toni dello spettacolo televisivo. Nel corso degli anni ha curato interventi satirici e pubblicazioni culturali, mantenendo un profondo legame con la canzone d’impegno narrativo. Nel tardo 2025 ha annunciato l’addio alla conduzione attiva del festival, salutando il pubblico dell’Ariston con la lettura della poesia Itaca di Costantino Kavafis.


La nostra chiacchierata

A.E.-Antonio, da dove nasce questo tuo coinvolgimento? Mi hai fatto capire che non hai mai preso una lira per questo lavoro… quindi dev'essere qualcosa di profondamente autentico.

A.S.-Da ragazzo avevo un gruppo, come tanti. Erano gli inizi degli anni ’70, ci chiamavamo Pan Brumisti. Abbiamo persino inciso un discoUn giorno Amilcare Rambaldi, fondatore del Festival di Sanremo e del Premio Tenco, decise di ascoltarci. Facemmo un concerto nel ’75 e fu un disastro totale. Lui mi si avvicinò e mi disse: “Voi fate schifo, però non ho mai visto nessuno reggere un disastro con tanta faccia tosta. Vieni a darmi una mano al Tenco?” Così nel ’76 arrivai come presentatore. Ho smesso solo l’anno scorso, dopo cinquant’anni.

Pan Brumisti_Tenco_76

Guardando al mezzo secolo di incontri, quali sono stati quelli che non avresti mai immaginato di vivere?

Faccio sempre un parallelo: un appassionato di calcio che si ritrova a cena con Maradona o Messi. Io per cinquant’anni ho frequentato i miei idoli: Guccini, Vecchioni, Paolo Conte, Branduardi, tutti. Qualche mese fa l’editore di Guccini, che si trovava già in precarie condizioni di salute, gli chiese se avesse voglia di vedere qualcuno. Lui rispose: “Vorrei vedere Michele Serra e Antonio Silva.” Siamo partiti da Milano e lo abbiamo raggiunto. Era un’amicizia vera, fuori dal tempo: andavamo in vacanza insieme, mia figlia è amica di sua figlia Teresa. Un rapporto che andava oltre la musica.

Credi che questo livello di amicizia possa impedirti di dare un giudizio oggettivo sull’artista?

Forse sì, ma la sua credibilità è talmente alta e diffusa che non c’è stata una sola voce contraria alla sua figura.

Sui social e sui giornali si è aperta una contesa politica attorno alla figura di Guccini: da una parte chi lo rivendica come simbolo della sinistra, dall’altra chi sostiene che la sua arte appartenesse a tutti. Tu come pensi che avrebbe reagito a questa polarizzazione?

Non seguo i social, ma queste cose succedono sempre con i grandi: appena muore un personaggio importante, ognuno cerca di mettergli il cappello, di tirarlo dalla propria parte, di usarlo per confermare la propria identità politica. A me paiono miserie, da una parte e dall’altra. L’arte vale per sé stessa, non ha colore. Se sei di destra non butti via Gramsci, se sei di sinistra non butti via gli intellettuali di destra; la cultura non funziona per appartenenze, funziona per profondità. Guccini non avrebbe sopportato questa polarizzazione. Si è sempre dichiarato socialista, mai comunista, e non ha mai voluto essere trasformato in un vessillo. E parlo con cognizione di causa: Guccini e Lolli vennero persino al mio matrimonio nel ’75, erano in concerto a Milano e si presentarono lo stesso. Con Francesco era nata un’amicizia vera, fuori dal tempo, che andava ben oltre la musica. Ridurre un musicista così a un simbolo di parte significa non aver capito né l’arte né l’artista. La sua musica parla a tutti, e deve continuare a farlo. L’arte non è un recinto, è un luogo aperto, e chi prova a chiuderlo dentro una bandiera fa un torto all’arte e alla persona.

Quindi confermi che Guccini si dichiarava socialista, ma non comunista.

Esatto. Ho persino un tovagliolo a casa con scritto di suo pugno: “Non sono e non sarò mai comunista.” Questo per dire che Guccini era certamente orientato a sinistra, ma non ha mai voluto essere identificato con un partito o rinchiuso in una categoria politica. Era un uomo libero, e teneva molto a questa libertà: non voleva che la sua musica diventasse un’etichetta o un vessillo. La sua collocazione personale non può essere usata per chiuderlo in un cassetto, perché la sua arte parla a tutti, non a una parte.

Altri incontri memorabili?

Paolo Conte. Quando arrivò al Tenco nel ’76 lo conoscevano in quattro. Io ero emozionatissimo e feci la gaffe del secolo: “Ed ecco a voi Piero Conte.” L’anno dopo, intervistato da La Stampa, disse: “Torno per vedere se il mio amico Antonio Silva ha capito che mi chiamo Paolo.” Ho quell’articolo incorniciato: per me è un simbolo di un rapporto nato sul palco e cresciuto nel tempo.

E Benigni?

Uno dei nostri vanti. Arrivò al Tenco perché voleva fare il cantante. Poi virò sul cabaret. Nel ’86, sul palco con Conte, De Gregori e Fossati, si infilò a cantare anche lui. Conte è precisissimo, e veder spuntare Benigni all’improvviso… puoi immaginare la sua faccia. Il manager di Conte mi disse dietro le quinte: “Vi siete bruciati Paolo Conte per i prossimi cent’anni.” E invece Conte è tornato, eccome se è tornato!

Qual era il tuo stile di conduzione?

Amicale. Non sono un professionista. Avevo sul palco amici, non personaggi da intervistare. Succedevano cose spontanee: Guccini che canta Vecchioni, Vecchioni che canta Guccini… La Rai non mi ha mai considerato, e forse è stata la mia fortuna, perché tale condizione mi ha permesso di restare libero, lontano dalle manfrine televisive.

Come consideri l’evoluzione del Premio Tenco nel corso degli anni?

È tutto più complicato. Una volta venivano per amicizia, adesso se non hanno quella chitarra, quel tecnico, quel suono, tutto si complica. E poi ci sono mille figure intermedie: manager, tecnici personali, consulenti. Il Tenco è nato come un luogo libero, artigianale, quasi domestico. Oggi è inevitabilmente più strutturato.

C’è, secondo te, qualcuno che aveva un grande potenziale, ma che per qualche motivo non è arrivato alla visibilità?

Gli Scraps Orchestra di Mantova: bravissimi. E Mario Panseri, ligure, voce simile a Tenco, e questo per lui fu un handicap. E poi Gianmaria Testa: all’inizio era visto come un emulo di Paolo Conte e ha fatto fatica ad affermarsi.

Chi c’è oggi dietro al Tenco?

Io sono l’unico rimasto del gruppo chiamato da Rambaldi. Oggi ci sono professionisti: giornalisti, direttori artistici, organizzatori. È più difficile trovare convergenza, ma si va avanti.

Recentemente, a Bordighera, hai presentato Scanzi e Morgan, due personaggi, almeno visti dall’esterno, non certo facili!

Sono amici. Scanzi ha una cultura musicale sterminata: l’anno scorso ha riempito un buco di 12 minuti sul palco dell’Ariston, da solo, e alla fine standing ovation. Morgan è un genio musicale. Si fa del male da solo, ma è un genio. Sono personaggi complicati e divisivi, ma con me scatta qualcosa: rispetto, ascolto, amicizia.

Come vedi la musica oggi rispetto ai tuoi inizi?

Non voglio utilizzare la solita frase “ai miei tempi…”, ma è vero che negli anni ‘70 si creò un clima irripetibile. Il successo di quei cantautori dura da sessant’anni. Penso sia stato un impasto culturale, sociale, politico, geografico in grado di determinare una stagione straordinaria. Possiamo dire la stessa cosa se parliamo della musica attuale?

Tre cantautori sul tuo podio personale?

Paolo Conte, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni. E aggiungo un quarto: Massimo Bizzarri, uno dei tanti che non ha sfondato ma che ho amato molto.

Perché non ha funzionato?

Non lo so. Forse non aveva le persone giuste accanto, e spesso la comunicazione conta più dell’arte.


Conclusione 

Un incontro nato per caso, davanti al mare, si è trasformato in un viaggio attraverso mezzo secolo di musica italiana. Antonio Silva racconta senza filtri, con la naturalezza di chi ha vissuto tutto dall’interno, senza mai smettere di considerare la musica un fatto umano prima che artistico. Dalle sue parole emerge una figura rara: non solo il presentatore storico del Premio Tenco, ma un custode discreto e appassionato, capace di attraversare cinquant’anni di canzone d’autore senza mai mettersi al centro, mantenendo uno stile amicale, ironico, colto e lontano da ogni artificio televisivo.

Silva ha incarnato un modo di stare nella musica che oggi quasi non esiste più: la vicinanza autentica agli artisti, la capacità di creare ponti, di far dialogare mondi diversi, di proteggere la libertà del Tenco da pressioni esterne e logiche commerciali. La sua storia dimostra che si può lasciare un’impronta profonda senza mai alzare la voce, semplicemente restando fedeli a un’idea di arte come luogo di incontro, di ascolto e di verità.







giovedì 20 agosto 2026

Phil Collins apre alla possibilità di tornare con nuova musica: “Ci sono brani che potrei completare, e altri già pronti”

 


Phil Collins apre alla possibilità di tornare con nuova musica: “Ci sono brani che potrei completare, e altri già pronti


Phil Collins non pubblica un album da sedici anni, eppure l’idea di un ritorno in studio non è affatto esclusa. Dopo la conclusione del tour di reunion dei Genesis, The Last Domino?, nel marzo 2022, molti avevano interpretato quella serie di concerti come l’ultimo capitolo della sua carriera dal vivo. Le sue condizioni di salute, segnate da problemi ai nervi, difficoltà motorie e una lunga battaglia con l’alcol, sembravano aver chiuso definitivamente la porta a nuovi progetti artistici.

In una sua recente esternaione, però, Collins lascia intendere che la storia potrebbe non essere finita. Alla domanda se abbia intenzione di registrare nuova musica, risponde con una cauta apertura. Collins, il cui ultimo lavoro discografico è la raccolta di cover Going Back del 2010, racconta di avere ancora un piccolo studio personale e la curiosità di rimettersi a sperimentare. Spiega che alcuni brani sono in attesa di essere completati, mentre altri sono già pronti, e che quindi un ritorno non è affatto da escludere.

Nell’intervista affronta anche il tema della ricaduta nell’alcolismo che lo ha colpito dopo anni di sobrietà, episodio che nel 2024 lo ha portato a un ricovero urgente. Collins descrive quel periodo come uno dei più difficili della sua vita: beveva in modo costante e automatico, senza percepire la gravità della situazione, finché il suo corpo non ha ceduto. Racconta che il suo manager ha riunito l’intero team in Svizzera per discutere del suo futuro, perché in quel momento era davvero in pericolo. Reni e fegato stavano collassando, e lui non se ne rendeva conto.

Dopo il ricovero, Collins ha affrontato un lungo percorso di cure, cinque interventi al ginocchio e la gestione del cosiddetto “piede cadente”, motivo per cui oggi utilizza le stampelle per evitare cadute. Nonostante tutto, afferma di essere finalmente in una fase positiva: non beve da tre anni, segue regolarmente la fisioterapia e si sente in condizioni fisiche migliori rispetto al passato recente.

Intanto Face Value, il suo celebre debutto solista, tornerà nei negozi l’8 settembre in una nuova edizione ampliata su quattro LP, pensata per celebrare il quarantacinquesimo anniversario dell’album.



mercoledì 19 agosto 2026

Addio a Frank Beard, il tempo perfetto degli ZZ Top

 


Addio a Frank Beard, il tempo perfetto degli ZZ Top


Il metronomo del Texas blues si è fermato il 17 agosto 2026 all'età di 77 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella storia del rock americano. Frank Lee Beard, per oltre cinquant'anni colonna portante degli ZZ Top dietro le pelli, si è spento serenamente nella sua casa di Richmond, circondato dall'affetto della famiglia.

Insieme a Billy Gibbons e al rimpianto Dusty Hill, Beard ha costituito una delle sezioni ritmiche più affiatate e riconoscibili di sempre. Il suo approccio alla batteria era essenziale ma chirurgico, capace di sorreggere con un tiro inconfondibile brani entrati di diritto nella memoria collettiva come La Grange, Tush, Gimme All Your Lovin’ e Legs. Più che la tecnica virtuosa fine a sé stessa, era la sua padronanza del cosiddetto Texas shuffle a definire l'ossatura del suono della band, quel passo ritmico felpato e potente che spingeva il boogie-rock verso territori irresistibili.

La figura di Beard resta legata anche a un noto paradosso visivo che ha fatto la storia del costume musicale. Sebbene il suo cognome significasse letteralmente "barba", per la gran parte della carriera degli ZZ Top è stato l'unico elemento del trio a non portarne una, limitandosi al massimo a un paio di baffi ben curati mentre Gibbons e Hill sfoggiavano le celebri ed enormi barbe lunghe fino al petto.

Lontano dai riflettori che illuminavano la prima linea del palco, Frank Beard ha preferito far parlare le sue bacchette, lavorando nell'ombra per garantire quell'impalcatura sonica su cui la band ha costruito la propria fortuna.

Con la sua scomparsa non se ne va soltanto un interprete preciso e rigoroso, ma il cuore battente di una formula musicale irripetibile che ha segnato un'epoca.






Ginger Baker: il 19 agosto 1939 nasceva il mago del ritmo, tra rock, jazz e Africa

 


Il 19 agosto 1939 nasceva Peter Edward "Ginger" Baker, un nome destinato a scolpire il suono della batteria nella storia del rock. Ben più che un semplice percussionista, Baker è stato un pioniere, un batterista fusion che ha fuso la potenza del rock con la complessità del jazz e l'anima ritmica dell'Africa, creando uno stile inimitabile e profondamente influente. La sua carriera, segnata da un talento torrenziale e una personalità vulcanica, lo ha reso una figura leggendaria e controversa del panorama musicale.

Prima di diventare una star del rock, Baker era un musicista jazz. Cresciuto a Londra, si immerse nella scena del trad jazz britannico, assorbendo lezioni fondamentali sull'improvvisazione e sulla poliritmia. I suoi primi eroi non furono i batteristi rock, ma giganti del jazz come Max Roach e, soprattutto, Phil Seamen, il suo mentore. Da loro imparò la fluidità, la tecnica e la capacità di raccontare una storia con le percussioni, competenze che portò con sé quando la musica si fece più rumorosa.

Il punto di svolta arrivò con la formazione dei Cream nel 1966, un supergruppo con Eric Clapton alla chitarra e Jack Bruce al basso. Qui, il talento di Baker esplose in tutta la sua potenza. 

Nei Cream, la batteria non era un semplice accompagnamento, ma una voce solista che si intrecciava in intricate conversazioni con gli altri strumenti. Brani come "Toad" non erano solo assoli, ma manifestazioni di un virtuosismo senza precedenti nel rock. Baker introduceva nel genere schemi ritmici complessi e un'improvvisazione che lo distinguevano da tutti i suoi contemporanei.

Dopo la breve ma intensissima avventura con i Cream, Baker seguì una passione che covava da tempo: la musica africana. Il suo viaggio in Nigeria fu una vera e propria epifania. Qui, studiò e collaborò con il leggendario Fela Kuti, immergendosi nelle poliritmie complesse dell'afrobeat. Questa esperienza non fu solo un'ispirazione, ma una trasformazione profonda. Il suo stile si arricchì di nuovi colori e texture, portandolo a fondare la band Ginger Baker's Air Force, un collettivo multiculturale che combinava rock, jazz e ritmi africani in un audace esperimento sonoro.

Il resto della sua carriera fu una continua esplorazione, tra progetti solisti, collaborazioni con artisti del calibro di Fela Kuti e Bill Frisell, e la formazione di diverse band. Nonostante le difficoltà personali e i problemi di salute, Baker ha sempre mantenuto una devozione incrollabile per il suo strumento e per la musica.

Ginger Baker è scomparso il 6 ottobre 2019. Non è stato solo un maestro della batteria, ma un pioniere che ha spinto i confini del suo strumento e ha dimostrato che la tecnica jazz poteva coesistere con l'energia del rock. La sua influenza si ritrova in generazioni di batteristi che hanno cercato di emulare la sua potenza, la sua grazia e la sua inventiva.

La sua musica è un'affermazione del fatto che il ritmo può essere un linguaggio universale, capace di unire stili e culture apparentemente distanti. Ginger Baker rimarrà per sempre uno dei grandi, un vero artigiano del ritmo il cui battito continua a risuonare nella storia della musica.




martedì 18 agosto 2026

Il 18 agosto 2012 ci lasciava Scott McKenzie, voce della generazione Flower Power

 


"Se stai andando a San Francisco, non dimenticare di mettere qualche fiore tra i capelli"


Il 18 agosto 2012, ci lasciava Scott McKenzie. Il cantante, noto in tutto il mondo per l'inno generazionale "San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)", si è spento nella sua casa di Los Angeles all'età di 73 anni, una morte è avvenuta dopo una lunga battaglia contro la sindrome di Guillain-Barré, una rara malattia autoimmune che lo aveva afflitto negli ultimi anni.

Nato Philip Wallach Blondheim il 10 gennaio 1939, McKenzie è stato molto più che l'interprete di un'unica canzone. La sua carriera, sebbene brevemente sotto i riflettori globali, è stata un riflesso autentico degli ideali del suo tempo. Amico d'infanzia di John Phillips dei Mamas and the Papas, McKenzie era immerso nella vibrante scena musicale della East Coast prima di diventare una figura di spicco del movimento "flower power".

Il suo successo più grande, "San Francisco", fu scritto da John Phillips per promuovere il Festival del Rock di Monterey del 1967. La canzone, con il suo messaggio di amore, pace e ribellione pacifica, divenne rapidamente un fenomeno mondiale, raggiungendo le vette delle classifiche in molti paesi e incarnando lo spirito della "Summer of Love". Non era solo un brano musicale; era un manifesto. La sua voce dolce e malinconica, accompagnata da un arrangiamento che evocava immagini di libertà e fratellanza, ha reso "San Francisco" un brano immortale.

Sebbene McKenzie non abbia mai replicato quel successo a livello commerciale, la sua influenza e il suo impatto culturale sono rimasti indelebili. Ha continuato a lavorare nella musica, anche con i Mamas and the Papas in tour negli anni '80. La sua vita, lontana dai riflettori che lo avevano illuminato per un breve periodo, è stata un testamento alla sua integrità artistica.

La scomparsa di Scott McKenzie segna la fine di un'era. La sua voce rimarrà per sempre legata a un momento di speranza e idealismo, un'epoca in cui la musica era uno strumento di cambiamento. Oggi, mentre ricordiamo il suo contributo, continuiamo a sentire l'eco di quella melodia e di quel messaggio che ha fatto di San Francisco il cuore di una generazione: "If you're going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair."








lunedì 17 agosto 2026

Deep Purple: Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972


Deep Purple

Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972

Impegnato nell’epico ed esplosivo  crescendo di Child in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi. La folla probabilmente non sapeva bene  il significato di ciò che stava cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei  Deep Purple, è stato quello”.

Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44 settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare, nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock, Fireball e Machine Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità vertiginosa.

Il risultato di quei tre straordinari concerti fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’ l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò Ian Gillian all’epoca, confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio. La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il perfetto monumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. 


Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto tenuto al Palasport di Genova l’11 marzo del 1973.

I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma conservo ancora il biglietto da 1500 lire.








domenica 16 agosto 2026

Shel Shapiro: compie gli anni un'icona del beat italiano

 


Norman David Shapiro, per tutti semplicemente Shel Shapiro, nasce a Londra il 16 agosto 1943. Figlio di un pugile ebreo e di una casalinga, cresce in un quartiere popolare dove sviluppa la sua passione per la musica, imparando a suonare la chitarra da autodidatta. A metà degli anni '60, arriva in Italia e fonda un gruppo destinato a diventare uno dei nomi più importanti della musica beat: i Rokes.

Con i Rokes, Shel Shapiro si impone come leader carismatico, portando in Italia un sound fresco e innovativo, ispirato ai grandi gruppi britannici come i Beatles e i Rolling Stones. Canzoni come "Che colpa abbiamo noi", "È la pioggia che va" e "C'è una strana espressione nei tuoi occhi" diventano inno di un'intera generazione, scalando le classifiche e conquistando il cuore di milioni di giovani. La loro energia sul palco e il loro look inconfondibile li rendono un fenomeno di costume, capaci di influenzare non solo la musica, ma anche la moda dell'epoca.

Il successo dei Rokes dura fino al 1970, anno del loro scioglimento. A quel punto, Shel decide di rimanere in Italia e intraprendere una carriera da solista. Oltre a continuare a cantare, si dedica a tempo pieno alla produzione musicale, collaborando con artisti del calibro di Mia Martini, Alberto Fortis e Loretta Goggi. La sua sensibilità e la sua esperienza si rivelano fondamentali per la nascita di alcuni dei più grandi successi della musica italiana.

Negli anni '80 e '90, Shel Shapiro continua a lavorare dietro le quinte, componendo colonne sonore per il cinema e il teatro e portando avanti la sua passione per l'arte e la cultura. Negli ultimi anni, è tornato sulle scene, sia con spettacoli teatrali che con nuovi progetti musicali, dimostrando una vitalità e una creatività senza tempo.

La storia di Shel Shapiro è la storia di un artista poliedrico, un'anima rock che ha saputo reinventarsi e rimanere sempre fedele alla sua passione per la musica. Dalla Londra degli anni '60 all'Italia del boom economico, la sua vita è un viaggio affascinante, fatto di successi, cambiamenti e una costante ricerca di nuove espressioni artistiche. Il suo contributo alla musica italiana è indiscusso e la sua figura rimane un punto di riferimento per intere generazioni di artisti.






Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky...


Ospitata in quella che era praticamente un’abitazione privata, tra effluvi di whisky e abbondante presenza femminile, l’ultima esibizione di Robert Johnson può contare su testimonianze piuttosto labili. Occorre pertanto affidarsi ai ricordi di Sonny Boy Williamson, grande armonicista in possesso di un’aneddotica sterminata, che sostiene di aver suonato insieme al leggendario bluesman in quella fatale notte.

La popolarità di Johnson nella regione del delta del Mississippi era cresciuta negli anni ’30 grazie anche al suo presunto patto con il diavolo stipulato alla periferia di Clarksdale, all’incrocio fra la Statale 61 e la Statale 49. Solo qualcuno che avesse venduto l’anima al diavolo, si diceva in giro, poteva suonare contemporaneamente parti ritmiche e soliste con tanta abilità, oppure cantare del “cane degli inferi sulle mie tracce” con pathos quasi soprannaturale.

Nel luglio 1938, dopo molto peregrinare, Johnson si era stabilito a Greenwood.
Il sabato sera suonava in un locale chiamato Three Forks, dove si era messo con una ragazza del paese. Difficile dire se sapesse o meno che si trattava della moglie del proprietario della bettola.
Sonny Boy Williamson racconta che una sera Johnson, durante una pausa nella sua esibizione, si vide arrivare una bottiglia di whisky. Consapevole delle tensioni che la spregiudicatezza sentimentale dell’amico stava creando (il flirt era iniziato un paio di settimane prima), l’armonicista afferrò la bottiglia e la gettò via.

Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky”,  lo ammonì Johnson che, poco dopo, accettò senza indugi una seconda bottiglia. In realtà Williamson aveva visto giusto.
Non appena ricominciò a cantare, Johnson ebbe un malore e dovette lasciare il palco.
Al whisky era stata aggiunta della stricnina. Sebbene non fosse risultata subito fatale, Robert Johnson morì circa due settimane dopo, il 16 agosto 1938, senza immaginare che l’incrocio presso cui la sua vita e la sua arte si erano intersecate sarebbe diventato il mito primigenio del musicista-fuorilegge del xx secolo.





sabato 15 agosto 2026

Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965-Beatles



Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965

"Now, ladies and gentlemen, honoured by their country, decorated by their Queen, loved here in America, here are The Beatles!"


Fu l’apice della Beatlemania: 55000 fan urlanti che agitavano striscioni e bandiere mentre a stento intravedevano i Fab Four al di là del recinto di protezione.

A qualche centinaio di metri di distanza, su un palco costruito alla buona nel mezzo di un enorme campo di baseball, i quattro musicisti cercavano di farsi ascoltare sparando musica da amplificatori da 100 watt commissionati per l’occasione, un impianto di diffusione sonora più adatto ad annunciare il risultato delle partite.

E’ stato il più grande concerto mai visto”, dichiarò entusiasta John Lennon qualche tempo dopo. “E anche il più esaltante. Una cosa fantastica”.

Un attimo prima di attraversare di corsa il prato con indosso le celebri giacche beige, i Beatles sembravano un gruppo di eroi per sbaglio, stanchi al solo pensiero di affrontare una nuova tournèe americana (una dozzina di date in grandi spazi all’aperto) dopo luinghe peregrinazioni europee. Persino arrivare allo Shea Stadium era stata un’impresa ardua.

Da Wall Street avevano viaggiato in elicottero sino al tetto della World Fait, dove un veicolo li attendeva per portarli a destinazione.

Ma bastò la prima delle dodici canzoni in scaletta, a malapena udibile in mezzo alle urla isteriche del pubblico, perché la professionalità dei Beatles tornasse a galla.

John Lennon si produsse perfino in una spettacolosa imitazione di Jerry Lee Lewis accompagnando al piano un trascinante "I'm Down".

In realtà sia lui sia i compagni sapevano che quei guizzi estemporanei non erano più semplici  artifici scenici . “Avevo sbiellato” ammise Lennon diversi anni più tardi.
(Note di Mark Paytress)


Set list

Twist And Shout
She's A Woman
I Feel Fine
Dizzy Miss Lizzy
Ticket To Ride
Everybody's Trying To Be My Baby
Can't Buy Me Love
Baby's In Black
I Wanna BeYour Man
A Hard Day's Night
Help!
I'm Down





venerdì 14 agosto 2026

The Who-"Who's Next": un must del rock!

Artista: The Who

Titolo: Who's Next

Pubblicazione: 14 agosto 1971

Durata: 43:39

Genere: Rock

Etichetta: Decca Records

Produttore: The Who, Glyn Johns

Registrazione: marzo - maggio 1971


Ogni tipo di giudizio relativo ad un progetto musicale è opinabile, tutto passa attraverso sensazioni e preferenze personali, ma esistono le fondamenta e poi tutto il contorno, e quando mi riferisco alle “fondamenta” penso a contenitori sonori che mettono tutti d’accordo, sia per la loro “bellezza specifica” che per la capacità dimostrata nel tempo di saper influenzare ciò che arriverà dopo, diventando di fatto un “apripista” del genere di riferimento.

Vorrei descrivere uno di questi dischi in modo estremamente semplice, immaginando di utilizzare l’articolo per avvicinare un giovane, un neofita, e provare ad incuriosirlo.

A fine post sarà possibile ascoltare ogni singola traccia dell’album con l’aggiunta di un contributo video.

Il disco in questione è "Who's Next" dei The Who, senza dubbio - e di questo sono certo - uno dei migliori album rock di tutti i tempi. Qualche dettaglio… ma non troppi!

Quinto album in studio della band inglese, fu pubblicato il 14 agosto 1971 dalla Decca Records e contribuì a consolidare la reputazione della band, una delle più influenti e innovative nel panorama musicale dell'epoca.

Una delle caratteristiche distintive di "Who's Next" è la potenza e l'energia delle performance musicali.

L'album si apre con la celebre "Baba O'Riley", una canzone iconica caratterizzata dal maestoso synth introduttivo e dai riff di chitarra potenti. La voce di Roger Daltrey è intensa e appassionata, mentre la sezione ritmica composta da John Entwistle al basso e Keith Moon alla batteria fornisce una base solida e dinamica.

Il punto centrale dell'album è la lunga suite "Won't Get Fooled Again", un brano epico - con il suo potente finale di chitarra e le urla strazianti di Daltrey – che cattura l'essenza del rock 'n' roll e la ribellione giovanile dell'epoca: ancora oggi continua ad essere considerata un classico del rock.

Altri brani degni di nota includono "Behind Blue Eyes", una ballata emotiva e struggente che mette in luce il talento vocale di Daltrey, e "My Wife", scritta da John Entwistle e unico brano dell'album che non porta la firma di Pete Townshend. "The Song Is Over" è un altro momento memorabile dell'album, con il suo arrangiamento ricco di strati sonori e le armonie vocali impeccabili.

Un elemento che rende "Who's Next" così speciale è anche la produzione di Glyn Johns, che ha saputo catturare perfettamente l'energia cruda e l'urgenza delle esecuzioni della band. L'album suona fresco e potente anche dopo oltre cinquant'anni dalla sua pubblicazione.

Inoltre, "Who's Next" è un album che ha avuto un impatto significativo sulla musica rock successiva, con l'uso innovativo dei sintetizzatori e degli arrangiamenti strumentali che ha aperto nuove strade per la sperimentazione sonora nel rock, influenzando generazioni di musicisti.

"Who's Next" appare come album senza tempo, che dimostra la grandezza della band. Le performance straordinarie, i testi potenti e la produzione impeccabile si combinano per creare un'esperienza musicale indimenticabile.

Un must per qualsiasi collezione musicale!

La rivista Rolling Stone lo ha inserito al 28º posto della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

 

Curiosità 

Dopo la pubblicazione del precedente album, “Tommy”, nel 1969, Pete Townshend concepì un'altra opera rock intitolata “Lifehouse”, che avrebbe dovuto fondere rock e teatro, ma il progetto non si concretizzò e il chitarrista decise di salvarne comunque le tracce da pubblicare nel nuovo album del gruppo, “Who's Next” appunto.

L'abbandono del complesso progetto di “Lifehouse” diede quindi al gruppo maggiore libertà, senza bisogno di mettere in sequenza i brani per realizzare un concept album (come fatto per “Tommy”). Ciò permise alla band di concentrarsi sui singoli brani, rifinendoli per bene e uniformando la sonorità.


La copertina 

La copertina è una foto del gruppo scattata a Easington Colliery, ritratto apparentemente realizzato dopo aver finito di urinare su un monolite di cemento. Secondo il fotografo Ethan Russell, la maggior parte degli Who non fu in grado di urinare davvero, e quindi venne gettata dell'acqua sui lati della costruzione per simularne l'effetto.

Il monolite presente in copertina viene spesso visto come un ironico riferimento al celebre monolite del film “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che era uscito nei cinema solo tre anni prima e per il quale la band avrebbe dovuto comporre alcune delle musiche.

Nel 2003, il canale televisivo americano VH1 ha nominato la copertina di “Who's Next” come una delle migliori di sempre.

Esiste una versione scartata della copertina dell'album, che avrebbe dovuto raffigurare delle donne nude obese, ma l'idea venne accantonata quasi subito. Altra copertina alternativa a cui si era pensato, era una foto del batterista Keith Moon vestito in lingerie nera, con una frusta in mano e una parrucca da donna in testa.


Tracce edizione originale (cliccare sul titolo per ascoltare)


Lato A

Baba O'Riley - 5:09

Bargain - 5:34

Love Ain't For Keeping - 2:11

My Wife - 3:41 (John Entwistle)

The Song Is Over - 6:16

Lato B

Getting In Tune - 4:50

Going Mobile - 3:43

Behind Blue Eyes - 3:39

Won't Get Fooled Again - 8:38


Formazione

Roger Daltrey - voce

Pete Townshend - chitarra, pianoforte, sintetizzatore

John Entwistle - basso

Keith Moon – batteria


Musicisti aggiuntivi

Nicky Hopkins – pianoforte in “The Song Is Over” e “Getting in Tune”

Dave Arbus – violino in “Baba O'Riley”

Al Kooper – organo nella versione alternativa di “Behind Blue Eyes”

Leslie West – chitarra nella versione estesa di “Baby Don't You Do It” (bonus track del ‘95


Produzione

Kit Lambert, Chris Stamp, Pete Kameron – produttori esecutivi

Produzione musicale: The Who & Glyn Johns

Ingegnere del suono: Glyn Johns

Fotografie: Ethan A. Russell


The Who nel 1971







Woodstock 1969: l'anima di una generazione in tre giorni di musica e pace

 


Musica, fango e un'utopia di pace: il festival che ha segnato un'epoca


Nel cuore di una tumultuosa estate del 1969, mentre il mondo era scosso da conflitti sociali, tensioni politiche e la guerra del Vietnam, un evento destinato a diventare un'icona culturale si materializzò in un'anonima fattoria a Bethel, nello stato di New York. Il "Woodstock Music & Art Fair", un festival originariamente pensato per attrarre circa 50.000 persone, si trasformò in un raduno spontaneo e pacifico di oltre 500.000 giovani. Questo evento non fu solo un concerto, ma una potente manifestazione di una controcultura che aspirava a ideali di pace, amore, e libertà.

L'idea nacque da quattro giovani intraprendenti: Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. La loro visione era quella di creare un festival che unisse musica, arte e una comunità di persone con visioni simili. Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un'area di 1,2 km² nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto., ma l'opposizione locale costrinse gli organizzatori a cercare in fretta una nuova location. La salvezza arrivò da Max Yasgur, un contadino che offrì il suo terreno di 600 acri a Bethel. La decisione di Yasgur di ospitare il festival, nonostante le proteste dei suoi vicini, è rimasta un simbolo di apertura e tolleranza.

Il cartellone di Woodstock fu una vera e propria enciclopedia della musica rock, folk e blues dell'epoca. Per tre giorni, dal 15 al 18 agosto, il palco divenne un altare sonoro per artisti leggendari e talenti emergenti. Richie Havens aprì il festival con una performance improvvisata e toccante, dando il via a una carrellata di esibizioni memorabili.

Joe Cocker, con la sua interpretazione graffiante di With A Little Help From My Friends dei Beatles, catturò l'anima del pubblico. Janis Joplin, con la sua voce potente e la sua presenza magnetica, si confermò una delle figure più carismatiche del rock. La performance dei Jefferson Airplane incarnò lo spirito psichedelico e ribelle del movimento.

Il clou del festival fu senza dubbio la performance di Jimi Hendrix, che chiuse l'evento la mattina di lunedì. La sua epica e distorta esecuzione dell'inno nazionale americano, "The Star-Spangled Banner", divenne un'iconica protesta contro la guerra del Vietnam, un grido di dolore e speranza che risuonava perfettamente con il sentimento di una generazione.

Oltre alla musica, ciò che rese Woodstock un evento storico fu l'incredibile esperienza umana che si sviluppò. Le previsioni meteorologiche avverse, con piogge torrenziali che trasformarono il prato in una palude di fango, non scoraggiarono i partecipanti. Anzi, la condivisione di cibo, acqua e rifugi divenne un simbolo di solidarietà e di una comunità che si autogestiva in modo pacifico.

La logistica crollò sotto il peso della folla inaspettata, ma la gente si aiutò a vicenda. Nonostante le condizioni spartane e l'assenza di servizi adeguati, non si registrarono episodi di violenza. L'atmosfera era permeata da un senso di fratellanza e di utopia.

Woodstock non fu solo un concerto; fu un punto di svolta. Divenne il manifesto di una generazione che cercava un'alternativa alle convenzioni sociali e politiche del tempo. L'evento dimostrò che centinaia di migliaia di persone potevano coesistere in pace, un messaggio potente in un'epoca di conflitti.

Il festival ha lasciato un'eredità incancellabile nella musica, nella cultura popolare e nella storia sociale. Ha ispirato innumerevoli altri festival e ha consolidato l'idea che la musica potesse essere un veicolo di cambiamento e un potente strumento di espressione collettiva. A distanza di oltre mezzo secolo, "tre giorni di pace e musica" rimangono un simbolo di speranza e di un'utopia, per quanto breve, che ha ridefinito il significato di una generazione.