C’è una strada a Genova dove il mare non arriva, ma dove
l’umanità trabocca in ogni vicolo. È Via del Campo, un luogo che Fabrizio De André ha trasformato da semplice
geografia urbana in un tempio della dignità umana. Ma dietro la nascita di
questo capolavoro del 1967 si nasconde una storia fatta di equivoci,
"bugie" creative e un’amicizia nata davanti a un bicchiere di vino.
Via del Campo (1967)è una canzone e al tempo stesso un
manifesto. Ambientata nel cuore del ghetto genovese, descrive un mondo di
prostitute e sognatori con una dolcezza che sfida la morale comune. Faber ci
insegna che la purezza non abita nei palazzi del potere, ma tra gli ultimi. Il
celebre verso finale - "Dai diamanti non nasce niente, dal letame
nascono i fior" - è forse la sintesi più alta della sua intera
filosofia: la bellezza autentica germoglia proprio dove la società vede solo
scarto.
Il fascino del brano risiede anche nella sua melodia antica e
malinconica. Per anni si è creduto che De André avesse rielaborato una ballata
medievale del Cinquecento. In realtà, si trattava di una geniale
"beffa" d'autore.
Qualche anno prima, Enzo
Jannacciaveva scritto la musica
per un brano intitolato "La mia morosa la va alla fonte"(1965).
Per renderlo più suggestivo, insieme a Dario Fo, aveva messo in giro la
voce che la melodia fosse un antico reperto storico. De André, cadendo nel
tranello ma restandone folgorato, la utilizzò per la sua canzone, convinto
fosse di pubblico dominio.
Quando Jannacci riconobbe le sue note alla radio, lo stupore
fu immediato. Se inizialmente il clima si scaldò - con ombre di possibili
battaglie legali per plagio - la vicenda si risolse con quella rara eleganza
che solo i grandi artisti possiedono.
I due si incontrarono e, tra un bicchiere di vino e una
risata, chiarirono l'equivoco: De André ammise candidamente l'errore e la
questione si chiuse con una stretta di mano. La SIAE registrò ufficialmente la
collaborazione, attribuendo la musica a Jannacci e il testo a De André. Quello
che poteva essere un tribunale divenne invece un legame di stima profonda:
Jannacci amò talmente i versi di Faber da inserire Via del Campo nel
proprio repertorio, omaggiando l'amico genovese in ogni suo concerto.
Oggi, camminando per Via del Campo, si respira ancora
quell'atmosfera sospesa tra sacro e profano. Al civico 29 rosso,
l'antico negozio di dischi di Gianni Tassio è diventato un museo dedicato alla
scuola genovese. È lì che la chitarra di Faber e il genio di Jannacci
continuano a parlarsi, ricordandoci che la grande arte non ha confini, nemmeno
quelli della proprietà intellettuale, quando serve a dar voce a chi non ne ha.
Nel
gennaio del 1980 chiudevano i Morgan Studios di
Londra, i primi in UK ad avere un mixer con 24 piste.
In
quel luogo furono registrati album entrati nella storia del rock
Un po’ di
storia…
Il Morgan
Studios (fondato come Morgan Sound Studios) fu uno studio di registrazione
indipendente sito a Willesden, nel nord-ovest di Londra. Fondato nel 1967, è
stato il luogo usato per le registrazioni di artisti importanti come Jethro
Tull, The Kinks, Paul McCartney, Yes, Black Sabbath, Donovan, Joan Armatrading,
Cat Stevens, Rod Stewart, UFO e molti altri.
Glu Studi nacquero per
opera di Barry Morgan, Monty Babson, Jerry Allen e Leon Clavert, che gestivano
un'etichetta discografica jazz ai Lansdowne Studios e volevano uno spazio
ufficio dedicato per la loro label.
Dopo essersi
assicurati una posizione al 169-171 di High Road, nella zona di Willesden, nel
nord-ovest di Londra, decisero di costruire anche uno studio di registrazione. Per
la gestione tecnica assunsero l'ex ingegnere degli Olympic Studios Terry Brown,
che nominò un altro ex "alunno" degli Olympic Studios, Andy Johns come ingegnere
capo. Lavorò alla Morgan come assistente ingegnere anche Roy Thomas Baker, che
in seguito avrebbe raggiunto la fama come ingegnere e produttore ai Trident
Studios.
Brown sapeva
che Clive Green stava progettando una nuova console di missaggio per i
Lansdowne Studios e chiese se potesse acquistare il design. Green invece scelse
di costruire la console da solo, con conseguente fondazione del produttore di
console di mixaggio Cadac Electronics. La prima Cadac - una console
split a 8 canali cablata a mano, personalizzata con ingressi e uscite bilanciati
senza trasformatore - fu installata proprio presso i Morgan Studios.
Morgan
Studios inizialmente operava con una sala live di dimensioni modeste - 36 m2 - e
una sala di controllo di 15 m2, con un registratore Scully da 1 pollice a 8
tracce e registratori Ampex a 2 tracce e 4 rack. Gli studi avevano anche un
pianoforte a coda Steinway e un organo Hammond.
Nel 1969, un
nuovo e più grande Studio 1 fu costruito al piano superiore, con quello originale ribattezzato Studio 2. Il nuovo studio fu dotato di una console di
missaggio Cadac modulare 24x16, un registratore 3M a 16 tracce e uno Studer A80
a 2 tracce.
Lo stesso
anno, quattro dei dipendenti, tra cui il fondatore Barry Morgan, il
tastierista Roger Coulam, il chitarrista Alan Parker e il bassista Herbie
Flowers, unirono le forze con i cantanti Roger Cook e Madeline Bell per formare
il gruppo pop britannico Blue Mink.
Nel 1972,
Morgan aprì uno Studio 3 significativamente più grande al piano terra di un
edificio dall'altra parte della strada, equipaggiandolo con una console Cadac
24x24 e un registratore 3M M79 a 24 tracce.
Nel 1974,
Morgan acquistò un'altra proprietà dietro l'angolo per aprire lo Studio 4, il
più grande dei Morgan. Dotato di una console di missaggio Cadac 28x24, lo Studio
4 ebbe anche la particolarità di essere il destinatario del primo registratore
a nastro Ampex a 24 tracce in Inghilterra (anche se fu successivamente
sostituito da uno Studer A80).
Ciascuna delle
sale di controllo di Morgan aveva 3 riverberi a piastre EMT, 2 limitatori Pye e
2 limitatori UREI. Gli studi di Morgan utilizzavano anche microfoni Neumann U47
e U67.
Nel 1980, Morgan Studios 3 e 4 furono
venduti al gruppo Zomba e divennero Battery Studios. Nel 1984, i Morgan Studios
1 e 2 furono venduti a Robin Millar e rinominati Power Plant Studios, che
chiusero 6 anni dopo.
Aprile 1969: i Jethro Tull registrano
il loro secondo album, Stand Up e, in quegli stessi giorni, il singolo -
ritmo di 5/4 introdotto dal basso, diventato poi uno dei brani più noti del
gruppo - Living in the Past, che uscirà il mese seguente (sul retro, Driving
Song). Le registrazioni hanno luogo presso la nuova sede dei Morgan Studios
di 169-171 High Road, Willesden, nel nord-ovest di Londra. Nello stesso
edificio, come si può vedere nel video, c’erano stati prima i Grosvenor
Studios.
Impossibile stabilire se il
giornalista francese fosse davvero personalmente presente o se il servizio era
un originale inglese poi “ripassato” in salsa d’oltralpe. Anche se la sincronia
suono/immagini non è perfetta, il video della registrazione originale di quel
brano e Ian (a quei tempi un vero chain smoker,) che suona il flauto con la
sigaretta tra le dita della mano sinistra è da JT videoteca.
Dalle porte chiuse in faccia dai
colossi del mercato alla creazione della propria etichetta: la storia
incredibile di come la determinazione di una donna ha cambiato per sempre le
regole dell’industria musicale
Il successo di Joan Jettviene oggi celebrato come uno dei capitoli più
gloriosi della storia del rock, ma le sue origini affondano in una serie di
rifiuti che avrebbero potuto stroncare la carriera di qualunque artista. Prima
di scalare le classifiche mondiali con inni generazionali come I Love Rock
'n' Roll, la musicista di Filadelfia dovette affrontare lo scetticismo
radicale di un'industria discografica che non vedeva in lei alcun potenziale
commerciale.
Dopo l'esperienza con le Runaways, la band tutta al femminile
che l'aveva fatta conoscere al grande pubblico negli anni Settanta, Joan Jett
si ritrovò sola a cercare un nuovo inizio. Nonostante la fama già acquisita, il
suo materiale solista fu respinto da ben 23 etichette discografiche
diverse. Le motivazioni, spesso dettate da pregiudizi di genere, erano quasi
sempre le stesse: l'idea di una donna alla guida di una band rock pura non
veniva considerata un investimento sicuro per il mercato dell'epoca.
Invece di piegarsi alle logiche delle major, Jett scelse la
via dell'indipendenza totale. Insieme al produttore Kenny Laguna, diede vita
alla Blackheart Records, gestendo in proprio la produzione e la distribuzione
dei suoi dischi. Fu una mossa pionieristica che non solo le garantì la libertà
artistica, ma le permise di dimostrare ai dirigenti che l'avevano scartata
quanto si fossero sbagliati.
Il tempo diede ragione alla sua tenacia: nel 1982, il singolo
I Love Rock 'n' Roll divenne un fenomeno globale, trasformando Joan Jett
in un'icona immortale e dimostrando che, talvolta, il rifiuto è solo il
preludio a una rivoluzione ancora più grande.
Un frammento di storia riemerge dal
passato: le immagini restaurate dell’Anaheim Stadium mostrano la band all’apice
della sua potenza visiva e sonora
Nel mondo del collezionismo musicale, ci sono momenti che
ridefiniscono la comprensione di un’epoca. La recente comparsa su YouTube di
dieci minuti di riprese inedite dei Pink Floyd,
risalenti alla tappa nordamericana del tour In The Flesh del 1977,
è senza dubbio uno di questi.
Il filmato, girato il 7 maggio 1977 all'Anaheim Stadium in
California, è stato riportato alla luce e meticolosamente restaurato dal Pink
Floyd Research Group. Non si tratta solo di un documento per appassionati,
ma di una testimonianza visiva di rara qualità che cattura la band in un
momento di transizione monumentale.
Un documento tecnico e artistico senza precedenti
Secondo il collettivo che ha curato il rilascio, l'importanza
di questa clip è difficile da sovrastimare:
"È il primo vero filmato di alta qualità della loro
esecuzione di Wish You Were Here nel 1977. Cattura inquadrature straordinarie
di tutti e sei i membri sul palco, inclusi i turnisti Snowy White e Dick Parry,
e primi piani ravvicinati di David Gilmour durante gli assoli di Money."
Il video offre una panoramica dettagliata delle iconiche
proiezioni circolari e degli effetti scenici che hanno reso i Pink Floyd i
pionieri della "musica da guardare", mostrando con una nitidezza
sorprendente le sezioni 6-9 di Shine On You Crazy Diamond.
Il contrasto con la critica dell’epoca
Nonostante oggi il tour del 1977 sia considerato leggendario,
l'accoglienza della stampa contemporanea fu sorprendentemente gelida. In una
recensione dell'epoca, Rolling Stone descrisse lo spettacolo di Anaheim con
toni quasi sprezzanti, definendolo un "circo" e un "insulto
roboante".
Secondo il magazine, la band stava scivolando verso un
distacco cinico dal proprio pubblico: "A differenza dei loro dischi,
gli spettacoli non mostrano mai la sicurezza organica di uno dei gruppi più
innovativi dell'ultimo decennio... è un luogo di acrimonia e disprezzo".
Il seme della discordia: verso "The Wall"
Questa tensione percepita dalla critica non era un'illusione.
Il tour del 1977 fu il catalizzatore del crollo emotivo di Roger Waters.
Proprio la sensazione di alienazione provata davanti a folle oceaniche e
distratte portò Waters, pochi mesi dopo ad Anaheim, al celebre episodio di
Montreal in cui sputò a un fan.
Fu proprio quel gesto di disprezzo a far scattare la
scintilla creativa per il capolavoro del 1979: "Ho immaginato un muro
costruito all'interno dell'arena, con la band che suona nascosta dietro di
esso", raccontò in seguito Waters.
Oggi, grazie a questo nuovo filmato, possiamo osservare
quegli ultimi istanti di "libertà" scenica prima che il muro, reale e
metaforico, venisse definitivamente innalzato.
Il prog
italiano tra rigore tecnico e visione sonora, con Zarathustra come manifesto di
un’epoca
Questo articolo nasce da una intervista realizzata conAlberto Moreno delMuseo Rosenbache si inserisce all’interno di un
progetto editoriale più ampio dedicato all'evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è estrapolare contenuti e riflessioni che
possano diventare un racconto interessante e di respiro storico-critico, capace
di mettere in luce il rapporto tra creatività artistica e visione tecnica nella
storia della band.
Alberto Moreno
Zarathustra: 80% arte, 20% produzione
Il primo album, Zarathustra(1973), è il caso
emblematico di come il sound del Museo Rosenbach sia nato dall’incontro tra
ispirazione artistica e intervento produttivo. Moreno attribuisce l’80% al contributo creativo della band e il restante 20% alla visione
del produttore Angelo Vaggi (Ricordi).
Fu lui a proporre una modifica strutturale decisiva:
l’eliminazione di un’introduzione pianistica e la creazione, direttamente in
studio, di un inizio sinfonico. Una scelta accolta all’unanimità e rivelatasi
vincente.
I tecnici del suono, Carlo Martinet e Dino Gelsomino, si
limitarono a registrare curando l’efficacia del suono. Il missaggio, gestito da
Vaggi insieme ad Alberto Moreno, generò però qualche malcontento: il
chitarrista Enzo Merogno si sentì penalizzato nei suoi interventi solistici. A
peggiorare le cose, il riversamento da nastro a vinile risultò disastroso, con
un suono impastato che tagliava le medie frequenze. Il confronto con Darwin
del Banco, prodotto da Sandro Colombini, mise in evidenza la differenza
qualitativa nella masterizzazione.
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca
visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.
Exit: il Pop che spiazzò i fan
Con Exit (2000), la produzione condivisa con
Sergio Cossu segnò una svolta. Registrato a Bordighera con uno studio mobile,
l’album si concentrava sulle dinamiche dell’amore, abbandonando il taglio epico
richiesto dall’etichetta progressive. I provini furono trascritti in chiave
Pop, con sonorità più morbide, e la presenza di un nuovo cantante accentuò la
distanza dal sound originario.
Il risultato fu un disco percepito dai fan come un’opera
minore, rimasto in una sorta di limbo, lontano dall’impatto di Zarathustra.
La tecnologia: analogico vs digitale
Il Museo Rosenbach nacque nell’era analogica. Nel 2011, con Zarathustra live in studio(2012), la band decise di risuonare l’album senza
sovraincisioni, come se fosse un live. Tre esecuzioni furono registrate e la
migliore scelta come definitiva. Fondamentale fu il lavoro del fonico Maurizio
Macchioni, che curò anche il missaggio.
Al contrario, in Barbarica(2013)
le parti furono incise a strati, con un risultato giudicato “freddo”. La
versione Live in Tokyo(2014), sempre con
Macchioni, restituì invece la vitalità originaria e rimane una delle
testimonianze più efficaci del suono autentico della band.
L’invenzione accidentale: la voce di
Lupo
Se il sound del Museo Rosenbach ha un elemento iconico,
questo è la voce di Stefano “Lupo” Galifi. La sua passione per James
Brown e Joe Cocker sembrava inconciliabile con le basi progressive della band.
Eppure, l’inserimento di una voce blues su strutture rock e sinfoniche si
rivelò una scelta coraggiosa e vincente. Non un errore, ma un’intuizione che
arricchì il sound con una contrapposizione inedita.
Oltre i modelli archeologici
Guardando al presente, Moreno sottolinea un rischio comune
alle band indipendenti: quello di riproporre modelli “archeologici” del
progressive. Il genere, per sua natura, deve evolvere e rispondere al tempo in
cui viene prodotto. Suite e strutture ritmiche spezzettate restano tratti
distintivi, ma devono essere aggiornati al senso artistico contemporaneo.
Conclusione
Il percorso del Museo Rosenbach dimostra come il sound di una
band non sia mai il risultato di una sola voce, ma di un intreccio tra
creatività, tecnica e contesto storico. Le scelte produttive, talvolta
controverse, hanno contribuito a definire un’identità sonora che ancora oggi
viene discussa, reinterpretata e messa in relazione con il presente.
Ha compiuto gli anni Paul Stanley, nato il 20 gennaio 1952 a New
York City.
È il co-fondatore, frontman, chitarrista ritmico e co-cantante
dei Kiss, dalla sua fondazione nel 1973 fino al loro ritiro nel 2023.
Stanley è stato l'autore o co-autore di molte delle canzoni
più popolari della band e ha creato per la sua persona nei Kiss il personaggio
"The Starchild".
È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2014
come membro dei Kiss.
Nel 2006, la rivista Hit Parader lo ha classificato al 18º
posto nella lista dei Top 100 Metal Vocalists of All Time. Inoltre, un
sondaggio dei lettori di Gibson.com nel 2010 lo ha nominato 13º nella lista dei
Top 25 Frontmen.
Oltre alla sua carriera musicale, Stanley ha recentemente
fatto notizia per le sue dichiarazioni sui social media riguardo alle cure di
affermazione di genere per i minori, che hanno generato feedback divisivi. Ha
successivamente rilasciato una nuova dichiarazione per chiarire le sue
intenzioni e supportare coloro che lottano con la loro identità sessuale.
Dimentichiamo la parodia e il polveroso ricordo accademico:
nel 2026, il capolavoro di Sergej Ejzenštejn smette di essere un
monumento intoccabile per diventare materia viva, pulsante e ferocemente
moderna. A cento anni esatti dalla sua prima proiezione pubblica il 21 gennaio
1926, l’ensemble milanese I Sincopatici
compiino un’operazione che definire audace è riduttivo: liberare La Corazzata Potëmkindal mito e restituirla alla sua natura originaria
di "grido umanista" attraverso un’esperienza sensoriale totale. Sotto
la guida della compositrice Francesca Badalini, il gruppo ha rilasciato
una versione che non si limita a "commentare" le immagini, ma le
rigenera attraverso un linguaggio sonoro viscerale e una veste estetica
inedita.
La prima grande sorpresa è visiva: il film originale è
proposto in una versione ricolorata tramite Intelligenza Artificiale. Questa
scelta conferisce vitalità alle inquadrature centenarie, creando un contrasto
potente con la partitura musicale che spazia dal rock alla musica classica di
ricerca. Le musiche, ideate dalla Badalini (attiva dal 1999 con la Cineteca
Italiana) e rielaborate collettivamente, mantengono un'anima live e
improvvisativa. La registrazione, effettuata presso l’XLR Studio di San Donato
Milanese, ha voluto preservare intatto quel pathos tipico dei
cine-concerti che il gruppo porta sui palchi da dieci anni.
Seguendo la struttura originale del film, il lavoro si divide
in cinque tracce corrispondenti ai cinque atti:
Atto I: Uomini e vermi - L’incipit cupo sulla carne
deteriorata e l’ingiustizia dei superiori.
Atto II: Dramma sul ponte - Il momento della rivolta, dove il
ritmo si fa incalzante.
Atto III: Il morto chiama - Il lutto per Vakulinčuk e
l'omaggio della città di Odessa.
Atto IV: La scalinata di Odessa - Il climax drammatico. Qui la
musica regge il peso di immagini iconiche come la carrozzina e gli occhiali
frantumati.
Atto V: Una contro tutte - La solidarietà finale tra i
marinai sotto la bandiera rossa.
Il cuore del progetto risiede nel contrasto timbrico tra i
componenti:
Francesca Badalini (Pianoforte e
Chitarra Elettrica):
Fondatrice ed esperta di musicazione per il cinema muto.
Silvia Maffeis (Violino): La sua anima classica (già al fianco
di Einaudi) dona lirismo ai momenti più umani.
Andrea Grumelli (Basso Fretless): Porta l'esperienza del jazz-rock e
del metal, dando profondità alle frequenze della corazzata.
Teo Ravelli (Batteria ed
Elettronica): Il
motore ritmico che mescola glitch, noise e improvvisazione.
Sulla scia del successo del precedente Decimo Cerchio
(2024), I Sincopatici riescono finalmente a scrostare il film dal suo sbiadito
passato. Non è più una "punizione" cinefila, ma un’esperienza
travolgente: il cinema come non lo avete mai sentito.
Nasceva il 21 gennaio del 1941Richie Havens, cantante, compositore e chitarrista
americano, noto per il suo stile unico e la sua voce profonda. La sua carriera
musicale si è estesa per oltre cinque decenni, caratterizzata da una passione immensa
per la musica folk e un impegno costante per le cause sociali e politiche.
La storia musicale di Richie Havens iniziò nei club del
Greenwich Village negli anni '60, un'epoca in cui il folk revival stava
prendendo piede. Grazie al suo talento e alla sua presenza scenica, Havens
attirò l'attenzione di artisti e produttori influenti.
Il suo debutto discografico avvenne nel 1965 con l'album
"A Richie Havens Record", ma fu con l'album "Mixed Bag" del
1967 che ottenne il successo critico e commerciale.
La carriera di Richie Havens raggiunse un punto culminante
durante il Festival di Woodstock nel 1969. Havens fu il primo artista a salire
sul palco e la sua performance aprì l'iconico festival. Con una combinazione di
canzoni originali e cover, tra cui una potente versione di "Freedom",
Havens conquistò il pubblico e divenne un simbolo del movimento controculturale
degli anni '60. La sua esibizione a Woodstock rimane una delle più memorabili
nella storia della musica.
Dopo il successo di Woodstock, Richie Havens continuò a
pubblicare album e a organizzare concerti in tutto il mondo. La sua musica, che
univa elementi di folk, rock e blues, gli permise di collaborare con molti
artisti di spicco, tra cui Bob Dylan, Jimi Hendrix e Joan Baez.
Havens fu apprezzato non solo per la sua musica, ma anche per
il suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. Partecipò a
numerosi eventi e manifestazioni, utilizzando la sua voce e la sua notorietà
per promuovere il cambiamento sociale.
Havens fu anche un filantropo e un attivista. Fondò la
Northwind Undersea Institute, un centro di educazione ambientale per i giovani,
e supportò varie organizzazioni benefiche.
A causa di un attacco cardiaco Havens morì il 22 aprile 2013
all’età di 72 anni, ma il suo impatto sulla musica e sulla società rimane vivo.
Le sue canzoni, cariche di emozione e significato, sono un
tributo duraturo alla sua visione artistica e al suo impegno per la giustizia.
Nella vasta mitologia del rock and roll, esistono momenti che
superano il confine della semplice esibizione per diventare veri e propri
spartiacque culturali. Uno dei più celebri e discussi rimane, senza dubbio,
quello avvenuto la sera del 20 gennaio 1982 al Veterans Memorial
Auditorium di Des Moines, Iowa. Durante una tappa del tour promozionale
dell'album Diary of a Madman, Ozzy
Osbournefu protagonista di un
gesto che avrebbe segnato la sua carriera per sempre: il morso a un pipistrello
vero sul palco.
Quello che molti oggi ricordano come un atto di ribellione
calcolato o una macabra trovata pubblicitaria, fu in realtà il risultato di un
incredibile quanto disgustoso malinteso. All'epoca, i concerti di Ozzy erano
noti per un’atmosfera carica di eccessi, dove il pubblico era solito lanciare
sul palco oggetti di ogni tipo, inclusi animali di gomma e pezzi di carne
cruda.
Quando un fan nelle prime file lanciò un piccolo corpo scuro
sul palco, Ozzy, accecato dalle luci e immerso nel personaggio, si convinse che
si trattasse di un giocattolo in plastica. Raccolse l'animale e, con un gesto
teatrale volto a scioccare la folla, gli staccò la testa con un morso. La
reazione immediata non fu però quella prevista: il cantante avvertì
immediatamente il calore del sangue e un sapore amaro e metallico, rendendosi
conto con orrore che l'animale era reale.
Nonostante il panico iniziale, lo show proseguì, ma le
conseguenze non tardarono ad arrivare. Subito dopo la fine del concerto,
Osbourne fu trasportato d'urgenza in ospedale per iniziare un doloroso ciclo di
trattamenti antirabbici, una serie di iniezioni che lo avrebbero accompagnato
per diverse settimane. L'episodio scatenò proteste feroci da parte delle
associazioni per i diritti degli animali e contribuì a creare intorno alla
figura di Ozzy un'aura di pericolosità che lo portò persino a essere bandito da
diverse città.
Paradossalmente, proprio questo incidente trasformò l'ex
frontman dei Black Sabbath in un'icona immortale della cultura pop. Ciò che
nacque come un errore grottesco è diventato il simbolo della sua natura
selvaggia, un aneddoto tramandato di generazione in generazione che ancora
oggi, dopo oltre quarant'anni, continua a definire l'essenza stessa del
"Principe delle Tenebre".
“Il sole fa davvero la differenza.
Qui anche la gente fiorisce. E’ un pubblico meraviglioso. Adoro il modo in cui
esprime le sue emozioni.” (Freddie Mercury)
Sui biglietti figurava la presuntuosa dicitura “il miglior festival di tutti i tempi”.
Ma se non fu il migliore, fu certamente il più grande.
Con novanta ore di musica nell’arco di dieci giorni e un totale di
tre milioni di spettatori, il primo e più memorabile “Rock In Rio” superò ogni più rosea
aspettativa dell’organizzatore, l’uomo d’affari brasiliano Roberto Medina. Gran
parte del merito va ascritto ai Queen, le cui esibizioni, in particolare quella
molto intensa dell’ultima giornata del
festival, restano un momento chiave nella lunga e lenta invasione rock dell’America
Latina.
Il cantante Freddie Mercury rappresentava al meglio la tipica
ossessione degli anni ’80 per la spettacolarità, e il suo inimitabile gusto
kitsh veniva esaltato dagli spazi di grandi dimensioni. Ma anche lui dovette
sentirsi minuscolo al momento di salire su un palco di 7000 metri quadrati, in grado
di ospitare contemporaneamente tutti i gruppi in cartellone. Di fronte c’erano
300.000 persone abbronzate e cariche di voglia di divertirsi che salutarono il
gruppo con un’ovazione assordante.
Mai i Queen avevano potuto contare su una platea tanto allegra e
vitale. Alle spalle dell’arena allestita per l’occasione era cresciuta una
specie di città virtuale con decine di negozi e il più grande McDonald al
mondo. In lontananza si stagliavano le montagne che circondavano Barra da
Tijuca. Era un’ambientazione straordinaria e, come al solito, Mercury si
dimostrò all’altezza della situazione.
Il concerto spaziò lungo tutta la carriera del gruppo, dai primi
timidi successi di inizio anni’70, come Keep
Yoursekf Alive, alle più recenti e celeberrime Hammer to fall e Radio Gaga,
quest’ultima accompagnata dalla folla con un potentissimo battimano ritmico.
Un accenno di contestazione arrivò quando Mercury sfoggiò un abbigliamento
non propriamente maschile per I Want To
Break Free, turbando la componente machista, peraltro in minoranza, del
pubblico. Ciò non impedì al cantante di innamorarsi del Brasile e dell’intero
Sudamerica: “Mi piacerebbe comprarmi
tutto il continente e farmi eleggere presidente.”
L’ultima tappa del tour “Assenza di gravità… and more”
di Carmine Capassosi è trasformata in una serata speciale, quasi un
rito di chiusura, dove passato, presente e futuro della musica si sono
intrecciati con naturalezza. Il pubblico non era numeroso, ma la sala era ricca
di musicisti e ascoltatori attenti: un clima da “cerchia competente”, dove ogni
dettaglio viene colto e valorizzato.
A inaugurare la serata è stato Gianmaria
Zanier, solo sul palco con chitarra e basi. Un compito impegnativo,
soprattutto per chi è abituato a promuovere gli altri artisti più che sé
stesso. E invece Zanier ha affrontato la sfida con una sincerità che ha
colpito: ha proposto alcuni brani dal suo Diario di Bordo,
portando un’intimità che ha funzionato proprio perché priva di artifici. La sua
esibizione è stata un gesto di coraggio e autenticità: un artista che decide di
mettersi in gioco, pur senza grande esperienza da palco, e che riesce a creare
un clima di ascolto vero. Un’apertura positiva, umana, che ha predisposto il
pubblico alla serata.
La seconda parte ha visto l’ingresso della Carmine Capasso Band, formazione affiatata e
potente:
Carmine Capasso – voce, chitarre, theremin, synth
Sep Sarno – piano, Hammond, Moog
Piero “BlackBass” Chiefa – basso, chitarra
Jacopo Casadio – batteria, cori
Capasso si conferma un frontman completo: tecnico,
espressivo, capace di guidare la band e di coinvolgere il pubblico con
naturalezza. La scaletta ha attraversato i brani del suo album Assenza di
gravità, alternandoli a momenti dedicati alle sue esperienze con The
Trip, proponendo anche un brano da lui composto per la nuova formazione.
Non sono mancati omaggi a gruppi e artisti che fanno parte del suo DNA
musicale: Timoria, Genesis, Ivan Graziani, Black
Sabbath. Una sezione centrale energica, varia, costruita con intelligenza
musicale.
La terza parte ha portato sul palco Giorgio “Fico” Piazza, in splendida forma. Con
lui la serata ha assunto una dimensione storica, quasi documentaria.
Il percorso musicale ha rivisitato le sue origini con I
Quelli, proponendo pezzi storici come “La bambolina che fa no no no”
(brano di Michel Polnareff, portato al successo in Italia proprio dai
Quelli), “Hush” dei Deep Purple, altro cavallo di battaglia della
band pre-PFM.
Dalla stagione dei Quelli si è passati alla nascita della PFM,
di cui Piazza è stato membro fondatore e protagonista nei primi due album. Il
pubblico ha potuto ascoltare canzoni come “Impressioni di settembre”, “La
carrozza di Hans”, introdotta da una citazione potente dei King Crimson,
ovvero “21st Century Schizoid Man”.
Greg Lake è sempre nei suoi pensieri e "Lucky Man" ne è una testimonianza.
La chiusura è stata affidata a un classico intramontabile “È
festa” (con Zanier a completare la big band), brano che ha trasformato la
sala in un piccolo rito collettivo, con il pubblico ai piedi del palco.
Piazza non si è limitato a suonare: ha raccontato, ha
condiviso aneddoti, ha riportato alla luce un pezzo di storia del progressive
italiano. La sua presenza ha completato la serata, aggiungendo profondità e
memoria.
Alla fine, ciò che resta di questa ultima tappa del tour “Assenza
di gravità… and more” è la sensazione di aver attraversato un viaggio
completo, fatto di coraggio, tecnica, memoria e condivisione. L’apertura di
Zanier ha dato il tono umano alla serata, come se qualcuno avesse spalancato
una porta invitando tutti ad accomodarsi senza formalità. La parte centrale,
con la Carmine Capasso Band, ha mostrato invece la solidità di un gruppo che sa
esattamente dove andare: un suono compatto, una guida sicura, un repertorio che
alterna introspezione e potenza, passato e presente, con quella naturalezza che
solo i musicisti veri sanno mantenere.
E poi l’arrivo di Giorgio “Fico” Piazza ha aggiunto la
dimensione del racconto, quella che non si impara e non si costruisce: si porta
addosso. Le sue storie, i suoi brani, i suoi ricordi trasformati in musica
hanno completato il quadro, come se la serata avesse improvvisamente trovato la
sua profondità storica, il suo orizzonte più ampio. Insieme, questi tre momenti
hanno creato un flusso unico, un intreccio di generazioni e sensibilità che ha
restituito al pubblico un’esperienza piena, viva, capace di guardare avanti
senza dimenticare da dove arriva.
E proprio guardando avanti, la chiusura del tour assume un
significato particolare: Carmine Capasso ora si fermerà per un po’, una pausa
necessaria per dedicarsi al nuovo disco. Se questa serata è stata un punto
d’arrivo, è anche un punto di ripartenza. E la sensazione, uscendo dalla sala,
è che ciò che verrà dopo avrà ancora più peso, più maturità, più visione.
Perché quando un viaggio si conclude così, con questa intensità e questa cura,
significa che un altro è già pronto a cominciare.
Un evento senza precedenti tra lusso
e set acustici: la nuova sfida di Trading Boundaries
Il mondo del progressive rock si sposta dai grandi stadi alle
acque tranquille del Reno. Trading Boundaries, il celebre locale e hub
culturale dell'East Sussex noto per essere un punto di riferimento per il
genere, ha annunciato una nuova, ambiziosa iniziativa: una crociera fluviale
di lusso interamente dedicata alla musica prog, prevista per luglio
2026.
L'evento vedrà alternarsi leggende viventi e icone del design
visionario a bordo della Emerald Astra, una nave fluviale all'avanguardia che
trasformerà il viaggio tra Svizzera e Paesi Bassi in un’esperienza sensoriale
unica.
Due viaggi, un'unica leggenda
La crociera si articolerà in due tratte consecutive di una
settimana ciascuna, offrendo set acustici intimi e un contatto senza precedenti
con gli artisti.
Viaggio
I (11 - 18
luglio 2026): Da Basilea ad Amsterdam Il primo itinerario vedrà
come punta di diamante il leggendario "Mantled Wonder" Rick Wakeman. Accanto a lui, si
esibiranno gli Acoustic Asia(in formazione trio), Thijs van Leer & Menno Gootjes dei Focus,
gli Acoustic Caravane il collaudato duo formato da Adam Wakeman eDamian Wilson. Ad arricchire l'atmosfera ci sarà la
presenza costante di Roger Dean, l'artista dietro le iconiche
copertine di Yes e Asia.
Viaggio
II (18 - 25
luglio 2026): Da Amsterdam a Basilea Per il viaggio di ritorno,
il testimone passerà a Steve Hackett,
che si esibirà con la sua band. Il programma vedrà il ritorno degli Acoustic
Asia e dei membri dei Focus, con l'aggiunta di Peter Jones (Tiger Moth Tales) e di una
chicca per i fan dei Genesis: Frank Grabowski, che presenterà "The
Lamb Lies Down on Broadway" in una suggestiva versione per
pianoforte.
Formazioni speciali e dettagli
tecnici
Ciò che rende questo evento imperdibile è la natura esclusiva
delle performance:
Acoustic
Asia: Geoff
Downes, John Mitchell e Harry Whitley si esibiranno in un'inedita veste di
trio senza batteria, spogliando i classici della band per rivelarne
l'essenza melodica.
Acoustic
Caravan: la
storica band di Canterbury sarà rappresentata da Pye Hastings, Geoffrey
Richardson e Mark Walker.
Esperienza
Immersiva: oltre
ai concerti, gli ospiti potranno assistere a sessioni di domande e
risposte e presentazioni d'arte curate da Roger Dean.
Lusso a cinque stelle sulla Emerald
Astra
Non si tratta solo di musica, ma di un'esperienza di viaggio
di altissimo livello. L'Emerald Astra offre suite eleganti (dalle State
Rooms alla prestigiosa Owner’s One Bedroom Suite), cucina raffinata,
un solarium e persino una piscina a bordo. Navigare attraverso i paesaggi della
Valle del Reno, patrimonio dell'UNESCO, accompagnati dalle note che hanno
definito un'era, promette di essere il sogno di ogni appassionato di prog.
Curiosità aggiuntive sul mondo Prog
Se sei un fan di questi artisti, ecco alcuni dettagli extra
che rendono l'evento ancora più interessante:
1.L'eredità
di Roger Dean: la presenza di Dean non è casuale. Trading Boundaries ospita una
delle gallerie d'arte permanenti più importanti dedicate alle sue opere. Sarà
possibile vedere da vicino come nascono i mondi fantastici che hanno decorato
album come Fragile o Close to the Edge.
2.Il
ritorno di Steve Hackett: Hackett sta vivendo una "seconda
giovinezza" artistica, con tour mondiali sold-out. Vederlo in un contesto
fluviale così ristretto è un'opportunità estremamente rara rispetto ai grandi
teatri abituali.
3.Il
legame dei Wakeman: la presenza di Rick e del figlio Adam sottolinea la natura
"familiare" e di continuità del genere prog, che continua a
rigenerarsi attraverso le generazioni.
Nota per i viaggiatori: data la capacità limitata della Emerald Astra rispetto alle
grandi navi da crociera oceaniche, i posti sono estremamente limitati e la
richiesta è altissima.
"I don't want to be a star. I want to be a musician."
David Crosby
Oggi, 18 gennaio, ricorre il terzo anniversario della
scomparsa di David Crosby, una delle
figure più influenti, complesse e magnetiche della storia del rock. Scomparso
nel 2023 all'età di 81 anni, "Croz" (come lo chiamavano gli amici) l'incarnazione
stessa della controcultura degli anni '60 e '70.
Se il rock degli anni '60 fosse un arazzo, David Crosby ne
sarebbe il filo più lucente e, a tratti, più ruvido. Fondatore di due delle
band più leggendarie di sempre, The Byrds e Crosby, Stills, Nash
& Young, Crosby ha ridefinito il concetto di armonia vocale,
trasformando la musica folk in un'esperienza psichedelica e universale.
Con i Byrds, Crosby ha contribuito a creare il
"folk-rock", elettrizzando la poesia di Bob Dylan con brani come Mr.Tambourine Man. Ma era nel trio (poi quartetto con Neil Young) CSNY che
il suo genio raggiungeva vette divine. La sua capacità di intrecciare la
propria voce a quella dei compagni non era semplice canto: era una geometria
perfetta di suoni che sembrava sospesa nel tempo. Canzoni come Guinnevere,
Almost Cut My Hair e Wooden Ships restano oggi
monumenti alla libertà creativa.
Crosby non è stato solo un artista immenso; è stato un
sopravvissuto. La sua biografia è un romanzo di eccessi, cadute rovinose e
rinascite miracolose. Ha attraversato decenni di dipendenze, problemi
giudiziari e gravi problemi di salute (incluso un celebre trapianto di fegato
finanziato dall'amico Phil Collins), riuscendo sempre a tornare sul palco con
quella sua voce cristallina che, incredibilmente, il tempo non è mai riuscito a
scalfire.
Ciò che ha reso gli ultimi anni di Crosby straordinari è
stata la sua incredibile produttività. Mentre molti suoi contemporanei si
limitavano a celebrare il passato, lui ha vissuto una vera e propria
"seconda giovinezza" artistica, pubblicando album solisti di
altissimo livello (come Croz, Sky Trails o For Free)
e collaborando con musicisti giovanissimi, a dimostrazione che la sua curiosità
intellettuale non si era mai spenta.
David Crosby ci ha lasciato il 18 gennaio 2023, poco
dopo aver annunciato un nuovo tour e un nuovo album. Se n'è andato con la
stessa urgenza con cui aveva vissuto: pensando alla musica.
Oggi lo ricordiamo non solo per i baffi a manubrio e il
sorriso sornione, ma per averci insegnato che le armonie più belle nascono
spesso dal contrasto e che, nonostante tutto, c'è sempre un motivo per
continuare a cantare.
Ci sono album che non si limitano a evocare un luogo: lo
restituiscono nella sua complessità, con le sue luci, le sue ombre, le sue
contraddizioni. Terra,il nuovo
lavoro di PG Petriccainsieme a Gianluca
Giannasso, appartiene a questa categoria. È un disco che non cerca
la cartolina folkloristica, ma la verità ruvida delle radici, dei dialetti,
delle storie che resistono al tempo.
Dopo l’introspezione claustrofobica di Bad Days
- “un disco al chiuso, tra quattro mura”, come ricorda Giannasso - “Terra”
apre lo sguardo. Non verso un orizzonte rassicurante, ma verso un paesaggio
umano più vasto, dove la memoria non è nostalgia, bensì materia viva. “All’aria
aperta non vuol dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce
c’è ombra, no?”, osserva Giannasso. Ed è proprio in questo chiaroscuro che
l’album trova la sua forza.
Petricca, figura di riferimento del blues arcaico italiano,
compie qui un gesto controcorrente: invece di guardare al Delta, torna al
Fucino. Il dialetto abruzzese/fucense diventa lingua naturale per raccontare
storie che non potrebbero esistere in nessun altro idioma. “Il collegamento
tra il dialetto e le storie raccontate è indissolubile”, afferma Petricca.
E infatti i personaggi dell’album - contadini, donne violate, figure marginali,
bambini addormentati con filastrocche antiche - vivono e pensano in dialetto
perché è lì che esistono.
Il blues, in questo contesto, non è imitazione: è strumento
di memoria. “La musica del popolo è una voce storica”, ricorda Petricca,
e “Terra” ne è una testimonianza limpida.
L’album alterna brani originali, canti tradizionali e
narrazioni che sembrano emergere da un archivio emotivo condiviso.
In Maria, una delle pagine più dure, la
violenza viene raccontata senza filtri: “Le braccia de ne maschie / che te
strignene all’arrete / nen te lassane scappà.” È un blues che non consola,
ma denuncia.
In Terra, il brano manifesto, la fatica dei
contadini diventa poesia civile: “Schine curve che le zappe… Terra addo nen
nasce gniente / terra che assuga la gente.” Qui il dialetto è ritmo, è
respiro, è corpo.
Giovedì Sante e Pasqualine riportano alla luce riti e
figure popolari, oscillando tra ironia, malinconia e osservazione sociale. Ninna
Nanna e Ninnellacustodiscono invece la memoria orale,
quella che passa di bocca in bocca, di generazione in generazione.
La presenza di Giannasso è essenziale: la sua batteria è
terrosa, rituale, mai invadente. La sua scrittura in Pzir Nir, in
dialetto di Torremaggiore, amplia ulteriormente il raggio geografico del disco.
“È un ulteriore esperimento di contaminazione tra linguaggi”, spiega. E
la parola contaminazione qui torna alla sua radice più autentica:
incontro umano, sociale, culturale.
Se in studio “Terra" è un lavoro di scavo, dal vivo
diventa un organismo in movimento. “Lasciamo alla musica la scelta di dove
portarci”, dice Giannasso. Il dialetto, in questo contesto, non è barriera
ma colore, un timbro in più nella tavolozza emotiva del duo.
In un panorama italiano spesso tentato dall’imitazione, “Terra”
rappresenta un gesto di autenticità: riportare il blues a casa, nelle nostre
campagne, nelle nostre ferite, nelle nostre storie. Non inventa nulla, come
ammettono gli stessi autori, ma aggiunge un tassello prezioso a un mosaico
culturale che merita di essere ascoltato e tramandato.
BIOGRAFIE
PG PETRICCA
Rappresentante del blues arcaico e acustico, Petricca nasce
artisticamente come busker, portando il Delta Blues nelle strade, nei club e
nei festival specializzati. Dopo l’esperienza con i Papa Leg Acoustic Duo, con
cui incide Railroad Blues (2007) e Back to Mississippi (2009) e
suona in Europa e negli Stati Uniti, avvia una carriera solista che lo porta a
pubblicare At Home (2015), Tales and Other Stories (2016) e Bad
Days (2021), accolto con entusiasmo dalla stampa internazionale. La sua
chitarra resofonica, nutrita dallo studio dei maestri del Delta, e la sua
scrittura da songster contemporaneo lo rendono una delle voci più originali del
blues italiano.
GIANLUCA GIANNASSO
Autodidatta alla batteria, si forma tra Milano e Roma,
collaborando con artisti come Luca De Nuzzo, Alessandro Orlando Graziano e
Fabio Cinti. Partecipa a live estemporanei con Morgan e attraversa generi
diversi, dal rock all’elettronica (con il progetto solista Rev.). Nel
blues suona con Dead Shrimp, Spookyman e G-Fast Freaks Orkestar, fino a essere
chiamato in tournée da artisti americani come Reed Turchi e Luther Dickinson.
Musicista versatile, capace di unire groove, sensibilità timbrica e ricerca
linguistica, in Terra porta una visione ritmica essenziale e
profondamente narrativa.
A seguire, l’intervista integrale a PG Petricca e Gianluca
Giannasso, che approfondisce genesi, visioni e significati di Terra,
offrendo ulteriori chiavi di lettura per entrare in un album che parla di
radici, memoria e resistenza.
Dal buio di “Bad Days” alla luce di “Terra”: come
descrivereste il passaggio emotivo e musicale tra questi due album?
Gianluca: Bad Days è un disco “al chiuso”, tra
quattro mura. Terra è invece un disco all’aria aperta, di conseguenza
anche più aperto alle contaminazioni. Però attenzione: all’aria aperta non vuol
dire che sia tutto semplicemente più luminoso. Dove c’è luce c’è ombra, no?
PG: Bad Days nasce dalla necessità di raccontare un
periodo confuso e contraddittorio, dettato dalla pandemia mondiale del 2020,
con tematiche lirico-musicali che rimandano al folk/blues americano. Terra,
invece, è un’immersione nel passato, trae ispirazione dalle nostre radici ed è
un album raccontato attraverso tutte quelle influenze musicali che ci hanno
accompagnato durante la nostra formazione.
Il titolo Terra evoca radici, fatica, ma anche speranza. Qual
è il significato più profondo che volete trasmettere con questo lavoro?
Gianluca: È un moto di riconnessione con le proprie
radici, senza ipocrisie. Riconoscendo sì le luci di luoghi e tempi non proprio
contemporanei, ma accettando anche le ombre e le situazioni più controverse. È
anche un modo per esorcizzare queste ultime.
PG: Tornare alle proprie origini significa scavare nella
memoria. Terra ha il compito di riportare in superficie ricordi e
sensazioni di un vissuto, e di consegnarli all’attenzione di chi ascolta il
nostro lavoro, affinché possa immedesimarsi e tuffarsi alla ricerca del proprio
passato.
Molti brani di “Terra” sono in dialetto abruzzese/fucense.
Perché avete scelto di raccontare storie così forti e quotidiane attraverso la
lingua delle vostre radici?
Gianluca: Ho una teoria legata alla lingua che si parla.
Penso che il linguaggio influenzi pesantemente il pensiero; quindi, anche la
scelta degli argomenti che si decide di raccontare è influenzata dalla lingua
in cui lo si fa. Il rapporto tra parola e pensiero non è a senso unico.
PG: Il collegamento tra il dialetto e le storie raccontate
è indissolubile. I personaggi e le loro azioni prendono forza proprio perché
radicati nel loro territorio e legati alla loro lingua. I contadini del Fucino
sono stati raccontati da Ignazio Silone in Fontamara: sono i “cafoni”,
personaggi al pari dei gauchos argentini o dei peones messicani, destinati alla
sottomissione e ai soprusi del latifondismo. Questi contadini parlano e pensano
in dialetto: è la dimensione in cui esistono.
Da “Ninna Nann”a a “Giovedì Sante”, fino a “Pasqualine”: come
avete scelto quali tradizioni riportare in musica e che ruolo hanno nel
progetto?
PG: Ho attinto principalmente ai ricordi della mia
infanzia, trascorsa in compagnia dei nonni paterni e dei loro racconti, che
hanno popolato la mia fantasia. Negli anni mi sono poi imbattuto in alcune
registrazioni di canzoni popolari abruzzesi realizzate da diversi
etnomusicologi, che hanno contribuito alla scelta degli argomenti e delle
tradizioni da privilegiare in questo lavoro.
Testi come “Maria” o “Terra” parlano di violenza, fatica,
resistenza. Quanto è importante per voi che il blues diventi anche strumento di
memoria collettiva?
Gianluca: In fondo il blues è sempre stato uno strumento
di memoria, principalmente individuale, ma spesso riconducibile a una scala più
ampia. Tutto sommato, la società non è altro che la somma delle singole
esistenze e delle loro relazioni.
PG: La musica del popolo è una voce storica: è il racconto
di chi ha resistito e resiste, di chi ha sofferto e soffre ancora, per le
ingiustizie sociali o per le difficoltà della vita quotidiana. Intonare un
canto, sia esso con espressioni primitive, con semplici passaggi armonici e
poche parole, significa interpretare il sentire di una singola persona o di
un’intera comunità in un determinato periodo storico. Il fatto che tale canto
venga poi trasmesso di generazione in generazione lo rende uno strumento di memoria
collettiva, fondamentale per capire il nostro passato e le nostre origini.
Com’è nata la collaborazione tra voi due?
PG: La collaborazione con Gianluca nasce durante il Covid,
quando decidemmo con Max Pieri di registrare alcune canzoni in trio con il
titolo Dispersi. Avendo già ascoltato Gianluca dal vivo, pensai che il
suo sound fosse adatto al tipo di progetto che avevamo in mente. Poi,
stringendo amicizia, abbiamo scoperto molti interessi musicali in comune e
abbiamo deciso di convogliarli in questo nuovo lavoro: Terra.
Come cambia l’impatto dei brani dialettali e tradizionali
quando li portate sul palco rispetto all’ascolto in studio?
Gianluca: Dal vivo ci piace sempre giocare con le canzoni,
sia con i pezzi tradizionali in inglese sia con quelli dialettali. Lasciamo
molto all’interpretazione estemporanea e permettiamo alla musica di scegliere
dove portarci. Il dialetto è soltanto un altro colore del nostro modo di
esprimerci.
Siete parte di una scena che unisce revival e innovazione.
Quale contributo pensate di dare con “Terra” e con la vostra ricerca sulle
tradizioni locali?
Gianluca: È un ulteriore esperimento di contaminazione tra
linguaggi, sia musicali che fonetici. In fondo anche la musica da cui partiamo -
blues e folk - è frutto di contaminazioni, prima umane e sociali, poi musicali.
Direi che è un processo naturale nell’arte. Non stiamo inventando nulla di
nuovo, ma aggiungiamo un tassello in più a questo variegato panorama musicale.
Dopo “Terra”, quali territori sonori o culturali immaginate
di esplorare insieme?
Gianluca: Sicuramente Terra è un punto di partenza
dal quale sviluppare nuovi brani, ma credo che lasceremo tutto evolversi
spontaneamente, com’è stato per le canzoni di questo disco. Quindi dovrete
aspettare il prossimo album per scoprirlo.
PG: La curiosità di sapere dove potremmo approdare sarà
uno stimolo per gettare le basi del lavoro futuro. Concordo con Gianluca:
lasceremo che tutto cresca spontaneamente e con la massima libertà di
espressione musicale.