venerdì 13 febbraio 2015

“… perchè Bardino è Bardino” 2015, nel nome di Joe Vescovi



Alberto Sgarlato e Annie La Rouge (foto di Bruno Vescovi)

Arriva all’ 8° edizione il Festival Rock “… perchè Bardino è Bardino”, manifestazione nata e cresciuta nell’entroterra savonese - Bardino è il nome di un paese - organizzata dall’associazione “Mulino degli Artisti”, con la collaborazione del Comune di Tovo San Giacomo, in concomitanza con il Festival di Sanremo, per dare un segno distintivo alternativo alla maggior kermesse musicale del nostro paese, contenitore esclusivo che non ha perso lo smalto antico, ma di certo non è costruito sulla qualità e, soprattutto, non rappresenta i gusti del popolo giovanile in toto.
Rispetto alle edizioni precedenti l’organizzazione 2015 ha previsto una sola serata di esibizioni, ma la carenza quantitativa è stata compensata dal premio simbolo, quello assegnato ricordando Joe Vescovi a cui la serata è stata dedicata, rafforzata dalla presenza di Bruno, il fratello di Joe, e da qualche ricordo personale dei presenti.
Tre in gruppi in gara, due i premi assegnati, quello del pubblico e quello della giuria di “esperti”, di cui ho fatto parte assieme ad Annie La Rouge, musicista intervistata dal cerimoniere Alberto Sgarlato, come testimoniato nel video a seguire.
Dopo l’apertura dei 4 Real, vincitori di un’edizione precedente, freschi realizzatori di un album, tocca al primo gruppo in gara, i Sinergia. Il tempo a disposizione, per tutti, è di 20/25 minuti, spazio durante il quale la band genovese propone un pop molto grintoso, con una certa attenzione ai testi ed una riproposizione in chiave rock di trame musicali molto ascoltate nel recente passato.

Sinergia

Il pubblico, accorso numeroso, dimostra gradimento.
La palla passa poi ai Casta Diva, provenienti da Lurisia, nel cuneese, e propongono un mini repertorio, solo due brani, ma sufficienti a far coniare per loro una nuova etichetta, quella di psichedelia cantautorale - o cantautorato psichedelico - che al di là del termine scherzoso sottolinea la verve innovativa e la ricerca del nuovo da parte di questi giovanissimi musicisti. Anche i suoni sono molto “puliti” e non si può che incoraggiare tale intraprendenza.

Casta Diva

Chiudono la serata i savonesi Dreamer’ Road, puro metallo musicale che aumenta i volumi sonori e l’entusiasmo degli amanti del genere.
Dimostrano una certa presenza scenica e una buona esperienza da palco, cose che si acquistano nel tempo. Ottimo il frontman, non a caso allievo di Roberto Tiranti.

Dreamer's Road

La serata finisce e l’ombra di Joe aleggia in sala, ma arriva il momento di premiare i 2 gruppi che più hanno colpito, ma… non ricordo l’epilogo, e forse in questa mia dimenticanza risiede lo spirito della serata, musica per tutti e non una gara, ma attraverso il video a seguire, ogni lettore/ascoltatore potrà stilare la propria classifica!
Arrivederci al prossimo “… perché Bardino è Bardino”, nel 2016.


martedì 10 febbraio 2015

La musica di Edoardo Nocco


In ogni paese, in ogni città, in ogni borgo… in ogni risvolto recondito di questa terra la musica esiste, basta saperla cercare, uscendo dai preconcetti e dagli stereotipi imposti da altri. Sono piccoli falò che nascono e si mantengono in vita grazie a chi ha passione per alimentare il fuoco, una luce che, quasi sempre, rimarrà poco visibile. Ma esiste.
Cosa serve per raggiungere lo status di musicista? Un buon conservatorio? La strada come portatrice di sane emozioni? Occorre forse essere maturi per poter capire e trasformare sentimenti in note e parole?
Non esistono condizioni assolute, men che meno l’età, e lo sottolineo perché nell’ultimo anno mi è capitato di conoscere sorprendenti musicisti in erba, alcuni neppure maggiorenni, nondimeno carichi di talento e voglia di mostrarlo al mondo.
Anche Edoardo Nocco fa parte di questa sfera. Anche lui liceale.
Il suo innamoramento con la Dea Musica è recente e passa attraverso l’espressione di gruppo, come accade a tutti gli adolescenti, e con la band di cui fa parte, il Cantiere 164, inizia il cammino, più vivo che mai, come ci racconta Edo a seguire.
Esiste poi una dimensione parallela che lo porta a raccontarsi in prima persona, a mettersi a nudo, a gridare al mondo ciò che quasi sempre resta intrappolato tra le pagine di un diario, un segreto che vedrà la luce solo a distanza di tempo, quando sarà finito il tempo del pudore e della timidezza.
Ma per Edo Nocco, come capita agli artisti di razza, questo momento è già arrivato, e non importa se la visibilità è poca, non è per le visualizzazioni che si regalano pezzi di vita vissuta.
Propongo un suo video, e tanto mi è bastato per capire la genuinità del personaggio, la sua capacità di incrociare liriche e musica, la sua particolare voce che lo caratterizza in pieno, e sono certo che qualcosa accadrà.

Qualche saggio ha detto… Se vuoi ottenere qualcosa che non hai mai avuto, devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto… Edo Nocco, tutto questo, pare averlo già capito! 


Quattro chiacchiere con Edo…

Da dove nasce il tuo amore per la musica?

Il mio amore per la musica nasce sicuramente da piccolo quando, a pochissimi anni, sentendo suonare mio nonno (grande mandolinista) e poi successivamente mio fratello, decisi di prendere la chitarra in mano e iniziare a strimpellare qualcosina; successivamente, ascoltando molta musica ho iniziato ad appassionarmi sempre più, anche se però la vera svolta fu l'inizio della scrittura delle prime canzoni; da quel momento la musica non era più suonare e cantare semplicemente delle cover, ma  un mezzo di comunicazione incredibile per far capire alle persone certi ideali, certe esperienze, certi viaggi, certi pensieri, erte emozioni e certi sentimenti della mia vita.

In quali progetti sei impegnato attualmente?

Attualmente ho due progetti in corso: il primo, il più importante per me, è quello con i Cantiere 164, band indie savonese, dove compongo - insieme ad altri membri - suono la chitarra acustica e canto. Il secondo, invece, è un progetto solista che ho creato da poco intitolato “vEDO”; il titolo vuole precisare come attraverso la musica le  persone possono  vedere veramente la realtà e posso esprimere al meglio le loro sensazioni; ha anche un secondo significato in quanto è presente anche l'abbreviazione del mio nome che mi ha accompagnato in tutta la mia vita, “EDO”. Con entrambi i progetti è in corso la realizzazione di un album (per informazioni vedere pagina facebook) 


Qual è il genere musicale che meglio ti rappresenta?

Beh, domanda piuttosto difficile in quanto non penso ci sia un genere in particolare che mi rappresenti, penso che, ascoltando moltissimi generi, per esempio dal blues di Miles Davis al jazz di Coltrane, oppure dal pop rock dei Green Day al Heavy Metal degli Slipknot, io sia un miscuglio di più generi; le influenze creano un'identità musicale, non riesco a catalogarmi .

I tuoi progetti paralleli hanno l’obiettivo della ricerca della dimensione definitiva o ti trovi egualmente a tuo agio sia in team che “solo”?

Il progetto con i Cantiere 164 è sicuramente per me la forza più grande, perchè amo condividere la musica con le persone e amo scrivere d'insieme, che sia in saletta a mezzanotte o un pomeriggio d'inverno con due chitarre acustiche in casa. Da solo mi diverto, sono più libero, posso suonare più strumenti e ciò mi piace moltissimo, però  sicuramente è un modo di fare musica  altrettanto bello ma differente.

Che cosa ti soddisfa di più, la parte che riguarda la creazione musicale, quella della scrittura delle liriche o la performance strumentale?

Mi soddisfano entrambe, la creazione è una cosa fantastica, un emozione indescrivibile direi, quando ti ritrovi a mollare qualsiasi cosa tu stia facendo per scrivere un testo sul tuo moloskine, oppure prendere qualsiasi strumento musicale e creare delle melodie. Suonare live è  mettere in pratica tutto il lavoro che si fa e comunicare direttamente al cuore e alla mente delle persone, anche quella è sicuramente un emozione bellissima; la cosa più significativa? Vedere delle persone che cantano i testi delle tue canzoni è fantastico, alle persone può essere arrivato davvero qualcosa di te.

Come nascono le tue idee musicali… i tuoi brani?

I miei brani nascono da un'intuizione, da un fenomeno della natura, da un sentimento, da delusioni amorose, da esperienze di vita, da dolori, da momenti di gioia e felicità, da storie, aneddoti, racconti, favole ecc.. nascono dalla mia vita insomma. Successivamente, attraverso la conoscenza dell'armonia, dalle influenze musicali si passa all'arrangiamento, momento in cui nasceranno altre idee che potranno solo che migliorare il brano. In sintesi  penso che scrivere una canzone sia come un'opera d'arte, infatti il miglior mezzo di comunicazione è l'arte, dal teatro alla musica, alla danza.

Dovendo scegliere un luogo per una performance live, preferisci la situazione intimistica od una più “aperta”?

Preferisco una performance all'aria aperta sicuramente, mi fa sentire più libero, mi fa emozionare di più; però, suonando con la chitarra acustica e la voce, mi piacerebbe anche suonare in una taverna e creare il giusto sottofondo per i presenti.

Prova a sognare ma… con i piedi attaccati al suolo: cosa vorresti realizzare nei prossimi anni?

Nei prossimi anni vorrei portare avanti questi miei progetti con il massimo impegno e farli conoscere a più persone possibile, perchè vorrei che tutti  potessero ascoltare cosa ho da dire; poi vorrei dedicarmi allo studio della musica, come sto già facendo, e laurearmi in una facoltà dove siano coinvolte le persone, il sociale, e la musica.

Mi racconti qualche prossimo progetto che è già stato delineato?

Vorrei sicuramente creare un gruppo dove suonerei la batteria, perchè è un altro strumento che mi piace moltissimo, non lo so suonare bene ma ci dedicherò più tempo in futuro, senza alcun'dubbio. Vorrei organizzare dei concerti giovanili e far partecipare più persone possibili, insomma passare alle persone la mia passione, e infine registrare molti dischi, aiutare le persone nella quotidianità, attraverso il volontariato, continuare a scrivere canzoni e magari anche qualcos'altro.

lunedì 9 febbraio 2015

Franck Carducci-"Torn Apart"


A distanza di quattro anni Franck Carducci si ripropone dal punto vista discografico ed esce Torn Apart. Come ci racconta Carducci nell’intervista a seguire, non c’è continuità tra l’esordio ODDITY e l’attuale proposta, e se il primo lo si poteva definire una raccolta di brani accumulati nel tempo, questo potrebbe rappresentare la prima maturità, l’album che sintetizza la consapevolezza e la chiarezza di percorso, obiettivamente difficile da intravedere quando si esordisce.
Oltre un’ora di musica suddivisa su nove tracce, alcune molto lunghe, come nella tradizione del prog.
Ma sono in difficoltà nell’incasellare ed etichettare l’album - cosa di per sé poco importante - perché  sono molti gli elementi in gioco, e l’ascolto del primo pezzo, la title track, potrebbe condurre fuori strada, se la considerasse rappresentativa dell’intero lavoro.
C’è molto rock verace - presente appunto nel brano a cui accennavo - ma con lo scorrere delle tracce il tono generale si modifica, e se l’intervento di Steve Hackett rappresenta la ciliegina sulla torta, le sonorità e le variazioni di tema rendono il tutto una … sorpresa, un “chissà cosa ci sarà adesso…”, che conduce a brani intimistici, ad atmosfere sognanti e al virtuosismo strumentale tipico di un’era antica.
Carducci si dota di un team consolidato che, da quanto mi dicono, sia uno spettacolo gustare dal vivo, e assieme a questo inventa brani di forte impatto, come Journey Through the Mind, A Brief Tale of Time e Artificial Paradises.
Ma la bellezza si ritrova anche nei risvolti quantitativamente minori, e l’ascolto, ad esempio, di Girlfriend for a Day non può lasciare indifferenti.
Esiste una certa concettualità nella proposta, argomento che sempre emerge quando c’è di mezzo il prog, ma in questo caso il legame va ricercato in un comune denominatore che è la ripetitività di certi argomenti catturati dal quotidiano.
Il sunto di questo piacevole disco potrebbe essere descritto dal brano Mr Hyde & Dr Jekyll, una doppia pelle che Carducci incarna perfettamente, mostrando la sua essenza musicale, forgiata dalle assimilazioni giovanili e modellata dalle esperienze di vita; ne esce fuori una filosofia musicale complessa, che non da punti di riferimento, ma lascia spazio ad ogni nuovo fervore musicale.
Ma la cosa essenziale è che l’album si afferra già al primo giro con estrema facilità di ascolto, situazione in apparente contraddizione con la rigorosità - e necessità di concentrazione - tipica di questo genere.

E ora anche io sono curioso di vedere Franck Carducci dal vivo… e il video a seguire potrebbe indurre molti lettori a pensarla come me!


L’INTERVISTA

Come e dove è nato il tuo progetto? Un piccolo riassunto per il pubblico italiano.

Dopo aver pubblicato il mio album di debutto, "ODDITY", ho messo su una grande band e siamo andati in tour in tutta Europa (Paesi Bassi, Belgio, Germania, Francia, Italia ...) per promuovere l’album. Un sacco di persone, a cui "ODDITY" era realmente piaciuto, me continuava a chiedere quando sarebbe arrivato il secondo disco (sebbene non ci fosse nulla di pianificato a tal proposito). Così a un certo punto ho sentito che era arrivato il momento giusto per iniziare a scrivere di nuovo, quindi la registrazione e quindi ...

Da dove arriva l’amore per la music anche proponi?

Sono cresciuto ascoltando i Beatles, naturalmente, ma anche gruppi come Pink Floyd-Genesis, Kansas, Supertramp e Led Zeppelin. Ho sempre pensato che il progressive-rock è un genere assolutamente sottovalutato e trascurato dai media globali, e ho sempre cercato di  fare canzoni prog-rock che potessero essere accessibili ad un pubblico più vasto possibile.

Esiste un collegamento tra il nuovo album e "Oddity"?

Non proprio. "Oddity" è stato scritto nel corso degli anni, senza l'obiettivo di realizzare un album. Erano solo canzoni nel mio computer, niente di più!
Per "Torn Apart" le canzoni sono state scritte con la chiara intenzione di essere parte di un album, e quindi l’ approccio è totalmente diverso!

Qual è l’anima di “Torn Apart”? Si tratta di un concpet album?

Non è un concept album, ma ci sono temi ricorrenti. E’ stato ispirato principalmente da eventi reali. Potrebbe sembrare a tratti un po’ buio e pessimista, tuttavia ci sono alcune canzoni un po’ più "leggere" di altre.

Puoi dirmi qualcosa a proposito del team impiegato per la realizzazione di  “Torn Apart”?

Ho cercato di coinvolgere un sacco di musicisti diversi, per rendere il suono più diversificato possibile. Naturalmente Steve Hackett è il nome più importante, ma hanno partecipato tanti altri artisti di grande talento, di Lione e di Amsterdam, e sono molto soddisfatto del risultato. Tuttavia, i musicisti che suonano con me sul palco, e mio cugino Richard Vecchi, sono i membri più ricorrenti.

Che cosa succede ai tuoi concerti?

Davvero un sacco di cose! Per me suonare bene è necessario, ma non sufficiente se si vuole mettere in scena un bello spettacolo. La gente vuole ascoltare la musica, naturalmente, ma anche divertirsi, sorridere, vedere magie, assistere a cose belle che accadono sul momento, sorprendersi, ridere... ecco perché abbiamo cercato di sviluppare un sacco di aspetti visivi legati allo spettacolo, come un duello con la spada che introduce "Achilles", chitarristi che giocano con gli strumenti degli altri, e abbiamo anche convinti Alice ad uscire dal Pese delle Meraviglie per venire sul palco con noi!

Com’è il tuo rapporto con Steve Hackett?

Direi che è sia un buon amico che un mentore per me. Tuttavia non ci potevo credere quando si è offerto di suonare un assolo nel mio album, è stato come l’avverarsi di un sogno, e quando ho ricevuto le sue tracce non avevo il coraggio di ascoltarle!

Come giudichi lo stato della musica nel tuo paese?

Beh, le grandi etichette e i media globali hanno un unico obiettivo che è quello di creare "stelle" dal nulla, da poter spremere e vendere il più velocemente possibile, e poi farle sparire per crearne un altre. Così i giovani possono sognare di poter diventare le star del domani. Non si cerca il talento, perché poi la gente si abitua ad esso, aumentano le  aspettative e si chiede di più. Queste etichette dovrebbero fornire veri talenti, artisti che durerebbero per decenni, proprio come negli anni '70. Beh, chi gestisce il business sicuramente non ama queste strade!
Non mi interessa affatto questo modo di vedere le cose ed il conseguente " show business dream". Io sto solo facendo musica per me, bene se alcune persone ne traggono piacere, e se non ci riescono… non mi importa!

Pensi sia possibile vederti suonare in Italia prossimamente?

Lo spero e lavorando per questo con alcuni promoters locali. Siamo stati davvero felici di presentare "ODDITY" al Veruno Festival, nel 2014.

Che cosa hai pianificato per il prossimo futuro?

Speriamo sempre più concerti.
La cosa migliore per me sarebbe una bella data a Roma, perché là ci sono tanti fans che mi aspettano. Inoltre la mia famiglia arriva da quelle zone, ed è questo il motivo per cui è la cosa che desidero di più!


Track list
01 - Torn Apart - 10’17
02 - Closer to Irreversible - 4’51
03 - Journey Through the Mind - 8’02
04 - Artificial Love - 2’10
05 - A Brief Tale of Time - 12’38
I The Quest
II Higher and Higher
III 2078: Möbius Trip
IV Back to Reality
06 - Girlfriend for a Day - 1’53
07 - Mr Hyde & Dr Jekyll - 6’16
08 - Artificial Paradises - 14’08
09 - School (Bonus Track) - 5’40

Line up
Christophe Obadia: Lead guitar, Talk-box
Olivier Castan: Organ
Mathieu Spaeter: Lead guitar
Laurent Falso: Drums
Richard Vecchi: Organ, Synthesizers
Franck Carducci: Guitars, Bass, Mellotron, Vocals


venerdì 6 febbraio 2015

Aldo Ascolese e Gianluca Origone ospiti del LIONS CLUB SAVONA TORRETTA

Fotografia di Marina Mag

Un momento speciale, ecco la definizione di una serata che da serena - come era ipotizzabile fosse - si è trasformata in ricordo indelebile.
Il meeting, organizzato dal LIONS CLUB SAVONA TORRETTA, aveva come focus un concerto - non è più una novità per questa associazione - un po’ anomalo, a carattere intimistico, quasi familiare.
Una sala dedicata, sedie disposte ordinatamente e un pubblico attento e interessato.
Non è un fatto scontato quello che ho descritto, perché è sempre più difficile assistere ad avvenimenti musicali a cui viene data l’attenzione che meritano, evitando elementi di “disturbo” che impediscono agli artisti di esprimersi correttamente… gente che va… gente che viene…
Ho ascoltato molte volte Aldo Ascolese e Gianluca Origone in fase live, ma non avevo mai visto un risultato simile, nonostante le corde nuove della chitarra abbiano messo a dura prova la pazienza del cantante, costretto ad una frequente operazione di accordatura, e questo testimonia una volta di più che il concerto riuscito non è quello caratterizzato dalla perfezione tecnica, ma dal feeling che, spesso per magia, si viene a creare.
Ascolese e Origone propongono ancora una volta una folta pagina di cantautorato, incentrata sul repertorio di De Andrè, ma con larghe escursioni sul versante italiano - Dalla, Tenco - e passaggi in altri contesti. Una citazione a parte merita il ricordo di Pino Daniele, Quando, una brano difficilissimo che è stato proposto in pubblico per la seconda volta, e che ha emozionato i presenti, nonostante una rivisitazione personale, diventata forse il valore aggiunto dell’esecuzione.
Non sono mancati un paio di brani di produzione interna, ed evidenzio Bella mia città, canzone con cui raccoglierà a breve un ulteriore premio in carriera.
Ma la differenza di cui parlavo prima la si vede nella grinta, nell’affiatamento e nel mood di serata, e la staticità che spesso sottolinea i momenti privi di motivazione ha lasciato il posto a grinta e divertimento.
Non mi è dato di sapere il grado di passione e conoscenza musicale dei presenti in sala, ma ho assistito alla creazione di un filo immaginario che per un paio di ore ha legato indissolubilmente tutti i presenti, artisti e dirimpettai, con manifestazioni di gradimento che hanno “sciolto” i due musicisti, solitamente tendenti al taciturno.
La voce di Aldo Ascolese - tonalità e modulazione - migliora col passare del tempo, e il virtuosismo chitarristico di Gianluca Origone - cesellatore e complemento perfetto di Aldo - è in costante evoluzione.

Serata infame, meteorologicamente parlando… da Madonna del Monte si intravede il golfo ligure illuminato, mentre il vento taglia in due… e se Aldo Ascolese avesse avuto tempo di fermarsi ad osservare, ne sono certo, avrebbe scritto una nuova canzone…

mercoledì 4 febbraio 2015

La musica di Paolo Jlaceli



“Ho pensato che per presentarmi la cosa migliore fossero due mie canzoni. Amici?”

Questo il messaggio che qualche giorno fa mi ha inviato Paolo Jlaceli, che non conoscevo, e che ora, per fortuna, conosco.
I due brani proposti mi sono sufficienti per capire la pasta del musicista, e probabilmente quella che costituisce l’uomo.
Doti vocali non comuni - estensione e timbrica - messe al servizio di melodie accattivanti condite con una buona dose di rock, con il risultato più tangibile che è quello che al secondo ascolto il brano ha già fatto radici.
Le liriche - come dice Paolo, tra messaggio e immagine - producono un forte richiamo alle comuni storie personali, e lasciano un senso di déjà vu e successivo spleen che contiene due mondi in uno, un passato lontano e qualcosa di appena accaduto, apparente contraddizione, ma in realtà pregio e valore aggiunto.
Sono brani che toccano nel profondo, e riesce difficile trovare dietro a tutto ciò la razionalità, il ragionamento che possa raccontare lo stato d’animo e l’umore da post ascolto.
La scelta di Jlacelli è obbligata - è lui che lo racconta - e tende all’autarchia musicale.
Folta la squadra al lavoro, e sono testimone della grandezza del chitarrista Alex Gariazzo, visto più volte con la Fabio Treves Band.
Belle canzoni, e un tempo il talento di Jlaceli sarebbe stato un discreto passepartout per le stanze della musica.
Belle canzoni comunque… mi pare molto, e i due video a seguire chiuderanno il cerchio che ho aperto.
 FB  Paolo Jlaceli


L’INTERVISTA

Come diventa musicista Paolo Jlaceli? Da dove nasce il “sacro fuoco”?

Ho iniziato a strimpellare la chitarra da autodidatta a 14 anni, e fin da subito mi è venuto naturale indirizzare quello che imparavo verso forme espressive personali; poi a 17 anni ho iniziato a studiare pianoforte e a conoscere la musica sul serio, ma l'approccio non è cambiato: un mondo senza musica non sono capace di immaginarlo.

Ti proponi come cantautore: sono immagini o messaggi quelli che desideri “far passare”?

Scrivo e canto le cose che più attirano la mia attenzione tra quelle che osservo vivendo, ora immagini ora “messaggi” per stare alle categorie della tua domanda; probabilmente VORREI è più un “messaggio” mentre SUL TUO SENO più un immagine, un acquerello (ma non privo di “messaggi” ...)

Perché la scelta di rinunciare ad una casa discografica… poca fiducia o voglia di provarci a modo tuo?

E' una scelta per modo di dire: come tutti sanno la discografia negli ultimi, diciamo dieci anni, è finita completamente sotto sopra. Non voglio dare giudizi, il mondo cambia, ma complessivamente credo sia ormai prevalso un comportamento dell'industria musicale esclusivamente consumistico ed appiattito sul mezzo televisivo; certe logiche esistevano anche trent'anni fa, ma convivevano con la consapevolezza che occorresse investire sul lungo termine in particolare sugli autori; se pensi che Lucio Dalla arrivò al successo al 4° disco … oggi è impensabile; peccato. Alla fine quindi, dopo aver ricevuto proposte più o meno vomitevoli, ho deciso così, con un po' di orgoglio e tanta passione.

Chitarra, pianoforte e… chi sono i tuoi amici musicisti, la squadra che ti supporta?

I pezzi li scrivo da solo, musica e parole, e quasi sempre ho nella testa fin da subito anche la trama dell'arrangiamento; poi chiamo il mio amico Alex Gariazzo, the kid, grande chitarrista e con lui e Davide Diomede, altro caro amico, arriviamo alla pre-produzione; dopo di che ci diamo dentro con tanti altri amici musicisti: Elio Rivagli, Carmelo Isgrò, Marco Benz Gentile sino al master con Simone Lampedone.

Hai pubblicato due brani e proseguirai nel tempo: l’obiettivo è un album a cui arrivare gradualmente o… cos’altro?

Ma guarda, non dovendo fare a cornate con un discografico, ho deciso di fare di testa mia. Lo scorso 15 dicembre ho pubblicato i miei primi due brani sui vari digital store; in aprile ne pubblicherò altri 2 e proseguirò così, due alla volta, anche in seguito, un po' come si faceva in passato coi 45 giri. E' una scelta: credo che quella dell'album sia una abitudine sopravvissuta a se stessa. LP nasceva, col vinile prima e MC/CD poi, per la necessità di  concentrare non oltre un certo numero di brani all'interno di un supporto fisico; questa prassi è rimasta anche nell'attuale era digitale quando, sai bene, volendo potresti pubblicare anche 50 brani alla volta senza più il limite di un supporto per sua natura “finito”; credo cioè che il “veicolo album” sia in qualche modo anacronistico, se consideri che oggi anche se pubblichi un LP la gente può ascoltare o acquistarne singole tracce. Inoltre lavorare così permette di veder passare molto meno tempo tra il momento in cui scrivi una canzone e quello in cui la pubblichi, anche poche settimane quando in passato potevano trascorrere  anni, guarda il grande Fossati. 

Quanto ha inciso il luogo in cui sei nato sul tuo modo di scrivere?

Non so rispondere a questa domanda, non lo so, credo molto o molto poco come qualunque altro posto – immagino – in cui fossi nato; il vero tratto per me è la musica, a-spaziale per definizione.

Se ti chiedessi di elencarmi tre nomi di artisti che ti hanno realmente influenzato?

Saresti una carogna, perché sono molti di più! Scherzo, ascolto davvero un po' di tutto e di tutte le latitudini; moltissimi italiani, dai mostri sacri Modugno, Bindi, Endrigo, passando per De Andre o Degregori, fino a Sangiorgi o amici sconosciuti ma bravissimi musicisti; allo stesso modo ho Lennon/Mccartney nel DNA o Billy Joel o Elton John; ma poi Pau Dones o Julieta Venegas per passare ai latini di ultima generazione; insomma un sacco di roba ma quasi sempre di matrice cantautorale, forse perché la riconosco meglio o la sento più mia.

Cosa accade quando ti esibisci dal vivo?

Mi diverto da matti! Se con una canzone di tre minuti ti accorgi che sei riuscito a toccare la parte più profonda di una persona, allora ...

Riesci a concepire il passaggio di emozioni musicali in un brano privo di liriche?

Altroché! L'altra sera ho rivisto in TV Schindler's List. Credo che il meraviglioso tema musicale, da brivido, verrebbe distrutto se si sovrapponessero a quell'aria anche le più belle parole del mondo! E di esempi così potremmo farne molti ...

Cosa c’è nei programmi a lungo termine di Paolo Jlaceli?

La musica!

martedì 3 febbraio 2015

Il presente di Tony Pagliuca


Tony Pagliuca non ha bisogno di grandi presentazioni, membro originale delle ORME, tastierista e compositore, artista che sembra aver tratto giovamento da nuovi progetti, quello che lo vede collaborare con Il Castello di Atlante e quello ancor più gratificante relativo al TRIO che coinvolge i suoi due figli.
Nel mese di Settembre gli avevo chiesto di raccontare qualcosa sul suo momento musicale...


L’INTERVISTA

L’ultima volta che ci siamo scritti, un po’ di mesi fa, manifestasti l’intenzione di rimanere un po’ … nell’ombra, osservatore esterno: che cosa ti ha portato verso questa decisione?

Non ricordo bene a  quale situazione ci si riferiva succedono così tante cose, improvvise  importanti, spaventose, e si fa presto a cambiare i parametri delle valutazioni. Forse volevo dire che mi allontanavo da piazza facebook, e così ho fatto per ritornare oggi quando ho aperto la chat ed ho scoperto che quasi tutti sono collegati con lo smart phone, e sono rimasto sbigottito dalla velocità del cambiamento. Abbiamo una finestra immensa nel mondo, video con contenuti al limite della fantascienza, alcuni meravigliosi alcuni disgustosi, altri fake, e discorsi di idioti, veleni e poesie, parole di saggezza, insomma tutto che passa contemporaneamente nel web... questo è un periodo affascinante di grande movimento.

L’ultima tuo “J’accuse” pubblico (ma potrei aver perso qualcosa) risale alla lettera  a Celentano che anche io pubblicizzai: hai avuto qualche riscontro… qualche soddisfazione?

Niente... il Tar non ha accettato la nostra richiesta e la SIAE è ancora e sempre gestita  dai soliti noti.

Ho visto con piacere che ti esibirai a breve a IL CLUB IL GIARDINO, assieme ai tuoi figli: trattasi di un progetto consolidato o di fatto estemporaneo?

Nei ritagli di tempo e durante le pause di scuola possiamo esibirci con il Trio, nei club la musica che riusciamo a produrre è  tanto energica e ci carichiamo tutti.

Quanto è gratificante poter lavorare con i propri figli?

E un dono meraviglioso, una situazione impensata, mai immaginata, ha superato la mia fantasia e i miei sogni, penso che di più non potevo avere.

Che giudizio dai dello stato attuale della musica?

Bello, sento dei gruppi che fanno rock molto tosto, tipo Leprous, e molti musicisti che imbracciano l'ulivo dell'acustico, l'artista vero per fortuna va avanti nonostante i tagli alla cultura.

Quali sono i progetti musicali di Tony Pagliuca, il suo “Sguardo verso il cielo”?

Ora ho un bellissimo progetto con il Castello di Atlante: concerti in Italia e all'estero e nuovo CD con loro, sono al settimo cielo.

Una curiosità, una cosa che volevo chiederti da tanto tempo: mi puoi raccontare qualche ricordo o aneddoto del vostro  (con le ORME) viaggio all’isola di Wight?

Ho dedicato un capitolo del mio libro autobiografico a questo episodio fondamentale per le Orme. Sono orgoglioso  di essere stato presente ad uno degli eventi più importanti della storia del rock. L'idea di andare in furgone Fiat 238 mi fa ancora gioire e tutto per andare a vedere il debutto degli ELP! Amavo il gruppo dei NICE e non potevo perdermi questa occasione. Purtroppo non è stato un bel concerto, nemmeno quello di Hendrix , ma molti altri, come Free,  Rory Gallagher, Doors sono stati oltre, oltre qualsiasi racconto.


lunedì 2 febbraio 2015

Daniele Sollo si racconta


Scopriamo oggi Daniele Sollo, bassista virtuoso, musicista, sperimentatore e… molto altro.
Incontro casuale il nostro, permesso, come sempre più spesso accade, dalla rete.
La sua storia è costituita da molteplici esperienze e le sue idee musicali appaio davvero interessanti.
In attesa di commentare un suo prossimo progetto, leggiamo il suo pensiero e avviciniamoci alla sua filosofia musicale.

L’INTERVISTA

Da dove ha inizio il tuo percorso musicale, e come si è evoluto nel tempo?

Beh, ho cominciato molto presto… a circa 7 anni strimpellavo “Per Elisa” su un pianoforte giocattolo. I miei hanno sempre assecondato la mia attitudine alla musica, regalandomi dischi e, successivamente, donandomi una pianola della Bontempi, con la quale mi divertivo a suonare ad orecchio i brani che ascoltavo dal mio Hi-Fi…   A circa 14 anni, mi innamoro del basso elettrico (ascoltando, all’epoca acid jazz, un genere assai in voga all’inizio degli anni ’90) e comincio a suonare ad orecchio. Ben presto, però, sento la necessità di conoscere più in profondità la musica e il nuovo strumento. Così, comincia il mio percorso di studi con il bassista Giuseppe Brandi. In questo periodo, ho modo di conoscere la musica classica, il jazz in ogni sua sfumatura… insomma, ho modo di apprezzare tanti altri generi musicali. Ed è in questo periodo che mi avvicino al jazz-rock e al progressive. Va anche detto che, dall’adolescenza fino a quando incontro i VisionAir, ho modo di suonare tanti generi nelle più disparate formazioni. Successivamente (nel 1997 circa), conosco un gruppo di ragazzi con i quali formo la band progressive chiamata VisionAir, con i quali condivido la prima esperienza come compositore e autore di testi. L’esperienza con i VisionAir procede con alti e bassi, fino alla definitiva rottura avvenuta nel 2011 e con un album-demo realizzato. La voglia di mettermi in gioco come musicista, però, non finisce. Anzi, procede buttando giù diverso materiale, che colma nel progetto che sto realizzando, di cui parlerò dopo.

Quali sono i tuoi punti di riferimento, il tuo genere guida, quello che ti permette maggiore espressione?
Beh, sono tanti. Essi corrispondono alle varie fasi della mia vita sia dal punto di vista personale che dal punto di vista della mia formazione come musicista. Ciò si riflette tanto nel mio modo di suonare. Ad esempio, con il mio 5 corde suono prevalentemente con la tecnica dello slap e del tapping polifonico, tecniche che ho avuto modo di apprezzare ascoltando bassisti come Mark King, Randy Coven, Michael Manring, Alain Caron, per citarne qualcuno. Per suonare il fretless, invece, è stato fondamentale lo studio di Jaco Pastorius. Di questo amo dire: “Se la psicoanalisi nasce con Freud, il basso elettrico nasce con Pastorius…”. Ad ogni modo non esiste un vero e proprio genere guida; io amo dire: “Io suono, faccio musica”. Poi, ognuno che ascolta i miei lavori può carpire le differenti influenze che fanno parte del mio modo di fare musica. Il disco a cui sto lavorando, infatti, sotto questo aspetto è “camaleontico”: si passa dal prog rock piuttosto duro alle suite jazz-fusion, ai brani per quintetto d’archi, basso e voce, per poi passare alle rivisitazioni per solo basso e voce di una cover degli America.

Nei filmati che ho potuto vedere, utilizzi il basso per disegnare tratti classici, fatto abbastanza inusuale: da dove nasce questa esigenza?

Fa parte del mio percorso di ricerca. Da un lato, reputo il basso elettrico (sia il fretless che quello con i tasti) uno strumento con grandissime capacità di espressione; da un altro, ci sono tanti brani del repertorio di musica classica che fanno parte di me. Se volessimo parlare di esigenza, ecco, questa esigenza consiste nella volontà di unire questi due fattori.

Nelle tue note biografiche si sottolinea il nome di due grandi bassisti, Squire e Pastorius: esiste un punto di congiunzione tra loro, musicisti differenti? E tra loro e te?

Su Pastorius ho accennato prima all’importanza che ha avuto nella mia formazione come bassista. Analogamente Squire è sicuramente un musicista da cui ho preso tanto. Le analogie che vedo fra questi due musicisti stanno nel modo di concepire lo strumento. Pastorius, sappiamo, ha portato il basso fretless a livelli di espressività altissimi; Squire anch’egli è stato un innovatore in ambito rock. I punti di incontro fra questi due musicisti così “lontani”, secondo me, risiedono nel ruolo che essi hanno dato al basso elettrico: non più uno strumento che “sta dietro” agli altri, ma uno strumento che - pur mantenendo il “ruolo ritmico” -  sono sullo stesso piano delle tastiere, delle chitarre, o altri strumenti. In altre parole, le linee di basso di Squire e Pastorius sono dei veri e propri “assoli d’accompagnamento” che si fondono nel tema principale suonato dalla voce o dagli altri strumenti. Io, di questi musicisti, ho fatto mia proprio questa specifica attitudine: ciò costituisce uno dei  perni fondamentali del mio modo di suonare.

Mi parli delle tue collaborazioni e dei progetti realizzati?

Come accennato prima, nell’arco di circa vent’anni di attività ho suonato di tutto: ho suonato in varie band rock; ho preso parte nelle orchestre latin-jazz e di liscio (estremamente importanti dal punto di vista formativo…); ho suonato in band acid-jazz; in progetti di commistione fra jazz e classica, ma, le esperienze più importanti sono legate al già citato progetto con la band VisionAir. Si tratta di una band con la quale ho realizzato un demo-album chiamato “InVisible Visions” e che, purtroppo, è rimasto accantonato definitivamente con lo scioglimento della band. È stata una band che ha riscosso anche un discreto successo nei (pochi) concerti tenuti. Con i VisionAir si è fatta sperimentazione musicale in senso stretto, anche se – dal punto di vista commerciale – la band era etichettata come prog band. La formazione del gruppo era assai eterogenea, e ognuno dei membri portò nel progetto la propria formazione musicale, dando vita ad un progetto, ahimè, incompiuto anche per mancanza di forza di volontà. Fra le altre collaborazioni importanti cito quella con il chitarrista e compositore Domenico Cataldo, co-autore di alcuni brani del mio lavoro; quella con il tastierista Luca Scherani, per il quale ho suonato il basso in un brano dei Pink Floyd (“See Emily play”, edito dalla Mellow Records in una compilation-tributo ai Floyd) da lui arrangiato. Scherani ha anche arrangiato il quartetto d’archi presente in un mio brano. Un’altra collaborazione importante è quella con Fabio Zuffanti, che ha registrato la voce in un mio pezzo (quello di cui mi sono valso della collaborazione di Scherani). Poi, il tastierista americano Jason Rubenstein, che ha composto apposta per me un brano (anch’esso presente nel mio lavoro) dopo aver sentito il mio primo singolo pubblicato. Infine, ci sono gli altri musicisti - bravissimi - che hanno suonato nel mio primo singolo: Marco Dogliotti, Samuele Dotti e Maurizio Berti. Ad oggi sto lavorando al mio primo album da solista, del quale ho pubblicato - autoproducendo il tutto - due singoli con più brani. Questi sono: “11-IX-1683” e “Turn left”, disponibili per il download digitale su iTunes ed altre piattaforme multimediali. Queste faranno parte dell’album intitolato “Order and DisOrder”, che spero vedrà luce in tempi non biblici.

Possibile vivere di musica di questi tempi?

La mia personale esperienza mi ha insegnato che è quasi impossibile vivere di musica. È chiaro, ci sono tanti casi. Ci sono i casi in cui devi mettere da parte tutto ciò in cui credi e “venderti” per comporre le musichette destinate al cellulare e/o i jingle delle reti televisive locali, oppure ancora riuscire a suonare stabilmente con Gigi D’Alessio; ci sono casi - come la maggior parte dei musicisti che conosco - in cui chi fa musica si occupa d’altro per poter vivere: il sottoscritto è libero professionista. Ci sono casi limite come il seguente: la band storica di Vasco Rossi - che, si suppone sia composta da persone che vivono di musica - per “arrotondare” ha dato vita alla tribute band ufficiale di Vasco Rossi e fa tour nei locali in tutta Italia.

Entrando nel tuo sito si è colpiti da alcune frasi di Giuseppe Verdi: da dove nasce la sintonia tra te e certi concetti, belli ma allo stesso tempo amari?

Beh, quelle frasi interpretano stati d’animo che, secondo me, sono comuni a tutti coloro che hanno “metabolizzato” appieno il processo creativo, che sia musica o altro: un dipinto, una scultura, un romanzo, ecc.
Ami la fase live?

Certo. Dal vivo riesci a trasmettere emozioni che in studio non puoi dare: l’interpretazione, il dialogo che stabilisci col pubblico, l’adrenalina che hai e che trasmetti, ecc.

Mi pare che il tuo “suonare il basso” abbia a che fare, anche, con la ricerca e la tecnologica: quale potrebbe essere lo sviluppo dello studio del “tuo “ strumento?

Il basso elettrico è uno strumento relativamente giovane. Esistono approcci allo strumento che spesso ne hanno cambiato le caratteristiche. Basti pensare a Michael Manring, che ha realizzato il suo “Hyperbass” in funzione delle sue esigenze. La liuteria, oggi, procede ancora lungo questo sentiero. Nel mio caso specifico, ho lavorato assieme al mio liutaio di fiducia Emiliano Nencioni (che ha realizzato strumenti anche per Patrick Djivas e Ares Tavolazzi) nella realizzazione di uno dei miei strumenti: un basso a 5 corde configurato apposta per il tapping e lo slap.

Domanda d’obbligo: quali sono i tuoi progetti più vicini?

Beh, continuo con la lavorazione del mio album. L’autoproduzione ti costringe a tempi molto dilatati, per quanto riguarda la realizzazione di un lavoro. Ho anche suonato in un album del gruppo indie Maisie (che dovrebbe uscire quest’anno se tutto va bene). Infine, ci sono anche contatti per ulteriori lavori con Fabio Zuffanti e Luca Scherani per quanto riguarda il progetto Höstsonaten per maggio di quest’anno.





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