giovedì 20 maggio 2010

Satellite


Accolgo ancora una volta un suggerimento di Mauro Selis, e racconto qualcosa dei "Satellite", gruppo prog polacco.
Utilizzo una recensione di Rockline.it, che descrive" Into the Night".

La sfera Progressive polacca sta diventando sempre più ricca e florida, grazie anche al contributo delle storiche bands degli anni Ottanta, che da anni a questa parte prendono parte agli eventi organizzati nel Paese europeo dell’Est, riscontrando ampi consensi tra il pubblico dei neo-appassionati del genere. Inoltre valide formazioni come i Riverside hanno dato nuova linfa vitale ad uno stile che è mantenuto in vita principalmente dagli acts del Nord Europa e degli Stati Uniti. Anche i Satellite di Wojtek Szadkowski da anni cercano di emergere dal panorama underground, ma i risultati ottenuti non sono stati spesso pienamente soddisfacenti ed efficaci: il progetto del musicista polacco vede prendere parte nella propria line-up gli strumentisti del grupoo neo-Progressive dei Collage, per plasmare un mix di emozioni spaziali, arricchite da un gusto prettamente neo-Prog, di derivazione ottantiana.

Così ha preso forma anche il capitolo conclusivo della trilogia avviata da Wojtek Szadkowski nel 2003 con
A Street Between Sunrise And Sunset e il seguente Evening Games (2005): Into The Night è un lavoro che si compone di sette pezzi di media lunghezza, registrati e prodotti abbastanza professionalmente e capaci di spaziare su diverse attitudini musicali, dalle nuove sperimentazioni sonore di Kaipa e Flower Kings ai timbri a tratti spensierati e a tratti meditativi degli storici Marillion di Fish.
Non a caso inoltre l’artwork della cover è stato realizzato da Mark Wilkinson, disegnatore delle copertine degli album del progetto solista di Fish o dei capolavori targati
Marillion: la copertina surreale introduce immediatamente nel contesto dell’album, dove spiccano per qualità i brani più complessi ed elaborati, quale il lungo Dreams, suddiviso in tre parti e capace di garantire 13 minuti di intrecci tecnici di notevole spessore. I fiati e la voce nelle sezioni acustiche ripercorrono fin troppo fedelmente i canoni degli immortali Script For A Jester’s Tear e Misplaced Childhood, ma la resa finale è comunque appassionante, tralasciando alcuni collegamenti fin troppo azzardati.
Sebbene cerchino di presentarsi stilisticamente versatili, i
Satellite purtroppo non riescono ad emergere da una mediocrità causata più volte dall’esito di una registrazione non impeccabile: Downtown Skyline riecheggia nei suoi torni oscuri fortemente influenzati dal sound misterioso degli inglesi Galahad, Don’t Walk Away In Silence conserva un mood quasi Pop che stona con ciò che prima è stato sviluppato, mentre Heaven Can Wait si presenta come strano ed inatteso connubio tra i Riverside più cupi ed il Progressive dai tratti sinfonici.

In definitiva i
Satellite hanno dimostrato sì un crescendo nell’impegno, come dimostrato anche dalla trasferta in Messico per un festival che li ha coinvolti accanto ai “big” Tony Levin e Rudess/Morgenstein Project, ma la strada è ancora lunga, perché il sound del terzo episodio discografico si mostra ancora acerbo e poco coeso nella struttura.
Si auspica che la band di Wojtek Szadkowski possa trovare la propria via, producendo nuove soluzioni in ambito progressivo, per affiancarsi a quelle realtà che stanno portando avanti la bandiera del panorama progressive est-europeo, spesso troppo trascurato ma capace di formare ottime proposte.


LINE UP:

- Robert Amirian - voce, basso
- Sarhan Kubeisi - chitarra
- Krzysiek Palczewski - tastiera
- Wojtek Szadkowski - batteria
- Jarek Michalski - basso


TRACKLIST:
1. Into The Night
2. Dreams
3. Downtown Skyline
4. Lights
5. Don't Go Away In Silence
6. Heaven Can Wait
7. Forgiven And Forgotten


mercoledì 19 maggio 2010

Vurtula



Vurtula nasce vicino a Ivrea (Torino) nell'estate del 2001; sin dall’inizio il progetto è orientato verso una musica energica, carica di influenze, tesa a provocare forti emozioni e sensazioni da condividere con gli ascoltatori, non rinunciando alla ricerca di nuove soluzioni.
Nel 2003 Vurtula registra nei propri studi il primo album, "STRU Mentale", un concept album strumentale, progressive metal, composto immaginando di intraprendere un viaggio fantastico a bordo di un tappeto volante, osservando quindi il mondo dall'alto. In quel periodo Vurtula inizia a comporre musiche per il cinema alternativo, ma ben presto abbandona l'idea, optando per un inizio di carriera “dal vivo”, come trio strumentale. Con il promo album "Above All" registrato “in proprio” nel 2004, Vurtula inserisce la voce nell’architettura delle composizioni, aggiungendo nuova energia e innovative soluzioni melodiche.
Dal 2004, mentre erano in corso aggiornamenti della line up, Vurtula ha partecipato a prestigiosi metal/rock festival, suonando con le più famose band italiane, e nell'inverno 2006/07 il gruppo si è autoprodotto un terzo album,"Infernal Fate". Successivamente alcuni brani di questo album sono diventati popolari, anche per merito di alcuni giovani registi che hanno utilizzato la musica di Vurtula come colonna sonora o sigla finale nei loro film.
Oggi, la formazione ormai consolidata, formata da cinque musicisti molto competenti, propone sonorità “progressive power metal” che combinano ritmi compatti e belle melodie, con gradevole equilibrio. Quasi tutti i testi sono in inglese e trattano soprattutto tematiche introspettive. Le performance dal vivo di Vurtula sono cariche di “potenza” e inducono il pubblico a un coinvolgimento senza compromessi: veramente una manifestazione sincera di forza positiva!

LINE UP

Voce: MAX CLARA (dal 2004)

Chitarra e cori: IVAN CALVO (dal 2001)

Tastiere: DAVIDE CRISTOFOLI (dal 2009)

Basso: EMANUELE FERRARI (dal 2006)

Batteria e cori: SIMONE COSTA (dal 2005)



INTERVISTA(a Ivan Calvo)

E’ prassi comune inserire un gruppo, un artista, in una categoria musical ben definita, dando un messaggio preciso a chi si avvicina all’ascolto. Definirsi una “Prog metal band”, ad esempio, può anche significare disegnarsi dei confini musicali da cui non si vuole uscire, impedendo al contempo l’accesso all’easylistening? 

In realtà oggi ci definiamo “progressive-power metal band” e questo perché non abbracciamo più soltanto il filone della musica “progressive metal” ma ci estendiamo anche su terreni più tipicamente appartenenti al “power metal”. Questo ci da modo di non fossilizzarci troppo su quelli che sono forse i limiti del progressive (ovvero i clichè ipertecnici e forzatamente ricercati che spesso indirizzano l’espressione musicale verso una fruizione di nicchia) consentendoci invece di arricchire la nostra musica di melodie e ritmi più diretti e compatti in grado di trasmettere più facilmente la nostra energia a chi ascolta.

Nonostante la mia lunga frequentazione musicale, scopro ogni giorno band nuove, dedite a composizioni ricercate, che si rivolgono a un pubblico obbligatoriamente di nicchia. E’ possibile di questi tempi “vivere” proponendo musica “non per tutti”, laddove il “vivere” è rivolto ai bisogni più materiali del quotidiano? 

Il discorso è molto complesso. Per esser breve, ritengo che in Italia oggi sia quasi impossibile “campare” di sola musica di nicchia (in particolar modo se non sei una cover o una tribute band). In altri Paesi, vedi soprattutto quelli Scandinavi, invece tutto sembra essere più facile e fattibile. Per cui, parlando per esperienza personale, o hai le spalle ben coperte, (per esempio vivendo grazie a un altro mestiere) oppure questa musica purtroppo oggi non ti da di certo da mangiare.

Quando arriva il momento della jam tra amici, dopo una cena ben riuscita, cosa prevale: Beatles, blues o cantautori? 

He he he… dipende dal tasso alcolico raggiunto nella serata… A tassi alcolici “ragionevoli” prevale l’improvvisazione psichedelica pura e la sperimentazione. A tassi alcolici “estremi” si arriva ai canti popolari e ai cori alpini.

Quanto possono influenzare la carriera di un musicista gli ascolti dell’adolescenza? 

A mio arbitrio, tantissimo! Nel nostro caso l’heavy metal, che ascoltiamo appunto da quando eravamo dei ragazzini, fa da tempo parte integrante del nostro genoma.

Esiste vera amicizia, collaborazione, scambio di idee, tra differenti band che viaggiano sui binari paralleli della stessa musica? 

Mah, sai, come in tutti gli ambienti e i microcosmi sociali, tutto dipende dalla natura dei singoli individui che compongono le band. Possono quindi esistere sia conflitti che scambi di idee e collaborazioni. Diciamo che se tra i membri di alcuni gruppi intercorrono buoni e sani rapporti di amicizia personale tutto è più facile e semplice. Nel caso in cui competizione, invidie e interessi personali prevalgono sul buon senso e sull’onestà, ovviamente lo scambio, il confronto e la cooperazione non esistono e vengono sostituiti da cose più squallide.

A vostro modo di vedere, sono tollerabili compromessi “veniali” , su scelte tecniche o di distribuzione, se possono portare a una piena visibilità?

Bella domanda! Ritengo che se credi ciecamente nella musica in cui suoni non sei molto favorevole ai compromessi, se quello che invece ti interessa maggiormente sono fama e successo allora sei maggiormente libero di venderti come e quanto ti pare. Direi che il compromesso per i Vurtula è possibile ma prima si passa attraverso ad una bella gara di braccio di ferro e a un confronto quanto più costruttivo possibile. Chiaramente la venialità non può andare oltre certi limiti e non può sconvolgere l’identità di un gruppo… Immagina un gruppo metal che per vendere o per apparire ovunque è disposto ad attuare all’interno dei propri brani scelte stilistiche alla Gigi D’Alessio.

Provate a riportare in vita tre “mostri” musicali del passato, dalla classica al rock più duro. 

Questa è difficile!! Credo che ogni giorno potrei darti una risposta diversa. Oggi per esempio ti direi Wolfgang Amadeus Mozart, Niccolò Paganini e Dimebag Darrell.

Attraverso le nuove tecnologie e le loro applicazioni, sto cercando di condividere la musica che scopro. L’effetto domino che si genera quando inserisco i miei articoli su face book, ad esempio, è gratificante, perché il tutto si trasforma in una collaborazione tra amanti della musica, senza alcun interesse legato al businnes. Qual è il vostro bilancio, tra benefici e negatività, legato all’evolversi della comunicazione? 

In termini puramente economici, credo che oggi i maggiori benefici per un gruppo tipo il nostro si possano avere non tanto dalla vendita dei dischi ma dagli eventi live e dalle iniziative a cui partecipi. Per cui le nuove tecnologie e la globalizzazione dell’informazione vanno utilizzati come strumenti utili per far conoscere al mondo chi sei e per cercare contatti e occasioni che possano darti la possibilità di portare la tua musica dal vivo anche in altri luoghi. Diciamo che la nostra presenza attiva su vari social network ci da la possibilità di partecipare ad eventi di rilievo sempre maggiore e la possibilità di qualche contatto collaborativo qualche volta economicamente interessante. Al contrario le vendite on-line dei nostri CD continuano a rimanere scarse, ma per ora non ci preoccupiamo di ciò: mettiamo a disposizione del pubblico alcuni nostri brani (in versione integrale), ascoltabili gratuitamente sui nostri siti e sui nostri profili, per divulgare il nostro verbo e per condividere la nostra energia con chi ha voglia e piacere di riceverla.

Esiste un nome legato al prog anni 70 che ancora oggi vi fa sognare? 

Anche qui potrei citartene a decine e ogni giorno potrei cambiare idea… Così come me ognuno del gruppo potrebbe darti risposte diverse. Volendo sceglierne uno ti darò oggi oltre che al nome di una band anche il titolo di un loro capolavoro: Le Orme, “Felona e Sorona”, 1973.

Cito spesso “Rock Map”, il libro di Riccardo Storti che divide la musica prog italiana in aree geografiche omogenee. Se vi foste formati nell’estremo sud dell’Italia, il risultato musicale sarebbe stato lo stesso o secondo voi la differente cultura ed etnia incide notevolmente sul prodotto finale? 

Non avendo per ora mai inserito all’interno delle nostre composizioni contaminazioni tipo folk (cosa per altro da non escludersi per il futuro) e per quello che suoniamo oggi penso che se fossimo un gruppo formatosi in qualsiasi parte d’Italia il prodotto finale sarebbe sicuramente lo stesso.




martedì 18 maggio 2010

Roberto Storace-Mistral


Ho dovuto scoprire da un amico friulano dell'esistenza dei Mistral, il cui fondatore, Roberto Storace, abita ... a 200 metri da casa mia.
Meglio tardi che mai.

Propongo oggi un'intervista gentilmente concessa, la biografia e un filmato finale, alla vigilia della pubblicazione del libro di fotografie e CD "Irish People", frutto dei sui viaggi in Irlanda.

L'INTERVISTA

Ho scoperto casualmente, lo scorso anno, l’esistenza dei Mistral, attraverso un amico di Trieste. Eppure mi occupo di musica e vivo nella tua città. Al di là delle mie “mancanze”, ti sei mai posto il problema del pubblicizzare il tuo “prodotto musica”, a costo di arrivare a qualche compromesso? 

Sicuramente la pubblicità, o meglio la visibilità mediatica, per un artista è di vitale importanza. Il mio prodotto musicale è stato oggetto, nel corso degli anni, di numerosi articoli su vari quotidiani nazionali, come IL SECOLO XIX° e LA STAMPA, o su riviste di settore come CELTICA, soprattutto dopo la vittoria dei due Concorsi Musicali Nazionali NOKIA FOR MUSIC 2007 e NOKIA TRENDS LAB 2008; inoltre sono presente sul web in innumerevoli siti e portali, come, MYSPACE, FACEBOOK, CELTIC WORLD, NOKIA TRENDS LAB, RADIOSTAR , EZFOLK e molti altri . Ad esempio nel sito americano, molto bello , di musica acustica (www.ezfolk.com ) i miei brani musicali sono molto ascoltati (dopo solo un anno e mezzo di presenza sono in posizione 102 su 1830 artisti presenti) e la mia aria LIKE WORDS IN THE WIND è stata inserita da subito nella compilation web BEST of EZFOLK . Inoltre sono in amichevole contatto con William Ramoutar di Jacksonville , Florida , che ha trasmesso alcune mie tracce musicali durante il suo programma domenicale IRISH WAYS RADIO PROGRAMME FLORIDA . Per non parlare del bell’ articolo che qualche anno fa Anna Maria Faldini mi ha dedicato sul Letimbro! Come vedi , caro Athos , mi sono dato da fare, ma ovviamente ci saranno ancora molti savonesi che non conoscono il mio nome o quello dei miei gruppi, d’altronde se molti non capiscono il simpatico inviato di “Striscia la Notizia” Militello, quando chiede ai passanti di salutare Greggio e la Hunziker!

Spesso ci si innamora di una musica senza sapere e cercare motivazioni, ma d’istinto stiamo bene (o male) ascoltando un particolare strumento, una determinata aria melodica. La musica scozzese e irlandese sono solo questo per te, o esiste un totale apprezzamento per certa cultura e stile di vita?

Sicuramente la seconda che hai detto … conoscevo e suonavo già alcune canzoni irlandesi, ma il vero amore è nato dopo aver viaggiato, dalla fine degli anni ’80, in Scozia e Irlanda e aver vissuto la loro cultura, così affascinante! Tornare in Italia ed essere subito sopraffatto dalla nostalgia e dal desiderio di rivedere quelle scogliere, quel mare, quel verde, quel cielo, fu quasi istantaneo. Ci si accorge che la musica irlandese e scozzese sono proprio intimamente e inestricabilmente legate a quelle Terre e a quelle culture. Anche mia moglie Raffaella è affetta dalla stessa malattia … lei suona il bodhran, il tamburo irlandese, e balla le set – dances tradizionali!

Ti ho visto esibirti con differenti tipologie di strumenti. Ne esiste uno che ami sopra ad ogni altro? 

No, direi di no, suono e amo visceralmente da 41 anni la chitarra, sia a 6 che a 12 corde, ma ho trovato un feeling incredibile anche col bouzouki irlandese, che ormai suono da nove anni e su cui mi sono subito trovato a mio agio, grazie allo studio che avevo già fatto su varie accordature, con le mie chitarre.

Qual è il legame, la strada, che conduce un cittadino italiano a proporsi con “argomenti” e suoni che non fanno parte del proprio DNA?

In parte sono misteriosi , irrazionali … ma poi, siamo sicuri che non facciano parte del nostro DNA ? Se, come dicono alcuni studiosi, il nome Savona deriva da quello di una antica Dea Celtica … forse è anche un “ Richiamo della foresta “, come dice Kipling! Ricordo quando, molti anni fa, nel ’90 per la precisione , entrando in Santiago de Compostela sentii nell’aria il suono delle gaite, le cornamuse della Galizia … scoprii allora che quella è una Terra Celtica ! Rivendico quindi un po’ di sangue irlandese, nelle mie vene, o per lo meno un po’ di Guinness ! In realtà la mia passione deve molto a incontri umani fatti più di vent’anni fa, con Sandro Signorile e col nostro amico comune Patrick McQuaile, irlandese D.O.C. di Drogheda (cittadina a nord di Dublino), che allora viveva a Savona. Furono loro a farmi sentire le prime canzoni, le prime musiche tradizionali irlandesi. Poi ci ho messo del mio.

Il “Concerto per Gianni”, della scorsa estate, è stato per me un successo. Vedere tutti quegli artisti assieme sul palco dava l’idea dell’unione vera, cose che solo la musica sa dare. Eppure, raccogliendo un po’ di umori, ho captato che non tutto è idilliaco, anche in quei luoghi dove la musica sembrerebbe più “colta” e meno in balia delle tipiche bizze rock. Perché solo nei momenti più drammatici, o in ricordo di questi, si riescono a superare tutte le incomprensioni e gli interessi personali? 

Già , perché ?! Me lo chiedo spesso anch’io, eppure vedo che in tutti gli ambienti regnano i classiciVizi Capitali: Invidia , Gelosia, Ira … poi, a volte, un fatto drammatico, la perdita di un caro amico, fanno aprire gli occhi anche ai più cinici. Per un po’ dura, ma poi…

Qual è la tua personale formazione musicale da strada, quella ruspante, immediata, legata alla condivisione delle esperienze con i compagni di scuola, ad esempio. 

Ovviamente il rock dei ’60-70 , quello Vero !! Per noi che siamo cresciuti coi Beatles, Rolling, Led Zeppelin, Deep Purple, Genesis, Jethro Tull, Pink Floyd Eagles, CCR, CSN&Y, Jackson Browne, James Taylor, U2 ecc… ecc… , quello di oggi quasi non possiamo neppure chiamarlo rock !

Quale tipo di musica apprezzi, oltre a quella che proponi?

Sento sempre, e mi piace molto, anche il blues e poi sono sempre perdutamente innamorato della West – Coast Americana, che ho ascoltato e suonato per vent’anni ! Spero sempre in un suo Revival !

Che importanza attribuisci ai testi, in un brano musicale?

Per me viene sempre prima la musica, ma quando il testo ti tocca nel profondo, allora c’è la perfezione.

Mi racconti qualcosa sul progetto che ti lega a Sandro e Ferdinando? 

E’ un progetto originale e interessante; siamo tutti polistrumentisti, ma di soli plettri ! Suonare le danze tradizionali irlandesi e scozzesi ( reels , jigs , hornpipes, airs ) e le musiche da noi composte, con bouzouki, mandolino, mandola, mandoloncello, dulcimer, chitarre, crea un impasto timbrico ricco, armonico,vibrante ! Inoltre a volte collaboriamo con altri amici musicisti, come per il nostro ultimo concerto al Teatro Sacco di Savona, in cui erano con noi Elena Buttiero e Stefano Tomasini, duo di arpe celtiche. Beh, il colpo d’occhio sul palco era davvero suggestivo, c’erano 9 strumenti per un totale di 127 corde! Altro che le Vibrazioni! La nostra idea è registrare, prossimamente, un cd con i nostri brani originali e pochi traditional.

Se potessi esaudire un desiderio che riguarda il tuo futuro relativo ai prossimi cinque anni, a cosa penseresti? 

Anzitutto, che i Maya scherzassero sul 2012! E poi, seriamente, a curare e guarire questa Terra stuprata e avvelenata da un esercito di criminali! Buona Musica a tutti !


BIOGRAFIA
Dopo aver studiato per due anni le basi della musica sul flauto, affascinato dai gruppi rock inglesi e americani degli anni '60 e '70, Roberto Storace inizia , a 13 anni, a suonare la chitarra acustica. Studia soprattutto le armonie e le atmosfere della WEST - COAST americana e, a 21 anni, comincia a esibirsi in varie manifestazioni e nei locali di Torino, comparendo anche nei programmi delle televisioni locali.
Fonda vari gruppi di musica WEST-COAST e COUNTRY-ROCK diventando esperto nella tecnica di finger-picking sia sulla chitarra che sul banjo a 5 corde.
Nel 1988 si trasferisce a Savona dove incontra un musicista irlandese, PATRICK Mc QUAYLE, che lo fa innamorare della musica celtica . Per tre anni il loro duo si esibisce in molti locali e manifestazioni in Piemonte e Liguria, finchè Patrick non ritorna in Irlanda .
Nel ' 89 Roberto va per la prima volta nelle Terre Celtiche esplorando le isole Shetlands , Orkneys e le Highlands scozzesi , rimanendone conquistato.
Nel '91 effettua il primo viaggio in Irlanda, a cui seguiranno quelli del '94 ,'95 , '98, 2002 , 2007,2009, in cui visita quasi tutte le contee, viaggiando in treno, corriera, auto, bici e sperimentando la straordinaria ospitalità irlandese.
Partecipa a molte sessions nei pub con i musicisti locali, tornandone grandemente arricchito sia musicalmente che, soprattutto, umanamente.
Nel 1995 Roberto fonda a SAVONA il gruppo IRISH PUB con i due amici musicisti Luca Pesenti e Sandro Signorile. Il gruppo ha molto successo, tanto da tenere oltre 70 concerti in otto mesi e si esibisce in sessions anche in Irlanda e Scozia.
Nel 1996 Roberto entra per alcuni mesi nella formazione dei MAG MOR, con cui partecipa al FOLK FESTIVAL di Genova.
Nello stesso anno inizia a collaborare con Gianni Senes e nell’ottobre del ‘96 fonda i MISTRAL, attivi da 14 anni ininterrottamente, pur con numerosi cambi di formazione ; si sono infatti alternati violinisti e flautisti intorno alla figura centrale di Roberto, che ha mantenuto costante la cifra stilistica del gruppo. Sul CD di giugno 2000 di CELTICA compare una traccia del gruppo.
NEL corso degli anni Roberto approfondisce sempre di più lo studio della chitarra, diventando anche esperto della tecnica flat-picking e delle accordature aperte, che esplora incessantemente, inventandosi uno stile originale in cui alterna parti di solista con complesse armonizzazioni,tecniche di finger-picking con tecniche di flatpicking. Esegue anche molti pezzi al bouzouki e al banjo a 5 corde.
Oltre che con il gruppo, si esibisce pure come solista .
I moltissimi viaggi che ha fatto, da solo, con gli amici, con la moglie, hanno accresciuto molto la sua sensibilità e la sua conoscenza, soprattutto del mondo celtico.
E' stato infatti sette volte in Irlanda, due in Scozia, alle isole Shetlands e Orkneys, in Galizia, in Asturia , in Bretagna, esibendosi in numerose sessions con musicisti del luogo e costruendosi un ricchissimo archivio fotografico.
Queste esperienze gli hanno permesso di tenere stages sulla musica e sulla cultura celtica all'interno di corsi di aggiornamento nelle scuole liguri e di proiettare diapositive durante alcune esibizioni , con il supporto della moglie Raffaella Bergonzi che cura un gruppo di ballerine ed organizza stages con qualificati insegnanti di danze irlandesi.
Nel 2001 ha inciso con Luca Pesenti il cd TEN STRINGS, di cui compaiono due tracce nel numero di gennaio-febbraio 2003 di CELTICA .
Nel 2002, invece, è entrato per alcuni mesi nel gruppo piemontese di musica di ispirazione celtico-medioevale ALICE CASTLE, con cui ha partecipato ad importanti festival e manifestazioni.
Un altro suo pezzo - KING'S JIG - ha vinto il 2° CONCORSO NAZIONALE - NOKIA FOR MUSIC CONTEST 2007 ed è in vendita su www.messaggeriedigitali.it Nel novembre 2008 , il suo pezzo “ THE ROAD TO HOME “ ha vinto il 3°Concorso Nazionale - NOKIA TRENDS LAB ed è stato pubblicato nella compilation STAND UP SELECTION allegata a HIT MANIA .
Da un paio d'anni ha ripreso a collaborare con l'amico musicista Sandro Signorile , con cui ha fondato il gruppo di musica acustica, di ispirazione celtica, CELTIC STRING BORDER , il cui repertorio comprende sia arie e danze tradizionali irlandesi e scozzesi che brani originali composti da Roberto e Sandro.

DISCOGRAFIA
1997 - MISTRAL ( Mistral )
2000 - UNDER A CELTIC MOON ( Mistral )
2000 – CELTICA (CD compilation + rivista)
2001 - THE SWEET IRISH LADY ( R. Storace )
2001 - TEN STRINGS (R. Storace & Luca Pesenti)
2002 - BEST OF MISTRAL ( Mistral )
2003 – CELTICA (CD compilation + rivista)
2005 – LIKE WORDS IN THE WIND ( Mistral )
2007 – NOKIA FOR MUSIC CONTEST (CD compilation)
2009 – STAND UP SELECTION (CD compilation)

lunedì 17 maggio 2010

Jethro Tull a Genova

(Foto di Fulvio Bava)

La prima cosa che i sostenitori dei Jethro Tull si chiedono in attesa di un concerto è la seguente.” Come sarà la voce di Ian?”

La prima cosa che domanda chi non ha potuto partecipare è relativa allo stesso argomento: “Come era la voce di Ian?”

E’ sempre LUI, o meglio la sua ugola, a fornire “la misura” del risultato finale.

Quello del 14 maggio al “Vaillant Palace” di Genova è stato il più bel concerto dei Jethro a cui io abbia partecipato negli ultimi anni.

Sgombriamo il campo da equivoci, non è in corso un miracoloso recupero vocale, e sentire la fatica fisica provocata nell’interpretare “Songs from the Wood” è sempre doloroso, ma chi si avvicina al concerto di Ian e soci sa perfettamente cosa aspettarsi, e ringrazia senza lamentarsi.

Palazzetto stracolmo e 4000 persone “calde” che si lasceranno trasportare dall’emozione, sottolineando con applausi e cori di approvazione i brani più conosciuti.

La mia giornata tullica è stata un po’ più completa del previsto.

Da tempo avevo prenotato una buona posizione nel primo settore, ma il mio amico Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza, appena recuperato alla stazione Principe, proveniente da Roma, mi offre l’opportunità di sostenerlo, moralmente e fisicamente, nella vendita del materiale ufficialeproveniente direttamente dall’organizzazione “Jethro” (t-shirt, cap e libri vari). Questo mi ha permesso di godere l’atmosfera dell’evento sin dal primo pomeriggio, con un “pass” a disposizione per aggirarmi, con discrezione, nel palazzetto.

Spesso questi dettagli assumono enorme rilevanza per chi vive la musica intensamente, e molte volte il contorno si rivela superiore all’evento stesso.

Vedere un concerto che nasce dalle piccole cose, dal montaggio delle luci, dal controllo dei suoni, dalle etichette sulle sedie, sino ad arrivare all’agitazione di chi ha il compito di gestire, è una cosa che lascia il segno e col tempo si trasforma in ricordo indimenticabile.

Sono le 17 quando Martin Barre e soci salgono sul palco e iniziano il soundcheck. 

A distanza di un’ora arriva “il principe”. Dalle prime note e dal primo brano cantato, ci si fa un’idea di cosa potrà accadere la sera.

Impossibile descrivere i brividi che ancora oggi, dopo anni di ascolti ravvicinati, mi procurano queste situazioni.

Mi sistemo lontano dal palco, e cerco di rubare qualche immagine.

La sicurezza (ma di ché?) è molto insistente e rigorosa. Da osservatore esterno, e in questo caso privilegiato, rilevo che tutto è migliorabile, e un bel corso formativo di comunicazione non farebbe male a certi bodyguard.

C’è aria di attesa, dentro e fuori, mentre un folto gruppo di “estranei”, presenti solo per lavoro, sembrano chiedersi chi saranno mai questi Jethro Tull.

Personale addetto al bar, finanzieri, pompieri, alpini, sicurezza, cani antidroga, catering, biglietteria … un popolo di lavoratori presenti a prescindere, che ad esibirsi sia Fiorello o un gruppo rock.

Ma è una serata speciale, da ogni punto di vista, e anche i “presenti per caso” potranno apprezzare la capacità di stare on stage di questi musicisti senza età.

Sono le 21.15 quando il concerto inizia, con Ian da solo sul palco, al buio, con la sua chitarra, e l’arpeggio di “Dun Ringill” ci introduce verso due ore di musica impeccabile, emozionante, tecnicamente di alto livello.

Entra Martin Barre a metà del brano e la sua presenza è sottolineata dagli applausi del popolo tulliano: è una bella immagine che descrive una vita di musica insieme, sempre insieme, nonostante mille cambiamenti di line up.

Il feeling è da subito positivo.

Anderson si muove come un ragazzino, saltando ancora su una gamba sola, e la sua voce… per chi lo ha seguito negli ultimi anni, per chi ha da tempo rinunciato a vedere i Jethro, preferendo ricordare gli anni in cui “quella voce” era tra le più belle in assoluto, beh, lo stato attuale è buono, ovvero il massimo ottenibile.

I brani si susseguono, da “Nothing is easy” a “A new day yesterday”, da Cross eyed Mary” a “Life is a long song” , da “Bourèe”( bello l’arpeggio al basso dell’ottimo DavidGoodier) a “Songs from the Wood”, da “My God” ad “ Aqualung”.

La parte nuova non mi è rimasta impressa e aspetto nuovi ascolti prima di dare un giudizio.

Doane Perry è sempre il solito perfetto drummer e John O’Hara pare finalmente integrato nel gruppo e meno legato a schemi rigidi. I suoi duetti con Ian sono frequenti e sembrano il frutto di un rapporto consolidato.

Nell’insieme un grande amalgama, un buon sound, una voce accettabile, e una ritrovata freschezza che il pubblico ha percepito, lasciandosi trasportare sino all’apoteosi finale, dove si è sentita la necessità di vivere l’ultimo atto in piedi, il più vicino possibile al palco.

Ma il concerto ha vissuto alcune tipicità che meritano una sottolineatura.

Intanto non ricordavo un concerto con l’intermezzo (venti minuti), e devo dire che mi è parsa una buona idea, e trovo che la sosta dia il tempo per metabolizzare ciò che si è appena visto, con la rassicurante certezza di essere solo a metà spettacolo.

Altro episodio.

Il concerto era stato a lungo pubblicizzato come l’unico italiano (ma come sappiamo ci saranno altre date a luglio) e nell’occasione il liutaio Federico Gabrielli avrebbe consegnato un regalo a Ian, un mandolino.

Non mi è apparsa una cerimonia molto… solenne e soprattutto non è stato enfatizzato il motivo per cui si è regalato un mandolino a chi sul palco, almeno nell’occasione, di tale strumento non ha fatto uso.

In realtà Ian ha pubblicamente dichiarato in passato come il mandolino sia stata una sua “seconda ragazza”, e chi conosce le musiche dei Jethro non ha bisogno di molti chiarimenti, ma… mi aspettavo qualcosa in più da questo momento inusuale.

Nel corso della consegna è nato uno dei due “fatti oscuri” che immagino abbiano irritato "sua maestà. Ma sono solo mie supposizioni.

È abbastanza risaputo di come Ian Anderson sia quasi inavvicinabile, e anche nelle occasioni migliori abbia poca propensione al contatto fisico (intendo la stretta di mano). Sul palco, l’emozionato liutaio ha … osato abbracciare Ian, forse incoraggiato dal fatto che proprio Anderson aveva fatto il primo passo, appoggiando una mano sulla sua spalla.

Solo elucubrazioni, ma in ogni caso mi sono divertito a immaginare l’irrigidimento istantaneo di Anderson, impossibilitato a sfuggire dalla situazione.

Nel filmato a seguire ci si può fare qualche idea.

Altra situazione da brivido si è verificata durante l’esecuzione di “Aqualung”, quando un ragazzo a torso nudo, è riuscito a eludere la sicurezza e si è presentato sul palco, saltellante, a due metri da Anderson.

Ho cercato di fissare il suo volto teso, mentre continuava a cantare, e i suoi sguardi avevanoprobabilmente l’intenzione i incenerire il giovane su di giri. Forse qualche fulmine è stato indirizzato anche agli uomini della sicurezza… e a chi li ha guidati.

Il bis non è mai una sorpresa, “Locomotive Breath” che non riesco più ad ascoltare.

Ne ho approfittato per ritornare al banchetto vendite (bella l’esperienza a diretto contatto con i fan collezionisti!) e tra una t-shirt e un libro, ho scambiato qualche parola con i tanti amici presenti.

Tra gli ultimi a uscire Martin Grice, fiatista dei Delirium, considerati da sempre i Jethro italiani.

Mi sembra entusiasta e il suo giudizio si unisce a quello di tanti appassionati che appaiono visibilmente soddisfatti: “Sentire il Jethro suscita sempre una grande emozione, adesso come 40 anni fa!”.

Tutto è finito e con Wazza raggiungo il backstage. Incontriamo Doan Perry. Io ho le mani piene di materiale da riconsegnare e lui sta cercando la via d’uscita. Gli dico che … non è il momento, ma domenica 23, ad Alessandria, mi piacerebbe fare una foto con lui. “Sure”, la sua risposta condita da largo sorriso.

Ancora qualche metro e, senza che abbia il tempo ti rendermene conto passa Ian Anderson, tutto trafelato e rosso in volto, a un metro da me. È di corsa e pare che attorno a lui si chiuda un naturale cordone protettivo, una barriera insormontabile.

Istintivamente mi viene alla mente il contatto di pochi minuti prima con Perry e mi chiedo:” Ma come possono essere così diverse persone che condividono lo stesso palco da una vita?!”

Inutile porsi domande, occorre solo ringraziare Anderson per tutto il bene che ci ha fatto, e che continuerà a farci, se è ancora capace di regalarci la musica che ho appena ascoltato!

Un ringraziamento a Wazza Kanazza, Aldo Tagliaferro(presidente de “Itullians”) eMassimo Sabatino (organizzatore dell’evento), che mi hanno permesso di vivere una giornata unica.




venerdì 14 maggio 2010

Maxophone


I Maxophone sono stati un gruppo di rock progressivo italiano degli anni ‘70.
Il gruppo venne fondato a Milano nel 1973 da Roberto Giuliani (chitarra elettrica, voce, piano), Alberto Ravasini (voce solista, basso, chirarra acustica, flauto dolce) e Sandro Lorenzetti (batterista conosciuto negli ambienti jazz del capoluogo lombardo). A loro si unirono Sergio Lattuada (hammond, piano elettrico), Maurizio Bianchini (corno, tromba, vibrafono, percussioni, voce) e Leonardo Schiavone (clarinetto, flauto, sax). Tutti i membri del gruppo si erano formati musicalmente al conservatorio.
Dopo alcuni anni di esibizioni live, nel 1975 il gruppo incise il primo 45 giri dal titolo "C’è un paese al mondo/Al mancato compleanno di una farfalla".
All’inizio dell’anno successivo fu pubblicato l’album d’esordio, Maxophone, distribuito anche in inglese per il mercato statunitense. Lo stile del gruppo è caratterizzato dalla fusione di elementi classici, jazz, pop e rock.
Nei mesi successivi il gruppo fu convocato dalla RAI per un concerto televisivo, trasmesso dagli studi di Torino per il programma "Un’ora per voi", e si esibì alla decima edizione del Montreux Festival.
Nel 1977 i Maxophone pubblicarono un secondo 45 giri di successo (Il fischio del vapore/Cono di gelato), seguito però, dopo alcune esibizioni live conclusive, dallo scioglimento del gruppo.
A partire dagli anni ‘90, i lavori dei Maxophone sono stati recuperati sull’onda del revival del progressive classico.
Nel 1993 l’album d’esordio in versione inglese è stato ripubblicato dall’etichetta Mellow, e nel 1997 è stata ripubblicata, sempre da Mellow, la versione italiana.
Nel 2001 l’etichetta Akarma ha ripubblicato l’album in vinile, con l’aggiunta di brani pubblicati solo in 45 giri.
Nel 2006 è stato pubblicato From Cocoon to Butterfly, una raccolta di dieci registrazioni inedite del periodo 1973-1975, e nello stesso anno il gruppo ha esibito una performance live promozionale.


Album
Maxophone (1976). Edizioni: vinile 33rpm, PA-LP 57 Produttori Associati (edizione originale); CD MMP 308 Mellow (1997); vinile 33rpm AK 1029 Akarma (2001)
Maxophone (versione inglese) 1977. Edizioni: vinile 33rpm, PA-LP 57 Produttori Associati (edizione originale); CD MMP 179 Mellow Records (1993)
From Cocoon to Butterfly (2006 - cofanetto CD+DVD VM100 AB MVA (BTF-Vinyl Magic)

Singoli
C’è un paese al mondo/Al mancato compleanno di una farfalla (1975) - 45rpm PA-NP 3244 Produttori Associati
Il fischio del vapore/Cono di gelato (1977) - 45rpm PA-NP 3267 Produttori Associati.


giovedì 13 maggio 2010

Gargamel-Descending


"Descending “, dei Gargamel è distribuito in Italia dalla Black Widow.
Vediamo qualche nota sul gruppo, recuperata dal loro sito ( http://www.gargamel.no/ )

Il gruppo norvegese Gargamel fu formato nella primavera del 2001 da Tom Uglebakken, Bjorn Viggo Andersen e Morten Tornes. Jon Edmund Hansen e Geir Tornes si unirono nell’estate .
Il gruppo tenne il suo primo concerto nel novembre 2001.
Registrarono 2 brani che uscirono sotto forma di cd-r , “Water”, nell’autunno 2002, periodo in cui fu reclutato Leif Erlend Hjelmen al cello e con questa nuova line-up registrarono altre 3 canzoni che formarono l’album “Watch for the Umbles”
La musica è influenzata dalla sperimentazione e dal prog rock del periodo 68-75, e i suoni ne sono un riflesso, che sanno condurre a una forte ambientazione prog, con atmosfere melanconiche e psichedeliche.
Grande aiuto arriva dalla strumentazione: organo hammond, mellotron e piano elettrico miscelati a strumentazione classica, come cello, flauto e saxofono.

L’album di debutto, “Watch for the Umbles”, realizzato nel febbraio 2006, ha ricevuto grandi recensioni dalla stampa internazionale prog.
Gargamel , dal 2002 ha cambiato alcuni membri. Jon Edund lascia nell’autunno del 2002 e Bjorn Viggo nell’inverno 2003. Geir lascia nell’estate 2003 e Leif Erlend nell’estate 2004.

Geir ritornerà alla fine del 2004 unitamente a Arne Ton, tastierista. Successivamente Geir lascerà ancora la band, primavera 2006, rimpiazzato da Stig Joran Rygg.

Gargamel ha partecipato a due edizione del festival prog di Oslo, 2002 e 2005

Formazione attuale:

Tom Uglebakken: Guitar, vocals, flute and saxophone.
Morten Tornes: Drums, vocals, glockenspiel, theremin and synth.
Arne Tøn: Keyboards.
Stig Jøran Rygg: Bass guitar and bass pedals.
Bjørn Viggo Andersen: Keyboards.


Ho ascoltato più volte il promo, 47 minuti suddivisi su 4 brani lunghi, tipici delle composizioni prog.
1) Descending :9.59
2) Prevail the Sea :12.20
3) Trap :6.31
4) Labyrint :18.20

Essendo Gargamel un gruppo da scoprire, è necessario parlare della loro musica procedendo per similitudini e confronti, nel tentativo di collocarli in un’area nota e facilitare chi decide di tentare l’ascolto.
Dalle prime battute viene automatico l’accostamento ai Van der Graaf Generator:
atmosfere rarefatte, tensioni, angoscia, dramma.
La voce riporta alle “dilatazioni vocali” caratteristiche di Peter Hammil, ma in momenti diversi ho ritrovato il noto timbro di Greg Lake, e ciò conduce alla seconda influenza che percepisco nel disco.
Se dovessi sintetizzare la musica dei Gargamel parlerei di miscela tra V.D.G.G. e King Crimson, immaginando che tale sintesi non sia il frutto di una copiatura, ma il tentativo, secondo me riuscito, di fare buona musica progressive, pescando laddove cuore e cervello conducono.
Le varianti?
Il “Descending” iniziale , a metà brano presenta una insolita chitarra alla “Shadows” , con la tastiera alla Ray Manzarek in sottofondo.
In “Prevali the Sea”, la comparsa del flauto “alla Didier Malerbe”, sfocia in qualcosa che ricorda Ian Anderson.
In “Trap” si possono ritrovare influenze “tubularbelliane” e compare Mike Oldfield.
Nella parte iniziale di “Labyrint” è riconoscibile il tocco dei Genesis di “Watcher of the skies”.
Sono piccole annotazione che, sottolineo ancora, non vogliono evidenziare scopiazzature, ma tendono ad inquadrare un gruppo e la sua proposta, fatta di idee nuove influenzate da ascolti antichi, e il risultato è apprezzabile.

Il mio primo concerto, negli anni 70, si aprì con Peter Hammill alla chitarra, intento ad arpeggiare “Lemmings”… ascoltare i Gargamel significa per me trovare la continuità , il legame , forse l’evoluzione di una situazione musicale molto lontana, temporalmente parlando, ma ancora emozionante e capace di suscitare emozioni.
(http://www.myspace.com/gargamelprog)




Gargamel in studio