mercoledì 4 giugno 2008

Ha 11 anni....promette bene
















Girando per la rete, alla ricerca di filmati inediti, sono incappato in un bambino di 11 anni, polistrumentista, americano(N.Y.), che omaggia James Brown.
Non è difficile trovare in giro geni in erba, concentrati sul proprio strumento,per la gioa di mamma e papà, ma questo giovincello mi sembra anomalo , perche’ si cimenta in un genere particolare, normalmente lontano dal mondo dei giovanissimi, una miscela di "Funky e Blues" davvero gradevole.
Non so se sia un talento o se abbia solo imparato la parte per soddisfare i genitori.
Magari è un po’ come me , che so far uscire suoni da qualsiasi cosa esista sul mercato e non, ma non sono eccellente in niente.
Però ciò che si percepisce dal video ha a che fare col DNA più che con la tecnica, e mi viene da pensare:”….se tanto mi da tanto, chissà cosa riuscirà a fare tra qualche anno!!”
Ascoltiamolo , consci che la performance e’ “aiutata” dalla tecnologia, con qualche loop che in automatico sostituisce gli strumenti.
Dimenticavo, il suo nome è Myles Mancuso e di lui si trovano notizie su:





martedì 3 giugno 2008

David Bowie


Da tempo volevo rendere omaggio a David Bowie , ma come spesso mi accade davanti ai “monumenti” della musica, mi riesce difficile trovare le parole idonee che possano raccontare una carriera infinita.
Utilizzerò quindi un’intervista di Massimo Cotto(da quando ho letto un suo libro non ho potuto fare a meno che “saccheggiarlo”), realizzata ad inizio 2003, e a seguire il video di “Rebel Rebel”.

"Heathen" è un grande disco, a volte drammatico, denso di rabbia e insoddisfazione per quello che succede nel mondo. A volte mi sembra di avvertire il senso di tragedia imminente che era proprio di Jacques Brel.
Un senso di tragedia? Sì, credo sia giusto e che derivi dal mio essere diventato padre per la seconda volta e dall’avere una figlia molto giovane, di due anni. Penso che il senso cui facevi riferimento nasca dalla frustrazione, persino da qualcosa di più, dalla rabbia di vedere un mondo alla deriva che lascia pochi respiri all’ottimismo. Questo mi spaventa. Suppongo che ogni genitore provi le medesime sensazioni, ma non riesco a evitare di riformulare la stessa domanda: perché ho messo al mondo, in questo orribile mondo, un figlio? Sono sicuro che anche i miei genitori avranno pensato la stessa cosa dopo aver messo al mondo me, ma credo che i tempi che stiamo vivendo siano più ansiosi e stressanti. Sono molto preoccupato, mi domando che cosa resterà per lei, quando sarà cresciuta.

Viviamo tempi difficili, stiamo entrando forse nell’Apocalisse, eppure, ecco un altro aspetto interessante del disco, in questo caos esterno, è la melodia interna il motore delle canzoni.
Sì. Se ho puntato tanto sulla melodia è perché, in mezzo al caos, si cerca sempre la chiave, l’inclinazione naturale per scoprire il segreto della struttura e vincere la rabbia e il risentimento che dava voce alle canzoni. Ero alla ricerca di qualcosa che desse il senso dell’insieme e il simbolo era la melodia, forte e diretta. Forse in modo ingenuo, ho cercato la verità, ma è sempre più difficile distinguerla. Puoi ragionare in termini assoluti, ma alla fine della giornata, ti scopri a dire: “Beh, forse, in quel caso, è solo un problema di sopravvivenza che mi fa andare avanti”. Se questo è il senso della nostra giornata, è qualcosa su cui possiamo costruire? Non credo. Se sopravvivere è il credo, non c’è religione sulla terra. Questa è la mia risposta. Camminiamo nel vacuo, in questo grande buco che urla: “Non c’è ragione nel vivere”. Questo è l’aspetto più terrificante. Per andare avanti, dobbiamo credere, fingere di essere in evoluzione, in progresso, ma sappiamo bene che non è così: siamo soli, in questo orrendo, ellittico, fisso vivere dove ripetiamo all’infinito gli stessi comportamenti animaleschi dettati dall’esigenza di sopravvivere. Ucciderci ad a vicenda e distruggere il pianeta dove viviamo. Bizzarro e orribile. Ti sembro negativo? No, i miei pensieri non ti vietano di essere più ottimista. A volte finisci per sentirti come Sisifo, che spingeva la pietra fin sulla montagna, solo per vederla rotolare a valle, ma dobbiamo credere di arrivare in cima. Sono come tutti gli altri esseri umani, convinto che, se lavoro su di me, riuscendo a migliorare la mia vita e quella degli altri, il mio piccolo mondo metterà in circolo altri sforzi, altra energia. Spero sia così, ma non sono sicuro.

Pensi che sia possibile essere eroi, anche solo per un giorno?
Ci credo, certo. Ci credo nel modo in cui, originariamente, era concepita la canzone, che parlava di due ragazzi che volevano ottenere qualche conquista importante all’interno della loro relazione, non nel mondo intero, ma su scala ridotta a loro due. Credo che non sia lecito aspettarci qualcosa di più grande di questo. Salvare il mondo è la religione secolare, il livello più alto della sensibilità terrena, ma è un risultato troppo improbabile da raggiungere. Salvare una relazione è già un buon inizio. Ci sono storie che raccontano di uomini che ambivano a salvare il mondo, ma non sono stati capaci di tenere unita la loro famiglia. Il primo comandamento è tenersi ancorati alle radici, al primo livello di salvezza e redenzione che contempla te stesso, la tua famiglia, gli amici, il vicinato, e sapersi rapportare a ogni nuova situazione. Se andasse tutto in questo modo, i ribelli si eliminerebbero tra loro e la società rimarrebbe sana…

Quando hai cantato “Heroes” a New York, per i vigili del fuoco dell’11 settembre, l’eccitazione e la commozione era visibile. Le parole di una canzone possono assumere significati diversi, a distanza di anni.
Sì, naturalmente in America tutti si sono aggrappati al verso che diceva: “We can be heroes, just for one day”, possiamo essere eroi, anche solo per un giorno. Poco importa che uno dei protagonisti della canzone sia un alcolizzato e l’altro una persona con parecchi problemi. Importa solo quel verso. Lo stesso accadde per Springsteen: la sua “Born In The U.S.A.” è stata infilata in ogni contesto patriottico, ma se davvero ascolti il testo, capirai che quella è la canzone meno patriottica che Springsteen abbia mai scritto. Volevano che aprissi quel concerto con “Heroes”, ma io non ho voluto. Pensavo che il contesto richiedesse un approccio più complesso di quel semplicistico verso di due eroi. Così, ho detto che avrei accettato di aprire la serata solo se, come prima canzone, potevo scegliere “America” di Paul Simon, che, per me, conteneva alla perfezione quel senso di ansietà nascosta nella bellezza che era l’epitome di un momento storico. Due ragazzi alla ricerca dell’America, che non sapevano che cosa avrebbero trovato e che vivevano quell’incertezza con un pizzico di apprensione. Questo era il modo in cui New York pensava, in quei giorni, non certo con eroismo o manie di grandezza, ma con paura. Avevano bisogno di quegli ingredienti, ma non potevano essere l’intero pasto. Non bisognava chiedere se si poteva essere eroi per un giorno, ma dove stavamo andando.

Hai sempre cercato di reinventarti, o reinventare la tua arte, come hanno fatto, in campi diversi, Burroughs, Picasso e altri artisti. Il tuo approccio alla musica è cambiato, negli anni, indipendentemente dagli stili?
Questo è un aspetto interessante. A mano a mano che invecchio, aumenta l’autoesplorazione, l’analisi del mio passato, non tanto come persona – non amo guardarmi indietro troppo spesso – ma come artista. E’ necessario, quando vado in tour, interrogarmi sulle vecchie canzoni e fare il punto su ciò che sono stato, chiedermi: “Okay, che cosa ho fatto di rilevante, in quel periodo? Ha ancora senso rifarle oggi, continuando a essere credibile e vero, anche se il termine “vero” farei bene a non usarlo, dopo quello che ho detto prima? Posso rileggere il mio passato con integrità?” Quando attraverso questo percorso, noto che ci sono dei fili rossi, delle tematiche comuni a tutto il mio cammino, fin dagli esordi. E molte di esse hanno a che vedere con l’isolamento, l’ansietà, la domanda opprimente del nostro ruolo nell’universo, l’esistenza di forme intelligenti nello spazio. I temi sono gli stessi da 40 anni, l’approccio è cambiato frequentemente, perché, come ogni artista, ho cercato di chiedermi la stessa domanda da prospettive differenti. L’immagine che mi piace è del cacciatore che cerca di stanare la preda e coglierla di sorpresa. Così faccio io con le domande che rincorro da sempre. So che è stupido illudersi di trovare una risposta, in quanto il senso dell’esistenza è inspiegabile, ma seguito a porle, e invecchiando aumenta l’intensità della richiesta: perché? Cosa? Dove? Quando? Come ? La richiesta diventa sempre più insistente, come il suono di un tamburo, e durerà fino a quando appoggerai la tua testa sul cuscino, per l’ultima volta. Dopo quel viaggio, scoprirai tutto. Gli stili cambiano e così le cosiddette reinvenzioni non sono altro che strumenti per aprire le stesse porte.

Il rock ha probabilmente perso gran parte del suo significato. Che cosa ha rappresentato e che cosa rappresenta, per te?
Penso sia diventato una sorta di agente.. Penso di essere, ora, nella situazione di chi vuole creare canzoni e fare concerti anche se il pubblico dovesse rivolgersi altrove, com’è capitato molte volte nella mia carriera. Allo stato attuale, sembra che la gente mi segua, ma, se anche non fosse, esprimermi è una necessità, dunque non smetterei mai di cantare, nemmeno se qualcuno mi pagasse per ritirarmi. E’ una droga, soprattutto quando sono a casa, circondato dai miei strumenti, nel mio ambiente naturale. Suono ogni giorno, ogni giorno scrivo sul mio notes, perché i testi continuo a scriverli a mano. Butto giù idee, la musica è nel mio sangue. Agli esordi, trent’anni fa, avrei reagito diversamente e cercato con maggior forza un pubblico; oggi scrivo perché non posso farne a meno, anche se il pubblico non dovesse più esserci. La musica ha la medesima importanza della mia famiglia. Vorrei dire che la famiglia viene prima, ma non è così. Arrivano insieme. Sono loro, indissolubili, la mia vita.

Perché gli attori possono cambiare abito in ogni film e i musicisti non possono passare da un genere all’altro, disco dopo disco, senza sorprendere la gente?
Gli anni Settanta hanno introdotto una nuova concezione del rock, non solo grazie a me, ma a gruppi come i Roxy Music, che sono stati terribilmente importanti nello sviluppare un nuovo tipo di pluralismo, di dualità, nel modo in cui ci proponevamo o nella musica che proponevamo. Al tempo stesso, introducendo l’ironia, prendevamo le distanze dalla seriosità di certe degenerazioni stilistiche. Se, oggi, il rock and roll ha una storia, è perché noi abbiamo contribuito a crearla abusandone. Se mi concedi un pizzico di presunzione, in noi che facevamo base a Londra, c’era la consapevolezza di lavorare a una forma di art-rock postmoderna che avrebbe trasformato la musica. Il rock non sarebbe più stato lo stesso, dopo di noi. Non sono certo, tuttavia, che il rock fosse disposto a veder sparire la figura di un eroe misogino che parlava a nome di una generazione, che si faceva guida e cantava la verità; ma io non volevo lasciarmi imprigionare in quell’unico ruolo. Non ero preparato a vendere me stesso come il portavoce della verità assoluta. La gente, ancora oggi, vuole che l’artista lasci cadere perle di saggezza e attinga da una realtà particolare dalla quale si possa attingere. E’ difficile, per il pubblico rock, credere che un artista che si cambia pantaloni a ogni disco, sia serio e parli con il cuore, per quanto seri siano i suoi pantaloni.

Ziggy Stardust ha appena compiuto 30 anni. Quando pensi a lui, lo fai come a uno dei tuoi figli o a una parte di te?
La sua vita è stata breve, 18 mesi in tutto, di cui 12 in tour. Mi sorprende che abbia ancora un seguito e che sia ancora vivo nelle menti di chi l’ha conosciuto. Forse, è diventato popolare in quanto svolta nel rock, con l’introduzione di un nuovo vocabolario, di una differente gestualità. Eravamo orgogliosi di lui e del nostro atteggiamento, noi che ci sentivamo gli inventori del glam e i coniatori di una nuova moneta. In questo senso, Ziggy Stardust è stato una pietra miliare. Quando penso a lui, lo faccio con molto affetto, ma non posso farlo troppo a lungo. Un battito di ciglia, un minuto o due.

Una volta hai dichiarato di aver scoperto Dylan e John Lee Hooker nello stesso giorno. Hai scoperto qualche musicista, di recente, e, se sì, hai reagito allo stesso modo o la tua maniera di sentire la musica è cambiata?
Se scopro qualche nuovo artista, mi lascio prendere da lui come un tempo, assolutamente. E’ meraviglioso imbattersi in qualcuno che ti ispira. Penso ai Mercury Rev, all’ultimo disco di cui, per coincidenza, Tony Visconti, ha arrangiato gli archi. La prima canzone mi ha fatto venire i brividi lungo la schiena. Trovo difficile, oggi, trovare un artista di cui mi piaccia l’intero corpo di lavoro. Hooker e Dylan mi trasmettevano la sensazione che ogni cosa che toccassero, scrivessero, cantassero fosse la perfezione assoluta, l’essenza della vita stessa. Non provo più le stesse emozioni. Mi emoziono nel riscoprire vecchie cose. Il penultimo album mi ha condotto alla riscoperta di Richard Strauss, il nome meno alla moda che potessi evocare, me ne rendo conto. Prima di morire ha scritto le sue ultime quattro canzoni, che mi hanno ispirato e commosso in modo incredibile. No, nessuno come Dylan e Hooker, agli inizi. No

Heathen” contiene canzoni che si possono rivolgere a Dio o agli uomini. Sei cattolico, vedi le cose spiritualmente e pensi che una delle bellezze dello scrivere canzoni sia nell’ambiguità del destinatario?
Mia madre era cattolica, mio padre protestante. Dalla parte di mia madre ho ereditato un fortissimo senso di colpa. Non erano praticanti in senso stretto, andavano a messa occasionalmente, ma professavano continuamente la loro fede. Litigavano, anche, per la supremazia di una religione sull’altra. Forse è per questo che sono fuggito dalle religioni occidentali giudeo cristiane per abbracciare, saltuariamente, alcuni dettami del buddismo. Da ragazzo ero più determinato a diventare un monaco tibetano che una rockstar. Dai 16 ai 19 anni, sognavo di rinchiudermi in un monastero lama. In me, di quelle esperienze, è rimasta l’idea della rinascita, del passaggio da una vita all’altra. Niente rimane inalterato. E niente di assoluto si tramanda da una religione all’altra. Gli anni hanno frantumato la mia fiducia nelle organizzazioni religiose, che si occupano di cose terrene, politiche, di controllare e soggiogare le popolazioni, e non di spiritualità. A dire il vero, non mi sono mai sentito parte di una chiesa, ma ho cercato di capire il significato di Cristo, di Budda. Seguo quelle tracce, ma non credo. Vorrei credere a un’entità superiore e che esista un piano, un disegno, ma, come dicevo all’inizio dell’intervista, più mi interrogo e più comprendo che non esiste nulla, né un’entità né un disegno. Siamo animali, niente di più. Se vuoi trovare te stesso, non andare nel deserto, vai in un zoo. Lì imparerai su te stesso e sulla razza umana più che dalla meditazione.

Che cosa vorresti indietro dal passato e che cosa cancelleresti dal presente?
Cancellerei la religione e, dal passato, rivorrei il vero senso, che emergeva verso la metà degli anni Sessanta, di entusiasmo e partecipazione. Per quanto superficiale fosse, si respirava la voglia di lavorare insieme per un sogno, un’utopia non ben identificata. Dovremmo provare quelle sensazioni sempre, come un flusso che attraversa e percorre le nostre vite e dà a esse un senso e una ragione del nostro agire. Purtroppo, tutto è evaporato velocemente. Vorrei che mi restituissero la solidarietà dei Sessanta e, in cambio, darei indietro questo ridicolo, arcaico sistema religioso che sembra imprigionare il mondo intero.

Caos, fragilità, sdoppiamento, decadenza, disperazione. Questi sono alcuni elementi presenti non nella tua musica, ma in questa epoca. Trai ispirazioni da essi?

Sì, credo di sì. Mi piace l’idea dello sdoppiamento della personalità e del Giano bifronte, mi piace chi non è uno, ma due e contempla allo stesso tempo entrambi i punti di vista. Una delle cose che, per fortuna, la religione non ci ha insegnato è l’esperienza dello spreco della vita. La maggior parte delle religioni occidentali si basa sul principio che, un giorno, tutto sarà bello e in ogni momento. Io ho imparato che l’oscurità e la miseria sono parte dell’esperienza umana. Contesto l’idea che si debba evitare il dolore e la negatività, evitare questo e quello. Si deve sperimentare ogni cosa perché ogni cosa fa parte della vita. Prima accetti questo principio e meglio è. Una volta fatto, troverai un equilibrio, una serenità nell’accettare gli accadimenti che non va confusa con la debolezza; è, semplicemente, la comprensione di quel che stai vivendo nell’attimo esatto in cui lo vivi. Il resto è impossibile da comprendere. E’ insano pensare che tutto deve essere ordinato, strizzato, piegato, omogeneizzato, protetto. In India ci sarà di certo più sporcizia nelle strade, ma anche una comprensione infinitamente maggiore del senso pieno della vita. Non ci serviranno le macchine che produciamo in serie né gli hamburger di McDonald’s o le bottigliette di Coca Cola ad avvicinarci alla realtà della vita.

Rebel Rebel



Citazione del giorno:
"Governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno" (Michel De Montaigne)

lunedì 2 giugno 2008

Black Sabbath




Tra i 45 giri che più contribuirono all’usura del mio mangiadischi azzurro, ad inizio anni 70, c’era “Paranoid”, dei Black Sabbath.
Non credo di aver mai ascoltato volontariamente altro di loro , anche se Ozzy Osbourne e’ entrato prepotentemente nelle nostre case ,attraverso MTV, e Tony Yommy e’ riemerso nel recente (di uscita), ma antico(per nascita) “Rock and Roll Circus” degli Stones, come chitarista dei miei amati Jethro Tull.
Ripropongo una loro breve biografia tratta da ” RockLab”.

I Black Sabbath, i quali prendono il nome da un film dell'orrore, nascono ufficialmente nel 1969 dalle ceneri degli Earth .
A farne parte sono Terrence Michael "Geezer" Butler, Frank Anthony "Tony" Iommi, John Michael "Ozzy" Osbourne e William Thomas "Bill" Ward, quattro ragazzi dei sobborghi di Birmingham, con alcuni demotape all'attivo, e una buona notorietà nel giro dei pub locali, grazie alla loro miscela di psichedelia e blues "bianco", di gran moda in quegli anni.Strappato un contratto con la etichetta Vertigo, nel '70 la svolta.
Pubblicano il loro primo disco omonimo, ed è la svolta.
Mai prima di allora un gruppo aveva suonato così "duro".
Erano già nati i Pink Floyd , i Led Zeppelin,e i Deep Purple stavano per dare alla luce il loro capolavoro “In Rock”, ma i Black Sabbath avevano già dal primo disco una direzione ben precisa: suoni oscuri e duri, riff distorti e pesanti, melodie tenebrose e
testi ispirati alla magia nera.
Come non rimanere inquietati di fronte all'inizio del disco: la pioggia che cade, i tuoni, una lontana campana di una chiesa ci introducono al folle rituale della canzone che porta il nome del gruppo.
Nonostante i testi e la musica, ad interessarsi di occultismo (e proprio pochissimo) è Butler, gli altri ne sono totalmente all'oscuro, ma l'effetto mediatico è enorme.Il secondo album, anch'esso datato 1970, è la vera consacrazione.
E' quel "Paranoid " che schizzò al primo posto delle classifiche britanniche, trascinato
dal singolo omonimo.
All'interno altri pezzi leggendari della band, come “Iron Man” e” War Pigs”.Il terzo
album è, se possibile, ancora più pesante.
E' “Masters of reality”, dai suoni opprimenti e potentissimi per l'epoca, che si apre con “Sweet Leaf” (una ode alla marijuana), e contiene inni come “Into the Void”, dalle atmosfere spaziali e “Children of the Grave”.Esce “Volume IV” nel 1972, e intanto gli incessanti tour stanno consolidando il successo della band su tutte e due le sponde dell'Atlantico, dimostrando le enormi capacità di showman di Ozzy, ma contemporaneamente minano la salute dei 4, anche per colpa dell'eccesso di stupefacenti.Nel 1973 esce l'ennesimo capolavoro,” Sabbath Bloody Sabbath”, forse il riassunto del primo periodo del gruppo, anche se denota già cambiamenti, come la
strumentale “Fluff”.
Da ricordare canzoni come la titletrack e” Sabbra Calabra”.Il gruppo passa il 1974 fra aule di tribunali, impelagato in cause col vecchio manager (scaricato senza tanti complimenti dopo Paranoid) e per il fallimento della casa di amministrazione dei diritti della band.Intanto esce” Sabotage”, in cui il suono della band si riconferma nel suo suono più hard.”Sabotage” è seguito da “Technical Ecstasy”, disco abbastanza criticato all'epoca, per il deciso cambiamento di suond del gruppo.Intanto la prima
line-up del gruppo si avvicina alla fine.
Le tensioni sono continue (specialmente fra Iommi e Ozzy), l'uso di droghe raggiunge livelli da primato, e anche la creatività cala mostruosamente.Canto del cigno è” Never Say Die”, dal titolo emblematico, in quanto Ozzy aveva lasciato brevemente la band prima di ritornare per realizzare il disco.Ozzy però perde il padre dopo l'uscita del disco e abbandona definitivamente i Black Sabbath per la carriera solista che lo porterà (se possibile) ancora più sulle vette di popolarità.Si pone ora ai tre restanti
componenti del rimpiazzo.
Viene scelto l'ex cantante dei Rainbow, Ronnie James Dio, la cui passione per il fantasy e le atmosfere medievali si sposano alla perfezione con le atmosfere oscure dei Sabs.Il primo prodotto della nuova line up è il grandissimo” Heaven and Hell”, vera perla di puro metallo pesante, in cui i Black Sabbath riguadagnano il posto di leader agli occhi di tutta una nuova schiera di fans dell'heavy metal.Il disco contiene veri classici del metal come” Neon Knights”, “Children of the Sea”,” Heaven and hell”
e “Die Young”.
Il tour del disco, che riportò la band nell'olimpo delle migliori live band del pianeta, culmina con 4 notti sold-out di fila all'Hammersmith Odeon di Londra.Per motivi familiari, dopo il tour Bill Ward abbandona il gruppo, e viene sostituito da Vinnie Appice (il quale seguirà poi Dio in gran parte della sua carriera solistica).Il secondo, ed ultimo, parto della seconda incarnazione dei Sabs è “Mob Rules”, purtroppo non ispirato come il primo, ma con ottime canzoni come “ Voodoo”, “Mob Rules”, “Turn up the night “e” Sign of the Southern Cross”.Come ultimo sussulto della formazione con Dio arriva il secondo disco dal vivo della band (il primo, Live at Last, fu
pubblicato postumo nel 1980), “Live Evil”.
Dio fu sempre critico nei confronti di questo album, in quanto fu tagliato fuori dalla produzione dello stesso. In effetti il mixaggio dell voce è tremendo, e molti assoli di chitarra potrebbero essere tranquillamente tagliati.Il singer italo-americano si porta dietro Vinnie Appice e inizia la carriera col suo gruppo, i Dio. A sostituirlo arriva
 nientemeno che Ian Gillan, legendario singer dei Deep Purple.
Il disco Born Again è l'unico esperimento di questa line up, che vede anche il ritorno di Ward dietro le pelli.Il disco è poco apprezzato dai fans, la direzione musicale è un parziale ritorno alle origini, abbastanza lontano dal metal dell'era Dio.Il gruppo si scioglie, Gillan va a preparare la reunion dei Deep Purple, Butler e Ward lasciano la band. Iommi inizia quindi una girandola mostruosa di musicisti (a volta durano solo poche incisioni o poche date del tour), che lavorano con lui ai suoi progetti solisti che
però portano ancora il nome Black Sabbath.
Da ricordare ci sono “Seventh Star” con Glenn Hughes dietro il microfono.
A porre una tregua a questo delirio di Iommi arriva il” Live Aid” del 1985 dove la formazione originale suona per beneficienza. A prendere il posto di cantante arriva poi Tony Martin, che ridà un po' stabilità al gruppo, che compone ottimi dischi come “Eternal Idol”, “Headless Cross” (con nientemeno che il grandissimo Cozy Powell alla batteria) e “Tyr”.Ad interrompere questa girandola, arriva la tanto rumoreggiata reunion con Dio, che si conclude dopo il buon album “Dehumanizer”, per colpa di
nuovo degli screzi fra Dio e il duo Iommi-Butler.
Ozzy ha infatti invitato la band ad aprire i concerti finali del suo tour a Costa Mesa, in California. Dio si rifiuta e lascia la band. A prendere il suo posto per quei due mitici concerti arriva nientemeno che il Metal God per eccellenza, Rob Halford dei Judas Priest (il quale è sempre stato un appassionato dei Black Sabbath e dichiarò che non gli sembrava vero di suonare insieme ai suoi idoli di giovinezza).Un altro album con Martin alla voce, “Cross Purposes”, del '94, e poi finalmente la notizia che tutti i fan dei Black Sabbath aspettavano: la Reunion della formazione originale, con la sola saltuaria defezione di Ward per motivi di salute.

Eventi recenti.
Il 13 marzo del 2006 i Black Sabbath sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame.
Ad introdurli i Metallica.
Quando sembrava che oramai la formazione fosse arrivata al suo definitivo declino e al ritiro dalle scene musicali, ottobre 2006 è stato annunciato un tour estivo nei principali festival metal europei con la formazione dell'album “ Heaven and Hell”:
Dio, Iommi, Butler e Ward.
Nel novembre 2006 Ward abbandona il progetto perché dichiara, in maniera molto vaga, che ci sono speculazioni sul nuovo nome del gruppo e viene sostituito da Vinny Appice.
Il 3 aprile 2007, il gruppo pubblica “Black Sabbath: The Dio Years”, compilation di
brani composti con Dio e contenente anche pezzi inediti.
Recentemente, hanno suonato al Gods of Metal in data giugno 2007.
Nonostante si pensasse che il progetto Heaven and Hell fosse concluso, il gruppo resterà unito e farà uscire nel 2008 un nuovo studio album, il primo dall'album del
1995, “Forbidden”.
Questo nonostante Ozzy abbia espresso la sua voglia di poter scrivere del nuovo materiale discografico con la line-up originaria dei Black Sabbath.

" A mio parere, i Black Sabbath sono coloro che hanno dato vita a ciò che siamo soliti considerare Heavy Metal, e non c'è una band in giro oggi che non sia influenzata, in una qualsivoglia misura, dal gruppo di Tony Iommi”
(Peter Steele, leader dei Type O Negative")



Paranoid




Citazione del giorno:
"Il peggiore dei deserti è una vita senza amici" (Anonimo)

giovedì 29 maggio 2008

Carly Simon

In questa mia settimana di blog, dedicato alle donne della musica , proseguo con Carly Simon.
Io la ricordo essenzialmente per “
You’re So Vain”, pare dedicata a Mik Jagger.
Molti anni fa, quando il brano uscì, rappresentò per me una mera canzonetta commerciale.
Oggi la rivaluto in quanto, avendo abbandonato ogni tipo di i preconcetto, mi risulta piacevole l’ascolto.
Ma ciò che in questo caso mi ha colpito è una vecchia intervista di Massimo Verdelli, scovata in rete , che ripropongo fedelmente.
Quello che emerge è un esempio di vita comune e conosciuto un po’ in tutte le famiglie.
Per non dimenticare che anche le star sono colpite da ciò che spesso, troppo spesso, affligge i comuni mortali…….

Conversazione con una delle voci più ascoltate dell'America sensibile alle questioni sociali degli anni Settanta, che ha vinto di recente la battaglia più dura, quella contro un cancro al seno.
Un periodo comprensibilmente difficile di cui Carly ricorda i momenti più duri e da cui è nato un vibrante lavoro discografico, "The Bedroom Tapes".
Carly Simon è una donna forte, dal carattere indomabile, una delle lady che hanno fatto grande la canzone femminile americana negli anni Settanta.

Figlia dell'America benestante e liberal (suo padre è stato tra fondatori della Simon & Schuster), folksinger e attivista del movimento anti-nucleare, a 55 anni può dire di aver attraversato il fuoco e aver visto la fine del tunnel.
E' tutto contenuto in "The Bedroom Tapes", l'appassionante e appassionata confessione di una donna tutta sola che a una dolorosa crisi personale ha risposto con il suo lavoro, un vibrante lavoro discografico "all by herself".

Tre anni fa le è stato diagnosticato un cancro al seno proprio in un momento delicato della sua carriera. "
Non è stato un periodo semplice .Tre anni fa circa ho cominciato ad avere i primi problemi. Qualsiasi cosa scrivessi mi sembrava inadatta. Pian piano ho perso fiducia e poi... Poi mi è stato diagnosticato un cancro al seno e le cose si sono complicate con la chemioterapia, la paura di morire e...".

La voce si rompe per un attimo, al telefono. Ma è solo un soffio, dura un respiro. Poi riprende più forte di prima.

La signora Simon è nella sua casa di Martha's Vineyard, nuova residenza dopo aver lasciato New York.
Ha chiamato Kataweb per raccontare perché una cantautrice storica decide un giorno nella vita di fare tutto da sola.

Come ha superato la sua crisi personale?
"Ho scritto una canzone in onore di George Gershwin e ho capito che dovevo ricominciare da lì. Così ho trascinato tutti i miei strumenti nella stanza di mia figlia Sally. E ho cominciato a scrivere e a registrare".

Chiusa in una stanza per giorni e giorni, Carly Simon si è riappropriata del suo lavoro, ha imparato a far funzionare da sola un piccolo studio domestico. "E' stata una grande esperienza umana e professionale - ricorda - Lo studio distava soli venti passi dalla mia camera da letto. E' stato come ritornare dentro se stessi. Ho esaminato i miei sentimenti. Più che autobiografico Bedroom Tapes è profondamente personale, il disco più vero della mia carriera. La verità sprigiona gioia. Ho dimenticato il mio ego per tirare fuori l'anima".

Non è stato facile ripartire da capo, mentre nel mondo trionfavano le nuove signore del rock e il pop per adolescenti di Britney Spears e dei Backstreet Boys.
"Nella fase finale del lavoro - dice - ho vissuto 8 mesi di cupa depressione. Il disco mi sembrava oscuro. Ma ho superato anche questi momenti. L'industria della musica non dà facili gratificazioni. E io non sono Whitney Houston. So che non avrò lo stesso sostegno promozionale. Gli artisti creativi non emergono facilmente. Però mi tranquillizza pensare che un grande come Randy Newman non è popolare e continua a lavorare".

Gli undici brani che compongono "The Bedroom Tapes" sono spesso un ritorno alle radici, "Scar", "I Forget" e" In Honor of You " su tutti:
"Ho lasciato parlare la parte più vera di me, tanto diversa da quella di questi ragazzini che sgomitano per diventare i nuovi Elvis Presley. Non sanno nemmeno che cosa li aspetta, un'industria pronta a usarli e poi gettarli via, oggetti vuoti".


Mentre si appresta a pubblicare a pubblicare il suo quarto libro per bambini la cantautrice guarda già a quando pubblicherà la colonna sonora del prossimo film d'animazione Disney.
Come si sente adesso, signora Simon? "Come sto? Sono qui. Mi sento bene. Felice è una parola troppo semplice per fotografarmi oggi - conclude - Sono triste, confusa, grata, umile, esuberante, furiosa. Bella? No. Ma se mi guardo allo specchio apprezzo quello che vedo".


You're So Vain




Citazione del mese:

"Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che subiscono" (Giacomo Leopardi)



mercoledì 28 maggio 2008

Sheryl Crow


Nel prossimo luglio , a Savona, la mia citta’, sarà di scena Sheryl Crow.
Io la conosco solo per il brano “All I Wanna Do”, che presento a seguire.
Ovvia la voglia di scoprirla.

Qualche cenno biografico.

Sheryl Suzanne Crow nasce l’11 Febbraio del 1962 a Kennet, una piccolissima cittadina rurale del Missouri posta quasi al confine con il Tennessee.
Terzogenita di una famiglia composta da appassionati musicisti , si avvicina sin da piccola alla musica seguendo a soli 5 anni le prime lezioni al pianoforte.
Nei primi anni 80 si laurea presso l’Università Statale del Missouri in composizione musicale, pianoforte e voce, per poi iniziare una breve carriera di insegnante presso una scuola per bambini disabili a St. Luis ( 1984 - 88) .
Dopo alcune fortunose collaborazioni con svariate case discografiche per la registrazione di jingles in veste di corista , nel 1988 viene ingaggiata per il Bad Tour di Michael Jackson : nonostante l’ampia visibilità tutto ciò non le serve da trampolino di lancio.
Seguirà così un periodo piuttosto buio e macchiato da un contratto discografico con la “A&M Records” andato in fumo.
La vera svolta arriva nel 1992: in uno studio di registrazione a Pasadena (California), un nutrito gruppo di validi musicisti,autori ed amici si riuniva per tenere delle jam sessions informali.
Il nome della formazione,per via del giorno delle varie riunioni,era “Tuesday Music Collective” (poi trasformato in “Tuesday Night Music Club” ) ed al suo interno spiccavano nomi importantissimi del panorama musicale di quegli anni: Bill Bottrel (noto produttore discografico e proprietario dello studio) David Baerwald e Kevin Gilbert.
Fu proprio quest’ultimo ,nel settembre dello stesso anno, ad introdurre all’interno della band la fidanzata Sheryl Crow.
Questa ragazza non aveva nulla da perdere ed anche quella piccola esperienza con quel gruppo di miti musicisti poteva,chissà,portare a grandi risultati.
Ebbene: il primo LP della cantante,”Tuesday Night Music Club” appunto, è stato concepito spontaneamente proprio all’interno delle sessions che seguirono all’incontro.
Nel corso degli anni,comunque,sia Bottrell che la stessa Sheryl ridimensionarono il mito che era stato creato dai fans su tutta la vicenda: infatti non tutti i brani scaturirono dalla collaborazione con i TNMC.
A quanto pare soltanto “Leaving Las Vegas” e “Strong Enough” rispecchiano per intero le atmosfere di quelle sere. Gli altri brani invece (“Run,Baby,Run”,“Can’t Cry anymore” ecc…) vennero scritti da Sheryl,Bottrell,Baerwald e Gilbert in sede separata e lontano dal frastuono delle svariate “Tuesday Night”.
Successivamente arrivò la consacrazione definitiva: l’album vendette 9 milioni di copie .
Gli album che seguiranno (1996 , 1998, 1999, 2002 , 2003, 2005 ) pur non ripetendo il successo dell’esordio, contengono un numero ragguardevole di brani da ricordare e delineeranno via via una distinta personalità musicale acquisita, è ovvio, con l’esperienza accumulata.

All I Wanna Do


Citazione del giorno:

"Una briciola d'oro non può comprare una briciola di tempo." (Proverbio cinese)

martedì 27 maggio 2008

Norah Jones


Alcuni giorni fa un amico mi chiede se voglio un CD di Norah Jones.
Di lei conosco solo “Sunrise “, ma già questo costituisce una garanzia.
“Certo che lo voglio…”.
Lo metto nel lettore dell'auto mentre viaggio e i miei figli protestano… per un quarto d’ora e poi riconoscono caratteristiche non comuni.
Anche in giovane età la qualità, “difficile”, può superare gli stereotipi.
Si rimane incantati dall’atmosfera, dalla raffinatezza, dalla voce di Norah.

Qualche nota biografica.
Arriva a New York City , proveniente dalla provincia americana.
Artista di talento che, in sordina, ha in poco tempo sbancato le classifiche con musica "difficile" e poco commerciale.
Com'è stato possibile questo miracolo?
La storia di Norah Jones, in effetti, assomiglia a quella di film, al di là del fatto che, cercando fra le sue ascendenze familiari si scopre che è figlia niente di meno che di Ravi Shankar, ossia il musicista indiano che non solo ha insegnato a suonare il sitar a Geroge Harrison, ma ha anche influenzato musicisti "colti" del calibro di Philip Glass e John Coltrane.
Nora nasce il 30 marzo 1979 a New York City e trascorre la sua adolescenza a Dallas, nella periferia di Gravepine, dove la madre l'aveva portata dall'età di quattro anni.
Molto dotata fin da piccola, per sua stessa confessione deve gran parte della sua formazione e del suo ottimo gusto alla madre la quale, intuite le doti della figlia (a cinque anni si esercitava già al piano, mentre a sei ha inizia a suonare il sassofono contralto), non solo la porta in chiesa a cantare nei cori, ma la indottrina con i sacri vinili di Billie Holiday.
Il suo talento emerge con tutta la sua forza mentre frequenta la scuola superiore per le “Performing and Visual Arts”.
A sedici anni si esibisce nei locali notturni, ma le tappe verranno bruciate rapidamente.
Nel 1996 vince il Down Beat Student Music Award nelle categorie "Miglior Jazz e Migliore Originale Composizione", e nel 1977 il secondo SMA per " Miglior Cantante Jazz "nel 1997.
Nell'Università del Nord del Texas Norah si specializza in jazz piano.
Crea anche una band dallo stile "dark, jazzy rock", così come lei stessa un po' scherzosamente lo ha definito. Ma è l'estate del '99 che segna una svolta nella carriera di Nora, periodo in cui, dopo aver subaffittato un appartamentino nel leggendario Greenwich Village, si reca a Manhattan e inizia la sua inconsapevole scalata al successo.
Dapprima Norah appare sulla scena musicale newyorchese con la funk-fusion band "Wax Poetic", ma in seguito crea un suo gruppo con veri artisti.
Norah non solo canta, ma suona anche il piano, sia acustico che elettrico.
Forti dell'apprezzamento che ricevono dal pubblico, iniziano a registrare qualche demo-tape per la "Blue Note Records" (l'etichetta dei jezzofili "duri e puri"), per poi firmare un contratto con la stessa casa nel gennaio del 2001.
Debutta con due canzoni "Roxy Music's More Than This" e "Day Is Done Nick Drake", e si esibisce live con la band di Charlie Hunter.
Nel 2001 registra l'album che l'ha lanciata in tutto il mondo vendendo milioni di copie, "Come Away With Me", lavorando nello Bearsville Studio a Woodstock, New York.
Ad agosto lei e il suo gruppo incontrano Arif Mardin.

Si tratta del produttore e arrangiatore legato alle registrazioni di Aretha Franklin, Dusty Springfield, Laura Nyro, Roberta Flack, e Willie Nelson, solo per nominarne alcuni.
"Sono stata nervosa all'inizio. Non volevo un grande produttore che avesse fatto tutte queste registrazioni famose per entrare nella scena musicale e mi ha fatto paura dirgli ciò che pensavo. Ma Arif è il ragazzo più carino del mondo, molto facilone. Lui era lì a cogliere la mia performance e a rassicurami sul fatto che avrei avuto un'ottima registrazione. Arif ha avuto delle grandi idee".
"Come Away With Me", un album che vede la partecipazione di artisti di grande spessore, mescola elementi di jazz, soul, country e folk-pop in uno speciale ed unico sound ed è considerato un vero miracolo commerciale, a causa della raffinatezza della musica, dai manager delle case discografiche.
Norah Jones ha replicato i consensi nel 2004 con "Feels Like Home", che ha consolidato la sua popolarità.
Nel 2006 è entrata a far parte del progetto musicale "The Little Wiilies", in cui suona pezzi d'annata americani con alcuni suoi vecchi amici.



lunedì 26 maggio 2008

Enya



Utilizzo oggi parole non mie, ma giudizi di altri, per raccontare i tratti salienti della vita di una cantante che mi fa letteralmente sognare.
La musica celtica mi riporta indietro nel tempo , e mantiene intatto il fascino antico.

La musica di Enya è un'esperienza sensoriale, un viaggio nel tempo in cui il folk celtico si combina con un sound new age e striature di musica elettronica, accompagnate da una fantastica voce da contralto che utilizza la tecnica "multivocals" (per una sola canzone, infatti, Enya registra e sovrappone fino a cento voci, e il risultato è un coro polifonico degno dei più solenni canti gregoriani).
I testi, invece, sono quasi sempre affidati alla moglie del produttore Nick Ryan, Roma.

Enya è il diminutivo di Eithne Ni Bhraonain, cognome che in gaelico significa "figlia di Brennan".
E il gaelico è la prima lingua di questa compositrice, nata a Gweedore, Donegal, nel cuore d'Irlanda, in una famiglia di musicisti.
A diciotto anni, Enya, insieme ai fratelli fonda la band dei "Clannad", una delle istituzioni del folk irlandese con Chieftains e Pogues, ma alla metà degli anni Ottanta, quando la Bbc le chiede di scrivere un brano per un documentario a puntate sui Celti, lei ha già lasciato il gruppo.
Alla tv inglese manda una breve composizione.

La chiamano e le affidano tutti i 70 minuti della serie.
Enya è riuscita con il suo lavoro ad esportare la cultura della sua isola, il mistero dei celti, la magia di una cultura popolare fatta di miti arcaici e sacralità.
Il debutto discografico è con "The Celt" che scala subito le classifiche irlandesi arrivando anche al numero 1.
In tutto l'album Enya suona tutti gli strumenti e mostra la purezza cristallina del suo canto; tutti i brani sono ispirati alle storie e alle leggende celtiche, molto usato è il ricorso a fiabe infantili, seppur stravolte e trasfigurate.

L'importante collaborazione con la connazionale Sinead O'Connor, nell'album "The Lion and the Cobra" (in cui legge in irlandese un passo della Bibbia nella canzone "Never Get Old"), è il preludio alla definitiva consacrazione di Enya, che arriva nel 1988 con il suo grande capolavoro, "Watermark".
Litanie, cadenze religiose, percussioni africane, ispirazioni celtiche, cori gotici, atmosfere trascendenti e incantate, sintetizzatori sono i singoli elementi di questo disco che ha avuto grande successo di critica e di pubblico in tutto il mondo con più di 60 milioni di copie vendute.
Nel 1991 esce "Shepherd Moons" che conferma Enya nei panni della regina del filone celtico-new age.
Il successivo "Memory of Trees", lanciato dal singolo "Anywhere is", vince un Grammy Award nel 1996.

Complessivamente, però, si rivela un disco minore nella produzione di Enya.
Segue la sua prima antologia "Paint The Sky With Stars" e solo nel 2000 il nuovo album di inediti "A Day Without Rain", frutto di un lavoro lungo ed intenso per la cantante che qui, con la sovrapposizione multipla della sua voce, crea un coro in cui è lei l'unica corista.
Il "giorno senza pioggia" è "un diario emotivo e sentimentale", il cui titolo fa riferimento all'umore che aleggia in un giorno sereno senza pioggia, con chiari riferimenti all'atmosfera irlandese; con 15 milioni di copie in tutto il mondo è rimasto oltre 2 anni nella classifica di BILLBOARD.

Nel 2001 ENYA è stata l'artista che ha venduto di più nel mondo e nel 2002 ha vinto 3 World Music Awards come Best Selling Female Artist, Best Selling Irish Artist e Best Selling New Age Artist. e 3 Grammy Awards: Best New Age Album per "Shepherd moon", "The memory of trees" e "A day without rain".
Si è aggiudicata anche una nomination agli OSCAR per la miglior canzone con "May it be", essendo stata scritta e registrata per "Il signore degli anelli .
"May it be" ha vinto anche il Los Angeles Film Critics Association Award come migliore canzone ed è stata nominata agli Hollywood Golden GlobeAward.

Tutti gli incassi derivati dalla vendita del cd singolo americano di "Only Time" sono stati devoluti al fondo per le vittime dell' 11 settembre.
Il centro della sua musica il gaelico è il legame con la sua terra ,come ha spiegato lei stessa: "La mia base è sempre la musica celtica nella quale ogni tanto si insinuano la classica e il pop.
Parto sempre dalla melodia e mi lascio trasportare alla ricerca del modo migliore per esprimerla. Questo ha portato allo sviluppo delle mie sonorità, anche se in realtà non ho delle idee preconfezionate quando sono in studio. Ho solo una tela bianca sulla quale dipingere. Può venire fuori di tutto.

Oggi in Irlanda, a scuola si impara solo l'inglese. Vent'anni fa ci fu un abbandono di massa del gaelico, che veniva visto come qualcosa che ci separava dal mondo. Così sono rimaste poche comunità a parlarlo ancora. Ma quando torno a casa mia lo parlo abitualmente. E oggi c'è una ritrovata fierezza di essere irlandesi. Il mondo parla della nostra musica, dell'arte, della letteratura. E gli irlandesi si sentono considerati. Sono molto felice di questa attenzione, anche se credo che sia in parte frutto di una moda".

Polistrumentista e ormai abile esperta in tecniche di produzione, Enya ha però ancora un debole per il suo strumento prediletto, il pianoforte, e la religiosità ha guidato i suoi passi di adolescente ed ora la tranquillità, per lei, è un vero stile di vita: niente mondanità, nessun flirt da tabloid, pochissime le interviste e le apparizioni in tv.
Dice di non ascoltare molta musica e di preferire la compagnia maschile a quella femminile, ama i gatti, i film in bianco e nero e i viaggi, anche quelli con la fantasia; confessa di preferire un bicchiere di champagne a un boccale di irlandesissima Guinness.

Nel 2005 è uscito il suo ultimo lavoro “Amarantine”, sesto album dell'artista: altissima la qualità del prodotto, data dalla presenza ancora una volta di Roma e Nicky Ryan, i produttori e autori di sempre.
Questa volta non c'è il gaelico ma è presente il giapponese.
In più ci sono tre canzoni scritte in una lingua completamente inventata da Roma.
L'idea è nata quando Enya è stata invitata a partecipare alla colonna sonora del "Signore degli Anelli", in cui l'artista irlandese cantava in elfico.

E ascoltiamo un suo brano che non ha bisogno di presentazioni




Citazione del giorno:

"La felicità non è uno stato a cui arrivare, ma un modo di viaggiare."
(Anonimo)