mercoledì 9 gennaio 2008

Alan Sorrenti


Il nome di Alan Sorrenti e' quasi sempre legato alla canzone "Figli delle Stelle", ovvero una canzonetta fortunata che per niente rappresenta le intenzioni iniziali del cantante.
Non ho idea di cosa gli sia capitato negli anni 70, ovvero, come abbia fatto a cambiare totalmente direzione, da "progressive man" DOC, a canzonettaro da discoteca.

Da un pò di tempo ho intrapreso il mio percorso Prog, e oltre a raccontare le leggende straniere "proietterò immagini " italiane.
Sarebbe troppo facile iniziare dai soliti ...."Orme, PFM, Banco", per cui partirò da Sorrenti, che credo in molti avranno difficoltà a spogliare dell'aureola commerciale. A dire il vero mi risulta difficile una catalogazione dell'artista, ma va sottolineata la sua vena innovativa.
Io ho avuto un'esperienza diretta.
Nell'estate del 73 ad Altare, in Val Bormida, a un ventina chilometri da Savona, fu organizzato un festival di 2 giorni, sull'onda lunga del film "Woodstock."
Non a caso vi era una pozza d'acqua (il luogo si chiamava "La Pozza") in cui gli hippies caserecci si tuffavano nudi, emulando i più famosi americani.
Era un fine settimana, eravamo in vacanza, ed avevamo genitori accondiscendenti
(o incoscienti?) che ci permisero di vivere il nostro festival, benché non fossimo ancora maggiorenni.
Il campo era pieno di tende da campeggio in cui trovavano posto artisti e spettatori.
Io ed il mio gruppo dormimmo sotto al palco, al riparo da ogni possibile temporale.
Tra gli artisti "famosi" ne ricordo tre: Battiato (anche lui a quei tempi musicista rivoluzionario),i l gruppo Circus 2000 (con una cantante donna e con la tenda più confortevole) , il Balletto di Bronzo e appunto Alan Sorrenti.
Non presentò "Figli delle Stelle" o "Non so che darei", ma il disco più famoso e più innovativo, vale a dire "Aria".
Ma chi era Alan Sorrenti e che cosa ha rappresentato "Aria?"
"Nell'estate del 1972 Alan Sorrenti si circonda di un manipolo di validi musicisti (tra i quali spicca la stella di Jean Luc Ponty) e realizza Aria, uno degli album più ricordati del pop italiano degli anni Settanta. I massimi risultati dell'arte del cantautore napoletano sono ottenuti con l'elaborazione dell'omonima suite che occupa l'intero primo lato del vinile. “Aria” è introdotta da una soffusa atmosfera di sintetizzatori e chitarre acustiche, ben presto solcata dai sorprendenti vocalizzi di Sorrenti che richiamano alla memoria il Tim Buckley del periodo più sperimentale (Starsailor). Se l'influenza dei modi vocali di Buckley appare evidente, va in ogni caso sottolineato che lo stile di Alan appare meno ferocemente sperimentale e sufficientemente personale, con altri importanti punti di riferimento che possono essere individuati nel "giramondo" Shawn Phillips e soprattutto in Peter Hammill, cantante dei Van Der Graaf Generator. La musica scorre fluida attraverso sezioni ben concatenate tra loro, grazie ai validi arrangiamenti curati dall'autore assieme al tastierista Albert Prince, con elementi folk, jazz (in particolare il notevole violino di Ponty) e fraseggi più vicini al rock progressivo impregnati di romantiche e drammatiche atmosfere gotiche prossime allo stile dei VDGG. Qualche esagerazione sul piano degli effetti vocali non pregiudica l'ottimo esito complessivo della suite, che va annoverata tra i pochi esempi di compiuto "pop" sperimentale in Italia. Il secondo lato dell'album comprende tre brani dalle caratteristiche piuttosto differenti. "Vorrei Incontrarti "è una bella ballata acustica dal carattere intimista. Più ostica è la successiva "La Mia Mente", con parti vocali decisamente vicine a Buckley ed elaborate soluzioni strumentali, quasi una mini suite segnata da un utilizzo impressionista del mellotron, con l'interessante lavoro al piano di Prince e destabilizzanti interventi dei fiati. Molto bella anche la conclusiva "Un Fiume Tranquillo "che sfodera affinità con lo stile di Hammill e dei VDGG; percorsa dagli interventi della tromba di André Lajdli, la canzone adotta poi un assetto armonico più convenzionale per tracimare su un dilatato tappeto di tastiere e sintetizzatori sul quale Sorrenti colloca il definitivo tributo all'arte di Tim Buckley."
A seguire propongo un filmato storico dove e' possibile vedere un giovane Dave Jackson al sax.

Subito dopo una serie di immagini con sottofondo la canzone "Vorrei incontrarti", dal disco"Aria".








martedì 8 gennaio 2008

Nickelback


Sto leggendo un libro che si intitola “Everybody’s Talking” di Massimo Cotto.
All’interno 50 interviste ad artisti, effettuate in diversi periodi.
E cosi’ si scoprono un sacco di aneddoti e pensieri di Paul McCartney, Mik Jagger, Bowie, Cocker, Page, Elton John e così via.
Tutta gente famosa e super conosciuta.
Ogni singolo artista non e’ presentato, ma si arriva diretti al sodo.
A circa meta’ libro mi imbatto in un nome che non mi dice proprio niente:
Nickelback

“Eppure se sono in compagnia di gente così blasonata, ci sarà pure un motivo?!"
Ricerco qualcosa su internet.

“I Nickelback sono un gruppo postgrunge canadese formatosi nel 1995 ad Hanna 
(Alberta).
Sono stati lanciati nel 2001 dal singolo "How You Remind Me".
La canzone, che fa parte del loro terzo album “Silver Side Up”, raggiunse i primi posti in classifica sia in Canada che negliUSA.
Sono tra i musicisti rock più di successo degli ultimi anni, ed hanno venduto più di 20 milioni di dischi.
Hanno vinto numerosi premi, ed un World Musica Award come miglior gruppo rock.”

A “naso” dovrebbe essere qualcosa che non mi appartiene, ma io sono curioso, e soprattutto non ho più pregiudizi in campo musicale.
Cerco su youtube qualche loro filmato e… rimango soddisfatto, molto soddisfatto, vedendo ed ascoltando “How you Remind me”…




lunedì 7 gennaio 2008

Jimi Hendrix



Da quando ho aperto questo blog, dichiarando che avrei dedicato lo spazio maggiore alla musica, ho tralasciato molti mostri sacri a me cari.
La mia idea è quella di "incontrarli" tutti, prima o poi, intendendo l'incontro su queste pagine una sorta di omaggio a chi tanto mi ha dato attraverso il mondo dei suoni.
Però dover raccontare qualcosa di originale su qualche mito,che magari da 40 anni calca i palcoscenici, è davvero difficile, e le cose che posso aggiungere restano nel "recinto che contiene aneddoti o pensieri personali", e quindi di relativo interesse.
Questa sorta di pudore, di rispetto verso gli Dei, mi spinge spesso alla ricerca di cose ormai perse, forse minori nell'immaginario collettivo, ma di assoluto valore.
Parlo di band e musicisti che hanno fatto la storia della musica, e che riscopro sempre con piacere, spesso con entusiasmo... quell'eccitazione che poi mi spinge verso nuove, incessanti ricerche.

Ma oggi, non so perché, è giorno da miti ed il mio pensiero ricade su Jimi Hendrix.
Il web è zeppo di discografie, biografie, testi e fotografie, e nulla potrei aggiungere.

A seguire uno stralcio di quanto già scritto un anno fa nel sito "Itullians".

"La prima opera, trovata sotto l'albero di Natale, racconta la vita di Jimi Hendrix. Si intitola "La stanza degli specchi" ed e' scritto da Charles Cross.
Sono a ¾ di libro ed ho raggiunto ormai il 1969 ed io ricordo perfettamente quel giorno di settembre del '70, quando si diffuse la notizia della morte di Jimi.
Avevo da poco visto il film " Woodstock" e quindi sapevo bene chi fosse Hendrix, anche se avevo solo 14 anni.
Nella lettura sono quindi ad un anno dal decesso e non ho trovato ancora niente di bello in quella vita.
Le star sono irraggiungibili e facilmente invidiabili, ma io non penso ci sia qualcosa da rubare in quell'esistenza.
Qualità tecniche mostruose, genio musicale, artista, compositore ed interprete rivoluzionario, uomo capace di segnare una svolta nell'utilizzo della chitarra elettrica.
Leggendo di lui ci si aspetta un inizio difficile ed una morte precoce. Tra i due opposti si pensa ad una vita da favola.
Niente di tutto questo.
Infanzia da fame e senza regole. Morte in pieno eccesso e trasgressione. Fatica enorme per arrivare, attorno ai 25 anni, ad essere conosciuto ed apprezzato.
Ecco ciò che mi ha impressionato, una gavetta lunghissima, tra stenti di ogni genere e con pochi affetti certi, e nessuna possibilità di godere della proprio immensità.
Altre rock star contemporanee sono ancora in auge e vivono nel pieno del successo, con qualche pausa e tanta luce.
Lui no.
Un vita davvero brutta che non auguro a nessuno."

A me piace pensare che Hendrix si sentisse a proprio agio anche tra gente comune,in una via di Seattle o Londra, come nella foto del post, e non esclusivamente on stage.

Ed ora ascoltiamo uno dei miei pezzi preferiti: "Hey Joe"




giovedì 3 gennaio 2008

Gentle Giant



Ricomincio il mio percorso nel ” labirinto “della musica Prog, occupandomi del top.
Ogni volta che leggo interviste a esperti e musicisti, datate o recenti, sento un giudizio positivo, incondizionato, verso i Gentle Giant.
Per molti sono stati un riferimento, un esempio di tecnica, fantasia ed innovazione, e spesso mi e’ capitato di apprendere con stupore che anche ragazzi giovanissimi ne sono innamorati.
Il problema e’ riuscire ad avvicinarsi a loro, ovvero avere qualcuno che ti introduce nel mondo “G.G.”, ma una volta entrati si resta folgorati.
Io ascolto regolarmente i loro dischi che trovo ancora freschi, attuali, per molti versi irraggiungibili.
Lo scorso anno ho avuto la possibilità di conoscere personalmente il batterista John -Pugwash Weathers, purtroppo relegato a percussioni meno articolate, a causa di una malattia.
Ancora oggi, rivedendo i vecchi filmati, faccio enorme fatica a seguire i sui tempi … io che ritengo di avere il ritmo nel sangue!!!
Ma il mio ricordo più felice e’ legato a un concerto a cui ho avuto la fortuna di partecipare, nel 1973.
Come ricordato più volte, i miei concerti di allora era pomeridiani, al teatro Alcione di Genova.
Era appena uscito il mio disco preferito,”In a Glass House” ed era quindi il tour di promozione. Il disco inizia col brano” The Runaway”, caratterizzato da suoni che ricordano un martello che frantuma vetri o specchi.
E’ con questa “immagine musicale” che iniziò il concerto, su di un palco ancora vuoto.
E poi l’esplosione .
Cori impossibili, fraseggi inusuali, ritmi incomprensibili, il tutto miscelato alla perfezione .
Il risultato fu il superamento dell’esibizionismo tecnico, a favore di una sostanza creativa ed esecutiva che raramente ho ritrovato .
A 35 anni di distanza quell’esplosione di “The Runaway” e’ ben impressa nella mia mente, incancellabile .

Ma chi erano i Gentle Giant?

Sintetizzo la loro storia.

“Nonostante una carriera che abbraccia tutta l’era progressiva e raccoglie la stima della critica,i Gentle Giant resteranno un gruppo di modesta popolarità in patria (situazione molto diversa in Italia ), pur essendo stati tra gli esponenti più interessanti di un certo prog colto.
Nascono nel 1969 per opera dei 3 fratelli Shulman a cui si aggiungono strumentisti di assoluto valore.
I primi 3 album sono testi base per la definizione di “musica progressiva”: uno stile che, nel caso dei Giant, fonde con originalità strutture hard e complessi cambi armonici con vaghe melodie medievali e con arie classiche . E anche quando c’e’ melodia non e’ mai prevedibile ne banale.


Con Octopus il suono arriva a compimento, ma la defezione di Phil Shulman provoca una crisi interna , aggravata dal mancato rinnovo del contratto.
Da “Free Hand”(1975) inizia un inarrestabile calo di notorietà che, nonostante la creazione di alcuni album pregevoli e tutt’altro che facili, li condurrà verso la fine della loro storia
”.


Formazione:

-Ray Shulman-basso,violino,cori
-Derek Shulman-voce solista,sax

- Phil Shulman sax,tromba,voce

-Kerry Minnear-voce solista, tastiere, vibrafono, percussioni

-Gary Green-chitarra, cori

-John Weathers-batteria


E ora ascoltiamoli in "Proclamation"




mercoledì 2 gennaio 2008

AC/DC


Il rock duro non e' tra i miei preferiti, anche se di ogni artista riesco sempre a trovare qualcosa che mi attira.
Qualcuno mi ha suggerito di dedicare un po' di spazio agli AC/DC e lo faccio con estremo piacere, perché ... ci sono pezzi che vorrei suonare al loro posto, liberando tutta l'energia possibile.

Vediamo qualche nota biografica trovata in rete.


"Gli AC/DC sono un gruppo hard rock australiano, formatosi a Sydney nel 1973.

Sebbene il gruppo sia considerato universalmente come australiano, quasi tutti i suoi membri sono nativi britannici.

Sono tra i gruppi di maggior successo nella storia del rock: i loro album hanno venduto più di 150 milioni di copie nel mondo, di cui oltre 68 milioni nei soli USA . Sono inoltre considerati fra gli artisti più importanti nella storia dell'hard rock.

Il gruppo ha introdotto fin dai primi album uno stile musicale inconfondibile, un Hard Rock basato su riff semplici e incisivi di ispirazione blues, doppia chitarra dostorta (ritmica e solista) in primo piano, cantato stridente ed aggressivo, versi e interpretazione scenica basati sullo stereotipo del "ragazzaccio" (a suo agio in un mondo di delinquenza, droga, alcool, soldi e prostitute) ma condito con ampie dosi di ironia (è celebre l'immagine del chitarrista, Angus Young che si esibisce sul palco con una uniforme da scolaretto).
Molti sono anche i film ispirati ai loro tour, in cui Young domina la scena con i suoi assoli. Fra i brani più conosciuti della band si possono citare Highway to Hell, dall'omonimo album, e Back in Black e Hells Bells, dall'album Back in Black. "Back in Black "è il secondo album più venduto di tutti i tempi (circa 43 milioni di copie in tutto il mondo).
Nel 2003 gli AC/DC sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame."
Non ho racconti personali legati a questo gruppo , tranne la mia iniziazione, avvenuta un secolo fa: mia cognata, allora adolescente, mi fece ascoltare una cassetta molto...rumorosa.
Io rimasi colpito dalla forza di "Back in Black, ed ora la ripropongo.









lunedì 24 dicembre 2007

Natale


Come sempre arriva, con esasperante puntualità.
Le luci, i colori, gli addobbi, i doni, i pranzi e le cene .
La messa di mezzanotte, l’albero, il Presepe .
I bambini fortunati, i meno fortunati, gli orfani.
I senzatetto, i terremotati, i vacanzieri .
Le panchine, gli Hotels, le stazioni, i caminetti .
La retorica, l’onesta’, la generosita’, i falsi sacrifici.
I pacchi infiocchettati, sfasciati, ignorati .
I parenti, gli amici, i nemici .
I buoni propositi, i peccati commessi
I fedeli, gli infedeli, gli atei ed i credenti .
Tutto ciò e’ Natale .
Ci si sforza per trovare il vero significato ,
magari ci si arriva ,
ma non sempre le profonde riflessioni ci migliorano .
Mi giro intorno e… non trovo piu’ la folla di un tempo.
Nemmeno i miei piccoli mi rallegrano la scena.
Un profonda tristezza mi possiede, in questi giorni.
Ma svanirà, svanirà quando sentendo una campanella,
ci precipiteremo tutti nella sala della nonna.
La candela sarà spenta, la stanza piena di regali
e qualcuno mi chiederà :”Ma papà davvero sei riuscito…
hai visto davvero le renne?”.
E il loro Natale diventerà anche il mio.




Ian Anderson e Lucia Micarelli




venerdì 21 dicembre 2007

YES


Quando ho iniziato a raccontare “la musica Prog secondo Athos”, ho evidenziato che ero interessato ad unire gli elementi oggettivi ai miei ricordi, presentando gli artisti attraverso i concerti a cui ho partecipato, o per mezzo di aneddoti.
Nel caso degli Yes non posso aggiungere niente di personale che non abbia già espresso nella pagina postata a settembre (ritrovabile seguendo le etichette a lato).
Anche le note dedicate a Roger Dean riconducono ovviamente a YES.
Io associo il mio riavvicinamento totale alla musica, al concerto del 2003, a Vado Ligure, e sono certo che se sono qui a scrivere queste righe il merito , o la colpa, è esclusivamente degli Yes, che hanno risvegliato in me “l’esigenza” di ritornare alle origini per dedicare del tempo a ciò che più mi fa stare bene … la musica.
Negli anni ‘70 non avevo avuto la chance di vederli dal vivo, ma li ho seguiti con determinazione e ricordo una mia presenza continua nella sala cinematografica citata, per guardare ed ascoltare il film “Yessongs”... una serie innumerevole di volte.
A quei tempi non era così comune vedere film musicali.
“Tommy “ non era ancora uscito e noi ragazzi ,spesso compagni di scuola, andavamo al cinema dei Salesiani, dove ripetutamente proponevano appunto il film degli Yes, o “Pink Floid a Pompei”.
Lo ero affascinato dalla chitarra di Steve Howe, musicista incredibile per tecnica e fantasia.
Ora posseggo quel film, ma si confonde tra le decine di reperti musicali, e quindi ha meno occasioni per venire a galla… ma in quei giorni non aveva rivali e credo di aver pagato il biglietto di entrata almeno 10 volte.

Raccontiamo qualcosa di loro.

Gli Yes hanno un’importanza storica uguale a Kink Crimson e Genesis, se parliamo di musica Progressive.
Nel corso degli anni, sono riusciti a mantenere immutato il loro stile, fatto di effetti speciali, virtuosismi individuali, arrangiamenti ridondanti, testi incomprensibili di ispirazione fantascientifica, copertine spaziali.
Tutto è rimasto immutato nel tempo, subendo solo piccoli aggiustamenti.
I fondatori sono Chris Squire e Jon Anderson (nel 1968), che idealmente “lavorano” avendo come obiettivo l’approdo ad una musica totale.
Il primo nucleo prevede Bill Bruford alla batteria, Tony Kaye all’organo e Peter Banks alla chitarra, oltre ai due già citati Squire e Anderson, rispettivamente al basso e alla voce.
I primi due album lasciano solo intuire le potenzialità e gli obiettivi del gruppo, ma a questo punto Banks lascia il posto a colui che per anni impersonificherà l’immagine della pirotecnica chitarristica, Steve Howe, sogno irraggiungibile di molti aspiranti musicisti.
Con lui, e per tre anni col mitico Wakeman(a lui dedichero' spazio prossimamente) alle tastiere,il gruppo ariva alla definizione del proprio caratteristico sound, che è rappresentato in un trittico di capolavori: “Yes Album, Fragile e Close to the Edge.


Il lato prog degli Yes, finisce con “Relayer” che chiude l’epoca più amata dai fan della prima ora, ma spalanca le porte di una nuova fase di carriera, all’insegna del Pop, destinata a portare il gruppo tra le grandi istituzioni musicali internazionali. L’evoluzione è indolore, e passa attraverso continue” reunion “, molto pubblicizzate, che garantiscono comunque la qualità targata “YES”. La loro discografia e’ sterminata , così come gli elementi di spicco che hanno caratterizzato il mondo degli Yes.Tra i musicisti più importanti, oltre a quelli già citati, da ricordare il batterista Alan White ed il chitarrista Trevor Rabin.



 Roundabout






giovedì 20 dicembre 2007

Il blues in famiglia(seconda parte)-Walter Panichella



Alcuni giorni fa ho raccontato una serata particolare, passata all’insegna della musica in famiglia, sano blues e rock proposto da veri appassionati del genere.
Nell’occasione non ero riuscito a fornire notizie precise legate all’organizzazione, ai gruppi, alle idee, e mi ero ripromesso di soddisfare le mie curiosità , appena possibile.
Ed eccomi a raccontare un po’ di storia di Walter Panichella, ideatore della serata, con l’aggiunta di un’intervista da lui gentilmente fornita.
Partiamo dal racconto di Walter , relativo alla nascita del suo gruppo.
Sembra davvero l’inizio di un film…



“I P5 Blues Band sono nati per caso. Doveva essere solo un'esperienza di due apparizioni, in occasione di una rassegna blues tenuta dal 3 al 5 giugno 2005, qui ad Albissola Marina, ma la cosa è piaciuta e questo ci ha spinto a continuare.
In quell’occasione non avevamo né impianto voce né microfoni, e quindi all'ultimo momento ho rispolverato un vecchio amplificatore Montarbo da piano bar e ho comprato 4 microfoni di fortuna , per l'astronomica cifra di 5 euro l'uno...tanto doveva finire tutto lì.
Poi una specie di miracolo …. è successo quello che poteva solo succedere nelle strade di New Orleans:stavamo suonando nella piazzetta di Pozzo Garitta e si ferma ad ascoltarci un elegante uomo di colore. Finito il brano, questo signore si offre di cantare un pezzo con noi. Scegliamo la canzone,”Sweet Home Chicago”,gli diamo un microfono e partiamo.Grande !.......Questo signore si chiama Arthur Miles e quella sera doveva esibirsi sul palco principale....ed ha voluto cantare con noi con un microfono da 5 euro.
Da quel giorno non ci siamo più fermati.
Il gruppo è formato da me, Walter, i miei figli  Mauro e Marco,Piero e Michel ... tutti con un cognome che inizia con P da cui “P5”.


E passiamo all’intervista.

1)Da dove nasce il tuo amore per il blues?
Il mio amore per il blues c'è sempre stato anche se da giovane
ovviamente seguivo rock e prog. Poi con la maturità,ed in particolare
da quando ho ripreso a suonare mi sono dedicato al blues in maniera intensa.

2) Quali sono i tuoi riferimenti musicali?
Per questa domanda ritorno alla numero uno:da ragazzo per me
c'erano Jimi Hendrix ed Eric Clapton come per molti c'erano
i Beatles ed i Rolling Stones.

3)Come sei riuscito a coinvolgere i tuoi figli e che
cosa provi a suonare assieme a loro?
Ti ho raccontato prima di come è nato il nostro gruppo. Abbiamo ancora il testo di Sweet Home Chicago autografato da Arthur Miles. I miei figli hanno i miei stessi gusti musicali, ovviamente aggiornati ai nostri tempi.In quell'occasione siamo piaciuti ed è stata una bella esperienza. Ma in realtà il coinvolgimento è nato già nel 2000 quando Mauro il più grande,mi ha chiesto di insegnargli a suonare la chitarra.
Poi sono nati i primi gruppi con ragazzi molto giovani.
Anche Marco ha iniziato a chiedermi di imparare a suonare la chitarra,e anche lui ha il suo gruppo.
Li ho aiutati a cercare un luogo dove poter suonare e poi… ecco che arriva il locale attuale... la scelta delle chitarre,degli amplificatori, l’ascoltare le nostre musiche insieme e lo scambiarci le nostre conoscenze e poi,una delle cose più importanti è stato l'appoggio e la sopportazione di Stefania moglie e madre di tre maschi,maledettamente appassionati di musica.

4) Normalmente chiedo .."semini con le nuove generazioni?"...In questo caso e' ovvio, per cui ribalto la domanda..hai imparato qualcosa dai tuoi figli, musicalmente parlando?
All'inizio ho dato ma adesso sono loro che mi insegnano e mi aggiornano.

5) L’altra sera ho avuto la netta sensazione che non esistesse alcun tipo di barriera, legata a età o a classi sociali. Io penso che solo la musica riesca in questa alchimia.
Anch'io la penso così e l'altra sera ne ho avuto ulteriore la dimostrazione.
Una cosa che mi fa sempre molto piacere è che quando camminiamo
per strada Stefania ed io, spesso capita di essere chiamati, salutati, abbracciati dagli amici dei nostri figli,che gravitano nell'ambiente musicale.

6) Ripensando alla tua storia personale, cambieresti qualcosa se potessi tornare indietro?
Da giovane suonavo,e per qualche anno sono riuscito a guadagnarmi la pagnotta con la musica. Poi le cose sono cambiate come per tanti come noi,la laurea,il lavoro,
la famiglia,la casa, la carriera. Tutte cose sacrosante. Per tutto ciò ho praticamente smesso di suonare nel 1980.
Per 20 anni è rimasta accesa solo la fiammella pilota della passione musicale.
Poi è arrivato quel magico momento in cui nel 2000 Mauro mi ha chiesto di
insegnargli a suonare e,la fiammella si è trasformata in una grossa fiamma che sembra aumenti sempre di più. Rimpiango solo di non aver avuto mezze misure nelle scelte di vita perché 20 anni di ruggine nelle dita sono dure da togliere.

7)Se pensi ad una tua collocazione in ambito musicale, diversa da quella di musicista , immagini qualche ruolo che ti si addice?
A questa domanda non so cosa rispondere.

8)Quali sono le cose che sei riuscito meglio a realizzare, in ambito musicale?
Quelle attuali.

9) E quelle dove hai fallito?
Aver smesso di suonare per così tanti anni è stato forse un errore.

10)Il tuo lavoro e' stato un impedimento o ti ha aiutato a realizzare qualche sogno?
Come ho già detto, gli impegni lavorativi mi hanno allontanato dal mondo
musicale,anche perché se volevi mangiare suonando,l'unica strada era il ballo
liscio e quindi la scelta è stata obbligata.
Oggi indubbiamente,con una sicurezza economica stabilizzata,mi posso permettere
di realizzare qualche sogno.

11)Quali sono i tuoi miti?
Vedi la risposta numero 2,ma comunque i veri miti sono quelli che incontri a suonare blues nella metropolitana di New York,nelle piazze della Calabria o della Lucania,nei pub etc.,perfetti sconosciuti al grande pubblico ma liberi di suonare con grande passione e capacità.

12)Per ultima la domanda che doveva essere alla base: Il 1 dicembre 2007 ho partecipato ad un evento casuale o esiste un progetto preciso? Se si, me lo puoi descrivere?
Il 1 Dicembre è stato un esperimento. Ha funzionato.
Progetti non ce ne sono,sogni tanti. Per il momento sono solo feste private dove l'obiettivo è quello di mantenere contatti musicali,stare tra amici,vecchi e giovani, a scadenza possibilmente mensile.
Poi da cosa può nascere cosa... si vedrà.


Grazie Walter, ho trovato tante similitudini tra le tue e le mie vicende, e prima o poi, tra un blues ed un altro, ne potremo parlare.


Ed ora, prima di "guardare" un altro brano di quella sera, ricordiamo chi e’ Arthur Miles, utilizzando notizie raccolte dal suo sito.

Nato negli Stati Uniti, Arthur Miles, nipote del grande chitarrista Jazz, Wes Montgomery, ha studiato, coltivando il suo talento vocale, specializzandosi presso la Scuola Superiore di Voce Naturale. Pianista, compositore, autore di testi, vocalist e cantante professionista da oltre trent’ anni, Arthur Miles è la voce nera attualmente più richiesta nelle sale d’incisione di tutta Europa.
Con la sua voce calda e potente si è esibito sui palcoscenici di tutto il mondo, sia come singolo, sia perché richiesto da grandi musicisti di fama internazionale; negli Stati Uniti ha affiancato personaggi del calibro di Edwin Starr, Gloria Gaynor ,Eddie Clean-Headed Vincent, Big Joe Turner, Josè Feliciano, Jimmy Bo Horne, David Ruffin (il cantante dei Tempations), Johnny Otis Show, solo per citarne alcuni tra i più famosi.
Appena giunto in Italia, Miles è stato invitato da Renzo Arbore per il gran finale di “Quelli della Notte”.
Da allora, le collaborazioni italiane di Arthur Miles sono state molteplici: Pierangelo Bertoli, Andrea Mingardi, Loredana Bertè, Paolo Conte.
La collaborazione italiana più significativa è stata indubbiamente quella con Zucchero, come vocalist, per la realizzazione di tutti i suoi grandi successi: dal primo grande LP “BLUES”, a “Oro Incenso & Birra”, a “Spirito di Vino” al bellissimo “shake”. E’ la voce nera, calda e profonda di Miles che introduce, intercala, duetta con Zucchero in tutti i suoi pezzi più belli e famosi, ad esempio: “Senza una Donna”, “Hey man”, “Baila”, “Ahum”.





Citazione del giorno:

"Non è difficile suonare il blues, è difficile sentirlo" (Jimi Hendrix)




mercoledì 19 dicembre 2007

Free



Ritornando indietro alla mia gioventù, in un piccolo angolo della memoria, sono rimasti i Free, che per me significavano essenzialmente  il 45 giri "All Right Now".
Era un brano con un ritmo ed un ritornello fuori dalla norma e risentendolo appare ancora molto fresco.
Ma che cosa hanno rappresentato i Free?


I Free nascono a Londra nel 1968 quando Paul Kossoff e Simon Kirke, rispettivamente chitarrista e batterista dei Black Cat Bones, contattano il cantante Paul Rodgers dopo averlo visto in azione con la sua blues band, i Brown Sugar. Come bassista viene reclutato il sedicenne Andy Fraser. Con la protezione di Alexis Korner i quattro fanno serate in piccoli club creandosi un certo seguito, firmano così per la Island e pubblicano il loro esordio: Tons of Sobs. La voce graffiante di Rodgers e i grintosi assoli di Kossoff personalizzano un sound che negli anni a venire non sarà più così energico. Nel secondo album, Free, i toni si fanno infatti più morbidi e pacati concedendo largo spazio alle armonie vocali. Il grande successo arriva comunque con Fire and Water, contenente il brano All Right Now, caratterizzato da un riff di chitarra e un ritornello che li porterà in cima alle classifiche di USA e Regno Unito. I Free si separano al culmine della carriera, nel 1971 per dedicarsi a progetti diversi con scarso successo per tutti e quattro. Si rimettono quindi insieme nel 1972 e,dopo ripetuti cambi di formazione e i problemi di droga di Kossoff, pubblicano Free at Last (1972) e Heartbreaker (1973). Fraser lascia il gruppo formando la Andy Fraser Band e lasciando il posto al bassista giapponese Tetsu Yamauchi. Entra anche il tastierista texano John "Rabbit" Bundrick, già con Johnny Cash, tuttavia il gruppo britannico non riesce a trovare la stabilità per l'abbandono di Kossoff prima della conclusione di Heartbreaker (in alcune date è Rodgers a improvvisarsi chitarrista). In seguito Rodgers e Kirke ritrovano la gloria con i Bad Company, Tetsu si unisce ai Faces e Bundrick intraprende la carriera solista diventando dal 1979 tastierista live degli Who. Kossoff, dopo due anni di cure intensive e quando sembrava essere tornato al meglio , muore per un attacco cardiaco nel 1976 sull'aereo che lo stava portando N.Y. Dal 1974 al 2002 vengono pubblicate antologie dei Free rimasterizzate e arricchite di inediti e versioni alternative dei loro successi.

Conclusa l'esperienza Bad Company, Paul Rodgers intraprende l'attività come solista e nel 2005, dall'incontro con Bryan May e Roger Taylor dei Queen, nasce il progetto Queen +Paul Rodgers, che porta la formazione ad esibirsi in tutto il mondo con un repertorio celebrativo comprendente i successi di entrambi, anche se con un taglio principalmente 'Queen'.

Ascoltiamoli