Ricordiamo oggi Roland Orzabal, la
mente creativa dei
Tears for Fears
Il 22 agosto del 1961 nascevaRoland Orzabal, il co-fondatore, chitarrista,
cantante e principale compositore dei Tears for Fears. La sua figura è
stata fondamentale nel definire un sound che ha attraversato generazioni,
combinando profondità lirica con una raffinata complessità musicale.
Roland Orzabal, insieme a Curt Smith, ha plasmato i
Tears for Fears in una delle band più influenti degli anni '80 e oltre. Ciò che
distingue Orzabal è la sua straordinaria capacità di tradurre concetti
psicologici e filosofici complessi in testi e melodie che risuonano
universalmente.
Album come The Hurting e il multiplatino Songs
from the Big Chair non sono solo successi commerciali, ma veri e propri
manifesti artistici che esplorano temi come la terapia primaria, l'alienazione
e la ricerca dell'identità. Brani iconici come "Shout", "Everybody Wants to Rule the World" e "Sowing the Seeds of Love"
sono esempi lampanti della sua maestria nel creare canzoni che sono al tempo
stesso intellettualmente stimolanti e irresistibilmente accattivanti.
Il genio di Orzabal risiede nella sua abilità di orchestrare
arrangiamenti complessi, spesso incorporando elementi di synth-pop, new wave,
art rock e persino influenze sinfoniche, creando un suono ricco e stratificato.
La sua voce, potente e distintiva, si alterna e si fonde con quella di Curt
Smith, creando armonie vocali che sono diventate un marchio di fabbrica della
band.
Anche dopo le pause e le riunioni, Orzabal ha mantenuto una
coerenza artistica e una visione che hanno permesso ai Tears for Fears di
rimanere rilevanti e apprezzati.
Orzabal non è solo un musicista eccezionale, ma un pensatore,
un innovatore e un maestro nel creare paesaggi sonori che invitano alla
riflessione. La sua influenza sulla musica pop e rock è innegabile, e il suo
contributo continua a essere una pietra miliare per chiunque apprezzi la musica
con sostanza e profondità.
Evidenziamo quindi oggi, nel giorno della sua nascita, il
talento e la visione di Roland Orzabal, un artista che ha saputo elevare la
musica pop a una forma d'arte profonda e significativa.
Enrico Maria Papes, il talentuoso batterista che ha
scandito il ritmo della celebre band italiana I Giganti, festeggia oggi
il suo compleanno. La sua figura è legata a uno dei gruppi più significativi
della musica italiana degli anni '60, un'epoca di fervente creatività e
profondi cambiamenti culturali.
Nato a Milano, Papes ha iniziato il suo percorso musicale con
il contrabbasso, ma ben presto ha scoperto la sua vera vocazione dietro il set
di batteria. Il suo stile si è fuso perfettamente con le sonorità de I Giganti,
contribuendo a creare un sound riconoscibile e d'impatto. Insieme a Checco
Marsella, Sergio Di Giulio, e Mino Di Martino, ha dato vita a brani che sono
diventati veri e propri classici.
Chi non ricorda l'intramontabile successo di "TEMA"?
Questo brano, con il suo testo potente e il suo arrangiamento orchestrale, è
diventato uno dei manifesti di un'intera generazione, e la batteria di Papes ne
è la spina dorsale. Ma il loro repertorio è stato molto più vasto, spaziando da
composizioni impegnate - come l'album "TERRA IN BOCCA" - a pezzi più
energici che dimostravano la versatilità del gruppo, come "In paese è festa"e "Proposta".
Enrico Maria Papes è stato un vero e proprio artigiano del
ritmo, capace di imprimere il suo tocco personale a ogni canzone. La sua
tecnica, unita a una sensibilità artistica non comune, ha contribuito a
definire il sound de I Giganti, rendendoli unici nel panorama musicale
italiano.
Anche dopo lo scioglimento della formazione originale, Papes
ha continuato a mantenere viva la sua passione per la musica, testimoniando un
amore percussivo che non si è mai spento.
La storia di Crosby, Stills, Nash
& Youngè una sinfonia di armonie
celestiali e dissonanze profonde, un intreccio di talenti individuali brillanti
e personalità vulcaniche che si sono attratte e respinte con la forza di
magneti impazziti. La loro unione, seppur effimera e costellata di drammi, ha
lasciato un'impronta indelebile nel panorama musicale, definendo un'epoca e
regalando al mondo alcune delle melodie più evocative e politicamente cariche
del loro tempo.
Il seme di questo supergruppo germogliò dalle ceneri di band
iconiche. David Crosby, con la sua barba da corsaro e la sua mente acuta
e spesso caustica, era stato un membro fondatore dei Byrds, pionieri del
folk-rock psichedelico. Stephen Stills, un virtuoso della chitarra con
un'anima blues e un'ambizione smisurata, aveva guidato i Buffalo Springfield,
un gruppo effimero ma cruciale che aveva anche lanciato un certo Neil Young. Graham
Nash, il cantautore melodico e pacato, aveva conquistato le classifiche con
gli Hollies, portando con sé un'innata sensibilità pop.
La scintilla scoccò in una festa a Los Angeles nel 1968.
Crosby, reduce dalla sua burrascosa uscita dai Byrds, e Stills, fresco della
dissoluzione dei Buffalo Springfield, si ritrovarono a cantare insieme, le loro
voci che si fondevano in un'armonia spontanea e magica. Nash, in visita alla
prossima compagna Joni Mitchell, rimase folgorato da quella chimica vocale
immediata. Quella notte, tra chiacchiere, fumo e la promessa di qualcosa di
nuovo, nacque l'embrione di un progetto che avrebbe ridefinito il concetto di
supergruppo.
Il loro primo album, "Crosby, Stills & Nash",
pubblicato nel 1969, fu un trionfo immediato. Le loro armonie intricate e
perfette, le melodie orecchiabili e i testi, che spaziavano da riflessioni
intime a commenti sociali incisivi, conquistarono il pubblico e la critica.
Brani come "Suite: Judy Blue Eyes", un'ode complessa e
toccante all'amore perduto di Stills, "Marrakesh Express", con
la sua atmosfera esotica e sognante portata da Nash, e "Long Time Gone"
di Crosby, un lamento amaro sulla morte di Robert Kennedy, diventarono
immediatamente classici.
Il successo fu travolgente, ma l'assenza di un tastierista e
di un batterista stabili si fece sentire durante i loro primi concerti. Fu a
questo punto che entrò in scena Neil Young. Stills e Young avevano avuto
un rapporto tumultuoso ma artisticamente fecondo ai tempi dei Buffalo
Springfield, e l'idea di riunire quei due talenti incandescenti, uniti alle
armonie celestiali di Crosby e Nash, prometteva qualcosa di unico e potente.
L'aggiunta di Young trasformò il trio in un quartetto
leggendario, ma portò con sé anche una dose extra di imprevedibilità e
tensione. Young, un artista schivo e indipendente per natura, accettò di unirsi
al gruppo a condizione di mantenere la sua libertà creativa e la possibilità di
dedicarsi ai suoi progetti solisti. Questa dinamica instabile divenne una
costante nella storia di CSN&Y.
Il loro primo album come quartetto, "Déjà Vu"
(1970), fu un altro successo planetario, un'istantanea perfetta di un'epoca di
cambiamenti sociali e politici. Canzoni come la title track, con le sue
armonie malinconiche e il suo senso di presagio, "Woodstock"
di Joni Mitchell (interpretata con vibrante energia dalla band) e "Teach Your Children" di Nash, un inno alla comprensione intergenerazionale, divennero la colonna sonora di una generazione.
L'apice della loro carriera fu il tour di "Déjà
Vu", un'impresa mastodontica che li consacrò come una delle band più
importanti del mondo. Tuttavia, le tensioni interne, alimentate da ego
smisurati, divergenze artistiche e un crescente abuso di droghe, iniziarono a
incrinare l'armonia fragile del gruppo.
Le sessioni per il loro secondo album come quartetto si
rivelarono un disastro, un caos di litigi, egoismi e mancate collaborazioni.
L'album non vide mai la luce nella sua forma originale, e i quattro musicisti
intrapresero strade separate, concentrandosi sulle loro carriere soliste,
spesso di grande successo.
Nei decenni successivi, la storia di CSN&Y fu un
susseguirsi di reunion sporadiche, spesso accolte con grande entusiasmo dai
fan, ma puntualmente interrotte da vecchi rancori e nuove incomprensioni. Ogni
volta che le loro voci si univano di nuovo, la magia originaria riaffiorava,
ricordando al mondo la bellezza e la potenza della loro armonia unica.
La loro saga è un monito sulla fragilità dei legami creativi
quando vengono messi alla prova da ambizioni individuali e demoni personali. Ma
è anche una celebrazione di un momento irripetibile nella storia della musica,
quando quattro talenti straordinari si incontrarono e, per un breve ma intenso
periodo, crearono un'armonia che continua a risuonare nel cuore di chi crede
nel potere della musica di unire e di emozionare. La loro storia rimane
un'armonia fragile, forse, ma una melodia indimenticabile.
Il 19 agosto 1939 nasceva Peter Edward "Ginger" Baker, un nome destinato a
scolpire il suono della batteria nella storia del rock. Ben più che un semplice
percussionista, Baker è stato un pioniere, un batterista fusion che ha fuso la
potenza del rock con la complessità del jazz e l'anima ritmica dell'Africa,
creando uno stile inimitabile e profondamente influente. La sua carriera,
segnata da un talento torrenziale e una personalità vulcanica, lo ha reso una
figura leggendaria e controversa del panorama musicale.
Prima di diventare una star del rock, Baker era un musicista
jazz. Cresciuto a Londra, si immerse nella scena del trad jazz britannico,
assorbendo lezioni fondamentali sull'improvvisazione e sulla poliritmia. I suoi
primi eroi non furono i batteristi rock, ma giganti del jazz come Max Roach e,
soprattutto, Phil Seamen, il suo mentore. Da loro imparò la fluidità, la
tecnica e la capacità di raccontare una storia con le percussioni, competenze
che portò con sé quando la musica si fece più rumorosa.
Il punto di svolta arrivò con la formazione dei Cream
nel 1966, un supergruppo con Eric Clapton alla chitarra e Jack Bruce
al basso. Qui, il talento di Baker esplose in tutta la sua potenza.
Nei Cream,
la batteria non era un semplice accompagnamento, ma una voce solista che si
intrecciava in intricate conversazioni con gli altri strumenti. Brani come
"Toad" non erano solo assoli, ma manifestazioni di un
virtuosismo senza precedenti nel rock. Baker introduceva nel genere schemi
ritmici complessi e un'improvvisazione che lo distinguevano da tutti i suoi
contemporanei.
Dopo la breve ma intensissima avventura con i Cream, Baker
seguì una passione che covava da tempo: la musica africana. Il suo viaggio in
Nigeria fu una vera e propria epifania. Qui, studiò e collaborò con il
leggendario Fela Kuti, immergendosi nelle poliritmie complesse
dell'afrobeat. Questa esperienza non fu solo un'ispirazione, ma una
trasformazione profonda. Il suo stile si arricchì di nuovi colori e texture,
portandolo a fondare la band Ginger Baker's Air Force, un collettivo
multiculturale che combinava rock, jazz e ritmi africani in un audace
esperimento sonoro.
Il resto della sua carriera fu una continua esplorazione, tra
progetti solisti, collaborazioni con artisti del calibro di Fela Kuti e Bill
Frisell, e la formazione di diverse band. Nonostante le difficoltà personali e
i problemi di salute, Baker ha sempre mantenuto una devozione incrollabile per
il suo strumento e per la musica.
Ginger Baker è scomparso il 6 ottobre 2019. Non è stato solo
un maestro della batteria, ma un pioniere che ha spinto i confini del suo
strumento e ha dimostrato che la tecnica jazz poteva coesistere con l'energia
del rock. La sua influenza si ritrova in generazioni di batteristi che hanno
cercato di emulare la sua potenza, la sua grazia e la sua inventiva.
La sua musica è un'affermazione del fatto che il ritmo può
essere un linguaggio universale, capace di unire stili e culture apparentemente
distanti. Ginger Baker rimarrà per sempre uno dei grandi, un vero artigiano del
ritmo il cui battito continua a risuonare nella storia della musica.
"Se stai andando a San Francisco, non
dimenticare di mettere qualche fiore tra i capelli"
Il 18 agosto 2012, ci lasciava Scott McKenzie. Il cantante, noto in tutto il
mondo per l'inno generazionale "San Francisco (Be Sure to Wear
Flowers in Your Hair)", si è spento nella sua casa di Los Angeles
all'età di 73 anni, una morte è avvenuta dopo una lunga battaglia contro la
sindrome di Guillain-Barré, una rara malattia autoimmune che lo aveva afflitto
negli ultimi anni.
Nato Philip Wallach Blondheim il 10 gennaio 1939, McKenzie è
stato molto più che l'interprete di un'unica canzone. La sua carriera, sebbene
brevemente sotto i riflettori globali, è stata un riflesso autentico degli
ideali del suo tempo. Amico d'infanzia di John Phillips dei Mamas and the
Papas, McKenzie era immerso nella vibrante scena musicale della East Coast
prima di diventare una figura di spicco del movimento "flower power".
Il suo successo più grande, "San Francisco", fu
scritto da John Phillips per promuovere il Festival del Rock di Monterey del
1967. La canzone, con il suo messaggio di amore, pace e ribellione pacifica,
divenne rapidamente un fenomeno mondiale, raggiungendo le vette delle
classifiche in molti paesi e incarnando lo spirito della "Summer of
Love". Non era solo un brano musicale; era un manifesto. La sua voce dolce
e malinconica, accompagnata da un arrangiamento che evocava immagini di libertà
e fratellanza, ha reso "San Francisco" un brano immortale.
Sebbene McKenzie non abbia mai replicato quel successo a
livello commerciale, la sua influenza e il suo impatto culturale sono rimasti
indelebili. Ha continuato a lavorare nella musica, anche con i Mamas and the
Papas in tour negli anni '80. La sua vita, lontana dai riflettori che lo
avevano illuminato per un breve periodo, è stata un testamento alla sua
integrità artistica.
La scomparsa di Scott McKenzie segna la fine di un'era. La
sua voce rimarrà per sempre legata a un momento di speranza e idealismo,
un'epoca in cui la musica era uno strumento di cambiamento. Oggi, mentre
ricordiamo il suo contributo, continuiamo a sentire l'eco di quella melodia e
di quel messaggio che ha fatto di San Francisco il cuore di una generazione:
"If you're going to San Francisco, be sure to wear some flowers in
your hair."
Impegnato nell’epico ed esplosivo crescendo di Child in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per
un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone
stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in
Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi.
La folla probabilmente non sapeva bene il significato di ciò che stava
cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in
cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei Deep Purple, è stato
quello”.
Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44
settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare,
nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il
soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in
maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date
americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album
dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era
consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock,Fireball e Machine
Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari
di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque
davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway
Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto
stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi
Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità
vertiginosa.
Il risultato di quei tre straordinari concerti
fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’
l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò IanGillian all’epoca,
confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio.
La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il
perfettomonumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria
l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From
Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da
allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione
di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va
anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. (Da un racconto di Mark Paytress)
Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto
tenuto al Palasport di Genova l’11marzo del 1973.
I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma
conservo ancora il biglietto da 1500 lire.
Norman David Shapiro, per tutti semplicemente Shel Shapiro, nasce a Londra il 16 agosto
1943. Figlio di un pugile ebreo e di una casalinga, cresce in un quartiere
popolare dove sviluppa la sua passione per la musica, imparando a suonare la
chitarra da autodidatta. A metà degli anni '60, arriva in Italia e fonda un
gruppo destinato a diventare uno dei nomi più importanti della musica beat: i Rokes.
Con i Rokes, Shel Shapiro si impone come leader carismatico,
portando in Italia un sound fresco e innovativo, ispirato ai grandi gruppi
britannici come i Beatles e i Rolling Stones. Canzoni come "Che colpa abbiamo noi", "È la pioggia che va" e "C'è
una strana espressione nei tuoi occhi" diventano inno di un'intera
generazione, scalando le classifiche e conquistando il cuore di milioni di
giovani. La loro energia sul palco e il loro look inconfondibile li rendono un
fenomeno di costume, capaci di influenzare non solo la musica, ma anche la moda
dell'epoca.
Il successo dei Rokes dura fino al 1970, anno del loro
scioglimento. A quel punto, Shel decide di rimanere in Italia e intraprendere
una carriera da solista. Oltre a continuare a cantare, si dedica a tempo pieno
alla produzione musicale, collaborando con artisti del calibro di Mia
Martini, Alberto Fortis e Loretta Goggi. La sua sensibilità e
la sua esperienza si rivelano fondamentali per la nascita di alcuni dei più
grandi successi della musica italiana.
Negli anni '80 e '90, Shel Shapiro continua a lavorare dietro
le quinte, componendo colonne sonore per il cinema e il teatro e portando
avanti la sua passione per l'arte e la cultura. Negli ultimi anni, è tornato
sulle scene, sia con spettacoli teatrali che con nuovi progetti musicali,
dimostrando una vitalità e una creatività senza tempo.
La storia di Shel Shapiro è la storia di un artista
poliedrico, un'anima rock che ha saputo reinventarsi e rimanere sempre fedele
alla sua passione per la musica. Dalla Londra degli anni '60 all'Italia del
boom economico, la sua vita è un viaggio affascinante, fatto di successi,
cambiamenti e una costante ricerca di nuove espressioni artistiche. Il suo
contributo alla musica italiana è indiscusso e la sua figura rimane un punto di
riferimento per intere generazioni di artisti.
Ospitata in quella
che era praticamente un’abitazione privata, tra effluvi di whisky e abbondante
presenza femminile, l’ultima esibizione di Robert Johnson può contare su
testimonianze piuttosto labili. Occorre pertanto affidarsi ai ricordi diSonny Boy
Williamson, grande armonicista in possesso di un’aneddotica
sterminata, che sostiene di aver suonato insieme al leggendario bluesman in
quella fatale notte.
La popolarità di
Johnson nella regione del delta del Mississippi era cresciuta negli anni ’30
grazie anche al suo presunto patto con il diavolo stipulato alla periferia di
Clarksdale, all’incrocio fra la Statale 61 e la Statale 49. Solo qualcuno che
avesse venduto l’anima al diavolo, si diceva in giro, poteva suonare
contemporaneamente parti ritmiche e soliste con tanta abilità, oppure cantare
del “cane degli inferi sulle mie tracce” con pathos quasi
soprannaturale. Nel luglio 1938, dopo
molto peregrinare, Johnson si era stabilito a Greenwood. Il sabato sera
suonava in un locale chiamato Three Forks, dove si era messo con una ragazza del
paese. Difficile dire se sapesse o meno che si trattava della moglie del
proprietario della bettola. Sonny Boy Williamson
racconta che una sera Johnson, durante una pausa nella sua esibizione, si vide
arrivare una bottiglia di whisky. Consapevole delle tensioni che la
spregiudicatezza sentimentale dell’amico stava creando (il flirt era iniziato
un paio di settimane prima), l’armonicista afferrò la bottiglia e la gettò via.
“Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky”, lo ammonì Johnson che, poco dopo, accettò
senza indugi una seconda bottiglia. In realtà Williamson aveva visto giusto. Non appena ricominciò
a cantare, Johnson ebbe un malore e dovette lasciare il palco. Al whisky era stata
aggiunta della stricnina. Sebbene non fosse risultata subito fatale, Robert
Johnson morì circa due settimane dopo, il 16 agosto 1938, senza immaginare che
l’incrocio presso cui la sua vita e la sua arte si erano intersecate sarebbe
diventato il mito primigenio del musicista-fuorilegge del xx secolo.
"Now, ladies and gentlemen, honoured
by their country, decorated by their Queen, loved here in America, here are The
Beatles!"
Fu
l’apice della Beatlemania:
55000 fan urlanti che agitavano striscioni e bandiere mentre a stento
intravedevano i Fab
Four al di là del recinto di protezione.
A
qualche centinaio di metri di distanza, su un palco costruito alla buona nel
mezzo di un enorme campo di baseball, i quattro musicisti cercavano di farsi
ascoltare sparando musica da amplificatori da 100 watt commissionati per
l’occasione, un impianto di diffusione sonora più adatto ad annunciare il
risultato delle partite.
“E’ stato il più grande concerto mai
visto”, dichiarò entusiasta John
Lennon qualche tempo dopo. “E anche il più esaltante. Una cosa fantastica”.
Un
attimo prima di attraversare di corsa il prato con indosso le celebri giacche
beige, i Beatles sembravano un gruppo di eroi per
sbaglio, stanchi al solo pensiero di affrontare una nuova tournèe americana
(una dozzina di date in grandi spazi all’aperto) dopo luinghe peregrinazioni
europee. Persino arrivare allo Shea Stadium era stata un’impresa ardua.
Da Wall
Street avevano viaggiato in elicottero sino al tetto della World Fait, dove un
veicolo li attendeva per portarli a destinazione.
Ma
bastò la prima delle dodici canzoni in scaletta, a malapena udibile in mezzo
alle urla isteriche del pubblico, perché la professionalità dei Beatles
tornasse a galla.
John
Lennon si produsse perfino in una spettacolosa imitazione di Jerry Lee Lewis accompagnando
al piano un trascinante "I'm
Down".
In
realtà sia lui sia i compagni sapevano che quei guizzi estemporanei non erano
più semplici artifici scenici . “Avevo sbiellato”
ammise Lennon diversi anni più tardi.
Ogni tipo di giudizio relativo ad un
progetto musicale è opinabile, tutto passa attraverso sensazioni e preferenze
personali, ma esistono le fondamenta e poi tutto il contorno, e quando mi
riferisco alle “fondamenta” penso a contenitori sonori che mettono tutti d’accordo,
sia per la loro “bellezza specifica” che per la capacità dimostrata nel tempo di
saper influenzare ciò che arriverà dopo, diventando di fatto un “apripista” del
genere di riferimento.
Vorrei descrivere uno di questi
dischi in modo estremamente semplice, immaginando di utilizzare l’articolo per
avvicinare un giovane, un neofita, e provare ad incuriosirlo.
A fine post sarà possibile ascoltare
ogni singola traccia dell’album con l’aggiunta di un contributo video.
Il disco in questione è "Who's Next" dei The Who, senza dubbio - e di questo sono certo - uno
dei migliori album rock di tutti i tempi. Qualche dettaglio… ma
non troppi!
Quinto album in studio della band
inglese, fu pubblicato il 14 agosto 1971 dalla Decca Records e contribuì
a consolidare la reputazione della band, una delle più influenti e innovative
nel panorama musicale dell'epoca.
Una delle caratteristiche distintive
di "Who's Next" è la potenza e l'energia delle performance
musicali.
L'album si apre con la celebre "Baba
O'Riley", una canzone iconica caratterizzata dal maestoso synth
introduttivo e dai riff di chitarra potenti. La voce di Roger Daltrey è intensa
e appassionata, mentre la sezione ritmica composta da John Entwistle al
basso e Keith Moon alla batteria fornisce una base solida e dinamica.
Il punto centrale dell'album è la
lunga suite "Won't Get Fooled Again", un brano epico - con
il suo potente finale di chitarra e le urla strazianti di Daltrey – che cattura
l'essenza del rock 'n' roll e la ribellione giovanile dell'epoca: ancora oggi
continua ad essere considerata un classico del rock.
Altri brani degni di nota includono
"Behind Blue Eyes", una ballata emotiva e struggente
che mette in luce il talento vocale di Daltrey, e "My Wife",
scritta da John Entwistle e unico brano dell'album che non porta la firma di Pete
Townshend. "The Song Is Over" è un altro momento
memorabile dell'album, con il suo arrangiamento ricco di strati sonori e le
armonie vocali impeccabili.
Un elemento che rende "Who's
Next" così speciale è anche la produzione di Glyn Johns, che ha saputo
catturare perfettamente l'energia cruda e l'urgenza delle esecuzioni della
band. L'album suona fresco e potente anche dopo oltre cinquant'anni dalla sua
pubblicazione.
Inoltre, "Who's Next"
è un album che ha avuto un impatto significativo sulla musica rock successiva,
con l'uso innovativo dei sintetizzatori e degli arrangiamenti strumentali che ha
aperto nuove strade per la sperimentazione sonora nel rock, influenzando
generazioni di musicisti.
"Who's Next" appare
come album senza tempo, che dimostra la grandezza della band. Le performance
straordinarie, i testi potenti e la produzione impeccabile si combinano per
creare un'esperienza musicale indimenticabile.
Un must per qualsiasi collezione
musicale!
La rivista Rolling Stone lo ha
inserito al 28º posto della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.
Curiosità
Dopo la pubblicazione del precedente
album, “Tommy”, nel 1969, Pete Townshend concepì un'altra opera rock
intitolata “Lifehouse”, che avrebbe dovuto fondere rock e teatro, ma il
progetto non si concretizzò e il chitarrista decise di salvarne comunque le
tracce da pubblicare nel nuovo album del gruppo, “Who's Next” appunto.
L'abbandono del complesso progetto di
“Lifehouse” diede quindi al gruppo maggiore libertà, senza bisogno di mettere
in sequenza i brani per realizzare un concept album (come fatto per “Tommy”).
Ciò permise alla band di concentrarsi sui singoli brani, rifinendoli per bene e
uniformando la sonorità.
La copertina
La copertina è una foto del gruppo
scattata a Easington Colliery, ritratto apparentemente realizzato dopo aver
finito di urinare su un monolite di cemento. Secondo il fotografo Ethan
Russell, la maggior parte degli Who non fu in grado di urinare davvero, e
quindi venne gettata dell'acqua sui lati della costruzione per simularne
l'effetto.
Il monolite presente in copertina
viene spesso visto come un ironico riferimento al celebre monolite del film “2001:
Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che era uscito nei cinema solo tre
anni prima e per il quale la band avrebbe dovuto comporre alcune delle musiche.
Nel 2003, il canale televisivo
americano VH1 ha nominato la copertina di “Who's Next” come una delle migliori
di sempre.
Esiste una versione scartata della
copertina dell'album, che avrebbe dovuto raffigurare delle donne nude obese, ma
l'idea venne accantonata quasi subito. Altra copertina alternativa a cui si era
pensato, era una foto del batterista Keith Moon vestito in lingerie nera, con
una frusta in mano e una parrucca da donna in testa.
Tracce edizione originale (cliccare sul titolo per
ascoltare)
Musica, fango e un'utopia di pace: il
festival che ha segnato un'epoca
Nel cuore di una tumultuosa estate del 1969, mentre il mondo
era scosso da conflitti sociali, tensioni politiche e la guerra del Vietnam, un
evento destinato a diventare un'icona culturale si materializzò in un'anonima
fattoria a Bethel, nello stato di New York. Il "Woodstock Music
& Art Fair", un festival originariamente pensato per attrarre
circa 50.000 persone, si trasformò in un raduno spontaneo e pacifico di oltre 500.000
giovani. Questo evento non fu solo un concerto, ma una potente manifestazione
di una controcultura che aspirava a ideali di pace, amore, e libertà.
L'idea nacque da quattro giovani intraprendenti: Michael
Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld.
La loro visione era quella di creare un festival che unisse musica, arte e una
comunità di persone con visioni simili. Nella primavera del 1969 la Woodstock
Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un'area di 1,2 km²
nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto., ma
l'opposizione locale costrinse gli organizzatori a cercare in fretta una nuova
location. La salvezza arrivò da Max Yasgur, un contadino che offrì il suo
terreno di 600 acri a Bethel. La decisione di Yasgur di ospitare il festival,
nonostante le proteste dei suoi vicini, è rimasta un simbolo di apertura e
tolleranza.
Il cartellone di Woodstock fu una vera e propria enciclopedia
della musica rock, folk e blues dell'epoca. Per tre giorni, dal 15 al 18
agosto, il palco divenne un altare sonoro per artisti leggendari e talenti
emergenti. Richie Havens aprì il festival con una performance improvvisata e
toccante, dando il via a una carrellata di esibizioni memorabili.
Joe Cocker, con la sua interpretazione graffiante di With A Little Help From My Friendsdei Beatles, catturò l'anima del
pubblico. Janis Joplin, con la sua voce potente e la sua presenza magnetica, si
confermò una delle figure più carismatiche del rock. La performance dei Jefferson
Airplane incarnò lo spirito psichedelico e ribelle del movimento.
Il clou del festival fu senza dubbio la performance di Jimi
Hendrix, che chiuse l'evento la mattina di lunedì. La sua epica e distorta
esecuzione dell'inno nazionale americano, "The Star-Spangled Banner",
divenne un'iconica protesta contro la guerra del Vietnam, un grido di dolore e
speranza che risuonava perfettamente con il sentimento di una generazione.
Oltre alla musica, ciò che rese Woodstock un evento storico
fu l'incredibile esperienza umana che si sviluppò. Le previsioni meteorologiche
avverse, con piogge torrenziali che trasformarono il prato in una palude di
fango, non scoraggiarono i partecipanti. Anzi, la condivisione di cibo, acqua e
rifugi divenne un simbolo di solidarietà e di una comunità che si autogestiva
in modo pacifico.
La logistica crollò sotto il peso della folla inaspettata, ma
la gente si aiutò a vicenda. Nonostante le condizioni spartane e l'assenza di
servizi adeguati, non si registrarono episodi di violenza. L'atmosfera era
permeata da un senso di fratellanza e di utopia.
Woodstock non fu solo un concerto; fu un punto di svolta.
Divenne il manifesto di una generazione che cercava un'alternativa alle
convenzioni sociali e politiche del tempo. L'evento dimostrò che centinaia di
migliaia di persone potevano coesistere in pace, un messaggio potente in
un'epoca di conflitti.
Il festival ha lasciato un'eredità incancellabile nella
musica, nella cultura popolare e nella storia sociale. Ha ispirato innumerevoli
altri festival e ha consolidato l'idea che la musica potesse essere un veicolo
di cambiamento e un potente strumento di espressione collettiva. A distanza di
oltre mezzo secolo, "tre giorni di pace e musica" rimangono un
simbolo di speranza e di un'utopia, per quanto breve, che ha ridefinito il
significato di una generazione.
Pubblicazione: 13 agosto 1970-pubblicato
negli Stati Uniti
Durata: 40:49
Genere:
Rock psichedelico-Acid rock-Hard rock-Proto-metal
Etichetta: ATCO Records
Produttore: Richard Podolor
Arrangiamenti: Iron Butterfly,
Richard Podolor
Registrazione: Studio City al
American Recording Company nel maggio/luglio 1970
L'album "Metamorphosis" degli Iron Butterflyfu
pubblicato il 13 agosto del 1970 da ATCO Records, ed è stato uno
dei loro lavori più sperimentali e diversi rispetto al loro sound tradizionale.
È stato il primo album della band ad essere pubblicato dopo l'uscita del
cantante originale Doug Ingle, che lasciò la band poco prima delle
registrazioni.
"Metamorphosis"
presenta una varietà di stili musicali che spaziano dal rock psichedelico al
blues e al country.
L'album si apre con "Free
Flight", una lunga traccia strumentale che mette in mostra
l'abilità strumentale dei membri della band. La successiva "New Day"
è una canzone dalle sonorità country-rock, che mostra il nuovo stile musicale
che gli Iron Butterfly stavano esplorando all’epoca.
Uno dei punti salienti dell'album è
sicuramente la cover di "Easy Rider (Let the Wind Pay the Way)",
originariamente interpretata da Roger McGuinn dei The Byrds. Gli Iron Butterfly
aggiungono la loro impronta alla canzone, creando una versione unica e
coinvolgente.
E poi “Butterfly Bleu” -
che propongo in video a seguire - che riporta allo stile della mega-hit del
gruppo “In-A-Gadda-Da-Vida”, soprattutto per la durata (17:05
minuti di In-A-Gadda-Da-Vida contro i 14:03 minuti di Butterfly Bleu).
Tuttavia, nonostante la diversità
musicale presente in "Metamorphosis", l'album non raggiunse il
successo commerciale dei lavori precedenti. Alcuni critici musicali ritennero
che la mancanza di un frontman vocale come Doug Ingle avesse influenzato
negativamente la ricezione dell'album.
Complessivamente,
"Metamorphosis" è un'interessante deviazione dal sound classico degli
Iron Butterfly, con una varietà di stili musicali esplorati. Sebbene possa non
essere considerato il loro album più riuscito, vale comunque la pena di
ascoltarlo, per gli appassionati della band e per coloro che sono curiosi di
scoprire un lato diverso degli Iron Butterfly.
Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)
Scritto e arrangiato da Iron
Butterfly, eccetto dove indicato.