Non ricordavo nulla
dei Pulsar,
prog band francese al lavoro già dai primi seventies.
Le note trovate in
rete che riporto a seguire evidenziano qualcosa che desta curiosità, l’inserimento
dell’album Halloween nella classifica degli
album prog più importanti di tutti i tempi.
I Pulsar sono un gruppo musicale di rock progressivo con
influenze che spaziano dai Pink Floyd ed i King Crimson a compositori classici
come ad esempio Gustav Mahler
I Pulsar furono la prima band francese a firmare un contratto
con una casa discografica inglese, la "Kingdom Records".
La band registrò e pubblicò il suo primo album, Pollen, nel
1975. Philip Roman avrebbe lasciato la band di lì a poco. L'anno seguente, il
gruppo reclutò il bassista Michel Masson, che più tardi collaborò con loro per
gli album The Strands of the Future (1976) e Halloween (1977).
Nei primi anni 1980, insieme al regista Bruno Carlucci,
nell'ambito dei musical, i Pulsar riadattarono una storia breve del romanziere
austriaco Peter Handke: Bienvenue au Conseil D'Administration! (1981). Il
quintetto comprendeva Gilbert Gandil alla chitarra ed il basso, Victo Bosch
alla batteria, Jacques Roman alle tastiere, e Roland Richiard al flauto ed il
sassofono, insieme a Luis Paralis che prese il posto di Michel Masson.
Dal 1974 al 1989, i loro album furono prodotti dalla CBS. Più
tardi vennero prodotti dalla casa discografica francese Musea, che ne aveva
acquistato i diritti di distribuzione. La band annunciò il suo ritorno sulle
scene nel 1989, pubblicando Görlitz.
L'album più recente della band è Memory Ashes (2007),
prodotto dalla Cypress Music. Nel 2008 il giornale Goldmine inserì l'album
Halloween nella top 25 degli album di rock progressivo di tutti i tempi.
Stefano Orlando Puracchiopropone la seconda puntata della sua indagine che intitola …
ROCK PROGRESSIVO 2.
LINEE DI CONFINE
Se nel corso della
prima riflessione il lavoro di Puracchio
era volto ad una sorta di presentazione del genere prog, tra storia e
terminologia, con una personale guida all’ascolto incentrata soprattutto sugli
artisti di culto, questo nuovo atto ha un taglio più coraggioso, nel senso dell’indagine
rivolta ad un periodo successivo al clou, arrivando sino ai giorni nostri.
Amo particolarmente il
metodo utilizzato, quel “far parlare i personaggi” che fornisce sempre spunti
oggettivi, frutto del pensiero di chi ha dato vita ad una nuova creazione o ad
un progetto: le interviste permettono di svelare grosse verità e danno modo al
lettore di entrare in un mondo che spesso si può solo immaginare.
Ma con chi ha parlato Puracchio? A chi si è dedicato anima e
corpo?
Molto spazio è dato ad
un prog ai più sconosciuto, quello proveniente dall’Ungheria, paese in cui SOP vive. Era già accaduto nel primo
volume, ma in questo caso c’è un approfondimento che passa attraverso la musica
dei Mini e dei Solaris, i cui rappresentanti raccontano il loro mondo all’interno
di quello più ampio della musica progressiva mondiale.
E’ questo fatto
casuale, legato a situazioni logistiche e ai luoghi in cui si vive, ma
estremamente significativo, uno spaccato che dovrebbe spingere a pensare quante
realtà interessanti esistano sparse sulla terra, di cui sappiamo poco o niente.
Dall’estrema nicchia
si passa al super conosciuto, la musica dei Pink Floyd, con un approfondimento di un album, The Endless River, uscito tutto sommato
con poco clamore e scarsi commenti, ma di indubbio interesse storico e
musicale.
Rimanendo sul “confine”
della musica e dei generi, arriviamo alla proposta degli AREA, band italiana mai dimenticata e considerata l’innovazione
assoluta all’interno della rivoluzione musicale degli anni ’70. Dagli Area ai Perigeo il passo è breve e il pensiero
di Bruno Biriaco, drummer della
band, conferma l’immagine di un ensemble soprattutto Jazz, collocato da terzi
in una casella -impropria-, come il sistema dell’epoca esigeva.
Interessanti gli
spunti che arrivano da Beppe Crovella
-Arti & Mestieri-, band in piena
attività, e Renato Gasparini,
chitarrista degli Agorà, che
partendo dal passato sfocia nei nuovi progetti.
Conosco poco il prog
danese, e leggere la genesi dei Secret
Oyster ha scatenato in me il solito effetto domino che spero sia malattia
comune dei lettori musicali, e che spinga quindi verso i Burnin Red Ivanhoe e tutto quanto esiste nel nord Europa.
Grande spazio è
concesso ai Marillon, la band che, a
inizio anni ’80, dona speranze ai nostalgici del genere progressivo, e dando il
via a quello che è definito NeoProgressive. Steve Rothery, il chitarrista, rimane
sul piano dell’ovvietà, ma l’analisi globale fornisce spunti rimarchevoli.
Quando si arriva al
prog del secolo in corso SOP tocca
le sponde di due band che conosco molto bene: Periferia del Mondo e Unreal
City.
Giovani che
intraprendono una strada complicata, e lo fanno con risultati sorprendenti, con
le idee chiare e la consapevolezza che non si suona solo per se stessi, ed è quindi
necessario un approccio manageriale che si affianca a quello artistico e sono
testimone diretto del progetto Unreal, che ho seguito in prima persona.
L’altalena di
quadretti riporta ai seventies, alla musica dei Metamorfosi, che tracciano il bridge tra ere rilasciando un nuovo
disco -“Purgatorio”- di cui è fornita
analisi dettagliata.
Il capitolo Gentle Giant riporta alla piena
commistione tra classico e rock, certificata anche nei nostri giorni, se è vero
che Gary Green -chitarrista- e Malcome Mortimore -batterista- si sono
uniti ad un’orchestra per rivisitare sotto una nuova veste brani immortali -e difficilissimi
da eseguire per comuni musicisti!
Il book si chiude con
uno sguardo Oltreoceano, e l’intervista a Richard
“Rich” Williams, chitarrista, ci permette di entrare nel mondo dei Kansas, prog band americana.
E’ questo uno dei
momenti in cui riesco a capire meglio l’intento e lo sforzo dell’autore, perché
leggo tra le righe la voglia di porre l’argomento “prog” con un metodo diverso,
facendo grande opera di sharing e convincimento verso chi, ancorato al passato
più remoto possibile, perde la bellezza del nuovo, che non ha bisogno di una
data per essere definito tale, ma è semplicemente rimasto nell’ombra sino a
quel momento.
Ogni volta che capito
sul prog americano scopro grosse sorprese e tutte piacevoli, scovando magari
tempi dispari e hammond -elementi che prendo solo come simboli di una certa
idea di prog- in terre note per il folk o il blues -Glass Hammer a Nashville
docet.
Ritorno alla “banalità”
espressiva di Rothery, quel “…per me c’è
solo musica buona o cattiva…” e ancora “…la musica progressiva non ha regole ne confini… le etichette non hanno
significato…”.
Tutto vero, come
mettere in dubbio certe affermazioni, ma stabilire delle linee… di confine,
magari anche solo temporale, è qualcosa che spinge all’indagine e al vedere
oltre, e ancora una volta Stefano Orlando Puracchio ci indica una possibile via da percorrere.
STEFANO ORLANDO PURACCHIO
Stefano
Orlando Puracchio nasce a Roma il 2 luglio 1980. Ha vissuto la prima parte
della vita tra Roma e l'Abruzzo mentre adesso vive tra l'Abruzzo e l'Ungheria.
Si è laureato in Scienze della comunicazione all'Università di Teramo; dopo
aver lavorato nel campo giornalistico, ha conseguito il master in Giornalismo
all'università di Teramo e nel 2009 è diventato giornalista professionista.
Ha
diretto un giornale online, ha lavorato come autore radiofonico e conduttore
per Radiofrequenza, la radio comunitaria dell'Università di Teramo, producendo
programmi di critica musicale, televisiva e di spettacolo in genere. Ha anche
curato uno speciale radiofonico sul Rock Progressivo per Radio Rai3 chiamato
"L'ultimo guerriero". Alcuni suoi scatti sono stati utilizzati per il
booklet del cofanetto del Prog Exhibition
2. Attualmente è un freelance e si occupa esclusivamente di scrittura.
Nell’estate
del 2014 ha pubblicato il libro Rock
Progressivo. Una guida: un piccolo ‘caso’ editoriale di cui critica e
pubblico hanno parlato molto, un vademecum per capire il fenomeno del rock
progressivo, con interviste ai protagonisti dell’epoca. Un anno dopo pubblica Rock
Progressivo 2. Linee di Confine.
L’album di cui mi occupo oggi è Anima
Mundi, di Federico Milanesi.
Come spesso accade nei miei commenti esiste una parte dedicata al
pensiero dell’artista e credo che nella lunga intervista che segue Milanesi
riesca a fornire un profilo personale che lascia poco spazio all’immaginazione,
e l’ascolto dell’album è la perfetta chiusura del cerchio.
Parlare di fermature e di punti di arrivo è però in contrasto col
messaggio del concept, che affronta un lungo viaggio interiore il cui termine è
solo apparente, giacchè la fine di un percorso coincide quasi sempre con l’inizio
di una nuova fase, spesso indipendente dalla volontà di chi agisce.
Mentre rileggevo i pensieri dell’autore, ascoltando le tracce in
sequenza, nasceva spontanea la riflessione su come un album del genere abbia
bisogno di vita vissuta, di esperienza, di sofferenza, di misticità applicata
alla realtà… il talento sarà poi quello che permetterà un passaggio chiaro del
messaggio.
La scelta di comunicare in lingua inglese ha il suo perché -ed è
questo oggetto di precisa domanda- ma credo che l’anima del racconto possa
emergere in modo universale, commuovendo e provocando scossoni interni, passo
dopo passo.
Un viaggio, lungo un giorno o una vita; un personaggio senza nome,
perché tutti quanti siamo i potenziali protagonisti di Anima Mundi; una sequenza di immagini che cambiano con buona
rapidità, tanto da donare un movie che i più navigati e abituati al mare aperto
sapranno riconoscere all’istante, forse con speranza, sicuramente con un briciolo
di rammarico; per tutti gli altri, che si trovano all’inizio del sentiero, l’augurio
è che la metafora si trasformi in didattica, in esempio da seguire.
Sedici tracce, quasi settanta minuti di musica per dare un
obiettivo e un volto -direi comune- al protagonista, che da sano pensatore si
interroga cercando il significato delle cose, di ciò che è giusto, la verità, la
bellezza, la giustizia, il valore dello spirito in comparazione con la materia.
E alla fine qualche certezza arriverà.
La dimensione musicale di Milanesi riconduce ad un certo
intimismo, e il suo modo espressivo, quasi sottovoce, misurato, caldo, pacato, lo
trasforma in un crooner dei nostri giorni, un performer che arriva all’obiettivo
senza imporre la forza fisica, ma usando l’arma della sensibilità applicata all’azione,
e tutto questo passa con forza prorompente e arriva al segno.
Ciò che ho provato a descrivere è molto più che fare musica… è il
regalo di un pezzo di sé, consistente e motivato, e di questo non possiamo che
ringraziare Federico Milanesi, in attesa di un suo nuovo racconto.
L’INTERVISTA
Potresti
sintetizzare la storia di Federico Milanesi per gli appassionati di musica che
ancora non ti conoscono?
Forse
un incontro personale lascia più spazio a domande come questa, le cui risposte
rischiano sempre di essere in pericoloso equilibrio tra il didascalico e
l’apologetico, mentre il guardarsi negli occhi spesso lascia molto più spazio a
una comunicazione non verbale, fatta di sfumature difficili da rendere in
contesti quali questo. Spero di non cadere in uno dei due estremi…!
Bene,
innanzitutto la mia anomala storia di musicista parte ancora dalla prima
infanzia, quando la mia spiccata passione per la musica si esprimeva in
interminabili ascolti dei dischi di musica classica dei miei genitori. La
rivoluzione avvenne con il regalo, durante un indimenticabile Natale, di un
armonium elettronico Farfisa. Quindi il pianoforte, gli studi classici: tutto
di rito. Quello che si discostava però dalla norma era il fatto che io
preferissi – fin da subito – dedicarmi alla creazione di musica. Intendiamoci,
ho amato e amo immensamente Bach, Mozart, Wagner… Il piacere che vivevo anche
solo nello studio di una sonata di Beethoven è qualcosa che mi portava “altrove”.
Eppure, in quell’altrove potevo anche attingere per creare nuove forme.
A
diciassette anni, la prima band, con brani miei, poi il lavoro con una tribute
band dei Pink Floyd, come cantante e tastierista. Ad un nostro un concerto
vedemmo che un gruppo di gente se ne andava. Ci domandavamo che cosa fosse
successo, non avevamo poi suonato tanto male… Uno dei nostri fan più
affezionati raggiunse il gruppo di persone che stavano andando via,
domandandogli come mai si allontanassero. Con stupore, scoprimmo che la “fuga”
non era dovuta a una qualche nostra pecca. “Se
voglio ascoltare il disco così come è,
lo metto su a casa, non ho bisogno di venire al concerto!”, gli
risposero. Ammetto che fu un episodio
piacevole, oltre che simpatico.
Quella
parentesi si chiuse, come molte altre peraltro, e da lì in poi di me non si è
praticamente più sentito parlare (non che se ne fosse mai parlato tanto in
realtà!!!).
Sì, è
vero, sono stato più tempo chiuso nella mia stanza a comporre che a propormi
come musicista. Poi ci furono gli anni della mia ricerca. Parlo di ricerca
interiore, che ha coinciso con la ricerca musicale. Anni in cui – nel gruppo
Halia (sconosciuto ai più) – abbiamo
esplorato gli effetti del suono sull’emotivo e sulla mente, abbiamo studiato i
modi in cui la musica può favorire stati di apertura interiore e contatto con
la parte più profonda e autentica di sé. Intendiamoci, niente a che fare con
l’approccio superficiale che credo abbia caratterizzato il movimento New Age:
furono anni di ricerca seria, in cui l’oggetto di osservazione erano le
sensazioni generate in noi stessi e in terze persone in seguito all’utilizzo di
un determinato suono, lo studio dell’innumerevole gamma di sfumature prodotte
nello stato interiore di chi ascolta attraverso l’utilizzo del suono. Un lavoro
intenso, che è proseguito per anni e ancora sarebbe potuto proseguire. Le
tracce di quanto è stato fatto rimangono solamente in alcuni cd del gruppo
Halia pubblicati negli anni Novanta e nei primi anni Duemila dall’Adea
Edizioni.
Il
mio approccio alla composizione non parte necessariamente dal “brano cantato” -
anche se non conto più quanti brani cantati ho scritto - ma comprende anche
molta musica puramente strumentale. Quanta libertà si vive nella musica
strumentale! In più, essendo la musica un linguaggio emotivo, è ancora più
universale, perché intesa da chiunque. La ritengo un vero linguaggio oggettivo.
Quindi, proseguendo il racconto, mi è stato chiesto di scrivere, e suonare
ovviamente, la colonna sonora del film di Beppe Arena “Perché il fuoco non muore – La vita agra di Tina Modotti”.
Pensa
che la produzione aveva fretta di presentare il film a Venezia, e così mi ha
dato un tempo tecnico per fare la colonna sonora di una settimana! Per di più,
non potevo lavorarci tutto il giorno, perché avevo degli impegni lavorativi che
non potevo sospendere… Se ci penso! Ebbene, tutta questa fase di studio è
proseguita senza sosta fino ad oggi e proseguirà ancora, sempre, o almeno
spero! Quello che in realtà mi ha tenuto fuori dalle scene era un parallelo
percorso di formazione interiore, un cammino di ricerca, che ha assorbito tutto
il mio tempo e il mio desiderio. Semplicemente, potevo benissimo fare l’artista
professionista ma… sentivo che dovevo dedicarmi alla ricerca di qualcosa di più
elevato che desse un senso più alto alla mia vita piuttosto che ad una
affermazione personale. Ora molte condizioni sono cambiate e, comunque, mi
propongo agli estimatori e non certo al mainstream, anche per raggiunti limiti
di età!!!
Ora,
a 49 anni, mi sento più pronto a entrare in gioco in prima persona, un po’ per
amore, un po’ per forza… Questa crisi ha colpito duro.
La
tua formazione classica non ti ha impedito di avvicinarti ad un certo rock,
seppure di impegno: riesci a delimitare delle zone di
genere o pensi che non esistano paletti, se non quelli tra la qualità e la
pochezza musicale?
Grazie
per la domanda. Anche qui, una risposta seria richiederebbe davvero molto
tempo.
Non
si può dividere qualcosa che è unito… No Athos, per me i generi non sono “confini”.
Io
trovo che la tendenza della mente umana a separare tutto sia un grave problema
del nostro pianeta. Se una risposta c’è, è nell’unità di tutto quello che ci
circonda.
Vedi
ad esempio la medicina allopatica, la nostra “classica” medicina ufficiale. Per
inciso, è la forma di medicina più giovane tra tutte le esistenti, ed ha la
presunzione di essere la migliore, tipicamente ignorando, quando anche non
demonizzando, migliaia di anni di esperienza scientifica compiuta nella storia
umana da altre modalità di cura. Non voglio
però divagare… A cosa approda la “nostra” medicina? Viziata, appunto,
dall’idiosincrasia della “separazione”, divide il corpo umano in aree. E così
ecco il ginecologo, il neurologo,
l’otorinolaringoiatra, il nefrologo… Non otterremo nulla dalla divisione.
La risposta è l’unità. Nell’unità, ovviamente, permangono delle sacrosante
diversità. E così, tornando alla musica, certamente si diversifica, ma senza
“barriere” di generi…!
Devo
dire purtroppo che una certa visione della musica in compartimenti è vissuta
anche da un certo tipo di musicisti, convinti di dedicarsi al genere
“migliore”. Io lo trovo molto infantile, un po’ come quando da bambini si
faceva la gara a chi è più forte. Dobbiamo ancora crescere molto: tutti quanti
noi, compresi gli artisti, che pure sono i portavoce di una parte dell’umanità
dotata di intensa sensibilità. La vera differenza, tornando al discorso dei
generi musicali, semmai, la fa la passione. Quell’amore per quello che fai,
quel rapimento, quel fuoco interno che ti porta a continuare nonostante tutto,
a cercare nuove soluzioni, a esplorare sempre più il tuo strumento, ad
esprimere sempre più con la tua voce, all’ascolto completo e totale
nell’immersione più completa, all’apprezzare e, anzi, amare il lavoro di altri
più bravi di noi. Questo fa parte dell’arte musicale. Pop, Progressive, Jazz,
Lirica, Classica, Contemporanea, Concreta, Minimalista, Romantica, Antica,
Barocca, Punk, Metal, Rock, Funky, Soul, Blues… E’ tutta arte se fatta con
passione. Io sono felice di ascoltare e anche di suonare o comporre in
qualsiasi modalità o genere. La musica fatta senza passione non è detto che sia
brutta musica, solo manca di cuore. In questo caso non possiamo parlare di
arte, anche se in qualche occasione può esprimere una certa bellezza.
Trovi
maggior soddisfazione nella composizione, nel canto o nel suonare uno
strumento?
Difficile
rispondere, penso alla composizione perché è un momento che, per come lo vivo,
si avvicina alla meditazione.
Esiste
un artista o una band che ti hanno segnato profondamente, indirizzando per
sempre la tua strada?
Ho
ascoltato di tutto. A suo tempo ho vissuto un momento bellissimo ai primi
ascolti dei Beatles. Mi sembrava di scoprire un mondo. Improvvisamente, mi
trovai nel mondo moderno! Prima di allora (parliamo dei miei 14 anni) ascoltavo
infatti solo musica classica. Poi non posso non citare i primi Genesis, la mia
seconda folgorazione dei 14 anni. Non smettevo di ascoltarli! Ma è ingiusto
racchiudere qui la rosa degli ascolti determinanti… David Sylvian, Caroline
Lavelle, Mike Oldfield, King Crimson, Cori bulgari, Pink Floyd, Djivan
Garparyan, Gurdjieff/De Hartmann, Anne Dudley, Big Big Train, Elbow, Brian Eno,
Goran Bregovic, Craig Armstrong, Imogen Heap, Ryuichi Sakamoto, Hans Zimmer,
Elliot Smith, Oren Lavie, PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, ovviamente
Peter Gabriel… Sono i primi che mi vengono in mente, ma sono tantissimi.
La
musica è spesso istinto, impatto inaspettato, materia: quanto incide nelle tue
creazioni l’aspetto spirituale?
In “Mother Form”, brano di Anima Mundi, il protagonista si chiede
quali segreti nasconda la forma, la materia che è nostra Madre, e si interroga
sui misteri contenuti nel tempo e nello spazio. Di certo non credo allo spirito
“prigioniero” nella materia, ma penso sicuramente che la musica possa fare da
ponte tra queste realtà apparentemente separate. Spirito e Materia sono
un’unica cosa, la musica può a volte addirittura svelarlo: è il caso dei brani
sublimi che generano in tutti emozioni profonde. Questo per dirti che ogni
volta che scrivo, non posso che rappresentare un poco il mio percorso, che è
stato profondamente segnato dalla ricerca spirituale.
Nel
2013 è stato rilasciato il tuo album di debutto, Anima Mundi: potresti
descrivermi il contenuto? Trattasi di concept?
E’ un
concept album. E’ l’ideale storia di un protagonista che sente dentro sé la
reminiscenza di “qualcosa” che non trova riscontro nella sua vita. Una
rimembranza di una realtà più ampia, un istante di bellezza in una vita densa
di contraddizioni, di paure e di domande irrisolte. E’ il primo brano “Do you remember?”. Da qui inizia il
cammino verso la ricerca e la realizzazione di quel misterioso riflesso di
Luce, quella reminiscenza che dà il via ad un processo di cambiamento profondo
attraverso un lungo percorso interiore, fissato da alcune “tappe” importanti. I
brani seguono questo ideale filo rosso, cercando di descrivere, o meglio
tratteggiare quei momenti di passaggio. Così una triste riflessione sulla
condizione umana (“Clouds”) a cui fa
posto una più viscerale tensione verso “qualcosa” ancora di indistinto, ma che
si agita potentemente in lui (“Burning
Soul”). La coscienza della non libertà e il desiderio di essere liberati
dalle proprie catene, invocando l’aiuto di un “vero amico” (“Chains”) … e quindi gli aspetti della
ricerca, non separata dalla vita sociale, ma anzi partecipe e sofferente dei
problemi dell’umanità (“Everyone is astranger”), il riconoscere che in
realtà non si conosce nulla di se stessi
(“Me Unknown”), e quindi la
preghiera, il momento di rottura con tutto il mondo della cosiddetta illusione
(“The abysses of all”), finalmente la
risposta al desiderio di verità del nostro protagonista, nei brani successivi,
e alla fine la rinascita… Protagonista che rimane senza nome: sono io, è Athos,
è ognuno di noi, in tempi diversi e con modalità per ciascuno diverse. Ma il
cammino è uno per tutti.
La
scelta di cantare in lingua inglese ha a che fare con la maggiore musicalità di
quell’idioma, con l’esigenza di una maggior internazionalità o cos’altro?
Mi
piace pensare a questo lavoro come il tentativo di dire qualcosa a più persone
possibili. Questo attualmente solo la lingua inglese lo può assicurare.
Come
definiresti, a parole, la tua musica?
Aiuto!
E come faccio a risponderti? Ognuno è il peggior giudice di se stesso! Ne ho
poi scritta così tanta e così diversa… Posso arrendermi?
Quanto
ami l’uso della tecnologia e della sperimentazione in fase di creazione?
Amo
profondamente la tecnologia, e sono sempre un affascinato esploratore di tutte
le innovazioni meravigliose che provengono dalla mente geniale dell’uomo.
In
fase di creazione, senza la tecnologia non potrei fare nulla: se consideri che
per il 99% la mia musica nasce nel mio studio… Adoro la ricerca tecnologica
applicata al suono e la follia di alcuni fantastici ricercatori che vanno a
trovare uno strumento in capo al mondo per consentire a noi di suonarlo a casa
nostra… E’ bellissimo, non sarò mai loro troppo grato.
Cosa
hai pianificato per il tuo futuro prossimo musicale?
Sono
alla fine di un lavoro che porterà il titolo “New Knighs”. E’ quasi una ideale prosecuzione del precedente CD.
Anima Mundi si conclude con il protagonista che realizza che,
anche se ha toccato qualcosa di elevato, il suo viaggio è solo all’inizio… “New Knights”, come il titolo suggerisce,
è ancora un “concept” imperniato – anche se in modo non sempre così intuitivo –
sulla necessità estrema in questo nostro mondo dell’intervento di “nuovi
cavalieri”. Di persone animate dai principi universali di amore, giustizia,
servizio all’umanità, difesa dei più deboli, bellezza e verità che a suo tempo
animarono la cavalleria, per portarli a questa umanità sempre più propensa a
egoismi individuali, nazionali o religiosi. Sono gli ideali che hanno condotto
i padri costituenti al momento della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati
Uniti, e gli stessi ideali che informarono le fondamenta filosofiche più
profonde alla base (neanche troppo conosciute) del primo romanticismo. Non è
una revisione del mito dell’eroe così come ci è stato propinato in momenti bui
della storia né la nostalgia per qualche forma di autoritarismo “illuminato”,
intendiamoci: è, come “Anima Mundi”,
un messaggio in una bottiglia lanciato in mezzo a un oceano di bellezza e orrori,
ingiustizie e nobiltà, speranze e chiusure, rivolto alle tante persone
sensibili, dai nobili princìpi, che assistono alla devastazione prodotta
dall’ignoranza, dall’identificazione in falsi ideali, dalla paura e
dall’egoismo.
Sono
tempi bui: c’è bisogno di Luce a questo mondo.
Gli Iron Butterfly,
formati dall'organista Doug Ingle nel 1966 a San Diego, funsero da trait
d'union fra il garage-rock e l'acid-rock .
Finirono per essere
più influenti come precursori dell'heavy-metal, pur conservando la virulenza
dei due stili citati.
Il primo album, "Heavy" ( 1967), mise in mostra
soprattutto una grinta insolita per il rock psichedelico.
Il secondo, "In A Gadda Da Vida" (1968), facente
seguito a un cambio di formazione (con il chitarrista Erik Braunn al posto di
Danny Weis, passato ai Rhinoceros), divenne uno degli album più venduti di
tutti i tempi.
L'"Iron Butterfly Theme" che scorazzò
per le spiagge occidentali nel 1968 è il brano che sancì il loro successo di
pubblico.
Sul disco troneggia
una suite di diciassette minuti,” In A
Gadda Da Vida”: un riff d'attacco alla Cream con improvvisazione collettiva
a tema guidata dalla chitarra, un chilometrico assolo di batteria a cui si
sovrappone una litania ecclesiastica d'organo con variazioni
"Bachiane", e al centro il supersonico lavoro di chitarra, sino al
ritorno incandescente del leit-motiv.
Fu il primo album di
platino della storia del rock, con oltre tre milioni di copie vendute. .
"Ball" (1969) e "Metamorphosis" (1970) continuarono
l'evoluzione del gruppo verso l'hard-rock, che era diventato di moda grazie
anche loro .
Ingle stava anche
tentando di incorporare stili differenti come il funk e il jazz, mentre al
tempo stesso cercava di tenere a freno i ritmi furibondi e le selvagge
improvvisazioni dei loro classici.
I risultati furono
originali e a volte anche audaci, ma non sempre piacevoli.
Il gruppo si sciolse
nel 1971 e si riformò per “Sun and Steel”
(1974) e “ Scorching Beauty” (1975),
due dischi oscuri, dominati dal cantante e chitarrista Erik Braunn.
Ultimo numero estivo
di MAT2020, come sempre carico di
significati musicali.
Terribile la notizia
relativa alla prematura dipartita di Chris
Squire, di cui si conosceva la recente malattia, ma il rapido epilogo non
era davvero ipotizzabile. A lui è dedicata la cover di Valter Boati e un articolo di Damiano
Premutico, alias Donald McHeyre.
Largo spazio alle
recensioni, con l’analisi di Athos
Enrile degli album degli Spettri,
Delirium, Camelias Garden, Merry Go
Round e Barock Project, tutti
rilasciati in un breve spazio temporale.
La presentazione dei
nuovi album prosegue con il Live Studio de Il Ballo delle Castagne, ascoltato da Gianni Sapia, e Quasi Englishdi Lanzetti & Roversi,
proposto da Alberto Sgarlato.
Anche Franco Vassia contribuisce al commento
delle novità in uscita, raccontandoci il doppio CD degli Osanna,Palepolitana.
Ancora una volta
l’angolo del fan è occupato da Roberto
Attanasio che ci riporta al 17 maggio, al concerto che i Goblin Rebirth tennero al FIM di
Genova.
Un articolo
particolare è quello che descrive, nella doppia lingua, la riproposizione del
famoso Suite for Flute and Jazz Pianodi Claude
Bolling, riarrangiata da Steve Barta,
in collaborazione con il pianista Jeffrey
Biegel e il flautista Hubert Laws.
Ancora McHeyre ci fa rivivere un momento
“giovane” che ha visto protagonisti i JUST,
di scena al CROSSRoads di Roma.
Sempre ricche le
rubriche “fisse”: il metal di Maurizio
Mazzarella, il blues di Fabrizio
Poggi, le perle nascoste di Riccardo
Storti, i dischi della vita di Alberto
Sgarlato (casualmente, nell’occasione, “Fragile”!), il viaggio di
Mauro Selis nella musica progressiva
meno conosciuta (prosegue l’indagine brasiliana) e l’attenzione per i risvolti
psicologici che solo il Dott. Selis
riesce ad abbinare alla musica.
Il reportage
fotografico è proposto da Francesco
Pullè che con i suoi scatti ci racconta un concerto modenese di Ginger Baker.
Il versante live è
arricchito dal resoconto del concerto tenuto da Patti Smith il 31 luglio a
Santo Stefano di Magra (SP), realizzato da Angelo De Negri, con reportage
fotografico di Dimitri Magnanini.
Una new proiettata nel
mese di settembre ci presenta il Festival
Prog Rock Torino.
Sarebbe bello
utilizzare frasi ad effetto per enfatizzare il ritorno dopo la sosta… di solito
si fa così! A noi piace usare il low profile e sottolineare che, dopo la sosta
ai box, ritorneremo a parlarvi di musica, tra informazione, cultura e
divertimento. A noi sembra già molto!
I VODOO, musicisti piemontesi, rilasciano il primo
album dal titolo The Human EaterTurbine, che segue l’EP del 2013, Everybody Has To Go Someday.
Nove brani che si dipanano in oltre 30
minuti di sound davvero godibile.
Come sempre mi accade inizio l’incontro
con un nuovo disco partendo dai crediti, a maggior ragione utili in questo caso,
dal momento che non conoscevo la band.
La lettura della line up non lascia
spazio all’immaginazione, perché emerge immediata la ricerca dell’energia che
ci si aspetta sempre da un power trio.
“Power Trio” è termine impegnativo, ed
evoca magie d’altri tempi che riportano alla mente la Jimi Hendrix Experience,
i Cream, gli ZZ TOP o i Police, tanto per citarne alcuni famosi.
Senza voler fare accostamenti
pericolosi, e cercando di accantonare i poco interessanti paragoni, gli
ensemble citati -e molti altri ancora- hanno aperto una strada, un modo
espressivo che, con le opportune variazioni, si mantiene vivo nel tempo,
soprattutto nelle situazioni live.
I VODOO amano evidentemente il genere,
e probabilmente sono cresciuti assimilando la lezione storica dei miti di più
generazioni, e propongono quindi il loro rock blues che, a giudicare dal lavoro
in studio, appare solido ed equilibrato, nel senso che non sente la necessità
del virtuosismo fine a se stesso -probabilmente in evidenza nelle situazioni
live, quando è richiesta una quota di improvvisazione e di esibizionismo- ma
tende a privilegiare l’amalgama.
Ciò che a mio giudizio emerge, come
fatto spontaneo e non studiato a tavolino, è un bridge tra l’energia degli
archetipi del genere e il modello
evoluto, quello proposto verso la fine degli anni ’90, e il contenere la
diversità di “semi” provoca una certa originalità, che spesso non è nemmeno
richiesta in casi del genere, ma che un ascolto attento può far emergere, e
tutto questo va a vantaggio dei ragazzi di Casale.
Riff accattivanti, sprazzi di costa
ovest americana, vocalità significativa e appropriata… sono questi elementi che
producono soddisfazione da post ascolto, inducendo una grande curiosità legata
alla performance live.
Ma leggiamo il pensiero della band… l’ascolto
dell’album sarà possibile cliccando sul link appropriato, a fine post.
L’INTERVISTA
Dove e come
nascono i VOODOO?
Possibile sintetizzare la vostra storia?
La band si è
formata nel 2006, ma con la formazione attuale è attiva dal 2009. Dopo vari
cambi di formazione sono rimasti coloro i quali credevano effettivamente in
questo progetto.
Come siete arrivati alla
composizione della band… progetto preciso o legato a rapporti di amicizia?
Abbiamo scelto assieme di
formare un gruppo quando eravamo ragazzini, semplicemente per suonare le
canzoni che ci piacevano e per puro divertimento. Siamo amici fin da prima che
iniziasse la nostra storia come band e andiamo tutti verso la stessa direzione.
Chi ha influenzato il vostro
modo di essere musicisti? Esistono linee guida che vi accomunano?
È difficile definire delle
linee che racchiudano tutto ciò che ci unisce. È una miscellanea davvero organica
fatta di diversi studi musicali. Io ad esempio, da ragazzetto, ascoltavo rap,
poi mi sono avvicinato alla chitarra blues, poi al jazz, poi al metal. Teto, il
tastierista, ha avuto uno studio molto più classico e progressive rock e
suonava l’organo in chiesa, mentre il batterista ha un’impronta più selvaggia e
rock anni ’90. Tutto ciò unito alle nostre teste crea più o meno il genere.
Come definireste a parole la
vostra musica?
Non credo abbiamo inventato
nulla di nuovo. Cerchiamo di creare sempre nuove canzoni che siano diverse
dalle precedenti, per noi questo è l’importante. La nostra è una musica rivolta
ad un pubblico che ascolta rock, ma non amiamo l’etichetta di un solo genere.
Siamo in continua evoluzione.
E’ da poco uscito l’album The Human Eater Turbine": qual è l’anima di tutto il
lavoro?
L’album è
stato scritto in un anno circa e registrato mentre ancora era in azione il
processo di stesura dei brani. Dentro ci sono molte sensazioni e storie, ma il
fattore comune che lega tutto il lavoro è certamente l’amore. L’amore inteso
come fattore inesorabile della natura umana.
Esiste per voi
diversa importanza tra liriche e musica?
Sono
importanti in egual misura.
Cosa accade ai
live dei VOODOO?
Tutto ciò che potete vedere
ed ascoltare non è nient’altro che… noi. Niente basi, niente sovraincisioni,
niente effetti pirotecnici. Solo noi e i nostri strumenti. A volte ci piace
anche lasciarci andare all’improvvisazione.
Quanto apprezzate le
tecnologia, applicata alla musica e al modo di pubblicizzarla?
La tecnologia in ambito di
registrazione sonora e strumentazione si evolve in continuazione e se può
facilitare o meglio accelerare il processo creativo, ben venga. Per il discorso
social network e web, è uno strumento molto potente e stratificato, si possono
raggiungere moltissime persone semplicemente da un pc ed è bellissimo pensare
che appena si mette on-line della musica, qualcuno, dall’altra parte del mondo,
ti possa ascoltare un secondo dopo. Le possibilità sono infinite. La logica del
management è sempre la stessa, sono cambiati i mezzi e la velocità di
propagazione dei contenuti. È una cosa bella, ma tremenda al tempo stesso.
Che giudizio potete dare
dell’attuale stato della musica, tra businnes e talenti?
Purtroppo non abbiamo un
buona opinione in merito. La musica si fa in televisione, il mercato è saturo,
sta vincendo l’estetica sul contenuto e ci sono sempre meno soldi per tutti. Ma
noi siamo fiduciosi in un qualche tipo di cambiamento, e continuiamo dritti per
la nostra strada.
Quale vorreste fosse il
futuro prossimo dei VOODOO?
Continuare a suonare e farlo
sempre di più. Vorremmo diventasse il nostro impiego a tempo pieno e, perché
no, toglierci qualche sfizio in terra straniera.
Tracklist: 1 The Human Eater Turbine 2:48 2 When You Were a Kid 3:22 3 His Sorrow 4:18 4 Hurt Ourselves Inside 3:11 5 The Invisible Boy 3:50 6 Over the Red Fields 4:34 7 Moonlight 4:20 8 The Place 3:05 9 Cannibals 3:51 Members: Vittorio "Vike" Giorcelli : vocals and guitar
Stefano "Teto"
Cavaliere : bass and organ
Stefano Bollo : drums
BIOGRAFIA
Power-trio alternative
rock formatosi nel 2009.
Nel 2012
iniziano a macinare concerti proponendo i loro inediti. Il 24 Novembre aprono
per i conclamati torinesi Farmer Sea all'Indiscutibile Night a Vercelli,
riscuotendo pieno encomio del pubblico. Il 29 Novembre esce il videoclip del
brano singolo "Standin' Tall" ▸http://youtu.be/tRfSSXygNi0.
Nel 2013 terminano la
produzione del loro primo EP in studio avvalendosi della co-produzione
artistica di Davide Ghione, già al lavoro con Artemista. Il disco
"Everybody Has To Go Someday" è uscito il 28 Febbraio 2013 in digital
release (distribuzione Zimbalam) e copia fisica. Il 21 Marzo vanno in onda
sulla rete nazionale RAI5 per il programma COOLTOUR - AFTERMIDNITE con il loro
primo showcase personale ▸http://youtu.be/407NdMhxOz0
Nel 2014 inizia la
collaborazione con Habanero Agency, la quale trova grande affinità artistica
con la band.