martedì 9 luglio 2019

Giuseppe Scaravilli-"Gli incroci del rock"



Giuseppe Scaravilli-Gli incroci del rock
I grandi gruppi degli anni Settanta”

Giuseppe Scaravilli, soprattutto nel campo della musica progressiva, non ha bisogno di presentazioni, e il suo nome è indissolubilmente legato ai Malibran - band di cui è il leader -, conosciuti anche a livello internazionale per effetto di un cospicuo numero di album realizzati e di svariati concerti italiani ed esteri, performati nel corso di una carriera lunga 30 anni.
Ma ci sono altri aspetti della sua personalità che conducono a differenti arti, e quella di cui mi occupo oggi ha a che fare con la scrittura a tema musicale, mix di elementi storici e vissuto personale.

Genesis alla TV belga nel 1972

Non è la prima volta che accade, e proprio un anno fa Scaravilli pubblicò il libro “Jethro Tull 1968-1978”, evidenziando il suo amore per la band di Ian Anderson, quello che mi ha permesso di conoscerlo personalmente nel 2006, a Novi Ligure, nel corso di una delle tante convention a tema organizzate dal fan club; in quell’occasione l’autore partecipò ad un set acustico nel ruolo di flautista, e l’episodio è raccontato all’interno di questo nuovo lavoro.

Giuseppe Scaravilli e Andrea Vercesi-Novi Ligure, Convention Itullians-2006

Già… cosa ci propone oggi Scaravilli?
Il book appena uscito ha un titolo allettante: “Gli incroci del rock”, e un sottotitolo non meno efficace: ”I grandi gruppi degli anni Settanta”.

Jimmi Page a Earls Court nel 1975

Il primo pensiero che mi è nato spontaneo, dopo la lettura, riguarda la relazione tra i grandi gruppi di quel periodo irripetibile e la categoria di appartenenza, che possiamo sintetizzare con un’unica immagine, quella che riconduce alla “grande famiglia del rock”.
Si è soliti appiccicare etichette e dividere in gruppi e sottogruppi - accade anche con la musica appena nata -, e forse questa può risultare una dicotomia utile per il mondo dei melomani più o meno rigorosi, ma quando pensiamo alla musica dei seventies - e lo dico con cognizione di causa avendo vissuto quel periodo direttamente -, dobbiamo fare riferimento al ROCK, inteso come rivoluzione sonora e di ideali che ha saputo raccogliere elementi molto distanti tra loro, spazio che effettivamente esiste, se ragioniamo ancora una volta in termini di selezione delle categorie.

Ray Shulman con i Gentle Giant nel 1976

Prendiamo banalmente l’indice de “Gli incroci del rock” e, tanto per fare qualche esempio, troveremo la coesistenza dei Led Zeppelin con gli YES, dei The Who con i King Crimson, dei Black Sabbath con i Gentle Giant, dei Free con i Genesis… estrazioni e proposizioni molto lontane tra loro… ma non c’è da meravigliarsi, e basta riflettere su un campione molto più omogeneo (Vdgg, Jethro Tull, ELP, Pink Floyd, ad esempio…) per comprendere quanto fossero diverse le band, caratterizzate da sonorità diventate molto presto peculiarità che le rendevano immediatamente riconoscibili, e la domanda dovrebbe sorgere spontanea: come hanno fatto a nascere e prolificare così tanti ensemble geniali, tutti nello stesso periodo, tutti capaci di creare unicità?
Era l’ambiente stimolante, l’eccitazione che c’era nell’aria e, tanto per citare una frase storica del “maestro” Armando Gallo, “…erano tempi in cui bastava essere giovani e nel posto giusto e si era delle star… ”.

John Wetton nel 1974

Giuseppe Scaravilli ci racconta tutto questo, con il vantaggio derivante dall’essere musicista, e quindi dal saper captare e presentare aspetti da “dietro le quinte”, quelli che non sono concessi a meri fruitori della musica.
Il racconto che ne deriva risulta estremamente fluido, mai pesante, con una suddivisione in capitoli che permette di decidere l’impostazione della lettura, senza il rischio di perdere il filo, trattandosi di artisti coevi.

David Gilmour a Pompei nel 1971

Il mezzo utilizzato è il mix tra l’oggettività storica, la cronologia degli eventi e gli aneddoti, e a tutto questo si aggiunge il giudizio autorevole dell’autore.
C’è spazio quindi per il grande rock e per il prog, come appare chiaro dai nomi già elencati, ma non manca una finestra importante su quanto accaduto in Italia, con sottolineature per gli amori particolari (PFM, Area e soprattutto BANCO), così come si trova un’analisi dei cambiamenti e delle situazioni sociali del periodo, descrizioni che risiedono nei capitoli “Gli scontri per la musica gratis” e “Il festival di Woodstock”.

Ian Gillan nel 1971

Lascio per ultimo l’argomento “Malibran”, ovvero il racconto della vita musicale dell’autore, un obiettivo personale, una passione, un mezzo per l’autorealizzazione e un elemento trainante e motivante che ha permesso a Scaravilli di comprendere musica non propriamente in linea con la sua età, di assimilarla, di trasferirla nei suoi progetti, di studiarla in maniera approfondita, e di regalare al mondo le sue ricerche e i suoi sentimenti.

Paul Rodgers con i Free all'isola di Wight nel 1970

E’ ovviamente un book che si può leggere dimenticando la storia di chi lo ha scritto, nel senso che si può rinunciare a quel tipo di valore aggiunto perché la sola lettura porterà a conoscere cose non sempre note, aspetti spesso nascosti, e come si sa, chi è appassionato di musica è alla costante ricerca di particolari interessanti che consentano la compilazione di un mosaico che, sebbene iniziato lustri addietro, si vorrebbe non finisse mai di essere alimentato attraverso nuove tessere, perché la creazione del mito e della sua storia può creare un discreto stato di benessere a cui non si vuole rinunciare.

Ian Anderson nel 1968

A completamento del racconto Giuseppe Scaravilli propone un ampio inserto fotografico che viaggia in parallelo rispetto al racconto, foto inedite restaurate per l’occasione che delineano la storia delle band, realizzando una seconda modalità di fruizione de “Gli incroci del rock”.

Un grande lavoro, un libro imperdibile, utile al ricordo per i più navigati, necessario alla conoscenza per i più giovani e meno esperti, ma curiosi.





lunedì 8 luglio 2019

QUANAH PARKER: “A Big Francesco” Live at Festival Rock Progressive 2016-2018



QUANAH PARKER “A Big Francesco” Live at Festival Rock Progressive 2016-2018 (Ma.Ra.Cash Records)
Articolo già apparso su MAT 2020 di giugno

I Quanah Parker, in collaborazione con Ma. Fra. Cash Records, rilasciano una chicca, il doppio DVD+CD “A Big Francesco”, che riassume versioni, audio e video, di brani presentati nel corso delle prime tre edizioni del Festival Rock Progressive, tutte organizzate da Giovanni Pirrotta e Riccardo Scivales al Teatro Metropolitano ASTRA di San Donà di Piave (Venezia).

Un solo inedito - “Intrada-Per le scale, inseguendo le Fate!”, che verrà proposto nel prossimo album in studio della band -, a cui si aggiungono i brani più rappresentativi del passato, compreso l’omaggio a Francesco Di Giacomo - “A Big Francesco” -, sgorgato spontaneo nel momento in cui la notizia della prematura dipartita è diventata di dominio pubblico.
Nell’intervista a seguire Riccardo Scivales, leader dei Q.P., racconta nei dettagli motivazioni e aspetti tecnico organizzativi che hanno portato alla nascita di un pregevole cofanetto musicale, dove gli aspetti sonori si mischiano al visual, dando la possibilità di una doppia fruizione dello stesso materiale: l’audio derivante dal CD e lo splendido DVD che permette di vivere in toto la sinossi dei concerti.
Gli aspetti musicali si intersecano con quelli provenienti da arti differenti e la qualità della registrazione porta a vivere appieno l’esperienza live, permettendo di gustare i dettagli e di captare le qualità di musicisti straordinari.

Ho particolarmente gradito i “filmati speciali”, ovvero il focus su tre strumenti - le tastiere di Riccardo Scivales, la chitarra di Giovanni Pirrotta e la batteria di Paolo Ongaro -, con riprese ravvicinate che catapultano direttamente sul palco, cosa abbastanza inusuale nei lavori similari.

Gli album che propongono concerti sono progetti particolari, che permettono di dispensare emozioni che un lavoro in studio normalmente non riesce a dare, ma questo “live” con dedica a Big Francesco è qualcosa di più, un contenitore che regala l’idea di completo abbattimento di limiti spesso imposti dall’ortodossia musicale, quella che favorisce il prolificare di rigidi schemi, magari comodi per una superficiale identificazione, ma non rappresentativi della realtà. La danza, la musica, le parole, le immagini, i comportamenti attorali… tutto è presente in questo superbo lavoro che, per facilità di espressione, inseriamo nel catalogo del Prog, ma che preferirei inquadrare come “musica di estrema qualità”, quella che resta per sempre, quella da lasciare ai posteri, nella speranza che possa mettere salde radici, impossibili da sradicare.

Ma leggiamo il pensiero di Scivales - uno con le idee chiare - che rilascia una delle interviste più dettagliate che abbia mai realizzato…

L’intervista a Riccardo Scivales

Immaginando che ci sia qualche giovane lettore che si affaccia solo ora al mondo del prog e non conosca i QUANAH PARKER, ti chiedo una sintesi della vostra storia, dalle origini sino all’attualità…

Inizialmente, i Quanah Parker sono stati attivi nel 1981-1985, e in tal senso penso che vadano considerati come una delle prime band Neo-Progressive. Questa prima lineup si sciolse per motivi legati soprattutto al servizio militare (allora obbligatorio). Ho poi rifondato la band nel 2005 insieme al chitarrista Giovanni Pirrotta, il batterista Paolo Ongaro, il cantante Andrea Cuzzolin e a un componente della formazione originaria, il bassista Giorgio Salvadego. Nel tempo, hanno poi fatto parte della band alcuni altri elementi, in particolare Elisabetta Montino (nostra cantante dal 2010 al 2018), i bassisti Alberto Palù e Alessandro Simeoni, e il nostro “alternate drummer” Massimiliano Conti nei mesi estivi, quando Paolo Ongaro è impegnato col lavoro. Riguardo al repertorio, è sempre stato formato da nostre composizioni originali, eccetto nel periodo 2005-2013, in cui abbiamo spesso suonato anche in live varie cover di Yes, Rick Wakeman, Jethro Tull e Genesis. Abbiamo partecipato a varie rassegne e festival, come MusicaContinua, Il Giardino, AltroQuando Fest, Woodstock Village, Verona Prog Fest, ecc. Siamo gli ideatori e organizzatori del Festival Rock Progressive (iniziato nel 2016 e giunto ormai alla sua quarta edizione), in cui abbiamo ospitato le band Antilabé, Uneven Mood, Tony Pagliuca Trio, Sezione Frenante, Donella del Monaco & Opus Avantra Ensemble, The Watch, Kerygmatic Project e Syndone. Abbiamo realizzato un “Demovideo DVD” nel 2007, e abbiamo inciso gli album in studio “Quanah!” (co-prodotto con Diplodisc, 2012) e “Suite degli Animali Fantastici” (co-prodotto con M.P. & Records, 2015), accolti molto favorevolmente dalla critica specializzata, con eccellenti riscontri di vendite e una frequente programmazione radiofonica in Italia, Stati Uniti, Brasile e UK, incluse delle trasmissioni interamente dedicate a noi. Il nostro album “Suite…” è stato anche eletto 4° miglior album Prog del 2015 dagli ascoltatori dell’importante programma radiofonico statunitense “Somewhere Between Sunrise & Sunset” (http://somewherebetweensunriseandsunset.blogspot.com/), ora purtroppo non più attivo. A questi due album si è ora aggiunto questo live CD&DVD “A Big Francesco”, co-prodotto con Ma.ra.Cash Records e uscito il 22 marzo 2019.

Ho tra le mani un cofanetto di pregio, CD e DVD che riporta parte di quanto accaduto nelle prime tre edizioni del Festival Rock Progressive da te organizzato con Giovanni Pirrotta: da dove è nata l’idea?

Organizzare i Festival ha richiesto moltissimo lavoro, ma ci ha dato molta soddisfazione artistica e abbiamo ottenuto un grande successo di pubblico, con oltre trecento persone ad ognuno dei primi tre festival. Noi Quanah volevamo documentare tutto questo. Avevamo dei bei video fatti dal nostro bravissimo videomaker Maurizio Sant (LS Production), e da questi era possibile ricavare delle buone registrazioni audio. Massimo Orlandini e Valter Boati, della Ma.Ra.Cash Records, ci hanno contattati per co-produrre e pubblicare questo materiale, e li ringraziamo molto per l’entusiasmo e il bellissimo spirito di collaborazione dimostrati nella realizzazione di questo lavoro. Recentemente è stata fortunosamente ritrovata un’ottima registrazione del brano “Suite degli Animali Fantastici” - che credevamo ormai persa -, e verrà inserita nella ristampa.

Salta subito all’occhio il tributo a Francesco Di Giacomo: puoi entrare nel dettaglio musicale e motivazionale?

L’album prende il nome dal mio brano “A Big Francesco”, scritto praticamente di getto quando appresi la tragica notizia della morte del grande e indimenticato Di Giacomo. Sono cresciuto ascoltando molto la grande musica del Banco e i suoi testi così pieni di poesia, e non mi era mai successo di rimanere così colpito dalla morte di un musicista. Dal punto di vista musicale, il brano è costruito su un pattern ritmico latinoamericano in “6/16+3/8”. L’Intro e il finale sono basati su particolari accordi “sospesi”, e al centro ho inserito una breve citazione strumentale “nascosta” del grandioso tema cantato di “Metamorfosi” del Banco. Come avviene sempre nella musica dei Quanah, anche nella stesura definitiva di questo brano è stato importante l’apporto di tutta la band in fase di arrangiamento: in particolare Giovanni Pirrotta, col suo splendido assolo e il tema conclusivo di chitarra, il drumming potente e fantasioso di Paolo Ongaro, le meravigliose coreografie di Valentina Papa, e più recentemente un bellissimo tema vocalizzato di Andrea Cuzzolin.

Qual è il repertorio espresso nei restanti otto brani?

L’album inizia col pezzo “Intrada-Per le Scale, Inseguendo le Fate!”, che considero una delle nostre cose migliori, e che farà parte del nostro prossimo disco, un concept album sul potere guaritore della musica, ambientato in un castello abitato da varie creature che forniscono al protagonista le risposte alle sue domande. Questo brano ti dà appunto un’idea dell’impronta generale dell’album, per il quale ho già composto le musiche ormai da molto tempo. I cambi di lineup e l’organizzazione dei Festival ci hanno assorbito molto tempo ed energie, e pubblicheremo questo nuovo lavoro non appena troveremo finalmente il tempo di completare gli arrangiamenti e inciderli. Gli altri brani del CD&DVD provengono tutti dal repertorio dei nostri primi due album in studio “Quanah!” e “Suite degli Animali Fantastici”. Alcuni sono brani risalgono al periodo “1981-1985” (e in vari casi sono stati rielaborati dalla formazione attuale), altri appartengono al nostro periodo più recente. In una prospettiva per così dire “storica” riguardo al New Prog, reputo particolarmente importanti “Quanah Parker” e “Death Of A Deer”, in quanto composti nel 1981-1982, e pertanto agli albori del Neo-Progressive. In questo nuovo album live, “Quanah Parker” è praticamente identica alla sua versione originale (datata 1981), mentre “Death Of A Deer” è molto simile alla prima versione (1982, intitolata “The Death Of The Ball Turret Gunner”), ma è stata sviluppata in anni recenti con l’aggiunta di vari elementi importanti e ormai definitivi: una doppia Intro strumentale, un nuovo testo, una “azione scenica” narrata, due temi strumentali inframmezzati agli assolo di tastiere e chitarra, e la toccante coreografia di Valentina, “vestita” da cervo, che si può apprezzare nel DVD. Sempre in questo nuovo album, si può ascoltare/vedere anche una versione “allungata” della nostra fortunata “Suite degli Animali Fantastici”, con l’aggiunta di un bellissimo momento chitarristico “indiano” di Giovanni e di un suggestivo episodio/citazione basato sull’ipnotico riff centrale della gloriosa “Awaken” degli Yes.

Mi parli degli altri aspetti artistici, quelli che coinvolgono la danza e le arti visive in genere?

Ti ringrazio per questa domanda, perché si lega al DVD, che ritengo una parte importantissima di questa produzione. Nel 2016, mentre stavamo preparando la prima edizione del Festival Rock Progressive per il Teatro Metropolitano Astra di San Donà di Piave, pensammo di inserire qualcosa di particolare nel nostro show, così da creare uno spettacolo che fosse veramente “teatrale”. Come è noto, elementi coreografici erano già stati usati da band come Pink Floyd, Banco, Hawkwind, ecc. E qualche anno fa, cercando “cose Prog” su YouTube rimasi affascinato da un video del mio grande ”keyboard hero” Rick Wakeman, che nei suoi tre famosi concerti di presentazione di “The Myths And Legends Of King Arthur…” nel 1975 a Wembley utilizzò appunto una ballerina sul ghiaccio, con risultati a mio avviso meravigliosi (vedi www.youtube.com/watch?v=CL9NJh_0oy4 da min. 1:08). Sulla base di questo esempio, noi Quanah abbiamo chiamato la danzatrice Valentina Papa e inserito le sue coreografie in alcuni brani (o in parti di essi). Penso che questa combinazione di musica e danza ci abbia dato una particolare identità, e chiarisco subito che la danza nei Quanah non è ovviamente intesa come un semplice “ballare a tempo” e secondo schemi consueti, ma come un elemento integrato, non secondario, che vuole per così dire “impersonificare” determinati momenti della nostra musica. Stando alle recensioni finora ricevute, questa cosa è stata molto apprezzata, e c’è chi ha parlato di coreografie “emozionanti e graziose”, come “una farfalla che disegna geometrie nell’aria” (Massimo Salari). Valentina è sempre alla ricerca di nuove soluzioni che “esprimano” al meglio determinati momenti dei nostri brani, e nel secondo Festival si è inventata anche uno spettacolare gioco con dei lunghi nastri, come si può vedere nel DVD e anche in questo video (www.youtube.com/watch?v=sJRoYD1lnjY) ripreso da una persona del pubblico.  L’idea di base, insomma, è cercare di creare un insieme integrato di musica, coreografie e scenografie che immerga lo spettatore in un’esperienza multimediale, e questo ovviamente è realizzabile soprattutto in un contesto teatrale. Per quanto riguarda le arti visive, i fondali video abbiamo cominciato a usarli a partire dal 2007, ad esempio nell’importante rassegna “MusicaContinua” organizzata da Alessandro Pizzin all’Hotel Bologna di Mestre (Venezia). Nel primo dei Festival Rock Progressive documentati da questo DVD, i fondali video in movimento sono stati scelti dal nostro bassista Alberto Palù, che è riuscito brillantemente nel difficile compito di creare una bellissima sequenza per il brano “Suite…”, che è lungo circa mezzora. Nel secondo Festival, invece, i fondali scenografici sono stati curati da me e Maurizio Sant. Siccome la nostra musica tratta spesso temi naturalistici, ho scelto soprattutto dei suggestivi quadri di grandi paesaggisti americani e li ho passati a Maurizio, che come documentato dal DVD ha fatto un lavoro semplicemente magistrale di editing, montaggio e proiezione. Nel terzo Festival purtroppo non è ci stato possibile usare fondali video scenografici, ma in quell’edizione Maurizio aveva numerose videocamere a disposizione, e ha realizzato lo splendido lavoro di montaggio e regia che puoi vedere nel DVD (ad esempio qui www.youtube.com/watch?v=Cyj6lw-Qhac). Sempre restando all’aspetto visivo, negli spettacoli documentati nel DVD sono stati fondamentali anche i costumi di scena realizzati da Elisabetta e Valentina. E un ulteriore elemento, nel secondo Festival, sono state le narrazioni introduttive ai brani, magnificamente interpretate da Elisabetta.

Come è nata la grafica?

E’ nata da una mia idea e dalla passione che ho sempre avuto per i cavalli bianchi, e più in particolare per le creature mitologiche e fantastiche come i cavalli alati e/o marini. Non a caso, il nostro primo album “Quanah!” si apre col mio brano pianistico “Chant Of The Sea-Horse”, che nel 1995 è stato pubblicato anche a stampa nell’importante rivista musicale statunitense “Keyboard Classics & Piano Stylist”, e per il quale ho avuto l’immenso onore di ricevere una generosa lettera di congratulazioni dal pianista jazz Dick Hyman, grandissimo musicista che tra le sue tante realizzazioni nel 1969 ha inciso anche uno dei primissimi LP di “solo Moog”, il pioneristico Moog - The Electric Eclectics Of Dick Hyman, contenente lo straordinario brano “The Minotaur” (www.youtube.com/watch?v=1uuv5gNRVbQ), che all’epoca diventò subito una hit e fu senz’altro molto influente su tanti tastieristi. Nel mio “Chant Of The Sea-Horse”, il cavallo in questione può essere inteso sia come un cavalluccio marino che come una creatura fantastica tipica della mitologia celtica (e anche di altre culture), cioè un cavallo alato che nuota nelle acque di mare, fiumi e laghi. Partendo da questa idea, io e Maurizio Sant abbiamo impostato insieme la grafica appunto sulla figura di un meraviglioso cavallo bianco e alato, che vuole simboleggiare la Bellezza e la dimensione magica e fantastica insita nella musica, e che per così dire “abbraccia” e “protegge” dall’alto tutta la nostra band. Maurizio ha quindi completato il lavoro in modo splendido. Lo ringraziamo molto per questo, perché la grafica di questo album ci sembra davvero un gioiellino.

All’interno del DVD esiste una sezione apposita che riprende alcuni di voi molto da vicino, dando l’idea del contatto diretto con l’artista: come avete progettato questa sezione?

Nelle edizioni 2017 e 2018 del Festival, Maurizio Sant aveva a disposizione varie videocamere, e alcune di queste riprendevano alcuni di noi molto da vicino e da fondo palco. Mi sembrava carino inserire questi From the Musicians “Special VideoClips” (vedi ad esempio www.youtube.com/watch?v=B5d4W5-N5V0), per dare agli spettatori del DVD l’emozione di “vivere” in qualche modo il concerto dal palco, guardando il pubblico, come fossero essi stessi dei musicisti. Ancora una volta, ringraziamo Maurizio per aver concretizzato così bene questa idea.   

Chi ha curato la produzione e come avverrà la distribuzione?

Questo CD+DVD è stato co-prodotto da noi e la Ma.ra.Cash Records. In Italia è distribuito da Self, che lo metterà nei più importanti negozi italiani, e soprattutto in quelli delle catene Feltrinelli e Mondadori. E siamo orgogliosi di dirti che a breve distanza dalla sua uscita è già stato acquistato un po’ in tutto il mondo.

Rispetto alla formazione presentata nei concerti qualcosa è cambiato: puoi raccontarmi l’evoluzione della lineup?

Come sai, i Quanah sono attivi ormai da molti anni, e come accade in molte band, è purtroppo inevitabile che prima o poi ci siano dei cambiamenti di formazione dovuti ai più svariati motivi, e non solo artistici. Ad esempio, per motivi di lavoro e studio, inclusi momentanei o definitivi trasferimenti all’estero, hanno dovuto lasciarci i due bravissimi bassisti Alberto Palù ed Alessandro Simeoni. Ora è con noi un altro ottimo bassista, Mariano Duca, e anche con lui è una vera gioia lavorare insieme! Da settembre 2018, alla voce c’è Andrea Cuzzolin (già nostro splendido cantante e chitarrista ritmico nel 2005-2009), che nonostante i suoi molti impegni resterà con noi fino a quando non troveremo una nuova voce femminile. Andrea ha una notevolissima estensione vocale, ma ovviamente non può coprire tutti i registri femminili usati ad esempio nella “Suite…”. Pertanto, in questo periodo abbiamo sperimentato in alcuni brani dei nuovi cantati a “doppia voce maschile e femminile”, realizzati da Andrea e Valentina. Questa “lineup 2019” dei Quanah con Mariano, Andrea e la doppia voce ha già dato ottima prova di sé al quarto Festival Rock Progressive, svoltosi in marzo allo Spazio Zenit di San Donà di Piave. Infine, sempre riguardo all’evoluzione della nostra lineup, ci tengo a sottolineare che anche nei rari casi in cui nella “famiglia Quanah” si sono verificate eventuali incomprensioni o divergenze artistiche, non rinnego nulla del passato, e ringrazio comunque tutte le persone che negli anni hanno cercato di dare il meglio di sé nella band.

Avete programmato momenti di pubblicizzazione, concerti o presentazioni?

Naturalmente stiamo programmando una serie di concerti per presentare il nostro Live. Ma come certamente saprai, non è facile suonare oggi in Italia. I locali preferiscono far suonare cover band rispetto alle band che presentano musica propria. Comunque stiamo puntando ai festival. Sicuramente saremo in quello di Piacenza, poi abbiamo altri contatti. Attualmente siamo in attesa di conferma per alcuni concerti estivi ed autunnali in Lombardia, con uno spettacolo che vedrà l’inserimento di narrati registrati da un mio vecchio amico, il grande doppiatore e speaker Andrea Piovan. Posso inoltre dirti che cercheremo di proseguire il Festival Rock Progressive, anche se questa è una cosa molto impegnativa a livello organizzativo, che richiede una gran mole di lavoro di preparazione e ha inevitabilmente rallentato altre attività della band, ad esempio la realizzazione del nostro terzo album in studio. C’è però una cosa molto incoraggiante e che ci dà molta forza e fiducia: come è già avvenuto con i nostri primi due album, anche per “A Big Francesco” stiamo ricevendo delle splendide recensioni un po’ da tutto il mondo. E in questi giorni sono uscite anche delle nuove bellissime recensioni per i nostri due album precedenti. Siamo molto onorati della stima espressa nei nostri confronti da tanti fan ed esperti di Progressive. E qui voglio menzionare in particolare il grande Gianmaria Zanier, infaticabile animatore del gruppo Facebook Prog 2.0 insieme ad Anna Biscari e Paolo Sampietro. Gianmaria ha anche presentato splendidamente la quarta edizione del nostro Festival, e dopo che ha trasmesso tante volte e con tanto entusiasmo la nostra musica nella sua favolosa trasmissione webradio “PROG & Dintorni”, è stato meraviglioso e molto emozionante conoscerlo di persona.

Come e dove si può acquistare “A Big Francesco”-Live at Festival Rock Progressive, 2016-2018?

Come ti dicevo, questo CD+DVD è distribuito in Italia da Self, che lo metterà nei più importanti negozi italiani e soprattutto nei negozi delle catene Feltrinelli e Mondadori. Oltre a questo, tramite la nostra etichetta Ma.Ra.Cash sarà anche disponibile in Amazon, Ibis e Bandcamp oltre che negli store di Ma.Ra.Cash (http://store.maracash.com) e del Camelot Club Store (http://camelotstore.maracash.com/). Ovviamente siamo disponibili anche sugli store digitali per download e streaming. Lo siamo su oltre 75 piattaforme del mondo, comprese ovviamente le più importanti: YouTube, Spotify, Apple Store, ecc. Tutto questo spero permetta, insieme alle recensioni di giornali e web magazine (che mi auguro continuino ad essere sempre positive!), di far conoscere la nostra musica e i nostri progetti.
Da parte mia e di tutti noi Quanah, un grazie speciale per questa intervista, Athos, e grazie sempre per tutto il lavoro assolutamente prezioso che svolgi da tanto tempo per la Musica che amiamo. Prog on!


CD Tracks:
1)Intrada - Per le scale, inseguendo le Fate! (Scivales)
2)A Big Francesco (Scivales)
3)Death Of A Deer (Scivales)
4)Asleep (Scivales)
5)Quanah Parker (Scivales-Noè)
6)Sailor Song (Scivales-Noè)
7)After The Rain (Scivales)
8)Silly Fairy Tale (Scivales)
9)Suite degli Animali Fantastici (Scivales-Monti): Risveglio Onirico; Danza di un Mattino; Interludio Notturno; Déjà Vu Fantastico; Luci dagli Abissi; Cantico Marino; Animale Multiforme; Ritorno alla Mente

DVD Tracks:
le stesse 9 tracks del CD (nello stesso ordine) più questi tre “From The Stage” Special Videoclips, ognuno di essi dedicato a tastiere, chitarra, e batteria:
10)Riccardo Scivales “KeysSpecial”
11)Giovanni Pirrotta “GuitarSpecial”
12)Paolo Ongaro “DrumsSpecial”


Line-up:
Riccardo Scivales - tastiere
Giovanni Pirrotta - chitarra elettrica
Elisabetta Montino – voce, narrazioni, costumi di scena
Valentina Papa - danza e coreografie
Paolo Ongaro – batteria
Alessandro Simeoni - bass (tracks 1-8)
Alberto Palù - bass (track 9), e selezione ed editing dei fondali scenografici video       della track 9


venerdì 5 luglio 2019

Glenn Cornick: 2007 interview


I don't think there are many interviews with Glenn Cornick. I made one in March 2007 and I think it's an interesting testimony...

I met Glenn Cornick in September 2006, at the Jethro Tull Convention in Novi Ligure.
His availability led me to write to him in the following months to establish contact.
His kind reply confirmed my first impressions and encouraged me to ask him a few questions.
He responded quickly and took the technical time to tell me his.
He did it in two episodes, but within a week he completed the work.
Here is the summary of our chat ...

                                                    Glenn and Athos-Novi Ligure, 2006

Thank you Glenn for your availability. Let's start with some general questions.
For some time I have been devoting myself to reading about the great musicians born in the late 1960s, some of which are still in full swing.
It emerges that so many valuable musicians were born in the same period, maybe schoolmates. How do you explain this proliferation of musical talents, at the same time, all of them successful and all between the 1960s and the 1970s? What differences are there today compared to then?

Now everyone has a huge amount of material and lots of possibilities.
At the beginning we didn't know much and we had to reinvent ourselves every day in order to continue. That's why a lot of new ideas came out.
It is much more difficult now, since so much has been done in the last 40 years.
Moreover, in those days there was a great musical stage for those who wanted to develop new ideas, and all the musicians were friends and it was customary to encourage each other, drawing great inspiration from this.

The same readings provide another common element (perhaps the Tull were different in this), the dissolute life, full of excesses, without any care of one's physical and mental health. Do you think this type of self-destruction was a necessary step to achieve success?
Do you think the abuse of illegal substances has been judged by the artists needed to improve performance and creativity?

The Jethro Tull were always been very "clean". Almost no drugs and few parties.
If this had not been the case we could not have survived. When we were on tour in America we played in 30 different cities in 30 days.
We had to go back to the hotel around 11pm and get up in the morning at 6am for breakfast, and immediately at the airport for another flight to a new city.
As soon as we landed, we went to the place where we would perform in the evening, to make sure everything was in place and make the sound check.
After all this it took 3 or 4 hours to rest in the afternoon, in a hotel that we then left at 7pm, to return "to work". As you can guess, there was no time left for anything other than concerts and their preparation.
I can't speak for others, but I play better when I have full control of myself.
I like to drink 1 or 2 beers before going on stage, but no more than that.
I have seen many friends die due to alcohol and drug abuse, and it saddens me, but I have to think it was their choice.

And now something more personal.
Stories are told that Glenn Cornick's separation from the JT came about because of a kind of incompatibility of character between you and other members of the group who had a lifestyle totally different from yours, being more led to fun and rebellion.
What does this mean, if it is true: extreme rigidity of behavior on the part of the rest of the band, difficulty of cohabitation with Ian or desire to try to "walk alone"?

I was never told why I was fired from the band.
Of course, I really wanted to have fun, but that wasn't a problem for others, except for Ian. Clive and John are still two of my best friends and I really like Martin, although I don't have many opportunities to see him. It has been said that I was a fun person, but if I look at the evolution of the group over the years, I think of people who are addicted to alcohol, drugs and "women hunters" who have outdone me and gone well beyond my maximum limit.

Jethro Tull

What were the best Jethro Tulls, in your opinion?

In my opinion the best time was that of my last months, when we realized "Benefit" and we played at Carnagie Hall and on the Isle of Wight.
My exit coincides with the closing of a cycle and the passage of J.T. from the rock and roll band to the group immersed in the big show businnes circus.

And which was the best bass player?

Excuse me, but for the music of J.T. no one was better than me.
Once someone asked me what Tull song I had played and I replied: "If you listen to a J.T. song, and hear the bass sing, then it's me who plays".

I saw you play at the Novi Convention with some of your former comrades, but also with John Weathers, a former Gentle Giant. How are these collaborations between musicians born? Is it just respect and esteem or does friendship play an important role?

Pugwash was the first drummer of Wild Turkey before moving on to Gentle Giant, so playing with him at the convention was a kind of reunion.
You know that now he suffers from multiple sclerosis and therefore he cannot take care of the whole battery and this is why he played percussion.
He has always been my favorite drummer. And then it's always fun to play with old friends.

With Brigitte Martinez, his wife

Does friendship exist in the world of rock music?

Yes, although I don't think there are many opportunities at present, since there aren't many places, clubs or anything else where musicians can meet.
In 1969 in London, every musician was friends with every other musician, and everyone tried to see the performances of others, helping anyone in need.
He really was like a big family.
In the USA we had a special bond with the Mountain and we used to arrange our pieces together. One day we closed their show and the next day they closed ours. There was no competition between us.

For many years you've been out of the stars system. Why? Lack of motivation and disappointment or your priorities have changed and have you preferred to dedicate yourself to the family?

I never stopped playing but unfortunately I couldn't find any great projects to work on.
In the last 30 years I have traveled all over California, following different projects and having a lot of fun playing.

What did Wild Turkey represent for you and what do they represent right now?

Wild Turkey was really my chance to make the music I love and gave me the opportunity to play with great musicians.
In the new album I was able to write almost all the pieces and I also designed the cover and so it became a real personal project.

Glenn Cornick -Alessandria-2008

What is your relationship with Ian Anderson today?

We have never been close friends, although there has never been an unpleasant relationship between us.

I heard different definitions of "Progressive Music": what is yours?

In the '60s and' 70s the "progressive rock was not the main genre and therefore was not interpreted by all those who played, but today with this term we want to identify groups that played or play very complex songs, divided into different sections often complicated, in writing and execution.
I'm not a lover of Prog Rock and I don't think that among the things I wrote there is really prog music, according to traditional standards.
I prefer much more direct songs.
I think it is much more difficult to write short, simple songs, but good songs, and what I try to do is write pop songs that can last over time.

Do you think Jethro Tull can be considered a Rock Progressive band, or ... how would you define them?

I believe that none of the Tull pieces of "my times" can be defined progressive according to the current canons, and it was only with "Thick as a Brick" that J.T. they became a "prog rock band".

What are your future projects?

I hope I can continue playing with Wild Turkey. I wish I could record many albums and do a lot of tours. I feel like I can write like I've never done in my life and that the last album, "You and me in the Jungle", is the best thing I've ever done.

Wild Turkey

One last question, what is your concept of happiness applied to music?

Music and happiness? The most important thing is to be satisfied with the things you play with the right people, but honestly it's also good to be successful and even... make some money.
Becoming successful musicians gives you the opportunity to do many more things and invest in different projects.

I thank Glen Cornick, but I cannot give up his thoughts on John Pugwash Weathers, a feeling already expressed in another interview, but that he wanted to reiterate.

Pugwash is by far the best drummer I've ever played with and I wanted to involve him in this project although, obviously, he can't play the drums completely, due to the known problems. I had the idea of ​​using a percussion section in the middle of the song "You and Me in the Jungle", but I had no idea how to insert it, so I asked Pug if he wanted to contribute. He came to the studio and, with the help of Clive, made a great arrangement.
It was his idea to add the slide guitar, so he asked Mick to try something and what is heard on the record is the first test performed: the result was so good that no other recordings were needed.
Pugwash is a full member of the group and comes to play with us whenever his physical condition allows it. He has great talent and is a wonderful help for us all.

John Pugwash Weathers-Novi Ligure, 2006

During this interview a question related to the existence of friendship in the world of rock music and this last "image" dedicated to Pugwash seems to me to be really exhaustive.
Or is Glenn really different?

martedì 2 luglio 2019

Silver Key -“Third”


Silver Key -“Third” (Ma.Ra.Cash Records)
Articolo già pubblicato su MAT 2020 di giugno

Alla discografia dei Silver Key si aggiunge “Third”, terzo episodio di un percorso che col passare del tempo ha visto la modifica della formazione originale, e che presenta attualmente una line up formata da: Roberto Buchicchio alla chitarra, Davide Manara alle tastiere, Dino Procopio alla voce e Ivano Tognetti al basso.

Milanesi, i S.K. nascono nel 1992 come tributo ufficiale ai Marillion e solo nel 2012 rilasciano il primo album di inediti - “In the land of dreams”- a cui fa seguito nel 2016 “The screams empire”, già recensito su queste pagine.

Il concept album da poco rilasciato trova argomentazioni serie e quanto mai attuali, mettendo in primo piano gli aspetti relazionali, quelli che regolano ogni tipo di rapporto quotidiano e che non trovano sviluppo adeguato, perchè spesso appare superfluo l’impegno specifico, sicuramente non facile e faticoso, ma basilare se si è alla ricerca minima della serenità.
Il punto di partenza dichiarato è un assioma del filosofo Schopenhauer, che chiosava: "La vita oscilla come un pendolo avanti e indietro tra dolore e noia", concetto sufficientemente “scuro”, tanto da condurre a serie riflessioni, in questo caso favorite dal connubio tra musica e racconto, sino alla sintesi finale che non deve essere necessariamente uguale per ciascuno di noi… si reagisce diversamente, e dopo la riflessione arriva la potenziale critica/accettazione e, si spera, l’azione.

Diventa quasi didattica l’operazione dei Silver Key, che ci spingono a perlustrare le nostre abitudini, i condizionamenti che pensiamo di non avere ma che in realtà guidano la nostra vita, l’illusione che la volontà abbia il potere supremo e che non esista un sistema capace di tirare le fila delle nostre esistenze.
Tutto ciò ci viene raccontato attraverso cinque storie legate tra loro, cinque capitoli, cinque personaggi dalla progressione più o meno drammatica, che alla fine si ritroveranno intersecando le loro vite, sino alla possibile illusione, quella che la volontà “deviata” possa avere una cura.


I Silver Key annunciano al mondo: “… è con immenso piacere che possiamo finalmente dire di avere il trattamento per i nostri pazienti, per tutti i poveri diavoli che non riescono a tenere sotto controllo la loro volontà. Certo, ognuno ha una Volontà, ma noi possiamo dominarla. "

La ricetta arriva dalla miscela tra idee e musica?
L’album, anche dal punto di vista musicale appare coinvolgente, un progressive rock molto aperto, con passaggi melodici tipici dei seventies uniti a momenti metallici e atmosfere sognanti.
Le skills della band permettono ampia scelta espressiva, con conseguente gradevolezza d’ascolto che nasce all’impatto.

Third” è un album la cui fruizione appare perfetta avendo conoscenza del messaggio, anche se i meri aspetti musicali regalano, da soli, forti emozioni.
Per chi non conoscesse la band occorre dire che il cantato è in lingua inglese, così come tutte le note di pubblicizzazione delle varie attività; questo fornisce un tono internazionale e globale ai S.K. (e poi la lingua di Albione è quella che più si presta in fase di creazione), anche se, l’estrema chiarezza derivante dalla nostra lingua, almeno in fase di racconto dei contenuti, faciliterebbe l’azione didattico/didascalica che mi pare il valore aggiunto di questo progetto.
Voto alto per “Third”.


Tracklist:
A Common Soldier (7:16)
V.R. (7:00)
Ulysses (7:37)
I Wish (5:15)
Last Love (6:09)
A Rude Awakening (4:13)
Back To The Present (3:28)
Murder (4:07)
Endless War (3:06)
The Door Shuts (2:54)