Un viaggio nell'improvvisazione
estemporanea e nella filosofia della musica
Conosco Claudio Bellato da molti anni. Condividiamo la stessa città,
Savona, e un percorso che nel tempo mi ha permesso di osservare da vicino
l'evoluzione della sua ricerca espressiva. Questa consuetudine e la comune
radice geometrica dello stesso territorio offrono una chiave di lettura
privilegiata per entrare nel suo mondo sonoro, un ambito in cui la tecnica
rigida si dissolve per fare spazio all'imprevisto strutturato.
L'occasione di questo dialogo nasce da una serie di tappe fondamentali del suo percorso recente: dalle sessioni radicali di Only for Few alle architetture più meditate di Waterloo, fino alle contaminazioni visive di Sette ritratti per sette metamorfosi. Lontano dalle formule di rito del jazz convenzionale e dai cliché esecutivi, il lavoro di Bellato si muove lungo il perimetro dell'improvvisazione estemporanea guidata da un rigore metodologico quasi monacale. Nelle risposte che seguono emerge non solo il profilo del musicista, ma anche una complessa indagine filosofica che unisce la pura materia acustica alle riflessioni sulla mente e sull'essenziale.
La tua storia recente parte da “Only for Few”, un disco nato premendo semplicemente il tasto di registrazione e accettando qualsiasi cosa sarebbe accaduta. Quando ripensi a quel primo gesto - entrare in studio senza una rete di sicurezza - cosa senti che ha inaugurato davvero nella tua vita artistica?
Per la prima volta ho suonato musica totalmente improvvisata, libero dal vincolo di non sbagliare e senza essermi preparato preventivamente il classico compito a casa. Non mi riferisco alla consueta prassi jazzistica, in cui si improvvisa insieme agli altri a turno dopo aver esposto una cellula tematica. La formula ideata da Antonio Marangolo è quella dell'improvvisazione estemporanea, simile per certi versi ai concerti di conduction di John Zorn, ma con una differenza sostanziale: abbiamo suonato liberamente, senza seguire indicazioni di tempo e ritmo, partendo da motivi di otto battute scritti da Antonio che aprivano e chiudevano il brano. Eravamo liberi di interpretarli in maniera totalmente aperta. Questa era l'unica indicazione, un prologo e un finale. Successivamente, uno dei tre musicisti prendeva le redini e gli altri erano liberi di seguirlo o di contraddirlo. John Cage accennò a un esperimento simile in passato, sintonizzando tre radio su frequenze diverse; il risultato manteneva una sua armonia e una sua musicalità. Proprio come i rumori provenienti da diverse fonti all'interno del nostro quotidiano: non hanno nulla di sbagliato, sono semplicemente ciò che sono, eventi puri. Riascoltando quelle registrazioni, anche se non ci si scopre del tutto liberi da pattern e cliché, si notano con stupore dettagli di sé stessi che prima non si conoscevano, cogliendo sempre particolari nuovi. Considero Only for Few una delle migliori esperienze a cui io abbia partecipato. È un peccato che non sia ancora uscito.
Quel progetto avrebbe dovuto essere pubblicato insieme a un libro di racconti e illustrazioni. Che cosa ti attrae dell'idea di un'opera che non si limita alla dimensione sonora, ma si espande verso parole e immagini?
Ho sempre amato i fumetti, che ho imparato a leggere prima ancora dei libri di scuola grazie ai cugini e ai vicini di casa che mi prestavano Tex e pubblicazioni simili. Qualche anno fa ho frequentato diversi illustratori e grafici professionali proprio per apprendere le loro tecniche. Disegnare e dipingere mi rilassa, anche se non lo faccio da tempo. Si tratta di un'esperienza solitaria, priva di pubblico, in cui il lavoro si manifesta solo alla fine; ha una dimensione quasi monacale che richiede silenzio.
L'esperienza al festival Jazz di Acireale vi ha portati in un contesto più ampio. Come reagisce l'improvvisazione radicale quando incontra un pubblico che non si aspetta una simile libertà?
La reazione è stata eccellente. Il festival di Acireale è stato accolto molto bene sia dal pubblico sia dai musicisti, anche se sono consapevole del fatto che alcuni puristi hanno storto il naso.
Anche il disco successivo nasce con la stessa formula, ma è stato accolto tra le migliori proposte italiane. Cosa significa per te ricevere questo riconoscimento proprio per un metodo che rifiuta la prevedibilità?
Waterloo è un disco riuscito, sebbene sia più ragionato rispetto a Only for Few e contenga anche una composizione scritta in maniera tradizionale. Sia la rivista Musica Jazz sia il giornalista Alberto Bazzurro hanno espresso giudizi molto positivi nei nostri confronti, e questo rappresenta per me un motivo d'onore.
Per il documentario su Alex Mora hai composto una colonna sonora originale. Come cambia il tuo modo di creare quando devi raccontare la vita di un altro artista attraverso il suono?
Quando il videomaker Max Billa, che è anche un caro amico, mi ha proposto questo lavoro, ho voluto prima osservare i quadri di Alex e dialogare con lui sulla cultura brasiliana, in particolare sulla prospettiva di un brasiliano che vive in Italia. Da quel confronto sono nati brani con testi e ritmi che richiamano quel Paese. Ho realizzato l'intero progetto in totale autonomia, utilizzando chitarre, bassi, sequenze al computer e loop, con il consueto supporto organizzativo di Alessandro Mazzitelli. Riascoltandoli oggi, non considero quei pezzi come semplici commenti alle immagini, ma come brani autonomi che potrebbero essere raccolti in un disco, nonostante non assomiglino a nulla di ciò che ho composto in precedenza.
Nei tuoi concerti in solo o in duo attraversi il blues, il soul e la tradizione usando strumenti diversi. Qual è il filo segreto che tiene insieme tutte queste anime?
Mi piace cambiare spesso argomento e non so se esista un filo segreto; forse si tratta persino di un difetto. Ricordo che a scuola finivo sempre fuori tema.
Nel progetto “Sette ritratti per sette metamorfosi” suoni davanti ai volti che tu stesso hai dipinto. Che cosa ti restituiscono quelle immagini mentre le attraversi con la musica?
Si tratta dei volti di sette grandi jazzisti. Più che guardarli mentre suono, queste figure rappresentano l'occasione per slegarmi da un loro tema celebre, che magari accenno all'inizio dell'improvvisazione per poi muovermi verso direzioni completamente diverse. In quel contesto può accadere qualsiasi cosa: lo stimolo può derivare da una mia intuizione sulla chitarra o da un impulso ritmico impresso da Rodolfo Cervetto, che considero non solo un batterista straordinario, ma uno dei musicisti più empatici che io abbia mai frequentato.
Partite da un brano dell'autore e poi lo lasciate andare. Che cosa rimane di un tema quando lo si abbandona, e cosa invece continua a guidarvi nel pieno della libertà?
A pensarci bene, non rimane nulla. È un viaggio in cui si parte e si ritorna; tutto ciò che si trova nel mezzo appartiene all'ignoto.
Avete portato questo spettacolo nei jazz club, nei teatri e nei festival di poesia. In quale luogo senti che la tua musica respira meglio?
Certamente nei club. Avere il pubblico vicino, spesso immerso in un silenzio totale - al punto che la caduta di un plettro si avverte chiaramente - crea una condizione che eleva il livello di concentrazione e la resa sonora complessiva.
Tra insegnamento, concerti, pittura e progetti interdisciplinari, qual è oggi la domanda che ti accompagna mentre crei, quella che ancora non ha trovato risposta?
In realtà non ho un carico di impegni così frammentato; le attività che hai menzionato rientrano semplicemente tra le cose che amo, anche se la dimensione che prediligo rimane quella dei concerti. Non ho domande irrisolte in particolare, quanto piuttosto alcune considerazioni personali. Sto attraversando un periodo complesso e faticoso della mia vita, forse il più difficile finora, ma questo non significa che sia impossibile da superare. Spesso rifletto sul fatto che, anche se le cose migliorassero, la mente per sua natura non sarebbe comunque appagata; tende a comportarsi come un elemento estraneo che ha sempre fame di qualcosa. Ultimamente sto leggendo i testi dei maestri vedici, tra cui Ramana Maharshi. Per l'induismo esiste solo l'atman, l'assoluto che comprende il tutto. Tuttavia, la mente che lo osserva introduce una condizione duale che si rivela un inganno. Non esiste dualità, esiste solo l'uno, e quell'uno comprende ogni cosa, inclusa la musica. Quale sia la sua funzione precisa non saprei dirlo. La musica dormiva già nell'albero prima che la mano abile del liutaio imparasse a ricavarne un violino. Di conseguenza, l'albero stesso è un violino silenzioso: la musica è ovunque, è l'atman.
Riferimenti esecutivi: Sette ritratti per sette metamorfosi — Claudio Bellato e Rodolfo Cervetto live al Teatro dell'Attrito di Imperia.
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