INTERVISTA A LAURA CATRANI, AUTRICE DI "VOX IN BESTIA"
Il booklet annesso al CD è ricco di informazioni, tue e del tuo nuovo progetto, ma vorrei che provassi in primis a sintetizzare il tuo percorso artistico, le tue esperienze formative, il sentiero che ti ha condotto a realizzare “Vox in Bestia”.
Probabilmente questo mio ultimo progetto segna l’inizio di un nuovo modo di pormi al pubblico.
Nasco come cantante d’opera. Durante gli studi, mosca bianca all’interno di un apparato scolastico decisamente tradizionale, nella classe di Musica Vocale da Camera del Conservatorio di Milano ho incontrato in giovanissima età il repertorio contemporaneo. Mi sono entusiasmata per le ricerche degli anni ’50, ’60, ’70 del Novecento, ho fatto di Sequenza III di Luciano Berio il mio cavallo di battaglia (su YouTube se ne può vedere una versione molto acclamata), e fin da giovane sono stata dedicataria di nuova musica scritta da compositori viventi con i quali ho instaurato rapporti molto fruttuosi. Nella Milano vivace di inizio anni 2000 ho avuto accanto a me musicisti e artisti di spessore che mi hanno stimolata a tentare l’ampio passo di creatrice di miei progetti, oltre che di esecutrice. Sono gli anni in cui prende piede la mia ricerca sulla vocalità senza accompagnamento strumentale e di cui mi appassiono per il grande senso di libertà che lo accompagna. Nasce l’idea di mettermi in scena totalmente da sola con la mia voce. “Vox in Femina” raccoglie pezzi ormai ritenuti capisaldi della vocalità del Novecento, tra cui Berio, Berberian, Cage, Castiglioni, e pezzi nuovi, commissionati apposta per il concerto. “Vox in Femina” è una parabola lunga di successo che eseguo dal 2010 ad oggi senza soluzione di continuità. La pandemia e alcuni cambiamenti sostanziali artistici mi hanno messa nella direzione di progettare un nuovo concerto per voce sola, forte dell’esperienza fino ad ora accumulata.
Sono esperto di… musica di nicchia, avendo come riferimento un movimento musicale - il Prog - che resiste alle intemperie ma la cui piena visibilità è terminata 50 anni fa. Anche la tua proposta risulta indirizzata verso un mondo ristretto di fruitori musicali, e mi viene da chiederti se oltre alla proposizione di ciò che maggiormente ti rappresenta ci sia dietro anche un intento didattico, una sorta di sommesso - ma non troppo - obiettivo formativo in un mondo in cui la qualità appare obiettivo utopico.
Sicuramente in tutti questi anni mi sono mossa principalmente all’interno della nicchia che il mio mondo musicale rappresenta. Con questo ultimo progetto invece ho desiderato, e ho provato, a sfondare il diaframma che da sempre mi tiene lontana da un pubblico più vasto, debuttando “Vox in Bestia” in 15 puntate su Radio3 RAI a maggio del 2021. Ciò che si apprezza, spero, del mio progetto è la grande concentrazione vocale, la serietà che questo processo ha richiesto: un grande studio e molta auto determinazione. Da alcuni anni insegno “Il teatro della voce”, una masterclass rivolta a studenti del Conservatorio di Milano, in cui offro esattamente questa mia esperienza di cantante, essa stessa inventrice e produttrice di un modo nuovo di concepire il proprio mondo musicale.
La voce è la caratteristica sonora che ogni anima presente sulla terra possiede e che può essere utilizzata a piacimento nel quotidiano, ma sono pochi - ai miei occhi - quelli che trasformano il proprio corpo in uno strumento musicale, capace di creare suoni sempre nuovi attraverso la sperimentazione e la cura continua: mi puoi dire qualcosa di più… calzante, tra talento piovuto dal cielo e passione/dedizione?
Fin da bambina ho manifestato molto talento musicale: canterina, affamata di suono e di suoni, trasformavo il mondo che mi circondava in una partitura vocale in continua trasformazione, sonorizzavo e vocalizzato le fiabe, le parole, le poesie, i pensieri, le malinconie e le gioie. Il passo che mi ha portata a studiare in Accademia è stato brevissimo. E poi la ricerca e lo studio sono stati, e lo sono tuttora, i miei compagni di viaggio. Alleno la voce quotidianamente, mantengo un rapporto di fiducia con il mio maestro di canto, Fernando Cordeiro Opa, che mi tiene costantemente sotto controllo, studio partiture nuove, inoltre mi ritaglio anche una parte di studio del repertorio antico a cui lascio il compito di rigenerarmi lo spirito.
Veniamo a “Vox in Bestia”. Perché sono passati oltre dieci anni dall’uscita di “Vox in Femina”, tuo primo concerto destinato al canto senza accompagnamento?
“Vox in Femina” ha assunto negli anni un ruolo determinante, c’è voluto tempo perché me ne rendessi finalmente conto e immaginassi di dare un seguito a tale progetto. Nel frattempo, ho cantato, ho eseguito opere in prima assoluta, mi sono formata anche come Trainer del metodo GYROKINESIS®, ho iniziato a insegnare.
Come è nata l’idea di realizzare “Vox in Bestia”? Sei stata stimolata dal periodo di segregazione dovuto alla pandemia?
L’occasione è stata proprio la pandemia. Mentre tutto attorno a noi era fermo e congelato, dentro di me ribolliva la frustrazione di non potermi più esibire. Da qui è nata l’idea di sfruttare la radio come palcoscenico ideale in tempi di lockdown. Ci voleva una idea forte, unica nel suo genere e molto ben articolata. RAI Radio3 ha compreso la qualità del progetto e l’ha sposato attraverso la produzione delle 15 puntate di Vox in Bestia, andate in onda a maggio 2021.
Tra i tanti possibili argomenti sei “caduta” su Dante e la sua opera più famosa: nulla accade per caso!
Era il 2020 e il 2021 sarebbe stato l’anno dedicato ai 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Ecco l’idea! Mi stavo dedicando da alcuni mesi agli animali fantastici, ero incuriosita dal tema e da lì, ad immaginare di dare voce agli animali muti presenti nella Divina Commedia è stato un attimo. Avrei raccolto e raccontato un bestiario dantesco!
Dalle note ufficiali si evince come tu sia “interprete, ideatrice, produttrice e leader”: questo tuo tratto autarchico rispecchia il tuo carattere o è funzionale al progetto?
Temo che sia esattamente lo specchio del mio carattere, ma fino ad ora non ne avevo presa totale coscienza, dato che di natura sono una persona mite. Eppure, inventare, gestire, articolare, decidere, produrre, interpretare "Vox in Bestia” si è rivelata la cosa più semplice che potesse capitarmi. Mi sono sentita perfettamente a mio agio nei panni del Leader.
Come è nata la scelta dei vari compositori?
Il mio percorso di vent’anni di esecutrice del repertorio contemporaneo mi ha dato occasione di instaurare rapporti pieni di fiducia con compositori con i quali ho realizzato opere e musica da camera. Conoscendo lo stile e la musica, in particolare, di Fabrizio De Rossi Re, Matteo Franceschini e Alessandro Solbiati, mi è stato facilissimo immaginarli immersi nei tre diversi mondi danteschi dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Mi è da subito parso che fossero perfetti nei loro ruoli. Mi serviva, inoltre, una voce autorevole del panorama italiano che potesse declinare le terzine dantesche in testi che parlassero al nostro presente. Conosco i libri di Tiziano Scarpa - ho nutrito un amore viscerale per il suo “I groppi d’amore nella Scuraglia” al cui interno vive un delizioso e dissacrante bestiario - per cui mi è venuto naturale chiedere a lui di occuparsi della parte testuale. Infine, per creare tridimensionalità al progetto ho invitato Gianluigi Toccafondo, stimato artista visivo, a disegnare per me un nuovo bestiario (da cui le immagini presenti nel booklet) da potere presentare al pubblico durante i concerti dal vivo. La risposta di tutti questi amici e artisti è stata commovente. Hanno creduto nel progetto fin dall’inizio, dandomi la sensazione che avrei potuto realizzare qualsiasi cosa avessi voluto.
Sei pienamente soddisfatta del risultato ottenuto?
Sono felicissima. Il disco è solo l’ultimo passo di un progetto molto articolato: “Vox in Bestia”, come dicevo, ha debuttato come programma radiofonico in 15 puntate per Radio 3 RAI ed è stato poi oggetto di concerti dal vivo, ben 23 in tutta Italia.
Il CD che ho in mano è un contenitore notevole, che mantiene l’equilibrio con la qualità della tua musica: anche questa è opera tua?
Il CD è stato realizzato dalla casa discografica Stradivarius, che si è occupata sia della parte grafica che di quella musicale del prodotto. In particolare, vorrei ringraziare Andrea Dandolo che mi ha seguita, ascoltata e assecondata nelle fasi di produzione e pubblicazione del disco.
Devo aggiungere, però, che senza il sostegno costante dell’amico Guido Barbieri, mio infaticabile ambasciatore, non sarei arrivata a tanto.
Come ti muoverai per pubblicizzare e far conoscere “Vox in Bestia”?
Il mio sogno, ora, è di potere fare conoscere “Vox in Bestia” anche fuori dall’Italia. Il canto è un linguaggio universale e Dante è “Il Poeta” indiscusso di tutti i tempi: non dovrebbe essere difficile, no?
È in arrivo un nuovo progetto musicale targato The Samurai of Prog e il mio incipit tende a
ripercorre gli stessi concetti che propongo ogni volta e che si rifanno alla prolificità del gruppo, alle loro skills, alla capacità di coinvolgere
musicisti sparsi per il pianeta, all’essenza della musica progressiva.
Ma questa volta c’è una novità perché Marco Bernard e Kimmo
Pörsti, promulgatori massimi dell’idea che spinge i Samurai musicali sparsi
ormai nel mondo, lasciano grande spazio al compositore e multistrumentista Marco
Grieco, in passato soprattutto collaboratore, ma nell’occasione compositore
per intero (un'ora intensa di musica progressive) di un viaggio musicale che lo
vede, anche, come naturale interprete, insieme a Bernard (basso) e Pörsti
(batteria), e ad un corposo e virtuoso "equipaggio" formato da alcuni
tra i migliori musicisti progressive internazionali che vado ad elencare:
- Marco
Bernard / Shuker basses
- Marco
Grieco / keyboards, acoustic and electric guitars, ukulele, backing vocals
- Kimmo
Pörsti / drums & percussion
With:
- Clive Nolan
/ vocals
- Juhani
Nisula / acoustic and electric guitars
- Marek
Arnold / alto and soprano saxes
- Bart
Schwertmann / vocals
- Sara Traficante / flute
- Ruben Alvarez / electric guitar
- Yogi Lang /
vocals
- Steve Unruh
/ violin and flute
- Bruce Botts
/ electric guitar
- Rafael
Pacha / acoustic and classical guitars, Uillean pipes, recorder
- Olivia
Sparnenn Josh / vocals
- Luke
Shingler / flute
- Beatrice
Birardi / xylophone
- Carmine
Capasso / electric guitar
- John
Wilkinson / vocals
- Marcel Singor / electric guitar
- Massimo Sposaro / acoustic guitar
- Cam Blokland / electric guitar
A fine commento propongo anche una esaustiva intervista che
doverosamente coinvolge Grieco, che con le sue risposte illumina un percorso
che, per essere compreso appieno, necessità di elementi didascalici.
Scopriamo/anticipiamo attraverso le
sue parole la “trama del film”, un falso concept, nel senso che i vari brani
rappresentano ciascuno un atto di senso compiuto, ma esiste un diario di bordo del
viaggio interstellare fantascientifico verso la costellazione della Fenice
compiuto da una donna, assolutamente comune e non specializzata, all'interno di
una futuristica astronave. Scopo del viaggio è quello di tentare di salvare
quel che di buono l'umanità è stata capace di esprimere prima di aver messo sul
campo i presupposti per la sua distruzione definitiva.
Alla fine, i vari episodi trovano il legame per realizzare
l’idea di concettualità e il vero scopo/messaggio si materializza sotto forma
di esortazione a non mollare mai, anche quando tutto sembra perduto, cercando di
risorgere dalle proprie ceneri e spiccare il volo, proprio come l'Araba Fenice.
Il percorso sonoro inizia con la
title track, “Anthem to the Phoenix Star”.
La protagonista compila il suo diario
e si rivolge alla figlia: la meta è vicina, pochi giorni e la destinazione
“terra” sarà raggiunta, ma quello che per la navicella è stato un viaggio di
poco più di un anno corrisponde ai terreni 76 anni; alla fine del percorso, se la
missione sarà stata compiuta con successo, il tempo sarà arretrato e
mancheranno cinque anni alla nascita della destinataria dello scritto. Ma, cosa
più importante, saranno disponibili dieci anni per disinnescare gli eventi
autodistruttivi previsti per il 2027. L’obiettivo per madre e figlia è quello
di poter leggere assieme le lettere, sperando sia possibile rivedere la vita
tornare all’iniziale splendore.
Un inizio icastico, non facile da
descrivere attraverso le sonorità tradizionali. La libertà espressiva del prog
permette questo ed altro. A livello strumentale, oltre ai soliti tre - Bernard,
Pörsti e Grieco - che compaiono in tutti i brani e che quindi non
nominerò più, troviamo Juhani Nisula alla chitarra elettrica e acustica,
Marek Arnold al sax alto e soprano e la calda voce di Clive Nolan.
Caratterizzanti appaiono i fiati, che forniscono immagini
spaziali e drammatiche, mentre la solista e le fughe di sintetizzatore producono
atmosfere distopiche, aggettivo che credo di avere più volte utilizzato nel
commentare i “lavori samurai…”.
Uno start emozionate e coinvolgente!
Segue “Burning Silence”.
Prosegue il dialogo a distanza tra
madre e figlia e il cuore si apre, la mente ritorna alla giovinezza, quando la
vita sembrava noiosa e routinaria e darle un senso sembrava esercizio inutile.
Chiudere gli occhi e sognare sembrava abbastanza, e per trovare sfogo alla
piattezza era sufficiente tuffarsi nell’alcool con persone poco raccomandabili.
Quanto può bruciare il silenzio e
quanto è difficile non farsi avvolgere dalle fiamme!
Ruben Alvarez alla chitarra elettrica, Sara Traficante al flauto e Bart
Schwertmann alla voce sono gli strumentisti aggiunti.
Brano dai tempi cangianti, tra elementi classici e rock
spaziale, il tutto focalizzato sulla rappresentazione dei sentimenti da parte
di una madre che, riannodando i fili della sua storia, si ritrova e pensa a
rimediare, avendo forse a disposizione una seconda possibilità.
Il terzo episodio prende il nome di “Killing Hopes”.
La donna svela alla figlia qualche doloroso segreto che si
lega alla morte delle speranze, nello specifico collocate in un contesto di
degrado che l’ha vista coinvolta con un uomo in storie di droga, un compagno,
un padre per tre giorni, un genitore mancato da subito. E le promesse di
cambiamento, mai mantenute, sono utilizzate per creare un parallelo con il male
provocato alla natura, con il voto teso all’idea di un rimedio, necessario, ma
mai preso in considerazione.
Nell’occasione ritorna un terzo Samurai, Steve Unruh (violino
e flauto) assieme ad una vecchia conoscenza alla chitarra acustica,Rafael Pacha, mentre l’elettrica è ad appannaggio
di Bruce Botts e il driver vocale è Yogi Lang.
Un’altra lunga storia complicata da musicare, dove melanconia
e riflessione vengono descritti attraverso suoni ancestrali e aulici, e quando
l’arpeggio acustico lascia spazio alle aperture tastieristiche l’dea di
speranza e luce viva prendono forma, con un’armonizzazione armonica che riporta
al mondo degli YES.
Emozioni a gogo!
“Bones” vede la partecipazione della voce soave
di Olivia Sparnenn Josh, Luke Shingler al flauto, Beatrice
Birardi allo xilofono, Carmine Capasso alla chitarra elettrica e Rafael
Pacha alla chitarra classica e alle uilleann pipes.
È questa l’occasione in cui Grieco lascia passa la mano alla
figlia Daphne che realizza un testo magistrale.
La memoria ritorna ad un momento indimenticabile e gioioso,
quello della nascita della figlia, con una bimba serena in mezzo ad altre
neonate. E proprio nel momento idilliaco per eccellenza nasceva la sensazione che
l’ascesa del caos fosse inarrestabile, che l’avanzare senza tentennamenti verso
la fine fosse una progressione continua senza alcun ripensamento. E fu lì che il cuore si oscurò!
Oltre otto minuti di emozioni
continue, un sample di cosa possa rappresentare un brano prog, tra messaggio,
competenza strumentale e bellezza estetica, un fiume in piena che diventa docile
torrente, un salire e scendere un difficile pendio con facilità, un’agitazione
smisurata che diventa quiete positiva.
Cosa si può chiedere di più ad un
brano musicale!
“Don't Be Afraid” è una delle tracce più lunghe
del disco e si fregia della partecipazione di Sara Traficante al flauto,
Marcel Singor all’elettrica, Massimo Sposaro alla chitarra
acustica e John Wilkinson alla voce.
Un incidente sulla navicella - una piccola ferita al volto -
riporta alla mente la violenza domestica perpetrata dal padre a moglie e mamma
per ogni rientro a casa da ubriaco. Nascondersi sotto alle coperte, usate come
scudo invalicabile, non era così rassicurante e i genitori si trasformavano
presto in animali incuranti dell’innocenza di una figlia. Forse da lì nacque la
capacità di non guardare/sentire, al sicuro tra i sogni, pensando a non mollare
mai.
Una voce dal tono “genesisiano” conduce un dramma che si
snocciola in una suite dai momenti differenziati. La marcetta si lega alla
classicità pura, mentre le lancinanti svisature dell’elettrica penetrano
nell’anima e realizzano un’andatura in pieno stile seventies, quando queste
sonorità erano il nutrimento quotidiano.
Senza parole!
“Wings” è il brano più corto dell’album,
quattro minuti di Gran Piano in cui Marco Grieco descrive il dramma e la
delusione per ciò che sta per avvenire.
Un guasto tecnico porta la protagonista a sacrificare la
propria vita o in caso contrario l’intera umanità verrà distrutta senza avere
possibilità di rinascimento.
Quanta responsabilità sulle spalle di una donna comune, senza
particolari attitudini tecniche, priva di equilibrio e vittima di scelte
sbagliate!
Non resta che mettere le ali per giungere alla stella
propizia, provando a trasferire il conosciuto ai potenti del pianeta, nella speranza
che non ripetano errori già commessi.
Anche il diario di bordo arriverà a destinazione, in modo da
poter essere letto, mentre le ali si piegano e conducono ad una stella, la sua
stella, che dall’alto osserverà gli eventi e proteggerà l’affetto lontano.
Poco da aggiungere, un pezzo di bravura di Marco Grieco che
utilizza il suo piano chiudendo gli occhi e lasciando andare mani e mente, solo
così si può raccontare musicalmente il parallelo tra infinita tristezza e
speranza di luce infinita.
A chiusura “Behind The Curtain”,
il brano più lungo, quasi 14 minuti.
Protagonisti Cam Blokland
all’elettrica e ancora Clive Nolan alla voce.
La vera suite, divisa in nove
movimenti.
E arriva l’ultimo messaggio e davanti
agli occhi scorre la vita intera, che riporta ad una metafora, quella che
riconduce ad un evento teatrale giovanile, in cui la donna, attrice sul palco,
cadde nel momento topico ma trovò la forza per continuare, mentre il pubblico
sembrava scommettere sulla sua tenacia e sul suo coraggio.
L’alcool ingerito successivamente
provocò la liberazione dai pensieri subdoli, ma presto le idee si chiarirono: non
era stato importante il "riuscire a farcela", ma il
"sentire" di potercela fare.
E gli spettacoli teatrali restanti
furono un successo.
Sarebbe poi arrivato l’oblio, assieme
a quell’uomo che sembrava quello perfetto, ma è questo il momento della
rinascita, con le ali che condurranno verso la giusta stella.
L’ultimo messaggio dalla navicella è il seguente:
La nave di prima classe "Phoenix", dopo un viaggio
di 84,8 anni luce, durato per l'unico essere umano a bordo 428 giorni (tempo
locale) alla velocità di crociera di 72,3177 volte la velocità della luce,
impatterà tra 3' e 22" (tempo locale) la stella denominata Ankaa,
altrimenti detta anche "α Phoenicis", innescando la reazione a catena
di entanglement quantistico per effetto della Singolarità Cosmografica di
Pögribe. In allegato si trasmette a mezzo canale trasmissivo in Entanglement
Quantistico, il materiale inerente la missione, i video del pilota a bordo e il
relativo giornale di bordo. END OF TRANSMISSION
Un’ondata di emozioni in cui cito la sezione ritmica, quella
coppia di geni che ormai appare scontata se si pensa al risultato finale, ma
Marco Bernard e Kimmo Pörsti sono i musicisti a cui occorre dire grazie,
soprattutto per il loro modo di intendere la musica e incarnarne il giusto
spirito.
L’atto conclusivo, volendo anche dimenticarne il messaggio
profondo, diventa un quadretto iconico del prog, dove la contaminazione viene
proposta con il corretto equilibrio, senza sbavature, priva di esagerazioni
tecnicistiche, esaltando la squadra piuttosto che il singolo.
Un altro grande successo per i The Samurai of Prog.
Non poteva mancare l’Artwork di Ed Unitsky, il mio cover
designer preferito!
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Track List
01. Anthem To
The Phoenix Star (7:17)
02. Burning
Silence (6:59)
03. Killing
Hopes (7:39)
04. Bones
(8:38)
05. Don't Be
Afraid (11:23)
06. Wings
(4:02)
07. Behind
The Curtain (13:39)
Marco Grieco racconta…
Rispetto ai lavori precedenti dei Samurai, dove eri presente
come partecipante/creatore, mi pare che in questo nuovo progetto tu abbia
assunto un ruolo di maggior evidenza all’interno del gruppo: mi racconti le
differenze rispetto al passato?
“Anthem to the Phoenix Star” è un lavoro la cui scintilla è
nata da una idea di quel vulcano in eruzione continua che è Marco (Bernard).
Era l'inizio di giugno del 2021 e Marco mi propose quella che chiamò
"un'idea pazza" (le idee pazze di Marco sono per me sempre fonte di
grandissima ispirazione!): comporre un intero album che ripercorresse i
"sapori" della musica progressive dei grandi e storici gruppi degli
anni '70 pur mantenendo una propria originalità. Puoi immaginare la mia
felicità nell'avere una sorta di "carta bianca" nella composizione e
nella scrittura di qualcosa che poi avrei suonato insieme a Marco e Kimmo e a
tanti fantastici ospiti internazionali. Un vero onore e, al contempo, un
pesantissimo onere. Ecco, credo che la vera differenza tra quanto io abbia
composto per i precedenti album dei TSOP (mai più di due brani per album) e
questo progetto consista proprio nella grande responsabilità della scrittura e composizione
di tutti i brani completamente affidata a me. Ed è una dimostrazione di stima
da parte loro che mi ha sicuramente ispirato tantissimo e che non dimenticherò
mai... e che, soprattutto, spero abbia portato i risultati sperati.
Potresti sintetizzare la storia che proponete in questa
occasione?
Dal punto di vista prettamente musicale ci sono linee
differenti rispetto al percorso consolidato dei TSOP?
Conosco i TSOP da quando li ascoltavo soltanto come fan e
seguivo il loro percorso che chiamerei di vera e propria "ricerca".
Collaborare, oggi, con loro significa, per me, essere parte creativa di questa
ricerca. In tal senso, già dal primissimo brano composto per loro
("Friday", poi pubblicato nell'album "Robinson Crusoe" di
Bernard & Pörsti) ho cercato di inserire il mio stile compositivo
consolidato in tanti anni di attività, sia nel campo del Rock che in quello più
orchestrale legato al mondo dei musical, in un percorso del quale conoscevo,
per fortuna, come ascoltatore, molte delle tappe precedenti. Inoltre, mi sono
ritagliato il ruolo, oltre che come compositore, anche come keyboardist,
cercando di integrarmi quanto più possibile, anche strumentalmente parlando,
con Kimmo, Marco e tutti gli ospiti presenti nelle mie composizioni. In
sostanza, qualcosa che fosse come aggiungere un pistone ad un motore di una
macchina perfettamente rodata, in piena corsa, facendo di tutto per aggiungere
potenza e non appesantirne l'andatura. “Anthem to the Phoenix Star”, sotto
questo aspetto, ha costituito per me il vero banco di prova di questa
integrazione in corsa.
Come sempre è folta la schiera dei partecipanti e sarà mio
compito elencarli in sede di commento, ma volevo sapere se sono state fatte
scelte specifiche in funzione del nuovo lavoro, “Anthem To The Phoenix Star”.
Man mano che procedevo con la composizione dei brani e ne
condividevo i mix parziali con Marco e Kimmo, c'era un continuo scambio di
messaggi con le proposte dei vari possibili ospiti che la mia musica
"ispirava". Man mano mi arrivavano messaggi da Marco Bernard che
andavano progressivamente a comporre la "rosa" dei candidati. Ed ogni
volta che leggevo quei nomi leggendari del panorama progressive internazionale
non mi sembrava sinceramente possibile che avrebbero mai accettato di suonare
nelle mie composizioni. E invece hanno sostanzialmente accettato tutti (e non
finirò mai di ringraziarli, per questo, come non finirò mai di ringraziare
Marco per averli contattati e coinvolti uno per uno in questo folle progetto!)
e hanno dato una spinta pazzesca, con la loro voce, i loro strumenti, con la
loro sensibilità, il loro talento e i loro stratosferici e ispirati
virtuosismi.
Quanto sei stato influenzato dal punto di vista creativo dal
periodo di emergenza sanitaria? La situazione completamente nuova ti/vi ha
spinto verso argomenti riflessivi condizionanti?
Come ho già detto, e come suggerisce il titolo stesso,
"Anthem to the Phoenix Star" costituisce un vero e proprio inno alla
resilienza, alla capacità di reagire e non mollare mai. Sicuramente è un tema
che, compositivamente parlando, mi ha ispirato molto, sia nella musica che nei
testi. A tal proposito mi piace citare l'unico testo dell'album non scritto da
me: "Bones". È un testo scritto da mia figlia Daphne che, quando l'ho
letto, mi ha dato immediatamente l'impressione di essere una sorta di
"fotografia" asettica, nuda e cruda, dell'effimerità umana, della
falsa illusione di eterna esistenza che sembra assolvere ogni nostro
comportamento. Una caducità resa ancora più evidente dal periodo di emergenza
che viviamo, a più livelli, in questo periodo. Scriverne la musica è stato un
calarmi totalmente in questa sensazione di "caducità" e sicuramente
le emozioni vissute in questi ultimi anni hanno in buona parte influito.
D'altra parte, tutto il lavoro svolto con Marco e Kimmo è stato, esso stesso,
per intensità e passione profuse, una sorta di ribellione alla pesante
costrizione fisica e psicologica imposta dalla emergenza pandemica.
Visto il tutto dall’esterno, sembra che la grande e allargata
famiglia dei “Samurai” goda di entusiasmo unico, che si traduce in prolificità
inusuale, fatto abbastanza strano se si pensa che i contatti sono quasi tutti a
distanza: quale alchimia vi tiene così coesi e produttivi?
Più che parlare di "una" alchimia, direi che in
campo ve ne sono diverse. A partire dall'esperienza, competenza e conoscenza
degli ambiti musicali nei quali si muovono i TSOP, veramente fuori dal comune.
Il rispetto immenso per ogni singola nota scritta dai compositori e
dall'apporto straordinario dei musicisti e dei cantanti. Un rispetto che ognuno
dei compositori e dei musicisti che hanno lavorato negli album dei TSOP, me
compreso, sentono, perfettamente, quando il brano si sviluppa in tutta la sua
esecuzione dopo i mastering definitivi. Personalmente sentire i TSOP e tutti
gli ospiti reinterpetare le mie composizioni, con il proprio modo di suonare e
la propria sensibilità, mi riempie di gioia e mi fa sentire un compositore
"libero" di dare il meglio di sè, senza dogmi, senza costrizioni e
preconcetti. In sostanza nei progetti dei TSOP le distanze geografiche sono
spazzate via, si scambiano apprezzamenti, idee e ci si sente tutti molto uniti,
anche con gli altri musicisti, da un incondizionato amore per la musica, per il
prog, per la ricerca, la contaminazione, la sperimentazione. Per questo i
Samurai sono così "speciali", e io sono fiero, nel miopiccolo, di contribuire a farli
continuare ad essere un progetto così unico e fantastico!
Un’ultima domanda, che ho fatto più volte a Marco e Kimmo e
che appare retorica, ma contiene in sé una discreta dose di speranza: vedremo
mai dal vivo i TSOP?
Inutile dire che personalmente penso che sarebbe
meraviglioso! Allo stesso tempo è un tema che più volte mi è capitato di
affrontare con Marco e Kimmo ma che, pur non essendo mai scartato, sicuramente
non è nelle priorità del gruppo considerata la enorme quantità di idee creative
relativa ai rilasci discografici che impegnano ed impegneranno nel breve e
medio termine i TSOP e tutto il collettivo di artisti che con i TSOP collabora.
Potrebbe essere perfino possibile che nel frattempo spunti fuori qualche cover
band dei TSOP, chissà. Allo stesso tempo direi, ricorrendo ai concetti
contenuti in questo album, che la speranza non vada mai abbandonata e che non
bisogna mollare mai. Quindi magari chiedendolo ripetutamente e a gran voce
chissà che, prima o poi, non accada davvero...
La copertina di Pablo Ayo immortala i Colosseum al Piper di Roma
“ROCK MEMORIES
Scritti ribelli E SINCRONICITA’ DI UN GIORNALISTA MUSICALE
Volume primo.”
Ho divorato il libro di Maurizio Baiata, in uscita ufficiale prevista per
il mese di settembre (ma già disponibile sulle piattaforme online), dal titolo
icastico e dal sottotitolo criptico - ma facilmente comprensibile dopo l’intervista
all’autore che pubblico a seguire: “ROCK MEMORIES-Scritti
ribelli E SINCRONICITA’ DI UN GIORNALISTA MUSICALE- Volume primo.”
Sono due le prefazioni autorevoli,
quella di Renato Marengo e di Susanna Schimperna, due “aperture”
all’opera e due diversi punti di vista che convergono e che forniscono valore
aggiunto, certamente partecipazioni sentite.
Anche le mie parole saranno influenzate
da sentimenti che, talvolta, potranno allontanarsi dalla razionalità, perché la
musica - anche il solo parlarne - può far volare alti e perché la sollecitazione della
memoria che riporta al periodo formativo tocca il cuore, la mente, le storie di
vita e un po’ di rammarico per un tempo andato, che solitamente quelli della
mia generazione ritengono assolutamente migliore di quello attuale.
Non voglio giungere a conclusioni in
tal senso, ma mi piace crogiolarmi nelle mie sicurezze di sempre, alle quali mi
aggrappo con una buona dose di sicurezza conoscendone in parte la validità.
Queste prime note rappresentano la
mia introduzione al libro, con l’intento di delineare i contorni del lavoro di
Baiata e al contempo i miei, perché non riesco a scindere le vie che intersecano il
mio periodo giovanile e quel gruppo di persone, ai miei occhi inarrivabile, che
attraverso un giornale, Ciao 2001, mi hanno fatto crescere e istruito. Non
esagero, la musica non mi ha mai abbandonato e credo nel tempo di aver fornito
il mio piccolo contributo, ma nulla sarebbe accaduto se quel numero sparuto di
giornalisti non mi avesse portato in casa musica nuova da abbinare alla mia
curiosità.
Nel corso del tempo la tecnologia ha
reso possibile un contatto diretto con molti di loro, alcuni conosciuti non
solo virtualmente, come nel caso di Maurizio Baiata che, come accaduto con
Armando Gallo, ha partecipato episodicamente all’avventura di MAT 2020, giornale
online che per nove anni ha cercato in modo dichiarato di ridare lustro a Ciao
2001 e di cui ho partecipato alla gestione.
Leggere “Rock Memories…” mi ha
fatto un po’ male, uno stato d’animo che penso possa abbracciare chi riesce a
capire all’impatto quale sia il tema e il linguaggio proposto dall’autore, ma
oltre ad un bilancio di vita e alla sintesi personale di una storia importante,
fatta di eventi e cultura pura, l’occhio di Baiata è rivolto, anche, ad un
altro pubblico, quello dei giovani curiosi.
Maurizio mette mano e rivisita
materiale pubblicato su Ciao 2001 dal ’70 al ’74, rivolgendosi soprattutto a quei
millennials predisposti ad indagare un periodo epico di cui si continua
a parlare, almeno all’interno di nicchie di appassionati. Personalmente non sono molto ottimista,
ma spero di sbagliarmi e in ogni caso l’intento è pregevole e condivisibile.
L’ulteriore denominazione, “VOLUME
PRIMO”, svela la complessità del progetto, e dopo questa prima parte delineata
temporalmente arriverà un secondo book che comprenderà scritti degli anni a
seguire, quegli articoli definiti “meno asciugati, corretti e
comunque non stravolti nella sostanza”, pubblicati su Muzak, Nuovo Sound e
Best, Stereoplay, Rolling Stone prima edizione e Classic Rock.
Nella sua prefazione Susanna Schimperna
sottolinea inizialmente le parole di Baiata: “Per leggere questo libro
bisogna lasciarsi andare al Suono che lo ha generato”, e aggiunge il giornalista:
“Un giorno nacque il Rock e il mondo non fu più lo stesso”.
Con questa chiosa inizia il viaggio
delle “Rock Memories”, un percorso dinamico che accorcia spazi e tempi, e che partendo
dalla “Johnny B. Goode” di Chuck Berry (1958) termina nel 1980 con con gli U2 (“I will follow”),
venti tracce con ampia didascalia e consigli per l’ascolto, possibilmente in
vinile, perché anche il tipo di fruizione appartiene a quel rito fatto di piena condivisione, con tanto di fruscio tipico del “mezzo”, e almeno una volta
occorrerebbe… provarne l’ebrezza!
Qualche nome? Lo start è affidato a Jimi Hendrix e
alla sua “Purple Haze” (senza tempo), e passando per i Santana di
Woodstock (“Soul Sacrifice” - 1969) e i Jethro Tull ("My
God"-1971) si arriva ai The Who ("Baba O'Riley-1971) e aiLed Zeppelin (“Kashmir” - 1975). Tanto per fornire qualche
sample.
La super sintesi della vita di Baiata
riporta ad un inizio di lavoro giornalistico iniziato ai tempi del liceo, con
collaborazioni e differenti ruoli in ambito musicale e vaste esperienze negli States
- in due periodi differenti -, questo per chiarire il curriculum rilevante, che
oltre a significare gratificazione personale sancisce skills e autorevolezza nell'affermazione e nel racconto.
Il saggio prende il via e vengono
proposti articoli “ripuliti” accanto alle immagini degli originali, e appare
chiaro come non esista un genere preferenziale - anche in quei giorni era
necessaria diversificazione e apertura mentale - senza dimenticare che il primo
Baiata non poteva certamente essere un grande esperto, per mero elemento
anagrafico, e che tutto il periodo che lui racconta gli sarà servito per
accumulare esperienze che poi, dalla sua posizione privilegiata, ha potuto
condividere col resto del mondo.
Pop, jazz, blues, prog, rock, psychedelia,
folk, sperimentazione, avanguardia, cantautorato… non ci sono paletti che possano
restringere il campo di interesse e la proposta, con occhi che si muovono tra
Italia, Inghilterra, America, Germania.
E poi interviste e commenti ad album
e incontri sonori.
Qualche
nome altisonante sparso?
Black Sabbath, Jefferson Airplain, John
Mayall, Rory Gallagher, ELP, King Crimson, Colosseum, Francesco Guccini, Antonello
Venditti, Angelo Branduardi, Claudio Rocchi, Tangerine Dream, Soft Machine, The
Doors, Osanna, Il ritratto di Dorian Gray, Il Balletto di Bronzo, Joe Cocker,
Magma, Santana… mi fermo qui. La lista è lunga!
A conclusione del libro segnalo un
paio di capitoli rilevanti.
Il primo riguarda la discografia rock
consigliata dall’autore a cinquant’anni di distanza da quella realizzata per
Ciao 2001, facendo probabilmente storcere il naso, all’epoca, a molti colleghi di
redazione con gusti differenti.
Si va in rigoroso ordine cronologico,
con una sezione finale dedicata agli album “speciali” (il triplo “Woodstock”,
ad esempio) e una dedicata agli “italiani”.
L’ultimo spazio, specchio esatto di
quei giorni in cui l’interazione passava obbligatoriamente attraverso le poste
italiane, si chiama “L’Angolo del Pop”, una sorta di tribuna dei lettori
che permetteva l’unione tra giornalisti esperti e fruitori del giornale, in
tempi in cui l’idea di poter essere in apparente diretto contatto con i propri
guru dell’informazione musicale appariva gratificante, oltre che utile per i
contenuti.
Altri tempi, e mi chiedo se Baiata e
i suoi colleghi potessero essere consci della loro importanza al cospetto dei
giovani appassionati di rock, che trovavano un punto di aggancio reale con i
propri sogni.
Una lettura che, come sottolineavo in
precedenza, mi ha regalato molto, soprattutto sotto l’aspetto emotivo, una esplosione
di ricordi, sentimenti, profumi, gusti… un’azione sinestesica che mi ha
procurato benessere a iosa.
E poi c’è la storia, la realtà, le
cose raccontate perché accadute e vissute in prima persona, il valore aggiunto
della passione applicata alla professione.
Ammetto anche la mia debolezza umana,
quella che mi porta a pensare che se fossi nato un pugno di anni prima, vivendo
nella città giusta, forse, anche la mia strada avrebbe potuto prendere una via
simile a quella di Maurizio e tanti come lui. Sana invidia la mia!
Libro imperdibile e corredato da
immagini magnifiche!
L’intervista realizzata con Maurizio
Baiata aggiungerà molto al mio commento.
Vorrei partire da uno stimolante
annuncio, “Volume primo”, segno che hai già programmato il seguito e,
soprattutto, che hai materiale a iosa da proporre: come hai pianificato il
progetto?
Dopo attenta riflessione, ho optato
per la sequenza storica. Ho iniziato a collaborare con il Ciao nella seconda
metà del 1970 (ero ancora al Liceo), curando una rubrica sulle motociclette e
poi articoli su grandi personaggi dello sport mondiale. La raccolta dei pezzi
musicali del “Volume Primo” parte dal novembre ‘70 (Black Sabbath) e arriva al
9 giugno ‘74 (Tim Buckley). Allora avevo già preso contatto con il Collettivo
di Redazione di Muzak. Il “Volume Secondo” si aprirà su articoli e recensioni del
“Ciao 70-74” esclusi dal primo per ragioni di spazio. Poi arriveranno i
materiali tratti da Muzak luglio 74-novembre 75), dal settimanale Nuovo Sound e
dai monografici della serie “Best” (75-77), fra cui quello sull’Avanguardia, da
me curato. Lo stesso è previsto con Stereoplay e con l’Annuario Discografico (76-79),
di cui sono stato caposervizio Rock. Chiudevo gli anni ‘70 alla direzione della
prima edizione italiana di Rolling Stone e qualcosa merita di essere letta
oggi. Valgono anche le mie corrispondenze da New York nuovamente per il Ciao
2001 (81-83), alcuni articoli del quotidiano Il Progresso italoamericano
chiuderanno il secondo volume, che conterrà almeno sette interviste inedite a
grandi del Rock tutte realizzate negli USA.Quella a Ray Manzarek è apparsa su Mat2020.
Opere come la tua contengono, anche, frammenti
nostalgici e bilanci di vita, ma va sottolineato l’elemento storico, culturale
e quindi didattico: a chi vorresti fosse maggiormente rivolto il tuo book?
Il libro è dedicato ai ragazzi di
oggi che amano il Rock e le Avanguardie, vi troveranno fonti di ispirazione di
riflessione e ne apprezzeranno la scrittura in totale libertà. Ho comunque
editato e snellito molti dei testi originali per renderli di fruizione più
immediata. Ai ragazzi di ieri, dai dodicenni in su, dico che di essere felice
di aver condiviso con loro un’era irripetibile.
La lettura mi ha portato da subito al
mio mondo adolescenziale e formativo, quando sul “mio” CIAO 2001 imparavo a
memoria i nomi di giornalisti - e musicisti - che hanno accompagnato la mia
crescita, non solo musicale: c’è qualche aspetto di quei giorni antichi che
sarebbe riproponibile con successo 50 anni dopo?
Interrogativo da film post
apocalittico. Sarebbe come parlare di “The Book of Eli” a uno che non ha mai
sentito parlare delle grandi religioni monoteiste (meglio per lui sarebbe). Per
questo, in apertura di libro ho inserito un lungo viaggio con una scelta di 50
brani epocali che dovrebbero accompagnarne la lettura, in effetti antecedendo
di almeno tre lustri i Black Sabbath del primo album. Una colonna sonora di
viaggio a cavallo di una Harley…
Approfitto della tua vita
oltreoceano: quali erano le più grosse differenze tra “noi e loro” rispetto
alla concezione di musica, in tutti i suoi aspetti?
Ho vissuto negli USA negli anni
1979-1986, NYC. La musica la si viveva e respirava ad ogni angolo di strada,
dall’East Village ad Harlem. Le radio andavano ovunque a tutto spiano dagli
altoparlanti dei boombox, gli stereo portatili. Immaginate la colonna sonora di
“The Warriors” ambientata tra Centocelle e la Magliana…
Tra i tuoi tanti incontri musicali,
quale/quali ti ha dato maggior gratificazione e quale/quali invece ti ha
deluso?
Gratificazione imperitura
l’intervista a David Bowie, il cui testo aggiornato e integrale appare nel
Volume Primo. Ho lavorato con i Genesis a Roma per tre giorni per il lancio
italiano di “Invisible Touch”.Mai avuto
a che fare con un individuo più spocchioso e scostante quale Phil Collins.
Hai mantenuto i contatti con qualche
vecchio collega di redazione?
Ad oggi, solo con Dario Salvatori.
La tua carriera professionale
all’interno del mondo musicale ti ha visto impegnato in diversi ruoli, ma qual
è il tuo… vestito più comodo?
Il conduttore di programmi
radiofonici in cui trasmettere la musica che a me piace, l’ho fatto in passato,
da “Atmosfere 2000” a “Spazio X” nei programmi Radio Rai. Mandavo i Corrieri
Cosmici tedeschi, gli Amon Duul 2 e Bruce Palmer, Beaver & Krause e Terry
Riley e non li sfumavo mica…
Fare il commentatore di “cose
musicali” significa ascoltare, anche, materiale e generi che non si amano
particolarmente: qual è la tua musica di riferimento, quella a cui ti aggrappi
quando hai bisogno di stare bene, senza costrizioni professionali?
Le musiche insulse non le ho mai
trattate. Preferisco lo facciano altri. Quando ho partecipato a Sanremo per due
edizioni in qualità di discografico, ho avuto modo di ascoltare live Pino Mango
e mi sono detto: questo è un Dio della Voce e dell’Anima, per questo nessuno se
lo fila, soprattutto fra gli addetti ai lavori. La musica che per me è
taumaturgica è quella dei Dead Can Dance.
Il sottotitolo di “Rock Memories” è
abbastanza criptico: puoi decodificare “Scritti ribelli e sincronicità di un
giornalista musicale”?
“Scritti ribelli” nasce dal fatto che
il sottoscritto, come Riccardo Bertoncelli che ammiravo e a un tempo detestavo
(le ragioni lui le sa, ognuno ha le proprie fissazioni), eravamo gli unici che
davano “visione” ai suoni. Mi sono detto: se questo libro deve essere un report
di quattro anni trascorsi ogni giorno ad ascoltare e vivere e scrivere di
musica, la mia fortuna è stata di avere uno spirito ribelle, che non si
conformava, ergo… le sincronicità nascono da ogni incrocio di armonie, di urla,
di sberleffo, di trappole che ti si animano davanti ad ogni istante e che vuoi
e devi evitare, quindi hai solo una scelta: o colleghi il tutto in un
entanglement che neppure sai cosa significhi, ma avviene in automatico, oppure
sei fottuto e resti solo capace di scrivere quello che altri vogliono che tu
scriva.
Credo che i nostri percorsi di vita
non dipendano solo da noi; qualcuno, 2000 anni fa, disse che la fortuna non
esiste, ma capita talvolta che il talento incontri le opportunità: ti riconosci
un po' in questa affermazione antica?
Il talento incontra le opportunità? A
volte, anche per molti, è così. Per me è più il dolore dell’anima che davvero
scoperchia le nuove realtà, a quel punto… lassù qualcuno ti ama. Aggiungo: il talento che utilità potrebbe mai
avere se non batti le tue nocche contro il makiwara per tante e tante volte
sino a sbucciartele e farle sanguinare. A quel punto l’opportunità che ti
arriva è che sai che un giorno non proverai più il dolore. Ma mi piace di più concludere con il titolo di
quel film dedicato a Rocky Graziano. Perché mi sento italoamericano
dentro.
Avrei mille domande da farti ma le
lascio per il secondo volume!
Il 16 luglio del 2022 è andata
in scena a Genova la tradizionale kermesse dedicata alla musica
progressiva organizzata da Black Widow Records e Nadir Music, il Porto Antico Prog Fest.
Il mio commento e il sunto live sono
fruibili al seguente link:
Nell’occasione ho approfittato del
tempo disponibile per chiacchierare nel backstage con alcuni dei protagonisti
sul palco, raccogliendo frammenti di notizie, tra attualità e futuro.
Qualche nota sul loro nuovo album,
dal titolo “Metamorphosis”.
Si tratta di un lavoro in cui la band
ha voluto rivisitare alcune song già contenute su precedenti album ma con la
particolarità che ogni brano è stato nuovamente arrangiato e risuonato in
chiave acustica.
I CYRAX hanno fatto da sempre della
sperimentazione la loro cifra stilistica ed anche questa volta sono riusciti a
lasciare l’ascoltatore a bocca aperta, grazie ad un sound che va ad abbracciare
diverse sfumature: etniche, industrial, prog e orchestrali. “Metamorphosis”
è un EP consigliato a tutti gli amanti della musica sperimentale e mai
scontata, ricca di repentini e visionari cambi sonori.