mercoledì 18 novembre 2015

Pio Spiriti-"Fai spazio al cuore"


Pio Spiriti è un violinista, polistrumentista e compositore dalla storia illustre che, a distanza di quattro anni, propone il suo secondo album solo, Fai spazio al cuore.
Devo sottolineare come io abbia scelto, involontariamente, un momento particolarmente difficile per l’ascolto, perché gli avvenimenti francesi di questi giorni possono trovare periferiche amplificazioni, quelle che solo la musica è in grado di dare.
E che c’entra tutto questo con l’album di Spiriti?
E’ lui stesso a spiegare il contenuto del disco nelle righe a seguire, ma anticipo che il nucleo del contenitore musicale è costituito da quelle che lui chiama “perle musicali”, tracce abbinate a sei pellicole cinematografiche molto conosciute; a completamento del lavoro due inediti, uno dei quali fornisce il titolo all’album.

Ecco la track list e gli autori dei brani:

Pirata dei caraibi - Hans Zimmer
Cinema Paradiso - Ennio Morricone
L’estate -“Il Presto”- Antonio Vivaldi
Fai Spazio al Cuore - P. Spiriti-G. Galiena
L’ultimo dei Mohicani - Trevor Jones
Lungo la strada - Pio Spiriti
Shindler’s List - John Williams
Pour una cabeza - Carlos Gardel

Forse è sufficiente la lettura dei titoli noti per capire la mia chiosa iniziale, quel toccare il cuore provocato dall’abbinamento melodia-immagine; ed ecco che la musica struggente assimilata in anni di ascolto trova il miglior abbinamento possibile nelle azioni di uomini che provano a incidere, negativamente, il corso della storia: le trame di Fai spazio al cuore rimarranno per sempre appiccicate a momenti significativi della mia vita.
In fondo è proprio questo lo stimolo principale di Pio Spiriti, uomo/musicista che decide di dare la sua personale visione di attimi indelebili della sua esistenza, e nel farlo inserisce il tocco personale, il suo violino che sfiora le corde del cuore, e contribuisce nell’aumentare il groppo in gola.
Il mondo classico è quello che predilige, e i due brani “nuovi” si allineano a ciò che fa già parte della storia. E così la sua “voglia di eseguire, interpretare capolavori di così sconvolgente bellezza” provoca l’entrata nel filone della musica sinestesica, capace di sollecitare i sensi, di sviluppare odori e sapori, di emozionare e toccare gli anfratti del nostro sistema nervoso.
E’ un omaggio al binomio musica/pellicola cinematografica quello proposto da Pio Spiriti, un tributo alla bellezza estetica, un’esaltazione dei sentimenti puri che passa attraverso la rilettura di trame di cui spesso non si conosce il nome, ma che sentiamo da sempre nell’aria.
Il violino, protagonista dell’album, è uno strumento che non ha mezzi termini, non lascia scampo ne scelta, e conduce inevitabilmente ad una situazione introspettiva e ad un ventaglio di reazioni che sconvolgono le viscere.
Il brano che da il nome all’album, inserito a fine articolo, potrà spiegare in modo completo il concetto.


l’INTERVISTA

Sono passati quattro anni da quando commentai “Triskell il concerto”: cosa ti è accaduto  musicalmente parlando in questo ultimo periodo?

Molte le cose svolte in questo ultimo periodo, numerosissimi i concerti su e giù per l'Italia, la collaborazione con Claudio Baglioni è ancora molto attiva, proseguo poi il mio percorso di docente di violino nelle scuole medie ad indirizzo musicale, inoltre sto approfondendo lo studio della composizione e direzione di orchestra, un mondo che mi affascina sempre di più, molto stimolante, un viaggio verso nuovi orizzonti di “ libertà  creativa”.

Che cosa contiene il nuovo album ”Fai spazio al cuore”? Quale il motivo del titolo?

Fai spazio al cuore” è un album costituito da sei “perle” musicali cinematografiche,  con l'aggiunta di due tracce inedite con richiami alla musica classica che adoro, “Fai spazio al cuore” e “Lungo la strada”.
Le altre sono colonne sonore, che hanno caratterizzato un periodo particolare della mia storia musicale; moltissime le soddisfazioni a tal punto da stimolare in me la voglia di avventurarmi dentro questo nuovo progetto.
La track list: (Zimmer, Pirati dei Caraibi), (Morricone, Cinema Paradiso), (Jones, L'ultimo dei Mohicani), (Williams, Schindler's list), (Gardel, Por una cabeza).
Il titolo “Fai spazio al cuore” è una derivazione del mio stato emozionale, è la voglia matta di eseguire, interpretare capolavori di cosi sconvolgente bellezza. Cimentarmi nella realizzazione di questo progetto è stata una sfida personale molto costruttiva.

Con quale criterio hai operato le scelte dei brani che hai rivisitato?

Il criterio deriva da una scelta legata al valore e alla grande popolarità di queste composizioni, che definirei “epiche”.
Il sodalizio delle due arti, (cinema e musica) a mio avviso raggiunge la quasi perfezione.
Ed ecco spiegato il motivo del loro grandissimo successo e la capacità di arrivare dritte al cuore dell'ascoltatore.

Chi ti ha accompagnato in questo nuovo capitolo musicale?

Come per “Triskell il concerto”, ho voluto al mio fianco ancora una volta la magistrale collaborazione del M° Gioacchino Galiena, eccelso compositore e arrangiatore romano; Gioacchino riesce in maniera straordinaria ad essere in sintonia con il gusto, le idee, ed il mio desiderio di fare della musica, un veicolo che trasporti buoni sentimenti, aggiungerei veri, la ricerca del quel brivido che pervade, per non parlare poi della sua grande maestria come programmatore.
Per le registrazioni in studio e la grafica, un particolare ringraziamento va ai fratelli Mario e Marco Marcucci, amici di sempre e di indiscussa professionalità.
Per il mastering debbo citare e complimentarmi con Alberto Gerli, che ha dato al mio disco un suono reale, straordinariamente vero, un colore meraviglioso tenendo in considerazione che gli arrangiamenti ed i suoni utilizzati per le programmazioni sono di natura “virtual sound”.
Per la fotografia, un grazie a Gianluca Bizzarri, un “occhio” che sa cogliere l'attimo per immortalare fotografie memorabili, quando il soggetto non sono io ovviamente!

Come pubblicizzerai l’album? Sono previste date live?

Ancora una volta, grazie alla grande disponibilità del mitico Beppe Aleo, “il produttore” (Videoradio), ho avuto modo di realizzare questa mia seconda  raccolta musicale, che già dal 15 di ottobre 2015 è disponibile su tutti gli web store più importanti di vendita, come I-Tunes, Amazon, Shazam ecc., inoltre sto pensando ad una promozione “live” con una serie di concerti in giro per l'Italia,  uno di questi probabilmente già nel periodo prenatalizio.
Aggiungerei una nota importante per quanto riguarda la vendita del supporto fisico. Nell'era di internet, del web, delle mail, dei post, degli sms, ho voluto che questo disco, nell'immagine di copertina avesse tutte le caratteristiche di una tradizionale “busta da lettera” con all'interno il CD musicale. E cosi è stato, in effetti lo stiamo già spedendo e recapitando ai nostri affezionati più cari. Per  le specifiche di acquisto, visitare il mia pagina pubblicitaria di Facebook:

Nella precedente intervista ti chiesi un giudizio sullo stato di salute della nostra musica: cosa è cambiato negli ultimi quattro anni?

Caro Athos, molto probabilmente non è cambiato nulla, o meglio, forse siamo caduti ancora più in basso rispetto a come eravamo prima; le proposte musicali sono ormai e definitivamente nelle mani dei produttori dei talent show, null'altro, o poco più. Le grandi major discografiche non investono più, internet ha distrutto la discografia, oramai ci si accontenta di affollare le strade, le piazze, le stazioni della metropolitana, le uniche vetrine per farsi conoscere ed ascoltare; a chi va un pochino meglio non rimangono che locali e qualche pub!
Ma io continuo ugualmente ad inseguire il miei sogni, “chi ci crede lo spazio per farsi ascoltare se lo inventa!”.

Esiste un pubblico specifico a cui dedichi il nuovo disco?

E' una lettera musicale dal contenuto romantico, con dentro una parte di me. Nel corso della mia carriera artistica ho sempre cercato di fare musica con grande professionalità e dedizione, per questo spero che l’album abbia almeno la possibilità di essere ascoltato, poi per il resto sono pronto a raccogliere critiche positive o negative che siano.

Basteranno i sentimenti  e i buoni propositi per trovare un sereno vivere?

Sono cattolico, credo in Dio, credo nell'amore e nei sentimenti, quelli che non si vedono ma si percepiscono, e questo mi basta per comprendere che tali espedienti ci sono stati dati per evolverci ed imparare a conoscere il mondo.
Sottovalutare la loro grandezza equivale a condurre una vita scialba, insulsa,  fredda, insensata, i buoni propositi, conducono l'uomo lì dove lo stato di benessere psicofisico colma le debolezze e il malessere del vivere. 

Cosa ti aspetti da “Fai spazio al cuore”?

Le grandi aspettative non portano mai a nulla di buono, per questo dico che ho solo una gran voglia di farmi ascoltare, sperando di non finire già da domani nella compilation n° 1,000,000 di Spotify!

domenica 15 novembre 2015

Stelio Gicca-Palli –Corpi Estranei-Vol. 1


Stelio Gicca-Palli –Corpi Estranei-Vol. 1

Articolo già apparso sul sito FMD-FARE MUSICA E DINTORNI

I grandi amori non finiscono mai, forse si possono nascondere -agli altri- ma ci accompagneranno per tutta la vita, come gli occhi azzurri di chi un tempo lontano ha saputo colorare la nostra giovinezza, per poi sparire nel nulla, ma il solco rimane, indelebile.
Stelio Gicca-Palli conclude il suo “lavoro” in veste di musicista subito dopo averlo iniziato, al debutto degli anni ’70, a seguito di una grande delusione, o forse, come racconta lui a seguire, per una sorta di “vendetta” verso un mondo che iniziava a costruire troppi paletti attorno alla sua voglia di libera espressione.
La storia di “Lella” è conosciuta, ma sarà piacevole rileggerla oggi, con il filtro di una vita in mezzo.
La musica non si abbandona mai e Gicca-Palli ha proseguito nel privato a coltivare le sue storie e ad appagare le naturali necessità, sino a quando l’ora del ritorno pieno è arrivata.
Corpi Estranei-Vol. 1”, questo il titolo dell’album, contiene in sé due propositi, la voglia di raccontare ciò che si ritiene diverso da noi e la promessa di una nuova puntata, per chiudere un ciclo e completare il panorama dei disagi che condizionano le nostre vite.
Sono undici i brani, scritti in epoche diverse, ma legati da un consistente filo conduttore, fatto di simboli e di sostanza, dove la bellezza di una città si contrappone alla sua decadenza, dove i sentimenti dell’amore e dell’amicizia scorrono come in un film, tra gioia e delusione, dove l’impossibilità di comunicare rende estranea la persona più vicina, e dove si ripresenta con attualità, dopo quasi mezzo secolo, il problema del soccombere femminile all’interno del rapporto uomo/donna.
Il cantautore romano riprende a tessere la trama iniziata un tempo, carica di elementi tratti da esperienze personali e indotte, e disegna un quadro comune e conosciuto che diventa concreto, perché fissare i colori sulla tela significa donare immortalità a idee e sentimenti, e un artista, qualunque sia il suo modo espressivo, ha nelle mani questa opportunità unica che lo rende, almeno ad occhi esterni, un privilegiato.
Cosa si può fare per rendere quei corpi… meno estranei? Difficile trovare risposte esaustive; l’abitudine alla convivenza precaria, spesso priva di reazione, si trasforma a volte in colpa, in complicità, e la difficoltà oggettività può assumere l'aspetto di un comodo alibi da cui diventerà difficile sfuggire, non certo sufficiente a nascondere le responsabilità.
La proposta di Stelio Gicca-Palli -cantautore, intellettuale… esperto di vita- può aiutare ad aprire gli occhi, a fermarsi per una piccola riflessione, provando a dare risposta concreta a quella progressiva delusione che può portare all’annientamento dei sentimenti. E tutto questo non mi sembra un dettaglio.
Bentornato Stelio!
Nel suo viaggio musicale Gicca-Palli è accompagnato da grandi musicisti: Primiano De Biase al piano, Fabrizio Guarino alle chitarre, Marco Siniscalco al basso, Cristiano Micalizzi alla batteria, Carlo Di Frescesco e Simone Talone alle percussioni, Daniela Iezzi back vocals.


L’INTERVISTA

Possibile sintetizzare la storia musicale di Stelio Gicca-Palli?

E’ possibile, ed è una sintesi brevissima. Ho imparato a strimpellare la chitarra perché ce ne era una in casa (mio padre studiava chitarra classica col Maestro Di Ponio, con clamoroso insuccesso). Nell’estate 1966 conobbi nell’isola di Ponza una vasta truppa di reduci dal Ci ragiono e canto, di Dario Fo (Paolo Ciarchi, Ivan Della Mea, Rosa Balestrieri, Giovanna Marini etc., etc.) e mi infatuai della musica popolare. Convinsi Edoardo De Angelis, mio compagno di scuola, a frequentare con me il Folk Studio di Roma (era ancora l’epoca in cui più che il mitico Giancarlo Cesaroni i giochi li conduceva l’altrettanto mitico Harold Bradley) e, da spettatori, dopo pochissimo passammo a farci ascoltar cantare in duo alcune canzoni popolari un po’ – diciamo – ricercate.  Poi ci venne l’uzzolo di comporre canzoni e ne presentammo alcune, tra cui la famigerata Lella. Che ci portò difilato ai titoli a cinque colonne sui giornali.

Dopo una lunga pausa musicale ritorni alla passione originale, quella musica che nel privato non hai mai abbandonato: possibile che la delusione legata alla censura di “Lella” abbia provocato un così radicale cambiamento di rotta?

Più che la censura per Lella, quello che mi creò sconforto era il fatto che i dirigenti della Casa discografica (la RCA ), visto che per canzoni come Lella non tirava buona aria, volevano che facessimo canzoni… come quelle di quello lì o quelle di quell’altro là. E poiché avevo una laurea e un titolo di procuratore legale, e uno studio legale internazionale mi offriva una bella posizione di associato (per poi diventare socio), decisi di vendicarmi o, meglio, di fare lo gran rifiuto, come fece Papa Celestino, e di abbandonare quel mondo che  mi sembrava che non mi volesse (se vuoi, ci sono espressioni più incisive e sintetiche per descrivere il mio atteggiamento, ma forse non è il caso di adoperarle in questa sede).    

Restando su quel brano, che tratta l’argomento della violenza sulle donne, emerge come in quarantacinque anni non sia cambiato nulla, se non un maggior coraggio di denuncia: pensi che il messaggio musicale possa aiutare a cambiare le cose, almeno nell’opera di sensibilizzazione?

Molto spesso i comportamenti sono influenzati da messaggi provenienti dal mondo dell’arte, genericamente inteso. Il messaggio musicale può  essere uno di questi. E io, nel mio piccolissimo, provo a dare una mano. Però debbo dire che Lella, più che una canzone  di condanna  della violenza sulle donne, voleva e vuole essere una descrizione obiettiva di fatti e comportamenti. Una cronaca. Come reagisce un amante  o una amante  a un rifiuto?   A volte con civile sopportazione, più spesso con dispetto e dileggio, troppe volte con violenza. E vale anche per le donne. Diceva Congrave: “Hell hath no fury like a woman scorned”: non c’è inferno peggiore di una donna scornata. Solo che le donne sono meno brutali e sempliciotte degli uomini. E poi il rifiuto, per  ragioni  -diciamo- storiche, brucia più ai maschi che alle femmine. Con le tristi conseguenze che sappiamo. La maggior parte dei “femminicidi” è correlata alla reazione ad un rifiuto da parte della donna oggetto del desiderio (e forse anche del diritto di proprietà  vantato dall’uomo).

Mi spieghi il motivo del titolo del tuo primo album, “Corpi Estranei-Vol. 1”?

I corpi estranei sono quelli diversi da noi. Cioè praticamente tutto quello che non siamo noi, comprese le persone cui vogliamo o crediamo di volere bene, quando cessano di essere un tutt’uno con noi ed assumono o riprendono la loro specificità. Naturalmente sono corpi estranei tutte le cose e le persone che non percepiamo amiche o diverse da quello che siamo o sentiamo.  

Esiste un legame tra le canzoni che lo compongono, scritte in tempi diversi?

Certamente esiste. L’album ha un filo conduttore, che è quello sopra descritto. Il legame effettivo è costituito dall’esperienza, sia personale, sia mediata attraverso esperienze di altri di cui ero venuto a conoscenza.

Stelio Gicca-Palli e Edoardo De Angelis… pare un tutt’uno! E’ diffuso il sentimento dell’amicizia nel mondo della musica?

Edoardo ed io siamo amici, non colleghi. Francamente non so fino a che punto sia diffuso il sentimento dell’amicizia nel mondo della musica. Forse tra persone che non sono in concorrenza fra loro. Una delle cose più frequenti e stomachevoli è l’ascoltare le lodi sperticate che gli artisti (tutti gli artisti, non solo i musicisti ) si fanno l’un l’altro, per poi macerarsi nell’invidia e nel livore e farsi, appena possibile, le cosiddette “scarpe”.

Ho ascoltato importanti e storici autori dichiarare delusi che le canzoni contenute copiose nei loro cassetti sono prive di destinazione, immagine davvero triste: che giudizio daresti dell’attuale stato della musica nel nostro paese?

Panorama piuttosto deprimente. E non solo nel nostro Paese. E’ mia ferma opinione (ed ho potuto constatare che tale opinione è molto condivisa) che la grande stagione della musica cosiddetta leggera sia cominciata nei primi anni sessanta e sia finita prima della fine degli anni ottanta. Se c’è qualcosa di buono ora in giro, si tratta, a mio avviso, di prodotti di  autori, già attivi in quel periodo, che riescono ancora a riproporsi in maniera decente, oppure di nuovi autori che si ispirano  comunque alle tematiche di testi, armonie e melodie di quel periodo. E’ una visione certamente retrò; ma, allo stato, sembra inevitabile.

Che cosa pensi dei nuovi mezzi tecnologici a disposizione, se applicati al mondo dei suoni, tra “lavoro” e visibilità?

Non posso che pensarne bene; sempre che non diventino fini a se stessi. Certamente, per chi fa dischi, il fatto che non se ne vendano diventa parecchio frustrante. Vorrà dire che l’autore e l’esecutore dovrà, se vuol campare del suo mestiere, darsi da fare nel e con il  pubblico che ascolta, parla, mangia e trasuda, come si faceva prima dell’avvento del fonografo. Naturalmente utilizzando i mezzi a disposizione per comunicare. Direttamente dal produttore al consumatore. Senza gli intermediari (leggi: agenti e impresari ).

Come descriveresti, a parole, la tua musica ad un giovane che non ha mai avuto l’opportunità di incontrarla?

La definirei musica di impianto classico, ricalcata su armonie provenienti da tradizioni musicali popolari, non solo italiane, nonché dalla musica cosiddetta colta. Ho tratto molte ispirazioni, ai limiti del saccheggio, dagli autori russi nonché dagli autori contemporanei  cosiddetti minimalisti (Aarvo Paert, Steve Reich, Philip Glass). Le melodie, poi, seguono  l’impianto armonico. Per quanto riguarda i testi, cerco di evitare con cura la poesia. Diciamo che la mia scrittura tenta di essere, nei limiti del possibile, visto che si parla di canzoni, giornalistica.   

Pubblicizzerai l’album dal vivo?

Non posso evitarlo. E, poi, non mi dispiacerebbe esibirmi live. Vanità ? Forse.

Quel “Vol. 1” aggiunto al titolo dell’album fa presupporre un seguito già pianificato: cosa puoi svelarci del tuo futuro prossimo?

Sì, un secondo volume è in corso di realizzazione. Saranno nove brani in tutto, ad esaurimento della lista dei corpi estranei che le esperienze (mie e di altri ) mi hanno fatto individuare e conoscere.




mercoledì 11 novembre 2015

Intervista a Marva Jan Marrow – 2015


Articolo già pubblicato nel numero di Aprile 2015 di MAT2020

Chocolate Kings – PFM 1975
Intervista a Marva Jan Marrow – 2015
di Athos Enrile, con il contributo di Bernardo Lanzetti (contatto e traduzione)

Sono passati quarant’anni dall’uscita dell’album Chocolate Kings, e la nostalgia si affianca alla curiosità, alla voglia di ritornare a quei giorni musicalmente felici, non solo attraverso i ricordi personali, ma usufruendo della memoria dei protagonisti. La musicista Marva Jan Marrow è tra questi, e con l’aiuto di Bernardo Lanzetti sono arrivato a lei. Perché proprio Marva? Beh, scrivere le liriche di un album passato alla storia mi pare già una buon motivo di interesse, e se si aggiunge il piacere di rispolverare una figura importante, ma ormai lontana dalla scena italiana, il cerchio si chiude.
L’americana Marva Jan Marrow arriva nel nostro paese ad inizio anni ’70, e per un decennio vivrà la “nostra” musica in modo attivo, dando un contributo fondamentale.
Cantante ma, soprattutto, autrice, fornirà il suo tocco personale collaborando con artisti come Guccini, Graziani, Battisti, BANCO, Fossati, Mina, Battiato, Venditti, Pravo, Cocciante… e chissà quanti altri! Ma la musica non è tutto, perché l’amore per la fotografia spinge verso l’artwork, che diventa per lei una nuova forma espressiva e vincente, negli ani ’80.
Ma il binomio Marva/PFM resta il più vivo nei ricordi degli appassionati di musica, grazie anche al lungo legame sentimentale che l’ha legata a Patrick Djvas, bassista della band.
E torno alla celebrazione dell’album, quel Chocolate Kings i cui brani sono stati da lei firmati/cofirmati con Mauro Pagani.
Ecco la testimonianza di Marva Jan Marrow.


Marzo 2015

Nel mondo del Prog, già girava il tuo nome per gli album dell’Acqua Fragile.
Hai qualche ricordo di quelle tue partecipazioni?

Ricordo che all’epoca scrivevo molti testi in Inglese per diversi artisti italiani, specialmente per quelli della casa discografica Numero Uno. E’ stato un periodo creativo in cui ero molto ispirata. Ricordo che nel mio primo incontro con Bernardo Lanzetti rimasi piacevolmente sorpresa per la sua conoscenza della lingua inglese – non comune per quell’epoca, in Italia. Mi piaceva l’energia del suo gruppo (Acqua Fragile) e la singolare qualità della sua voce. Diventammo amici. Ricordo che diedi una mano con l’Inglese fornendo alcuni consigli per l’album, ma niente di specifico.

Sappiamo delle tue collaborazioni con Lucio Battisti alla Numero Uno.
Fu in quell’ambiente che fosti contattata dalla PFM?

Il manager della PFM, Franco Mamone, era anche il mio. All’epoca facevo serate da sola o con vari gruppi. Ho conosciuto Patrick Djivas il bassista, nell’ufficio di Mamone, il pomeriggio di un Febbraio freddissimo. Noi due cominciammo a parlare e finì che lui mi invitò a cena. Mentre io gli facevo strada sul mio motorino, lui mi seguì con la sua auto piena di bagagli perché giusto di ritorno dopo una visita a sua madre a Nizza (Patrick è francese). Prima del ristorante, mi chiese se poteva appoggiare la sue valigie e il suo basso a casa mia per evitare di lasciarli nell’auto incustodita. Andammo a cena e poi lui… non se ne andò più. Da quel giorno abbiamo vissuto insieme per tredici anni. Mamone continuò ad essere il mio manager e io andai anche in tour aprendo diversi concerti prima della PFM. Fu in quel periodo che cominciai a collaborare ai loro testi prima per Chocolate Kings e più tardi per Jet Lag.

Come si sviluppò la tua collaborazione con il gruppo e specificatamente con Mauro Pagani alle prese con i testi in Inglese?

Ciò che io ricordo è che io ho scritto i testi “DA SOLA”, con alcune direttive della PFM circa gli argomenti. All’epoca sia Pagani che Mussida sapevano solo qualche parola di Inglese. Certo frequentavo Mauro e la sua prima moglie, Adalaura, così come anche gli altri della PFM perchè vivevo con Patrick Djivas.

Si sa che Bernardo Lanzetti entrò nella PFM solo tre giorni prima che entrasse in sala a registrare l’album. In precedenza Ivan Graziani era il cantante destinato.

Per la verità non ricordo molto di questo. Fu tutto deciso abbastanza in fretta perché l’album in inglese era già da realizzare e si doveva partire per gli USA. So che si dice che a Ivan Graziani fu chiesto di entrare come cantante nel gruppo ma, per quanto io ricordi, questo è stato solo un pensiero che è passato veloce.

A distanza di quarant’anni riesci a inquadrare, in positivo o in negativo, l’album Chocolate Kings? Come lo consideri e che valore puoi dargli nella discografia della PFM almeno fino a quando sei stata in Italia?

Credo ci siano diverse composizioni e temi di rilievo nell’album Chocolate Kings, molto scomodi però per gli americani. D’altra parte non sono sicura che anche gli italiani ne fossero conquistati perché portati a pensare che la PFM fosse diventata un po’ snob e intenzionata a lasciare l’Italia, mentre in realtà le tematiche delle composizioni erano dirette e studiate più per un pubblico italiano che americano. Fu così che in qualche modo l’album si posizionò come in una terra di nessuno anche se molte delle canzoni erano allegorie molto potenti.

Rileggendo la tua “storia italiana” si nota come il tuo ruolo di autrice sia stato molto trasversale, avendo tu collaborato sia con importanti cantautori che con gruppi prog rock: esistono difficoltà creative specifiche che differenziano un testo dedicato a Fossati piuttosto che uno disegnato per la PFM?

Quando scrivevo testi per un qualche artista cercavo sempre di considerarne la personalità ed entrare in sintonia con lui. Per me era poi molto, molto importante, che i versi avessero un SOUND, ovvero non solo significati, ma anche musicalità nelle parole così che esse potessero rimbalzare dalla lingua per valorizzare la musica e il ritmo. Il risultato è così quello che ogni canzone appare confezionata su misura per ogni artista, con la musica e il significato a guidare la loro strada, fossero Battisti, Fossati o la PFM. I testi devono essere molto “musicali”. Ho scritto per molti cantautori e per diversi gruppi di loro con lo stesso approccio di base, ma con risultati moto diversi perché diversa la musica.

La tua passione per la fotografia ti ha portato a realizzare alcune copertine di album: che cosa pensi del contributo aggiunto che poteva arrivare da un certo “art work” indovinato, e che giudizio dai di quelli utilizzati per  Chocolate Kings?

Chocolate Kings aveva due diverse copertine – una per il mercato Americano e una per l’Italia. Non credo di amare nessuna delle due, ma credo di preferire la versione con la piccola foto della donna grassa, più elegante.

SONG LIST (*)
1.      From Under - (testo di Marva Jan Marrow e Mauro Pagani; musica di Ivan Graziani, Franco Mussida e Flavio Premoli) - 7:29
2.      Harlequin - (testo di Mauro Pagani; musica di Franco Mussida e Flavio Premoli) - 7:48
3.      Chocolate Kings - (testo di Marva Jan Marrow e Mauro Pagani; musica di Franco Mussida e Flavio Premoli) - 4:39
4.      Out of the Roundabout - (testo di Mauro Pagani e Bernardo Lanzetti; musica di Franco Mussida e Flavio Premoli) - 7:53
5.      Paper Charms - (testo di Mauro Pagani; musica di Franco Mussida e Flavio Premoli) - 8:30 

*Alla luce di ricerche storiche e in rete, anno 2015

sabato 7 novembre 2015

Luciano Boero a Quiliano (SV): presentazione di "Soldato da otto soldi"-Il resoconto

Fotografia di Stefano Mantello

Avevo sperato che la presentazione dei libro di Luciano Boero, “Soldato da otto soldi”, potesse essere più aggregante: musicista conosciuto - e anche tanto, in ambito savonese -, argomento “serio”, e la previsione di mischiare le parole alla musica “antica”, fatta di quelle canzoni che, volenti o nolenti, assimiliamo sin dalla nascita, e rivalutiamo nel tempo, soprattutto dopo aver acquisito la capacità di comparazione critica, in questo caso tra la nobiltà acquisita e tanta spazzatura che ci propina il mondo evoluto!
Certo, si poteva organizzare il tutto in una libreria del centro città, niente di più facile, ma l’idea di proporre un momento di “svago controllato” in uno spazio diverso dal solito poteva essere accarezzata con più entusiasmo. Secondo me!
Sono ormai avvezzo a queste delusioni che sono tipiche del mondo della musica live, e conosco perfettamente il fattore CSD (Culo Sul Divano), che colpisce sempre all’ultimo momento, ma Luciano Boero, il fantastico fiatista Michele Lazzarini e il fonico della Locanda delle Fate - persino lui è calato dal basso Piemonte! - non hanno avuto il pubblico che meritavano, e di questo sono molto dispiaciuto.
Ma i pochi intimi hanno potuto entrare meglio nel mondo di Carlo e Luciano Boero, padre e figlio, che è fatto di momenti noti, perché tramandati da generazioni, studiati nelle scuole, visti alla TV.
Un secolo di storia che percorre le due grandi guerre e, attraverso il boom economico, arriva sino ai giorni nostri.
Niente come la musica stimola i nostri sensi, nessuno escluso, e il racconto musicale di Boero, miscelato al sax struggente di Lazzarini, ha incontrato il verde umido e silenzioso del Parco di Quiliano in Carpignano, a Savona, luogo dalla potenzialità ancora inesplorata; la velata tristezza provocata dal momento magico ha portato i presenti a ritroso nel tempo, e i due musicisti davanti a noi sono diventati la proiezione di quanto accadeva in passato, tra balere e feste di paese, giorni antichi in cui la felicità era fatta di un ballo e il successivo battere di cuori innamorati.
I racconti si svolgono nelle langhe, ma lo scenario è rappresentativo di un’Italia che ha avuto un tessuto sociale abbastanza condivisibile e ciò che abbiamo ascoltato aveva il profumo della storia.

Le canzoni? Abbassa la tua radio per favor, Ma l’amore no, Lili Marlene,­ Come pioveva, Grazie dei Fior, Ma l’amore no, Volare, Non dimenticare le mie parole, Parlami d’amore Mariù, Mille lire al mese,  Voglio amarti così, Stardust e La gatta.

Tra un brano e l’altro le letture di Maura Genta hanno permesso di captare parti del contenuto del book, abbinate al brano proposto.
Per chi fosse interessato ad un commento al libro, un pò più approfondito, propongo il link con il mio pensiero di qualche mese fa:


C’è anche spazio per un bis, un “solo” da paura di Michele Lazzarini, musicista che non conoscevo e che da oggi seguirò nei suoi progetti musicali.

Parte del racconto musicale è contenuto nel video a seguire:


Una bella serata per i presenti, che Luciano Boero, filosoficamente, identifica con la sottolineatura rassicurante di “pochi ma buoni!”.

Un ringraziamento all’organizzazione del Ristoro Camilia, Valentina, Massimo e Roberto.

Fotografia di Stefano Mantello

martedì 3 novembre 2015

La musica di Erika Zoi


Il mio incontro con Erika Zoi è stato casuale, che più casuale non si  può.
Maggio scorso, FIM di Genova (Fiera Internazionale della Musica): percorro i corridoi dei piani superiori alla ricerca del panino serale dedicato allo staff, e incappo in Erika, anch’essa alla ricerca di qualcosa. Non ricordo come, ma scambiamo qualche parola, e mi racconta del motivo della sua presenza alla manifestazione, una performance pianistica che mi sono perso, preso dai miei impegni del momento, ma gli eventi del FIM, in contemporanea, sono impossibili da afferrare in toto.
Resta la curiosità, la voglia di saperne di più, e ci lasciamo con la promessa di qualche scambio di battute futuro.
Quello che propongo a seguire è la sintesi del mondo musicale della romana Erika Zoi; per scoprire nei dettagli la sua musica e per captare i segni del suo talento, si può iniziare dai due brani che propongo a seguire, per poi lasciarsi andare ad una ricerca approfondita, che di certo non potrà deludere.



L'INTERVISTA

Partiamo dall’occasione che ci ha fatti incontrare, il FIM di Genova: come ci sei arrivata, cosa hai presentato e che giudizio puoi darne, a posteriori?

Il FIM di Genova è stata una bella occasione di condivisione e confronto con i professionisti dell’ambito musicale a 360°. Me ne aveva parlato un mio conoscente di Milano, musicista anche lui, e mi ha incuriosito. Ho proposto la mia musica originale “Solo Piano”, tra cui tre brani inediti di quest’anno. Devo dire che il riscontro è stato notevole, l’organizzazione buona per la fiera, e poi incontrare grandi artisti è sempre un motivo di crescita!

Possibile sintetizzare il tuo percorso musicale, dagli inizi sino ad oggi?

Ho iniziato lo studio del pianoforte con il M° Fausto Di Cesare e il M° Barbara Brandani. Fin da quando ero piccola scrivevo, la composizione penso sia un dono divino. Ovviamente c’è bisogno dello studio e della ricerca anche interiore. Anche la direzione d’orchestra mi ha sempre suscitato molto interesse. Dopo alcuni anni di studio del pianoforte ho iniziato ad avvicinarmi allo studio della composizione e della direzione d’orchestra. Successivamente, i primi passi con  il M° Alberto Meoli e poi lo studio più profondo della partitura, del gesto, del pensiero di un direttore  con  il M° Bruno Rigacci.  Poi oggi giorno, c’è bisogno dell’apporto delle tecnologie (che io seguo e studio ormai da più di venti anni) mi avvalgo della consulenza, dell’informazione e dell’aggiornamento delle tecnologie musicali di grandi professionisti, ne cito alcuni che mi sono cari, come Aniello Boccia e Silvio Relandini, ma il percorso formativo non finisce mai!

Esiste qualche musicista, contemporaneo o del passato, che consideri fondamentale per la tua formazione musicale?

Sono convinta che dall'ascolto si impari veramente tanto, è un complemento essenziale per la formazione del pensiero musicale giorno dopo giorno. Ascolto musica di molti generi diversi da Bach, Mozart, Beethoven, a Verdi, Puccini e  Rossini, spesso anche Strauss, Shostakovich e Bernstein, e ne potrei citare moltissimi. Ma senza escludere  generi musicali più lontani o moderni come quali il  jazz di Parker o Coltrane,  musica pop, blues, country… insomma, ci sono ragioni ovunque nella musica per cogliere linguaggi e sfumature diverse.

I tuoi ruoli all’interno del mondo musicale sono molteplici, da strumentista a compositrice sino ad arrivare alla direzione d’orchestra: esiste tra i tanti un modello espressivo in cui ti realizzi maggiormente?

Se ami la musica in ogni senso, in ogni sua rappresentazione, l’espressione è ovunque essa possa riprodursi al meglio.  Certo è che senza musica non potrei vivere, non potrei non scrivere perché è un’espressione che mi identifica, anche ora mi troverei meglio ad improvvisare qualcosa piuttosto che scrivere a parole… eh eh!  Ogni ruolo ha il suo giusto momento e la sua giusta realizzazione, tuttavia i tre ruoli hanno una cosa in comune, l’espressione musicale. Nel pianoforte vivo i suoni direttamente, così come li sento in quel preciso momento, penso, mi esprimo, quindi suono. La parte della scrittura della musica è un momento di grande dono, ma anche di grande impegno psicofisico nel portare a termine l’opera di ingegno. Nella scrittura si identificano la mente e il cuore contemporaneamente, in equilibrio, una cosa bellissima. La direzione di qualsiasi ensemble, orchestra o anche coro è il momento della guida, il tuo pensiero, la tua pulsazione musicale a servizio della musica. E’ davvero difficile dover scegliere quale espressione artistica mi rappresenti maggiormente, ciascuna fa parte di me e quando mi ritrovo a sperimentarle, cerco di curare ogni dettaglio indipendentemente dal ruolo che ricopro. Ogni modello espressivo ha un suo fascino e mi trasmette quell'adrenalina senza la quale non riuscirei ad esprimermi nei vari ambiti in cui opero.

Quali sono le maggiori soddisfazioni musicali che hai ottenuto, tra riconoscimenti ufficiali e gratificazioni di altro genere?

Mi ricorderò sempre il mio debutto come Direttore d’Orchestra al Teatro Quirino di Roma, con l’esecuzione della mia Opera “Circe”, libretto di L. Gianni, una grande emozione. Una grande soddisfazione anche l’esecuzione dei miei pezzi sacri per voce solista, flauto, coro e organo: “Ave Maria” e “Figlio del Padre Santo”, quest’ultimo su testo di R. Pomponio, nella Basilica di San Pietro- Altare della Cattedra. Dove meglio si può augurare un compositore che vengano eseguiti alcuni brani sacri se non in San Pietro, un momento molto solenne, intimo, di grande emozione?! Anche l’inserimento del mio brano “Placide aurore”, testo di M, Alessandrini, nei saggi accademici del Conservatorio di Santa Cecilia, è stato un riconoscimento importante molto gradito. Per fortuna posso ricordare diverse soddisfazioni e riconoscimenti per la mia musica eseguita nelle Biblioteche, al Consolato di Lugano, nel Museo dell’Ara Pacis in Roma, a Palazzo Senatorio in Campidoglio.


Il tuo profilo è prettamente classico ma… esistono mondi paralleli, forse meno impegnativi, che ti piace vivere, magari come mera ascoltatrice?

I mondi paralleli sono tanti, ognuno di noi ne ha. La musica se è bella, è bella tutta e viceversa. Poi ci sono i generi e i brani che più ti interessano, che maggiormente possono attrarre la tua attenzione, che sono più vicini alla tua sensibilità, che toccano le corde interne del tuo vivere quotidiano. Ad esempio il repertorio che ho proposto al FIM “Solo piano”, che ci ha dato modo di conoscerci, sta fra il soundtrack e il minimalista. In conclusione scrivo musica per quasi tutti i generi, forse si conosce di più il repertorio con orchestre, cantanti e cori che si avvicina al classico-contemporaneo, anzi invito gli interessati a  seguirmi sui canali multimediali come youtube e soundcloud:

CALMA
Brano per pianoforte, flauto e archi.

Potresti dare un giudizio su quello che è per te l’attuale stato della musica italiana?

La musica è tutta bella, in qualsiasi forma si esprima, è questione di gusto, cultura e sensibilità personale. C'è però una questione da tenere in considerazione: l’equilibrio e il rispetto di tutti i componenti che concorrono all’espressione musicale attuale. Ad esempio trovo che certi artisti siano un pò abbandonati a se stessi e che i media si occupino quasi esclusivamente di certi generi musicali con un pò di miopia. Penso che questa specie di omologazione sia una sorta di limite significativo.

Quanto ti è d’aiuto la tecnologia nell’ambito delle tue passioni musicali?

Al giorno d’oggi la tecnologia musicale si è spinta molto oltre le aspettative che potevamo avere vent’anni fa, quando ho iniziato ad esplorare la musica al computer. Ne è passato di tempo e oggi il compositore può avvalersi anche del supporto e del sostegno delle tecnologie musicali, che in alcuni casi possono rivelarsi di aiuto nella realizzazione del prodotto finale e di ricerca sonora nei nuovi sound library in continua evoluzione.
Il problema però è che devono crescere le competenze. Oltre alla materia prima che è il comporre, si deve essere capaci di lavorare con i software musicali di produzione, conoscere le library di suoni, saperli editare, missare fare il mastering insomma, oggi al compositore sono richieste diverse professionalità molto specifiche e impegnative che, se non si hanno assistenti, portano via molto tempo e lavoro.

Pensi che la sacralità della musica che proponi sia destinata alla nicchia o sia giusto cercare la massima condivisione, cercando di abbattere ogni tipo di barriera?

La musica sacra è una parte della mia produzione sonora che scrivo e che penso sia di ascolto come il resto del mio repertorio. Non penso che debbano esistere nicchie di alcun genere, semplicemente ascolto e condivisione per abbattere le barriere di cui lei parla. La musica si ascolta, si comprende, pian piano si impara ad avvicinarsi anche ai generi meno conosciuti, perché non vuol dire che siano meno belli semplicemente perché non esplorati. Anzi penso che la proposta di nuova musica, in ogni genere, debba essere sempre più incentivata ed aperta al pubblico, proprio per sensibilizzare la cultura della generazione di questo millennio e scoprire nuova musica, nel passato la storia ci insegna che la gente era molto più interessata ed abituata alle nuove produzioni musicali, si aspettava proprio il compositore che facesse un’altra musica, un'altra opera, un altro lavoro musicale d’ingegno.

Che cosa vorresti accadesse a Erika Zoi, musicalmente parlando, nei prossimi tre anni?

Mi piacerebbe poter essere sempre piena di idee ed incentivi come lo sono ora. Poter offrire al pubblico nuovi brani e nuove emozioni in musica. Non c’è nulla che ripaghi di più di un pubblico che si emoziona all’ascolto della tua musica, di gente che si avvicina ai concerti o che ti scrive sui vari canali multimediali che si è commossa all’ascolto di quel brano o che ti racconta la sua immaginazione durante un concerto. Vorrei quindi portare avanti con forza questo mio cammino musicale vicino alla gente, vicino al mio pubblico.

FILO DI LUCE RIFLESSA

Brano per pianoforte solista e orchestra