lunedì 10 marzo 2008

Joe Cocker


Non posso scrivere niente di nuovo su Joe Cocker e mi aggrappo quindi ad uno stralcio di intervista realizzata da Massimo Cotto, scrittore che ho più volte citato.
Mi immagino di essere davanti a Joe, di avere il tempo di poter formulare le mie domande, e di avere la possibilità di registrare le sue gentili risposte.
Attraverso le letture delle interviste riesco a cogliere aspetti che nessuna biografia mi sa raccontare e provo sana invidia per chi ha la fortuna e la capacita' di potere entrare, anche se per poco tempo,nella sfera privata di chi tanto ha dato, tanto ha vissuto e tanto ha sofferto.
Inutile illudersi che ..."siamo tutti uguali" .......alcuni uomini, alcune donne, hanno qualcosa in più!!!
Talento? Fortuna? Puro genio?

Leggiamo cosa diceva Joe a Massimo Cotto.


Il nuovo disco sembra possedere una bella e ritrovata integrita', come se tu avessi scritto tutte le canzoni, cosa che, ovviamente, non e'. Parliamo, dunque, della difficile arte di interpretare brani altrui, dove bisogna aggiungere senza togliere, per sentire il brano davvero tuo.

Si'. Per rileggere adeguatamente brani altrui, e' fondamentale lavorare con musicisti che dividano la tua anima, che conoscano bene gli anfratti strani dove si nascondono le emozioni. Quando entro in studio, porto con me la versione originale, che considero, tuttavia, solamente una prova.Le canzoni vanno rifatte e fatte tue, altrimenti tanto vale lasciarle cantare a chi le ha scritte. Prendiamo Respect Yourself delle Staple Singers. Ho cominciato ad aggiungere nuove sfumature, piccole variazioni. Poi, la band e' entrata come un treno a tutta velocita', creando abiti nuovi, giacche diverse. Il risultato non e' sempre perfetto, ma a volte mi capita di trasformare un brano altrui in mio, mettendoci il mio marchio, il mio stampo, il mio francobollo.


E' capitato molte volte nella tua carriera, dai Beatles di With A Little Help al Randy Newman di You Can Leave Your Hat On. Parliamo del titolo: se avessi intitolato un disco Respect Yourself negli anni Sessanta avrebbe forse avuto un altro valore, piu' sociale: rispetta te stesso per rispettare meglio gli altri. Oggi il discorso si fa piu' intimo. E' questo il maggior cambiamento rispetto al passato: dal plurale al singolare?

Per me, rispettare me stesso ha significato smettere di essere un alcolizzato. Da un anno non tocco la bottiglia. La sobrieta' mi ha permesso di guardarmi allo specchio con piu' dignita', al di la' dei cambiamenti che il tempo ha fatto su di me. Tutto e' cambiato, rispetto agli anni Sessanta, anche il modo di parlare e intendere la musica, oltre alla velocita'.

Elton John mi ha detto che, durante la disintossicazione, nei momenti in cui credeva di non farcela, ascoltava Don't Give Up di Peter Gabriel con Kate Bush. La musica puo' ancora cambiare le nostre vite, motivarci, spingerci ad andare avanti?


Ero a New York, l'11 settembre. Dovevo suonare, cosa che, naturalmente non avvenne. Nessun concerto, nemmeno la sera dopo. Ma pochi giorni piu' tardi, a Boston, ritornai sul palco. Duemila persone vennero allo spettacolo, ognuna di loro portava una candela. Li', in quella circostanza da brividi, per la prima volta capii il potere della musica, la sua capacita' di guarire i cuori, lenire le ferite. Sono sempre stato consapevole che la musica potesse renderti allegro o malinconico, ma la sua forza consolatrice mi era sempre scivolata dalle mani. Quel concerto che pareva una veglia mi spinse a uscire. Se lo scopo dei terroristi era quello di spaventare e costringere la gente a rimanere rintanata in casa, su di me ha avuto l'effetto opposto. Ho capito che avevo un talento e che dovevo usarlo per raggiungere gli altri.

Cambieresti qualcosa del tuo passato, se potessi? Hai commesso molti errori?

Ci penso spesso, ma quanto indietro posso andare con i rimpianti? Vorrei aver studiato di piu', perche' non ho alcuna educazione. Avevo 13 anni quando rimasi folgorato dalla musica. Da quel momento non ho pensato ad altro, mettendo tutto in secondo piano. Per raggiungere il mio obiettivo, non ho esitato neppure a lavorare come benzinaio. E poi, come negarlo?, vorrei non aver attraversato il periodo della droga, esserne rimasto fuori. Ma le cose della vita, spesso, ti sorpassano a destra quando non le vedi nello specchietto retrovisore. Non so, ho vissuto molte esperienze. Molte brutte. Spero, almeno, di aver imparato dai miei errori. Non ho rimpianti, non grossi.

Per me Joe Cocker è sempre stato l'emblema di Woodstock e "With a little help from my friends",una canzone sua , e non dei Beatles.
Riascoltiamo Joe ...







Citazione del giorno:

"Non uscire da te stesso,rientra in te stesso:
nell'intimo dell'uomo risiede la verità" (Sant'Agostino)


sabato 8 marzo 2008

Indovinello musicale n.24


Complesso musicale a cavallo tra 60 e 70.....

..riuscirono a vendere sino a 20 milioni di copie dei loro LP....

......chi li ricorda?

Ascoltiamoli in 5 minuti di sano rock..


Ma cosa guardavamo prima di andare a nanna?



venerdì 7 marzo 2008

TRIP


Sono particolarmente contento di proseguire il mio racconto Prog con un gruppo italiano.
Lo sento quasi come un obbligo, dal momento che Joe Vescovi, mente dei Trip, è di Savona.
A me i Trip piacevano tantissimo, e la loro musica era qualcosa che riconduceva agli ELP, grazie alla tipica formazione, tastiere, basso batteria (almeno per un certo periodo).
Da segnalare che nella primissima formazione dei Trip (senza Vescovi) militò il futuro chitarrista dei Deep Purple, vale a dire Ritchie Blackmore.
Propongo ora alcune "immagini "che ho già fornito (senza la soddisfazione di vederle pubblicate) su un sito di un fan, aneddoti che rappresentano i miei ricordi di inizio anni 70.

Nella mia città c’era un esponente autorevole, Joe Vescovi, di cui ho tre immagini distinte.

La prima riguarda la sua partecipazione ad alcune prove di un gruppo che a quei tempi seguivo quotidianamente, il cui nome era “Il Sigillo di Horus”.
Lui era stato invitato (non so tramite quali conoscenze) per dare un parere da esperto.
Tra noi ragazzi (un po’ più giovani) si era sparsa la voce di questo arrivo e c’era una certa eccitazione.
Ricordo che alla fine del pezzo presentato, ascoltato in religioso silenzio, lui sentenziò qualcosa del tipo: ”Questo non e’ adatto, ci vuole qualcosa di più orecchiabile, di più commerciale!”

La seconda immagine e’ relativa ad un festival che si svolse a Cisano sul Neva (72 o 73), dove i Trip provavano in quel periodo.
Ricordo solo la presenza di Bennato, arrivato in autostop, e i Trip che si esibivano.

La terza immagine riguarda un pomeriggio passato nel centro città, a Savona, e precisamente in via Pia, luogo antico per eccellenza.
Lui camminava, con quei lunghi capelli biondi alla Wakeman, la barba da asceta, e con la postura e la figura simile ad un Gesù Cristo che cammina sulle acque.
Tutti noi ammalati di musica e di immagini associate, ci toccavamo un braccio e sottovoce dicevamo:”Hai visto chi c’e’ là?” … e lui si muoveva conscio dell’alone di mistero di cui era circondato.
La primissima formazione dei Trip risale al 1967 ed è tutta inglese. I suoi membri  sono Arvid Andersen (bassista), Jan Broad (batterista), William  Gray (chitarrista) Ritchie Blackmore (chitarrista), che subito dopo questa brevissima esperienza andrà a fondare quel mostro sacro del rock che ha nome Deep Purple.
Anche se questa formazione non ha avuto lunga vita e non ha lasciato alcuna "testimonianza scritta" (come 45 giri o bootlegs) è importante perché ha al suo interno Arvid Andersen (che negli ambienti del blues londinese di metà '60 ha già suonato con membri degli Yardbirds e dei futuri Led Zeppelin), il quale rimarrà nel gruppo fino al '73 (scioglimento ufficiale dei Trip).
Inoltre, scorrendo l' esiguo materiale inerente questi Trip "embrionali", si riscontrano tutte quelle velleità che accompagneranno il gruppo: un' attitudine "underground" estrema ed una ricca e peculiare ricerca di sonorità uniche ed irripetibili .
Nel '69 avviene la defezione di Blackmore e Broad, i "nuovi acquisti" della band sono Joe Vescovi (tastierista) ed il ventiduenne Pino Sinnone (all' epoca percussionista da soli tre anni); grazie a questa felice contaminazione di elementi italiani con altri inglesi si incomincia ad intravedere l' ossatura storica della band.
Con la firma del contratto (1970) con la RCA, il gruppo comincia a cogliere i primi (timidi) successi, rafforzati dalla partecipazione nel film "Terzo canale avventura a Montecarlo", dove i Trip interpretano loro stessi sullo sfondo di un' improbabile trama farsesca, ricca di scenette a dir poco agghiaccianti....
La casa cinematografica decide che per i membri della band non è prevista alcuna retribuzione, in ragione di ciò Vescovi tronca ogni rapporto con essa: il progetto che vuole i TRIP protagonisti di altre pellicole è sfumato per sempre.
Comunque sia questo film rimane (ovviamente) un "must" per i fans del gruppo di ogni generazione e si fa apprezzare per la sua iconografia di marcato stampo hippie.
E' dello stesso anno il 45 giri "Bolero Rock" e l' LP "The Trip-Musica Impressionistica".
Nel 1971 David Gray e Pino Sinnone dopo l' uscita dell' album "Caronte" decidono di abbandonare la band (che in Italia ha pochissimo seguito, così come in Inghilterra).
La sezione ritmica, l' anno successivo, viene quindi affidata al giovanissimo Furio Chirico (che dopo la parentesi con i Trip andrà a fondare un' altra prog band, ovvero Arti e Mestieri).
Sinnone, per sua scelta, appenderà le bacchette al chiodo per oltre trent' anni, per poi riprenderle seguendo un altro progetto, ovvero la Gualtiero Accornero Blues Band.
Nel '72 i tempi sono maturi per l' uscita di un nuovo LP (lo storico "Atlantide"). Con una formazione a tre in chiaro stampo Classic Prog, i Trip si impongono agli occhi della critica come drastica risposta "underground" a formazioni più blasonate quali Emerson, Lake & PalmerLe Orme e Atomic Rooster .
Su tutte spicca l' istrionica figura di Joe Vescovi, che si pone al centro dell' attenzione come virtuoso delle tastiere in grado di rivaleggiare con grossi nomi del calibro di Keith EmersonDave Greenslade e Rick Wakeman.
Sono di questo periodo le prime soddisfazioni legate ad un discreto successo di pubblico.
Nel 1973 esce sul mercato quello che sarà l' ultimo lavoro dei Trip, ovvero "Time of Change". Mai titolo per un album fu così profetico: la band cambia etichetta (la fallimentare Trident Music), il successo consolidato con Atlantide non riesce a perpetuarsi ed inoltre Furio Chirico (che grazie al suo talento suscita gli appetiti musicali di molti musicisti) decide di dedicarsi ad altri progetti.
L' anno successivo (1974) i membri "sopravvissuti" si rivolgono a Nunzio Favia (batterista). Ma questo nuovo terzetto ha vita breve, sembrano essersi spente le idee nella fucina creativa dei Trip; dopo pochi mesi la band si scioglie, Vescovi si unisce dapprima agli Acqua Fragile e poi ai Dik Dik (dove lo seguirà anche Favia).
Arvid Andersen torna in terra di Albione per dedicarsi a progetti personali, poi si trasferisce in pianta stabile in Svizzera, dove tutt' ora risiede, dedicandosi, fra l' altro, all' hobby dell' archeologia.
L' attività musicale di Joe Vescovi dura tutt' oggi negli ambienti del pop-rock .

Discografia dal 1970 al 73
(The Trip, Caronte, Atlantide, Time of Change) .


giovedì 6 marzo 2008

Platters and Louis Armstrong

Dal 1992 posseggo una videocamera, prima analogica ed ora digitale.
Con questo “attrezzo” ho fissato per sempre molti momenti significativi .
Parlo di viaggi attorno al mondo,di figli che crescono , di persone che invecchiano.
Anche alcuni frammenti dei miei primi 25 anni di vita sono documentati e visibili, ma non udibili, in quanto la cinepresa che usava papà aveva ovvi limiti tecnici.
Per lui era una cosa di cui vantarsi e sono indimenticabili le sere in cui stendevamo un lenzuolo (bianco che più bianco non si poteva) in sala, e rivedevamo i vari spezzoni, utilizzando il video proiettore in dotazione(nella foto a destra , quella in cui si vede il mio garage,sono visibili sia cinepresa che proiettore, sopra alla batteria).
Ricordo bene la celebrazione del 25esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori,la mia uscita dalla caserma dopo il giuramento, qualche mia partita di calcio, qualche traccia del mio matrimonio.
Tra tutte le immagini, quella che più mi intenerisce , e’ quella che riguarda le mie domeniche, quando a fine pranzo, spesso in compagnia di nonni e zii,facevo il giro tavola per raccogliere qualche soldo da spendere nel pomeriggio.
Gli anni sono volati, e quelle testimonianze hanno resistito alle varie dipartite.
Qualche anno fa ho chiesto a mio fratello di occuparsi del travaso di tutto quel lavoro in una più “moderna” videocassetta.
Per fare cio’ si e’ rivolto ad uno studio di registrazione professionale ed ha dato disposizioni per inserire un adeguato sfondo musicale.
Non so su quale criterio si sia basato, ma so per certo di non essere mai riuscito a vedere sino alla fine quella cassetta.
Ogni volta che ci provo, un groppo alla gola mi blocca ed ogni volta impreco e mi chiedo come abbia fatto mio fratello a scegliere certe canzoni così struggenti ,da associare a pellicole di per sé già devastanti.
Ho scelto due di questa canzoni, che non ascolterò neanche questa volta, ma sono indubbiamente magnifiche , canzoni senza tempo che escono da schemi e catalogazioni, e ci regalano melodie e suoni che rompono ogni tipo di barriera.
Sto parlando di "Smoke gets in your eyes" dei Platters e di "What a Wonderful World"di Louis Armstrong.

Vediamo qualche nota biografica.

Platters
Nati nel 1953 a Los Angeles, i Platters si caratterizzano per quella particolare tecnica vocale conosciuta come doo-wop, che consiste nel rinforzare il canto solista con armonie vocali sincopate e cori utilizzati più come strumenti d'accompagnamento che come voci vere e proprie.
Il primo grande successo arriva quando i Platters vengono scritturati dalla Mercury Records, e il produttore-musicista Buck Ram nel 1955 propone loro di rilanciare un brano che avevano già pubblicato senza successo con un'altra etichetta discografica.
Il brano, intitolato "Only you", viene riarrangiato dal maestro Ernie Freeman, che in seguito scriverà partiture anche per Paul Anka e Sinatra, ma viene distribuito nel limitato circuito "nero".
Solo dopo qualche mese il disco viene recapitato al famoso disk -jokey Alan Freed, che comincia a trasmetterlo nelle radio locali. Di qui nasce l'interesse degli ascoltatori e la scalata alle classifiche nazionali, determinata da una serie di novità che caratterizzano il gruppo: in primo luogo la voce solista, elegante e impostata, di Tony Williams, proveniente dalla tradizione gospel, che utilizza per la prima volta il famoso "singhiozzo" per spezzettare le note; la presenza di un elemento femminile nel gruppo (la giovanissima Zola Taylor) che rende unici gli impasti vocali; infine la presenza degli archi negli arrangiamenti, novità assoluta per un gruppo di colore.
Dopo Only You (che arriva anche in Italia con più di un anno di ritardo e diventa il disco più venduto del 1957), il successo si ripete con "My prayer", cover di un brano francese del 1939 (Avant de mourir), "The great pretender "e "You'll never never know", tutte arrangiate con il famoso terzinato che inflazionerà la musica popolare per circa un decennio.
Il gruppo scriverà un importante capitolo della storia della musica attraverso un genere molto innovativo per l'epoca vendendo ben 53 milioni di dischi, con successi planetari quali "Smoke gets in your Eyes", "Twilight time", "Harbor Lights", ma subisce una prima battuta d'arresto quando, nel 1960 il solista Tony Williams decide di mettersi in proprio. Di qui una serie di rimaneggiamenti, anche pesanti, nella formazione e l'utilizzo del nome "The Platters" da parte di ciascun componente che decideva di formare un proprio gruppo, tanto che si è venuta a creare nel tempo una paradossale situazione, che dura ancora oggi, in cui circa un centinaio di gruppi vocali continuano ad esibirsi nei circuiti revival, usando più o meno legittimamente il nome "The Original Platters".
Nel 1990 il gruppo è stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame e successivamente, nel1998, nella Vocal Group Hall of Fame.

Louis Armstrong
Louis Armstrong, trombettista jazz, è uno dei massimi esponenti di questo genere di musica e colui che ha dato un'impronta del tutto nuova alla musica afroamericana. Per quanto concerne la sua nascita vi è un piccolo retroscena che definisce anche un piccolo giallo. Armstrong ha sempre dichiarato di essere nato il 4 luglio (giorno di festa nazionale negli Stati Uniti) del 1900 ma, in realtà, studi recenti hanno dimostrato che il grande trombettista è nato il 4 agosto del 1901natale.Secondo questi atti, "Satchmo" (questo il soprannome che gi verrà affibbiato. Significa, grosso modo, "bocca a sacco"), si era invecchiato di un anno e un mese, forse per risolvere alcuni problemi legati ai suoi esordi giovanili a Chicago e New York, dove non voleva sembrare più giovane di quello che era.
Louis Armstrong ebbe un'infanzia travagliata. I genitori si separano poco prima della sua nascita e il piccolo viene affidato alla nonna materna Josephine, mentre la madre, con tutta probabilità, si prostituiva. Le sue giornate trascorrono in bilico fra l'emarginazione e la delinquenza anche se, fortunatamente, un grande interesse nasce dentro di lui, un antidoto capace di allontanarlo da pericolose deviazioni e nello stesso tempo di "sollevarlo" da quello squallido ambiente: la musica. Ancora troppo giovane per suonare la tromba o per apprezzarne potenzialità e sfumature, si limita in quel periodo a cantare in un gruppo locale assai peculiare, dato che come palcoscenico aveva unicamente le strade. La pratica estemporanea, il canto di getto e a squarciagola gli permettono comunque di sviluppare un'ottima intonazione e un notevole senso dell'improvvisazione.
Ma la vita di strada è pur sempre la vita di strada, con tutti i pericoli e i disagi che essa comporta. Louis, pur volendo, non può del tutto estraniarsi da quel contesto. Un giorno viene addirittura sorpreso a sparare con un revolver sottratto ad uno dei compagni della madre, per festeggiare la fine dell'anno. La conseguenza è che viene trasferito in un riformatorio per circa due anni, anche perché il tribunale aveva riconosciuto la madre inabile alla crescita della prole. Da ciò nasce forse l'ansia d'amore che contrassegna la sua vita, che vedrà scorrere davanti a sè due mogli e moltissime relazioni. Anche in riformatorio Louis Armstrong trova il modo di far musica: entra a far parte prima del coro dell'istituto e successivamente della banda, dove inizia suonando il tamburo. Prende anche le prime lezioni di cornetta. Il merito è tutto del suo maestro, Peter Davis, che gli dà l'opportunità di studiare i rudimenti di questa sorta di "succedaneo" della tromba. La banda dell'istituto è molto amata dagli abitanti e gira le strade suonando melodie in voga all'epoca come la celeberrima "When the Saints Go Marchin'in" che, recuperata parecchi anni dopo, diventerà uno dei suoi cavalli di battaglia. Uscito dal riformatorio inizia a frequentare pub e locali nella speranza che gli si presenti la possibilità di suonare in qualche orchestra. In uno di questi vagabondaggi serali incontra Joe Oliver, considerato il miglio cornettista di New Orleans (già chiamato "King Oliver"). Tra i due s'instaura un ottimo rapporto, tanto è vero che Oliver, in procinto di trasferirsi, chiede a Kid Ory (altro celebre trombettista del jazz) di essere sostituito proprio da Louis.
Solo dal novembre del 1918, incentivato dal lavoro sui "riverboats" (i battelli che navigavano sul fiume Mississippi), Armstrong impara a decifrare le partiture, diventando in questo modo un musicista completo. Dopo qualche anno di questo regime non proprio riposante (lavorare sui battelli era molto faticoso), nel 1922 si trasferisce a Chicago, lasciando una New Orleans che, gradualmente, "corrompeva" sempre di più il suo gusto musicale, fino a rispolverare un vetusto e annacquato folclore.
Armstrong in quel momento della sua maturazione artistica stava invece seguendo un'altra strada, completamente diversa, improntata sul rigore polifonico delle linee musicali e, per altri versi, sul tentativo di conferire al solista un ruolo insieme egemone e integrato nel tessuto musicale. Fortunatamente viene ingaggiato da King Oliver nella sua "Creole Jazz Band", nella quale ha la possibilità di proporsi come solista e di far spiccare l'estremo virtuosismo che ormai ha acquistato con il suo strumento. E' infatti opinione comune di appassionati e storici, affermare che "Satchmo" avesse inventiva, fantasia ritmica e melodica, unite ad un'impressionante volume sonoro e ad un'inconfondibile timbro. Dopo una serie di tournè, si arriva al 1924, anno particolarmente importante per "Satchmo". Si sposa, lascia l'orchestra di Oliver ed entra nella big Band di Fletcher Henderson, un colosso del jazz che disponeva di una delle migliori orchestre del tempo, zeppa di solisti di pregio. Come riprova del salto di qualità, Armostrong ha l'opportunità di incidere brani con Sidney Bechet, Bassie Smith e molti altri.
Successivamente decide di intraprendere la carriera da solista.
Registra "Hot Fives and Hot Sevens" trasformando così il jazz in una delle più alte espressioni della musica, con la sua tromba chiara e brillante e la sua voce sporca pescata direttamente dal fondo della gola. Da allora è solo un susseguirsi di successi, all'ombra però di alcune voci critiche che denunciano limiti e scadimenti del fenomeno Armstrong.
Louis viene addirittura accusato di essere uno zio Tom a causa dell'ambiguità verso i fratelli neri. Ma proprio per la sua presenza carismatica contribuisce a rompere ogni barriera razziale diventando una delle prime star di colore nella musica.
La sua vita, oltre ai concerti dal vivo e alle tournée, si arricchisce di collaborazioni (ad esempio con Zilmer Randolph), e comincia anche ad aprirsi al cinema, apparendo in alcune pellicole. Diventato ormai un'icona (e qualcuno dice anche la macchietta di se stesso), Louis Armstrong negli ultimi anni era certo diventato l'ambasciatore del jazz nel mondo, ma ha anche prestato la sua immagine ad una serie di eventi assai discutibili sul piano artistico. In quella fase della sua carriera il Maestro non era più in grado di prendere decisioni autonome ma si faceva "gestire" da funzionari senza troppi scrupoli. Dopo questo triste declino, il re del jazz muore il 6 luglio 1971 nella sua casa nel Queens a New York.

Ed ora i protagonisti .
Nel caso del secondo video ,il brano di Armtstrong, attraverso le immagini, si carica di differenti significati.






Citazione del giorno:

"Il vero giusto è colui che si sente sempre a metà colpevole dei misfatti di tutti" ( Kahlil Gibran)




martedì 4 marzo 2008

Velvet Underground



Dal 5 settembre, giorno in cui ho deciso di aprire questo blog, ho inserito un numero considerevole di post.
Uno dei miei preferiti e’ quello dedicato a “Nico”, figura controversa legata al mondo di Andy Warhol.
Nell’articolo, univo i miei pensieri alle parole di Gabriele Lunati, scrittore del libro a lei dedicato, libro attraverso il quale ho scoperto un po’ di quell’ universo significativo.
Oltre alle parole, uno stupendo filmato pieno di interviste e approfondimenti, messo gratuitamente al servizio dell’utente. Anche in questo caso l’autore e’ Lunati.
Nico era per me una figura “buia”, in qualche modo inquietante, ma non sapevo molto della sua opera.
Conseguentemente sapevo pochissimo, musicalmente, dei Velvet Underground, anche se la musica successiva di Lou Reed mi era abbastanza familiare.
Leggere di Nico ha significato, come primo atto, immergermi nel “Disco della Banana”, ovvero il primo disco dei Velvet , quello in cui Nico canta 3 canzoni.




Questa prima incisione prodotta da Warhol, e’ diventata un specie di “lavoro rivoluzionario”, uno spartiacque, nel senso che ha tracciato vie nuove, sia per quanto riguarda i contenuti sia per il modo di proporli.
Ma questo disco deve avere davvero qualcosa di particolare, che lo colloca fuori dai generi musicali e da ogni spazio temporale.
Confrontandomi musicalmente con mia nipote diciottenne, ho indagato su cosa lei normalmente ascoltasse. Tra le righe e’ uscito fuori una conoscenza perfetta (con conseguente apprezzamento) del “Disco della Banana”.
Mi sono chiesto come facesse lei a conoscere un lavoro del 1967 e, soprattutto, come potesse essere vicino ai suoi gusti musicali.
Insomma, come fa una “giovanissima” ad ascoltare musica degli anni 60?
Non trovo risposte e sicuramente non basta dire che la bella musica non ha età.
La musica classica è generalmente di qualità, ma non per questo mi viene da ascoltarla quotidianamente.
Evidentemente Lou Reed e Company erano gli archetipi di tutto ciò che musicalmente adesso esiste… o forse quel disco pieno di ambiguità  ha una magia catalizzatrice, davvero fuori dal tempo.


Ma vediamo qualche nota supplementare.

Nel marzo 1967 esce uno degli album-simbolo degli anni 60 e 70 "The Velvet Underground and Nico", con l'immagine di una banana in copertina. Le canzoni parlano di droga e paranoia. Le radio si rifiutano di mandarle in onda; i giornali di promuoverle. I Velvet Underground sono  formati  da Lou Reed, Moe Tucker, Sterling Morrison e John Cale. Hanno due interessi in comune: la musica e l'eroina. Nico (Christa Paffgen) è modella e cantante, di origine tedesca, prediletta da Andy Warhol. Warhol vede per la prima volta i Velvet Underground nel dicembre 1965 ed è una folgorazione immediata. Diventa subito il loro produttore e promotore. «Dal gennaio al giugno del 1966 fu il periodo d'oro dei Velvet Underground e di Andy Warhol» (Victor Bockris); «Lou era un paranoico e all'occorrenza rendeva ognuno paranoico» (John Cale); «Per tutto il tempo in cui l'album veniva fatto nessuno ne sembrava contento» (Andy Warhol).Nel 1966 la Factory di Andy Warhol è un miscuglio unico di arte, soldi e paranoia; genialità, tragedie (molte) e amicizie (poche). È uno studio artistico permanente, ma è soprattutto un clan. Warhol sa manipolare come nessuno le immagini, sa scomporle e ricrearle. Sponsorizzare gruppi musicali è parte del suo modo di concepire l'arte e la vita, insieme a produrre e girare film, creare eventi, scrivere e, naturalmente, disegnare e dipingere.La musica dei Velvet Underground è la celebrazione di questo mondo e delle sue contraddizioni. Basta pensare alla storia di alcune canzoni. "Femme fatale" è scritta da Lou Reed su invito di Warhol ispirandosi a Edie Sedgwick, la giovane attrice regina della Factory. Edie rompe con Warhol nel febbraio 1966 per un furioso litigio di interesse. Passa al clan di Bob Dylan, il grande rivale di Warhol e della Factory. Muore per overdose da barbiturici nel 1971 a ventotto anni. "Heroin" è scritta da Lou Reed nel 1964 mentre studia all'università. Aveva cominciato a drogarsi abitualmente l'anno prima. L'indimenticabile "Sunday morning" non doveva essere nell'album. Viene scritta da Lou Reed su suggerimento del produttore Tom Wilson per rendere l'album più commerciale. Warhol invita Lou a fare del pezzo una canzone sulla paranoia. Lou Reed e Nico sono i due solisti. Si detestano e litigano su tutto, inclusa questa canzone: Lou insiste per cantarla nella registrazione, mentre Nico la canta nelle esibizioni dal vivo. Nel luglio 1967 avviene la rottura definitiva tra i due.Il risultato di una genesi così tormentata è un capolavoro.I Velvet Underground, Nico e Andy Warhol creano uno stile. Il loro album è considerato uno dei più importanti e influenti nella storia del rock.Almeno un parte di questo stile, fatto di plastica ed eroina, entra di diritto non solo nella storia del costume, ma nella storia della musica e dell' arte.
Ed ascoltiamo “Sunday Morning”, cantata da Lou Reed, con la voce opportunamente manipolata, tanto da sembrare femminile.
Il brano e’ molto popolare , attualmente, per aver dato sfondo ad una fortunata pubblicità televisiva.





lunedì 3 marzo 2008

Sanremo, ultimo atto


Alla fine ho ceduto.
Per la pace familiare ho visto la serata finale del Festival di Sanremo.
Avevo passato tutta le sere della settimana immerso nelle mie cose, evitando accuratamente l’evento, pur senza snobbarlo.
Dopo aver visto la prima ora della prima serata avevo deciso che era meglio scriverne nel blog, ripercorrendo il passato, piuttosto che cercare qualcosa di significativo nel presente.
Non mi piace muovermi tra luoghi comuni e preconcetti , e l’esperienza di tanti anni mi dice che c’e’ sempre qualcosa da salvare (secondo il mio feeling musicale), soltanto che e’ poca cosa rispetto alle aspettative.
E così abbiamo passato tutti insieme una serata davanti alla TV .
Intendiamoci, i miei figli e mia moglie hanno solo sfruttato l’occasione per " strapparmi " dal mio PC , e riconosco le loro ragioni .
Pero’ mi è stato chiesto uno sforzo supplementare, e cioè quello di non criticare quelle canzoni’ .....“ a te non piace mai niente!”.
Ho provato con calma a rispiegare quando e come io possa apprezzare una canzone, chiunque la esegua.
Se sentendo una canzone mi viene la voglia di ascoltarla una seconda volta, allora ha colpito nel segno (nel mio segno).
Non mi importa se un brano presentato sia oggettivamente pregevole, se abbia un grande testo, o una melodia indovinata…..mica sono un critico musicale!
Io devo solo avvertire la voglia di riascoltare il brano.
Ho "osservato"quasi tutti i 20Campioni” di ieri .
Ho tralasciato qualcosa per vedere il servizio sulla partita tra Milan e Lazio, ma il grosso non me lo sono perso.
Seguendo la logica secondo cui il termine “Campioni “ identifica artisti gia’ conosciuti, mi sono chiesto :"..ma chi sono questa specie di “Jalisse” che hanno vinto?"
"Chi e’ quel rapper che ha cantato “Piove , Governo ladro”?
"Chi è quella tale “L’aura?”.
Mea culpa, non seguo abbastanza le vicende italiane!
Imbarazzante per me, ascoltare qualcuno che si immedesima in un “capo del personale” di una qualsiasi azienda e licenzia 35 persone:dal mio punto di vista ,assolutamente fuori luogo.
Insomma, se dovessi dare seguito al mio concetto appena espresso, le uniche canzoni che vorrei risentire sono :
-Il brano rock ( che non conosco) presentato da Verdone/Gerini
-Il Barbiere di Siviglia, da parte di Elio e le Storie Tese.
Cercando invece di essere un po’ piu’ “decentemente” critico, mi sembrano significative almeno quattro delle canzoni di ieri.
Parlo della canzone di Minghi, che riesce sempre toccare il mio lato romantico.
Parlo della canzone di Max Gazze’, davvero originale e, secondo me, complicatissima da eseguire.
Parlo della canzone del “maestro “ Cammariere che, anche musicalmente , e’ una spanna sopra al "resto del mondo", almeno quello di Sanremo.
Il comune denominatore di questi brani e’ stato “l’amore “, un tema supersfruttato ,che pare non subisca cali in borsa.
Ho lasciato per ultimo il brano di Tricarico (anche questo non lo avevo mai sentito).
Il personaggio non mi piace.
Non so se fa parte del ruolo che si è costruito, o se è davvero così, ma quando uno vuole apparire fuori dal sistema, vuole fare l’alternativo, il diverso, sul palco e dietro al palco( ho rivisto su youtube un’intervista in cui spiazzava chi gli stava ponendo le domande)….bhe ,non condivido.
Lo hanno obbligato a forza a salire sul palco?
Ho apprezzato invece la sua canzone.La musica e l’arrangiamento hanno regalato al testo la gravita’ necessaria al dramma proposto.
Mi ha toccato perche’ è qualcosa che sento profondamente, anche se penso che certi concetti “spirituali” appartengano piu’ a chi ha percorso molto cammino e siano un po’ precoci per un giovane come mi pare sia Tricarico.
Ovviamente non si può generalizzare e gli eventi che ci accompagnano sin dalla nascita , fanno si che noi siamo “pezzi unici”, nonostante tutti gli” inquadramenti” che la vita ci regala.
Ma cosa dice di cosi’ profondo questa canzone?
La tranquilla è quello a cui tutti dovrebbero tendere, da un certo punto della vita in poi.
La tranquillita' , nella mia visione, è la ricompensa degli sforzi fatti,il premio vero a cui aspirare a un certo punto del percorso.
La fatica e l’impegno profusi nel raggiungimento dei nostri obiettivi, sono un insegnamento,un indice di maturita’, una necessita’.
Ma possono logorare se sono “per sempre”…..a tutto c’e’ un limite.
La vita pericolosa di cui parla l’autore e’ spesso dettata dall'imponderabile e non esclusivamente da scelte personali.
E quando si arriva a qualcosa che sembrava irraggiungibile la si mette da parte e si riavvia il motore, alla ricerca un altro obiettivo all’apparenza impossibile,e questo circolo vizioso non porta mai alla soddisfazione assoluta.
Anche l’amore di una persona con cui si pensa di divedere una parte o tutta la vita, a volte non basta, ma è fonte di ulteriori delusioni.
C’e’ bisogno di serenità , di tranquillità, di piccole soddisfazioni, di libertà,di sincerità di trasparenza.
Concetti impossibili e forse giustamente inadatti a persone molto giovani, che per definizione sono "treni impegnati in una corsa", contemporaneamente ,verso mille direzioni.
Sicuramente , dopo tanta vita spericolata , arriveranno alle conclusioni di Tricarico.

E ascoltiamolo adesso (aiutati dal testo), dopo un po' di battute dei conduttori.





VITA TRANQUILA
Ho sempre pensato Quando avrò questo sarò saziato
Ma poi avevo questo…ed era lo stesso
Ho sempre pensato Troverò il mare e sarò bagnato
Il mare ho trovato… ma nulla è cambiato… nulla Che cos'è… che io aspetto…
Io… voglio una vita tranquilla Perché è da quando sono nato Che sono spericolato
Io… voglio una vita serena Perché è da quando sono nato…
che è Disperata… spericolata…
Però libera… verd'è sconfinata Io dovrei… non dovrei
Ho sempre pensato Quando avrò il cielo sarò stellato
Divenni una stella… ma ero lo stesso Sempre lo stesso
Ho sempre pensato Troverò lei e sarò rinato Lei ho trovato… qualcosa è cambiato
Qualcosa è cambiato L'ultima illusione non è svanita Io libero per sempre
Io… voglio una vita tranquilla Perché è da quando son nato che sono spericolato
Io… voglio una vita serena Perché è da quando son nato… che è Disperata… spericolata…
Però libera… verd'è sconfinata Io dovrei… non dovrei Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato che sono spericolato Io… voglio una vita tranquilla
Perché è da quando son nato… che è Disperata… spericolata…
Però libera… verd'è sconfinata Io dovrei… no non dovrei...

venerdì 29 febbraio 2008

Colosseum


Un pò di tempo fa ho iniziato il mio personale racconto della musica Progressiva, quella che più ho amato.
Non è un racconto continuativo il mio, ma fatto di escursioni nelle aree più disparate dell'universo musicale.
Oggi mi riallineo parlando dei Colosseum, gruppo inglese di jazz rock, di eccezionale importanza per lo sviluppo Prog.

Ecco la formazione tipica:

Jon Hiseman, batteria
Dick Heckstall Smith, sassofono
Dave Greenslade, tastiere
James Litherland, chitarra e voce
Tony Reeves, basso e voce

Pur essendo quasi del tutto estranei al movimento progressivo, i Colosseum possono vantare uno degli album chiave per la definizione del genere, "Valentine Suite", testo base della musica inglese di transizione tra anni  '60 e '70.
Il resto è musica pregevole, ma estranea al prog, sia quello degli esordi (Those Who Are About To Die), con ancora chiara l'impronta R& B di Graham Bond), sia quella di "Daughter Of Time " e "Colosseum Live", con un suono più rock e duro.
Superflua l'appendice "Fusion" dei Colosseum 2 , con Gary Moore.
La lezione dei Colosseum è stata ripresa dal tastierista Dave Greeslade nella band che porta il suo nome, ma piccole tracce di quello stile rimangono anche nei Tempest di Jon Hiseman, uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi.




giovedì 28 febbraio 2008

Joe Walsh


Era una notte, credo, del 1971.
In un rettilineo vicino a casa mia, nei pressi del centro città, una macchina con dentro cinque ragazzi si schianto’ contro un palo.
Non ricordo se ci furono morti, ma sicuramente uno di loro perse l’uso delle gambe.
Quei cinque ragazzi erano ben conosciuti in città, per il loro modo di vivere, da teppisti.
Erano comunque giovanissimi, nella tipica età degli errori sconfinati.
Ricordo che in quel periodo erano attive alcune bande, tutte violente, ma non ricordo se ci fosse l’influenza dei comportamenti d’oltremanica, degli scontri tra Mods e Rokers, raccontati in Quadrophenia.
Per noi ragazzi “tranquilli” rappresentavano un pericolo (a volte risultava difficile camminare per il centro citta’), ma allo stesso tempo accendevano la nostra cusiorita’: chissa’ come vivevano, che rapporto avevano con i genitori, con la scuola?! E che coraggio avevano a sfidare tutto e tutti! In fondo si trattava di celata ammirazione, di ricerca e accettazione del proibito.
Io avevo conosciuto bene quel ragazzo che perse l’uso delle gambe, e lo avevo sporadicamente frequentato in tempi non sospetti. In quegli anni , un elemento turbolento si distingueva da uno calmo per il voto in condotta. Il suo era un 6.
Credo sia ancora in vivo, anche se non lo vedo piu’ dai quei giorni dell’incidente.
Questo episodio mi da l’opportunità di rimarcare quanto sia stretto il legame musica/ricordi.
Girovagando per la rete alla ricerca della musica dei miei inizi, sono capitato su un brano che si intitola “Walk Away” e immediatamente mi è tornato alla mente quell’incidente.
Il motivo del legame non lo conosco, forse erano i giorni in cui ascoltavo assiduamente il brano della James Gang.
Il vinile era “James Gang Live” e l’artefice numero uno era Joe Walsh, chitarrista e cantante incredibile, e protagonista successivamente negli Eagles.
Quanto appena scritto e’ quello che a scuola mi avrebbero censurato come “fuori tema”, se il tema fosse stato musicale o di tipo sociale.
Ma io attribuisco enorme importanza alla capacita’, che e’ propria della musica, di ripresentarmi momenti lontanissimi e spesso dimenticati, con una freschezza che azzera ogni tipo di dimensione temporale.
Vediamo qualcosa su Joe Walsh.


Joseph Fidler "Joe" Walsh nasce a Wichita, nel Kansas il 20 novembre 1947.
Nel 1969 entra a far parte del gruppo James Gang per rimanerci fino al 1972.
In quegli anni il gruppo ha un notevole successo con gli album: Yer' Album (November 1969) James Gang Rides Again (October 1970) Thirds (August 1971) James Gang Live in Concert (November 1971) Passin' Thru (July 1972)
Nel 1976 si unisce agli Eagles, la band country americana che ha venduto più dischi al mondo.
Nel 1978 da solista incide "In the city", resa celebre in quanto uno dei brani principali della colonna sonora di "The Warriors" - 1979 - (I guerrieri della notte) di Walter Hill.
Una delle esibizioni dal vivo più belle che si possono ammirare di Joe walsh è nel DVD "Eagles - The Farewell Live tour - Live from Melbourne".
Joe è anche un attivo radioamatore , ed ha inserito nei suoi album messaggi in alfabeto Morse (Songs For A Dying Planet: "Register And Vote For Me").

Ho rivisto recentemente Walsh nel Crossroad di Eric Clapton (ma di quello parlerò a tempo debito) e devo dire che e’ davvero unico.

Il brano a cui accennavo,Walk Away,ha a mio avviso un’energia non comune, e la miscela tra il sound tipico del trio, basso/chitarra/batteria, e la voce di Joe , e’ da “esplosione”.
Mi piacerebbe davvero poterli ascoltare dal vivo, tenendo conto che hanno rimesso in piedi il gruppo per un tour , nel 2006.
Se arrivassero nei paraggi…..consiglio a tutti di comprare un biglietto.

Ed ora sentiamo Walk Away.





mercoledì 27 febbraio 2008

Un bel Dopofestival



In questi giorni non posso fare a meno di parlare del Festival di Sanremo. Eppure non mi piace!
Due giorni fa ho ricordato un'edizione ( tra l' 87 e l'88, non ricordo bene), in cui c'era un fantastico dopo festival, presentato da Carlo Massarini.
Ho ancora le registrazione su cassetta di quella serata. Mi pare che il contenitore fosse una specie di emulazione circense .
Al centro della pista, a rotazione, Bob Geldoff,Heaven 17,The Smith...
Un po’ di energia pura arrivò dai Simple Red e da Curiosity Kill the Cat.
Anche stasera ho bisogno di un po' di scossa, e ripropongo i due brani di quella sera:

"The Right Thing" e "Misfit".











martedì 26 febbraio 2008

Se Finardi fosse a Sanremo!!!


Come promesso, ieri ho provato a vedere la prima ora del Festival di Sanremo.
Come pensavo ieri, non ho trovato stimoli a proseguire.
Credo di avere ascoltato cose scandalose ... ma forse sono solo prevenuto.
Ho sentito subito la necessità di tuffarmi in qualcosa che mi mettesse a mio agio, ma non sapevo cosa.
Ricercando vecchi filmati legati al Festival, sono incappato in roba da cineteca, in mummie, principi e regine, e poi sono arrivato a i Beatles.
Non ricordavo che George e Paul fossero stati ospiti negli anni 80!!!
Ho risentito le loro interviste, ma... di loro ho parlato da poco e mi prendo ancora un po’ di tempo. Però sentivo l'esigenza di una bella canzone, di una intensa interpretazione, di note per mente e cuore.
Come spesso mi accade sono "caduto" su Eugenio Finardi e sul suo brano "Come in uno Specchio", dal disco "Il Silenzio e lo Spirito".

Non credo ci siano altri commenti e mi auguro che sia riascoltata con piacere e catturata con attenzione da chi la sentisse per la prima volta.

Questo è il mio festival di Sanremo.





lunedì 25 febbraio 2008

Ricordo del Festival di Sanremo (Luigi Tenco)


Questa sera inizierà il Festival di Sanremo.
Io non lo guarderò,come d’abitudine.
Se non sbaglio l’ultima volta che lo vidi per intero  era attorno all’87-88, poco importa la data esatta.
Ricordo bene che alla fine della giornata di gara Carlo Massarini presentava “l’alternativa”, e i protagonisti erano di rilievo assoluto.
Ho anche in mente che a metà serata si proponevano tre gruppi esordienti che avevano vinto non so quale concorso, e tra questi gli Avion Travel, irriconoscibili, per stile e look.
Ho ben impressi i Sanremo della mia adolescenza, quelli impreziositi da presenze importanti.
Non mi riferisco ai miti di casa nostra, Villa, Modugno e Nilla Pizzi… quelli sono l’essenza ed il simbolo della canzone italiana, che piaccia o no.
Parlo invece di artisti incredibili, magari poco conosciuti, che per molteplici motivi, sono passati da quel mitico palco, magari in coppia con cantanti caserecci.
Il primo esempio che mi viene in mente e’ quello della canzone “Paff Bum”, cantata da Lucio Dalla e replicato dagli Yardbirds.
Per chi non lo ricordasse, gli Yardbirds sono quel gruppo in cui hanno suonato tre tra i migliori chitarristi della storia del rock, vale a dire Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page.
Di fatto, gli Yardbids sfociarono nei Led Zeppelin.
Con questi aneddoti si potrebbe andare avanti per ore.
La lista delle personalità e’ infinita, ma direi che di ogni Sanremo si riesce a trovare una piccola perla da conservare.
Di sicuro non rappresenta complessivamente il mio ideale di manifestazione e l’unica cosa che posso fare , anche quest’anno, è non guardarla, o meglio tentare per un’ora della prima serata e poi declinare l’invito che mamma RAI ci fornisce, gentilmente, ogni volta.
Per poter dare un’immagine simbolo del Festival scelgo un anno in particolare, il 1967.
Vediamo qualche nota relativa all’evento.

Il Festival di Sanremo del 1967 si svolse dal 26 al 28 gennaio.
Sede della manifestazione il Salone delle Feste del Casinò.
Vinsero in coppia Iva Zanicchi e Claudio Villa, con il brano "Non Pensare a me".
La classifica finale:

• Al primo posto; Iva Zanicchi e Claudio Villa, con la canzone "Non Pensare a me"
• Al secondo posto; Anna Rita Spinaci, e Les Surfs con " Quando dico che ti amo"
• Al Terzo posto; I Giganti e The Bachelors, con il brano "Proposta"

CURIOSITA':

-Domenico Modugno, si dice che ripudiò il cantante Francese Christophe, suo partner, perché non si ricordò le parole della canzone che dovevano interpretare insieme, il brano "Sopra i tetti azzurri del mio pazzo amore". Il cantante Francese offeso andò via.
-Il 26 gennaio del 1967, primo giorno del Festival, arrivò a Sanremo Mick Jagger, leader dei Rolling Stones, accompagnato dalla moglie Marianne Faithull.
-Claudio Villa quell'anno eguagliò il record di Modugno che consisteva in quattro vittorie.
Iva Zanicchi, invece, era la prima volta che vinceva dopo aver preso parte per tre volte alla gara canora. Scrissero sui giornali d'allora, che la canzone vincitrice fu scritta a immagine e somiglianza del gruppo "Strangers In The Night".

Ma l’evento drammaticamente più importante fu la morte di Luigi Tenco.
Il cantante si tolse la vita nella stanza N° 219 del suo albergo, "Hotel Savoy". Si sparò un colpo di pistola alla tempia, perché deluso: la sua canzone "Ciao Amore Ciao" fu eliminata.
Il suicidio di Tenco scatenò polemiche, sul valore della manifestazione, e sul giudizio dato in pochi minuti dopo l'interpretazione di una canzone.
Si racconta che Mike Bongiorno, la prima sera dovette convincere Luigi Tenco a salire sul palco del Casinò per cantare,il quale Tenco disse al presentatore : "..canto questa e poi ho finito..oppure la faccio finita.."
Si affermò che un giorno prima ,in un'intervista, avesse dichiarato che non doveva prendere parte al Festival. Chi lo osservò in televisione, assicurò che era terrorizzato, gli occhi erano sbarrati, sembrava dovesse svenire da un momento all'altro. La canzone era bella, fatta per Sanremo, giusta per il Festival.
La morte così entrò con forza al Festival.
Il clima intorno alla manifestazione era del tipo culturale,e andava ad anticipare gli anni della contestazione giovanile.
Il gesto di Luigi Tenco fu visto non come una rinuncia, ma di protesta, con la parola fine, con una ribellione ai giudizi.
I verdetti delle giurie erano contestati e c'era anche lo spauracchio del plagio.
Gli scandali erano costruiti appositamente per i festivals e forse il suicidio di Tenco fu veramente l'atto estremo di protesta per le scelte delle giurie di esperti che hanno fatto "arrabbiare" nel tempo tanti artisti.
Dalida cantava in coppia con lui.

Riporto un stralcio di una sua intervista.

Nessuna storia d'amore è paragonabile a quella che ho vissuto io con Luigi Tenco. È il compagno del quale mi sento vedova. Dio mi perdoni se non ho avuto il tempo di capirlo, di proteggerlo fino in fondo. Lui era il mio istinto, la mia vocazione musicale. Mi sentivo presa dal quel "rivoluzionario" che nel '64 aveva abbandonato la politica per delusione, e che aveva interrotto gli studi d'ingegneria ,perché sosteneva: "Io non costruirò mai ponti e case solo per far accumulare quattrini ai potenti. Meglio che nelle case arrivino le mie canzoni". Come tutte le persone romantiche che rifiutano di crescere, lui era il mio uomo ideale. Come non rimanerne soggiogata psicologicamente? Era un fiume in piena del quale io pretendevo invece di arginare l'impetuosità. Mi sono accorta troppo tardi che avrei dovuto aiutarlo.
Con la fantasia invento i nostri incontri. Lo rivedo per aggiungere manciate di minuti,di giorni, a quei ventott'anni finiti con una crocifissione. Piuttosto ribaldo, mi ripete versi da me già sentiti, quelli del poeta Rimbaud: "Tutto quello che ci insegnano è sbagliato". Che carattere! Allora io trovo pace, convincendomi che Luigi non poteva invecchiare a mediocre livello. Lui somiglia agli eroi, ai quali il destino toglie l'umiliazione della vita terrena e il disagio del progressivo declino fisico.
Era divertente con chi conosceva e scorbutico con quanti gli risultavano estranei.
Con me, anche nell'intimità, là dove le persone si tolgono la maschera lui, accidenti, alla confidenza preferiva insopportabili silenzi.
Era bello e sempre corrucciato proprio come i versi delle sue canzoni. Mi appassionò il fatto di scoprirlo continuamente imprevedibile. Cambiava umore, ribaltava sensazioni al punto di rimettere continuamente in discussione tutto quanto credevo di aver capito di lui.
Quegli improvvisi tuffi al cuore mi permettevano di trovare una perfetta fusione. Immutabile restava soltanto la sua onestà. Perfino esageratamente onesto. E rigido di principi. L'abbiamo perso anche per questo. Luigi ha pagato più del dovuto le proprie innegabili virtù".
Colazione all'albergo Savoy. Luigi scherza, è allegro. Si sente sollevato. Dice d'aver già messo bene radici in un ambiente tanto infido. Immagina la condiscendenza del pubblico, le reazioni colorate dei critici. La canzone è un valido pretesto per raccontare la sua storia. Dentro c'è tutto il suo entusiasmo, la sua giovinezza. Aveva passato giorni e giorni isolato in una torre a cercare accordi giusti e atmosfere toccanti. Naturale che sia galvanizzato per ben figurare. Io, del resto, non ho nessuna paura. Queste le nostre confidenze. Poi lui mi prende per un polso e dice: "Vai a riposare. Devi sentirti in forma, quel palcoscenico è capace di tutto". Alle 19 mi telefona in camera: "M'è presa una strana ansia. A quella 'roulette' andiamoci insieme. Aspettami nella hall". In macchina mi dice che gli si è chiuso lo stomaco. "Prendi una camomilla", lo scongiuro. Invece, a mia insaputa, per domare un'ansia che non si placa, consuma una quantità di tranquillanti, esagera col whisky.
Comincia a sfuggirmi: il mutismo, lo sguardo assente me lo portano lontano. È accaduto qualche altra volta. Gli chiedo: "Perché non parli?", e lui si giustifica:
"È come fuggissi non so dove, per allontanare i traumi della mia infanzia."
Non una parola di più. L'unico mio rimorso è che in quei momenti avrei potuto fare di più, magari sollecitarlo pazientemente a scacciare quegli incubi, a dimenticare quelle vicende che l'avevano segnato in passato. Purtroppo c'è poco tempo. Ecco, lo chiamano: -Dov'è Tenco? Dovrebbe già essere in palcoscenico. Nessuno l'ha visto. Lo cercano. Lo trovano addormentato su una panca. Mike Bongiorno deve spingerlo in scena. Dio mio, quello che canta "Ciao amore ciao " non è Luigi, è un altro, è il suo manichino.
C'è chi ha parlato del terrore del pubblico, per uno come lui non corazzato per esibirsi davanti a platee gremite. Io dico che non è vero. Sapeste che Tenco, simpatico e sbarazzino chansonnier, ho avuto modo di applaudire al microfono della Casina delle Rose, a Roma, nel primo e ultimo Capodanno festeggiato insieme!
Dopo il recital aveva a lungo parlato con me. A Sanremo no. Era come rinserrato nel coma. Pazienza, fossero tutte qui le amarezze di una coppia che si vuol bene.
Aspettiamo il responso delle giurie. Uno accanto all'altra, ma in realtà distanti.
Neppure 40 voti su 900. "Una débàcle", fa lui. E io: "Nella vita un giorno si vince e un altro si perde". C'è il ripescaggio di una canzone, affidato alla giuria dei giornalisti. Lo aiuto a sperare: "Vedrai che andrà meglio". E invece va male e per Luigi è un colpo terribile. Cerca una scusa per andarsene. Vuole isolarsi. "No, andiamo al ristorante", insisto io. Non so più come distrarlo.
Una volta in macchina, guida da sconsiderato la sua Giulia. Rischiamo più volte l'incidente. Non lo riprendo, non gli dico niente, non è il caso. "Parla", chiedo. Non una parola di risposta. Poco dopo essere entrati al Nostromo, ecco il fulmineo voltafaccia. Luigi bisbiglia: "Rientro in albergo a riposare. Sono stanco".
Dovrei avere più autorità e impedirgli di andar via. Però riesce a prendermi in contropiede. Qualche attimo dopo ho un presentimento infernale, pur non sapendo che Luigi ha con sé la pistola. Un grumo d'angoscia m'attanaglia. Subito m'aggrappo al telefono, cerco un taxi, corro al Savoy. Macché: Luigi è sulla strada del ritorno ed è irraggiungibile. "Fai presto", mi dico".
Al bureau chiedo se Tenco è in camera. Non so che sto precipitando nel mio fallimento. Poi, in un attimo, intuisco quello che potrebbe essere accaduto. Quello che dovevo impedire che accadesse. Sono arrivata con dieci minuti di ritardo. Dieci minuti che hanno sconvolto la mia vita. Dapprima vedo i suoi piedi spuntare da dietro il letto e allora penso che sia caduto, colto da malore. Poi il sangue, quell'esplosione di orrore.
Quale il movente? Non solo la delusione per non essere riuscito a far capire il mondo dei giovani, senz'altro qualcosa gli si è spezzato dentro.
A lungo ripeto: "Non può essere vero". Adesso sono io che debbo sottrarmi all'ingorgo di incubi paurosi. Non so andare avanti. Una settimana dopo mi rifugio a Recco, dalla mamma di Luigi. Sento il dovere di farle visita. Ma chi può consolarla? Nessuno. Restiamo a guardarci e a piangere.Capisco che devo andarmene in fretta dall'Italia. Ma non serve a niente. Staccata da lui, non ho più identità. Ha ragione Victor Hugo a dire: 'Quando si perde la persona amata, il mondo si spopola'. E allora, esattamente un mese dopo, un mese che è un'eternità, penso di farla finita anch'io.
Ingoio 75 pastiglie di un tranquillante. Per esser certa di riuscirci, scelgo una stanza d'albergo dopo avere preparato tutto con scrupolo: il testamento dal notaio e una lettera per mia madre. Ventiquattr'ore dopo una cameriera si insospettisce. Da sotto la porta filtra una lama di luce. Da l'allarme. Mi trasferiscono all'ospedale. La prognosi è di cinque giorni. Evidentemente è scritto che io debba sopravvivere per trovare rimedio alle contrarietà.

È il 3 maggio 1987 quando, a Montmartre, Dalida si toglie la vita, a vent'anni dal primo tentativo. Accanto al corpo lascia appena un biglietto:
Perdonatemi, la vita mi è insopportabile


Rivediamo una testimonianza audiovisiva relativa a quel Sanremo 67.


Ho descritto un momento drammatico evidenziando come un piccolo spazio come il Festival, apparentemente frivolo, contenga tutti gli ingredienti della nostra vita: l'amore, la morte, la delusione, la musica,l'orgoglio, l'invidia, l'amicizia, l'arroganza, l'ambizione, il successo, l'insuccesso e... potrei proseguire per molto.
Tutto questo, credo, giustifichi ampiamente l'esistenza del Festival di Sanremo.
Accanto a tanta serietà c'e' l'aspetto ludico e meno impegnativo.
Per proporlo, scelgo pochi secondi di un "cantante" incredibile (l'unico comico vivente capace di farmi ridere anche quando assume ruoli seri).

Parlo di Diego Abatantuono , in questo caso emulatore di Riccardo Cocciante.




Citazione del giorno:
"Come è nobile chi, col cuore triste,vuol cantare ugualmente un canto felice, tra cuori felici" ( Kahlil Gibran)