martedì 10 febbraio 2026

Pete Ham, il cuore fragile dei Badfinger


Pete Ham era uno di quei musicisti che non fanno rumore, ma che cambiano la musica senza che quasi nessuno se ne accorga. Gallese, timido, con un talento melodico fuori dal comune, entra nei Badfinger quando ancora si chiamano The Iveys. È lui a dare alla band la sua identità: una scrittura limpida, emotiva, piena di malinconia luminosa. Quando i Beatles li mettono sotto contratto per la Apple Records, Pete diventa il loro “pupillo”, McCartney lo adora, Harrison lo considera un fratello minore. E non è un caso, Ham ha quella stessa capacità di trovare la melodia perfetta, semplice e inevitabile.

Il successo arriva presto, ma non porta felicità. I Badfinger diventano famosi, ma vengono intrappolati in contratti disastrosi, manager senza scrupoli, soldi che spariscono, album bloccati, tour cancellati. Pete, che è un ragazzo sensibile, vive tutto questo come un tradimento. Lui vuole solo scrivere canzoni, non combattere con avvocati e contabili. E intanto continua a creare musica meravigliosa: “No Matter What”, “Baby Blue”, “Day After Day”. Ma la sua canzone più grande nasce da un dolore condiviso: “Without You”. La strofa è sua, il ritornello è di Tom Evans. Due fragilità che si incontrano e diventano un classico assoluto. Ma il successo mondiale arriva nella versione di Harry Nilsson, non nella loro. E i soldi? Non arrivano mai.

L’aneddoto più famoso è quasi un simbolo della sua vita. Una sera, Pete torna a casa dopo l’ennesima riunione con il manager, dove scopre che la band è praticamente rovinata. La sua compagna gli dice che non possono più pagare l’affitto. Pete, disperato, apre un cassetto e trova un assegno della Apple Records: è la prova che i soldi ci sarebbero, ma non arrivano a loro. È la goccia che lo spezza. Quella notte scrive una lettera in cui accusa il manager di aver distrutto la band e la sua vita. Poi si toglie la vita nel garage di casa. Ha 27 anni.

Un altro aneddoto, più dolce, racconta chi era davvero. George Harrison, durante le session di “All Things Must Pass”, lo invita a suonare. Pete arriva con la sua chitarra, si siede in un angolo e comincia a suonare in punta di dita, quasi chiedendo permesso. Harrison lo guarda e dice: “Questo ragazzo ha un dono”. Pete non risponde: sorride appena, come se non sapesse cosa farsene di un complimento così grande. Era fatto così: un talento immenso, ma incapace di proteggersi.