venerdì 31 gennaio 2020

Mr.Bloe


Ho ricordo indelebile del brano che propongo oggi.
Era la sigla di qualche trasmissione televisiva pomeridiana, a inizio anni '70.
Forse il lamento dell'armonica... forse il link a qualche momento buio dell'adolescenza, ma ancora oggi la canzone mi riempie di velata tristezza.
Ecco come è stata descritta:

C’è una canzone che si ascolta sempre per radio e che si fa ascoltare anche molto volentieri. È un brano strumentale che dimostra che in fondo ci vuole poco a fare un disco divertente e gradevole, a patto di avere qualche idea e di farne buon uso. Il nome dell’autore di GROOVIN’ MITH MR. BLOE è proprio Mr.Bloe, nome fittizio dietro il quale si nascondono gli Hookfoot, complesso che ha accompagnato Elton John dal 1968 al 1970. Insieme agli Hookfoot ci sono l’arrangiatore e pianista Zack Laurence e il vero Mr. Bloe, l’armonicista Harry Pitch, noto musicista inglese. Il 45 giri, in men che non si dica, riesce a salire su in alto nelle classifiche inglesi per poi catapultarsi in quelle europee (specialmente in Olanda, Germania,Francia, Italia). Ritmica aggressiva e, come strumento principe, un’armonica a bocca. Un disco che è stato ballatissimo in tutte le discoteche durante l’estate e proprio per questa ragione ora ce lo ritroviamo, a fine stagione, in classifica da noi. Non è facilissimo che un disco strumentale arrivi di prepotenza in hit parade (il periodo clou sarà il 1974/1975) ed è ancora più raro che un disco con queste prerogative abbia un successo pari ad altre interpretazioni eseguite da complessi o da noti cantanti pop. Il requisito principale è la spontaneità e l’immediatezza del motivo e una buona dose di professionalità.










sabato 25 gennaio 2020

"Accadde a Buckhannon": resoconto video di quanto accaduto nel corso della presentazione alla Ubik di Savona, il 24 gennaio



Il 24 gennaio ho presentato alla Ubik di Savona - grazie Stefano Milano! - un racconto che ho intitolato “Accadde a Buckhannon”, una storia che avevo nel cassetto da tempo e non mi decidevo mai a pubblicare.

Il motivo della titubanza era legato al fatto che, seppur in modo “nascosto” e impossibile da decodificare per chi non mi conosce, parla di parte della mia vita, argomento che credo possa interessare solo ai miei affetti e agli amici, per cui ho dato al tutto una dimensione “domestica” e sobria, a partire dalla confezione modesta e dal contenuto limitato… volutamente limitato. Anche la realizzazione pratica, questa volta, non è stata affidata a nessun editore ma mi sono rivolto ad una tipografia che ha realizzato ciò che desideravo.


Non ho fatto grande pubblicità in occasione della presentazione, e ho informato direttamente soltanto le persone che mi avrebbe fatto piacere avere attorno, alcune delle quali hanno fatto parte del mio "viaggio di vita", dai compagni di scuola a conoscenze più recenti ma significative.


Tra queste il mio amico Mauro Selis, che ha avuto il compito di pormi le domande, come accaduto anche in passato.

Un’ora di quasi monologo dove mi sono messo un pò a nudo, e ho elargito le mie… “perle di saggezza”, ovviamente opinabili, ma giunto in questa fase dell’età credo di potermelo permettere!

Per lasciar traccia di questo incontro utilizzo i video di mia moglie Maura, che ha ripreso una ventina di minuti della chiacchierata, e qualche fotografia di Cristina Mantisi.


Cosa importante: il libro era un regalo per i presenti ma, senza alcun obbligo, è stata chiesta una donazione libera e simbolica da destinare a WeWorld Onlus.
La generosità dei presenti consentirà di fare gratificante opera di beneficenza.


martedì 21 gennaio 2020

Pier Gonella-“Strategy”


Pier Gonella realizza un sogno, quello di proporre un disco strumentale, dove la protagonista assoluta è la sua chitarra. Intendiamoci, anche lui fa parte di quella schiera di musicisti che vengono considerati un tutt’uno con lo strumento che padroneggiano, quelli che appena li incontri ti guardi attorno per vedere dove ha piazzato il suo prolungamento naturale, ma esistono occasioni in cui certe tendenze emergono ancora di più.

L’album “Strategy ne è l’esempio, un contenitore dove è palese e dichiarato l’intento di “raccontarsi” attraverso lo strumento della vita.

La storia di Gonella disegna un numero impressionante di album, progetti e collaborazioni, e la sua versatilità - legata a consolidate skills - è quella che gli permette di passare agevolmente dal rock più metallico ad un contesto meramente acustico, come quello che ho potuto vivere con i miei occhi poco prima di Natale quando, circondato da un ensemble “nobile”, è stato tra i protagonisti assoluti del tributo a Greg Lake - a Palmanova -, tra la musica degli ELP  e quella di Paola Tagliaferro.

Strategy” è disponibile da pochissimi giorni, ed è stato registrato e mixato presso i MusicartStudios di Rapallo - la sede di lavoro di Gonella - e vede la collaborazione di Musicart, Diamonds Prod e Merlin Music Management.

Nove brani spalmati su trentotto minuti di musica che riporta alla figura di Joe Satriani, per Pier un punto di riferimento sin dagli esordi.
Ma non basta, perché Gonella prova - e riesce - a creare un prodotto lontano dalla nicchia, quella che contraddistingue la sua produzione con Necrodeath, Mastercastle, Vanexa, Odyssea, Athlantis; l’obiettivo dichiarato è quello di realizzare “canzoni”, termine che riporta alla facilità di comprensione e a sonorità adatte a tutti i palati. Per fare ciò mette in campo un’arte solistica che utilizza il virtuosismo intrinseco per disegnare delle melodie, delle trame sonore che possano essere comprese facilmente e restare nella mente, insomma, non una azione tesa all’autoreferenzialità, ma alla ricerca dell’incontro tra tecnica e facilità di comprensione, due aspetti che non dovrebbero fare fatica a trovare un punto di incontro.

Un brano strumentale non contiene messaggi palesi. Un brano strumentale dà la possibilità all’ascoltatore di interagire con l’autore, in quanto lo stimolo sonoro può portare a viaggi/sogni/sensazioni del tutto personali, e dettati da una reazione istintiva. Un brano strumentale è legato ad un titolo che fornisce indicazioni sui pensieri del musicista, denominazione che, a volte, nasce proprio a seguito della genesi della melodia.
Strategy” è tutto questo, ed è fruibile i modi differenti, e l’ascolto privo di condizionamenti può condurre alla creazione di un rapporto osmotico con il ricettore virtuoso, quello cioè che prova a liberare la mente lasciando fuori pregiudizi e alibi.

Dall’intervista a seguire realizzata con Pier Gonella si ricavano elementi interessanti, e la proposizione dei due video ufficiali sino ad oggi rilasciati permette di fornire sintesi al mio pensiero… questo è il mondo di Pier Gonella… uno dei tanti!



La nostra chiacchierata...

L’intervista che ti feci nell’agosto del 2017, in occasione dell’uscita di “Wine of Heaven", dei Mastercastle, terminava con una domanda relativa al tuo futuro immediato, un po’ retorica, ma giustificata dai tuoi tantissimi progetti musicali: che cosa è accaduto da allora ad oggi in campo professionale?

Dal punto di vista discografico pochi mesi dopo l’album dei Mastercastle è uscito “The Age of Dead Christ”, dei Necrodeath, seguito l’anno dopo da “Refragments of Insanity”. Quindi l’album “Athlantis – The Way to Rock ‘n Roll”. Nel 2019 come decennale dell’attività dei Mastercastle è uscita la ristampa su vinile del primo album, “The Phoenix”, seguita da un nuovo singolo, “Still in The Flesh”. Per il resto sono stato e sono attivissimo sul palco con i Necrodeath e con gli impegni della mia struttura MusicArt.

È appena uscito “Strategy”, il tuo primo album da solista: che cosa ti ha mosso in questa direzione… autarchica?

L’idea di realizzare un album solista era sempre nell’aria, un po’ per “coronare” la mia passione per la musica strumentale, un po’ spinto anche da Marco Pesenti e da Giulio Belzer, che poi sono diventati il batterista e il bassista del progetto.

Trattasi quindi di lavoro strumentale: che cosa hai voluto cristallizzare all’interno del disco?

In realtà la musica strumentale chitarristica è sempre stata una mia grande passione. Nel corso degli anni avevo già inserito qualche brano strumentale all’interno dei sei album dei Mastercastle, ma sempre legati al genere neoclassico. In questo disco ho voluto concentrare quell’hard rock americano strumentale stile Joe Satriani che è stato folgorante per il mio percorso musicale. È stato anche un modo di presentare un lavoro diverso da tutte le mie altre uscite.

La tua immagine è legata d’impatto al genere metal, ma anche ad un certo tecnicismo chitarristico: cosa ci si deve aspettare, funambolismo estremo o canzoni alla portata di tutti?

“Strategy” non è per nulla un disco tecnico o “dimostrativo”. Il termine “strumentale” giustamente crea un forte “pregiudizio”, ma si tratta di un disco di “canzoni”, dove al primo posto c’è solo la melodia.  La scommessa è stata proprio cercare di raggiungere i non musicisti creando delle melodie cantabili di forte impatto. Anche tra i più grandi, solo in pochi ci sono riusciti, e segnalo l’album “The Extremist di Joe Satriani”, che non mi vergogno mai di citare come grande fonte di ispirazione.


Un progetto strumentale non può appoggiarsi sulle liriche per la diffusione dei messaggi dell’autore: che cosa vuoi “raccontare” con “Strategy”? Aiutano in quest’opera di comprensione i titoli dei brani?

Per me i titoli hanno sempre la loro funzione. Li ho scelti man mano in base alle sensazioni o ai ricordi che mi sollecitavano le musiche. Non essendoci i testi chiaramente ognuno può interpretarli a modo suo, in maniera magari completamente diversa dalla mia, ed è una cosa divertente. Per citarne qualcuno, “The Pied Piped”, ovvero il “Pifferaio pezzato”, è il titolo di un vecchissimo cartone animato sullo stile del “Pifferaio magico”, ma più a fondo l’andamento malinconico del brano è dedicato a tutti i musicisti che, pur di mettere la loro musica al primo posto, sono disposti a rinunciare a tantissime cose della loro vita. Oppure “Devil at God’s Pub”, dove immagino in maniera goliardica Dio e Lucifero che si raccontano le loro “paure” al bar davanti a una birra, ma allo stesso tempo tutte le situazioni paradossali dietro ad un’autorità, come ad esempio due avvocati che si “scannano” in aula di tribunale difendendo parti avversarie, e finita l’udienza tornano ad essere amici strettissimi e così via…

Chi ti ha accompagnato nel tuo viaggio realizzativo, sia dal punto di vista progettuale che da quello delle collaborazioni strumentali?

Alla batteria sono affiancato da Marco Pesenti, conosciuto naturalmente come fondatore dei Necrodeath, ma qui in veste completamente diversa, e al basso da Giulio Belzer, con cui collaboro nelle attività Musicart da tanti anni. Oltre che musicisti di classe A sono sempre stati seri promotori del progetto da “dietro le quinte”, nonché in prima fila per l’aiuto negli arrangiamenti dei brani. A questo va unita l’attività comune di insegnamento che ci vede tutti e tre nella stessa struttura facilitando la gestione pratica delle registrazioni.

Come sarà distribuito il disco? In quali formati e come sarà possibile ascoltarlo/acquistarlo?

Il disco è disponibile in formato Digipack fisico tramite Diamonds Prod, e naturalmente in formato digitale in tutti i maggiori portali. Lascio qualche link a disposizione per chi fosse interessato:

Hai pensato a momenti di presentazione o a concerti dedicati?

Grazie all’esperienza e al lavoro di Peso e di Merlin Music Management ci saranno 6 date di presentazione del progetto:

21 febbraio 2020 Scandicci – FI- Circus
22 febbraio Roma – Defrag
20 marzo Santa Margherita Lig – GE
21 marzo Torino – Padiglione 14
24 aprile Mornago –VA- Madhouse
25 aprile Genova – Liggia

L’ultima immagine che ho di Pier Gonella è recente, Palmanova, Tributo a Greg Lake, una dimensione acustica, lontana dall’immagine del chitarrista “metallico”: qual è il ruolo in cui ti riconosci di più nel 2020?

Sì, grazie a Paola Tagliaferro ed alla “Compagnia dell’Es” ho avuto piu’ di una volta la possibilità di suonare in occasione di eventi in ricordo del Greg Lake. Abbiamo suonato oltre ai brani del suo album “Fabulae”, alcune cover delle piu’ note ballate di Greg, per cui tutte in versione rigorosamente acustica. È una dimensione diversa da quelle per cui sono piu’ conosciuto, ma che comunque mi appartiene. In qualunque situazione musicale mi trovi cerco sempre di fondere e adattare la mia personalità con quella del progetto in modo da cercare di valorizzarlo.

Ritorniamo alla domanda retorica: e ora che cosa accadrà?

Per ora mi godo i buoni feedback di “Strategy”. Per il resto nell’imminente c’è l’uscita del nuovo album “Athlantis 02.02.2020”, e per aprile una nuova uscita Necrodeath che sarà accompagnata da numerosi concerti. In parallelo mi sto appassionando molto anche alla music distribuita in “digitale” realizzando “backing Tracks” e altri “tools” per musicisti che via via pubblico nel mio canale Youtube www.youtube.com\MusicArtTube.
 Anche questa è un’altra dimensione che spesso noi musicisti, annebbiati dal dover “postare” sui nostri social, non riusciamo a comprendere. Invece è un nuovo mondo da esplorare…



Tracklist
01. Strategy
02. Rocks’n’roll
03. The Pied Piper
04. Liberland
05. La Graciosa
06. The Spark Of Life
07. Devil At God’s Pub
08. Crazy Numbers
09. To The Next Party







THE WHO-“WHO”



Articolo già pubblicato sul portale https://faremusic.it/

Commentare un album dei The Who - ma direi la loro produzione in generale - può allontanarmi dall’obiettività, una condizione complicata da raggiungere quando si tratta di sonorità che mi accompagnano sin dalla tenera età (ascoltai “Substitute” a soli otto anni!). La realtà è che il loro rock classico è quello che preferisco tra i tanti, e credo che la genialità di Pete Townshend abbia pesantemente inciso sugli ultimi 55 anni della storia della musica.
Mi era capitato anche con “Endless Wire”, nel 2006, album di inediti arrivato dopo un lungo vuoto discografico, criticato dai più. Io lo ascolto ancor oggi con discreta frequenza, perché contiene le linee guida di quello che è, secondo me, il modello “WHO”.

Da circa un anno era noto come la band inglese stesse lavorando ad un album di materiale originale, brani scritti e pensati per le attuali possibilità vocali di Roger Daltrey. Registrazioni fatte in studi separati, aiutati dalla tecnologia e spinte da relazioni personali che, a dispetto di alcune gioiose esternazioni da parte dei protagonisti, sono sempre state improntate ad una certa conflittualità, ed è di questi giorni un’inedita e poco elegante asserzione di Pete rivolta anche ai due pezzi mancanti, dichiarazioni che hanno visto una repentina retromarcia, ma che lasciano qualche dubbio sui metodi comunicativi adottati, e/o sull’attuale stato d’animo del chitarrista.
Prima Keith Moon e poi John John Entwistle hanno lasciato la band - obtorto collo -, ma Pete e Roger hanno tenuto in vita nome e musica con una moderata e controllata esposizione live e pochissime novità in studio. Caratteracci o no, suonare tiene in vita, e siccome gli Who, arrivano ovunque e abbattono pregiudizi e barriere temporali, la macchina va oliata e proposta, almeno a sprazzi.

Who” è l'omonimo dodicesimo album in studio, ed è stato pubblicato il 6 dicembre 2019.
Rilevo la chiosa di Daltrey che esagera ma non convince: “Penso che abbiamo fatto il nostro miglior album da “Quadrophenia” nel 1973, Pete è tuttora un cantautore favoloso, ancora all’avanguardia”.
Io ci andrei cauto, ma questa autoreferenzialità d’autore appare come un buon atto pubblicitario, soprattutto per i fan sparsi nel mondo, che di questi tempi preferiscono prendere ciò che viene, piuttosto che criticare.

Anche in questo caso ho trovato brani decisamente fatti per me, capaci di sollecitare la memoria e di regalarmi le dinamiche che cerco in determinati artisti, e credo che alla fine “Who” possa essere considerato un buon album rock, godibile in molti episodi.
Townshend e Daltrey sono accompagnati nelle registrazioni dai soliti compagni di viaggio (Simon Townshend alla chitarra e compositore, il bassista Pino Palladino e Zak Starkey alla batteria) e da una lunga serie di collaboratori che segnalo a fine articolo, per soddisfare la curiosità di chi ama i dettagli.

Il progetto è carico di energia, per nulla votato all’elemento nostalgico. La voce di Roger, spesso fonte di problemi negli ultimi anni, regge ancora in studio, con gli ovvi accorgimenti del caso, anche se è lontana la tipicità e la continuità a cui eravamo abituati, ma non ci si può opporre alla natura e al passare del tempo! Gli anni sono tanti, per lui e per il compagno di una vita, Pete Townshend, che dimostra la solita incisività chitarristica e un acume compositivo non comune.

Tra le tracce segnalo l’iniziale “All This Music Must Fade”, che a dispetto dell’incipit - “Non mi interessa, so che odierai questa canzone" -, riporta ai fasti degli Who dei primi seventies.
Pubblicata come singolo il 3 ottobre 2019:


"Detour" ripercorre i primi giorni della band, quando il nome era “The Detours”, un flashback che colpisce nel segno.
"I Don't Want to Get Wise" è un pezzo orecchiabile che riporta al passato, tra orgoglio e rammarico. Pubblicata su Spotify e iTunes nel novembre 2019.
"Hero Ground zero" vede Daltrey in piedi su di una montagna del Lake District mentre osserva il futuro che si sta delineando davanti, anche se i versi criptici di Townshend rendono poco chiaro ciò che viene predetto. Ascolto gradevole e semplice.
Le osservazioni sull'invecchiamento - a cui ci ha abituato Townshend sin dai tempi di “My Generation” - sono a tratti toccanti ("Devo accettare il fatto che potrei finalmente morire", canta Townshend in "I'll Be Back") e banali ("La vita è incredibile ma è stata una strada accidentata").
"Non credo di essermi mai sentito così sul margine", annuncia Daltrey in “Rockin' in Rage”.
Ball and Chain”, pubblicato come primo singolo il 13 settembre 2019, è una ri-registrazione di una canzone solista di Pete Townshend intitolata "Guantanamo", che era stata pubblicata nella sua compilation del 2015, “Truancy: The Very Best of Pete Townshend”.


L’artwork è dell'artista pop Peter Blake, già collaboratore con la band per "Face Dances nel 1981, famoso soprattutto per la copertina di “Sgt. Pepper's…”; si tratta di un mosaico di 25 quadrati: 22 mostrano diverse immagini colorate posizionate intorno a tre quadrati che formano la parola "WHO" al centro della copertina dell'album. Le 22 piazze raffigurano alcune delle influenze e dei simboli della band, della loro carriera e cultura.
L’album è supportato dal “Move On! Tour”, che si prolungherà sino a metà 2020, tra Inghilterra e America.
Giudizio complessivo positivo, al netto di una forza fisica calante, of course, a cui si contrappongono però idee che mantengono un buon livello, e l’ascolto privo di pregiudizi potrà dare buone soddisfazioni.



Gli Who sono trasversali, in alcuni casi fanno parte del tessuto culturale di un territorio, e non solo in patria. Un motivo ci sarà se questi vecchietti terribili - che a 20 anni o poco più cantavano “Voglio morire prima di invecchiare” - riescono ancora a deliziarci e a farci sognare!

Track listing

Tutte le canzoni sono state scritte dal solo Pete Townshend eccetto quelle segnalate in modo diverso.

1.         "All This Music Must Fade" 3:20
2.         "Ball and Chain"       4:29
3.         "I Don't Wanna Get Wise"  3:54
4.         "Detour"        3:46
5.         "Beads on One String" (Pete Townshend and Josh Hunsaker)      3:40
6.         "Hero Ground Zero"            4:52
7.         "Street Song"            4:47
8.         "I'll Be Back"  5:01
9.         "Break the News" (Simon Townshend)   4:30
10.      "Rockin' in Rage"      4:04
11.      "She Rocked My World"     3:22

Deluxe edition bonus tracks
No.      Title    Length
12.      "This Gun Will Misfire"       3:36
13.      "Got Nothing to Prove"      3:38
14.      "Danny and My Ponies"      4:02
15.      "Sand" (Demo, solo per il Giappone)

The Who
Pete Townshend: chitarra, cori, voce solista (tracks 8, 12–14), armonica, percussioni, sintetizzatore, violino, violoncellocello, hurdy-gurdy, effetto orchestrali (6)
Roger Daltrey: voce solista (eccetto 8, 12–14)

Altri musicisti
Carla Azar – batteria (3, 10)
Matt Chamberlain – batteria (6)
Gordon Giltrap – chitarra acustica (11)
Pino Palladino – basso (1, 2, 4-8, 11)
Gus Seyffert – basso (3, 9, 10)
Zak Starkey – batteria (1, 2, 4, 7)
Benmont Tench – tastiera (1, 3, 10)
Joey Waronker – batteria (5, 8, 11)

lunedì 20 gennaio 2020

La sostituzione di Pete Best...




Ecco come Pete Best (http://it.wikipedia.org/wiki/Pete_Best), “il quinto Beatles”, fu scaricato e sostituito da Ringo Starr.

Pete arrivò all’appuntamento in anticipo e trovò Brian Epstein in uno stato di particolare agitazione.

Brian fece un sacco di convenevoli e parlò degli argomenti più disparati, prima di trovare il coraggio di dire: “John, Paul e George vogliono mettere al tuo posto Ringo”:

Il dialogo che seguì è rimasto a tal punto scolpito nella mente di Pete che egli ha potuto riferirlo, parola per parola, al suo biografo e amico Patrick Doncaster.

Perché vogliono fare questo?”, rispose Pete alla terribile frase di Epstein.

Pensano che tu non sia all’altezza come batterista e George Martin è d’accordo con loro”.

Mi considero all’altezza di Ringo se non migliore”.

Brian chinò il capo, come incapace di sostenere quel dialogo.

Ringo sa qualcosa di tutto questo?”, chiese Pete.

”, disse Epstein, “entrerà a far parte del gruppo sabato”.


Pete capì che tutto era stato deciso da molto tempo, senza che egli sapesse nulla. Mentre Epstein parlava, suonò il telefono sulla sua scrivania. Era Paul che voleva sapere se Pete fosse già stato avvertito.

Ti richiamo dopo”, gli disse Epstein bruscamente, poi, come se niente fosse, tornò a parlare dei problemi organizzativi del gruppo: “Ci sono ancora un paio di concerti prima che Ringo raggiunga il gruppo”, disse, “sei disposto a suonare ancora con i Beatles?”

Pete annuì in modo meccanico, senza capire l’assurdità crudele di quella domanda, poi si alzò e uscì dall’ufficio. In strada Neil Aspinall (http://it.wikipedia.org/wiki/Luoghi_beatlesiani) gli chiese: “Che ti è successo? Sembra che tu abbia visto un fantasma!”.
Pete rispose: “Mi hanno buttato fuori”.

Neil strabuzzò gli occhi, incredulo.

Se te ne vai tu me ne vado via anche io”, disse.

“Non fare lo sciocco”, rispose Pete, “I Beatles stanno per arrivare al successo!”

Tratto da “Quando ero un Beatles”, di Giampiero Orselli.

lunedì 13 gennaio 2020

Eric Clapton: The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973


Eric Clapton
The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973

All’inizio degli anni ’70 le sparizioni improvvise delle rock star non erano più una novità. Bob Dylan sfruttò un incidente motociclistico come pretesto per tre anni di assenza dalle scene tra il 1966 e il 1969.
I Beatles sfuggirono alle pressioni della celebrità post Sgt. Pepper per ritirarsi in un eremo alle pendici dell’Himalaya con il Maharishi. Ma la fuga dalla notorietà che Eric Clapton si era autoimposto era sfociata nell’incubo di una tossicodipendenza che minacciava di distruggergli non solo la carriera ma anche l’esistenza. “Entrare nel buio fu una necessità”, avrebbe spiegato tempo dopo.
L’amico chitarrista dei Who, Pete Townshend, molto colpito dalle recenti morti di Brian Jones e Jimi Hendrix, si rese ben presto conto della piega che stava prendendo la situazione e lo stesso fece Lord Harlech, padre di Alice Ormsby Gore, all’epoca fidanzata di Clapton. Insieme i due elaborarono un piano per far sì che “Dio” ritornasse al lavoro.

Dopo una settimana di prove nella casa di Ron Wood a Hampton Court, Eric Clapton si presentò sul palco del Raimbow di Londra insieme a uno strepitoso cast di accompagnatori fra cui Jim Capaldi, Steve Winwood, Ric Grech e Rebop, oltre naturalmente a Townshend e Wood. Anche fra il pubblico spiccavano volti noti come quelli di Paul e Linda McCartney, Elton John, Joe Cocker e Jimmy Page, ansiosi come gli altri 2000 spettatori di rivedere all’opera il guru della chitarra.


Date le precarie condizioni del protagonista della serata, sempre sul punto di dare forfait, venne deciso di battezzare l’improvvisato gruppo di musicisti con il nome di Palpitations. E le palpitazioni ci furono davvero, visto che Clapton si presentò in teatro pochi secondi prima di andare in scena. Barbuto e appesantito rispetto all’ultima apparizione in pubblico, il chitarrista esordì sulle note di Layla e a quel punto tutti cominciarono a rilassarsi.

Fu un concerto storico ma non strepitoso, come riconobbe anche l’interessato, che lo avrebbe poi definito “molto sotto la media”. L’abbondanza di chitarre sul palco appiattì un po' le parti strumentali di Clapton, mentre minori attenzioni ricevette al voce, divenuta più calda e sommessa.

In quel momento la cosa più importante era averlo recuperato alla musica!

Da “Io c’ero”, di Mark Paytress


La scaletta (o parte di essa)

Layla - 6:24 - (Clapton, Gordon)
Badge - 3:18 - (Clapton, Harrison)
Blues Power - 5:20 - (Clapton, Russell)
Roll It Over - 4:11 - (Clapton, Whitlock)
Little Wing - 4:36 - (Hendrix)
Bottle Of Red Wine - 3:51 - (Bramlett, Clapton)
After Midnight - 4:25 - (Cale)
Bell Bottom Blues - 5:26 - (Clapton)
Presence Of The Lord - 5:18 - (Clapton)
Tell The Truth - 5:52 - (Clapton, Whitlock)
Pearly Queen - 4:55 - (Capaldi, Winwood)
Key To The Highway - 5:46 - (Broonzy, Segar)
Let It Rain - 7:11 - (Bramlett, Clapton)
Crossroads - 4:18 - (Johnson)

Sul palco…
Eric Clapton - chitarra, voce
Pete Townshend - chitarra, voce
Ronnie Wood - chitarra, voce
Ric Grech - basso
Steve Winwood - sintetizzatore, voce
Jim Capaldi - batteria
Jimmy Karstein - batteria
Rebop Kwaku Baah - percussioni

venerdì 10 gennaio 2020

La musica di Chris Boardman

 

Alcuni giorni fa, a fine serata, mi sono imbattuto in un movie che aveva come protagonista Mel Gibson. Lo avevo già visto, mi piacciono i film di azione e Gibson è un bravo attore che istintivamente mi ispira simpatia.
Non sapevo come, ma c’era di mezzo la musica… ricordavo l’abbinamento di quelle immagini a qualcosa di piacevole: questi aspetti non mi sfuggono mai.

Si trattava di…
"Payback - La rivincita di Porter (Payback), un film del 1999, diretto da Brian Helgeland e interpretato da Mel Gibson e Maria Bello. Si può considerare un remake del film Senza un attimo di tregua (Point Blank) di John Boorman, del 1967, essendo entrambi basati sul romanzo "Anonima Carogne", di Donald E. Westlake". "Wikipedia".


Il brano è arrivato immediatamente, essendo il fulcro della colonna sonora.
Un’atmosfera da “007”, ma con l’inserimento di un sax che incrementava la tensione delle scene, lo stesso stato d’animo che è tipico di tracce della produzione di David Jackson.


Ma chi ha scritto la musica di Payback? Chris Boardman.
Vado alla ricerca di notizie si di lui e trovo un curriculum impressionante e una candidatura all’Oscar.
Cerco su Facebook, lo trovo e gli mando un messaggio, alla ricerca di qualche domanda.
Passa un’ora e mi risponde…
Sure. But will have to wait till the weekend. Let’s figure out a time? Send me any info about the publications you write for”.
Mi chiede di aspettare il fine settimana? Incredibile!
Rispondo e… tutto finisce lì… abituato a Hollywood la mia intrusione aveva poco senso, ma resta la sorpresa per la gentilezza e la semplicità usata da una star nei confronti di uno sconosciuto.
E la sua musica è grandiosa!

http://www.chrisboardmanmusic.com/
www.chrisboardmanmusicblog.blogspot.com
http://www.movieplayer.it/personaggi/chris-boardman_39716/filmografia/





mercoledì 8 gennaio 2020

Bernard and Pörsti” - “Gulliver”


I due terzi dei The Samurai Of Prog propongono “Gulliver”, un concept album dedicato ai viaggi che hanno reso famoso il protagonista del romanzo di Jonathan Swift.
La sezione presente è quella composta dal finlandese Kimmo Pörsti (batteria e percussioni) e dall’Italiano Marco Bernard (basso Rickenbacker 4003), quest’ultimo anima organizzativa.
La denominazione corretta del progetto, in uscita a metà gennaio, è la seguente:

Bernard and Pörsti - “Gulliver”

In fase di preascolto ho sintetizzato il progetto come spin-off dell’originale, una strada parallela a quella dei TSOP, che sono già al lavoro su un nuovo album incentrato sulle storie di Narnia.
Difficile trovare un centro di proposizione musicale così prolifico, vario ed efficiente!

Per chi come me segue con costanza la loro idea di musica, “Gulliver” non rappresenta una sorpresa, ma la conferma che siamo di fronte a chi, almeno in studio, riesce a presentare il miglior volto possibile del prog tradizionale, fatto di commistione tra classicità e rock e apertura totale alle contaminazioni.
È sorprendente come tutto questo avvenga con il coinvolgimento trasversale di musicisti che mutano di volta in volta, da disco a disco, anche se esistono ormai collaboratori che garantiscono apporto costante.

Come anticipato, “Samurai” mozzati, ma non fa mancare il suo apporto - vocale e violinistico - Steve Unruh, americano, terza costola del progetto originale.

La caratteristica principale di “Gulliver” riguarda la fase compositiva, interamente affidata a  musicisti italiani: Andrea Pavoni, Oliviero Lacagnina, Mimmo Ferri, Alessandro Di Benedetti, Luca Scherani e Alessandro Lamuraglia.

L’album è composto da sei lunghi brani che si dipanano su oltre un’ora di musica.
Per ogni traccia mi pare interessante proporre i dettagli della composizione/partecipazione, tenendo conto che resta immutata la sezione ritmica formata da Pörsti e Bernard.



Si inizia con “Overture XI” (7:40), creato da Andrea Pavoni.
Pezzo strumentale che vede il compositore impegnato alle tastiere, con i significativi interventi alla chitarra di Kari Riihimäki e quelli di Marek Arnold al sax.
Una base classicheggiante su cui si innesta una melodia dettata dall’elettrica di Riihimäki, una precisa idea di inizio del viaggio.

A seguire una lunga suite (17:45) denominata “Lilliput Suite (Parte I - Lilliput)”, così suddivisa:

1.      The Voyage of the "Antelope"; 2. Prisoner; 3. Inside the Emperor's Palace; 4. Peculiar Traditions; 5. The Theft of the Blefuscudian Fleet; 6. The Departure.

La mano questa volta è di Oliviero Lacagnina, con i testi di Aldo Cirri.
Lunga la lista degli strumentisti: lo stesso Lacagnina alle tastiere, Ruben Álvarez all’elettrica, Rafael Pacha alle chitarre (elettrica e acustica), Marc Papeghin al corno francese e alla tromba, Olli Jaakkola al flauto, Tsuboy Akihisa al violino e Marco Vincini alla voce.
Ed è proprio Vicini l’elemento che fa da collante tra i vari tratti, caratterizzando con il suo tono vocale la perla creata da Lacagnina. Profumo di Genesis, of course, per una suite che nulla ha da invidiare a quelle famose del passato in ambito prog, e che potrebbe rappresentare elemento didattico.

The Giants (8:40) è un altro strumentale e porta la firma di Mimmo Ferri.
Si segnala la presenza di Marek Arnold al sax, Carmine Capasso alla chitarra acustica ed elettrica, e dello stesso Mimmo Ferri al pianoforte.
Atmosfere trionfali e creazioni di immagini che dilatano le forme, come suggerisce l’unione tra titolo e sonorità.
Il gioco tra piano ed elettrica fa da linea guida al percorso.

The Land of the Fools” (14.25) è disegnata in toto (musica e liriche) da Alessandro Di Benedetti.
Chitarre divise tra Federico Tetti e Massimo Sposaro, con l’intervento tastieristico dell’autore e lo spunto vocale di Daniel Fäldt - di stampo rock metal - in una traccia che presenta cambiamenti di ritmo e di situazioni sonore.

Gulliver’s Fourth Travel” (10:15) vede la mano - musica e lirica - di Luca Scherani, naturalmente presente come tastierista.
È questo il brano in cui avviene la reunion dei TSOP, con la partecipazione di Steve Unruh al violino e alla voce.
E sono proprio i suoi duetti vocali con Stefano “Lupo” Galifi - in inglese e italiano - che lasciano il segno, tocchi di classe che trovano la perfezione nell’alternanza dei colori che ogni voce è in grado di fornire.
Alle chitarre un’altra musicista italiana, già presente in altri progetti dei TSOP, Marcella Arganese alle chitarre.

In chiusura troviamo la traccia più breve (3:00), dal titolo “Finale”, altro strumentale composto da Alessandro Lamuraglia, presente alle tastiere, ancora con Carmine Capasso alle chitarre, un iter gioioso in crescendo che chiude perfettamente l’idea di viaggio, accomunato da sempre al nome di “Gulliver”.

Come già sottolineato il tutto avviene sotto la direzione dei due pilastri, Kimmo Pörsti e Marco Bernard, presenti in ogni registrazione, spina dorsale strumentale ma anche artefici di un progetto che si associa ai tanti incredibili album che i Samurai propongono con buona frequenza.

L’artwork è come al solito del grande Ed Unitsky, capace di inventare vere opere d’arte contemporanee dal sapore antico, ma posso solo intuire ciò che è stato è realizzato nell’occasione osservando l’immagine della cover del disco e i frammenti che scorrono sul video a seguire, elementi che appaiono sufficienti per emettere giudizio positivo.

Che dire… un bell’inizio di anno per chi ama la musica progressiva DOC!


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