mercoledì 31 marzo 2021

Ricordando Wegg Andersen


Il 31 marzo del 2012 Wegg Andersen, cofondatore dei TRIP, ci lasciava.
Le occasioni per celebrare lui, Billy Gray, e successivamente Joe Vescovi, non sono mancate, ma essendo oggi un giorno particolare mi fa piacere ricordare Wegg, non con miei aneddoti, ma con immagini che ho ricevuto da Mirella Carrara e Stefano Mantello, che sono un po’ il punto di raccolta del materiale che gira attorno ad una band che tanto abbiamo amato. Non dimentico ovviamente Bruno Vescovi, fratello di Joe, mancato recentemente, fornitore naturale di primizie del mondo TRIP.
E so che Pino Sinnone lo ricorderà nei suoi spazi.

I documenti sono infiniti e vanno dall’agenda personale di Wegg al suo curriculum, ma mi limiterò a ciò che è possibile racchiudere in un blog. 
Significativo il ricordo della sorella Inger che, pur essendo molto giovane, ha avuto la possibilità di conoscere un mondo affascinante, ormai lontano.

Inger Morris Andersen

Estratto da una lettera di Inger Morris Andersen, l’unica sorella di Wegg Andersen cofondatore dei Trip, mancato nel 2012.
Nata e cresciuta a Londra, come il fratello, vive a Newmarket, Suffolk, United Kingdom

Arvid's second home. Everyone appeared here and he took me along when I was about 14.
Alexis Korner, Cyril Davies, Chris Barber, The Yardbirds, Jimmy Page and Led Zeppelin, Keith Moon and The Who, The Rolling Stones, King Crimson, The Syn,
Jethro Tull, Jimi Hendrix, Yes and Pink Floyd.
I remember Eric Clapton and Ginger Baker seemed to be on the drums every time I went there.
There were so many clubs, hang outs and coffee bars in Soho that Wegg went to when I was too young to go. He would meet up with our elder cousin Hania who frequented the Bread Basket and did a bit of singing. Wegg would hang out in Tin Pan Alley, The Two Eyes and Heaven and Hell to get his break. Most of these were featured in the V & A exhibition.
 (Documento raro...)

TRIP 1969

Con il premio oscar  Julie Christie sul set del film "Darling" nel 1965

La preziosa rubrica telefonica, da Jimmy Page a Jeff Beck


Piper di Roma nel 1970

Viareggio,con Patty Pravo


Cisano sul Neva, 1970

Con Billy Gray nel 1969

Nel 2010 alla Prog Exhibition di Roma



domenica 28 marzo 2021

The Who e Gli Uragani uniti da una canzone

I Can't Explain é il primo singolo dei The Who, pubblicato nel 1964 negli Stati Uniti e nel 1965 in Gran Bretagna. 

Il brano occupa la posizione n. 372 nella classifica delle 500 migliori canzoni di tutti i tempi stilata dalla rivista Rolling Stone. 

Fu il primo singolo pubblicato dal gruppo con il nuovo nome, "The Who", dopo che avevano pubblicato il loro precedente singolo d'esordio, I'm the Face/Zoot Suit, come "The High Numbers".


La cover italiana di "I can’t Explain" fu proposta da Gli Uragani nel 1966 e prese il nome di “Con quella voce”.



Ma chi furono… chi sono Gli Uragani?

Inseriti a pieno diritto a metà degli anni '60 nei dieci migliori gruppi italiani, Gli Uragani, gruppo veneto formatosi a Mestre, a differenza di altri complessi che coniugarono con abilità le nuove tendenze musicali dell'oltremanica con le più tipiche melodie italiane, abbracciarono in pieno e senza compromessi il tipico sound anglosassone, espresso in primo luogo dagli Animals e dai Who, diventando l'espressione più genuina, nel nostro paese, della tipica musica beat.

Lo riconobbero anche "Gianni Boncompagni e Renzo Arbore", allora giovani programmisti RAI, che ospitarono nei loro programmi i dischi dei sei Uragani.

Ritornati sulla scena a metà degli anni '90, giusto trenta anni dopo il periodo migliore della loro carriera, hanno saputo riproporre in modo intatto e con la stessa qualità quel sound caratteristico, unico, tipico di un'epoca che ha innovato radicalmente la musica.

E oggi sono a ragione ritenuti tra i migliori interpreti italiani della musica dei famosi Sixties.

Tratto dal portale “Live Beat FromMestre”.




sabato 27 marzo 2021

Maelstrom/Post - “Katarsis”


Maelstrom/Post - “Katarsis” 


Non avevo notizie di Ferdinando Valsecchi dal 2014, anno in cui commentai il suo “L’essenziale per una storia”, arrivato alla fine di un momento per lui molto prolifico.

Scopro ora di un suo importante cambio di passo sul sentiero della vita, un insieme di avvenimenti che lo hanno portato a far maturare ogni nuova creazione, una semina nel lungo periodo in attesa di raccoglierne i frutti.



Il nome del suo progetto (Maelstrom) si è evoluto in “Maelstrom-Post”, dove il “post” assume un significato ben preciso che è lui stesso a spiegare nell’intervista a seguire, in cui definisce la sua musica “post-rock”.

Proviamo a sintetizzare il concetto, essendo un fondamento della proposta di Valsecchi:

L'espressione post-rock è indicativa di un genere musicale che utilizza una strumentazione rock tradizionale, ma in modo poco ortodosso rispetto alla condizione del rock stesso, attingendo più da altre tradizioni della musica d'avanguardia, come il jazz, la musica elettronica, il krautrock o simili.

Ma la peculiarità di Maelstrom-Post risiede nella costruzione dei brani, un modus unico che richiede piena sintonia tra i protagonisti creativi e una forte competenza nell’adattare liriche a trame sonore.

Qualunque sia l’abbinamento tra musica e parole, il risultato può rientrare a pieno titolo nella famiglia della “canzone”, sia essa impegnata o leggera, lunga o tradizionalmente corta.

Rimanendo sempre nell’ortodossia, sono due i modelli possibili: scrivere un testo e successivamente musicarlo o, viceversa, inventare un ritornello o “giro musicale” che ben si sposa al verbo e alla scrittura già esistenti.

Nel caso di Valsecchi, realizzatore delle musiche, ogni singolo brano segue una strada unica, complessa, inusuale, un’invenzione a sé, la cui destinazione è incerta nel momento della nascita.

A questo punto entra in gioco il poeta, l’amico Matteo Simonelli, autore dei testi, e le due strade, che sino quel momento avevano usato binari paralleli, trovano la convergenza e la fusione, opera non certo agevole, ma portatrice di grandi soddisfazioni.

Il loro nuovo atto prende il nome di “Katarsis”, titolo che rimanda immediatamente alla copertina, dove trova posto una piccola costruzione in legno circondata dalla neve, mentre lo sfondo propone una natura apparentemente perfetta, fatta di sabbia, mare, monti e cielo.

È questo l’ambiente giusto per la purificazione, quello in cui la musica può riuscire a pulire corpo e spirito da ogni contaminazione, luogo dove va in scena il processo di liberazione dai conflitti e dai traumi, sempre pronti a riemergere dalle ceneri: cercare conforto nella casetta o immergersi nell’ambiente circostante sarà la conseguenza di scelte precise, probabilmente dolorose.

Questo disagio emerge in ogni singolo episodio di “Katarsis” e un cantato misto a sussurri parlati mantiene per tutti i cinquanta minuti (divisi su otto tracce) la conduzione di una scena distopica e ipnotica, dove le tinte dark prevalgono e condizionano lo stato d’animo d’ascolto.

Non è un disco adatto a chi ricerca la leggerezza, perché “Katarsis” richiede concentrazione e predisposizione al lasciarsi coinvolgere cercando di capire e di entrare nell’intimo pensiero degli autori, e se si accetta di concepire la musica come elemento culturale, arte tra le arti, il lasciarsi avvolgere dai brani in successione potrà rappresentare un’esperienza unica: cinque anni di decantazione e maturazione richiedono assoluto rispetto!

Consiglio vivamente “Katarsis” di Maelstrom-Post, disponibile in digitale su tutte le piattaforme.

 


QUATTRO CHIACCHIERE CON FERDINANDO VALSECCHI

 

Il mio ultimo commento ad un tuo lavoro risale al 2014, appare necessario chiederti che cosa ti sia successo in questo lungo periodo, sia dal punto di vista musicale che da quello personale - senza entrare nel privato invalicabile -, essendo i due aspetti quasi sempre correlati.

Un sacco di cose! Nel 2015 mi sono trasferito a Edimburgo e ho fatto un Master in Sound Design all’Università di Edimburgo. 2015/2016 è stato un anno fantastico, ho avuto l’opportunità di scoprire nuove sonorità e sviluppare quelle che erano già mie. Ho lavorato come freelancer su alcuni corti e documentari, sia come Sound Designer che come Compositore, ma ho anche trovato un lavoro in un’azienda che mi permettesse di sostenermi. Piano piano, il lavoro mi ha fatto scoprire altre passioni, e ha contribuito al ritardo di sei anni sul rilascio dell’album!

Puoi sintetizzare la tua storia per chi non avesse ancora avuto l’occasione di avvicinarsi alla tua musica?

Sono un musicista fiorentino, autodidatta, che ha iniziato a suonare “tardi” - verso i 18 anni. Ho suonato metal nella scena indipendente fiorentina per poi far partire alcuni progetti personali, fra cui questo. Altri progetti rilasciati nel corso degli anni sono Northern Mass (viking metal), Ferdinando Valsecchi (cantautorato) e Maelstrom/Post (formalmente Maelstrom). Credo la mia musica abbia una vena malinconica sempre presente, anche nei pezzi più “felici” … siete avvertiti!

In questo progetto lavoro con il mio migliore amico, Matteo Simonelli: io scrivo musica e lui scrive poesie. Poi decidiamo quali canzoni rilasciare, con quali testi, e da lì comincia un lavoro che porta ad una nuova opera: l’unione dei nostri lavori diventa qualcosa di nuovo che rilasciamo sotto lo pseudonimo Maelstrom/Post.

Il nome del tuo progetto si è evoluto, diventando Maelstrom/Post: cosa c’è dietro al cambiamento?

Principalmente due cose: innanzi tutto il fatto che era passato tanto tempo dal nostro ultimo lavoro. Tuttavia, mi ha sempre colpito la definizione di “post-modernismo” di Chiurazzi: "indica[re] piuttosto un diverso modo di rapportarsi al moderno, che non è né di opposizione (antimoderno) né di superamento (ultramoderno)". Visto che la nostra musica è (a nostro avviso) “post-rock”, o vicina alle sonorità “post” in generale, Maelstrom/Post riassumeva bene tutti questi concetti.

Inoltre, avevamo scelto di rilasciarlo sulle diverse piattaforme online (Apple Music, Spotify etc.), e che quindi volevano distinguerci dalla marea di “Maelstrom” che già esistevano.

Il tuo nuovo album si intitola “KATARSIS”: a cosa fa riferimento tale denominazione?

Entrambi pensiamo che quest’album abbia proprietà catartiche, cosa che abbiamo provato sia nello scriverlo che nel riascoltarlo… speriamo sia lo stesso per i nostri ascoltatori!

Entriamo nel progetto e focalizziamoci sulla tua spinta creativa e sul messaggio che emerge dal tuo nuovo lavoro.

Gran parte delle canzoni sono state scritte nei primi due anni a Edimburgo. Quando mi sono trasferito, ho comprato una chitarra e un basso usati (in condizioni pessime!) e li ho utilizzati per registrare idee e motivi per canzoni. Solitamente, scrivo molto velocemente, e questa volta è stato uguale: la maggior parte delle melodie delle canzoni sono state scritte in una sola sessione, e ho passato i successivi tre anni a rifinirle, aggiungere altre linee complementari etc. Devo confessare di non averci lavorato spesso nei tre anni, ma invece ho lasciato maturare ogni volta che ho aggiunto elementi, per poi riesaminarli in seguito. È stato un percorso lunghissimo, molto più lungo di ogni altro album abbia mai scritto, ma ne è valsa decisamente la pena!

Anche le poesie di Matteo sono state scritte nel corso degli anni, dettate dalle sue esperienze, nelle quali mi ci sono rivisto quando le ha condivise con me. Il processo di accoppiare le poesie con le canzoni è stato molto naturale, più che negli anni passati. Penso che anche se distanti, avevamo avuto esperienze simili, il che ci ha riavvicinato ancora di più. Entrambi abbiamo usato i metodi che conosciamo per esprimerci: per lui la poesia, per me la musica. Questi per noi sono modi di incanalare le nostre emozioni, anche quelle più buie. Anche per questo abbiamo chiamato l’album “Katarsis”, è il prodotto del nostro personale processo di catarsi.

Della musica cosa mi dici? Cosa cambia rispetto al passato, almeno negli intenti?

Come già menzionato, il processo è cambiato. Tuttavia, il risultato penso che sia sempre simile. È curioso come un cambio di vita importante come quello che ho vissuto io abbia dato un risultato musicale che riporta a ciò che ho realizzato in passato.

Chi ha contribuito alla realizzazione di “KATARSIS”?

Matteo ha scritto i testi. Le batterie sono state fatte al computer (ho una coordinazione pessima!), produzione e post-produzione le ho fatte interamente io!

È qualcosa che potrebbe essere proposto in fase live?

Sarebbe bello, ma al momento non ci sono piani.

In che formato è stato rilasciato?

Solo digitale per ora, anche se stiamo pensando a qualcosa di fisico per accompagnarlo!

Come è possibile ascoltare/acquistare “KATARSIS”?

È disponibile in tutte le piattaforme online, dalle più famose alle più indie!



Tracklist:

1-Lacryma (7:51)

2-Sguardo (5:40)

3-Vita (8:02)

4-Memo (7:28)

5-Bisogno (6:07)

6-Pensiero (4:40)

7-Addio (4:33)

8-Solitudine (7:42)


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giovedì 25 marzo 2021

Tanti auguri Tony Banks



Compie  gli anni Tony Banks, nato il 27 marzo del 1950, tastierista, compositore e polistrumentista britannico.
Diventato celebre nei Genesis, è considerato uno dei migliori tastieristi del panorama musicale mondiale. Ha studiato pianoforte fin dall'infanzia ed è stato amico di Peter Gabriel ben prima di cominciare con lui la carriera artistica, alla Charterhouse School. 
Abilissimo tastierista, può considerarsi a giusto diritto "la mente occulta" dei Genesis: pur non mettendosi mai in mostra, ha infatti firmato molte delle più belle e famose musiche del gruppo dandogli l'impronta che lo ha reso celebre. Soprattutto nel periodo "storico" degli anni Settanta la sua autorità in sala di incisione era indiscussa. Di lui si ricordano fantastici assolo in alcuni dei brani più celebri dei Genesis come "The Cinema Show" o "Firth or Fifth". 
Viene da molti ritenuto l'antidivo per eccellenza; molto schivo, di lui si ricordano pochissime interviste e, al contrario di molte star del rock, non ha mai fatto parlare di sé per motivi legati a scandali o comportamenti sregolati, veri o presunti.

Ho un ricordo personale importante, legato ai Genesis e quindi a Banks, che riguarda un vecchio concerto del 3 febbraio 1974. Il gruppo era a quei tempi al top, con la formazione migliore, e ricordo ancora oggi con emozione l’esecuzione della “Firth or Fifth” già citata, uno dei brani più belli mai scritti ed eseguiti.


sabato 20 marzo 2021

Unimother 27-"Presente Incoerente"




"Presente Incoerente" è l’ultimo lavoro discografico di Unimother 27, progetto “one man band” che Piero Ranalli ha creato nel 2002, parallelamente alle sue attività musicali in team, una sorta di necessità vitale che lo porta ad esprimersi in modo prevalentemente autarchico.

In passato, ho ripetutamente parlato delle sue creazioni, molto particolari, originali, non per tutti, ma di estrema qualità, frutto del connubio tra amori musicali precisi e la reazione agli stimoli quotidiani, banale come concetto in sé, ma azione non sempre foriera di positività per l’ascoltatore curioso.

Nella lunga intervista a seguire, Ranalli ci racconta il suo mondo, il mood che lo ha portato a delineare il nuovo album e i dettagli del suo pensiero; lo stato d’animo che viene disegnato si avvolge ai singoli episodi, tutti strumentali, e il quadro prende forma e luce.

Esistono due possibilità per fruire di un album come “Presente Incoerente”.

La prima conduce alla ricerca della sintonia piena con l’autore, la necessità di comprensione attraverso la decodifica dei titoli e la ricerca dei significati che hanno stimolato la creatività specifica.

Esiste poi un’altra via, quella che porta a dimenticare volontariamente ogni tipo di informazione a favore dell’istintività e della reazione immediata allo stimolo musicale, una situazione in cui sarebbe vantaggioso e prolifico trovare il giusto ambiente d’ascolto, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare, un viaggio nel tempo, nello spazio, dando un significato personale al singolo episodio.

Le indicazioni fornite da Ranalli - e il mio ruolo di “commentatore” - impongono la presentazione dei “fatti oggettivi”, quelli che si dipanano nel corso della nostra chiacchierata dove, le argomentazioni estremamente personali, a tratti intime, fanno emergere la tragicità dell’attuale situazione musicale, in particolare per una proposta come quella di Unimother 27, da considerarsi una nicchia all’interno della nicchia. E la drammaticità del contesto viene espressa con le seguenti due affermazioni:

“1) La mia musica non ha mai raggiunto una divulgazione tale da essere richiesta dal vivo;

2) È sempre più difficile trovare persone disposte a sacrificare il proprio tempo libero per organizzare una scaletta da eseguire, soprattutto se si tratta di creazioni proprie e sapendo che il rientro economico è incerto o nullo.”.

Otto tracce spalmate su 38 minuti propongono la miscela preferita da Ranalli - vero fil rouge tra il passato e il presente -, quella che impone il modello psichedelico legato alla rigidità di certi schemi kraut, soddisfacendo la necessità primaria di rock/blues, con una sintesi ideologica che invita al paradigma del prog, genere che calza a pennello per ogni composizione in cui emerge la libertà espressiva e lo sconfinamento tra le varie caselle dell’ortodossia.

La necessità di Ranalli di manifestare l’impotenza al cospetto di vincoli imposti - che portano spesso all’azione incoerente - trova soddisfazione nella sua reazione che sfocia nell’invenzione musicale, nella piena gratificazione che fugge dal concetto di razionalità a vantaggio di vibrazioni positive percepibili dall’animo virtuoso, quello che trae beneficio - forza e spinta verso la crescita - dall’assorbimento di trame musicali che non richiedono indagini approfondite, ma un mero “lasciarsi andare” privo di ogni genere di paletto intellettuale, il wall tipico di chi giudica la musica, certa musica, realizzando un modello divisivo e non aggregativo.

"Presente Incoerente" è un viaggio profondo nel mondo di Unimother 27, un itinerario di cui l’ascoltatore di passaggio può diventare protagonista, un percorso che prevede il sentirsi parte di un paesaggio distopico (a mio giudizio quello in cui stiamo vivendo) da cui ogni tanto si riesce ad emergere, un pool di gallerie autostradali al termine delle quali emerge una luce temporanea, il tutto vissuto come fatto ineluttabile.

Il dark vandergraafiano di “Sognando la vuota pienezza del tutto” si unisce alla ripetitività ritmica e alla sperimentazione controllata di “L'eterno duello tra pieno e vuoto”; modus psichedelico per “Abraxas...il Dio difficile da conoscere”; tratti ipnotici e profumo di Fripp per “Eros e l'Albero della vita”, mentre “L'incontro tra Phallos e Mater Coelestis” presenta una sorta di pop elettronico che si snoda su di un giro di basso che entra nelle viscere di chi è capace di captare certi particolari salienti; “L'anacoreta e la maledizione del suo sapere” fonde trame sonore dal sapore mediorientale con lancinanti urla di dolore provocate da dilatazioni strumentali, mentre “La solitaria settima luce” produce brividi spaziali, una sorta di immersione in una dimensione sconosciuta, una divagazione che si avverte quasi fisicamente; la terminale “Systema Munditotius” appare come una sorta di alba di un nuovo giorno, come un Hendrix che suona a Woodstock mentre il popolo scema, lasciando un testamento carico di contenuti, che occorre però saper leggere.

Ed è qui che la coscienza si risveglia e prende forma consistente.

Un progetto che rinfranca e che apre con impeto sentieri occupati in pianta stabile dalla mediocrità dei nostri giorni. Poco importa se non tutti possono comprendere, il percorso di semina rappresenta di per sé l’obiettivo da raggiungere.

Consigliato a tutti gli open mind della musica!

 


Quattro chiacchiere con Piero Ranalli


Sono passati un paio di anni dall’uscita di “CHRYSALIS”: che cosa ti è successo, musicalmente parlando, in questo periodo significativo?

La mia inclinazione naturale all’introspezione ha subito un inasprimento e di conseguenza un consolidamento, in parte causato da circostanze in ambito famigliare e in parte dal contesto che si è venuto a creare in seguito all’emergenza sanitaria che ha coinvolto tutto il pianeta. E questo ha avuto un influsso determinante sulla mia espressione musicale. Ad ogni modo gli umori che ho sviscerato in “Presente Incoerente” erano già silenziosamente in elaborazione dentro di me e le vicende che ho passato hanno avuto un effetto catartico e mi hanno, in un certo senso, incoraggiato nel farmele trasporre in musica.

Possiamo ricordare sinteticamente la tua storia e la tua esperienza formativa, per chi ancora non ti conoscesse?

Cercherò di essere sintetico. Ho iniziato a fare musica nel 1989 con mio fratello Marco Ranalli. La band si chiamava "City Sewer System", la musica che facevamo era una specie di garage rock psichedelico, uno stile simile a quello degli Stooges. Con questo progetto abbiamo registrato tre demo-tapes ed io suonavo il basso. Poi nel 1991 abbiamo iniziato a suonare come power-trio con “Insider”, avevamo uno stile definito Space-Doom dalla stampa dell’epoca ed anche in questo progetto suonavo il basso e abbiamo pubblicato sei album. Dal 2002 fino al 2007 sono stato il bassista degli Areknamés, una band di dark progressive alla “Van Der Graaf Generator” con la quale ho realizzato due album in studio ed uno dal vivo al “Burg Herzberg festival” in Germania. Sempre nel 2002, contemporaneamente all’esperienza Areknamés, iniziavo a gettare le basi per “Unimother 27”, il mio progetto personale, con il quale Il primo lavoro omonimo è stato pubblicato nell'aprile 2006, "Escape from the ephemeral mind" nel maggio 2007, "Grin" nel giugno 2008, "Frozen Information" nell'ottobre 2015, nel 2016 è uscito " Jammin 'from the network Vol. I-VII "(una raccolta postuma di brani improvvisati in studio), "Fiore Spietato" a febbraio 2017, "AcidoXodica" a febbraio 2018, "Chrysalis" a maggio 2019 ed infine "Presente Incoerente" nel febbraio 2021. Nei primi tre lavori suono tutti gli strumenti, da “Frozen Information” in poi mi accompagna Mr. Fist alla batteria e percussioni. Tutti interamente registrati e mixati nel mio laboratorio/etichetta “Pineal Gland”.

In quale ambito inseriresti la tua proposta o, se preferisci, come descriveresti la tua musica a chi, incuriosito, volesse avvicinarsi al tuo progetto?

Un calderone nel quale sono sempre presenti quattro elementi fondamentali: la musica acida psichedelica di fine anni ’60, il progressive, il blues e la musica cosmica anni ‘70 dei corrieri tedeschi, volgarmente chiamata Krautrock. Elementi, che ogni volta che mi trovo in prossimità di un nuovo lavoro, ribollono nel calderone e si combinano in maniera diversa, mantenendo però quella matrice comune in tutti gli album così da caratterizzare il mio stile musicale.

Il tuo ultimo album si intitola “Presente Incoerente”: mi spieghi il titolo?

“Presente Incoerente” rappresenta il mio io quotidiano, ordinario. Quello che ha a che fare con il contingente, con i concetti di spazio e di tempo. Un io limitato da tali vincoli e per questo motivo incoerente perché condizionato dalle loro pressioni estenuanti e destinato pertanto ad agire con incoerenza, ma che nel contempo è il riflesso, l’imitazione, la deformazione di un’informazione sempre accessibile, alla quale possiamo attingere, rappresentata da un ”Assente Coerente” che non ha vincoli di nessun tipo, che non esprime mai giudizi, impersonale, situato in un altrove a noi sconosciuto di cui riusciamo a percepirne la presenza solo in alcuni momenti ispirati. Ecco, questi scampoli di eternità, il mio io incoerente, li riesce a decodificare e quindi a percepire attraverso la musica, istanti di pura comunicazione simbolica trasposti in vibrazioni. Ho cercato di rendere visibile, ovviamente attraverso i brani che compongono l’album, l’”Assente Coerente” che è in me ed in ognuno di noi.

Trattasi di album strumentale e quindi risulta difficile decodificare il messaggio che ti ha portato ai momenti creativi, anche se i titoli dei brani sono di per sé indicativi: cosa c’è dietro a questo lavoro, oltre al condizionamento legato al drammatico momento contingente?

Una discesa negli Inferi, nelle profondità dell’inconscio, un album che si fa portavoce di un’essenza astratta nella quale sono incluse tutte le manifestazioni separate dell’io. Nel titolo del brano di apertura, “Sognando la vuota pienezza del tutto”, è racchiuso il proposito che si snoda lungo le tracce successive. Possiamo avvicinarci ad essa in sogno o attraverso un linguaggio archetipico o riconciliando concetti, che da un punto di vista ordinario, risultano discordanti, come ad esempio il vuoto ed il pieno, anche l’anacoreta è solo e maledetto nel suo sterile sapere. Ecco queste sono state le pulsioni che mi hanno poi condotto ai momenti creativi e a dare voce, attraverso il suono ed il rumore, a questi frammenti di lava incandescente. Il brano di chiusura, “Systema Munditotius”, è un tributo a C. G. Jung, che aveva così chiamato un mandala, disegnato da lui stesso, nel quale raffigurava gli opposti del microcosmo all’interno del mondo macrocosmico e delle sue contraddizioni.

Se non sbaglio sei al tuo ottavo disco e vorrei sapere come “Presente Incoerente” si lega al passato e che tipo di evoluzione ha avuto il tuo credo musicale.

Da un punto di vista musicale gli album contengono gli elementi di cui ho parlato in precedenza, solo combinati in modo diverso. Se ad un ascolto superficiale potrebbero sembrare diversi ad uno più analitico ed attento ci si accorge del loro denominatore comune, l’attitudine a miscelare queste componenti è sempre la stessa. Si, è vero l’espressione musicale è diversa, in alcuni prevale di più la consonanza in altri la dissonanza, ma questo dipende anche dall’umore del momento che è unico e irripetibile. “Presente Incoerente” si lega al passato anche da un punto di vista concettuale, cambiano solo la sintassi e la semantica che vengono utilizzate nel veicolare gli argomenti, ecco forse l’evoluzione andrebbe colta in questa capacità di ribadire lo stesso concetto senza essere mai ripetitivo. È come osservare lo stesso oggetto da angolazioni diverse, ciò permette di cogliere delle sfumature che prima era impossibile cogliere. In “Chrysalis”, ad esempio l’attenzione era focalizzata sulla trasformazione profonda che avviene nel momento in cui tutte le nostre energie si ritirano dal mondo esteriore per operare in quello interiore, e la metafora della crisalide è servita per rendere chiara l’idea, questo bozzolo in apparenza inerme che racchiude, invece, nel suo interno un lavorio di costruzione formidabile. Così come il nostro io mondano, in apparenza incoerente, è il riflesso di un mondo altrove nel quale coesistono pacificamente tutti gli opposti.

Lavori in proprio, fai tutto, o quasi, da solo: è una precisa scelta ideologica o una necessità?

Il progetto “Unimother 27” è nato nel 2003 solo per mie esigenze espressive. Avevo modo di realizzare nel mio studio (Pineal Gland Lab, che tuttora utilizzo) le mie idee. Non sentivo la necessità di includere all’interno altri musicisti perché suonavo con gli Areknamés, ed ero totalmente appagato da questa esperienza di gruppo. Ho portato avanti parallelamente i due impegni fino al 2007 senza alcun problema, con molta fluidità, anche perché, musicalmente parlando, viaggiavano su binari differenti. Quindi per rispondere alla domanda, non è stata una necessità quella di fare tutto da solo quanto un atto di volontà diretto a realizzare una visione che sentivo di non poter condividere con altre persone, perché estremamente intima. Poi quando è terminata l’esperienza di gruppo con gli Areknamés, il progetto aveva già un corpo ed un’anima, erano usciti già tre album e da quel momento in poi è andato avanti così con Mr Fist alla batteria e percussioni come elemento aggiuntivo. Ovvio il problema si pone nel momento in cui si crea l’esigenza di promuovere dal vivo il repertorio musicale, ma vedi questo non è mai successo per due motivi: 1) La mia musica non ha mai raggiunto una divulgazione tale da essere richiesta dal vivo; 2) È sempre più difficile trovare persone disposte a sacrificare il proprio tempo libero per organizzare una scaletta da eseguire, soprattutto se si tratta di creazioni proprie e sapendo che il rientro economico è incerto o nullo.

Mi parli dell’artwork e della copertina?

Da “Fiore Spietato” fino all’attuale “Presente Incoerente”, le copertine sono state disegnate ed elaborate graficamente da mia moglie, Bianca Carestia. Per “Fiore Spietato”, “AcidoXodica” e “Chrysalis” l’idea dell’artwork è nata in simbiosi con i dischi e di conseguenza con le tematiche trattate in essi. Per quest’ultimo lavoro la scelta è avvenuta diversamente, si tratta di un quadro realizzato in precedenza dove sono rappresentate delle visioni provenienti direttamente dalle profondità dell’inconscio, uno sguardo rivolto a delle creature primordiali che dimorano nelle nostre emozioni più viscerali che gli stimoli esterni plasmano donandogli forme e colori mutevoli e inaspettati.  Notando le affinità con il concetto dal quale ha preso vita il disco la scelta è stata naturale.

In quali formati è fruibile il disco e come si può fare per ascoltarlo/acquistarlo?

“Presente Incoerente” è fruibile solo in formato digitale ed è disponile per l’acquisto e l’ascolto solo su Bandcamp ed è incluso in formato PDF anche l’artwork. Non ho alcuna difficoltà nel dirti che ho optato per questa scelta solo per insufficienza di fondi altrimenti sarebbe uscito su CD come tutti gli altri miei lavori. Il mio sogno è sempre stato quello di realizzare dei vinili, ma la mia condizione economica, purtroppo, ha dirottato le preferenze verso realizzazioni meno onerose. Le mie sono autoproduzioni e non è sempre possibile mantenere uno standard.

Hai immaginato momenti di pubblicizzazione di “CHRYSALIS”, emergenza sanitaria permettendo?

Se intendi un tour promozionale, al riguardo posso dirti che non è mai stato contemplato, per cui l’emergenza sanitaria non mi ha intaccato assolutamente.





venerdì 19 marzo 2021

Nel ricordo di Paul Kossoff



Ricorre oggi, 19 marzo, l’anniversario della morte di Paul Kossoff, professione chitarrista, fondatore dei Free. Nato in Inghilterra, ad Hmpstead, il 14 settembre del 1950, aveva solo 26 anni quando il 19 marzo del 1976 morì a seguito di un’overdose di eroina, durante un volo aereo. Kossoff era da tempo eroinomane.
Lo stile di Paul Kossoff è di chiara matrice blues, pieno di feeling ed espressività, con largo uso di “bending” e del vibrato. Suonava principalmente Chitarre Gibson Les Paul, e dal vivo con due o più amplificatori Marshall. Nessun effetto a pedale, wha fuzz con controllo del “guadagno” con i due potenziometri del volume sulla Les Paul.


Ma chi furono i Free?

I Free nascono a Londra nel 1968 quando Paul Kossoff e Simon Kirke, rispettivamente chitarrista e batterista dei Black Cat Bones, contattano il cantante Paul Rodgers dopo averlo visto in azione con la sua blues band, i Brown Sugar. Come bassista viene reclutato il sedicenne Andy Fraser. Con la protezione di Alexis Korner (responsabile anche della scelta del nome), i quattro fanno serate in piccoli club creandosi un certo seguito, e firmano così per la Island Records, pubblicando al loro esordio l’album Tons of Sobs. La voce graffiante di Rodgers e i grintosi assoli di Kossoff personalizzano un sound che negli anni a venire non sarà più così energico. Nel secondo album, Free, i toni si fanno infatti più morbidi e pacati concedendo largo spazio alle armonie vocali. Il grande successo arriva comunque con Fire and Water, contenente il brano All Right Now, caratterizzato da un riff di chitarra e un ritornello che li porterà in cima alle classifiche di USA e Regno Unito. I Free si separano al culmine della carriera, nel1971, per dedicarsi a progetti diversi con scarso successo per tutti e quattro. Si rimettono quindi insieme nel 1972, e, dopo ripetuti cambi di formazione e i problemi di droga di Kossoff, pubblicano Free at Last (1972) e Heartbreaker (1973). Fraser lascia il gruppo formando la Andy Fraser Band, lasciando il posto al bassista giapponese Tetsu Yamauchi; entra anche il tastierista texano John “Rabbit” Bundrick già con Johnny Cash, tuttavia il gruppo britannico non riesce a trovare la stabilità a causa dell’abbandono di Kossoff prima della conclusione di Heartbreaker (in alcune date è Rodgers a improvvisarsi chitarrista). In seguito Rodgers e Kirke ritrovano la gloria con i Bad Company, Tetsu si unisce ai Faces e Bundrick intraprende la carriera solista diventando dal 1979 tastierista live degli Who.
Kossoff, dopo due anni di cure intensive, quando sembrava essere tornato al meglio (pubblica un album da solista e due con i Back Street Crawler), muore nel 1976 sull'aereo che lo stava portando a New York. Dal 1974 al 2002 vengono pubblicate antologie dei Free rimasterizzate e arricchite di inediti, e versioni alternative dei loro successi.
Conclusa l'esperienza Bad Company, Paul Rodgers intraprende l'attività come solista e nel 2005; dall'incontro con Brian May e Roger Taylor dei Queen, nasce il progetto Queen +Paul Rodgers, che porta la formazione ad esibirsi in tutto il mondo con un repertorio celebrativo comprendente i successi di entrambi, anche se con un taglio principalmente 'Queen'.
Il tour 2005-2006, sull'ondata emotiva post-Freddy Mercury, riscuote enorme successo e da origine ad un doppio CD live dal nome Return of the Champions.


Ultima formazione
  • Paul Rodgers - voce, chitarra, piano (1968-1971, 1972-1973)
  • Paul Kossoff - chitarra (1968-1971, 1972-1973)
  • John "Rabbit" Bundrick - tastiere (1972-1973)
  • Tetsu Yamauchi - basso (1972-1973)
  • Simon Kirke - batteria (1968-1971, 1972-1973)
Ex componenti
  • Andy Fraser - basso, piano (1968-1971, 1972)
  • Wendell Richardson - chitarra (1973)
  • Leigh Webster -tastiere (1972)




mercoledì 17 marzo 2021

Stefano Barotti - “Il grande temporale”

 


Stefano Barotti – Il Grande Temporale

Stanza Nascosta Records

già pubblicato su MAT2020 di febbraio 


Se è vero che etimologicamente parlando il “cantautore” è colui che propone personalmente i brani che crea, l’immagine dell’uomo solo sul palco con la sua chitarra è da tempo consolidata e riconduce agli anni in cui, tra le tante svolte, ci fu quella musicale che, tra le possibili direzioni, prese anche quella dell’impegno sociale e delle liriche “mica stupide”.

Non so se le nuove generazioni hanno chiaro tale ruolo, magari non è importante porsi il problema, ma sento sempre la necessità di dare una collocazione all’artista di cui parlo.

Sono entrato in contatto col mondo di Stefano Barotti nel 2014 quando ascoltai casualmente il suo secondo album (il primo è “Uomini in costruzione” - del 2003), “Gli Ospiti”, uscito sette anni prima, un disco che fa parte dei miei viaggi familiari e che, nel tempo, ha contagiato tutti, diventando un must quando si sale in auto e il programma prevede qualche ora di viaggio: impegno e leggerezza sonora, al contempo.

Nel 2015 arriva “Pensieri verticali” ed è di fresca uscita “Il grande temporale”, oggetto del mio commento.

Alcuni giorni fa, in uno dei tanti sondaggi/giochi sui social, qualcuno ha posto una domanda relativa al “cantautore preferito” e io, senza pensarci un attimo, ho cliccato su Barotti, un artista che riesce sempre a darmi grandi soddisfazioni: amo il colore della sua voce -inconfondibile e caratterizzante -, la delicatezza usata nell’affrontare temi giganteschi, la varietà della proposta sonora - tra elemento acustico, elettrico e divagazioni tra i generi -, il dosato ermetismo fatto di cose dette e subito nascoste - una coperta sonora usata con grande perizia e sensibilità -, quell’interminabile tocco malinconico in cui a volte piace crogiolarsi e che ti rimane dentro per tutto il giorno.

Il nuovo disco, distribuito da “La Stanza Nascosta Records”, ha queste caratteristiche di fondo, anche se Barotti indossa nuovi abiti, conseguenza di ovvi cambiamenti personali: chi meglio di un cantautore è in grado di trasferire frammenti di vita propria in musica!

Registrato tra l’Italia e gli Stati Uniti, “Il grande temporale” annovera un cast musicale d’eccezione che inserisco a fine articolo, estrapolato dalle parole dell’autore.

Nel press kit fornito dall’Ufficio Stampa è presente una descrizione minuziosa di ogni singolo brano, perfetta per demolire il cripticismo che si cela dietro ogni canzone degna di questo nome, un aiuto di cui anche io ho usufruito. Vediamo però dove mi conducono le sollecitazioni da ascolto.


Si apre con la title track, un biglietto da visita molto efficacie, il racconto di un amore impossibile, lacerante e totalizzante, l’annullamento della razionalità a favore del trasporto senza limiti.

Musicalmente molto coinvolgente, con una dicotomia precisa fornita dai cambi di ritmo e di atmosfera che, partendo dalla tranquillità acustica iniziale arriva allo stravolgimento dettato dal rock, con finali venature prog.

Ma quanto è vincente la trasposizione dell’amore sconvolgente con l’immagine del “grande temporale”!

Painter Loser” tratta un argomento attualissimo, acuitosi in questo anno appena terminato ma da sempre presente in un paese in cui la parola “cultura” è tra le più gettonate ma resta un termine che non trova un seguito pratico. E a quel punto, quando la musica - ma l’arte in genere - non paga, ci si deve inventare un mestiere che dia sostentamento, perché alla fine tutti tengono famiglia. Ogni mestiere ha una propria dignità, ma i talenti personali vanno incanalati e utilizzati nel modo corretto, senza dover ricorrere ad espedienti.

Musicalmente parlando un brano da potenziale rotazione radiofonica, anche se la base reggae non rientra nei miei gusti personali.

Spatola e spugna” parla di calcio, anche se per catturare i nomi che snocciola Barotti occorre avere una certa età e sapere che, di una grande Inter, posizionata tra fine anni ’70 e fine ’80, facevano parte personaggi come Beccalossi, Altobelli, Bordon, Bersellini e Prisco.

L’autore ci riporta a tempi che, anche calcisticamente parlando, non torneranno più e di cui si ha nostalgia, anni in cui le partite andavano tutte in scena alla domenica e alla stessa ora e le radioline ci tenevano aggiornati attraverso mitici speakers; i calciatori era uomini in cui potersi riconoscere e il denaro a loro collegato non era argomento presente nelle cronache quotidiane.

In questo contesto si inserisce la storia di Paolo, lavoratore precario, fidanzato con Silvia e tifoso dell’Inter, il cui sogno è quello di assistere a una finale di Coppa Campioni al Parco dei Principi, ma soprattutto di avere un lavoro sicuro.

Una ballad che si trasforma in tormentone positivo quando entra in scena il ritornello: “E allora spatola e malta… spatola e spugna…”.

Il quarto episodio ci permette di conoscere “Tra il cielo e il prato”: cosa è rimasto di noi, di quel bimbo che eravamo? Se lo incontrassimo per caso, che tipo di confronto sarebbe? Gli chiederemmo scusa pensando a quanto abbiamo deviato il percorso rispetto ai sogni e agli obiettivi di quei giorni lontani? I cambiamenti fanno parte di ogni vita, ma riuscire a trattenere frammenti di quel bimbo che eravamo appare oggi imperativo. 

Musica che ci riporta indietro nel tempo, tra melodia di immediato appeal e atmosfere seventies.

Aleppo” introduce il tema della guerra. Capitale culturale del mondo islamico, centro di interminabili e inutili battaglie, devastata da dolore e macerie.

In questo contesto viene descritta una storia commovente che vede protagonisti una madre e il proprio cucciolo che lei difende ad ogni passaggio aereo, trasformandosi da angelo a scudo, mentre la luna - spesso presente dei pensieri di Barotti - osserva ogni movimento e diventa simbolo di continuità. Mood melanconico e iter che non prevede grossi sobbalzi ritmici ma fornisce il senso della tragedia.

Stanotte ho fatto un sogno” è devastante, da ascoltare in compagnia se si vuole mantenere un certo contegno legato al pudore della lacrima spontanea.

Tutti, prima o poi, sono destinati a patire l’assenza di un affetto, ma spesso è una mancanza unicamente fisica che non impedisce al ricordo massacrante di riempire vuoti che restano comunque incolmabili, perché l’opera di sostituzione non genera mai totale appagamento.

Gli archi rappresentano il cesellamento della canzone, con una partecipazione che a posteriori diventa simbolica, quella di Roberto Ortolan, scomparso lo scorso aprile. Probabile sia questa l’ultima canzone registrata dal chitarrista.

Un blues lento è quello che introduce e conduce “Mi ha telefonato Tom Waits”, un omaggio al primo album del cantautore statunitense uscito nel 1973, Closing time”, evidentemente un lavoro cha ha saputo influenzare e toccare Barotti.

Una storia in cui l’autore segue il consiglio di Waits, quello di eliminare il DJ che corteggia la sua fidanzata.

Bellissima la ricerca della rima unendo la lingua italiana e quella inglese: “… e così ho sparato al dj, tre colpi nella notte di yesterday…”.

Emozionante la parte finale, molto “aperta” e corale, dove Barotti prende in prestito altre parole nobili, quelle di “Jealous guy”: “I began to lose control, I’m a jealous guy”.

Quando racconterò” è un’altra pillola molto intimistica, un’atmosfera nostalgica acuita dall’uso di sax e clarinetto, una parte significativa del viaggio descritto dall’autore.

Dice Barotti: “La canzone è nata a Berlino durante un viaggio senza data di ritorno. La partenza, il viaggio, una nuova pagina bianca dove scrivere giorni nuovi. Sentirsi cambiati spolverandosi gli occhi con nuove realtà visive. E poi la sensazione delle ali, del non tornare. Prendere le distanze dalle proprie impronte guardandole dall’alto, sentendosi quasi un alieno nella propria astronave. Mettere insieme i propri errori e farne un materasso per le notti a venire. L’idea che qualcuno ci stia aspettando, ma non è chiaro se quel qualcuno lo ritroveremo nel passato o nel futuro.”

Poesia nella poesia.

L’esclamazione “eiattattira” introduce “Enzo”, una dedica e al contempo una sottolineatura dell’importanza di un musicista come Enzo Jannacci, secondo Barotti il cantautore che ha lasciato un vuoto maggiore.

La 127 rossa di Jannacci diventa fonte di ispirazione all’interno di una canzone adatta al cabaret della Milano degli anni Sessanta, sonorità semplici ma cariche di significati e critica educata ma pesante alla musica che ci circonda: “Se ci fosse un dio delle canzoni spegnerebbe le luci, butterebbe i microfoni, certamente abbasserebbe i volumi…”.

Con “Marta” arriva la denuncia spinta e attuale: Barotti affronta il problema della violenza sulle donne. Un quadretto antico e irrisolto quello che viene descritto, particolarmente toccante quando la lirica si sposa alla musica e le bassezze umane e le storture culturali si amplificano a dismisura.

Alcune sfumature mi hanno riportato a trame acustiche del passato, invenzioni di Ian Anderson.

Chiude l’album “Tutto nuovo”, dedicata al figlio o meglio, al momento in cui l’autore apprese la notizia del forte cambiamento che da lì a poco lo avrebbe riguardato.

Privilegio dell’artista fissare per sempre certi momenti, tra i più importanti nella vita.

Ho apprezzato tantissimo il suo pensiero: “La sensazione è stata quella di essere finito dentro una specie di bolla, dove tutto si dilata e rallenta e perdi definitivamente il diritto al suicidio.”

Un modo importante per chiudere un lavoro così impegnativo, un “rappelle” per tutti quelli che non comprendono la responsabilità derivante dall’arrivo di una nuova vita, che porterà cambiamenti e rinunce, ma darà significato all’esistenza.

Un maestro, Stefano Barotti, la cui musica va tenuta nelle immediate vicinanze, pronta ad intervenire in tutte le circostanze della vita, da custodire nei rivoli quotidiani, negli anfratti più impensati, utilizzata per ricordare, riflettere, gioire e, senza dubbio, piangere.

E se il mondo fosse un po’ più equilibrato, se ci fossero più Jannacci in circolazione, le canzoni di Barotti riempirebbero gli spazi radiofonici, gli spettacoli televisivi e tutto ciò che produce visibilità. Non è questione di fama o di denaro, ma di arte, cultura, o più semplicemente di canzoni, quelle che possono farci rivivere tutta la gamma possibile dei sentimenti, diventando l’unità di misura del tempo che scorre.

L’ascolto di “Il grande temporale” mi ha riportato ad un periodo preciso della mia vita, quell’adolescenza in cui tutto avrebbe dovuto essere roseo, ma arrivava sempre la domenica sera e “Il commissario Maigret”, rigorosamente in bianco e nero, alimentava il mio disagio giovanile. Ma il lunedì era dietro l’angolo… fortunatamente!

Gli ospiti e le collaborazioni sono parte importantissima di questo progetto e sono sviscerati dall’autore stesso:

“Tra gli ospiti speciali (dagli Stati Uniti e non solo) -racconta il cantautore - Joe e Marc Pisapia, Jono Manson, Mark Clark e John Egenes.

Alla produzione artistica hanno partecipato Fabrizio Sisti (prezioso il suo contributo alle tastiere, al piano, ai sintetizzatori e all’organo Hammond), Alessio Bertelli, ingegnere del suono, e il batterista Vladimiro Carboni.

Mi piace ricordare anche Marco Giongrandi (chitarra elettrica e banjo), Max De Bernardi (chitarre) e Paolo Ercoli (dobro e mandolino).

Due le voci femminili, la bravissima Veronica Sbergia e l’esordiente Laura Bassani.

Gli arrangiamenti e la direzione degli archi sono stati curati da Roberto Martinelli.

Hanno preso parte al lavoro anche Roberto Ortolan (recentemente scomparso, N.d. R.), alla voce e alle chitarre, Nico Pistolesi (piano), Davide L’Abbate (chitarre) e Vittorio Alinari (sax soprano e clarinetto basso.) Le linee di basso sono di James Haggerty e Luca Silvestri; al contrabbasso Pietro Martinelli e l’amico Matteo Giannetti.”

  

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