lunedì 10 maggio 2021

La musica di Charles Manson

Periodicamente vengono a galla il nome e la vita di Charles Manson e della sua family e recentemente quella macabra storia è stata oggetto di un film importante, “C'era una volta a... Hollywood”, di Quentin Tarantino, e anche tra le serie tv di cui possiamo disporre ce ne una che utilizza come sottofondo le vicende che portarono al massacro di Cielo Drive, tra l’8 e il 9 agosto del 1969, una settimana prima dell’inizio di Woodstock: dalla costa ovest alla costa est.

Ed è proprio la visione della serie Aquarius che mi ha spinto verso l’ascolto della famosa canzone scritta da Manson per i The Beach Boys, modificata nella struttura, tanto da fare imbestialire Manson: potrebbe essere quello l’evento scatenante che lo portò a ordinare l’uccisione di tante persone, tra cui Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, incinta di otto mesi.

A seguire riporto comuni notizie trovate in rete da cui emerge l’uscita di un album di Manson, pubblicato nel 1970, pochi mesi dopo il suo arresto.

Una storia, quella di Manson e dei suoi seguaci, che mi porto dietro dalla mia giovinezza, quando appresi dai giornali, e nei dettagli, gli eventi che non ho mai più dimenticato, unitamente a quelli di Woodstock, di tutt’altra natura.



NOTE RECUPERATE IN RETE


Never Learn Not to Love è un brano registrato dai The Beach Boys, accreditato a Dennis Wilson, e pubblicato come lato B del singolo “Bluebirds over the Mountain” il 2 dicembre 1968.

 

La canzone è in realtà una versione modificata del brano “Cease to Exist”, composto da Charles Manson, all'epoca un ex detenuto in cerca di una carriera come cantautore. 



Musicalmente, Wilson deviò dalla struttura di Manson e aggiunse una sezione bridge. Due mesi dopo la pubblicazione, la traccia fu inclusa nel quindicesimo album in studio dei Beach Boys, “20/20”.

Manson non si vide riconosciuto alcun credito compositivo, ma fu remunerato con una certa somma di denaro e una motocicletta, tuttavia, rimase alquanto risentito quando seppe che Wilson aveva cambiato parte del testo della sua canzone.

Nell'agosto 1969, circa un anno dopo che i Beach Boys registrarono il brano, Manson e i suoi seguaci commisero vari omicidi e furono arrestati tre mesi dopo.

Una registrazione della versione originale di Manson di Cease to Exist venne inclusa nel suo album di debuttoLie: The Love and Terror Cult”, pubblicato nel marzo 1970 mentre era in carcere.


Un po’ di storia…

Alla fine della primavera del 1968, secondo alcuni resoconti, il batterista Dennis Wilson stava guidando lungo le strade di Malibù quando raccolse due autostoppiste delle Famiglia Manson, Patricia Krenwinkel ed Ella Jo Bailey, e le portò a casa sua a Pacific Palisades per trascorrere insieme qualche ora. Ritornando a casa la mattina seguente dopo una nottata passata in studio di registrazione, trovò Manson che lo salutò come niente fosse. Dopo un'iniziale diffidenza, Wilson strinse amicizia con Manson e, nel corso dei mesi seguenti, molti membri della Family, soprattutto giovani donne, si stabilirono a casa di Wilson.

All'epoca, Manson era in cerca di una carriera nel music business e Wilson, convinto del suo talento, voleva fargli firmare un contratto per l'etichetta Brother Records dei Beach Boys. Dan Caffrey di Consequence of Sound commentò come "fosse comprensibile capire perché Wilson abbia sentito un'affinità musicale con Manson", e prendendo come esempi le recenti Little Bird e Be Still di Wilson, spiegò che i due condividevano simili approcci non convenzionali e l'interesse nello "sfilacciare i bordi delle forme compositive tradizionali".

Manson discusse e presentò a Wilson alcune delle sue composizioni e in cambio Wilson pagò le sessioni in studio per fargli incidere il materiale. Inoltre, Wilson lo introdusse nell'ambiente dell'industria musicale presentandogli, tra gli altri, Gregg Jakobson, Terry Melcher, e Rudi Altobelli. Quell'estate, Manson prenotò una sessione presso lo studio di registrazione casalingo di Brian Wilson, per incidere su nastro alcune sue canzoni che furono co-prodotte da Brian e Carl Wilson. Molte delle tracce non erano semplici demo, ma vere e proprie versioni rifinite, inclusa probabilmente Cease to Exist, che poi venne re-incisa per Lie: The Love and Terror Cult (1970). Queste registrazioni sono ancora inedite; il musicologo Andrew Doe afferma che i nastri esistono ancora, ma causa la brutta reputazione di Manson, difficilmente verranno pubblicate.

Secondo il biografo Peter Ames Carlin, Manson compose Cease to Exist specificatamente per i Beach Boys affinché incidessero il pezzo, e anche il biografo Steven Gaines disse che Manson "notoriamente" scrisse la canzone per aiutare ad allentare le tensioni sorte all'interno del gruppo. Mike Love ricorda di non aver saputo all'epoca che l'autore della canzone fosse Charles Manson, e credeva fosse di Dennis. In cambio dei diritti d'autore di Cease to Exist, Manson ricevette una somma di denaro e una moto (che Manson donò al membro della Family "Little" Paul Watkins). Quando Wilson comprò da lui la canzone, per la maggior parte, seguì le indicazioni artistiche di Manson. Tuttavia, nel tentativo di armonizzare meglio il pezzo con lo stile dei Beach Boys, Wilson rielaborò la struttura blueseggiante del pezzo e aggiunse un altro bridge. Inoltre, il testo originale di Cease to Exist fu parzialmente alterato (per esempio il verso iniziale "Cease to exist" divenne "Cease to resist"), e il titolo della canzone fu cambiato in Never Learn Not to Love, con grande sdegno di Manson. I Beach Boys registrarono la traccia nello studio casalingo di Brian Wilson l'11 e il 16–18 settembre 1968.

Never Learn Not to Love venne pubblicata il 2 dicembre 1968 come lato B del singolo Bluebirds over the Mountain. Solo nella versione su 45 giri, la canzone ha un'introduzione che proviene da una precedente sessione dei Beach Boys. Il singolo raggiunse la posizione numero 61 nella statunitense Billboard Hot 100 e la numero 33 nella UK Singles Chart. Il 10 febbraio 1969, Never Learn Not to Love fu inclusa nell'album 20/20 dei Beach Boys. Nel 1971, quando gli venne chiesto perché non avesse incluso Manson tra gli autori del pezzo, Dennis rispose: «Non voleva. Voleva invece del denaro. Gli ho dato circa centomila dollari».

Manson minacciò di morte Dennis quando scoprì che aveva cambiato il testo della sua canzone. Il collaboratore dei Beach Boys Van Dyke Parks ricordò in merito: «Un giorno, Charles Manson mostrò un proiettile a Dennis, e lui gli chiese: "cos'è questo?". E Manson rispose: "È un proiettile. Ogni volta che lo guardi, voglio che pensi quanto sia bello che i tuoi figli siano ancora sani e salvi"». Dopo questo episodio, Wilson si rese conto della pericolosità effettiva di Manson e dei suoi accoliti e decise di allontanarlo e porre fine all'amicizia con lui.

Il critico musicale Bruce Eder, in una recensione per il sito web AllMusic, scrisse che i Beach Boys "si scontrarono con il lato oscuro degli anni '60, sotto forma di Never Learn Not to Love". Nella sua valutazione della canzone, Richie Unterberger scrisse che Never Learn Not to Love è conosciuta soprattutto per il collegamento a Manson, piuttosto che per i suoi meriti musicali decisamente "nella media". Colin Larkin, in The Encyclopedia of Popular Music, scrisse che il brano "aveva l'ironica distinzione di aver portato Charles Manson in classifica". Il giornalista Nathan Jolly definì il pezzo "morbido ma comunque inquietante", e fece inoltre notare come i fan dei Beach Boys che ascoltarono la canzone nel corso degli anni "non avessero idea della malvagità intrinseca del suo vero compositore".

Durante il processo a Manson per gli omicidi del '69, il 6 marzo 1970 venne pubblicato il suo album di debutto, Lie: The Love and Terror Cult. Costituito da 13 tracce registrate tra il 1967 e il 1968, include anche l'arrangiamento originale di Cease to Exist di Manson. Del disco furono distribuite circa 2,000 copie, ma ne furono vendute solo 300.

In una recensione dell'album su AllMusic, la sua versione di Cease to Exist è indicata da Theodor Grenier come "una delle migliori e più caratteristiche performance di Charles Manson, esecuzione paragonabile a Jim Croce e José Feliciano". Il critico Michael Little considera la versione di Manson superiore a quella dei Beach Boys, lodando in particolare la sua prova canora: "ti aspetteresti una voce sbrindellata, grezza e sfilacciata, con un tocco di rabbia folle, ma quella che ascolti è una vellutata voce da cantante folk".

 


sabato 8 maggio 2021

Graham Bond: una vita breve, un'esistenza che ha lasciato il segno...



Ci lasciava l'8 maggio del 1974, a soli 37 anni, Graham Bond...

Burbera e corpulenta presenza della scena pop inglese dei primi anni ’60, Graham Bond è anche uno dei padri fondatori del british R&B.

Dopo aver iniziato come sassofonista jazz, mostrando una particolare devozione per Charles Mingus (Don Rendell Quintet), passa a cantare e a suonare l’organo quando si unisce al batterista Ginger Baker, al contrabbassista Jack Bruce e al chitarrista John McLaughlin (tutti usciti dalla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner) nella Graham Bond Organisation.
Sull’esempio del gruppo di Korner, il nuovo ensemble diventa una sorta di formazione aperta, in cui passano Jon Hiseman e Dick Heckstall-Smith, mentre Bond diventa il catalizzatore sia dei Cream che dei Colosseum.

Album come The Sound Of ’65 e There’s  A Bond Between Us impongono il R&B caotico e vitale della Graham Bond Organisation, mentre un’immagine più chiara del leader si trova in Solid Bond, dove il nostro si cimenta con il piano e l’organo, nonché con il sax alto, in reminiscenze jazzistiche (Doxy, di Sonny Rollins) e un focoso R&B da club. 
Il suo set dal vivo è rappresentato invece da Live At The Klook’s Kleek, registrato nella mecca del blues e del R&B londinese dell’epoca: un album dalla produzione primitiva e un sound crudo e sporco per un blues tinto di soul e jazz in grado di ammaliare l’ascoltatore.

Tecnicamente Bond è un innovatore: è il primo inglese a usare, in un contesto R&B, la combinazione di organo Hammond e speacker Leslie, ed è anche il primo ad usare una tastiera elettronica e a sperimentare con il Mellotron. Ma svela anche di avere una personalità inquietante e “demoniaca”, come dimostrano la passione per occulto e sette sataniche, e l’affermazione di essere figlio dell’anticristo Aleister Crowley.

Sciolta definitivamente la Organisation nel 1969, dopo aver lavorato per Ginger Baker come session man, Bond se ne va in America, sposa la cantante Diane Stewart e ritorna in Inghilterra, dove forma con Pete Brown i Bond & Brown, con cui incide Two Heads Are Better Than One (1972). 
Il flirt con l’occulto coinvolge anche la moglie, con la quale realizza, sotto il nome di Holy Magick, il disco omonimo e We Put Our Magick On You.

Ma intanto vita privata e attività professionale sono sempre più contrassegnate dal caos. Il satanismo si accompagna all’eroina, il matrimonio va a rotoli e gli affari finanziari sono nel marasma più totale.

Nel gennaio del 1973 Bond finisce in ospedale con un grave esaurimento nervoso, poi, l’8 maggio dell’anno successivo, muore in circostanze misteriose sotto le ruote di un treno alla Finsbury Park Station di Londra: aveva 37 anni, e il giorno precedente aveva telefonato a “Melody Maker” per annunciare di essere definitivamente “ripulito”dalle droghe e pronto a lavorare di nuovo nella musica.

Tratto da “Rock Blues”, Mauro Zambellini




giovedì 6 maggio 2021

GOAD-“La Belle Dame”



È appena stato rilasciato “La Belle Dame”, della storica prog band fiorentina GOAD.


Nell’Intervista a seguire, Maurilio Rossi, fondatore di GOAD nel lontano 1974, riannoda i fili della sua storia, racconto che ci permette di apprezzare maggiormente il presente e il futuro di un artista che, circondato da valenti collaboratori, arriva alla quindicesima uscita discografica.



Ho conosciuto GOAD una decina di anni fa - godendo anche di una loro performance live al FIM del 2013 (Albenga) - grazie alla Black Widow Records, ma per la nuova uscita entra in gioco la label My Kingdom Music. Ma andiamo con ordine.

La musica e le creazioni musicali di Rossi non sono mai banali, perché il consolidato e verace sound “prog ‘70” appare funzionale al messaggio, storie del passato che fungono da metafore che favoriscono la riflessione e l’aggancio con l’attualità.

Anche in questo caso il lavoro è sontuoso, ambizioso, complicato, mix tra storia e letteratura con il logico collante musicale, e viene da chiedersi quanta vita Maurilio Rossi abbia dedicato a questo “La Belle Dame”, basato sul poema “La Belle Dame sans Merci”, scritto nel primo ‘800 dal poeta inglese John Keats. Da qui traggono spunto le liriche di Rossi, tranne in un’occasione in cui ricorre alla poesia di E. A. Poe (“The Haunted Place”).

Quali sono i temi trattati in questo progetto, che richiede il doppio LP?

La proposta di GOAD raccoglie in sé simboli e metafore che riportano a temi che toccano l’umanità in toto, come la morte - evento ineluttabile - e il suo legame con l’amore, la solitudine e la desolazione conseguente, il tutto con un’ambientazione in epoca cavalleresca condita dal profumo della mitologia.

Il sunto di questa sofisticata linea di condotta riporta al concetto di fondo di Jonh Keats, sposato in pieno da Rossi: la bellezza è verità e la verità è bellezza.

Sono 14 gli episodi che compongono l’album, tutti rigorosamente in lingua inglese, contraddistinti da una vocalità unica e riconoscibile all’impatto, conditi da trame di Prog versione “Liberty” (termine che ho catturato da Rossi), dove la musica fornisce immagini decorative e ornamentali attraverso un iter costruttivo sintetizzato dall’autore: “Un vero quartetto suona senza sovraincisioni le varie partiture, decise assieme in fase arrangiativa, in poche tracce, poi ovviamente ripulite …”.

Non sezionerò il commento, come spesso accade, perché “La Belle Dame” ha la logica degli album a cui eravamo abituati nei seventies, quelli che interrompevi solo per passare dal lato A al lato B, una storia che va raccontata senza soluzione di continuità e che contiene nel DNA la summa rielaborata di un sound tipico di quei giorni.

Gli intrecci sonori articolati si fondono ad una voce che conduce nei meandri dell’oscurità, disegnando magie e alchimie, producendo persino odori e tanta vita passata.

Chi è alla ricerca della facilità di fruizione dovrà percorrere altre vie, perché il nuovo GOAD richiede concentrazione, ambiente, tempo giusto, magari compagnia adeguata, ma alla fine dell’ascolto - e succede già dopo il primo giro di giostra -, mentre ci si compiace per l’esperienza appena portata termine e si pensa al prossimo avvio, nascono spontanee le riflessioni sulla qualità della musica, in senso generale e, nello specifico, quale sia la valenza culturale espressa dal lavoro di GOAD.

Voglio pensare a un Maurilio Rossi che, nonostante il nutrito e lungo percorso alle spalle, rappresenti il prototipo del sognatore, proprio come uno dei protagonisti del suo album:

C’era una volta un sognatore, era sconosciuto anche a sé stesso,

 un alieno in un mondo di alieni era un vero sognatore! 

"The man in the Dreamland", proposto nel video a fine articolo 

Questa è la mia Musica!


Intervista a Maurilio Rossi

 

Vorrei partire sintetizzando la storia dei GOAD, band di lungo corso da te creata nel ’74 e più viva che mai…

Dai primi concerti al liceo classico di Firenze al salto professionale del 1969, lunghi anni di gavetta suonando davvero tutto il possibile, dal liscio danzereccio delle balere e dei festival dell'Unità, inframezzati da concerti di covers dei Genesis e di tanti altri miti, Beatles, Cream etc. fino al lavoro con agenzie prestigiose, una su tutte quella Vega Star di Fernando Capecchi, tuttora attivissima anche se in altri settori molto più remunerativi. Poi i 10 anni consecutivi allo Space Electronic di Firenze, ogni sera, anche al pomeriggio la domenica! Sbaragliammo ogni concorrenza rimanendo band unica dal 1977 al 1986 e là ci vide Freddy Mercury, con proposta indecente di girare l'Europa e registrare a Salisburgo da G. Moroder…  l'anno 1981... fui messo in minoranza e la banda rifiutò di fare quel gran salto. Di lì l'incontro con un produttore italo americano Silvio Tancredi, che venne apposta per noi da New York con un grosso registratore a bobine e registrò una intera settimana di shows; alla fine contratto di registrazione e primo disco. Anche allora la band si disunì nelle scelte ed invece di registrare agli Electric Lady Land Studios finimmo per realizzare dischi a Bologna per la etichetta Emmegi Polygram; alla fine di quegli anni burrascosi operai la scelta definitiva e, dopo aver vinto una rassegna di gruppi toscani nel 1990, cominciai il lungo cammino dell'autoproduzione, con "Tribute to E. A. Poe" nel 1994, a cui seguirono mille tentativi con mille etichette. Mauro Moroni di Mellow Records ci pubblicò il disco "The Wood", dedicato alle liriche di Lovecraft a cui seguirono i dischi prodotti da Black Widow di Genova; nel mezzo la soddisfazione di una tesi di laurea su “Goad”, discussa all’Università di letteratura americana di Torino da una fan, relatrice Daniela Fargione. Avemmo la gioia di conoscerle direttamente quando vennero ad un concerto Goad a Firenze nel 2009.

Sono passati tre anni da quando commentai il vostro ultimo lavoro, “Landor”: cosa vi è accaduto, musicalmente parlando, in questo lungo tempo?

Il disco “Landor” rappresenta per me una delusione in termini di distribuzione e promozione, ma non solo. Il suono finale non era quel che avremmo voluto... Goad ha creduto fortemente in quel concept album al punto che stiamo finendo l'editing della versione LIVE in studio, frutto di numerose registrazioni. Speriamo di vederla su disco prossimamente. Nel frattempo, abbiamo approcciato il nostro lavoro più impegnativo in termini di mole di materiale, ossia musicare le liriche di John Keats, spesso nella stesura originale, il che ci ha portato a realizzare ore di musica che, pur fortemente sfrondata, copre ben 4 cd di 70 minuti...

Veniamo al nuovo progetto: da dove e come nasce l’idea di “La Belle Dame”?

Dall'approccio alle opere di John Keats, questo poeta moderno e antico, neoclassico e innovatore, morto giovanissimo a Roma, al n. 26 di piazza di Spagna. Il titolo è preso da una sua opera, pare ispirata da un famoso quadro di Tiziano; di lunghissime sedute di recording, come si faceva un tempo, abbiamo scelto le parti più salienti e le abbiamo rielaborate. È stata dura, ripeto, per il fuoco creativo irripetibile di quei momenti.

Quali sono i contenuti lirici?

Amore, morte, la mitologia classica, un’esplosione di colori in versi, un uso sfrenato delle immagini... amore anche per l'arte antica, il famoso Winkelmann, il concetto di fondo di Keats è che la bellezza è verità e la verità è bellezza… ti confido che il titolo del prossimo album dovrebbe essere proprio "True Beauty"...

Musicalmente parlando, come possiamo inquadrare il vostro nuovo lavoro?

Io potrei definirlo Liberty Rock, se hai presente quel movimento stilistico artistico meraviglioso, fra l'altro il logo di MYKINGDOM MUSIC di Francesco Palumbo, che ci produce, è tipicamente e fantasticamente "liberty"! In sintesi, un VERO quartetto suona senza sovraincisioni le varie partiture, decise assieme in fase arrangiativa, in poche tracce, poi ovviamente ripulite col tecnico Riccardo Innocenti presso il suo studio di Galliano, Firenze.

Esiste un legame rispetto all’album precedente?

Siamo sempre ... GOAD, ma è tutto un altro discorso... a parte il rinnovato riferimento a grandi poeti anglosassoni.

Da chi è composta la band attualmente?

A parte il sottoscritto (voci, basso, tastiere, chitarre classiche ed elettriche, e anche qualche drums...) vi sono i fedelissimi Paolo Carniani alla batteria, Alessandro Bruno a mille strumenti differenti e mio fratello Gianni (sempre più il Keith Richards della situazione, solo molto più presentabile esteticamente...), ma nel cd ho citato anche altri fidati compagni di tante avventure Goad.

Mi parli dell’artwork?

Da una serie di fotografie in uno studio di posa della fotografa Cristiana Peyla, di Torino, avevamo pronto del materiale particolarissimo, in cui figurano le maschere che da sempre fanno da contorno ai concerti Goad. Francesco Palumbo ha apprezzato parte del materiale e la figura femminile della… Belle Dame ha visto la luce, anzi la… stampa!


Il nuovo album vede un cambio di etichetta: a chi vi siete affidati per la nuova uscita?

Come scritto sopra abbiamo avuto una scintilla di comunione di intenti con MYKINGDOM MUSIC, di Francesco Palumbo, su indicazione di una fantastica persona qual è Mirella Catena, una vera appassionata di rock che cura una ventina di radio, OVERTHEWALL, ed è nostra fan, dico con orgoglio!

Restrizioni sanitarie permettendo, siete pronti per il set live?

Sarebbe il massimo, magari in cornici adeguate ma anche in formato ridotto, spesso abbiamo suonato in trio...

In quale formato sarà disponibile “La Belle Dame”?

In cd, doppio Ellepì e nei vari formati on line. È stato realizzato uno splendido box che include pure maglietta e il live storico su Poe del 1995 nonché un mio racconto gotico stampato da Mykingdom appositamente, in italiano ed in inglese.


Tracklist:

1. The Haunted Palace In The Poe' Land

2. The Queen Of The Valley

3. The Man In The Dreamland

4. Magic Stairway pt. 1

5. Magic Stairway pt. 2

6. Magic Stairway pt. 3

7. To Sorrow Good Morrow pt. 1

8. To Sorrow Good Morrow pt. 2

9. To Sorrow Good Morrow pt. 3

10. To Sorrow Good Morrow pt. 4

11. To Sorrow Good Morrow pt. 5

12. The Sweetness Of The Pain pt. 1

13. The Sweetness Of The Pain pt. 2

14. The Sweetness Of The Pain pt. 3

+ Be Happy (LP Bonus Track)


Line Up:

Maurilio Rossi: musica, testi, arrangiamenti, voce, tastiere, pianoforte, chitarre, basso e batteria;

La Band:

Gianni Rossi - chitarra

Alessandro Bruno -chitarre, violino, flauto, sax, oboe

Paolo Carniani - batteria

Francesco Diddi - chitarre, violino, flauto

Antonio Vannucci - tastiere

Filippo Trentastasi - batteria;

Martin Rush - effetti speciali musicali, basso, voce

 

Artist: GOAD

Titolo: La Belle Dame

Genere: Progressive Rock

Formato: CD / BOX / 2 LP / digital

Label: My Kingdom Music

Data uscita: 7 maggio 2021

facebook: https://www.facebook.com/MaurilioRossiGoad

 

REGISTRATO AI GOAD STUDIO, VAGLIA,FIRENZE

EDITATO DA RICCARDO INNOCENTI AL GHIRE’S GARAGE STUDIO GALLIANO, FIRENZE

 

My Kingdom Music contatti:

MY KINGDOM MUSIC

info@mykingdommusic.net


mercoledì 5 maggio 2021

The Honeycombs con Honey Lantree, la prima donna batterista dell'era Beat

Incuriosito dall’abilità di Honey Lantree e dal suo ruolo inusuale di batterista femminile nei primi anni Sessanta, ho approfondito la storia dei The Honeycombs, band inglese attiva dal 1963 al 1967.

Ecco la sintesi delle notizie trovate in rete e qualche video interessante.

 


The Honeycombs fu un gruppo musicale inglese principalmente ricordato per il loro successo “Have I the Right?” (1963).

Il gruppo aveva fra i suoi membri Honey Lantree, la prima donna batterista di un gruppo musicale dell'era Beat, mancata tre anni fa, all’età di 75 anni.

Gli Honeycombs presero originariamente il nome di Sheratons e vennero fondati dal parrucchiere Martin Murray nel mese di novembre del 1963 a North London. Oltre a Murray, la formazione contava la sua assistente, la già citata Honey Lantree, suo fratello John e due amici.

La band suonò in diversi locali del West End e alla Mildmay Taverne vi fecero parte anche Ken Howard e Alan Blaikley che scrissero alcune canzoni del gruppo e che diverranno in futuro due prolifici cantautori solisti.

Nel mentre, gli Honeycombs entrarono in contatto con il produttore Joe Meek che produsse la loro Have I the Right? nel suo appartamento a Islington.

Il brano venne scritto da Howard e Blaikley e in esso predominano le percussioni, il cui suono venne potenziato aggiungendovi i suoni dei membri del gruppo che battono a ritmo i piedi sulle scale di legno che conducono allo studio; per registrare il tutto, Meek si servì di cinque microfoni che appese alle ringhiere con delle fascette per bici. Fece anche suonare un tamburello a diretto contatto con un microfono e accelerare la velocità della traccia.

La band, che venne intanto rinominata The Honeycombs per volere del futuro presidente della Pye Records Louis Benjamin, pubblicò Have I the Right il 26 giugno 1964. Dopo uno scarso successo iniziale, il brano riuscì a scalare le classifiche fino a raggiungere la prima posizione nel Regno Unito, Australia e Canada e a vendere un milione di copie.

Grazie al successo della canzone gli Honeycombs andarono in tournée in Estremo Oriente e Australia.

Poco dopo l'uscita di Have I the Right, gli Honeycombs pubblicarono alcuni singoli di scarso successo, fra cui una cover di Something Better Beginning (1965) di Ray Davies, e fecero diverse apparizioni in programmi TV come Top of the Pops, Ready Steady Go!, Shindig!, Beat-Club e nel film Pop Gear (1965).

Nell'agosto del 1965 il gruppo pubblicò That's the Way che si piazzò alla dodicesima posizione. Il suo seguente This Year Next Year non riuscì invece a eguagliare lo stesso successo.

Nel 1966 vennero realizzati Who Is Sylvia?, un adattamento di An Sylvia di Franz Schubert, e It's So Hard, che verrà riproposta dagli Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich con il titolo Hard to Love You. Nel mese di aprile dello stesso anno Denis D'Ell, Allan Ward e Peter Pye abbandonarono il gruppo. Alla fine del 1966 gli Honeycombs fecero una tournée in Giappone da cui fu estratto un disco dal vivo (In Tokyo). La band si sciolse agli inizi del 1967, poco dopo il suicidio di Joe Meek.

Nel 1972 Peter Pye iniziò una breve carriera da solista e pubblicò tre album e due singoli usando il nome Peter Franc. Negli anni Novanta, Murray iniziò a frequentare i circoli dei cabaret assieme ai suoi Martin Murray's Honeycombs mentre Honey Lantree, Peter Pye e Denis D'Ell (a cui si aggiungerà in seguito John Lantree) organizzarono una tournée di successo.

Nel 1999, essi vennero contattati dal produttore discografico Russell C. Brennan che chiese a loro di registrare Live and Let Die per la compilation Cult Themes from the '70s Vol. 2.

D'Ell morì il 6 luglio del 2005 mentre Lantree mancò il 23 dicembre 2018.


Un assolo di batteria del 2014…


Ultima formazione

Denis D'Ell – voce, armonica

Peter Pye – chitarra ritmica

Allan Ward – chitarra solista

John Lantree – basso

Honey Lantree – batteria, voce

Ex componenti

Martin Murray – chitarra

 

Album

1964 – The Honeycombs

1965 – All Systems – Go!

1965 – In Tokyo

Singoli

1964 – Have I the Right

1964 – Is It Because

1964 – I Can't Stop

1964 – Eyes

1965 – Something Better Beginning

1965 – That's the Way

1965 – This Year Next Year

1966 – Who Is Sylvia

1966 – It's So Hard

1966 – That Loving Feeling

 


sabato 1 maggio 2021

Una canzone, tre interpreti: storie degli anni '60


Ancora un ritorno al passato e una comparazione tra brano originale e cover.

Questa volta sono di scena i The Hollies e I Quelli: siamo a metà degli anni Sessanta.

La storia che propongo è estrapolata dal seguente sito:

https://www.musicaememoria.com/quelli_non_ci_saro_i_cant_let_go.htm#I_Cant_Let_Go

Il primo successo de I Quelli fu la famosa “Una bambolina che fa no, no, no”, cover della hit  francese e internazionale di Michel Polnareff.

Sul lato B era presente un'altra cover, questa volta dei The Hollies di Graham Nash, canzone uscita lo stesso anno: “Non ci sarò”.

Il singolo italiano fu pubblicato dalla Ricordi nel 1966.

Sull'etichetta del 45 giri sono pubblicati solo i nomi degli autori dell'originale e non di chi ha scritto il testo italiano, che rimane ignoto, e che comunque si era largamente allontano dal significato inglese, come spesso accadeva in quei giorni.

Nell'archivio della Discoteca di Stato è indicato il nome di Iller Pattacini, che era però un compositore e non un paroliere e forse curò l'adattamento nella nostra lingua.

Gli autori di “I Can't Let Go” erano il cantautore statunitense Chip Taylor e il musicista Al Gorgoni.

Ma la stessa “I Can't Let Go” era una cover, perché la prima pubblicazione del brano, negli USA, risale al 1965, interpretata dalla cantautrice folk Evie Sands, anche se il grande successo arrivò con la versione inglese degli Hollies.

Evie Sands dal vivo, in una filmato più recente…


Cos’altro aggiungere… godiamoci queste sonorità antiche ma godibilissime!




CLOUDS/1-2-3: i precursori del rock progressivo

 

Clouds è stato un gruppo rock scozzese degli anni '60 che si sciolse nell'ottobre 1971. 

La band era composta da Ian Ellis (basso e voce), Harry Hughes (batteria) e Billy Ritchie (tastiere). 


GLI INIZI

All'inizio del 1964, Ian Ellis e Harry Hughes suonavano in una band chiamata The Premiers, composta da Bill Lawrence (basso), James 'Shammy' Lafferty (chitarra ritmica), Derek Stark (chitarra solista), Harry Hughes (batteria) e Ian Ellis (voce). Fu deciso che un organo avrebbe aiutato il suono della band e così si unì Billy Ritchie.

Cyril Stapleton portò la band a Londra per registrare alcuni demo, ma non ne venne fuori nulla, e Derek Stark, Bill Lawrence e James Lafferty decisero di andarsene. Sembrava che Ritchie, unendosi alla band, avesse spinto più cambiamenti di quanto fosse stato previsto. Ian Ellis decise che avrebbe assunto il ruolo di bassista e cantante. Il gruppo decise di muoversi in una nuova direzione musicale e cambiò il loro nome da Premiers a 1-2-3.

1-2-3 

1-2-3 aveva un suono molto diverso dalla band precedente o da quasi tutte le altre band del momento. Dopo aver ottenuto poco successo in Scozia si trasferirono a Londra, dove speravano che la loro musica originale avrebbe preso il via, ma il pubblico inizialmente era confuso dalla mancanza di un chitarrista.

Alla band fu data una chance di esibirsi al Marquee Club, luogo che successivamente avrebbe dato lustro a icone prog-rock come Rick Wakeman e Keith Emerson. Il fatto che una band sconosciuta fosse stata scelta per essere protagonista al Marquee era insolito, in quanto non erano stati eseguiti i consueti spot di supporto. All'epoca erano descritti come "un gruppo unico, capace di creare un suono completamente nuovo nel mondo del pop."

Il loro set consisteva in canzoni e standard originali, ma i pezzi erano accuratamente rimodellati, diventando in sostanza nuovi. Non c'era niente di lontanamente simile in giro.

Durante il periodo in cui il gruppo si esibì al club - nel 1967 - firmarono un contratto con la società di gestione NEMS e Brian Epstein dei Beatles. L'evento fu annunciato dalla stampa nazionale, completo di fotografia e articolo di accompagnamento.



Tra il pubblico di Marquee c'era spesso la futura superstar David Bowie, a cui Ritchie presentò Jimi Hendrix.

Anche Pete Townshend, nella sua autobiografia del 2012 “Who I Am”, cita 1-2-3 come una delle band che vedeva più volentieri.

La morte di Brian Epstein, fondatore della NEMS, lasciò la band alle cure di Robert Stigwood, il suo successore. Ma Stigwood aveva appena messo sotto contratto i Bee Gees ed era impegnato totalmente nel portarli al successo. Ciò pose fine al rapporto con gli 1-2-3.

La band continuò a suonare nel circuito locale dei club londinesi e in un club di Ilford, nell'est di Londra, la band fu vista da Terry Ellis che li fece rapidamente firmare con la sua nuova agenzia rinominandoli Clouds.


CLOUDS

Originariamente conosciuta come agenzia Ellis-Wright, l'organizzazione crebbe e divenne Chrysalis. I Clouds erano saliti alla ribalta suonando in molti tour importanti, apparendo alla Royal Albert Hall e in molti dei principali luoghi di concerti del mondo, tra cui il Fillmore East di New York.

Durante questo periodo la band pubblicò un certo numero di album che furono generalmente molto ben accolti dalla critica, con vendite rispettabili.

Anche le recensioni dei concerti furono favorevoli. Una in particolare, realizzata da Billboard nel 1970 iniziava dicendo: "Questa band diventerà gigantesca!".

Ma nonostante qualche successo la Chrysalis concentrò sempre più la sua attenzione sui Jethro Tull e l’entusiasmo per gli 1-2-3 andò scemando.

Anche se la nuova conformazione del gruppo era molto interessante, diventò difficile trovare una nicchia favorevole in una scena progressive rock sovraffollata e il gruppo si sciolse nell'ottobre 1971.



Con il passare degli anni, tuttavia, fu la precedente incarnazione della band - gli 1-2-3 - che divenne oggetto di una rivalutazione critica.

Ritchie, l'organista, fu accreditato come il primo del suo genere, assumendo un ruolo da protagonista e aprendo la strada ad altri, come Keith Emerson e Rick Wakeman.

Con riconoscimenti di artisti del calibro di David Bowie, il caratteristico suono senza chitarra e guidato dalle tastiere della band è ora visto come precursore definitivo del movimento progressive rock.



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