domenica 30 maggio 2021

Rick Wakeman: Empire Pool, Wembley, Londra, 30-31 maggio 1975


Rick Wakeman
Empire Pool, Wembley, Londra, 30-31 maggio 1975


Dopo aver siglato due magniloquenti sinfonie progressive come “The Six Wives of Henry VIII” e “Journey To The Centre Of The Earth”, Rick Wakeman decise che il suo terzo colossal, “Myths And Legendes Of King Arthur And The  Knights Of The Round Table”, avrebbe meritato un allestimento scenico davvero grandioso...

Il mio management voleva la Royal Albert Hall, ma io volevo Wembley, dove una settimana dopo ci sarebbe stato uno spettacolo sul ghiaccio e quindi non se ne poteva fare nulla. Avevo un diavolo per capello. Mi capitò di incontrare Chris Welch nella redazione di Melody Maker e, chissà perché, gli dissi che avrei fatto “King Arthur” a Wembley e sul ghiaccio! Il giornale ci ricamò sopra e a quel punto non potei più tirarmi indietro. Visto che investivo soldi miei, avevo il controllo totale dell’evento e cercai di ottenere il meglio. I pattinatori arrivarono da ogni parte del mondo, l’amplificazione fu trasportata in aereo dagli Stai Uniti e per la prima volta venne sospesa tramite delle reti. Il cast era enorme: 45 orchestrali, 48 cantanti divisi in due cori, cinquanta pattinatori, cinquanta cavalieri, un gruppo di accompagnamento di sette elementi e non ricordo più che altro. Fu divertente, ma i problemi non mancarono".

“Una serata da vedere per credere. Sul serio.”
Paul Gambaccini, Rolling Stones, 1975

“Una delle due sere, appena salito sul palco, il mio mantello si impigliò in una delle tastiere che venivano sollevate dal suolo e mi ritrovai a penzolare a mezz’aria. Mi toccò uscire di scena in totale imbarazzo e cercando di non scivolare sul ghiaccio. Poi c’era il ghiaccio secco che in una situazione di quelle dimensioni era difficile da gestire. La prima sera la nebbia restò per un pò a livello dei cavalieri, poi cominciò a salire. Nessuno sapeva come spegnere l’apparecchiatura e, verso la fine di “Lady Of The Lake”, la ballerina che interpretava la regina Ginevra scomparve insieme alla parte bassa dell’orchestra e al primo ordine di posti della platea. Era come guardare dal finestrino di un aereo!".


“Quella fu la sera delle nuvole. Poi ci fu la sera del cavaliere suicida. Nella battaglia finale 25 cavalieri per parte dovevano sfidarsi a singolar tenzone e cadere morti in mezzo al ghiaccio secco. Ma uno dei cavalieri si ammalò e diede forfait. Pensai che, con tanta gente sul palco, non fosse un problema. Ma, naturalmente, alla fine del pezzo c’era un cavaliere che andava alla ricerca di qualcuno che lo uccidesse. Il direttore di orchestra mi guardava con la faccia disperata, ma il tipo se la cavò bene. Dopo aver vagato per un po' senza sapere che fare ebbe un colpo di genio e si suicidò: spettacolo allo stato puro!”
(Mark Paytress-“Io c’ero”)



martedì 25 maggio 2021

Quartelà-“LUPI D’INVERNO”



Devo essere onesto, quando Flavio Bertuccio mi ha proposto l’ascolto di “LUPI D’INVERNO”, non avevo la minima idea del contenuto del progetto “Quartelà” e sono questi i casi in cui si rischia di ascoltare e scrivere per pura cortesia, aiutando per quanto possibile la pubblicizzazione, ma rimanendo in terreno neutro, per non sottolineare pesantemente il mancato - parziale o totale - gradimento, a volte legato ad un genere lontano dai propri gusti.

 


Ma poi esiste la Musica con la “M” maiuscola, quella a cui non è importante affibbiare alcuna etichetta, perché vola alta, al di sopra di ogni catalogazione; di certo occorre essere intellettualmente onesti e dedicare il giusto tempo di approfondimento, senza preconcetti di sorta.

In realtà non ho avuto bisogno di tanti giri ripetuti e programmati, perché dopo il primo ascolto ho sentito il bisogno di replicare l’atto un paio di volte, senza soluzione di continuità.

A seguire propongo un’intervista esaustiva ai due protagonisti e una biografia sintetica, nonché tutte le note possibili per poter afferrare in pieno un album davvero piacevole di cui propongo tutti i file audio (cliccare su ogni titolo).

I Quartalà sono una coppia formata dalla cantante Marcella Cortese e dal già citato Flavio “Faffo” Bertuccio, sulla carta voce e chitarra, ma ho l’impressione che tra le mani di quest’ultimo potrebbe prendere vita sonora uno dei qualsiasi attrezzi quotidiani con cui veniamo in contatto, come il “battito di mano su pancia” citato nei crediti.

Sto parlando di due grandi professionisti che, nell’occasione, chiedono ausilio ad “esperti specifici” che segnalo nel corso dell’articolo.

L’inizio dell’album, con brani proposti nel dialetto ligure - lingua tradotta nel booklet annesso - farebbe pensare ad una proposta per una nicchia di amanti della musica, quelli che riescono in modo naturale a captare i risvolti di un idioma particolarissimo, ma lo svolgimento delle trame musicali in successione svela qualcosa di molto più complesso e completo, con una base folk e un profumo di cultura che passa attraverso una fine ricerca sonora e un utilizzo della voce - e della parola - come vero strumento, forma espressiva che incide su risultato finale e non rappresenta meramente il veicolo naturale per portare un generico messaggio.

Ciò che si percepisce immediatamente e istintivamente è la varietà dei sentimenti che nascono spontanei, un’empatia musicale che, ne sono certo, colpisce anche chi non può “entrare” con facilità all’interno delle liriche.

Non solo dialetto, ma anche inglese, italiano e una venatura tedesca, come vedremo nell’analisi dei brani.

Le competenze tecniche di Marcella e Flavio mi sembrano mostruose, così come il loro gusto nelle scelte e nel racconto dei sentimenti.

Non si tratta di album concettuale, come dichiarato dai Quartelà, ma in fondo il fil rouge che lega le canzoni di un album esiste sempre, anche quando non viene esplicitato o non è obiettivo iniziale. Ci si renderà conto, a lavoro concluso, che ogni tessera è parte di un puzzle, di un disegno che a volte prende la mano e si snoda in modo autonomo. Ho avvertito questo legame, come un racconto che si snocciola pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, nell’ansiosa attesa di capire dove andrà a parare l’autore. Valeva la pena arrivare alla fine!


Apre “Baccanà” (F. Bertuccio / M. Cortese), con la prima necessità di aiuto comprensivo conseguente all’utilizzo della lingua regionale: una festa quotidiana, l’uva, la vendemmia, un odore mare in sottofondo, un senso di serenità diffusa che porta buonumore.

Ma il brano è tutt’altro che semplice, con un arpeggio chitarristico che si interseca con una fisarmonica virtuosa e insieme disegnano un folklore preciso, mentre le voci duettano e danzano con leggerezza. 

Segue “Il vento e la ginestra” (W. Ferrandi / M. Cortese), una delle due dediche alle  madri degli autori.  

Pezzo toccante, una bossanova lenta per una poesia pura: la paura, la guerra, i colpi di fucile in lontananza… pregare il nostro Dio sembra la sola cosa possibile. Ma da un muretto spunta una ginestra: “Nasce nelle pietre, nelle zolle/Senz’acqua né amore/Come la speranza di pace/Non può morire stanotte”.

Sembrava una fiamma, una luce, un pericolo, ma era una ginestra, e così si intravede la speranza che si nasconde dietro ad ogni ostilità.

Segnalo l’utilizzo di molti “attrezzi del mestiere” inusuali evidenziati a seguire nei crediti, ed è questa una caratteristica di tutto il disco.

Difficile estrapolare “il meglio di”, ma “5.58” (Bertuccio) è canzone davvero commovente, che mette in risalto, tra le altre cose, la difficoltà nel far combaciare dialetto e musica, un cantato/parlato difficilissimo ma efficacissimo.

È un pezzo di oltre sei minuti e si snoda attraverso tre movimenti, una sorta di mini-suite, tra andamento lento, valzer e country, un alternarsi di situazione che parlano del dramma quotidiano dei senzatetto.

La “Signora” in questione vive nella stazione, sfidando il freddo dicembrino, sembra impossibile trovare un posto asciutto, non ci sono lenzuola, armadi, coperte, abiti di ricambio, ma resta una grande dignità, anche se: “Una vita così è una condanna che non si perdona, Penso se fosse mia figlia, o se fosse mia madre, ma chiunque sia è una persona…”.

Con “My life had stood” (Bertuccio/Dickinson) si passa direttamente all’albionico idioma e Quartelà utilizza una lirica di Emily Dickinson, poetessa americana dell’Ottocento: nel corso dell’intervista si comprende il motivo dell’iter creativo.

Un tango carico di pathos che non può lasciare indifferenti.

L’aze co-a corònn-a” (Bertuccio) penso sia di impossibile decodifica linguistica se si esce da certi confini regionali, ma è un tormentone che è assai “pericoloso”, perché quando ti entra dentro rimane per giorni!

Stiamo parlando una “asina con la corona”, ovvero una stolta che, nonostante ciò, ha ruolo sociale importante, figura politica di cui non si fa nome ma che deve aver incontrato in qualche modo la strada degli autori che reagiscono… omaggiandola con una dedica!

Non le basta essere un’asina deve dimostrarlo a tutti/ Cose giuste qui non se ne fanno/ Qui ci siamo solo per rubare, Siamo asini ma possiamo comandare…”.

Nell’occasione entra in gioco il blues caratterizzato dall’uso dell’armonica e del banjo, a dimostrazione di una grande ecletticità.

Habibi” (Bertuccio / Guido) - un nuovo duetto vocale -, propone due novità, il cantato in italiano e un modus molto classico, utilizzato per realizzare l’immagine del viaggio, penetrando culture e radici mediterranee, profumi e suoni che si miscelano e regalano serenità.

La seconda dedica materna arriva con “Il labirinto di Maggio” (Bertuccio), un testo da riflessione spinta che viene accompagnato da atmosfere auliche contraddistinte dall’uso degli archi: “Come succede, che cosa si fa, quale sia il passo che falso ti porta di là, dietro un vetro sospeso tra noi, che ci si vede ma non ci si può sentire. Ecco che tu intorno hai mille profumi e sorridi, ma io so che sei nel tuo equilibrio fragile fuori dal labirinto…”.

Da brividi!

Bastano 28 secondi per lo “sproloquio lirico” in lingua tedesca contenuto in “Sushi e krauti” (Bertuccio), un diversivo per perseguire il versante ironico, una tessera tesa a sdrammatizzare la seriosità degli argomenti proposti.

Eucalypso” (Ferrandi/Bertuccio/Cortese) si lega idealmente al brano di apertura, un siparietto gioioso, paesano, che, utilizzando nuovamente il dialetto, racconta una giornata al mercatino del pesce, uno scambio vocale, tra il serio e il faceto, che vede protagonista un venditore e una cliente insoddisfatta, in cerca di qualità a buon prezzo.

Una bossanova spinta ci conduce in posti esotici che oltrepassano mari e oceani, nel ricordo dell’assonanza tra il dialetto ligure e il portoghese.

A chiusura la canzone più lunga, oltre nove minuti, dal titolo “Maddalena” (musica di F. Bertuccio / parole liberamente tratte dal monologo “Maddalena”, di L.S. Guido).

Nel corso dell’intervista a seguire una domanda verte proprio su questo brano, che è quindi “raccontato” in modo adeguato dagli stessi autori.

Testo impegnato, dal mood sacrale, che prevede la partecipazione di una grande coralità vocale ed è estratto da un monologo che fa parte dello spettacolo teatrale “Sei donne”,

La degna conclusione di un album sorprendente, per varietà, contenuti e bellezza estetica.

Il contributo dei vari collaboratori appare essenziale e centrato, così come il lavoro eseguito sull’artwork; segnalo come Marcella Cortese e Flavio “Faffo” Bertuccio abbiano lavorato in proprio, anche, per tutti gli aspetti pratici che riguardano la costruzione di un nuovo album.

La speranza è che la fine del momento sanitario complicato possa dar spazio ad una proposizione live, magari fatta di piccoli episodi in molteplici luoghi differenti, non solo in Liguria. 

È questa una musica di grande qualità, oltre i generi, oltre i preconcetti e il diffonderla, oltre ad essere un dovere morale, trova motivazione nella certezza che potrà essere apprezzata da tutti quelli che posseggono un minimo di sensibilità.



Ho scambiato qualche parola con Marcella e Flavio…


Ciò che proponete è molto originale e difficile da etichettare: potete sintetizzare la vostra storia musicale e il percorso che avete realizzato per arrivare a questo secondo album, “Lupi d’inverno”?

Abbiamo un vissuto musicale differente ma entrambi non abbiamo preconcetti ed abbiamo cercato di frequentare vari ambienti e stili musicali. Nel tempo ci siamo avvicinati a diversi generi: musica antica, jazz, musica tradizionale popolare, musica ottomana e mediorientale, blues, world music, pop. Per lungo tempo ci siamo esibiti in duo, proponendo in acustico un repertorio di cover eterogeneo e Faffo aveva anche altri progetti in cui suonava la chitarra elettrica o il contrabbasso.

Il progetto “Quartelà” nasce nel 2012 proponendo da subito, in trio o quartetto, un repertorio originale. Dopo alcune variazioni di formazione viene presa la decisione di tornare alla formula originaria del duo e di avvalersi, a seconda delle occasioni, della collaborazione di diversi musicisti.

Quando abbiamo iniziato a pensare a “Lupi d’Inverno” potevamo già disporre di alcune canzoni che non avevano trovato spazio in “Canto di Migranti”, il nostro primo album, inoltre ne avevamo molte altre in lavorazione. Pertanto, era solo questione di scegliere quali brani inserire nella scaletta.


Nel disco dimostrate una buona tendenza all’autarchia: necessità o credo profondo?

Ci occupiamo di molte cose: arrangiamenti, produzione, registrazione (e ci siamo anche auto-scattati le foto del CD). In alcuni brani Faffo suona quasi tutti gli strumenti. Però è anche vero che ci sono tante collaborazioni: sono presenti 12 musicisti ed alcuni brani non portano solo la firma Bertuccio/Cortese.

Senz’altro tutto parte da un’esigenza interiore, poi, pur non escludendo un poco di mania del controllo, per alcune cose abbiamo fatto di necessità virtù, visto il periodo in cui stiamo vivendo.


Qual è l’anima del progetto, il messaggio che vi ha motivato verso la creazione dei vari episodi?

Da qualche anno a questa parte stiamo scrivendo con una certa regolarità. Comporre e scrivere è diventata una necessità sulla quale cerchiamo di lavorare costantemente. Ci siamo attrezzati di un piccolo ma discreto studio di registrazione in modo da poter produrre in libertà ed autonomamente. Poi, quando ci sembra il momento giusto, scegliamo una manciata di canzoni e le pubblichiamo.


Esiste una concettualità, un fil rouge che lega i brani di “Lupi d’inverno”?

Il nostro primo cd, “Canto di Migranti”, è una sorta di concept album. Tratta di persone che, nel nostro pianeta, si sono spostate e si stanno spostando per indole, tradizione o necessità.

In “Lupi d’Inverno” il criterio di scelta è stato più musicale che tematico-concettuale. Ne è risultata una scaletta di brani molto diversi tra loro, sia dal punto di vista del genere musicale che da quello testuale.

L’album è dedicato alle nostre madri, Maggiorina e Vera, mancate alcuni anni fa, alle quali si ispirano rispettivamente i brani “Il labirinto di Maggio” e “Il vento e la ginestra”.


Il dialetto che utilizzate (che nel booklet viene tradotto!) non è il solo idioma proposto, ma è miscelato all’italiano, all’inglese e troviamo persino una spruzzata di tedesco: da dove nasce il bisogno di diversificare la lingua?

Oltre al significato delle parole, pure il suono delle parti cantate è importante, come la scelta degli strumenti, quindi cerchiamo di porre attenzione anche a questo. La canzone cantata in dialetto piuttosto che in italiano o in inglese ha colori decisamente diversi (nota: nel caso specifico “Sushi e Krauti” è una specie di grammelot per sdrammatizzare ed ironizzare un po’).


Anche musicalmente parlando le variazioni sul tema sono molte, con una dimostrazione da parte vostra di grande conoscenza e competenza, ma… qual è il vostro genere di riferimento, quello da cui siete partiti e a questo punto del percorso come definireste la vostra musica per presentarla a chi non ha mai avuto occasione di ascoltarla?

In effetti non abbiamo un genere specifico di riferimento. Adoriamo la musica corale, la classica, il blues, il jazz, le musiche tradizionali popolari, il rock, il progressive, la world music etc. etc…

Possiamo affermare di avere la fortuna di riuscire ad apprezzare e di poter godere di tutta la buona musica. Probabilmente, nelle nostre composizioni riaffiora un po’ di tutto questo, ma alla fine sono semplicemente canzoni, anche se a volte insolite. Potremmo definirla musica popolare d’autore oppure “folk-prog-world-mist-mediterranean-nordsudestovest medioriental-blues-boh”.


Con quale criterio avete scelto i collaboratori?

Come per “Canto di Migranti” anche per “Lupi d’Inverno” abbiamo potuto decidere gli arrangiamenti in piena libertà. Quindi, in base all’arrangiamento e gli strumenti scelti, abbiamo invitato i musicisti che stimiamo e con i quali abbiamo piacere di lavorare.

Affidare il missaggio a Marco Canepa (che poi ci ha anche indirizzati per il master) era un sogno nel cassetto. Ha fatto un lavoro straordinario, inoltre è una persona meravigliosa. Anche la grafica di Laura Bagliani è stata una scelta basata sul criterio di stima (e   di amicizia). Il liutaio Antonello Saccu si occupa dei miei strumenti acustici a corda da parecchi anni.

Tra i dieci brani, come accennato, uno è in lingua inglese e ripropone un testo di Emily Dickinson: da dove nasce la scelta?

Quando scrissi la musica di “My life had stood” mi piaceva così tanto che pensai che non saremmo stati in grado di scrivere delle parole altrettanto belle. In quel periodo ero molto interessato a Emily Dickinson e stavo leggendo un libro di sue poesie, quando lessi quella che comincia con “My life had stood…” mi accorsi subito che calzava a pennello con la melodia che avevo scritto.

Mi incuriosisce anche la chiusura, “Maddalena”, un testo magnifico…

“Maddalena” è un brano ambizioso. Dal punto di vista musicale ci sarebbe piaciuto poter registrare un coro di 30 voci ed un’orchestra d’archi, ma nell’attuale situazione sanitaria non è stato possibile. Abbiamo quindi risolto con sovraincisioni. Per quanto riguarda il testo, ricordo che con Luciana Guido parlammo dei Vangeli apocrifi perché volevo scrivere un testo su quello di Giuda per una canzone che invece diventò tutt’altra cosa. Nel frattempo, avevo finito di comporre un brano dal titolo provvisorio “I don’t know why”, per il quale avevo solo poche parole di testo. Luciana mi fece leggere sei monologhi che aveva scritto e che sarebbero poi diventati lo spettacolo teatrale “Sei donne” (nel quale ha recitato Marcella). Attinsi a piene mani dal monologo intitolato “Maddalena” e ne è venuto fuori un brano che dura oltre 9 minuti (che poi è anche diventato la musica dello spettacolo teatrale).


Nella speranza che l’emergenza sanitaria volga al termine, avete progettato momenti di presentazione o concerti per l’immediato futuro?

Ci stiamo pensando ma, siccome vorremmo presentarlo con una formazione di 6 o 7 elementi, dobbiamo ancora valutare.


Un’ultima cosa. C’è un tormentone nel vostro disco che mi è rimasto dentro e che richiede almeno una spiegazione chiara: chi è l’asina con la corona? Il connotato femminile potrebbe ingannarmi!

Lo spunto per scrivere questo brano mi è stato fornito da una Sindaca che ho avuto modo di conoscere, ma Marcella dice che non posso fare nomi…


I Quartelà sono:

Marcella Cortese: canto

Flavio “Faffo” Bertuccio: chitarre, altri strumenti, canto

 


BIOGRAFIA SINTETICA


Quartelà nasce nel 2012 da un’idea di Marcella Cortese e Flavio “Faffo” Bertuccio.

Dopo alcune variazioni di formazione viene presa la decisione di tornare alla formula originaria del duo e di avvalersi, a seconda delle occasioni, della collaborazione di diversi musicisti.

Marcella e Faffo negli anni hanno esplorato vari generi musicali (musica antica, musica tradizionale popolare, jazz, rock-blues, pop) per arrivare al progetto attuale: un repertorio su un impianto essenzialmente acustico di canzoni originali dal sapore mediterraneo con echi di Nord America e Medioriente, di Brasile e Portogallo, di tango e di musica classica, di jazz e progressive. Per i testi viene spesso utilizzato il dialetto ligure.

I Quartelà hanno pubblicato il loro primo CD “Canto di Migranti” nel 2018. Nell’aprile 2021 è uscito il loro secondo CD “LUPI D’INVERNO”. In entrambi i CD si sono anche occupati di arrangiamenti, produzione, registrazione e fotografie.

https://www.facebook.com/Quartela/

 




lunedì 24 maggio 2021

Paul McCartney nella Piazza Rossa, 24 Maggio 2003


Paul McCartney, Piazza Rossa, Mosca, 24 maggio 2003

Il Moscov Times ci scherzò sopra, parlando della nuova sigla artistica Lenin-McCartney.
Nel 2003, i due vecchi rivoluzionari, Lenin e Lennon, se n’erano ormai andati ed era scomparsa anche l’Unione Sovietica cantata da McCartney in “Back in the USSR” durante gli anni della guerra fredda .
Vivi e vegeti sembravano invece essere i Beatles, al cui repertorio McCartney attinse ampiamente durante il suo primo concerto in terra russa.

Da anni volevo suonare in Russia, ma con i comunisti al potere non avevo mai potuto farlo”, spiegò McCartney nell’annunciare il concerto. “Non ci sono mai stato neppure da turista, quindi trovo esaltante la prospettiva di suonare Back in the USSR e tante altre canzoni davanti a gente che credo non veda l’ora di ascoltarle”.

Per quanto non ufficialmente proibiti, nella vecchia Unione Sovietica i dischi dei Beatles erano molto difficili da reperire. Solo nel 1988, quando le relazioni con l’Occidente avevano cominciato a sgretolarsi, McCartney poté pubblicare per il mercato russo Choba B CCCP  (ovvero Back in the USSR), una raccolta di classici del rock and roll.
La passione di McCartney per la Russia e la sua gente venne ricompensata il 24 maggio 2003, quando una folla di ventimila persone si radunò nella Piazza Rossa per una delle ultime date della lunga tournèe mondiale dell’ex Beatle. Grida di “Will love you, Paul”, riempirono l’aria a pochi metri dalle tombe di Lenin e Stalin.
Inutile dire che un simile accostamento fra sacro e profano aveva suscitato qualche polemica.
Prima del concerto McCartney si era recato al Cremlino per un colloquio privato col presidente russo Vladimir Putin, il quale gli aveva confidato che i Beatles erano stati “ un soffio d’aria fresca, una finestra aperta sul mondo”. Poiché Putin non avrebbe potuto essere presente al concerto serale, “Macca” improvvisò una versione di Let It Be, poi spiegò che era bello poter essere in una terra così piena di spiritualità: ” Ho sempre immaginato che la gente di qui avesse un cuore grande. Ora so che è vero”.

Ma McCartney aveva alle spalle una parete piena di grandi schermi su cui scorrevano immagini dell’epoca d’oro dei Beatles. Aprì il concerto sulle note di “Hello Goodbye” e lo chiuse, una trentina di canzoni dopo, con un medley di “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “The End”.
Suonò anche “Back in the USSR”. Due volte.

(Mark Paytress-"Io c'ero")








venerdì 21 maggio 2021

Bernardo Lanzetti - “Horizontal Rain”


Bernardo Lanzetti - “Horizontal Rain”,

Etichetta: SnV

Distribuzione Digitale: Believe

Distribuzione fisica (CD e Vinile): DV More/Disco Più Srl


È appena stato rilasciato il nuovo album di Bernardo Lanzetti, “Horizontal Rain” e proverò a delineare un quadro a mio giudizio complesso, che comprende la necessità del racconto oggettivo unita a quella del commento esterno, dove l’estetica e il posizionamento all’interno del panorama musicale non sarebbero elementi sufficienti, da soli, a delineare la grandezza di un contenitore musicale che si dipana via via con l’aiuto dell’autore, attraverso le sue note e un’intervista ad hoc.

Partendo dagli elementi certi fornisco il link utile ad ottenere informazioni sui singoli dettagli:

https://bernardolanzetti.blogspot.com/2021/05/horizontal-rain-il-nuovo-album-solista.html

Seguo con costanza il lavoro di Lanzetti ed ero a conoscenza del suo nuovo progetto, senza peraltro realizzarne la portata; ma è bastato un primo ascolto per decodificare i tanti messaggi che, nel tempo, mi erano arrivati e all’improvviso mi si è aperto un nuovo mondo.

Non esagero. In fondo, noi antichi amanti di certa musica, abbiamo nell’intimo una convinzione, quella di aver vissuto il momento d’oro della musica - periodo che non tornerà mai più -, così come è diffuso il pensiero che sarà impossibile scrivere cose nuove, che vadano in quella direzione, ma capaci di essere allo stesso tempo un miglioramento, una progressione. “Horizontal Rain” cancella ogni preconcetto e stereotipo di questo genere, collocandosi ad un livello superiore. Che poi a tutto ciò corrisponderà adeguata visibilità e condivisione è fatto sperabile, ancorché complicato.

Tanto per essere chiari, il nuovo album parte da un’esigenza ben precisa, contenuta nell’incipit:

Mi ero preparato per affrontare tutto nella vita ma non ero pronto per la Pioggia Orizzontale”


Ma qual è la “pioggia orizzontale” da cui l’autore non aveva pensato di doversi riparare?

Chiosa Bernardo: “Il non venire compreso o, addirittura, all’improvviso osteggiato dagli altri soggetti coinvolti in progetti dove il mio impegno convinzioni e aspettative erano al massimo…”.

Riannodo le fila della storia: se l’annuncio di un nuovo album di Bernardo Lanzetti portasse alla mente di qualche fan un tributo al blues o a Bob Dylan - tanto per citare episodi del passato -, beh, non è questo il caso.

Ma non è nemmeno utile alla comprensione immaginare un nuovo “VOX40”, sontuoso evento che, con nuova e consistente patina, nel 2013 riproponeva 40 anni di professione, una sorta di meraviglioso compendio musicale rivolto alla celebrazione del passato.

Qui siamo davanti ad un futuro illuminato - speriamo anche compreso - in cui la musica di qualità creata non è un “elemento perfetto” fine a sé stesso, ma diventa proposizione di una linea guida da seguire, unendo competenze tecniche a idee fresche e a messaggi importanti.

Dice Bernardo: “Non bisogna temere di osare, non bisogna avere paura del giudizio. Non siamo davanti al maestro di armonia ma cerchiamo di fare la storia partendo dal quotidiano e dal rispetto per i grandi del passato. Abbiamo bisogno di una musica che descriva e qualifichi la nostra epoca, vorrei che il mio lavoro preparasse più di qualcuno a raccogliere la sfida per un nuovo impegno artistico. La Musica non può essere solo intrattenimento così come le Belle Arti non possono essere solo decorazione! Penso che l’arte sia chiamata a un impegno superiore. Credo che abbia il compito e il dovere di fare delle cose per pungolare l’umanità, affinché cresca e si prepari per il futuro. L’artista prepara dei ponti, come l’architetto illuminato, progetta case, stazioni, aeroporti che possano affrontare il domani”. Potrebbero liquidarmi come cantautore ma per me scrivere una canzone è un esercizio elementare, come per un esperto di enigmistica fare le parole crociate facilitate. Un esercizio che è andato perduto, non c’è più poesia, solo elenchi di parole più o meno organizzate con il rimario. L’impegno nel suono e nel ritmo deve accompagnarsi a quello nella parola per una nuova e potente forma di comunicazione e di cultura”.

L’approccio è di tipo olistico, senza troppe dicotomie e distinzioni all’interno del concetto di arte, quello che Lanzetti “cavalca” a suo piacimento, tra musiche, liriche e immagini (sua è la figura mitologica del futuro ritratta in copertina, così come sono presenti suoi lavori pittorici nel booklet del CD, elaborato da Gigi Cavalli Cocchi).

Lanzetti è autore di tutte le musiche e delle liriche - tranne per due brani dove viene utilizzato il testo dell’amico P.J. Marmot -, degli arrangiamenti (assieme ad Andrea Cervetto, e Giancarlo Porro) e può vantare la collaborazione di una certa “nobiltà”, reperibile nei dettagli cliccando sul link succitato.

Per gli amanti del prog, di cui Lanzetti è alfiere, alcuni nomi faranno drizzare le orecchie, stimolando la curiosità.

La produzione è di Dario Mazzoli, che in un’occasione risfodera il basso e si unisce ai musicisti.

Trentotto minuti di sonorità variegate, suddivise su nove tracce, sono il menù di “Horizontal Rain”, un lavoro che racchiude differenti anime e trame che lo stesso Bernardo suddivide in categorie più o meno conosciute: si va dal Prog al Soul Rock, passando per il Pop e l’Avanguardia, planando sul Classix 2 B,  neologismo che non conoscevo e che fa riferimento a quei brani che suonano come dei “Classici” pur non assomigliando ad altri brani in particolare ma, piuttosto, al carattere o al percorso storico che li ha resi tali.


Proviamo a mettere su di un ideale “piatto” l’ipotetico “LP” e pigiamo il tasto “start”.

Apre il giro di giostra “Walk Away”, che propone il prestigio derivante da nomi altisonanti, quali David Cross (ex King Crimson), Jonathan Mover (GTR), Tony Franklin (già con Kate Bush e David Gilmour), Kim Chandler (già con Huriah Heep & Orchestra), Andrea Cervetto (Il Mito New Trolls) e Derek Sherinian (ex Dream Theatre).

È uno di quei brani che si possono inserire nella sezione “Prog”, sia per la strumentazione utilizzata, tipica del genere, sia per l’impiego di tempi composti che in quei componimenti non possono mai mancare.

La classicità e il modus struggente del violino di Cross giocano con una vocalità unica che domina e conduce, mentre i ritmi, difficili da decodificare per il profano, diventano il tappeto ideale per questa prima immagine, compresa tra sacralità sonora e teatralità debordante.

Segue “Heck Jack” e si cambia direzione, una deviazione rockettara che l’utilizzo dei fiati porta in terreno soul e in cui Tony Levin si trova a proprio agio (ma ci sarà qualcosa in cui non eccelle?).

Un pezzo più lineare che, estremizzando, diventa istigatore di dinamicità, una sorta di repertorio “primo Peter Gabriel” post Genesis, artista a cui Bernardo è spesso stato accostato.

Con “Lanzhaiku”, terza traccia, diventa imponente la presenza di David Jackson, che suona tutti i flauti e i sax, non escluso il baritono che addirittura sostituisce il basso elettrico.

Altro episodio di “sopraffino prog” governato a piacimento dai giochi di voci di Lanzetti che, estensione a parte, colora l’andamento della trama musicale e regala una manciata finale di secondi dal profumo “hammilliano”.

L’autore, a proposito degli aspetti lirici, aggiunge il suo pensiero: “La forma poetica dell’Haiku ben si adatta al tipo di composizione, minimalista ma con melodie sottintese e sognanti. Un esercizio da consigliare a colleghi strumentisti e cantautori.”

Bernardo ricorre al pop classico per affrontare un argomento “drammatico” in “Time Is King”: “Il Tempo corre, il Tempo scorre; a volte è solo un flash. Eccolo a plasmare lo Spazio nell’Universo ma, ti dico, facendomi scricchiolare le ossa… Il Tempo riempie ogni vuoto, non ci si può opporre, non c’è Democrazia. Nella finzione o nella verità, il Tempo è Re”.

Le atmosfere sono quelle tipiche del sound anni ’80: ipnotiche, ripetitive, a tratti distopiche, quasi dolorose e perfettamente funzionali al testo.

Genial!”  fa parte dei “classici a divenire”: sezione ritmica sugli scudi e l’elettrica di Marco Colombo che disegna motivi orientaleggianti e aiuta ad unire il rock all’etnia e alla world music.

Lanzetti fornisce un altro lato di sé, tra cantato e parlato/recitato, un eclettismo che, nel tempo, continua a stupire.

Della stessa sezione di competenza, evidenziata come “Classix 2b”, fa parte “Conventional”, brano che si distacca dal gruppo per classicità e bellezza estetica.

Si può etichettare una canzone dei nostri giorni con l’aggettivo “aulica”?

Melodia magica, fiabesca, testimonianza di come lo “strumento voce” sia padroneggiato senza confini da Lanzetti, che in questo caso è interprete di una proposizione che, come lui dice: “…potrebbe essere l’Aria di un’Opera leggera…”.

Ma la contaminazione è insita del progetto e la canzone viene stravolta da un tempo dispari in 7/4.

Mi sono chiesto in quale contesto sarebbe più adatta per essere divulgata e sono arrivato alla conclusione che la sua bellezza universale potrebbe mettere d’accordo ogni palato, ogni testa pensante e ogni animo sensibile.

Non ho ancora sottolineato l’ovvio, ovvero la lingua utilizzata, l’inglese, ma per chi bazzica la musica di Lanzetti non è certo un mistero, anche se ricorrere al nostro idioma può essere utile, come nel caso di “Ero un num Ero” - dal profumo palindromo - in cui la lingua italiana ne facilita la comprensione.

Lanzetti si dichiara molto fiero di un brano che definisce “avanguardistico” ed è lui stesso a delinearne i significati: “Come inquadrare un brano che ha i numeri nel testo e nella musica? I numeri sono quelli che tutti conosciamo dall’1 al 9, in quanto lo zero è solo una convenzione. Una progressione numerica casuale muove un dito su 1+8 tasti, conseguenti, sul manico della chitarra, di fatto dettando l’armonia. La melodia arranca mischiando le scale e, al finale liberatorio della storia, che può fare il coro se non cantare i numeri stessi?

Ritorno al rock con la title track, “Horizontal Rain”:

Ho imparato il linguaggio, sono stato al Nord e al Sud. Ho ballato da solo al buio e sono stato come dura roccia a un rave-party… Ho fatto il clown in un rodeo e sono stato nelle truppe d’assalto. Sono stato, addirittura, fidanzato con una donna avvocato! Conosco il ghigno del serpente e so guardarmi alle spalle. Insomma, avevo comperato l’intero pacchetto ma… NON ERO PRONTO PER LA PIOGGIA ORIZZONTALE!”.

Ma cosa accade, musicalmente parlando, quando siamo colpiti da una piaggia orizzontale, se intesa come movimento ed espressione inaspettata, a cui non siamo abituati, insomma, fuori da ogni schema e ortodossia?

Mi pare proprio questo il sentimento contagioso che deriva dall’ascolto di “Horizontal Rain” - sia la traccia che l’album -, e ciò che per l’autore ha rappresentato una forte delusione, ispiratrice del progetto, per l’ascoltatore attento potrebbe trasformarsi in un aiuto verso un nuovo approccio all’arte musicale.

A chiusura troviamo “Different”, che vede la collaborazione con la Compagnia Teatrale O.L.B.C. di Foligno. Anche in questo caso BL ci viene incontro ed esplicita: “La trama sviluppa ancora la divisione ritmica visionaria sperimentata, in precedenza, per Acqua Fragile assieme a Mover, ovvero suddividere e sommare i sedicesimi del tempo ritmico per produrre l’effetto ipnotico di un diverso, incessante, cambiamento.”

Il coro diventa parte essenziale e viene sottolineata l’importanza dell’elemento “voce” inteso come strumento, indipendente dalla sua funzione più conosciuta, un utilizzo che Lanzetti conosce bene e che dilata a piacimento, riuscendo sempre a fornire nuove sfaccettature.

Mi fermo qui e propongo a seguire una piccola e icastica intervista a Bernardo Lanzetti, un musicista che, pur essendo rappresentante importante di un periodo molto lontano, riesce ancora - e concretamente - a dare indicazioni per il futuro, allargando i propri orizzonti attraverso lo studio, la sperimentazione, la perlustrazione di mondi e culture differenti, traendo continui stimoli e motivazioni fortificanti del proprio credo, esempio di una filosofia di vita fuori dagli schemi, nel senso della lontananza dalla facilità espressiva e dalla convenienza.

Lanzetti mi riporta a Quentin Tarantino, al suo “Pulp Fiction” e alla protagonista Uma Thurman, che in una famosa scena, mentre disegna con le mani un immaginario rettangolo aggiunge: “Don’t be a square!”.

I numeri - e la geometria - che Bernardo usa a piacimento ci suggeriscono, anche, di non accontentarci di un ridotto uso della mente e ci spingono a non essere troppo inquadrati, optando per una esistenza un po’ più iconoclasta.

Ma molto più semplicemente possiamo decidere di ascoltare il nuovo album e scoprire che si può ancora fare della bella musica, che sia nutrimento per l’anima, non solo per il corpo.

L’immagine di “ex voce PFM”, ancora suggestiva, è stata ormai superata dalla dimensione di artista totale, e goderne i risultati appare oggi un privilegio che potrebbe estendersi facilmente… in un mondo sensato!



L’INTERVISTA

Per iniziare, da dove nasce - e quando - l’idea di un album così complesso e vario, sia nella proposta che nei protagonisti?

L’aver iniziato, già da un otto/dieci di anni, una collaborazione artistica a distanza con il batterista Jonathan Mover, mi ha permesso di ampliare gli orizzonti e osare in più direzioni. Dopo il VOX 40 ho pensato che fosse giunto il momento di creare una nuova piattaforma creativa prendendo in prima persona ogni decisione artistica e operativa.

Con che criterio hai scelto i collaboratori, che sono tantissimi? Bastano l’amicizia e il nome o hai riflettuto più a fondo sulla funzionalità rispetto alla creazione?

Strategico è stato Mover che, a sostegno della considerazione che ha per il sottoscritto, prima di registrare ogni brano che gli sottoponevo è sempre stato così preciso e accurato da spiegarmi la visione della ritmica che avrebbe realizzato. È con il suo entusiasmo e le sue conoscenze - non dimentichiamo che oltre a essere stato attivo con gli Skyline Studios di New York, trasferitosi a Los Angeles, da alcuni anni è socio agli “Swing House Studios”, è soprattutto uno dei batteristi americani più vicini al Prog - che sono potuto arrivare a coinvolgere gli altri strumentisti americani come Derek Sherinian o Tony Lane, britannico che però vive a Los Angeles. Il colpo maestro è stato avere a bordo Tony Levin. Poi, senza dubbio, David Jackson è stato scelto e chiamato appositamente per produrre il 70% del sound di “Lanzhaiku”. Ero sicuro che avrebbe amato suonare il sax baritono come sostituzione del contrabbasso ma anche suonare tutto il resto che avevo scritto per quel brano. David Cross, con cui avevo già cantato brani dei King Crimson al Festival Jazz di Fasano, era intanto diventato partner di Jackson in avventure d’avanguardia, così che non è stato difficile coinvolgerlo. Per gli italiani è stato facilissimo perché il tastierista Pier Vigolini e i chitarristi Marco Colombo e Andrea Cervetto già avevano lavorato con me a più progetti. Pier Gonella, sempre alla chitarra (classica e folk), Alex Polipo alla batteria e Sara Wilma Milani sono stati presentati da illustri colleghi mentre Alesia Baltach al violoncello e Kim Chandler -backing vocals- le ho conosciute in Jam Session a Marbella. La prima è estone e di estrazione classica mentre la seconda è australiana ma con esperienze in Inghilterra, agli Abbey Road Studios, oltre ad aver lavorato con gli Huriah Heep. Per rendere onore a Tony Levin, che suona lo stick nel brano “Heck Jack”, il produttore Dario Mazzoli ha voluto chiamare una vera sezione di fiati guidati e arrangiati dal titolato sassofonista Giancarlo Porro. Ecco così intervenire gli ottimi Carlo Napolitano al trombone e Marco Brioschi alla tromba. Franco Grandoni, oltre a essere il responsabile del gruppo teatrale O.L.B.C. di Foligno, molto attivo nell’ambito dei Musical, è anche un grande appassionato di Prog. Con entusiasmo ha chiamato i ragazzi della compagnia per registrare quel piccolo delirio corale in “Different”. In conclusione, posso dire che, per la quasi totalità del lavoro, ho avuto modo di ragionare brano x brano e agire di conseguenza.

Questo periodo di clausura forzato ha incrementato la tua considerazione sull’uso della tecnologia applicata alla progettazione di un lavoro discografico?

I vari lockdown non hanno influito sull’uso della tecnologia utilizzata nel progetto perché già da molto prima il superamento delle distanze geografiche e le modalità di registrazione erano consuetudine collaudata. A mio avviso, di quel Comitato Tecnico Scientifico così chiacchierato avrebbero dovuto far parte anche artisti e musicisti…

Restando in tema, “Horizontal Rain” potrà essere proposto in fase live, quando sarà consentito calcare nuovamente un palco?

Tutto è possibile ma ora occorre fare i conti con i concerti cancellati lo scorso anno e che hanno precedenza nel caso riaprano i calendari. Non posso escludere nulla, neppure inserire alcuni dei brani dell’album in progetti live paralleli.

Qual è la TUA “pioggia orizzontale”, quella da cui non avevi pensato di doverti riparare?

Il non venire compreso o, addirittura, all’improvviso osteggiato dagli altri soggetti coinvolti in progetti dove il mio impegno convinzioni e aspettative erano al massimo…

Hai utilizzato la lingua italiana in una sola occasione (“Ero un num Ero”): un argomento su cui volevi non ci fossero dubbi?

Questo brano è quello dove ho osato di più per cui ho pensato che usare la lingua italiana potesse facilitare la comprensione per gli italiani e aggiungere un che di “esotico” per gli stranieri. Vado fiero per la forma e il contenuto di questo testo.

Come si deduce dalla scheda di presentazione, “Horizontal Rain” non può essere ascritto ad un particolare genere ma rappresenta diverse versioni di Lanzetti: può considerarsi un sunto della tua vita artistica, tenuto conto che, oltre agli aspetti musicali, la tua “mano” incide, per la prima volta, nell’artwork, e quindi il disco diventa un contenitore in cui esprimi gran parte della tua diversificazione?

In precedenza, salvo rare eccezioni, ho sempre trovato che i musicisti impegnati all’ artwork dei loro album, in realtà non arricchivano l’opera ma in qualche senso, arrivavano a limitarla. Ora le regole e le convenzioni e le convinzioni esistono per essere superate...

Mi spieghi il significato dell’immagine di copertina?

L’immagine di copertina rappresenta “una figura mitologica del futuro”, la Musica Elettrica che affronta una pioggia magnetica orizzontale, senza paura di sacrificare la mitica chitarra per reggere l'urto disorientante e superare l’impatto con fermezza, coraggio ed energia.

In che formato - fisico e digitale - sarà disponibile “Horizontal Rain”?

Per ora CD fisico e Digitale in rete. Il Vinile in un prossimo futuro.

 

Tracklist:

01-Walk Away - 5:50 

02 - Heck Jack - 3:45 

03-Lanzhaiku - 3:33

04 - Time is King - 4:50

05 - Genial! - 3:00 

06 - Conventional - 4:17

07 - Ero un num Ero - 4:51

08 - Horizontal Rain - 5:08

09-Different - 4:31




mercoledì 19 maggio 2021

Tanti auguri a Pete Townshend



Compie oggi 76 anni Pete Townshend, nato il 19 maggio del 1945 a Londra.

Ispirandomi ad un’immagine trovata sul web, e rielaborata da Cristina Mantisi, ho scritto questa storia “immaginaria”, inserita un po' di anni fa nel book “Cosa Resterà di me?, scritto in collaborazione con Max Pacini.

Nella mia invenzione estemporanea ho descritto un possibile comportamento di Pete, nel corso del primo concerto dopo la scomparsa di Keith Moon.

Tanti auguri Pete!

Forse sarebbe stato un concerto come tanti, con mulinelli a gogò conditi dalle peggiori imprecazioni.
Aveva bevuto troppo prima di salire sul palco… da un pò di tempo era la regola.
La musica fluiva con regolarità, e la cascata di note sembrava mascherare chissà quale stato d’animo.
Non era mai stato così energico e allo stesso tempo assente… Pete.
Ogni accordo era ripetuto con ossessione, e il rock si era trasformato in un flamenco.
Sembrava sgorgassero i colori, muovendosi a ondate, ma erano tinte tendenti al buio più totale.
Lui stesso ne era investito, mentre dal suo corpo, radiografato da lastre di suoni, usciva tutto il suo malessere.
Guardò Roger, ma non fu rassicurato dalla sua presenza… non erano mai stati in vero accordo e lui, adesso, stava cercando la simbiosi totale.
Decise di continuare a saltare prima di girarsi ancora.
I colpi di basso elettrico gli ricordarono che su quel palco c’era la sua generazione… almeno John non l’avrebbe tradito.
Ma quanto tempo sarebbe ancora passato prima di voltarsi indietro? Forse un album intero?
Quando partirono i violini, e Baba volgeva al termine, trovò il coraggio per ruotare su sé stesso, sperando che nulla fosse cambiato, magari un sogno, un incubo, e nulla più.
Un ultimo salto, un ultimo FA maggiore e Pete incontrò la verità che cercava di allontanare. Era il 1978, forse novembre.
Cercò lo sguardo di un pazzo, gli occhi di un uomo dannato, la mano di un amico sicuro, e… niente di tutto questo.
Era tutto vero, Keith era partito per sempre e nessuno avrebbe mai potuto sostituirlo.
“Chissà se manca solo a me?”, provò a cantare Pete.
Quel palco era un vero inferno e mai più niente sarebbe stato come prima!

Airportman, band piemontese di lungo corso, per l’occasione rivisitò uno dei brani storici degli Who, “Behind Blue Eyes”, trasformandolo totalmente: la bellezza della musica è anche questa… ognuno può viverla e reinterpretarla secondo una visione personale che avrà il valore dell'unicità!