La genesi di un inno immortale nato
dall’incontro tra la poesia punk e il rock del New Jersey, tra l’attesa di una
telefonata e un’ispirazione improvvisa
Ci sono canzoni che sembrano esistere da sempre, nate da
un’alchimia così perfetta che è difficile immaginarle come il risultato di un
incastro fortuito. Eppure, la storia di Because the Night è
proprio questa: il racconto di un passaggio di testimone tra due giganti che,
nel 1977, si trovarono a condividere i corridoi degli studi Record Plant di New
York. Da una parte c'era Bruce Springsteen, nel pieno del tormentato
processo creativo di Darkness on the Edge of Town, e dall'altra Patti
Smith, la sacerdotessa del punk che cercava una nuova direzione per il suo
album Easter.
Il brano, inizialmente, era poco più di uno scheletro.
Springsteen aveva composto la melodia e il potentissimo ritornello, ma si era
arenato sui versi. Sentiva che quella traccia possedeva un’anima troppo
passionale e diretta per l’oscurità sociale che stava raccontando nel suo
disco. Fu il produttore Jimmy Iovine a fare da tramite, consegnando a Patti una
cassetta con quella demo incompiuta. Per settimane, la cantante lasciò quel
nastro a prendere polvere sulla scrivania, restia all'idea di incidere qualcosa
che non fosse interamente farina del suo sacco.
La magia accadde in una notte di solitudine e attesa. Patti
era nel suo appartamento, aspettando con ansia una telefonata da Fred
"Sonic" Smith, il chitarrista dei MC6 che sarebbe diventato l'amore
della sua vita. In quegli anni le comunicazioni a distanza erano rituali fatti
di orari precisi e lunghe attese vicino al ricevitore. Quella sera Fred era in
ritardo e Patti, per calmare l'irrequietezza e la nostalgia, decise finalmente
di ascoltare quella cassetta.
Mentre la melodia di Springsteen riempiva la stanza, le
parole iniziarono a sgorgare come un fiume in piena. In quella manciata di ore,
l'attesa per il suo uomo si trasformò in poesia universale: il dubbio della
solitudine che svanisce quando l'amore bussa alla porta, la notte che smette di
essere buio per diventare il regno dei desideri e dei peccatori. Quando Fred
finalmente chiamò, il testo era finito. Patti aveva preso l'energia grezza del
rock di Bruce e l'aveva nobilitata con la sua urgenza emotiva, creando un inno
capace di unire il sudore della classe operaia e il misticismo dei poeti
maledetti. Il risultato fu un successo travolgente che ancora oggi, a distanza
di decenni, risuona come la celebrazione definitiva della libertà che solo
l'oscurità e la passione sanno regalare.
The PoguestrA: una storia nata per unire, cresciuta per
restare
Ci sono progetti che nascono per necessità, altri per
intuizione, altri ancora per un bisogno collettivo che nessuno aveva ancora
messo a fuoco. The PoguestrAappartiene a tutte e tre queste categorie. Nel
2020, mentre il mondo si chiudeva in casa e la musica sembrava sospesa, Daniele
Rubertelli immaginava un modo per far suonare insieme persone lontane, unite
da una passione comune: i Pogues e l’universo poetico e sregolato di Shane
MacGowan. L’idea è semplice e radicale allo stesso tempo, quella di creare uno spazio
inclusivo dove chiunque, fan o musicista, potesse contribuire a una grande
orchestra diffusa.
Le prime “chiamate ai musicisti” sui social diventano subito
un piccolo fenomeno. Il primo video, Dirty Old Town, raccoglie sedici
partecipanti da quattro Paesi diversi. Poi il numero cresce, e con esso la
qualità delle produzioni.
Fairytale of New York arriva a coinvolgere
settantuno musicisti da tutto il mondo, compreso il coro inglese “The Include
Choir”, formato anche da persone con disabilità. È un momento in cui la musica
non è solo esecuzione: è comunità, respiro, resistenza.
A un certo punto accade ciò che nessuno avrebbe osato
immaginare: Spider Stacy, Jem Finer e James Fearnley, tre membri
fondatori dei Pogues, partecipano a due video ufficiali del progetto. È una
legittimazione inattesa, quasi un passaggio di testimone. E nel 2021, per il
primo anniversario, arriva anche un videomessaggio di auguri da Shane MacGowan:
un frammento di storia che diventa memoria condivisa.
Con il tempo, The PoguestrA smette di essere solo un progetto
online. Dal 2024 diventa una band vera, con un’identità scenica precisa:
energia folk-rock, poesia, spirito irlandese e un repertorio che intreccia
classici dei Pogues, brani della tradizione e composizioni originali destinate
a un album in arrivo.
La produzione originale non cerca di imitare i Pogues:
preferisce dialogare con quell’eredità, mantenendo un’impronta folk-rock ma
seguendo una strada propria, nutrita da ascolti diversi e da una sensibilità
collettiva che si è formata nel tempo.
La formazione attuale nasce da incroci, amicizie e
collaborazioni precedenti. Ognuno porta un pezzo di storia, e insieme
costruiscono un suono che è più della somma delle parti.
Le loro esperienze individuali - dai festival internazionali
ai progetti multimediali, dalle tournée europee ai concorsi di chitarra -
convergono in un’identità sonora energica, solida e profondamente legata alla
tradizione irlandese.
Nel corso degli anni la PoguestrA ha incrociato artisti di
grande rilievo: Cisco, Nandu Popu, Justin Adams, Elliott
Murphy, Jon Boden, Jury Lemeshev, oltre ai membri dei Pogues.
Ogni incontro ha lasciato un segno, ampliando la tavolozza del progetto.
E lo spirito inclusivo non è mai venuto meno: più di una
volta, durante i concerti, la band ha invitato sul palco musicisti e fan dei
Pogues, mantenendo vivo quel principio originario di apertura che ha dato vita
a tutto.
Il futuro? Una sintesi di tutto ciò che la PoguestrA è stata
finora: tributo, collettivo internazionale, band di brani originali. Un
progetto nato in un momento di isolamento che continua a generare connessioni,
musica e comunità.
Nota per il lettore
Per approfondire la storia, le scelte artistiche e
l’evoluzione del progetto, a seguire propongo un’intervista articolata che
entra nel cuore della PoguestrA e delle sue voci.
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Quali erano l’idea originaria e gli obiettivi culturali che
vi hanno spinto, nel 2020, a dare vita a The PoguestrA e a trasformare un
progetto nato in lockdown in una realtà internazionale?
L’obiettivo iniziale era quello di creare un progetto
musicale inclusivo, dove ogni fan dei Pogues potesse esprimersi e suonare
assieme ad altri fans e musicisti, celebrando le canzoni di questo gruppo cult.
In tal senso il lockdown ha creato un’opportunità di aggregazione che ha
alleviato, per molte persone, un momento difficile.
Come si è evoluto The PoguestrA dal primo esperimento
collaborativo online fino alle attuali esibizioni dal vivo in Italia e
all’estero.
C’è stata un’evoluzione importante dal primo video
collaborativo, sia per il numero di musicisti coinvolti che per la qualità
artisitica del “prodotto finito”. Il primo video, "Dirty Old Town",
ha visto la partecipazione di 16 musicisti provenienti da Italia, Olanda, Stati
Uniti e Regno Unito. Da quel momento in poi, il progetto è cresciuto
costantemente, raggiungendo sino a 71 partecipanti da tutto il mondo per il
video di "Fairytale Of New York" (in cui ha preso parte anche il coro
inglese “The Include Choir” in cui cantano anche persone con disabilità).
Quali elementi hanno reso così partecipate le vostre
“chiamate ai musicisti”, capaci di coinvolgere centinaia di artisti da tutto il
mondo.
C’è stato un primo evento importante dopo la pubblicazione
del primo nostro primo video, Dirty Old Town. Infatti, la leggenda del folk
inglese Peggy Seger, moglie di Ewan MacColl che è l’autore del brano, commentò
il video su YouTube dicendo che quella è stata la miglior cover dal brano mai
fatta. Successivamente, la notorietà del progetto è cresciuta molto, sia per i
consensi entusiastici da parte di alcuni media da Italia, Irlanda, Regno Unito
e Olanda, ma soprattutto per la partecipazione di alcuni nomi importanti della
scena folk rock internazionale, compresi i membri fondatori dei Pogues.
Che impatto ha avuto sulla vostra crescita la partecipazione
di membri fondatori dei Pogues ai vostri video ufficiali.
Questo è stato un vero e proprio sogno che è diventato
realtà. La partecipazione di Spider Stacy, Jem Finer e James Fearnley in due
nostri video ha dato a tutti noi un fortissimo stimolo. Direi che questa è
stata una vera e propria legittimazione del nostro progetto. Anche grazie a
questo fatto The PoguestrA è stata sull’home page del sito ufficiale dei Pogues
per molti mesi.
Cosa ha rappresentato per voi il videomessaggio di auguri
ricevuto da Shane MacGowan nel primo anniversario del progetto.
Beh, anche questo è stato qualcosa che mai ci saremmo
immaginati… eppure è successo. Ricordo ancora quando ricevetti il video di
Shane via Whatsapp… ero quasi incredulo… avrò visto quel videomessaggio almeno
una decina di volte, tra lo stupore e il divertimento (la situazione in cui è
stato registrato il video è piuttosto “insolita”).
In che modo integrate l’eredità musicale e poetica dei Pogues
con la vostra produzione originale destinata al prossimo album.
La nostra produzione originale, in realtà, non attinge
direttamente dal mondo dei Pogues e del folk-rock di matrice irlandese, anche
se non è escluso che si possano ritrovare alcuni elementi. Credo sia importante
per la nostra produzione originale mantenere una propria identità, che trae
ispirazione anche da altri ascolti e passioni musicali. Sicuramente, comunque,
ci piace mantenere un imprinting folk rock, anche per gli strumenti che
utilizziamo come la fisarmonica, il banjo, il mandolino e il bouzuki, oltre a
chitarra, basso e batteria.
Quali criteri guidano la scelta dei brani della tradizione
irlandese che rielaborate in chiave folk‑rock.
Abbiamo scelto di includere nei nostri concerti alcuni brani
della tradizione irlandese che magari gli stessi Pogues hanno, a loro volta,
interpretato. Oppure pezzi che sono particolarmente coinvolgenti. Tra questi
non mancano mai in programma “The Irish Rover” e “Whiskey in the jar”, per
citarne un paio.
Tra le numerose collaborazioni internazionali che avete
realizzato, quali incontri hanno influenzato maggiormente la vostra identità
artistica.
Ogni incontro ha avuto la sua importanza, anche per la
diversità dei vari contributi. Ci sono state collaborazioni musicalmente vicine
al mondo dei Pogues, oltre a quelle, “fondamentali”, dei membri fondatori degli
stessi Pogues, come nel caso di Cisco (fondatore dei Modena City Ramblers), Jon
Boden dei Bellowheads, artista folk rock molto noto in UK, e Lou McMahon una
delle voci più interessanti della nuova scena musicale irlandese. Altrettanto
interessanti sono state le collaborazioni con altri musicisti come Elliott
Murphy, Justin Adams, Yuri Lemeshev o Nandu Popu dei Sud Sound System. Ognuno
ha contribuito con un elemento artistico distintivo che si è integrato
perfettamente nel progetto.
Come si è formata l’attuale line‑up live e quali sensibilità
musicali porta ciascun membro all’interno del progetto.
L’attuale line-up live è nata sulla base di collaborazione e
amicizie precedenti. Daniele aveva già suonato in passato con Zac e Alberto nel
gruppo Animeamare, ma anche con Sandro e Bobo in altre circostanze. È stato
quindi piuttosto facile mettere assieme questa prima formazione per suonare dal
vivo. Claudio, il nostro batterista, si è unito in un secondo momento e c’è
stata subito un’ottima intesa.Tra tutti
noi c’è un comun denominatore che è la passione per il folk e folk rock
irlandese, e tutti siamo fans dei Pogues. Tra di noi ci sono comunque
sensibilità diverse, ad esempio c’è chi è più folk e chi più rock, chi ha
sviluppato tecnica virtuosistica nel suonare o esperienza nella composizione e
via dicendo. Tutte queste diversità sicuramente valorizzano il gruppo.
In che modo le esperienze pregresse dei singoli musicisti -
dai concorsi internazionali ai progetti multimediali, dalle band storiche alle
tournée europee - contribuiscono al vostro suono collettivo.
A parte il sottoscritto, che ha ripreso a suonare solo nel
2020, tutti i musicisti hanno moltissimi anni di esperienze musicali, e di
diverso tipo. Zac e Alberto, con quasi 35 anni di concerti in giro per l’Europa
nel gruppo Les Trois Tetons, assicurano energia e solidità nelle nostre
performance. Zac, oltre ad essere un ottimo performer sul palco, è autore di
molti brani con cinque dischi pubblicati per Les Trois Tetons. Bobo e Sandro, due
ottimi musicisti di grande esperienza, hanno sicuramente contribuito ad elevare
la qualità artistica delle nostre performances, aggiungendo elementi di
virtuosismo col banjo, mandolino e bouzuki. Anch’essi sono autori di canzoni e
musiche.
Quale direzione immaginate per il futuro di The PoguestrA: un
tributo evoluto, un collettivo internazionale, una band di brani originali o
una sintesi di tutte queste anime.
Abbiamo cominciato a lavorare su nostri brani originali che
intendiamo registrare, e che proporremo nei nostri concerti assieme al
repertorio di classici dei Pogues e alcuni tradizionali irlandesi. La creazione
di brani originali è un processo molto creativo e stimolante, e non è escluso
che possano esserci ospiti speciali anche in queste nostre canzoni che andremo
a registrare.
L’idea del collettivo internazionale resta sempre
potenzialmente aperta. Con il progetto The PoguestrA si sono create delle
collaborazioni “senza frontiere” (e, in alcuni casi, vere e proprie amicizie)
che sarebbe molto bello recuperare in futuro.
In piena coerenza con lo spirito di inclusione che ha
contraddistinto l’idea di base della PoguestrA (chiunque poteva partecipare nei
nostri video), in più di un’occasione durante i nostri concerti abbiamo accolto
sul palco altri musicisti e fans dei Pogues per suonare o cantare con noi. C’è
tutta la volontà di mantenere questo spirito di inclusione, che è sempre stato
uno dei valori portanti del progetto PoguestrA.
Non è la mia musica, e forse proprio per questo mi affascina.
Serge Gainsbourg appartiene a quella
categoria di artisti che si possono osservare anche da lontano, senza
appartenenza né devozione, come si guarda un passante che porta con sé
un’eleganza fuori tempo. Non serve condividerne il passo per riconoscerne la
grazia. E oggi, 2 marzo, la data della sua scomparsa, torna spontaneo
fermarsi un momento e riascoltare quel sussurro ironico che ha attraversato la
musica francese come una corrente sotterranea.
Gainsbourg nasce Lucien Ginsburg, figlio di un pianista russo
emigrato a Parigi. Cresce tra tele, odori di pittura e un pianoforte che sembra
più un compagno di sopravvivenza che uno strumento. La musica arriva quasi per
ripiego, come una via laterale per chi non si sente abbastanza bello per il
palcoscenico e nemmeno abbastanza docile per la vita ordinaria. La sua voce,
bassa e ruvida, non seduce: confida. E in quella confidenza c’è già tutto.
Negli anni ’60, mentre la Francia si lascia trascinare dallo
yé‑yé, Gainsbourg costruisce un mondo parallelo: orchestrazioni raffinate,
testi che giocano con il doppio senso, un erotismo che non ha nulla di esibito
e molto di letterario. Je t’aime… moi non plus è un piccolo
teatro dell’ambiguità, un dialogo tra desiderio e pudore che oggi, nell’epoca
dell’esibizione permanente, suona quasi timido.
Poi arrivano gli anni ’70 e con essi Histoire de Melody Nelson, un racconto in musica più che un album. Archi cinematografici,
groove funk, una voce che non canta ma narra: è qui che Gainsbourg diventa
davvero Gainsbourg, un autore che usa la canzone come un romanziere usa la
punteggiatura.
Negli anni successivi sperimenta tutto ciò che può: reggae,
elettronica, cinema, provocazioni televisive. A volte inciampa, spesso
sorprende, mai si ripete. La sua vita sentimentale - Bardot, Birkin, gli amori,
gli eccessi - diventa parte del racconto, ma non lo inghiotte. Rimane sempre un
passo indietro, come se osservasse sé stesso da un angolo della stanza.
Quando muore, il 2 marzo 1991, Parigi si accorge che
quel mormorio ironico e malinconico era diventato una parte del suo paesaggio
sonoro. La casa di Rue de Verneuil si riempie di graffiti e fiori: non un
culto, ma un gesto di gratitudine.
Oggi, in un tempo in cui la musica sembra spesso costruita
per essere consumata in fretta, Gainsbourg appare quasi un anacronismo. Non
cercava l’approvazione, non inseguiva il consenso, non si preoccupava di
piacere. E forse è proprio questo che lo rende attuale: la sua ostinazione a
essere sé stesso, anche quando non conveniva.
Non è la mia musica, dicevo. Ma è impossibile non riconoscere
il valore di chi ha saputo trasformare il disincanto in stile, la fragilità in
voce, la provocazione in linguaggio. E ricordarlo oggi, nel giorno della sua
scomparsa, significa semplicemente riconoscere che certi sussurri continuano a
farsi sentire anche quando il mondo intorno cambia ritmo.
Pubblicato il 1° marzo 1973 negli
Stati Uniti e distribuito nel resto del mondo nei giorni successivi
Prima di parlare del disco, vorrei ricordare un pomeriggio,
anni fa, quando “obbligai” i miei figli – all’epoca 12 e 15 anni, piena
preadolescenza – a non muoversi dal divano.
Molto democraticamente, annunciai che avremmo ascoltato The Dark Side of the Moon dei Pink Floyddall’inizio
alla fine, senza interruzioni. Loro mi guardarono con quell’espressione che
mescolava rassegnazione e affetto, ma accettarono la sfida. E la mia piccola
cattiveria educativa fu premiata, perché rimasero sorpresi di aver scoperto un
mondo che non si aspettavano. È la prova che certi album non invecchiano,
aspettano solo orecchie nuove da conquistare.
The Dark Side of the Moon, arrivato nei negozi americani il 1° marzo 1973,
è proprio questo, un disco che continua a trovare ascoltatori anche quando non
li cerca più. Non è un semplice album rock, ma un luogo mentale, un corridoio
emotivo in cui i Pink Floyd ti invitano a entrare con passo lento, quasi
rituale.
Fin dalle prime battute si capisce che non si tratta di una
raccolta di brani. Le tracce scorrono come un unico pensiero, un flusso
continuo che parla di tempo, fragilità, routine, ansie quotidiane. Temi
universali, trattati con una delicatezza che li rende ancora oggi
sorprendentemente attuali.
La forza dell’album sta nella sua capacità di essere intimo e
monumentale allo stesso tempo. Le melodie sono essenziali, quasi timide, ma si
aprono su paesaggi sonori vastissimi. Le voci non cercano mai l’effetto,
preferiscono la sincerità. Gli arrangiamenti non puntano al virtuosismo, tutto
è calibrato per far emergere un’emozione, non per mostrare tecnica.
C’è una malinconia sottile che attraversa l’intero lavoro, ma
non è mai cupa. È lo spleen di chi osserva la vita con lucidità, riconoscendone
le contraddizioni senza giudicarle. E quando arrivano i momenti più luminosi,
brillano davvero, come piccole rivelazioni.
Riascoltato oggi, The Dark Side of the Moon non ha
perso nulla della sua forza. Continua a sembrare un pensiero contemporaneo, un
disco che non pretende di dare risposte ma che riesce a farci porre le domande
giuste. Forse è per questo che, da quel 1° marzo 1973 che ne ha segnato
la nascita ufficiale negli Stati Uniti, non ha mai smesso di accompagnare
generazioni diverse - compresi due preadolescenti costretti sul divano, che
alla fine hanno capito perché valeva la pena restare lì.
Jon Andersonsi prepara a tornare sul palco nel Regno Unito dopo tre anni
di assenza, inaugurando una nuova serie di concerti che lo vedrà affiancato dai
Band Geeks, la formazione che lo accompagna stabilmente nei tour
americani.
L’ex voce degli Yes ha confermato una tournée che si svolgerà
tra settembre e ottobre, con sette date nel Regno Unito e due appuntamenti in
Svezia.
Il ritorno live segue i due acclamati show londinesi allo
Shepherd’s Bush Empire del luglio 2023, che avevano segnato il suo
riavvicinamento al repertorio storico degli Yes.
“Poter tornare nel mio Paese e condividere la musica degli
Yes insieme ai Band Geeks, che sono fan appassionati di questo mondo, è davvero
un sogno che si realizza”, ha dichiarato Anderson. “Sarà un’esperienza
speciale, da non perdere”.
Una band affiatata per un repertorio
iconico
Per questo nuovo tour europeo Anderson sarà accompagnato dai
Band Geeks, la stessa formazione che lo ha sostenuto nei più recenti tour
statunitensi e nella realizzazione dell’album True del 2024. Nel 2023,
invece, Anderson si era esibito con la Paul Green Rock Academy.
Quest’anno il 29 febbraio non c’è, eppure sembra
doveroso ricordare Davy Jones, morto
proprio quel giorno, nel 2012. Forse perché il 29 arriva così raramente,
le cose accadute in quella data restano un po’ più delle altre e continuano a
esercitare una specie di richiamo. Non serve vederle scritte per sentirle
arrivare, basta un pensiero, un’associazione, un frammento di musica, e quel
giorno “fantasma” si ripresenta da solo. E con lui torna inevitabilmente il
ricordo di Davy, della sua voce, del suo sorriso, di quella presenza scenica
così immediata e così gentile.
Davy Jones è stato molto più del volto dei Monkees,
anche se quel ruolo lo ha reso parte dell’immaginario collettivo. Prima ancora
era un ragazzo cresciuto nel teatro musicale, uno che sapeva cosa significasse
stare su un palco, come muoversi, come catturare l’attenzione senza mai
risultare invadente. Aveva una naturalezza che oggi sembra quasi d’altri tempi…
non cercava la spettacolarità, cercava il contatto. Cantava come se parlasse a
qualcuno in particolare, non a un pubblico indistinto. E questo lo rendeva
immediatamente vicino, familiare, quasi domestico.
Molti lo ricordano così, come un volto che ha accompagnato un
pezzo della propria vita, anche quando quella vita non coincideva affatto con
gli anni Sessanta. I Monkees sono stati riscoperti, riascoltati, riconsiderati,
e lui, con quel caschetto perfetto e quello sguardo ironico, è rimasto un
simbolo di un’epoca che non smette di tornare. C’è qualcosa di rassicurante
nella sua figura, come se rappresentasse una leggerezza che non è
superficialità, ma capacità di stare al mondo con un sorriso sincero.
Ricordarlo oggi, in un 29 febbraio che non esiste, ha un
sapore particolare. La sua scomparsa, avvenuta proprio in quel giorno raro,
sembra quasi un dettaglio narrativo, un’uscita di scena coerente con la sua
natura.
Forse è questo che rende Davy Jones così presente ancora oggi,
la sua capacità di tornare senza fare rumore, di riaffiorare quando meno te lo
aspetti, di restare legato a un giorno che non c’è ma che continua a parlarci.
Un piccolo paradosso del tempo, un modo tutto suo di ricordarci che certi
artisti non hanno bisogno di date per essere ricordati. Basta un pensiero, una
canzone, un sorriso che riaffiora.
Il percorso di Brian Wilson e la
ricerca di un suono universale tra tecnica e spiritualità
Spesso ascoltiamo un brano che ci colpisce nel profondo, lo
sentiamo corretto o emozionante senza riuscire a spiegarne il motivo, lasciando
che la bellezza scivoli via come un'impressione superficiale. È un peccato che
la maggior parte delle persone non riesca ad afferrare i dettagli tecnici e le
intuizioni geniali che si celano dietro la melodia: sono proprio quegli
ingranaggi invisibili a trasformare una semplice canzone in un’esperienza
trascendentale. Nel caso dei Beach Boys, questa profondità è il
risultato del sacrificio artistico di Brian
Wilson. Nella metà degli anni Sessanta, egli scelse di abbandonare i
tour per rifugiarsi negli studi di registrazione di Los Angeles, spinto dal
desiderio di superare i confini della musica commerciale dell'epoca.
Influenzato dalle tecniche di produzione di Phil Spector e dalla crescente
competizione artistica con i Beatles, Wilson trasformò la sua fragilità
psicologica in una risorsa creativa senza precedenti. Fu proprio in questo
clima di isolamento e ricerca che prese forma God Only Knows, un
brano che segnò il passaggio definitivo della band dalle tematiche spensierate
del surf alla complessità introspettiva dell'album Pet Sounds.
Il cuore della composizione risiede nella sua instabilità
tonale, un dettaglio tecnico che spesso sfugge ma che determina l'intera
atmosfera del pezzo. Mentre la maggior parte delle canzoni pop si poggia su
accordi solidi e riconoscibili, Wilson scelse di utilizzare costantemente le
inversioni degli accordi. In termini pratici, questo significa che la nota più
bassa suonata dal basso non è la nota fondamentale, ovvero la base naturale e
il pilastro dell'accordo, ma un'altra nota della scala. Per visualizzarlo senza
tecnicismi, è come se un edificio, invece di poggiare su fondamenta ampie e
piatte, fosse costruito in equilibrio su un solo vertice: l'armonia rimane
corretta, ma genera una sensazione di galleggiamento e di costante sospensione.
L'orecchio non trova mai un punto di "atterraggio" sicuro,
riflettendo perfettamente il testo di Tony Asher che esplora la dipendenza
emotiva e il dubbio esistenziale.
L'orchestrazione si distacca dai canoni del rock per
abbracciare una strumentazione quasi cameristica, figlia della visione di
Wilson che considerava lo studio di registrazione come uno strumento musicale a
sé stante. Oltre alla sezione ritmica dei Wrecking Crew, il brano vede
l'impiego di un corno francese, di un clavicembalo e di una sezione di archi,
legati tra loro da un uso sapiente dei riverberi naturali. La ricerca timbrica
si spinse oltre gli strumenti tradizionali, includendo oggetti quotidiani per
ottenere tessiture sonore inedite: l'uso di percussioni atipiche, come i
campanelli da slitta e persino il suono di bottiglie o bicchieri di plastica
percossi, serviva a riempire lo spettro acustico con frequenze che gli
strumenti standard non potevano coprire. La traccia fu registrata in modo
modulare: prima la complessa base strumentale e, solo in seguito, le
stratificazioni vocali affidate a Carl Wilson, la cui interpretazione limpida
evita ogni enfasi superflua per lasciare spazio alla purezza della melodia.
Il finale della canzone è un esempio magistrale di
contrappunto che chiude il cerchio di questa sperimentazione. Invece di una
conclusione lineare, le voci dei membri della band si sovrappongono in un
canone, ripetendo il titolo del brano in tre linee melodiche distinte che si
intrecciano senza mai scontrarsi. Questa costruzione sonora non serve solo a
stupire l'ascoltatore, ma simboleggia l'infinità del sentimento descritto. La
struttura non si risolve in una chiusura netta, ma sfuma lentamente, lasciando l'impressione
che quella trama di voci possa continuare senza fine, oltre i limiti del
supporto fisico del disco. È la dimostrazione che, quando si impara a guardare
sotto la superficie di un brano simile, si scopre un mondo di precisione quasi
matematica messo al servizio dell'emozione pura, elevando la canzone a standard
immortale della musica moderna.
Compie gli anni Mal, pseudonimo di Paul Bradley Couling, nato il
27 febbraio del 1944, cantante britannico naturalizzato italiano.
Quando mi avvicinai alla musica,
attorno agli otto anni, una delle prime canzoni che casualmente ascoltati fu “Yeeeeeeh!”,proposta dai Primitives, la band in cui militava Mal.
A scovarli in piena era beat a Soho
furono Alberigo Crocetta (proprietario del famoso Piper) e Gianni Boncompagni,
che decisero di scritturarli e di portarli in Italia, dove le abitudine musicali
erano molto diverse, e non si era mia visto e ascoltato niente di simile.
“Yeeeeeeh!” fu il primo
singolo dei Primitives e fu rilasciato nel 1967, nel pieno dell’era beat, e
fece da apripista per i gruppi al contorno.
L’argomento era ovviamente “l’amore”,
ma l’accento inglese di Mal caratterizzò il brano in lingua italiana e ancor
oggi, a distanza di lustri e dopo tanti anni passati nel nostro paese, il suo “cantato”
presenta il mix tra la lingua di Albione e quella italica.
Ho scoperto da poco che quella che
credevo fosse l’esclusiva di “Mal dei Primitives” in realtà è la versione
italiana di “Ain’t Gonna Eat Out My Heart Anymore”, degli Young Rascals, del 1966.
La trasposizione fu curata da Sergio
Bardotti e Luigi Tenco, in un’epoca in cui i brani creati oltreoceano e oltremanica
venivano saccheggiati a mani basse senza neanche chiedere il permesso. A quei tempi era possibile.
A conferma del successo della band esce
nello stesso anno il film “I ragazzi di Bandiera Gialla”, in cui si trova una sorta di
video-interpretazione della canzone, con abiti e comportamenti in linea con ciò
che arrivava soprattutto dall’Inghilterra.
Ma ci sono altre versioni consigliate
e più moderne.
La prima è quella dei Divinyls,
roccheggiante e risalente al 1993…
Ma la più gustosa è la cover di Mike Patton per il suo progetto Mondo Cane,(tributo ai classici della melodia italiana):
sentire e guardare un americano che imita un inglese, che storpia l’italiano, è
veramente un momento unico!
L'evoluzione del rock psichedelico
tra tradizione e sintesi digitale
Tutto è iniziato dalla segnalazione di un amico. Spesso le
scoperte musicali più autentiche arrivano così, attraverso un passaparola che
scavalca gli algoritmi. Approcciarsi agli Altın Gün significa immergersi in un
ponte sonoro che collega la psichedelia di Amsterdam alle polverose strade
dell’Anatolia, un viaggio che dal primo ascolto cattura per la sua capacità di
rendere contemporaneo un passato lontano.
La storia degli Altın Güninizia nel 2016 ad Amsterdam, non per un legame
di sangue con la terra turca, ma per l'intuizione di Jasper Verhulst. Il
bassista, dopo un tour a Istanbul, rimane colpito dalle sonorità del rock
anatolico degli anni Settanta, un periodo in cui artisti come Selda Bağcan,
Barış Manço ed Erkin Koray fondevano il folklore locale con la psichedelia
occidentale. Attraverso un annuncio sui social network, Verhulst riesce a
riunire un collettivo capace di rileggere quel repertorio, trovando in Erdinç
Ecevit Yıldız e Merve Daşdemir le voci e la sensibilità culturale
necessarie per dare credibilità al progetto. Il nome scelto, che in turco
significa "Giorno d'oro", richiama le tradizionali riunioni
conviviali e segnala fin da subito un intento di celebrazione collettiva della
memoria musicale.
Il debutto discografico avviene nel 2018 con On,
un album che definisce i binari estetici del gruppo: un mix di ritmi funk,
chitarre wah-wah e organi analogici che sostengono il suono del bağlama, il
liuto a manico lungo tipico della tradizione turca. L'anno successivo, con Gece,
la band ottiene una nomination ai Grammy nella categoria Best World Music
Album, consolidando una reputazione internazionale costruita sulla capacità di
trasformare brani popolari in tracce adatte ai club europei. La produzione non
si limita a una sterile operazione di recupero, ma evolve verso soluzioni
tecniche più complesse, come dimostrato in Yol del 2021. In
questo lavoro, influenzato dalle limitazioni del lockdown, il gruppo introduce
drum machine e sintetizzatori come l'Omnichord, spostando il baricentro sonoro
verso un synth-pop sognante e suggestivo che strizza l'occhio agli anni
Ottanta.
Il percorso della band ha subito recentemente un cambiamento
significativo nella formazione. Merve Daşdemir, voce femminile e figura
centrale dell'estetica visiva del gruppo, ha lasciato il progetto nel 2024,
portando a una ristrutturazione degli equilibri interni che oggi vede il gruppo
muoversi come quintetto. Nel nuovo album del 2026, intitolato Garip,
la direzione musicale sembra orientarsi verso un approccio più essenziale e
"terrigno". Il disco è interamente dedicato alle composizioni di Neşet
Ertaş, un'icona della musica folk anatolica, e vede Erdinç Ecevit Yıldız
assumere il ruolo di unico vocalist principale, affiancato dalla sezione
ritmica di Jasper Verhulst e Daniel Smienk, dalla chitarra di Thijs
Elzinga e dalle percussioni di Chris Bruining.
Gli arrangiamenti di quest'ultima fatica discografica,
arricchiti in alcuni passaggi dagli archi della Stockholm Studio Orchestra,
mantengono la tensione psichedelica ma mostrano una maturità tecnica che
privilegia la profondità del suono rispetto all'impatto ritmico immediato.
Questa evoluzione completa una discografia che, dal funk di On e dalla
saturazione elettrica di Aşk(2023), approda a una sintesi
contemporanea dove il bağlama elettrificato e i sintetizzatori dialogano con la
storia, confermando gli Altın Gün come interpreti colti di un'eredità in
continua trasformazione.
Struttura e produzione
La solidità del progetto poggia su una formazione che
mantiene il nucleo strumentale originario, centralizzando la componente vocale
e la ricerca sonora attorno alle tastiere e alle corde di Erdinç Ecevit Yıldız.
La produzione discografica riflette questa progressione:
Formazione attuale: Erdinç Ecevit Yıldız (voce,
sintetizzatori, bağlama), Jasper Verhulst (basso), Thijs Elzinga (chitarra),
Daniel Smienk (batteria), Chris Bruining (percussioni).
Discografia essenziale: On (2018), Gece
(2019), Yol (2021), Aşk (2023), Garip (2026).
Questo articolo nasce da una intervista realizzata
con Luciano Boero, bassista e
protagonista del progressive italiano con la Locanda delle Fate, e si inserisce
in un progetto editoriale più ampio dedicato all’evoluzione della tecnologia
applicata alla musica. L’obiettivo è raccontare come la sua carriera abbia
attraversato tre stagioni distinte, segnate da un diverso equilibrio tra
creatività artistica e impronta tecnica.
Per chi ha vissuto la musica come progetto collettivo e
visione artigianale, il rapporto con il produttore non è mai neutro. Boero lo racconta con lucidità: in Forse le lucciole…,
l’album d’esordio, il gruppo portò in studio un lavoro già definito nei minimi
dettagli. 90% opera del gruppo, 10% traduzione tecnica. Tutto era già stato
provato, registrato, pensato in cantina: esecuzioni, volumi, timbri, effetti.
Il produttore Niko Papathanassiou suggerì semplificazioni, ma furono ignorate.
Il tecnico Davide Marinone, invece, seppe trasformare in pratica i desideri del
gruppo, senza sovrapporsi.
Ezio Vevey: il produttore invisibile
In Homo homini lupus, l’altro album della
Locanda, la figura di Ezio Vevey, altro pilastro della Locanda, emerge come produttore “fantasma”:
presente, decisivo, ma mai protagonista. L’album era una sua idea, ma non
lavorava per sé stesso. Parlava sempre al plurale: “La Locanda”, mai “Io”.
Un approccio raro, quasi artigianale, dove l’ego lascia spazio alla visione
collettiva.
Scelte, errori e inversioni
Non tutte le decisioni produttive si rivelano vincenti. Il
singolo New York/Nove Lune, pensato per essere più accessibile,
fu un compromesso che non funzionò. A volte, il tentativo di essere
“commerciali” tradisce la natura del progetto. E con il senno di poi, la scelta
più controversa fu proprio quella che non ha pagato.
Psicologi o giudici?
Il ruolo del produttore varia. In Forse le lucciole…,
fu un giudice critico, non un confessore. In Homo…, invece, Vevey si
trasformava in alleato emotivo: incitava, correggeva, si esaltava. Durante la
registrazione de Il lato sporco di noi, arrivò a dire che quella
era la miglior parte di basso mai registrata da Boero.
Quando il suono non è tuo
Un episodio emblematico: la batteria dello studio, settata
per la Disco, produceva timbri cupi e smorzati. Non era il suono della Locanda.
Giorgio Gardino, batterista del gruppo. rifece le parti, cercando una timbrica più coerente con la loro
musica. È lì che si capisce: quel suono non è tuo, è dello studio.
Delay, non plugin
Se c’è una tecnologia senza la quale il sound della Locanda
non sarebbe esistito, è l’effetto eco (delay). Non un plugin, non un preset. E
se si potesse riportare in vita un hardware analogico, sarebbe l’Echorec della
Binson, favoloso per voci e strumenti. Per il basso, la testata valvolare SVT
Ampeg degli anni ’70, con pedali di volume e compressore.
Originalità vs. miglioramento
Un amico disse: “Il meglio è contrario del bene”. Una frase
che torna utile anche in studio. Cercare l’originalità a tutti i costi può
portare a opere discutibili. A volte, migliorare significa non stravolgere.
E il sound nasce più dalla coerenza che dalla sorpresa.
L’errore delle band indipendenti
Il problema più comune? Scarsa qualità del suono. Scene
chiuse, strumenti che non emergono, timbriche sbilanciate. Un tecnico esperto
lo eviterebbe subito. Ma nell’autoproduzione, il rischio è alto: senza una
visione sonora chiara, il brano perde forza narrativa.
Luciano Boero oggi non è più parte della Locanda delle Fate,
ma la sua voce resta nitida. Non solo nel basso, ma nel modo in cui racconta la
musica: come spazio condiviso, come memoria tecnica, come scelta consapevole. E
in ogni eco, c’è ancora un frammento di quella cantina.
Un’analisi dell'opera amAI? tra
musica sperimentale e ricerca umanistica
L'ultimo progetto di Davide
>DeaR< Riccio, intitolato significativamente amAI? / Ake Moke Reke, si pone come un
punto di intersezione tra la sua lunga carriera nel sottobosco sperimentale
torinese e una riflessione contemporanea che, fin dal titolo, sembra
interrogare il rapporto tra l'emotività umana e le nuove frontiere
dell'intelligenza artificiale. Pubblicato il 30 gennaio 2026 dall'etichetta
Music Force, il disco nasce dalla sinergia con MaaS (Mauro Sanna), musicista
impegnato nella sperimentazione con l'AI. L’opera giunge dopo anni di intensa
attività editoriale e discografica, inserendosi in un percorso artistico che ha
sempre evitato etichette rigide, restando fedele a una visione personale e
multidisciplinare.
La struttura dell'album si articola in nove tracce che
compongono un mosaico di citazioni colte e stati d'animo esistenziali. L'apertura
affidata a Capo Chimera richiama immediatamente le coordinate New Wave,
con una ritmica elettronica definita e un cantato controllato che conferma la
capacità di Riccio di scrivere linee vocali dirette senza rinunciare alla
profondità. Con Anche io in Arcadia, il clima si fa più rarefatto:
atmosfere spaziali accompagnano un cantautorato essenziale, dove ogni parola
sembra misurata con cura, riflettendo la formazione saggistica e la passione
per la storia dell'arte dell'autore.
Un nucleo centrale dell'opera appare dedicato alla fragilità
dell'individuo e alla difficoltà della creazione. Mentre Valentina si
apre a una dimensione più luminosa e pop, il lato più intimista affiora in Anima
nuda, costruita su un andamento minimale che lascia spazio al testo, vero
fulcro del brano. Questa tensione tra l'iper-connessione tecnologica e il
nichilismo emerge in tracce come Weltschmerz - che recupera suggestioni
disco anni '80 contaminate da umori post-punk - e Shigata Ga Nai, che
sposta lo sguardo verso un Oriente evocato dalle liriche, pur mantenendo una
sensibilità profondamente italiana.
L'energia della chitarra torna protagonista in Sindrome
della pagina bianca, evidenziando una scrittura più diretta in un
territorio in cui Riccio si muove con naturalezza fin dagli esordi con gruppi
come i Canned Music. Il disco si chiude con @, una suite di quasi sette
minuti dove l'elettronica accompagna un parlato denso sulla fragilità del
pianeta e il percorso autodistruttivo della specie umana, unendo la ricerca
scientifica alla divulgazione culturale che ha caratterizzato la carriera dell'autore.
In definitiva, amAI? si presenta come un lavoro denso,
dove la musica diventa lo strumento per legare tra loro le diverse anime di un
autore che rifiuta le categorizzazioni schematiche. L'opera non pretende
risposte definitive, ma preferisce muoversi nel territorio delle domande sulla
tecnologia e sul rapporto con l'uomo, confermando Riccio come una delle voci
più originali e meno inclini al compromesso della scena piemontese.
La nona tappa del viaggio nel rock degli anni Settanta
alla Stella Maris, all’interno del corso realizzato per UniSavona,
ha confermato, ancora una volta, quanto questo percorso sia diventato un
appuntamento atteso, partecipato, quasi rituale. La sala, gremita ben prima
dell’inizio, ha sempre quell’energia particolare che si crea quando il pubblico
non è soltanto presente, ma predisposto: occhi accesi, sorrisi larghi, la
voglia di ascoltare, ricordare, scoprire. Almeno, è questa la mia
impressione!
Il tema del giorno - i miti del rock ’70 - era di
quelli che non lasciano scampo. Una scaletta fitta, densa, costruita come
sempre - negli intenti - con equilibrio tra icone assolute e figure meno celebrate ma decisive
per comprendere la geografia musicale del decennio. E infatti, fin dai primi
minuti, la platea ha risposto con entusiasmo, spesso anticipando gli applausi
già durante i video, come se ogni brano fosse un ritorno a casa. Quando poi mi
è stato chiesto se era possibile cantare “Starman”, di Bowie, il primo della lista di giornata,
ho pensato ad un inizio promettente.
Il viaggio tra i giganti
La lezione ha attraversato territori diversi, ma tutti
riconoscibili, come si evince dal seguente elenco, che parte da un gruppo
utilizzato come intro diversiva: Bachman-Turner Overdrive, David
Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Frank Zappa, Donovan,
Cat Stevens, Eric Clapton, Tom Petty, Elton John, Roy
Orbison.
Una costellazione di nomi che, da sola, basterebbe a riempire
un’intera stagione di incontri.
Ma la mattinata era iniziata con un ricordo toccante, quello relativo ad un concertino del 1° maggio realizzato in piena epoca Covid, in una sezione ospedalieria del San Paolo, evento organizzato da Rodolfo, all'epoca in piena attività professionale e ora tra i corsisti.
Il momento Zappa: l’intervento di
Giacomo
Tra i passaggi più significativi della mattinata,
l’intervento di Giacomo, che ha introdotto con competenza e passione il
focus dedicato a Frank Zappa. Un contributo prezioso, che ha aggiunto
profondità e contesto a un artista spesso percepito come “difficile”, ma che in
realtà - come è emerso chiaramente - è uno dei più lucidi osservatori del suo
tempo. Il pubblico ha ascoltato con attenzione, ma si sa, Zappa divide,
sorprende, spiazza, ma quando viene raccontato bene conquista.
La scaletta era ricca, forse troppo
per un solo incontro. E così, per ragioni di tempo, sono rimasti fuori quattro
nomi che avrebbero meritato spazio: Steve Winwood, Iggy Pop, Alice
Cooper e Arthur Brown, il visionario di Fire, uno dei primi
veri “pazzi” della scena psichedelica.
Assenze solo temporanee, figure che torneranno, perché fanno
parte del mosaico e perché il pubblico - questa è la mia sensazione - è pronto
a seguire anche nei territori più eccentrici.
La cosa più bella, però, è stata la risposta della sala. Non
un semplice ascolto, ma una partecipazione emotiva, con risate, ricordi condivisi,
applausi spontanei... quel clima di comunità che si crea quando la musica diventa
un linguaggio comune.
Questo nono incontro ha confermato che il corso non è solo
una serie di lezioni, ma un viaggio collettivo. Ogni appuntamento aggiunge un
tassello, ogni brano apre una porta, ogni intervento arricchisce il quadro. E
la sensazione, uscendo dalla sala, era che nessuno avesse davvero voglia di
andare via, segno che la musica, quando è di qualità - concetto certamente opinabile -, unisce, emoziona e fa
sentire vivi.