Il 29 agosto 2021 ci lasciava Ron Bushy, il leggendario batterista degli Iron
Butterfly, morto all'età di 79 anni a Santa Monica, in California, dopo una
lunga battaglia contro il cancro all'esofago.
Ron Bushy è stato l'unico membro degli Iron Butterfly a
comparire in tutti e sei gli album in studio della band. È celebre per il suo
assolo di batteria, lungo e ipnotico, presente nel brano epico di 17 minuti, "In-A-Gadda-Da-Vida",
considerato una pietra miliare del rock.
Nato a Washington D.C. il 23 dicembre 1941, Ron Bushy ha
trovato la sua vocazione nella musica fin da giovane. Dopo aver suonato in una
band chiamata The Voxmen, si unì agli Iron Butterfly nel 1966. La sua presenza
costante e la sua abilità ritmica hanno fornito una solida spina dorsale a un
sound che spaziava dal rock psichedelico all'acid rock.
La fama mondiale arrivò con il secondo album della band, In-A-Gadda-Da-Vida
del 1968. L'assolo di batteria, un capolavoro di improvvisazione e intensità,
divenne il simbolo di un'epoca. Si dice che per ottenere il suo sound unico,
Bushy abbia rimosso le pelli inferiori dei tom. La sua performance non era solo
una dimostrazione di tecnica, ma una vera e propria espressione dell'anima,
come lui stesso amava dire, "ogni battito proveniva dal cuore e
dall'anima". Questo assolo non solo ha reso il brano immortale, ma ha
anche contribuito a gettare le basi per l'hard rock e l'heavy metal che
sarebbero fioriti negli anni successivi.
Oltre al suo lavoro con gli Iron Butterfly, Bushy era anche
un designer e ha contribuito alla grafica e al merchandising della band. La sua
creatività non si fermava alla musica; arrivò persino a costruire un set di
batteria in plexiglass, che si ritiene sia stato il primo nel suo genere.
Nonostante gli alti e bassi della band e i numerosi cambi di
formazione, Ron Bushy rimase un punto fermo, suonando on-and-off con gli Iron
Butterfly fino al 2012 e facendo occasionali apparizioni come ospite fino alla
sua morte.
La sua scomparsa ha segnato la fine di un'era, perché Bushy
non è stato solo un batterista di talento, ma una figura amata e rispettata,
noto per la sua gentilezza, il suo sorriso e il suo spirito combattivo.
ricordiamo il genio lirico e
l'innovazione musicale del leggendario frontman degli Stranglers
Compie gli anni Hugh Cornwell,
nato a Londra il 28 agosto del 1949, noto per essere il frontman e l'autore
principale dei testi dei leggendari TheStranglers. In questa
occasione, celebriamo la carriera di un artista la cui visione unica ha
lasciato un'impronta indelebile nel panorama musicale.
Dalla sua fondazione con gli Stranglers alla sua prolifica
carriera solista, Cornwell si è distinto per la sua capacità di mescolare
intelligenza lirica e un'estetica sonora inconfondibile. Con gli Stranglers, ha
dato vita a un suono distintivo che ha sfidato le convenzioni del punk,
incorporando elementi di new wave, art rock e persino jazz. Brani come "Golden Brown", "Duchess" e "No More Heroes"
testimoniano la sua maestria nel creare testi acuti e spesso sarcastici,
accoppiati a melodie complesse e arrangiamenti innovativi.
Dopo aver lasciato gli Stranglers nel 1990, Cornwell ha
intrapreso una carriera solista di successo, pubblicando numerosi album che
hanno continuato a esplorare la sua evoluzione artistica. Lavori come Wolfe Totem and Taboo mostrano una coerenza stilistica e una continua
ricerca sonora, confermando la sua statura come autore e interprete. La sua
musica solista è spesso più intima e riflessiva, ma mantiene la stessa acuta
osservazione della società e delle relazioni umane che lo ha sempre
contraddistinto.
Oltre alla musica, Cornwell è anche un autore di successo,
con diversi libri pubblicati, tra cui autobiografie e romanzi. Questo a
dimostrazione della sua versatilità e della sua capacità di esprimersi
attraverso diverse forme d'arte, a consolidamento della sua immagine di
intellettuale del rock.
Hugh Cornwell è una figura che ha sempre navigato
controcorrente, evitando le facili etichette e mantenendo una rara integrità
artistica. La sua influenza è evidente in generazioni di musicisti che hanno
apprezzato la sua onestà, la sua originalità e la sua intransigente visione
creativa.
Il28 agosto del 2014, all'età di 67 anni, ci lasciava Glenn Cornick,primo bassista dei Jethro Tull, band con cui suonò dal 1968 al 1970.
Io lo conobbi così…
La mia prima Convention ITULLIANS risale al 2006, Novi Ligure.
Arrivato nella zona dedicata al concerto, nel primo pomeriggio, la prima
persona che vidi fu proprio Glenn, seduto nel bar antistante il teatro, con il
figlioletto che lo faceva ammattire.
Sorridente, disponibile, allegro… mi sembrava impossibile all’improvviso
trovarmi davanti a lui, che ero abituato a vedere solo sulle cover degli album.
Quel giorno comprai il suo nuovo disco, di cui andava palesemente fiero e
che ascoltammo dal vivo.
Lo conobbi in quella occasione e successivamente mi rilasciò una lunga
intervista che racconta molto su di lui e su… altri.
Ci fu poi un’altra occasione di incontro, la Convention del 2008, ad
Alessandria, giorno in cui si presentò con una cresta colorata molto visibile.
Si esibì nel pomeriggio con gli OAK e alla sera, sul palco “maggiore”: grande
spettacolo!
“Elenore”
esce nel 1968 e rappresenta uno dei momenti più limpidi dei Turtles. La canzone si muove con un ritmo
costante, una linea vocale che procede con naturalezza e un arrangiamento che
alterna leggerezza e precisione. Il ritornello si apre con immediatezza,
sostenuto da un gioco di armonie che dà al brano un tono brillante. È un pop
costruito con cura, capace di restare in equilibrio senza forzature.
In Italia prende forma come “Scende
la pioggia”, interpretata da Gianni
Morandi. Il testo italiano non riproduce quello originale e
costruisce un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto
cambia direzione: la storia diventa più narrativa, più legata a un sentimento
che si trasforma mentre il tempo atmosferico accompagna l’emozione.
L’arrangiamento italiano porta il brano dentro una dimensione più ampia, con
una voce che sostiene il racconto e lo rende immediato per il pubblico
dell’epoca.
Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi
di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di
brillantezza controllata, con un tono leggero e un andamento uniforme. Morandi
porta la canzone dentro un linguaggio più diretto, con un’attenzione maggiore
al testo e alla sua funzione emotiva. L’originale ha un respiro più giocoso; la
versione italiana si concentra sul rapporto tra voce e racconto.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Elenore” mantiene la sua eleganza pop, “Scende la pioggia” conserva quella
chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due
interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.
La notte del 27
agosto 1990, dopo aver
partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di
Alpine Valley Resort, con Eric Clapton, Robert Cray, Buddy
Guy e il fratello Jimmie, Stephen
"Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo
di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco
per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo.
Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa
della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni
atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il
pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel
Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina
seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.
Stevie Ray Vaughan
viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di
Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del
figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il
3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra
blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro
album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e
influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º
posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette
al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.
Stevie
Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare
(Eric Clapton)
Questo
disse Eric prima della sua scomparsa prematura.
Il nome
da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre
considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa
inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo
effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a
musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura
del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e
dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e
l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti
abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.
Hanno detto di lui:
“È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio
e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere.” Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva...
La leggenda di Stevie
Ray Vaughan ha
squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il
suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro
e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35
anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i
puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più
influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il
blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters,
con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo,
sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in
un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice
della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan
cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie.
All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica
e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla
formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di
Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si
ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel
1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda
del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di
quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e
l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album
ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta
dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un
nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte
in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo
album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo
tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e
droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo
periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono
più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e
vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il
disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26
agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy,
Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto,
Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò
pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro
passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco
prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro
direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite
discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa
popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002,
riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne
fece un modello Signature.
Curiosità- Lo stile
Il
caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello diJimi Hendrix, dal quale Vaughan ha,
per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione. Altre influenze molto
evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny
Burrel, per i brani dalle atmosfere jazz.Lo stile è scandito da fraseggi
veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche
di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è
variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei
primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton)
all'inizio del 1990.Una
particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a
volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad
arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo
convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più
convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti
ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai
soldatiamericani
in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).
Il 27 agosto del 1967,
a soli 33 anni, moriva Brian Epstein, manager dei Beatles, determinante
per i loro successi e prototipo del ruolo imprenditoriale all’interno del
mondo musicale, una dimensione che, nonostante l’inesperienza, lo portò a
promuovere il gruppo con estrema efficacia, facendolo emergere dalla massa in
cui ovviamente si stava muovendo.
Inserito molto presto
all’interno del “settore musicale” come venditore di dischi, si appassionò all’argomento
e iniziò a scriverne con buona continuità.
Le sue doti di
persuasione, il suo fiuto e l’attenzione per la clientela lo portarono ad
avvicinare i Beatles -di cui un 45 giri veniva ripetutamente richiesto nel suo
negozio- che vide per la prima volta al Cavern, rimanendone impressionato e
convincendosi che il compito di loro manager sarebbe stato gratificante per
tutti: era il gennaio del 1962 quando le parti si legarono contrattualmente,
per alcuni anni.
Epstein si dimostrò
determinante per il successo iniziale della band, perché la sua cura si rivolse
ad aspetti meta-musicali, alla costruzione dell’immagine, elemento che col
passare del tempo avrebbe assunto sempre maggior importanza. Cambiò quindi il
loro stile, il modo di vestire, i comportamenti e cercò di rendere le loro esibizioni
consone alla domanda dell’epoca.
E fu attraverso la sua
incessante attività che i Beatles arrivarono a George Martin, allora dirigente
della Parlophone, e anch’esso fondamentale per il futuro successo della band.
Ma le sue intuizioni e
le sue capacità mostrarono il vero volto con il passare del tempo, e passando
al setaccio i suoi risultati resta, oltre all’intuizione Beatles, una buona
tendenza all’organizzazione, ma furono abbondanti le sue mancanze in qualità di
agente.
Nel 1966 la decisione
dei Beatles di produrre la loro musica soltanto in studio, evitando esibizioni
live, e la conseguente consapevolezza di non avere più un ruolo attivo e utile,
proprio vicino alla scadenza del contratto, insieme a preoccupazioni di carattere
prettamente economico e personale -l’azzardopatia, l’uso smodato di droghe e la
necessità di nascondere la sua omosessualità- lo fecero cadere in una preoccupante
spirale di depressione e paranoia.
Cinquanove anni fa
il giovane Brian muore. Dalla sua lussuosa abitazione, poco distante da
Buckingam Palace, non arrivano i cenni di vita richiesti dalla servitù. L’intervento
delle autorità preposte rivelerà la verità e presenterà una scena in cui compaiono flaconi di barbiturici, probabilmente effetto terminale di un’azione
autodistruttiva in atto da tempo.
Non tutti in linea i
referti medici, e al dichiarato eccesso di sedativo si contrappone il giudizio di chi
sottolinea che la dose trovata nel sangue non sia stata fatale.
Mentre avveniva la macabra
scoperta Paul, John, George e Ringo lo stavano aspettando ad un meeting a
carattere esoterico, in Galles.
Paul McCartney,
appresa la triste notizia, lo incorona come possibile Quinto Beatles... in fondo fu lui che li scoprì!
Il Festival dell'Isola di Wight del 1970rappresenta un evento monumentale nella
storia della musica, spesso citato come il più grande raduno umano per un
festival musicale del suo tempo, superando persino Woodstock per il numero di
partecipanti. Tenutosi ad Afton Down, vicino a Freshwater sull'Isola di Wight,
dal 26 al 31 agosto 1970, attirò una stima di 600.000-700.000 persone.
È bene sottolineare che il Festival dell'Isola di Wight aveva
già avuto due edizioni precedenti, nel 1968 e nel 1969 che, sebbene non abbiano
raggiunto la fama e le dimensioni del 1970, sono state comunque significative:
Isle of Wight Festival 1968
Si tenne dal 31 agosto al 1° settembre a Ford Farm, vicino a
Godshill.
Fu un evento su scala molto più ridotta, con un'affluenza
stimata tra le 10.000 e le 15.000 persone.
Nonostante le dimensioni modeste, presentò artisti di rilievo
come i Jefferson Airplane (alla loro prima apparizione nel Regno Unito), The
Move, Arthur Brown, Tyrannosaurus Rex e Fairport Convention.
L'organizzazione fu piuttosto spartana, con infrastrutture
limitate.
Questo primo festival è visto come l'inizio di una tradizione
e dimostrò il potenziale dell'isola come sede per grandi eventi musicali.
Isle of Wight Festival 1969
Si svolse dal 29 al 31 agosto a Wootton Creek, attirando un
pubblico molto più numeroso, stimato intorno alle 150.000 persone.
Questa edizione vide la partecipazione di artisti di fama
internazionale, tra cui Bob Dylan & The Band (il suo ritorno sul palco dopo
un lungo periodo di semi-isolamento), The Who, Joe Cocker, Free e i Moody
Blues.
L'organizzazione fu più strutturata rispetto all'anno
precedente, ma la gestione di una folla così grande presentò comunque delle
sfide.
Il successo di questa edizione, in particolare grazie alla
presenza di Dylan, proiettò il Festival dell'Isola di Wight sulla scena
musicale internazionale e preparò il terreno per l'edizione mastodontica del
1970.
Ma allora, perché l'edizione del 1970 divenne così famosa
rispetto alle precedenti?
Line-up ineguagliabile: la line-up del 1970 era semplicemente strabiliante, con
molti degli artisti più grandi del mondo al culmine della loro fama (Hendrix,
The Doors, The Who, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Miles Davis, ecc.).
Affluenza record: l'enorme numero di partecipanti senza precedenti catturò
l'immaginario collettivo e lo rese un evento storico per la sua scala.
"L'Equivalente europeo di Woodstock": l'edizione
del 1970 fu spesso paragonata a Woodstock per le sue dimensioni e per lo
spirito della controcultura che incarnava, anche se con dinamiche e problemi
logistici diversi.
Il "Canto del cigno" di un'era: per molti, il 1970 rappresentò
l'apice e forse anche la fine di un certo tipo di idealismo e di grandi raduni
della controcultura. La sua caoticità e i problemi logistici contribuirono a
questa percezione.
La presenza di Jimi Hendrix: essendo una delle sue ultime grandi esibizioni prima
della sua morte, la sua partecipazione al festival del 1970 lo ha reso un
evento ancora più significativo e ricordato.
Soffermiamoci sull’edizione del 1970, considerata un evento
monumentale nella storia della musica, spesso citata come il più grande raduno
umano per un festival musicale del suo tempo, superando persino Woodstock per
il numero di partecipanti. Tenutosi ad Afton Down, vicino a Freshwater
sull'Isola di Wight, dal 26 al 31 agosto 1970, attirò una stima di 600.000-700.000
persone.
Una Line-up di Leggende
Il festival vantava una line-up impareggiabile di artisti
iconici, molti dei quali all'apice della loro carriera. Vediamone alcuni:
Jimi Hendrix: questa fu purtroppo una delle ultime grandi esibizioni
pubbliche di Hendrix prima della sua prematura scomparsa poche settimane dopo.
Il suo set, sebbene afflitto da problemi tecnici, rimane un momento storico.
The Who: offrirono una performance energica, presentando la loro opera rock
"Tommy".
The Doors: con Jim Morrison, questa fu una delle loro ultime esibizioni nel Regno
Unito.
Joni Mitchell: la sua esibizione fu a quanto pare turbata da contestazioni
da una piccola parte dell'enorme folla, evidenziando le sfide nella gestione di
un evento così grande.
Leonard Cohen: la sua performance, protrattasi fino alle prime ore del
mattino, è ora leggendaria per la sua intimità nonostante la vasta platea.
Joan Baez: una figura di spicco nella scena musicale folk e di protesta, offrì un
set potente.
Miles Davis: la sua performance di jazz fusion rappresentò una
deviazione dalla maggior parte della line-up orientata al rock, mostrando il
gusto eclettico del festival.
Wight ‘70 incarnò lo spirito della controcultura dell'epoca.
Fu un raduno di persone unite dalla musica, da un senso di libertà e spesso da
una comune opposizione alle norme sociali e alla guerra del Vietnam. La pura
scala dell'evento divenne un simbolo del potere e della portata di questo
movimento.
L'enorme afflusso di persone sopraffece le infrastrutture
dell'isola. Ci furono significativi problemi con il controllo della folla, i
servizi igienici e la fornitura di beni di prima necessità. Molti partecipanti,
notoriamente, abbatterono le recinzioni e non pagarono le 3 sterline del
biglietto d'ingresso per l'evento di cinque giorni, causando ingenti perdite
finanziarie agli organizzatori.
Il caos logistico e l'incapacità di gestire una folla così
vasta portarono infine all'Isle of Wight County Council Act del 1971, che
impediva raduni all'aperto con pernottamento di più di 5.000 persone sull'isola
senza una licenza speciale. Questo pose effettivamente fine ai festival su
larga scala sull'Isola di Wight per oltre tre decenni.
Nonostante le difficoltà, il Festival dell'Isola di Wight del
1970 rimane un evento leggendario, avendo inoltre gettato le basi per i futuri
grandi festival con campeggio, contribuendo alla comprensione della logistica e
delle sfide coinvolte.
Per alcuni, la natura caotica del festival segnò anche un
allontanamento dagli ideali più utopici del primo movimento controculturale. In
ogni caso le performance e la pura idea di raduno musicale continuano ad
affascinare e simboleggiano un'epoca cruciale nella storia della musica e della
cultura.
Dopo la leggendaria edizione del 1970, ci fu una lunga pausa,
ma il Festival dell'Isola di Wight è stato ripreso nel 2002.
Il promotore musicale John Giddings ha infatti rilanciato il
festival, che da allora si tiene annualmente a Seaclose Park, un'altra località
dell'isola vicino a Newport.
Dal suo ritorno, l'Isola di Wight Festival è diventato un
importante appuntamento nel calendario dei festival britannici, attirando
grandi nomi e un vasto pubblico.
Quindi, mentre il festival del 1970 fu un evento unico e
leggendario che portò a una lunga interruzione, l'Isola di Wight Festival è ora
un evento annuale regolare con una ricca storia che spazia dalla fine degli
anni '60 fino ad oggi. Il festival attuale si concentra su un modello più
organizzato e sostenibile rispetto alle sfide affrontate dai precedenti, enormi
raduni.
Dolly Partonè morta il 25 agosto 2026 all’età di ottant’anni. La
notizia, confermata dai media statunitensi e ripresa anche dalla stampa
italiana, ha immediatamente attraversato il mondo della musica, riportando alla
memoria una carriera che ha segnato in profondità la cultura americana. La
regina del country si è spenta lasciando un’eredità artistica che continua a
influenzare generazioni di cantautori, interpreti e appassionati.
Nata nel Tennessee nel 1946, Dolly Parton ha trasformato
un’infanzia povera in una storia di successo che sembra uscita da un romanzo.
Ha scritto più di tremila canzoni, ha venduto oltre cento milioni di dischi e
ha portato il country fuori dai confini del genere, rendendolo popolare in
tutto il mondo. Brani come Jolene, Coat of Many Colors e I
Will Always Love You sono diventati parte della memoria collettiva, capaci
di attraversare epoche diverse senza perdere forza emotiva.
Parton non è stata soltanto una cantante. Ha recitato in film
che hanno segnato un’epoca, come 9 to 5, e ha portato sul grande schermo
la sua ironia, la sua energia e la sua capacità di raccontare la vita delle
donne con una sincerità che ha conquistato pubblici lontani dal country. La sua
immagine, fatta di parrucche bionde, abiti scintillanti e un sorriso che
sembrava non spegnersi mai, è diventata un simbolo della cultura pop americana.
La sua filantropia è stata altrettanto importante della sua
musica. Con la Imagination Library ha donato milioni di libri ai
bambini, trasformando un progetto nato per aiutare la sua comunità in una delle
iniziative educative più influenti degli Stati Uniti. Parton ha sempre
ricordato le sue origini e ha usato il successo per restituire qualcosa a chi
non aveva le stesse opportunità.
La morte di Dolly Parton chiude una stagione irripetibile
della musica americana. Il suo modo di scrivere, di cantare e di stare sul
palco ha creato un modello che continua a ispirare artisti di ogni genere. La
sua voce rimane nei dischi, nei film, nelle storie che ha raccontato e nelle
vite che ha toccato con la sua generosità.
Compie gli anni Elvis Costello - nato il 25 agosto del 1954 -
uno dei cantautori più originali e influenti degli ultimi cinquant'anni.
Nato a Londra come Declan Patrick MacManus, ha costruito una
carriera straordinaria che lo ha visto spaziare con audacia e maestria tra
generi musicali apparentemente distanti. Dalle radici punk e new wave dei suoi
esordi, ha saputo esplorare con successo il pop, il rock and roll, il country,
il soul, il jazz e persino la musica classica, dimostrando una versatilità e
una curiosità artistica quasi senza pari.
La sua ascesa iniziò a metà degli anni '70, quando, con un
look da “nerd” incazzato e una chitarra distorta, irruppe sulla scena musicale
con brani intrisi di rabbia, ironia e introspezione. Il suo album di debutto, My Aim Is True (1977), fu un manifesto di poetica e sonorità che lo
distinse subito dai suoi contemporanei. Con i The Attractions, la band
che lo accompagnò per gran parte della sua carriera, Costello ha sfornato
capolavori come This Year's Model (1978) e Armed Forces
(1979), album che contengono alcuni dei suoi più grandi successi, tra cui
"Oliver's Army" e "Pump It Up".
L'evoluzione artistica di Costello non si è mai fermata.
Negli anni '80 ha sorpreso il pubblico con album come Almost Blue
(1981), un omaggio al country, e King of America (1986), che ha
consolidato la sua reputazione come cantautore di spessore. Ma la sua sete di
sperimentazione non si è fermata qui. Ha collaborato con artisti del calibro di
Burt Bacharach, con il quale ha scritto l'acclamato album Painted from Memory (1998), vincendo un Grammy Award. E non va dimenticata la
sua collaborazione con il quartetto d'archi The Brodsky Quartet
nell'album The Juliet Letters (1993), un lavoro che sfida ogni
etichetta di genere.
Con oltre 30 album in studio, una menzione nella Rock and
Roll Hall of Fame e una discografia che attraversa i decenni, Elvis Costello
rimane una figura centrale nel panorama musicale contemporaneo. La sua capacità
di scrivere testi incisivi, intelligenti e carichi di emozioni, unita a una
profonda conoscenza della storia della musica, lo rende un artista unico nel
suo genere. Le sue canzoni, da "Alison" a "Everyday I Write the Book", sono diventate dei veri e propri inni generazionali.
Ricordiamo oggi non solo la sua longevità artistica, ma anche
la sua inesauribile curiosità e il suo coraggio di infrangere le regole,
rendendolo un'ispirazione per generazioni di musicisti e ascoltatori.
Il 24 agosto 2023Bernie
Marsden, chitarrista, cantautore e membro fondatore degli Whitesnake,
moriva serenamente all'età di 72 anni.
Nato a Buckingham il 7 maggio 1951, Marsden è stato un
musicista autodidatta che ha imparato a suonare la chitarra da bambino, traendo
ispirazione da artisti del calibro di Eric Clapton e Peter Green. Negli anni
'70 iniziò a farsi un nome nella scena musicale londinese, collaborando con
band come UFO e Cozy Powell's Hammer.
La sua carriera svoltò nel 1978, quando si unì a David
Coverdale per fondare gli Whitesnake. Con il gruppo, Marsden raggiunse
la fama mondiale, suonando la chitarra solista in brani iconici come "Fool for Your Loving", "Walking in the Shadow of the Blues"
e "Here I Go Again", che co-scrisse. La sua abilità e il suo
stile, basato su un perfetto equilibrio tra il blues e l'hard rock, contribuirono
a definire il sound della band.
Nonostante l'enorme successo con gli Whitesnake, Bernie
Marsden ha continuato a perseguire altri progetti musicali, pubblicando diversi
album solisti, collaborando con molti altri artisti e suonando con band come i
Paice Ashton Lord e i The Company of Snakes. Negli anni '80 fondò la band
"Alaska" e collaborò c con artisti come Jon Lord, Jack Bruce, Ringo
Starr e Robert Plant.
Con il suo talento e la sua dedizione alla musica, Bernie
Marsden ha lasciato il segno nella storia del rock.
Il 23 agosto del 1946 nascevaKeith Moon, leggendario
batterista deiThe Who,che ci ha lasciato prematuramente il7 settembre
del 1978.
Negli ultimi anni ho avuto l'opportunità di vederli due volte (Verona nel 2007 e Milano nel 2016), conZak Starkey, figlio diRingo Starr,
alla batteria, da poco sostituito.
Fantastico Zak, ma
come dicePete Townshend: “Zak non è Keith, per molti versi è meglio,ma non è lui ”.
Ho sempre immaginato
il mitico provino a lui concesso dagli Who (alloraDetours)
già esistenti, dove con grande spavalderia si esibiva devastando lo strumento e
convincendo tutti che era la persona giusta per riempire il vuoto lasciato dal
batterista precedente.
Lo voglio ricordare
oggi e per farlo utilizzo un sunto di quanto “rubato” nel sito “Drum Club”, portale dedicato
alla batteria.
Il seguente articolo
è tratto daPsycodrummer, una rubrica
ideata per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali, ma
anche umani e biografici dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito.
Per il mondo della
musica rock, Keith Moon non è solo il celebre “batterista pazzo” degli Who,
scomparso a causa di una morte prematura.
Sul suo conto
circolano ancora oggi numerose leggende al confine tra mito e realtà, molte
delle quali alimentate dagli aneddoti fantasiosi riportati dallo stesso Moon.
Un personaggio
esplosivo, nato per essere una rock star, un attore, una celebrità, un
intrattenitore indiscusso.
Ma quale volto si
nascondeva oltre la maschera del clown? E chi era realmente l’uomo dietro ai
tamburi degli Who?
Nato il 23 agosto
1946, sotto il segno del Leone, Keith Moon cresce a Wembley, il sobborgo più
conosciuto di Londra, in una famiglia benestante ed unita. Anche se trascorre
l’infanzia in un ambiente protetto e amorevole (è molto legato alla madre), il
piccolo Keith dimostra un temperamento impetuoso e inquieto sin dai primi anni
di scuola. Un suo vecchio compagno di classe confessa: “All'epoca, non avrei mai pensato che quel ragazzo sarebbe diventato famoso. Ero più convinto che prima o poi sarebbe finito in prigione, dato che era sempre coinvolto in ogni rissa."
In realtà, la
costante agitazione e irrequietezza di Keith sono tipici indicatori di
iperattività, un problema che lo accompagna attraverso l’infanzia e
l’adolescenza.
I problemi di Keith
adulto possono leggersi come le conseguenze di un’iperattività infantile non
curata; questi disturbi lo portano alla depressione, all’abuso di alcool e
droghe, a comportamenti antisociali e violenti e all’instabilità psicologica
(Borderline Personality Disorder).
Su suggerimento
medico i genitori decidono di distrarre il ragazzo con la musica.
Lo iscrivono alla
banda, dove gli viene affidata la tromba; lo strumento non sembra il più adatto
per il ragazzo irrequieto, del tutto mancante della pazienza necessaria per esercitarsi.
I musicisti della
banda non gradiscono particolarmente le ilari improvvisazioni di un giovane
Moon alla tromba, così: “Mi diedero dei soldi per andarmene” - racconta il
batterista con ironia - “e fu lì che scoprii per la prima volta che grazie alla
musica si poteva guadagnaredel denaro!”.
Gerry Evans è un
amico d’infanzia di Keith, vive nel suo stesso quartiere e lavora presso un
negozio di musica. E’ un batterista, ed un giorno gli propone di provare il suo
drum set. Gerry rilascia una vivida testimonianza di quella occasione: “Non aveva mai suonato
la batteria evoleva essere subito
come Buddy Rich e Louis Bellson: era come vedere un follelibero dietro ai
tamburi. Non aveva nessuna idea di quello che suonava. Inpratica colpiva tutto
quello che gli capitava a segno, producendo un gran frastuono. Era orribile.
Cercai di fermarlo ed insegnargli qualcherudimento, qualche
paradiddle, ma era come parlare ad un pazzo. Voleva solo fare un gran casino.
Pensai tra me e me che non sarebbe mai diventato un batterista, figuriamoci un
batteristaprofessionista”.
Nondimeno, Keith
Moon, il ragazzino squilibrato cacciato da scuola a 15 anni, trova quel giorno
la sua ragione di vita: suonare la batteria e diventare una rock star.
Si fa acquistare un
drum set dai genitori, suona come un pazzo in garage e prende saltuari lezioni
da Carlo Little, il potente batterista di Screaming Lord Sutch.
Il suo primo gruppo
sono i Beachcombers, e propongono un repertorio di classici rock’n roll e surf.
Quando viene a sapere
che i Detours, la formazione emergente più in vista nei club della nascente
cultura mod di Londra, sono alla ricerca di un batterista, si presenta ai
provini con un vestito sgargiante laminato in oro.
Per nulla intimidito
dalla differenza di età (è più giovane di 3 anni rispetto al resto del gruppo),
suona con quella violenza, spavalderia ed energia che, negli anni, sarebbero
divenute il suo marchio di fabbrica.
Alla fine
dell’audizione il pedale della gran cassa è rotto e l’asta di un piatto è
rovesciata.
Non è ancora entrato
nel gruppo e già ha provocato dei danni. I ragazzi lo confermano per i futuri
concerti.
E’ l’inizio della
leggenda della band chiamata “The Who”. Gli
Who raggiungono il successo con il singolo “My Generation”, nel quale cantano
“Spero
dimorire prima di
diventare vecchio”, profezia che Keith Moon seguirà alla lettera.
Le esibizioni del
gruppo sono celebri per intensità e volume. Townshend e compagni sono i primi a
distruggere gli strumenti al termine dei concerti.
Il più delle volte un
indiavolato Moon getta i suoi tamburi - grancassa compresa - tra la folla.
Gli Who inaugurano
anche lo stile di vita delle rock star, in particolar modo durante le tournée
negli States, dove distruggono le camere degli alberghi in cui alloggiano,
tanto che vengono banditi a vita dalla catena di hotel “Holiday Inn”.
Proprio Moon si
dimostra il più scatenato dei quattro, e si rende protagonista di numerosi
esperimenti con delle bombe esplosive.
La leggenda narra
anche di una Rolls Royce guidata dal batterista fin dentro alla piscina di un
hotel, durante il party del suo ventunesimo compleanno.
Keith diventa presto
celebre per i suoi travestimenti, per le bravate e per i continui eccessi:
stringe un’intensa amicizia con i Beatles - specialmente con Ringo Starr – e,
per la sua natura scherzosa, viene affettuosamente soprannominato “Moon The Loon”.
Durante gli anni del successo,
Keith non riesce a vivere lontano dalla batteria e dagli Who.
Per sua natura, si rifiuta di
fare esercizio sullo strumento in luoghi che non siano il palco, la sala prove
o lo studio di registrazione.
Nelle sue ville sono parcheggiate
decine di automobili costose (anche se lui non ha la patente di guida), ci sono
giochi e intrattenimenti d’ogni genere, si trovano droghe ed alcolici in
abbondanza; ma non c’è una batteria montata.
Per lui la batteria va suonata
solo in compagnia: odia studiare o suonare da solo, così i lunghi periodi in
cui gli Who non si trovano in tournèe si dimostrano devastanti per il suo
allenamento e per la sua forma fisica.
I lunghi show di due ore e più,
infatti, nei quali Keith brucia le tossine e suda abbondantemente (fino a
perdere 3 kg per volta), sono per lui una vera e propria palestra, che gli
consentono di sostenere il ritmo di vita devastante costituito da party
notturni e infiniti drink.
L’ombra dell’alcolismo minaccia
la vita del ragazzo terribile.
Nella storia di ogni rock star
morta giovane, esiste un episodio o un momento cruciale in cui l’ingranaggio
del successo si rivolta contro il suo beneficiario, e determina l’inizio di un
lento declino verso il baratro della distruzione.
Per Keith, questo avvenimento è
rappresentato dalla tragica morte del suo autista ed assistente personale, Neil
Boland.
E’ lo stesso batterista ad
ucciderlo involontariamente - investendolo maldestramente con la sua lussuosa
Bentley - nel tentativo di portarsi fuori da una cerchia di teppisti infuriati
e minacciosi.
L’episodio fatale getta
sull’animo di Keith - già provato dall’alcool e dalle numerose turbe psichiche
- un senso di colpa opprimente e un’ombra di depressione e solitudine che
resteranno sempre lontani dalla sua immagine pubblica, ma che saranno evidenti alle
persone che gli staranno vicine fino alla sua scomparsa.
In seguito all’interessamento di
alcuni medici, lo stato psichico di Moon viene definito “un caso limite di
personalità disturbata” (Borderline Personality Disorder).
Questa particolare condizione
psicologica, definita dallo psichiatra Adolph Stern nel 1938, designa un
paziente che non solo è al limite tra sanità e malattia di mente, ma si trova
anche al confine tra neurosi e psicosi.
Senza dubbio le sue relazioni con
le persone attorno a lui sono instabili ed intense, caratterizzate da
un’alternanza estrema di idealizzazione e svalutazione; più volte tenta il
suicidio (in più di un’occasione si taglia i polsi per attirare l’attenzione
dei suoi amici); è notoriamente insicuro e afflitto dalla paura di restare
solo; è soggetto a scoppi di rabbia incontrollabile e a frequenti periodi di
dissociazione.
Kim
Kerrigan, che sposa il batterista nel 1966, quando lui ha 19 anni e lei solo 17
(ed è già incinta della figlia Mandy) è una delle poche persone che può dire di
avere conosciuto a fondo tutte le diverse personalità di Keith Moon.
Le sue insicurezze di
fondo e la sua paura di essere tradito e di restare solo, si manifestano in una
forma di assoluta gelosia nei confronti della bellissima moglie, che nel corso
degli anni deve anche fare i conti con i suoi violenti attacchi d’ira. “Quando mi innamorai
di lui”
- ricorda Kim - “Keith era dolcissimo e gentile, spiritoso e
affettuoso. Con il passare degli anni,e con il sorgere del
problema della dipendenza dall’alcool, il marito e il padretenero divennero una
persona violenta e gelosa. Quando Keith era sobrio,rivedevo in lui la
persona di cui mi ero innamorata, ma quando beveva si trasformavain una sorta di
mostro”.
Dopo liti furiose,
tre nasi rotti e riconciliazioni varie, Kim progetta una fuga da casa (portando
con sé la figlia Mandy) quando Keith arriva a minacciarla con un’arma da fuoco,
mentre spara in aria e la insegue con gli “occhi insani di un
assassino”.
Nel frattempo, la
progressione di Moon nel consumo di alcool raggiunge un punto di svolta,
passando dall’abuso alla dipendenza.
Nel 1972 consuma due
bottiglie di champagne e due bottiglie di brandy al giorno - spesso anche di
più - e comincia a miscelare questi due liquori nello stesso bicchiere. Dimostra
anche uno dei più gravi segni di dipendenza dall’alcool, il bisogno di
cominciare la giornata con un drink.
Gli anni successivi
lo vedono impegnato nella lotta contro la bottiglia: nella sua vita si
alternano periodi di forzata sobrietà (con ricoveri in cliniche ed ospedali) e
periodi di decadenza ed abusi.
Durante la sua
residenza in California, nel 1975, dove registra un fallimentare album solista
(“Two
Sides Of The Moon”) e dove abita insieme alla nuova fidanzata Annette
Walter Lax in una casa sull’Oceano, Keith sviluppa anche la dipendenza dalla
cocaina.
Proprio quando il
batterista, ormai gonfio ed irriconoscibile, decide di dare una svolta
definitiva al suo alcolismo, un incidente spezza la sua esistenza a metà.
A stroncarlo sono -
per assurdo - proprio dei farmaci prescritti per curare la dipendenza
dall’alcol.
Ultima sera
Egli ingerisce in quantità
eccessiva delle pastiglie di chlormethiazole, assumendone una manciata in
seguito ad un pasto notturno a base di carne e brandy. La morte lo coglie nel
sonno il 6 settembre del 1978, all’età di 32 anni.
Keith Moon è passato
alla storia per il suo stile unico e indisciplinato, manifestazione della sua
personalità deviata e non di tecnica batteristica. Un drumming istintivo, del
tutto mancante di chiarezza e coesione, eppure esplosivo, energico e
soprattutto inimitabile.
Tanto che, dopo la
sua scomparsa, neppure Kenny Jones, Simon Phillips eZak Starkey(il figlio di Ringo
Starr) riusciranno a rimpiazzarlo compiutamente.
Nella sua follia, è
un incredibile precursore: già sul finire degli anni ’60, Keith inaugura la
mania dei drum set customizzati e personalizzati, pieni di piatti e tamburi.
Adotta la doppia
cassa per ripicca nei confronti di un batterista che, in tournèe, esibisce un
kit più grande del suo. Abolisce del tutto l’utilizzo dell’hi-hat (fatta
eccezione per le registrazioni in studio) e, dal vivo, lo rimpiazza con un
crash.
Ogni cosa eseguita da
Moon è rivolta al fine di divertire ed intrattenere: dal vivo cattura
l’attenzione su di sé e, come un abile alchimista, trasforma la sua
incontenibile energia in ottima musica. Suona in piedi, gira le bacchette nelle
mani e le lancia in aria, oppure si piega all’indietro sul seggiolino fino a
novanta gradi, ancorandosi con le gambe alle casse.
I concerti degli Who
sono il suo show personale. Il suo volto è una smorfia continua: linguacce,
occhi sbarrati, espressioni da pazzo scatenato.
E poi…entra in apnea
e parte in uno di quei suoi irripetibili e continui rulli orchestrali.
Nessuno sa ancora
come riuscisse a suonare timpani, piatti, tom e rullante in un solo passaggio.
Quando, a metà degli
anni settanta, Zak, il figlio di Ringo, gli chiede indicazioni su come suonare
un tipico ed elaborato fill “alla Keith Moon” sul suo piccolo set con soli due
tom, Keith risponde regalando al ragazzo uno dei suoi immensi drum set con
mille tamburi, dicendo: “Suonali tutti in un passaggio e vedrai”.
Zak Starkey ricorda
così il suo eccezionale maestro: “Era assolutamente a
corto di tecnica e suonava completamente ad orecchio. Non sapeva cosa fosse un
paradiddle, maquando era in forma
lasciava tutti a bocca aperta. Normalmente deviprima conoscere le
regole per poi poterle infrangere. Beh, non credo cheKeith abbia mai
imparato le regole, ma continuava a farle a pezzi”.
John Entwistle, bassista degli Who, ricordava che Keith Moon non aveva un grande senso del tempo. Per stargli dietro, Entwistle doveva "fare una media" tra i colpi di cassa e il resto della batteria. A seconda del suo umore, le canzoni potevano suonare lentissime (se era depresso) o velocissime (se era eccitato).. Se si sentivadepressole canzoni suonavano
lente, se era eccitato le canzoni erano velocissime”.
"Era eccezionale” - conclude Entwistle
- “ma
credo che lo sarebbe stato ancora di più sesolo si fosse seduto
dietro ai tamburi ed avesse dato più corda al suo talento.Ma lui non ha mai
provato a chiedersi perché fosse così bravo. Era solo un batteristanaturale”.
C’è una lezione che i
batteristi possono assimilare dai vari aspetti della vita di Keith Moon? Possiamo forse azzardare un “elogio alla
follia”, una lode alla travolgente carica di entusiasmo e talento che in Moon
prendeva il sopravvento sulla tecnica e sulla disciplina.
In un’era di drum
machines, metodi didattici, batterie campionate e session man con
caratteristiche seriali, la speranza è che qualche giovane drummer possa
raccogliere anche solo un briciolo della sua eredità e, a distanza di
quarant’anni, dimostri l’attitudine e la pazzia necessarie ad infrangere tutte
le regole..