venerdì 30 ottobre 2026

Pavlov's Dog, il fascino di una leggenda rimasta nell'ombra

 


Pavlov's Dog, la voce che arrivava da un altro luogo


Confesso che non ascoltavo i Pavlov's Dog da parecchio tempo. La scomparsa di David Surkamp mi ha spinto a tornare sui loro dischi e, fin dalle prime note, mi sono chiesto ancora una volta come sia stato possibile che una proposta musicale tanto originale e affascinante non abbia mai ricevuto il riconoscimento che meritava. Riascoltandoli oggi colpisce soprattutto la voce di Surkamp, unica e immediatamente riconoscibile, capace di trasportare l'ascoltatore in una dimensione sospesa tra fragilità ed emozione. Personalmente mi ha sempre dato una sensazione particolare, quasi fosse una sorta di Roger Chapman dei Family declinato al femminile. Un paragone forse azzardato, ma che rende l'idea di quella timbrica fuori dagli schemi, teatrale, emotiva e impossibile da confondere con qualsiasi altra. Una voce che da sola basterebbe a rendere memorabile una band, ma che nei Pavlov's Dog trovava il sostegno di una scrittura raffinata e di un sound che ancora oggi conserva intatto il proprio fascino.

La loro storia è quella di un gruppo che ha raccolto molto meno di quanto abbia seminato, lasciando però un'impronta profonda nel cuore degli appassionati di rock progressivo.

Nel grande mosaico del rock progressivo degli anni Settanta esistono gruppi che hanno conquistato classifiche, copertine e folle oceaniche. Altri hanno seguito percorsi più appartati, costruendo nel tempo un culto fatto di passione, fedeltà e continue riscoperte. I Pavlov's Dog appartengono senza dubbio a questa seconda categoria.

Nati a St. Louis nel 1972, i Pavlov's Dog svilupparono fin dagli esordi una personalità difficilmente assimilabile a quella di qualsiasi altro gruppo americano dell'epoca. In una scena dominata da hard rock, southern rock e cantautorato elettrico, la band guidata da David Surkamp scelse una strada fatta di violino, mellotron, flauto e atmosfere sospese tra folk, progressive e romanticismo decadente.

L'elemento che più colpiva all'ascolto era proprio la voce di Surkamp. Acuta, vibrante, fragile e intensa al tempo stesso, rappresentava il marchio di fabbrica della formazione. Una voce capace di dividere gli ascoltatori, ma anche di rendere immediatamente riconoscibile qualsiasi brano del gruppo. Per molti appassionati è stata proprio questa unicità a trasformare i Pavlov's Dog in una delle realtà più affascinanti del progressive rock statunitense.

Il debutto arrivò nel 1975 con Pampered Menial, album che ancora oggi viene considerato il loro capolavoro. Brani come "Julia", "Late November" e "Of Once and Future Kings" mostrarono una scrittura raffinata, capace di alternare momenti delicati e passaggi più solenni senza mai perdere il proprio carattere emotivo. Dietro quelle composizioni si percepiva una ricerca espressiva che guardava all'Europa prog senza rinunciare alle radici americane.

L'anno successivo vide la pubblicazione di At the Soundof the Bell, lavoro impreziosito dalla presenza di musicisti di rilievo come Andy Mackay e Bill Bruford. Nonostante la qualità artistica, il momento storico non favorì la band. L'arrivo del punk e il cambiamento dei gusti del pubblico ridussero progressivamente lo spazio dedicato al rock progressivo.

La prima incarnazione del gruppo si concluse nel 1977 dopo la registrazione di un terzo album che rimase inedito per molti anni. Sembrava la fine di una storia durata troppo poco, ma il destino aveva in serbo un'altra possibilità. Negli anni successivi Surkamp continuò a fare musica e, a partire dagli anni Novanta, riportò in vita il nome Pavlov's Dog, dando avvio a una seconda stagione artistica che avrebbe prodotto nuovi album e riportato la band sui palchi internazionali.

Con il passare del tempo il gruppo è diventato uno dei simboli più autentici di quel prog americano rimasto spesso nell'ombra dei grandi nomi britannici. Una formazione che non ha mai rinunciato alla propria identità e che ha saputo trasformare una storia inizialmente incompiuta in una lunga avventura musicale.

L'ottobre 2026 ha segnato un momento particolarmente doloroso per i fan con la scomparsa di David Surkamp, voce, autore e anima creativa della band. La sua eredità resta però custodita in una discografia che continua a essere scoperta da nuove generazioni di ascoltatori.

Ascoltare oggi i Pavlov's Dog significa entrare in un universo dove la tecnica non è mai fine a sè stessa e dove l'emozione guida ogni scelta artistica. Un luogo musicale fatto di malinconia, eleganza e passione, nel quale la voce di Surkamp continua a risuonare come un richiamo lontano, impossibile da confondere con qualsiasi altra.

Da riascoltare senza indugio!





giovedì 29 ottobre 2026

Il debutto del Prog Italiano all'UniSavona: 1° lezione del nuovo corso



Un'aula affollata tra storia, copertine e l'esordio della Premiata Forneria Marconi

 

La sede Stella Maris, a Savona, ha registrato una grande affluenza di pubblico per l'inaugurazione del nuovo anno accademico 2026/2027 di UniSavona, per quanto riguarda il corso 57. Il primo dei sette incontri dedicati al rock progressivo italiano degli anni Settanta si è aperto di fronte a una platea numerosa ed eterogenea, composta per oltre il sessanta per cento da partecipanti che non avevano seguito il precedente percorso focalizzato sulle origini del genere e sulla scena britannica, argomento affrontato un paio di anni fa. Ciò ha comportato un riepilogo di quanto raccontato in precedenza, e quindi la prima parte della lezione - quest’anno della durata di 2 ore - si è concentrata sulla ricostruzione delle coordinate storiche e concettuali del genere. Per garantire una fruizione equilibrata anche a chi si avvicinava al tema per la prima volta, la trattazione ha integrato spiegazioni teoriche, contributi video a carattere divulgativo e ascolti guidati, cercando di creare un percorso fluido tra il contesto sociale dell'epoca e l'evoluzione linguistica della musica. In questo quadro si è inserito anche il contributo di Renata, coautrice insieme allo scrivente di un volume dedicato ai vinili, che ha illustrato la trasformazione del ruolo visivo e concettuale delle copertine degli album in quegli anni.

Nella seconda parte dell'incontro, stabilite le premesse storiografiche e visuali, l'attenzione si è spostata sui protagonisti della scena nazionale. L'introduzione alla storia e al percorso della Premiata Forneria Marconi è stata affidata a Fabrizio, anch'egli coautore del libro e presenze storica dei corsi, avviando così l'analisi del gruppo di riferimento del prog italiano.

Si proseguirà tra un paio settimane con altri due colossi del prog italiano, Orme e Banco del Mutuo Soccorso!







mercoledì 28 ottobre 2026

Il libro nell'era del ritmo visivo - Quando la cura della pagina riaccende il piacere della lettura



 Dall'esperienza dell'autore al layout contemporaneo: quando la forma dell'oggetto stampato diventa sostanza


Pubblico libri dedicati alla musica da ormai quindici anni. In un settore di nicchia come questo, trovare un editore disposto a stipulare un contratto senza chiedere contributi economici, al punto da farsi carico di ogni spesa di produzione, appare già come un piccolo privilegio. In un contesto simile si impara presto ad accettare le regole del gioco: non si guadagna nulla dalle vendite e non si mette bocca sulle scelte della redazione. Le proposte d'impostazione o le idee per le copertine vengono puntualmente bocciate, lasciando all'autore la sensazione che la veste del volume sia un territorio estraneo, un contenitore predefinito su cui non è concesso intervenire.

Con il tempo, questa distanza finisce per riflettersi anche sul ruolo di lettore, portando a una progressiva stanchezza nei confronti delle pagine stampate. L'illuminazione sul motivo di questo affaticamento è arrivata sfogliando California Dreamin' di Ezio Guaitamacchi. La sensazione immediata è stata quella di un meccanismo visivo capace di invogliare alla lettura, grazie a una conformazione interna pensata per accompagnare lo sguardo. Foto ben integrate, variazioni cromatiche, finestre di approfondimento e uno studio attento dei pieni e dei vuoti creano un ritmo narrativo fluido. La pagina cessa di essere un blocco denso di testo e diventa un percorso dinamico.

Questo episodio mette in luce una questione centrale dell'editoria contemporanea. Per lungo tempo, specialmente nella saggistica, la veste grafica interna è stata considerata un elemento secondario, una voce di spesa da ridurre al minimo. Molte realtà indipendenti o di media grandezza, condizionate da risorse limitate e da tempi di lavorazione stringenti, tendono ad adottare griglie d'impaginazione rigide e standardizzate. Il risultato è una forma uniforme che rischia di penalizzare anche i contenuti più interessanti, trasformando la lettura in un'esperienza faticosa.

In un panorama in cui i media digitali abituano a fruizioni rapide e visivamente articolate, il libro cartaceo è chiamato a valorizzare la propria natura di oggetto fisico. Un volume composto solo da righe consecutive, privo di respiro e di pause grafiche, fatica a competere con la frammentazione della nostra attenzione. La scelta di curare il book design con inserti, immagini e dettagli cromatici non rappresenta una concessione alla superficialità, ma un preciso strumento tecnico per facilitare la comprensione e mantenere vivo l'interesse.

Il contrasto tra la grande cura riservata ad alcune pubblicazioni di ampia diffusione e l'impostazione rigida della micro e piccola editoria apre una riflessione profonda per chi scrive e per chi pubblica. Se l'obiettivo finale rimane quello di trasferire idee e storie con efficacia, la forma visiva non può più essere separata dalla sostanza. La qualità della gabbia d'impaginazione e del layout interno è, a tutti gli effetti, parte integrante dell'esperienza di lettura.

Ma sarà così per tutti?



Sex Pistols: il 28 ottobre del 1977 usciva “Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols”


Il 28 ottobre del 1977 usciva per Virgin Records “Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols”, unico album in studio dei Sex Pistols.

L’album è considerato uno dei più influenti e controversi della storia del rock. Pubblicato in piena era punk, sconvolse l'establishment musicale e sociale, dando voce a una generazione di giovani arrabbiati e disillusi.

“Never Mind…” debuttò direttamente al primo posto della Official Albums Chart, guadagnando in breve tempo il disco d'oro nel Regno Unito. Nel 2013 è stato certificato doppio disco di platino dalla British Phonographic Industry. La rivista Rolling Stone nel 2004 lo ha inserito alla posizione n. 41 nella lista dei 500 migliori album di sempre. Nel 2006 l'album è stato selezionato dalla rivista Time come uno dei 100 migliori dischi di sempre. Nel 2016 Rolling Stone lo inserisce al terzo posto dei migliori 40 dischi punk della storia.


Cosa c’è alla base di band e album?

La musica dei Sex Pistols è caratterizzata da una semplicità quasi brutale. I riff di chitarra sono essenziali, la batteria martella ritmi incessanti e il basso fornisce una solida base ritmica. La voce di Johnny Rotten è rabbiosa, graffiante e carica di un'energia che trascina l'ascoltatore in un vortice di emozioni contrastanti.

I testi delle canzoni sono un vero e proprio attacco all'establishment, alla monarchia, alla società consumistica e ai valori borghesi. Brani come "God Save the Queen" e "Anarchy in the U.K." sono diventati inni per una generazione che si sentiva esclusa e disillusa.

L'uscita di "Never Mind the Bollocks" scatenò una vera e propria rivoluzione culturale. Il disco ha ispirato la nascita di numerose band punk in tutto il mondo e ha influenzato generi musicali come il post-punk, il grunge e l'alternative rock. La copertina provocatoria e i testi espliciti hanno generato scandalo e polemiche, ma hanno anche attirato l'attenzione dei media e dei giovani.

A distanza di decenni rimane un disco fresco perché i temi affrontati dai Sex Pistols sono ancora oggi molto attuali e la loro musica conserva tutta la sua energia e la sua potenza.

Sintetizzando "Never Mind the Bollocks" è un album fondamentale per capire la storia del rock e la cultura giovanile degli anni '70, un disco che ha sfidato le convenzioni, ha dato voce a una generazione e ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica.

Non resta che ascoltarlo (cliccare sul titolo) per avere un’idea precisa di un movimento che, con la sua entrata in scena, mandava momentaneamente - e rapidamente - in pensione la musica progressiva.

 

Lato A

Holidays in the Sun – 3:19

Bodies – 3:01

No Feelings – 2:48

Liar – 2:39

God Save the Queen – 3:20

Problems – 4:09

 

Lato B

Seventeen -2:01

Anarchy in the U.K. - 3:31

Submission - 4:10

Pretty Vacant - 3:15

New York - 3:03

E.M.I. - 3:09


Formazione

Johnny Rotten - voce

Steve Jones - chitarra, basso, seconda voce

Glen Matlock - basso in Anarchy in the U.K.

Sid Vicious - basso in Bodies e Holidays in the Sun

Paul Cook - batteria 






My Generation-The Who-61 anni ben portati


I hope I die before I get old

(Spero di morire prima di diventare vecchio)

 

Era il 1965 quando The Who scrissero un inno generazionale, “My Generation”. Per l’esattezza era il 28 ottobre, ben 61 anni fa, quando terminarono le registrazioni del terzo singolo del gruppo.

Non voglio ripercorrere la storia della band, più volte presente nei miei spazi in rete, ma evidenziare che Pete Townshend, Roger Daltrey, Keith Moon e John Entwistle, hanno percorso un lungo cammino, a dispetto del loro dichiarato, indecente e provocatorio proposito iniziale.

Keith e John si sono fermati a precedenti tappe temporali, ma continuano a vivere con noi che li abbiamo sempre e incondizionatamente amati. Di certo non avrebbero mai potuto pensare che ciò che stavano per far nascere avrebbe di fatto negato quel pensiero primitivo, perché attraverso la musica, e che musica, hanno trovato il modo per diventare immortali.

“My Generation” è uno degli inni del movimento mod. La canzone è caratterizzata da un riff d'introduzione di due note, seguito da un'alternanza di voce e coro. Fece ovviamente scalpore all'epoca il verso: «I hope I die before I get old» ("Spero di morire prima di diventare vecchio").

Come in molte altre tra le prime composizioni del gruppo, influenzati dalla cultura mod, sono presenti influenze del R&B statunitense, più esplicitamente nella forma a "domanda e risposta" dei versi della canzone con Daltrey che canta arrivando a balbettare dalla frustrazione e la ripetizione ossessiva del coro "Talkin' 'bout my generation".

E il balbettio di Daltrey?

Keith Moon riferì che: «Pete aveva scritto le parole della canzone su un foglio di carta e lo diede a Roger, che non le aveva mai lette prima. Così, mentre le leggeva per la prima volta, balbettò. In studio c'era Kit Lambert, che disse a Roger: "Quando canti continua a balbettare". Così fu, e il risultato lasciò tutti senza fiato. E pensare che tutto accadde solo perché Roger quel giorno aveva il raffreddore!».

Rivoluzionario l’assolo di basso elettrico di John Entwistle.

Quante canzoni contenevano assolti di basso elettrico nel 1965? Le altre band, del resto, non avevano John Entwistle. «Stava diventando il più rivoluzionario bassista del momento» ha scritto Townshend «e volevo fornirgli un mezzo per esprimere il suo incredibile modo di suonare». All’epoca, Entwistle usava bassi Danelectro con corde sottili che tendevano a rompersi ed erano difficili da trovare. Quando si rompevano, cambiava basso. Nel corso delle varie session durante le quali il pezzo fu inciso usò tre diversi bassi Danelectro e per la registrazione definitiva un Fender Jazz.

Non resta che ascoltarla come sottofondo di immagini che riguardano quella generazione!








lunedì 26 ottobre 2026

The Who: usciva il 26 ottobre del 1973 il manifesto generazionale "Quadrophenia"


Titolo: "Quadrophenia"

Artista: The Who

Pubblicazione: 26 ottobre 1973

Durata: 81:36

Dischi: 2

Tracce: 17

Genere: Opera rock

Etichetta: Track, Polydor, MCA

Produttore: The Who, Kit Lambert, Glyn Johns

 

"Quadrophenia" dei The Who è un album rock epico e senza tempo che meriterebbe un'analisi dettagliata. Ma credo che un disegno superficiale - il mio di oggi - unito al completo ascolto, possa essere più utile alla causa, quella che è finalizzata ad avvicinare i neofiti al rock.

Pubblicato nel 1973, l'album rappresenta uno dei punti più alti nella carriera degli Who e un classico intramontabile del genere.

Si tratta della seconda opera rock della band dopo "Tommy", ed è anche l'unico album degli Who interamente scritto dal solo Pete Townshend.

L'opera è un concept album che racconta la storia di Jimmy, un giovane mod nella Londra degli anni '60. La trama esplora le sfide e le frustrazioni che affliggono il ragazzo mentre cerca di trovare la sua identità in un mondo caotico e spesso ostile. L'album affronta temi come l'alienazione, la ribellione giovanile, l'amore, l'autodistruzione e l'accettazione di sé.

Musicalmente, "Quadrophenia" è un tour de force. Gli Who dimostrano la loro abilità straordinaria nel creare brani potenti e coinvolgenti, ma ciò  che rende l’album così speciale è l'abilità della band di trasmettere emozioni attraverso la musica. La voce di Roger Daltrey è piena di passione e intensità, catturando perfettamente il tormento interiore di Jimmy. I testi di Townshend sono ricchi di poesia e offrono una narrazione coinvolgente e la sezione ritmica è uno dei punti di forza del disco.

L'album presenta anche una varietà di stili musicali, che vanno dal rock duro ed energetico di brani come "The Real Me" e "5:15" alla delicata ballata "Love Reign O'er Me". L'uso di strumenti orchestrali e arrangiamenti complessi aggiunge ulteriore profondità e dimensione all'opera.

Uno dei punti salienti di "Quadrophenia" è la produzione impeccabile di Kit Lambert e degli Who stessi, capaci di creare un capolavoro assoluto. 

L'album cattura l'anima e lo spirito di un'intera generazione, offrendo una colonna sonora iconica per l'adolescenza ribelle. La sua combinazione di musica eccezionale, testi profondi e narrativa coinvolgente lo rende un album che merita di essere ascoltato e apprezzato ancora oggi.


È stato detto:

“Tutta la grandezza degli Who è racchiusa qua dentro”

 

A distanza di qualche anno, nel 1979, “Quadrophenia” è divenuto un film - diretto da Franc Roddam -, pellicola che ha contribuito e mettere in risalto una cultura, un modo di vivere, un periodo importante amplificato dalla musica degli Who.


Tracce 

Testi e musiche di Pete Townshend.

 

Lato A

I Am the Sea (strumentale) – 2:08

The Real Me – 3:20

Quadrophenia (strumentale) – 6:15

Cut My Hair– 3:46

The Punk and the Godfather – 5:10

 

Lato B

I'm One – 2:39

The Dirty Jobs – 4:30

Helpless Dancer – 2:32

Is It in my Head – 3:46

I've Had Enough – 6:14

 

Lato C

5:15 – 5:00

Sea and Sand – 5:01

Drowned – 5:28

Bell Boy – 4:56

 

Lato D

Doctor Jimmy – 8:42

The Rock (strumentale) – 6:37

Love, Reign o'er Me – 5:48

Formazione

Roger Daltrey – voce

Pete Townshend – chitarra, sintetizzatore, banjo, effetti sonori, voce

John Entwistle – basso, corno, voce

Keith Moon – batteria, percussioni, voce in Bell Boy

Altri musicisti

Chris Stainton – pianoforte (tracce: B2, B3, C1, C3)

Jon Curle – speaker radiofonico


ASCOLTO


The Who dal vivo nel 1974







domenica 25 ottobre 2026

L'Ombra della Sera apre il 1° Festival Prog d'Autunno al Teatro di Valleggia


Il 1° Festival Prog a Quiliano - Prog Rock d'Autunno - ha inaugurato il suo percorso al Teatro Nuovo di Valleggia, portando sul palco un genere che ancora mancava all'interno di una programmazione annuale già ricca e articolata. La nascita della rassegna rappresenta una vera e propria sfida, guidata dall'amore per una musica di nicchia e scaturita da una naturale comunione di intenti con i membri del direttivo della struttura, uniti dal desiderio di mettersi in gioco e offrire qualcosa di nuovo al territorio.

La macchina organizzativa ha richiesto un intenso lavoro di squadra, articolato in una capillare campagna promozionale sia fisica sia online e nella scelta di formazioni capaci di rappresentare al meglio lo spessore della scena. In questa prima giornata, un contributo determinante per la riuscita dell'evento è arrivato da Eddy Elettroacustica, che ha garantito una resa del service impeccabile, regalando un risultato sonoro di assoluta eccellenza.

Prima dell'esibizione, il pubblico ha potuto assistere a un momento di approfondimento inedito e prezioso. Grazie ai tempi a disposizione, Mauro Selis ha condotto una conversazione di quindici minuti direttamente in sala, con i componenti della band scesi dal palco e seduti di fronte alla prima fila. Questa formula ha permesso di superare la consueta fretta con cui vengono presentati i progetti discografici, offrendo una chiave di lettura immediata e intima prima dell'ascolto.

Sul piano visivo e musicale, la serata ha confermato le attese più alte. L'Ombra della Sera ha portato in scena Segreti nel Nero, un'opera che affonda le radici nella memoria collettiva degli sceneggiati televisivi degli anni Settanta, rielaborando quelle atmosfere cupe, esoteriche e misteriose con una sensibilità contemporanea. Il progetto, nato come costola concettuale e sonora della band d'origine, la Maschera di Cera, si muove con naturalezza tra suggestioni cameristiche, psichedeliche e jazz, trasformando ogni brano in un capitolo di un romanzo sonoro. La proiezione di frammenti visivi originali ha restituito la dimensione del cine-concerto, in cui il suono dialoga direttamente con la pellicola e con l'immaginario di un'epoca.


Resta aperta la sfida della partecipazione: se da un lato la qualità dell'offerta e la cura organizzativa sono state indiscutibili, dall'altro la risposta del pubblico mostra come la costruzione di un nuovo pubblico per il progressive richieda tempo e continuità.

Ora lo sguardo si sposta al secondo appuntamento della rassegna, previsto per il 6 novembre, che vedrà sul palco Paola Tagliaferro e La Compagnia dell'Es. La serata si dividerà tra la presentazione del suo progetto personale e una seconda parte interamente dedicata a un omaggio a Greg Lake, proseguendo il percorso di approfondimento legato alla grande musica d'autore.


I PROTAGONISTI SUL PALCO

Fabio Zuffanti

Alessandro Corvaglia

Andrea Orlando

Agostino Macor

Martin Grice


Fotografie di Fulvio Bava
Riprese Video Fulvio Marella




venerdì 23 ottobre 2026

Jackson Browne - “For Everyman”

 


Jackson Browne - “For Everyman”

Ottobre 1973 

For Everyman pubblicato nell'ottobre del 1973, è il secondo album del cantautore statunitense Jackson Browne

 

È considerato uno dei suoi migliori lavori e un punto di svolta nella sua carriera, segnando il passaggio da un folk-rock più tradizionale a un sound più maturo e introspettivo.

“For Everyman” ha segnato il debutto della lunga collaborazione del polistrumentista David Lindley con Jackson Browne. Tra gli artisti ospiti vi furono David Crosby, Glenn, Elton John, Don Henley, Joni Mitchell e Bonnie Raitt.

"For Everyman" è un album ricco di riflessioni sulla società e sulla condizione umana. Browne affronta temi come la guerra, la politica, l'amore e la perdita con una sensibilità e una profondità che lo rendono uno dei cantautori più apprezzati della sua generazione.

Il disco contiene alcuni dei brani più celebri di Browne, come "These Days", "Running on Empty" e "Lawyers in Love", canzoni sono caratterizzate da una scrittura poetica, da arrangiamenti raffinati e da una voce intensa e coinvolgente.

La produzione è di alto livello, con un sound raffinato e maturo che mette in evidenza le qualità compositive di Browne. L'album è caratterizzato da un mix di folk-rock, country e rock progressivo, con influenze che vanno da Bob Dylan a Joni Mitchell.

"For Everyman" è un disco che ha influenzato generazioni di cantautori e continua ad essere apprezzato per la sua qualità artistica e per la sua rilevanza sociale. È un album essenziale per chiunque voglia conoscere la musica di Jackson Browne e la storia del folk-rock americano.

L'album arrivò alla posizione numero 43 nella classifica Billboard 200 e il singolo "Redneck Friend" raggiunse la posizione numero 85 nella classifica Billboard Hot 100. Nel 2012, l'album è stato classificato al numero 450 nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi della rivista Rolling Stone.


Ascoltiamolo…


Track listing 

Side One

Take It Easy (Browne, Glenn Frey) – 3:39

Our Lady of the Well – 3:51

Colors of the Sun – 4:26

I Thought I Was a Child – 3:43

These Days – 4:41

Side Two

Redneck Friend – 3:56

The Times You've Come – 3:39

Ready or Not – 3:33

Sing My Songs to Me – 3:25

For Everyman – 6:20



giovedì 22 ottobre 2026

Origine e adattamento di "Sailing" e della versione italiana "Volando" dei Dik Dik

 


Origine e adattamento di Sailing e della versione italiana Volando dei Dik Dik

 

Sailing nasce nel 1972 dalla penna di Gavin Sutherland come una ballata essenziale e quasi meditativa. Non è una canzone sul mare in senso realistico ma un viaggio interiore verso un luogo di pace. La melodia procede lenta e aperta, costruita su pochi accordi che sembrano accompagnare un cammino silenzioso. Quando Rod Stewart la interpreta nel 1975 il brano cambia dimensione. La sua voce intensa trasforma Sailing in un inno universale che parla di nostalgia e di ricerca. L’arrangiamento orchestrale e il coro che entra come un’onda emotiva amplificano il senso di vastità che il testo suggerisce. È una canzone che descrive un sentimento profondo.

In Italia gli anni Settanta sono un periodo di grande attenzione verso la musica anglosassone e i Dik Dik scelgono di reinterpretare Sailing con un titolo che ne sposta l’immaginario. Volando non guarda più al mare ma al cielo. Il viaggio non è più una navigazione ma un volo. La metafora cambia ma il significato resta intatto. La vocalità dei Dik Dik è più morbida e meno drammatica rispetto a quella di Stewart e porta la canzone in una dimensione più melodica e più vicina alla sensibilità italiana. L’arrangiamento conserva la lentezza contemplativa dell’originale ma introduce una tessitura sonora più pop con chitarre acustiche e armonie vocali che richiamano la tradizione del gruppo.

Le differenze tra Sailing e Volando sono evidenti ma non tradiscono il nucleo del brano. L’immaginario si sposta dal mare al cielo ma il tema del viaggio verso un luogo di pace rimane. Il tono emotivo cambia perché Stewart canta con una tensione quasi drammatica mentre i Dik Dik scelgono una via più dolce e rassicurante. L’arrangiamento dell’originale è costruito su un crescendo orchestrale mentre la versione italiana preferisce una struttura più lineare. Il testo non è una traduzione letterale ma un adattamento che conserva il cuore simbolico della canzone.

Volando non ha l’impatto internazionale dell’originale ma svolge un ruolo importante nel panorama italiano e permette al pubblico di avvicinarsi a una ballata che parla di introspezione e di ricerca interiore. I Dik Dik rendono il brano più accessibile senza snaturarne la profondità. Oggi Volando è un esempio di come un grande successo internazionale possa essere reinterpretato con rispetto trasformandosi in qualcosa di nuovo ma riconoscibile.

In conclusione, Sailing e Volando sono due modi diversi di raccontare la stessa emozione. Cambia il paesaggio cambia la metafora cambia la voce ma resta intatto il cuore del brano. È un viaggio verso la libertà e verso un luogo dove sentirsi finalmente a casa, un ponte tra la ballata britannica dei Sutherland Brothers e la sensibilità melodica italiana dei Dik Dik.



mercoledì 21 ottobre 2026

Da Milano ad Ovada: nascita, vita e declino del movimento delle comuni in Italia

 


L'utopia di via Vico: la vita quotidiana nella prima comune milanese

Un viaggio nella stagione del movimento underground tra sperimentalismo urbano e ritorno alla natura

 

Nel clima di forte chiusura sociale dell'Italia di fine anni Settanta, caratterizzato da un diffuso e pervasivo rigore morale e da strutture familiari ancora profondamente patriarcali, un numero crescente di giovani cercò di tracciare percorsi di vita alternativi. Sulla scia delle suggestioni arrivate dalla Beat Generation e dalle esperienze comunitarie statunitensi ed europee, anche nelle città italiane si assistette alla nascita di spazi autogestiti basati sul rifiuto del modello borghese tradizionale.

Mentre in ambiti rurali prendevano forma realtà di primaria importanza per durata e partecipazione, come la comunità fondata tra le cascine dell'appennino ligure-piemontese, a Milano si sviluppava una tra le primissime comuni urbane. Fondata nell'ottobre del 1968 in via Giambattista Vico, proprio accanto al carcere di San Vittore, la struttura nacque dall'iniziativa spontanea di un gruppo di giovani studenti universitari e di liceo. Quell'esperimento residenziale si trasformò rapidamente in un punto di riferimento centrale per la controcultura cittadina, durato per circa un decennio.

Ma le immagini portano in un’altra zona, Ovada per la precisione.

Dice Nico Priano:

"Qui si parla, e le foto parlano come e più del resto, della Comune hippie di Ovada. È stato un episodio importante per la durata e la partecipazione che ha avuto. Le cascine che hanno ospitato i comunardi sono ancora lì, molte sono state ristrutturate ma ce n'è una che è rimasta come allora. Sull'intonaco sbiadito della facciata ancora si legge 'Hare Om, Freedom love".

Ma torniamo a Milano, via Giambattista Vico, attraverso i ricordi di Dinni Cesoni, ex comunarda, psicologa, e indiana d’adozione:

“L'avvio dell'esperienza di via Vico si concretizzò grazie al contributo di un giovane professionista e conoscente del gruppo, inserito nel mondo del lavoro, che individuò un grande appartamento sfitto all'interno di un palazzo borghese dell'epoca. Nei primi tempi fu proprio la sua disponibilità economica a garantire la copertura delle spese iniziali, consentendo al nucleo originario di insediarsi e organizzare gli spazi. Con il passare dei mesi, l'autosufficienza della comune si consolidò attraverso un sistema di attività precarie e condivise. La vendita serale di gioielli artigianali nei locali della città affiancava i primi passi nel campo della fotografia e del giornalismo di moda, mentre l'espansione negli spazi dello stesso pianerottolo portava il gruppo stabile a crescere fino a undici persone”.

Nel racconto dell'esperienza quotidiana in via Vico emerge una visione della sessualità lontana dagli stereotipi o dalle interpretazioni sensazionalistiche. L'approccio dei giovani comunardi rispondeva al desiderio di esplorare una nuova dimensione affettiva e corporea, in netta controriforma rispetto al clima sessuofobo dell'epoca.

Il modello relazionale non negava la formazione di coppie all'interno dello spazio abitativo, ma metteva in discussione il concetto di possesso. La gelosia era vista come un retaggio culturale da superare attraverso il dialogo e la ricerca di un'autonomia individuale, trovando riscontro anche nei testi divulgati dalla stampa alternativa del periodo. La gestione delle dinamiche sentimentali richiedeva un confronto costante e la mediazione collettiva delle tensioni emotive, portando in taluni casi alla riorganizzazione dei nuclei affettivi o all'uscita di alcuni membri dalla struttura.

L'appartamento di via Vico funzionava come uno spazio aperto ad accesso continuo. Con il progressivo e capillare diffondersi di giovani in fuga da contesti familiari autoritari, la comune divenne un punto d'approdo per chiunque cercasse ospitalità temporanea, arrivando ad accogliere viaggiatori dotati solo di chitarra e sacco a pelo.

La trasmissione della cultura e dei principi del movimento avveniva prevalentemente attraverso la comunicazione orale, la condivisione dei testi della letteratura Beat e la partecipazione diretta alle lotte sociali. Tra queste spiccavano le iniziative di protesta legate alla riforma psichiatrica di Franco Basaglia, l'impegno nei manicomi dell'epoca e la collaborazione attiva con riviste underground come Re Nudo.

In questo contesto, il consumo di sostanze psicotrope seguì un'evoluzione precisa. La cannabis, introdotta con la frequentazione del quartiere artistico di Brera e dei viaggiatori di rientro dall'estero, veniva vissuta come un momento di condivisione e socialità. L'LSD, scoperto e sperimentato collettivamente dopo i raduni internazionali, assumeva invece una funzione d'indagine interiore e di decondizionamento dalle sovrastrutture sociali. Le sessioni venivano affrontate con la presenza di figure di supporto interne al gruppo, intese a garantire un clima di tutela reciproca.

Il movimento underground milanese trovò sponda intellettuale in alcune figure di rilievo del panorama culturale del tempo. Se la cultura accademica o intellettuale dominante mantenne spesso un atteggiamento di chiusura nei confronti dei giovani comunardi, personalità come la traduttrice Fernanda Pivano e il docente universitario Enzo Paci rappresentarono interlocutori fondamentali, offrendo protezione, sostegno e spazi di dialogo, affiancati da figure legali impegnate nella tutela dei diritti dei giovani del movimento.

La parabola delle comuni urbane e del movimento alternativo andò ad esaurirsi progressivamente verso la fine degli anni Settanta. La conclusione di questa stagione fu determinata dal concorrere di molteplici fattori:

-Il mutamento del clima politico e la radicalizzazione ideologica verso l'estremismo e la lotta armata.

-L'esito problematico dei grandi eventi di aggregazione giovanile e dei festival popolari, come gli avvenimenti di Parco Lambro.

-L'ingresso massiccio dell'eroina all'interno dei contesti giovanili e di controcultura.

-Le dinamiche fisiologiche interne al gruppo, legate alla crescita individuale, alla nascita di nuovi nuclei familiari e al naturale affievolirsi delle spinte utopiche originarie.

Crediti e fonti

Testo dell'articolo: tratto liberamente dall'intervista a Dinni Cesoni firmata da Vincenzo Ligresti per VICE Italia (16 marzo 2016).

Fotografie: scattate tra il 1970 e il 1971 nella comune di Ovada (AL) da Gigi Respighi, per gentile concessione di Ignazio Maria Gallino.

Nota di contesto: Contributo e citazione a cura di Nico Priano.

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