Giorgio “Fico” Piazza alla Stella Maris: un rito collettivo
contro il CSD
di Athos Enrile
Certe serate non si organizzano: accadono. E quando accadono,
lo fanno con la naturalezza dei riti, con quella forza silenziosa che mette in
moto le persone e le porta fuori di casa, lontano dal temuto CSD – il “culo
sul divano”, mio nemico dichiarato di questo anno culturale.
Il 13 marzo, alla Sala Stella Maris di Savona, è
successo esattamente questo. Il quarto dei sei appuntamenti del ciclo che ho
immaginato a ottobre - in collaborazione con l’Associazione Rossini e in
continuità con il mio corso sul rock anni ’70 alla UniSavona - ha superato ogni
previsione: sold out oltre ogni possibile immaginazione. Non un pienone
formale, ma una sala colma di volti attenti, curiosi, partecipi. Molti
corsisti, certo, ma anche amici, conoscenti, persone arrivate attraverso il
passaparola, come se la musica avesse chiamato a raccolta una piccola comunità.
Giorgio “Fico” Piazza non ha portato una conferenza, ma la suavita intera.
La sua narrazione - lunga, stratificata, ricca di aneddoti,
video, ricordi personali - ha attraversato decenni di musica italiana: dagli
esordi giovanili sino a I Quelli, alla stagione irripetibile della PFM,
fino alle collaborazioni con Mina, Celentano, Battisti, De André. Senza
dimenticare il collegamento fraterno con Demetrio Stratos.
Ma il racconto non è stato mai nostalgia, ma piuttosto una memoria
viva, restituita con una sincerità che non ha bisogno di enfasi.
E poi c’era lui: il basso. Non uno qualunque, ma il basso che
Greg Lake regalò a Fico nei primi anni ’70, uno strumento che porta addosso
la storia del progressive mondiale, e che nelle sue mani vibra ancora come
allora.
A tratti, mentre scorrevano i video, Fico entrava nel brano
suonando dal vivo, intrecciando presente e passato in un unico gesto. Un modo
di raccontare che non si limita a dire, ma a far vivere.
La Stella Maris, anche grazie ai tanti amici presenti, si è
trasformata in una vera camera della memoria. Nessuna separazione, nessuna
distanza, ma una sala in linea, un ambiente unico dove ospite e pubblico hanno
condiviso lo stesso spazio, mescolandosi naturalmente, guardandosi negli occhi
e respirando la stessa aria. Un cerchio di persone che hanno vissuto insieme la
stessa esperienza. Battute, rimandi, domande spontanee, risate. Un clima da
salotto culturale, non da platea. Un modo di stare insieme che oggi è raro, e
proprio per questo prezioso.
C’è stato un istante in cui la serata si è trasformata in
qualcosa di più grande, quando è partita La canzone del sole di Battisti
- con Fico che l’ha accompagna dal vivo e la sala ha iniziato a cantare all’unisono.
Non era nostalgia ma riconoscimento, un pezzo di vita
condivisa che tornava a galla, e che per qualche minuto ha unito tutti in
un’unica voce.
Il video lo testimonia, ma chi c’era sa che quel momento non
si può davvero spiegare, solo ricordare.
La serata è durata oltre tre ore, davvero tanto per un evento
di questa tipologia, ma il gradimento è apparso totale.
E pensare che tutto era nato per caso, da una chiacchierata
post-concerto. Fico vive a due ore e mezza di macchina, ma la passione ha vinto
sulla fatica, e alla fine, è stato svelato un nuovo obiettivo, quello di portare
la musica nelle scuole.
Lo spirito di Piazza è chiaro: la musica non deve restare
chiusa nei ricordi, deve camminare, deve arrivare ai ragazzi.
Per questo è già in fase avanzata un progetto per portare la
sua storia nelle scuole medie, un gesto di restituzione, di semina, di futuro.
Quella del 13 marzo non è stata una semplice serata musicale.
È stata un rito collettivo, un atto d’amore verso la musica e verso le persone
che la vivono. Un piccolo miracolo culturale nato dal desiderio di combattere
il CSD e di rimettere in moto le persone.
E se tutto questo è stato possibile, è grazie a un musicista
vero come Giorgio “Fico” Piazza, alla sua umiltà, alla sua storia, e a quel
basso che porta con sé mezzo secolo di vita.
La notizia è fresca,
attesa, ma toccante per chi ha vissuto un’epoca musicale felice e si accorge
che, ad uno ad uno, i tasselli scompaiono. Daevid Allen non era più giovanissimo, aveva 77
anni, ma faceva parte di quel gruppo di miti musicali che sembra non possano
mai avere fine terrena: i suoi followers sapevano bene che aveva i giorni
contati. Difficile in poche righe raccontare di lui, probabilmente conosciuto
esclusivamente dagli addetti ai lavori e dagli appassionati del genere, ma è
indubbio che il suo genio abbia dato contributo
fondamentale a quella corrente musicale conosciuta come il Canterbury Sound. Poeta, musicista,
artista poliedrico, Daevid parte dall’Australia per approdare in Europa, dove
il suo genio troverà terreno fertile nella Beat
Generation. Siamo all’inizio degli anni ’60, e l’Inghilterra è scossa
-successivamente assuefatta- dalla musica di Beatles e Stones, e ciò che Allen,
Hugh Hopper e Robert Wyatt propongono - sono loro i suoi iniziali compagni di
viaggio- è qualcosa di decisamente alternativo, tra jazz e psichedelica, rock e
sperimentazione - musicale e di vita -, il tutto nell’ottica
dell’estremizzazione del concetto di arte. E’ un fenomeno talmente precoce che
anticipa il movimento prog, sbocciato nel passaggio tra i due decenni,
contenitore perfetto per chi ha idee, talento e voglia di osare in totale
libertà, senza soffermarsi sulle separazioni e distinzioni di genere, tipiche
sino a quel momento. Se si volesse dare un’immagine che ricalca l’idea comune,
si potrebbe disegnare il filone della musica progressiva con tante branchie, e
una di queste simboleggia il “gruppo” di Canterbury, erroneamente sottolineo,
se si osservano i fenomeni dal punto di vista cronologico. Le storie di Allen e
amici superano l’elemento musicale, perché il dare vita al nuovo assoluto è
qualcosa che assume valore didattico, nel senso del metodo -anche un “non
metodo” può rappresentare una scelta precisa-, dell’innovazione che arriva
senza magari rendersene conto, del saper captare la musica che gira intorno,
che aspetta solo di essere afferrata: King Crimson, Pink Floyd, Jethro Tull,
YES, Genesis, VdGG, Gentle Giant, ELP, prototipi prog, inventarono ciò che
prima non esisteva. Non tutto è di facile presa, e fu per me davvero complicato
assistere ad un concerto dei Soft Machine -credo fosse il 1973- che proponevano
il loro free-jazz, con il mitico Elton Dean al sax, il cui virtuosismo era noto
a noi adolescenti che lo ascoltavamo, quasi per obbligo, sui vinili. La sottolineatura
della figura di Daevid Allen dovrebbe far scattare un minimo di curiosità,
quello stato che sono uso chiamare “effetto domino”, e sono certo che la
scoperta delle sue creazioni musicali sarebbe in grado di stupire anche i meno
aperti verso mondi musicali sconosciuti.
Utilizzo un simbolo, un unico lavoro a
cui non voglio dare una valutazione assoluta, ma rappresenta il mio incontro
con Daevid e i suoi Gong, con cui creò il filone mitologico che li rese
celebri; “Angel’s Egg”è l’album in
questione, un disco che mi introdusse in un mondo nuovo, accessibile, con
sonorità e atmosfere che a distanza di lustri non mi hanno ancora stancato, e
tutto questo deve pur avere un significato! Cosa resta di quei giorni? Esiste
ancora quel mondo? Cosa lascia Daevid Allen? Molti protagonisti se ne sono
andati, altri resistono nonostante gli impedimenti fisici (da anni Robert Wyatt
è paraplegico), altri si riciclano con grande difficoltà (Richard Sinclair è
ormai italiano, ma… ha vissuto giorni migliori); ciò che resta è sempre la
musica, e occorre riflettere su come il movimento globale del Prog, che ha avuto
enorme visibilità per un solo decennio, sia… più vivo che mai, sebbene seguito
da un popolo esiguo - mi riferisco all’Italia - nonostante la frequente
complicatezza di certe trame, che non hanno mai avuto l’obiettivo
dell’orecchiabilità.
Il folletto Daevid Allen non può più danzare per noi, ma la sua
genialità musicale ha lasciato un segno indelebile, da preservare e diffondere,
nella speranza che qualche giovane talentuoso sappia raccoglierne l’eredità. E
noi, appassionati di musica, attendiamo fiduciosi.
Jim Gordon (14 luglio 1945 – 13 marzo 2023) è stato un
batterista statunitense, considerato uno dei più grandi e prolifici session man
degli anni '60 e '70. La sua abilità e versatilità lo hanno portato a
collaborare con una moltitudine di artisti di fama mondiale, lasciando
un'impronta indelebile nella storia della musica.
Gordon iniziò la sua carriera come membro dei The Everly
Brothers, per poi diventare un richiestissimo batterista turnista.
Ha suonato
con artisti importanti, come The Beach Boys (nell'album "Pet Sounds"),
John Lennon, George Harrison (nell'album "All Things Must Pass"), Steely
Dan, Eric Clapton (come membro dei Derek and the Dominos).
Capitolo "Layla": un capolavoro co-scritto insieme
a Eric Clapton, contribuendo alla sua bellezza con il memorabile assolo di
pianoforte che caratterizza la seconda parte del brano.
Ma non ci fu solo musica nella sua vita…
Gordon soffriva di schizofrenia non diagnosticata, una
condizione che ha progressivamente deteriorato la sua salute mentale.
Nel 1983, in un raptus di follia, Gordon uccise sua madre.
Fu dichiarato colpevole di omicidio di secondo grado e
condannato a una pena detentiva che trascorse in strutture psichiatriche
carcerarie.
Jim Gordon è morto in prigione il 13 marzo 2023 all'età di 77
anni.
Nonostante la tragica fine, Jim Gordon rimane una figura di
spicco nella storia della musica. Il suo talento innegabile e il suo contributo
a innumerevoli successi lo rendono un musicista leggendario. La sua storia,
tuttavia, è anche un triste monito sull'importanza della salute mentale e sulla
necessità di un adeguato supporto per chi soffre di disturbi psichiatrici.
James Taylorfu il più celebre tra i singer‑songwriter che,
all’inizio degli anni ’70, incrinarono il cliché del folk‑singer politicizzato
e militante. La sua figura inaugurò un nuovo modello: il cantautore
introspettivo, colto, fragile, capace di trasformare la confessione privata in
forma d’arte. Eppure, pur avendo intuito per primo quella svolta, Taylor non
riuscì mai a sfruttarla fino in fondo, lasciando ad altri - da Joni Mitchell a
Jackson Browne - il compito di radicalizzarne la poetica.
Taylor esordì a New York con la Flying Machine, le cui
registrazioni del 1967 verranno pubblicate postume in The Original Flying
Machine (1971). La sua carriera fu segnata fin dall’inizio da un tormento
personale che divenne parte integrante della sua identità artistica: il
ricovero psichiatrico, la dipendenza da eroina, la depressione ricorrente. Le
sue canzoni – sostenute da una chitarra acustica dal tocco jazzato e da un
fraseggio vocale morbido, quasi terapeutico – riflettono queste fratture
interiori.
Il debutto James Taylor (1969), prodotto in
Inghilterra per la Apple, rivelò un talento già maturo: ballate delicate,
arrangiate con cura, tra cui spiccano Carolina On My Mind e Something
in the Way She Moves. La consacrazione arrivò con Sweet Baby James
(1970), un disco cardine del cantautorato americano. La timbrica poliedrica di
Taylor, la sua tecnica chitarristica e il pianismo empatico di Carole King
plasmarono brani come Sweet Baby James, Fire and Rain e Country
Road, che divennero immediatamente classici.
Mud Slide
Slim and the Blue Horizon (1971), con ospiti come John
Hartford e Richard Greene, conteneva ancora gemme come You Can Close Your
Eyes e Long Ago and Far Away, pur mostrando già un primo calo
d’ispirazione. La cover
di You’ve Got a Friend di Carole King lo portò in vetta alle classifiche
e contribuì a costruire la sua immagine pubblica, ulteriormente amplificata dal
matrimonio con Carly Simon e dal loro duetto Mockingbird (1974).
I successivi One Man Dog (1972) e Walking Man
(1973) segnarono un evidente indebolimento creativo: dischi frammentari, più
domestici che visionari. Con Gorilla (1975), che conteneva l’ironica Mexico,
Taylor mostrò i limiti intellettuali di un personaggio sempre più ripiegato su
un intimismo rassicurante.
A partire da In the Pocket (1976), con Shower the
People, Taylor iniziò a ridefinirsi come interprete sofisticato di canzoni
orchestrali, spesso cover di rhythm and blues. La conversione all’easy
listening gli fruttò un enorme successo commerciale: JT (1977), trainato
da Handy Man, divenne disco di platino. Flag (1979) apparve
invece come una raccolta di scarti del disco precedente.
Gli anni ’80 – Dad Loves His Work (1981), That’s
Why I’m Here (1985), Never Die Young (1987) – proseguirono la
discesa in un pop elegante ma poco incisivo.
Con New Moon Shine (1991) Taylor ritrovò una certa
profondità emotiva, mentre Hourglass (1997) mostrò un’artigianalità
sonora ancora più raffinata, ormai lontana dalla scena folk-rock delle origini.
Lo stile autunnale di questi lavori culminò in October Road (2002), un
disco che suona come il testamento sereno di un artista sopravvissuto a sé
stesso.
Negli anni successivi Taylor ha continuato a pubblicare album
di qualità – Covers (2008), Before This World (2015), American
Standard (2020) – confermandosi come interprete di classe più che come
innovatore. La sua figura è oggi percepita come quella di un patriarca della
canzone americana, simbolo di un’intimità gentile e di una vulnerabilità che,
negli anni ’70, aprì la strada a un’intera generazione.
Greatest Hits (1976) resta la sintesi più efficace del suo periodo d’oro.
C’è un’immagine che apre la scena: un microfono acceso, un DJ
che introduce un ospite, una città in bianco e nero sullo sfondo. È la
locandina dell’evento radiofonico dedicato a Jerry
Cutillo, ma potrebbe essere tranquillamente la copertina di un
romanzo. Perché Diversely Fragilenasce proprio così, come un progetto che non si
limita a essere letto o ascoltato, ma che si manifesta, prende forma, si mette
in scena.
Jerry non ha scritto un libro. Non ha pubblicato un disco. Ha
costruito un ecosistema narrativo, un’opera totale che tiene insieme due volumi
autobiografici fiction/fact‑based e un CD che ne amplifica la risonanza
emotiva. Un progetto che attraversa cinquant’anni di musica, viaggi, cadute,
rinascite, incontri, coincidenze e sliding doors che sembrano uscite da un
romanzo magico‑realista - e invece sono la sua vita.
Jerry lo dice senza esitazioni: la forma romanzesca è stata
l’unica possibile. La sua storia non poteva essere compressa in un memoir
lineare. Troppi incroci, troppi segnali, troppe connessioni che emergono da
sole, quasi con inquietante naturalezza. “Scrivendo mi sono spaventato più
di una volta”, confessa nell’intervista.
La verità c’è, ma è filtrata. I personaggi diventano
archetipi, specchi, non bersagli. Gli episodi non cercano la cronaca, ma il
significato.
È un’autobiografia che si concede la libertà della
letteratura, senza perdere un grammo di autenticità.
I due libri - Chronicles of the Mind’s Eye e The
Stories Untold - sono nati insieme, come due polmoni della stessa
creatura.
-Il primo volume è diretto,
crudo, pieno di fratture e rivelazioni.
-Il secondo apre spiragli di
leggerezza, ironia, stupore.
Insieme compongono un’unica traiettoria, quella di un artista
che ha attraversato epoche, continenti, comunità creative e deserti interiori,
senza mai smettere di interrogarsi. Un viaggiatore nel tempo che parla al sé
del 1971 e al sé del futuro con la stessa lucidità.
Il CD
allegato - One Man is a Band; One Song, All His Crossroads - non è un
“bonus”. È un controcampo
emotivo: ogni brano dialoga con un capitolo, come se la musica fosse la memoria
sonora di ciò che la pagina racconta.
Jerry lo sintetizza così: “I libri raccontano i fatti, il
CD ne fa risuonare l’eco emotiva.”
La selezione è controcorrente: demo, live, versioni
alternative, registrazioni lo‑fi, momenti irripetibili catturati con mezzi di
fortuna. Nessuna ricerca di perfezione tecnica. Solo intensità, verità,
presenza.
È un manifesto dell’imperfezione come valore artistico, un
gesto quasi politico in un’epoca di iperproduzione e intelligenze artificiali
ovunque.
(La recensione del CD arriverà in un articolo dedicato, dove
entrerò nel merito delle scelte musicali, delle interpretazioni e della
costruzione narrativa dei brani.)
Il cuore di Diversely Fragile è il viaggio.
Geografico, interiore, temporale.
Dall’UK alla Russia, dalla Cina agli Stati Uniti, ogni luogo
diventa un capitolo di formazione. Ogni incontro - Gabriel, Anderson, Sinclair,
Kristina, Allcock - è una lezione umana prima che musicale. Ogni caduta è una
soglia: l’ospedalizzazione, la fuga della moglie con il figlio, la lunga
risalita, il ritorno sul palco in equilibrio su una gamba sola.
La fragilità, qui, non è un difetto, piuttosto un motore
narrativo. È la materia da cui nasce la trasformazione.
Jerry lo dice chiaramente: scrivere questi libri è stato
prima di tutto un atto di coraggio, un modo per liberare “cadaveri
dall’armadio”, per denunciare collusioni, conformismi, silenzi complici, per
restituire dignità a personaggi invisibili che nella vita reale non hanno avuto
voce.
È un gesto etico, non estetico. un modo per dire che l’arte
non può essere accomodante.
Il prologo dei libri si chiude con una frase che è quasi un
manifesto: “Domani è nelle nostre mani.”
Non è ottimismo. È responsabilità, è l’idea che, in un’epoca
in cui le certezze tremano e l’impensabile diventa realtà, l’unica via è
immaginare nuove Arcadie, nuovi mondi, nuove possibilità.
Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a incrinare
la “sbronza collettiva”, avrà già compiuto il suo compito.
In definitiva, Diversely Fragile è un’opera totale:
letteraria, musicale, autobiografica, filosofica, performativa. Un progetto che
attraversa mezzo secolo di vita e lo restituisce come un’unica, grande
narrazione.
Un artista che non ha mai smesso di cambiare pelle. Un
viaggiatore nel tempo che continua a interrogare il futuro. Un autore che ha
trasformato la fragilità in un prisma narrativo.
L’intervista integrale a Jerry
Cutillo…
Diversely Fragile nasce come duologia “fiction/fact-based”. In quale
momento hai capito che la forma romanzo era l’unica capace di contenere la tua
autobiografia?
Sin da principio. La narrazione si è
spontaneamente orientata verso una dimensione romanzesca, colorando le vicende
di luci e ombre. Partendo dal presupposto che ogni esistenza, ogni esperienza,
se vista con una giusta lente poetico-creativa, potenzialmente racchiude in sé
elementi per la scrittura di un romanzo, non ho trovato difficoltà a descrivere
gli scenari che avevo impressi nella memoria.
Nei libri racconti che, scrivendo, alcuni collegamenti ti hanno
“spaventato”. Qual è stato il più inatteso o rivelatore?
Se li elencassi, rovinerei parte
della sorpresa per i lettori. Posso però dire che entrambi i libri contengono
interi capitoli da cui emergono sequenze di cause ed effetti, cicli karmici,
collegamenti sorprendenti - talvolta casuali, talvolta inevitabili, quasi
predestinati. Alcuni fanno rabbrividire, altri commuovono, altri ancora fanno
letteralmente scoppiare dal ridere.
Hai sempre composto album “da leggere”. Ora hai scritto libri “da
ascoltare”. Cosa cambia nel modo in cui percepisci te stesso come artista?
L’espressione “album da leggere”
l’ho coniata durante le interviste successive all’uscita di “Giordano Bruno”,
il secondo album della mia quadrilogia prog. Immagino che anche la formula dei
“libri da ascoltare” - e non solo nel senso di audiobook con uno speaker che
legge - possa fare proseliti. Ho sempre creduto nella natura multimediale
dell’arte. Rispetto al lavoro musicale, la produzione letteraria ti concede una
maggiore autonomia d’azione, ma le visioni che muovono la penna o il plettro
restano le stesse. Appartengono entrambe a quella “terra di mezzo” tra il sogno
e il pensiero cosciente. Da lì emergono angeli e demoni, fantasmi e volti cari,
ricordi e premonizioni che prendono forma e finiscono per sorprendere noi per
primi, oltre a chi ci legge o ci ascolta.
Il CD raccoglie versioni imperfette ma autentiche. Cosa rappresenta per te
l’“imperfezione” come valore artistico?
La perfezione, ammesso che esista,
è un concetto astratto. Forse coincide semplicemente con il momento in cui
l’artista dice “Stop”, mette giù gli strumenti e accetta che l’opera sia
compiuta. L’imperfezione, invece, risiede nell’impulso originario, in quella
scintilla che scatena un’eruzione di materia e genera una valanga di sliding
doors: il percorso del divenire, che sai quando inizia ma non puoi sapere dove
ti porterà. Entrambi gli stadi - l’istinto grezzo e la rifinitura - meritano
attenzione e rispetto. Insieme, in modo complementare, tendono allo stesso
traguardo: la nascita di qualcosa che rimarrà cristallizzato nel tempo, con una
sua identità riconoscibile. Spesso sono proprio le piccole “sbavature” umane a
rendere un brano irripetibile.
I tuoi viaggi in UK, Russia, Cina, Stati Uniti sembrano capitoli di un
romanzo di formazione. Quale luogo ha inciso più profondamente sulla tua
identità?
Ogni luogo ha inciso a suo modo, e
hai ragione nell’accostare il viaggio in solitaria a capitoli di un romanzo
formativo. Trovarsi in circostanze inusuali, cariche di imprevisti e sorprese,
e misurarsi con altre realtà ci arricchisce in un modo che, da fermi, non è
possibile sperimentare. Conoscere il mondo aiuta a conoscere sé stessi: è un
po’ come osservare la Terra dallo spazio. In quel momento ti rendi conto della
tua vera dimensione umana. Viaggiare, per me, è stato questo: ridimensionare
l’ego e ampliare lo sguardo.
Se dovessi scegliere una sola “sliding door” che ha cambiato tutto, quale
sarebbe?
Ogni istante di vita potrebbe
rappresentare una sliding door che, se attraversata o evitata, modifica il
corso degli eventi. La misteriosa rete degli infiniti universi paralleli, pane
per gli scienziati di ultima generazione, ma anche per le nuove intelligenze
artificiali, è sempre più tesa a comprendere quante versioni di noi stessi
esistono, potenzialmente, dietro ogni scelta - o non scelta.Mezzo secolo fa, con il parka addosso e i
capelli lunghi, milanciavo dalle gradinate del Palasport di
Roma verso i posti in platea per vedere più da vicino i travestimenti di Peter
Gabriel. Pochi anni dopo, mi ritrovavo a Carnaby Street con i capelli giallo
canarino, a passeggiare con la mia fidanzata punk. Girato l’angolo, eccomi in
corsa per un posto al Festival di Sanremo ’83 e, in un lampo, seduto in
business class su un DC‑9 diretto in Olanda per presentare il mio brano di successo su Top of
the Pops. Poi arrivano Festivalbar e Discoring - e la pietra continua a
rotolare, senza mai fermarsi. Ma quando mia moglie si allontana a mia insaputa,
portando con sé mio figlio Victor di sette mesi che rivedrò soltanto 24 anni
dopo, non resta che una lunga ospedalizzazione e la speranza di imparare a
camminare per la seconda volta. Raccolgo le forze, torno sul palcoscenico e
rendo omaggio al mio mentore, Ian Anderson: faccio volteggiare il flauto e
suono Bourrée in equilibrio su una gamba sola. La vita è strana: alzo un
boccale di birra per un brindisi con Maartin Allcock dopo un nostro concerto a
Shanghai, e non ho ancora posato il bicchiere che siamo già in viaggio per
esibirci al Cropredy Festival, in Inghilterra. Nel 2014 il mio primo tentativo
letterario viene poi abbandonato a favore dell’album che aprirà la quadrilogia
prog degli OAK (Oscillazioni Alchemico Kreative), la sigla con cui realizzerò “Viandanze”.
I contatti esoterici si susseguono e, dopo il doppio album “Giordano Bruno”, “Nine
Witches Under a Walnut Tree” mi implorano di dare voce ai loro tormenti. Non mi
sottraggo al loro richiamo e lo stesso accadrà per il successivo “Lucid
Dreaming and the Spectre of Nikola Tesla”, con il quale porterò alla luce la
vita del genio che scoprì il XXI secolo. Sembra che tutto possa essersi
concluso, ma l’incontro con il robot umanoide Ameca a New York apre ulteriori
domande e stimola nuove sfide, annunciando la fine di un’epoca e l’inizio di un
altro capitolo, questa volta proiettato nell’ignoto.
Nel libro parli di cadute, ospedalizzazioni, fughe, rinascite. Qual è stato
il momento in cui hai capito che la fragilità poteva diventare forza narrativa?
C’è una frase che mi accompagna da
tempo: quando il diavolo ti ignora, forse è perché stai facendo qualcosa di
sbagliato; ma quando viene a trovarti e rimane a osservarti, forse è perché hai
deciso di fare qualcosa di giusto e lui non riesce a fermarti. Ho sempre associato la mia creatività a
sensazioni estreme, tra l’estasi e i malesseri interiori, ed è stato questo
bipolarismo il mio motore di vita. Nel titolo del libro ho usato il termine
Fragile per costruire un gioco di parole che avrebbe aperto molteplici
interpretazioni. Esiste davvero una fragilità “diversa”? O il termine “fragile”
è già, di per sé, abbastanza ambiguo? Ognuno di noi possiede al tempo stesso
fragilità e punti di forza. Se poi il titolo viene accostato a una copertina
irriverente, sguaiata e ridanciana, è naturale chiedersi se siamo vittime di
una gigantesca presa in giro o se stiamo finalmente guardando in faccia la
nostra vulnerabilità.
Scrivere questi libri è stato più un atto di guarigione o di coraggio?
Prima di tutto, un atto di coraggio
che ha reso possibile una forma di mutazione. Legati a me da un legame
fraterno, tanti personaggi invisibili che avrebbero meritato un destino diverso
prendono forma nelle mie pagine e riconquistano la scena che in vita gli è
stata negata. Io stesso, ormai avulso da futili dinamiche locali, ed emancipato
dagli arruffianamenti tradizionali, che hanno come risultato soltanto
l’abbassamento della propria autostima, ho trovato la lucidità per liberare
qualche cadavere dall’armadio. Quando il clima di decadenza, collusione,
conformismo o silenzio complice mi è diventato irrespirabile, ho cambiato
prospettiva e ho sentito la responsabilità, sia verso la mia coscienza sia
verso chi mi segue, di urlare il mio disappunto. Senza questi elementi
fondamentali, faccio fatica a immaginare cosa significhi essere davvero un
artista.
Nei tuoi racconti compaiono figure straordinarie: Gabriel, Anderson,
Sinclair, Kristina, Allcock… chi ti ha insegnato la lezione più umana, non
musicale?
Credo Richard Sinclair. In
occasione di un concerto che tenemmo insieme in un luogo a diverse miglia da
Roma, Richard fece i capricci per tutta la giornata, al punto da guadagnarsi il
soprannome di Cavallo Pazzo, con cui iniziammo a chiamarlo scherzosamente. In
realtà stava semplicemente subendo l’approssimazione organizzativa dell’evento.
Il concerto durò diverse ore e terminò molto tardi, così il promoter ci informò
che non avremmo potuto cenare. Richard si imbizzarrì e minacciò di voler
guidare fino al mattino, pur di trovare un posto dove poter mangiare e bere
qualcosa. Maart Allcock - anche lui con noi - era perfettamente d’accordo. Così
il promoter fu costretto a setacciare tutta l’area, a tarda notte, fino a
scovare un locale ancora aperto. Alla fine, mangiammo, soddisfatti, e
rientrammo al B&B dove avremmo trascorso la notte. Superato il cancello del
resort, imboccammo uno sterrato al buio. Un cagnolino nero, di piccola taglia,
cominciò a correre dietro le nostre auto scodinzolando. Non c’erano luci e il
promoter, che guidava l’auto davanti a noi, non si accorse dell’animale e lo
travolse. Io ero al volante della seconda auto, con Richard e Maart a bordo:
assistemmo impotenti alla scena. Suonai il clacson per attirare l’attenzione di
chi ci precedeva, che si fermò ancora ignaro di quanto fosse accaduto. Richard
- il nostro Cavallo Pazzo - fu il primo a soccorrere il cucciolo, che tremava
convulsamente. Dopo pochi istanti, l’animale esalò l’ultimo respiro tra le sue
braccia. Richard continuò a tenerlo stretto, accarezzandolo, poi gli abbassò le
palpebre. Con movimenti lenti, quasi da rituale druidico, cominciò a scavare
una piccola fossa nel terreno e vi depose il corpo. Io osservavo, impietrito,
quei gesti intrisi d’amore e di compassione. Quella notte Cavallo Pazzo Richard
si trasformò, ai miei occhi, in un Unicorno.
Nel libro dici che “gli altri entrano come specchi, non come bersagli”.
Qual è lo specchio che ti ha riflesso l’immagine più difficile da accettare?
Le tematiche sono generalizzate e,
per quello che sono, risultano enormemente più ampie rispetto ai luoghi o a
singoli profili narrati. I personaggi, in particolare, sono stati volutamente
spersonalizzati e resi funzionali a un obiettivo preciso: rappresentare
archetipi e tipologie. Alcuni, francamente, sono deprimenti; altri, raccontati
al pubblico americano, sono apparsi quasi folcloristici, dai tratti di furbetti
azzeccagarbugli. Alla fine, però, tutti i personaggi, me compreso, sembriamo
muoverci sul palcoscenico di un teatrino dell’assurdo. È lì che ho dovuto
riconoscere anche le mie complicità, le mie ingenuità, le volte in cui non ho
saputo dire di no. Detto questo, ci tengo ad aggiungere che nei due libri di “Diversely
Fragile” racconto anche di figure diametralmente opposte: persone esemplari,
veri maestri di vita. Il gioco di specchi non è mai a senso unico.
In Diversely Fragile diventi un “viaggiatore nel tempo”. Se potessi parlare
al Jerry del 1971, cosa gli diresti?
Gli ripeterei le stesse parole che
sentii risuonare dentro di me quella notte del 1979 in cui rimasi in strada,
senza le chiavi del flat in cui ero ospitato e con nessuno al suo interno. Era
una notte di fine ottobre a Londra e vagai fino al mattino, con in testa la
voce di mio padre che mi diceva: “Non
sei solo e hai tutta la vita davanti a te”.
E al Jerry del futuro, quello che incontra Ameca a New York?
Gli direi di non avere paura di
cambiare, di rimettersi in gioco, di ricominciare daccapo tutte le volte che
serve. Di non mettere radici dove la terra frana. Di non perdere i ricordi, la
coerenza e… gli attributi.
Il CD attraversa cinquant’anni di musica. Qual è il brano che più ti
rappresenta oggi, non ieri?
“When Rock Was Youn”, la traccia
numero 6 del CD “One Man is a Band; One Song, All His Crossroads” allegato ai
due volumi. Paradossalmente è un brano scritto nel 1979, ma già
concepito come un viaggio nel tempo. È la mia “My Way” o, forse, la mia
risposta a “Life on Mars.” L’ho infarcita di richiami classici del rock e di
suoni spaziali per raccontare la vicenda dell’umanoide che, a bordo del suo
space lab, in seguito a una tempesta cosmica, perde la posizione spazio‑temporale e si ritrova sul
pianeta Terra nell’anno 1969. La canzone è riuscita a riaffiorare dopo molti
anni, a imporsi di nuovo, e a tracciare un ponte tra passato e futuro. In
questo senso incarna perfettamente il concetto alla base dell’intero progetto
Diversely Fragile.
Hai rifiutato logiche di mercato nella selezione. Qual è stata la scelta
più controcorrente?
La selezione è stata effettuata da
me insieme a un team di esperti musicali. Probabilmente la scelta più
controcorrente è stata quella di includere alcune registrazioni dal vivo nella
setlist. Le alternative in studio non mancavano – parliamo di oltre un
centinaio di composizioni, la maggior parte delle quali realizzate in studi
professionali – ma ho scelto di far prevalere i brani di maggiore intensità
emotiva, legati alle narrazioni dei libri, anche se registrati con mezzi di
fortuna. La qualità tecnica, in questi casi, non è impeccabile, ma come si può
rinunciare a una space jam con l’Albergo Intergalattico Spaziale di Mino Di
Martino, o a una “Trilogy” piano e voce, registrata in un giardino con il canto
degli uccelli sullo sfondo? Per me questa è perfezione… anche se di un altro
tipo.
Nel prologo dici che “domani è nelle nostre mani”. Qual è il domani che
speri i lettori possano intravedere attraverso le tue pagine?
Spero che intravedano un domani radicalmente diverso dalla realtà a cui siamo
stati anestetizzati per anni. Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a
incrinare la sbronza collettiva dilagante, e a far venire voglia di immaginare
scenari nuovi – personali ecollettivi – allora avrò avuto la conferma che
domani, in effetti, è davvero nelle nostre mani.
"Deja
vu" è il secondo disco in studio del supergruppo CSN&Y, pubblicato l’11 marzo del 1970
dalla Atlantic Records.
Questo album rappresenta un'importante
pietra miliare nella storia del rock, non solo per le incredibili capacità dei
membri del gruppo, ma anche per il loro impatto sociale e politico.
L'album si apre con la celebre
traccia "Carry On", una canzone potente e avvincente
che incorpora armonie vocali sorprendenti e abili cambi di tempo. Questa
canzone è un inno all'unità e all'amore, con un arrangiamento che permette a
ogni membro della band di brillare, sia vocalmente che strumentalmente.
Il brano successivo, "Teach
Your Children", è uno dei più grandi successi dei CSN&Y. Con
la sua melodia orecchiabile e i testi che incoraggiano la comprensione e
l'amore tra le generazioni, la canzone si è guadagnata un posto speciale nel
cuore di molti ascoltatori.
L'album continua con una serie di
tracce eclettiche e coinvolgenti. "Almost Cut My Hair"
è una potente canzone rock che esprime un senso di ribellione e frustrazione,
mentre "Woodstock" cattura l'atmosfera e lo spirito del
leggendario festival del 1969. La canzone "Helpless" di
Neil Young è un momento di pura bellezza e vulnerabilità, con la sua melodia
struggente e la voce commovente.
"Deja vu" contiene anche
brani politicamente impegnati come "Ohio", una reazione
diretta alla sparatoria di Kent State del 1970, e "Southern Man",
che affronta il tema del razzismo nel sud degli Stati Uniti. Queste canzoni
testimoniano l'impegno sociale e politico del gruppo, che si è fatto portavoce
di una generazione in tumulto.
La varietà di stili musicali presenti
in "Deja vu" è notevole. Dal country rock di "Country Girl"
alla ballata acustica di "Our House", il gruppo
dimostra una grande versatilità e una capacità di sperimentare con diversi
generi musicali senza perdere l'unità del suono complessivo.
La combinazione delle voci di Crosby,
Stills, Nash e Young è semplicemente magica. Le loro armonie vocali sono uno
dei punti di forza di questo album, conferendo a ogni canzone una profondità e
una bellezza uniche. Le abilità strumentali dei membri della band sono altrettanto
impressionanti, con chitarre acustiche e elettriche che si fondono in un
perfetto equilibrio.
Complessivamente, "Deja vu"
è un album straordinario che ha resistito alla prova del tempo. Le sue canzoni
rimangono rilevanti e potenti anche oggi, mentre la combinazione di talento
musicale e impegno sociale dei CSN&Y lo rende un classico senza tempo. Se
sei un appassionato di rock anni '70 o desideri esplorare la discografia di
questo supergruppo iconico, "Deja vu" è un album da non perdere.
Graham Nash: voce, chitarra,
tastiera, percussioni
Neil Young: voce, chitarra, tastiera,
armonica a bocca
Altri musicisti
Dallas Taylor: batteria, percussioni
Greg Reeves: basso
Jerry Garcia: pedal steel guitar
John Sebastian: armonica a bocca
LA COPERTINA
La copertina di "Déjà Vu"
dei Crosby, Stills, Nash & Young è un'iconica immagine che rappresenta i
membri della band in un ambiente rurale. L'album è stato pubblicato nel 1970 ed
è diventato uno dei più grandi successi del gruppo.
La copertina presenta una fotografia
di un campo aperto con i membri della band sparsi in primo piano. David Crosby
è seduto su un recinto, Stephen Stills è sdraiato sull'erba, Graham Nash è in
piedi con una chitarra, e Neil Young è in piedi in lontananza con il suo cane.
La fotografia è stata scattata da Henry Diltz, un noto fotografo e amico dei
musicisti, che ha realizzato diverse copertine di album famose dell'epoca.
La copertina di "Déjà Vu" è
diventata un'icona della cultura musicale degli anni '70 e rappresenta l'atmosfera
bohémien dell'epoca e lo spirito di collaborazione tra i membri della band. È
un'immagine iconica che viene immediatamente associata all'album e alla band
stessa.
Resoconto della 10° lezione del corso sul Rock ’70 alla
UniSavona
Le band seminali del rock americano
(anni ’60–’70)
10° incontro Sala Stella Maris,
Savona – 10 marzo 2026
Nonostante la pioggia battente, la Sala Stella Maris
si è riempita ancora una volta: un pubblico attento, affezionato, curioso.
L’atmosfera giusta per attraversare una delle stagioni più fertili della musica
americana.
Il brano del
giorno: “God Only Knows” - The Beach Boys
Abbiamo iniziato dall’alto, altissimo. Una analisi rispettosa e appassionata di God Only Knows, con particolare
attenzione alle linee vocali e alla costruzione armonica.
Sì partiti da una sezione solo voci, per mostrare la
complessità e la purezza dell’intreccio, un esempio perfetto di come la musica
pop possa raggiungere livelli di scrittura quasi cameristica.
Fuori
programma: Steve Winwood - “Empty Pages”
Un recupero necessario, dopo che la scorsa volta era rimasto
fuori.
Un ascolto che ha aggiunto una sfumatura soul e introspettiva
alla mattinata, ricordando quanto Winwood sia stato un ponte vivente tra rock,
blues, psichedelia e spiritualità.
Come da tradizione, l’introduzione di Giacomo ha dato il via
all’incontro, un piccolo rituale che ormai prepara tutti all’ascolto, con quel
suo modo di “mettere a fuoco” il tema prima ancora che parta la musica.
Le band americane: un viaggio tra i
semi del rock moderno
Il cuore dell’incontro è stato dedicato alle formazioni che,
tra anni ’60 e ’70, hanno definito un linguaggio nuovo: folk-rock, psichedelia,
country-rock, radici, sperimentazione.
Si è parlato dei seguenti artisti, e i Quicksilver
Messenger Service sono rimasti al momento fuori, nonostante le intenzioni:
The Byrds - “Turn! Turn! Turn!”
Buffalo Springfield - “For What
It’s Worth”
Crosby, Stills, Nash & Young - “You Don’t Have to Cry”
Neil Young- “The Needle and the
Damage Done”
Grateful Dead - “Far From Me”
Jefferson
Starship - “Jane”
Creedence Clearwater Revival –
“Fortunate Son / Proud Mary”
The
Band - “The Weight”
America - “Ventura Highway”
Un percorso che ha mostrato come ogni gruppo abbia portato un
tassello diverso: la coralità dei Byrds, la coscienza civile dei Buffalo
Springfield, l’intimità di Young, la libertà dei Dead, la potenza melodica dei
CCR, la poesia sospesa di The Band, la leggerezza luminosa degli
America.
All’inizio della mattinata c’è stato anche il tempo per un
ascolto speciale: “The Weight” nella versione di Playing For Change,
un momento breve ma potentissimo, quasi un manifesto. Quell’intreccio di voci e strumenti raccolti in giro per il
mondo - musicisti lontanissimi tra loro che suonano come se fossero sullo
stesso marciapiede - ha offerto un’immagine limpida di ciò che la musica può
ancora essere: un luogo di coesione, di incontro, di umanità condivisa.
Musica, parole, ricordi, scoperte. Una sala viva, partecipe,
che non si è lasciata intimidire dal maltempo. Un altro tassello nel mosaico
del tuo percorso su Il rock negli anni ’70 e dintorni.
Mr. Tambourine Man: l’attimo in cui Dylan regalò ai
Byrds il futuro
Capita raramente di assistere al momento esatto in cui una
canzone cambia strada, e con lei un intero genere musicale. Nell’estate del 1964,
in una stanza di Los Angeles piena di strumenti scordati e ambizioni enormi, Bob
Dylan prende la chitarra e suona Mr. Tambourine Man ai Byrds,
che allora non erano ancora “i Byrds”, ma un gruppo in cerca di identità.
Roger McGuinn ricorderà che fu come vedere aprirsi una finestra: la
melodia era già perfetta, ma sembrava chiedere un’altra veste, più luminosa,
più elettrica. Dylan, che in quel momento stava scivolando fuori dal recinto
del folk ortodosso, non solo non si oppose, ma sembrava quasi divertito
dall’idea che quei ragazzi potessero trasformare la sua ballata in
qualcos’altro.
La cosa sorprendente è che i Byrds si mossero con una
rapidità quasi insolente. Il 20 gennaio 1965, mentre Bringing It All Back
Home non era ancora nei negozi, loro erano già in studio a registrare
la loro versione, due minuti scarsi, armonie levigate, la Rickenbacker di
McGuinn che scintilla come un faro. Quando il disco di Dylan uscì, il 27 marzo,
il singolo dei Byrds era già pronto da settimane. Arriverà nei negozi il 12
aprile: appena sedici giorni dopo, ma con un impatto completamente diverso.
La leggenda vuole che, quando Dylan ascoltò la versione dei
Byrds, sorrise e disse: “Wow… you can dance to it”… era la
conferma che aveva intuito tutto fin dall’inizio, quella canzone, nelle mani
giuste, poteva diventare il manifesto di un nuovo suono. E così fu.
In meno di un mese, Mr. Tambourine Man non era più
solo un brano di Dylan, ma il punto di partenza del folk-rock.
Country Joe McDonald, voce storica della controcultura
americana e figura simbolo della protesta contro la guerra in Vietnam, è
scomparso il 7 marzo 2026, all’età di 84 anni. Con lui se ne va
uno degli interpreti più limpidi e ironici della stagione psichedelica della
West Coast.
Nato a Washington D.C. nel 1942, McDonald fondò nel 1965 i Country
Joe & The Fish, gruppo che contribuì a definire il suono psichedelico
californiano tra Avalon Ballroom, Fillmore e Monterey Pop. La sua scrittura,
diretta e priva di retorica, univa impegno politico, ironia e un forte senso
narrativo.
Il suo nome resta legato soprattutto a “The Fish
Cheer/I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die Rag”, brano diventato uno dei
simboli della protesta contro la guerra in Vietnam. L’esecuzione a Woodstock,
con il pubblico che rispondeva al celebre “cheer”, è rimasta una delle immagini
più riconoscibili di quell’epoca.
Dopo lo scioglimento del gruppo, McDonald proseguì un
percorso solista fedele ai propri temi: memoria, dissenso, racconto civile.
Pubblicò decine di album, spesso in circuiti indipendenti, mantenendo un
rapporto diretto con il pubblico e con la tradizione del folk di impegno
sociale.
La sua figura rimane legata a un momento preciso della storia
americana, ma la sua voce - ferma, ironica, mai compiaciuta - continua a
rappresentare un modo di intendere la musica come testimonianza e
responsabilità. La sua scomparsa chiude un capitolo, lasciando però un’eredità
che continua a parlare con semplicità e chiarezza.