giovedì 8 ottobre 2026

T.C.O.F. a Villa Spingardi - Due giorni di musica a MASCA 2026, Spigno Monferrato, 19-20 settembre 2026

 


T.C.O.F. a MASCA 2026, due giorni immersi nella musica

Spigno Monferrato (AL), 19 e 20 settembre, Villa Spingardi


La manifestazione MASCA 2026 - Il ritorno della strega ha trasformato per due giorni Spigno Monferrato in un luogo dove tradizioni popolari, spettacoli, musica, racconti, artigianato, animazioni e momenti di convivialità si sono intrecciati in un programma particolarmente ricco. La festa ha coinvolto il paese per tutto il fine settimana, proponendo iniziative dedicate ad adulti e bambini e restituendo quel senso di comunità che caratterizza le manifestazioni più riuscite.

Mi piacerebbe poter raccontare ogni aspetto dell'evento, ma mi risulta impossibile, visto che il mio impegno con i T.C.O.F. (The Cost Of Freedom) mi ha assorbito quasi completamente. Tra preparazione, concerti, pause, incontri con il pubblico e gestione della strumentazione, sono nate poche occasioni per seguire il resto delle attività. Il mio racconto è quindi quello di chi ha vissuto la festa soprattutto dal palco, o meglio, dal prato.

Per i T.C.O.F. era il secondo anno consecutivo all'interno della manifestazione. La prima volta avevamo trovato spazio alla fine di una strada, in una posizione un po' decentrata e leggermente in salita. Quest'anno invece la sorpresa è stata Villa Spingardi, una location che nella precedente edizione era rimasta chiusa, da noi guardata con ammirazione dall’esterno, e che si è rivelata uno dei luoghi più affascinanti dell'intera festa.

I proprietari ci hanno accolto con grande cordialità e disponibilità, facendoci sentire immediatamente a nostro agio. Un gesto che ha contribuito fin dall'inizio a creare un clima speciale. Grazie a Luca e Caterina!

Il vero valore aggiunto della nuova location era però il magnifico giardino della villa. Abbiamo suonato immersi nel verde, direttamente sull'erba, in uno spazio che sembrava fatto apposta per ospitare musica e incontri, senza distanze artificiali tra la band e il pubblico. Le persone potevano passeggiare, fermarsi ad ascoltare, sedersi su panche e seggiole, o avvicinarsi ai musicisti per qualche chiacchiera. Questa dimensione informale ha reso ogni esibizione particolarmente piacevole e ha contribuito a creare un'atmosfera autentica e rilassata.

Sulla carta la posizione poteva sembrare ancora più nascosta rispetto a quella dello scorso anno. In realtà è accaduto l'esatto contrario. Fin dal pomeriggio di sabato la musica ha richiamato continuamente persone, creando un flusso costante di visitatori. Molti arrivavano per partecipare alle altre iniziative della festa e si fermavano ad ascoltare qualche brano, altri sono tornati più volte nel corso delle due giornate.

Tra le cinque ore del sabato, dalle 17 alle 22, e le tre ore della domenica pomeriggio, concluse attorno alle 19, abbiamo proposto circa sei ore effettive di musica, ripercorrendo quasi tutto il repertorio del gruppo. Un lungo viaggio nel rock americano degli anni Settanta che rappresenta la nostra principale passione.

La formazione vede Roberto Storace nel ruolo di motore della band, impegnato tra chitarre (e banjo in una occasione), voce e armonica. Al suo fianco Marco Briano alle chitarre e cori, Ivo Bologna al basso e cori, Fabrizio Cruciani alla voce e alle percussioni e il sottoscritto Athos Enrile tra chitarra, percussioni e cori.

Come già accaduto un anno fa, anche questa volta il tempo è stato clemente e oltre. Due giornate di sole hanno accompagnato la manifestazione, rendendo ancora più piacevole la permanenza nel giardino di Villa Spingardi. Famiglie, gruppi di amici, bambini che giocavano e persone di ogni età che si fermavano ad ascoltare la musica hanno contribuito a creare un'atmosfera che riportava alla mente le feste di paese di una volta, quando l'importanza maggiore era stare insieme.

Al termine del weekend rimane soprattutto questa sensazione. Al di là delle canzoni eseguite, delle ore trascorse a suonare e delle chiacchiere con il pubblico, resta il ricordo di due giornate vissute in un ambiente accogliente e sereno, all'interno di una manifestazione capace di coinvolgere un intero paese. Per i T.C.O.F. è stata un'altra esperienza bellissima da aggiungere ai ricordi, resa ancora più speciale dalla scoperta di una incredibile location, e dall'affetto delle tante persone che hanno condiviso con noi questo viaggio musicale.



Compassionizer – The Faithful of the Land


 

Compassionizer – The Faithful of the Land


Esistono dischi che chiedono di essere ascoltati come una semplice successione di brani e altri che invitano a entrare in un ambiente sonoro, quasi in uno spazio mentale. The Faithful of the Land, quinto album dei russi Compassionizer, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il progetto guidato da Ivan Rozmainsky prosegue infatti un percorso ormai riconoscibile, nel quale avanguardia, sensibilità melodica e ricerca spirituale convivono in un equilibrio raro. L'album è dedicato a coloro che seguono una vocazione superiore e ricercano una forma di bellezza interiore, una visione che attraversa l'intero lavoro come un filo invisibile.

Nati nel 2020 dall'iniziativa di Ivan Rozmainsky, già noto per la sua attività con i Roz Vitalis, i Compassionizer hanno sviluppato negli anni una personalità ben definita all'interno della scena avant prog contemporanea. La loro musica unisce chamber rock, ambient, folk, musica da camera e progressive sperimentale, mantenendo sempre al centro la melodia e l'atmosfera. Lo stesso progetto dichiara come propria finalità artistica quella di favorire valori quali empatia, comprensione e compassione, elementi che trovano una chiara traduzione nella dimensione sonora dell'album.

Fin dai primi minuti emerge una scrittura che rifugge i percorsi prevedibili. Le composizioni si sviluppano seguendo traiettorie mutevoli, nelle quali momenti contemplativi si alternano a passaggi più complessi senza mai smarrire il filo narrativo. La sensazione è quella di attraversare un paesaggio in continuo movimento, dove ogni brano apre nuove prospettive e nuovi colori.

Uno degli aspetti più affascinanti dell'opera risiede nella straordinaria ricchezza timbrica. Chitarre, clarinetti, rubab, balalaika, theremin, organo a canne, ukulele e una vasta gamma di percussioni convivono con sintetizzatori e campionamenti in una tavolozza sonora sorprendentemente coerente. La varietà degli strumenti non rappresenta un semplice sfoggio di possibilità espressive, ma contribuisce alla costruzione di un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.

Particolarmente significativa è la presenza della cantante slovena Sabina Vostner, protagonista vocale della maggior parte dei brani. La sua interpretazione si inserisce con naturalezza nelle architetture sonore progettate da Rozmainsky, aggiungendo una dimensione lirica che amplifica il carattere evocativo dell'intero lavoro.

I sette episodi che compongono l'album scorrono come capitoli di un'unica narrazione. Dall'intenso Blessed Is He That Considereth the Poor alla lunga title track conclusiva, il viaggio sonoro si dipana attraverso suggestioni folk, atmosfere cameristiche, aperture cinematografiche e passaggi di intensa spiritualità. Anche nei momenti più audaci e sperimentali la componente melodica continua a fungere da bussola, permettendo all'ascoltatore di seguire il percorso senza smarrirsi.

Più che impressionare attraverso il virtuosismo, The Faithful of the Land conquista grazie alla sua capacità di evocare immagini interiori e stati d'animo. È un'opera che richiede attenzione e disponibilità all'ascolto profondo, ma che sa restituire un'esperienza ricca di sfumature e significati. In un panorama sempre più affollato di formule consolidate, i Compassionizer continuano a percorrere una strada personale, confermando maturità artistica e coerenza espressiva.


Tracklist

1.   Blessed Is He That Considereth the Poor (10:07)

2.   In Exchange for His Soul (Part 1) (09:19)

3.   My Joy and Crown (03:38)

4.   Some That Trouble You (07:03)

5.   In Exchange for His Soul (Part 2) (03:11)

6.   Deep Calleth unto Deep at the Noise of Thy Waterspouts (07:41)

7.   The Faithful of the Land (11:21)


Line-up

-Serghei Liubcenco: chitarre elettriche e acustiche, basso, rubab, batteria e percussioni

-Leonid Perevalov: clarinetti bassi, piccolo clarinetto, flauto dolce

-Ivan Rozmainsky: concept, composizione, sintetizzatori e campionamenti

-AndRey Stefinoff: clarinetti

-Sabina Vostner: voce, ukulele


Ospiti

Dmitry Chichagov (balalaika), Kota Davudova (voce), Alexey Evlanov (chitarra acustica e balalaika), Alexey Krupa (theremin), Konstantin Mochalov (chitarra elettrica), Anna Nitsman (organo a canne Herberts Kolbe), Oleg Prilutsky (tromba).


Crediti

Musiche e concept di Rozmainsky.
Mixaggio e mastering di Anatoly Nikulin.
Artwork di Dmitry Petrov-Tverskoy e Alexander Medvedev.
Pubblicato da ArtBeat Music il 15 settembre 2026.


Un lavoro originale e immersivo, capace di coniugare ricerca, spiritualità e sensibilità melodica in una forma personale e convincente.

Spotify link

https://open.spotify.com/album/6VHEPe07WzugkIdIVWzBhZ

YouTube link

https://m.youtube.com/watch?v=X-LfWAda1v4&list=RDX-LfWAda1v4&start_radio=1&t=256s&pp=ygUjQ29tcGFzc2lvbml6ZXIgZmFpdG


Essential Links

https://compassionizer.bandcamp.com/music 

https://www.progarchives.com/artist.asp?id=11480





 

mercoledì 7 ottobre 2026

Flashback Beat: 31anni senza Victor Sogliani, il motore ritmo-psichedelico dell'Equipe 84

 

Era il 7 ottobre 1995 quando si spense Victor Sogliani (1943-1995). A 31 anni di distanza, ricordiamo il bassista che ha dato il groove a brani simbolo dell'Equipe 84, incarnando l'anima più elettrica e irriverente degli anni d'oro italiani.

Il 7 ottobre è una data segnata dal ricordo di un uomo che, senza essere il frontman, ha tenuto unita la rivoluzione musicale di un decennio. Victor Adolfo Maria Sogliani era il bassista, il fondamento ritmico dell'Equipe 84, e la sua prematura scomparsa, trent'anni fa, lasciò un vuoto improvviso nel cuore del rock italiano.

Nato a Modena, portò nel gruppo – accanto a Maurizio Vandelli, Franco Ceccarelli e Alfio Cantarella – una passione viscerale per il beat di Liverpool e per le nascenti sonorità psichedeliche.

Mentre la voce di Vandelli dipingeva melodie indimenticabili, il basso di Sogliani era il vero motore pulsante dell'Equipe 84.

Ascoltate brani iconici come "Io ho in mente te", "29 Settembre" o l'ipnotica "Tutta mia la città": la linea di basso non è un mero riempitivo, ma un elemento di propulsione, sofisticato e incalzante, che trasportava l'ascoltatore dalle radio di Bandiera Gialla ai club più underground.

Sogliani era il musicista che teneva i piedi piantati nel rock, anche quando la band sperimentava con arrangiamenti orchestrali e psichedelici, garantendo sempre quella spinta elettrica essenziale.

Negli ultimi anni della sua vita, Sogliani mostrò una coerenza ammirevole. L'Equipe 84 subì diverse interruzioni e rinascite, ma Victor non rinunciò mai alla sua arte. Proprio nel 1995, si era lanciato in un ultimo, coraggioso progetto: l'Equipe Extra-D, un tentativo di riportare il beat ai suoi standard più elevati, libero da compromessi.

Victor Sogliani ci ha lasciato l'8 ottobre di trent'anni fa, ma le sue linee di basso, potenti e riconoscibili, continuano a vibrare in ogni remaster e cover dell'Equipe 84. Il suo ricordo è legato indissolubilmente a un'epoca in cui il rock in Italia era sinonimo di libertà, sperimentazione e, soprattutto, tanto inarrestabile groove.

Grazie Victor, la tua città, la tua musica, è ancora un po' tutta tua.




Auguri ad Alvaro Fella, voce leggendaria del Progressive Italiano, tra passato e sperimentazione

 

Oggi, 7 ottobre, è il compleanno di Alvaro Fella, una figura centrale e di spicco nel panorama musicale italiano. Noto per essere il carismatico cantautore e frontman della storica band di Rock Progressivo Italiano dei Jumbo, Fella è un artista la cui carriera non si è mai fermata, evolvendo con coraggio tra tradizione e nuove frontiere tecnologiche.

La sua eredità musicale è cementata dalla trilogia di album dei Jumbo nei primi anni '70: Jumbo (1972), DNA (1972) e Vietato ai minori di 18 anni? (1973). Fella ha saputo infondere contenuti sociali e una rara intensità emotiva, utilizzando la sua voce straordinaria per veicolare testi impegnati e attuali, distinguendosi nettamente nel panorama progressivo dell'epoca.

Il mio legame con Alvaro è profondo e personale. Avendo avuto il privilegio di intervistarlo più volte, ho sempre ammirato la sua inesauribile passione e lucidità nel narrare un'epoca cruciale della musica italiana. Proprio attraverso i suoi racconti, ho scoperto l'importanza storica di una serata in particolare: quella del 22 agosto 1972 al Teatro Alcione di Genova, in cui i Genesis, allora poco conosciuti, furono affiancati sul palco dagli Osanna e dai suoi Jumbo.

PER SAPERNE DI PIU' SU ALVARO FELLA-INTERVISTA

La prova più lampante della sua modernità e del suo spirito avanguardista è un progetto recentissimo di cui sono stato intermediario, un vero e proprio esperimento musicale che ha unito due mondi distanti.

In questa iniziativa, Alvaro Fella ha prestato la sua inconfondibile voce a un brano la cui musica era stata interamente composta da Gerd Weyhing utilizzando l'intelligenza artificiale per creare un'autentica melodia in stile Rock Progressivo degli anni Settanta.

LINK ALL'ARTICOLO E ASCOLTO DEL BRANO

Questo progetto non solo dimostra che Fella è un artista libero da preconcetti, ma sottolinea come la sua interpretazione unica sia in grado di dare anima e spessore persino a una composizione generata da algoritmi. È un ponte audace che collega il meglio del passato analogico con il futuro digitale della musica, seppur discutibile e imprevedibile negli sviluppi.

Fella è, a tutti gli effetti, un pioniere: lo fu negli anni '70 con la sua musica di contenuto, e lo è oggi, abbracciando la sperimentazione tecnologica. La sua carriera è un esempio di come l'arte, quando è autentica, superi le barriere temporali.

Tanti auguri di buon compleanno Alvaro!





Pink Floyd a Pompei


The Pink Floyd
Pompei, 4-7-ottobre 1971
Tratto dal libro"Io C'ero", di Mark Paytress


I Pink Floyd sono sempre stati il meno appariscente fra i gruppi progressive.

Già nel 1966, quando erano in procinto di abbandonare il R&B in favore del nuovo suono psichedelico, i quattro timidi ragazzi amavano nascondersi dietro le frangette e le luci caleidoscopiche del palco. Nel 1971, uscito da tempo di scena Syd Barrett, il compositore più prolifico del gruppo, quest’attitudine elusiva non era ancora venuta meno. Stavolta però erano montagne di modernissime apparecchiature a celarli alle platee. Infine, nell’autunno di quell’anno, il progetto di un vero e proprio fil musicale li indusse a rinunciare del tutto alla presenza del pubblico.
L’idea era quella di riprendere un concerto, ma senza la situazione di contorno tipica di un teatro o di un college. Così, su suggerimento del regista Adrian Maben, i quattro si trasferirono in un anfiteatro fra le rovine di Pompei, un’ambientazione perfetta per i loro lunghi brani, quasi del tutto strumentali . Mentre vapori e acque calde sgorgavano dal Vesuvio, i paesaggi sonori del gruppo si dipanavano con l’epica maestosità di piccole sinfonie post psichedeliche come “ Echoes” e “Sacerful of Secrets”.

“Il fatto che fosse girato in esterni e con immagini un po’ sgranate, compensò ampiamente l’assenza di pubblico. Era un posto straordinario, battuto dal vento, ma non sentimmo su di noi il peso della storia. Quando arrivammo con le apparecchiature non ci vennero in mente cose del tipo :” Ecco, mille anni dopo, invece dei leoni e dei cristiani , ci sono i Pink Floyd”. Ci sembrò più che altro un posto interessante. Ci rendemmo davvero conto dove eravamo quando, lasciato l’anfiteatro, visitammo le rovine intorno. La cosa più importante è che si tratta di una performance sorprendentemente buona, anche riascoltata dopo tanti anni. Era un periodo molto produttivo, forse il più produttivo nella storia del gruppo”.
Nick Mason, 2005.







martedì 6 ottobre 2026

L'ultimo assolo: ricordando Eddie Van Halen mancato il 6 ottobre 2020

 


Il 6 ottobre 2020 ci lasciava Eddie Van Halen, chitarrista e co-fondatore della band Van Halen. La sua scomparsa è avvenuta all'età di 65 anni, dopo aver combattuto a lungo contro il cancro.

Eddie Van Halen è stato un rivoluzionario in ambito musicale. È universalmente riconosciuto per aver ridefinito il modo di suonare la chitarra elettrica, introducendo tecniche e suoni che hanno cambiato per sempre il rock and roll.

La sua tecnica più iconica è senza dubbio il "tapping" (suonare le corde con entrambe le mani sulla tastiera), resa celebre dal capolavoro strumentale "Eruption" (1978). Quella breve, folgorante traccia divenne un vero e proprio manifesto, spingendo innumerevoli chitarristi a imparare e imitare il suo stile frenetico e innovativo.

Oltre alla tecnica, Eddie era un ingegnere del suono autodidatta. Non soddisfatto degli strumenti disponibili, creò la sua chitarra iconica, la "Frankenstrat", assemblando componenti di diverse marche per ottenere il suono aggressivo e personale che desiderava. Questo approccio pionieristico al modding degli strumenti e degli amplificatori è parte integrante del suo lascito.

Insieme al fratello Alex alla batteria, Eddie fondò i Van Halen nel 1972, una band che dominò le classifiche per decenni. Con il carismatico frontman David Lee Roth, la band sfornò successi intramontabili che spaziano dall'hard rock energico a inni pop più orecchiabili:

L’impatto di Eddie non si limitò solo ai brani della band. Celebre fu il suo contributo all'album Thriller di Michael Jackson, dove l'assolo di chitarra in "Beat It" aggiunse un tocco di rock incisivo a un brano pop, dimostrando la sua versatilità e il suo tocco inconfondibile.

Il suo stile, un misto inconfondibile di tecnica fulminea e pura gioia, non è svanito con l'ultimo accordo. È rimasto impresso nel DNA stesso del rock, un modello sonoro che le future generazioni non potranno ignorare.






Il Rock ironico di Ivan Graziani: ottantun'anni dalla nascita del "Chitarrista"

 


Lunedì 6 ottobre, Ivan Graziani (1945-1997) avrebbe spento ottantuno candeline. Ricordiamo il chitarrista abruzzese che ha unito la sensibilità del cantautore alla potenza del rock, lasciandoci ballate come "Lugano Addio" e l'indimenticabile preghiera laica "Il chitarrista"

 

Era il 6 ottobre quando l’Italia avrebbe dovuto festeggiare il compleanno di un artista atipico, un cantautore rock con il gilet di pelle, la chitarra in spalla e la matita in tasca: Ivan Graziani.

Nato a Teramo, Ivan fu l'anello di congiunzione perfetto tra la canzone d'autore più introspettiva e l'aggressività del rock. Non dipendeva dai modelli anglosassoni, ma li assorbiva per dar vita a uno stile totalmente originale, fatto di liriche surreali, ritratti provinciali e assoli elettrici taglienti.

Ivan Graziani è stato, per molti, il primo vero cantautore rock italiano. Era il chitarrista, l'uomo che non aveva paura di salire sul palco del Club Tenco o di Sanremo brandendo una chitarra distorta. Il suo virtuosismo era sempre al servizio della storia che stava raccontando, non un esercizio sterile.

Questa sintesi di talento tecnico e narrativa si cristallizza in canzoni come "Pigro" (1978), la fotografia sferzante e autoironica di un carattere pigro e malinconico, un vero inno generazionale.

Ma l'essenza di Graziani è forse racchiusa nel capolavoro "Il chitarrista" (1983). Il verso che recita: "Signore è stata una svista / Abbi un occhio di riguardo / per il tuo chitarrista" è diventato un'autentica citazione di culto, una preghiera laica e ironica di chi vive sull'orlo tra talento e sfortuna.

Ivan era anche un disegnatore e un grafico di talento (si diplomò in arti grafiche). Questa doppia anima, tra le corde e il pennello, lo rendeva un narratore visivo che disegnava i suoi personaggi – Agnese, Monna Lisa, Paolina – con pochi tratti essenziali e vividi.

Ivan Graziani ci lasciò prematuramente il 1° gennaio 1997, a soli 51 anni. Ma non se ne andò a mani vuote: per sua volontà, fu seppellito con la sua inseparabile chitarra Gibson (che chiamava "mamma chitarra") e il suo iconico gilet di pelle.

Oggi, ventotto anni dopo la sua scomparsa e in occasione del suo ottantesimo compleanno mancato, il suo rock "d'autore e d'errore" continua a influenzare nuove generazioni. La sua musica resta un esempio di come si possa fare vero rock in italiano senza perdere poesia, ironia e un pizzico di geniale follia.





lunedì 5 ottobre 2026

King Crimson: il 5 ottobre del 1974 usciva "Red", il settimo album in studio dei King Crimson, ultimo dei seventies

 


L’album RED è l'ultimo LP a nome "King Crimson" uscito negli anni Settanta (esclusi raccolte e dischi live). Viene spesso considerato dalla critica uno dei più grandi capolavori del rock progressivo.


Lunedì 1° luglio 1974 i King Crimson tengono il loro ultimo concerto americano a Central Park. Giovedì 4 Robert Fripp rientra a Londra in solitudine e il lunedì successivo il resto della band lo raggiunge agli Olympic Studios per iniziare le registrazioni di “RED”.

L’atmosfera è quella di un gruppo di separati in casa, con David Cross già licenziato all’unanimità eppur presente in “Providence”, e con lo stesso Fripp che annuncia la lavorazione in corso e la volontà di sciogliere la band.

Quest'ultima formazione dei King Crimson ha realizzato uno dei loro lavori più belli, "Red", poco prima di cadere a pezzi. Dopo cinque anni di musica sperimentale tra le più sorprendenti, dal loro straordinario debutto nel 1969 in poi, lungo diversi cambi di linea, i King Crimson morirono di morte improvvisa. In realtà, i King Crimson non sono mai stati un vero gruppo, ma un continuo processo musicale creativo realizzato da una delle menti musicali più brillanti, complesse e raffinate di sempre, Robert Fripp.

Accaddero molte cose prima di arrivare a questa decisione.

Alla fine del 1972 al batterista degli Yes, Bill Bruford, fu chiesto di unirsi a una nuova versione dei King Crimson, dopo che la prima formazione aveva perso il suo spirito. In due anni, il nuovo quintetto dei King Crimson si sviluppò molto rapidamente, e furono realizzati tre album, furono suonati molti concerti e due membri, il percussionista Jamie Muir e il violinista David Cross lasciarono il gruppo. Sebbene Cross abbia avuto un ruolo nella creazione di "Red", l'album è stato ufficialmente pubblicato dal trio Fripp, Bruford e Wetton, come si evince chiaramente dalla copertina. "Red" si è rivelato l'ultimo album in studio dei King Crimson degli anni '70 e sembra essere il preferito di molti fans.

Qualche nota di commento restando in superficie…

La title track apre l'album, ed è quanto di più tipico si possa sperare per questa versione dei King Crimson: un riff iniziale semplice ma potente, che porta avanti la traccia fino in fondo.

"Fallen Angel" presenta una forte linea vocale con il mellotron mixato, mentre il ritornello è molto più pesante ed elettrico.

"One More Red Nightmare" è un altro ottimo esempio di come Fripp abbia potuto usare un trame molto semplice per creare un brano di rock progressivo. L'album contiene anche un pezzo di nove minuti costituito da suoni e rumori apparentemente casuali in "Providence". Tuttavia, tutto passa in secondo piano poiché è in arrivo, forse, la più grande canzone dei King Crimson mai realizzata, "Starless". Pezzo di dodici minuti, è probabilmente la canzone definitiva dei King Crimson in quanto riesce a presentare ogni lato caratteristico del suono e della personalità della band. Inizia come una lenta e meravigliosa ballata intrisa di mellotron con un bellissimo tema principale. Si passa poi a una parte strumentale disarmonica che diventa via via più intensa prima di essere alleggerita da una potente jam in cui Wetton dimostra davvero quanto sia bravo al basso. Ma il vero climax non appare prima della fine, dove si ritorna al tema di apertura della canzone, ma “amplificato” da tutta l’azione della band, un suono maestoso e potente che da solo rende l'album degno di essere ascoltato.

"Red" è considerato uno degli album più importanti nella storia della musica rock progressiva, audace, innovativo, emozionante, un vero e proprio punto di riferimento per il prog.

Ascoltiamolo…


Lato A

Red – 6:20 (musica: Robert Fripp)

Fallen Angel – 6:00 (musica: Robert Fripp, John Wetton)

One More Red Nightmare – 7:04 (musica: Robert Fripp, John Wetton)

Durata totale: 19:24

 

Lato B

Providence – 8:08 (musica: David Cross, Robert Fripp, John Wetton, Bill Bruford)

Starless – 12:18 (musica: David Cross, Robert Fripp, John Wetton, Bill Bruford)




Elton John-"Goodbye Yellow Brick Road"


Elton John-"Goodbye Yellow Brick Road"

Ottobre 1973


Goodbye Yellow Brick Road: un album controverso

 

“Goodbye Yellow Brick Road” è il nono album di Elton John, pubblicato il 5 ottobre 1973.

È considerato da molti il capolavoro assoluto di Elton John. Un doppio album che rappresenta un punto di svolta nella carriera dell'artista britannico, segnando l'apice della sua creatività e popolarità.

Il disco è un vero e proprio viaggio musicale, ricco di sfumature e contraddizioni. Da un lato, troviamo brani allegri e spensierati, come "Bennie and the Jets" e "Saturday Night's Alright for Fighting", che hanno contribuito a rendere Elton John una vera e propria icona pop. Dall'altro, emergono canzoni più introspettive e malinconiche, come "Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding" e "Harmony", che rivelano un lato più profondo e complesso dell'artista.

La produzione di "Goodbye Yellow Brick Road" è sontuosa e ambiziosa, con arrangiamenti orchestrali ricchi e complessi che conferiscono all'album un'atmosfera grandiosa e cinematografica. L'uso del pianoforte, marchio di fabbrica di Elton John, è magistrale, mentre le liriche, spesso poetiche e evocative, esplorano temi universali come l'amore, la perdita, la nostalgia e la ricerca di sé stessi.

Nonostante il successo commerciale e di critica, "Goodbye Yellow Brick Road" non è stato esente da controversie. Alcuni critici hanno sottolineato la lunghezza eccessiva del disco e la presenza di brani meno ispirati. Altri hanno evidenziato un certo eccesso di sentimentalismo e di melodramma.

Resta in ogni caso un'opera fondamentale nella storia della musica pop, capace di proporre una varietà di stili e di emozioni che rendono l’ascolto avvincente e mai banale.

Le canzoni di "Goodbye Yellow Brick Road", i cui testi sono da attribuire a Bernie Taupin, rivelano un lato più profondo e complesso di Elton John, che va oltre l'immagine di superstar.

L’album resterà in vetta alle charts americane per otto settimane, viaggiando per un periodo ancor più lungo in zona podio praticamente in tutti i paesi di area anglofona (in Australia, addirittura, è tuttora l’album più venduto di tutti i tempi).

A fare la differenza, forse, la capacità interpretativa di Elton, in un momento che si pone come apice della sua stagione migliore, prima di una lunga e sdolcinata decadenza pop.

Ascoltiamolo…

Elton e Bernie

Tracce

Tutte le canzoni dell'album sono firmate John/Taupin (tranne Jamaica Jerk-Off, firmata scherzosamente Reggae Dwight/Toots Taupin, per la chiara corrente musicale). 

Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding – 11:08

Candle in the Wind – 3:50

Bennie & The Jets – 5:23

Goodbye Yellow Brick Road – 3:13

This Song Has No Title – 2:23

Grey Seal – 4:00

Jamaica Jerk-Off – 3:38

I've Seen That Movie Too – 5:58

Sweet Painted Lady – 3:54

The Ballad of Danny Bailey (1909-34) – 4:23

Dirty Little Girl – 5:01

All the Girls Love Alice – 5:09

Your Sister Can't Twist (But She Can Rock n'Roll) – 2:42

Saturday Night's Alright (For Fighting) – 4:53

Roy Rogers – 4:08

Social Disease – 3:43

Harmony – 2:46



domenica 4 ottobre 2026

Ricordando Janis Joplin


"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai" 
(Janis Joplin)

Il 4 ottobre del 1970 ci lasciava prematuramente Janis Joplin: sono quindi passati 56 anni, ma la sua immagine, quella che la disegna come artista maledetta, è ancora nitida e potente.

Per ricordarla ho recuperato una biografia sintetica che aiuta ad inquadrarla…

Janis Joplin fu uno dei grandi miti degli anni '60, situazione alimentata ancor più dopo la sua morte.
E` uno dei casi in cui vita e arte si confondono ed è difficile giudicare l'una senza tener conto dell'altra. Fu senza dubbio una grande cantante, dotata di una voce che è rimasta uno degli archetipi del canto blues. Fu invece una pessima musicista, incapace di scrivere brani memorabili e limitata a eseguire cover d'autore.
Janis Joplin fu fedele nello spirito, travagliato e disperato, nel destino, emarginato e fatale, e nel canto, vibrante e passionale, ai grandi bluesman del Delta: "un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso", com'ebbe a dire un critico del tempo.

Janis Joplin era nata in Texas e aveva avuto un'adolescenza turbolenta, nonostante fosse di famiglia abbiente. Nel 1963 arrivò per la prima volta a San Francisco e cominciò a esibirsi nei club alternativi. Nel 1966, nel pieno dell'era hippy, trovò impiego in pianta stabile come cantante dei Big Brother & The Holding Company.
Il loro primo disco, Big Brother & The Holding Co (Mainstream, 1967), orrendamente registrato, diede già la misura del blues-rock del gruppo, ma fu la loro esibizione al festival di Monterey del giugno 1967 ad attirare l'attenzione su quell'indemoniata cantante.
La leggendaria potenza dei loro show venne meglio immortalata sul secondo album, “Cheap Thrills” (CBS, 1968), ora che le chitarre di Sam Andrew e James Gurley erano maturate e fornivano l'adeguato accompagnamento all'istrionismo della cantante.
Joplin era già un personaggio, che sul palco metteva in vista esibizionismo, autocommiserazione e una scandalosa volgarità.

Univa un temperamento emotivo e una personalità insicura, una disastrosa vita sentimentale, una precoce assuefazione agli stupefacenti, alcoolismo da angoscia e solitudine. Sfogava le sue nevrosi nei concerti. Davanti al pubblico le sue terribili tensioni esplodevano. La sua voce roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, strillava con forza disumana e bisbigliava con tenerezza struggente. Più che "cantare", Joplin gemeva, rantolava, delirava. Ogni canzone era un rituale di autodistruzione in cui Joplin elargiva tutte le proprie forze.
Al termine di un concerto disse che si sentiva come se avesse fatto l'amore con migliaia di persone e fosse tornata a casa sola.
In "Pieces Of My Heart" sembra veramente che le stiano strappando il cuore quando grida sgolata "... take another little piece of my heart".
La lunga, strascicata litania di "Ball And Chain" (il classico di Big Mama Thornton) divenne un po' la metafora della sua vita.

Lasciati i Big Brother, Janis Joplin incise poi "I Got Dem Ol' Kozmic Blues” (1969), un disco molto meno spontaneo.
Joplin sembra volersi inventare una nuova carriera come cantante soul, ma riesce sempre meglio in blues tormentati come “Try” (ancora di Ragovoy).
Era già arrivata al capolinea. I suoi atteggiamenti da primadonna irritavano tutti.
Si stava disintossicando ma nell'ottobre del 1970 ebbe una ricaduta che le fu fatale: morì sola in una camera d'albergo di Hollywood.

I discografici misero insieme le ultime registrazioni e pubblicarono "Pearl "(1970), che è il suo album più maturo. Invece della strega oltraggiosa Joplin si rivela una creatura vulnerabile, che si esprime nei blues melodrammatici di "Half Moon", "Move Over", "Cry Baby", "My Baby" e "Get It While You Can" (le ultime tre ancora di Ragovoy), sposando la propria ruggente voce ora a un boogie da saloon e ora a un gospel accorato.

E finisce per commuovere quando canta a cappella "Mercedes Benz", senza sapere che la ascolteranno come un requiem.
Joplin, più che uno stile, impose un personaggio emblematico di quella generazione disperata di ragazzi scappati da casa per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.per cercare un mondo migliore e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.




sabato 3 ottobre 2026

3 ottobre 1954: nasce Stevie Ray Vaughan, il Texas tornado del blues


Il 3 ottobre 1954, a Dallas, Texas, nasceva Stevie Ray Vaughan, uno dei chitarristi più incendiari e influenti della storia del blues moderno. Con la sua Stratocaster tra le mani e l’anima intrisa di soul, Vaughan avrebbe ridefinito il linguaggio della chitarra elettrica, fondendo il blues più viscerale con l’energia del rock e la raffinatezza del jazz.

Cresciuto in una famiglia dove la musica era pane quotidiano — il fratello maggiore Jimmie Vaughan era già un chitarrista affermato — Stevie Ray si avvicinò alla chitarra da bambino, imitando i grandi del blues come Albert King, Buddy Guy e B.B. King. Ma fu Jimi Hendrix a segnare la svolta: Vaughan ne assorbì lo spirito, la teatralità, la furia creativa.

Negli anni ’70, tra club fumosi e jam notturne, Stevie Ray affinò uno stile unico: tecnica vertiginosa, feeling profondo, e un suono che sembrava graffiare l’anima.

Nel 1983, con la sua band Double Trouble, pubblicò Texas Flood, un album che fece tremare le fondamenta del blues. Brani come “Pride and Joy” e “Love Struck Baby” mostrarono al mondo che il blues non era morto — anzi, poteva essere giovane, feroce e sexy.

Il suo stile era un mix esplosivo: il fraseggio blues tradizionale, la potenza del rock, la sensibilità jazzistica. E tutto questo, senza mai perdere il contatto con le radici.

Stevie Ray Vaughan: fu un ponte tra generazioni, tra il blues delle origini e il rock contemporaneo. Collaborò con David Bowie (memorabile il suo assolo in “Let’s Dance”), con Jeff Beck, e con il fratello Jimmie in Family Style, pubblicato poco dopo la sua morte.

Morì tragicamente il 27 agosto 1990 in un incidente in elicottero, a soli 35 anni. Ma il suo impatto è eterno: ogni chitarrista blues moderno, da John Mayer a Joe Bonamassa, porta con sé un frammento del suo spirito.

Ogni 3 ottobre, gli appassionati di musica celebrano la nascita di un artista che ha reso il blues di nuovo giovane, che ha suonato come se ogni nota fosse l’ultima, e che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della chitarra.







Keith Emerson: era il 3 ottobre del 2010

Il 7 marzo 2021 ho scoperto che avevo, da anni, comunicazioni nella casella spam di facebook, alcune meritevoli di attenzione. Per l’esattezza è mio figlio l’artefice del ritrovamento.

Quella di cui voglio scrivere è datata 3 ottobre 2010 ed è di un certo… Keith Emerson!

Era diretta ai fans, non a me personalmente - che lo avrei intervistato solo successivamente -, ma è la testimonianza di un momento difficile da lui vissuto, con un racconto dettagliato e personale molto toccante e inusuale nella sua chiarezza.

Ecco il suo pensiero:

Vorrei ringraziare tutti i sostenitori che mi hanno scritto durante il mio recente ricovero. Vorrei anche ringraziare i medici, i chirurghi e gli infermieri della London Clinic, nonché le persone che hanno donato il sangue. A questo punto chiederei una preghiera per tutti gli ammalati meno fortunati di me.

Per ricapitolare, tutto è iniziato durante una routine medica che includeva un'endoscopia, una risonanza magnetica, esami del sangue che si sono rivelati OK. Alla fine, il mio medico ha controllato le mie cartelle cliniche precedenti. "Vedo che sono passati più di cinque anni dalla tua ultima colonoscopia. Per essere al sicuro è tempo di farne un'altra". Quel test ha causato preoccupazione per la scoperta di un pericoloso polipo situato nel mio colon. È stato deciso che avrei dovuto rimuoverlo immediatamente per poi procedere all'analisi. Ciò ha comportato un intervento laparoscopico e un'incisione di due pollici (5 cm) nel mio stomaco per rimuovere circa due pollici del colon a cui era attaccato. Tuttavia, l'operazione si è presentata più seria di quanto chiunque si sarebbe aspettato. Una vasta sezione del mio colon inferiore era affetta da una malattia diverticolare con un numero significativo di diverticoli e tutto doveva venire estratto: quasi un piede e mezzo (45 cm)! Quando mi sono riavuto dall'anestesia, ho scoperto che avevo subìto un taglio dall'estremità inferiore della gabbia toracica fino alla regione pubica, e ciò che avevano asportato era ora in laboratorio per analizzarlo. Sarebbe passata una settimana prima di conoscere i risultati. Nel frattempo, mentre giacevo sperando di potermi riprendere, internamente sanguinavo molto. La decisione iniziale è stata quella di aspettare e vedere se le due parti del colon sano si erano legate con successo e l'emorragia si sarebbe fermata. Non è stato così. Dopo due trasfusioni di sangue più tardi, alle 23:00, mi è stato detto che non avevo altra scelta che essere immediatamente riportato in sala operatoria.

Ho davvero pensato che fosse finita. Non avevo tempo per dirlo ad amici o familiari.

Il resto dei ricordi è un po’ sfuocato tranne il ricordo di un chirurgo che mi ha detto, il giorno dopo, che aveva ricucito con successo le due parti del colon e fermato il vaso sanguigno che zampillava. Ovviamente rimanevo dubbioso e quasi in preda al panico se sentivo che stavo per starnutire, come lo sono ancora. Pochi giorni dopo sono arrivati i risultati del laboratorio. Per fortuna, il polipo non era maligno. Questa esperienza mi ha fatto capire l'importanza di avere uno screening del colon e di donare il sangue.

Dopo due settimane in ospedale, mi sto riprendendo nel Sussex dopo che medici e chirurghi mi hanno detto che ci vorrà del tempo prima che riacquisti le forze. Sono molto grato a Mari per il suo amore e attenzione, alla mia famiglia e a Greg Lake per la sua vicinanza e il suo sostegno.

Keith Emerson

3 ottobre 2010

 




venerdì 2 ottobre 2026

Il compleanno di Philip Oakey (The Human League)

 


Nel giorno del suo compleanno, ricordiamo un cantante e pioniere del synth-pop… Tanti auguri Philip Oakey!


Il 2 ottobre ricorre il compleanno di Philip Oakey, l'enigmatico frontman e co-fondatore dei The Human League, una band che ha scolpito il proprio nome nella storia della musica pop con un suono distintivo e un'estetica inconfondibile.

Nato a Hinckley, Leicestershire, nel 1955, Oakey non era inizialmente destinato a una carriera musicale, ma il suo impatto sul panorama sonoro degli anni '80 e oltre è innegabile.

Fin dalla loro formazione a Sheffield nel 1977, i The Human League si sono distinti per la loro audace sperimentazione elettronica. In un'epoca dominata dal punk e dal rock, Oakey e la sua band hanno abbracciato i sintetizzatori con una visione futuristica, creando melodie che erano al tempo stesso innovative e irresistibilmente pop. Il loro primo singolo, "Being Boiled" (1978), pur non ottenendo un successo immediato, era un manifesto del loro approccio, che vedeva la composizione musicale come un'estensione della logica e dell'ispirazione, piuttosto che della formazione musicale tradizionale.

La svolta epocale arrivò nel 1981 con l'album Dare. Questo capolavoro, trainato dal successo planetario di "Don't You Want Me", non solo proiettò i Human League nell'olimpo delle stelle internazionali, ma definì anche il suono del synth-pop per un'intera generazione. L'introduzione delle due giovani coriste, Joanne Catherall e Susan Ann Sulley, scoperte da Oakey in un club di Sheffield, non fu una mera aggiunta vocale, ma un elemento cruciale che conferì alla band un'identità visiva e sonora unica, unendo le voci femminili alle melodie sintetiche e al baritono profondo e carismatico di Oakey.

"Don't You Want Me" divenne un fenomeno culturale, raggiungendo la vetta delle classifiche sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti e vendendo milioni di copie. Ma il contributo di Oakey non si limitò a questo singolo iconico. La sua capacità di scrittura, che esplorava temi di amore, perdita e complessità delle relazioni umane, maturò nel tempo, mantenendo sempre una profonda comprensione del potere della melodia e dell'atmosfera.

Oltre al lavoro con i The Human League, Philip Oakey ha intrapreso una carriera solista di successo, la più celebre delle sue collaborazioni è indubbiamente quella con il leggendario produttore Giorgio Moroder. Il singolo "Together in Electric Dreams" (1984), tema del film "Electric Dreams", divenne un altro successo mondiale, consolidando la sua reputazione come icona della musica elettronica.

L'impatto di Philip Oakey e dei The Human League va ben oltre le vendite di dischi. Hanno ispirato innumerevoli artisti e band, dimostrando che era possibile raggiungere il successo commerciale senza l'uso di chitarre o batterie tradizionali, e che la musica elettronica poteva essere emotiva e di massa. La loro estetica audace, dai tagli di capelli all'immagine complessiva, ha influenzato la moda e la cultura popolare degli anni '80, rendendo Oakey una figura riconoscibile e iconica.

Ancora oggi, Philip Oakey continua a registrare e a esibirsi con i The Human League, mantenendo viva l'eredità di una band che ha saputo evolversi rimanendo fedele ai propri principi. La sua voce distintiva e la sua visione artistica hanno contribuito a plasmare il paesaggio musicale moderno, lasciando un'impronta indelebile che continua a risuonare.