James Taylorfu il più celebre tra i singer‑songwriter che,
all’inizio degli anni ’70, incrinarono il cliché del folk‑singer politicizzato
e militante. La sua figura inaugurò un nuovo modello: il cantautore
introspettivo, colto, fragile, capace di trasformare la confessione privata in
forma d’arte. Eppure, pur avendo intuito per primo quella svolta, Taylor non
riuscì mai a sfruttarla fino in fondo, lasciando ad altri - da Joni Mitchell a
Jackson Browne - il compito di radicalizzarne la poetica.
Taylor esordì a New York con la Flying Machine, le cui
registrazioni del 1967 verranno pubblicate postume in The Original Flying
Machine (1971). La sua carriera fu segnata fin dall’inizio da un tormento
personale che divenne parte integrante della sua identità artistica: il
ricovero psichiatrico, la dipendenza da eroina, la depressione ricorrente. Le
sue canzoni – sostenute da una chitarra acustica dal tocco jazzato e da un
fraseggio vocale morbido, quasi terapeutico – riflettono queste fratture
interiori.
Il debutto James Taylor (1969), prodotto in
Inghilterra per la Apple, rivelò un talento già maturo: ballate delicate,
arrangiate con cura, tra cui spiccano Carolina On My Mind e Something
in the Way She Moves. La consacrazione arrivò con Sweet Baby James
(1970), un disco cardine del cantautorato americano. La timbrica poliedrica di
Taylor, la sua tecnica chitarristica e il pianismo empatico di Carole King
plasmarono brani come Sweet Baby James, Fire and Rain e Country
Road, che divennero immediatamente classici.
Mud Slide
Slim and the Blue Horizon (1971), con ospiti come John
Hartford e Richard Greene, conteneva ancora gemme come You Can Close Your
Eyes e Long Ago and Far Away, pur mostrando già un primo calo
d’ispirazione. La cover
di You’ve Got a Friend di Carole King lo portò in vetta alle classifiche
e contribuì a costruire la sua immagine pubblica, ulteriormente amplificata dal
matrimonio con Carly Simon e dal loro duetto Mockingbird (1974).
I successivi One Man Dog (1972) e Walking Man
(1973) segnarono un evidente indebolimento creativo: dischi frammentari, più
domestici che visionari. Con Gorilla (1975), che conteneva l’ironica Mexico,
Taylor mostrò i limiti intellettuali di un personaggio sempre più ripiegato su
un intimismo rassicurante.
A partire da In the Pocket (1976), con Shower the
People, Taylor iniziò a ridefinirsi come interprete sofisticato di canzoni
orchestrali, spesso cover di rhythm and blues. La conversione all’easy
listening gli fruttò un enorme successo commerciale: JT (1977), trainato
da Handy Man, divenne disco di platino. Flag (1979) apparve
invece come una raccolta di scarti del disco precedente.
Gli anni ’80 – Dad Loves His Work (1981), That’s
Why I’m Here (1985), Never Die Young (1987) – proseguirono la
discesa in un pop elegante ma poco incisivo.
Con New Moon Shine (1991) Taylor ritrovò una certa
profondità emotiva, mentre Hourglass (1997) mostrò un’artigianalità
sonora ancora più raffinata, ormai lontana dalla scena folk-rock delle origini.
Lo stile autunnale di questi lavori culminò in October Road (2002), un
disco che suona come il testamento sereno di un artista sopravvissuto a sé
stesso.
Negli anni successivi Taylor ha continuato a pubblicare album
di qualità – Covers (2008), Before This World (2015), American
Standard (2020) – confermandosi come interprete di classe più che come
innovatore. La sua figura è oggi percepita come quella di un patriarca della
canzone americana, simbolo di un’intimità gentile e di una vulnerabilità che,
negli anni ’70, aprì la strada a un’intera generazione.
Greatest Hits (1976) resta la sintesi più efficace del suo periodo d’oro.
C’è un’immagine che apre la scena: un microfono acceso, un DJ
che introduce un ospite, una città in bianco e nero sullo sfondo. È la
locandina dell’evento radiofonico dedicato a Jerry
Cutillo, ma potrebbe essere tranquillamente la copertina di un
romanzo. Perché Diversely Fragilenasce proprio così, come un progetto che non si
limita a essere letto o ascoltato, ma che si manifesta, prende forma, si mette
in scena.
Jerry non ha scritto un libro. Non ha pubblicato un disco. Ha
costruito un ecosistema narrativo, un’opera totale che tiene insieme due volumi
autobiografici fiction/fact‑based e un CD che ne amplifica la risonanza
emotiva. Un progetto che attraversa cinquant’anni di musica, viaggi, cadute,
rinascite, incontri, coincidenze e sliding doors che sembrano uscite da un
romanzo magico‑realista - e invece sono la sua vita.
Jerry lo dice senza esitazioni: la forma romanzesca è stata
l’unica possibile. La sua storia non poteva essere compressa in un memoir
lineare. Troppi incroci, troppi segnali, troppe connessioni che emergono da
sole, quasi con inquietante naturalezza. “Scrivendo mi sono spaventato più
di una volta”, confessa nell’intervista.
La verità c’è, ma è filtrata. I personaggi diventano
archetipi, specchi, non bersagli. Gli episodi non cercano la cronaca, ma il
significato.
È un’autobiografia che si concede la libertà della
letteratura, senza perdere un grammo di autenticità.
I due libri - Chronicles of the Mind’s Eye e The
Stories Untold - sono nati insieme, come due polmoni della stessa
creatura.
-Il primo volume è diretto,
crudo, pieno di fratture e rivelazioni.
-Il secondo apre spiragli di
leggerezza, ironia, stupore.
Insieme compongono un’unica traiettoria, quella di un artista
che ha attraversato epoche, continenti, comunità creative e deserti interiori,
senza mai smettere di interrogarsi. Un viaggiatore nel tempo che parla al sé
del 1971 e al sé del futuro con la stessa lucidità.
Il CD
allegato - One Man is a Band; One Song, All His Crossroads - non è un
“bonus”. È un controcampo
emotivo: ogni brano dialoga con un capitolo, come se la musica fosse la memoria
sonora di ciò che la pagina racconta.
Jerry lo sintetizza così: “I libri raccontano i fatti, il
CD ne fa risuonare l’eco emotiva.”
La selezione è controcorrente: demo, live, versioni
alternative, registrazioni lo‑fi, momenti irripetibili catturati con mezzi di
fortuna. Nessuna ricerca di perfezione tecnica. Solo intensità, verità,
presenza.
È un manifesto dell’imperfezione come valore artistico, un
gesto quasi politico in un’epoca di iperproduzione e intelligenze artificiali
ovunque.
(La recensione del CD arriverà in un articolo dedicato, dove
entrerò nel merito delle scelte musicali, delle interpretazioni e della
costruzione narrativa dei brani.)
Il cuore di Diversely Fragile è il viaggio.
Geografico, interiore, temporale.
Dall’UK alla Russia, dalla Cina agli Stati Uniti, ogni luogo
diventa un capitolo di formazione. Ogni incontro - Gabriel, Anderson, Sinclair,
Kristina, Allcock - è una lezione umana prima che musicale. Ogni caduta è una
soglia: l’ospedalizzazione, la fuga della moglie con il figlio, la lunga
risalita, il ritorno sul palco in equilibrio su una gamba sola.
La fragilità, qui, non è un difetto, piuttosto un motore
narrativo. È la materia da cui nasce la trasformazione.
Jerry lo dice chiaramente: scrivere questi libri è stato
prima di tutto un atto di coraggio, un modo per liberare “cadaveri
dall’armadio”, per denunciare collusioni, conformismi, silenzi complici, per
restituire dignità a personaggi invisibili che nella vita reale non hanno avuto
voce.
È un gesto etico, non estetico. un modo per dire che l’arte
non può essere accomodante.
Il prologo dei libri si chiude con una frase che è quasi un
manifesto: “Domani è nelle nostre mani.”
Non è ottimismo. È responsabilità, è l’idea che, in un’epoca
in cui le certezze tremano e l’impensabile diventa realtà, l’unica via è
immaginare nuove Arcadie, nuovi mondi, nuove possibilità.
Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a incrinare
la “sbronza collettiva”, avrà già compiuto il suo compito.
In definitiva, Diversely Fragile è un’opera totale:
letteraria, musicale, autobiografica, filosofica, performativa. Un progetto che
attraversa mezzo secolo di vita e lo restituisce come un’unica, grande
narrazione.
Un artista che non ha mai smesso di cambiare pelle. Un
viaggiatore nel tempo che continua a interrogare il futuro. Un autore che ha
trasformato la fragilità in un prisma narrativo.
L’intervista integrale a Jerry
Cutillo…
Diversely Fragile nasce come duologia “fiction/fact-based”. In quale
momento hai capito che la forma romanzo era l’unica capace di contenere la tua
autobiografia?
Sin da principio. La narrazione si è
spontaneamente orientata verso una dimensione romanzesca, colorando le vicende
di luci e ombre. Partendo dal presupposto che ogni esistenza, ogni esperienza,
se vista con una giusta lente poetico-creativa, potenzialmente racchiude in sé
elementi per la scrittura di un romanzo, non ho trovato difficoltà a descrivere
gli scenari che avevo impressi nella memoria.
Nei libri racconti che, scrivendo, alcuni collegamenti ti hanno
“spaventato”. Qual è stato il più inatteso o rivelatore?
Se li elencassi, rovinerei parte
della sorpresa per i lettori. Posso però dire che entrambi i libri contengono
interi capitoli da cui emergono sequenze di cause ed effetti, cicli karmici,
collegamenti sorprendenti - talvolta casuali, talvolta inevitabili, quasi
predestinati. Alcuni fanno rabbrividire, altri commuovono, altri ancora fanno
letteralmente scoppiare dal ridere.
Hai sempre composto album “da leggere”. Ora hai scritto libri “da
ascoltare”. Cosa cambia nel modo in cui percepisci te stesso come artista?
L’espressione “album da leggere”
l’ho coniata durante le interviste successive all’uscita di “Giordano Bruno”,
il secondo album della mia quadrilogia prog. Immagino che anche la formula dei
“libri da ascoltare” - e non solo nel senso di audiobook con uno speaker che
legge - possa fare proseliti. Ho sempre creduto nella natura multimediale
dell’arte. Rispetto al lavoro musicale, la produzione letteraria ti concede una
maggiore autonomia d’azione, ma le visioni che muovono la penna o il plettro
restano le stesse. Appartengono entrambe a quella “terra di mezzo” tra il sogno
e il pensiero cosciente. Da lì emergono angeli e demoni, fantasmi e volti cari,
ricordi e premonizioni che prendono forma e finiscono per sorprendere noi per
primi, oltre a chi ci legge o ci ascolta.
Il CD raccoglie versioni imperfette ma autentiche. Cosa rappresenta per te
l’“imperfezione” come valore artistico?
La perfezione, ammesso che esista,
è un concetto astratto. Forse coincide semplicemente con il momento in cui
l’artista dice “Stop”, mette giù gli strumenti e accetta che l’opera sia
compiuta. L’imperfezione, invece, risiede nell’impulso originario, in quella
scintilla che scatena un’eruzione di materia e genera una valanga di sliding
doors: il percorso del divenire, che sai quando inizia ma non puoi sapere dove
ti porterà. Entrambi gli stadi - l’istinto grezzo e la rifinitura - meritano
attenzione e rispetto. Insieme, in modo complementare, tendono allo stesso
traguardo: la nascita di qualcosa che rimarrà cristallizzato nel tempo, con una
sua identità riconoscibile. Spesso sono proprio le piccole “sbavature” umane a
rendere un brano irripetibile.
I tuoi viaggi in UK, Russia, Cina, Stati Uniti sembrano capitoli di un
romanzo di formazione. Quale luogo ha inciso più profondamente sulla tua
identità?
Ogni luogo ha inciso a suo modo, e
hai ragione nell’accostare il viaggio in solitaria a capitoli di un romanzo
formativo. Trovarsi in circostanze inusuali, cariche di imprevisti e sorprese,
e misurarsi con altre realtà ci arricchisce in un modo che, da fermi, non è
possibile sperimentare. Conoscere il mondo aiuta a conoscere sé stessi: è un
po’ come osservare la Terra dallo spazio. In quel momento ti rendi conto della
tua vera dimensione umana. Viaggiare, per me, è stato questo: ridimensionare
l’ego e ampliare lo sguardo.
Se dovessi scegliere una sola “sliding door” che ha cambiato tutto, quale
sarebbe?
Ogni istante di vita potrebbe
rappresentare una sliding door che, se attraversata o evitata, modifica il
corso degli eventi. La misteriosa rete degli infiniti universi paralleli, pane
per gli scienziati di ultima generazione, ma anche per le nuove intelligenze
artificiali, è sempre più tesa a comprendere quante versioni di noi stessi
esistono, potenzialmente, dietro ogni scelta - o non scelta.Mezzo secolo fa, con il parka addosso e i
capelli lunghi, milanciavo dalle gradinate del Palasport di
Roma verso i posti in platea per vedere più da vicino i travestimenti di Peter
Gabriel. Pochi anni dopo, mi ritrovavo a Carnaby Street con i capelli giallo
canarino, a passeggiare con la mia fidanzata punk. Girato l’angolo, eccomi in
corsa per un posto al Festival di Sanremo ’83 e, in un lampo, seduto in
business class su un DC‑9 diretto in Olanda per presentare il mio brano di successo su Top of
the Pops. Poi arrivano Festivalbar e Discoring - e la pietra continua a
rotolare, senza mai fermarsi. Ma quando mia moglie si allontana a mia insaputa,
portando con sé mio figlio Victor di sette mesi che rivedrò soltanto 24 anni
dopo, non resta che una lunga ospedalizzazione e la speranza di imparare a
camminare per la seconda volta. Raccolgo le forze, torno sul palcoscenico e
rendo omaggio al mio mentore, Ian Anderson: faccio volteggiare il flauto e
suono Bourrée in equilibrio su una gamba sola. La vita è strana: alzo un
boccale di birra per un brindisi con Maartin Allcock dopo un nostro concerto a
Shanghai, e non ho ancora posato il bicchiere che siamo già in viaggio per
esibirci al Cropredy Festival, in Inghilterra. Nel 2014 il mio primo tentativo
letterario viene poi abbandonato a favore dell’album che aprirà la quadrilogia
prog degli OAK (Oscillazioni Alchemico Kreative), la sigla con cui realizzerò “Viandanze”.
I contatti esoterici si susseguono e, dopo il doppio album “Giordano Bruno”, “Nine
Witches Under a Walnut Tree” mi implorano di dare voce ai loro tormenti. Non mi
sottraggo al loro richiamo e lo stesso accadrà per il successivo “Lucid
Dreaming and the Spectre of Nikola Tesla”, con il quale porterò alla luce la
vita del genio che scoprì il XXI secolo. Sembra che tutto possa essersi
concluso, ma l’incontro con il robot umanoide Ameca a New York apre ulteriori
domande e stimola nuove sfide, annunciando la fine di un’epoca e l’inizio di un
altro capitolo, questa volta proiettato nell’ignoto.
Nel libro parli di cadute, ospedalizzazioni, fughe, rinascite. Qual è stato
il momento in cui hai capito che la fragilità poteva diventare forza narrativa?
C’è una frase che mi accompagna da
tempo: quando il diavolo ti ignora, forse è perché stai facendo qualcosa di
sbagliato; ma quando viene a trovarti e rimane a osservarti, forse è perché hai
deciso di fare qualcosa di giusto e lui non riesce a fermarti. Ho sempre associato la mia creatività a
sensazioni estreme, tra l’estasi e i malesseri interiori, ed è stato questo
bipolarismo il mio motore di vita. Nel titolo del libro ho usato il termine
Fragile per costruire un gioco di parole che avrebbe aperto molteplici
interpretazioni. Esiste davvero una fragilità “diversa”? O il termine “fragile”
è già, di per sé, abbastanza ambiguo? Ognuno di noi possiede al tempo stesso
fragilità e punti di forza. Se poi il titolo viene accostato a una copertina
irriverente, sguaiata e ridanciana, è naturale chiedersi se siamo vittime di
una gigantesca presa in giro o se stiamo finalmente guardando in faccia la
nostra vulnerabilità.
Scrivere questi libri è stato più un atto di guarigione o di coraggio?
Prima di tutto, un atto di coraggio
che ha reso possibile una forma di mutazione. Legati a me da un legame
fraterno, tanti personaggi invisibili che avrebbero meritato un destino diverso
prendono forma nelle mie pagine e riconquistano la scena che in vita gli è
stata negata. Io stesso, ormai avulso da futili dinamiche locali, ed emancipato
dagli arruffianamenti tradizionali, che hanno come risultato soltanto
l’abbassamento della propria autostima, ho trovato la lucidità per liberare
qualche cadavere dall’armadio. Quando il clima di decadenza, collusione,
conformismo o silenzio complice mi è diventato irrespirabile, ho cambiato
prospettiva e ho sentito la responsabilità, sia verso la mia coscienza sia
verso chi mi segue, di urlare il mio disappunto. Senza questi elementi
fondamentali, faccio fatica a immaginare cosa significhi essere davvero un
artista.
Nei tuoi racconti compaiono figure straordinarie: Gabriel, Anderson,
Sinclair, Kristina, Allcock… chi ti ha insegnato la lezione più umana, non
musicale?
Credo Richard Sinclair. In
occasione di un concerto che tenemmo insieme in un luogo a diverse miglia da
Roma, Richard fece i capricci per tutta la giornata, al punto da guadagnarsi il
soprannome di Cavallo Pazzo, con cui iniziammo a chiamarlo scherzosamente. In
realtà stava semplicemente subendo l’approssimazione organizzativa dell’evento.
Il concerto durò diverse ore e terminò molto tardi, così il promoter ci informò
che non avremmo potuto cenare. Richard si imbizzarrì e minacciò di voler
guidare fino al mattino, pur di trovare un posto dove poter mangiare e bere
qualcosa. Maart Allcock - anche lui con noi - era perfettamente d’accordo. Così
il promoter fu costretto a setacciare tutta l’area, a tarda notte, fino a
scovare un locale ancora aperto. Alla fine, mangiammo, soddisfatti, e
rientrammo al B&B dove avremmo trascorso la notte. Superato il cancello del
resort, imboccammo uno sterrato al buio. Un cagnolino nero, di piccola taglia,
cominciò a correre dietro le nostre auto scodinzolando. Non c’erano luci e il
promoter, che guidava l’auto davanti a noi, non si accorse dell’animale e lo
travolse. Io ero al volante della seconda auto, con Richard e Maart a bordo:
assistemmo impotenti alla scena. Suonai il clacson per attirare l’attenzione di
chi ci precedeva, che si fermò ancora ignaro di quanto fosse accaduto. Richard
- il nostro Cavallo Pazzo - fu il primo a soccorrere il cucciolo, che tremava
convulsamente. Dopo pochi istanti, l’animale esalò l’ultimo respiro tra le sue
braccia. Richard continuò a tenerlo stretto, accarezzandolo, poi gli abbassò le
palpebre. Con movimenti lenti, quasi da rituale druidico, cominciò a scavare
una piccola fossa nel terreno e vi depose il corpo. Io osservavo, impietrito,
quei gesti intrisi d’amore e di compassione. Quella notte Cavallo Pazzo Richard
si trasformò, ai miei occhi, in un Unicorno.
Nel libro dici che “gli altri entrano come specchi, non come bersagli”.
Qual è lo specchio che ti ha riflesso l’immagine più difficile da accettare?
Le tematiche sono generalizzate e,
per quello che sono, risultano enormemente più ampie rispetto ai luoghi o a
singoli profili narrati. I personaggi, in particolare, sono stati volutamente
spersonalizzati e resi funzionali a un obiettivo preciso: rappresentare
archetipi e tipologie. Alcuni, francamente, sono deprimenti; altri, raccontati
al pubblico americano, sono apparsi quasi folcloristici, dai tratti di furbetti
azzeccagarbugli. Alla fine, però, tutti i personaggi, me compreso, sembriamo
muoverci sul palcoscenico di un teatrino dell’assurdo. È lì che ho dovuto
riconoscere anche le mie complicità, le mie ingenuità, le volte in cui non ho
saputo dire di no. Detto questo, ci tengo ad aggiungere che nei due libri di “Diversely
Fragile” racconto anche di figure diametralmente opposte: persone esemplari,
veri maestri di vita. Il gioco di specchi non è mai a senso unico.
In Diversely Fragile diventi un “viaggiatore nel tempo”. Se potessi parlare
al Jerry del 1971, cosa gli diresti?
Gli ripeterei le stesse parole che
sentii risuonare dentro di me quella notte del 1979 in cui rimasi in strada,
senza le chiavi del flat in cui ero ospitato e con nessuno al suo interno. Era
una notte di fine ottobre a Londra e vagai fino al mattino, con in testa la
voce di mio padre che mi diceva: “Non
sei solo e hai tutta la vita davanti a te”.
E al Jerry del futuro, quello che incontra Ameca a New York?
Gli direi di non avere paura di
cambiare, di rimettersi in gioco, di ricominciare daccapo tutte le volte che
serve. Di non mettere radici dove la terra frana. Di non perdere i ricordi, la
coerenza e… gli attributi.
Il CD attraversa cinquant’anni di musica. Qual è il brano che più ti
rappresenta oggi, non ieri?
“When Rock Was Youn”, la traccia
numero 6 del CD “One Man is a Band; One Song, All His Crossroads” allegato ai
due volumi. Paradossalmente è un brano scritto nel 1979, ma già
concepito come un viaggio nel tempo. È la mia “My Way” o, forse, la mia
risposta a “Life on Mars.” L’ho infarcita di richiami classici del rock e di
suoni spaziali per raccontare la vicenda dell’umanoide che, a bordo del suo
space lab, in seguito a una tempesta cosmica, perde la posizione spazio‑temporale e si ritrova sul
pianeta Terra nell’anno 1969. La canzone è riuscita a riaffiorare dopo molti
anni, a imporsi di nuovo, e a tracciare un ponte tra passato e futuro. In
questo senso incarna perfettamente il concetto alla base dell’intero progetto
Diversely Fragile.
Hai rifiutato logiche di mercato nella selezione. Qual è stata la scelta
più controcorrente?
La selezione è stata effettuata da
me insieme a un team di esperti musicali. Probabilmente la scelta più
controcorrente è stata quella di includere alcune registrazioni dal vivo nella
setlist. Le alternative in studio non mancavano – parliamo di oltre un
centinaio di composizioni, la maggior parte delle quali realizzate in studi
professionali – ma ho scelto di far prevalere i brani di maggiore intensità
emotiva, legati alle narrazioni dei libri, anche se registrati con mezzi di
fortuna. La qualità tecnica, in questi casi, non è impeccabile, ma come si può
rinunciare a una space jam con l’Albergo Intergalattico Spaziale di Mino Di
Martino, o a una “Trilogy” piano e voce, registrata in un giardino con il canto
degli uccelli sullo sfondo? Per me questa è perfezione… anche se di un altro
tipo.
Nel prologo dici che “domani è nelle nostre mani”. Qual è il domani che
speri i lettori possano intravedere attraverso le tue pagine?
Spero che intravedano un domani radicalmente diverso dalla realtà a cui siamo
stati anestetizzati per anni. Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a
incrinare la sbronza collettiva dilagante, e a far venire voglia di immaginare
scenari nuovi – personali ecollettivi – allora avrò avuto la conferma che
domani, in effetti, è davvero nelle nostre mani.
"Deja
vu" è il secondo disco in studio del supergruppo CSN&Y, pubblicato l’11 marzo del 1970
dalla Atlantic Records.
Questo album rappresenta un'importante
pietra miliare nella storia del rock, non solo per le incredibili capacità dei
membri del gruppo, ma anche per il loro impatto sociale e politico.
L'album si apre con la celebre
traccia "Carry On", una canzone potente e avvincente
che incorpora armonie vocali sorprendenti e abili cambi di tempo. Questa
canzone è un inno all'unità e all'amore, con un arrangiamento che permette a
ogni membro della band di brillare, sia vocalmente che strumentalmente.
Il brano successivo, "Teach
Your Children", è uno dei più grandi successi dei CSN&Y. Con
la sua melodia orecchiabile e i testi che incoraggiano la comprensione e
l'amore tra le generazioni, la canzone si è guadagnata un posto speciale nel
cuore di molti ascoltatori.
L'album continua con una serie di
tracce eclettiche e coinvolgenti. "Almost Cut My Hair"
è una potente canzone rock che esprime un senso di ribellione e frustrazione,
mentre "Woodstock" cattura l'atmosfera e lo spirito del
leggendario festival del 1969. La canzone "Helpless" di
Neil Young è un momento di pura bellezza e vulnerabilità, con la sua melodia
struggente e la voce commovente.
"Deja vu" contiene anche
brani politicamente impegnati come "Ohio", una reazione
diretta alla sparatoria di Kent State del 1970, e "Southern Man",
che affronta il tema del razzismo nel sud degli Stati Uniti. Queste canzoni
testimoniano l'impegno sociale e politico del gruppo, che si è fatto portavoce
di una generazione in tumulto.
La varietà di stili musicali presenti
in "Deja vu" è notevole. Dal country rock di "Country Girl"
alla ballata acustica di "Our House", il gruppo
dimostra una grande versatilità e una capacità di sperimentare con diversi
generi musicali senza perdere l'unità del suono complessivo.
La combinazione delle voci di Crosby,
Stills, Nash e Young è semplicemente magica. Le loro armonie vocali sono uno
dei punti di forza di questo album, conferendo a ogni canzone una profondità e
una bellezza uniche. Le abilità strumentali dei membri della band sono altrettanto
impressionanti, con chitarre acustiche e elettriche che si fondono in un
perfetto equilibrio.
Complessivamente, "Deja vu"
è un album straordinario che ha resistito alla prova del tempo. Le sue canzoni
rimangono rilevanti e potenti anche oggi, mentre la combinazione di talento
musicale e impegno sociale dei CSN&Y lo rende un classico senza tempo. Se
sei un appassionato di rock anni '70 o desideri esplorare la discografia di
questo supergruppo iconico, "Deja vu" è un album da non perdere.
Graham Nash: voce, chitarra,
tastiera, percussioni
Neil Young: voce, chitarra, tastiera,
armonica a bocca
Altri musicisti
Dallas Taylor: batteria, percussioni
Greg Reeves: basso
Jerry Garcia: pedal steel guitar
John Sebastian: armonica a bocca
LA COPERTINA
La copertina di "Déjà Vu"
dei Crosby, Stills, Nash & Young è un'iconica immagine che rappresenta i
membri della band in un ambiente rurale. L'album è stato pubblicato nel 1970 ed
è diventato uno dei più grandi successi del gruppo.
La copertina presenta una fotografia
di un campo aperto con i membri della band sparsi in primo piano. David Crosby
è seduto su un recinto, Stephen Stills è sdraiato sull'erba, Graham Nash è in
piedi con una chitarra, e Neil Young è in piedi in lontananza con il suo cane.
La fotografia è stata scattata da Henry Diltz, un noto fotografo e amico dei
musicisti, che ha realizzato diverse copertine di album famose dell'epoca.
La copertina di "Déjà Vu" è
diventata un'icona della cultura musicale degli anni '70 e rappresenta l'atmosfera
bohémien dell'epoca e lo spirito di collaborazione tra i membri della band. È
un'immagine iconica che viene immediatamente associata all'album e alla band
stessa.
Resoconto della 10° lezione del corso sul Rock ’70 alla
UniSavona
Le band seminali del rock americano
(anni ’60–’70)
10° incontro Sala Stella Maris,
Savona – 10 marzo 2026
Nonostante la pioggia battente, la Sala Stella Maris
si è riempita ancora una volta: un pubblico attento, affezionato, curioso.
L’atmosfera giusta per attraversare una delle stagioni più fertili della musica
americana.
Il brano del
giorno: “God Only Knows” - The Beach Boys
Abbiamo iniziato dall’alto, altissimo. Una analisi rispettosa e appassionata di God Only Knows, con particolare
attenzione alle linee vocali e alla costruzione armonica.
Sì partiti da una sezione solo voci, per mostrare la
complessità e la purezza dell’intreccio, un esempio perfetto di come la musica
pop possa raggiungere livelli di scrittura quasi cameristica.
Fuori
programma: Steve Winwood - “Empty Pages”
Un recupero necessario, dopo che la scorsa volta era rimasto
fuori.
Un ascolto che ha aggiunto una sfumatura soul e introspettiva
alla mattinata, ricordando quanto Winwood sia stato un ponte vivente tra rock,
blues, psichedelia e spiritualità.
Come da tradizione, l’introduzione di Giacomo ha dato il via
all’incontro, un piccolo rituale che ormai prepara tutti all’ascolto, con quel
suo modo di “mettere a fuoco” il tema prima ancora che parta la musica.
Le band americane: un viaggio tra i
semi del rock moderno
Il cuore dell’incontro è stato dedicato alle formazioni che,
tra anni ’60 e ’70, hanno definito un linguaggio nuovo: folk-rock, psichedelia,
country-rock, radici, sperimentazione.
Si è parlato dei seguenti artisti, e i Quicksilver
Messenger Service sono rimasti al momento fuori, nonostante le intenzioni:
The Byrds - “Turn! Turn! Turn!”
Buffalo Springfield - “For What
It’s Worth”
Crosby, Stills, Nash & Young - “You Don’t Have to Cry”
Neil Young- “The Needle and the
Damage Done”
Grateful Dead - “Far From Me”
Jefferson
Starship - “Jane”
Creedence Clearwater Revival –
“Fortunate Son / Proud Mary”
The
Band - “The Weight”
America - “Ventura Highway”
Un percorso che ha mostrato come ogni gruppo abbia portato un
tassello diverso: la coralità dei Byrds, la coscienza civile dei Buffalo
Springfield, l’intimità di Young, la libertà dei Dead, la potenza melodica dei
CCR, la poesia sospesa di The Band, la leggerezza luminosa degli
America.
All’inizio della mattinata c’è stato anche il tempo per un
ascolto speciale: “The Weight” nella versione di Playing For Change,
un momento breve ma potentissimo, quasi un manifesto. Quell’intreccio di voci e strumenti raccolti in giro per il
mondo - musicisti lontanissimi tra loro che suonano come se fossero sullo
stesso marciapiede - ha offerto un’immagine limpida di ciò che la musica può
ancora essere: un luogo di coesione, di incontro, di umanità condivisa.
Musica, parole, ricordi, scoperte. Una sala viva, partecipe,
che non si è lasciata intimidire dal maltempo. Un altro tassello nel mosaico
del tuo percorso su Il rock negli anni ’70 e dintorni.
Mr. Tambourine Man: l’attimo in cui Dylan regalò ai
Byrds il futuro
Capita raramente di assistere al momento esatto in cui una
canzone cambia strada, e con lei un intero genere musicale. Nell’estate del 1964,
in una stanza di Los Angeles piena di strumenti scordati e ambizioni enormi, Bob
Dylan prende la chitarra e suona Mr. Tambourine Man ai Byrds,
che allora non erano ancora “i Byrds”, ma un gruppo in cerca di identità.
Roger McGuinn ricorderà che fu come vedere aprirsi una finestra: la
melodia era già perfetta, ma sembrava chiedere un’altra veste, più luminosa,
più elettrica. Dylan, che in quel momento stava scivolando fuori dal recinto
del folk ortodosso, non solo non si oppose, ma sembrava quasi divertito
dall’idea che quei ragazzi potessero trasformare la sua ballata in
qualcos’altro.
La cosa sorprendente è che i Byrds si mossero con una
rapidità quasi insolente. Il 20 gennaio 1965, mentre Bringing It All Back
Home non era ancora nei negozi, loro erano già in studio a registrare
la loro versione, due minuti scarsi, armonie levigate, la Rickenbacker di
McGuinn che scintilla come un faro. Quando il disco di Dylan uscì, il 27 marzo,
il singolo dei Byrds era già pronto da settimane. Arriverà nei negozi il 12
aprile: appena sedici giorni dopo, ma con un impatto completamente diverso.
La leggenda vuole che, quando Dylan ascoltò la versione dei
Byrds, sorrise e disse: “Wow… you can dance to it”… era la
conferma che aveva intuito tutto fin dall’inizio, quella canzone, nelle mani
giuste, poteva diventare il manifesto di un nuovo suono. E così fu.
In meno di un mese, Mr. Tambourine Man non era più
solo un brano di Dylan, ma il punto di partenza del folk-rock.
Country Joe McDonald, voce storica della controcultura
americana e figura simbolo della protesta contro la guerra in Vietnam, è
scomparso il 7 marzo 2026, all’età di 84 anni. Con lui se ne va
uno degli interpreti più limpidi e ironici della stagione psichedelica della
West Coast.
Nato a Washington D.C. nel 1942, McDonald fondò nel 1965 i Country
Joe & The Fish, gruppo che contribuì a definire il suono psichedelico
californiano tra Avalon Ballroom, Fillmore e Monterey Pop. La sua scrittura,
diretta e priva di retorica, univa impegno politico, ironia e un forte senso
narrativo.
Il suo nome resta legato soprattutto a “The Fish
Cheer/I-Feel-Like-I’m-Fixin’-to-Die Rag”, brano diventato uno dei
simboli della protesta contro la guerra in Vietnam. L’esecuzione a Woodstock,
con il pubblico che rispondeva al celebre “cheer”, è rimasta una delle immagini
più riconoscibili di quell’epoca.
Dopo lo scioglimento del gruppo, McDonald proseguì un
percorso solista fedele ai propri temi: memoria, dissenso, racconto civile.
Pubblicò decine di album, spesso in circuiti indipendenti, mantenendo un
rapporto diretto con il pubblico e con la tradizione del folk di impegno
sociale.
La sua figura rimane legata a un momento preciso della storia
americana, ma la sua voce - ferma, ironica, mai compiaciuta - continua a
rappresentare un modo di intendere la musica come testimonianza e
responsabilità. La sua scomparsa chiude un capitolo, lasciando però un’eredità
che continua a parlare con semplicità e chiarezza.
Negli ultimi anni l’8 marzo sembra essere diventato
una consuetudine. Una data che ritorna, si compie, si festeggia quasi per
inerzia. Mimose, auguri, qualche frase gentile… gesti affettuosi, certo, ma
spesso così automatici da rischiare di svuotare il senso profondo della
giornata. E allora, invece di aggiungere un altro fiore al mazzo, oggi
preferisco fermarmi un momento e provare a guardare le cose da un’altra
angolazione. A farlo insieme a una voce che non ha mai accettato la
superficialità: Aretha Franklin.
Quando Aretha canta Respect,
non sta decorando una ricorrenza, ma aprendo un varco, sta dicendo, con una
lucidità che ancora oggi colpisce, che il rispetto non è un gesto gentile, non
è un complimento, non è un “pensiero carino” da distribuire una volta all’anno.
Il rispetto è una condizione minima per potersi muovere nel mondo senza dover
continuamente dimostrare qualcosa.
Ecco perché questo brano, nato nel 1967, continua a essere
uno dei modi più onesti per parlare dell’8 marzo. Perché non addolcisce, non
consola, non si presta a diventare un jingle da ricorrenza. È una richiesta
chiara, diretta, quasi fisica, una richiesta che non riguarda solo le donne, ma
il modo in cui una società intera decide di riconoscere valore, spazio,
dignità.
Ascoltare Respect oggi significa ricordarsi che la
parità non è un regalo, ma un diritto, che il rispetto non è un gesto
simbolico, ma un impegno quotidiano, che non basta celebrare ma bisogna cambiare.
E allora sì, l’8 marzo può anche essere un giorno di festa.
Ma prima ancora dovrebbe essere un giorno di verità, un giorno in cui lasciarsi
attraversare da quella voce potente e chiedersi, senza scuse se stiamo davvero
costruendo un mondo in cui il rispetto non è un’eccezione, ma la norma.
Perché Respect non è un omaggio, ma un promemoria, una porta che Aretha ha spalancato e che tocca a noi non richiudere.
Walter Martino, il ritmo gentile del progressive italiano
La notizia della scomparsa di Walter
Martinolascia un vuoto
silenzioso nella comunità musicale italiana. Batterista di talento raro, figura
discreta e generosa, Martino ha attraversato alcune delle stagioni più creative
del nostro rock, contribuendo con eleganza e misura a un linguaggio che ancora
oggi continua a parlare a generazioni diverse.
Formatosi in un ambiente musicale vivace e curioso, Martino
trovò presto la sua voce dietro le pelli, una voce fatta di precisione,
dinamica e sensibilità melodica. Con i Goblin, nel periodo più iconico
della band, ha inciso pagine fondamentali del progressive italiano,
partecipando alla costruzione di un immaginario sonoro che avrebbe superato i
confini del genere. Con i Libra, invece, ha esplorato una dimensione più
internazionale, portando la sua batteria verso un dialogo aperto con il
pop-rock d’autore.
Chi ha lavorato con lui ricorda soprattutto la persona, un
musicista attento, rispettoso, capace di ascoltare prima ancora di suonare. Un
compagno di viaggio che sapeva rendere semplice ciò che è complesso, e leggero
ciò che pesa. La sua presenza sul palco era naturale, mai invadente; la sua
energia, sempre al servizio della musica.
Negli ultimi anni aveva continuato a condividere la sua
esperienza con generosità, partecipando a progetti, collaborazioni e incontri
che testimoniavano un amore intatto per il proprio mestiere. È così che molti
lo ricorderanno: con le bacchette in mano, un sorriso quieto e quella capacità
di creare spazio, ritmo e respiro attorno a sé.
La sua eredità resta nelle registrazioni, certo, ma
soprattutto nella memoria di chi ha avuto la fortuna di incrociarlo. Un
musicista che non ha mai cercato il centro della scena, e che proprio per
questo ha saputo lasciare un segno profondo.
Oggi la musica italiana perde una voce importante del suo
battito. Walter Martino lascia un silenzio che non è vuoto, ma gratitudine.
Come il fallimento commerciale di un
uomo si è trasformato in un trionfo globale postumo
C'è un'amara ironia nella biografia di Nick Drake: l'uomo che non riusciva a vendere
più di poche centinaia di dischi in vita è diventato, decenni dopo, il volto
del folk moderno. Al momento della sua morte nel 1974, Drake si considerava un
fallito totale. Aveva persino tentato la carriera di programmatore informatico
e considerato l'esercito, pur di sfuggire alla sensazione di aver sprecato il
suo talento.
La bizzarria finale della sua storia accadde nel 1999,
quando uno spot pubblicitario per la Volkswagen utilizzò la traccia Pink Moon. Improvvisamente, quel suono che
negli anni '70 era stato giudicato "troppo deprimente" o "troppo
strano" per la radio, risuonò perfetto per la nuova sensibilità del
millennio. Le vendite dei suoi dischi schizzarono da poche migliaia a milioni
di copie, trasformando un artista che in vita non riusciva a sostenere lo
sguardo di un fotografo in un'icona globale della cultura indie.
È l'aneddoto finale di una vita vissuta fuori tempo: Nick
Drake non era adatto al suo mondo, ma il futuro non avrebbe più potuto fare a
meno di lui.
Alvin Lee: il fulmine che si spense il 6 marzo 2013
Nell’estate del 2011, a Genova, vidi Alvin Leesul
palco, non in un momento di quiete ma nel suo elemento naturale, con la
chitarra al collo, il volume alto, quel modo inconfondibile di far correre le
dita come se il tempo fosse un ostacolo da superare. Ero a due passi da lui,
abbastanza vicino da sentire la vibrazione fisica degli amplificatori e quella
sua energia che non aveva perso un grammo di intensità. In quell’istante pensai
soltanto: “Ecco uno degli eroi di Woodstock, uno che ha davvero incendiato
un’epoca e continua a farlo.”
Due anni dopo, il 6 marzo 2013, quella voce e quella
chitarra si sarebbero spente per sempre.
Nato a Nottingham nel 1944, Alvin Lee aveva iniziato a
suonare giovanissimo, innamorato del blues americano. Con Leo Lyons, Ric
Lee e Chick Churchill diede vita ai Ten Years After, una
delle band più incandescenti della scena britannica tra fine ’60 e inizio ’70.
La sua leggenda si cristallizza in un singolo brano: “I’m
Going Home” a Woodstock. Non era solo velocità, ma un misto di adrenalina,
swing, improvvisazione e puro istinto. Nel film del festival, quella sequenza
diventa un manifesto. Alvin Lee correva più veloce del tempo, e sembrava farlo
senza sforzo.
Nel 1973 lasciò la band per seguire una strada più personale.
Il suo album On the Road to Freedom, con George Harrison tra gli
ospiti, mostrò un lato più maturo, quasi contemplativo. Da lì in avanti, una
carriera solista costante, libera, mai schiava delle mode.
Il 6 marzo 2013 la notizia arrivò come un lampo:
Alvin Lee era morto a 68 anni per complicazioni successive a un intervento
chirurgico di routine. Una fine silenziosa per un musicista che aveva sempre
vissuto in accelerazione.
La sua Gibson ES-335 “Big Red” rimane un’icona. Il suo
stile, un ponte tra blues, rock’n’roll e virtuosismo, continua a influenzare
chitarristi di ogni generazione. Alvin Lee non è stato solo “il più veloce”… è
stato un interprete capace di trasformare la velocità in linguaggio, non in
esibizione.
Il 6 marzo è il giorno in cui il rock ha perso un suo
corridore instancabile. Ma ogni volta che parte “I’m Going Home”, quel ragazzo
di Nottingham torna a correre davanti a tutti.
L'incontro ravvicinato a Hidden Hills
tra la Regina del Blues e il Re Lucertola finito nel sangue e nel whiskey
L’incontro tra Janis Joplin e Jim Morrison è
passato alla storia come uno dei capitoli più selvaggi e controversi della
mitologia rock degli anni Sessanta, un evento che non produsse musica, ma un
fragoroso scontro fisico. Tutto ebbe inizio durante un party in una villa a
Hidden Hills, in California, dove il produttore Paul Rothchild ebbe
l’ambiziosa, e col senno di poi infelice, idea di far conoscere i due artisti,
convinto che la "Regina del Blues" e il "Re Lucertola"
fossero anime gemelle destinate a una folgorante sintonia. Inizialmente
l'atmosfera sembrò confermare le aspettative, con i due seduti a terra a bere e
chiacchierare, ma con il passare delle ore e l'accumularsi dell'alcol la
situazione prese una piega oscura. Mentre Janis diventava più aperta ed
emotiva, Jim scivolò in quella modalità molesta e aggressiva che i suoi amici
chiamavano "Jim il Terribile".
Morrison iniziò a infastidire Joplin in modo volgare e
insistente, ignorando i suoi ripetuti rifiuti e convinto che il suo carisma da
sex symbol gli permettesse qualunque libertà. Janis, tuttavia, non era una
groupie intimorita, ma una donna che aveva imparato a difendersi con le unghie
e con i denti sin dall'infanzia in Texas. Quando Jim arrivò a strattonarla
violentemente per i capelli nel tentativo di trascinarla con sé, la pazienza
della cantante si esaurì bruscamente: Janis afferrò la sua onnipresente bottiglia
di Southern Comfort e la schiantò con forza inaudita sulla testa di Morrison,
lasciandolo a terra stordito e sanguinante tra lo stupore dei presenti.
L’epilogo della vicenda fu tanto assurdo quanto i suoi
protagonisti. Se Janis rimase profondamente disgustata dal comportamento di
Morrison, definendolo un idiota e giurando di non volerlo mai più vedere, Jim
ne uscì paradossalmente stregato. Il giorno successivo, il leader dei Doors
contattò ossessivamente Rothchild per avere il numero di quella donna che lo
aveva messo al tappeto, dichiarando di essersene innamorato proprio per la sua
tempra indomabile. I due non si riavvicinarono mai più, ma quell'incidente
rimane ancora oggi il simbolo di un'epoca di eccessi irripetibili, lo scontro
frontale tra due stelle che bruciavano troppo in fretta e che, nel giro di
pochissimi anni, sarebbero entrate tragicamente nel mito del Club dei 27.