sabato 7 novembre 2026

Quel giorno in cui chiacchierai con Marcello Todaro, primo chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso

 


Un estratto da "Le ali della musica", libro che scrissi nel 2016 

Intervista a Marcello Todaro, agosto 2013


Sono nato nel 1956, e ho vissuto da adolescente l’inizio del prog, alimentandomi con i concerti vicino a casa e con CIAO2001.

Da quelle pagine lessi che Marcello Todaro era uscito dal BMS e nella mia testa “pura” ciò era inconcepibile, così come l’uscita di Giorgio Fico Piazza dalla PFM. La prima volta che vidi il Banco a Genova, teatro Alcione, Todaro c’era, ma in un ruolo diverso da quello di chitarrista. Col passare degli anni sono entrato per passione in questo mondo, soprattutto scrivendone, e il mio amico Fico Piazza ha ripreso a suonare dopo 40 anni, come lui dice, grazie alla mia spinta.         

Una chiacchierata con Marcello, tra Italia e California...

Spiegami, a distanza di tanti anni, cosa avvenne in quei giorni lontani? Perché quel cambiamento?

Potrei iniziare con... “C’era una volta...”, visto che sono passati circa 40 anni! Ultimamente ho visto proprio un post su Facebook di Ciao 2001 dell’epoca... penso 1973, con l’articolo che parlava proprio del cambiamento. Certo, non fa piacere a nessuno essere sostituito, specialmente se hai partecipato con tanta determinazione a far nascere qualcosa in cui credi. Avevo deciso che questo sarebbe stato l’ultimo tentativo per raggiungere il successo. Il progetto “Banco” ha scatenato subito in me una serie di emozioni e sentivo profondamente che era la strada giusta. Per questo ho proposto gli inserimenti di Francesco, Renato e Pierluigi. All’inizio ho dovuto insistere un po’ per Francesco... (prova a pensare Checco a Marino!), ma poi tutto é filato liscio. Credo che sia già stato detto e scritto molto sull’argomento; comunque, il punto era che, se qualcuno poteva essere di freno per l’evoluzione del gruppo, poteva venire sostituito senza preferenze per nessuno. Così è stato: il mio background musicale era basato su esperienze differenti e poi, in un gruppo non sempre c’è identità di vedute e spesso non si concorda sulle scelte da fare e le strategie da adottare. Ognuno è libero, comunque, di avere le proprie opinioni che, sicuramente, variano a seconda dei punti di vista.

Mi pare che il passo musicale successivo fu proprio la creazione di una nuova band con Fico. Come andò quell’esperienza?

Avendo, sia il Banco che la PFM lo stesso manager/promoter, il compianto Franco Mamone, mi fu prospettata proprio da quest’ultimo l’idea di formare un gruppo con Giorgio Fico” Piazza, anche lui da poco uscito dalla PFM. L’etichetta era quella di Gianni Sassi, la Cramps. L’esperienza sia in studio di registrazione che fuori, fu veramente divertente, molto rilassata e senza problemi. Dalle registrazioni ne è uscito un bel disco molto Rock... ne ero e ne sono molto soddisfatto, specialmente per il suono delle chitarre. Purtroppo, per ragioni ancora tutt’oggi sconosciute, il disco non fu mai definitivamente completato e il gruppo i “Crystals” ... definitivamente sciolto!

Che ricordi hai, in generale, dell’atmosfera di quei giorni lontani?

La potrei definire decisamente goliardica... si partiva per suonare per il gusto di suonare, senza pensare troppo a problemi di carattere tecnico e/o burocratico. Quando abbiamo iniziato si viaggiava tutti e sei assieme con la strumentazione stivata nel pulmino, arrivati si scaricava, si montavano gli strumenti, prove e via così, fino all’ora del concerto. Dopo un po’ di tempo arrivò l’Hammond di Vittorio ed altra strumentazione, per cui comprammo un mezzo di trasporto più grande, un camion Mecedes 308 B da Cherubini! Siccome nessuno di noi aveva la patente C, che serviva per guidare quel tipo di mezzo, nelle trasferte mio padre faceva da autista. Poi arrivarono i tecnici, camion nuovo... e macchina per noi sei; la prima, se non ricordo male, fu una Fiat 2300, una familiare nera... sembrava una di quelle che si utilizzano per i funerali! Ho sempre pensato che il Banco sia uscito al momento giusto con la musica giusta, per cui il successo continuo fino ad oggi è meritato! Poi c’era il fermento musicale quello vero, se pensiamo solo a quanti sono stati i gruppi nati all’epoca, locali per suonare a non finire e il pubblico accorreva in massa. Per portare un esempio, uno dei famosi locali della costiera romagnola di quei tempi, “L’Altro Mondo” di Miramare di Rimini, scritturava il Banco per quattro serate nei mesi di luglio e agosto, perché ogni 15 giorni il pubblico dei vacanzieri cambiava, e poi come locale era uno dei nostri preferiti. Insomma, una gran bella atmosfera, vuoi che si era più giovani per cui pronti a tutto o quasi, vuoi per i tempi diversi, ma ci si divertiva e, soprattutto quando si suonava si sudava… come diceva il mio amico batterista Mauro Spina “se si suda c’é l’emozione giusta!”

Come è progredita la tua carriera musicale da allora ai giorni nostri?

Dopo il Banco e i Crystals ho lavorato come Sound Engineer in uno studio di registrazione alla EMI Italiana come Assistente alla Direzione Artistica, lavorando con vari artisti, tra i quali Pino Daniele, che ho seguito in studio come produttore. Ho poi continuato come Freelancer Live Sound Engineer negli anni successivi, lavorando con Ruggeri, Barbarossa, Mannoia, Minghi e tanti altri fino ad oggi. Ultimamente ho lavorato come Direttore di Produzione/ Palco, all’Umbria Jazz Festival, per cinque anni di seguito. In questa occasione sono venuto a contatto con produzioni di artisti di grosso calibro, tra i quali James Taylor, Santana, Eric Clapton, Pat Metheney, Herbie Hancock, ecc., per cui una bella esperienza, stancante, ma gratificante.

Hai qualche rammarico legato al tuo passato?

Sicuramente, a parte il Banco e i Crystal, lavorando alla EMI Italiana sono entrato in contatto con molti artisti stranieri che venivano in Italia per promuovere i loro ultimi dischi. Accompagnando uno di questi artisti, “The Motels”, in televisione, mi fu chiesto dalla cantante del gruppo, Martha Davis, se mi andasse di lavorare con loro in Tournee! Forse sarebbe stato da prenderlo al volo quel treno, ma troppe complicazioni... famiglia, lavoro, ecc. Proprio ultimamente sono rientrato in contatto con Martha... incredibile, ma si è ricordata... magari adesso recuperiamo il tempo perduto!

Tutti i gruppi di allora si sono riuniti - anche se non al completo - e con ottimi risultati: come giudichi queste reunion?

Se la cosa viene fatta per puro divertimento, con qualche cosa ancora da dire musicalmente, ben venga, se è solo a scopo di lucro... intendiamoci, non dico che si deve lavorare gratis, ma la professionalità non deve mai mancare.

Tu vivi in America, ma spesso ritorni a casa… quali sono le differenze maggiori tra le due situazioni, se ci riferiamo in senso generale allo stato della musica?

Sicuramente la professionalità ed il grado di preparazione di società e personale tecnico. L’ho constato di persona, lavorando con delle Rental Company, che il lavoro, sia piccolo o grande, offre sempre un servizio di alta qualità. Parlando poi di Musica, qui é con la “M” maiuscola, è una vera industria e dà lavoro a milioni di persone. Se pensiamo a tutte le organizzazioni, scuole, locali, rental company, ecc. che gravitano nel Music Business ce ne rendiamo conto. Da quando sono qui vado ogni anno al Winter NAMM, che si tiene al Covention Center di Anaheim, ad un’ora di macchina da dove vivo. Praticamente la città per quattro giorni si trasforma, ed è una bella trasformazione! Musica dappertutto, per le strade, locali, hotel, e dentro al NAMM giovani ovunque, con strumenti appresso, con l’entusiasmo e la voglia di fare e siccome la competizione è veramente dura, chi riesce è veramente bravo ed ha qualche cosa in più da dire.

Torniamo un attimo alle origini: quale tra gli album del BANCO a cui hai partecipato giudichi migliore, e perché?

Sicuramente il primo, il “Salvadanaio”... come si dice, “il primo amore non si scorda mai”.  Forse proprio perchè era il primo, ci abbiamo messo quel pizzico di passione in più... poi la copertina originalissima, l’energia, l’emozione, l’entusiasmo.

Ho letto da qualche parte che godi di enorme stima in oriente: come ti spieghi questo amore?

Questa è stata una sorpresa anche per me! Corsi e ricorsi della musica! Comunque mi fa piacere naturalmente.

Mi racconti i tuoi progetti futuri?

Progetti per il futuro non ne faccio mai, almeno a lunga distanza, e anche per scaramanzia! Per ora ci sono un paio di idee allo stato embrionale, una da leggere, forse, non dico di più, anche perché non mi va di parlare di cose che poi non si concretizzano. Se dovesse prendere forma e realizzarsi ti renderò partecipe.

Alla fine, il cerchio si chiude senza la pretesa di rincorrere il passato. Nelle traiettorie di chi ha fatto la storia della musica senza cercare necessariamente la luce dei riflettori resta la consapevolezza di aver suonato quando contava farlo davvero, lasciando che le note continuassero a scorrere oltre i confini del tempo e della geografia.





venerdì 6 novembre 2026

Glenn Frey: il cuore rock degli Eagles

 

Il 6 novembre 1948, a Detroit, Michigan, nasceva Glenn Frey, una figura destinata a diventare una delle colonne portanti della musica rock americana, co-fondatore, cantante, chitarrista e principale compositore (spesso in coppia con Don Henley) della leggendaria band Eagles.

Dopo un periodo formativo nella scena musicale di Detroit, dove fece anche un'apparizione come chitarrista e seconda voce nel brano "Ramblin' Gamblin' Man" di Bob Seger, Frey si trasferì a Los Angeles. Fu qui, nel 1971, che, insieme al batterista Don Henley, al bassista Randy Meisner e al chitarrista Bernie Leadon, diede vita agli Eagles, un gruppo che ridefinì il genere del country rock.

Frey fu una forza trainante per la band, distinguendosi per il suo talento di polistrumentista (chitarra e tastiere) e per la sua voce solista in molti dei brani più iconici. Sue sono le voci principali in classici come "Take It Easy" (il primo grande successo, scritto con Jackson Browne), "Peaceful Easy Feeling", "Tequila Sunrise", "Lyin' Eyes", "New Kid in Town" e "Heartache Tonight".

Come co-autore, spesso con Don Henley, contribuì a forgiare capolavori senza tempo, tra cui l'epica "Hotel California" e la malinconica "Desperado".

Gli Eagles, grazie anche al suo contributo, hanno stabilito record di vendite sbalorditivi, in particolare con la raccolta Their Greatest Hits (1971–1975), a lungo l'album più venduto di tutti i tempi negli Stati Uniti.

Dopo lo scioglimento iniziale degli Eagles nel 1980, Frey intraprese una carriera solista di notevole successo, dimostrando la sua versatilità con brani che si adattavano perfettamente al sound degli anni '80. I suoi successi più celebri in questo periodo includono "The Heat Is On" (colonna sonora del film Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills), "You Belong to the City" (inserita nella serie TV Miami Vice, in cui Frey fece anche un'apparizione come attore).

Gli Eagles si riunirono nel 1994 per il tour e l'album live Hell Freezes Over, con Frey che tornò al suo ruolo di leader e compositore fino alla fine.

Glenn Frey è scomparso il 18 gennaio 2016, all'età di 67 anni, a causa di complicazioni legate a un'artrite reumatoide, colite ulcerosa e polmonite. La sua morte fu un duro colpo per il mondo della musica, e il suo compagno di band Don Henley lo ricordò come "il fratello che aveva conosciuto per 45 anni".

L'eredità di Glenn Frey vive non solo nelle vendite multiplatino e nei sei Grammy Awards vinti con gli Eagles, ma soprattutto nella sua capacità di raccontare l'anima complessa e agrodolce della West Coast americana con armonie perfette e un rock onesto e indimenticabile.




giovedì 5 novembre 2026

Bruce Springsteen: il 5 novembre del 1973 usciva "The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle"


"The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle" è il secondo album in studio di Bruce Springsteen, pubblicato il 5 novembre del 1973 dalla Columbia Records.

Il disco rappresenta un passo importante nella carriera del Boss, in quanto contribuì a consolidare il suo stile distintivo e ad affermare la sua posizione come uno dei più grandi artisti rock.

Il ’73 è l’anno di debutto del cantautore americano, che a gennaio aveva già rilasciato l’esordio “Greetings from Asbury Park, N.J.,” ma non appena le vendite di quest’ultimo iniziarono a calare (forse mai decollate) ecco arrivare un nuovo progetto, il cui successo allontanerà le nubi grigie plafonate sulla testa di artista e label. E alla Columbia Records si ricrederanno in fretta.

L'album è una miscela di diversi generi musicali, tra cui il rock, il folk, il soul e il rhythm and blues. È caratterizzato da testi intensi e narrativi, che raccontano storie di personaggi marginali, sognatori e giovani ribelli che cercano una via di fuga dalla loro realtà. Springsteen dipinge quadri vividi e coinvolgenti con le sue parole, trasmettendo un senso di energia e di speranza.

Uno dei punti di forza di questo album è la potenza delle performance musicali. La E Street Band, la band di accompagnamento di Springsteen, suona con una passione e una maestria eccezionali, creando una colonna sonora coinvolgente per le storie raccontate nelle canzoni. L'uso di strumenti come il sassofono e il pianoforte aggiunge un tocco di profondità e intensità alla musica.

Tra i brani più noti dell'album si trovano "Rosalita (Come Out Tonight)", una canzone piena di vitalità e di energia contagiosa, e "Incident on 57th Street", una ballata epica che mescola abilmente elementi di rock e jazz. Altri brani degni di nota includono "4th of July, Asbury Park (Sandy)" e "Kitty's Back", che mostrano la capacità di Springsteen di scrivere canzoni coinvolgenti e ricche di atmosfera.

"The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle" è un album che richiede una certa attenzione da parte dell'ascoltatore. Le canzoni sono articolate e ricche di dettagli, e le storie che raccontano sono complesse e ben sviluppate. È un album che si svela gradualmente, offrendo nuovi strati di significato ad ogni ascolto.

Complessivamente è considerato un capolavoro musicale e mette in rilievo un giovane Springsteen che dimostra da subito la sua abilità come compositore e cantante, mentre la E Street Band offre una performance straordinaria.

Imperdibile per gli amanti del genere.

Nel 2012 l'album è stato inserito alla posizione 133 nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi della rivista Rolling Stone.


CREDITI

Testi e musiche di Bruce Springsteen; edizioni musicali Laurel Canyon Music Ltd.


Lato A (cliccare sul titolo per ascoltare)

The E Street Shuffle – 4:31

4thof July, Asbury Park (Sandy) – 5:36

Kitty's Back – 7:09

Wild Billy's Circus Story – 4:47

Lato B

Incident on 57th Street – 7:45

Rosalita (Come Out Tonight) – 7:04

New York City Serenade – 9:55

 

Formazione

Bruce Springsteen – voce, chitarre, armonica a bocca, mandolino, percussioni

Clarence "Nick" Clemons – sassofono, cori

Garry Tallent – basso, basso tuba, cori

David Sancious – pianoforte, piano elettrico, clavinet, organo, assolo d'organo in Kitty's Back, arrangiamento d'archi in New York City Serenade, sassofono soprano in The E Street Shuffle, cori

Danny Federici – fisarmonica, pianoforte in Incident on 57th Street, organo in Kitty's Back, cori

Vini Lopez – batteria, glockenspiel, cornetta in The E Street Shuffle, cori

Albany "Al" Tellone – sassofono baritono in The E Street Shuffle

Richard Blackwell – congas, percussioni

 

Produzione

Mike Appel, Jim Cretecos – produzione

Louis Lahav – tecnico del suono

Jack Ashkinazy – remissaggio per le edizioni su CD

John Berg, Teresa Alfieri – design

David Gahr – fotografia


Ma come si proponeva nei live del 1973 il Boss?

Ecco un esempio: Bruce Springsteen era uno dei nuovi artisti della Columbia Records quando salì sul palco dell'Ahmanson Theatre il 1º maggio 1973 come parte della vetrina della label, nella manifestazione denominata "Week To Remember".

Il set è importante perché rappresenta il capitolo iniziale nell'incredibile carriera di Bruce. Springsteen esegue "Wild Billy's Circus Story".





mercoledì 4 novembre 2026

Ricordando Vittorio De Scalzi nel giorno della sua nascita


Nasceva il 4 novembre del 1949 Vittorio De Scalzi e vorrei ricordarlo con un evento concreto a cui partecipai nel luglio 2019 a Genova, una bella esibizione di una delle tante diramazioni dei New Trolls - La storia dei NEW TROLLS - che chiudeva il Prog Fest.

Ho sottolineato “una delle tante diramazioni” perché i New Trolls che conobbi nell’adolescenza, nel corso degli anni hanno subito tantissimi cambiamenti e frammentazioni di cui non posso dare giudizio, certo è che non è mai stato semplice per me risalire alle origini e ridisegnare l’albero genealogico corretto.

Quando penso a Vittorio - e ai New Trolls - mi ritornano alla mente momenti precisi della mia vita, stimolati da tracce musicali che sono state per me riferimenti continui.

Parto dal 1968: il brano è “Visioni”, un rock psichedelico che mi colpì come un macigno, nonostante avessi solo 12 anni!



Dopo tre anni, la fase prog prevaleva sul rock precedente e nasceva “Concerto Grosso”…



E arriva il pop di qualità, quello trasversale, che tocca tutto il pubblico diventando un must senza tempo, e come simbolo cito “Aldebaran” e… “Quella carezza della sera”.



Come si fa a condensare così tanta musica in un articolo!

Ad ognuno il proprio ricordo e un diverso abbinamento tra trame sonore e memoria, lasciando spazio al pensiero personale, sottolineando un legame con l’artista scomparso… tutto lecito, comprensibile, umano.

Vittorio mancherà fisicamente, agli affetti più vicini e ai tanti conoscenti coltivati nel corso di mezzo secolo e oltre, ma è privilegio di certi artisti rimanere vivi per sempre, perché ogni volta che partirà l’arpeggio di “Una miniera” o il rock di “Davanti agli occhi miei” ci sarà qualcuno che immediatamente idealizzerà un palco, una televisione, un locale, in cui Vittorio e i suoi compagni di avventura continuano a suonare e a far sognare.




martedì 3 novembre 2026

L'ambizione di un compositore: il percorso di Keith Emerson verso gli ELP

 

Il testo ripercorre le prime tappe della carriera di Keith Emerson basandosi su un approfondimento originariamente pubblicato dal portale Prog in occasione della sua scomparsa nel 2016.


Un percorso di affermazione personale e di ricerca sonora, che parte dai primi tasti premuti per difesa personale tra le mura scolastiche per arrivare alla definizione dell'estetica del progressive rock. Prima di riempire gli stadi con gli Emerson, Lake and Palmer, la traiettoria del tastierista britannico è stata segnata da un apprendistato continuo, guidato dal desiderio di superare i limiti strutturali degli strumenti dell'epoca e di essere riconosciuto prima di tutto come compositore.

L'approccio al pianoforte nacque infatti da una necessità pratica, ovvero quella di evitare le prevaricazioni dei compagni di scuola. Dimostrare familiarità con il repertorio di Jerry Lee Lewis e Little Richard gli garantì la tranquillità necessaria per studiare in disparte le sonate di Beethoven, impostando una dualità tra linguaggi popolari e colti che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione. Nel 1963 il Keith Emerson Trio registrò nel salotto di casa un primo documento sonoro influenzato dal boogie woogie e da Dave Brubeck, mentre il successivo trasferimento a Londra nel 1965 e l'ingresso nei Gary Farr And The T-Bones accelerarono la fusione tra Bach, Copland, Oscar Peterson e Shostakovich, mettendo sempre più al centro dell'assetto sonoro l'organo Hammond.

L'estetica performativa e aggressiva delle sue esibizioni si sviluppò quasi per caso durante una tournée in Francia con i The VIPs, quando per placare una rissa nel locale Emerson iniziò a sollecitare lo strumento dondolandolo e salendoci sopra. Questa componente visiva si consolidò dal 1967 con la nascita dei The Nice, gruppo inizialmente formato per accompagnare la cantante soul P.P. Arnold e poi passato sotto la gestione di Andrew Loog Oldham. In quel periodo presero forma le sue trovate più note, come l'uso dei coltelli forniti da Lemmy Kilmister tra i tasti dell'Hammond per prolungare il sustain, il gesto di bruciare la bandiera americana alla Royal Albert Hall nel 1968 durante l'esecuzione di America di Bernstein - che costò al gruppo un ban permanente dal teatro - e l'adozione del sintetizzatore Moog in ambito live sulla scia di Switched-On Bach di Wendy Carlos, gestendone le instabilità tecniche con l'assistenza diretta di Robert Moog.

Nel 1970 la spinta propulsiva dei The Nice si ritenne esaurita e la volontà di spingere l'esplorazione musicale oltre i confini raggiunti portò alla nascita degli ELP insieme al bassista e cantante Greg Lake e al batterista Carl Palmer. Con la nuova formazione la spettacolarità delle esibizioni raggiunse picchi eccezionali, inclusa l'introduzione del pianoforte a coda volante al Madison Square Garden e al California Jam. Tanta teatralità rimase comunque al servizio di una precisa visione artistica: rielaborare la musica di maestri come Mussorgsky, Bartók e Copland per proporla al pubblico rock, ribadendo l'esigenza di mettere la composizione e l'arte davanti a qualunque etichetta di semplice intrattenimento.

La figura di Keith Emerson rimane così consegnata alla storia della musica non soltanto per l'impatto visivo e le soluzioni sceniche entrate nell'immaginario collettivo, ma per l'ostinata volontà di abbattere le barriere tra la tradizione colta e il linguaggio moderno, dimostrando come la tecnica e la ricerca compositiva possano diventare la vera struttura portante dello spettacolo rock.





lunedì 2 novembre 2026

Cherry Wainer e Don Storer, precursori dei tempi

Beat-Club propone una coppia (anche nella vita) di musicisti del passato che non conoscevo ma che vale la pena approfondire.

A vedere una loro immagine dell’epoca sembrerebbero i protagonisti di una di quelle belle trasmissioni in bianco e nero di un tempo, quegli spettacoli definiti “Varietà” che tanto piacevano all’italiano medio a cavallo tra i ’60 e ’70.

In realtà furono due grandi musicisti e lei si può considerare una antesignana della figura di tastierista di organo Hammond.

Vediamo qualche nota biografica.

Cherry Wainer nacque il 2 marzo 1935 in Sudafrica ed è stata una musicista molto conosciuta come membro del Lord Rockingham XI (gruppo jazz di razza mista e di genere misto assemblato come house band nel pionieristico spettacolo pop “Oh Boy!”) e come solista all'organo Hammond.

Wainer sposò il batterista Don Storer con il quale apparve regolarmente come duo durante gli anni Sessanta. 

Viene ricordata in particolare la loro presenza in una serie televisiva tedesca, “Beat! Beat! Beat” (1967).

Wainer pubblicò diversi album solisti e singoli, nessuno dei quali entrò però a far parte delle classifiche del Regno Unito.

Lord Rockingham's XI

Lei e suo marito si trasferirono a Las Vegas nel 1968, dove lavorarono stabilmente nel cabaret.

In seguito, si ritirò dalla musica, ma rimase a Las Vegas e si impiegò in un negozio di articoli da regalo.

Don Storer è morto nel 2006.

Cherry Wainer è mancata il 14 novembre 2014 a Las Vegas, all'età di 79 anni.

Ecco di cosa si tratta…




domenica 1 novembre 2026

Tra il caos e il palco: la traiettoria di Anthony Kiedis che compie oggi gli anni

 

Il compleanno del frontman dei Red Hot Chili Peppers tra le ferite dell'infanzia e la ricerca di un equilibrio attraverso la musica


Il compleanno di Anthony Kiedis, nato il 1° novembre 1962, offre l'occasione per ripercorrere una storia personale che si allontana radicalmente dai cliché della rockstar cresciuta in un contesto ordinato. La sua infanzia è stata segnata da una precoce frammentazione familiare e da un trasferimento a Los Angeles, a soli dodici anni, per andare a vivere con il padre. Quell'ambiente californiano degli anni Settanta, immerso nei margini del mondo dello spettacolo e vissuto a contatto con una prematura maturità, ha rappresentato un terreno fertile ma fortemente instabile, segnato da situazioni di sradicamento che avrebbero potuto compromettere qualsiasi prospettiva futura.

La musica, e in particolare l'incontro con i compagni di liceo a Fairfax con cui avrebbe fondato i Red Hot Chili Peppers, ha funzionato da elemento di ancoraggio e di riscatto. L'energia primordiale del funk-rock non è stata soltanto un veicolo espressivo, ma il mezzo attraverso cui incanalare le inquietudini di un'esistenza complessa. La forza del gruppo è sempre derivata dalla capacità di trasformare le proprie ferite biografiche in un flusso sonoro fortemente identitario, dove il ritmo serrato e la coralità del palco offrivano una via d'uscita al disordine interiore.

Negli anni, il percorso artistico di Kiedis si è evoluto superando momenti di profonda crisi personale e la perdita di compagni di viaggio fondamentali, mantenendo tuttavia intatta quell'urgenza espressiva iniziale. Ripercorrere la sua parabola significa osservare come un vissuto articolato possa tradursi, attraverso la disciplina della scrittura e la condivisione della musica su scala globale, in una forma di autentica resilienza artistica.

Anthony Kiedis celebra oggi un punto di una traiettoria che continua a rinnovarsi. Mentre le sue passate tempeste personali restano sullo sfondo di una vita ormai votata alla stabilità e alla cura di sé, i Red Hot Chili Peppers restano una presenza attiva e vitale sui palchi di tutto il mondo. Il traguardo di oggi non rappresenta un bilancio definitivo, ma un ulteriore capitolo aperto: l'auspicio è che la sua energia e la sua scrittura possano continuare a illuminare il percorso della band e dei suoi ascoltatori ancora a lungo.





Spooky Tooth, i grandi dimenticati del rock britannico



Spooky Tooth, i grandi dimenticati del rock britannico

 

Con il passare degli anni si accumulano ascolti, dischi, concerti, libri e ricordi. Si arriva persino a credere di avere una mappa abbastanza completa del rock degli anni Sessanta e Settanta. Poi, all'improvviso, riaffiora un nome che sembrava disperso in qualche angolo della memoria e ci si rende conto che il viaggio non finisce mai. È quello che mi è successo recentemente con gli Spooky Tooth, un gruppo che conoscevo, certamente, ma che era rimasto sepolto sotto strati di ascolti più frequenti e nomi più celebrati.

Del resto, è uno dei paradossi più affascinanti della musica rock. Accanto ai giganti che occupano stabilmente il centro della scena esistono decine di band che hanno contribuito a costruire quell'epoca straordinaria e che, per qualche motivo, finiscono periodicamente in secondo piano. Gli Spooky Tooth sono tra queste. Eppure, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, furono protagonisti di una stagione creativa intensa, lasciando una serie di album che ancora oggi conservano fascino, personalità e una sorprendente freschezza.

Da questa riscoperta nasce il desiderio di tornare a parlare di loro e di ripercorrere la storia di una delle formazioni più originali e sottovalutate del rock britannico.

Nati nel 1967 dall'incontro tra alcuni membri degli Art e il tastierista americano Gary Wright, gli Spooky Tooth portarono fin dall'inizio un approccio personale alla musica rock. Il nucleo storico della formazione comprendeva Mike Harrison alla voce e al pianoforte, Gary Wright alle tastiere e alla voce, Luther Grosvenor alla chitarra, Greg Ridley al basso e Mike Kellie alla batteria. Cinque musicisti provenienti da esperienze differenti che trovarono rapidamente un equilibrio creativo capace di distinguersi all'interno di una scena musicale in continua evoluzione.

Ciò che rendeva gli Spooky Tooth diversi da molte altre band contemporanee era soprattutto il dialogo vocale tra Harrison e Wright. La voce calda e intensa del primo si intrecciava con quella più morbida del secondo creando un'identità sonora immediatamente riconoscibile. A questo si aggiungeva una miscela di blues, rock duro, psichedelia, gospel e progressive che sfuggiva a qualsiasi classificazione rigida.

L'album di debutto It's All About, pubblicato nel 1968 e distribuito negli Stati Uniti con il titolo Tobacco Road, mostrava già una notevole maturità compositiva. Tuttavia, il vero salto di qualità arrivò l'anno successivo con Spooky Two, ancora oggi considerato il loro capolavoro. Brani come Better By You, Better Than Me, Evil Woman e Waiting For The Wind mettono in evidenza tutta la forza della band, capace di alternare energia e raffinatezza con una naturalezza impressionante.

Riascoltando oggi quelle registrazioni si scopre un gruppo che aveva compreso prima di molti altri come il rock potesse essere contemporaneamente potente e sofisticato. Le tastiere di Wright dialogano continuamente con la chitarra di Grosvenor, mentre la sezione ritmica costruisce un tappeto sonoro robusto ma sempre dinamico.

Nel 1970 gli Spooky Tooth diedero vita a uno dei progetti più audaci della loro carriera pubblicando Ceremony insieme al compositore francese Pierre Henry, uno dei pionieri della musica elettronica. L'album divise il pubblico ma rappresentò una testimonianza della curiosità artistica della band, poco incline a seguire percorsi prevedibili.

Nello stesso anno uscì The Last Puff, disco che segnò la conclusione della prima fase della loro storia. Dopo una temporanea separazione il gruppo tornò sulle scene con una nuova incarnazione che produsse altri lavori di notevole interesse. You Broke My Heart So I Busted Your Jaw del 1973 viene spesso considerato uno dei migliori album della seconda fase, seguito nello stesso anno da Witness e nel 1974 da The Mirror.


La discografia in studio comprende quindi:

It's All About (1968)

Spooky Two (1969)

Ceremony (1970)

The Last Puff (1970)

You Broke MyHeart So I Busted Your Jaw (1973)

Witness (1973)

The Mirror (1974)

A questi si aggiungeranno molti anni più tardi Cross Purpose (1998) e Nomad Poets (2001), testimonianza dell'affetto che musicisti e appassionati continuarono a nutrire per il nome Spooky Tooth.

Forse il destino della band è stato quello di trovarsi sempre accanto ai giganti senza mai diventare uno di essi. Erano contemporanei di Cream, Traffic, Free, Led Zeppelin, Deep Purple e Humble Pie. Condividevano con queste formazioni talento e ambizione, ma non riuscirono mai a raggiungere lo stesso livello di popolarità. Eppure, molti musicisti hanno riconosciuto nel tempo il valore del loro contributo.

La miglior porta d'ingresso per chi desidera scoprirli resta ancora oggi Spooky Two, un album che conserva intatto il fascino di un'epoca in cui il rock cercava continuamente nuove direzioni. Da lì si apre un percorso affascinante tra blues, psichedelia, hard rock e progressive, illuminato da musicisti che avevano scelto di seguire l'ispirazione senza preoccuparsi troppo delle mode.

Gli Spooky Tooth rimangono così una delle perle nascoste della musica britannica. Un gruppo da riscoprire, capace ancora oggi di sorprendere chi crede di conoscere già tutto il meglio che gli anni Sessanta e Settanta hanno saputo offrire.



sabato 31 ottobre 2026

Pink Floyd: il 31 ottobre del 1971 usciva "Meddle"

 


Meddle è il sesto album in studio dei Pink Floyd, pubblicato il 31 ottobre del 1971, e merita un minimo di analisi, essendo un punto di svolta nella discografia della band, un ponte tra il loro sound psichedelico iniziale e le sperimentazioni più mature degli anni a venire.

Il disco rappresenta un passo avanti nella maturazione del sound dei Pink Floyd, con arrangiamenti più complessi e una maggiore attenzione ai dettagli sonori, con l'uso di effetti speciali, strumenti inusuali e paesaggi sonori ambientali. L'atmosfera generale dell'album è onirica, introspettiva e a tratti malinconica, capace di creare un'esperienza d'ascolto unica e coinvolgente.

Vediamo le tracce…

 

Lato A

One of These Days – 5:57

A Pillow of Winds – 5:07

Fearless – 6:05

San Tropez – 3:40

Seamus – 2:15

Lato B

Echoes – 23:31

 


Formazione 

David Gilmour: voce principale, cori, chitarra elettrica, chitarra acustica, lap steel guitar, effetti sonori, armonica

Richard Wright: organo Hammond e Farfisa, pianoforte, voce, effetti sonori

Roger Waters: basso elettrico, chitarra acustica, voce, effetti sonori

Nick Mason: batteria, percussioni, piatti, effetti vocali, effetti sonori

 

Accenno superficialmente ai vari tasselli, nella speranza di stimolare la curiosità o la memoria… cliccare sui titoli blu per ascoltare l'audio.

Echoes: parto dalla fine, la traccia che occupa tutta la seconda facciata, il pezzo forte dell'album, un'epopea sonora di oltre 23 minuti che si snoda attraverso atmosfere oniriche, momenti di intensa emotività e sperimentazioni sonore. È un viaggio introspettivo che invita l'ascoltatore a perdersi nella musica.

One of These Days è un brano più aggressivo e ritmico, con un basso pulsante e la celebre frase di Roger Waters. Un contrasto interessante rispetto alla dolcezza di altri brani.

Pillow of Winds è una delicata ballata con la voce di David Gilmour che si fa strada su un tappeto di armonie vocali e chitarre acustiche.

Fearless, brano sperimentale, con suoni ambientali e effetti sonori che creano un'atmosfera misteriosa.

San Tropez, più ritmato e leggero, con un testo ironico che descrive un'esperienza di vacanza.

Seamus, traccia particolare, un blues, con il cane di Steve Marriott (chitarrista degli Humble Pie) che ulula come strumento musicale.

Meddle è considerato uno dei capolavori del progressive rock, un album che ha influenzato generazioni di musicisti, fondamentale nella discografia dei Pink Floyd, un punto di riferimento per tutti gli appassionati del genere.

L'album ha segnato l'abbandono definitivo delle sperimentazioni psichedeliche più estreme degli esordi, aprendo la strada a un sound che è poi quello che ha caratterizzato il loro periodo più prolifico.

Pur non avendo avuto un successo commerciale immediato come alcuni album successivi, "Meddle" ha contribuito ad accrescere la popolarità della band, soprattutto nel Regno Unito.

Con questo lavoro i Pink Floyd trovano la loro strada, creando un progetto su cui lavorare e spostando la forza creativa dei singoli verso una direzione chiara. Tutti hanno la possibilità di brillare di mettersi in mostra e certificare le loro skills, e ciò che ne esce fuori è, a mio giudizio, un grande album, un must per chiunque apprezzi la musica di qualità all’interno della variegata famiglia del rock. Ma questo è molto di più!


 


venerdì 30 ottobre 2026

Pavlov's Dog, il fascino di una leggenda rimasta nell'ombra

 


Pavlov's Dog, la voce che arrivava da un altro luogo


Confesso che non ascoltavo i Pavlov's Dog da parecchio tempo. La scomparsa di David Surkamp mi ha spinto a tornare sui loro dischi e, fin dalle prime note, mi sono chiesto ancora una volta come sia stato possibile che una proposta musicale tanto originale e affascinante non abbia mai ricevuto il riconoscimento che meritava. Riascoltandoli oggi colpisce soprattutto la voce di Surkamp, unica e immediatamente riconoscibile, capace di trasportare l'ascoltatore in una dimensione sospesa tra fragilità ed emozione. Personalmente mi ha sempre dato una sensazione particolare, quasi fosse una sorta di Roger Chapman dei Family declinato al femminile. Un paragone forse azzardato, ma che rende l'idea di quella timbrica fuori dagli schemi, teatrale, emotiva e impossibile da confondere con qualsiasi altra. Una voce che da sola basterebbe a rendere memorabile una band, ma che nei Pavlov's Dog trovava il sostegno di una scrittura raffinata e di un sound che ancora oggi conserva intatto il proprio fascino.

La loro storia è quella di un gruppo che ha raccolto molto meno di quanto abbia seminato, lasciando però un'impronta profonda nel cuore degli appassionati di rock progressivo.

Nel grande mosaico del rock progressivo degli anni Settanta esistono gruppi che hanno conquistato classifiche, copertine e folle oceaniche. Altri hanno seguito percorsi più appartati, costruendo nel tempo un culto fatto di passione, fedeltà e continue riscoperte. I Pavlov's Dog appartengono senza dubbio a questa seconda categoria.

Nati a St. Louis nel 1972, i Pavlov's Dog svilupparono fin dagli esordi una personalità difficilmente assimilabile a quella di qualsiasi altro gruppo americano dell'epoca. In una scena dominata da hard rock, southern rock e cantautorato elettrico, la band guidata da David Surkamp scelse una strada fatta di violino, mellotron, flauto e atmosfere sospese tra folk, progressive e romanticismo decadente.

L'elemento che più colpiva all'ascolto era proprio la voce di Surkamp. Acuta, vibrante, fragile e intensa al tempo stesso, rappresentava il marchio di fabbrica della formazione. Una voce capace di dividere gli ascoltatori, ma anche di rendere immediatamente riconoscibile qualsiasi brano del gruppo. Per molti appassionati è stata proprio questa unicità a trasformare i Pavlov's Dog in una delle realtà più affascinanti del progressive rock statunitense.

Il debutto arrivò nel 1975 con Pampered Menial, album che ancora oggi viene considerato il loro capolavoro. Brani come "Julia", "Late November" e "Of Once and Future Kings" mostrarono una scrittura raffinata, capace di alternare momenti delicati e passaggi più solenni senza mai perdere il proprio carattere emotivo. Dietro quelle composizioni si percepiva una ricerca espressiva che guardava all'Europa prog senza rinunciare alle radici americane.

L'anno successivo vide la pubblicazione di At the Soundof the Bell, lavoro impreziosito dalla presenza di musicisti di rilievo come Andy Mackay e Bill Bruford. Nonostante la qualità artistica, il momento storico non favorì la band. L'arrivo del punk e il cambiamento dei gusti del pubblico ridussero progressivamente lo spazio dedicato al rock progressivo.

La prima incarnazione del gruppo si concluse nel 1977 dopo la registrazione di un terzo album che rimase inedito per molti anni. Sembrava la fine di una storia durata troppo poco, ma il destino aveva in serbo un'altra possibilità. Negli anni successivi Surkamp continuò a fare musica e, a partire dagli anni Novanta, riportò in vita il nome Pavlov's Dog, dando avvio a una seconda stagione artistica che avrebbe prodotto nuovi album e riportato la band sui palchi internazionali.

Con il passare del tempo il gruppo è diventato uno dei simboli più autentici di quel prog americano rimasto spesso nell'ombra dei grandi nomi britannici. Una formazione che non ha mai rinunciato alla propria identità e che ha saputo trasformare una storia inizialmente incompiuta in una lunga avventura musicale.

L'ottobre 2026 ha segnato un momento particolarmente doloroso per i fan con la scomparsa di David Surkamp, voce, autore e anima creativa della band. La sua eredità resta però custodita in una discografia che continua a essere scoperta da nuove generazioni di ascoltatori.

Ascoltare oggi i Pavlov's Dog significa entrare in un universo dove la tecnica non è mai fine a sè stessa e dove l'emozione guida ogni scelta artistica. Un luogo musicale fatto di malinconia, eleganza e passione, nel quale la voce di Surkamp continua a risuonare come un richiamo lontano, impossibile da confondere con qualsiasi altra.

Da riascoltare senza indugio!