La strada, il peso, la voce The
Weight e Eleonora credi tra racconto e interpretazione
Nel 1968 i The Band pubblicano The Weight,brano nato nella casa rosa di West Saugerties, vicino a Woodstock,
dove il gruppo viveva e suonava con Bob Dylan. È un pezzo che arriva in
un’America ancora intrisa di controcultura, ma con un suono diverso: niente
psichedelia, solo radici, armonie corali e un’aria da romanzo di frontiera. Il
singolo non sfonda subito (numero 63 negli USA), ma diventa negli anni uno dei
simboli della musica americana, fino a entrare nella lista delle 500 migliori
canzoni di sempre di Rolling Stone (posizione 41).
La storia è quella di un viaggiatore che arriva a Nazareth,
Pennsylvania, e si ritrova addosso i pesi degli altri: favori, richieste,
personaggi bizzarri. Robbie Robertson si ispira a persone reali e ai film di
Luis Buñuel, dove “è impossibile essere completamente buoni”. Il
risultato è un racconto biblico e terreno insieme, con un ritornello che è già
proverbio: Take a load off, Fanny… and you put the load right on me.
Nel 1969 i Dik Dik intercettano il potenziale
del brano e ne realizzano la versione italiana: Eleonora
credi. È una delle tante operazioni di “traduzione culturale”
che il gruppo milanese porta avanti negli anni Sessanta, trasformando brani
americani o inglesi in canzoni italiane con un’identità propria. Ovviamente c’è
lo zampino di Mogol. La loro Eleonora credi non è una copia, ma una reinterpretazione
narrativa che prende l’idea del peso, del viaggio e delle responsabilità, ma la
porta dentro un linguaggio più diretto, più melodico, più vicino alla
sensibilità italiana dell’epoca.
Il testo italiano non riproduce la struttura episodica di
Robertson, la semplifica, la rende più lineare, più sentimentale. Dove The
Weight è un pellegrinaggio pieno di figure simboliche, Eleonora credi
diventa un dialogo, un incoraggiamento, un racconto di fiducia. Eppure, il
nucleo rimane: qualcuno porta un peso, qualcuno cerca un appoggio, qualcuno
chiede di credere.
Due canzoni che parlano di pesi, di strade e di persone, una
nata in una casa rosa vicino a Woodstock, l’altra sbocciata in uno studio
milanese. E il bello è che entrambe, in modi diversi, continuano a camminare
con noi.
Il rock, quando scende dai grandi palchi patinati e si
mescola alla polvere delle strade di provincia, trova spesso la sua dimensione
più sincera. Succede così che le storie si incrocino nei luoghi più
inaspettati, magari durante una festa di paese, tra un accordo di chitarra e il
brusio della gente. L'aneddoto risale ad appena una settimana fa: mentre ero
sul palco con il mio gruppo, mi sono ritrovato "obbligato" a parlare
per perdere tempo prezioso, giusto il tempo necessario a un collega per
rimettere in sesto una chitarra che faceva le bizze. Per riempire quei minuti
ho iniziato a divagare, raccontando come quella formazione fosse nata quasi per
gioco, in origine solo per accompagnare con un set acustico le presentazioni
del mio libro dedicato a Woodstock. Da quel nucleo iniziale, basato su pochi
pezzi, il progetto si è evoluto nel tempo fino a crescere, strutturarsi e
reggersi interamente in piedi da solo. In mezzo al pubblico di Spigno Monferrato c'era Luca Vitali, di Parma, che, ascoltando quelle parole, si
è riconosciuto in un percorso per molti versi affine, avvicinandosi a fine
concerto per condividere la sua esperienza. Da quell'incontro fortuito emerge
un progetto che merita di essere conosciuto, un'opera duplice che unisce
letteratura e musica attraverso coordinate precise. Il punto di partenza è il
libro Rock'n'roll Shit / Il Filosofo del
Chiaro di Luna, pubblicato da Rossini Editore. L'opera adotta
una struttura fluida divisa in brevi capitoli che si susseguono rapidamente,
muovendosi tra il romanzo, il diario di viaggio e il saggio.
Il testo nasce per
omaggiare gli Stati Uniti attraverso i suoi paesaggi, la cultura, la fotografia
e i locali di musica dal vivo citati, tutti rigorosamente reali. Tra le pagine
vengono sfiorati temi sociali come l'immigrazione, il razzismo, la questione
dei nativi americani e l'uso delle armi, affiancati da figure leggendarie e
storiche meno note al grande pubblico, come l'imperatore degli Stati Uniti,
Carlo Camillo Di Rudio e Billy The Kid. Al centro della narrazione vi è il
viaggio di un fotografo tra il nord del Messico e gli Stati Uniti, al seguito
di una band e in compagnia di un coyote di nome Mexico.
Da questo universo letterario prendono forma i dodici brani
originali più uno strumentale (tredici tracce in totale, cantate in inglese)
che compongono l'album Songs From Rock'n'Roll Shit, firmato da The
Sidewalk Philosophers. Registrato in diversi studi tra Italia, Texas, New
Mexico e Pennsylvania, il disco è stato scritto da Ugo Cattabiani, Alessandro
Casappa e dallo stesso Luca Vitali, prodotto da Stiv Cantarelli e infine mixato
e masterizzato da Chris Peet in Galles. Le sonorità spaziano dal rock'n'roll
delle origini alle ballate country polverose, dai blues incalzanti tra Chicago
e Austin fino al rock all'ombra dei Crazy Horse e al Tex-Mex.
Il progetto si distingue per una fitta rete di collaborazioni
internazionali che coinvolgono voci e musicisti italiani e americani. Tra gli
ospiti figurano cantautori come Bob Cheevers, Jono Manson, Marino Severini,
Stiv Cantarelli, Ellen River, Edward Abbiati, Graziano Romani e un cameo di
Mojo Nixon, oltre a strumentisti di spessore come Mike Brenner alla pedal steel
guitar, Sandro Severini, Stefano Intelisano a pianoforte e fisarmonica e Diego
Sapignoli alla batteria.
Dal vivo, la proposta si trasforma in uno spettacolo che
fonde canzoni, letture e aneddoti, costruendo un ponte ideale tra il west
americano e quello padano. La band on stage è formata da Ugo Cattabiani (voce e
chitarra), Fabrizio Frabetti (voce e chitarra), Federica Pini (voce solista e
cori), Emiliano Bozzi (basso), Armando Splenito (batteria), Christian Pascelupo
(tastiere), Andrea Montacchini (armonica e voce) e Luca Vitali nel ruolo di
voce narrante. Un percorso che, tra note e capitoli, trasforma il viaggio
geografico in una ricerca interiore.
In fondo, che si tratti di raccontare il fango e la magia di
Woodstock o le polverose strade solcate dai Sidewalk Philosophers, la
sostanza non cambia. La musica e la scrittura restano i mezzi migliori per
accorciare le distanze, per trasformare un imprevisto su un palco di provincia
in un'occasione di confronto e per ricordarci che, a ben guardare, ogni viaggio
- reale o immaginario - è sempre un ritorno a casa.
“Late for the Sky” è il terzo album di
Jackson Browne, pubblicato nel settembre del 1974 per la Asylum
Per Jackson Browneil 1974 è l’anno del capolavoro. In lui l’estetica
della West Coast trova il proprio poeta, con ancor più intimità e riservatezza
rispetto a Neil Young. Dal punto di vista lirico, probabilmente, il disco
dell’anno 1974.
Late for the Skyè un progetto che va ben oltre la
semplice categoria di "album musicale". È un'esperienza, un viaggio introspettivo
nell'animo umano, un'opera che cattura l'essenza della malinconia e della
bellezza effimera della vita, e rappresenta un punto di svolta nella sua
carriera, consacrando JB come uno dei più importanti cantautori della sua
generazione.
La copertina dell'album, ispirata a Magritte, è già di per sé
un manifesto: una casa illuminata al crepuscolo, con un'auto parcheggiata di
fronte. Una immagine che sintetizza
perfettamente l'atmosfera sospesa e malinconica che pervade tutto il disco. È
come se Browne invitasse l’ascoltatore a riflettere sulla fugacità del tempo,
sulla bellezza che sfuma e sulle ombre che si allungano.
Le canzoni di Late for the Sky sono vere e proprie
poesie in musica, che affrontano temi universali come l'amore, la perdita, la
solitudine e la ricerca di un senso. Browne, con la sua voce calda e
malinconica, riesce a toccare le corde più profonde dell'animo del fruitore
della sua proposta. I suoi testi, ricchi di immagini evocative e di una
profonda sensibilità, riflettono le inquietudini e le speranze di un'intera
generazione, quella dei figli dei fiori che si trovavano a fare i conti con la
dura realtà della vita adulta.
Musicalmente, "Late for the Sky" è un disco
impeccabile. Le melodie sono semplici e memorabili, ma al tempo stesso profonde
ed evocative. Gli arrangiamenti sono raffinati e mai invadenti, esaltando la
bellezza delle canzoni. Ogni strumento ha il suo spazio, contribuendo a creare
un'atmosfera intima e coinvolgente.
La saggistica incentrata sulle sonorità contemporanee
presenta frequentemente scaffali affollati da cataloghi polverosi o da elenchi
puramente enciclopedici, privi di una reale chiave di lettura critica e rimasti
ancorati a un nostalgico rimpianto del decennio d'oro. All'interno di questo
panorama si colloca Una sana malattia - Il
rock progressivo: mito e realtà, fra passato, presente e futuro,
pubblicato da Felici Editore e firmato da Alberto
Voglinie Mauro Pini, due figure ben note nel panorama
del collezionismo e della divulgazione specializzata.
Il volume evita fin dalle prime pagine la trappola della
celebrazione accademica, trattando la materia con un taglio che unisce
l'analisi tecnica alla narrazione viva.
Il titolo stesso chiarisce la prospettiva adottata dagli
autori, che rifiutano di considerare il genere un reperto da esposizione
museale, preferendo definirlo come una viva e irriducibile ossessione. La
scrittura mantiene un registro rigoroso ma accessibile, sorretto da una
competenza che non si perde mai in formule astruse o in toni celebrativi
eccessivi. La struttura dell'opera si sviluppa tracciando il percorso storico
che, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, ha permesso alle
contaminazioni tra classica, jazz, folk e avanguardia di confluire in una
formula espressiva inedita. Non mancano i riferimenti ai grandi nomi
internazionali - dai King Crimson ai Genesis, dagli Yes agli Emerson, Lake
& Palmer, fino ai Pink Floyd, ai Jethro tull e ai Gentle Giant - esaminati
tanto nell'uso pionieristico di sintetizzatori e mellotron quanto nella portata
concettuale dei loro concept album.
Un'attenzione particolare viene riservata alla scena
italiana, un contesto che ha saputo imporre una cifra stilistica originale
grazie a una forte componente melodica, a radici classiche e a una spiccata
teatralità. Le vicende di complessi storici come la Premiata Forneria Marconi,
il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Osanna, gli Area e il Balletto di Bronzo
trovano spazio nel testo anche attraverso interventi diretti e testimonianze di
protagonisti del settore, le cui memorie arricchiscono l'impianto saggistico
con prospettive vissute in prima persona.
Il percorso critico si arricchisce inoltre di sezioni
trasversali e di contributi esterni capaci di amplire lo spettro dell'analisi.
Tra questi spicca l'intervento di Moreno Lenzi, che esamina con competenza
l'evoluzione della qualità dell'ascolto e il confronto sonoro tra il passato e
l'attualità, così come l'insolito contributo di Massimo Volpi, che introduce
una voce polemica e dissonante capace di scardinare l'autoreferenzialità tipica
di molta letteratura musicale di settore. Il volume si completa con guide
all'ascolto e recensioni mirate, concepite per orientare sia chi si avvicina
per la prima volta a queste sonorità sia chi cerca produzioni meno note, il
tutto racchiuso nell'ironica metafora visiva della "progressivina",
una confezione farmaceutica immaginaria che restituisce con immediatezza lo
spirito di un'opera incentrata su una passione irriducibile.
Il canto del cigno: i Beatles salutano con “Abbey Road”
Sono passati esattamente cinquantasette anni dal giorno in cui
l'album Abbey Road dei Beatles arrivò sugli scaffali dei negozi.
E ogni anno, il 26 settembre, si rinnova la stessa sensazione agrodolce:
l'ammirazione per quello che è considerato l'ultimo, vero capolavoro di gruppo,
e il rimpianto per l'epilogo ormai imminente di una band che avrebbe cambiato
il mondo.
Nel 1969, la musica era in fermento, ma i Fab Four erano
sull'orlo del collasso. Eppure, in un ultimo, straordinario sforzo di
collaborazione con il produttore storico George Martin, incisero un disco che
unisce la loro capacità di innovare con un ritorno al rigore che mancava dalle
registrazioni caotiche del progetto Let It Be.
L'immagine che ci accoglie è una delle più copiate, parodiate
e analizzate della storia: John, Ringo, Paul e George che
attraversano le strisce pedonali proprio di fronte agli studi di registrazione.
Niente titolo, niente nome della band. Non serviva.
Quella foto, scattata in pochi minuti, divenne immediatamente
l'emblema di un'epoca. E non mancarono le teorie, soprattutto quella del
"Paul è morto", alimentata proprio da presunti "indizi"
nella foto (Paul scalzo, la targa dell'auto, l'ordine dei componenti). Oggi
sappiamo che era solo un'ottima foto, ma il suo potere mitologico resta
intatto.
Il Lato A ci mostra quattro compositori al culmine
della loro maturità, capaci di spaziare dal rock più viscerale al pop più
raffinato.
Si
parte con "Come Together" di John Lennon, un brano
torbido e potente, ricco di groove e di un sound adulto e bluesy
che fece subito capire che i Beatles non erano rimasti bloccati nella
psichedelia.
Segue
"Something" di George Harrison, che per la prima
volta si impone come un paroliere e compositore di prim'ordine. Ancora
oggi, la sua ballata d'amore è considerata da molti critici e musicisti il
gioiello del disco, con un assolo di chitarra di George che è pura poesia.
Paul
McCartney porta
il suo eclettismo con la scherzosa e macabra "Maxwell's Silver
Hammer" e la potente "Oh! Darling", dove la sua
voce roca e straziante rende omaggio al rock and roll delle origini.
A spezzare la tensione e a portare un po' di spensieratezza
ci pensa Ringo Starr con "Octopus's Garden". Ispirato
da una gita in barca in Sardegna, il brano è una filastrocca marina e sognante
che ricorda la leggerezza dei primi Beatles, un momento di quiete e semplicità
in mezzo al tumulto creativo
Il
lato si chiude in modo epico e oscuro con "I Want You (She's So
Heavy)" di Lennon, quasi otto minuti di heavy blues
ossessivo, che si conclude con un taglio improvviso e drammatico,
lasciando l'ascoltatore in sospeso.
Il Lato B è ciò che eleva Abbey Road da grande album a
capolavoro concettuale.
Si
apre con l'ottimismo acustico di "Here Comes the Sun"
(l'altra immortale traccia di George Harrison).
Segue
"Because" di John Lennon, un pezzo etereo e quasi
mistico, basato su una progressione di accordi complessa, che mostra le
voci di Lennon, McCartney e Harrison unite in uno degli intrecci
armonici a tre voci più perfetti mai registrati. Un momento di pura,
cristallina bellezza.
Dopo questa pausa armoniosa, si entra nel Medley, una
suite di otto frammenti musicali che Paul McCartney e George Martin hanno
saputo cucire insieme con una maestria ingegneristica.
Il medley è un viaggio, una vera e propria opera rock
in miniatura che affronta temi di stress, denaro, sogni e inevitabile resa.
Troviamo all'interno le preoccupazioni finanziarie in "You Never Give Me Your Money", il cambio di tono onirico di "Sun King", fino
ad arrivare al finale.
Il disco si chiude con "The End", un momento
quasi catartico che presenta l'unico assolo di batteria di Ringo Starr in un
disco dei Beatles, seguito dal celebre triello di chitarre tra Harrison,
McCartney e Lennon, uniti un'ultima volta in una scarica di rock puro. La frase
finale di Paul, prima dell'accordetto nascosto di "Her Majesty",
è la conclusione perfetta:
"...And
in the end, the love you take is equal to the love you make."(E alla fine, l'amore che prendi è
pari all'amore che fai.)
A 57 anni dalla sua uscita, Abbey Road resta un
testamento della loro genialità e la prova che, anche quando le tensioni erano
al culmine, i Beatles potevano ancora produrre musica eterna. Un addio, seppur
involontario, di ineguagliabile perfezione.
Phil Collins, il peso della fama e la forza di ricominciare
In una lunga conversazione pubblicata dalla rivista Prog
e rilanciata da Louder Sound, Phil Collins torna sui capitoli più
significativi della sua vita artistica e personale. Il successo travolgente
della carriera solista, il rapporto con i Genesis, l'amicizia con John Martyn,
la lotta contro i problemi di salute e la possibilità di realizzare nuova
musica sono alcuni dei temi affrontati da uno dei protagonisti assoluti della
musica degli ultimi cinquant'anni.
Per molti anni Phil Collins è
stato ovunque. In radio, nelle classifiche, negli stadi con i Genesis, nei
progetti di altri artisti e naturalmente con una carriera solista capace di
conquistare il mondo. Eppure, guardandosi indietro, il musicista britannico
continua a descrivere quel periodo come il risultato di un flusso naturale di
eventi più che di una strategia studiata a tavolino.
Ripercorrendo la sua carriera, Collins torna soprattutto agli
anni di Face Value, il debutto solista del 1981 che cambiò radicalmente
la sua vita. Un album nato da una fase personale dolorosa, segnata dalla fine
del suo matrimonio. In quella casa ormai vuota, racconta, la musica diventò una
necessità quotidiana. Le canzoni arrivavano una dopo l'altra, quasi impossibili
da fermare. Non ama attribuire quel processo a misteriose ispirazioni
artistiche, preferendo una spiegazione più semplice e umana. Scrivere e
registrare era il modo più naturale per affrontare ciò che stava vivendo.
Fra i ricordi legati a quel disco emerge anche un episodio
che coinvolge Eric Clapton. Collins lo conosceva da anni, molto prima che il
loro rapporto diventasse una collaborazione musicale. Quando lo invitò a
partecipare a "If Leaving Me Is Easy", uno dei brani a cui è più
affezionato, Clapton si avvicinò allo strumento, iniziò a suonare e si fermò
quasi subito. Alla domanda sul perché avesse interrotto la registrazione, la
risposta fu sorprendente nella sua semplicità. Non voleva rovinare una canzone
che riteneva già perfetta così.
Il racconto si allarga poi a una figura fondamentale della
sua vita artistica, John Martyn. Collins vede molte affinità tra Face Value
e Grace And Danger, uno degli album più intensi del cantautore scozzese.
Entrambi i lavori nacquero infatti durante periodi segnati da separazioni
sentimentali e da profonde ferite emotive. La loro amicizia si rafforzò proprio
in quegli anni, fino ad arrivare alla produzione di Glorious Fool.
Collins ricorda Martyn con affetto sincero e riconosce in quei dischi una
vulnerabilità rara, capace di trasformare il dolore in musica.
Se gli anni Ottanta lo consacrarono come superstar globale,
furono anche il periodo in cui iniziò a crescere una certa ostilità da parte di
una parte della critica. La sua presenza costante nei media veniva interpretata
da alcuni come il segno di un'ambizione smisurata. Collins però respinge ancora
oggi quella lettura. Secondo lui, non c'era alcun piano per dominare le
classifiche o occupare ogni spazio disponibile. Semplicemente accettava le
opportunità che gli venivano offerte, soprattutto quando arrivavano da artisti
che lui stesso aveva ammirato e ascoltato per anni.
Lo stesso discorso vale per la storia dei Genesis. Collins
ricorda un percorso graduale, fatto di piccoli traguardi che sembravano
giganteschi nel momento in cui venivano raggiunti. Prima i club londinesi, poi
le sale più grandi, quindi i tour internazionali. Nessun momento epocale,
nessuna svolta improvvisa, soltanto una crescita costante che portò il gruppo a
diventare una delle realtà più popolari della musica mondiale.
Parlando del repertorio dei Genesis, Collins sorprende
indicando We Can't Dance come uno degli album che ama maggiormente. Più
che ai singoli dischi, però, resta legato ai tanti frammenti creativi
disseminati lungo tutta la carriera della band. Conserva ricordi
particolarmente vivi del periodo di The Lamb Lies Down on Broadway,
quando divideva il palco con Peter Gabriel ogni sera, mentre ammette di non
avere un legame speciale con ...And Then There Were Three..., che
considera meno memorabile rispetto ad altri lavori del gruppo.
Tra le esperienze più emozionanti degli ultimi anni c'è stato
il tour d'addio dei Genesis. Un'avventura resa ancora più significativa dalla
presenza del figlio Nic alla batteria. Per Collins vedere quel ragazzo entrare
nella band alla stessa età in cui lui stesso aveva iniziato il proprio percorso
nei Genesis è stato un momento dal forte valore simbolico, quasi la chiusura
perfetta di un cerchio aperto oltre cinquant'anni prima.
Oggi il musicista guarda al passato con serenità. I
rimpianti, ammette, esistono sempre, ma perdono importanza se confrontati con
ciò che la vita gli ha regalato. Soprattutto i suoi cinque figli, che considera
il risultato più prezioso del suo cammino personale.
Negli ultimi anni ha dovuto affrontare una battaglia ben più
dura della pressione della fama. Problemi di salute gravissimi lo hanno portato
vicino alla morte. Reni e fegato stavano cedendo e per un certo periodo la
situazione appariva estremamente critica. Collins racconta di aver trascorso
molto tempo in ospedale, seguito da un lungo percorso di recupero che ha
incluso anche numerosi interventi chirurgici e una costante fisioterapia.
La svolta è arrivata con l'abbandono dell'alcol. Oggi afferma
di non bere da tre anni e di aver ritrovato una condizione fisica che considera
finalmente soddisfacente. Il rapporto con i figli si è rafforzato ulteriormente
e la consapevolezza della fragilità della vita gli ha lasciato una nuova
prospettiva sulle cose.
E la musica? Collins non chiude affatto la porta. Nel suo
studio ci sono ancora idee incompiute, registrazioni da riscoprire e progetti
che attendono il momento giusto. Non promette nulla, ma non esclude nemmeno la
possibilità di tornare a creare.
Per un artista che ha attraversato decenni di successi, crisi
personali, rinascite e sfide fisiche, forse è proprio questa la notizia più
significativa. Phil Collins continua a guardare avanti, con la stessa curiosità
che lo ha accompagnato fin dagli inizi. E, a sentirlo parlare, qualche nuova
pagina della sua storia potrebbe ancora essere scritta.
Pink Floyd: arriva la ristampa speciale di Meddle e
torna in alta definizione il leggendario filmato di Echoes
I Pink Floydcelebrano uno dei capitoli più importanti della
loro carriera con una doppia iniziativa dedicata a Meddle, l'album pubblicato nel 1971 che
contribuì a definire il suono della band negli anni successivi. In occasione
del National Album Day, il gruppo renderà disponibile una nuova edizione da
collezione del disco su vinile colorato, accompagnata dal recupero di uno
storico documento audiovisivo legato al brano simbolo dell'album, Echoes.
La nuova versione del disco sarà distribuita il 17 ottobre da
Sony Music e si presenterà con una particolare finitura "San Tropez Orange
Marble", una scelta cromatica che richiama l'atmosfera mediterranea
evocata da uno dei brani più celebri contenuti nel lavoro.
Ma la vera sorpresa per gli appassionati riguarda Echoes,
la lunga composizione che occupa l'intera seconda facciata dell'album. Nella
stessa data verrà infatti pubblicata sul canale ufficiale YouTube dei Pink
Floyd una versione restaurata e digitalizzata in alta definizione delle
immagini utilizzate nel finale di Crystal Voyager, documentario
australiano del 1973 dedicato al mondo del surf.
Crystal Voyager fu realizzato dal regista David Elfick e raccontato dal
celebre surfista e filmmaker George Greenough, figura innovativa che
rivoluzionò il modo di filmare le onde. Grazie a una speciale attrezzatura
progettata personalmente, Greenough riuscì a catturare immagini mai viste prima
dall'interno delle onde, offrendo al pubblico una prospettiva completamente
nuova.
Per accompagnare quelle sequenze straordinarie serviva una
colonna sonora altrettanto suggestiva. La svolta arrivò quando Greenough
ascoltò Meddle e rimase colpito da Echoes. La durata della
composizione, oltre venti minuti, sembrava adattarsi perfettamente alla parte
conclusiva del documentario.
Nonostante il budget limitato della produzione, venne trovato
un accordo con i Pink Floyd: il brano avrebbe potuto essere utilizzato nel film
e, in cambio, la band avrebbe avuto la possibilità di impiegare quelle
spettacolari immagini durante i propri concerti. Una collaborazione che si
rivelò vantaggiosa per entrambe le parti e che negli anni è diventata un
autentico pezzo di storia della cultura rock.
Ripensando a quell'incontro tra musica e immagini, Greenough
ha ricordato l'emozione provata al primo ascolto di Echoes, definendola
immediatamente la colonna sonora perfetta per il progetto. A più di
cinquant'anni di distanza, il surfista australiano ritiene che sia le immagini
sia il brano conservino ancora oggi una forza innovativa e una straordinaria
capacità di coinvolgere il pubblico.
La ripubblicazione del filmato restaurato rappresenta quindi
non solo un omaggio a un capolavoro della discografia dei Pink Floyd, ma anche
la celebrazione di una delle collaborazioni artistiche più affascinanti tra
cinema, musica e sport degli anni Settanta.
Con questa iniziativa, Meddle torna nuovamente sotto i
riflettori, confermandosi un'opera fondamentale nel percorso creativo della
band britannica e un passaggio decisivo verso i grandi capolavori che avrebbero
segnato il decennio successivo.
Prendi la chitarra e vai/Per quanto
io ci provi è il
primo 45 giri del gruppo inglese The Motowns,
appena arrivato a Roma da Liverpool.
Il gruppo The Motowns - che era
composto dal chitarrista Douglas Albert Meakin, da Dave Sumner,
da Lally Stott, da Michael Brill e da Mike Logan - eseguì
questi due brani nel film Soldati e capelloni(1967), diretto da Ettore Maria
Fizzarotti e girato quasi interamente nella discoteca romana Piper Club. Il
brano che ebbe più successo fu Prendi la chitarra e vai, per il
messaggio chiaramente antimilitaristico.
Il gruppo The Motowns fu chiamato nel
1967 alla RAI, per cantare questa canzone nel varietà E sottolineo yè,
diretto da Vito Molinari e condotto da Gianni Morandi e da Caterina Caselli. La
canzone del Lato A fu ripetuta nel 1967, nel 45 giri Prendi la chitarra e
vai/Una come lei.
Con la canzone “Prendi la chitarra e vai” The Motowns vinsero il girone C (riservato ai gruppi) del Cantagiro 1967.
Non era però questa la versione
originale, ma la cover di una creatura di David & Jonathan, dal
titolo Lovers of the World Unite ("Innamorati di tutto il
mondo unitevi"), canzone di protesta cantata da
giovani che giravano il mondo con la chitarra, inneggiando alla pace e alla
libertà.
Ma in rete si trova un’altra
versione, quella dei The Rangers, Beat Band tedesca composta da Robert
Wolf, Ludwig Ickert, Marek Lieberberg (Casey), Jürgen Kessner e Axel Schürmann.
Il 21 ottobre 1966 furono ospiti del
programma televisivo Beat Beat Beat. La band è anche descritta nel libro
"Die Beat Bible".
Nel 1967, la Bild Zeitung dimostrò
interesse scrivendo articoli su di loro. La CBS li citò in giudizio il 24
febbraio 1967 perché il nome di una band sotto contratto con la CBS suonava
molto simile. Persero la causa e diedero i soldi che avevano guadagnato
vendendo la loro musica alla CBS. Si separarono poco dopo.
Insomma, chiunque la proponga appare
un pezzo riuscito e significativo per i tempi, non certo troppo impegnati!
After the Gold Rushè il terzo album in studio di Neil Young, pubblicato il 19 settembre 1970
dalla Reprise Records.
Dopo l’enorme successo di Déjà Vu, Neil Young
abbandona Crosby, Stills e Nash, lasciandoli interdetti. Non ci vuole molto per
capire che è la scelta giusta: After the Gold Rush è uno dei grandi
capolavori di Neil Young, l’anticipatore dello stile e dei temi che avrebbero
visto il successo mondiale con Harvest.
I media non capirono immediatamente la portata artistica
dell’album, che è stato ed è il punto di riferimento assoluto per chiunque si
sia avvicinato alla canzone folk negli ultimi cinquant’anni.
After the Gold Rush è un album che va ben oltre la semplice somma delle sue
parti. È un'opera complessa e sfaccettata, che invita l'ascoltatore a un
viaggio profondo nell'anima di Neil Young e nei tumulti di un'epoca che stava
cambiando.
Le trame musicali di After the Gold Rush sono
caratterizzate da una straordinaria varietà di sonorità. Le chitarre acustiche
ed elettriche di Young si intrecciano con arrangiamenti orchestrali, strumenti
a fiato e percussioni, creando un tappeto sonoro ricco e avvolgente. Questo mix
di generi diversi, dal folk al rock, dal country al pop, è uno dei segni
distintivi dello stile di Young e conferisce all'album una profondità e una
ricchezza uniche.
I testi sono veri e propri
poemi, carichi di immagini evocative e di un profondo senso di malinconia.
Young affronta temi universali come l'amore, la perdita, la speranza e la paura
del futuro, ma anche questioni più specifiche legate al suo tempo. La sua scrittura è
caratterizzata da una grande sincerità e da una capacità di evocare emozioni
intense.
Oltre ad alcuni brani che diventeranno tra i più famosi della sua produzione, l'album contiene
numerose altre gemme nascoste, come "Southern Man", una potente
denuncia del razzismo nel Sud degli Stati Uniti, e "Tell Me Why", brano che si interroga a proposito delle difficoltà di crescere e di prendere decisioni difficili.
After the Gold Rush è un album che ha lasciato un'impronta indelebile nella
storia della musica e la sua influenza si sente ancora oggi nel lavoro di molti
artisti.
È buona cosa consigliare ai giovani di oggi l’ascolto di After the Gold Rush?
Sì, pe svariati motivi… in sintesi!
Per la sua attualità: i temi a affrontati da Young sono ancora
oggi estremamente rilevanti.
Per la sua bellezza musicale: la musica di "After the
Gold Rush" è un piacere per le orecchie.
Per la sua capacità di evocare emozioni: le canzoni di Young
sono in grado di toccare il cuore e l'anima.
"After the Gold Rush" è un album che va ascoltato,
riascoltato e riscoperto. È un viaggio introspettivo e sociale che ci invita a
riflettere sul nostro mondo e sul nostro posto in esso. È un capolavoro che ha
resistito alla prova del tempo e che continuerà a farlo per molti anni a
venire.
Esiste una magia sottile nella musica, la capacità di una
melodia di attraversare confini linguistici e culturali, vestendosi di nuove
storie e sfumature emotive pur mantenendo un'eco del suo spirito originario.
"A Whiter Shade Of Pale" dei Procol Harum e la sua rilettura
italiana, "Senza Luce" dei Dik Dik con il testo di Mogol, ne sono un
esempio lampante. Un parallelismo approfondito tra questi due brani rivela come
una stessa ossatura musicale possa vibrare con intensità diverse, pur
condividendo un nucleo di profondo struggimento.
Il filo conduttore innegabile è la melodia. La canzone nasce dall'ispirazione bachiana, che intrinsecamente possiede una solennità
malinconica, una discesa armonica che suggerisce un inesorabile scivolamento
emotivo. L'organo Hammond in "A Whiter Shade Of Pale" amplifica
questa aura di sospensione e indefinibile emozione, quasi un ponte tra il
terreno e il trascendente. "Senza Luce" eredita questa stessa
bellezza intrinseca, ma la incanala verso un racconto più terreno e diretto.
È nel testo che i due brani divergono radicalmente.
L'originale di Keith Reid è un enigma surreale, un susseguirsi di immagini
oscure e frammentarie che evocano un'esperienza confusa e indefinita. La
celebre "whiter shade of pale" rimane un'immagine potente ma
sfuggente, lasciando spazio a molteplici interpretazioni. Non una storia
lineare, ma un paesaggio emotivo vago e potente, intriso di disorientamento. Al
contrario, Mogol cuce sulla stessa melodia una narrazione chiara e universale
di perdita amorosa. La "luce" che si spegne diviene metafora
dell'assenza dell'amato, l'oscurità conseguente è la solitudine. Il desiderio
di un ritorno è esplicito, trasformando la malinconia in un lamento d'amore
toccante e riconoscibile.
Le atmosfere delle due canzoni sono distinte: "A Whiter
Shade Of Pale" crea un'aura mistica e un'emozione
indefinita, lasciando spazio all'interpretazione; "Senza Luce"
dipinge una tristezza e un desiderio intensi e diretti, con cui è facile
empatizzare.
Il successo e la ricezione dei due brani riflettono queste
differenze. L'enigmaticità e l'atmosfera unica di "A Whiter Shade Of
Pale" la consacrarono come icona di un'epoca, prestandosi a infinite
interpretazioni. "Senza Luce", con la sua immediatezza emotiva e il
testo in lingua madre, divenne un pilastro della musica italiana, toccando
corde profonde nel cuore del pubblico nazionale.
Nonostante le storie diverse, entrambe le canzoni sono unite
da una profonda tristezza, trasmessa dalla stessa melodia e portano
l'ascoltatore a riflettere su perdita, desiderio e la fragilità dei legami
affettivi.
"Senza Luce" rappresenta un affascinante caso di
come una melodia, pur mantenendo la sua forza evocativa, possa essere
riplasmata attraverso un testo che la contestualizza in un nuovo immaginario
culturale. La base armonica e la linea melodica originali, con la loro
intrinseca malinconia, hanno fornito un terreno fertile per un racconto di
perdita e desiderio che ha trovato una sua specifica risonanza nel panorama
emotivo italiano dell'epoca.
L'arrangiamento e l'interpretazione di Dik Dik hanno poi
contribuito a definire ulteriormente questa nuova veste, rendendo "Senza
Luce" un brano iconico a sé stante, capace di evocare sentimenti intensi e
di connettersi profondamente con l'ascoltatore italiano.
Entrambe le versioni, pur nella loro unicità, testimoniano la
potenza universale della musica di evocare emozioni profonde, anche quando le
parole che le accompagnano tracciano sentieri narrativi diversi. Sono due echi
di un'anima struggente, che vibrano con intensità attraverso il tempo e le
lingue.
Una produzione Seacrest Oy – Artwork
di Ed Unitsky
La nuova opera di Kimmo Pörsti
si inserisce nel vasto universo creativo dei The Samurai of Prog, quella
realtà che negli anni è diventata una sorta di “multinazionale finlandese del
prog”, capace di generare album, progetti paralleli, collaborazioni
internazionali e un immaginario visivo riconoscibile. Per lungo tempo questa
costellazione musicale è rimasta confinata allo studio, costruendo dischi
complessi e stratificati senza mai affrontare la dimensione del palco. Solo di
recente, con un tour europeo che ha finalmente portato la loro musica davanti
al pubblico, il progetto ha assunto una forma più tangibile. In questo
scenario, Somewhere Not Far From Here
appare come un tassello naturale, un’estensione personale, coerente e
profondamente sentita del mondo dei Samurai.
Il disco è stato preparato tra il 2023 e il 2026, con una
cura artigianale che appartiene da sempre al modo di lavorare di Pörsti. Alcune
parti di batteria sono state registrate in una piccola casa di tronchi nel
cuore della foresta, un dettaglio che racconta molto del carattere del progetto,
un lavoro che nasce lontano dal rumore, immerso nella quiete, costruito con
pazienza e con un senso di intimità che si riflette nella musica.
Le undici tracce alternano brani vocali e strumentali,
componendo un percorso che oscilla tra il sinfonico, il melodico e il
cinematografico. Sei brani sono cantati, cinque sono strumentali, e la
scrittura si muove con naturalezza tra aperture orchestrali e momenti più
raccolti.
La sequenza dei brani è pensata come
un viaggio:
A Circle of Wagons - apertura ampia, progressiva, con
un respiro narrativo che richiama i Samurai ma introduce una dimensione più
personale.
Carrousel - la rilettura di Jean‑Pascal Boffo,
elegante e sospesa, con un gusto quasi da colonna sonora.
Nightmares Come to Consume - tensione, dinamiche, intrecci
strumentali che mostrano la solidità del gruppo di lavoro.
Chasing Echoes - una delle pagine più liriche del
disco, con un equilibrio perfetto tra voce e tessiture strumentali.
Things Not Seen (Outline I) - primo dei due “outline”, brano che
gioca con atmosfere più rarefatte.
In My Life - la cover degli Ambrosia, trattata
con rispetto e con una delicatezza che la rende parte integrante del percorso.
Light of Other Days - un brano che si muove tra luce e
malinconia, con un uso molto evocativo del flauto.
You and the Sun - pagina solare, melodica, con un
senso di apertura che contrasta con i brani più introspettivi.
Over the Sleeping Stars - la composizione di Toni Jokinen,
elegante e notturna.
The Only One in the Crowd (Outline
II) - il secondo
“outline”, più strutturato e narrativo del primo.
With a Breath I Linger - chiusura morbida, contemplativa,
che lascia un senso di sospensione.
Il disco vede la partecipazione di un gruppo di musicisti che
orbitano da anni attorno al mondo Seacrest, ciascuno con un ruolo ben definito:
John
Wilkinson, Dan Schamber, Michael Trew, Steph
Honde - voci
Toni Jokinen, Rafael Pacha - chitarre
elettriche e acustiche
Keijo
Hakala, Jan‑Olof Strandberg - basso
Risto Salmi - sax ed EWI
Hanna Pörsti - flauto
Mario De Siena - tastiere
Kimmo Pörsti - batteria, tastiere, basso, mix,
mastering e produzione
La scelta di suonare tutto senza alcun intervento di
intelligenza artificiale - oramai occorre evidenziarlo! - è una dichiarazione
di poetica: la musica deve conservare il tocco umano, la vibrazione
impercettibile che nasce dalle mani e dal respiro. Pörsti insiste su questo
punto, e il risultato è un album che trasmette calore, presenza, artigianalità.
La confezione è il classico mini‑LP Seacrest, sei pannelli,
booklet di venti pagine. Le illustrazioni di Ed Unitsky sono parte
integrante dell’opera: figure sospese, architetture impossibili, paesaggi che
sembrano provenire da un universo parallelo. Unitsky non si limita a decorare,
ma prova a costruire un mondo visivo che dialoga con la musica, amplificandone
la dimensione epica e spirituale.
Somewhere Not Far From Here è un album che conferma Kimmo Pörsti come uno dei più
solidi artigiani del prog sinfonico contemporaneo. Il legame con i Samurai è
evidente e solido, ma il disco possiede una sua identità precisa, più
meditativa, più intima, più libera. In un momento in cui la “multinazionale
finlandese del prog” ha finalmente scelto di mostrarsi dal vivo, questo lavoro
rappresenta la controparte silenziosa e riflessiva: la musica che nasce lontano
dal palco, ma che trova nel tour europeo una nuova energia, un nuovo senso di
continuità.
È un album che cerca la profondità e la coerenza, e proprio
per questo riesce a toccare il cuore dell’ascoltatore.
Felice di aver appena ascoltato dal vivo Kimmo e i Samurai, l’abbinamento
visivo ed il fresco ricordo aiutano!
Il 16 settembre del 2023, all'età di 82 anni, ci lasciava John Stanley Marshall.
Batterista inglese, membro fondatore
del gruppo jazz rock Nucleus, era nato il 28 agosto 1941. Dal 1972 al 1978 fu
il batterista dei Soft Machine, sostituendo Phil Howard.
Marshall era nato a Isleworth, nel
Middlesex, e nel corso della sua vita ha suonato con varie band e musicisti
jazz e rock.
Dal 1999, ha lavorato con ex
co-musicisti dei Soft Machine in diversi progetti legati alla Soft Machine, come
SoftWare, SoftWorks e Soft Machine Legacy. Era stato in tour come membro della
band, che opera di nuovo sotto il nome di Soft Machine, dal 2015 al 2023.
E poi una chicca video, seppur di
pessima qualità, ripresa da pochi passi.
Genova: estratto dal commento del 3
aprile 2011 intitolato
“Soft Machine Legacy/Tempio delle
Clessidre al Ge-Prog Festival 2011”
E viene la volta dei Soft Machine
Legacy, una vera eredità del gruppo originario.
Il progetto, nato nel 2004 dopo il
re-incontro di Hoog Hopper, Elton Dean, John Marshall e John Etheridge, cambia
attori durante il percorso, per la prematura scomparsa di Dean e Hopper, ma con
l’entrata di Roy Babbington si ricompongono i 3/5 del gruppo originale, tra il
1975 e il 1978. La ciliegina sulla torta è il fiatista Theo Travis.
Un tuffo tra vecchi ricordi mi
porterà a commentare, con un “nuovo amico”, alla fine della performance, che
l’unica volta in cui vidi i Soft Machine eravamo nei primi anni ’70, stessa
città, Genova, ma era il Teatro Alcione il luogo dell’esibizione.
Li ritrovo dunque dopo una vita e mi
viene spontaneo condividere qualche pensiero ad alta voce con una giovane
donna, sempre dalla mia postazione privilegiata a lato del palco; osservo tutti
quei ragazzi indaffarati, avanti e indietro, tra i cavi elettrici e i piatti
della batteria, quasi “insensibili” alla storia della musica che li sta
sfiorando (ma ovviamente per loro è un lavoro). Di certo non potrebbero mai
capire cosa può provare un uomo “antico” come me, un tempo incantato dalle
icone di Marshall e soci, sulle copertine dei vinili, e ora a due passi da
loro, con la possibilità di sentirli chiacchierare prima dell’esibizione, o in
attesa della chiamata per il bis, con le mani glissanti sulle tastiere non
amplificate!
È questo il lato più romantico di
tutta la faccenda, probabilmente comune a molti dei presenti.
Non suonano tantissimo i SML, forse
un’ora e un quarto, ma … questa è la musica.
Difficile collocarli appieno
nell’area prog, ieri come oggi, perché il jazz che ci regalano non lascia
spazio ad interpretazione alcuna. E suonare jazz, anche se miscelato e
arricchito, può significare dedicarsi solo ad una élite di persone. Leggere
l'autobiografia del mitico Bill Bruford per saperne di più.
Resto incantato da tutti. I fraseggi
di Etheridge sembrano improvvisazioni, ma non lo sono. Il basso di Babbington è
qualcosa che necessita di spartito, ed anche il suono è estremamente preciso.
Marshall sembrerebbe il più dimesso, ma da un incredibile saggio di bravura nel
corso di un assolo, e poi… che tempi riesce a tenere! Theo Travis sembra
capitato per caso sul palco, per il suo modo educato e delicato di muoversi, ma
credo sia unico, con complicati passaggi al sax alternati a momenti di estrema
dolcezza, all’insegna del flauto traverso.
Tutto bene, al di là delle mie
personali aspettative.
In tutta onestà credo che un evento
simile avrebbe meritato un tutto esaurito, ma… rileggiamoci il libro di
Bruford.