sabato 1 agosto 2026

Jethro Tull: "Stand Up" compie 57 anni-Commento "easy" e ascolto

 



Jethro Tull-"Stand Up"

Commento e ascolto

 

AVVERTENZE

 

Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.

L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.

 

Titolo: Stand Up

Artista: Jethro Tull

Pubblicazione: 1º agosto 1969

Durata: 41:36

Tracce: 10

Genere: Rock progressivo-Folk rock

Etichetta: Chrysalis-Island Records (UK)-Reprise Records (USA)

Produttore: Ian Anderson, Terry Ellis

Registrazione: aprile 1969, Morgan Studios, Londra, Inghilterra

Note: Ristampato nel 2001 con 4 bonus tracks

 

Stand Up è il secondo album in studio dei Jethro Tull, pubblicato il 1° agosto del 1969. È un album che ha segnato una svolta significativa nel suono della band, introducendo elementi del folk rock e del progressive che sarebbero diventati caratteristici del loro stile.

L'album, diversamente dal precedente This Was, è caratterizzato da un allontanamento dalle sonorità blues a favore di un sound più vicino al rock; ciò è probabilmente dovuto all'abbandono del chitarrista Mick Abrahams - per contrasti con Ian Anderson - che diventerà così leader del gruppo. Il nuovo chitarrista Martin Barre risulterà alla fine il membro più longevo, 42 anni alla corte di Re Ian.

In Stand Up vengono utilizzati strumenti all'epoca inusuali per la musica rock, come la balalaica, il mandolino e l'onnipresente flauto traverso. La copertina dell'album rappresenta i Jethro Tull (Ian Anderson, Martin Barre, Clive Bunker e Glenn Cornick), e al suo interno vi è un pop-up dei membri del gruppo.

Il disco può essere considerato come il "crocevia" nel quale prendono forma i vari stili e generi che i Jethro Tull affronteranno nei decenni successivi. In esso sono contenuti, infatti, i primi abbozzi di musica medievale (Jeffrey Goes to Leicester Square), di rock e progressive rock (Nothing Is Easy o We Used to Know), di musica orientale (Fat Man) e di folk acustico (Look Into the Sun, Reasons for Waiting).

L'album si apre con la celebre traccia A New Day Yesterday, caratterizzata da un riff di chitarra energico e un suono complessivo molto potente, brano che dimostra fin dall'inizio la grande abilità del leader della band, Ian Anderson, sia come cantante che come flautista.

Si passa poi da brani rock come Nothing Is Easy a pezzi più sperimentali come Bourèe, hit storica della band, rifacimento in chiave moderna della Bourrée inserita nel quinto movimento della suite in mi minore per liuto di Johann Sebastian Bach. Il pezzo è strumentale ed esalta i virtuosismi di Ian Anderson al flauto traverso e Glenn Cornick al basso (a seguire esempio video).

Ma tutte le canzoni di Stand Up sono ricche di arrangiamenti complessi e, come già sottolineato, strumenti insoliti. Inoltre, la presenza di testi poetici e profondi conferisce un tocco in più ai brani.

Sintetizzando, prima dell’ascolto a seguire: Stand Up è un must, che ha contribuito a consolidare il suono unico dei Jethro Tull. La combinazione di elementi rock, folk e progressive, insieme alle abilità musicali eccezionali dei membri della band, ha reso questo album un punto di riferimento nella loro carriera.

Imperdibile per gli amanti del rock!

 

TRACKLIST (cliccare sul titolo per ascoltare)

Tutte le canzoni sono state scritte da Ian Anderson, eccetto ove indicato:

 

A New Day Yesterday - 4:10

Jeffrey Goes to Leicester Square - 2:12

Bourée - Johann Sebastian Bach, Ian Anderson - 3:46

Back to the Family - 3:48

Look Into the Sun - 4:20

Nothing Is Easy - 4:25

Fat Man - 2:52

We Used to Know - 3:59

Reasons for Waiting - 4:05

For a Thousand Mothers - 4:13

 


Bonus track presenti nella versione del 2001:

Living in the Past - 3:20

Driving Song - 2:39

Sweet Dream - 4:02

17 - 3:07

 


Formazione

Ian Anderson - voce, chitarra folk, flauto, pianoforte, organo Hammond, mandolino, balalaika

Martin Barre - chitarra elettrica, flauto

Glenn Cornick - basso, voce

Clive Bunker - batteria, percussioni






venerdì 31 luglio 2026

“Homburg” / “L’ora dell’amore” – Una canzone, due destini

 

Homburg” arriva nel 1967, un anno dopo l’impatto di “A Whiter Shade of Pale”. I Procol Harum scelgono di non replicare la formula dell’organo bachiano e si muovono verso un pop più raccolto, quasi cameristico. Gary Brooker canta con una malinconia trattenuta, Keith Reid costruisce immagini sospese, Matthew Fisher colora senza invadere. È un brano che vive di chiaroscuri, un passo lento, un’atmosfera da fine giornata, una malinconia che non chiede spiegazioni.

La forza di “Homburg” sta proprio lì, nel non cercare il colpo di scena, nel non voler superare il proprio predecessore. Si limita a essere sé stessa, con una grazia che oggi appare ancora più evidente. Una canzone che sembra scritta per restare ai margini e che invece continua a risuonare per la sua delicatezza.

In Italia prende una direzione diversa. I Camaleonti la trasformano in L’ora dell’amore, uno dei loro successi più riconoscibili. La melodia resta, ma cambia la temperatura emotiva. La versione italiana abbandona l’ambiguità poetica di Reid e si concentra su un sentimento più diretto, più narrativo, più vicino alla sensibilità pop del pubblico italiano. La voce di Tonino Cripezzi porta il brano verso una dimensione più calda, più immediata.

Il confronto tra le due letture è rivelatore. I Procol Harum lavorano su un equilibrio fragile, quasi impressionista; i Camaleonti scelgono una linea più definita, più luminosa. L’originale è un quadro in penombra, la versione italiana una stanza aperta alla luce. La stessa melodia, due modi opposti di abitarla.

“Homburg” resta uno dei momenti più sottovalutati della prima fase dei Procol Harum, un brano che non ha bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. “L’ora dell’amore”, al contrario, diventa un tassello importante nella storia dei Camaleonti, confermando la loro capacità di trasformare materiale anglosassone in pop italiano senza perdere identità.

Riascoltate oggi, le due versioni mostrano come una canzone possa cambiare pelle senza perdere la propria anima. Una malinconica, l’altra sentimentale. Una sfumata, l’altra più netta. Due destini diversi, entrambi coerenti.





Nel ricordo di Erik Brann, chitarrista degli Iron Butterfly

 


Il 31 luglio 2003 ci lasciava Erik Brann, chitarrista statunitense la cui notorietà è indissolubilmente legata agli Iron Butterfly, importante gruppo hard rock psichedelico. A ventidue anni dalla sua scomparsa, lo ricordiamo ripercorrendo la sua carriera e il suo impatto sulla musica.

Nato a Boston l'11 agosto 1950, Brann mostrò fin da giovane un talento musicale, dedicandosi inizialmente al violino prima di trovare la sua vera vocazione nella chitarra. Nel 1967, a soli diciassette anni, il giovane Erik si unì agli Iron Butterfly, segnando l'inizio di una collaborazione che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia del rock.

L'esordio discografico di Brann avvenne nel 1968 con l'album In-A-Gadda-Da-Vida. Questo lavoro non solo rappresentò il maggiore successo commerciale della band, ma divenne anche una pietra miliare del rock psichedelico, grazie soprattutto alla leggendaria title track, un'epopea di oltre 17 minuti che metteva in risalto le innovative capacità chitarristiche di Brann. Erik contribuì anche alla scrittura di una traccia dell'album, "Termination", insieme al bassista Lee Dorman, dimostrando fin da subito il suo talento compositivo.

Dopo aver lasciato gli Iron Butterfly nel 1970, Brann tornò nella band nel 1974, in occasione della sua rifondazione. Durante questo periodo, incise due album, Scorching Beauty (1974) e Sun and Steel (1975), nei quali assunse anche il ruolo di cantante principale, dimostrando la sua versatilità artistica. La band si sciolse nuovamente nel 1975, per poi riunirsi brevemente nel 1978 con una nuova formazione, l'ultima in cui Brann suonò prima di ritirarsi quasi completamente dalle scene musicali.

Nel luglio del 2003, mentre stava pianificando un atteso ritorno sulla scena musicale con un album solista, Brann ci ha lasciati a causa di un infarto miocardico all'età di 52 anni. La sua scomparsa ha privato il mondo della musica di un talento unico e innovativo, un chitarrista che con la sua visione e il suo stile ha contribuito a definire il suono di un'epoca.






giovedì 30 luglio 2026

Nel ricordo di Paolo Giaccio


Il 29 luglio del 2019 ci lasciava Paolo Giaccio, uno dei "pionieri" della radio, divulgatore di buona musica, giornalista, autore e molto altro.
Allego ricordo di Carlo Massarini ed altri presi in rete...


Paolo Giaccio è stato un giornalista musicale, autore e dirigente televisivo, per decenni infaticabile aggregatore di talenti. Ha debuttato, alla radio nella redazione di «Per Voi Giovani» alla fine degli anni Sessanta contribuendo allinnovazione della radiofonia italiana. Fra le sue «creature» più importanti il settimanale «TV Odeon» con Brando Giordani e soprattutto il programma Cult «Mister Fantasy»



Di Carlo Massarini

Canzone per un amico.

Come e cosa si scrive di una persona che ti ha cambiato la vita?
Perché Paolo Giaccio è stato la persona che ha inciso di più nella mia vita professionale, e quello che abbiamo fatto insieme rimane, senza false modestie, nella storia della radio-televisione italiana.
E’ partito tutto, un po’ per gioco un pò sul serio, da un negozio di vinile. Come High-Fidelity, come si usava conoscersi, studiarsi e frequentarsi in quegli anni in cui gli Lp che portavi sotto il braccio erano la tua carta d’identità. E quindi, il tuo biglietto da visita per ‘entrare’ (dovunque fosse l’ingresso), o essere lasciati fuori, a cercare un altro gruppo, con altri gusti. A Roma era Consorti, e su quell’angolo di Via Giulio Cesare sono sfilati molti di quelli che adesso fanno - nei modi più diversi - il mestiere del comunicatore, o del discografico. Lui era più grande (2 anni a quell’età fanno la differenza, tanto più se, come Paolo, sei nato già grande), e ha aperto la pista. Era una pista da scoprire, tracciare, non c’erano precedenti, non c’erano istruzioni. La via al rock in Italia. All’inizio Per Voi Giovani, ereditata da Renzo Arbore, in coppia con Mario Fegiz. Era il 1970, e l’Italia viveva uno strano post-68, che sarebbe presto deragliato in guerriglie e guerra. Intanto, c’erano scuole e fabbriche occupate, fermenti giovanili e bollenti, voglia di cambiamento. PVG si collegava con i luoghi, faceva sentire le voci, risvegliava coscienze. Troppo. Per volere del Ministro dell’Istruzione di allora Paolo fu esiliato a Londra (che nel 1971 era un bell’esilio, oggettivamente), e al suo posto entrai io. Ero quello che ‘sapeva bene l’inglese’, che mi era già valso un ruolo di traduttore dei testi, perché, giustamente, sosteneva che per farle arrivare in tutta la loro forza le canzoni di Dylan, Cohen, Stones e Zappa e tutti gli altri le parole andavano comprese, godute. Come quelle di una nuova generazione di cantautori italiani.
Non c’era Internet, gli Lp e i 45 giri venivano pubblicati in Italia con ritardo imprevedibile (anche mesi, ‘Mr Fantasy’ uscì a dicembre ’67 e lo comprai a marzo ‘68…), a volte mai. Non c’erano programmi alla radio, né alla tv, poche finestre non specializzate in cui potevi magari beccarti qualcosa di clamoroso, ma per caso. Il rock non era di massa, i ragazzi non potevano sapere cosa uscisse in GB e USA, quando sentivano per la prima volta Traffic, o Pink Floyd, o Genesis e Van der Graaf sgranavano occhi, spalancavano le orecchie e ringraziavano di avergli fatto conoscere musica che nemmeno immaginavano esistesse. Si trasmettevano gli album per intero. Gli Spotify kids non capiranno come fosse possibile, se guardo indietro sembra davvero una favola di qualche secolo fa.
A metterla in onda c’era un gruppo variopinto di pionieristici dj molto diversi di testa e di gusti: Massimo Villa, Michelangelo Romano, Raffele Cascone, Richard Benson, Dario Salvatori, Gianluca Luzi, Claudio Rocchi, due ragazze -opposte anche loro- Fiorella Gentile e Maria Laura Giulietti, e lo stesso gruppo, sempre mutevole per via della contrattualistica RAI, scese anche la notte e a Popoff (beh, notte, 21.30, ma dopo c’era il Bollettino dei Naviganti e la filodiffusione…). Paolo era un fratello maggiore, suggeriva, faceva da cuscinetto con i dirigenti, stimolava, e apprezzava le stranezze – anche se la sua bibbia era Neil Young, ognuno di noi ha una stella polare.
Finito il decennio della radio, Paolo entrò come funzionario a RAI1 sotto la guida del grande Brando Giordani, direttore che - come Paolo Valmarana a Raio Uno- lasciava fare ‘ai ragazzi’, pensando che qualcosa di buono ne sarebbe uscito. Più che buono, direi. Epocale. L’intuizione di Paolo di raggruppare in un programma quello che da qualche anno, ma come materiale promozionale, era usato a volte negli intervalli al posto delle pecore, e di farlo in un contesto televisivo nuovo, è la grande idea di Mister Fantasy, il primo programma al mondo (prima di MTV) sui videoclip. L’epopea di MrF fa parte dell’immaginario collettivo di una generazione: centinaia di video trasmessi, tanti artisti lanciati e tanti altri già affermati ripresi in modo nuovo, la grafica -straordinaria- di Mario Convertino. Vicinanza ai movimenti artistici milanesi (l’architettura dello Studio Memphis, con Sottsass e Mendini), aperture sul mondo del video-teatro, video-moda, video-design. Puntate in studio, a casa, sui tram, all’estero, nei locali. Le video-lettere, peccato non averle tenute, racconterebbero molto di quegli anni, e dei ragazzi che li abitavano, ‘fra il TG della notte e l’alba’. Video era la parola chiave degli anni ‘80, in cui la musica stava cambiando ancora, con l’ingresso delle strumentazioni digitali. Una tv nuova, diversa, piena di intuizioni, di contaminazioni, internazionale di gusto e di intenti. Paolo era uno che amava vivere, circondarsi di gente, conoscere di tutto, era uno degli uomini più curiosi che ho conosciuto. Sapeva cogliere le novità nell’aria - se cercavi una nuova tecnologia, potevi essere sicuro di trovarla da lui - e trasformarle in spunti televisivi, o di vita. La locanda Solferino a Milano era una base operativa, un porto di mare, in fondo una replica della sua casa, dove ogni cena, o festa, era un punto interrogativo: chi ci sarà stasera?, e puoi giurare che gente con cui discutere, o abbracciarsi, o interrogarsi, o rivedersi dopo 20 anni ce n’era sempre. Era questa la sua genialità: mischiare, divertirsi a farlo e vedere cosa ne veniva fuori. Sempre con una gentile e invisibile regia, mettendo sempre a proprio agio, perché se si è signori e se ami la vita non puoi usare le persone, ma aiutarle a costruire qualcosa di diverso.
Il diverso, il nuovo, è stato sempre il motore. Come quella notte di febbraio 95, una telefonata dal nulla per dire “ti chiamerà Renato Parascandolo (un altro del gruppo di PVG, Nagra in spalla e interviste politiche, poi direttore di Rai Educational), ti proporrà un programma piccolo. Ma tu accetta, perché è il futuro”. Era Media/Mente, era Internet, era davvero il futuro. Io non lo sapevo, lui sì. O come quando mi chiamò, da vicedirettore di Rai5, e nel tempo, in direzione ostinata e contraria, siamo riusciti a riportare in onda un magazine di musica, Ghiaccio Bollente. La musica. Ci ha legato l’ossessione di fare qualcosa di qualità in quel campo così importante per noi e così ignorato in tv. Lo strumento di comunicazione e condivisione più importante dei nostri tempi, una fonte inesauribile di emozioni, e non un programma. Sapevamo che c’erano storie da raccontare, narrazioni da mozzare il fiato e far salire i lucciconi, e si faceva fatica ad avere uno spazio, persino di notte. Strano mondo. Ma forse era la nostra visione a essere ormai ‘contraria’. Voler raccontare le storie, e la storia, scendere in profondità, quando tutto è così rapido, superficiale, fatto al volo e al volo dimenticato. Questo è uno dei motivi per cui Paolo mancherà non solo a me e a quel gruppone di amici costruito nel tempo, ma -anche se non lo sanno- a tante altre persone.
Negli ultimi anni ci sono stati pezzi della mia generazione che ci hanno lasciato, creando un vuoto impossibile da colmare, e delle memorie meravigliose e irripetibili. Lasciandoci ‘helpless’, piccoli e impotenti di fronte allo scorrere della vita. Questo è il più grande di tutti.
Ciao Paolo, grazie di 50 anni di amicizia, e dovunque tu sia, long may you run.

                       

     PROGRAMMI RADIO TV DEGLI ANNI 60-70-POPOFF


Il titolo era ovviamente un gioco di parole, pop-off, ovvero oltre la musica pop, fuori dalla musica pop, ma ricordava anche il nome dello scienziato russo Alexsander Popov, studioso delle microonde poi usate per la tecnologia radio (insomma, una sorta di rivale di Marconi) e suonava comunque come una parola russa (erano di pochi anni prima il Dot tor Zivago e il successo italiano del "kasachock").

Il programma è andato in onda dal 22 ottobre 1973 al 2 ottobre 1976, nel nuovo spazio serale dalle 21 e 30 alle 22 e 30, per sei giorni la settimana (domenica esclusa) sul secondo canale di Radio RAI (allora Secondo Programma). Per diversi anni seguiva il programma musicale di grande successo Supersonic, di taglio più commerciale, costituendone una sorta di integrazione con generi meno noti al grande pubblico. La collocazione era una novità per la Rai, che apriva così una nuova fascia serale, sinora non dedicata a questo genere di programmi. Costituendo così anche una anticipazione della fascia serale che poi sarà ampiamente utilizzata dalle radio libere che sarebbero arrivate 3-4 anni dopo.
Curatore della trasmissione era Paolo Giaccio, poi Paolo Grazzini, conduttori molti degli stessi presentatori della edizione pomeridiana di Per voi giovani, che alla sera potevano proporre musica meno condizionata dalle esigenze della fruibilità e dai ritmi derivanti dalla collocazione in una fascia oraria molto frequentata. Al microfono quindi buona parte del giro di Per voi giovani, a partire da Carlo Massarini, che iniziava le trasmissioni annunciando: "Popoff, un'ora di sana e solida musica rock!" e dal popolare Raffaele Cascone con la sua idea, condivisa con Massarini, di "rock del Mediterraneo".
Potevano essere proposti oltre al rock, brani di jazz, soprattutto del più attuale jazz-rock, oppure progressive di durata inconsueta (pur se anche a Per voi giovani non esistevano vincoli di durata così stringenti come ora), oppure folk con contaminazioni varie, più raramente hard-rock e metal. Era anche possibile, nella dimensione più rilassata e riflessiva della sera, recuperare la musica del recentissimo e fecondo passato, che non aveva fatto in tempo a raggiungere il pubblico italiano.
I primi conduttori sono stati Fiorella Gentile, Massimo Villa, Carlo Massarini, Maria Laura Giulietti, Dario Salvatori, Michelangelo Romano, che il martedì presentava i cantautori italiani e si alternava con Gianluca Luzi. In seguito si sono aggiunti Nicola Muccillo, Raffaele Cascone.
Non c'erano vere e proprie sigle di apertura e chiusura, e cambiavano anche con i conduttori, una sigla di chiusura del programma spesso utilizzata è stata Aegian sea degli Aphrodite's Child.
A fine '76 il programma venne cancellato, per essere sostituito all'inizio dell'anno successivo da un programma di impostazione simile, chiamato Radio 2: 21 e 29. Dei conduttori precedenti rimase il solo Massarini (che abbandonò prima della fine di questo ciclo per contrasti con la produzione), assieme a Fabio Santini, Peppe Videtti, Rossella Lefevre, Sabina Fabi.


(nella foto P. Giaccio, a sin. con gli occhiali, insieme a R. Cascone e Chiara Forzano)

Addio a Paolo Giaccio.
Conduttore radiofonico di Per Voi Giovani negli anni '70 insieme a Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Claudio Rocchi, Mario Luzzato Fegiz.
Pionieri in Rai della musica alternativa (così era denominata a quel tempo la musica pop e rock per distinguerla da quella commerciale) e della controcultura giovanile.
Per Voi Giovani e Pop Off furono le trasmissioni radiofoniche che fecero da colonna sonora alla mia gioventù e a quella di tanti altri di quella generazione.


martedì 28 luglio 2026

EmoSuoni e David Jackson al Priamar: una serata che ha unito storia del rock, tecnologia e inclusione (27-7-26)

 


EmoSuoni e David Jackson al Priamar

27 luglio 2026

Una serata che ha unito storia del rock, tecnologia e inclusione

 

La piazza della fortezza del Priamar, che negli anni ha ospitato artisti come Patty Smith, Steve Hackett, Keith Emerson, Jack Bruce, John Mayall e Johnny Winter, tanto per citarne qualcuno, ieri sera ha ritrovato un’atmosfera speciale. Non una celebrazione dei grandi nomi del passato, ma un appuntamento che guarda avanti e che ormai sta diventando una tradizione: il ritorno di EmoSuoni, la band nata all’interno della Cooperativa Sociale Il Faggio, insieme a David Jackson, figura storica del rock progressivo e sassofonista dei Van der Graaf Generator.

Il pubblico è risultato numeroso e attento, segno che questo progetto ha saputo conquistare la città. E il Priamar, con la sua storia musicale, si è rivelato ancora una volta lo scenario ideale per accogliere Jackson, perfettamente a suo agio in un luogo che ha visto passare tanti protagonisti della scena rock internazionale.

La serata aveva un obiettivo chiaro, mostrare quanto la musica possa diventare strumento di benessere e inclusione per le persone con disabilità. EmoSuoni lavora da tempo su questo fronte, grazie all’utilizzo del Soundbeam, una tecnologia che trasforma il movimento in suono e permette a chiunque di partecipare alla creazione musicale. Accanto ai sensori e ai sistemi digitali, gli strumenti tradizionali hanno completato il quadro, dimostrando che l’inclusione non è un adattamento, ma un modo diverso e più ricco di fare musica.

Il percorso che ha portato a questa serata è iniziato nel novembre scorso, sempre al Priamar, nella Sala della Sibilla, con un convegno dedicato proprio al Soundbeam e alle sue potenzialità. Da allora il progetto è cresciuto, ha coinvolto nuovi partecipanti e ha trovato nel territorio una risposta sempre più convinta.

La Cooperativa Il Faggio ha voluto sottolineare come, in una cornice così suggestiva, la musica sia diventata davvero un linguaggio che unisce, supera ogni barriera e crea emozioni. EmoSuoni ha dimostrato ancora una volta che la tecnologia può essere alleata dell’arte e dell’inclusione, e che un lavoro di squadra competente e appassionato può trasformare un’idea in un’esperienza condivisa.

Chi vive quotidianamente accanto ai ragazzi ha percepito quella capacità della cooperativa di avvicinarli con naturalezza, con un modo di fare che nasce da un lavoro costante e da una cura che si rinnova ogni giorno. Questo secondo appuntamento ha confermato che non si tratta più di un esperimento, ma di una tradizione che ha tutte le carte in regola per proseguire negli anni. EmoSuoni, Jackson e Il Faggio hanno mostrato come la musica possa essere innovazione, cura e partecipazione. E il Priamàr, ancora una volta, ha fatto da cornice a un momento che unisce storia e futuro.

Un accenno personale. Rivedere Jackson al Priamar ha riportato alla  mente le tantissime occasioni in cui ho potuto interagire con David, dai miei sedici anni ad oggi, vedendo scorrere una vita intera nell’arco di un concerto.

Dietro ogni gesto e ogni iniziativa c’è un impegno che permette alle attività di trasformarsi in esperienze capaci di lasciare un segno profondo. È uno sguardo interno, sincero e partecipe, che restituisce con semplicità il valore umano che sostiene EmoSuoni e tutto ciò che ruota attorno al progetto.

In una serata così ricca di emozioni e di impegno, i nomi da ricordare sarebbero molti, protagonisti più o meno visibili della costruzione di un evento che vive grazie a tante mani e tante sensibilità. Ma il risultato di squadra supera sempre la necessità di mettere in evidenza il singolo, perché dietro ogni momento come questo c’è il lavoro silenzioso e prezioso di molte anime che, insieme, rendono possibile ciò che accade sul palco.




Tanti Auguri a Steve Morse, un chitarrista senza confini

 

Compie gli anni oggi Steve Morse, un nome che per molti chitarristi e appassionati di musica è sinonimo di versatilità, innovazione e maestria tecnica. La sua carriera, lunga oltre cinquant'anni, è un'ode alla fusione di generi, all'esplorazione sonora e a un virtuosismo mai fine a sé stesso.

Nato il 28 luglio 1954, Morse ha iniziato il suo percorso musicale in giovane età, dimostrando fin da subito un talento eccezionale. È la sua fondazione della Dixie Dregs alla metà degli anni '70, tuttavia, a segnare un punto di svolta significativo. Con i Dregs, Morse ha scolpito un sound unico, mescolando rock, jazz fusion, country e bluegrass in un amalgama strumentale che ha ridefinito i confini del genere. Album come What If e Dregs of the Earth sono ancora oggi considerati pietre miliari per la loro complessità armonica e l'esecuzione impeccabile.

La sua reputazione come strumentista di prim'ordine lo ha portato a collaborare con artisti di calibro e a intraprendere percorsi solisti di grande successo. Ma è con i Deep Purple che Steve Morse ha raggiunto la fama globale. Entrato nella band nel 1994, ha rinvigorito il loro sound classico con la sua impronta distintiva, portando nuova energia e creatività in una formazione già leggendaria. Per quasi trent'anni, la sua chitarra ha contribuito a definire l'era moderna dei Deep Purple, arricchendo il loro repertorio con riff memorabili e assoli intrisi di passione e tecnica.

Oltre ai Deep Purple e ai Dixie Dregs, Morse ha esplorato numerosi progetti, tra cui la Steve Morse Band, i Kansas e i Flying Colors, dimostrando una costante sete di sperimentazione e una capacità di adattamento a contesti musicali diversi. 

La sua influenza si estende ben oltre le note che ha suonato: è un'ispirazione per generazioni di musicisti, un esempio di dedizione e di come l'apertura mentale possa portare a risultati straordinari.

Tanti auguri, Steve!







lunedì 27 luglio 2026

I Perception: un ricordo a distanza

 

Riccardo Gabutti, Mauro, Mauro Gilli e Lino

Ricordo dei “Perception”

Basato solo su memorie indirette e sul racconto di Mauro Gilli


I Perception erano una band nata tra Genova e Savona all’inizio degli anni Settanta, ricordata oggi attraverso pochi frammenti, qualche fotografia e le memorie non sempre nitide di chi ne fece parte. La formazione vedeva Lino alla voce, genovese, riconoscibile nella foto come l’ultimo a destra; Riccardo Gabutti, savonese, al basso, il primo a sinistra; Mauro Gilli, savonese, alla batteria e Mauro, il chitarrista genovese - con gli occhiali - che completava il gruppo.

Le foto sono state scattate ai giardini del Prolungamento di Savona

Il racconto che emerge non nasce da testimonianze dirette di concerti o prove, perché non ho mai sentito suonare la band e non esistono video o registrazioni. Tutto ciò che si può ricostruire proviene da miei vecchi ricordi di Gabutti e Gilli, impressioni di un’epoca in cui il rock aveva un ruolo diverso, più istintivo e meno filtrato.

Secondo ciò che Gilli ricorda, i Perception erano spinti da una passione intensa, quella che porta a scegliere brani potenti e senza compromessi: Black Sabbath, Led Zeppelin, Jethro Tull, Ten Years After, Hendrix. Un repertorio che li portò a esibirsi soprattutto fuori dai circuiti più tranquilli, dove quel suono veniva accolto con maggiore curiosità.

Le foto che oggi riemergono - inviate di recente da Mauro Gilli, che vive lontano - restituiscono un momento sospeso: quattro ragazzi seduti sull’erba, con gli abiti dell’epoca, un attimo di pausa che sembra rubato tra un viaggio, una prova o un concerto. Lino con la naturale presenza da frontman, Gabutti con la solidità del bassista, Gilli con l’energia del batterista, e il chitarrista con quella concentrazione silenziosa che appartiene a chi cerca sempre il suono giusto.

I Perception non hanno lasciato dischi, registrazioni o tracce ufficiali. Hanno lasciato ricordi, racconti, sensazioni, e la memoria di una stagione musicale vissuta senza filtri. Un frammento di gioventù che oggi sopravvive solo nelle parole di chi c’era e nelle poche immagini che il tempo ha conservato.




Phil Collins pubblica una versione live inedita di "You Know What I Mean" e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di "Face Value"


 

Phil Collins pubblica una versione live inedita di You Know What I Mean e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di Face Value


Phil Collins celebra i quarantacinque anni di Face Value con un annuncio che farà felici gli appassionati. A settembre arriverà un cofanetto deluxe in vinile da quattro LP che ripercorre la nascita del suo primo album solista e ne amplia la storia con materiali mai pubblicati prima. In parallelo è stata condivisa una versione live inedita di You Know What I Mean, registrata al Perkins Palace di Pasadena nel 1982, un documento prezioso che restituisce l’intimità e la fragilità emotiva del brano in una veste completamente diversa da quella in studio.

Il cofanetto sarà disponibile dal 18 settembre e offrirà un viaggio approfondito nell’universo creativo di Collins. Oltre all’album originale, la raccolta includerà due concerti mai pubblicati, registrati al Perkins Palace nel 1982 e all’Irvine Meadows nel 1985. Sarà presente anche una versione scartata e mai resa pubblica della cover di Tomorrow Never Knows dei Beatles, un brano che Collins aveva già reinterpretato in chiusura dell’album ma che qui appare in una forma alternativa. Tra le rarità spicca inoltre la versione integrale di Over The Rainbow, della quale nel disco del 1981 si ascoltava soltanto un breve frammento.

Il materiale dal vivo aggiunge un tassello importante alla comprensione di Face Value, album nato in un momento personale complesso e diventato nel tempo una pietra miliare della musica pop e rock degli anni Ottanta. Nel cofanetto trovano spazio anche due esibizioni acustiche rare, tratte da The Secret Policeman’s Other Ball, in cui Collins e il chitarrista Daryl Stuermer propongono In The Air Tonight e The Roof Is Leaking in una forma essenziale e intensa.

Accanto alla versione in vinile sarà disponibile una edizione Blu-ray Audio che propone un nuovo mix Dolby Atmos, insieme ai mix 5.1 e stereo del 2026 curati da Steven Wilson. Il disco includerà anche la versione rimasterizzata del 2016 del mix originale, offrendo così un panorama completo delle diverse interpretazioni sonore dell’album.

A quarantacinque anni dalla sua uscita, Face Value continua a raccontare una storia personale e artistica che non ha perso forza. Il nuovo cofanetto e la pubblicazione dell’inedito live confermano quanto l’opera di Collins resti viva, capace di parlare ancora oggi con la stessa sincerità che l’ha resa un classico.







domenica 26 luglio 2026

Mick Jagger - L'elettricità primordiale che ha conquistato il mondo

 

Sessant'anni di rock 'n' roll e un'energia inesauribile: come Mick Jagger, l'icona che ha sfidato il tempo, continua a emozionare il pianeta


Michael Philip Jagger, nato il 26 luglio 1943 a Dartford, Kent, in Inghilterra, non fu un predestinato alle luci sfavillanti del rock and roll secondo i canoni convenzionali della sua epoca. Cresciuto in una famiglia della classe media, con un padre insegnante di educazione fisica e una madre casalinga, il giovane Michael mostrò presto un’intelligenza vivace e un interesse per la musica che andava oltre le melodie popolari del momento.

La svolta cruciale nella sua vita avvenne sui binari della stazione di Dartford, dove un incontro casuale con un ex compagno di scuola, Keith Richards, riaccese una scintilla sopita. Entrambi condividevano una profonda passione per il blues americano, artisti come Muddy Waters, Howlin' Wolf e Chuck Berry fornirono la colonna sonora di una nascente ribellione giovanile. Questa comune ammirazione fu il terreno fertile su cui germogliarono i primi semi di quella che sarebbe diventata una delle band più influenti della storia della musica: i Rolling Stones.

La Londra dei primi anni ’60 era un crogiolo di fermento culturale, e i Rolling Stones si inserirono in questo contesto con un’energia grezza e un’attitudine sfrontata che li distingueva dalle band più patinate dell’epoca. Jagger, fin da subito, si impose come un frontman dirompente. La sua presenza scenica era inedita: una combinazione di movenze serpentine, labbra carnose che si spalancavano in un sorriso ora sardonico ora lascivo, e una voce che poteva passare da un sussurro blues a un urlo potente e graffiante.

Successi come "(I Can't Get No) Satisfaction" (1965) proiettarono la band e Jagger nell’olimpo della musica mondiale. Il brano, con il suo riff di chitarra iconico e il testo che esprimeva un senso di frustrazione giovanile, divenne un inno per un’intera generazione. Jagger incarnava perfettamente lo spirito di quel momento: un misto di ribellione, desiderio di libertà e una sensualità ambigua che scandalizzava e affascinava allo stesso tempo.

Negli anni successivi, Jagger e i Rolling Stones inanellarono una serie di album e singoli che definirono il suono del rock. "Paint It Black" (1966) con le sue atmosfere oscure e l’uso del sitar, "Sympathy for the Devil" (1968) con i suoi ritmi tribali e l’evocativo testo, "Gimme Shelter" (1969) con la sua tensione apocalittica, sono solo alcuni esempi della loro straordinaria produzione. In ognuno di questi brani, la voce e la presenza di Jagger erano elementi centrali, capaci di trasmettere una vasta gamma di emozioni e di dare corpo alle narrazioni delle canzoni.

Dietro l’immagine della rockstar selvaggia, Jagger dimostrò presto di possedere un acume imprenditoriale non comune. Fu una figura chiave nel guidare la band attraverso le turbolenze del music business, gestendo con astuzia le dinamiche interne e le negoziazioni contrattuali. La sua visione strategica contribuì in modo significativo alla longevità e al successo duraturo dei Rolling Stones.

La carriera solista di Jagger, pur non eclissando mai il suo impegno con la band, ha offerto ulteriori sfaccettature del suo talento. Album come She's the Boss (1985) e Wandering Spirit (1993) esplorarono sonorità diverse e misero in luce la sua versatilità come interprete e autore. Tuttavia, è sul palco con i Rolling Stones che la sua energia primordiale si manifesta in tutta la sua potenza.

Il passare degli anni, lungi dal fiaccare la sua energia, sembra averla trasformata in una sorta di leggenda vivente. Vederlo ancora oggi muoversi con la stessa agilità e cantare con la stessa passione di decenni fa è uno spettacolo che incanta e sorprende. La sua dedizione alla performance live è leggendaria, e i concerti dei Rolling Stones continuano ad essere eventi di portata globale.

Oggi, a dispetto di un passato costellato di eccessi e di una giovinezza vissuta al ritmo frenetico del rock and roll, l'attuale Mick Jagger incarna una sorprendente metamorfosi, e la sua leggendaria energia sul palco è alimentata da una disciplina quasi ascetica: allenamenti rigorosi, un'alimentazione curata e uno stile di vita sorprendentemente salutista. Questa dedizione al benessere fisico, in netto contrasto con le cronache di un tempo, non solo gli permette di mantenere intatta la sua vitalità artistica, ma aggiunge un ulteriore strato di fascino alla sua figura iconica. È come se l'anima ribelle degli esordi avesse trovato un nuovo modo, paradossalmente più controllato, per continuare a incendiare il mondo con la sua inesauribile elettricità.

Mick Jagger non è solo un musicista; è una figura epocale che ha influenzato generazioni di artisti e ha contribuito a plasmare l’immaginario collettivo. La sua capacità di rimanere rilevante attraverso i cambiamenti sociali e musicali testimonia una profonda comprensione del proprio ruolo e un’instancabile volontà di evolvere senza mai tradire la propria essenza. La sua è la storia di un’elettricità primordiale, scatenata su un binario ferroviario e propagatasi in ogni angolo del mondo, continuando a risuonare con la stessa forza dirompente dei suoi esordi.






sabato 25 luglio 2026

Compie gli anni José "Chepito" Areas, il cuore ritmico del latin rock



Compie gli anni José Octavio "Chepito" Areas Dávila, nato il 25 luglio 1946 a León, Nicaragua, è un celebre percussionista il cui stile innovativo è stato fondamentale nel definire il suono del latin rock. Conosciuto soprattutto per il suo ruolo fondante nell'iconica band Santana, i contributi di Areas ai timbales e alle congas hanno permesso di forgiare una fusione unica di rock e musica latinoamericana, garantendogli un posto d'onore nella Rock and Roll Hall of Fame.

Il percorso musicale di Areas è iniziato presto, provenendo da una famiglia di musicisti affermati; il suo bisnonno, José de la Cruz Mena, era un rinomato compositore. In gran parte autodidatta alle percussioni e alla tromba, Chepito ha sviluppato un approccio distinto che fondeva ritmi latini tradizionali con una nascente sensibilità rock. Questa prospettiva unica lo ha contraddistinto e ha gettato le basi per la sua carriera rivoluzionaria.

Nel 1969, Areas si unì ai Santana, un momento cruciale che avrebbe cambiato il panorama della musica popolare. La sua abilità percussionistica divenne un elemento distintivo dei primi e più influenti album della band, tra cui Santana (1969), Abraxas (1970) e Santana III (1971). I suoi dinamici assoli di timbales e l'intricato interscambio ritmico furono cruciali per successi come "Soul Sacrifice", che affascinò il pubblico di Woodstock nel 1969. La capacità di Areas di integrare senza soluzione di continuità la complessità delle percussioni latine in una struttura rock fu rivoluzionaria, co-creando efficacemente il genere latin rock.

Oltre al suo primo periodo con i Santana (1969-1977 e poi 1987-1989), Areas ha anche esplorato progetti da solista. Nel 1974, pubblicò un album omonimo, José "Chepito" Area, su CBS Records, mettendo in mostra i suoi talenti in uno stile latin funk. Questo album includeva brani come "Guarafeo", "Funky Folsom" e "Guaguanco in Japan", consolidando ulteriormente la sua reputazione di artista versatile e influente. Ha anche partecipato al progetto del 1997 "Abraxas Pool", riunendosi con diversi membri originali dei Santana, tra cui Gregg Rolie, Neal Schon, Michael Carabello e Michael Shrieve.

Nel 1998, José "Chepito" Areas è stato meritatamente inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Santana, a testimonianza del suo profondo impatto sulla musica. La sua eredità perdura come uno dei percussionisti più influenti al mondo, il cui genio ritmico non solo ha spinto i Santana alla fama internazionale, ma ha anche giocato un ruolo cruciale nell'introdurre il latin rock a un pubblico globale. Il lavoro di Areas lo segna come un vero pioniere di un genere.







Ricordando Peter Green a sei anni dalla sua scomparsa

 


Oggi, 25 luglio 2026, ricorre il sesto anniversario della morte di Peter Green, un nome che evoca rispetto e ammirazione nel pantheon dei giganti del blues e del rock.

Scomparso serenamente nel sonno all'età di 73 anni, Green è stato molto più di un chitarrista; è stato l'anima e il cuore pulsante dei primi Fleetwood Mac, un artista la cui musica ha trasceso i generi, toccando corde profonde nell'animo di milioni.

Nato Peter Allen Greenbaum a Londra nel 1946, il suo viaggio musicale iniziò nella vibrante scena blues britannica degli anni '60. Dopo un periodo formativo con i John Mayall's Bluesbreakers, dove raccolse l'eredità di Eric Clapton, Green fondò i Fleetwood Mac nel 1967 con Mick Fleetwood e John McVie. Questa formazione originale creò un sound unico, intriso di blues purissimo, ma con un'inventiva e una sensibilità che andavano oltre i confini del genere.

La sua chitarra, in particolare la celebre Gibson Les Paul del 1959 soprannominata "Greeny", produceva un timbro inconfondibile: caldo, vellutato, ma capace di esprimere una gamma emotiva sorprendente. Non era un esibizionista tecnico, ma un narratore, un musicista che privilegiava il sentimento e l'espressività. Brani come la malinconica e atmosferica "Albatross", l'intensa "Oh Well" e la potente "Black Magic Woman" (resa celebre in seguito da Santana) sono pietre miliari che dimostrano la sua genialità compositiva e interpretativa. La sua voce, seppur non di grande estensione, possedeva una sincerità disarmante, capace di rendere ogni parola un'emozione palpabile. Peter Green era un bluesman autentico, che incanalava le sue esperienze e la sua sensibilità in ogni nota.

Tuttavia, il successo travolgente e le pressioni del mondo musicale ebbero un impatto devastante sulla sua già fragile salute mentale. L'abuso di droghe e una profonda crisi spirituale lo portarono a lasciare i Fleetwood Mac nel 1970, un evento che segnò l'inizio di un lungo e tormentato periodo lontano dai riflettori, segnato dalla lotta contro la schizofrenia.

Nonostante le difficoltà, la musica rimase sempre una parte intrinseca del suo essere. Negli anni '90 e 2000, Green tornò a esibirsi con la sua Peter Green Splinter Group, mostrando a tratti la sua inconfondibile magia, sebbene con una presenza scenica più contenuta e riflessiva. Il mondo della musica non lo dimenticò mai, e numerosi artisti, da Gary Moore a Joe Bonamassa, lo hanno sempre citato come una fonte di ispirazione fondamentale.

Cinque anni dopo la sua scomparsa, l'eredità di Peter Green è più viva che mai. Il suo approccio alla chitarra, la sua capacità di infondere anima in ogni melodia e la sua onestà artistica continuano a ispirare musicisti e fan. Il "Greeny tone", quella miscela unica di magia, malinconia e profondità emotiva, rimane un punto di riferimento per chiunque si avvicini al blues con il cuore.