Dalla cocaina al nudo improvviso: la
regina dei Blondie ricorda lo spiazzante incontro ravvicinato con il Duca
Bianco durante il tour del 1977
L'incontro tra Debbie Harrye David Bowienel 1977 rappresenta uno dei frammenti più
vividi e surreali della mitologia del rock, un episodio che sembra distillare
l'essenza stessa di un'epoca dominata da eccessi, genialità e una totale
assenza di filtri sociali. Tutto ebbe inizio durante lo storico tour di Iggy
Pop per l'album The Idiot, un periodo di transizione fondamentale in cui
Bowie, cercando di sfuggire ai demoni di Los Angeles, aveva scelto di restare
nelle retrovie suonando le tastiere per l'amico Iggy, mentre i Blondie, ancora
giovani ed emergenti, avevano ottenuto l'agognato ruolo di gruppo di supporto.
Nella sua autobiografia Face It, pubblicata nel 2019,
Debbie Harry ha squarciato il velo di mistero su ciò che accadeva dietro le
quinte di quelle date leggendarie, raccontando un aneddoto che vede
protagonista proprio il Duca Bianco. Secondo il racconto della cantante, Bowie
era alla ricerca di cocaina e lei, muovendosi con la naturalezza di chi
frequentava abitualmente il sottobosco artistico di New York, riuscì a
procurargliene una piccola quantità. Una volta ricevuto il "favore",
David, in un gesto che mescolava gratitudine, narcisismo e quella teatralità
provocatoria che lo accompagnava ovunque, decise di ringraziarla in modo del
tutto inaspettato: si sbottonò i pantaloni e le mostrò i propri genitali.
Ciò che rende questo aneddoto memorabile non è tanto il gesto
in sé, quanto la reazione di Debbie Harry. Invece di sentirsi offesa o
scandalizzata, la frontwoman dei Blondie osservò la scena con la distaccata
curiosità di un'esteta. Con la sua proverbiale calma punk, analizzò la
"dotazione" di Bowie descrivendola nelle sue memorie come "molto
ben proporzionata", quasi come se stesse valutando un'opera d'arte o un
accessorio di scena particolarmente riuscito. Per la Harry, quel momento non
rappresentò un atto di prevaricazione, bensì una sorta di bizzarro omaggio
cameratesco tra icone; un segnale che Bowie si sentiva abbastanza a suo agio
con lei da abbandonare ogni formalità, seppur in modo eccentrico.
Questo episodio fotografa perfettamente il clima di quegli
anni, dove il corpo e la sessualità erano vissuti con una libertà radicale e
dove i grandi nomi della musica si muovevano in una dimensione parallela,
lontana dalle regole del senso comune.
Debbie ha sempre ricordato David con estremo affetto e
ammirazione, minimizzando l'accaduto come una delle tante follie di un tour
selvaggio. In quel backstage, tra l'odore di sigarette e l'adrenalina dei
concerti, si consumò così uno scambio che oggi definiremmo assurdo, ma che per
i due protagonisti fu solo un altro capitolo della loro straordinaria e
spericolata vita on the road.
Il primo album dei Diaspro,
omonimo, appare come un varco, un passaggio tra sogno lucido, psicologia
del profondo e tradizione prog italiana, dove ogni brano diventa un frammento
di un viaggio interiore che si ricompone solo alla fine. La dimensione
simbolica emerge nel confronto del protagonista
con figure che incarnano parti rimosse di sé e che il sogno riporta alla luce.
Ne nasce un’opera matura, stratificata e sorprendentemente narrativa.
La genesi del disco è già un racconto a sé: un sogno lucido
usato come terapia dopo una delusione d’amore, un flusso di immagini che si
impone con naturalezza. Marcello Chiaraluce, leader del gruppo, parla di
un processo quasi medianico, in cui le visioni notturne diventano musica senza
sforzo. Non è un concept progettato, ma una storia che ha chiesto di essere
raccontata, e la band ha saputo ascoltarla.
Il progetto, nato come “disco suonato da solo”, trova la sua
vera identità quando diventa una band. Chiaraluce cita Henry Mancini: “Non
innamorarti delle cose che scrivi”. È un principio che qui diventa pratica:
l’ingresso di altri musicisti evita l’autoreferenzialità e restituisce al prog
la sua dimensione collettiva. Il suono che ne deriva è vivo e dinamico.
Il debito verso PFM, Banco e Le Orme è dichiarato con
affetto. Introduzione omaggia apertamente Appena un po’, ma senza
imitazioni. Il disco respira anche di cantautorato, rock, metal, jazz, blues,
AOR, una varietà che potrebbe disorientare, e che invece trova coesione grazie
a un uso sapiente della densità musicale. I Diaspro non mostrano tecnica, la
mettono al servizio della narrazione.
Il mondo immaginato da Chiaraluce è ricco di luoghi sospesi
tra realtà e visione, spazi che sembrano appartenere a un altrove, dove
l’assurdo si intreccia con il quotidiano e ogni ambiente diventa simbolo di uno
stato d’animo… una galleria buia, una città scavata nel tufo, una stazione dove
si attende un treno che non arriverà, elevatori arrugginiti che puntano verso
l’alto, una radura popolata da animali feroci, metafora degli istinti rimossi.
La musica non descrive questi scenari, li evoca, e chi ascolta percepisce
subito il legame tra suono e immagine.
Dal punto di vista musicale, Diaspro è un lavoro
consapevole. Le chitarre di Chiaraluce e Giordano dialogano come due
personaggi: una più lirica, l’altra più nervosa. Le tastiere di Manuelli
diventano motore narrativo, alternando Hammond, piano e clavicembalo con
funzione drammaturgica. Il violino di Matteo Ferrario, usato con misura, incide
come una lama emotiva. La sezione ritmica di Muirhead e Grosso sostiene tutto
con una versatilità che permette alla band di muoversi tra heavy, acustico,
funk, jazz e le miniature della suite “Bonsai Prog”.
La varietà stilistica diventa così un linguaggio coerente.
L’introduzione che apre Per Salire Su restituisce l’idea dei meccanismi
che tornano a muoversi; Piano Rialzato traduce in musica la scoperta
degli istinti e della parte più spontanea del protagonista; le linee
strumentali intrecciate di Verso la Tana di Gelso rendono la corsa
mentale verso la propria ombra. Ogni scelta timbrica ha un peso narrativo.
Tra gli elementi più riusciti del concept ci sono i due
personaggi simbolici: Gelso, il cane nero dagli occhi azzurri, e l’Orso di
diaspro rosso. Il primo nasce da un sogno e incarna l’archetipo dell’ombra, il
secondo è un talismano reale che diventa guida spirituale. Sono le due polarità
dell’anima: protezione e minaccia, luce e lato oscuro. Il disco parla
soprattutto di questo equilibrio.
La formazione teatrale di Chiaraluce e Giordano emerge nella
costruzione del flusso musicale. Diaspro è pensato “a quadri”, come
un’opera rock in cui temi, fughe e riprese melodiche creano continuità. Il
booklet illustrato da Patrizia Comino aggiunge un livello visivo che non
spiega, ma suggerisce, frammenti di memoria che il cervello ricompone.
Registrato tra Acqui Terme e San Didero e maturato durante
gli anni sospesi del Covid, il disco mostra una consapevolezza rara. La pausa
forzata ha permesso alla band di crescere e diventare autonoma. E si sente: Diaspro
è un’opera prima solo sulla carta.
Il debutto dei Diaspro è un viaggio emotivo e simbolico che
riesce a essere personale senza diventare autoreferenziale, colto senza essere
elitario, prog senza essere nostalgico. Parla di perdita, crescita, ombre e
luce, ma soprattutto di quella forza misteriosa che ci spinge a salire, anche
quando tutto sembra fermo. Un’opera che non chiede di essere capita, ma
vissuta.
Produzione: Marcello Chiaraluce e
Giovanni Giordano per Guit‑AL Records
Registrato presso: BDM Studio, Acqui
Terme (AL)
Mix & Mastering: Manifatture
Musicali, San Didero (TO)
Illustrazioni: Patrizia Comino
Intervista
a Marcello Chiaraluce - Qualche domande per entrare nel cuore del
viaggio...
Com’è
nato il progetto Diaspro e quale scintilla ha trasformato l’idea iniziale di un
disco “suonato da solo” in una vera band prog con una visione collettiva?
Sul “Manuale
di Arrangiamento” di Henry Mancini c’è una frase che mi ha molto colpito: non
innamorarti delle cose che scrivi. Partendo da questo presupposto, sono sempre
molto critico rispetto al mio lavoro e anche pronto a fare un passo indietro se
questo favorisce il risultato finale. Una band toglie l’odore di chiuso al
progetto e soprattutto, con la nostra visione di registrare solo quello che
puoi suonare dal vivo, eviti di cadere nell’eccessiva produzione. La band ha
permesso di rendere il progetto Diaspro, vivo, dinamico, attuale.
Il
disco nasce da un sogno lucido usato come terapia dopo una delusione d’amore.
In che modo questa esperienza personale ha guidato la costruzione dell’intero
concept?
Pur
essendo un uomo incline alla scienza, il disco ha avuto una genesi piuttosto
irrazionale. Una serie di sogni
continuativi, legati da un’unica trama, che rimanevano vividi per giorni nella
mia mente. Queste immagini si trasformavano in canzoni in maniera molto
semplice. Chitarra a fianco al letto e cellulare per gli appunti dei testi e
delle melodie. Sembrava quasi che io fossi solo un tramite per una storia che
cercava il modo di essere raccontata.
Il
protagonista attraversa luoghi simbolici - la galleria, la città scavata nel
tufo, la piccola stazione, gli elevatori arrugginiti. Come avete trasformato
questi scenari onirici in musica e arrangiamenti concreti?
La
musica a programma, ovvero ispirata da un fattore esterno che può essere
un’immagine, un fatto, un sogno, è un argomento che è stato dibattuto molto.
Può la musica davvero rappresentare qualcosa o siamo noi a dedurlo una volta
che l’autore lo ha esplicitato? Nel nostro caso la musica non è nata con lo
scopo di descrivere una sceneggiatura, ma in qualche modo lo ha fatto perché
chi ha già sentito il disco ci si ritrova e riconosce un rapporto biunivoco tra
essa e le liriche. Perciò mi sento di dire che è stata fortuna, ispirazione,
trasporto, ma niente di predeterminato.
Nel
percorso compaiono due figure archetipiche: l’orso di diaspro rosso e il cane
nero dagli occhi azzurri. Come sono nati questi personaggi e cosa rappresentano
nella vostra visione?
Il cane
nero, che si chiama Gelso, è apparso nell’ultimo sogno e il nome me lo hanno
urlato proprio le persone che scappavano da lui indicandolo. È interessante
sapere che a posteriori, facendo delle ricerche, ho scoperto che l’albero di
Gelso rappresenta il diavolo. Sappiamo anche che una delle rappresentazioni del
diavolo è proprio il cane nero, per tanto questa doppia conferma, avvenuta in
maniera inconscia, mette un po’ i brividi.
L’Orso
di Diaspro invece è l’unico elemento della storia inserito in maniera
cosciente. Frequento da anni un’amica che ha un negozio di pietre e sono
affascinato da questi oggetti. All’epoca dei sogni avevo acquistato un orsetto
di diaspro rosso come porta fortuna e ce l’ho ancora con me. Questo orsetto
rappresenta la parte serena di quei giorni e così l’ho voluto pensare come
bilanciamento a Gelso.Perché poi di quello parla il disco, di
equilibrio.
L’album
è ricco di riferimenti al prog storico italiano: PFM, Banco, Le Orme. Qual è
stato il vostro approccio nel rendere omaggio a questi modelli senza cadere
nella semplice citazione?
Mi
duole ammetterlo, ma “Introduzione”, lo strumentale che apre il disco, è un
tentativo spudorato di ricalcare l’incipit di “Appena un po’”, il primo brano
di quello che per me è il disco prog più bello di sempre “Per Un Amico” della
PFM. E poi gli anni passati a suonare e ad ascoltare il repertorio di questi
giganti del prog che hai citato, ha sicuramente impressionato la pellicola del
nostro film. Più che un omaggio è il bambino che per diventare grande segue le
orme (è proprio il caso di dirlo) dei genitori.
Però
non c’è solo prog nelle nostre orecchie, ma cantautorato, rock, metal, jazz,
blues, AOR e proprio per questo, sono contento che i Diaspro non suonino come
pallidi imitatori.
Molti
brani sono collegati tra loro da temi ricorrenti, fughe contrappuntistiche e
riprese melodiche. Quanto è stato complesso costruire questa continuità
narrativa e musicale?
Credo
che l’amore per la scena, l’opera, il musical (visto che sia Giovanni che io ci
occupiamo anche di teatro) abbia reso naturale vedere la storia a quadri. Un
copione che si esprime non solo a parole ma anche con la densità. Un concetto
spesso sottovalutato, ma suonare tante note non significa necessariamente
esibire la tecnica, ma creare tensione e poi rilasciarla con la melodia. Ecco,
noi abbiamo giocato con la densità per supportare l’emotività del testo.
Nel
disco convivono momenti heavy, passaggi acustici, samba, funk, blues e sezioni
orchestrali. Qual è stato il criterio per gestire questa varietà senza perdere
coesione?
Come ti
dicevo i Diaspro sono musicisti che hanno “passato di tutto” e lo hanno fatto
col sorriso sulle labbra e la curiosità del bambino. Dalla serata col trio
Jazz, al concerto metal, ogni esperienza ci ha permesso di capire più a fondo
la musica e di poterci giocare senza perdere identità. Per far questo devi
evitare gli schemi, problema che riscontro spesso nella didattica musicale
moderna. Il latin si fa così, il jazz cosà, e via discorrendo, creando dei
cloni che suonano tutto perfetto ma indistinguibile. Un po’ di sana ignoranza è
utile. E poi ricordiamoci che stiamo parlando di Progressive Rock… e la parola
rock, spesso dimenticata, significa anche “ribellione”, intesa come libertà di
espressione.
La
suite “Bonsai-Prog” introduce brani brevissimi ma densissimi. Perché avete
scelto questa forma così inusuale nel prog contemporaneo?
Se
prendi Prog-Family degli Osanna, c’è un medley stupendo che da “Oro Caldo”
arriva a “L’amore vincerà di nuovo”, con tutti i brani collegati tra loro e una
durata ridotta a poco più di un minuto. Mi piaceva questa idea di condensare
molto in un piccolo scrigno e così l’immagine di queste piccole piantine della
dimensione di un palmo, ma che se guardi intensamente ti trascinano in un bosco
di sensazioni.
Il
personaggio di Gelso, antagonista e possibile “ombra junghiana” del
protagonista, porta il racconto verso una dimensione psicologica profonda.
Quanto è stato importante questo livello simbolico nella scrittura dei testi?
È
tutto. Ricordi la seconda prova di Atreiu (quello di Michael Ende) dall’Oracolo
del Sud ne “La Storia Infinita”? Doveva guardarsi allo specchio e vedersi per
quello che era veramente. Non tutti sanno accettare il proprio lato negativo.
Scoprire che il cattivo, ovvero colui che ti limita, potresti essere tu stesso
è difficile da accettare, ma necessario se vuoi crescere.
Il
progetto ha avuto una lunga gestazione, interrotta dal Covid e ripresa anni
dopo. In che modo questo tempo sospeso ha influenzato la maturazione del disco
e della band?
La
pausa del Covid è stata fondamentale, ci ha reso più autonomi e determinati. Se
vedi l’opportunità invece che il problema, tutte queste ore di fermo ci hanno
permesso di studiare e acquisire nuove competenze legate alla musica, alla sua
realizzazione e promozione. Prima avremmo relegato molti di questi aspetti a
persone esterne, ora invece abbiamo il controllo totale su quasi tutte le fasi
del progetto. Questi anni ci hanno anche permesso di trovare le persone giuste,
quelle che hanno modellato il sound definitivo in maniera perfettamente
aderente a quello che volevamo ottenere.
Il
booklet illustrato da Patrizia Comino crea un ponte tra musica e arti visive.
Quanto è stato importante per voi costruire un’esperienza multisensoriale e non
solo musicale?
Le
attività extramusicali che abbiamo in mente per il progetto Diaspro sono tante
e ogni giorno studiamo come realizzarle. Il lavoro di Patrizia è stato
straordinario perché l’idea era quella indicare senza svelare. Otto tavole che
raccontassero i frammenti di una storia, proprio come appare in un sogno. È il
cervello a mettere insieme gli elementi, ma a noi appaiono così, in maniera
apparentemente sconnessa. L’aspetto cinematografico del concept si adatta a
molte letture e quella visiva non poteva mancare e volevamo dare un valore in
più a coloro che acquisteranno il CD come prodotto fisico. Visto che oggi la
musica la trovi ovunque, se hai “L’oggetto”, noi Diaspro ti diamo qualcosa in
più, per ringraziarti.
Quando il leader dei Clash scomparve
nel nulla per correre 42 km senza allenamento
Nel 1982, i The Clash erano la band più importante del
pianeta, ma internamente stavano cadendo a pezzi. Joe
Strummer, spinto dal manager Bernie Rhodes a "scomparire"
per generare pubblicità in vista di un tour imminente, prese il suggerimento
fin troppo alla lettera. Senza avvisare nessuno, nemmeno la sua fidanzata
dell'epoca, il frontman fuggì a Parigi, dando il via a una delle ricerche più
frenetiche della storia del rock.
Mentre Scotland Yard e l'Interpol lo cercavano, Strummer
viveva in incognito nella capitale francese. Non era una vacanza di lusso, ma
un tentativo di ritrovare sé stesso lontano dalle pressioni dell'industria
musicale. Durante questo esilio volontario, decise di iscriversi alla Maratona
di Parigi.
L'aspetto più incredibile dell'impresa non fu solo la
distanza, ma il regime di allenamento adottato da Strummer. Anni dopo, in
un'intervista alla rivista Steppin' Out, Joe rivelò il suo segreto per
finire la corsa:
"Non bisogna correre neanche un passo nelle quattro
settimane precedenti la gara. E la sera prima della maratona, bisogna bere
dieci pinte di birra. È fondamentale. Non dimenticare la birra."
Nonostante la totale assenza di preparazione atletica e uno
stile di vita non propriamente salutista, Joe si presentò ai nastri di partenza
con il numero di pettorale 13.513.
Strummer non solo portò a termine i 42,195 km, ma lo fece con
un tempo rispettabile di circa 3 ore e 25 minuti (secondo alcune fonti,
anche se i registri ufficiali sono incerti). Quell'impresa non fu solo un atto
sportivo, ma un gesto puramente punk: una sfida aperta alle leggi della
fisiologia e alle aspettative della società.
Poco dopo la gara, Joe fu rintracciato in un bar parigino,
con la barba incolta e lo sguardo di chi aveva appena attraversato l'inferno di
bitume. Tornò a Londra giusto in tempo per il tour, dimostrando che lo spirito
punk non conosceva limiti fisici. Quella fuga trasformò una crisi d'identità in
un'impresa sportiva assurda e indimenticabile, consolidando ulteriormente il
mito di un uomo che correva sempre, in un modo o nell'altro, controcorrente.
Pete Hamera uno di quei musicisti che non fanno rumore, ma che
cambiano la musica senza che quasi nessuno se ne accorga. Gallese, timido, con
un talento melodico fuori dal comune, entra nei Badfinger quando ancora
si chiamano The Iveys. È lui a dare alla band la sua identità: una
scrittura limpida, emotiva, piena di malinconia luminosa. Quando i Beatles li
mettono sotto contratto per la Apple Records, Pete diventa il loro “pupillo”,
McCartney lo adora, Harrison lo considera un fratello minore. E non è un caso,
Ham ha quella stessa capacità di trovare la melodia perfetta, semplice e
inevitabile.
Il successo arriva presto, ma non porta felicità. I Badfinger
diventano famosi, ma vengono intrappolati in contratti disastrosi, manager
senza scrupoli, soldi che spariscono, album bloccati, tour cancellati. Pete,
che è un ragazzo sensibile, vive tutto questo come un tradimento. Lui vuole
solo scrivere canzoni, non combattere con avvocati e contabili. E intanto
continua a creare musica meravigliosa: “No Matter What”, “Baby Blue”,
“Day After Day”. Ma la sua canzone più grande nasce da un dolore
condiviso: “Without You”. La strofa è sua, il ritornello è di Tom Evans.
Due fragilità che si incontrano e diventano un classico assoluto. Ma il
successo mondiale arriva nella versione di Harry Nilsson, non nella loro. E i
soldi? Non arrivano mai.
L’aneddoto più famoso è quasi un simbolo della sua vita. Una
sera, Pete torna a casa dopo l’ennesima riunione con il manager, dove scopre
che la band è praticamente rovinata. La sua compagna gli dice che non possono
più pagare l’affitto. Pete, disperato, apre un cassetto e trova un assegno
della Apple Records: è la prova che i soldi ci sarebbero, ma non arrivano a
loro. È la goccia che lo spezza. Quella notte scrive una lettera in cui accusa
il manager di aver distrutto la band e la sua vita. Poi si toglie la vita nel
garage di casa. Ha 27 anni.
Un altro aneddoto, più dolce, racconta chi era davvero.
George Harrison, durante le session di “All Things Must Pass”, lo invita a
suonare. Pete arriva con la sua chitarra, si siede in un angolo e comincia a
suonare in punta di dita, quasi chiedendo permesso. Harrison lo guarda e dice:
“Questo ragazzo ha un dono”. Pete non risponde: sorride appena, come se
non sapesse cosa farsene di un complimento così grande. Era fatto così: un
talento immenso, ma incapace di proteggersi.
Stamattina (10-2-26) alla UniSavona,nell'ambito del corso sul rock '70, si è tenuto un incontro
dedicato al Club dei 27, seguito da un pubblico numeroso e
partecipe. L’avvio è stato affidato a un brano volutamente fuori tema, In-A-Gadda-Da-Vida
degli Iron Butterfly, usato come semplice introduzione musicale per entrare
nell’atmosfera dell’epoca.
Giacomo ha presentato il tema ripercorrendo la nascita e la diffusione
dell’espressione “Club dei 27”, ricordando come la sequenza ravvicinata delle
morti di Brian Jones, Hendrix, Joplin e Morrison tra il 1969 e il 1971 abbia
alimentato un immaginario che negli anni ’90 è tornato alla ribalta con la
scomparsa di Kurt Cobain, musicista col quale nasce la denominazione.
A seguire, Antonella ha proposto una riflessione sui giovani
di allora e di oggi, mettendo in relazione le fragilità di epoche diverse, osservando
come alcune dinamiche si ritrovino anche nel presente, pur in contesti molto
cambiati.
L’alternanza tra spiegazioni, ascolti musicali e contributi
dei relatori ha reso l’incontro scorrevole e ben equilibrato. Ogni artista
citato è stato accompagnato da un brano, tanto per contestualizzare meglio il
periodo e le figure trattate.
Nel complesso è stata una lezione piacevole, seguita con
attenzione e arricchita da materiali e interventi che hanno aiutato a leggere
il tema senza sensazionalismi, mantenendo il focus sulla storia, sulle persone
e sulle dinamiche culturali dell’epoca.
Alan “Blind Owl” Wilsonè una delle figure più delicate e
tragiche della controcultura americana. Un ragazzo timido, introverso, con una
sensibilità quasi dolorosa, che trova nel blues l’unico linguaggio capace di
contenerlo. Non è un frontman carismatico, non è un ribelle: è un musicologo
naturale, un ricercatore dell’anima del Delta. Studia i vecchi bluesman come
fossero testi sacri, li trascrive, li analizza, li ama. Con i Canned Heat porta
quel mondo nel rock psichedelico, diventando la voce più fragile e luminosa del
blues revival.
La sua voce acuta, quasi infantile, non è un vezzo, è la sua
ferita. Canta la fuga, la solitudine, l’inadeguatezza. E mentre la band diventa
famosa, lui si sente sempre più fuori posto, sempre più distante dal mondo. La
depressione lo accompagna come un’ombra costante. Muore nel 1970, a 27 anni,
entrando nel “Club dei 27” insieme a Joplin e Hendrix. Un genio che ha salvato
i suoi maestri, ma non è riuscito a salvare sé stesso.
Aneddoto…
Negli anni ’60, Skip James era un uomo dimenticato.
Aveva registrato qualche brano negli anni ’30, poi la vita lo aveva travolto:
povertà, malattia, anonimato. Quando Alan Wilson lo ascolta per la prima volta
su un vecchio 78 giri, resta folgorato. Quella voce sottile, quel falsetto
tremante, quel modo di suonare la chitarra… era come se qualcuno avesse messo
in musica la sua stessa fragilità.
Wilson non si limita ad ammirarlo e decide di trovarlo. Parte
con John Fahey, percorre il Sud come un ricercatore del blues, bussa a porte,
chiede informazioni, segue tracce vaghe. Alla fine, lo trovano in un ospedale
del Mississippi, malato, povero, convinto che nessuno si ricordasse più di lui.
Alan entra nella stanza con un rispetto quasi religioso. Non
è un fan,ma un discepolo che incontra il suo maestro. Gli parla con dolcezza,
gli suona i suoi stessi brani, glieli ricorda quando lui non riesce più a
ricordarli. Skip James, colpito da quel ragazzo bianco, timido, con la voce
sottile, gli dice: “Tu capisci la mia musica meglio di chiunque
altro.”
Da quel momento, Wilson diventa la sua memoria. Lo aiuta a
tornare sul palco, lo accompagna ai festival, lo sostiene quando la voce non
regge. È un gesto di amore puro verso il blues, verso la storia, verso un uomo
che il mondo aveva abbandonato.
E c’è un dettaglio struggente: quando Skip James muore, nel
1969, Alan Wilson cade in una depressione ancora più profonda. È come se avesse
perso non solo un maestro, ma una parte di sé. Un anno dopo, Wilson morirà
nello stesso modo in cui aveva vissuto: in silenzio, tra gli alberi, lontano
dal rumore del mondo.
L’assurdo incontro con Nixon e la
collezione di distintivi del Re del Rock
Dicembre 1970. Elvis Presleyè nel pieno di una crisi mistico-patriottica. Il
Re del Rock ha un’ossessione che pochi conoscono: adora i distintivi della
polizia. Ne colleziona a decine, ma gliene manca uno, il più importante: quello
di Agente Federale della Narcotici. Nella sua mente, quel pezzetto di
metallo non è solo un trofeo, ma il lasciapassare definitivo per poter girare
il mondo con la sua collezione di pistole e "combattere la droga"
(un'ironia tragica, visti i suoi problemi personali con i farmaci).
Senza dire nulla al suo manager, il Colonnello Parker, Elvis
sale su un volo per Washington. Durante il viaggio, seduto in prima classe,
prende della carta intestata della American Airlines e scrive una lettera di
cinque pagine, fitta e disordinata, indirizzata al Presidente Richard Nixon.
Nella lettera, Elvis si offre come consulente per salvare i giovani americani
dalla cultura hippie e dalle droghe, chiedendo in cambio solo una cosa: essere
nominato "Agente Federale a vita".
Una volta atterrato, Elvis si presenta ai cancelli della Casa
Bianca alle 6:30 del mattino e consegna la lettera alle guardie.
Incredibilmente, lo staff di Nixon vede nell'incontro un'opportunità d'oro:
associare l'immagine del Presidente a quella dell'icona più amata dai giovani
(o almeno dai loro genitori).
Poche ore dopo, Elvis viene fatto entrare nello Studio Ovale.
Il contrasto è comico: Nixon è nel suo classico abito grigio d'ordinanza,
mentre Elvis indossa un completo di velluto viola, una mantellina stravagante e
una fibbia della cintura dorata grande quanto un vassoio. Come segno di
amicizia, Elvis tira fuori il suo regalo per il Presidente: una pistola Colt
.45 commemorativa con impugnatura d'oro, estratta da una scatola di legno
proprio davanti agli occhi terrorizzati degli agenti dei Servizi Segreti.
L'incontro è cordiale. Elvis confida a Nixon che i Beatles
sono "anti-americani" e che lui, invece, è dalla parte della legge.
Nixon, divertito e un po' confuso, decide di accontentarlo. Fa preparare un
distintivo ufficiale del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs e lo
consegna a un Elvis quasi commosso.
La foto che li ritrae mentre si stringono la mano è diventata
l'immagine più richiesta di sempre agli Archivi Nazionali americani, superando
persino la Costituzione o le foto dello sbarco sulla Luna. Resta il ritratto di
un momento irripetibile: quello in cui la più grande rockstar del mondo ha
usato il suo potere per diventare, almeno sulla carta, un poliziotto ad
honorem.
Il visionario progetto dei Rolling
Stones per portare il capolavoro di Burgess sul grande schermo
Oggi è impossibile pensare ad Arancia Meccanica senza
visualizzare lo sguardo folle di Malcolm McDowell sotto la regia millimetrica
di Stanley Kubrick. Tuttavia, alla fine degli anni '60, il destino del
capolavoro di Anthony Burgess stava per prendere una piega decisamente più
rock. I Rolling Stones, all'apice della loro fase "Satanic
Majesties", videro nel romanzo la perfetta trasposizione cinematografica
della loro immagine di ribelli pericolosi.
Il progetto non era solo una vaga idea, ma un piano concreto
con un cast già definito nella mente dei produttori. Mick Jaggeravrebbe
dovuto interpretare il protagonista, Alex DeLarge, portando sullo schermo
quella sua magnetica e inquietante ambiguità. Il resto della banda dei
"Drughi" sarebbe stato composto dagli altri membri degli Stones: Brian
Jones, Keith Richards, Charlie Watts e Bill Wyman
avrebbero dovuto indossare le iconiche tute bianche e seminare il caos per le
strade di una Londra futuristica.
L'entusiasmo attorno a questa versione era tale da
coinvolgere persino i "rivali" di sempre. Quando l'allora
sceneggiatore Terry Southern cercò di convincere la censura britannica a dare
il via libera, presentò una petizione firmata da personalità di spicco
dell'epoca. Tra i nomi che sostenevano Jagger nel ruolo di Alex c'erano
nientemeno che John Lennon e Paul McCartney. I Beatles, infatti,
erano convinti che solo gli Stones avessero l'attitudine "sporca"
necessaria per dare giustizia al realismo brutale del libro.
Perché non lo abbiamo mai visto? Il motivo fu un mix letale
di burocrazia e timore sociale. Il Lord Chamberlain (l'organo di censura del
Regno Unito) considerava il libro ancora troppo pericoloso per il pubblico e
bloccò i permessi. Inoltre, i diritti dell'opera passarono di mano in mano
finché non approdarono sulla scrivania di Kubrick, che decise di non utilizzare
musica rock contemporanea, optando invece per i sintetizzatori di Wendy Carlos
che reinterpretavano Beethoven.
Se il progetto fosse andato in porto, avremmo avuto un film
con una colonna sonora rock psichedelica firmata dalla coppia Jagger-Richards,
probabilmente una risposta visiva e sonora a quello che fu Performance
(1970). Resta il dubbio: Jagger sarebbe stato capace di eguagliare la ferocia
di McDowell? Forse no, ma il mondo avrebbe avuto la versione più
"Stoniana" e trasgressiva possibile della Ultra-Violenza.
Il drammatico scontro ravvicinato che
scosse l'ex Beatle nel silenzio della sua dimora
Per decenni, Friar Park, la maestosa residenza neogotica di George Harrisonnel
Oxfordshire, era stata il suo santuario di pace, meditazione e giardinaggio.
Tuttavia, nella notte del 30 dicembre 1999, a pochi passi dal nuovo
millennio, quel tempio di serenità venne violato da una violenza cieca e
imprevedibile che portò il "Beatle calmo" a un passo dalla morte.
Verso le 3:30 del mattino, Michael Abram, un uomo di 33 anni
affetto da una grave forma di schizofrenia e convinto che i Beatles fossero
"stregoni" inviati dall'inferno, fece irruzione nella villa
infrangendo una vetrata. George, svegliato dal rumore, scese le scale per
controllare, trovandosi faccia a faccia con l'intruso armato di un grosso
coltello da cucina e di una spada di pietra sottratta da una statua del
giardino.
Nonostante la filosofia non violenta che George aveva
abbracciato per tutta la vita, si ritrovò costretto a una lotta corpo a corpo
disperata. Abram lo colpì ripetutamente al petto, causandogli il collasso di un
polmone e ferite gravissime. Harrison, pur ferito, cercò di bloccare
l'aggressore gridando "Hare Krishna" nel tentativo di distoglierlo
dalla sua furia omicida.
Il vero punto di svolta fu l'intervento di Olivia Harrison.
Sentendo le grida del marito, Olivia si scagliò contro l'aggressore senza
esitare. Inizialmente tentò di fermarlo, ma quando Abram la attaccò, lei
utilizzò ciò che aveva a portata di mano: lo colpì ripetutamente con un attizzatoio
d'ottone del camino e con una pesante lampada da tavolo, riuscendo infine a
stordirlo fino all'arrivo della polizia.
L'evento ebbe un impatto mediatico enorme e riportò
immediatamente alla mente l'omicidio di John Lennon avvenuto 19 anni
prima. La comunità mondiale rimase scioccata dal fatto che un altro Beatle
fosse stato vittima di un fanatico religioso.
George Harrison, con il suo tipico spirito sottile, commentò
l'accaduto dall'ospedale con una battuta agrodolce: "Non era
sicuramente un ladro, ma non era neanche un tipo che voleva fare un provino per
i Travelling Wilburys". Tuttavia, l'attacco lasciò cicatrici profonde.
Sebbene George sia sopravvissuto, molti ritengono che il trauma fisico e
psicologico abbia indebolito il suo corpo, già impegnato nella lotta contro il
cancro che lo avrebbe portato via meno di due anni dopo, nel novembre 2001.
Dagli esperimenti sonori al Leslie
con il Moog, gli Alphataurus hanno trasformato ogni album in un laboratorio di
progressive italiano
Questo articolo nasce da una intervista realizzata con
un membrofondatoredegliAlphataurus, Pietro Pellegrini, e si inserisce in un progetto editoriale più ampio dedicato
all’evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è quello di
estrapolare contenuti e riflessioni che possano diventare un racconto
interessante e di respiro storico-critico, capace di mettere in luce il
rapporto tra creatività artistica e impronta tecnica nella storia della band.
Pietro Pellegrini
Un equilibrio 50/50
Ripensando agli album del passato, il bilancio tra contributo
artistico e visione tecnica/creativa del produttore è netto: 50/50. La
forza della band e l’esperienza dei produttori hanno sempre camminato insieme,
senza prevalere l’una sull’altra.
Produttori e decisioni difficili
Non ci sono mai stati “produttori fantasma”, ma figure
concrete e presenti. Le decisioni difficili o controverse non mancarono, anche
se è difficile ricordarne una in particolare: il dato certo è che i risultati
furono sempre positivi.
Un ricordo speciale va a Vittorio De Scalzi,
produttore durante le registrazioni dell’album Alphataurus
(Colomba, 1973). Non fu mai un “giudice critico”, ma un supporto concreto e
affettuoso, capace di accompagnare la band nella sua prima grande esperienza
discografica.
L’influenza dei tecnici di studio
La presenza di tecnici e produttori in studio ha avuto un
impatto diretto sul modo di intendere la musica e sulla performance dal vivo.
L’esperienza con gli Alphataurus e con la “Dischi Ricordi” fu una vera scuola:
imparare a gestire il lavoro in studio significava anche imparare a gestire la
propria musica sul palco. Non è facile non essere influenzati dalla personalità di
tecnici eccellenti. Ogni scelta sonora porta con sé la memoria di un “sound”
già ascoltato e ammirato, e inevitabilmente si tende a ricalcare quelle
impronte.
La tecnologia analogica e i fonici di
riferimento
Il sound degli Alphataurus non sarebbe esistito senza la
tecnologia analogica di mixer eccellenti come SSL, Neve, Harrison. Tra le figure più influenti va ricordato Ezio De Rosa, uno
dei migliori fonici italiani, purtroppo non più tra noi. La collaborazione con
lui durò molti anni: dai primi provini con gli Alphataurus (1972, Sax Records
in via Borsieri) alle registrazioni con Fabrizio De André (Stone Castle
Studios, 1981), fino agli anni ’90. La stima era reciproca: tanto che, in Fonit
Cetra, fu Pellegrini a insegnare a De Rosa l’uso dei sistemi Sonic Solutions/No
Noise.
L’invenzione accidentale: il Leslie
con il Moog
Molti sound
iconici nascono per errore. Nel caso degli Alphataurus, l’esperimento più
riuscito fu l’uso del Leslie con il Moog. Nel 1973, alla SAAR Records,
il mini Moog fu collegato a un Leslie mod.145: il risultato fu sorprendente.
Quasi tutte le parti di Moog nel disco della Colomba furono realizzate così,
creando un timbro unico e riconoscibile.
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca
visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.
Hardware e impronta sonora
Se ci fosse un pezzo di hardware da riportare in vita,
sarebbe l’Eventide Harmonizer H910, un suono ancora oggi insuperato dai
suoi eredi digitali. Nell’era di Pro Tools e dei plugin, l’impronta sonora
unica non nasce dai preset, ma dalla capacità dell’ingegnere di mettere in
pratica conoscenze ed esperienze, sfruttando la potenza della tecnologia
moderna senza lasciarsi condizionare dalle mode.
Migliorare o creare?
Lavorare su una traccia significa sempre migliorare il suono
della band. Ma, nove volte su dieci, il “miglioramento” porta inevitabilmente
alla creazione di un sound nuovo. La differenza è sottile, quasi
impercettibile, ma decisiva.
Gli errori delle band indipendenti
L’errore più comune delle band indipendenti che si
autoproducono è affidarsi a sistemi di monitoraggio non affidabili. Senza un
controllo reale, equalizzazioni e compressioni rischiano di produrre l’effetto
opposto a quello desiderato. Un altro errore frequente è quello di “aggiungere” sempre
qualcosa quando il risultato non convince, invece di eliminare. Affidarsi alle
proprie orecchie resta la scelta migliore, a patto di sentire davvero ciò che
si sta facendo.
Conclusione
La storia degli Alphataurus dimostra come il progressive
italiano sia stato un laboratorio di suoni, invenzioni e intuizioni. Tra
produttori, tecnici e fonici, il percorso della band ha saputo fondere
creatività e tecnica, lasciando un’impronta che ancora oggi viene riconosciuta
come parte integrante della memoria musicale del genere.
Perché Nick Drake trasformò le sue
rare apparizioni live in sfide di nervi per il pubblico
Se il rock degli anni '70 era l'epoca dell'intrattenimento, i
concerti di Nick Drakeerano l'antitesi dello spettacolo. Il problema
non era solo la sua leggendaria timidezza, ma una perversione tecnica: Drake
utilizzava accordature aperte talmente insolite e specifiche che quasi ogni
canzone richiedeva una tensione diversa delle corde.
Sul palco, questo si traduceva in lunghissimi minuti di
silenzio imbarazzato. Mentre il pubblico di club come il Cousins di
Londra si aspettava intrattenimento, Nick restava curvo sulla sua chitarra
Guild, perso nel tentativo di domare le corde, senza mai alzare lo sguardo o
scambiare una battuta con gli spettatori. Questo rifiuto (o incapacità) di
comunicare verbalmente creava un'atmosfera di isolamento che spesso alienava
gli ascoltatori, portando Drake a concludere anticipatamente le sue esibizioni
e, infine, a rinunciare del tutto ai live, convinto che la sua musica fosse
fisicamente incompatibile con la presenza di altre persone.
Lo scontro epico tra il bassista dei
Nirvana e il suo strumento in diretta mondiale
Il 9 settembre 1992, i Nirvana salirono sul
palco degli MTV Video Music Awards al Pauley Pavilion di Los Angeles. La
tensione era già alle stelle: la band aveva litigato con la produzione perché
voleva suonare l'inedita "Rape Me", mentre MTV insisteva per
"Smells Like Teen Spirit". Alla fine, dopo aver accennato
provocatoriamente le prime note del brano proibito, Kurt Cobain e soci si
lanciarono in una furiosa esecuzione di "Lithium". Ma il vero
dramma doveva ancora consumarsi.
Verso la fine del brano, come da rituale, la band iniziò a
distruggere la strumentazione. Krist Novoselic,
il gigantesco bassista del gruppo (alto quasi due metri), decise di fare
qualcosa di spettacolare: lanciò il suo pesante basso Gibson Ripper a
circa 5 metri d'altezza, sperando di riafferrarlo al volo per un finale
iconico.
Tuttavia, le luci del palco lo accecarono. Krist perse di
vista lo strumento che, richiamato dalla gravità, precipitò con precisione
chirurgica direttamente sulla sua fronte. L'impatto fu brutale: il bassista
crollò a terra, stordito, mentre il basso rimbalzava sul palco.
Mentre Krist barcollava fuori scena tenendosi la testa, il
resto della band, ignaro della gravità dell'infortunio, continuava il massacro
sonoro. Kurt Cobain prese a calci l'amplificatore del basso, mentre Dave
Grohl urlava ripetutamente al microfono "Hi Axl! Hi Axl!",
deridendo Axl Rose con cui avevano avuto un diverbio nel backstage poco prima.
Il retroscena più incredibile accadde dietro le quinte.
Novoselic, sanguinante e confuso, fu assistito nientemeno che da Brian May
dei Queen. Il leggendario chitarrista gli offrì dello champagne ghiacciato per
sgonfiare il bernoccolo, un gesto di squisita cortesia britannica in mezzo al
delirio grunge.
Krist fu poi portato in ospedale per dei punti di sutura, ma
l'incidente rimase impresso nella memoria collettiva come il perfetto simbolo
dei Nirvana: una miscela di energia esplosiva, goffaggine autentica e
un'assoluta, pericolosa imprevedibilità.
Quella folle linea d'ombra tra il funk e un calzino
Nella vasta iconografia del rock and roll, pochi simboli sono
riusciti a condensare l'essenza di una band con la stessa efficacia di un
semplice calzino sportivo. Per i Red Hot Chili
Peppers,quella che nacque come
una goliardata nei club sotterranei di Los Angeles nei primi anni '80 si
trasformò rapidamente in un potente manifesto estetico e culturale, capace di
andare ben oltre il semplice scandalo visivo. Le celebri performance
"socks-only" hanno rappresentato per decenni il simbolo di una
libertà espressiva totale e di un rifiuto categorico delle convenzioni
dell'industria discografica, diventando il riflesso visivo del loro
"punk-funk" primordiale: una musica viscerale, fisica e assolutamente
priva di filtri.
Tutto ebbe inizio nel 1983, quando la band originale -
composta da Anthony Kiedis, Flea, Hillel Slovak e Jack Irons - fu scritturata
per un concerto al Kit Kat Club, un locale di striptease sulla Sunset Strip.
Per non essere da meno rispetto alle ballerine del locale e per assicurarsi che
nessuno dimenticasse il loro nome, i quattro decisero di salire sul palco
completamente nudi, fatta eccezione per un calzino di spugna bianco a strisce
colorate. L’impatto fu così dirompente che quello che doveva essere un evento
isolato divenne il loro marchio di fabbrica, la prova tangibile di una band che
metteva il corpo e l'energia al centro della propria proposta artistica.
La consacrazione definitiva di questa immagine arrivò nel
1988 con l'uscita di The Abbey Road EP. La copertina, che ritraeva i
membri della band mentre attraversavano le celebri strisce pedonali londinesi
nudi e con i calzini d'ordinanza, era una parodia irriverente dei Beatles, ma
fungeva anche da dichiarazione d'intenti: il rock classico stava lasciando il
passo a una nuova ondata di caos e funk californiano. Anche negli anni
successivi, nonostante il successo planetario, la band non rinunciò mai a
questa provocazione, culminando nella memorabile chiusura del set a Woodstock
'94, quando davanti a una folla oceanica riproposero quel look selvaggio che li
aveva resi famosi nei piccoli club di Los Angeles.
Ma dietro l'apparente esibizionismo si celava un significato
più profondo. Esibirsi in quel modo richiedeva una fiducia totale tra i membri
del gruppo; era un atto di fratellanza estrema in cui la vulnerabilità fisica
diventava una forza d'urto contro il perbenismo dell'America reaganiana. Il
calzino eliminava ogni barriera tra il musicista e l'ascoltatore, portando la
performance su un piano puramente tribale. Con il passare del tempo e
l'inevitabile maturità artistica, i Peppers hanno progressivamente abbandonato
questa pratica, ma lo spirito di quel gesto vive ancora oggi nelle loro
esibizioni cariche di elettricità. In definitiva, il calzino resta uno dei rari
esempi in cui l'assenza di abiti è riuscita a vestire perfettamente l'identità
di un gruppo, ricordandoci un'epoca in cui il rock non aveva paura di mettersi
letteralmente a nudo.