giovedì 25 giugno 2026

Ricordo di Nello D’Anna, mancato all'improvviso.

 

 

La notizia della morte improvvisa di Nello D’Anna, ex bassista degli Osanna, lascia un vuoto difficile da accettare. Aveva cinquant’anni e la sua scomparsa arriva senza alcun segnale, spezzando un percorso umano e musicale che per me non era solo un ricordo lontano.

Dal 2009, quando suonò nella mia città, avevamo mantenuto un rapporto continuo, e nel recete passato mi ero occupato di alcuni suoi progetti e delle direzioni che voleva dare alla sua musica. Era sempre disponibile, diretto, senza sovrastrutture.

Sul palco era preciso e affidabile, ma fuori dal palco, almeno nei miei ricordi, era ancora più autentico. Non cercava attenzioni, non aveva atteggiamenti da musicista “arrivato”. Preferiva parlare di ciò che stava creando, dei dettagli tecnici, delle persone con cui collaborava. Era un modo di vivere la musica che lo rendeva immediatamente vicino.

Sapere che non ci saranno più quei messaggi, quelle conversazioni sui suoi progetti, fa male. Rimane il ricordo di una persona che aveva ancora molto da dire e da suonare. E rimane la tristezza di una perdita che arriva troppo presto e troppo inaspettata.




Dialogo con Claudio Bellato sull'evoluzione artistica, la libertà esecutiva e la ricerca dell'essenziale

 


Un viaggio nell'improvvisazione estemporanea e nella filosofia della musica


Conosco Claudio Bellato da molti anni. Condividiamo la stessa città, Savona, e un percorso che nel tempo mi ha permesso di osservare da vicino l'evoluzione della sua ricerca espressiva. Questa consuetudine e la comune radice geometrica dello stesso territorio offrono una chiave di lettura privilegiata per entrare nel suo mondo sonoro, un ambito in cui la tecnica rigida si dissolve per fare spazio all'imprevisto strutturato.

L'occasione di questo dialogo nasce da una serie di tappe fondamentali del suo percorso recente: dalle sessioni radicali di Only for Few alle architetture più meditate di Waterloo, fino alle contaminazioni visive di Sette ritratti per sette metamorfosi. Lontano dalle formule di rito del jazz convenzionale e dai cliché esecutivi, il lavoro di Bellato si muove lungo il perimetro dell'improvvisazione estemporanea guidata da un rigore metodologico quasi monacale. Nelle risposte che seguono emerge non solo il profilo del musicista, ma anche una complessa indagine filosofica che unisce la pura materia acustica alle riflessioni sulla mente e sull'essenziale.


L'INTERVISTA

La tua storia recente parte da “Only for Few”, un disco nato premendo semplicemente il tasto di registrazione e accettando qualsiasi cosa sarebbe accaduta. Quando ripensi a quel primo gesto - entrare in studio senza una rete di sicurezza - cosa senti che ha inaugurato davvero nella tua vita artistica?

Per la prima volta ho suonato musica totalmente improvvisata, libero dal vincolo di non sbagliare e senza essermi preparato preventivamente il classico compito a casa. Non mi riferisco alla consueta prassi jazzistica, in cui si improvvisa insieme agli altri a turno dopo aver esposto una cellula tematica. La formula ideata da Antonio Marangolo è quella dell'improvvisazione estemporanea, simile per certi versi ai concerti di conduction di John Zorn, ma con una differenza sostanziale: abbiamo suonato liberamente, senza seguire indicazioni di tempo e ritmo, partendo da motivi di otto battute scritti da Antonio che aprivano e chiudevano il brano. Eravamo liberi di interpretarli in maniera totalmente aperta. Questa era l'unica indicazione, un prologo e un finale. Successivamente, uno dei tre musicisti prendeva le redini e gli altri erano liberi di seguirlo o di contraddirlo. John Cage accennò a un esperimento simile in passato, sintonizzando tre radio su frequenze diverse; il risultato manteneva una sua armonia e una sua musicalità. Proprio come i rumori provenienti da diverse fonti all'interno del nostro quotidiano: non hanno nulla di sbagliato, sono semplicemente ciò che sono, eventi puri. Riascoltando quelle registrazioni, anche se non ci si scopre del tutto liberi da pattern e cliché, si notano con stupore dettagli di sé stessi che prima non si conoscevano, cogliendo sempre particolari nuovi. Considero Only for Few una delle migliori esperienze a cui io abbia partecipato. È un peccato che non sia ancora uscito.

Quel progetto avrebbe dovuto essere pubblicato insieme a un libro di racconti e illustrazioni. Che cosa ti attrae dell'idea di un'opera che non si limita alla dimensione sonora, ma si espande verso parole e immagini?

Ho sempre amato i fumetti, che ho imparato a leggere prima ancora dei libri di scuola grazie ai cugini e ai vicini di casa che mi prestavano Tex e pubblicazioni simili. Qualche anno fa ho frequentato diversi illustratori e grafici professionali proprio per apprendere le loro tecniche. Disegnare e dipingere mi rilassa, anche se non lo faccio da tempo. Si tratta di un'esperienza solitaria, priva di pubblico, in cui il lavoro si manifesta solo alla fine; ha una dimensione quasi monacale che richiede silenzio.

L'esperienza al festival Jazz di Acireale vi ha portati in un contesto più ampio. Come reagisce l'improvvisazione radicale quando incontra un pubblico che non si aspetta una simile libertà?

La reazione è stata eccellente. Il festival di Acireale è stato accolto molto bene sia dal pubblico sia dai musicisti, anche se sono consapevole del fatto che alcuni puristi hanno storto il naso.

Anche il disco successivo nasce con la stessa formula, ma è stato accolto tra le migliori proposte italiane. Cosa significa per te ricevere questo riconoscimento proprio per un metodo che rifiuta la prevedibilità?

Waterloo è un disco riuscito, sebbene sia più ragionato rispetto a Only for Few e contenga anche una composizione scritta in maniera tradizionale. Sia la rivista Musica Jazz sia il giornalista Alberto Bazzurro hanno espresso giudizi molto positivi nei nostri confronti, e questo rappresenta per me un motivo d'onore.

Per il documentario su Alex Mora hai composto una colonna sonora originale. Come cambia il tuo modo di creare quando devi raccontare la vita di un altro artista attraverso il suono?

Quando il videomaker Max Billa, che è anche un caro amico, mi ha proposto questo lavoro, ho voluto prima osservare i quadri di Alex e dialogare con lui sulla cultura brasiliana, in particolare sulla prospettiva di un brasiliano che vive in Italia. Da quel confronto sono nati brani con testi e ritmi che richiamano quel Paese. Ho realizzato l'intero progetto in totale autonomia, utilizzando chitarre, bassi, sequenze al computer e loop, con il consueto supporto organizzativo di Alessandro Mazzitelli. Riascoltandoli oggi, non considero quei pezzi come semplici commenti alle immagini, ma come brani autonomi che potrebbero essere raccolti in un disco, nonostante non assomiglino a nulla di ciò che ho composto in precedenza.

Nei tuoi concerti in solo o in duo attraversi il blues, il soul e la tradizione usando strumenti diversi. Qual è il filo segreto che tiene insieme tutte queste anime?

Mi piace cambiare spesso argomento e non so se esista un filo segreto; forse si tratta persino di un difetto. Ricordo che a scuola finivo sempre fuori tema.

Nel progetto “Sette ritratti per sette metamorfosi” suoni davanti ai volti che tu stesso hai dipinto. Che cosa ti restituiscono quelle immagini mentre le attraversi con la musica?

Si tratta dei volti di sette grandi jazzisti. Più che guardarli mentre suono, queste figure rappresentano l'occasione per slegarmi da un loro tema celebre, che magari accenno all'inizio dell'improvvisazione per poi muovermi verso direzioni completamente diverse. In quel contesto può accadere qualsiasi cosa: lo stimolo può derivare da una mia intuizione sulla chitarra o da un impulso ritmico impresso da Rodolfo Cervetto, che considero non solo un batterista straordinario, ma uno dei musicisti più empatici che io abbia mai frequentato.

Partite da un brano dell'autore e poi lo lasciate andare. Che cosa rimane di un tema quando lo si abbandona, e cosa invece continua a guidarvi nel pieno della libertà?

A pensarci bene, non rimane nulla. È un viaggio in cui si parte e si ritorna; tutto ciò che si trova nel mezzo appartiene all'ignoto.

Avete portato questo spettacolo nei jazz club, nei teatri e nei festival di poesia. In quale luogo senti che la tua musica respira meglio?

Certamente nei club. Avere il pubblico vicino, spesso immerso in un silenzio totale - al punto che la caduta di un plettro si avverte chiaramente - crea una condizione che eleva il livello di concentrazione e la resa sonora complessiva.

Tra insegnamento, concerti, pittura e progetti interdisciplinari, qual è oggi la domanda che ti accompagna mentre crei, quella che ancora non ha trovato risposta?

In realtà non ho un carico di impegni così frammentato; le attività che hai menzionato rientrano semplicemente tra le cose che amo, anche se la dimensione che prediligo rimane quella dei concerti. Non ho domande irrisolte in particolare, quanto piuttosto alcune considerazioni personali. Sto attraversando un periodo complesso e faticoso della mia vita, forse il più difficile finora, ma questo non significa che sia impossibile da superare. Spesso rifletto sul fatto che, anche se le cose migliorassero, la mente per sua natura non sarebbe comunque appagata; tende a comportarsi come un elemento estraneo che ha sempre fame di qualcosa. Ultimamente sto leggendo i testi dei maestri vedici, tra cui Ramana Maharshi. Per l'induismo esiste solo l'atman, l'assoluto che comprende il tutto. Tuttavia, la mente che lo osserva introduce una condizione duale che si rivela un inganno. Non esiste dualità, esiste solo l'uno, e quell'uno comprende ogni cosa, inclusa la musica. Quale sia la sua funzione precisa non saprei dirlo. La musica dormiva già nell'albero prima che la mano abile del liutaio imparasse a ricavarne un violino. Di conseguenza, l'albero stesso è un violino silenzioso: la musica è ovunque, è l'atman.

Riferimenti esecutivi: Sette ritratti per sette metamorfosi — Claudio Bellato e Rodolfo Cervetto live al Teatro dell'Attrito di Imperia.






mercoledì 24 giugno 2026

“Venus” / “Venere” – La scintilla pop che cambia voce con i Dalton

 


Venus”, il successo del 1969 firmato dagli Shocking Blue, nasce con un’identità precisa: un riff di chitarra immediato, la voce di Mariska Veres che porta un timbro netto, un impianto pop‑rock che avanza con passo sicuro. La forza del brano sta nella sua compattezza, ogni elemento sostiene l’altro, senza dispersioni.

Nello stesso anno, in Italia, la canzone prende una strada diversa. I Dalton realizzano “Venus” in versione italiana, mantenendo la struttura melodica dell’originale ma riscrivendo completamente il testo. Il risultato è un adattamento che sposta l’asse emotivo. Il racconto diventa più interiore, con un protagonista che vive la figura femminile come un’apparizione ricorrente, quasi un’immagine onirica. La vocalità di Rolando Belli - insolita per il gruppo, dato che il cantante abituale era Mimmo Saponaro - porta il brano in una dimensione più morbida, meno tagliente rispetto alla tensione rock degli Shocking Blue.

Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di interpretare la stessa scintilla pop. Gli Shocking Blue costruiscono un brano diretto, con un’energia che resta intatta nel tempo. I Dalton scelgono una via più narrativa, con un’atmosfera che si avvicina alla sensibilità italiana di fine anni Sessanta, dove l’adattamento non era solo un passaggio linguistico ma un vero cambio di prospettiva.

Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza. “Venus” conserva la sua immediatezza; la versione dei Dalton restituisce una stagione musicale in cui le canzoni viaggiavano, cambiavano voce e trovavano un nuovo equilibrio senza perdere la loro identità melodica.




Nasceva il 24 giugno Jeff Beck, l'innovatore incessante della chitarra

 


Dagli Yardbirds alla fusion sperimentale: un viaggio nel suono unico e rivoluzionario di Jeff Beck


Jeff Beck. Il nome evoca un suono inconfondibile, un timbro che ha attraversato generazioni e generi, plasmando il panorama della musica moderna. Più che un semplice chitarrista, Beck è stato un innovatore instancabile, un esploratore sonoro che ha costantemente sfidato i confini dello strumento, lasciando un'impronta indelebile nella storia della musica.

Nato a Wallington, Surrey, il 24 giugno 1944, la passione di Beck per la chitarra si manifestò precocemente. Le sue prime influenze, che spaziavano dal rock and roll di Gene Vincent al blues di B.B. King, gettarono le basi per uno stile eclettico e in continua evoluzione. L'esperienza formativa negli Yardbirds, seppur breve ma intensa, lo proiettò sulla scena mondiale, rivelando un talento grezzo e una visione musicale già distintiva. Il suo approccio dinamico e imprevedibile alla chitarra solista, caratterizzato da un uso audace del feedback e della leva del vibrato, contribuì a definire il suono psichedelico emergente degli anni '60.

L'abbandono degli Yardbirds segnò l'inizio di una prolifica carriera solista, costellata di album seminali che dimostrarono la sua straordinaria versatilità. Il Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce e Ron Wood al basso, sfornò pietre miliari come Truth (1968) e Beck-Ola (1969), fusioni potenti di blues, hard rock e proto-heavy metal. Questi lavori non solo misero in luce la sua tecnica chitarristica innovativa, ma rivelarono anche la sua capacità di circondarsi di musicisti di talento e di creare un suono di band coeso e dinamico.

Negli anni '70, Beck intraprese un percorso ancora più sperimentale, abbracciando la fusion e il jazz rock con album come Blow by Blow (1975) e Wired (1976), entrambi prodotti dal leggendario George Martin. Questi dischi strumentali, caratterizzati da intricate melodie, ritmi complessi e un virtuosismo chitarristico sbalorditivo, consolidarono la sua reputazione come uno dei chitarristi più influenti e rispettati al mondo. La sua capacità di esprimere un'ampia gamma di emozioni attraverso la sola chitarra, senza il supporto della voce, era semplicemente rivoluzionaria.

La sua carriera successiva fu un susseguirsi di esplorazioni sonore, collaborazioni eclettiche e un'incessante ricerca di nuove sonorità. Album come Flash (1985), con la hit Rough and Ready cantata da Rod Stewart, dimostrarono la sua apertura a sonorità più pop-oriented, pur mantenendo intatta la sua identità chitarristica unica. Negli anni successivi, Beck continuò a sorprendere e a ispirare con progetti che spaziavano dal blues rock più viscerale alla techno-fusion sperimentale, dimostrando una curiosità musicale insaziabile e una maestria tecnica ineguagliabile.

L'approccio di Jeff Beck alla chitarra andava oltre la semplice esecuzione di scale e arpeggi. Era un maestro del suono, capace di manipolare le dinamiche, il sustain e il timbro con una sensibilità e un controllo sorprendenti. Il suo uso distintivo della leva del vibrato, spesso senza plettro, creava effetti sonori unici e inimitabili, conferendo alle sue linee melodiche un carattere fluido e quasi vocale. La sua capacità di improvvisare con libertà e inventiva, pur mantenendo una coerenza musicale, lo distingueva dai suoi contemporanei.

L'eredità di Jeff Beck è vasta e profonda. Ha influenzato generazioni di chitarristi, dai virtuosi del rock ai pionieri della fusion. Il suo spirito innovativo, la sua dedizione alla sperimentazione sonora e la sua instancabile ricerca della perfezione musicale lo hanno consacrato come una leggenda vivente. 

Anche dopo la sua scomparsa nel 2023, la sua musica continua a ispirare e a meravigliare, testimoniando la genialità di un artista che ha ridefinito il ruolo della chitarra nella musica contemporanea. 




martedì 23 giugno 2026

Maurizio Baiata-"Rock Memories" -Volume 3°


Conosco Maurizio Baiata da molti anni e ogni volta che mi avvicino a un suo libro ho la sensazione di ritrovare un amico che non ha mai smesso di raccontare il suo percorso. La sua voce è rimasta la stessa che avevo incontrato per la prima volta sulle pagine di Ciao 2001, quando la musica era un territorio da esplorare con fame e curiosità. In questi anni ho imparato che Baiata non scrive soltanto di rock, ma lo vive e lo restituisce con una sincerità che appartiene a pochi.

Questo terzo volume di Rock Memories non è soltanto un nuovo capitolo di una trilogia, ma assomiglia di più ad un viaggio che riprende da dove ci eravamo lasciati, con la stessa energia, la stessa capacità di trasformare un ricordo in un’esperienza viva. Leggere Baiata significa entrare in un mondo dove ogni pagina è un invito a riascoltare, a rivedere, a rivivere.

Il “nuovo” Rock Memories conferma la natura profonda del progetto di Maurizio Baiata. Non è un semplice libro di storia del rock, piuttosto un atlante emotivo, un dispositivo narrativo capace di attraversare decenni di musica e restituirli con una forza che appartiene solo a chi ha vissuto gli eventi in prima linea.

Il volume si apre con tre prefazioni che non sono meri apparati introduttivi, ma dichiarazioni di poetica. Monica Felletti, nella prima, descrive con precisione chirurgica la capacità di Baiata di creare “parole-bomba”, neologismi che diventano vibrazioni:“…la parola non è altro che una vibrazione”, e questa affermazione racchiude l’essenza del libro.

La struttura del volume è ampia e articolata. Le sezioni dedicate alle radici del rock, al Be-Bop, alla Beat Generation e al recupero del blues costruiscono un contesto storico che non è mai accademico, ma un percorso che mette in relazione la pulsazione dello swing con la letteratura, il dolore con la libertà, la strada con il palco. E al lettore non resta che vivere il viaggio.

La parte dedicata al Need to Know italiano è uno dei punti più forti del libro. Baiata attraversa gli anni Settanta con lucidità e partecipazione. Racconta l’esplosione del rock italiano, le contraddizioni dell’industria discografica, le tensioni sociali, i lacrimogeni ai concerti, la fame di musica che attraversava una generazione. È un affresco che restituisce un Paese in trasformazione, dove la musica era un atto politico e un gesto di libertà.

La sezione Italia Underground & Pop & Prog è un viaggio dentro un patrimonio spesso trascurato. Agorà, Dedalus, Arti & Mestieri, Napoli Centrale, Garybaldi, Sensations’ Fix, Claudio Rocchi, Saint Just, Il Balletto di Bronzo, Osanna, Banco, PFM. Baiata entra nelle pieghe, racconta le motivazioni, le intuizioni, le fragilità. È un lavoro di scavo che restituisce dignità e profondità a una scena che ha segnato la storia della musica italiana.

La parte dedicata all’avanguardia è un capitolo a sé. Stati Uniti, Francia, Italia, Inghilterra, Germania. Da Robbie Basho a Philip Glass, da Battiato a Cacciapaglia, da Eno a La Monte Young, da Amon Düül ai Popol Vuh. Qui Baiata mostra la sua capacità di muoversi tra generi e linguaggi con naturalezza. L’avanguardia appare come un laboratorio emotivo, un luogo dove la musica si reinventa.

Gli Artisti Fondamentali rappresentano il focus del volume. Eric Burdon, Cat Stevens, Ike & Tina Turner, Ringo Starr, Hot Tuna, King Crimson, Nick Drake, John McLaughlin, Jefferson Air-Ship, Frank Zappa, Genesis. Ogni scheda è un racconto autonomo, ogni artista è un mondo a sé.

Le sezioni finali dedicate alla New Wave e al Punk sono un ritorno alla domanda che attraversa tutto il libro. Perché il rock cambia? Perché si trasforma? Perché continua a parlare? L’autore risponde con la sua scrittura, la sua memoria, la sua capacità di far rivivere un’epoca in cui la musica era un detonatore emotivo e sociale.

Il volume si chiude come era iniziato, con una vibrazione, con la consapevolezza che la memoria non è un archivio ma un luogo vivo. Rock Memories, il terzo volume, mi appare come il più maturo, il più completo, il più necessario.



lunedì 22 giugno 2026

Steve Hackett e Steve Rothery e il nuovo album "The Roaring Waves"

 


The Roaring Waves

Steve Hackett e Steve Rothery

 

Steve Hackett e Steve Rothery presentano il loro album insieme.

L’idea che un giorno Steve Hackett potesse diventare un amico fraterno sarebbe sembrata pura fantasia al Rothery adolescente, quello che stava scoprendo i Genesis e muoveva i primi passi con la chitarra. E invece oggi i due storici chitarristi del prog annunciano ufficialmente il loro progetto comune: The Roaring Waves.

Il disco, completamente strumentale e costruito attorno al dialogo tra le loro chitarre, arriverà il 28 agosto per InsideOut Music.

Si tratta di una raccolta di sette composizioni unite da un filo conduttore preciso: il mare e la sua forza evocativa.

Rothery racconta che l’ispirazione nasce anche dai ricordi della sua Whitby: “D’inverno, durante le tempeste, si poteva sentire il fragore delle onde. Whitby era un luogo molto suggestivo in cui vivere, un luogo poetico e potente in cui crescere”.

I due musicisti spiegano che il progetto è nato in modo naturale, come estensione della loro amicizia. Hackett sottolinea che quando il rapporto umano viene prima della musica, tutto scorre senza competizione e si crea un terreno fertile per qualcosa di diverso.

Rothery sorride ricordando quanto sarebbe rimasto incredulo il sé quindicenne:

«Se aveste detto al me quindicenne… sarei svenuto», dice pensando alla passeggiata fatta con Hackett nei luoghi della sua infanzia, durante una sessione di ricerca creativa.

Sul carattere sonoro dell’album, Rothery aggiunge che ciò che li unisce è un approccio basato su melodia, atmosfera ed emozione:

Si riesce a emozionare molto di più il pubblico con poche note su una bella sequenza di accordi suonata con emozione, piuttosto che con una tecnica di sweep picking che dura cinque minuti”.

 

domenica 21 giugno 2026

Il 21 giugno del 1948 nasceva il primo 33 giri della storia della musica

 

Negozio di dischi Sperati-Savona-anni'60

Il 21 giugno del 1948 nasceva il primo 33 giri della storia della musica. L'introduzione del nuovo supporto si deve al lavoro della Columbia Records che manda di fatto in pensione il vecchio 78 giri, dando il via ad un nuovo capitolo del mercato discografico, che durerà fino alla fine degli anni Ottanta.

Il 33 giri, rispetto al suo predecessore, ha una migliore qualità del vinile e durata. Sono questi i motivi che fanno sì che il nuovo supporto soppianti progressivamente il 78 giri.

Il nome del 33 giri, conosciuto anche come Long playing (Lp), deriva dal fatto che la sua velocità di rotazione è di circa 33 giri al minuto. Per la precisione 33 giri e un terzo, l'equivalente di 100 giri completi ogni tre minuti.

Ogni vinile 33 giri ha due facciate, ognuna delle quali può riprodurre fino a 30 minuti di contenuto musicale. La durata può aumentare anche fino a 40 minuti per lato, ma ciò implica una qualità sonora leggermente inferiore

Gli ingegneri della Columbia Records cominciano a lavorare al nuovo supporto a partire dal 1939, proprio con l'obiettivo di estendere la durata del vecchio 78 giri, che ha un tempo di riproduzione di massimo 20 minuti.

Lo scoppio del secondo conflitto mondiale rallenta per ovvie ragioni lo sviluppo del nuovo supporto musicale, ma la fine della guerra permette al team della Columbia Records guidato dall'ingegner Peter Carl Goldmark di risolvere le ultime criticità tecniche.

Il 33 giri viene, quindi, finalmente lanciato sul mercato segnando una svolta epocale per il mondo della musica e mandando in soffitta il 78 giri inventato nel lontano 1894. Con il nuovo supporto viene anche introdotto l'acronimo Lp (Long playing), che verrà utilizzato in futuro anche per i Cd.

La presentazione ufficiale del 33 giri va in scena il 21 giugno del 1948 presso il Waldorf Astoria Hotel di New York City. Sarà un successo che resisterà anche all'uscita del 45 giri di un anno più tardi.

La diffusione del 33 giri non verrà scalfita nemmeno dall'arrivo delle musicassette nel corso della metà degli anni Sessanta.

Nel 1978 vengono venduti in tutto il mondo circa un miliardo di dischi 33 giri. Si tratta dell'anno che segna il massimo successo di questo supporto.

L'incisione sul disco del 33 giri avviene attraverso la tecnica del microsolco che consente al supporto di contenere più informazione e, di conseguenza, prolungarne la durata. 

La riproduzione degli Lp 33 giri avviene tramite una puntina - che può essere in diamante o zaffiro - dei giradischi, che trasmette ad un complesso elettromagnetico le irregolarità del solco sul disco.

Sui 33 giri sono stati incisi alcuni dei più famosi brani nella storia della musica e successi commerciali che hanno segnato intere generazioni, come "Hot Stuff" di Donna Summer del 1979 (nella foto la copertina originale).

La diffusione su larga scala del 33 giri viene progressivamente ridimensionata dall'avvento del compact disc verso la fine degli anni Ottanta.

Gli Lp, pur non essendo più un supporto di massa, sono comunque sopravvissuti come prodotto di nicchia e da collezione per gli appassionati.







Celebrazioni per gli 80 anni di Syd Barret

 


Celebrazioni per gli 80 anni di Syd Barrett

Concerti, un nuovo album tributo e una grande mostra a Cambridge

 

Per ricordare quello che sarebbe stato l’ottantesimo compleanno di Syd Barrett, Cambridge si prepara a una serie di iniziative speciali: un grande concerto nel luogo del suo ultimo live, un album tributo ricco di ospiti illustri e una mostra dedicata alla sua arte.

Il cuore delle celebrazioni sarà il 10 ottobre, quando il Cambridge Corn Exchange – lo stesso palco su cui Barrett si esibì per l’ultima volta nel 1972 con gli Stars – ospiterà un evento commemorativo. Sul palco saliranno Kula Shaker, Soft Machine, Men On The Border, Diana Silveira & The Psychedelic Circus, Radhika, Pünk Floyd e altri ospiti che verranno rivelati più avanti.

L’iniziativa ha il pieno sostegno della famiglia. La sorella di Barrett, Rosemary Breen, ha commentato:

La famiglia sostiene con tutto il cuore questi eventi entusiasmanti a favore di associazioni benefiche per la salute mentale. Syd sarebbe stato così felice e onorato di sapere che la sua musica è ancora apprezzata a Cambridge”.

Un album tributo con Pink Floyd, Gilmour, Bowie e molti altri 

Il giorno precedente, 9 ottobre, uscirà un nuovo album che celebra la creatività e l’eredità di Barrett. Il disco, disponibile in vinile colorato e CD, raccoglie nuove registrazioni, materiale raro e performance dal vivo selezionate con cura. La copertina, che riprende una delle immagini più celebri di Syd, è firmata da Mark Wilkinson, noto per i suoi lavori con Iron Maiden, Marillion e Judas Priest.

Il progetto, intitolato Clowns And Jugglers: The Songs Of Syd Barrett, includerà contributi di: Pink Floyd, David Gilmour, David Bowie, Nick Mason’s Saucerful Of Secrets, Soft Machine, Voyage 35, All About Eve, Rosalie Cunningham, Tim Bowness, Theo Travis, Henge, Robyn Hitchcock con John Paul Jones, e altri ancora.

Il co-organizzatore Neil Jones sottolinea il valore simbolico dell’iniziativa:

Ottant’anni dopo la sua nascita, l’influenza di Syd Barrett rimane forte come sempre. È particolarmente significativo che questa celebrazione si svolga a Cambridge, la città al centro della sua storia”.

Una mostra dedicata alla sua arte 

Dal 3 al 9 ottobre, il centro artistico Cambridge Openspace ospiterà una grande esposizione dedicata alla vita e all’immaginario creativo di Barrett. Saranno esposti dipinti originali, schizzi, stampe di grande formato e opere di artisti ospiti. Il programma includerà anche una serie di conferenze tenute dai principali biografi di Barrett, per approfondire la sua figura e il suo impatto culturale.





sabato 20 giugno 2026

Paolo "Silver" Silvestri dei The Trip – Furio Chirico’s - Intervista dopo la tournée in Giappone, tra emozioni, omaggi e nuovi progetti

 


I Trip – Furio Chirico’s sono appena rientrati dal Giappone dopo due serate al prestigioso Club Città di Kawasaki, accolti da un pubblico caloroso e da una produzione impeccabile. A pochi giorni dal ritorno, Paolo “Silver” Silvestri ha raccontato a MAT2020 com’è andata questa esperienza intensa, tra concerti sold out, incontri con i fan, lavoro in studio e nuove idee che stanno già prendendo forma.

Dopo due serate al Club Città di Kawasaki, qual è l’immagine o l’emozione che ti è rimasta più impressa tornando in Italia?

È stata un’esperienza davvero gratificante. Il pubblico giapponese ascolta con un’attenzione incredibile: devi essere preciso, perché loro comprano il CD, poi vengono a sentirti dal vivo e vogliono verificare se sei all’altezza di ciò che hai registrato in studio. Per fortuna, negli anni, tutti noi abbiamo imparato che nei live bisogna essere energici e dare il massimo, e questo loro lo apprezzano molto. Mi ha colpito anche la gente che ci aspettava in albergo per una foto o per farsi autografare un CD o un LP. Sono rimasto stupito da tutto questo, lo ammetto. Ero davvero soddisfatto dei due show. Sono rientrato in Italia dopo una settimana perché ho unito ai concerti una vacanza con mia moglie, insieme a Marco Rostagno e alla sua compagna.

Mi pare di capire che sei rimasto colpito dalla gentilezza estrema di pubblico e fonici. C’è stato un momento in cui hai percepito davvero il legame con la platea?

Sì, sono rimasto molto colpito dalla gentilezza dei fonici e del pubblico giapponese. Appena arrivati all’aeroporto di Tokyo, la produzione di Sfera Entertainment, guidata dalla nostra manager Amy Ida, ci ha portati direttamente in teatro per un incontro tecnico. Dovevamo risolvere alcune questioni legate alla gestione del palco. L’incontro è durato circa cinque ore e, dopo 24 ore di viaggio, eravamo esausti. I fonici lavorano anche di notte. Le due mattine successive entravamo in teatro verso le 9.30 per i vari soundcheck. Ti dico solo che non mi hanno lasciato collegare nemmeno un cavo: una gentilezza incredibile, sia da parte degli addetti ai lavori sia del pubblico, sempre entusiasta e accogliente. Nei giorni successivi, in giro per Tokyo, sia io sia Marco siamo stati riconosciuti per i concerti di qualche giorno prima. Pazzesco. In Italia non ci capita mai. La cultura giapponese considera il musicista una figura importante. A volte penso che dovremmo trasferirci tutti in Giappone… ovviamente scherzo.

Le due serate avevano scalette diverse. Come avete deciso cosa portare dal vivo tra Equinox, Atlantide e Caronte?

La produzione giapponese desiderava ascoltare brani sia da Equinox sia dal nuovo Atlantide 2025, oltre a pezzi storici scritti da Joe Vescovi per l’album Caronte. Abbiamo quindi deciso di rimettere in scaletta brani come Two Brothers, Ultima Ora, Ode a Jimi Hendrix e naturalmente Caronte. Sono pagine fondamentali della storia dei Trip e non potevamo sottrarci a questa richiesta. Tra le novità c’era anche Corale da Time of Change. Per l’edizione giapponese dell’LP Atlantide 2025 ho scritto un nuovo intro e un finale dedicato (Prelude), presenti solo in quella versione.

L’esecuzione dell’inno Kimi Ga Yo e il finale di Nessun Dorma sono stati momenti speciali. Come è nata l’idea?

Già dallo scorso anno, appena saputo dei due concerti in Giappone, avevo deciso di omaggiare il pubblico con il loro inno nazionale. Kimi Ga Yo è forse l’inno più corto al mondo: ho pensato di suonarlo con l’Hammond e un synth che mi permetteva interventi orchestrali. Di questo avevo informato la produzione artistica, ma non avevo detto nulla riguardo a Nessun Dorma: doveva essere una sorpresa anche per Furio, Marco e Alessio. Qualche giorno prima l’ho confidato a Marco Rostagno, che mi ha risposto: “Figo!”. Dopo la prima sera Alessio mi ha detto: “Perché non me lo hai detto? L’avrei cantata”. Così la mattina seguente l’abbiamo provata al volo durante il soundcheck e la sera era già nello show. Il pubblico giapponese l’ha apprezzata moltissimo. Per noi è stato un momento di adrenalina pura, uno di quelli che restano nel cuore.

Mi hai accennato a nuove idee sul pentagramma e al fatto che anche Rostagno e Trapella stanno scrivendo. Che direzione musicale senti emergere?

La voglia di immergerci in nuovi brani nasce anche dal cambio di formazione. L’arrivo di Alessio Trapella, voce e basso, ha dato una spinta positiva alla band. Sono bastate due prove per preparare i concerti in Giappone, e questo ci ha fatto venire voglia di scrivere nuovo materiale. Nei giorni prima della partenza ero ospite da Marco: la sera, prima di dormire, imbracciando due chitarre abbiamo tirato fuori molte idee, già ben definite. Anche Alessio sta contribuendo e penso che verrà fuori qualcosa di tosto. Naturalmente dovremo far ascoltare tutto alla produzione, ma credo che il progetto possa andare in porto. Sto già scrivendo le mie parti sul pentagramma, come faccio da sempre: è una cosa che mi affascina profondamente.

Mi hai detto che tutto è stato registrato in multitraccia e video. Cosa ti piacerebbe vedere in un eventuale vinile o CD?

La produzione italiana, insieme a quella giapponese, ha registrato entrambi gli show e sembra interessata a pubblicare un live, o forse più di uno. Bisognerà ascoltare bene tutto il materiale per capire cosa è venuto meglio. Penso che entrambi i concerti siano di alto livello, anche se forse il secondo è riuscito meglio: avevamo dormito qualche ora in più ed eravamo più freschi. Sono state fatte anche riprese video. Non so cosa deciderà la produzione italo-giapponese, ma un DVD sarebbe fantastico. Ho visto qualche clip e sono rimasto a bocca aperta: ho pensato “Ma siamo noi?”. I fonici giapponesi hanno fatto un lavoro incredibile. Anche da un semplice telefonino sembrava un disco.

Parli di una grande amicizia nata con Marco negli ultimi mesi. Quanto conta l’intesa personale nel suonare musica così intensa?

L’amicizia con Marco nasce dal nostro amore per la musica. Abbiamo un grande rispetto reciproco, ma andiamo d’accordo anche su molte altre cose: non parliamo solo di musica. Lui è molto più giovane di me e mi trasmette un’energia incredibile, mi spinge a mettermi in gioco. Con lui non riesco mai a sentirmi “vecchio”. A volte mi guarda e mi dice “Daje sec” o “Meraviglioso”. Sì, il nostro rapporto è proprio così: meraviglioso.

Portare in giro repertori storici come Caronte comporta responsabilità e libertà. Come vivi questo equilibrio?

Ho una grande stima per ciò che Joe Vescovi ha creato nella storia dei Trip. Ho sempre pensato che fosse il vero fulcro della band, e non mi sbagliavo. Quando suono i suoi brani cerco di farlo con coscienza, senza buttare note a caso. Allo stesso tempo, col tempo ho imparato a essere me stesso. Quando incido un nuovo album non ascolto musica per non farmi influenzare. Ad esempio, in Caronte con Furio eseguo una frase un’ottava sopra rispetto alla versione originale: non per vantarmi, ma perché è il mio modo di suonare. Furio lo ha capito e mi ha lasciato “strada libera”, perché il brano funziona e questo è ciò che conta. Nel rifacimento di Atlantide 2025 ho aggiunto più parti tastieristiche: tra Hammond e synth sono quattro o cinque linee. Dal vivo è impegnativo, ma sulle cose difficili mi diverto. Poi, se riescono sempre, è un altro discorso.

Tra un possibile live, un nuovo album e nuove idee, cosa ti entusiasma di più del futuro dei Trip – Furio Chirico’s?

Sia i live sia i possibili nuovi album mi entusiasmano, ma ciò che più mi piace è il rapporto che si è creato tra noi quattro. Ci vediamo poco, ma quando succede c’è un grande affiatamento. Da quando è arrivato Alessio la band è cresciuta molto: ci ascoltiamo, lavoriamo con attenzione e arriviamo rapidamente alla miglior esecuzione possibile. Sono musicisti che non hanno bisogno di presentazioni, con anni di esperienza e studio alle spalle. E soprattutto ci divertiamo come quindicenni alla prima prova. In fondo, è questo ciò che conta.




venerdì 19 giugno 2026

In ricordo di Nick Drake, un genio malinconico nato il 19 giugno 1948

 


Il 19 giugno 1948 segna la nascita di Nicholas Rodney Drake, un artista il cui impatto sulla musica folk e rock è, a decenni di distanza dalla sua prematura scomparsa, ancora profondo e risonante.

Nick Drake è stato un cantautore britannico la cui breve ma intensissima carriera ha lasciato in eredità tre album che, pur non avendo riscosso successo commerciale ai tempi, sono oggi considerati capolavori imprescindibili.

Drake era un musicista di rara sensibilità, capace di tessere melodie intricate e testi poetici che esploravano temi di malinconia, solitudine e bellezza. La sua musica, spesso caratterizzata da accordature aperte e un fingerpicking virtuosistico alla chitarra acustica, creava atmosfere intime e contemplative, quasi eteree. Brani come "Pink Moon" "Northern Sky" e "River Man" sono esempi emblematici della sua arte, capaci di evocare immagini vivide e stati d'animo complessi con una delicatezza sorprendente.

Nonostante il riconoscimento sia arrivato postumo, l'influenza di Nick Drake è innegabile. Artisti di generi diversi, dal folk al rock alternativo, hanno citato la sua opera come fonte d'ispirazione, ammirando la sua originalità e la sua integrità artistica. La sua musica è stata riscoperta e valorizzata da nuove generazioni di ascoltatori, grazie anche all'inclusione in colonne sonore di film e spot pubblicitari che ne hanno ampliato la notorietà.

La vita di Drake fu segnata da una profonda introversione e da una battaglia con la depressione, che lo portò a isolarsi progressivamente. La sua morte, avvenuta nel 1974 a soli 26 anni, ha avvolto la sua figura in un alone di tragica leggenda, alimentando il mito del "poeta maledetto" della musica.

A dispetto della sua breve esistenza, Nick Drake ha creato un'opera senza tempo, un tesoro nascosto che continua a svelare nuove sfumature ad ogni ascolto.

giovedì 18 giugno 2026

Paul McCartney: un'icona musicale inossidabile nata il 18 giugno

 

 

Dalle leggendarie melodie dei Beatles a un'incessante carriera solista: un viaggio nel cuore pulsante della musica con Paul McCartney


Compie 84 anni oggi Sir James Paul McCartney, un nome che risuona con riverenza nel panorama musicale globale, incarna più di mezzo secolo di innovazione, melodia indimenticabile e un impatto culturale duraturo. Dalle umili origini a Liverpool fino al suo status di leggenda vivente, la sua traiettoria artistica è una narrazione avvincente di talento grezzo, incessante creatività e una capacità unica di connettersi con il cuore e l'anima di milioni di persone.

La sua ascesa alla fama come membro fondatore dei Beatles ha segnato una svolta nella storia della musica popolare. Insieme a John Lennon, George Harrison e Ringo Starr, McCartney ha ridefinito i confini della composizione, dell'arrangiamento e della performance musicale. Il suo innato talento melodico, la sua versatilità strumentale e la sua abilità lirica hanno contribuito in modo significativo al catalogo rivoluzionario della band, che continua a influenzare generazioni di musicisti e appassionati. Canzoni come "Yesterday", "Let It Be" e "Hey Jude" non sono solo successi commerciali, ma anche pietre miliari culturali che testimoniano la sua genialità compositiva.

Dopo lo scioglimento dei Beatles, un evento che scosse il mondo della musica, McCartney non si adagiò sugli allori. La sua carriera post-Beatles è stata un'esplorazione audace e prolifica di diversi generi musicali e collaborazioni artistiche. La formazione dei Wings, insieme alla sua compianta moglie Linda McCartney, ha dimostrato la sua capacità di reinventarsi e di raggiungere nuove vette di successo. Album come Band on the Run e Venus and Mars hanno consolidato il suo status di forza creativa indipendente, sfornando ulteriori successi che sono entrati nell'immaginario collettivo.

Oltre al rock e al pop, McCartney ha dimostrato una notevole apertura mentale e curiosità artistica, avventurandosi nel mondo della musica classica, della musica elettronica e delle colonne sonore cinematografiche. Le sue collaborazioni con rinomati direttori d'orchestra e altri artisti testimoniano la sua versatilità e il suo desiderio costante di superare i confini creativi.

L'impatto di Paul McCartney trascende la sua produzione musicale. Il suo impegno per i diritti degli animali, la conservazione ambientale e l'educazione musicale lo hanno reso una figura influente anche al di fuori del palcoscenico. La sua longevità nella musica, mantenendo una rilevanza artistica e un'energia performativa sorprendenti, è una fonte di ispirazione per artisti di tutte le età.

In definitiva, Paul McCartney non è solo un musicista; è un'istituzione culturale. La sua musica ha fornito la colonna sonora a innumerevoli vite, le sue melodie sono diventate parte del tessuto della nostra esistenza e la sua eredità continua a evolversi con ogni nuova generazione di ascoltatori. Esplorare la sua carriera attraverso un libro significa intraprendere un viaggio affascinante attraverso la storia della musica moderna, testimoniando la genialità di un artista che ha plasmato il suono del nostro tempo e che continua a incantarci con la sua inesauribile creatività.




Paul McCartney compie gli anni e il mondo della musica respira ancora con lui

 

Paul McCartney festeggia oggi il suo compleanno e la ricorrenza offre l’occasione per tornare a riflettere sul percorso di un artista che ha segnato in modo profondo la storia della musica contemporanea. La sua figura unisce generazioni diverse e continua a parlare a un pubblico vasto, un pubblico che riconosce nelle sue melodie un patrimonio condiviso e sempre vivo.

Ci sono artisti che attraversano il tempo come se il tempo stesso fosse un loro collaboratore. Paul McCartney appartiene a questa categoria rara. Ogni suo compleanno diventa un momento collettivo, quasi un rito, in cui la storia della musica torna a farsi presente e viva.

McCartney non è soltanto l’ex Beatle che ha scritto melodie entrate nella memoria del mondo. È un autore che ha saputo reinventarsi più volte, passando dalla spinta creativa degli anni Sessanta alla libertà degli Wings, fino alle esplorazioni più intime degli ultimi decenni. La sua voce ha cambiato forma, il suo modo di scrivere si è trasformato, ma la sua capacità di trovare una linea melodica che sembra esistere da sempre rimane intatta.

Ogni anno che passa aggiunge un nuovo strato alla sua figura. Non un monumento, ma un artista che continua a muoversi. I suoi concerti recenti mostrano un’energia che sorprende chiunque lo osservi dal vivo. La sua presenza sul palco ha qualcosa di familiare e allo stesso tempo di irripetibile. È come assistere a un dialogo continuo tra passato e presente, tra ciò che è stato e ciò che ancora può essere.

Il suo compleanno diventa allora un’occasione per guardare indietro senza nostalgia. Yesterday, Let It Be, Maybe I’m Amazed, Blackbird non sono soltanto canzoni. Sono punti cardinali di un linguaggio musicale che ha cambiato il modo di ascoltare e di scrivere. Ogni generazione trova in quei brani un riflesso diverso, un’emozione che si rinnova.

McCartney ha sempre avuto un rapporto speciale con la semplicità. Le sue melodie sembrano immediate, ma dietro quella immediatezza c’è un lavoro minuzioso, un’attenzione al dettaglio che pochi compositori possiedono. La sua forza sta proprio in questo equilibrio tra naturalezza e precisione, tra istinto e artigianato.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, la sua figura appare più che mai luminosa. Non come un’icona distante, ma come un artista che continua a parlare al presente. La sua musica accompagna i momenti quotidiani, entra nelle case, attraversa le città, resta nelle cuffie di chi cammina per strada. È una presenza discreta e costante.

Festeggiare Paul McCartney significa riconoscere quanto la musica possa essere un ponte tra epoche diverse. Significa ricordare che una melodia può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Significa celebrare un uomo che ha dato forma a emozioni che ancora oggi ci sorprendono.

E mentre il calendario segna un altro anno, la sua musica continua a scorrere come un fiume che non smette di trovare nuove direzioni. Un fiume che porta con sé la storia del pop, del rock, della canzone d’autore. Un fiume che continua a fluire grazie alla sua inesauribile curiosità.

Buon compleanno, Paul. La tua musica continua a insegnarci che la bellezza può essere semplice, profonda e sempre nuova.








Ricordo di Claudio Rocchi: Volo Magico n.1


Il 18 giugno del 2013, all'età di 62 anni, ci lasciava Claudio Rocchi, a causa di una malattia degenerativa.

A lui ho dedicato molte pagine, utilizzando spesso il pensiero di chi lo ha conosciuto bene da vicino.

Oggi, per ricordarlo, lascio che sia la musica a condurre il gioco e ripropongo per intero Volo Magico n.1, suo secondo album, del ‘71, considerato dalla critica il migliore, in virtù di una sorprendente maturazione sul piano musicale, con qualche equilibrata concessione a stilemi tipicamente rock, e con un valido gruppo di musicisti, tra cui spicca alla chitarra elettrica un giovanissimo Alberto Camerini, allora semplice session-man.

L’album conteneva una suite, che occupava l’intero lato A, caratterizzata da un ipnotico sapientissimo crescendo per certi versi (inconsciamente?) ispirato dalla coeva Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, mentre la seconda facciata presentava, tra gli altri, forse il suo brano-manifesto, il brevissimo ma pregnante La Realtà Non Esiste.

Ascoltiamolo…

 

1.    Volo magico n.1 (18:33)

2.    La realtà non esiste (2:11)

3.    Giusto amore (10:59)

4.    Tutto quello che ho da dire (4:06)

 

MUSICISTI

·         Claudio Rocchi - voce, chitarra 12 corde, chitarra acustica & chitarra elettrica + tubo, cori

·        Alberto Camerini- chitarra 6 corde, chitarra acustica & chitarra elettrica, cori

·        Ricky Belloni - chitarra elettrica, cori

·         Eno Bruce - chitarra 6 corde, chitarra acustica, basso, cori

·       Lorenzo Vassallo- batteria, percussioni

·         Eugenio Pezza - pianoforte, organo, mellotron, campanelli

·       Donatella Bardi - voce, cori

·         Gigi Belloni - cori

·         Michel Kanah - cori

·       Gianfranco Lombardi – cori 

Suonano in La realtà non esiste:

·         Eugenio Pezza - pianoforte

·         Claudio Rocchi - voce

Suonano in Tutto quello che ho da dire:

·         Claudio Rocchi - pianoforte, voce

·         Eugenio Pezza - mellotron