martedì 15 settembre 2026

Il 15 settembre 2004 ci lasciava Johnny Ramone


Il 15 settembre 2004 moriva a Los Angeles Johnny Ramone, l'uomo che contribuì a costruire il punk rock, mattone su mattone, nota dopo nota. Aveva 55 anni e da tempo combatteva la sua battaglia personale contro il cancro alla prostata. Con la sua scomparsa, se ne andò il terzo membro fondatore di una band che cambiò la musica per sempre.

Mentre i riflettori spesso erano puntati sul carisma di Joey Ramone o sulla follia di Dee Dee, Johnny era la forza motrice, il martello che batteva il tempo. Il suo stile chitarristico era tanto semplice quanto rivoluzionario: una raffica incessante di accordi in "downstroke", suonati con una velocità e una precisione maniacale. Non c'erano assoli, non c'erano fronzoli inutili. Il suo era un muro di suono compatto, un'onda d'urto che ha definito l'estetica del punk.

Johnny non era un virtuoso, ma non ne aveva bisogno. La sua tecnica era funzionale a un unico scopo: creare un'energia viscerale, cruda e implacabile. Ascoltare canzoni come "Blitzkrieg Bop" o "I Wanna Be Sedated" significa captare la sua chitarra che macina senza sosta, spingendo il brano in avanti come un treno merci impazzito. Era la disciplina, la coerenza e la brutalità sonora del punk, il suo cuore pulsante.

Johnny non era solo un musicista; era l'anima e la mente manageriale dei Ramones. Rigido, testardo e con una visione chiara, era lui a tenere saldamente le redini della band, assicurandosi che il loro sound rimanesse fedele alle origini. Le sue posizioni politiche, apertamente conservatrici, lo distinguevano dal resto della scena punk, rendendolo una figura ancora più complessa e controversa, ma sempre autentica.

La sua scomparsa, a soli tre anni di distanza da quella di Joey e due da quella di Dee Dee, segnò la fine di un'epoca. Con la morte di Johnny Ramone, il trio che creò il sound originale scomparve. Ci rimane il loro inestimabile lascito: canzoni da tre minuti che hanno ispirato generazioni di musicisti a prendere in mano una chitarra, a scordarsi le regole e a suonare il rock'n'roll per il puro piacere di farlo. La sua musica continua a vivere in ogni accordo, in ogni pogo, in ogni giovane band che suona con il cuore in mano.

 





Ricordando Richard Wright



Il 15 settembre del 2008 ci lasciava, a 65 anni, Richard Wright, uno dei padri dei Pink Floyd, tastierista e compositore dopo l'uscita dal gruppo di Syd Barrett.
Lo voglio ricordare con un articolo trovato in rete in quei giorni…

"Si è spento ieri Richard Wright, co-fondatore e tastierista dei sempre e per sempre leggendari Pink Floyd, «dopo una breve lotta contro il cancro», così la famiglia, tramite un portavoce, ne ha dato l'annuncio, senza fornire ulteriori particolari, ma chiedendo il rispetto della privacy. Richard William "Rick" Wright (questo il nome completo), era nato a Londra 65 anni fa, unico nella formazione originale della band britannica a non essere originario della provincia.
Da adolescente frequenta brevemente il London College of Music, formandosi alla musica jazz. Ma l'esperienza dura poco e presto si iscrive ad Architettura dove incontra due dei suoi futuri compagni, Roger Waters, autore di tutti gli anni migliori della band, e Nick Mason.
Nel 1963 nascono i Pink Floyd.
Con Waters, Wright e Mason c'è anche Syd Barrett (morto il 7 luglio del 2006, a 60 anni, dopo anni passati a inseguire i fantasmi della propria mente), che in seguito viene sostituito dal raffinato David Gilmour.
Ed è proprio dopo l'uscita di Barrett dal gruppo che Wright ne diviene il compositore melodico, dando l'impronta decisiva ad alcuni fra i brani più famosi come "A Saucerful of Secrets", "Echoes", e "Shine on You Crazy Diamond".
Suoi anche alcuni fra i pezzi di maggior successo commerciale: le due canzoni dell'album "Dark Side of the Moon", del 1973: "The Great Gig in the Sky" e "Us and Them", e "Keep Talking", tratta da "The Division Bell "del 1994.
Impossibile, poi, non ricordare "Sysyphus", dell'album "Ummagumma", del1969, e "Summer '68 ", dell'album " Atom Heart Mother", del 1970.
Durante la registrazione di "The Wall", del 1979 scoppia la bufera: Roger Waters chiede a Wright di andarsene.
La causa è lo scarso rendimento, causato, lo accusa, da un eccessivo uso di cocaina.
Wright smentisce, ma se ne va anche se continua a suonare nei concerti del 1980 e 1981 che promuovono l'album, ma solo come musicista.
L'album successivo, "The Final Cut" (1983), dedicato alla memoria del padre di Waters, morto ad Anzio durante la guerra e ultimo disco della formazione originaria, è l'unico a cui Wright non contribuisce come autore.
Ormai è definitivamente allontanato da gruppo.
Nel 1984 forma un gruppo con Dave Harris, gli Zee.
Ma il primo album, "Identity", è un completo insuccesso.
Nel 1987 viene chiamato da Gilmour per dare una mano durante le session conclusive di "A Momentary Lapse of Reason" e poi formalmente "reintegrato" a pieno titolo come membro del gruppo con l'album "Delicate Sound of Thunder "(1988).
Nell'album successivo, "The Division Bell" (1994), scrive cinque canzoni e canta "Wearing the Inside Out.

Incoraggiato dal decisivo contributo fornito a The Division Bell, nel 1996 Wright pubblica il suo secondo album da solista, "Broken China", in cui tra gli ospiti appaiono talenti come Sinead O'Connor, Pino Palladino e Tim Renwick.


Nel frattempo gli screzi e le battaglie legali per il possesso del nome sembrano aver irrimediabilmente allontanato Waters dagli altri musicisti e sembra quindi un piccolo miracolo vederli di nuovo tutti e quattro, nel luglio del 2005, sul palco del Live 8, in Hyde Park.
L'anno seguente Wright ritorna nello studio di registrazione con Gilmour, per collaborare con lui ancora una volta, al terzo album da solista di quest'ultimo, "On an Island", suonando in due brani.
Erano proprio loro i propiziatori di una possibile, futura reunion dello storico gruppo al completo.
Ma ora ogni sogno è svanito per sempre".




giovedì 10 settembre 2026

Patti Smith Group Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979


Patti Smith Group
Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979

“Ne ho abbastanza. E’ finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.



Firenze fu il nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il nostro ultimo lavoro. In uno stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”


Patti Smith ricorda bene quello show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000 persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi. Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adorato Rembaud, e Rilke, e Jean Genet, un posto lo riservava anche a Papa Luciani, l’effimero Papa del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco (Wave) in foto e parole: “La musica è riconciliazione con Dio”.

Il giorno prima del concerto di Bologna Patti Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”. Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.





Auguri a Barriemore Barlow

Compie gli anni Barriemore “Barrie” Barlow, nato il 10 settembre del 1949.
È stato il batterista dei Jethro Tull dal 1971 al 1980, contribuendo alla realizzazione di dieci album, compreso il live Bursting Out, in cui sono apprezzabili la sua eccellente tecnica e il suo talento; notevole il suo assolo nel brano Conundrum, al punto tale che John Bonham arriverà a definirlo come il miglior batterista rock inglese di tutti i tempi.

Sconvolto dalla morte del bassista John Glascock - http://athosenrile.blogspot.com/search/label/John%20Glascock -, Barlow lasciò i Jethro Tull nel 1980, dopo aver completato la tappa finale del tour Stormwatch.

In seguito collaborerà a diversi progetti insieme ad artisti del calibro di Robert Plant, John Miles e Jimmy Page.
Si segnala anche il suo contributo nell'album Rising Force, di Yngwie Malmsteen.

Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo pochi anni fa, e posso raccontare un piccolo aneddoto.

Era il 2008 e l’occasione era la Convention dei Jethro Tull ad Alessandria, una delle più importanti, perché celebrativa dei cinquant'anni di storia dei Tull.

Molti i fan, importanti le cover band, ma anche tanti ex J.T.
Era presente perfino Jeffrey Hammond Hammond, ormai pittore a tempo pieno e probabilmente incapace di riproporsi come bassista, ma l’importanza dell’evento commemorativo aveva coinvolto anche lui.

Il set del pomeriggio era dedicato alle cover ed esisteva un gruppo base su cui far ruotare altri artisti.
La band erano i romani OAK di Jerry Cutillo.
E venne il momento di eseguire Aqualung.
Sul palco, oltre al leader, flautista chitarrista Jerry, c’erano Lorenzo Costantini alla chitarra e Claudio Maimone al basso. Carlo Fattorini, il batterista, aveva lasciato spazio a chi quel brano storico lo aveva interpretato sino dalla sua nascita, Barrie Barlow.
Io ero a pochi metri da lui.
Jerry e Barrie confabularono ridacchiando, prima di “partire”.
Esecuzione strepitosa, e Barlow che sembrava esattamente quello di 40 anni fa.
A fine brano Cutillo confessò pubblicamente le iniziali preoccupazioni del batterista, che da molto non suonava il brano: “E meno male che avevi paura di non ricordati il pezzo!”
Questo è Barrie, fantastico batterista e campione di umiltà!

Barrie sul palco serale( Convention Alessandria 2008)





mercoledì 9 settembre 2026

John Lennon: "Imagine", un disco senza tempo! Riascoltiamolo...

 


Album: Imagine

Artista: John Lennon

Pubblicazione: 9 settembre 1971 USA-8 ottobre 1971 GB

Durata: 39:29

Etichetta     Apple/EMI

Produttore John Lennon, Yōko Ono e Phil Spector

 

"Imagine" è il secondo album in studio da solista di John Lennon, pubblicato nel 1971. È un album iconico che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica e ha contribuito a consolidare la figura di Lennon come uno dei più importanti artisti del suo tempo.

L'album si apre con la celebre traccia che dà il nome all'intero progetto, "Imagine", una canzone che è diventata un inno per la pace e l'unità, con un messaggio potente e universale. Il testo poetico e le melodie semplici ma efficaci rendono la canzone un classico senza tempo.

Il resto dell'album presenta una combinazione di canzoni che spaziano tra diversi stili musicali: da ballate intime come "Jealous Guy" e "Oh My Love" a brani più rock come "It's So Hard" e "Gimme Some Truth", diversificazione in cui Lennon dimostra una versatilità artistica impressionante. Le canzoni sono scritte con grande sincerità e profondità emotiva, e toccano temi come l'amore, la politica, la religione e la speranza.

Una delle tracce più significative dell'album è "Gimme Some Truth", una canzone carica di rabbia e disillusione verso l'establishment politico e l'ipocrisia della società. Lennon utilizza la sua voce potente e le parole taglienti per esprimere il suo disgusto verso la situazione politica del tempo, rendendo la canzone un inno per coloro che cercano il cambiamento.

"Imagine" è anche notevole per la sua produzione impeccabile. Phil Spector, il leggendario produttore, ha creato con Lennon un suono pulito e coinvolgente. Le tracce sono ben arrangiate, con un'attenzione particolare per gli arrangiamenti orchestrali che enfatizzano le emozioni delle canzoni.

Che dire ancora… un album eccezionale, che ha avuto un impatto duraturo sulla musica e sulla società. Lennon ha dimostrato di essere un cantautore straordinario e un artista impegnato, trasmettendo messaggi di pace, amore e speranza attraverso le sue canzoni. Il disco continua a ispirare e a toccare il cuore di molte persone anche dopo più di cinquant'anni dalla sua pubblicazione, confermando la sua importanza e il suo valore artistico senza tempo.


Curiosità

All'uscita del disco, Rolling Stone lo recensì abbastanza freddamente, descrivendolo con le seguenti parole: “Contiene una sostanziale porzione di buona musica, ma, se lo paragoniamo all'album precedente (di molto superiore), ci sono avvisaglie della possibilità che i suoi messaggi sembreranno presto non solo noiosi ma anche irrilevanti".

Nel 2003, “Imagine” si piazzò all'80º posto nella classifica di Rolling Stone dei 500 migliori dischi di tutti i tempi!

Copertina

La copertina mostra un ritratto in primo piano di Lennon estrapolato da una Polaroid scattata da Yoko Ono. Il concept originale per la copertina proviene da una fotografia di Lennon scattata da Andy Warhol. La fotografia del retrocopertina è anch'essa opera di Yoko Ono. Sempre sul retro è presente una citazione tratta dal libro “Grapefruit” della Ono (del quale i Lennon stavano all'epoca promuovendo la ristampa in Gran Bretagna): "Imagine the clouds dripping. Dig a hole in your garden to put them in."

Come inserto interno, era presente una cartolina con una foto di Lennon che tiene per le orecchie un maiale (ironico riferimento alla copertina dell'album “Ram”, di Paul McCartney, dove Paul teneva per le corna un montone).

 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Lato A

Testi e musiche di John Lennon.

1.Imagine– 3:07

2.Crippled Inside – 3:47

3.Jealous Guy – 4:14

4.It's So Hard – 2:25

5.I Don't Wanna Be a Soldier Mama, I Don't Wanna Die – 6:05

Lato B

Testi e musiche di John Lennon, tranne dove indicato diversamente.

6.Gimme Some Truth – 3:16

7.Oh My Love – 2:44 (Lennon, Yōko Ono)

8.How Do You Sleep? – 5:36

9.How? – 3:43

10.Oh Yoko! – 4:20

 


Formazione

John Lennon – voce (tutte le tracce), piano (1, 7 & 9), chitarra elettrica (2, 4-6, 8 & 10), chitarra acustica (3), fischio (3), armonica (10)

George Harrison – dobro (2), slide guitar (5, 6 & 8), chitarra elettrica (7)

Nicky Hopkins – tack piano (2), piano (3, 5, 6, 9 & 10), piano elettrico (7 & 8)

Klaus Voormann – basso (tutte le tracce, tranne la 2), contrabbasso (2)

Alan White – batteria (1 & 6-10), vibrafono (3 & 5), tingsha (cimbali tibetani) (7)

Jim Keltner – batteria (2, 3 & 5)

Jim Gordon – batteria (4)

King Curtis – sassofono (4 & 5)

John Barham – harmonium (3), vibrafono (9)

Joey Molland, Tom Evans – chitarra acustica (3 & 5) (riportati come "Joey and Tommy of Badfinger")

John Tout – piano (2 & 8) (incorrettamente riportato come "chitarra acustica")

Ted Turner – chitarra acustica (2 & 8)

Rod Linton – chitarra acustica (2, 6, 8 & 10)

Andy Davis – chitarra acustica (6 & 8-10)

Mike Pinder – tamburello (3 & 5)

Steve Brendell – contrabbasso (2), maracas (5)

Phil Spector – armonie vocali (10)

The Flux Fiddlers (membri della New York Philharmonic) – orchestrazione (1, 3-5, 8 & 9)

Crediti

John Lennon, Yōko Ono e Phil Spector – produttore

Yōko Ono – fotografie

Registrato presso Ascot Sound Studios (Ascot, Berkshire, Regno Unito), Record Plant (New York, Stati Uniti) e Abbey Road Studios (Londra, Regno Unito)









Compie gli anni Wazza


Compie gli anni oggi, 9 Settembre, Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza.

Nel primo numero di MAT2020 lo convinsi a raccontare una storia romanticomusicale, la sua storia e quella di Gemma, la dolce consorte.

È anche il racconto di un’epoca che non tornerà più ma che molti di noi hanno avuto la fortuna di poter vivere.

Pubblico uno stralcio di quell’articolo, così, tanto per ricordare…


Ciao ... 2001

Parlare di Ciao 2001 è come raccontare di un caro amico d'infanzia, con cui hai diviso solo le cose belle e spensierate della gioventù, prima dei problemi, le responsabilità, la maturità (!) degli anni a seguire.

Ho iniziato a leggere, e quindi acquistare Ciao 2001, credo nel 1971, sicuramente visto per la prima volta nelle mani di amici "più grandi", appassionati di musica.

E già, perché Ciao 2001 era la Bibbia del rock, il Melody Maker dei poveri, l'unico strumento utile per avere notizie in anteprima del magico mondo rock. Internet, le notizie in tempo reale, non erano neanche nella mente del più ottimista- progressista... potevi sapere qualcosa di musica in quei pochi programmi radiofonici esistenti, come "Supersonic-dischi, Mach 2",(ricordate la storica In-a-gadda -da-vida, degli Iron Batterflay, come sigla?), "Pop-off", "Radio 21 e 29","Alto gradimento", ma sì anche "Hit Parade" del grande Lelio Luttazzi (le radio libere, ancora non esistevano..), o "Voi ed Io", la mattina, che aveva come sigla "House of the King" dei Focus, (e noi ingenui per anni a credere che era un inedito dei Jethro Tull, tipo 17"), spesso ascoltati con radioline portatili appoggiate sul cuscino, perché quella "grande" era usata dai genitori!

Oppure in Tv… "Speciale per voi"," Adesso Musica", "Speciale 3 milioni", "Under 20"(se non sbaglio in onda il sabato pomeriggio), " Pop studio", che andavano tutti in onda in seconda serata, e dovevi discutere per vederli, dato che le 22.00 degli anni '70 equivalevano alle 02.00 di oggi. "... mà chè tè stai a vedè... và'ddormì, che domani te devi arzà presto...", questo era il commento più pacato!

Quindi Ciao 2001 era qualcosa di personale, che ti "sparavi" dalla prima all'ultima pagina senza che nessuno ti potesse rompere. Ogni lunedì c'era il rito di andare in edicola, nel mio specifico dalla "mitica" Armeda, la giornalaia che aveva questo bazar, giornali, bombole per il gas, detersivi, che già frequentavo da "pischello", dove lasciavo regolarmente la "paghetta"acquistando montagne di figurine Panini, o il famoso pallone Super Tele che si bucava sempre, luogo dove le cose più vendute erano il Corriere dello Sport (per gli sportivi) e Le Ore o Caballero (per chi prediligeva il sesso), e ogni volta che chiedevi "… è uscito Ciao 2001?",  lo prendeva dallo scaffale, guardava la copertina e poi te lo porgeva, con una faccia tra l'incredulo e il compassionale, come se volesse dire... povera madre!

Ciao 2001 era un giornale "stupefacente" (non solo perchè il 50% di chi lo leggeva si faceva le canne...), ma perché si occupava di tutte le tematiche musicali e giovanili. In seconda di copertina c'era "Orientamenti Professionali", che dava indirizzi e notizie sul mondo del lavoro, (già allora), poi le "Lettere al direttore", dove la gente scriveva (all'epoca si scriveva… cazzo come si scriveva!), di vari problemi anche esistenziali, "L'angolo del Pop" con la tribuna dei lettori, domande e risposte sul mondo musicale, "Fermate il mondo voglio scendere", ogni volta con una notizia da discutere; poi quei begli articoli musicali, con foto a colori ed in bianco e nero, interviste, recensioni di concerti, "Mininotizie", le novità in pillole dall' Inghilterra ed America (per sentirsi sempre aggiornati), "Sotto le note", le traduzioni in italiano degli album più importanti, "Psicologia & Psicanalisi" (non ci facevamo mancare niente…). Rubriche sul cinema, motori, jazz, recensioni di dischi, le classifiche, i poster, gli adesivi, ed infine "Help", che era una specie di megafono per i lettori, dove ognuno poteva dire qualcosa, scrivere poesie, cercare o vendere dischi, strumenti musicali e quant'altro.

E fu proprio Help che mi "cambiò la vita", e premetto che non avevo mai scritto a Ciao 2001, anche se più di una volta ne ero stato tentato, magari per difendere i miei musicisti preferiti che qualcuno aveva osato criticare.

Sicuramente era novembre del 1974, non ricordo il numero, ma sulla copertina c'era Lucio Battisti; come al solito me lo leggo tutto, arrivo ad Help e tra i vari annunci leggo "Cedo a chi desidera, poster di Billy Preston, Osanna, Lou Reed, Jethro Tull, Pink Floyd; in cambio cerco foto o articoli su David Bowie". L'indirizzo era di una ragazza di Tivoli.

All'epoca ero al metadone con i Jethro Tull, bastava leggere il nome e mi saliva l'ormone… ero con un amico, "Ahò, mò quasi quasi jè scrivo…". Lui mi incoraggiò, presi carta e penna, rimediai tutto quello che avevo su Zyggy e glielo mandai; dopo una settimana mi rispose mandandomi il poster di centro pagina di Ciao 2001, quello dei Tull vestiti stile 700 che giocano a carte; faccio finta di stupirmi, le faccio credere che non l'avevo (!!??), ed inizio un lungo rapporto epistolare con lei, raccontandoci a vicenda dei "nostri problemi giovanili" e delle nostre simpatie musicali.

Mi confesserà poi che gli avevano scritto "un botto" di persone, ma per qualche strano gioco del destino aveva continuato a scrivere solo a me.

Ci scambiamo i numeri del telefono "fisso", e una sera mi faccio coraggio e la chiamo proponendole di vederci, visto che Ariccia -Tivoli, in fondo non sono così lontane (anche se non avevo la macchina)

Una domenica di febbraio 1975 programmiamo "l'incontro", prendo il pullman Roma-Tivoli, nel vecchio capolinea di via Gaeta ( i romani sanno...), carico di poster, vecchi Ciao 2001; per riconoscerci c' eravamo scambiati delle foto (tipo giornali dei cuori solitari); lei venne accompagnata dalla sorella, rimasi a bocca aperta dalla bellezza e dal sorriso di questa sedicenne (beh pure io capellone, senza barba, magro, alto 1.80 e con i ray-ban, facevo la mia sporca figura!); dopo i convenevoli della presentazione rimandammo la sorella a casa ed iniziò questo rapporto che dura da 39 anni, prima come amica , poi fidanzata, poi moglie, poi madre delle mie figlie… poi tutta la mia vita: quella sedicenne era Gemma, che molti di voi hanno conosciuto, perché complice nelle mie scorribande musicali italiane ed estere, molto adrenaliniche all'epoca, più "ingessate" adesso!

Quindi ho un "grosso debito" con Ciao 2001, che oltre ad avermi "educato" alla musica mi ha anche fatto trovare la compagna ideale della mia vita; questo nome, Ciao 2001, che all'epoca evocava un anno lontanissimo, dove credevamo che le macchine avrebbero volato, con la possibilità di chiuderle a mò di valigia  (tipo il cartoon dei Pronipoti), dove tutti saremmo stati vestiti con il domopak, ed invece oggi siamo qui, con tanta tecnologia e pochi sentimenti, con un imbarbarimento culturale, con I-Pod e "sagra delle porchetta" che vanno a braccetto, mentre imploriamo i santi, ma poi li portiamo in spalla nelle sagre paesane, protestando solo on-line, perché pensiamo che basta cercare su google per sapere tutto, quando invece non sappiamo un'emerita ceppa.

Non vorrei fare il nostalgico, ma con la fine Ciao 2001 si è chiusa un'epoca, e solo chi l'ha vissuta può capire. Come dimenticare gli artefici di quel giornale, dal direttore Saverio Rotondi, ai giornalisti Enzo Caffarelli, Manuel Insolera, Fiorella Gentile, Maurizio Baiata, Dario Salvatori, Michel "trashman" Pergolani, Armando Gallo, amati ed odiati a seconda di quello che scrivevano, perché oltre ad ascoltarli, di certi musicisti eravamo "tifosi".

Ogni tanto ne sfoglio qualche vecchia copia, e mi sembra di vedere l'album dei ricordi... sì "qualche copia" perché molti mi chiedono se ho ancora le annate complete... purtroppo no, perché lo "sfruttavo" fino all'ultimo, e ogni anno con i vecchi numeri (in me non albergavano le pippe mentali del collezionismo...) ci rivestivo le pareti della mia stanza (vedi foto), così facevo risparmiare i soldi della carta da parati a mia madre, ed avevo la cameretta più "figa" del mondo!

All'epoca uscirono altri magazine, Rockstar, Muzak, Sound, Nuovo Sound, Gong, Popstar, ma nessuno sarà mai rinpianto e ricordato come Ciao 2001!

Nel mio piccolo ho cercato di rendere omaggio a Ciao 2001 nell' occasione di Prog Exhibtion 2010, facendo il logo della t-shirt ufficiale (con l'aiuto del Roger Dean della Garbatella, Glauco Cartocci), come un'immaginaria copertina di Ciao 2001, modificandola in 2010...

Ciao 2001 forever...

WK




Il 9 settembre del 1998 ci lasciava Lucio Battisti, Paolo Giaccio lo ricordava così...


Il 9 settembre del 1998 ci lasciava Lucio Battisti, cantautore, compositore, polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico italiano.
Nel tempo, bazzicando costantemente il mondo della musica mi sono reso conto di come, tra gli addetti ai lavori, si rincorra il primato della “conoscenza intima”, e il numero degli “amici di Lucio” è diventato imponente. Succede per molti e non solo in campo musicale.
Comunque, pochi o tanti che fossero, per poter ricordare un artista scomparso - dato per scontato che la sua arte appartiene ormai a tutti, ed è quindi di per sé uno stimolo per la memoria -, è bene basarsi su elementi oggettivi, o almeno su quelli che appaiono tali.

Un po' di tempo fa, volendo evidenziare la figura di Battisti in un momento simile a questo, mi rivolsi al compianto Paolo Giaccio, che mi omaggiò con questa sua rimembranza… un bel ritratto di Lucio, a mio avviso!


Anno 1971. Mentre Mario Luzzatto Fegiz e io, con l'aiuto di Carlo Massarini, conduciamo Per Voi Giovani, il programma dedicato alla musica rock internazionale e alla più innovativa musica italiana, Lucio Battisti lascia la Ricordi e forma, con Mogol, una sua etichetta indipendente: la Numero Uno. Oltre che al controllo degli affari la mossa gli serve per garantirsi la più completa libertà artistica e creativa. La promoter è Mara Maionchi. È lei che ci fa ascoltare in anteprima "Pensieri e Parole", la nuova canzone di Battisti. Non siamo però i primi. La canzone è stata appena rifiutata da Arbore e Boncompagni, autori di Alto Gradimento, un altro programma radio di grande successo artefice del lancio di molte hit discografiche, perché ritenuta inadatta al loro stile di programmazione. Noi la prendiamo in esclusiva. Ricordatevi che, in quegli anni, non c'erano altre radio se non quelle della Rai. Quindi, a parte chi aveva il disco, l'unico modo per ascoltarla era quello di sintonizzarsi sul nostro programma. 
Questa esclusiva, unita al primo posto subito raggiunto nella classifica di vendita dei singoli, lancia la canzone e il nostro programma, consolidando anche su un pubblico di studenti la notorietà di Battisti. 
"Pensieri e Parole" si svolge su un doppio piano vocale, con un fraseggio che riannoda il dentro e il fuori di una persona. Sfiora i temi della psicanalisi, contrappone una vita di sentimenti semplici e genuini ai sogni e ai progetti di un uomo in crescita. Racconta le lacerazioni sentimentali che un uomo appena adulto deve affrontare, trovandosi già ingabbiato in ruoli e responsabilità. Descrive bene, con le parole di Mogol, la poetica misteriosa di Battisti, a quel tempo profondamente legato, quasi come un gemello, al paroliere. 
Un week end passato in campagna, vicino a Lecco, con tutta la tribù di Mogol e Battisti, serve a confermarmi queste impressioni. Serve anche a far superare a Battisti diffidenze e timidezze. 
Come è noto Battisti evitava il più possibile i contatti con giornalisti e dj. Dopo quel week end mettiamo in cantiere una lunga intervista radiofonica per presentare in anteprima nel nostro programma il suo nuovo album: "Il Mio Canto Libero".
L'intervista dura vari giorni. Inizia in una sala prova, in campagna. Non contenti del risultato ci spostiamo poi in uno studio a Milano, dove Battisti, al pianoforte, canta dal vivo tutti i pezzi dell'album e molte altre sue famose canzoni. 
È così che nel 1972, per un'intera settimana, siamo in grado di presentare nel nostro programma un ospite che mai, fino ad allora, e neanche negli anni a seguire, accetta di mostrarsi così intimamente e sinceramente ai suoi ascoltatori: il suo nome è Lucio Battisti.




lunedì 7 settembre 2026

2Days Prog +1 (2026)- Seconda Giornata (5 settembre)

 


2Days Prog +1 – Seconda Giornata (5 settembre)

Commento della mia unica giornata a Veruno

 

La seconda giornata del festival di Veruno è stata, prima di tutto… splendida. Calda, sì, ma luminosa, con quell’aria di fine estate che rende tutto più morbido. Rispetto alla mia ultima presenza, un paio di anni fa, ho trovato una novità: le sedie davanti al palco erano state rimosse, lasciando uno spazio libero che ha dato più respiro ai musicisti e più libertà al pubblico. Io ho scelto le comode gradinate da calcetto, un po’ più indietro ma perfette per godersi la serata con una visuale ampia.

Il pubblico di giornata è cresciuto lentamente, concerto dopo concerto, fino a diventare numerosissimo. E come sempre accade nei festival prog, ci si ritrova: amici, conoscenti, volti familiari. È musica di nicchia, e chi la ama finisce per frequentare gli stessi luoghi, gli stessi eventi, gli stessi palchi. Il mio racconto riguarda solo la giornata di sabato, ma credo possa essere rappresentativo dello spirito dell’intero festival.


 Ottone Pesante – L’apertura radicale

Gli Ottone Pesante hanno aperto la serata con una proposta che non ha paragoni nel panorama prog: tromba, trombone e batteria che si muovono tra metal estremo, avanguardia e ricerca sonora. Una scelta coraggiosa da parte del festival, che ha voluto iniziare con un set di rottura, capace di catturare l’attenzione e spiazzare.

Il trio ha mostrato una precisione tecnica notevole, un uso creativo degli effetti e una presenza scenica intensa. Il pubblico ha reagito con curiosità e sorpresa, com’è naturale per una proposta così radicale. Un’apertura che ha dato subito il tono della serata.


The Samurai of Prog

 Il debutto live che i fan aspettavano da anni

Per me, questo è stato uno dei momenti più attesi. I The Samurai of Prog, che recensisco da anni, sono sempre stati una band da album in studio: di base un trio internazionale (Kimmo Porsti, Marco Bernard e Steve Unruh, solo il primo presente a Veruno) diventato nel tempo una multinazionale del prog sinfonico, con collaboratori da tutto il mondo, molti dei quali italiani.

Prima apparizione dal vivo!

E vederli finalmente sul palco, con Marco Grieco alle tastiere e Elisa Montaldo come ospite, è stato un piccolo evento storico. La formazione ha rappresentato perfettamente la sua natura: internazionale, stratificata, ricca di contributi italiani.

Il set è stato vario, elegante, significativo della loro produzione: passaggi sinfonici, momenti narrativi, interplay guidato da Porsti, tastiere che ricostruivano l’architettura di tracce del passato.

E l’incontro con Kimmo Porsti è stato un piacere personale: dopo anni di scambi, finalmente la dimensione umana.

Un debutto live che ha mantenuto tutte le promesse.

 

Ritual – La sorpresa della serata

Non li conoscevo, e molti altri come me (anche se ho captato che il loro arrivo a Veruno era stato caldeggiato da molti dei presenti), e forse proprio per questo la loro esibizione è stata una sorpresa. I Ritual hanno portato una lettura del prog fresca, innovativa, con radici folk ben integrate e un profumo - intenso, non superficiale - di quella scuola complessa e giocosa che richiama i Gentle Giant.

Il frontman, Patrik Lundström, è stato il vero catalizzatore: voce particolare, riconoscibile, e una chitarra che passa con naturalezza da momenti acustici a sezioni più energiche. Molti presenti hanno condiviso la stessa impressione: una band da scoprire (almeno per me), capace di sorprendere anche chi ascolta prog da una vita.

Li intervisterò a breve: un’occasione per approfondire una proposta che dal vivo ha mostrato una personalità forte e originale.

 

Martin Barre

Energia, storia e brani che non ascoltavamo live da molto tempo

Il set di Martin Barre è stato un regalo. Vicino agli 80 anni, Barre è salito sul palco con una freschezza che ha stupito tutti: preciso, energico, sorridente, pieno di vita.

Un dettaglio importante: il bassista previsto non ha potuto partecipare e Barre ha chiamato Daniele Piglione dei Beggar’s Farm, che ha avuto pochissimo tempo per preparare la scaletta; l’ho immaginato emozionato, ma si è comportato benissimo, con professionalità e rispetto per un repertorio complesso e credo possa essere questa una grande soddisfazione personale.

La serata ha avuto anche un momento speciale: l’unica occasione in cui Barre ha imbracciato il flauto, durante Serenade to a Cuckoo. Un gesto preciso, voluto, un omaggio diretto a Roland Kirk, il musicista che aveva ispirato quel brano e che Ian Anderson ha sempre riconosciuto come riferimento. Proprio perché il flauto è stato usato una sola volta, si è percepita con forza la solidità dei brani dei Jethro Tull: reggono benissimo anche senza, anche se il condizionamento di anni e anni porta a identificare la loro musica con il flauto traverso. Magari la presenza delle tastiere avrebbe avuto il suo perché!

Oltre all’omaggio a Kirk, Barre ha aperto una parentesi dedicata ai Beatles con Eleanor Rigby, trasformata in un episodio intenso e sorprendentemente rock, perfettamente integrato nel tessuto del concerto.

La parte per me più emozionante è stata quella dedicata ai primi album dei Jethro Tull, brani che nel nuovo millennio non avevo mai ascoltato dal vivo, e che qui hanno trovato nuova vita grazie ad arrangiamenti freschi, energici, quasi “restaurati”: quando mai è capitato di sentire “Hymn 43”?!

E ascoltare quei pezzi con una voce vera, piena, non forzata, ha dato loro una dimensione diversa, più rock, più fisica.

Una band di livello altissimo, un set che ha unito energia, storia e reinvenzione.

Conclusione

La seconda giornata del 2Days Prog +1 è stata un viaggio tra sperimentazione, debutti attesi da anni, sorprese inattese e un tuffo nella storia del prog.

Un festival che continua a essere un punto di riferimento, capace di unire pubblico, musicisti, amici e appassionati in un’atmosfera unica. E anche se il mio racconto riguarda solo la giornata di sabato, credo che possa rappresentare bene lo spirito di Veruno: coraggioso, accogliente, competente, vivo.

E il prossimo anno ci saranno altre novità!