Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
sabato 21 marzo 2026
Un ricordo di Leo Fender a 35 anni dalla sua morte
venerdì 20 marzo 2026
ASTROLABIO – Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria
Quando nel 2014 mi capitò di recensire L’isolamento dei numeri pari, rimasi colpito dalla capacità degli Astrolabio di costruire mondi narrativi complessi senza
perdere mai il contatto con la realtà più concreta. Rileggendo oggi quella
vecchia pagina - che resta lì, come una fotografia di un ascolto antico - mi
accorgo che la band ha continuato a muoversi nella stessa direzione, affinando
però lo sguardo, rendendolo più tagliente, più necessario. Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria è il punto in cui la loro poetica trova una forma
definitiva, quasi inevitabile.
Con questo album gli Astrolabio chiudono la loro “trilogia
della comunicazione” con un concept che non si limita a raccontare il presente,
lo seziona, lo deride, lo esaspera fino a renderlo specchio deformante eppure
fedelissimo della nostra quotidianità. Il disco - pubblicato da Andromeda Relix
nel marzo 2026 - arriva dopo nove anni di silenzio discografico, ma non suona
come un ritorno, sembra piuttosto il compimento naturale di un percorso che la
band veronese aveva già tracciato con ostinazione e coerenza.
L’idea di fondo è dichiarata senza ambiguità nel documento
ufficiale: “Il disco degli Astrolabio è stato pensato come un grande spazio
pubblicitario, un Carosello entro il quale ogni pezzo diviene uno spot”.
Eppure, dietro l’ironia, c’è un’amarezza che non si nasconde. La band osserva
un mondo in cui la comunicazione non è più un mezzo, ma un habitat tossico, un
sistema di condizionamento che plasma identità, desideri, perfino la percezione
del vero.
Il viaggio si apre con Prima della pubblicità, dove la ricerca disperata di notorietà diventa più importante della vita stessa: un individuo pronto al suicidio in diretta teme soltanto che il suo gesto venga oscurato dai “consigli per gli acquisti”. È un’immagine che colpisce perché non è distopia, ma iperrealismo. Da qui il disco scivola nella materia viva del concept: La dittatura delle Cose mette a nudo l’identità ridotta a inventario, l’essere umano che si definisce attraverso ciò che possiede; Il seme del disgusto fotografa una società che non sa più distinguere tra scelta e condizionamento, tra gusto e trash, incapace persino di ricostruire il proprio degrado; La Fiera del Luogo Comune trasforma il linguaggio in merce, mostrando come frasi fatte e stereotipi diventino la struttura portante di intere esistenze. In questo percorso, B.B. appare come un lampo: un jingle di quattro secondi, un frammento volutamente effimero che interrompe il flusso narrativo proprio come farebbe uno spot, ricordando all’ascoltatore che tutto, anche la musica, può essere ridotto a un micro-contenuto da consumare e dimenticare. È un gesto minuscolo ma perfettamente coerente con l’idea di un Carosello contemporaneo, dove la brevità non è un limite ma una strategia. Il tono si fa più crepuscolare con L’ombra di te stesso, ritratto di un individuo consumato dagli oggetti che ha accumulato, osservato da un ragno che ne registra la decadenza senza pietà. Poi il concept si apre in una dimensione quasi teatrale con Grandi Magazzini, lo spot definitivo: un emporio dove si compra tutto, purché inutile, purché identico a ciò che comprano gli altri, perché il conformismo è ormai la prima legge del mercato. Senzavoglia affronta la mercificazione del corpo con un fatalismo che non cerca pietà, mentre Democrazia (ma che idea!) riduce la forma di governo a un kit di montaggio, un oggetto da assemblare seguendo istruzioni elementari, svuotato di ogni principio. Subito dopo, Monoscopo - sette secondi appena - funziona come una soglia sonora: un richiamo al monoscopio televisivo che precede l’intervento finale, un segnale d’epoca che prepara l’ascoltatore all’irruzione di DIO (Decido Io, Ora). È un frammento che non aggiunge contenuto, ma aggiunge contesto: un respiro sospeso, un cambio di luce, un attimo di attesa prima che il sipario si apra sull’ultimo atto.
L’epilogo arriva appunto con DIO (Decido Io, Ora), introdotto da quel monoscopio che sembra annunciare la fine delle trasmissioni: un Dio stanco dell’umanità che decide di chiudere la partita, lasciando un sorriso amaro e un brivido di speranza.
Musicalmente, gli Astrolabio restano fedeli al loro “Rock
Degressivo Italiano”, un hard-prog di matrice ’70 che non si limita a citare,
ma rielabora. L’assenza delle tastiere - sostituite da una seconda chitarra -
dà al disco un carattere più ruvido, più diretto, quasi più “live”. È una
scelta che funziona: la densità dei temi trova un contrappunto in un suono che
non si perde in orpelli, ma spinge, incalza, sostiene la narrazione.
Ciò che rende questo album davvero riuscito è la sua capacità
di essere politico senza essere didascalico, satirico senza essere leggero,
narrativo senza perdere coesione. È un disco che parla del presente con
lucidità e con un’ironia che non consola, ma sveglia. Un Carosello capovolto,
dove gli spot non vendono prodotti, ma rivelano le crepe della nostra epoca.
Gli Astrolabio firmano così il loro lavoro più maturo, un concept che non si
limita a raccontare la comunicazione, ma la smonta pezzo per pezzo, mostrando
ciò che resta quando la pubblicità diventa l’unico linguaggio possibile.
Crediti
Astrolabio
Michele Antonelli – voce, chitarre,
flauto traverso
Alessandro Pontone – batteria, cori
Paolo Iemmi – basso, voce, cori
Paolo Giberti – chitarre, cori
Ospiti
Marco Ciscato – chitarre,
post-produzioni
Massimo Babbi – tastiere
Produzione
Testi: Michele Antonelli
Musiche e arrangiamenti: Astrolabio
Prodotto da Astrolabio (2026)
Registrato presso Industrial Studio,
Verona
Tracklist
1.
Prima
della Pubblicità – 4:25
2.
La
dittatura delle Cose – 6:42
3.
Il
seme del disgusto – 6:09
4.
La
fiera del luogo comune – 6:55
5.
B.B.
– 0:04
6.
L’ombra
di te stesso – 4:14
7.
Grandi
Magazzini – 6:55
8.
Senzavoglia
– 4:53
9.
Democrazia
(ma che idea!) – 3:41
10.
Monoscopo
– 0:07
11.
DIO
(Decido Io, Ora) – 9:55
giovedì 19 marzo 2026
Jim Morrison: il primo arresto in diretta nella storia del rock
Dalle luci della ribalta alle manette:
la sfida di Jim Morrison alla legge
Immaginiamo di essere nel 1967, alla New Haven Arena, nel Connecticut. L'aria è densa di fumo e di quell'elettricità tipica dei grandi eventi rock. Ma quella sera, il concerto dei Doors non finì con gli applausi, bensì con le sirene della polizia. Tutto iniziò per un banale equivoco: prima di salire sul palco, Jim Morrison si era appartato in una doccia nel backstage con una ragazza. Un poliziotto, non riconoscendolo, gli ordinò bruscamente di andarsene. Jim, che non ha mai sopportato l'autorità, rispose male e l'agente lo mise a tacere con una spruzzata di spray al peperoncino dritto negli occhi.
Nonostante il dolore, Jim decise di salire comunque sul
palco, ma non aveva intenzione di limitarsi a cantare. Durante il pezzo Back
Door Man, la band iniziò a improvvisare un ritmo ipnotico e lui colse
l'occasione per sfogarsi. Cominciò a raccontare al pubblico, con tono teatrale
e di sfida, quello che gli era appena successo, sbeffeggiando il poliziotto e
chiamandolo "piccolo uomo blu". Era troppo per le forze dell'ordine
presenti: le luci in sala vennero accese di colpo, i poliziotti salirono sul
palco e trascinarono via Morrison sotto gli occhi increduli di migliaia di fan.
Fu la prima volta nella storia che una rockstar veniva arrestata "in
diretta" durante un concerto.
In tutto quel caos, i suoi compagni di band rimasero
impietriti. Ray Manzarek, il tastierista, guardava la scena tra il
rassegnato e lo scioccato, consapevole che la follia di Jim stava superando il
limite della musica. John Densmore, alla batteria, provava un misto di
paura e rabbia per quel disastro che stava rovinando lo show, mentre Robby
Krieger continuò a pizzicare le corde della chitarra finché non staccarono
la corrente. Si ritrovarono soli sul palco, mentre fuori scoppiava una rivolta
tra fan e poliziotti.
Quella notte, però, ci ha regalato un'icona immortale. Portato in centrale, Jim venne fotografato per la celebre foto segnaletica (la mugshot): quello scatto, dove lui appare spettinato, con lo sguardo fiero e per nulla pentito, è diventato il simbolo della ribellione giovanile, finendo su poster e magliette di ogni generazione successiva. Quello che doveva essere un semplice arresto per "incitamento alla rivolta" trasformò definitivamente Jim Morrison da cantante a leggenda maledetta.
Nel ricordo di Paul Kossoff
- Paul Rodgers - voce, chitarra, piano (1968-1971, 1972-1973)
- Paul Kossoff - chitarra (1968-1971, 1972-1973)
- John "Rabbit" Bundrick - tastiere (1972-1973)
- Tetsu Yamauchi - basso (1972-1973)
- Simon Kirke - batteria (1968-1971, 1972-1973)
- Andy Fraser - basso, piano (1968-1971, 1972)
- Wendell Richardson - chitarra (1973)
- Leigh Webster -tastiere (1972)
mercoledì 18 marzo 2026
St. Patrick’s Day alla Boutique della Birra con i The PoguestrA
The PoguestrA – Un’esperienza che si
ripete
Anche quest’anno la Boutique della Birra di Savona ha
accolto il St. Patrick’s Day con la familiarità di un appuntamento che
ormai fa parte della città. Atmosfera semplice e piacevole, tanti amici
presenti, volti noti che si ritrovano senza bisogno di annunci, e una
disposizione dei tavoli che ha reso facile scambiare due parole con chi non si
conosceva ancora. Una serata sociale prima ancora che musicale.
Sul palco, la formazione stabile della PoguestrA: Roberto “Zac” Giacchello, Daniele
Rubertelli, Roberto “Bobo” Storace, Sandro Signorile, Alberto
“Stagger Lee” Bella e Claudio Andolfi. Un gruppo nato in piena
pandemia come progetto inclusivo e “a distanza”, poi diventato una realtà
savonese a tutti gli effetti. La loro storia resta particolare: da orchestra
diffusa con musicisti sparsi nel mondo a band vera, con un’identità che si è consolidata
concerto dopo concerto.
Il live è scivolato via con naturalezza. Non serviva
conoscere i brani per entrarci dentro: la musica funzionava come collante, un
sottofondo vivo che accompagnava chi chiacchierava, chi brindava, chi ascoltava
con più attenzione, chi ballava. Nessuna enfasi, nessuna ricerca di effetto,
solo un clima rilassato, partecipato, in cui la band e il pubblico sembravano
condividere lo stesso spazio senza barriere.
È stata una serata riuscita proprio per questo, per la sua
normalità, per la facilità con cui ci si è sentiti parte di qualcosa, per quel
piccolo intreccio di incontri e conversazioni che nasce quando l’ambiente lo
permette.
Un St. Patrick’s Day semplice, sociale, ben calibrato.
CATRAMINA – Runnin’ Orbit: un reperto sonoro che torna alla luce
Dalla Valbormida degli anni ’90
riemerge un brano che racconta una scena sotterranea, un’estetica istintiva e
un modo di fare musica ormai scomparso
Ascolta il brano in anteprima
Ci sono brani che non appartengono soltanto al loro tempo, ma
alla memoria di chi li ha vissuti. Runnin’
Orbit dei Catramina è uno di quei frammenti sonori che
sembrano sospesi, rimasti in attesa per trent’anni prima di trovare il momento
giusto per riaffiorare. Registrato intorno al 1996, il brano viene oggi
pubblicato senza alcuna sovraincisione o intervento moderno, un recupero
filologico, rispettoso, che si limita a remix, editing e rimasterizzazione,
come conferma la band stessa nel documento originale, dove si legge che “nulla
è stato risuonato od aggiunto al materiale originale”. È un gesto di cura,
quasi museale, ma non freddo; un atto d’amore verso un periodo in cui la musica
indipendente era davvero indipendente, fatta di prove notturne, registrazioni
improvvisate, intuizioni più che progetti.
Per capire Runnin’ Orbit bisogna tornare alla nascita
dei Catramina, tra il 1993 e il 1994, quando un gruppo di amici autodidatti,
con una formazione musicale disordinata e una strumentazione imparata più per
istinto che per metodo, comincia a suonare senza un’idea precisa, senza un
manifesto, senza un’estetica predefinita. È una band nata per caso, o forse per
necessità espressiva, che dopo vari cambi di formazione trova un assetto
stabile e inizia a costruire un repertorio più strutturato. I primi concerti
sono dominati da un proto‑punk in italiano, ruvido, diretto, quasi primitivo.
Poi, gradualmente, la band vira verso l’inglese e amplia la propria geografia:
più locali, più pubblico, più chilometri, più consapevolezza.
La formazione storica, quella che registrò Runnin’ Orbit,
era composta da Massimo Di Cresce alla batteria e percussioni, Francesco
Tripodi al basso, Marcello Abucci alle chitarre, tastiere ed
elettronica, e Fiorenza Saffirio alla voce. Tripodi e Abucci
aggiungevano anche violino, armonica, mandolino e tromba, strumenti usati come
colori psichedelici, mai protagonisti, sempre accenni, dettagli che emergevano
nelle parti strumentali disarticolate tipiche dei loro brani. La band ascoltava
di tutto: rock‑pop classico, psichedelia, noise, prime forme di elettronica.
Eppure, come sottolineano loro stessi, non esiste un’influenza riconoscibile in
modo diretto. L’attitudine, però, sì: punk, o meglio post‑punk, non nel suono
ma nel modo di stare al mondo, nel rifiuto delle regole, nella spontaneità,
nell’assenza di calcoli.
Runnin’ Orbit incarna perfettamente questa libertà. È un brano che vive di
stratificazioni e tensioni, un flusso di coscienza sonoro in cui il pop naïf si
intreccia con aperture psichedeliche e inserti strumentali che sembrano
muoversi in orbite diverse, come suggerisce il titolo. La batteria di Di Cresce
non cerca la precisione metronomica: è organica, pulsante, con un uso del
rullante che richiama certo indie americano di metà anni ’90. Il basso di
Tripodi lavora per linee più melodiche che ritmiche, creando una tensione
continua tra sostegno e fuga. Le chitarre di Abucci, leggermente saturate, non
cercano mai l’aggressività, ma costruiscono un paesaggio sonoro in cui la
melodia è spesso un’ombra, un’ipotesi. Le tastiere e gli interventi elettronici
non hanno funzione armonica, ma testurale: sono superfici, granulosità, piccole
interferenze che rendono il brano tridimensionale. È un suono che ricorda,
senza imitarli, le stratificazioni shoegaze dei My Bloody Valentine e le
architetture post‑rock di Mogwai, Ui e Don Caballero, ma il paragone più
pertinente resta quello con i Velvet Underground, non per somiglianza
stilistica, quanto per postura creativa, per quella libertà anarchica che
permette a un brano di esistere senza chiedere permesso.
La voce di Fiorenza Saffirio attraversa il brano più che
guidarlo. Non è un elemento narrativo, ma timbrico. Il testo è visionario, non
descrittivo, un insieme di immagini concentriche che non cercano un significato
univoco. Come recita il comunicato stampa, è “più segno che senso”, e
proprio per questo si integra perfettamente in un paesaggio sonoro che
privilegia l’impatto emotivo rispetto alla forma.
Il lavoro di recupero tecnico merita una nota a parte. La
rimasterizzazione non appiattisce né sterilizza, ma rende il brano plausibile
oggi, senza snaturarlo. Il mix attuale non tradisce la natura lo‑fi delle
registrazioni originali, ma ne esalta la profondità, restituendo aria e
dinamica a un materiale che, per sua natura, era fragile. È un equilibrio
difficile: rispettare il passato senza trasformarlo in un feticcio, rendere
ascoltabile un documento senza trasformarlo in un prodotto.
La pubblicazione di Runnin’ Orbit non è un’operazione
commerciale, né un tentativo di rientrare in scena. È, come ammettono i
Catramina, “una piccola soddisfazione per sublimare la mancata pubblicazione
della nostra musica allora”. È un gesto affettivo, ma anche un atto di
memoria: riportare alla luce un momento irripetibile, fatto di prove notturne,
registrazioni improvvisate, concerti sgangherati ma intensi, un periodo in cui
l’unica regola era suonare, e basta. È anche un documento storico, che racconta
una scena sotterranea della Valbormida, fatta di sale prove improvvisate, di
locali che non esistono più, di un modo di fare musica che oggi sembra
lontanissimo.
Runnin’ Orbit non è un brano perfetto, e non vuole esserlo. È un frammento di un’epoca, un oggetto sonoro che restituisce la libertà creativa di una band che suonava per necessità espressiva, non per strategia. È un pezzo di storia sotterranea che oggi, finalmente, può essere ascoltato.
Per ascoltare Runnin’ Orbit sulle principali piattaforme digitali:
https://distrokid.com/hyperfollow/catramina/runnin-orbit
RUNNIN’ ORBIT
My cat seems
to believe in God
They are
dripping down, down to the country
Can’t you see
my hypnotic moving?
Can’t you see the looking glass town?
Every people
applaude
People
applaude, the space invaders are here
Every people
allowed
People allowed, the space invaders are here
My cat seems
to believe in God
They are
dripping down, down to the country
Can’t you see
my hypnotic moving?
Can’t you see ahhhh
Every people
allowed
People
allowed, the space invaders are here
Every people
allowed
People allowed, the space invaders are here
martedì 17 marzo 2026
Nando Bonini, "Swing Beyond": impressioni urbane in forma di trio
Nando Bonini - “Swing Beyond”
Con Swing Beyond,
Nando Bonini
apre una parentesi significativa nella sua produzione recente,
scegliendo di esplorare un territorio sonoro che si colloca fuori dalle
traiettorie abituali del suo percorso. Dopo anni di progetti legati al rock, al
blues e al prog, il chitarrista affronta il linguaggio jazzistico con un
approccio diretto, privo di sovrastrutture, orientato più alla ricerca
personale che alla dimostrazione tecnica.
Il disco nasce da un’immagine precisa: una New York osservata
nel suo ritmo quotidiano, tra club, marciapiedi affollati e piccoli ensemble
che animano gli angoli delle strade. Non si tratta di una ricostruzione
nostalgica, ma di un riferimento funzionale; ogni brano sembra condensare un
dettaglio urbano, trasformandolo in materiale musicale. L’album procede così
per impressioni, più che per dichiarazioni tematiche.
La chitarra di Bonini mantiene una voce riconoscibile: linee
pulite, fraseggi misurati, un uso controllato dell’improvvisazione. L’ingresso
nel jazz non comporta un cambio di identità, ma un adattamento del suo
vocabolario a un contesto diverso. La sezione ritmica - Andy Ferrera alla
batteria e Mario Schmidt al basso elettrico - sostiene il progetto con
equilibrio, lasciando spazio al dialogo senza appesantire la struttura.
Il risultato è un lavoro essenziale, costruito su un’idea di
leggerezza che non scade mai nella superficialità. Swing Beyond non
cerca l’effetto, non punta alla spettacolarità, preferisce pittosto la
continuità, la coerenza interna, la chiarezza del gesto musicale. È un disco
che restituisce l’immagine di un musicista esperto che decide di attraversare
un genere per curiosità e per necessità espressiva, senza forzature.
In un panorama spesso dominato da produzioni sovraccariche, la scelta di Bonini appare quasi controcorrente: un album che si affida alla qualità del trio, alla scrittura essenziale e a un’idea di jazz come spazio di movimento, non come recinto stilistico. Una deviazione di percorso che aggiunge un tassello credibile e personale alla sua discografia.
Nota biografica – Nando Bonini
Chitarrista, compositore e produttore, Nando Bonini è attivo da decenni nella scena musicale italiana. Ha collaborato a lungo con Vasco Rossi, partecipando a tournée e produzioni discografiche, e ha lavorato con artisti eterogenei come Righeira, Edoardo Bennato, Alberto Fortis, Skiantos, Sabrina Salerno, Le Cacao Meravigliao, Marco Conidi, Paul Diamond e Ronnie Jones. Parallelamente all’attività di session man, ha sviluppato un percorso autonomo che comprende album solisti, progetti strumentali e lavori in cui cura interamente scrittura, esecuzione e produzione.
Tracklist – Swing Beyond
1.
Travel
Bag
2.
Fifth
Avenue Walk
3.
Skyscraper
Night View
4.
Latin
Swing
5.
Jazz
Club
6.
New
Yorker Time
7.
Snap
Your Finger
8.
Towards
the Airport
Crediti
Artista: Nando Bonini
Album: Swing Beyond
Etichetta: Videoradio Channel (Beppe Aleo)
Formato: Digitale – distribuzione su piattaforme
streaming Produzione: Nando Bonini
Registrazioni e mix: Nando Bonini
Musicisti:
Nando Bonini – chitarra, composizione,
arrangiamenti
Andy Ferrera – batteria
Mario Schmidt – basso elettrico
Video promozionale: New Yorker Time –
pubblicato sul canale YouTube Videoradio Channel
lunedì 16 marzo 2026
Claudio Milano: una vita che non entra in un articolo
CLAUDIO MILANO
LA VOCE CHE NON STA AL SUO POSTO
Conosco Claudio Milano da
molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi
sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di
quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di
quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della
luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa
accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio
per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come
la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno
una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato
fin qui.
Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che
costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di
vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile,
senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire
un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il
luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni
organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa
che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità,
trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove
l’arte non è più intrattenimento ma necessità.
Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi
tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro
interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che
usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per
vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina
di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione,
politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma
resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.
Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui
Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci
infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma
l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e
fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco,
ma un organismo collettivo.
Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del
metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie
minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una
dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i
collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma
rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.
Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me,
un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della
brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce
che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un
haiku che contiene un mondo.
Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette
in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e
politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo
scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori
che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.
C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui
partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno
dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto
perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva,
emotiva, fisica.
E poi c’è Flipper.
L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di
Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di
registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un
sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e
moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per
metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano,
distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo
razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia,
usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento
compositivo.
Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide
che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi,
esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma
soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino
ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è
ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata
contro sé stessa.
Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un
secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian,
le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di
Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock
in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta,
Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti
sotterranee.
Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha
ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha
mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper
è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un
testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non
sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.
domenica 15 marzo 2026
Paki Canzi, la voce gentile dei Nuovi Angeli che ci ha lasciato
Il ricordo di un interprete che ha segnato un’epoca senza clamore
Apprendo ora che, nella notte, Paki Canzi ci
ha lasciato, e la notizia porta con sé quella sensazione sospesa che accompagna
la scomparsa di figure entrate, quasi senza accorgercene, nella memoria
collettiva. Per molti, il suo nome è legato ai Nuovi Angeli, una delle
formazioni più riconoscibili della musica leggera italiana tra la fine degli
anni Sessanta e i primi Settanta.
La sua voce, morbida e immediata, ha contribuito a definire
un repertorio che ancora oggi conserva una freschezza particolare. Non era un
interprete sopra le righe, preferiva la misura, la chiarezza, la melodia che
arriva senza forzature.
La storia musicale di Paki inizia con il duo Paki &
Paki, nucleo originario di ciò che sarebbe diventato il gruppo. L’incontro
con Alberto Pasetti, Renato Sabbioni e Ricky Rebaioli dà
vita ai Nuovi Angeli, nome scelto proprio da lui. Da lì arrivano i brani
che hanno attraversato generazioni: Donna Felicità, Singapore, Ragazzina ragazzina, L’orizzonte è azzurro anche per te, Una caverna.
Canzoni che raccontavano un’Italia giovane, leggera, curiosa.
Non tutti ricordano che nel 1969 i Nuovi Angeli parteciparono
anche a Un quarto di vita, opera di Giorgio Gaslini rappresentata al
Teatro Regio di Parma. Un episodio che testimonia la disponibilità di Paki a
muoversi anche fuori dai confini del pop più immediato.
La notizia della sua scomparsa colpisce anche per un motivo
personale. A breve era previsto un suo concerto, un ritorno sul palco che molti
attendevano con affetto. Della band avrebbero fatto parte anche due miei amici
concittadini, e proprio due giorni fa avevamo parlato dell’evento, con la
naturalezza di chi dà per scontato che certe voci continueranno ad
accompagnarci. Sapere che quel momento non arriverà più aggiunge una nota di
malinconia a questo addio.
Paki Canzi lascia un’eredità fatta di canzoni che non hanno
mai preteso di essere altro da ciò che erano: melodie limpide, testi diretti,
un modo di stare sulla scena che privilegiava la sincerità alla
spettacolarizzazione. È forse questa la ragione per cui la sua voce continua a
essere ricordata con affetto, perché apparteneva a un’epoca in cui la
semplicità non era un limite, ma una forma di autenticità.















