"Decisi di distruggere la mia chitarra alla fine di 'Wild Thing' come un sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra."
Il 18 giugno 1967, il Monterey Pop Festival non
fu solo il primo grande raduno della controcultura hippy, ma il palcoscenico di
una delle epifanie più violente e poetiche della storia della musica. Quella
sera, un chitarrista mancino di Seattle, fino ad allora quasi ignorato in
patria, trasformò un’esibizione rock in un rito sacrificale che avrebbe
ridefinito per sempre il rapporto tra l’uomo e il suo strumento.
Nonostante fosse americano, Jimi
Hendrix arrivò a Monterey con lo status di "importazione
britannica". Era stato Paul McCartney a fare pressione sugli
organizzatori, dichiarando che il festival non sarebbe stato completo senza
quel fenomenale chitarrista che stava sconvolgendo la scena londinese. Hendrix
era volato nel Regno Unito l'anno precedente come un illustre sconosciuto; tornava
negli Stati Uniti come il segreto meglio custodito del rock d'oltreoceano,
pronto a dimostrare il proprio valore davanti a un pubblico che ancora non
sapeva di aver bisogno di lui.
L'atmosfera nel backstage era elettrica, e non solo per la
musica. Esisteva una rivalità latente tra la Jimi Hendrix Experience e i
The Who. Entrambe le band erano famose per la loro irruenza scenica e
nessuna delle due voleva esibirsi dopo l'altra, temendo di apparire
"ordinaria".
Si narra che Pete Townshend e Jimi litigarono su chi dovesse salire sul palco per primo. Dopo un lancio di moneta vinto dai The Who, Pete e compagni misero a ferro e fuoco il palco, distruggendo chitarre e batteria durante il finale di My Generation.
Hendrix, osservando la scena con una
calma quasi inquietante, disse ai presenti: "Ok, io allora darò fuoco
alla mia". Sembrava una spacconata; era una promessa.
Quando la Experience salì sul palco, il pubblico fu investito
da un muro di suono mai sentito prima. Hendrix non si limitava a suonare la
chitarra: la dominava, la seduceva, la violentava. Brani come Foxy Lady
e Hey Joe vennero eseguiti con un mix di erotismo e distorsione, con
Jimi che utilizzava il feedback degli amplificatori Marshall non come un errore
tecnico, ma come una voce supplementare.
Il chitarrista utilizzava ogni parte del corpo: suonava con i
denti, dietro la schiena, strofinava le corde contro l'asta del microfono
producendo suoni interstellari. Era la dimostrazione vivente che la chitarra
elettrica non era più solo uno strumento melodico, ma un generatore di
frequenze ed emozioni pure.
Il momento culminante arrivò durante l’esecuzione di Wild
Thing. Hendrix portò il brano verso un caos controllato, poi si inginocchiò
davanti alla sua Fender Stratocaster dipinta a mano con motivi floreali. Con la
precisione di un celebrante, la cosse di liquido infiammabile e le diede fuoco.
Mentre le fiamme lambivano il corpo dello strumento, Jimi
iniziò a muovere le mani sopra il fuoco, come a invocare uno spirito o a
dirigere una danza invisibile. Non c’era rabbia nel suo gesto, ma una sorta di
estasi mistica.
L'immagine di Hendrix inginocchiato davanti alle fiamme
divenne istantaneamente l'icona della Summer of Love. Dopo aver
frantumato i resti dello strumento contro il palco, Jimi lasciò la scena nel
silenzio attonito di 7.000 persone che avevano appena assistito alla nascita di
una leggenda.
Monterey fu lo spartiacque. Da quel momento, Jimi Hendrix divenne la rockstar più pagata e richiesta al mondo. Ma oltre al mito, rimase la lezione musicale: aveva insegnato al mondo che il rock poteva essere teatro, rito e avanguardia allo stesso tempo. La chitarra bruciata a Monterey non fu solo un atto di vandalismo spettacolare, ma il segnale che una nuova era era cominciata: quella in cui la musica non veniva più solo ascoltata, ma vissuta come un'esperienza totale e bruciante.









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