lunedì 28 settembre 2026

“Late for the Sky”, il capolavoro di Jackson Browne compie 52 anni



 “Late for the Sky” è il terzo album di Jackson Browne, pubblicato nel settembre del 1974 per la Asylum

 

Per Jackson Browne il 1974 è l’anno del capolavoro. In lui l’estetica della West Coast trova il proprio poeta, con ancor più intimità e riservatezza rispetto a Neil Young. Dal punto di vista lirico, probabilmente, il disco dell’anno 1974.

Late for the Sky è un progetto che va ben oltre la semplice categoria di "album musicale". È un'esperienza, un viaggio introspettivo nell'animo umano, un'opera che cattura l'essenza della malinconia e della bellezza effimera della vita, e rappresenta un punto di svolta nella sua carriera, consacrando JB come uno dei più importanti cantautori della sua generazione.

La copertina dell'album, ispirata a Magritte, è già di per sé un manifesto: una casa illuminata al crepuscolo, con un'auto parcheggiata di fronte.  Una immagine che sintetizza perfettamente l'atmosfera sospesa e malinconica che pervade tutto il disco. È come se Browne invitasse l’ascoltatore a riflettere sulla fugacità del tempo, sulla bellezza che sfuma e sulle ombre che si allungano.

Le canzoni di Late for the Sky sono vere e proprie poesie in musica, che affrontano temi universali come l'amore, la perdita, la solitudine e la ricerca di un senso. Browne, con la sua voce calda e malinconica, riesce a toccare le corde più profonde dell'animo del fruitore della sua proposta. I suoi testi, ricchi di immagini evocative e di una profonda sensibilità, riflettono le inquietudini e le speranze di un'intera generazione, quella dei figli dei fiori che si trovavano a fare i conti con la dura realtà della vita adulta.

Musicalmente, "Late for the Sky" è un disco impeccabile. Le melodie sono semplici e memorabili, ma al tempo stesso profonde ed evocative. Gli arrangiamenti sono raffinati e mai invadenti, esaltando la bellezza delle canzoni. Ogni strumento ha il suo spazio, contribuendo a creare un'atmosfera intima e coinvolgente.

Non resta che ascoltarlo!

 

Lato A

Late for the Sky – 5:36

Fountain of Sorrow – 6:42

Farther On – 5:17

The Late Show – 5:09 

Lato B

The Road and the Sky – 3:04

For a Dancer – 4:42

Walking Slow – 3:50

Before the Deluge – 6:18




domenica 27 settembre 2026

Una sana malattia - Il rock progressivo: mito e realtà, fra passato, presente e futuro-Alberto Voglini e Mauro Pini

 


La saggistica incentrata sulle sonorità contemporanee presenta frequentemente scaffali affollati da cataloghi polverosi o da elenchi puramente enciclopedici, privi di una reale chiave di lettura critica e rimasti ancorati a un nostalgico rimpianto del decennio d'oro. All'interno di questo panorama si colloca Una sana malattia - Il rock progressivo: mito e realtà, fra passato, presente e futuro, pubblicato da Felici Editore e firmato da Alberto Voglini e Mauro Pini, due figure ben note nel panorama del collezionismo e della divulgazione specializzata.

Il volume evita fin dalle prime pagine la trappola della celebrazione accademica, trattando la materia con un taglio che unisce l'analisi tecnica alla narrazione viva.

Il titolo stesso chiarisce la prospettiva adottata dagli autori, che rifiutano di considerare il genere un reperto da esposizione museale, preferendo definirlo come una viva e irriducibile ossessione. La scrittura mantiene un registro rigoroso ma accessibile, sorretto da una competenza che non si perde mai in formule astruse o in toni celebrativi eccessivi. La struttura dell'opera si sviluppa tracciando il percorso storico che, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, ha permesso alle contaminazioni tra classica, jazz, folk e avanguardia di confluire in una formula espressiva inedita. Non mancano i riferimenti ai grandi nomi internazionali - dai King Crimson ai Genesis, dagli Yes agli Emerson, Lake & Palmer, fino ai Pink Floyd, ai Jethro tull e ai Gentle Giant - esaminati tanto nell'uso pionieristico di sintetizzatori e mellotron quanto nella portata concettuale dei loro concept album.

Un'attenzione particolare viene riservata alla scena italiana, un contesto che ha saputo imporre una cifra stilistica originale grazie a una forte componente melodica, a radici classiche e a una spiccata teatralità. Le vicende di complessi storici come la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Osanna, gli Area e il Balletto di Bronzo trovano spazio nel testo anche attraverso interventi diretti e testimonianze di protagonisti del settore, le cui memorie arricchiscono l'impianto saggistico con prospettive vissute in prima persona.

Il percorso critico si arricchisce inoltre di sezioni trasversali e di contributi esterni capaci di amplire lo spettro dell'analisi. Tra questi spicca l'intervento di Moreno Lenzi, che esamina con competenza l'evoluzione della qualità dell'ascolto e il confronto sonoro tra il passato e l'attualità, così come l'insolito contributo di Massimo Volpi, che introduce una voce polemica e dissonante capace di scardinare l'autoreferenzialità tipica di molta letteratura musicale di settore. Il volume si completa con guide all'ascolto e recensioni mirate, concepite per orientare sia chi si avvicina per la prima volta a queste sonorità sia chi cerca produzioni meno note, il tutto racchiuso nell'ironica metafora visiva della "progressivina", una confezione farmaceutica immaginaria che restituisce con immediatezza lo spirito di un'opera incentrata su una passione irriducibile.

 



sabato 26 settembre 2026

L'ultimo capolavoro compie 57 Anni: “Abbey Road” dei Beatles, un addio perfetto

 


Il canto del cigno: i Beatles salutano con “Abbey Road”


Sono passati esattamente cinquantasette anni dal giorno in cui l'album Abbey Road dei Beatles arrivò sugli scaffali dei negozi. E ogni anno, il 26 settembre, si rinnova la stessa sensazione agrodolce: l'ammirazione per quello che è considerato l'ultimo, vero capolavoro di gruppo, e il rimpianto per l'epilogo ormai imminente di una band che avrebbe cambiato il mondo.

Nel 1969, la musica era in fermento, ma i Fab Four erano sull'orlo del collasso. Eppure, in un ultimo, straordinario sforzo di collaborazione con il produttore storico George Martin, incisero un disco che unisce la loro capacità di innovare con un ritorno al rigore che mancava dalle registrazioni caotiche del progetto Let It Be.

L'immagine che ci accoglie è una delle più copiate, parodiate e analizzate della storia: John, Ringo, Paul e George che attraversano le strisce pedonali proprio di fronte agli studi di registrazione. Niente titolo, niente nome della band. Non serviva.

Quella foto, scattata in pochi minuti, divenne immediatamente l'emblema di un'epoca. E non mancarono le teorie, soprattutto quella del "Paul è morto", alimentata proprio da presunti "indizi" nella foto (Paul scalzo, la targa dell'auto, l'ordine dei componenti). Oggi sappiamo che era solo un'ottima foto, ma il suo potere mitologico resta intatto.

Il Lato A ci mostra quattro compositori al culmine della loro maturità, capaci di spaziare dal rock più viscerale al pop più raffinato.

Si parte con "Come Together" di John Lennon, un brano torbido e potente, ricco di groove e di un sound adulto e bluesy che fece subito capire che i Beatles non erano rimasti bloccati nella psichedelia.

Segue "Something" di George Harrison, che per la prima volta si impone come un paroliere e compositore di prim'ordine. Ancora oggi, la sua ballata d'amore è considerata da molti critici e musicisti il gioiello del disco, con un assolo di chitarra di George che è pura poesia.

Paul McCartney porta il suo eclettismo con la scherzosa e macabra "Maxwell's Silver Hammer" e la potente "Oh! Darling", dove la sua voce roca e straziante rende omaggio al rock and roll delle origini.

A spezzare la tensione e a portare un po' di spensieratezza ci pensa Ringo Starr con "Octopus's Garden". Ispirato da una gita in barca in Sardegna, il brano è una filastrocca marina e sognante che ricorda la leggerezza dei primi Beatles, un momento di quiete e semplicità in mezzo al tumulto creativo

Il lato si chiude in modo epico e oscuro con "I Want You (She's So Heavy)" di Lennon, quasi otto minuti di heavy blues ossessivo, che si conclude con un taglio improvviso e drammatico, lasciando l'ascoltatore in sospeso.

Il Lato B è ciò che eleva Abbey Road da grande album a capolavoro concettuale.

Si apre con l'ottimismo acustico di "Here Comes the Sun" (l'altra immortale traccia di George Harrison).

Segue "Because" di John Lennon, un pezzo etereo e quasi mistico, basato su una progressione di accordi complessa, che mostra le voci di Lennon, McCartney e Harrison unite in uno degli intrecci armonici a tre voci più perfetti mai registrati. Un momento di pura, cristallina bellezza.

Dopo questa pausa armoniosa, si entra nel Medley, una suite di otto frammenti musicali che Paul McCartney e George Martin hanno saputo cucire insieme con una maestria ingegneristica.

Il medley è un viaggio, una vera e propria opera rock in miniatura che affronta temi di stress, denaro, sogni e inevitabile resa. Troviamo all'interno le preoccupazioni finanziarie in "You Never Give Me Your Money", il cambio di tono onirico di "Sun King", fino ad arrivare al finale.

Il disco si chiude con "The End", un momento quasi catartico che presenta l'unico assolo di batteria di Ringo Starr in un disco dei Beatles, seguito dal celebre triello di chitarre tra Harrison, McCartney e Lennon, uniti un'ultima volta in una scarica di rock puro. La frase finale di Paul, prima dell'accordetto nascosto di "Her Majesty", è la conclusione perfetta:

"...And in the end, the love you take is equal to the love you make." (E alla fine, l'amore che prendi è pari all'amore che fai.)

A 57 anni dalla sua uscita, Abbey Road resta un testamento della loro genialità e la prova che, anche quando le tensioni erano al culmine, i Beatles potevano ancora produrre musica eterna. Un addio, seppur involontario, di ineguagliabile perfezione.




venerdì 25 settembre 2026

Phil Collins, il peso della fama e la forza di ricominciare

 


Phil Collins, il peso della fama e la forza di ricominciare

 

In una lunga conversazione pubblicata dalla rivista Prog e rilanciata da Louder Sound, Phil Collins torna sui capitoli più significativi della sua vita artistica e personale. Il successo travolgente della carriera solista, il rapporto con i Genesis, l'amicizia con John Martyn, la lotta contro i problemi di salute e la possibilità di realizzare nuova musica sono alcuni dei temi affrontati da uno dei protagonisti assoluti della musica degli ultimi cinquant'anni.

Per molti anni Phil Collins è stato ovunque. In radio, nelle classifiche, negli stadi con i Genesis, nei progetti di altri artisti e naturalmente con una carriera solista capace di conquistare il mondo. Eppure, guardandosi indietro, il musicista britannico continua a descrivere quel periodo come il risultato di un flusso naturale di eventi più che di una strategia studiata a tavolino.

Ripercorrendo la sua carriera, Collins torna soprattutto agli anni di Face Value, il debutto solista del 1981 che cambiò radicalmente la sua vita. Un album nato da una fase personale dolorosa, segnata dalla fine del suo matrimonio. In quella casa ormai vuota, racconta, la musica diventò una necessità quotidiana. Le canzoni arrivavano una dopo l'altra, quasi impossibili da fermare. Non ama attribuire quel processo a misteriose ispirazioni artistiche, preferendo una spiegazione più semplice e umana. Scrivere e registrare era il modo più naturale per affrontare ciò che stava vivendo.

Fra i ricordi legati a quel disco emerge anche un episodio che coinvolge Eric Clapton. Collins lo conosceva da anni, molto prima che il loro rapporto diventasse una collaborazione musicale. Quando lo invitò a partecipare a "If Leaving Me Is Easy", uno dei brani a cui è più affezionato, Clapton si avvicinò allo strumento, iniziò a suonare e si fermò quasi subito. Alla domanda sul perché avesse interrotto la registrazione, la risposta fu sorprendente nella sua semplicità. Non voleva rovinare una canzone che riteneva già perfetta così.

Il racconto si allarga poi a una figura fondamentale della sua vita artistica, John Martyn. Collins vede molte affinità tra Face Value e Grace And Danger, uno degli album più intensi del cantautore scozzese. Entrambi i lavori nacquero infatti durante periodi segnati da separazioni sentimentali e da profonde ferite emotive. La loro amicizia si rafforzò proprio in quegli anni, fino ad arrivare alla produzione di Glorious Fool. Collins ricorda Martyn con affetto sincero e riconosce in quei dischi una vulnerabilità rara, capace di trasformare il dolore in musica.

Se gli anni Ottanta lo consacrarono come superstar globale, furono anche il periodo in cui iniziò a crescere una certa ostilità da parte di una parte della critica. La sua presenza costante nei media veniva interpretata da alcuni come il segno di un'ambizione smisurata. Collins però respinge ancora oggi quella lettura. Secondo lui, non c'era alcun piano per dominare le classifiche o occupare ogni spazio disponibile. Semplicemente accettava le opportunità che gli venivano offerte, soprattutto quando arrivavano da artisti che lui stesso aveva ammirato e ascoltato per anni.

Lo stesso discorso vale per la storia dei Genesis. Collins ricorda un percorso graduale, fatto di piccoli traguardi che sembravano giganteschi nel momento in cui venivano raggiunti. Prima i club londinesi, poi le sale più grandi, quindi i tour internazionali. Nessun momento epocale, nessuna svolta improvvisa, soltanto una crescita costante che portò il gruppo a diventare una delle realtà più popolari della musica mondiale.

Parlando del repertorio dei Genesis, Collins sorprende indicando We Can't Dance come uno degli album che ama maggiormente. Più che ai singoli dischi, però, resta legato ai tanti frammenti creativi disseminati lungo tutta la carriera della band. Conserva ricordi particolarmente vivi del periodo di The Lamb Lies Down on Broadway, quando divideva il palco con Peter Gabriel ogni sera, mentre ammette di non avere un legame speciale con ...And Then There Were Three..., che considera meno memorabile rispetto ad altri lavori del gruppo.

Tra le esperienze più emozionanti degli ultimi anni c'è stato il tour d'addio dei Genesis. Un'avventura resa ancora più significativa dalla presenza del figlio Nic alla batteria. Per Collins vedere quel ragazzo entrare nella band alla stessa età in cui lui stesso aveva iniziato il proprio percorso nei Genesis è stato un momento dal forte valore simbolico, quasi la chiusura perfetta di un cerchio aperto oltre cinquant'anni prima.

Oggi il musicista guarda al passato con serenità. I rimpianti, ammette, esistono sempre, ma perdono importanza se confrontati con ciò che la vita gli ha regalato. Soprattutto i suoi cinque figli, che considera il risultato più prezioso del suo cammino personale.

Negli ultimi anni ha dovuto affrontare una battaglia ben più dura della pressione della fama. Problemi di salute gravissimi lo hanno portato vicino alla morte. Reni e fegato stavano cedendo e per un certo periodo la situazione appariva estremamente critica. Collins racconta di aver trascorso molto tempo in ospedale, seguito da un lungo percorso di recupero che ha incluso anche numerosi interventi chirurgici e una costante fisioterapia.

La svolta è arrivata con l'abbandono dell'alcol. Oggi afferma di non bere da tre anni e di aver ritrovato una condizione fisica che considera finalmente soddisfacente. Il rapporto con i figli si è rafforzato ulteriormente e la consapevolezza della fragilità della vita gli ha lasciato una nuova prospettiva sulle cose.

E la musica? Collins non chiude affatto la porta. Nel suo studio ci sono ancora idee incompiute, registrazioni da riscoprire e progetti che attendono il momento giusto. Non promette nulla, ma non esclude nemmeno la possibilità di tornare a creare.

Per un artista che ha attraversato decenni di successi, crisi personali, rinascite e sfide fisiche, forse è proprio questa la notizia più significativa. Phil Collins continua a guardare avanti, con la stessa curiosità che lo ha accompagnato fin dagli inizi. E, a sentirlo parlare, qualche nuova pagina della sua storia potrebbe ancora essere scritta.

 

martedì 22 settembre 2026

Pink Floyd: arriva la ristampa speciale di Meddle e torna in alta definizione il leggendario filmato di Echoes

 


Pink Floyd: arriva la ristampa speciale di Meddle e torna in alta definizione il leggendario filmato di Echoes

 

I Pink Floyd celebrano uno dei capitoli più importanti della loro carriera con una doppia iniziativa dedicata a Meddle, l'album pubblicato nel 1971 che contribuì a definire il suono della band negli anni successivi. In occasione del National Album Day, il gruppo renderà disponibile una nuova edizione da collezione del disco su vinile colorato, accompagnata dal recupero di uno storico documento audiovisivo legato al brano simbolo dell'album, Echoes.

La nuova versione del disco sarà distribuita il 17 ottobre da Sony Music e si presenterà con una particolare finitura "San Tropez Orange Marble", una scelta cromatica che richiama l'atmosfera mediterranea evocata da uno dei brani più celebri contenuti nel lavoro.

Ma la vera sorpresa per gli appassionati riguarda Echoes, la lunga composizione che occupa l'intera seconda facciata dell'album. Nella stessa data verrà infatti pubblicata sul canale ufficiale YouTube dei Pink Floyd una versione restaurata e digitalizzata in alta definizione delle immagini utilizzate nel finale di Crystal Voyager, documentario australiano del 1973 dedicato al mondo del surf.

Crystal Voyager fu realizzato dal regista David Elfick e raccontato dal celebre surfista e filmmaker George Greenough, figura innovativa che rivoluzionò il modo di filmare le onde. Grazie a una speciale attrezzatura progettata personalmente, Greenough riuscì a catturare immagini mai viste prima dall'interno delle onde, offrendo al pubblico una prospettiva completamente nuova.

Per accompagnare quelle sequenze straordinarie serviva una colonna sonora altrettanto suggestiva. La svolta arrivò quando Greenough ascoltò Meddle e rimase colpito da Echoes. La durata della composizione, oltre venti minuti, sembrava adattarsi perfettamente alla parte conclusiva del documentario.

Nonostante il budget limitato della produzione, venne trovato un accordo con i Pink Floyd: il brano avrebbe potuto essere utilizzato nel film e, in cambio, la band avrebbe avuto la possibilità di impiegare quelle spettacolari immagini durante i propri concerti. Una collaborazione che si rivelò vantaggiosa per entrambe le parti e che negli anni è diventata un autentico pezzo di storia della cultura rock.

Ripensando a quell'incontro tra musica e immagini, Greenough ha ricordato l'emozione provata al primo ascolto di Echoes, definendola immediatamente la colonna sonora perfetta per il progetto. A più di cinquant'anni di distanza, il surfista australiano ritiene che sia le immagini sia il brano conservino ancora oggi una forza innovativa e una straordinaria capacità di coinvolgere il pubblico.

La ripubblicazione del filmato restaurato rappresenta quindi non solo un omaggio a un capolavoro della discografia dei Pink Floyd, ma anche la celebrazione di una delle collaborazioni artistiche più affascinanti tra cinema, musica e sport degli anni Settanta.

Con questa iniziativa, Meddle torna nuovamente sotto i riflettori, confermandosi un'opera fondamentale nel percorso creativo della band britannica e un passaggio decisivo verso i grandi capolavori che avrebbero segnato il decennio successivo.




lunedì 21 settembre 2026

"Prendi la chitarra e vai": una canzone, tre interpreti, sonorità tipiche degli anni '60 e impegno sociale!


Prendi la chitarra e vai/Per quanto io ci provi è il primo 45 giri del gruppo inglese The Motowns, appena arrivato a Roma da Liverpool.

Il gruppo The Motowns - che era composto dal chitarrista Douglas Albert Meakin, da Dave Sumner, da Lally Stott, da Michael Brill e da Mike Logan - eseguì questi due brani nel film Soldati e capelloni (1967), diretto da Ettore Maria Fizzarotti e girato quasi interamente nella discoteca romana Piper Club. Il brano che ebbe più successo fu Prendi la chitarra e vai, per il messaggio chiaramente antimilitaristico. 


Il gruppo The Motowns fu chiamato nel 1967 alla RAI, per cantare questa canzone nel varietà E sottolineo yè, diretto da Vito Molinari e condotto da Gianni Morandi e da Caterina Caselli. La canzone del Lato A fu ripetuta nel 1967, nel 45 giri Prendi la chitarra e vai/Una come lei.

Con la canzone “Prendi la chitarra e vai” The Motowns vinsero il girone C (riservato ai gruppi) del Cantagiro 1967.

Non era però questa la versione originale, ma la cover di una creatura di David & Jonathan, dal titolo Lovers of the World Unite ("Innamorati di tutto il mondo unitevi"), canzone di protesta cantata da giovani che giravano il mondo con la chitarra, inneggiando alla pace e alla libertà.



Ma in rete si trova un’altra versione, quella dei The Rangers, Beat Band tedesca composta da Robert Wolf, Ludwig Ickert, Marek Lieberberg (Casey), Jürgen Kessner e Axel Schürmann.

Il 21 ottobre 1966 furono ospiti del programma televisivo Beat Beat Beat. La band è anche descritta nel libro "Die Beat Bible".

Nel 1967, la Bild Zeitung dimostrò interesse scrivendo articoli su di loro. La CBS li citò in giudizio il 24 febbraio 1967 perché il nome di una band sotto contratto con la CBS suonava molto simile. Persero la causa e diedero i soldi che avevano guadagnato vendendo la loro musica alla CBS. Si separarono poco dopo.



Insomma, chiunque la proponga appare un pezzo riuscito e significativo per i tempi, non certo troppo impegnati!




sabato 19 settembre 2026

56 anni fa usciva "After the Gold Rush", di Neil Young


After the Gold Rush è il terzo album in studio di Neil Young, pubblicato il 19 settembre 1970 dalla Reprise Records.

Dopo l’enorme successo di Déjà Vu, Neil Young abbandona Crosby, Stills e Nash, lasciandoli interdetti. Non ci vuole molto per capire che è la scelta giusta: After the Gold Rush è uno dei grandi capolavori di Neil Young, l’anticipatore dello stile e dei temi che avrebbero visto il successo mondiale con Harvest.

I media non capirono immediatamente la portata artistica dell’album, che è stato ed è il punto di riferimento assoluto per chiunque si sia avvicinato alla canzone folk negli ultimi cinquant’anni.

After the Gold Rush è un album che va ben oltre la semplice somma delle sue parti. È un'opera complessa e sfaccettata, che invita l'ascoltatore a un viaggio profondo nell'anima di Neil Young e nei tumulti di un'epoca che stava cambiando.

Le trame musicali di After the Gold Rush sono caratterizzate da una straordinaria varietà di sonorità. Le chitarre acustiche ed elettriche di Young si intrecciano con arrangiamenti orchestrali, strumenti a fiato e percussioni, creando un tappeto sonoro ricco e avvolgente. Questo mix di generi diversi, dal folk al rock, dal country al pop, è uno dei segni distintivi dello stile di Young e conferisce all'album una profondità e una ricchezza uniche.

I testi sono veri e propri poemi, carichi di immagini evocative e di un profondo senso di malinconia. Young affronta temi universali come l'amore, la perdita, la speranza e la paura del futuro, ma anche questioni più specifiche legate al suo tempo. La sua scrittura è caratterizzata da una grande sincerità e da una capacità di evocare emozioni intense.

Oltre ad alcuni brani che diventeranno tra i più famosi della sua produzione, l'album contiene numerose altre gemme nascoste, come "Southern Man", una potente denuncia del razzismo nel Sud degli Stati Uniti, e "Tell Me Why", brano che si interroga a proposito delle difficoltà di crescere e di prendere decisioni difficili.

After the Gold Rush è un album che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica e la sua influenza si sente ancora oggi nel lavoro di molti artisti.

È buona cosa consigliare ai giovani di oggi l’ascolto di After the Gold Rush?

Sì, pe svariati motivi… in sintesi!

Per la sua attualità: i temi a affrontati da Young sono ancora oggi estremamente rilevanti.

Per la sua bellezza musicale: la musica di "After the Gold Rush" è un piacere per le orecchie.

Per la sua capacità di evocare emozioni: le canzoni di Young sono in grado di toccare il cuore e l'anima.

"After the Gold Rush" è un album che va ascoltato, riascoltato e riscoperto. È un viaggio introspettivo e sociale che ci invita a riflettere sul nostro mondo e sul nostro posto in esso. È un capolavoro che ha resistito alla prova del tempo e che continuerà a farlo per molti anni a venire.

Non resta che ascoltarlo cliccando sul titolo…

 

Lato 1

Tell Me Why – 2:54 (Neil Young)

After the Gold Rush – 3:45 (Neil Young)

Only Love Can Break Your Heart – 3:05 (Neil Young)

Southern Man – 5:31 (Neil Young)

Till the Morning Comes – 1:17 (Neil Young)

Lato 2

Oh, Lonesome Me – 3:47 (Don Gibson)

Don't Let It Bring You Down – 2:56 (Neil Young)

Birds – 2:34 (Neil Young)

When You Dance I Can Really Love – 4:05 (Neil Young)

I Believe in You – 3:24 (Neil Young)

Cripple Creek Ferry – 1:34 (Neil Young)




venerdì 18 settembre 2026

Stessa musica, diverse emozioni: il parallelismo di "A Whiter Shade Of Pale" e "Senza Luce"

 


Esiste una magia sottile nella musica, la capacità di una melodia di attraversare confini linguistici e culturali, vestendosi di nuove storie e sfumature emotive pur mantenendo un'eco del suo spirito originario. "A Whiter Shade Of Pale" dei Procol Harum e la sua rilettura italiana, "Senza Luce" dei Dik Dik con il testo di Mogol, ne sono un esempio lampante. Un parallelismo approfondito tra questi due brani rivela come una stessa ossatura musicale possa vibrare con intensità diverse, pur condividendo un nucleo di profondo struggimento.

Il filo conduttore innegabile è la melodia. La canzone nasce dall'ispirazione bachiana, che intrinsecamente possiede una solennità malinconica, una discesa armonica che suggerisce un inesorabile scivolamento emotivo. L'organo Hammond in "A Whiter Shade Of Pale" amplifica questa aura di sospensione e indefinibile emozione, quasi un ponte tra il terreno e il trascendente. "Senza Luce" eredita questa stessa bellezza intrinseca, ma la incanala verso un racconto più terreno e diretto.

È nel testo che i due brani divergono radicalmente. L'originale di Keith Reid è un enigma surreale, un susseguirsi di immagini oscure e frammentarie che evocano un'esperienza confusa e indefinita. La celebre "whiter shade of pale" rimane un'immagine potente ma sfuggente, lasciando spazio a molteplici interpretazioni. Non una storia lineare, ma un paesaggio emotivo vago e potente, intriso di disorientamento. Al contrario, Mogol cuce sulla stessa melodia una narrazione chiara e universale di perdita amorosa. La "luce" che si spegne diviene metafora dell'assenza dell'amato, l'oscurità conseguente è la solitudine. Il desiderio di un ritorno è esplicito, trasformando la malinconia in un lamento d'amore toccante e riconoscibile.

 

Le atmosfere delle due canzoni sono distinte: "A Whiter Shade Of Pale" crea un'aura mistica e un'emozione indefinita, lasciando spazio all'interpretazione; "Senza Luce" dipinge una tristezza e un desiderio intensi e diretti, con cui è facile empatizzare.

Il successo e la ricezione dei due brani riflettono queste differenze. L'enigmaticità e l'atmosfera unica di "A Whiter Shade Of Pale" la consacrarono come icona di un'epoca, prestandosi a infinite interpretazioni. "Senza Luce", con la sua immediatezza emotiva e il testo in lingua madre, divenne un pilastro della musica italiana, toccando corde profonde nel cuore del pubblico nazionale.

Nonostante le storie diverse, entrambe le canzoni sono unite da una profonda tristezza, trasmessa dalla stessa melodia e portano l'ascoltatore a riflettere su perdita, desiderio e la fragilità dei legami affettivi.

"Senza Luce" rappresenta un affascinante caso di come una melodia, pur mantenendo la sua forza evocativa, possa essere riplasmata attraverso un testo che la contestualizza in un nuovo immaginario culturale. La base armonica e la linea melodica originali, con la loro intrinseca malinconia, hanno fornito un terreno fertile per un racconto di perdita e desiderio che ha trovato una sua specifica risonanza nel panorama emotivo italiano dell'epoca.

L'arrangiamento e l'interpretazione di Dik Dik hanno poi contribuito a definire ulteriormente questa nuova veste, rendendo "Senza Luce" un brano iconico a sé stante, capace di evocare sentimenti intensi e di connettersi profondamente con l'ascoltatore italiano.

Entrambe le versioni, pur nella loro unicità, testimoniano la potenza universale della musica di evocare emozioni profonde, anche quando le parole che le accompagnano tracciano sentieri narrativi diversi. Sono due echi di un'anima struggente, che vibrano con intensità attraverso il tempo e le lingue.




giovedì 17 settembre 2026

Kimmo Pörsti - Somewhere Not Far From Here-Il commento


Kimmo Pörsti – Somewhere Not Far From Here

Una produzione Seacrest Oy – Artwork di Ed Unitsky


La nuova opera di Kimmo Pörsti si inserisce nel vasto universo creativo dei The Samurai of Prog, quella realtà che negli anni è diventata una sorta di “multinazionale finlandese del prog”, capace di generare album, progetti paralleli, collaborazioni internazionali e un immaginario visivo riconoscibile. Per lungo tempo questa costellazione musicale è rimasta confinata allo studio, costruendo dischi complessi e stratificati senza mai affrontare la dimensione del palco. Solo di recente, con un tour europeo che ha finalmente portato la loro musica davanti al pubblico, il progetto ha assunto una forma più tangibile. In questo scenario, Somewhere Not Far From Here appare come un tassello naturale, un’estensione personale, coerente e profondamente sentita del mondo dei Samurai.

Il disco è stato preparato tra il 2023 e il 2026, con una cura artigianale che appartiene da sempre al modo di lavorare di Pörsti. Alcune parti di batteria sono state registrate in una piccola casa di tronchi nel cuore della foresta, un dettaglio che racconta molto del carattere del progetto, un lavoro che nasce lontano dal rumore, immerso nella quiete, costruito con pazienza e con un senso di intimità che si riflette nella musica.

Le undici tracce alternano brani vocali e strumentali, componendo un percorso che oscilla tra il sinfonico, il melodico e il cinematografico. Sei brani sono cantati, cinque sono strumentali, e la scrittura si muove con naturalezza tra aperture orchestrali e momenti più raccolti.


La sequenza dei brani è pensata come un viaggio: 

A Circle of Wagons - apertura ampia, progressiva, con un respiro narrativo che richiama i Samurai ma introduce una dimensione più personale.

Carrousel - la rilettura di Jean‑Pascal Boffo, elegante e sospesa, con un gusto quasi da colonna sonora.

Nightmares Come to Consume - tensione, dinamiche, intrecci strumentali che mostrano la solidità del gruppo di lavoro.

Chasing Echoes - una delle pagine più liriche del disco, con un equilibrio perfetto tra voce e tessiture strumentali.

Things Not Seen (Outline I) - primo dei due “outline”, brano che gioca con atmosfere più rarefatte.

In My Life - la cover degli Ambrosia, trattata con rispetto e con una delicatezza che la rende parte integrante del percorso.

Light of Other Days - un brano che si muove tra luce e malinconia, con un uso molto evocativo del flauto.

You and the Sun - pagina solare, melodica, con un senso di apertura che contrasta con i brani più introspettivi.

Over the Sleeping Stars - la composizione di Toni Jokinen, elegante e notturna.

The Only One in the Crowd (Outline II) - il secondo “outline”, più strutturato e narrativo del primo.

With a Breath I Linger - chiusura morbida, contemplativa, che lascia un senso di sospensione. 


Il disco vede la partecipazione di un gruppo di musicisti che orbitano da anni attorno al mondo Seacrest, ciascuno con un ruolo ben definito:

John Wilkinson, Dan Schamber, Michael Trew, Steph Honde - voci

Toni Jokinen, Rafael Pacha - chitarre elettriche e acustiche

Keijo Hakala, Jan‑Olof Strandberg - basso

Risto Salmi - sax ed EWI

Hanna Pörsti - flauto

Mario De Siena - tastiere

Kimmo Pörsti - batteria, tastiere, basso, mix, mastering e produzione 

La scelta di suonare tutto senza alcun intervento di intelligenza artificiale - oramai occorre evidenziarlo! - è una dichiarazione di poetica: la musica deve conservare il tocco umano, la vibrazione impercettibile che nasce dalle mani e dal respiro. Pörsti insiste su questo punto, e il risultato è un album che trasmette calore, presenza, artigianalità.

La confezione è il classico mini‑LP Seacrest, sei pannelli, booklet di venti pagine. Le illustrazioni di Ed Unitsky sono parte integrante dell’opera: figure sospese, architetture impossibili, paesaggi che sembrano provenire da un universo parallelo. Unitsky non si limita a decorare, ma prova a costruire un mondo visivo che dialoga con la musica, amplificandone la dimensione epica e spirituale.

Somewhere Not Far From Here è un album che conferma Kimmo Pörsti come uno dei più solidi artigiani del prog sinfonico contemporaneo. Il legame con i Samurai è evidente e solido, ma il disco possiede una sua identità precisa, più meditativa, più intima, più libera. In un momento in cui la “multinazionale finlandese del prog” ha finalmente scelto di mostrarsi dal vivo, questo lavoro rappresenta la controparte silenziosa e riflessiva: la musica che nasce lontano dal palco, ma che trova nel tour europeo una nuova energia, un nuovo senso di continuità.

È un album che cerca la profondità e la coerenza, e proprio per questo riesce a toccare il cuore dell’ascoltatore.

Felice di aver appena ascoltato dal vivo Kimmo e i Samurai, l’abbinamento visivo ed il fresco ricordo aiutano!






mercoledì 16 settembre 2026

Tre anni fa ci lasciava John Marshall, leggenda dei Soft Machine


Il 16 settembre del 2023, all'età di 82 anni, ci lasciava John Stanley Marshall. 

Batterista inglese, membro fondatore del gruppo jazz rock Nucleus, era nato il 28 agosto 1941. Dal 1972 al 1978 fu il batterista dei Soft Machine, sostituendo Phil Howard.

Marshall era nato a Isleworth, nel Middlesex, e nel corso della sua vita ha suonato con varie band e musicisti jazz e rock.

Dal 1999, ha lavorato con ex co-musicisti dei Soft Machine in diversi progetti legati alla Soft Machine, come SoftWare, SoftWorks e Soft Machine Legacy. Era stato in tour come membro della band, che opera di nuovo sotto il nome di Soft Machine, dal 2015 al 2023.

Mi è capitato di vedere una sua performance da pochi metri, direttamente sul palco, molti anni fa, e di quell’articolo (lettura intera cliccando a questo link: https://athosenrile.blogspot.com/2011/03/ge-prog-festival-2011-1-serata.html) estrapolo la parte relativa alla loro performance.

E poi una chicca video, seppur di pessima qualità, ripresa da pochi passi.

 


Genova: estratto dal commento del 3 aprile 2011 intitolato

“Soft Machine Legacy/Tempio delle Clessidre al Ge-Prog Festival 2011”

 

E viene la volta dei Soft Machine Legacy, una vera eredità del gruppo originario.

Il progetto, nato nel 2004 dopo il re-incontro di Hoog Hopper, Elton Dean, John Marshall e John Etheridge, cambia attori durante il percorso, per la prematura scomparsa di Dean e Hopper, ma con l’entrata di Roy Babbington si ricompongono i 3/5 del gruppo originale, tra il 1975 e il 1978. La ciliegina sulla torta è il fiatista Theo Travis.

Un tuffo tra vecchi ricordi mi porterà a commentare, con un “nuovo amico”, alla fine della performance, che l’unica volta in cui vidi i Soft Machine eravamo nei primi anni ’70, stessa città, Genova, ma era il Teatro Alcione il luogo dell’esibizione.

Li ritrovo dunque dopo una vita e mi viene spontaneo condividere qualche pensiero ad alta voce con una giovane donna, sempre dalla mia postazione privilegiata a lato del palco; osservo tutti quei ragazzi indaffarati, avanti e indietro, tra i cavi elettrici e i piatti della batteria, quasi “insensibili” alla storia della musica che li sta sfiorando (ma ovviamente per loro è un lavoro). Di certo non potrebbero mai capire cosa può provare un uomo “antico” come me, un tempo incantato dalle icone di Marshall e soci, sulle copertine dei vinili, e ora a due passi da loro, con la possibilità di sentirli chiacchierare prima dell’esibizione, o in attesa della chiamata per il bis, con le mani glissanti sulle tastiere non amplificate!

È questo il lato più romantico di tutta la faccenda, probabilmente comune a molti dei presenti.

Non suonano tantissimo i SML, forse un’ora e un quarto, ma … questa è la musica.

Difficile collocarli appieno nell’area prog, ieri come oggi, perché il jazz che ci regalano non lascia spazio ad interpretazione alcuna. E suonare jazz, anche se miscelato e arricchito, può significare dedicarsi solo ad una élite di persone. Leggere l'autobiografia del mitico Bill Bruford per saperne di più.

Resto incantato da tutti. I fraseggi di Etheridge sembrano improvvisazioni, ma non lo sono. Il basso di Babbington è qualcosa che necessita di spartito, ed anche il suono è estremamente preciso. Marshall sembrerebbe il più dimesso, ma da un incredibile saggio di bravura nel corso di un assolo, e poi… che tempi riesce a tenere! Theo Travis sembra capitato per caso sul palco, per il suo modo educato e delicato di muoversi, ma credo sia unico, con complicati passaggi al sax alternati a momenti di estrema dolcezza, all’insegna del flauto traverso.

Tutto bene, al di là delle mie personali aspettative.

In tutta onestà credo che un evento simile avrebbe meritato un tutto esaurito, ma… rileggiamoci il libro di Bruford.





martedì 15 settembre 2026

Il 15 settembre 2004 ci lasciava Johnny Ramone


Il 15 settembre 2004 moriva a Los Angeles Johnny Ramone, l'uomo che contribuì a costruire il punk rock, mattone su mattone, nota dopo nota. Aveva 55 anni e da tempo combatteva la sua battaglia personale contro il cancro alla prostata. Con la sua scomparsa, se ne andò il terzo membro fondatore di una band che cambiò la musica per sempre.

Mentre i riflettori spesso erano puntati sul carisma di Joey Ramone o sulla follia di Dee Dee, Johnny era la forza motrice, il martello che batteva il tempo. Il suo stile chitarristico era tanto semplice quanto rivoluzionario: una raffica incessante di accordi in "downstroke", suonati con una velocità e una precisione maniacale. Non c'erano assoli, non c'erano fronzoli inutili. Il suo era un muro di suono compatto, un'onda d'urto che ha definito l'estetica del punk.

Johnny non era un virtuoso, ma non ne aveva bisogno. La sua tecnica era funzionale a un unico scopo: creare un'energia viscerale, cruda e implacabile. Ascoltare canzoni come "Blitzkrieg Bop" o "I Wanna Be Sedated" significa captare la sua chitarra che macina senza sosta, spingendo il brano in avanti come un treno merci impazzito. Era la disciplina, la coerenza e la brutalità sonora del punk, il suo cuore pulsante.

Johnny non era solo un musicista; era l'anima e la mente manageriale dei Ramones. Rigido, testardo e con una visione chiara, era lui a tenere saldamente le redini della band, assicurandosi che il loro sound rimanesse fedele alle origini. Le sue posizioni politiche, apertamente conservatrici, lo distinguevano dal resto della scena punk, rendendolo una figura ancora più complessa e controversa, ma sempre autentica.

La sua scomparsa, a soli tre anni di distanza da quella di Joey e due da quella di Dee Dee, segnò la fine di un'epoca. Con la morte di Johnny Ramone, il trio che creò il sound originale scomparve. Ci rimane il loro inestimabile lascito: canzoni da tre minuti che hanno ispirato generazioni di musicisti a prendere in mano una chitarra, a scordarsi le regole e a suonare il rock'n'roll per il puro piacere di farlo. La sua musica continua a vivere in ogni accordo, in ogni pogo, in ogni giovane band che suona con il cuore in mano.

 





Ricordando Richard Wright



Il 15 settembre del 2008 ci lasciava, a 65 anni, Richard Wright, uno dei padri dei Pink Floyd, tastierista e compositore dopo l'uscita dal gruppo di Syd Barrett.
Lo voglio ricordare con un articolo trovato in rete in quei giorni…

"Si è spento ieri Richard Wright, co-fondatore e tastierista dei sempre e per sempre leggendari Pink Floyd, «dopo una breve lotta contro il cancro», così la famiglia, tramite un portavoce, ne ha dato l'annuncio, senza fornire ulteriori particolari, ma chiedendo il rispetto della privacy. Richard William "Rick" Wright (questo il nome completo), era nato a Londra 65 anni fa, unico nella formazione originale della band britannica a non essere originario della provincia.
Da adolescente frequenta brevemente il London College of Music, formandosi alla musica jazz. Ma l'esperienza dura poco e presto si iscrive ad Architettura dove incontra due dei suoi futuri compagni, Roger Waters, autore di tutti gli anni migliori della band, e Nick Mason.
Nel 1963 nascono i Pink Floyd.
Con Waters, Wright e Mason c'è anche Syd Barrett (morto il 7 luglio del 2006, a 60 anni, dopo anni passati a inseguire i fantasmi della propria mente), che in seguito viene sostituito dal raffinato David Gilmour.
Ed è proprio dopo l'uscita di Barrett dal gruppo che Wright ne diviene il compositore melodico, dando l'impronta decisiva ad alcuni fra i brani più famosi come "A Saucerful of Secrets", "Echoes", e "Shine on You Crazy Diamond".
Suoi anche alcuni fra i pezzi di maggior successo commerciale: le due canzoni dell'album "Dark Side of the Moon", del 1973: "The Great Gig in the Sky" e "Us and Them", e "Keep Talking", tratta da "The Division Bell "del 1994.
Impossibile, poi, non ricordare "Sysyphus", dell'album "Ummagumma", del1969, e "Summer '68 ", dell'album " Atom Heart Mother", del 1970.
Durante la registrazione di "The Wall", del 1979 scoppia la bufera: Roger Waters chiede a Wright di andarsene.
La causa è lo scarso rendimento, causato, lo accusa, da un eccessivo uso di cocaina.
Wright smentisce, ma se ne va anche se continua a suonare nei concerti del 1980 e 1981 che promuovono l'album, ma solo come musicista.
L'album successivo, "The Final Cut" (1983), dedicato alla memoria del padre di Waters, morto ad Anzio durante la guerra e ultimo disco della formazione originaria, è l'unico a cui Wright non contribuisce come autore.
Ormai è definitivamente allontanato da gruppo.
Nel 1984 forma un gruppo con Dave Harris, gli Zee.
Ma il primo album, "Identity", è un completo insuccesso.
Nel 1987 viene chiamato da Gilmour per dare una mano durante le session conclusive di "A Momentary Lapse of Reason" e poi formalmente "reintegrato" a pieno titolo come membro del gruppo con l'album "Delicate Sound of Thunder "(1988).
Nell'album successivo, "The Division Bell" (1994), scrive cinque canzoni e canta "Wearing the Inside Out.

Incoraggiato dal decisivo contributo fornito a The Division Bell, nel 1996 Wright pubblica il suo secondo album da solista, "Broken China", in cui tra gli ospiti appaiono talenti come Sinead O'Connor, Pino Palladino e Tim Renwick.


Nel frattempo gli screzi e le battaglie legali per il possesso del nome sembrano aver irrimediabilmente allontanato Waters dagli altri musicisti e sembra quindi un piccolo miracolo vederli di nuovo tutti e quattro, nel luglio del 2005, sul palco del Live 8, in Hyde Park.
L'anno seguente Wright ritorna nello studio di registrazione con Gilmour, per collaborare con lui ancora una volta, al terzo album da solista di quest'ultimo, "On an Island", suonando in due brani.
Erano proprio loro i propiziatori di una possibile, futura reunion dello storico gruppo al completo.
Ma ora ogni sogno è svanito per sempre".