mercoledì 14 ottobre 2026

Valerio Billeri e il mosaico di "Caos (Live)"

 


Ogni nuovo disco di Valerio Billeri che mi trovo ad ascoltare e raccontare aggiunge un tassello a un percorso artistico che continua a sorprendermi. Da tempo seguo il suo cammino discografico e, puntualmente, ogni uscita porta alla luce un dettaglio che forse era già presente nei lavori precedenti ma che solo ora emerge con maggiore evidenza. A volte è una sfumatura della scrittura, altre una particolare immagine narrativa, altre ancora la capacità di intrecciare ricordo e immaginazione fino a trasformare una canzone in un piccolo racconto sospeso tra realtà e visione. Con Caos (Live), realizzato insieme alla Banda de Vicolo der Bottino, questa sensazione si rinnova ancora una volta. Il disco raccoglie molte delle strade percorse negli anni da Billeri e le ricompone in un mosaico coerente e personale, dove passato e presente si incontrano continuamente.

Certe fotografie ingiallite conservano più memoria di un archivio perfettamente ordinato. Caos (Live) sembra nascere proprio da quella materia. Un insieme di ricordi, visioni e racconti raccolti lungo un percorso artistico che oggi trova una forma compiuta senza perdere il sapore dell'imprevisto.

Registrato tra gli Acme Studio di Ladispoli e il Teatro Trastevere di Roma, il disco raccoglie dieci brani che attraversano diverse stagioni della scrittura di Valerio Billeri. Non è semplicemente un album dal vivo, piuttosto un viaggio costruito seguendo una logica emotiva, dove ogni episodio sembra richiamare il successivo attraverso immagini che ritornano, si trasformano e assumono nuovi significati.

Fin dall'apertura con Caos si entra in un territorio dove la percezione si fa incerta e lascia spazio all'immaginazione. Con Electra il racconto si sposta verso una figura simbolica sospesa tra innocenza e scoperta. La giovane protagonista vive in una dimensione di passaggio, inconsapevole di ciò che la attende oltre la soglia, mentre sogno e realtà finiscono per sovrapporsi.

Nel corso dell'album la musica conserva un carattere profondamente umano e immediato. La chitarra elettrica di Damiano Minucci, il basso di Andrea Nebbiai e la batteria di Fabio Romani costruiscono un tessuto sonoro essenziale ma ricco di sfumature, lasciando respirare le composizioni senza sovraccaricarle. La dimensione live restituisce spontaneità e coesione, qualità che diventano parte integrante dell'ascolto.

Particolarmente interessante risulta l'inserimento dei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, "Er tempo cattivo" ed "Er cimiterio de la morte", che ampliano ulteriormente l'orizzonte narrativo dell'opera. Allo stesso modo trova spazio una rilettura di Summer on a Solitary Beach di Franco Battiato e Giusto Pio, presenza tutt'altro che casuale in un album che sembra vivere costantemente tra memoria, evocazione e stratificazione temporale.

L'impressione finale è quella di un lavoro che procede per suggestioni più che per affermazioni dirette. I personaggi, i paesaggi e le presenze che popolano queste canzoni sembrano muoversi in una dimensione parallela nella quale ricordi, sogni e intuizioni convivono naturalmente. È proprio questa continua oscillazione tra ciò che appare e ciò che sfugge a rendere Caos (Live) un ascolto capace di lasciare tracce anche dopo che l'ultima nota si è dissolta. Un album da attraversare lentamente, lasciandosi guidare dalle immagini che emergono lungo il percorso.

Tracklist

1.   Caos

2.   Electra

3.   Er tempo cattivo / Er cimiterio de la morte

4.   Canto del gallo

5.   Verso sud

6.   Luce d'agosto

7.   Summer on a Solitary Beach (Franco Battiato - Giusto Pio)

8.   I parafurmini

9.   Prima di casa

10.   Resta sveglia

Crediti

Valerio Billeri & Banda de Vicolo der Bottino

Valerio Billeri - voce, chitarra acustica, testi e musiche dei brani 1, 2, 4, 5, 6, 9 e 10

Damiano Minucci - chitarra elettrica, missaggio

Andrea Nebbiai - basso

Fabio Romani - batteria

 

Brani 3 e 8 su testi di Giuseppe Gioachino Belli e musiche di Valerio Billeri.

Brano 7,"Summer on a Solitary Beach", scritto da Franco Battiato e Giusto Pio. 

Registrato dal vivo nel marzo 2026 presso gli Acme Studio di Ladispoli e il Teatro Trastevere di Roma. Tecnici del suono e registrazione Sergio Tanzilli, Paolo Rossi, Roberto Serpillo e Francesco Pastore. Pubblicato da Moonlight Records e distribuito da IRD.

 

David Bowie: il 14 ottobre del 1977 usciva "Heroes"

 


Il 14 ottobre del 1977 usciva "Heroes", il 12º album in studio di David Bowie e il secondo della cosiddetta "trilogia berlinese" assieme a “Low” e “Lodger”.

Sono gli anni della Guerra Fredda, quando USA e Unione Sovietica giocavano a mostrarsi i muscoli a vicenda, anni in cui un muro era in grado di dividere, fisicamente e ideologicamente, un mondo intero.

Registrato a Berlino Ovest, l'album risente quindi fortemente dell'atmosfera della città e della sua dicotomia territoriale e ideologica.

Il co-produttore Tony Visconti dichiarò a proposito di quella esperienza: “Una delle mie ultime grandi avventure nel fare album. Lo studio di registrazione era a circa 500 metri dal muro. Le guardie rosse ci osservavano con un binocolo potente attraverso la finestra della nostra sala di controllo”.

Ma perché Berlino?

Nel 1976 David Bowie attraversava una situazione personale non proprio semplice, complici le dipendenze da sostanze stupefacenti e alcol. Interessato alla cultura tedesca, Bowie decise di trasferirsi a Berlino Ovest, per darsi una ripulita e lavorare a nuova musica. Qui affittò un appartamento economico, situato sopra un’officina di riparazioni auto. In due anni pubblicherà tre dischi, che passeranno alla storia come la già citata trilogia berlinese.

"Heroes" rappresenta un perfetto equilibrio tra sperimentazione sonora e melodia pop. Bowie, insieme a Brian Eno e Tony Visconti, riesce a creare un sound unico, caratterizzato da un mood ambient, ritmiche elettroniche e melodie accattivanti, con l’ausilio delle chitarre e dei sintetizzatori di Robert Fripp (che arrivò dagli Stati Uniti per registrare le sue parti in un giorno soltanto), che riescono a realizzare un tappeto sonoro ricco e avvolgente, perfetto per la voce intensa di Bowie.

L'album è permeato da una profonda malinconia, che riflette l'atmosfera della Berlino divisa di quei giorni e il senso di isolamento di Bowie, espresso totalmente nella title track, un inno all'amore e alla speranza in un mondo diviso. La canzone racconta la storia di due giovani amanti che si scambiano un bacio appassionato sotto il Muro di Berlino, un gesto di sfida e di ribellione.

In generale i testi di Bowie sono ricchi di immagini evocative e metafore, che invitano l'ascoltatore a una profonda riflessione.

"Heroes" è considerato uno dei migliori album di Bowie e uno dei più importanti dischi degli anni '70, capace di influenzare generazioni di musicisti, dalla new wave al post-punk, fino al rock alternativo, diventando un simbolo della riunificazione tedesca, rappresentando la speranza e la voglia di superare le divisioni.

"Heroes" va oltre la semplice musica, è un'esperienza che coinvolge tutti i sensi, trasportando in un'epoca e in un luogo unici, facendo vivere l'atmosfera della città quando ancora era separata dal Muro.

Sicuramente un album fondamentale per capire l'evoluzione artistica di David Bowie e la storia della musica rock.

Ma forse la cosa migliore è… riascoltarlo cliccando sui titoli a seguire.

 

BRANI

Lato 1

Testi e musiche di David Bowie, eccetto dove diversamente indicato. 

Beauty and the Beast – 3:32

Joe the Lion – 3:05

Heroes – 6:07 (Bowie, Eno)

Sons of the Silent Age – 3:15

Blackout – 3:50

Lato 2

Testi e musiche di David Bowie, eccetto dove diversamente indicato. 

V-2 Schneider – 3:10

Sense of Doubt – 3:57

Moss Garden – 5:03 (Bowie, Eno)

Neuköln – 4:34 (Bowie, Eno)

The Secret Life of Arabia – 3:46 (Bowie, Eno, C. Alomar)

 

Formazione

David Bowie – voce, pianoforte, tastiere, chitarre, sassofoni, koto, cori

Carlos Alomar – chitarra

Dennis Davis – batteria

George Murray – basso elettrico

Brian Eno – sintetizzatori, tastiere, trattamenti di chitarra

Robert Fripp – chitarra solista

Tony Visconti, Antonia Maass – cori



martedì 13 ottobre 2026

Tagliolo Monferrato: l'11 ottobre si è parlato degli anni '70

 


Un'immersione negli anni '70 tra musica, memoria e cultura visiva


L'evento inserito nella rassegna Autori al Vento - Crocevia Letterario, a Tagliolo Monferrato, si è rivelato un percorso articolato e profondo dentro uno dei decenni più complessi e creativi del Novecento. L'incontro, nato e strutturato attraverso una lunga rete di contatti virtuali partita mesi fa da Luciano Boero e consolidata poi con Nico Priano come punto di riferimento operativo locale, si è svolto nell'ampia sala consiliare del Comune, un ambiente accogliente e perfettamente attrezzato, dominato sullo sfondo dal grande palco allestito per l'esibizione musicale programmata per la seconda parte del pomeriggio. Ad accogliere gli ospiti con grande disponibilità è stato il gruppo di lavoro locale, tra cui i rappresentanti della Biblioteca Nelson Mandela: la presidente del consiglio di biblioteca Margherita Rita Gestro e i tuttofare Marco e Grazia, oltre a Nico Priano che ha curato l'introduzione dopo i saluti iniziali della Sindaca.

 

L'intero pomeriggio è stato suddiviso in due sezioni da quarantacinque minuti ciascuna, concepite per analizzare gli anni '70 attraverso l'intreccio tra contesto sociale, psicologia, musica e arte visiva. Ognuno dei passaggi chiave ha trovato una precisa testimonianza documentale nei filmati registrati durante l'incontro, che ripercorrono passo dopo passo lo svolgimento i momenti salienti del pomeriggio.

Il primo blocco si è aperto con l'intervento di Mauro Selis, psicologo e dirigente del SerD. Grazie alla sua lunga esperienza sul campo, Selis ha tracciato una disamina chiara e documentata sullo stato dell'arte dell'epoca per quanto riguarda il fenomeno delle sostanze stupefacenti, contestualizzandone le implicazioni cliniche, culturali e sociali. A questo contributo ha fatto seguito uno scambio di battute arricchito da un ricordo personale dello scrivente, legato al Festival di Altare del 1974, uno degli eventi simbolo di quella stagione giovanile. 

La parola è passata poi a Luciano Boero, cofondatore e bassista de La Locanda delle Fate, che ha portato il punto di vista di chi la scena musicale di quegli anni l'ha vissuta e creata dal di dentro. La narrazione ha toccato le dinamiche del rock progressivo italiano e la vita della band, con un momento di particolare intensità emotiva legato alla presenza in sala della sorella di Alberto Gaviglio, altro musicista del gruppo, scomparso prematuramente, figura determinante per l'identità sonora della formazione. 

La seconda metà dell'evento è stata riservata a una presentazione sintetica del volume dedicato al mondo dei vinili anni '70 - Vinili anni ’70: 40+1 - Album tra arte e psicografia (Enrile, Castellani, Oliveri e Gatti) - con un focus specifico su un album pietra miliare del 1977: Forse le lucciole non si amano più, de La Locanda delle Fate. Mentre Boero ha ripercorso la genesi del gruppo e le tappe che portarono alla nascita del disco, il dibattito si è spostato sull'impatto e sul significato dell'opera grafica, una presentazione che ha potuto contare sulla presenza dei quattro autori. 

In questo ambito, Renata Gatti ha offerto un'analisi critico-artistica della celebre copertina, mettendone in luce i richiami figurativi e la composizione estetica. Successivamente, Antonella Oliveri ne ha tracciato una lettura psicologica, evidenziando le sollecitazioni cognitive e simboliche racchiuse nell'immagine; un'interpretazione articolata che ha sorpreso lo stesso Boero, a dimostrazione di come un'opera visiva discografica possa custodire livelli di significato inaspettati. 

Fabrizio Castellani, in questa seconda fase, ha guidato i presenti attraverso una dimostrazione pratica del rito dell'ascolto in vinile. Dalla delicata estrazione del disco dalla custodia protettiva, alla pulizia della superficie con il panno antistatico, fino al posizionamento del braccio e della puntina sul solco dell'incisione, accompagnato da un breve momento di ascolto condiviso. Il brano ascoltato, neanche a dirlo, la title track del disco in oggetto, troncata purtroppo a metà per la  lunghezza tipica del prog, che mal si presta ad iniziative di questo genere, che impongono tempi ristretti. 

Un bilancio dell'iniziativa

L'incontro si è concluso confermando la validità di un approccio che unisce la testimonianza diretta all'analisi tecnica e culturale. Una giornata che ha saputo rievocare lo spirito degli anni '70 senza concedere spazio alla mera nostalgia, restituendo valore e profondità a un'epoca che continua a far discutere e a generare interesse. 

E speriamo che sia piaciuta!




 

Compie gli anni Chris Farlowe

 

Tanti auguri a Chris Farlowe, leggenda britannica del rhythm & blues, del blue-eyed soul e del blues rock. Nato come John Henry Deighton a Londra il 13 ottobre 1940, l'artista festeggia oggi i suoi 86 anni.

Farlowe è noto per la sua voce potente e graffiante, che lo ha reso un interprete straordinario nel panorama musicale britannico. Il suo nome è indissolubilmente legato alla hit "Out of Time" del 1966, una cover del brano dei Rolling Stones (scritta da Mick Jagger e Keith Richards) che raggiunse la prima posizione nelle classifiche del Regno Unito, diventando la sua canzone simbolo.

La sua carriera, iniziata a fine anni '50, lo ha visto alla guida dei Chris Farlowe and the Thunderbirds e, successivamente, come voce inconfondibile di band di spessore come gli Atomic Rooster e, in particolare, i Colosseum, gruppo di progressive/jazz rock di cui è ancora un membro fondamentale.

Con un repertorio che spazia dal blues più puro al rock progressivo, Chris Farlowe ha mantenuto intatta la sua passione per la musica, continuando a esibirsi e a registrare. La sua longevità artistica e la sua capacità di spaziare tra i generi lo rendono una delle voci più rispettate e amate della scena musicale inglese.

Buon compleanno a Chris Farlowe, il cui talento continua a risuonare potente dopo decenni di carriera.







Buon Compleanno a Paul Simon: la Leggenda del Folk Rock compie oggi gli anni

 


Il 13 ottobre del 1941, nasceva Paul Simon, cantautore, chitarrista, attore e umorista statunitense. E sono 85!

Simon è una figura iconica, celebre soprattutto per essere stato metà del leggendario duo Simon & Garfunkel, formato con l'amico d'infanzia Art Garfunkel. Insieme hanno creato brani immortali che hanno segnato la storia della musica, come "The Sound of Silence", "Mrs. Robinson" e "Bridge over Troubled Water".

Dopo la separazione del duo nel 1970, Paul Simon ha intrapreso una carriera da solista di grande successo, dimostrando la sua versatilità e continuando a produrre album acclamati come Still CrazyAfter All These Years e l'innovativo Graceland.

Vincitore di numerosi Grammy Awards (ben 16), Simon si è ritirato dai tour nel 2018, ma la sua eredità musicale continua a ispirare generazioni di artisti e appassionati.

Buon compleanno a Paul Simon, il cantore intimista e raffinato del folk americano.






lunedì 12 ottobre 2026

Un pomeriggio oltre il tempo: California Dreamin’ risuona tra le mura d’autore del loft Bianchi e Bosoni



Un pomeriggio oltre il tempo: California Dreamin’ risuona tra le mura d’autore del loft Bianchi e Bosoni


Ci sono giorni in cui il confine tra dimensione domestica e spazio culturale si dissolve, dando vita a un flusso in cui le note e la memoria collettiva dialogano senza filtri. È quanto accaduto sabato 10 ottobre a Savona, dove il loft studio d'architettura Bianchi e Bosoni si è trasformato in un avamposto di storie e suggestioni sonore. Un appuntamento nato dalla passione autentica dei padroni di casa, Alberto e Moira, che, aprendo le porte del proprio luogo di vita e di lavoro a una cinquantina di ospiti selezionati su invito, hanno confermato come la condivisione culturale trovi nella dimensione intima la sua forma più potente ed elettrica.

Appena varcata la soglia, la cifra stilistica dello studio si svela con immediatezza: alzando lo sguardo tra le travi e gli ambienti dal design curato, a catturare l'attenzione è una batteria vissuta, testimone di una comune passione musicale condivisa da padre e figlio. Non una semplice scenografia, ma il manifesto discreto di uno spazio in cui l'arte e la quotidianità convivono organicamente, riflettendo la visione progettuale dei due architetti.

Al centro della scena c'era California Dreamin’, il volume firmato da Ezio Guaitamacchi edito da Hoepli, che ripercorre cinquant'anni di epopea rock attraverso i miti e le contraddizioni della West Coast. La presentazione si è mossa lontana da rigidi schemi accademici o formati di stampo tradizionale. La conduzione si è affidata a un canovaccio fluido, fatto di aneddoti, memorie e rimandi storici che Guaitamacchi ha dominato con la consueta autorevolezza, affiancato da alcuni miei interventi.

A dare corpo e vibrazione ai racconti è intervenuta la musica dal vivo, sostenuta da un set acustico essenziale ma rigoroso - quattro chitarre, un autochord, il mixer e i diffusori integrati nell'ambiente. Su questo tappeto sonoro si è mossa la voce di Brunella Boschetti Venturi, un talento vocale di spessore raro, capace di incantare la platea e di restituire lo spirito originario delle tracce evocate nel libro.

Quello che poteva sembrare un incontro di normale durata si è dilatato in una dimensione temporale insolita per un evento letterario e musicale: due ore e mezza di narrazione e suoni che sono letteralmente volate, sostenute da un'alchimia palpabile tra i protagonisti e il pubblico. La sala gremita ha risposto con un gradimento totale, avvertendo quel senso di comunità e di partecipazione che solo gli eventi pensati con cura e privi di sovrastrutture sanno generare.

La giornata, tuttavia, non si è esaurita con l'ultimo accordo. Per chi ha avuto il privilegio di trattenersi, l'incontro si è sciolto attorno a una cenetta che racchiudeva l'essenza stessa dello spirito ligure: apparentemente spartana nella sua schiettezza, ma profondamente ricercata nella qualità e nella cura. 

Un momento conviviale che ha funzionato da perfetta cartina tornasole per definire l'ambiente, l'evento e la generosa ospitalità dei padroni di casa, suggellando un sabato che difficilmente scivolerà via dalla memoria di chi vi ha preso parte.

E chissà cosa ci riserverà il futuro!





El Bastardo Outlaw Picker Don't Test My Hand / Town Of Dirty Dancers


El Bastardo Outlaw Picker

Don't Test My Hand / Town Of Dirty Dancers


Ricevere un CD singolo nel 2026 ha qualcosa di piacevolmente anacronistico. Due soli brani, un lato A e un lato B proprio come accadeva ai tempi dei 45 giri, quando spesso bastavano pochi minuti di musica per definire un'identità artistica.

È il caso di El Bastardo Outlaw Picker, progetto solista di Luca Cocchiere, musicista che da anni coltiva una sincera passione per le sonorità della tradizione americana e per gli strumenti che ne hanno scritto la storia. Da questo punto di vista Don't Test My Hand e Town Of Dirty Dancers offrono un quadro già piuttosto chiaro.

L'ascolto trasporta immediatamente nel cuore musicale degli Stati Uniti, tra country, bluegrass e suggestioni roots che sembrano arrivare da strade polverose, piccoli club e locali di frontiera. La chitarra acustica occupa naturalmente il centro della scena, sostenuta da un approccio che privilegia autenticità e immediatezza.

Particolarmente convincente risulta la componente vocale. La voce di Luca Cocchiere possiede infatti un carattere realistico e credibile, perfettamente inserito nel contesto musicale che propone. Non cerca effetti speciali ma accompagna il racconto con spontaneità, contribuendo a rendere ancora più vivido quel paesaggio sonoro che costituisce il cuore del progetto.

Pur trattandosi soltanto di due brani, il singolo riesce a funzionare come una piccola dichiarazione d'intenti. In pochi minuti emergono coerenza stilistica, amore per la tradizione e una notevole familiarità con i linguaggi del country americano. Sono caratteristiche che rendono l'ascolto piacevole e che lasciano intuire quanto questa musica possa esprimersi al meglio nella dimensione dal vivo.

Don't Test My Hand e Town Of Dirty Dancers sembrano infatti nati per risuonare nei club, nei pub, durante i festival dedicati alla musica delle radici e in tutti quei contesti dove il contatto diretto con il pubblico conta più di qualsiasi artificio tecnologico.

Chi ama il genere troverà in questo piccolo lavoro un'atmosfera genuina e convincente, capace per qualche minuto di far immaginare l'altra parte dell'oceano senza allontanarsi da casa.


Contatti e link

E-mail: info@honky-tonk.it

Telefono: +39 347 4090535

Sito ufficiale: El Bastardo Outlaw Picker

Ascolto digitale

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domenica 11 ottobre 2026

11 ottobre 1971: l'uscita di "Imagine", l'inno di John Lennon che invitava il mondo a sognare

 

L'11 ottobre 1971 segnò la pubblicazione del singolo "Imagine" di John Lennon negli Stati Uniti, un brano che sarebbe diventato il suo pezzo solista più celebre e un inno universale di pace, speranza e unità.

Sebbene l'omonimo album, il secondo lavoro in studio di Lennon dopo lo scioglimento dei Beatles, fosse già uscito negli USA il 9 settembre dello stesso anno (e poco dopo nel Regno Unito), la scelta di estrarre Imagine come singolo ne consacrò immediatamente la portata.

Registrata a Tittenhurst Park, la residenza di Lennon e Yōko Ono in Inghilterra, e co-prodotta dalla coppia insieme al leggendario Phil Spector, "Imagine" si distingue per la sua semplicità melodica e la profondità lirica.

Il testo, ispirato in parte dalla raccolta di poesie sperimentali Grapefruit di Yōko Ono (in particolare l'opera "Cloud Piece"), invitava l'ascoltatore a immaginare un mondo senza confini, senza religioni, senza proprietà e senza le divisioni che spesso portano a violenza e guerra.

"Immagina che non ci siano paradisi... è facile se ci provi. Nessun inferno sotto di noi, sopra di noi solo il cielo. Immagina che tutta la gente viva per l'oggi..."

Il messaggio era diretto e radicale, un manifesto contro nazionalismo, religione e materialismo, ma celato in una melodia così dolce e orecchiabile da risuonare con un vasto pubblico, spesso ignaro della sua carica sovversiva. Lennon stesso, in seguito, ironizzò sulla popolarità della canzone, definendola "anti-religiosa, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettata solo perché è coperta di zucchero".

È fondamentale ricordare che, sebbene all'epoca fosse accreditata al solo John Lennon, l'artista riconobbe poco prima della sua morte il ruolo essenziale di Yōko Ono nell'ispirazione concettuale del brano. Dal 2017, la canzone è stata ufficialmente accreditata a Lennon e Ono, riconoscendo il contributo fondamentale della visione della sua compagna.

Pubblicata nel pieno della Guerra del Vietnam e in un clima di Guerra Fredda, "Imagine" rispose a un desiderio profondo di pace e fratellanza che attraversava le generazioni.

Il successo fu immediato e duraturo. Il singolo scalò le classifiche e, negli anni, è diventato un'icona globale, reinterpretato da centinaia di artisti di ogni genere e utilizzato in innumerevoli occasioni ufficiali, cerimonie di pace e tributi, a dimostrazione che il sogno di un mondo unito e in pace, per quanto utopico, resta vivo e necessario.





sabato 10 ottobre 2026

Ricordo di Édith Piaf a 63 anni dalla sua morte

 

Edith Piaf a New York nel 1950


Il 10 ottobre del 1963 ci lasciava Édith Piaf.

Nel dicembre del 2015, mese in cui ricorreva il centenario della sua nascita, scrissi questo articolo per ricordarla. 


Dicembre 2015

Il ricordo di Edith Piaf a cento anni dalla sua nascita

                                                                                                              

Se Edith Piaf fosse ancora viva compirebbe 100 anni!

Ma cosa scrivo… “il passerotto” è più vivo che mai, e non solo perché a lei ci si aggrappa nei momenti difficili, i più complicati in assoluto!

Un’ancora? Un punto di sicuro ristoro? Una certezza?

Ma sì… i tempi passano, e più aumenta il nostro “ammodernamento” è più si moltiplicano le guerre, che ora sono intelligenti, da microchirurgia, da scienziati della materia. E mentre diventano comuni concetti come “boots on the ground” ci accorgiamo di quanto vorremmo essere lontani da certi modi di pensare, di quanto ci piacerebbe ricorrere alla canzonetta - se amiamo la musica - per trovare momenti di socializzazione, quell’unione di intenti che sembra ormai una bestemmia per milioni di persone.

LEI è ancora viva, più presente che mai.

Non ho mai comprato i suoi dischi, eppure la conosco da sempre. A dire il vero non credo di aver mai comprato un disco francese… rock o pop non fa differenza, eppure amo profondamente quella gente e quella cultura che ho conosciuto dall’interno per oltre vent’anni; il problema è che… l’unione dei suoni e dell’idioma francese mi provoca una grande tristezza immediata: provo ancora profondo malessere nell’ascoltare “La poupèe qui fait no”, di Michel Polnareff, la prima canzone che ho imparato a suonare alla chitarra: roba da psicanalisi!

Ma cosa c’entrano i miei accadimenti personali con Edith Piaff?

Esistono cantanti, artisti, musicisti, che ti entrano dentro senza che tu abbia intenzione di cercarli, e si inseriscono nella tua vita puntellando avvenimenti sul momento insignificanti, che scopri nel tempo come fondamentali alimentatori del ricordo.

Il mio amico e maestro Andrè Vetel, non più tra noi, nei momenti difficili, quelli carichi di tensione, riusciva a riportare la tranquillità facendo roteare il suo corpo ingombrante e fischiettando “La vie en rose”: che meraviglia!



Già, “La vie en rose” e la Piaf!

Sono passati cento anni dalla sua nascita, ed Edith Piaf rimane agli occhi del mondo l'icona, il simbolo della Francia, come hanno dimostrato in questi giorni i numerosi tributi rivolti da ogni paese alla capitale dopo la strage del 13 novembre, omaggi forniti attraverso le canzoni del “passerotto”, appellativo attribuitole a causa della sua minuscola fisicità.

Nata il 19 dicembre del 1915 nel popolare quartiere di Belleville, si trasforma nel tempo in un punto di riferimento del suo paese, prendendo posto accanto alla bandiera tricolore, alla Tour Eiffel e alla “Marsigliese”.

In lacrime, Madonna ha interrotto il suo concerto di Stoccolma per cantare "La Vie en rose". È con "L'Hymne à l'amour”, a Los Angeles, che Celine Dion ha scelto di rendere omaggio alle vittime durante gli American Music Awards (AMA).

In Messico, la società di calcio Tigres, dove gioca il calciatore della nazionale André - Pierre Gignac, ha diffuso "La Môme" dopo il minuto di silenzio, mentre sui social network fiorivano estratti dalla versione originale di "Sous le ciel de Paris" e video di cantanti anonimi che riproponevano "Je ne regrette rien".


Prima del contenuto delle sue canzoni è la sua voce che ha toccato e contaminato uomini e donne in tutto il pianeta, quella timbrica vocale che resiste al tempo e ai confini, spesso rigidi e ruvidi, ed è commovente constatare che la fragile ragazzina di Belleville ha ormai un posto in prima fila quando il paese piomba nella tragedia e si aggrappa istintivamente alle certezze. Ma più che la Francia Edith simboleggia lo spirito parigino, la fraternità, il popolo.

Di lei si ricorda la vita un pò… perturbata e il suo cammino è stato tutt’altro che ortodosso, tanto che leggendo la sua storia risulterebbe difficile considerarla a priori una eroina, una portatrice sana dei valori francesi, quelli che solitamente si trasmettono con l’esempio di vita, con i comportamenti. Ma tutto questo svanisce al cospetto del suo fuoco sacro, della passione assoluta per il suo mestiere, della sua forza inarrestabile.

Edith Piaf è la prima artista francese ad aver avuto un pubblico veramente internazionale, con un seguito copioso negli Stati Uniti e, assieme a Charles Aznavour, rimane tra i pochi ad aver trovato il grande successo estero cantando nella propria lingua.

Dal giorno della sua morte, arrivata prematuramente il 10 ottobre 1963, la sua fama non ha mai vacillato. "La Vie en rose", di cui aveva scritto le parole, continua a figurare tra le canzoni che producono maggiori introiti legati ai diritti d’autore, segno che la sua notorietà non ha mai conosciuto momenti di crisi.

Il successo mondiale del film di Olivier Dahan - La Môme - e l'Oscar come miglior attrice ottenuto da Marion Cotillard, ha maggiormente evidenziato l'aura di un’artista le cui canzoni sono state riproposte da Lady Gaga e da Grace Jones, dalla rocker inglese Anna Calvi e da Frank Sinatra. La prova del gradimento che la Piaf continua a generare, un centinaio di anni dopo la sua nascita è l’interesse che le sue canzoni e la sua vita suscitano ancora in tutto il mondo, da Rio a Budapest via Londra o New York, in un teatro importante o in un piccolo locale di periferia.

A conclusione propongo una canzone, “Milord”, tra i suoi brani più conosciuti, che presenta un testo di Georges Moustaki.








giovedì 8 ottobre 2026

T.C.O.F. a Villa Spingardi - Due giorni di musica a MASCA 2026, Spigno Monferrato, 19-20 settembre 2026

 


T.C.O.F. a MASCA 2026, due giorni immersi nella musica

Spigno Monferrato (AL), 19 e 20 settembre, Villa Spingardi


La manifestazione MASCA 2026 - Il ritorno della strega ha trasformato per due giorni Spigno Monferrato in un luogo dove tradizioni popolari, spettacoli, musica, racconti, artigianato, animazioni e momenti di convivialità si sono intrecciati in un programma particolarmente ricco. La festa ha coinvolto il paese per tutto il fine settimana, proponendo iniziative dedicate ad adulti e bambini e restituendo quel senso di comunità che caratterizza le manifestazioni più riuscite.

Mi piacerebbe poter raccontare ogni aspetto dell'evento, ma mi risulta impossibile, visto che il mio impegno con i T.C.O.F. (The Cost Of Freedom) mi ha assorbito quasi completamente. Tra preparazione, concerti, pause, incontri con il pubblico e gestione della strumentazione, sono nate poche occasioni per seguire il resto delle attività. Il mio racconto è quindi quello di chi ha vissuto la festa soprattutto dal palco, o meglio, dal prato.

Per i T.C.O.F. era il secondo anno consecutivo all'interno della manifestazione. La prima volta avevamo trovato spazio alla fine di una strada, in una posizione un po' decentrata e leggermente in salita. Quest'anno invece la sorpresa è stata Villa Spingardi, una location che nella precedente edizione era rimasta chiusa, da noi guardata con ammirazione dall’esterno, e che si è rivelata uno dei luoghi più affascinanti dell'intera festa.

I proprietari ci hanno accolto con grande cordialità e disponibilità, facendoci sentire immediatamente a nostro agio. Un gesto che ha contribuito fin dall'inizio a creare un clima speciale. Grazie a Luca e Caterina!

Il vero valore aggiunto della nuova location era però il magnifico giardino della villa. Abbiamo suonato immersi nel verde, direttamente sull'erba, in uno spazio che sembrava fatto apposta per ospitare musica e incontri, senza distanze artificiali tra la band e il pubblico. Le persone potevano passeggiare, fermarsi ad ascoltare, sedersi su panche e seggiole, o avvicinarsi ai musicisti per qualche chiacchiera. Questa dimensione informale ha reso ogni esibizione particolarmente piacevole e ha contribuito a creare un'atmosfera autentica e rilassata.

Sulla carta la posizione poteva sembrare ancora più nascosta rispetto a quella dello scorso anno. In realtà è accaduto l'esatto contrario. Fin dal pomeriggio di sabato la musica ha richiamato continuamente persone, creando un flusso costante di visitatori. Molti arrivavano per partecipare alle altre iniziative della festa e si fermavano ad ascoltare qualche brano, altri sono tornati più volte nel corso delle due giornate.

Tra le cinque ore del sabato, dalle 17 alle 22, e le tre ore della domenica pomeriggio, concluse attorno alle 19, abbiamo proposto circa sei ore effettive di musica, ripercorrendo quasi tutto il repertorio del gruppo. Un lungo viaggio nel rock americano degli anni Settanta che rappresenta la nostra principale passione.

La formazione vede Roberto Storace nel ruolo di motore della band, impegnato tra chitarre (e banjo in una occasione), voce e armonica. Al suo fianco Marco Briano alle chitarre e cori, Ivo Bologna al basso e cori, Fabrizio Cruciani alla voce e alle percussioni e il sottoscritto Athos Enrile tra chitarra, percussioni e cori.

Come già accaduto un anno fa, anche questa volta il tempo è stato clemente e oltre. Due giornate di sole hanno accompagnato la manifestazione, rendendo ancora più piacevole la permanenza nel giardino di Villa Spingardi. Famiglie, gruppi di amici, bambini che giocavano e persone di ogni età che si fermavano ad ascoltare la musica hanno contribuito a creare un'atmosfera che riportava alla mente le feste di paese di una volta, quando l'importanza maggiore era stare insieme.

Al termine del weekend rimane soprattutto questa sensazione. Al di là delle canzoni eseguite, delle ore trascorse a suonare e delle chiacchiere con il pubblico, resta il ricordo di due giornate vissute in un ambiente accogliente e sereno, all'interno di una manifestazione capace di coinvolgere un intero paese. Per i T.C.O.F. è stata un'altra esperienza bellissima da aggiungere ai ricordi, resa ancora più speciale dalla scoperta di una incredibile location, e dall'affetto delle tante persone che hanno condiviso con noi questo viaggio musicale.



Compassionizer – The Faithful of the Land


 

Compassionizer – The Faithful of the Land


Esistono dischi che chiedono di essere ascoltati come una semplice successione di brani e altri che invitano a entrare in un ambiente sonoro, quasi in uno spazio mentale. The Faithful of the Land, quinto album dei russi Compassionizer, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il progetto guidato da Ivan Rozmainsky prosegue infatti un percorso ormai riconoscibile, nel quale avanguardia, sensibilità melodica e ricerca spirituale convivono in un equilibrio raro. L'album è dedicato a coloro che seguono una vocazione superiore e ricercano una forma di bellezza interiore, una visione che attraversa l'intero lavoro come un filo invisibile.

Nati nel 2020 dall'iniziativa di Ivan Rozmainsky, già noto per la sua attività con i Roz Vitalis, i Compassionizer hanno sviluppato negli anni una personalità ben definita all'interno della scena avant prog contemporanea. La loro musica unisce chamber rock, ambient, folk, musica da camera e progressive sperimentale, mantenendo sempre al centro la melodia e l'atmosfera. Lo stesso progetto dichiara come propria finalità artistica quella di favorire valori quali empatia, comprensione e compassione, elementi che trovano una chiara traduzione nella dimensione sonora dell'album.

Fin dai primi minuti emerge una scrittura che rifugge i percorsi prevedibili. Le composizioni si sviluppano seguendo traiettorie mutevoli, nelle quali momenti contemplativi si alternano a passaggi più complessi senza mai smarrire il filo narrativo. La sensazione è quella di attraversare un paesaggio in continuo movimento, dove ogni brano apre nuove prospettive e nuovi colori.

Uno degli aspetti più affascinanti dell'opera risiede nella straordinaria ricchezza timbrica. Chitarre, clarinetti, rubab, balalaika, theremin, organo a canne, ukulele e una vasta gamma di percussioni convivono con sintetizzatori e campionamenti in una tavolozza sonora sorprendentemente coerente. La varietà degli strumenti non rappresenta un semplice sfoggio di possibilità espressive, ma contribuisce alla costruzione di un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.

Particolarmente significativa è la presenza della cantante slovena Sabina Vostner, protagonista vocale della maggior parte dei brani. La sua interpretazione si inserisce con naturalezza nelle architetture sonore progettate da Rozmainsky, aggiungendo una dimensione lirica che amplifica il carattere evocativo dell'intero lavoro.

I sette episodi che compongono l'album scorrono come capitoli di un'unica narrazione. Dall'intenso Blessed Is He That Considereth the Poor alla lunga title track conclusiva, il viaggio sonoro si dipana attraverso suggestioni folk, atmosfere cameristiche, aperture cinematografiche e passaggi di intensa spiritualità. Anche nei momenti più audaci e sperimentali la componente melodica continua a fungere da bussola, permettendo all'ascoltatore di seguire il percorso senza smarrirsi.

Più che impressionare attraverso il virtuosismo, The Faithful of the Land conquista grazie alla sua capacità di evocare immagini interiori e stati d'animo. È un'opera che richiede attenzione e disponibilità all'ascolto profondo, ma che sa restituire un'esperienza ricca di sfumature e significati. In un panorama sempre più affollato di formule consolidate, i Compassionizer continuano a percorrere una strada personale, confermando maturità artistica e coerenza espressiva.


Tracklist

1.   Blessed Is He That Considereth the Poor (10:07)

2.   In Exchange for His Soul (Part 1) (09:19)

3.   My Joy and Crown (03:38)

4.   Some That Trouble You (07:03)

5.   In Exchange for His Soul (Part 2) (03:11)

6.   Deep Calleth unto Deep at the Noise of Thy Waterspouts (07:41)

7.   The Faithful of the Land (11:21)


Line-up

-Serghei Liubcenco: chitarre elettriche e acustiche, basso, rubab, batteria e percussioni

-Leonid Perevalov: clarinetti bassi, piccolo clarinetto, flauto dolce

-Ivan Rozmainsky: concept, composizione, sintetizzatori e campionamenti

-AndRey Stefinoff: clarinetti

-Sabina Vostner: voce, ukulele


Ospiti

Dmitry Chichagov (balalaika), Kota Davudova (voce), Alexey Evlanov (chitarra acustica e balalaika), Alexey Krupa (theremin), Konstantin Mochalov (chitarra elettrica), Anna Nitsman (organo a canne Herberts Kolbe), Oleg Prilutsky (tromba).


Crediti

Musiche e concept di Rozmainsky.
Mixaggio e mastering di Anatoly Nikulin.
Artwork di Dmitry Petrov-Tverskoy e Alexander Medvedev.
Pubblicato da ArtBeat Music il 15 settembre 2026.


Un lavoro originale e immersivo, capace di coniugare ricerca, spiritualità e sensibilità melodica in una forma personale e convincente.

Spotify link

https://open.spotify.com/album/6VHEPe07WzugkIdIVWzBhZ

YouTube link

https://m.youtube.com/watch?v=X-LfWAda1v4&list=RDX-LfWAda1v4&start_radio=1&t=256s&pp=ygUjQ29tcGFzc2lvbml6ZXIgZmFpdG


Essential Links

https://compassionizer.bandcamp.com/music 

https://www.progarchives.com/artist.asp?id=11480