giovedì 26 marzo 2026

ZZ TOP

Gli ZZ Top sono una delle formazioni più riconoscibili della storia del rock americano: un trio texano nato alla fine degli anni Sessanta, capace di trasformare il blues delle origini in qualcosa di moderno, ironico e irresistibile. Billy Gibbons, Dusty Hill e Frank Beard hanno costruito un’identità sonora che non assomiglia a nessun’altra: riff ruvidi ma precisissimi, groove che sembrano uscire da un motore V8, e quella miscela di umorismo e teatralità che li ha resi immediatamente iconici. Le barbe chilometriche, gli occhiali scuri, il modo di muoversi sul palco come se fossero personaggi di un fumetto western: tutto contribuiva a un immaginario unico, ma sempre al servizio della musica.

Attorno a loro circolano aneddoti che raccontano bene il loro spirito. Il più famoso riguarda la proposta milionaria della Gillette per tagliare le loro celebri barbe in diretta televisiva: Gibbons e Hill rifiutarono senza esitare, dicendo che “alcune cose non hanno prezzo”.

Un altro episodio emblematico è il tour degli anni Ottanta in cui portarono sul palco veri bisonti, serpenti e cactus, trasformando i concerti in una sorta di spettacolo surreale, a metà tra un rodeo e un videoclip. Erano una band che sapeva divertirsi e far divertire, senza mai perdere la precisione musicale che li distingueva.

In questo contesto nasce Gimme All Your Lovin’, uno dei brani simbolo della loro svolta anni Ottanta. È un pezzo che unisce il loro classico blues‑rock texano con una produzione più moderna, fatta di synth discreti, batteria dritta e un riff che entra in testa al primo ascolto. La voce di Gibbons è ruvida ma controllata, e il brano procede con un’energia contagiosa, come una macchina che accelera senza sforzo lungo una highway assolata. Il testo è semplice, diretto, quasi giocoso: una dichiarazione di desiderio senza drammi, con quella leggerezza tipica degli ZZ Top, capaci di rendere tutto immediatamente godibile.

Gimme All Your Lovin’ è uno di quei pezzi che mostrano perfettamente la loro doppia anima: radici profonde nel blues, ma capacità di parlare al pubblico degli anni Ottanta con un suono più brillante e radiofonico. È un brano che funziona subito, che mette di buon umore, e che racconta quanto gli ZZ Top siano riusciti a restare fedeli a sé stessi pur evolvendosi.





The Doobie Brothers

 


The Doobie Brothers nascono all’inizio degli anni ’70 in California, e diventano presto una delle band più amate della West Coast. La loro forza è semplice e potentissima: unire rock, soul, country e rhythm & blues con una naturalezza che sembra quasi istintiva. Sono una band che vive sulla strada, nei club, nei locali pieni di fumo, con un suono che cambia a seconda di chi entra e chi esce, ma che rimane sempre riconoscibile.

La prima fase della loro storia è guidata da Tom Johnston, voce ruvida, energia rock, chitarre ritmiche martellanti. È il periodo di Listen to the Music, China Grove, Long Train Runnin’. Un rock solare, diretto, pieno di groove.

Poi, a metà anni ’70, Johnston si ammala e la band chiama Michael McDonald, che porta un suono completamente diverso: più soul, più morbido, più sofisticato. È la fase di What a Fool Believes e Minute by Minute. Due anime diversissime, ma entrambe autentiche.

I Doobie Brothers sono questo, una band che cambia pelle senza perdere la propria identità, capace di passare dal rock più ruvido al soul più elegante senza mai sembrare fuori posto.


Due aneddoti significativi

1.   “Long Train Runnin’” nasce… da una jam senza titolo

 

Per anni, nei concerti, i Doobie Brothers suonavano un pezzo strumentale senza nome, solo per scaldare il pubblico. Il produttore, Ted Templeman, un giorno dice a Tom Johnston: Questo pezzo è fortissimo. Perché non ci scrivi un testo? Johnston non voleva: per lui era solo una jam. Alla fine, si convince, scrive un testo in una notte, e nasce Long Train Runnin’. Diventerà uno dei loro brani più celebri.

2. Il nome della band nasce da una battuta

All’inizio non sapevano come chiamarsi. Un amico, vedendoli sempre fumare, scherza: You guys are just a bunch of doobie brothers… (“Siete solo un gruppo di fratelli da spinello…”) La band ride, ma il nome rimane. È un nome nato per scherzo, diventato un marchio storico.





POCO

 


I Poco nascono alla fine degli anni Sessanta, quando Richie Furay e Jim Messina, reduci dall’esperienza con i Buffalo Springfield, decidono di dare forma a un suono nuovo, più morbido, più aperto, capace di unire la scrittura pop con la tradizione country. A loro si unisce Rusty Young, un giovane polistrumentista che diventerà presto l’anima sonora del gruppo grazie alla sua pedal steel suonata in modo del tutto personale: non come strumento tradizionale, ma come una sorta di violino elettrico capace di dare luce e malinconia allo stesso tempo. I Poco non diventeranno mai una band da classifiche, ma resteranno un punto di riferimento per eleganza, misura e coerenza, tanto che molti riconosceranno in loro i veri pionieri del country‑rock californiano, quelli che hanno aperto la strada a gruppi poi diventati enormi, come gli Eagles.

Attorno alla band circolano diversi aneddoti che raccontano bene il loro spirito. Uno dei più citati riguarda proprio il rapporto con gli Eagles: Rusty Young diceva spesso, con un sorriso, che i Poco avevano “costruito la strada” su cui gli Eagles avevano poi sfrecciato verso il successo. Un altro episodio emblematico riguarda la pedal steel di Young: durante una sessione in studio, un produttore rimase talmente colpito dal suo modo di suonare da definirlo “un violinista nascosto dentro una pedal steel”, una frase che riassume perfettamente la delicatezza e l’originalità del loro suono.






mercoledì 25 marzo 2026

Chip Taylor: addio al cantautore che ha lasciato un’impronta indelebile nella musica americana

 


Chip Taylor se n’è andato il 23 marzo, all’età di 86 anni. La notizia è stata confermata dalla sua etichetta, senza ulteriori dettagli sulle cause. Con lui scompare uno degli autori più influenti della canzone statunitense, un musicista capace di attraversare decenni di storia lasciando melodie che hanno superato mode e generazioni.

Nato come James Wesley Voight, apparteneva a una famiglia nota anche fuori dal mondo musicale: fratello dell’attore Jon Voight e zio di Angelina Jolie. La musica, però, era la sua strada fin dall’adolescenza, quando guidava la band Wes Voight and the Town Three. Dopo un tour con Neil Sedaka e il cambio di nome, iniziò a pubblicare dischi con la Warner, ottenendo nel 1962 la sua prima presenza in classifica con Here I Am.

Il suo nome rimarrà per sempre legato a Wild Thing, brano registrato per la prima volta nel 1965 e trasformato in un successo planetario dai Troggs l’anno successivo. La versione incendiaria di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival del 1967 - la stessa esibizione in cui diede fuoco alla chitarra - contribuì a far entrare la canzone nella mitologia del rock. Nel tempo è stata reinterpretata da artisti diversissimi, dalle Runaways agli X, segno della sua forza trasversale.

Un altro capitolo fondamentale della sua carriera è Angel of the Morning, nata nel 1967 e portata al successo da Merrilee Rush nel 1968. La rilettura di Juice Newton, tredici anni più tardi, superò il milione di copie vendute, mentre nel 2001 Shaggy ne riprese la melodia per Angel, portandola in vetta alle classifiche di mezzo mondo. Taylor raccontava che il brano era nato quasi di getto, ispirato da un film di guerra visto in televisione: una storia di due amanti divisi dal conflitto, uniti solo dal tempo rubato.

La sua produzione, però, non si esaurisce nei due titoli più celebri. Nel suo repertorio compaiono brani interpretati da Willie Nelson, dagli Hollies, da Linda Ronstadt e da molti altri. La sua scrittura era guidata da un istinto particolare, come lui stesso spiegava: lasciava che l’idea prendesse forma da sola, seguendo un’emozione più che una struttura.

Con la morte di Chip Taylor si chiude una pagina importante della musica americana. Rimangono le sue canzoni, capaci di attraversare epoche diverse senza perdere intensità, e quella capacità rara di trasformare un’intuizione in qualcosa che continua a parlare anche a distanza di decenni.





È morto Terry Cox, il batterista dei Pentangle: addio a un musicista unico



La notizia è arrivata oggi, 24 marzo 2026: Terry Cox, storico batterista dei Pentangle, è morto all’età di 89 anni. La conferma è stata diffusa attraverso i canali ufficiali della band, che lo hanno ricordato come «uno dei cinque punti di luce dei Pentangle - un batterista di raro istinto e immaginazione».

Terry Cox era una delle colonne portanti di quel suono inconfondibile che, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, fuse folk, jazz e musica antica in una forma nuova, elegante e modernissima. La sua batteria - discreta, intelligente, mai invadente - ha ridefinito il ruolo delle percussioni nel folk contemporaneo.

Prima di entrare nei Pentangle, Cox aveva già un percorso ricco: suonava nei jazz club londinesi e collaborava con figure come Sandy Brown, Alexis Korner, Duffy Power e John McLaughlin. Quella formazione jazzistica rimase sempre nel suo tocco: morbido, elastico, capace di dare movimento anche ai brani più rarefatti.

Con Bert Jansch, John Renbourn, Jacqui McShee e Danny Thompson, Cox contribuì a creare una delle band più raffinate della scena britannica. Il loro album più celebre, Basket of Light (1969), resta un caposaldo del folk-rock, e la sua batteria è parte essenziale di quel suono.

Cox firmò anche diversi brani, tra cui Springtime Promises, Moondog e Helping Hand .

La sua carriera non si esaurì con i Pentangle. Cox fu un session drummer di altissimo livello, presente in dischi fondamentali della musica pop e rock britannica. Tra le sue collaborazioni più note quelle con David Bowie (in Space Oddity (1969) è lui il batterista del brano che ha cambiato la storia del pop; con Elton John (suonò nei suoi album del 1970 e 1971); con i Bee Gees, Shirley Collins, John Williams, Scott Walker, una lista che testimonia la sua versatilità e il suo prestigio

Negli anni Settanta collaborò anche con Charles Aznavour, portando la sua sensibilità jazzistica in un contesto completamente diverso.

Cox partecipò alle reunion dei Pentangle nel 1982-83 e poi ancora nel 2008 e 2011, apparendo in concerti, programmi televisivi e nel live album Finale . Negli ultimi anni viveva tra Regno Unito e Spagna, continuando a suonare in contesti più intimi, spesso jazzistici.

Terry Cox non è mai stato un musicista “da copertina”, ma chiunque abbia ascoltato i Pentangle sa quanto la sua presenza fosse decisiva. La band lo ha ricordato con parole semplici e perfette: «Ha ridefinito i confini tra folk, jazz e oltre».

La sua batteria costruiva atmosfere, sosteneva, suggeriva. Era un musicista che sapeva ascoltare prima ancora che suonare.







martedì 24 marzo 2026

Il Rock americano degli Anni Settanta alla UniSavona (2° puntata): cronaca di una mattinata alla Stella Maris

 


Savona, 24 marzo 2026

 

L’incontro dedicato al Rock americano degli Anni Settanta, iniziato la scorsa puntata e ospitato alla Sala Stella Maris di Savona, all’interno dei corsi di UniSavona, si è trasformato in un viaggio dentro un decennio complesso, attraversato da contrasti, cambiamenti improvvisi e nuove forme di creatività. La musica è stata il filo conduttore, ma attorno a quella traccia si è alimentata una storia più ampia, fatta di trasformazioni sociali, tensioni politiche e un’America che cercava di ridefinirsi.

Con l'aiuto di Giacomo è emerso un quadro d’epoca: gli Stati Uniti uscivano dagli anni delle grandi speranze e delle grandi ferite. Le utopie collettive si erano incrinate, la fiducia nelle istituzioni era in calo, e il Paese si muoveva tra crisi economiche, scandali politici e un diffuso senso di smarrimento. In questo scenario, la musica non era un semplice intrattenimento, ma un modo per interpretare il presente, per reagire, per trovare un nuovo equilibrio.

Il percorso musicale è iniziato con alcune figure simboliche della canzone americana, come Jim Croce e Jackson Browne, autori capaci di raccontare la quotidianità con una sincerità disarmante. Le loro melodie, proposte nella scaletta della mattinata, hanno riportato l’attenzione su un’America più intima, fatta di storie personali e di un bisogno crescente di autenticità.

La West Coast, con la sua tradizione di armonie vocali e atmosfere limpide, ha avuto un ruolo centrale. Gli Eagles, con Hotel California, hanno rappresentato al meglio quel momento in cui la leggerezza degli anni precedenti lascia spazio a un tono più riflessivo, quasi inquieto. Poco e altre formazioni affini hanno mostrato come la ricerca di equilibrio tra radici country, pop e rock fosse diventata una delle cifre stilistiche del decennio.

La mattinata ha poi virato verso sonorità più complesse, con gli Steely Dan e i Doobie Brothers. Qui il rock incontra il jazz, il funk, la precisione degli studi di registrazione. È un mondo diverso da quello delle chitarre polverose del Sud o delle armonie californiane: è un rock urbano, elegante, costruito con cura maniacale.

Brani come Do It Again o Long Train Runnin’, presenti nel programma, hanno mostrato come gli anni Settanta fossero anche un laboratorio sonoro, dove i confini tra i generi diventavano sempre più permeabili.

Si è arrivati poi nel cuore del Sud degli Stati Uniti, dove il rock ha assunto un carattere più ruvido e viscerale. Gli Allman Brothers, con le loro lunghe improvvisazioni, hanno rappresentato la fusione tra blues, jazz e rock in una forma nuova, potente e spirituale. Whipping Post, proposto nella scaletta, ne è un esempio emblematico.

I Lynyrd Skynyrd, con Sweet Home Alabama, hanno incarnato l’orgoglio e le contraddizioni del Sud, mentre gli ZZ Top hanno portato in sala il loro inconfondibile mix di ritmo, ironia e chitarre taglienti. Gli Steppenwolf, con Born to Be Wild, hanno ricordato come proprio da loro sia nato uno dei termini più iconici del rock duro.

Il percorso si è concluso con Simon & Garfunkel, una scelta che ha riportato la mattinata su toni più delicati. Mrs. Robinson ha fatto da ponte tra la complessità del decennio e la dimensione più intima della canzone d’autore, ricordando quanto la musica americana sappia essere, allo stesso tempo, popolare e profondamente poetica.

L’incontro si è chiuso con un invito all’ascolto, ed è forse la sintesi migliore di ciò che gli anni Settanta rappresentano ancora oggi, un archivio di emozioni, tensioni, sperimentazioni e ritorni alle radici. Un decennio che non si lascia definire da un solo stile, ma che vive nella varietà delle sue voci.

Alla Stella Maris, per qualche ora, quelle voci sono tornate a intrecciarsi, restituendo al pubblico non solo una playlist, ma un pezzo di storia americana.





Il tuffo di "Moon the Loon": la folle notte in cui Keith Moon portò il rock in fondo a una piscina

 



Tra miti sfatati, hotel devastati e un bando a vita dagli Holiday Inn: cronaca del ventunesimo compleanno del batterista dei The Who, l’evento che trasformò la distruzione in leggenda


Il mito del "Rock ’n’ Roll Excess" ha un’immagine scolpita indelebilmente nell'immaginario collettivo: una lussuosa Rolls-Royce che affonda lentamente sul fondo di una piscina azzurra, circondata dal caos di una festa finita male. Al centro di questa istantanea di pura follia c’è Keith Moon, il leggendario e instancabile batterista dei The Who, l’uomo che viveva ogni giorno come se fosse l’ultimo e ogni tour come una spedizione punitiva contro la normalità. Tutto ebbe inizio il 23 agosto 1967 al Flint Holiday Inn, in Michigan, in occasione di quello che doveva essere il ventunesimo compleanno di Moon. I The Who erano in tour come spalla degli Herman’s Hermits e l'atmosfera era già elettrica, ma nessuno poteva immaginare che quella notte sarebbe passata alla storia come la più distruttiva nella cronaca della musica moderna.

La serata degenerò rapidamente in un baccanale di proporzioni bibliche. Tra fiumi di alcol, una torta gigante che finì spiaccicata contro le pareti e una battaglia di estintori che riempì i corridoi di schiuma bianca, la situazione sfuggì completamente di mano. La leggenda narra che Moon, in un momento di euforia distruttiva o forse solo per sfuggire all'arrivo imminente della polizia, si mise al volante di una Rolls-Royce, tolse il freno a mano e la guidò dritto dentro la piscina dell'hotel. Lo stesso Moon amava arricchire il racconto descrivendosi seduto sott'acqua, mentre osservava le bollicine salire oltre il parabrezza. Tuttavia, nel corso degli anni, la realtà si è mescolata indissolubilmente con la finzione: testimoni oculari e compagni di band, come Roger Daltrey, hanno spesso ridimensionato l'accaduto, suggerendo che l'auto in piscina fosse un'esagerazione nata dalla fusione di vari incidenti, sebbene i danni reali causati all'hotel fossero tutt'altro che inventati.

Indipendentemente dalla posizione esatta della vettura a fine serata, le conseguenze furono reali e pesantissime. Keith Moon si ruppe un dente anteriore scivolando su un rimasuglio di torta mentre cercava di scappare, finendo per passare la notte dal dentista anziché in cella. Il conto presentato dall'Holiday Inn fu astronomico, circa 24.000 dollari dell'epoca, e la catena alberghiera prese una decisione senza precedenti: bandì a vita tutti i membri dei The Who da ogni loro struttura nel mondo. Quell'episodio consacrò Keith Moon come "Moon the Loon", il lunatico, trasformando un atto di vandalismo in una sorta di manifesto artistico del nichilismo rock. Ancora oggi, l'immagine di quella Rolls-Royce sommersa rimane il simbolo di un'epoca irripetibile, in cui il confine tra genialità musicale e autodistruzione era sottile quanto la superficie dell'acqua di una piscina del Michigan.




lunedì 23 marzo 2026

Il suono di un decennio: il Prog italiano rinasce in Mellotron

MELLOTRON- IL PROGRESSIVE ITALIANO-2 ORE DI STORIA DEL POP ANNI 70


Documentario focalizzato sul Progressive made in Italy anni’70,  esaustivo ed essenziale… 

Un documentario prezioso, interamente dedicato al Progressive italiano degli anni Settanta, un viaggio denso, curato e sorprendentemente completo, che restituisce con chiarezza la ricchezza di una stagione irripetibile. Un lavoro esaustivo ed essenziale, capace di intrecciare storia, suoni, immagini e testimonianze in modo fluido, senza mai appesantire. Una vera chicca per chi ama il genere e per chi vuole scoprire - o riscoprire - l’epopea creativa che ha reso unico il nostro panorama musicale.

Il video ripercorre le traiettorie delle band più rappresentative, ma non si limita ai nomi più noti: illumina anche quelle formazioni meno celebrate che hanno contribuito a definire l’identità del prog italiano, con la sua miscela inconfondibile di lirismo mediterraneo, ricerca sonora e ambizione narrativa.

Ne emerge un affresco vivido: la scena dei festival pop, le sperimentazioni in studio, l’uso pionieristico di strumenti come il Mellotron, la nascita di capolavori che ancora oggi parlano con forza. Un documento che non indulge nella nostalgia, ma restituisce la vitalità di un’epoca in cui tutto sembrava possibile.

Per chi ama il Progressive, per chi studia la storia della musica italiana, o semplicemente per chi vuole lasciarsi trasportare da due ore di pura passione, questo documentario è un piccolo tesoro.





domenica 22 marzo 2026

La genialità nascosta dietro un capriccio da rockstar



Non era divismo, ma sicurezza: la vera storia dietro la leggendaria clausola contrattuale che ha cambiato il modo di organizzare i grandi eventi


Per decenni, la storia dei Van Halen e degli M&M’s marroni è stata il simbolo universale della rockstar viziata. Si raccontava di come David Lee Roth, entrando nel camerino e vedendo anche un solo confetto del colore "sbagliato", potesse andare su tutte le furie, ribaltare tavoli e distruggere attrezzature costose. Sembrava il classico delirio di onnipotenza di chi ha troppi soldi e troppo successo. Ma se scaviamo sotto la superficie, scopriamo che quella ciotola di dolciumi non era affatto un vezzo estetico: era un sofisticato dispositivo di sicurezza.

Tutto nasce dalla complessità dei loro show. Negli anni '80, i Van Halen non erano solo una band, erano una macchina da guerra logistica. Furono tra i primi a portare in tour una quantità di attrezzature senza precedenti: luci, amplificatori e strutture che pesavano tonnellate. Il loro contratto tecnico era un volume enorme, pieno di specifiche rigidissime su come montare il palco per evitare che crollasse o che qualcuno rimanesse folgorato.

David Lee Roth ebbe un'idea geniale. In mezzo a centinaia di clausole tecniche noiose e complicate, fece inserire un punto assurdo: "Articolo 126: Nel camerino dovrà esserci una ciotola di M&M's. Non dovranno assolutamente esserci confetti di colore marrone. In caso di presenza di M&M's marroni, lo show sarà cancellato con il pagamento dell'intero compenso".

Il ragionamento era puramente logico. Se Roth arrivava nel backstage e vedeva dei confetti marroni, aveva la prova immediata che l'organizzatore locale non aveva letto con attenzione il contratto. E se non aveva letto la clausola (semplice) sulle caramelle, c'erano ottime probabilità che avesse ignorato anche le istruzioni (vitali) sulla portata dei carichi o sulla messa a terra dell'impianto elettrico.

Il caso più celebre fu quello di Pueblo, in Colorado. Quando Roth vide gli M&M's marroni, diede effettivamente di matto, distruggendo il camerino. La stampa lo massacrò, descrivendolo come un pazzo. La realtà? Il pavimento della palestra dove doveva tenersi il concerto non era adatto a sostenere il palco, che infatti iniziò a sprofondare, causando danni strutturali enormi all'edificio. Se fossero saliti sul palco, sarebbe finita in tragedia.

In definitiva, quella ciotola di cioccolato era il loro "canarino nella miniera". Non era una questione di gusto per il cioccolato, ma di sopravvivenza. I Van Halen non erano divi capricciosi; erano professionisti ossessivi che usavano un trucco psicologico per capire, in un secondo, se potevano fidarsi delle persone con cui stavano lavorando. 








sabato 21 marzo 2026

Un ricordo di Leo Fender a 35 anni dalla sua morte



Il 21 marzo del 1991, all’ età di 82 anni, moriva Leo Fender, il fondatore della Fender Musical Instruments Corporation.
Gli strumenti musicali progettati e realizzati da Leo Fender hanno rivoluzionato la storia della musica del XX secolo. Oggi il marchio Fender è uno dei più gloriosi e diffusi tra gli appassionati di chitarre elettriche.

Clarence Leonidas Fender nasce il 10 agosto 1909 nei pressi di Anaheim, nello stato della California (USA), da genitori agricoltori. Da giovane prende qualche lezione di pianoforte e di sassofono ma, fin dal 1922, è l'elettronica, che coltivava come autodidatta, a diventare la sua prima passione. Leo Fender si diploma nel 1928; all'epoca aveva già costruito una piccola radio amatoriale e alcuni impianti di amplificazione, che affittava per guadagnare qualche dollaro.


Leo Fender non emerge come musicista, non è nemmeno un liutaio e neppure un ingegnere. La sua passione è quella di un'autodidatta, sperimentatore instancabile, curioso e determinato nel raggiungere gli obiettivi ricercando il massimo della qualità. Eclettico e geniale, Fender era un uomo dalle molteplici competenze che sapeva circondarsi delle persone giuste. In una sintetica analisi del suo lavoro, dal punto di vista economico, oggi possiamo dire che Leo Fender aveva intuito prima d'altri il significato della produzione si strumenti musicali per un mercato di massa, e negli anni '50 e '60 è stato per gli strumenti musicali ciò che Henry Ford è stato stato per l'industria automobilistica americana negli anni '20 e '30.
Finiti gli studi Fender comincia a lavorare come ragionere per il dipartimento autostradale dello stato della California. Nel 1934 sposa Esther Klosky.

A causa della cosiddetta "grande depressione" statunitense, Leo perde il lavoro. La passione per l'elettronica però non si è mai spenta. Persona creativa e piena di risorse,  nel 1938, non ancora trentenne, decide di aprire a Fullerton il "Fender's Radio Service", un negozio-laboratorio di elettronica. Qui vende e ripara radio insieme ad altri vari congegni elettronici. Tutto questo accadeva in un momento storico in cui gli Stati Uniti si trovavano lanciati in un'inarrestabile corsa all'innovazione tecnologica.
L'interesse per la musica si avvicina poco a poco. Con il passare del tempo si fanno sempre più numerosi i musicisti che si rivolgono a lui per riparare i propri strumenti e amplificatori. Tra questi c'è Doc Kauffman, che aveva lavorato per la Rickenbacker, casa produttrice di chitarre. I due approfondiscono il loro rapporto e insieme compiono vari esperimenti. Nel 1944 fondano la "K&F Company" per produrre chitarre hawaiane e amplificatori.
Due anni più tardi, nel 1946, la società si scioglie. Leo fonda la "Fender Electric Instrument Company", decidendo di abbandonare le radio e la piccola elettronica per concentrarsi sugli strumenti musicali.
Nel 1950 è il primo a mettere in commercio una chitarra elettrica a corpo pieno (cosiddetta "solidbody"): il modello "Broadcaster" coincide con quella che oggi è universalmente nota come "Telecaster".
Nel 1951 inventa il basso elettrico "Precision". Nel 1954, con l'azienda in pieno processo di espansione, crea quella che può essere considerato il suo modello più emblematico: la "Stratocaster".


Le caratteristiche salienti della Stratocaster sono: il ponte, che prevede la regolazione separata di ciascuna corda con applicato il "tremolo sincronizzato" (meccanismo per ottenere un particolare effetto di modifica dell'intonazione della corde attraverso una leva); il corpo, in frassino, efficacemente sagomato e smussato per ottenere leggerezza ed ergonomicità, con la doppia spalla mancante per agevolare il raggiungimento delle note in fondo al manico; il manico, in acero avvitato al corpo, con anima di acciaio interna regolabile, e con tastiera ricavata direttamente su di esso; tre pickup a bobina singola, forniti di tre controlli (volume, tono per il pickup al manico e tono per il pick up centrale) e di un selettore per i pick up facilmente raggiungibili con la mano destra.
Nei dieci anni successivi la Fender continua a crescere: il successo è frutto di una congiuntura economica fortunata, ma anche del lavoro e della creatività dell'instancabile fondatore, che continua a migliorare i vecchi modelli oltre a produrne di nuovi.
La gestione sempre più complessa e gli investimenti sempre più alti portano Leo Fender a maturare l'idea di vendere l'azienda e il proprio marchio alla CBS (Columbia Broadcasting System), una multinazionale interessata ad espandersi nel settore degli strumenti musicali. Lo staff originale rimaneva confermato: Leo Fender con alcuni suoi fedeli collaboratori (tra cui George Randall, Don Fullerton e Forrest White) firmano un contratto di cinque anni per garantire continuità alla produzione.
Tra il 1965 e il 1971 Leo lavora come consulente del settore "Ricerca e Sviluppo" della nuova Fender. Il suo nome rimane comunque protagonista di altri importanti progetti, come ad esempio quello del pianoforte elettrico Rhodes.
Nel frattempo i vecchi compagni uno ad uno lasciano il loro posto alla CBS. 
Nel 1972 quando Forrest White lascia la CBS per fondare la "Music Man" e produrre amplificatori, Leo Fender lo segue. Il suo contributo dà avvio alla produzione di chitarre e bassi: Fender si trova pertanto a competere con il proprio nome.
Negli anni '70 il marchio Fender e la sua fama sono solidi e consolidati, tuttavia sono pochissimi quelli che conoscono la storia di Leo e del suo ruolo chiave svolto nella costruzione del marchio.





venerdì 20 marzo 2026

ASTROLABIO – Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria

 

Quando nel 2014 mi capitò di recensire L’isolamento dei numeri pari, rimasi colpito dalla capacità degli Astrolabio di costruire mondi narrativi complessi senza perdere mai il contatto con la realtà più concreta. Rileggendo oggi quella vecchia pagina - che resta lì, come una fotografia di un ascolto antico - mi accorgo che la band ha continuato a muoversi nella stessa direzione, affinando però lo sguardo, rendendolo più tagliente, più necessario. Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria è il punto in cui la loro poetica trova una forma definitiva, quasi inevitabile.

Con questo album gli Astrolabio chiudono la loro “trilogia della comunicazione” con un concept che non si limita a raccontare il presente, lo seziona, lo deride, lo esaspera fino a renderlo specchio deformante eppure fedelissimo della nostra quotidianità. Il disco - pubblicato da Andromeda Relix nel marzo 2026 - arriva dopo nove anni di silenzio discografico, ma non suona come un ritorno, sembra piuttosto il compimento naturale di un percorso che la band veronese aveva già tracciato con ostinazione e coerenza.

L’idea di fondo è dichiarata senza ambiguità nel documento ufficiale: “Il disco degli Astrolabio è stato pensato come un grande spazio pubblicitario, un Carosello entro il quale ogni pezzo diviene uno spot”. Eppure, dietro l’ironia, c’è un’amarezza che non si nasconde. La band osserva un mondo in cui la comunicazione non è più un mezzo, ma un habitat tossico, un sistema di condizionamento che plasma identità, desideri, perfino la percezione del vero.

Il viaggio si apre con Prima della pubblicità, dove la ricerca disperata di notorietà diventa più importante della vita stessa: un individuo pronto al suicidio in diretta teme soltanto che il suo gesto venga oscurato dai “consigli per gli acquisti”. È un’immagine che colpisce perché non è distopia, ma iperrealismo. Da qui il disco scivola nella materia viva del concept: La dittatura delle Cose mette a nudo l’identità ridotta a inventario, l’essere umano che si definisce attraverso ciò che possiede; Il seme del disgusto fotografa una società che non sa più distinguere tra scelta e condizionamento, tra gusto e trash, incapace persino di ricostruire il proprio degrado; La Fiera del Luogo Comune trasforma il linguaggio in merce, mostrando come frasi fatte e stereotipi diventino la struttura portante di intere esistenze. In questo percorso, B.B. appare come un lampo: un jingle di quattro secondi, un frammento volutamente effimero che interrompe il flusso narrativo proprio come farebbe uno spot, ricordando all’ascoltatore che tutto, anche la musica, può essere ridotto a un micro-contenuto da consumare e dimenticare. È un gesto minuscolo ma perfettamente coerente con l’idea di un Carosello contemporaneo, dove la brevità non è un limite ma una strategia. Il tono si fa più crepuscolare con L’ombra di te stesso, ritratto di un individuo consumato dagli oggetti che ha accumulato, osservato da un ragno che ne registra la decadenza senza pietà. Poi il concept si apre in una dimensione quasi teatrale con Grandi Magazzini, lo spot definitivo: un emporio dove si compra tutto, purché inutile, purché identico a ciò che comprano gli altri, perché il conformismo è ormai la prima legge del mercato. Senzavoglia affronta la mercificazione del corpo con un fatalismo che non cerca pietà, mentre Democrazia (ma che idea!) riduce la forma di governo a un kit di montaggio, un oggetto da assemblare seguendo istruzioni elementari, svuotato di ogni principio. Subito dopo, Monoscopo - sette secondi appena - funziona come una soglia sonora: un richiamo al monoscopio televisivo che precede l’intervento finale, un segnale d’epoca che prepara l’ascoltatore all’irruzione di DIO (Decido Io, Ora). È un frammento che non aggiunge contenuto, ma aggiunge contesto: un respiro sospeso, un cambio di luce, un attimo di attesa prima che il sipario si apra sull’ultimo atto.

L’epilogo arriva appunto con DIO (Decido Io, Ora), introdotto da quel monoscopio che sembra annunciare la fine delle trasmissioni: un Dio stanco dell’umanità che decide di chiudere la partita, lasciando un sorriso amaro e un brivido di speranza.

Musicalmente, gli Astrolabio restano fedeli al loro “Rock Degressivo Italiano”, un hard-prog di matrice ’70 che non si limita a citare, ma rielabora. L’assenza delle tastiere - sostituite da una seconda chitarra - dà al disco un carattere più ruvido, più diretto, quasi più “live”. È una scelta che funziona: la densità dei temi trova un contrappunto in un suono che non si perde in orpelli, ma spinge, incalza, sostiene la narrazione.

Ciò che rende questo album davvero riuscito è la sua capacità di essere politico senza essere didascalico, satirico senza essere leggero, narrativo senza perdere coesione. È un disco che parla del presente con lucidità e con un’ironia che non consola, ma sveglia. Un Carosello capovolto, dove gli spot non vendono prodotti, ma rivelano le crepe della nostra epoca. Gli Astrolabio firmano così il loro lavoro più maturo, un concept che non si limita a raccontare la comunicazione, ma la smonta pezzo per pezzo, mostrando ciò che resta quando la pubblicità diventa l’unico linguaggio possibile.

 

Crediti

Astrolabio

Michele Antonelli – voce, chitarre, flauto traverso

Alessandro Pontone – batteria, cori

Paolo Iemmi – basso, voce, cori

Paolo Giberti – chitarre, cori

Ospiti

Marco Ciscato – chitarre, post-produzioni

Massimo Babbi – tastiere

 

Produzione

Testi: Michele Antonelli

Musiche e arrangiamenti: Astrolabio

Prodotto da Astrolabio (2026)

Registrato presso Industrial Studio, Verona

 

Tracklist

1.   Prima della Pubblicità – 4:25

2.   La dittatura delle Cose – 6:42

3.   Il seme del disgusto – 6:09

4.   La fiera del luogo comune – 6:55

5.   B.B. – 0:04

6.   L’ombra di te stesso – 4:14

7.   Grandi Magazzini – 6:55

8.   Senzavoglia – 4:53

9.   Democrazia (ma che idea!) – 3:41

10.                 Monoscopo – 0:07

11.                 DIO (Decido Io, Ora) – 9:55





giovedì 19 marzo 2026

Jim Morrison: il primo arresto in diretta nella storia del rock

 


Dalle luci della ribalta alle manette:

 la sfida di Jim Morrison alla legge


Immaginiamo di essere nel 1967, alla New Haven Arenanel Connecticut. L'aria è densa di fumo e di quell'elettricità tipica dei grandi eventi rock. Ma quella sera, il concerto dei Doors non finì con gli applausi, bensì con le sirene della polizia. Tutto iniziò per un banale equivoco: prima di salire sul palco, Jim Morrison si era appartato in una doccia nel backstage con una ragazza. Un poliziotto, non riconoscendolo, gli ordinò bruscamente di andarsene. Jim, che non ha mai sopportato l'autorità, rispose male e l'agente lo mise a tacere con una spruzzata di spray al peperoncino dritto negli occhi.

Nonostante il dolore, Jim decise di salire comunque sul palco, ma non aveva intenzione di limitarsi a cantare. Durante il pezzo Back Door Man, la band iniziò a improvvisare un ritmo ipnotico e lui colse l'occasione per sfogarsi. Cominciò a raccontare al pubblico, con tono teatrale e di sfida, quello che gli era appena successo, sbeffeggiando il poliziotto e chiamandolo "piccolo uomo blu". Era troppo per le forze dell'ordine presenti: le luci in sala vennero accese di colpo, i poliziotti salirono sul palco e trascinarono via Morrison sotto gli occhi increduli di migliaia di fan. Fu la prima volta nella storia che una rockstar veniva arrestata "in diretta" durante un concerto.

In tutto quel caos, i suoi compagni di band rimasero impietriti. Ray Manzarek, il tastierista, guardava la scena tra il rassegnato e lo scioccato, consapevole che la follia di Jim stava superando il limite della musica. John Densmore, alla batteria, provava un misto di paura e rabbia per quel disastro che stava rovinando lo show, mentre Robby Krieger continuò a pizzicare le corde della chitarra finché non staccarono la corrente. Si ritrovarono soli sul palco, mentre fuori scoppiava una rivolta tra fan e poliziotti.

Quella notte, però, ci ha regalato un'icona immortale. Portato in centrale, Jim venne fotografato per la celebre foto segnaletica (la mugshot): quello scatto, dove lui appare spettinato, con lo sguardo fiero e per nulla pentito, è diventato il simbolo della ribellione giovanile, finendo su poster e magliette di ogni generazione successiva. Quello che doveva essere un semplice arresto per "incitamento alla rivolta" trasformò definitivamente Jim Morrison da cantante a leggenda maledetta.





Nel ricordo di Paul Kossoff



Ricorre oggi, 19 marzo, l’anniversario della morte di Paul Kossoff, professione chitarrista, fondatore dei Free. Nato in Inghilterra, ad Hmpstead, il 14 settembre del 1950, aveva solo 26 anni quando il 19 marzo del 1976 morì a seguito di un’overdose di eroina, durante un volo aereo. Kossoff era da tempo eroinomane.
Lo stile di Paul Kossoff è di chiara matrice blues, pieno di feeling ed espressività, con largo uso di “bending” e del vibrato. Suonava principalmente Chitarre Gibson Les Paul, e dal vivo con due o più amplificatori Marshall. Nessun effetto a pedale, wha fuzz con controllo del “guadagno” con i due potenziometri del volume sulla Les Paul.


Ma chi furono i Free?

I Free nascono a Londra nel 1968 quando Paul Kossoff e Simon Kirke, rispettivamente chitarrista e batterista dei Black Cat Bones, contattano il cantante Paul Rodgers dopo averlo visto in azione con la sua blues band, i Brown Sugar. Come bassista viene reclutato il sedicenne Andy Fraser. Con la protezione di Alexis Korner (responsabile anche della scelta del nome), i quattro fanno serate in piccoli club creandosi un certo seguito, e firmano così per la Island Records, pubblicando al loro esordio l’album Tons of Sobs. La voce graffiante di Rodgers e i grintosi assoli di Kossoff personalizzano un sound che negli anni a venire non sarà più così energico. Nel secondo album, Free, i toni si fanno infatti più morbidi e pacati concedendo largo spazio alle armonie vocali. Il grande successo arriva comunque con Fire and Water, contenente il brano All Right Now, caratterizzato da un riff di chitarra e un ritornello che li porterà in cima alle classifiche di USA e Regno Unito. I Free si separano al culmine della carriera, nel1971, per dedicarsi a progetti diversi con scarso successo per tutti e quattro. Si rimettono quindi insieme nel 1972, e, dopo ripetuti cambi di formazione e i problemi di droga di Kossoff, pubblicano Free at Last (1972) e Heartbreaker (1973). Fraser lascia il gruppo formando la Andy Fraser Band, lasciando il posto al bassista giapponese Tetsu Yamauchi; entra anche il tastierista texano John “Rabbit” Bundrick già con Johnny Cash, tuttavia il gruppo britannico non riesce a trovare la stabilità a causa dell’abbandono di Kossoff prima della conclusione di Heartbreaker (in alcune date è Rodgers a improvvisarsi chitarrista). In seguito Rodgers e Kirke ritrovano la gloria con i Bad Company, Tetsu si unisce ai Faces e Bundrick intraprende la carriera solista diventando dal 1979 tastierista live degli Who.
Kossoff, dopo due anni di cure intensive, quando sembrava essere tornato al meglio (pubblica un album da solista e due con i Back Street Crawler), muore nel 1976 sull'aereo che lo stava portando a New York. Dal 1974 al 2002 vengono pubblicate antologie dei Free rimasterizzate e arricchite di inediti, e versioni alternative dei loro successi.
Conclusa l'esperienza Bad Company, Paul Rodgers intraprende l'attività come solista e nel 2005; dall'incontro con Brian May e Roger Taylor dei Queen, nasce il progetto Queen +Paul Rodgers, che porta la formazione ad esibirsi in tutto il mondo con un repertorio celebrativo comprendente i successi di entrambi, anche se con un taglio principalmente 'Queen'.
Il tour 2005-2006, sull'ondata emotiva post-Freddy Mercury, riscuote enorme successo e da origine ad un doppio CD live dal nome Return of the Champions.


Ultima formazione
  • Paul Rodgers - voce, chitarra, piano (1968-1971, 1972-1973)
  • Paul Kossoff - chitarra (1968-1971, 1972-1973)
  • John "Rabbit" Bundrick - tastiere (1972-1973)
  • Tetsu Yamauchi - basso (1972-1973)
  • Simon Kirke - batteria (1968-1971, 1972-1973)
Ex componenti
  • Andy Fraser - basso, piano (1968-1971, 1972)
  • Wendell Richardson - chitarra (1973)
  • Leigh Webster -tastiere (1972)




mercoledì 18 marzo 2026

St. Patrick’s Day alla Boutique della Birra con i The PoguestrA

 


The PoguestrA – Un’esperienza che si ripete

 

Anche quest’anno la Boutique della Birra di Savona ha accolto il St. Patrick’s Day con la familiarità di un appuntamento che ormai fa parte della città. Atmosfera semplice e piacevole, tanti amici presenti, volti noti che si ritrovano senza bisogno di annunci, e una disposizione dei tavoli che ha reso facile scambiare due parole con chi non si conosceva ancora. Una serata sociale prima ancora che musicale.

Sul palco, la formazione stabile della PoguestrA: Roberto “Zac” Giacchello, Daniele Rubertelli, Roberto “Bobo” Storace, Sandro Signorile, Alberto “Stagger Lee” Bella e Claudio Andolfi. Un gruppo nato in piena pandemia come progetto inclusivo e “a distanza”, poi diventato una realtà savonese a tutti gli effetti. La loro storia resta particolare: da orchestra diffusa con musicisti sparsi nel mondo a band vera, con un’identità che si è consolidata concerto dopo concerto.

Il live è scivolato via con naturalezza. Non serviva conoscere i brani per entrarci dentro: la musica funzionava come collante, un sottofondo vivo che accompagnava chi chiacchierava, chi brindava, chi ascoltava con più attenzione, chi ballava. Nessuna enfasi, nessuna ricerca di effetto, solo un clima rilassato, partecipato, in cui la band e il pubblico sembravano condividere lo stesso spazio senza barriere.

È stata una serata riuscita proprio per questo, per la sua normalità, per la facilità con cui ci si è sentiti parte di qualcosa, per quel piccolo intreccio di incontri e conversazioni che nasce quando l’ambiente lo permette.

Un St. Patrick’s Day semplice, sociale, ben calibrato.