venerdì 20 marzo 2026

ASTROLABIO – Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria

 

Quando nel 2014 mi capitò di recensire L’isolamento dei numeri pari, rimasi colpito dalla capacità degli Astrolabio di costruire mondi narrativi complessi senza perdere mai il contatto con la realtà più concreta. Rileggendo oggi quella vecchia pagina - che resta lì, come una fotografia di un ascolto antico - mi accorgo che la band ha continuato a muoversi nella stessa direzione, affinando però lo sguardo, rendendolo più tagliente, più necessario. Una volta qui era tutta campagna pubblicitaria è il punto in cui la loro poetica trova una forma definitiva, quasi inevitabile.

Con questo album gli Astrolabio chiudono la loro “trilogia della comunicazione” con un concept che non si limita a raccontare il presente, lo seziona, lo deride, lo esaspera fino a renderlo specchio deformante eppure fedelissimo della nostra quotidianità. Il disco - pubblicato da Andromeda Relix nel marzo 2026 - arriva dopo nove anni di silenzio discografico, ma non suona come un ritorno, sembra piuttosto il compimento naturale di un percorso che la band veronese aveva già tracciato con ostinazione e coerenza.

L’idea di fondo è dichiarata senza ambiguità nel documento ufficiale: “Il disco degli Astrolabio è stato pensato come un grande spazio pubblicitario, un Carosello entro il quale ogni pezzo diviene uno spot”. Eppure, dietro l’ironia, c’è un’amarezza che non si nasconde. La band osserva un mondo in cui la comunicazione non è più un mezzo, ma un habitat tossico, un sistema di condizionamento che plasma identità, desideri, perfino la percezione del vero.

Il viaggio si apre con Prima della pubblicità, dove la ricerca disperata di notorietà diventa più importante della vita stessa: un individuo pronto al suicidio in diretta teme soltanto che il suo gesto venga oscurato dai “consigli per gli acquisti”. È un’immagine che colpisce perché non è distopia, ma iperrealismo. Da qui il disco scivola nella materia viva del concept: La dittatura delle Cose mette a nudo l’identità ridotta a inventario, l’essere umano che si definisce attraverso ciò che possiede; Il seme del disgusto fotografa una società che non sa più distinguere tra scelta e condizionamento, tra gusto e trash, incapace persino di ricostruire il proprio degrado; La Fiera del Luogo Comune trasforma il linguaggio in merce, mostrando come frasi fatte e stereotipi diventino la struttura portante di intere esistenze. In questo percorso, B.B. appare come un lampo: un jingle di quattro secondi, un frammento volutamente effimero che interrompe il flusso narrativo proprio come farebbe uno spot, ricordando all’ascoltatore che tutto, anche la musica, può essere ridotto a un micro-contenuto da consumare e dimenticare. È un gesto minuscolo ma perfettamente coerente con l’idea di un Carosello contemporaneo, dove la brevità non è un limite ma una strategia. Il tono si fa più crepuscolare con L’ombra di te stesso, ritratto di un individuo consumato dagli oggetti che ha accumulato, osservato da un ragno che ne registra la decadenza senza pietà. Poi il concept si apre in una dimensione quasi teatrale con Grandi Magazzini, lo spot definitivo: un emporio dove si compra tutto, purché inutile, purché identico a ciò che comprano gli altri, perché il conformismo è ormai la prima legge del mercato. Senzavoglia affronta la mercificazione del corpo con un fatalismo che non cerca pietà, mentre Democrazia (ma che idea!) riduce la forma di governo a un kit di montaggio, un oggetto da assemblare seguendo istruzioni elementari, svuotato di ogni principio. Subito dopo, Monoscopo - sette secondi appena - funziona come una soglia sonora: un richiamo al monoscopio televisivo che precede l’intervento finale, un segnale d’epoca che prepara l’ascoltatore all’irruzione di DIO (Decido Io, Ora). È un frammento che non aggiunge contenuto, ma aggiunge contesto: un respiro sospeso, un cambio di luce, un attimo di attesa prima che il sipario si apra sull’ultimo atto.

L’epilogo arriva appunto con DIO (Decido Io, Ora), introdotto da quel monoscopio che sembra annunciare la fine delle trasmissioni: un Dio stanco dell’umanità che decide di chiudere la partita, lasciando un sorriso amaro e un brivido di speranza.

Musicalmente, gli Astrolabio restano fedeli al loro “Rock Degressivo Italiano”, un hard-prog di matrice ’70 che non si limita a citare, ma rielabora. L’assenza delle tastiere - sostituite da una seconda chitarra - dà al disco un carattere più ruvido, più diretto, quasi più “live”. È una scelta che funziona: la densità dei temi trova un contrappunto in un suono che non si perde in orpelli, ma spinge, incalza, sostiene la narrazione.

Ciò che rende questo album davvero riuscito è la sua capacità di essere politico senza essere didascalico, satirico senza essere leggero, narrativo senza perdere coesione. È un disco che parla del presente con lucidità e con un’ironia che non consola, ma sveglia. Un Carosello capovolto, dove gli spot non vendono prodotti, ma rivelano le crepe della nostra epoca. Gli Astrolabio firmano così il loro lavoro più maturo, un concept che non si limita a raccontare la comunicazione, ma la smonta pezzo per pezzo, mostrando ciò che resta quando la pubblicità diventa l’unico linguaggio possibile.

 

Crediti

Astrolabio

Michele Antonelli – voce, chitarre, flauto traverso

Alessandro Pontone – batteria, cori

Paolo Iemmi – basso, voce, cori

Paolo Giberti – chitarre, cori

Ospiti

Marco Ciscato – chitarre, post-produzioni

Massimo Babbi – tastiere

 

Produzione

Testi: Michele Antonelli

Musiche e arrangiamenti: Astrolabio

Prodotto da Astrolabio (2026)

Registrato presso Industrial Studio, Verona

 

Tracklist

1.   Prima della Pubblicità – 4:25

2.   La dittatura delle Cose – 6:42

3.   Il seme del disgusto – 6:09

4.   La fiera del luogo comune – 6:55

5.   B.B. – 0:04

6.   L’ombra di te stesso – 4:14

7.   Grandi Magazzini – 6:55

8.   Senzavoglia – 4:53

9.   Democrazia (ma che idea!) – 3:41

10.                 Monoscopo – 0:07

11.                 DIO (Decido Io, Ora) – 9:55





giovedì 19 marzo 2026

Jim Morrison: il primo arresto in diretta nella storia del rock

 


Dalle luci della ribalta alle manette:

 la sfida di Jim Morrison alla legge


Immaginiamo di essere nel 1967, alla New Haven Arenanel Connecticut. L'aria è densa di fumo e di quell'elettricità tipica dei grandi eventi rock. Ma quella sera, il concerto dei Doors non finì con gli applausi, bensì con le sirene della polizia. Tutto iniziò per un banale equivoco: prima di salire sul palco, Jim Morrison si era appartato in una doccia nel backstage con una ragazza. Un poliziotto, non riconoscendolo, gli ordinò bruscamente di andarsene. Jim, che non ha mai sopportato l'autorità, rispose male e l'agente lo mise a tacere con una spruzzata di spray al peperoncino dritto negli occhi.

Nonostante il dolore, Jim decise di salire comunque sul palco, ma non aveva intenzione di limitarsi a cantare. Durante il pezzo Back Door Man, la band iniziò a improvvisare un ritmo ipnotico e lui colse l'occasione per sfogarsi. Cominciò a raccontare al pubblico, con tono teatrale e di sfida, quello che gli era appena successo, sbeffeggiando il poliziotto e chiamandolo "piccolo uomo blu". Era troppo per le forze dell'ordine presenti: le luci in sala vennero accese di colpo, i poliziotti salirono sul palco e trascinarono via Morrison sotto gli occhi increduli di migliaia di fan. Fu la prima volta nella storia che una rockstar veniva arrestata "in diretta" durante un concerto.

In tutto quel caos, i suoi compagni di band rimasero impietriti. Ray Manzarek, il tastierista, guardava la scena tra il rassegnato e lo scioccato, consapevole che la follia di Jim stava superando il limite della musica. John Densmore, alla batteria, provava un misto di paura e rabbia per quel disastro che stava rovinando lo show, mentre Robby Krieger continuò a pizzicare le corde della chitarra finché non staccarono la corrente. Si ritrovarono soli sul palco, mentre fuori scoppiava una rivolta tra fan e poliziotti.

Quella notte, però, ci ha regalato un'icona immortale. Portato in centrale, Jim venne fotografato per la celebre foto segnaletica (la mugshot): quello scatto, dove lui appare spettinato, con lo sguardo fiero e per nulla pentito, è diventato il simbolo della ribellione giovanile, finendo su poster e magliette di ogni generazione successiva. Quello che doveva essere un semplice arresto per "incitamento alla rivolta" trasformò definitivamente Jim Morrison da cantante a leggenda maledetta.





Nel ricordo di Paul Kossoff



Ricorre oggi, 19 marzo, l’anniversario della morte di Paul Kossoff, professione chitarrista, fondatore dei Free. Nato in Inghilterra, ad Hmpstead, il 14 settembre del 1950, aveva solo 26 anni quando il 19 marzo del 1976 morì a seguito di un’overdose di eroina, durante un volo aereo. Kossoff era da tempo eroinomane.
Lo stile di Paul Kossoff è di chiara matrice blues, pieno di feeling ed espressività, con largo uso di “bending” e del vibrato. Suonava principalmente Chitarre Gibson Les Paul, e dal vivo con due o più amplificatori Marshall. Nessun effetto a pedale, wha fuzz con controllo del “guadagno” con i due potenziometri del volume sulla Les Paul.


Ma chi furono i Free?

I Free nascono a Londra nel 1968 quando Paul Kossoff e Simon Kirke, rispettivamente chitarrista e batterista dei Black Cat Bones, contattano il cantante Paul Rodgers dopo averlo visto in azione con la sua blues band, i Brown Sugar. Come bassista viene reclutato il sedicenne Andy Fraser. Con la protezione di Alexis Korner (responsabile anche della scelta del nome), i quattro fanno serate in piccoli club creandosi un certo seguito, e firmano così per la Island Records, pubblicando al loro esordio l’album Tons of Sobs. La voce graffiante di Rodgers e i grintosi assoli di Kossoff personalizzano un sound che negli anni a venire non sarà più così energico. Nel secondo album, Free, i toni si fanno infatti più morbidi e pacati concedendo largo spazio alle armonie vocali. Il grande successo arriva comunque con Fire and Water, contenente il brano All Right Now, caratterizzato da un riff di chitarra e un ritornello che li porterà in cima alle classifiche di USA e Regno Unito. I Free si separano al culmine della carriera, nel1971, per dedicarsi a progetti diversi con scarso successo per tutti e quattro. Si rimettono quindi insieme nel 1972, e, dopo ripetuti cambi di formazione e i problemi di droga di Kossoff, pubblicano Free at Last (1972) e Heartbreaker (1973). Fraser lascia il gruppo formando la Andy Fraser Band, lasciando il posto al bassista giapponese Tetsu Yamauchi; entra anche il tastierista texano John “Rabbit” Bundrick già con Johnny Cash, tuttavia il gruppo britannico non riesce a trovare la stabilità a causa dell’abbandono di Kossoff prima della conclusione di Heartbreaker (in alcune date è Rodgers a improvvisarsi chitarrista). In seguito Rodgers e Kirke ritrovano la gloria con i Bad Company, Tetsu si unisce ai Faces e Bundrick intraprende la carriera solista diventando dal 1979 tastierista live degli Who.
Kossoff, dopo due anni di cure intensive, quando sembrava essere tornato al meglio (pubblica un album da solista e due con i Back Street Crawler), muore nel 1976 sull'aereo che lo stava portando a New York. Dal 1974 al 2002 vengono pubblicate antologie dei Free rimasterizzate e arricchite di inediti, e versioni alternative dei loro successi.
Conclusa l'esperienza Bad Company, Paul Rodgers intraprende l'attività come solista e nel 2005; dall'incontro con Brian May e Roger Taylor dei Queen, nasce il progetto Queen +Paul Rodgers, che porta la formazione ad esibirsi in tutto il mondo con un repertorio celebrativo comprendente i successi di entrambi, anche se con un taglio principalmente 'Queen'.
Il tour 2005-2006, sull'ondata emotiva post-Freddy Mercury, riscuote enorme successo e da origine ad un doppio CD live dal nome Return of the Champions.


Ultima formazione
  • Paul Rodgers - voce, chitarra, piano (1968-1971, 1972-1973)
  • Paul Kossoff - chitarra (1968-1971, 1972-1973)
  • John "Rabbit" Bundrick - tastiere (1972-1973)
  • Tetsu Yamauchi - basso (1972-1973)
  • Simon Kirke - batteria (1968-1971, 1972-1973)
Ex componenti
  • Andy Fraser - basso, piano (1968-1971, 1972)
  • Wendell Richardson - chitarra (1973)
  • Leigh Webster -tastiere (1972)




mercoledì 18 marzo 2026

St. Patrick’s Day alla Boutique della Birra con i The PoguestrA

 


The PoguestrA – Un’esperienza che si ripete

 

Anche quest’anno la Boutique della Birra di Savona ha accolto il St. Patrick’s Day con la familiarità di un appuntamento che ormai fa parte della città. Atmosfera semplice e piacevole, tanti amici presenti, volti noti che si ritrovano senza bisogno di annunci, e una disposizione dei tavoli che ha reso facile scambiare due parole con chi non si conosceva ancora. Una serata sociale prima ancora che musicale.

Sul palco, la formazione stabile della PoguestrA: Roberto “Zac” Giacchello, Daniele Rubertelli, Roberto “Bobo” Storace, Sandro Signorile, Alberto “Stagger Lee” Bella e Claudio Andolfi. Un gruppo nato in piena pandemia come progetto inclusivo e “a distanza”, poi diventato una realtà savonese a tutti gli effetti. La loro storia resta particolare: da orchestra diffusa con musicisti sparsi nel mondo a band vera, con un’identità che si è consolidata concerto dopo concerto.

Il live è scivolato via con naturalezza. Non serviva conoscere i brani per entrarci dentro: la musica funzionava come collante, un sottofondo vivo che accompagnava chi chiacchierava, chi brindava, chi ascoltava con più attenzione, chi ballava. Nessuna enfasi, nessuna ricerca di effetto, solo un clima rilassato, partecipato, in cui la band e il pubblico sembravano condividere lo stesso spazio senza barriere.

È stata una serata riuscita proprio per questo, per la sua normalità, per la facilità con cui ci si è sentiti parte di qualcosa, per quel piccolo intreccio di incontri e conversazioni che nasce quando l’ambiente lo permette.

Un St. Patrick’s Day semplice, sociale, ben calibrato.



CATRAMINA – Runnin’ Orbit: un reperto sonoro che torna alla luce

 


Dalla Valbormida degli anni ’90 riemerge un brano che racconta una scena sotterranea, un’estetica istintiva e un modo di fare musica ormai scomparso 

Ascolta il brano in anteprima

 

Ci sono brani che non appartengono soltanto al loro tempo, ma alla memoria di chi li ha vissuti. Runnin’ Orbit dei Catramina è uno di quei frammenti sonori che sembrano sospesi, rimasti in attesa per trent’anni prima di trovare il momento giusto per riaffiorare. Registrato intorno al 1996, il brano viene oggi pubblicato senza alcuna sovraincisione o intervento moderno, un recupero filologico, rispettoso, che si limita a remix, editing e rimasterizzazione, come conferma la band stessa nel documento originale, dove si legge che “nulla è stato risuonato od aggiunto al materiale originale”. È un gesto di cura, quasi museale, ma non freddo; un atto d’amore verso un periodo in cui la musica indipendente era davvero indipendente, fatta di prove notturne, registrazioni improvvisate, intuizioni più che progetti.

Per capire Runnin’ Orbit bisogna tornare alla nascita dei Catramina, tra il 1993 e il 1994, quando un gruppo di amici autodidatti, con una formazione musicale disordinata e una strumentazione imparata più per istinto che per metodo, comincia a suonare senza un’idea precisa, senza un manifesto, senza un’estetica predefinita. È una band nata per caso, o forse per necessità espressiva, che dopo vari cambi di formazione trova un assetto stabile e inizia a costruire un repertorio più strutturato. I primi concerti sono dominati da un proto‑punk in italiano, ruvido, diretto, quasi primitivo. Poi, gradualmente, la band vira verso l’inglese e amplia la propria geografia: più locali, più pubblico, più chilometri, più consapevolezza.

La formazione storica, quella che registrò Runnin’ Orbit, era composta da Massimo Di Cresce alla batteria e percussioni, Francesco Tripodi al basso, Marcello Abucci alle chitarre, tastiere ed elettronica, e Fiorenza Saffirio alla voce. Tripodi e Abucci aggiungevano anche violino, armonica, mandolino e tromba, strumenti usati come colori psichedelici, mai protagonisti, sempre accenni, dettagli che emergevano nelle parti strumentali disarticolate tipiche dei loro brani. La band ascoltava di tutto: rock‑pop classico, psichedelia, noise, prime forme di elettronica. Eppure, come sottolineano loro stessi, non esiste un’influenza riconoscibile in modo diretto. L’attitudine, però, sì: punk, o meglio post‑punk, non nel suono ma nel modo di stare al mondo, nel rifiuto delle regole, nella spontaneità, nell’assenza di calcoli.

Runnin’ Orbit incarna perfettamente questa libertà. È un brano che vive di stratificazioni e tensioni, un flusso di coscienza sonoro in cui il pop naïf si intreccia con aperture psichedeliche e inserti strumentali che sembrano muoversi in orbite diverse, come suggerisce il titolo. La batteria di Di Cresce non cerca la precisione metronomica: è organica, pulsante, con un uso del rullante che richiama certo indie americano di metà anni ’90. Il basso di Tripodi lavora per linee più melodiche che ritmiche, creando una tensione continua tra sostegno e fuga. Le chitarre di Abucci, leggermente saturate, non cercano mai l’aggressività, ma costruiscono un paesaggio sonoro in cui la melodia è spesso un’ombra, un’ipotesi. Le tastiere e gli interventi elettronici non hanno funzione armonica, ma testurale: sono superfici, granulosità, piccole interferenze che rendono il brano tridimensionale. È un suono che ricorda, senza imitarli, le stratificazioni shoegaze dei My Bloody Valentine e le architetture post‑rock di Mogwai, Ui e Don Caballero, ma il paragone più pertinente resta quello con i Velvet Underground, non per somiglianza stilistica, quanto per postura creativa, per quella libertà anarchica che permette a un brano di esistere senza chiedere permesso.

La voce di Fiorenza Saffirio attraversa il brano più che guidarlo. Non è un elemento narrativo, ma timbrico. Il testo è visionario, non descrittivo, un insieme di immagini concentriche che non cercano un significato univoco. Come recita il comunicato stampa, è “più segno che senso”, e proprio per questo si integra perfettamente in un paesaggio sonoro che privilegia l’impatto emotivo rispetto alla forma.

Il lavoro di recupero tecnico merita una nota a parte. La rimasterizzazione non appiattisce né sterilizza, ma rende il brano plausibile oggi, senza snaturarlo. Il mix attuale non tradisce la natura lo‑fi delle registrazioni originali, ma ne esalta la profondità, restituendo aria e dinamica a un materiale che, per sua natura, era fragile. È un equilibrio difficile: rispettare il passato senza trasformarlo in un feticcio, rendere ascoltabile un documento senza trasformarlo in un prodotto.

La pubblicazione di Runnin’ Orbit non è un’operazione commerciale, né un tentativo di rientrare in scena. È, come ammettono i Catramina, “una piccola soddisfazione per sublimare la mancata pubblicazione della nostra musica allora”. È un gesto affettivo, ma anche un atto di memoria: riportare alla luce un momento irripetibile, fatto di prove notturne, registrazioni improvvisate, concerti sgangherati ma intensi, un periodo in cui l’unica regola era suonare, e basta. È anche un documento storico, che racconta una scena sotterranea della Valbormida, fatta di sale prove improvvisate, di locali che non esistono più, di un modo di fare musica che oggi sembra lontanissimo.

Runnin’ Orbit non è un brano perfetto, e non vuole esserlo. È un frammento di un’epoca, un oggetto sonoro che restituisce la libertà creativa di una band che suonava per necessità espressiva, non per strategia. È un pezzo di storia sotterranea che oggi, finalmente, può essere ascoltato.


Per ascoltare Runnin’ Orbit sulle principali piattaforme digitali:

https://distrokid.com/hyperfollow/catramina/runnin-orbit


RUNNIN’ ORBIT 

My cat seems to believe in God

They are dripping down, down to the country

Can’t you see my hypnotic moving?

Can’t you see the looking glass town? 

Every people applaude

People applaude, the space invaders are here

Every people allowed

People allowed, the space invaders are here 

My cat seems to believe in God

They are dripping down, down to the country

Can’t you see my hypnotic moving?

Can’t you see ahhhh 

Every people allowed

People allowed, the space invaders are here

Every people allowed

People allowed, the space invaders are here





martedì 17 marzo 2026

Nando Bonini, "Swing Beyond": impressioni urbane in forma di trio


 


Nando Bonini - “Swing Beyond”

 

Con Swing Beyond, Nando Bonini apre una parentesi significativa nella sua produzione recente, scegliendo di esplorare un territorio sonoro che si colloca fuori dalle traiettorie abituali del suo percorso. Dopo anni di progetti legati al rock, al blues e al prog, il chitarrista affronta il linguaggio jazzistico con un approccio diretto, privo di sovrastrutture, orientato più alla ricerca personale che alla dimostrazione tecnica.

Il disco nasce da un’immagine precisa: una New York osservata nel suo ritmo quotidiano, tra club, marciapiedi affollati e piccoli ensemble che animano gli angoli delle strade. Non si tratta di una ricostruzione nostalgica, ma di un riferimento funzionale; ogni brano sembra condensare un dettaglio urbano, trasformandolo in materiale musicale. L’album procede così per impressioni, più che per dichiarazioni tematiche.

La chitarra di Bonini mantiene una voce riconoscibile: linee pulite, fraseggi misurati, un uso controllato dell’improvvisazione. L’ingresso nel jazz non comporta un cambio di identità, ma un adattamento del suo vocabolario a un contesto diverso. La sezione ritmica - Andy Ferrera alla batteria e Mario Schmidt al basso elettrico - sostiene il progetto con equilibrio, lasciando spazio al dialogo senza appesantire la struttura.

Il risultato è un lavoro essenziale, costruito su un’idea di leggerezza che non scade mai nella superficialità. Swing Beyond non cerca l’effetto, non punta alla spettacolarità, preferisce pittosto la continuità, la coerenza interna, la chiarezza del gesto musicale. È un disco che restituisce l’immagine di un musicista esperto che decide di attraversare un genere per curiosità e per necessità espressiva, senza forzature.

In un panorama spesso dominato da produzioni sovraccariche, la scelta di Bonini appare quasi controcorrente: un album che si affida alla qualità del trio, alla scrittura essenziale e a un’idea di jazz come spazio di movimento, non come recinto stilistico. Una deviazione di percorso che aggiunge un tassello credibile e personale alla sua discografia.

 

 

Nota biografica – Nando Bonini

Chitarrista, compositore e produttore, Nando Bonini è attivo da decenni nella scena musicale italiana. Ha collaborato a lungo con Vasco Rossi, partecipando a tournée e produzioni discografiche, e ha lavorato con artisti eterogenei come Righeira, Edoardo Bennato, Alberto Fortis, Skiantos, Sabrina Salerno, Le Cacao Meravigliao, Marco Conidi, Paul Diamond e Ronnie Jones. Parallelamente all’attività di session man, ha sviluppato un percorso autonomo che comprende album solisti, progetti strumentali e lavori in cui cura interamente scrittura, esecuzione e produzione.


Tracklist – Swing Beyond

1.   Travel Bag

2.   Fifth Avenue Walk

3.   Skyscraper Night View

4.   Latin Swing

5.   Jazz Club

6.   New Yorker Time

7.   Snap Your Finger

8.   Towards the Airport


Crediti

Artista: Nando Bonini

Album: Swing Beyond

Etichetta: Videoradio Channel (Beppe Aleo)

Formato: Digitale – distribuzione su piattaforme streaming Produzione: Nando Bonini

Registrazioni e mix: Nando Bonini


Musicisti:

Nando Bonini – chitarra, composizione, arrangiamenti

Andy Ferrera – batteria

Mario Schmidt – basso elettrico


Video promozionale: New Yorker Time – pubblicato sul canale YouTube Videoradio Channel





lunedì 16 marzo 2026

Claudio Milano: una vita che non entra in un articolo

 


CLAUDIO MILANO 

 LA VOCE CHE NON STA AL SUO POSTO

 

Conosco Claudio Milano da molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato fin qui.

Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile, senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità, trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove l’arte non è più intrattenimento ma necessità.

Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione, politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.

Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco, ma un organismo collettivo.

Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.

Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me, un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un haiku che contiene un mondo.

Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.

C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva, emotiva, fisica.

E poi c’è Flipper. L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano, distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia, usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento compositivo.

Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi, esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata contro sé stessa.

Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian, le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta, Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti sotterranee.

Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.






domenica 15 marzo 2026

Paki Canzi, la voce gentile dei Nuovi Angeli che ci ha lasciato



Il ricordo di un interprete che ha segnato un’epoca senza clamore


Apprendo ora che, nella notte, Paki Canzi ci ha lasciato, e la notizia porta con sé quella sensazione sospesa che accompagna la scomparsa di figure entrate, quasi senza accorgercene, nella memoria collettiva. Per molti, il suo nome è legato ai Nuovi Angeli, una delle formazioni più riconoscibili della musica leggera italiana tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.

La sua voce, morbida e immediata, ha contribuito a definire un repertorio che ancora oggi conserva una freschezza particolare. Non era un interprete sopra le righe, preferiva la misura, la chiarezza, la melodia che arriva senza forzature.

La storia musicale di Paki inizia con il duo Paki & Paki, nucleo originario di ciò che sarebbe diventato il gruppo. L’incontro con Alberto Pasetti, Renato Sabbioni e Ricky Rebaioli dà vita ai Nuovi Angeli, nome scelto proprio da lui. Da lì arrivano i brani che hanno attraversato generazioni: Donna Felicità, Singapore, Ragazzina ragazzina, L’orizzonte è azzurro anche per te, Una caverna. Canzoni che raccontavano un’Italia giovane, leggera, curiosa.

Non tutti ricordano che nel 1969 i Nuovi Angeli parteciparono anche a Un quarto di vita, opera di Giorgio Gaslini rappresentata al Teatro Regio di Parma. Un episodio che testimonia la disponibilità di Paki a muoversi anche fuori dai confini del pop più immediato.

La notizia della sua scomparsa colpisce anche per un motivo personale. A breve era previsto un suo concerto, un ritorno sul palco che molti attendevano con affetto. Della band avrebbero fatto parte anche due miei amici concittadini, e proprio due giorni fa avevamo parlato dell’evento, con la naturalezza di chi dà per scontato che certe voci continueranno ad accompagnarci. Sapere che quel momento non arriverà più aggiunge una nota di malinconia a questo addio.

Paki Canzi lascia un’eredità fatta di canzoni che non hanno mai preteso di essere altro da ciò che erano: melodie limpide, testi diretti, un modo di stare sulla scena che privilegiava la sincerità alla spettacolarizzazione. È forse questa la ragione per cui la sua voce continua a essere ricordata con affetto, perché apparteneva a un’epoca in cui la semplicità non era un limite, ma una forma di autenticità.







Phil Campbell è scomparso venerdì 13 marzo 2026, all'età di 64 anni.

 


Addio a Phil Campbell, il custode del suono dei Motörhead


La notizia della scomparsa di Phil Campbell segna la chiusura definitiva di un’epoca per il rock più intransigente. Gallese, classe 1961, Campbell è stato per oltre trent’anni la spalla fondamentale di Lemmy Kilmister, contribuendo a definire l'estetica sonora di una band che ha fatto del volume e della velocità un marchio di fabbrica inconfondibile. Sebbene la figura di Lemmy sia sempre stata il baricentro carismatico del gruppo, è stato il lavoro di Campbell alle sei corde a fornire la struttura armonica necessaria per sostenere quella sezione ritmica tellurica, trasformando il power trio in una macchina da guerra coordinata e tecnicamente solida.

Entrato nella band nel 1984 dopo un provino che convinse immediatamente Lemmy, Campbell non ha mai cercato di emulare i suoi predecessori, preferendo invece innestare un approccio che mescolava il blues più sporco con la precisione del metal europeo. Questa attitudine è evidente in album come Orgasmatron o Inferno, dove il suo stile si fa più cupo e stratificato, dimostrando una maturità compositiva che andava oltre il semplice riffing ad alta velocità. La sua capacità di alternare assoli fulminei a passaggi più carichi di groove ha permesso ai Motörhead di sopravvivere ai cambi di formazione e alle mode del settore, mantenendo una coerenza stilistica rara nel panorama musicale internazionale.

Dopo lo scioglimento della band madre seguito alla morte di Kilmister nel 2015, Campbell aveva proseguito il suo percorso con i The Bastard Sons, un progetto che gli aveva permesso di esplorare sonorità più vicine all'hard rock classico senza però rinunciare a quell'irruenza che lo ha reso celebre. La sua eredità non risiede solo nei numerosi dischi d'oro o nelle esibizioni sui palchi più prestigiosi del mondo, ma nella disciplina con cui ha interpretato il ruolo di chitarrista ritmico e solista, agendo sempre in funzione della canzone e del collettivo. Con la sua dipartita, si perde un professionista che ha saputo incarnare la sostanza del genere, lontano dagli eccessi puramente estetici e focalizzato sulla concretezza dello strumento.






sabato 14 marzo 2026

Giorgio “Fico” Piazza alla Stella Maris di Savona – 13 Marzo 2026

 


Giorgio “Fico” Piazza alla Stella Maris: un rito collettivo contro il CSD

di Athos Enrile

 

Certe serate non si organizzano: accadono. E quando accadono, lo fanno con la naturalezza dei riti, con quella forza silenziosa che mette in moto le persone e le porta fuori di casa, lontano dal temuto CSD – il “culo sul divano”, mio nemico dichiarato di questo anno culturale.

Il 13 marzo, alla Sala Stella Maris di Savona, è successo esattamente questo. Il quarto dei sei appuntamenti del ciclo che ho immaginato a ottobre - in collaborazione con l’Associazione Rossini e in continuità con il mio corso sul rock anni ’70 alla UniSavona - ha superato ogni previsione: sold out oltre ogni possibile immaginazione. Non un pienone formale, ma una sala colma di volti attenti, curiosi, partecipi. Molti corsisti, certo, ma anche amici, conoscenti, persone arrivate attraverso il passaparola, come se la musica avesse chiamato a raccolta una piccola comunità.

Giorgio “Fico” Piazza non ha portato una conferenza, ma la sua vita intera.

La sua narrazione - lunga, stratificata, ricca di aneddoti, video, ricordi personali - ha attraversato decenni di musica italiana: dagli esordi giovanili sino a I Quelli, alla stagione irripetibile della PFM, fino alle collaborazioni con Mina, Celentano, Battisti, De André. Senza dimenticare il collegamento fraterno con Demetrio Stratos.

Ma il racconto non è stato mai nostalgia, ma piuttosto una memoria viva, restituita con una sincerità che non ha bisogno di enfasi.

E poi c’era lui: il basso. Non uno qualunque, ma il basso che Greg Lake regalò a Fico nei primi anni ’70, uno strumento che porta addosso la storia del progressive mondiale, e che nelle sue mani vibra ancora come allora.

A tratti, mentre scorrevano i video, Fico entrava nel brano suonando dal vivo, intrecciando presente e passato in un unico gesto. Un modo di raccontare che non si limita a dire, ma a far vivere.

La Stella Maris, anche grazie ai tanti amici presenti, si è trasformata in una vera camera della memoria. Nessuna separazione, nessuna distanza, ma una sala in linea, un ambiente unico dove ospite e pubblico hanno condiviso lo stesso spazio, mescolandosi naturalmente, guardandosi negli occhi e respirando la stessa aria. Un cerchio di persone che hanno vissuto insieme la stessa esperienza. Battute, rimandi, domande spontanee, risate. Un clima da salotto culturale, non da platea. Un modo di stare insieme che oggi è raro, e proprio per questo prezioso.

C’è stato un istante in cui la serata si è trasformata in qualcosa di più grande, quando è partita La canzone del sole di Battisti - con Fico che l’ha accompagna dal vivo e la sala ha iniziato a cantare all’unisono.

Non era nostalgia ma riconoscimento, un pezzo di vita condivisa che tornava a galla, e che per qualche minuto ha unito tutti in un’unica voce.

Il video lo testimonia, ma chi c’era sa che quel momento non si può davvero spiegare, solo ricordare.

La serata è durata oltre tre ore, davvero tanto per un evento di questa tipologia, ma il gradimento è apparso totale.

E pensare che tutto era nato per caso, da una chiacchierata post-concerto. Fico vive a due ore e mezza di macchina, ma la passione ha vinto sulla fatica, e alla fine, è stato svelato un nuovo obiettivo, quello di portare la musica nelle scuole.

Lo spirito di Piazza è chiaro: la musica non deve restare chiusa nei ricordi, deve camminare, deve arrivare ai ragazzi.

Per questo è già in fase avanzata un progetto per portare la sua storia nelle scuole medie, un gesto di restituzione, di semina, di futuro.

Quella del 13 marzo non è stata una semplice serata musicale. È stata un rito collettivo, un atto d’amore verso la musica e verso le persone che la vivono. Un piccolo miracolo culturale nato dal desiderio di combattere il CSD e di rimettere in moto le persone.

E se tutto questo è stato possibile, è grazie a un musicista vero come Giorgio “Fico” Piazza, alla sua umiltà, alla sua storia, e a quel basso che porta con sé mezzo secolo di vita.

Grande vita alla musica. E a chi la tiene viva.