Stamattina (10-2-26) alla UniSavona,nell'ambito del corso sul rock '70, si è tenuto un incontro
dedicato al Club dei 27, seguito da un pubblico numeroso e
partecipe. L’avvio è stato affidato a un brano volutamente fuori tema, In-A-Gadda-Da-Vida
degli Iron Butterfly, usato come semplice introduzione musicale per entrare
nell’atmosfera dell’epoca.
Giacomo ha presentato il tema ripercorrendo la nascita e la diffusione
dell’espressione “Club dei 27”, ricordando come la sequenza ravvicinata delle
morti di Brian Jones, Hendrix, Joplin e Morrison tra il 1969 e il 1971 abbia
alimentato un immaginario che negli anni ’90 è tornato alla ribalta con la
scomparsa di Kurt Cobain, musicista col quale nasce la denominazione.
A seguire, Antonella ha proposto una riflessione sui giovani
di allora e di oggi, mettendo in relazione le fragilità di epoche diverse, osservando
come alcune dinamiche si ritrovino anche nel presente, pur in contesti molto
cambiati.
L’alternanza tra spiegazioni, ascolti musicali e contributi
dei relatori ha reso l’incontro scorrevole e ben equilibrato. Ogni artista
citato è stato accompagnato da un brano, tanto per contestualizzare meglio il
periodo e le figure trattate.
Nel complesso è stata una lezione piacevole, seguita con
attenzione e arricchita da materiali e interventi che hanno aiutato a leggere
il tema senza sensazionalismi, mantenendo il focus sulla storia, sulle persone
e sulle dinamiche culturali dell’epoca.
Pete Hamera uno di quei musicisti che non fanno rumore, ma che
cambiano la musica senza che quasi nessuno se ne accorga. Gallese, timido, con
un talento melodico fuori dal comune, entra nei Badfinger quando ancora
si chiamano The Iveys. È lui a dare alla band la sua identità: una
scrittura limpida, emotiva, piena di malinconia luminosa. Quando i Beatles li
mettono sotto contratto per la Apple Records, Pete diventa il loro “pupillo”,
McCartney lo adora, Harrison lo considera un fratello minore. E non è un caso,
Ham ha quella stessa capacità di trovare la melodia perfetta, semplice e
inevitabile.
Il successo arriva presto, ma non porta felicità. I Badfinger
diventano famosi, ma vengono intrappolati in contratti disastrosi, manager
senza scrupoli, soldi che spariscono, album bloccati, tour cancellati. Pete,
che è un ragazzo sensibile, vive tutto questo come un tradimento. Lui vuole
solo scrivere canzoni, non combattere con avvocati e contabili. E intanto
continua a creare musica meravigliosa: “No Matter What”, “Baby Blue”,
“Day After Day”. Ma la sua canzone più grande nasce da un dolore
condiviso: “Without You”. La strofa è sua, il ritornello è di Tom Evans.
Due fragilità che si incontrano e diventano un classico assoluto. Ma il
successo mondiale arriva nella versione di Harry Nilsson, non nella loro. E i
soldi? Non arrivano mai.
L’aneddoto più famoso è quasi un simbolo della sua vita. Una
sera, Pete torna a casa dopo l’ennesima riunione con il manager, dove scopre
che la band è praticamente rovinata. La sua compagna gli dice che non possono
più pagare l’affitto. Pete, disperato, apre un cassetto e trova un assegno
della Apple Records: è la prova che i soldi ci sarebbero, ma non arrivano a
loro. È la goccia che lo spezza. Quella notte scrive una lettera in cui accusa
il manager di aver distrutto la band e la sua vita. Poi si toglie la vita nel
garage di casa. Ha 27 anni.
Un altro aneddoto, più dolce, racconta chi era davvero.
George Harrison, durante le session di “All Things Must Pass”, lo invita a
suonare. Pete arriva con la sua chitarra, si siede in un angolo e comincia a
suonare in punta di dita, quasi chiedendo permesso. Harrison lo guarda e dice:
“Questo ragazzo ha un dono”. Pete non risponde: sorride appena, come se
non sapesse cosa farsene di un complimento così grande. Era fatto così: un
talento immenso, ma incapace di proteggersi.
Alan “Blind Owl” Wilsonè una delle figure più delicate e
tragiche della controcultura americana. Un ragazzo timido, introverso, con una
sensibilità quasi dolorosa, che trova nel blues l’unico linguaggio capace di
contenerlo. Non è un frontman carismatico, non è un ribelle: è un musicologo
naturale, un ricercatore dell’anima del Delta. Studia i vecchi bluesman come
fossero testi sacri, li trascrive, li analizza, li ama. Con i Canned Heat porta
quel mondo nel rock psichedelico, diventando la voce più fragile e luminosa del
blues revival.
La sua voce acuta, quasi infantile, non è un vezzo, è la sua
ferita. Canta la fuga, la solitudine, l’inadeguatezza. E mentre la band diventa
famosa, lui si sente sempre più fuori posto, sempre più distante dal mondo. La
depressione lo accompagna come un’ombra costante. Muore nel 1970, a 27 anni,
entrando nel “Club dei 27” insieme a Joplin e Hendrix. Un genio che ha salvato
i suoi maestri, ma non è riuscito a salvare sé stesso.
Aneddoto…
Negli anni ’60, Skip James era un uomo dimenticato.
Aveva registrato qualche brano negli anni ’30, poi la vita lo aveva travolto:
povertà, malattia, anonimato. Quando Alan Wilson lo ascolta per la prima volta
su un vecchio 78 giri, resta folgorato. Quella voce sottile, quel falsetto
tremante, quel modo di suonare la chitarra… era come se qualcuno avesse messo
in musica la sua stessa fragilità.
Wilson non si limita ad ammirarlo e decide di trovarlo. Parte
con John Fahey, percorre il Sud come un ricercatore del blues, bussa a porte,
chiede informazioni, segue tracce vaghe. Alla fine, lo trovano in un ospedale
del Mississippi, malato, povero, convinto che nessuno si ricordasse più di lui.
Alan entra nella stanza con un rispetto quasi religioso. Non
è un fan,ma un discepolo che incontra il suo maestro. Gli parla con dolcezza,
gli suona i suoi stessi brani, glieli ricorda quando lui non riesce più a
ricordarli. Skip James, colpito da quel ragazzo bianco, timido, con la voce
sottile, gli dice: “Tu capisci la mia musica meglio di chiunque
altro.”
Da quel momento, Wilson diventa la sua memoria. Lo aiuta a
tornare sul palco, lo accompagna ai festival, lo sostiene quando la voce non
regge. È un gesto di amore puro verso il blues, verso la storia, verso un uomo
che il mondo aveva abbandonato.
E c’è un dettaglio struggente: quando Skip James muore, nel
1969, Alan Wilson cade in una depressione ancora più profonda. È come se avesse
perso non solo un maestro, ma una parte di sé. Un anno dopo, Wilson morirà
nello stesso modo in cui aveva vissuto: in silenzio, tra gli alberi, lontano
dal rumore del mondo.
L’assurdo incontro con Nixon e la
collezione di distintivi del Re del Rock
Dicembre 1970. Elvis Presleyè nel pieno di una crisi mistico-patriottica. Il
Re del Rock ha un’ossessione che pochi conoscono: adora i distintivi della
polizia. Ne colleziona a decine, ma gliene manca uno, il più importante: quello
di Agente Federale della Narcotici. Nella sua mente, quel pezzetto di
metallo non è solo un trofeo, ma il lasciapassare definitivo per poter girare
il mondo con la sua collezione di pistole e "combattere la droga"
(un'ironia tragica, visti i suoi problemi personali con i farmaci).
Senza dire nulla al suo manager, il Colonnello Parker, Elvis
sale su un volo per Washington. Durante il viaggio, seduto in prima classe,
prende della carta intestata della American Airlines e scrive una lettera di
cinque pagine, fitta e disordinata, indirizzata al Presidente Richard Nixon.
Nella lettera, Elvis si offre come consulente per salvare i giovani americani
dalla cultura hippie e dalle droghe, chiedendo in cambio solo una cosa: essere
nominato "Agente Federale a vita".
Una volta atterrato, Elvis si presenta ai cancelli della Casa
Bianca alle 6:30 del mattino e consegna la lettera alle guardie.
Incredibilmente, lo staff di Nixon vede nell'incontro un'opportunità d'oro:
associare l'immagine del Presidente a quella dell'icona più amata dai giovani
(o almeno dai loro genitori).
Poche ore dopo, Elvis viene fatto entrare nello Studio Ovale.
Il contrasto è comico: Nixon è nel suo classico abito grigio d'ordinanza,
mentre Elvis indossa un completo di velluto viola, una mantellina stravagante e
una fibbia della cintura dorata grande quanto un vassoio. Come segno di
amicizia, Elvis tira fuori il suo regalo per il Presidente: una pistola Colt
.45 commemorativa con impugnatura d'oro, estratta da una scatola di legno
proprio davanti agli occhi terrorizzati degli agenti dei Servizi Segreti.
L'incontro è cordiale. Elvis confida a Nixon che i Beatles
sono "anti-americani" e che lui, invece, è dalla parte della legge.
Nixon, divertito e un po' confuso, decide di accontentarlo. Fa preparare un
distintivo ufficiale del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs e lo
consegna a un Elvis quasi commosso.
La foto che li ritrae mentre si stringono la mano è diventata
l'immagine più richiesta di sempre agli Archivi Nazionali americani, superando
persino la Costituzione o le foto dello sbarco sulla Luna. Resta il ritratto di
un momento irripetibile: quello in cui la più grande rockstar del mondo ha
usato il suo potere per diventare, almeno sulla carta, un poliziotto ad
honorem.
Il visionario progetto dei Rolling
Stones per portare il capolavoro di Burgess sul grande schermo
Oggi è impossibile pensare ad Arancia Meccanica senza
visualizzare lo sguardo folle di Malcolm McDowell sotto la regia millimetrica
di Stanley Kubrick. Tuttavia, alla fine degli anni '60, il destino del
capolavoro di Anthony Burgess stava per prendere una piega decisamente più
rock. I Rolling Stones, all'apice della loro fase "Satanic
Majesties", videro nel romanzo la perfetta trasposizione cinematografica
della loro immagine di ribelli pericolosi.
Il progetto non era solo una vaga idea, ma un piano concreto
con un cast già definito nella mente dei produttori. Mick Jaggeravrebbe
dovuto interpretare il protagonista, Alex DeLarge, portando sullo schermo
quella sua magnetica e inquietante ambiguità. Il resto della banda dei
"Drughi" sarebbe stato composto dagli altri membri degli Stones: Brian
Jones, Keith Richards, Charlie Watts e Bill Wyman
avrebbero dovuto indossare le iconiche tute bianche e seminare il caos per le
strade di una Londra futuristica.
L'entusiasmo attorno a questa versione era tale da
coinvolgere persino i "rivali" di sempre. Quando l'allora
sceneggiatore Terry Southern cercò di convincere la censura britannica a dare
il via libera, presentò una petizione firmata da personalità di spicco
dell'epoca. Tra i nomi che sostenevano Jagger nel ruolo di Alex c'erano
nientemeno che John Lennon e Paul McCartney. I Beatles, infatti,
erano convinti che solo gli Stones avessero l'attitudine "sporca"
necessaria per dare giustizia al realismo brutale del libro.
Perché non lo abbiamo mai visto? Il motivo fu un mix letale
di burocrazia e timore sociale. Il Lord Chamberlain (l'organo di censura del
Regno Unito) considerava il libro ancora troppo pericoloso per il pubblico e
bloccò i permessi. Inoltre, i diritti dell'opera passarono di mano in mano
finché non approdarono sulla scrivania di Kubrick, che decise di non utilizzare
musica rock contemporanea, optando invece per i sintetizzatori di Wendy Carlos
che reinterpretavano Beethoven.
Se il progetto fosse andato in porto, avremmo avuto un film
con una colonna sonora rock psichedelica firmata dalla coppia Jagger-Richards,
probabilmente una risposta visiva e sonora a quello che fu Performance
(1970). Resta il dubbio: Jagger sarebbe stato capace di eguagliare la ferocia
di McDowell? Forse no, ma il mondo avrebbe avuto la versione più
"Stoniana" e trasgressiva possibile della Ultra-Violenza.
Il drammatico scontro ravvicinato che
scosse l'ex Beatle nel silenzio della sua dimora
Per decenni, Friar Park, la maestosa residenza neogotica di George Harrisonnel
Oxfordshire, era stata il suo santuario di pace, meditazione e giardinaggio.
Tuttavia, nella notte del 30 dicembre 1999, a pochi passi dal nuovo
millennio, quel tempio di serenità venne violato da una violenza cieca e
imprevedibile che portò il "Beatle calmo" a un passo dalla morte.
Verso le 3:30 del mattino, Michael Abram, un uomo di 33 anni
affetto da una grave forma di schizofrenia e convinto che i Beatles fossero
"stregoni" inviati dall'inferno, fece irruzione nella villa
infrangendo una vetrata. George, svegliato dal rumore, scese le scale per
controllare, trovandosi faccia a faccia con l'intruso armato di un grosso
coltello da cucina e di una spada di pietra sottratta da una statua del
giardino.
Nonostante la filosofia non violenta che George aveva
abbracciato per tutta la vita, si ritrovò costretto a una lotta corpo a corpo
disperata. Abram lo colpì ripetutamente al petto, causandogli il collasso di un
polmone e ferite gravissime. Harrison, pur ferito, cercò di bloccare
l'aggressore gridando "Hare Krishna" nel tentativo di distoglierlo
dalla sua furia omicida.
Il vero punto di svolta fu l'intervento di Olivia Harrison.
Sentendo le grida del marito, Olivia si scagliò contro l'aggressore senza
esitare. Inizialmente tentò di fermarlo, ma quando Abram la attaccò, lei
utilizzò ciò che aveva a portata di mano: lo colpì ripetutamente con un attizzatoio
d'ottone del camino e con una pesante lampada da tavolo, riuscendo infine a
stordirlo fino all'arrivo della polizia.
L'evento ebbe un impatto mediatico enorme e riportò
immediatamente alla mente l'omicidio di John Lennon avvenuto 19 anni
prima. La comunità mondiale rimase scioccata dal fatto che un altro Beatle
fosse stato vittima di un fanatico religioso.
George Harrison, con il suo tipico spirito sottile, commentò
l'accaduto dall'ospedale con una battuta agrodolce: "Non era
sicuramente un ladro, ma non era neanche un tipo che voleva fare un provino per
i Travelling Wilburys". Tuttavia, l'attacco lasciò cicatrici profonde.
Sebbene George sia sopravvissuto, molti ritengono che il trauma fisico e
psicologico abbia indebolito il suo corpo, già impegnato nella lotta contro il
cancro che lo avrebbe portato via meno di due anni dopo, nel novembre 2001.
Dagli esperimenti sonori al Leslie
con il Moog, gli Alphataurus hanno trasformato ogni album in un laboratorio di
progressive italiano
Questo articolo nasce da una intervista realizzata con
un membrofondatoredegliAlphataurus, Pietro Pellegrini, e si inserisce in un progetto editoriale più ampio dedicato
all’evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è quello di
estrapolare contenuti e riflessioni che possano diventare un racconto
interessante e di respiro storico-critico, capace di mettere in luce il
rapporto tra creatività artistica e impronta tecnica nella storia della band.
Pietro Pellegrini
Un equilibrio 50/50
Ripensando agli album del passato, il bilancio tra contributo
artistico e visione tecnica/creativa del produttore è netto: 50/50. La
forza della band e l’esperienza dei produttori hanno sempre camminato insieme,
senza prevalere l’una sull’altra.
Produttori e decisioni difficili
Non ci sono mai stati “produttori fantasma”, ma figure
concrete e presenti. Le decisioni difficili o controverse non mancarono, anche
se è difficile ricordarne una in particolare: il dato certo è che i risultati
furono sempre positivi.
Un ricordo speciale va a Vittorio De Scalzi,
produttore durante le registrazioni dell’album Alphataurus
(Colomba, 1973). Non fu mai un “giudice critico”, ma un supporto concreto e
affettuoso, capace di accompagnare la band nella sua prima grande esperienza
discografica.
L’influenza dei tecnici di studio
La presenza di tecnici e produttori in studio ha avuto un
impatto diretto sul modo di intendere la musica e sulla performance dal vivo.
L’esperienza con gli Alphataurus e con la “Dischi Ricordi” fu una vera scuola:
imparare a gestire il lavoro in studio significava anche imparare a gestire la
propria musica sul palco. Non è facile non essere influenzati dalla personalità di
tecnici eccellenti. Ogni scelta sonora porta con sé la memoria di un “sound”
già ascoltato e ammirato, e inevitabilmente si tende a ricalcare quelle
impronte.
La tecnologia analogica e i fonici di
riferimento
Il sound degli Alphataurus non sarebbe esistito senza la
tecnologia analogica di mixer eccellenti come SSL, Neve, Harrison. Tra le figure più influenti va ricordato Ezio De Rosa, uno
dei migliori fonici italiani, purtroppo non più tra noi. La collaborazione con
lui durò molti anni: dai primi provini con gli Alphataurus (1972, Sax Records
in via Borsieri) alle registrazioni con Fabrizio De André (Stone Castle
Studios, 1981), fino agli anni ’90. La stima era reciproca: tanto che, in Fonit
Cetra, fu Pellegrini a insegnare a De Rosa l’uso dei sistemi Sonic Solutions/No
Noise.
L’invenzione accidentale: il Leslie
con il Moog
Molti sound
iconici nascono per errore. Nel caso degli Alphataurus, l’esperimento più
riuscito fu l’uso del Leslie con il Moog. Nel 1973, alla SAAR Records,
il mini Moog fu collegato a un Leslie mod.145: il risultato fu sorprendente.
Quasi tutte le parti di Moog nel disco della Colomba furono realizzate così,
creando un timbro unico e riconoscibile.
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca
visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.
Hardware e impronta sonora
Se ci fosse un pezzo di hardware da riportare in vita,
sarebbe l’Eventide Harmonizer H910, un suono ancora oggi insuperato dai
suoi eredi digitali. Nell’era di Pro Tools e dei plugin, l’impronta sonora
unica non nasce dai preset, ma dalla capacità dell’ingegnere di mettere in
pratica conoscenze ed esperienze, sfruttando la potenza della tecnologia
moderna senza lasciarsi condizionare dalle mode.
Migliorare o creare?
Lavorare su una traccia significa sempre migliorare il suono
della band. Ma, nove volte su dieci, il “miglioramento” porta inevitabilmente
alla creazione di un sound nuovo. La differenza è sottile, quasi
impercettibile, ma decisiva.
Gli errori delle band indipendenti
L’errore più comune delle band indipendenti che si
autoproducono è affidarsi a sistemi di monitoraggio non affidabili. Senza un
controllo reale, equalizzazioni e compressioni rischiano di produrre l’effetto
opposto a quello desiderato. Un altro errore frequente è quello di “aggiungere” sempre
qualcosa quando il risultato non convince, invece di eliminare. Affidarsi alle
proprie orecchie resta la scelta migliore, a patto di sentire davvero ciò che
si sta facendo.
Conclusione
La storia degli Alphataurus dimostra come il progressive
italiano sia stato un laboratorio di suoni, invenzioni e intuizioni. Tra
produttori, tecnici e fonici, il percorso della band ha saputo fondere
creatività e tecnica, lasciando un’impronta che ancora oggi viene riconosciuta
come parte integrante della memoria musicale del genere.
Perché Nick Drake trasformò le sue
rare apparizioni live in sfide di nervi per il pubblico
Se il rock degli anni '70 era l'epoca dell'intrattenimento, i
concerti di Nick Drakeerano l'antitesi dello spettacolo. Il problema
non era solo la sua leggendaria timidezza, ma una perversione tecnica: Drake
utilizzava accordature aperte talmente insolite e specifiche che quasi ogni
canzone richiedeva una tensione diversa delle corde.
Sul palco, questo si traduceva in lunghissimi minuti di
silenzio imbarazzato. Mentre il pubblico di club come il Cousins di
Londra si aspettava intrattenimento, Nick restava curvo sulla sua chitarra
Guild, perso nel tentativo di domare le corde, senza mai alzare lo sguardo o
scambiare una battuta con gli spettatori. Questo rifiuto (o incapacità) di
comunicare verbalmente creava un'atmosfera di isolamento che spesso alienava
gli ascoltatori, portando Drake a concludere anticipatamente le sue esibizioni
e, infine, a rinunciare del tutto ai live, convinto che la sua musica fosse
fisicamente incompatibile con la presenza di altre persone.
Lo scontro epico tra il bassista dei
Nirvana e il suo strumento in diretta mondiale
Il 9 settembre 1992, i Nirvana salirono sul
palco degli MTV Video Music Awards al Pauley Pavilion di Los Angeles. La
tensione era già alle stelle: la band aveva litigato con la produzione perché
voleva suonare l'inedita "Rape Me", mentre MTV insisteva per
"Smells Like Teen Spirit". Alla fine, dopo aver accennato
provocatoriamente le prime note del brano proibito, Kurt Cobain e soci si
lanciarono in una furiosa esecuzione di "Lithium". Ma il vero
dramma doveva ancora consumarsi.
Verso la fine del brano, come da rituale, la band iniziò a
distruggere la strumentazione. Krist Novoselic,
il gigantesco bassista del gruppo (alto quasi due metri), decise di fare
qualcosa di spettacolare: lanciò il suo pesante basso Gibson Ripper a
circa 5 metri d'altezza, sperando di riafferrarlo al volo per un finale
iconico.
Tuttavia, le luci del palco lo accecarono. Krist perse di
vista lo strumento che, richiamato dalla gravità, precipitò con precisione
chirurgica direttamente sulla sua fronte. L'impatto fu brutale: il bassista
crollò a terra, stordito, mentre il basso rimbalzava sul palco.
Mentre Krist barcollava fuori scena tenendosi la testa, il
resto della band, ignaro della gravità dell'infortunio, continuava il massacro
sonoro. Kurt Cobain prese a calci l'amplificatore del basso, mentre Dave
Grohl urlava ripetutamente al microfono "Hi Axl! Hi Axl!",
deridendo Axl Rose con cui avevano avuto un diverbio nel backstage poco prima.
Il retroscena più incredibile accadde dietro le quinte.
Novoselic, sanguinante e confuso, fu assistito nientemeno che da Brian May
dei Queen. Il leggendario chitarrista gli offrì dello champagne ghiacciato per
sgonfiare il bernoccolo, un gesto di squisita cortesia britannica in mezzo al
delirio grunge.
Krist fu poi portato in ospedale per dei punti di sutura, ma
l'incidente rimase impresso nella memoria collettiva come il perfetto simbolo
dei Nirvana: una miscela di energia esplosiva, goffaggine autentica e
un'assoluta, pericolosa imprevedibilità.
Quella folle linea d'ombra tra il funk e un calzino
Nella vasta iconografia del rock and roll, pochi simboli sono
riusciti a condensare l'essenza di una band con la stessa efficacia di un
semplice calzino sportivo. Per i Red Hot Chili
Peppers,quella che nacque come
una goliardata nei club sotterranei di Los Angeles nei primi anni '80 si
trasformò rapidamente in un potente manifesto estetico e culturale, capace di
andare ben oltre il semplice scandalo visivo. Le celebri performance
"socks-only" hanno rappresentato per decenni il simbolo di una
libertà espressiva totale e di un rifiuto categorico delle convenzioni
dell'industria discografica, diventando il riflesso visivo del loro
"punk-funk" primordiale: una musica viscerale, fisica e assolutamente
priva di filtri.
Tutto ebbe inizio nel 1983, quando la band originale -
composta da Anthony Kiedis, Flea, Hillel Slovak e Jack Irons - fu scritturata
per un concerto al Kit Kat Club, un locale di striptease sulla Sunset Strip.
Per non essere da meno rispetto alle ballerine del locale e per assicurarsi che
nessuno dimenticasse il loro nome, i quattro decisero di salire sul palco
completamente nudi, fatta eccezione per un calzino di spugna bianco a strisce
colorate. L’impatto fu così dirompente che quello che doveva essere un evento
isolato divenne il loro marchio di fabbrica, la prova tangibile di una band che
metteva il corpo e l'energia al centro della propria proposta artistica.
La consacrazione definitiva di questa immagine arrivò nel
1988 con l'uscita di The Abbey Road EP. La copertina, che ritraeva i
membri della band mentre attraversavano le celebri strisce pedonali londinesi
nudi e con i calzini d'ordinanza, era una parodia irriverente dei Beatles, ma
fungeva anche da dichiarazione d'intenti: il rock classico stava lasciando il
passo a una nuova ondata di caos e funk californiano. Anche negli anni
successivi, nonostante il successo planetario, la band non rinunciò mai a
questa provocazione, culminando nella memorabile chiusura del set a Woodstock
'94, quando davanti a una folla oceanica riproposero quel look selvaggio che li
aveva resi famosi nei piccoli club di Los Angeles.
Ma dietro l'apparente esibizionismo si celava un significato
più profondo. Esibirsi in quel modo richiedeva una fiducia totale tra i membri
del gruppo; era un atto di fratellanza estrema in cui la vulnerabilità fisica
diventava una forza d'urto contro il perbenismo dell'America reaganiana. Il
calzino eliminava ogni barriera tra il musicista e l'ascoltatore, portando la
performance su un piano puramente tribale. Con il passare del tempo e
l'inevitabile maturità artistica, i Peppers hanno progressivamente abbandonato
questa pratica, ma lo spirito di quel gesto vive ancora oggi nelle loro
esibizioni cariche di elettricità. In definitiva, il calzino resta uno dei rari
esempi in cui l'assenza di abiti è riuscita a vestire perfettamente l'identità
di un gruppo, ricordandoci un'epoca in cui il rock non aveva paura di mettersi
letteralmente a nudo.
Con Sabato, Domenica e una
studentessa, Alessandro Paganiporta il suo progetto PUAH
a un secondo capitolo che non si limita a proseguire il discorso inaugurato con
Due Acca Hho, ma lo espande in direzioni più narrative, più intime e -
paradossalmente - più politiche. L’album è un piccolo romanzo elettronico in
dieci episodi, ognuno dedicato a un frammento del fine settimana di una ragazza
inquieta, insofferente verso un mondo che percepisce come stanco, ipocrita e
anestetizzato.
Il taglio è quello di un diario sonoro: non c’è mai la
ricerca dell’effetto, ma un continuo oscillare tra malinconia e lucidità, tra
fuga e osservazione. Pagani costruisce un ambiente in cui la tecnologia non è
un feticcio, ma un mezzo volutamente imperfetto, un filtro che amplifica la
fragilità della protagonista invece di nasconderla.
Martina Ciasullo – voce in Sabato, Domenica e una
studentessa
Valentina Gerace, MDGA – voci in Sogno
Sergio Toma – chitarra in Aurora
Oreste Polizzi – organo in Pool Over
Emma F. – clavinet in Nel Club
Ricardo “el bate” Caschera – percussioni in Cinepanema
Amanda Pellé – flauto in Imperial Sushi
Copertina di Gabriela Cheloni
TRACK BY TRACK
1. Sogno – 4:23
Il disco si apre con un brano che sembra emergere da un
dormiveglia elettronico. Le voci di Valentina Gerace e MDGA si intrecciano come
pensieri che non trovano un punto fermo, mentre la produzione resta sospesa,
quasi timida. È l’ingresso perfetto nel mondo emotivo della studentessa: un
luogo dove tutto è possibile, ma niente è davvero rassicurante.
2. Aurora – 2:25
Sergio Toma porta una chitarra che illumina il brano come un
raggio obliquo. Aurora è breve, diretta, quasi un frammento
cinematografico. La sensazione è quella di un risveglio che non porta sollievo,
ma una nuova consapevolezza.
3. Pool Over – 4:04
L’organo di Oreste Polizzi introduce un’atmosfera più densa,
quasi psichedelica. Qui la protagonista osserva il mondo da lontano, come se
fosse dietro un vetro appannato. Il brano cresce lentamente, senza mai
esplodere, mantenendo una tensione sotterranea che lo rende uno dei momenti più
riusciti del disco.
4. Shopping (Folla folle) – 3:49
Una critica sociale travestita da episodio quotidiano. Pagani
usa un’elettronica volutamente sghemba per raccontare il caos di una folla che
si muove senza scopo. La studentessa è dentro la scena ma non ne fa parte:
guarda, giudica, si sente altrove.
5. Nel Club – 6:09
Il pezzo più lungo del disco è anche quello più stratificato.
Il clavinet di Emma F. aggiunge un tocco retrò che contrasta con la freddezza
dei synth. È un club che non libera, ma amplifica il senso di estraneità. Un
brano che si prende il suo tempo e lo restituisce in forma di trance emotiva.
6. Taedium – 2:34
Il titolo dice già molto: un episodio breve, asciutto, quasi
claustrofobico. Qui Pagani lavora per sottrazione, lasciando emergere il vuoto
che la protagonista sente intorno a sé.
7. Imperial Sushi – 3:36
Il flauto di Amanda Pellé introduce un elemento surreale,
quasi da cartoon distorto. Il brano è ironico e amaro allo stesso tempo, un
piccolo teatro di contraddizioni che rappresenta bene la poetica di PUAH.
8. Cinepanema – Dal Brasile con furore – 3:50
Ricardo “el bate” Caschera porta un’energia percussiva che
spinge il pezzo verso un immaginario tropicale volutamente artificiale. È un
viaggio che non pretende autenticità: è un sogno di evasione, un film che la
studentessa proietta per scappare da sé stessa.
9. 24 – 3:23
Un brano più introspettivo, quasi un bilancio. Le 24 ore
diventano un cerchio che si chiude e si riapre, senza soluzione. La produzione
è essenziale, ma colpisce per la sua sincerità.
10. Sabato, Domenica e una studentessa – 3:30
La voce di Martina Ciasullo dà corpo alla protagonista,
finalmente riconoscibile e presente. Il brano riassume l’intero percorso: la
fuga, la malinconia, la ribellione silenziosa. È una chiusura che non offre
risposte, ma una direzione: la ricerca di un futuro possibile.
Sabato, Domenica e una studentessa è un disco che non cerca di piacere
a tutti, e proprio per questo risulta autentico. Pagani continua a lavorare con
un’estetica lo-fi che non è moda né posa, ma una scelta narrativa:
l’imperfezione come linguaggio, la fragilità come prospettiva.
La studentessa che attraversa il weekend non è un personaggio
da romanzo di formazione, ma una figura specchio: riflette il disagio di una
generazione che osserva il mondo con lucidità e disincanto, senza però
rinunciare alla possibilità di immaginare un altrove.
Un lavoro coerente, personale, e soprattutto necessario nella
sua onestà.
Ci sono album che nascono da un’urgenza tecnica, altri da
un’idea concettuale, altri ancora da un percorso di ricerca. Not Normal After Music, il nuovo lavoro di
Rafael Pacha, appartiene a una
categoria più rara: quella dei dischi che sembrano emergere da un luogo
interiore, da una rivelazione che continua a rinnovarsi nel tempo. Il titolo,
volutamente enigmatico, suggerisce una trasformazione permanente: dopo la
musica, nulla torna davvero “normale”. E ascoltando queste tracce, si capisce
bene perché.
Pacha vive la musica come un’esperienza intuitiva, quasi
epifanica. Non sorprende quindi che l’album si muova con naturalezza tra
ispirazioni diverse, senza mai perdere coerenza. La componente Fusion,
dichiarata fin dall’inizio del progetto, non è un esercizio di stile ma un
linguaggio che permette all’autore di fondere personalità, timbri e visioni.
Accanto a lui, un gruppo di collaboratori di altissimo livello - Michael
Manring, Alessandro Di Benedetti, Jan‑Olof Strandberg, Risto
Salmi, tra gli altri - contribuisce a dare forma a un suono ricco,
stratificato, ma sempre leggibile.
L’apertura con Contradiction mette subito in chiaro
l’approccio: una scrittura che nasce da intuizioni improvvise ma trova
struttura attraverso l’ascolto interiore, il silenzio, la disponibilità a
lasciar fluire ciò che arriva. È un metodo che Pacha descrive bene
nell’intervista che segue questa recensione, e che qui si percepisce in ogni
passaggio: nulla è forzato, nulla è esibito, tutto sembra emergere con
naturalezza.
Il cuore concettuale del disco si trova forse in Plowman
of the Sky, un brano di diciotto minuti ispirato a Saint‑Exupéry e alle
immagini de Il piccolo principe. Non è un omaggio letterale, ma un
dialogo emotivo con un’opera che Pacha considera un richiamo all’umanità. La
musica scorre come un racconto, alternando delicatezza e slanci lirici, con una
costruzione che riflette la capacità dell’autore di trasformare immagini
interiori in paesaggi sonori.
C’è poi l’ironia, elemento meno evidente ma fondamentale.
Pacha ha sempre guardato con stupore - e un certo sarcasmo - ai giudizi
moralistici che nei primi del ’900 bollavano il jazz come musica pericolosa o
immorale. Questa riflessione attraversa l’album come una corrente sotterranea:
la libertà creativa come atto sospetto per chi teme la mediocrità. È un tema
che l’autore affronta con leggerezza e profondità insieme, trasformando la
critica in un invito a superare i confini.
Dal punto di vista timbrico, Not Normal After Music è
un viaggio nella multistrumentalità di Pacha: low whistle, viola da gamba,
chitarre, tastiere, percussioni… strumenti che non vengono scelti per concetto,
ma perché “sono lì”, pronti a parlare. È un approccio che nasce da una vita
immersa nella musica folk, nel progressive, nel jazz, e che permette all’autore
di muoversi con naturalezza tra tradizione e sperimentazione.
La presenza dei collaboratori non è decorativa: Pacha compone
pensando a loro, conoscendo profondamente il loro linguaggio. E proprio questa
fiducia reciproca permette ai brani di respirare, di espandersi, di trovare una
forma che va oltre la somma delle parti.
Il disco si chiude con una riflessione implicita sul tempo,
sulla maturità, sulla consapevolezza. Pacha non nasconde le trasformazioni del
suo percorso: ciò che poteva fare da giovane oggi non gli appartiene più, e ciò
che comprende oggi allora gli sfuggiva. Ma è proprio questa dialettica - tra
ciò che si perde e ciò che si guadagna - a rendere Not Normal After Music
un’opera così viva, così umana.
È un album che non cerca di stupire, ma finisce per farlo.
Non cerca di essere complesso, ma lo diventa quando serve. Non cerca di essere
spirituale, ma lo è nel modo più autentico: lasciando che la musica parli
quando l’ego tace.
E forse è proprio questo il senso del titolo: dopo aver
ascoltato, dopo aver composto, dopo aver vissuto la musica, non si torna più
indietro. Non si è più “normali”. E va bene così.
Il titolo “Not Normal After Music” è molto evocativo. In che
modo questa “non-normalità” descrive il tuo rapporto con la musica oggi,
rispetto alla rivelazione adolescenziale che racconti?
Il mio rapporto con la musica, da adolescente e oggi, è
fondamentalmente lo stesso - forse ora con un coinvolgimento ancora maggiore -
ma in entrambi i casi nasce dallo stupore che provo quando la musica appare. È
un’esperienza soggettiva, non misurabile, ma incredibilmente comune sia tra gli
ascoltatori che tra i musicisti. Il mio approccio è sempre stato intuitivo:
all’inizio per necessità (mio padre si rifiutò di finanziare la mia formazione
musicale), e più tardi come scelta consapevole, dopo aver frequentato una
scuola di musica che considero la mia “Alma Mater”.
L’album nasce più da intuizioni improvvise o da un processo
compositivo strutturato?
Nel mio caso, il processo compositivo strutturato è sempre
innescato da intuizioni improvvise. A volte queste intuizioni arrivano da
un’idea, un’immagine o una storia, che può essere musicale o meno; altre volte
arrivano come la “voce” dello strumento che sto suonando. Ma sempre dopo un
ascolto interiore, dopo il silenzio, e dopo essermi lasciato andare.
Ti ha sempre colpito come la stampa formalista dei primi del
’900 considerasse la nuova musica - in particolare il jazz - come qualcosa di
dannoso o immorale. In che modo questa paura dell’innovazione ha contribuito al
tono ironico o sarcastico dell’album?
Ho sempre trovato assurdi i rigidi vincoli canonici che
giudicano immorale un’arte capace di esprimere una libertà assoluta, come il
jazz. È un atteggiamento che nasce dalla paura della mediocrità, che preferisce
un’arte misurabile e incasellata. Nel momento in cui qualcuno si eleva al di
sopra della mediocrità, viene accusato di essere demoniaco e amorale, come
accadde a Mozart o al jazz dei primi del ’900. Se guardi questa idea con un po’
di ironia, la risposta spontanea sarebbe… “Aspetta un attimo, ora ti faccio
vedere io”.
In questo album emerge una forte componente “Fusion”. È stata
una scelta consapevole fin dall’inizio, oppure è nata spontaneamente durante il
processo creativo?
Questo risale all’inizio stesso del progetto. All’inizio,
Kimmo ed io immaginavamo qualcosa vicino a una “fusione”, sia di stili che di
personalità, e nel mio caso volevo approfondire uno stile che ammiravo ma con
cui non mi sentivo del tutto a mio agio. Ma sì, è stata una scelta fin dall’inizio.
“Plowman of the Sky” è un brano di 18 minuti ispirato a
Saint-Exupéry. Cosa ti ha attratto della sua figura e come hai tradotto
musicalmente il suo immaginario?
“Plowman of the Sky” nasce da idee musicali composte per la
colonna sonora di un audiolibro de “Il piccolo principe”. Ho sempre considerato quest’opera un richiamo all’umanità,
qualcosa di cui abbiamo disperatamente bisogno oggi. Antoine de Saint-Exupéry
ha riempito questa storia di immagini che ho riletto più volte nella mia vita,
scoprendo ogni volta cose nuove e sorprendenti. Ed è molto semplice, dopo
averla letta, lasciarsi andare e permettere alla musica di fluire.
In “When in Doubt…” riprendi il consiglio del tuo insegnante:
“Aumenta la complessità”. Come vivi oggi il rapporto tra complessità e
immediatezza nella tua musica?
La risposta più semplice è che cerco di bilanciare
complessità e immediatezza nel modo migliore possibile, perché oggi ho gli
strumenti per farlo. Molto spesso, quando mi blocco, ho la sensazione che
qualcosa - o qualcuno - prenda in mano il brano e lo faccia nascere attraverso
di me, usando le mie mani. In quei momenti il mio unico compito è restare
preparato, allenato, disponibile a lasciar fluire ciò che arriva.
La tua strumentazione è vastissima: dal low whistle alla
viola da gamba. Come scegli quale strumento “parlerà” in un determinato brano?
Non lo so. Sono semplicemente lì, a portata di mano; li
prendi e li suoni. Se ci penso un po’ di più, forse deriva dalla cultura
musicale in cui ho cercato di immergermi per tutta la vita. Ho un’idea di come
suona la musica folk, o il progressive rock, o il jazz (lo chiamo “stare sulle
spalle dei giganti”), e questo influenza il modo in cui affronto gli
arrangiamenti, sia avvicinandomi alla norma sia allontanandomene.
Collabori con musicisti molto diversi tra loro (Manring, Di
Benedetti, Strandberg…). Come cambia il tuo modo di comporre quando sai che un
certo artista interpreterà una parte?
Il mio modo di scrivere è cambiato radicalmente e, dopo un
periodo di totale imbarazzo in cui non mi sentivo all’altezza dei geni con cui
collaboro, ho capito che qualunque cosa io componga prenderà vita in modo
straordinario grazie alle loro menti. Lavorare con loro significa concedere
completa libertà creativa, e la musica nasce proprio da questo. Per questo è
fondamentale conoscere il loro lavoro e studiare i loro album. La conseguenza è
semplice: finisci per ammirarli profondamente.
Il tuo rapporto con la Musica è descritto come qualcosa di
quasi sacro. Come si riflette questa visione nelle sonorità e nell’approccio
compositivo dell’album?
So che è un cliché dirlo, ma che domanda mi hai fatto! Più
che “sacro” (che lo è, ma non approfondiremo), mi piace descrivere questo
rapporto come qualcosa di soggettivo e molto comune, ma né oggettivo né
misurabile. Quando registri o componi qualcosa, se sei onesto con te
stesso, puoi capire se la musica è davvero lì o se è solo il tuo ego che dice
sciocchezze. Questo è l’approccio compositivo quando si tratta di scegliere
cosa vale la pena includere in un album.
Nella tua biografia dici che “fai quello che puoi nella
musica”. Dopo oltre quarant’anni di esperienza, cosa senti di poter fare oggi
che prima non era possibile?
Tutto e niente. Ci sono cose che potevo fare quando ero
giovane e che ora non posso più fare. E cose che ora capisco e che allora non
capivo. In breve, sì, scambierei volentieri il posto con qualcuno di 18 anni,
ma solo se potessi sapere ciò che so ora. Per esempio, allora non sapevo
contare musicalmente oltre 3 o 4, le mie armonie non erano nulla di speciale, e
pensavo che il mio ego fosse importante. Ma ero più veloce, e l’attrezzatura
sembrava più leggera. Non scambierei mai la confusione che avevo allora con la
confusione che ho adesso.
Dall’ingegno domestico al mito del
rock: storia di uno strumento unico al mondo
Nel mondo della musica, molti chitarristi sono legati
indissolubilmente al proprio strumento, ma nessuno vanta un legame viscerale
come quello tra Brian Maye la sua Red
Special. Mentre i suoi contemporanei acquistavano Fender
Stratocaster o Gibson Les Paul nei negozi di Londra, il futuro chitarrista dei
Queen decideva di costruirsi il proprio suono da solo, partendo da pezzi di
recupero.
Tutto ebbe inizio nel 1963. Brian, allora adolescente, e
suo padre Harold, un ingegnere elettronico, decisero di dare vita a uno
strumento che superasse le prestazioni delle chitarre elettriche dell’epoca.
Non avendo i fondi per acquistarne una professionale, si chiusero nel garage di
casa per due anni.
Il cuore della chitarra è un pezzo di storia domestica: il
legno utilizzato per il manico proviene infatti da una cornice di un
caminetto del XVIII secolo che un amico di famiglia stava per gettare via.
I materiali della leggenda
La Red Special è un trionfo del riciclo creativo e
dell’ingegneria casalinga:
-Il
Manico: ricavato
dal mogano del caminetto, modellato a mano (si dice che i fori dei tarli
siano stati riempiti con pezzi di fiammifero).
-Il
Corpo: realizzato
in quercia, listelli di abete e pannelli di panforte, rivestito con un
sottile strato di mogano per uniformare l’estetica.
-I
Segnatasti: bottoni
di madreperla presi dalla scatola del cucito della madre.
-Il
Sistema Tremolo: progettato
da zero usando molle di valvole di una vecchia motocicletta e un braccio
della leva ricavato da un supporto per borse da bicicletta, con la punta
rifinita da un pezzo di plastica di un ago da calza.
Il "Vox AC30" e la monetina
da sei pence
Il suono della Red Special non sarebbe completo senza altri
due elementi fondamentali. Brian May scoprì che usando una monetina da sei
pence (ormai fuori corso) al posto del plettro di plastica, riusciva a
ottenere un attacco metallico e una brillantezza unici, potendo controllare la
distorsione semplicemente variando l'inclinazione della moneta sulle corde.
Inoltre, il cablaggio interno della chitarra permette di
attivare o disattivare ogni pickup e di invertirne la fase, creando quel
caratteristico suono "orchestrale" e vocale che sentiamo in brani
come Bohemian Rhapsody o Killer Queen.
A differenza di quasi tutte le altre rockstar, che cambiano
strumenti a ogni tour, Brian May ha suonato la Red Special originale in quasi
ogni album e concerto dei Queen per oltre sei decenni. È lo strumento che ha
risuonato sul tetto di Buckingham Palace e negli stadi di tutto il mondo.
"Mio padre diceva sempre: 'Se vale la pena fare una
cosa, vale la pena farla bene'. Abbiamo costruito questa chitarra perché
durasse per sempre." - Brian May
La Red Special non è solo un ammasso di legno e fili
elettrici; è la dimostrazione che l’eccellenza non nasce sempre dal lusso, ma
spesso dalla curiosità, dalla pazienza e da un vecchio caminetto destinato alla
discarica.