sabato 13 giugno 2026

Il 13 giugno del 2017 ci lasciava Anita Pallenberg


Il 13 giugno del 2017, all’età di 75 anni, a causa di complicazioni dovute alla epatite C, ci lasciava Anita Pallenberg.

Anita nasce a Roma il 25 gennaio 1944.
È stata una modella, attrice e stilista di moda, ma soprattutto è ricordata come compagna del chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards, dal ‘67 al ‘77.
È nota principalmente per le storie sentimentali che l'hanno vista legata a tre dei membri della band: dapprima Brian Jones (che la incontrò nel 1965), in seguito lasciato per Richards nel 1967.
Con Richards ha avuto tre figli, uno di nome Marlon Richards (nato nel 1969), una figlia, Dandelion (nata nel 1972) che è nota col nome di Angela Richards, ed infine Tara Richards, nato nel 1976, ma morto per problemi di salute poco dopo la nascita.
Ha avuto inoltre una breve relazione con il cantante degli Stones Mick Jagger, durante le riprese del film "Performance".
Ha ricoperto il ruolo della Black Queen in "Barbarella" (1967) e della moglie di Michel Piccoli nel film " Dillinger è morto" (1968), diretto da Marco Ferreri.
Dopo la fine del rapporto con Richards è divenuta una stilista di moda.

Nella leggenda è entrata nel '65. Da allora Anita Pallenberg, alter ego femminile dei Rolling Stones e icona dell'epoca psichedelica insieme a Jagger, Richards e Jones, ha rappresentato uno dei pochi testimoni in grado di poter svelare aneddoti sull'affascinante vita delle pietre rotolanti che, se ieri era fatta di sesso, droga e rock'n'roll, oggi resta incagliata in bottigliette di Evian e in uno status ingiallito da star. Certo, Jagger e compagnia sono sempre capaci di ribaltare ogni pronostico, e di sopravvivere ai loro stessi vizi. Non fosse così gli Stones non sarebbero la più grande rock band esistente, l'unica ancora in piedi su un palco in grado di riportare a un tempo passato.
All'era mitica dei fiori e della rivoluzione.

Ecco cosa ne pensava a proposito Anita Pallenberg, intervistata da Massimiliano Leva, nel luglio 2006.

Quando conobbe i Rolling Stones?
Li incontrai nel 1964, in Germania. All'epoca ero ancora una modella, avevo letto di loro in una rivista e quando un fotografo di moda mi chiese di accompagnarlo a un loro concerto accettai incuriosita. Li raggiungemmo nei camerini e mi presentai a tutta la band.
Fui subito colpita da Brian Jones, il più gentile, quello con più fascino. Sembrava un dandy e fu l'unico a rivolgersi a me in tedesco, visto che ancora non parlavo bene l'inglese. Fu un colpo di fulmine. Poco tempo dopo  vivevo a Londra con lui.

Che ritratto farebbe di loro a quell'epoca?
Charlie Watts e Bill Wyman non erano ancora degli Stones. Nel senso che conducevano una vita ben diversa dagli altri tre.
Brian era un uomo affascinante ma anche estremamente fragile, volubile.
Mick Jagger era indubbiamente il più sicuro di tutti. Ha sempre saputo cosa fare e come ottenerlo.
Keith è Keith: lo definirei un pirata. Se fosse per lui, ancora oggi appenderebbe la bandiera con il teschio fuori dalla porta di casa. Di certo, non gli è mai interessato essere nominato baronetto.

Si drogavano molto Jagger, Richards e Jones?
Come tutti a quell'epoca. Però erano dei professionisti, quindi si facevano solo quando non dovevano registrare. Noi comunque non ci preoccupavamo molto. Tanto per dire, quando arrestarono per droga tre quarti della band nel '67, un mese dopo partimmo in gruppo per il Marocco.

In una parola, qual è il segreto degli Stones?
Passione. La loro è sempre stata una vera passione per la musica e per il blues. Oggi sembrano persino ridicoli con quelle rughe, nonni di famiglia, a dimenarsi su un palco. Ma per me sono stati anche meglio dei Beatles.

Quali erano i rapporti tra Beatles e Rolling Stones?
Erano ovviamente amici, a dispetto di quello che ha sempre detto la stampa. Ognuno con diverse simpatie o legami più stretti.
Brian, per esempio, era particolarmente amico di George Harrison e John Lennon.
Ma c'era comunque stima reciproca tra loro.

Chi frequentavano maggiormente gli Stones?
Abbiamo conosciuto così tanta gente che forse ci vorrebbero settimane per ricordarmi di tutti.
La nostra era una vita in continuo movimento. Poteva capitare di andare a Roma e fermarsi giorni a casa di amici come Mario Schifano o Marco Ferreri. Oppure di girare un filmino in Super 8 nel pieno di una sbronza a New York con Andy Warhol. Soprattutto negli anni Sessanta si respirava un'aria in cui niente pareva un limite. Vivevamo sempre ogni cosa come se fosse l'ultima.

Come sono stai i suoi rapporti con le altre donne, Marianne Faithfull in particolare?
Tra di noi c'era solidarietà e spesso ci sentivamo abbandonate a noi stesse in quel turbinio di eccessi. In ogni caso non frequentavo molto Marianne. E ancora meno c'è stato tra me e Bianca Jagger. Poi, da quando io e Keith ci siamo lasciati, l'amicizia con la Faithfull si è rafforzata.

E' vero che Brian venne estromesso dalla band da Jagger e Richards?
Brian era il primo ad amare il blues. Così quando gli Stones dirottarono la loro musica verso il pop psichedelico con Their Satanic Majesties Request, in un certo senso lui si sentì tradito. Era comunque un artista estremamente vulnerabile, con poca fiducia in se stesso.
A volte gli capitava di scrivere anche canzoni molto belle che magari il giorno distruggeva in preda a raptus. E dire che Keith e Mick erano quasi degli studentelli in confronto a Brian.

Nel senso che Jones era meglio di loro?
Brian era un musicista con un talento incredibile, nei primi anni sicuramente meglio di Mick e Keith. Gli Stones degli esordi furono davvero il gruppo di Brian Jones. Ma poi non ebbe sufficiente carattere per reggere il confronto con il successo e cominciò a perdere via via il contatto con la realtà.

Si dice anche però che Jones si ammalò definitivamente dopo che lei lo lasciò per Richards.
In realtà Brian fece tutto da solo. Stava davvero peggiorando in quel periodo. Era stato arrestato e diventava sempre più paranoico. Nel '67, stavamo per partire per Marrakech, quando Brian cominciò a fare storie. Keith mi disse: "Io non lo sopporto più, se vuoi vieni con me". E io accettai, anche se in fondo ero ancora innamorata di Brian.

Quando seppe della sua morte?
Ci chiamò alle tre di notte il suo autista. Fu una botta. Brian si drogava molto da solo ormai.
Fosse sopravvissuto avrebbe fatto grandi cose.

Come gestivate lei e Keith i rapporti con i figli?

Cercavamo di fare del nostro meglio, ma per questo i nostri figli erano continuamente sballottati a destra e a sinistra. Ci siamo comunque sempre sforzati di essere genitori premurosi.


Seguiva il gruppo in tournée?
No, noi eravamo le mogli e loro i Rolling Stones.
In quindici anni di vita con Keith, sommando i momenti in comune, con lui penso di averne trascorsi cinque.

Era questo il prezzo per essere una donna degli Stones?
Il vero prezzo da pagare erano i fan. Mi rincorrevano ovunque per aggredirmi, una volta chiamai persino la polizia altrimenti mi avrebbero fatto a pezzi.

Ha mai assistito in diretta alla nascita di qualche canzone?
Sì, Mick e Keith scrissero "Honky Tonk Women" in poche ore, davanti a me, a Positano.
Poi anni dopo ci portarono con loro in Giamaica, per la registrazione di "Goat's Head Soup".

Lei era però con Keith in Francia quando gli Stones registrarono "Exile on Main Street".
In Francia fu davvero un momento terribile. Gli Stones registravano nella cantina della villa dove io e Keith vivevamo. Era un continuo via vai di persone. Per questo, avevamo fatto costruire anche un passaggio segreto per scappare nel caso la polizia fosse arrivata all'improvviso per cercare la droga.

Oggi rivede spesso Keith?
Ci vediamo a volte per il Natale.

Rifarebbe tutto da capo?
Sì. Ma solo con lo steso spirito degli anni Sessanta.


La Famiglia Richards



venerdì 12 giugno 2026

Delirium I.P.G. – "Sesta Strada Lungo il Tempo": commento all'album e intervista alla band

 


Delirium I.P.G. – Sesta Strada Lungo il Tempo

 

L’uscita di un nuovo album dei Delirium I.P.G. porta sempre con sé un senso di continuità e di rinnovamento. La band attraversa cinquantacinque anni di attività con una presenza che resta viva e riconoscibile, capace di parlare a generazioni diverse mantenendo intatta la propria voce. Sesta Strada Lungo il Tempo arriva in questo percorso come un lavoro maturo, presentato in una serata intensa al Teatro Govi di Genova che ha riunito amici, appassionati e una comunità che considera i Delirium una parte della propria storia.

Il ricordo di Mauro La Luce, paroliere storico e figura centrale nella loro poetica, ha attraversato la serata con una delicatezza che ha unito passato e presente. La sua eredità resta un filo affettivo che continua a dialogare con la musica della band, anche quando i testi sono firmati dai musicisti stessi.

Il mio rapporto critico con i Delirium nasce da lontano. La mia prima recensione discografica, nel 2009, fu dedicata proprio a Il Nome del Vento. Ritrovare oggi un nuovo album in studio crea un ponte naturale con quel momento e rende questo ascolto ancora più significativo.

Il tema del "Tempo" emerge con naturalezza dalla scrittura dei singoli musicisti. Ogni brano porta un personaggio, un luogo o un frammento di vita che si colloca in un punto diverso di questo viaggio. Ettore Vigo lo descrive come un non luogo in cui convivono memoria e immaginazione, un territorio che permette alla band di intrecciare storie diverse dentro una cornice comune.

La “Sesta Strada” suggerisce un livello simbolico che resta aperto all’interpretazione. Alessandro Corvaglia preferisce che sia il pubblico a coglierne il significato e questa scelta rafforza il carattere evocativo del titolo.

Schiavo della Viltà apre il disco con una struttura imponente. Ventidue minuti che richiedono equilibrio, ascolto reciproco e una visione precisa. La suite nasce da un processo compositivo rapido, quasi istintivo, e l’arrangiamento segue un principio di essenzialità che permette al brano di respirare senza sovraccarichi. Il risultato è un racconto musicale che alterna tensione e aperture, con una coesione che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il percorso.

Dal vivo la suite ha mostrato tutta la sua forza. La band ha affrontato il brano con una concentrazione che ha valorizzato ogni passaggio, confermando la solidità del materiale.

Il disco prosegue con una varietà che resta sempre dentro una cornice riconoscibile.

Io Clochard porta una scrittura più diretta, arricchita dalla viola di Giulia Ermirio e dalla voce di Alice Vigo. Il Riposo del Pirata si apre grazie alla voce recitante di Andrea Bottesini, che aggiunge un livello narrativo ulteriore. Della Strada il Ritorno nasce da un’intuizione improvvisa e si sviluppa con una naturalezza che ne definisce il carattere. Parole nel Vento chiude il disco con un lavoro corale che amplia la dimensione emotiva.

La varietà dei brani trova una sintesi grazie alla scrittura, agli arrangiamenti e al lavoro di produzione.

Le registrazioni e i missaggi di Jonathan Grice e il mastering di Emanuele Cioncoloni danno al disco un suono pulito, dinamico e attento ai dettagli. Ogni brano ha una sua veste precisa, nata in momenti diversi ma sorprendentemente coerente. La produzione di Black Widow Records completa il quadro con una cura grafica che valorizza il progetto.

I Delirium mantengono un equilibrio che appartiene solo a loro. Restano fedeli alla propria identità prog senza trasformarla in un limite. Non cercano svolte radicali e non ripropongono formule già percorse. Trovano invece una presenza attuale, concreta, che si inserisce con naturalezza nella loro storia.

La presentazione dal vivo al Teatro Govi ha confermato la solidità del nuovo materiale. La sala gremita, il calore del pubblico, il coro di Sant’Olcese, la suite eseguita integralmente, la chiusura con Jesahel. È stata una celebrazione collettiva, un momento che ha unito generazioni diverse e che ha mostrato una band in piena forma.

Sesta Strada Lungo il Tempo è un album che unisce maturità e freschezza, un lavoro che guarda avanti con lucidità e che conferma la vitalità di una band capace di attraversare un periodo lunghissimo mantenendo intatta la propria voce. È un disco che apre nuove possibilità e che mostra una formazione consapevole del proprio linguaggio.

I Delirium I.P.G. continuano a camminare. E questa nuova strada ha ancora molto da raccontare.


I brani (cliccare per ascoltare)

Schiavo della Viltà - 21.56

Io Clochard - 5.45

Il Riposo del Pirata - 6.00

Della Strada il Ritorno - 5.33

Parole nel Vento  - 6.02

 

Formazione

Ettore Vigo — tastiere e cori

Martin Grice — fiati e cori

Fabio Chighini — basso e voci

Alessandro Corvaglia — voce solista, tastiere aggiuntive, chitarra acustica, cori

Michele Cusato — chitarre e cori

Enrico Tixi — batteria, percussioni, cori

 


Ospiti

Andrea Bottesini - voce recitante in Schiavo della Viltà e Il Riposo del Pirata

Giulia Ermirio - viola in Schiavo della Viltà e Io Clochard

Alice Vigo - voce in Io Clochard e Il Riposo del Pirata

Enrico Bianchi e Raffaella Izzo - cori in Parole nel Vento

Banda Deliranti Cantù - supporto corale in Il Riposo del Pirata

 

INTERVISTA ALLA BAND 

Qual è stato il momento in cui avete percepito che la serata del 22 maggio stava diventando una celebrazione collettiva, quasi un abbraccio lungo 55 anni?

Martin Grice-Quando abbiamo fissato la data del concerto, si trattava fondamentalmente di presentare il nuovo album. Con il passare delle settimane e l'intensificarsi delle prove, abbiamo iniziato a renderci conto dell'importanza dell'evento imminente. Personalmente, ho partecipato alle prove con il coro di 18 elementi, sulla cui presenza ho insistito per onorare Mauro con "Tremori Antichi". Un momento molto toccante per me, e certamente non solo per me. Tra l'altro, il coro è il "Coro di Sant'Olcese", di cui faccio parte da oltre 20 anni. Quindi "sì", immagino che sia diventata una celebrazione collettiva senza nemmeno rendercene conto.

Il calore della sala è stato evidente: come vi è arrivata questa energia mentre suonavate?

Enrico Tixi - Vedere tanta gente è sempre emozionante, e pensare che dopo 55 anni il nostro pubblico partecipa sempre in questo modo viscerale, ha creato questa comunione emotiva che è un tratto distintivo del pubblico dei Delirium.

Come nasce l’idea di costruire un album che attraversa personaggi, luoghi e momenti legati allo scorrere del Tempo?

E.T. - In realtà tutto si è sviluppato in modo piuttosto naturale. Ognuno ha portato le proprie canzoni e le proprie idee e man mano che il tutto prendeva forma musicale compiuta ci è apparso in modo netto il filo conduttore dello scorrere del Tempo che accomunava i personaggi raccontati e che si raccontano in prima persona nei brani.

La “Sesta Strada” sembra un luogo simbolico: cosa rappresenta per voi dentro la vostra storia e dentro questo disco?

Alessandro Corvaglia - Se si pensa un attimo profondamente si capisce il principio ispirativo del titolo, al di là di essere “banalmente” il sesto disco in studio della band. Per cui mi piacerebbe che fosse la gente a comprendere che cosa simboleggi. Sarebbe curioso vedere cosa ci vedono gli altri (qualcuno al di fuori delle nostre conoscenze, in realtà, lo ha già capito!).

Il Tempo è il filo rosso del progetto: come si riflette nella vostra identità artistica e nel vostro modo di comporre oggi?

E.T. - Il Tempo è un “non luogo” dove abbiamo accomunato la storia dei Delirium con quelle nuove raccontate nel disco ed è denominatore comune dei personaggi che raccontano in prima persona se stessi. A volte il Tempo assolve, in altre condanna.

"Schiavo della Viltà” apre l’album con una struttura imponente: come si costruisce una suite così lunga, 22 minuti, e quanto è difficile proporla live?

A.C. - Strano a dirsi ma le tessere che hanno formato questo collage sono venute tutte in tempi brevissimi, quasi che ad un mio mentale “e adesso?” partisse l’impulso per una risposta immediata. Per altro verso, di solito, quando compongo, il processo strettamente parallelo dell’arrangiamento coinvolge anche ciò che definisco la “fattibilità sul palco”. Non solo questo mi preserva da stratificazioni in studio spesso inutili ma tende a creare uno scenario in cui non siano richieste performances tentacolari e, per quanto possibile, fedeli all’originale anche se va da sé che non possono esserlo al 100% (e non è neanche avvincente che lo siano, sembra un trito playback), come ogni versione live che si rispetti. In un brano di 22 minuti la difficoltà esisterà sempre, ma con un buon allenamento diventa una… maratona sostenibile!

La resa vocale appare particolarmente intensa: come si è evoluto il lavoro sulla voce e sui cori in questo nuovo capitolo?

A.C. - Chi mi conosce sa che, da sempre, io ho inserito delle caratterizzazioni emotive in ciò che canto. La mia (ormai quasi sepolta) esperienza teatrale o i trascorsi nelle tribute band c’entrano poco, di fatto io devo “sentire” ciò che eseguo, come se lo sentissi eseguito in un’opera cinematografica o teatrale. Questo ne fa seguire i colori con cui io tento di pennellare ogni frase, ogni verso, ogni ritornello e via dicendo. Per altro verso, ho tenuto fortemente a non essere la sola voce di questo disco, l’affresco - anche vocale - doveva essere il più composito possibile. Ecco, pertanto, la presenza dei miei compagni, di Andrea Bottesini e di Alice Vigo.

I cinque brani hanno caratteri molto diversi: come si è sviluppato il processo di scrittura e arrangiamento?

E.T. - Volevamo un prodotto eterogeneo ma le cui sonorità fossero ben radicate nella “tradizione Delirium”. Ognuno ha portato il proprio pezzo di puzzle che una volta assemblato e arrangiato ci ha mostrato una figura musicale logica ed omogenea. Il che non era scontato ma alla fine l’alchimia ha funzionato alla grande, direi!

Quali scelte di arrangiamento, registrazione e produzione hanno definito il suono dell’album?

A.C. - Il fatto che le varie composizioni sono venute alla luce in tempi molto diversi fra di loro ha fatto sì che assumessero da sole la propria veste. A nostro giudizio “buona da subito”, nessuna preoccupazione di continuità o coerenza stilistica (eppure c’è). Dove mi sono occupato io degli arrangiamenti, come detto sopra, è un processo parallelo alla scrittura, io “vedo” ciò che scrivo in una ben precisa cornice. Credo sia lo stesso anche per Ettore.
Ed in assoluto Jonathan Grice, che ha profuso un impegno continuo, professionale e attento, ha contribuito non poco all’evoluzione dei suoni presenti in “Sesta Strada”. I compagni di Black Widow Records hanno fatto il resto, eccellendo soprattutto quanto alla grafica dei supporti.

In che modo “Sesta Strada lungo il Tempo” dialoga con la vostra storia musicale e con le vostre radici prog?

A.C. - Direi con perfetta aderenza. Come è stato notato in alcune fra le prime recensioni dell’album, i Delirium non hanno affatto tentato di rinnovarsi in modo rivoluzionario ma neanche si sono “autocitati”. Dal mio punto di vista era decisamente importante che la band riacquistasse una presenza concreta e precisa nel mondo Prog, dopo una parentesi che sembrava averli confinati in una sorta di “limbo” e ciò che leggo sembra confermare che abbiamo centrato il bersaglio.

Il ricordo di Mauro La Luce è parte della vostra identità: come la sua eredità ha influenzato questo disco?

E.V. - Mauro La Luce (purtroppo mancato recentemente) è stato il nostro paroliere fin dal 1972, scrisse tutti i testi dgli album a partire da Lo scemo e il Villaggio seguendo sempre le nostre idee di conept album, per quello venne denominato il sesto Delirium (in quegli anni eravamo in cinque); i brani che lui amava in particolare sono “Tremori Antichi” (per il quale vinse anche un premio) e “Luci lontane” dall'album “Il NomeDel Vento”. In quest'ultimo album i testi furono scritti dagli autori stessi, non si tratta di un album concept ma racconti di vita tra realtà e fantasia descritti da ognuno degli stessi.

M.G.- Voglio solo aggiungere a ciò che ha scritto Ettore che Mauro non era solamente un autore di testi di grande talento, ma anche un caro amico. Ci mancherà moltissimo.

Portare per la prima volta sul palco i brani del nuovo album ha cambiato il vostro modo di percepirli?

A.C. - Chi conosce le fatiche che stanno dietro alla realizzazione di un disco sa che si arriva ad uno stato psico-fisico paragonabile ad una gestazione e ad un parto. Si guarda alla creatura come ad un qualcosa che ancora deve definirsi completamente nei suoi lineamenti concreti. Ma quando si è sul palco diventa “una di famiglia”, senti ciò che hai creato “addosso” e ti preoccupi solo di presentarlo al pubblico, con quella differenza dinamica - data anche dall’emozione - che ne esalta i colori e la potenza.

Come avete costruito il ponte tra i brani storici e quelli nuovi nella scaletta?

M.G. - Avendo deciso fin dall'inizio che durante i concerti (nei teatri) la suite sarebbe stata eseguita integralmente e dato che ciò significava utilizzare 22 minuti di tempo di concerto per un solo brano abbiamo dovuto essere molto attenti nella scelta dei classici da suonare. In pratica, abbiamo optato per il materiale tratto dai primi 3 album più qualcosa dall'"Era della menzogna". E poi, naturalmente, abbiamo dovuto trovare momenti e modalità giusti per mescolare il vecchio con il nuovo.

La scelta del Teatro Govi è stata naturale o cercavate proprio un luogo con questa atmosfera?

E.T. - Tutto si è svolto in modo naturale. Il Teatro Govi ha visto diversi concerti che potremmo ritenere “storici” nella vita della band e oltre a ciò ben si adattava sia ad iniziare un anno importante (quello dei 55 anni di storia dei Delirium) che a creare l'ambientazione giusta per raccontare le nuove storie di “Sesta Strada” dando loro una cornice migliore di quella di una tradizionale venue rock. E la scelta si è rivelata assolutamente vincente.

Dopo un’accoglienza così forte, cosa vi portate verso il prossimo capitolo artistico?

A.C. - Chi può saperlo? Dieci anni fa non avrei mai pensato che il disco successivo a “L’Era della menzogna” avrebbe contenuto una suite, men che mai scritta da me. È questo il bello del vivere la Musica, dopo la nascita di un nuovo figlio lo si porta in giro, lo si fa vedere a quanta più gente possibile e poi - ma spesso anche durante ciò - nascono ispirazioni, idee, prospettive, storie che diventano quadri inediti. Ironicamente “Della strada il ritorno” nasce da un mio improvviso canticchiare mentre appunto tornavamo da un concerto tenuto fuori Genova di cui memorizzai il riff col mio cellulare! Senz’altro porteremo anche il frutto di ciò che questo nuovo LP ci ha fatto sperimentare, assieme a tutti i mattoni messi su in 55 anni. La cosa affascinante è che non sappiamo minimamente che forma avrà!




Ricordo di John Wetton (1949-2017), una leggenda del Rock

 


Il 12 giugno del 1949 nasceva un musicista destinato a lasciare un'impronta indelebile nel panorama del rock progressivo e non solo: John Wetton. Scomparso il 31 gennaio 2017, Wetton è stato una figura poliedrica e fondamentale, la cui carriera ha attraversato decenni, toccando generi diversi e collaborando con alcune delle band più influenti della storia della musica.

La carriera di Wetton è stata caratterizzata da una straordinaria versatilità. Principalmente conosciuto come bassista e cantante, la sua abilità nel combinare linee di basso complesse e melodia con una voce potente e riconoscibile lo ha reso un artista unico. Il suo timbro vocale, capace di spaziare dal rock più energico a ballate intense, era immediatamente riconoscibile e ha contribuito a definire il suono di molte formazioni.

Oltre alle sue doti esecutive, Wetton è stato anche un compositore prolifico, contribuendo significativamente alla scrittura di brani che sono diventati classici del genere. La sua profonda comprensione della struttura musicale e la sua capacità di creare arrangiamenti innovativi gli hanno permesso di plasmare il sound di intere epoche musicali.

La discografia di John Wetton è una testimonianza della sua eccezionale carriera. Ha militato in band che hanno fatto la storia, tra cui:

  • King Crimson: La sua partecipazione a questo gruppo iconico negli anni '70 è considerata uno dei periodi d'oro della band. Album come Larks' Tongues in Aspic, Starless and Bible Black e Red mostrano Wetton al culmine della sua creatività, contribuendo a definire il suono aggressivo e sperimentale di quel periodo.
  • Uriah Heep: per un breve ma significativo periodo, Wetton ha portato la sua influenza anche in questa storica band hard rock.
  • Roxy Music: pur non essendo un membro fisso, ha contribuito in tour e registrazioni, dimostrando la sua capacità di adattarsi a contesti musicali diversi.
  • U.K.: un supergruppo progressive rock formato alla fine degli anni '70, dove Wetton ha consolidato la sua fama di compositore e performer di alto livello.
  • Asia: forse la band che gli ha regalato il maggiore successo commerciale. Nata all'inizio degli anni '80, gli Asia hanno fuso il rock progressivo con elementi AOR (Album-Oriented Rock), conquistando un vasto pubblico con hit come "Heat of the Moment" e "Only Time Will Tell". Wetton è stato il frontman indiscusso di questa formazione, e il loro album di debutto omonimo è diventato un fenomeno globale.

Oltre a questi progetti principali, Wetton ha pubblicato numerosi album solisti e ha collaborato con una miriade di altri artisti, dimostrando la sua continua ricerca musicale e la sua inesauribile passione per la creazione.

La scomparsa di John Wetton ha segnato un vuoto rilevante. La sua capacità di unire complessità tecnica e melodia, la sua voce distintiva e il contributo a brani iconici lo rendono un'importante figura del rock progressivo. La sua eredità artistica e la sua dedizione alla musica rimangono un'ispirazione.





giovedì 11 giugno 2026

Noisext- “S/T”: commento all'album

 


 Noisext- “S/T”

“S/T” non è un semplice ritorno, ma un varco temporale che riporta in superficie un’idea di noise-rock che in Italia non ha mai avuto davvero il suo spazio, ma che oggi suona più viva e necessaria che mai. I Noisext, storica formazione genovese, rimettono mano ai brani scritti nei primi anni Novanta e li trasformano in un album che non guarda al passato con nostalgia, ma con lucidità e consapevolezza.

Il disco nasce da una storia che sembra uscita da un romanzo underground. Negli anni Novanta, quando il noise americano stava esplodendo e in Italia ancora non si parlava di Marlene Kuntz o Massimo Volume, un gruppo di ragazzi genovesi decide di inseguire quella scossa elettrica. Le influenze sono chiare: Unsane, Sonic Youth, Cop Shoot Cop, Helmet, Godflesh. Il pubblico dell’epoca non capisce, ma oltreoceano qualcuno sì. Una cassetta arriva alla PCP Entertainment di New York, etichetta di Unsane e Chrome Cranks, che pubblica il 7” “Welcome To My Head”. Poi il silenzio, lo scioglimento, la vita che si mette di traverso.

Oggi, trent’anni dopo, quei brani trovano finalmente la loro forma definitiva. Fabio Botta, voce e secondo basso, recupera il materiale, richiama i compagni storici, affianca un nuovo batterista e, con il supporto di Maso e Alberto di Taxi Driver Records e Flamingo Records, porta a termine ciò che allora non fu possibile.

Il risultato è sorprendente. Il suono non è invecchiato, è maturato. Le chitarre di Massimo Morasso sono ancora taglienti come vetro, i due bassi di Botta e Pozzo costruiscono un muro sonoro che vibra e respira, la batteria di Enrico Meloni è marziale e implacabile. L’approccio è old school, ma la resa è attuale, potente, credibile. Non c’è manierismo, non c’è revival. C’è un’identità che finalmente trova il suo spazio.

“S/T” è un disco che racconta un’epoca senza imitarla. È ruvido, feroce, urbano. È noise come si deve, che è stato definito “un sano noise come si deve”. È un lavoro che restituisce dignità a una storia rimasta sospesa e che dimostra come certe intuizioni, se autentiche, non scadono mai.

Il titolo gioca su più livelli. Same Title, certo. Ma anche un omaggio a Stefano, batterista originale, che non ha potuto partecipare alle registrazioni ma ha seguito il progetto con entusiasmo. E poi quel richiamo a “1st”, perché questo è davvero il primo album dei Noisext, quello che sarebbe dovuto uscire nel 1995 e che oggi, finalmente, esiste.

Registrato, mixato e masterizzato da Berna presso Studio K tra novembre e dicembre 2025, “S/T” esce in cd e vinile in edizione limitata per Flamingo Records e Taxi Driver Records il 12 giugno 2026, con release party al Festival delle Periferie di Genova.

È un disco che arriva, colpisce, lascia il segno. E chiude un cerchio rimasto aperto troppo a lungo.

Registrato, mixato e masterizzato da Berna presso Studio K tra novembre e dicembre 2025. Esce per Flamingo Records e Taxi Driver Records il 12 giugno 2026. Release party al Festival delle Periferie di Genova.

 

Noisext

Fabio Botta - voce, basso, urla

Massimo Morasso - chitarra ed effetti

Alessandro Pozzo – basso

 Enrico Meloni – batteria

 

Contatti

noisextband@gmail.com







Ricordando Françoise Hardy, mancata due anni fa



Esattamente due anni fa, l'11 giugno del 2024, all'età di 80 anni, ci lasciava Françoise Hardy, cantautrice, scrittrice e attrice francese, considerata un'icona della musica e dello stile, non solo in Francia, ma a livello internazionale.

Esordì nel mondo della musica nel 1961, a soli 18 anni, con la canzone "Tous les garçons et les filles", che ebbe un successo immediato e la lanciò nel panorama musicale francese ed europeo.

Divenne una figura di riferimento del movimento “yé-yé”, caratterizzato da un sound pop leggero e spensierato, ma con testi spesso malinconici e introspettivi.

Nel corso della sua carriera, durata oltre 60 anni, ha pubblicato 28 album, ottenendo un grande successo sia in Francia che all'estero.

Tra i suoi brani più celebri ricordiamo "Comment te dire adieu", "Le temps de l'Amour", "Message Personnel", "Et si m'en vais avant toi"

Si è distinta per la sua voce sensuale e malinconica, accompagnata da testi poetici e introspettivi che affrontavano temi come l'amore, la solitudine e la disillusione.

Ha collaborato con alcuni dei più grandi nomi della musica francese, tra cui Serge Gainsbourg, Michel Berger e David Bowie.

Nonostante il grande successo ottenuto, Hardy ha sempre preferito mantenere un profilo riservato, allontanandosi dai riflettori e dalle grandi produzioni.

 


Oltre la musica…

Ha avuto una breve carriera cinematografica, recitando in alcuni film negli anni '60 e '70.

È stata anche un'autrice di successo, pubblicando due romanzi e un'autobiografia.

Era considerata un esempio di stile per la sua eleganza sobria e raffinata.

Françoise Hardy ha lasciato un'eredità importante nel mondo della musica francese e internazionale, influenzando generazioni di artisti con la sua musica poetica e il suo stile unico.



Con Mick Jagger

Con Rita Pavone

Da sx Bobby Solo, Mina, Francoise Hardy, Marisa Sannia e Al Bano







mercoledì 10 giugno 2026

"La Muta" cambia pelle ai Supercanifradiciadespiaredosi

 


 SUPERCANIFRADICIADESPIAREDOSI

 La Muta

 

La Muta segna il ritorno dei Supercanifradiciadespiaredosi dopo un percorso lungo, irregolare e sempre sorprendente. Sono passati nove anni da Geni Compresi e nel frattempo il trio ha attraversato silenzi, deviazioni, esperimenti e quella parentesi visionaria chiamata Aggiovaggio, un vinile illustrato che già mostrava la volontà di uscire dai binari. Con questo nuovo lavoro la band torna a una forma più diretta, asciutta e immediata, pur mantenendo quella libertà creativa che da sempre la caratterizza.

Il disco nasce attorno a una scelta precisa: una voce, due bassi e una batteria. Una formula essenziale che diventa il punto di partenza per un suono più rock, più compatto, più fisico. Mauro Andreolli, ancora una volta al fianco del gruppo, scolpisce un impianto sonoro che esalta ritmo, dinamica e presenza. I brani sono più brevi ma conservano la capacità di cambiare pelle, giocare con le strutture, sorprendere senza perdere coesione.

L’apertura con Sotto carica è un manifesto di energia. Limo spinge sul groove con un testo che colpisce per la sua ironia tagliente. The sailor hard III riprende un vecchio tema e lo rilancia con una spinta nuova. Farloccobolario crea un’atmosfera sospesa che dialoga con il libro da cui trae ispirazione. La danza del mentre riflette sul tempo con una leggerezza che non toglie forza al messaggio. Fidarsi degli altri recupera un testo degli anni Novanta e lo veste con una struttura moderna e coinvolgente. Ossidea è un piccolo viaggio giocoso che mescola immaginario infantile e mito. Fare tardi porta con sé l’eco del prog di Aggiovaggio ma lo traduce in una forma più compatta. La title track arriva come un blocco di roccia, essenziale e potente. Muta paradossa è una scheggia anarchica che diverte e spiazza. Midollo osseo è il brano più heavy, un flusso continuo che corre senza tregua. My Hell, con la collaborazione di Mario Speziali, apre una parentesi desertica e malinconica. The feene chiude il disco con un sorriso, leggero e affettuoso.

Il risultato è un album che vive di varietà e coerenza allo stesso tempo. Ogni brano ha una propria identità ma tutti condividono un’idea precisa: cambiare forma senza perdere anima. La Muta è un lavoro maturo, libero, costruito con esperienza e con quella voglia di giocare che i Supercanifradiciadespiaredosi non hanno mai abbandonato. È un disco che scorre, sorprende, diverte e invita a riascoltare. Un ritorno vero, solido, sentito.

Da scoprire, davvero.


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Ray Charles ci lasciava il 10 giugno del 2004

 


Oggi, 10 giugno, segna l'anniversario della scomparsa di Ray Charles Robinson, una figura la cui grandezza trascende la mera definizione di musicista. "The Genius," come affettuosamente era conosciuto, non è stato solo un artista; è stato un architetto sonoro, un pioniere culturale e una testimonianza vivente della capacità umana di trasformare le avversità in trionfi. A distanza di anni dalla sua dipartita, la sua musica risuona ancora con una vitalità e una pertinenza inalterate, confermando il suo posto immortale nel pantheon della musica globale.

Nato ad Albany, Georgia, nel 1930, Ray Charles affrontò un'infanzia segnata da povertà e tragedie. La perdita della vista, sopraggiunta gradualmente e in modo irreversibile entro i sette anni, avrebbe potuto infrangere lo spirito di molti. Per Ray Charles, invece, divenne la catalizzatrice di una sensibilità uditiva e musicale straordinaria, che gli permise di percepire il mondo in una dimensione sonora unica. La sua formazione musicale, iniziata alla Florida School for the Deaf and the Blind, fu eclettica e rigorosa, gettando le basi per la sua rivoluzionaria fusione di generi.

Ray Charles non si limitò a eseguire musica; la reinventò. Cresciuto assorbendo il gospel vibrante delle Chiese battiste e il blues viscerale dei juke joint, fu il primo a combinare apertamente queste due forme musicali, spesso considerate antitetiche. Il risultato fu un sound elettrizzante e spirituale che il mondo avrebbe presto conosciuto come soul. Brani come "I Got a Woman" (1954) e "What'd I Say" (1959) non furono solo successi commerciali, ma manifesti di un nuovo genere, carichi di energia evangelica e passione secolare, che avrebbero influenzato generazioni di artisti.

La sua discografia è un mosaico di capolavori. Da interpretazioni magistrali di standard jazz a rivisitazioni mozzafiato di brani country, come il suo celebre album del 1962, Modern Sounds in Country and Western Music, che sfidò le convenzioni musicali e razziali dell'epoca. Con canzoni come "Georgia on My Mind" (la sua versione è diventata l'inno di stato della Georgia) e "Hit the Road Jack", Ray Charles dimostrò una versatilità e una profondità emotiva senza pari. La sua voce graffiante, capace di passare da un sussurro intimo a un ruggito potente, e la sua inconfondibile maestria al pianoforte erano i suoi marchi di fabbrica, rendendo ogni performance un'esperienza indimenticabile.

L'impatto di Ray Charles va ben oltre le sue innovazioni musicali. In un'America ancora profondamente segregata, la sua celebrità e il suo talento trascendevano le barriere razziali. Ha aperto la strada per molti artisti afroamericani, dimostrando che la musica poteva unire e ispirare senza distinzione di colore. La sua storia è un potente promemoria che le limitazioni fisiche non possono contenere un talento illimitato o uno spirito indomito.

Il suo lascito continua a vivere non solo nelle innumerevoli registrazioni, ma anche nell'influenza che ha avuto su artisti di ogni genere, dal rock al pop, dal jazz al R&B contemporaneo. La sua capacità di infondere anima in ogni nota, di comunicare verità universali attraverso la sua arte, lo rende una figura la cui rilevanza non svanirà mai.

Oggi, 10 giugno, mentre ricordiamo la scomparsa fisica di Ray Charles, celebriamo la sua vita, la sua musica e la sua eredità eterna. La sua voce continuerà a guidarci, la sua musica a emozionarci e la sua storia a ispirarci, ricordandoci sempre il potere trasformativo del genio.