Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
lunedì 11 maggio 2026
Nel ricordo di Noel Redding, mancato l'11 maggio di 23 anni fa.
45 anni senza il leone: il mondo continua a celebrare Bob Marley
Il ritmo non si ferma: a 45 anni dalla sua morte, Bob Marley vive nella sua musica
Kingston, Giamaica: quarantacinque anni fa, l'11 maggio 1981, il mondo perdeva Robert Nesta Marley, per sempre inciso nella storia come Bob Marley, l'icona indiscussa del reggae. Oggi, nel 2025, il suo spirito, la sua musica e il suo messaggio di pace, amore e ribellione pacifica continuano a risuonare con la stessa forza, se non maggiore, in ogni angolo del globo.
La sua prematura scomparsa, all'età di soli 36 anni, non ha fatto altro che amplificare la portata del suo impatto culturale. Marley non fu semplicemente un musicista; fu un profeta moderno, la voce degli emarginati, un simbolo di speranza che trascendeva i confini geografici e le barriere linguistiche. Le sue canzoni, con le loro ritmiche avvolgenti e i testi intrisi di coscienza sociale e spirituale, sono diventate l'inno di generazioni, mantenendo intatta la loro rilevanza nel corso dei decenni.
Dalle umili origini a Nine Mile, in Giamaica, Marley, insieme ai leggendari Wailers (Peter Tosh e Bunny Wailer), creò un suono inconfondibile che conquistò il mondo. Hit come "No Woman, No Cry", "Redemption Song", "One Love" e "Get Up, Stand Up" non sono solo brani musicali, ma veri e propri manifesti di un'epoca, capaci ancora oggi di emozionare e ispirare.
Il suo impegno sociale fu inscindibile dalla sua arte. Attraverso la sua musica, Marley denunciò le ingiustizie, il razzismo e la povertà, schierandosi con i movimenti di liberazione e promuovendo un messaggio di unità e fratellanza ispirato dalla sua profonda fede Rastafari. La sua visione di un mondo più equo e pacifico continua a essere un faro per molti.
A distanza di oltre quattro decenni dalla sua morte, l'influenza di Bob Marley sulla cultura popolare rimane innegabile. Il suo stile unico, il suo carisma e la sua spiritualità lo hanno consacrato come un'icona globale, un simbolo di resistenza pacifica e di lotta per i diritti umani. La sua immagine con i dreadlocks è un'icona intramontabile.
Nel 2025, la sua musica vive ancora nelle radio, nelle piattaforme di streaming e nei cuori di milioni di persone. Nuove generazioni scoprono la potenza del suo messaggio, la bellezza delle sue melodie e la profondità delle sue parole. Il ricordo di Bob Marley non si è affievolito; anzi, si è trasformato in una celebrazione continua di un'eredità musicale e spirituale che continua a plasmare il nostro mondo.
La Giamaica, la sua terra natale, lo onora costantemente, mantenendo viva la sua memoria attraverso eventi e iniziative che tramandano il suo messaggio. Oggi, come ogni anno l'11 maggio, il mondo si ferma per ricordare il Leone del Reggae, un artista che, nonostante la sua breve vita, ha lasciato un'impronta indelebile nella storia dell'umanità. La sua musica, ieri come oggi, è un inno alla speranza e un invito costante all'"One Love".
domenica 10 maggio 2026
Donovan: quando il vento si fece musica
Il menestrello psichedelico: Donovan
Leitch, la voce flautata che plasmò il suono degli anni '60, tra ballate folk e
sogni lisergici
Il vento gelido che sferzava le coste frastagliate della
Scozia aveva plasmato il carattere di Donovan Philips Leitch fin dalla
sua infanzia. Nato a Glasgow il 10 maggio del 1946, in un’epoca di austerità
post-bellica, Donovan non conobbe subito
la dolcezza delle melodie che un giorno avrebbero incantato il mondo. La sua
infanzia fu segnata dalla malattia, una forma di poliomielite che lo costrinse
a un lungo periodo di convalescenza. Fu in quel letto d’ospedale, tra le pagine
di libri illustrati e il sussurro dei racconti materni, che il seme della sua
immaginazione germogliò rigoglioso.
Trasferitosi con la famiglia a Hatfield, in Inghilterra, la
sua salute migliorò gradualmente, ma l’inquietudine di un’anima artistica
cominciava a farsi sentire. La scuola non lo attraeva quanto le strade, i caffè
fumosi dove risuonavano le prime note del folk revival britannico. Donovan, un
ragazzo dagli occhi sognanti e la chitarra sempre a portata di mano, si immerse
in quel fermento culturale, assorbendo le ballate tradizionali, il blues ruvido
e le nascenti sonorità del rock and roll.
La sua vera educazione avvenne sui palchi improvvisati, nei locali fumosi dove si esibiva per pochi scellini e per la passione di condividere la sua musica. La sua voce, morbida e flautata, si sposava perfettamente con le melodie acustiche della sua chitarra, creando un’atmosfera intima e sognante. Le sue prime canzoni, spesso intessute di immagini bucoliche e di un lirismo ingenuo ma sincero, riflettevano le sue radici scozzesi e il suo sguardo curioso sul mondo.
Il 1965 fu l’anno della svolta. A soli diciannove anni, Donovan fece la sua prima apparizione televisiva nel popolare programma “Ready Steady Go!”. La sua esibizione, con la sua chitarra acustica e il suo stile da menestrello moderno, catturò immediatamente l’attenzione del pubblico britannico. La sua immagine, con il cappello a tesa larga e l’aria da folletto malinconico, lo distinse subito dalla folla dei nascenti rocker.
Il suo primo singolo, “Catch the Wind”, pubblicato nello stesso anno, divenne un successo immediato, scalando le classifiche e consacrandolo come una delle voci più promettenti della scena musicale britannica. La canzone, con la sua melodia orecchiabile e il testo poetico, incarnava lo spirito di un’epoca in fermento, un desiderio di libertà e di cambiamento che si diffondeva tra i giovani.
Nei mesi successivi, Donovan sfornò una serie di singoli di successo, tra cui “Colours”, "Mellow Yellow", “Universal Soldier” (una potente ballata pacifista scritta da Buffy Sainte-Marie), "Season of the Witch" e “Sunshine Superman”. Quest’ultima, con il suo arrangiamento psichedelico e i riferimenti onirici, segnò una svolta nel suo stile musicale, aprendo le porte a sonorità più sperimentali e influenzate dalla cultura hippie che stava esplodendo.
La sua ascesa fu rapida e vertiginosa. Donovan divenne un’icona della Swinging London, frequentando artisti del calibro dei Beatles e dei Rolling Stones. Il suo stile eclettico, che mescolava folk, pop e influenze psichedeliche, lo rese una figura unica nel panorama musicale dell’epoca. I suoi concerti erano eventi magici, dove la sua voce incantava il pubblico e le sue canzoni creavano un’atmosfera di sognante evasione.
La sua carriera, tuttavia, conobbe anche momenti controversi. L'uso di marijuana e alcune sue dichiarazioni lo posero in contrasto con una parte dell’establishment e della stampa. Ma Donovan, con la sua indole pacifica e il suo spirito libero, continuò a seguire la sua musa, creando un corpus di opere che avrebbero influenzato generazioni di musicisti.
Questo era Donovan Leitch negli anni del suo fulgore, un
menestrello moderno che, con la sua chitarra e la sua voce incantata, aveva
catturato il vento di un’epoca e lo aveva trasformato in canzoni
indimenticabili. La sua storia, come una ballata senza tempo, ha continuato a
risuonare, portando con sé l’eco di un’era di sogni e di rivoluzioni musicali.
sabato 9 maggio 2026
Il cajón che cambia tutto: un set essenziale per concerti acustici
Da un paio d’anni ho acquistato un cajón e da lì è iniziato un percorso che non pensavo così naturale: costruire un piccolo drum set portatile, leggero, adatto ai concerti acustici ma comunque elettrificati che faccio con il mio gruppo. All’inizio c’era solo il cajón, poi è arrivato il pedale per usarlo come cassa, e da quel momento il set ha iniziato a crescere in modo spontaneo.
Il tratto distintivo della sua produzione è il concetto di cajón
“2 in 1”, reso possibile da una cordiera interna attivabile tramite leva.
Con un gesto si passa da un suono più asciutto e tradizionale a un timbro
vicino al rullante, senza cambiare strumento e senza aggiungere accessori. È
una soluzione che parla direttamente a chi suona live e ha bisogno di
flessibilità immediata.
La scelta dei materiali è altrettanto centrale: Morini
utilizza legni selezionati con cura, spesso provenienti da filiere controllate,
con un’attenzione reale all’impatto ambientale. Ogni tavola viene valutata per
la sua resa sonora, non solo per l’aspetto. Il risultato è uno strumento che
vibra in modo uniforme, con una gamma dinamica ampia e una risposta precisa.
Il catalogo Alma è ricco e vario. Accanto ai modelli
professionali ci sono strumenti pensati per chi inizia, come Ostro e Talento,
quest’ultimo progettato per i più giovani. C’è poi Scirocco, il modello
signature di Gennaro Scarpato, che porta dentro la sua esperienza di
session man e la ricerca di un suono definito ma flessibile.
Il mondo Alma non si limita al cajón: ci sono Bongo Cajon,
StompBox BigFoot, shaker di diverse forme e materiali, e la Sea Drum
Mediterraneo, che riproduce il suono delle onde grazie a un sistema interno
di microsfere. Sono strumenti che ampliano il vocabolario ritmico senza
appesantire il setup, perfetti per chi cerca soluzioni portatili ma espressive.
Chi ha incontrato Morini nei festival o nei workshop racconta
spesso la stessa impressione: la sua è una liuteria percussiva che nasce
dall’ascolto. Ogni strumento viene calibrato finché non restituisce esattamente
ciò che lui immagina. È un modo di lavorare che non punta all’effetto, ma alla
sostanza: strumenti che invitano a suonare con attenzione, a cercare sfumature,
a trovare un proprio equilibrio tra ritmo e timbro.
In un panorama dove molti cajón sembrano simili, Alma propone una strada diversa: artigianato vero, idee chiare, soluzioni intelligenti. E per chi, come me, sta costruendo un setup acustico portatile, è un mondo che vale la pena esplorare.
Alessandro Seravalle: commento all'album “Quaderni”
In Quaderni, Alessandro Seravalle apre una serie di taccuini interiori e li trasforma in un percorso sonoro che non ha nulla di illustrativo e nulla di narrativo nel senso tradizionale. È un attraversamento fatto di materiali minimi, di elettroniche che respirano, di rumori che sembrano provenire dal corpo più che dagli strumenti. L’origine del progetto è un incontro fortuito: nel 2022, durante la trasmissione La voce di Calliope, alcuni testi di Seravalle vengono letti da Marzia Postogna. Riascoltando quel podcast, l’autore intuisce che quella voce può diventare materia musicale, non per ciò che dice, ma per come abita lo spazio. Da qui nasce un lavoro che non cerca mai la forma canzone, non cerca melodia, non cerca canto. Cerca presenza.
Il disco, pubblicato da Zeit Interference insieme a
Lizard Records, si sviluppa in sette brani che funzionano come aperture
successive di un diario sonoro. Bambino introduce subito il clima
dell’opera, non c’è descrizione, non c’è racconto, ma un insieme di suoni che
evocano un ricordo senza mai nominarlo. L’elettronica è rarefatta, i rumori
sono trattati come frammenti di memoria, e la voce recitante appare come una
presenza che attraversa la scena senza mai trasformarsi in canto o melodia.
In Ancora Zwischen Dasein la voce torna come
esposizione, non come interpretazione. Le parole vengono offerte allo spazio,
mentre l’elettronica costruisce un ambiente sospeso, fatto di onde sinusoidali,
chitarre trasformate e organi che emergono come tracce di una lingua interiore.
È un brano che non vuole spiegare nulla, ma lasciare aperta una soglia.
Arbui ta fumata è invece completamente privo di voce. Il titolo friulano suggerisce un’origine emotiva, ma il brano vive solo di suono. È un piccolo rito elettronico, costruito con materiali minimi, vibrazioni, movimenti che sembrano provenire da un luogo interno. Qui Seravalle lavora sulla qualità del timbro, sulla sua capacità di suggerire senza dichiarare.
In Pachea a Sarvignan la voce recitante torna, ma
sempre come presenza e mai come narrazione. Il riferimento territoriale rimane
nel titolo, mentre la musica costruisce un paesaggio che non descrive nulla e
non imita nulla. È un modo di evocare un luogo senza rappresentarlo, lasciando
che siano le frequenze e le pause a costruire la memoria.
Saggezza vegetale e Skepsis rappresentano due modi diversi di
procedere. Il primo segue un percorso più definito, come se avesse una
direzione interna già tracciata. Il secondo è un’improvvisazione solitaria, un
gesto libero che non chiede permesso. In entrambi si percepisce la volontà di
Seravalle di lasciare convivere forma e intuizione senza mai forzarle. È un
equilibrio che si regge sulla capacità di ascoltare ciò che il suono
suggerisce.
Io?
chiude l’album con una domanda che non cerca risposta. La voce recitante torna
come presenza fragile, mentre l’elettronica costruisce un ambiente che sembra
guardare indietro e avanti nello stesso momento. Il brano non conclude,
sospende. Lascia aperto un varco, come se il quaderno non fosse finito, ma
semplicemente chiuso per un momento.
La presenza di Gian Pietro Seravalle al missaggio e
alla costruzione dei ritmi spezzati dà al disco un respiro interno che
accompagna tutto il percorso. Non è un ruolo tecnico: è una partecipazione che
definisce il movimento dell’opera. I ritmi non sono mai regolari, ma seguono un
impulso che sembra nascere dal corpo più che dalla macchina.
Quaderni è un’opera che appare come un attraversamento della memoria, dei silenzi, delle lingue interiori. È un lavoro che chiede tempo e disponibilità, perché non offre scorciatoie. Si ascolta come si sfoglia un diario che non è stato scritto per essere pubblicato, ma per non perdere ciò che rischiava di svanire. Seravalle costruisce un luogo dove la musica torna a essere un gesto umano, fragile, necessario. Un luogo che si può abitare.
Crediti
Quaderni è un progetto di Alessandro
Seravalle, autore delle musiche, delle elettroniche, delle onde
sinusoidali, delle manipolazioni sonore e delle chitarre trasformate.
Voce recitante: Marzia Postogna.
Ritmi spezzati, missaggio e
mastering: Gian Pietro Seravalle.
Testi: Alessandro Seravalle.
Produzione artistica e registrazioni:
Alessandro Seravalle. Etichette: Zeit Interference / Lizard
Records.
Catalogo: ZEIT CD 020.
Formati: CD e digitale.
Tracklist
1.
Bambino
2.
Ancora
Zwischen Dasein
3.
Arbui
ta fumata
4.
Pachea
a Sarvignan
5.
Saggezza
vegetale
6.
Skepsis
7.
Io?
venerdì 8 maggio 2026
Graham Bond: una vita breve, un'esistenza che ha lasciato il segno...
Il suo set dal vivo è rappresentato invece da Live At The Klook’s Kleek, registrato nella mecca del blues e del R&B londinese dell’epoca: un album dalla produzione primitiva e un sound crudo e sporco per un blues tinto di soul e jazz in grado di ammaliare l’ascoltatore.
Il flirt con l’occulto coinvolge anche la moglie, con la quale realizza, sotto il nome di Holy Magick, il disco omonimo e We Put Our Magick On You.
giovedì 7 maggio 2026
Malibran – Remastered Collection (Ma.Ra.Cash Records, 2025)
Una sintesi che restituisce la continuità di una storia
Remastered Collection arriva in un momento in cui i Malibran non hanno più nulla
da dimostrare, ma molto da rimettere in circolo. Pubblicata il 5 settembre
2025, in parallelo al festival prog di Veruno, la raccolta condensa in un solo
CD più di trent’anni di attività, senza seguire un ordine cronologico e senza
cercare l’effetto antologico. È un modo per ascoltare la band nella sua
interezza, senza la mediazione del tempo.
Il disco si apre con “The Wood of Tales”, unico
estratto dal debutto del 1990. È un ritorno alle origini: un prog sinfonico che
guarda ai Settanta senza nostalgia, con un flauto che non imita ma dialoga con
la tradizione. Quando conobbi Giuseppe Scaravilli, era il 2006, a Novi
Ligure, durante una convention dedicata ai Jethro Tull. Lui al flauto, Andrea
Vercesi alla chitarra. Non era un episodio isolato ma la conferma che i
Malibran, già allora, avevano una storia solida alle spalle e una naturalezza
nel muoversi dentro quel linguaggio. Questa raccolta lo ribadisce con
chiarezza.
La selezione prosegue con “Nuvole di Vetro”, poi “I
Know Your Soul”, quindi “Si Dirà di Me”. È un percorso che non
ricostruisce una cronologia, ma una coerenza: la capacità della band di
attraversare gli anni mantenendo un’identità riconoscibile. “Trasparenze”,
premiata nel 2009 come miglior brano prog italiano, è il punto in cui la
scrittura si fa più ampia, più luminosa. “La Città sul Lago” e “Magica
Attesa” riportano al 1998, a un suono più narrativo, mentre “In Viaggio”
(da Oltre l’Ignoto, 2001) mostra il lato più melodico e diretto.
Il nuovo missaggio di “Livin’ Alone”, tratto da Le
Porte del Silenzio (1993), è l’unico intervento realmente inedito. Non è
un’aggiunta cosmetica: è un modo per rimettere a fuoco un brano che appartiene
a uno dei momenti più alti della band, un disco considerato tra i dieci
migliori del prog italiano secondo Prog Italia.
La raccolta funziona perché restituisce la doppia anima dei
Malibran: la componente sinfonica, ampia, costruita su flauto, chitarre e
tastiere, e quella più narrativa, dove la melodia guida senza appesantire. La
line‑up storica emerge con chiarezza, senza sovrastrutture. È un suono che non
cerca la perfezione, ma la presenza.
Remastered
Collection non è un “best of”... è una mappa. Mostra come i Malibran abbiano
attraversato il prog italiano con una coerenza rara: romantici senza essere
leziosi, tecnici senza ostentazione, fedeli a un’idea di suono che guarda ai
Settanta ma non vive di citazioni. È una raccolta che non chiude un percorso:
lo rende leggibile.
Scaravilli, nelle sue parole, dice di esserne molto fiero. E
il concetto di fiera consapevolezza appare come la giusta cifra.
Tracklist – Remastered Collection (clicca sul brano per ascoltare)
1. The Wood of Tales – da The Wood of Tales (1990)
2.
Nuvole di Vetro
– da Nuvole di Vetro (1998)
3. I Know Your Soul – da I Know Your Soul (1993)
4.
Si Dirà di Me
– da Si Dirà di Me (2001)
5.
Trasparenze –
Prog Award 2009
6.
La Città sul Lago – da La Città sul Lago (1998)
7.
Magica Attesa
– da La Città sul Lago (1998)
8.
In Viaggio –
da Oltre l’Ignoto (2001)
9.
Livin’ Alone
(nuovo missaggio) – da Le Porte del Silenzio (1993)
Crediti principali
Malibran – formazione storica
coinvolta nei brani originali
Giuseppe Scaravilli – voce, chitarre, flauto, tastiere
Giancarlo Cutuli – flauto, sax
Jerry Litrico – chitarra solista
Benny Torrisi – pianoforte, tastiere
Angelo Messina – basso
Alessio Scaravilli – batteria
Produzione
Ma.Ra.Cash Records
Supervisione artistica in
collaborazione con Giuseppe Scaravilli
mercoledì 6 maggio 2026
“Happy Together” / “Per vivere insieme” – Dai Turtles ai Quelli
“Happy Together”
esce nel 1967 e diventa il brano più riconoscibile dei Turtles. La struttura è limpida, la linea
vocale procede con sicurezza, il ritornello si apre con naturalezza. La canzone
vive di un equilibrio semplice, un’idea melodica chiara, un arrangiamento
compatto, un andamento costante che resta efficace anche dopo molti ascolti. È
un pop che scorre senza sforzo.
In Italia prende forma come “Per
vivere insieme”, interpretata dai Quelli,
la formazione che qualche anno più tardi diventerà la Premiata Forneria
Marconi. Il testo italiano non riproduce quello originale e costruisce
un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto si sposta
verso una dimensione più narrativa, più legata alla vita quotidiana che al
sogno romantico dell’originale. La voce e l’arrangiamento portano il brano
dentro il linguaggio del pop italiano della fine degli anni Sessanta, con un
tono diretto e una luminosità che appartiene a quel periodo.
Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi
di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di
leggerezza controllata, con un andamento che procede in modo uniforme. I Quelli
trasformano quella linea in un racconto più vicino alla sensibilità italiana,
con un’attenzione maggiore al testo e alla sua funzione narrativa. La canzone
americana ha un respiro più ampio; quella italiana si concentra sul rapporto
tra le voci e la storia che costruiscono.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Happy Together” mantiene la sua eleganza pop, “Per vivere insieme” conserva
quella chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due
interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.
Popoff del 6 maggio 1974-L'ascolto all'interno dell'articolo
Popoff - 6 maggio 1974
Condotto da Carlo Massarini
"Popoff, la violenza del rock nel cuore della notte", così esordisce Carlo Massarini nella tarda serata di un lunedì della primavera avanzata del 1974, il 6 di maggio, e partono infatti gli Steppenwolf con il loro cavallo di battaglia Born To Be Wild.
Non era propriamente il "cuore
della notte" perché erano le 21 e 30, ma bisogna ricordare che
eravamo ancora in periodo di austerity, dopo la guerra del Kippur di pochi mesi
prima e l'embargo del petrolio da parte dei paesi arabi, e per decreto,
spettacoli, ritrovi e programmi televisivi, dovevano chiudere prima di
mezzanotte, per risparmiare energia elettrica. La movida era lontanissima.
Per il resto Carlo Massarini propone
una scaletta piuttosto varia, che spazia dai Rolling Stones a Lou
Reed a Frank Zappa, con perfino una incursione del cabaret di Cochi
e Renato, senza trascurare la prediletta West Coast.
Pezzo forte della serata sicuramente l'estratto dal disco solista della "beautiful dark lady" Grace Slick, Manhole, pubblicato pochi mesi prima (gennaio '74), con il visionario "tema per un western immaginario". Arriva proprio nel cambio tra facciata A e B di una cassetta originale in questo caso con qualche disturbo, ma ascoltabile.
Scaletta:
Steppenwolf (Born To Be Wild), Frank Zappa (Apostrophe'), Steve Miller Band
(Your Saving Grace), Beatles (In My Life), Stevie Wonder (Keep On Running),
Janis Joplin (One Good Man), Cochi e Renato (Come porti i capelli bella
bionda), Rolling Stones (Hide Your Love), Lou Reed (Rock 'n Roll), Byrds (So
You Wanna Be a Rock 'n Roll Star), Eagles (Nightingale), Grace Slick (Theme
From The Movie Manhole), Eagles (Chug All Night), Rick Derringer (Teenage Love
Affair)
L'anima rock 'n' roll con radici folk: Bob Seger, il poeta della working class, compie gli anni
Mentre il folk americano degli anni '60 si faceva portavoce di ideali di cambiamento sociale e di un ritorno alle radici della tradizione musicale, un fermento parallelo covava nel cuore industriale del Midwest. Da Ann Arbor, Michigan, emergeva una voce roca e potente, un cantautore destinato a diventare la colonna sonora della classe operaia americana: Bob Seger. Sebbene la sua carriera sia indissolubilmente legata al rock 'n' roll muscoloso e alle ballate anthemiche, le fondamenta della sua narrazione affondano profondamente nel terreno fertile del folk, raccontando storie di vita quotidiana, di sogni modesti e di resilienza di fronte alle avversità.
Robert Clark Seger nacque il 6 maggio 1945, in un periodo di trasformazione per l'America. Crescendo nel Michigan, un'area fortemente influenzata dall'industria automobilistica, Seger fu testimone diretto delle gioie e delle difficoltà della vita della classe lavoratrice. Questa realtà divenne il nucleo pulsante della sua poetica. Le sue prime influenze musicali spaziavano dal rock and roll pionieristico di Elvis Presley e Chuck Berry al soul graffiante di James Brown, ma nel suo approccio narrativo si percepiva un'eco delle ballate folk tradizionali, quelle che narravano storie di gente comune e delle loro lotte.
Negli anni '60, mentre artisti come Bob Dylan e Joan Baez dominavano la scena folk con le loro canzoni di protesta e introspezione sociale, Seger iniziava il suo percorso musicale con band locali come i The Decibels e i The Town Criers. Già in queste prime fasi, la sua capacità di osservare e trasmettere le emozioni della vita ordinaria era evidente. Sebbene il suono fosse più orientato al garage rock e al rhythm and blues, i testi spesso riflettevano le preoccupazioni e le aspirazioni della gente che lo circondava.
Con la formazione dei The Silver Bullet Band nei primi anni '70, il suono di Seger si definì in maniera più netta, unendo la potenza del rock con la sua innata capacità di storytelling. Canzoni come "Turn the Page" (1973) non erano semplici rock ballad; erano narrazioni crude e malinconiche sulla vita on the road di un musicista, con una vulnerabilità che richiamava la sincerità del folk. Allo stesso modo, brani come "Night Moves" (1976) e "Mainstreet" (1977) dipingevano vividi ritratti di giovinezza, di amori fugaci e del desiderio di evasione, temi universali che risuonavano con l'autenticità delle migliori ballate popolari.
Anche quando il suo sound divenne più robusto e orientato all'arena rock con successi come "Old Time Rock and Roll" e "Like a Rock", la sua attenzione per i dettagli della vita quotidiana e la sua empatia per le persone comuni rimasero costanti. Le sue canzoni celebravano la dignità del lavoro, la forza della comunità e la persistenza dello spirito umano di fronte alle sfide. In questo senso, Bob Seger si poneva come un moderno cantastorie folk, utilizzando il linguaggio del rock per raggiungere un pubblico vastissimo, ma mantenendo intatta la sua capacità di connettersi con le esperienze più genuine e universali.
La sua musica, pur non etichettata come folk, condivide con essa l'anima narrativa e l'attenzione per le storie umane. Bob Seger ha saputo elevare le vite ordinarie a materia poetica, proprio come i cantautori folk hanno sempre fatto, ma con la potenza e l'energia di un'era musicale in evoluzione. Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo un'icona del rock, ma anche un narratore che ha saputo dare voce al cuore pulsante dell'America popolare, un erede spirituale, seppur in chiave rock, della tradizione del folk storytelling.
martedì 5 maggio 2026
ZAT – Dieci come Sette
ZAT – Dieci come Sette
La mia “carriera” di recensore iniziò molti anni fa con un
paio di entità musicali, i Delirium e Giorgio C. Neri, che nel 2009 propose il
suo progetto Logos. Negli anni successivi ebbi occasione di assistere a
un paio di sue performance dal vivo, poi il silenzio, un’assenza lunga, quasi
sospesa. L’ho ritrovato solo di recente, per caso, durante la presentazione di
un progetto editoriale. E quando un musicista resta nell’ombra per molto tempo,
spesso significa che qualcosa sta maturando, che un nuovo momento creativo sta
cercando la sua forma. Lascio quindi che sia la sua musica a svelare l’anima
di un progetto che ha appena visto la luce.
ZAT è un trio che lavora per sottrazione, un modo di intendere
la musica che rinuncia all’idea di prodotto per restituire ciò che accade
davvero quando tre persone si incontrano e suonano senza rete. Dieci come Sette nasce da una scelta
precisa, quella di rinunciare all’editing e di affidarsi completamente al
momento dell’esecuzione. È un disco che non punta a costruire un’immagine
levigata, ma a mostrare ciò che accade davvero. Non cerca la perfezione,
preferisce la presenza.
Giorgio Cesare Neri, Luciano Susto e Alessio Panni si muovono
come un unico organismo. La chitarra e la tastiera aprono varchi, il basso li
attraversa con linee essenziali, la batteria respira più che scandire. La
registrazione e il mastering di Marco Biggi all’MB Studio conservano ogni
sfumatura di questo equilibrio, lasciando che la dinamica naturale diventi
parte del discorso. Anche la fotografia di Luigi Cerati e la copertina di
Massimo Cerruti seguono la stessa logica, una sobrietà che non sottrae ma
chiarisce.
Il percorso dei quattro brani è breve e denso. Voodoo
apre con un’energia trattenuta, un richiamo che non esplode ma si insinua. Cattedrale
di Suono - jam rappresenta il centro del lavoro,
un’improvvisazione che cerca risonanze, come se i tre musicisti si muovessero
dentro un’architettura invisibile. Kashmir è un attraversamento,
un tema che riaffiora come un’eco lontana e viene rimodellato secondo la
grammatica del trio. Stagioni chiude con un passo più narrativo,
una sorta di ritorno alla terra dopo aver esplorato zone più sospese.
Nel booklet compare una frase di Hazrat Inayat Khan che
sembra riassumere l’intento del disco, un’idea di Vita Assoluta come origine e
destino di tutto ciò che percepiamo. Non è un ornamento, è una chiave di
lettura discreta che accompagna l’ascolto senza appesantirlo.
“La Vita Assoluta è l’origine e
il destino di tutto ciò che percepiamo.”
Dieci come Sette è un lavoro che non chiede interpretazioni, ma
disponibilità. È un disco che vive nel suo stesso atto di nascere, e proprio
per questo rimane. I ZAT scelgono la via più fragile e più autentica, quella di
registrare ciò che sono, senza filtri. E in questa scelta c’è la forza del
progetto, la sua verità più semplice.






















