Prendi la chitarra e vai/Per quanto
io ci provi è il
primo 45 giri del gruppo inglese The Motowns,
appena arrivato a Roma da Liverpool.
Il gruppo The Motowns - che era
composto dal chitarrista Douglas Albert Meakin, da Dave Sumner,
da Lally Stott, da Michael Brill e da Mike Logan - eseguì
questi due brani nel film Soldati e capelloni(1967), diretto da Ettore Maria
Fizzarotti e girato quasi interamente nella discoteca romana Piper Club. Il
brano che ebbe più successo fu Prendi la chitarra e vai, per il
messaggio chiaramente antimilitaristico.
Il gruppo The Motowns fu chiamato nel
1967 alla RAI, per cantare questa canzone nel varietà E sottolineo yè,
diretto da Vito Molinari e condotto da Gianni Morandi e da Caterina Caselli. La
canzone del Lato A fu ripetuta nel 1967, nel 45 giri Prendi la chitarra e
vai/Una come lei.
Con la canzone “Prendi la chitarra e vai” The Motowns vinsero il girone C (riservato ai gruppi) del Cantagiro 1967.
Non era però questa la versione
originale, ma la cover di una creatura di David & Jonathan, dal
titolo Lovers of the World Unite ("Innamorati di tutto il
mondo unitevi"), canzone di protesta cantata da
giovani che giravano il mondo con la chitarra, inneggiando alla pace e alla
libertà.
Ma in rete si trova un’altra
versione, quella dei The Rangers, Beat Band tedesca composta da Robert
Wolf, Ludwig Ickert, Marek Lieberberg (Casey), Jürgen Kessner e Axel Schürmann.
Il 21 ottobre 1966 furono ospiti del
programma televisivo Beat Beat Beat. La band è anche descritta nel libro
"Die Beat Bible".
Nel 1967, la Bild Zeitung dimostrò
interesse scrivendo articoli su di loro. La CBS li citò in giudizio il 24
febbraio 1967 perché il nome di una band sotto contratto con la CBS suonava
molto simile. Persero la causa e diedero i soldi che avevano guadagnato
vendendo la loro musica alla CBS. Si separarono poco dopo.
Insomma, chiunque la proponga appare
un pezzo riuscito e significativo per i tempi, non certo troppo impegnati!
After the Gold Rushè il terzo album in studio di Neil Young, pubblicato il 19 settembre 1970
dalla Reprise Records.
Dopo l’enorme successo di Déjà Vu, Neil Young
abbandona Crosby, Stills e Nash, lasciandoli interdetti. Non ci vuole molto per
capire che è la scelta giusta: After the Gold Rush è uno dei grandi
capolavori di Neil Young, l’anticipatore dello stile e dei temi che avrebbero
visto il successo mondiale con Harvest.
I media non capirono immediatamente la portata artistica
dell’album, che è stato ed è il punto di riferimento assoluto per chiunque si
sia avvicinato alla canzone folk negli ultimi cinquant’anni.
After the Gold Rush è un album che va ben oltre la semplice somma delle sue
parti. È un'opera complessa e sfaccettata, che invita l'ascoltatore a un
viaggio profondo nell'anima di Neil Young e nei tumulti di un'epoca che stava
cambiando.
Le trame musicali di After the Gold Rush sono
caratterizzate da una straordinaria varietà di sonorità. Le chitarre acustiche
ed elettriche di Young si intrecciano con arrangiamenti orchestrali, strumenti
a fiato e percussioni, creando un tappeto sonoro ricco e avvolgente. Questo mix
di generi diversi, dal folk al rock, dal country al pop, è uno dei segni
distintivi dello stile di Young e conferisce all'album una profondità e una
ricchezza uniche.
I testi sono veri e propri
poemi, carichi di immagini evocative e di un profondo senso di malinconia.
Young affronta temi universali come l'amore, la perdita, la speranza e la paura
del futuro, ma anche questioni più specifiche legate al suo tempo. La sua scrittura è
caratterizzata da una grande sincerità e da una capacità di evocare emozioni
intense.
Oltre ad alcuni brani che diventeranno tra i più famosi della sua produzione, l'album contiene
numerose altre gemme nascoste, come "Southern Man", una potente
denuncia del razzismo nel Sud degli Stati Uniti, e "Tell Me Why", brano che si interroga a proposito delle difficoltà di crescere e di prendere decisioni difficili.
After the Gold Rush è un album che ha lasciato un'impronta indelebile nella
storia della musica e la sua influenza si sente ancora oggi nel lavoro di molti
artisti.
È buona cosa consigliare ai giovani di oggi l’ascolto di After the Gold Rush?
Sì, pe svariati motivi… in sintesi!
Per la sua attualità: i temi a affrontati da Young sono ancora
oggi estremamente rilevanti.
Per la sua bellezza musicale: la musica di "After the
Gold Rush" è un piacere per le orecchie.
Per la sua capacità di evocare emozioni: le canzoni di Young
sono in grado di toccare il cuore e l'anima.
"After the Gold Rush" è un album che va ascoltato,
riascoltato e riscoperto. È un viaggio introspettivo e sociale che ci invita a
riflettere sul nostro mondo e sul nostro posto in esso. È un capolavoro che ha
resistito alla prova del tempo e che continuerà a farlo per molti anni a
venire.
Esiste una magia sottile nella musica, la capacità di una
melodia di attraversare confini linguistici e culturali, vestendosi di nuove
storie e sfumature emotive pur mantenendo un'eco del suo spirito originario.
"A Whiter Shade Of Pale" dei Procol Harum e la sua rilettura
italiana, "Senza Luce" dei Dik Dik con il testo di Mogol, ne sono un
esempio lampante. Un parallelismo approfondito tra questi due brani rivela come
una stessa ossatura musicale possa vibrare con intensità diverse, pur
condividendo un nucleo di profondo struggimento.
Il filo conduttore innegabile è la melodia. La canzone nasce dall'ispirazione bachiana, che intrinsecamente possiede una solennità
malinconica, una discesa armonica che suggerisce un inesorabile scivolamento
emotivo. L'organo Hammond in "A Whiter Shade Of Pale" amplifica
questa aura di sospensione e indefinibile emozione, quasi un ponte tra il
terreno e il trascendente. "Senza Luce" eredita questa stessa
bellezza intrinseca, ma la incanala verso un racconto più terreno e diretto.
È nel testo che i due brani divergono radicalmente.
L'originale di Keith Reid è un enigma surreale, un susseguirsi di immagini
oscure e frammentarie che evocano un'esperienza confusa e indefinita. La
celebre "whiter shade of pale" rimane un'immagine potente ma
sfuggente, lasciando spazio a molteplici interpretazioni. Non una storia
lineare, ma un paesaggio emotivo vago e potente, intriso di disorientamento. Al
contrario, Mogol cuce sulla stessa melodia una narrazione chiara e universale
di perdita amorosa. La "luce" che si spegne diviene metafora
dell'assenza dell'amato, l'oscurità conseguente è la solitudine. Il desiderio
di un ritorno è esplicito, trasformando la malinconia in un lamento d'amore
toccante e riconoscibile.
Le atmosfere delle due canzoni sono distinte: "A Whiter
Shade Of Pale" crea un'aura mistica e un'emozione
indefinita, lasciando spazio all'interpretazione; "Senza Luce"
dipinge una tristezza e un desiderio intensi e diretti, con cui è facile
empatizzare.
Il successo e la ricezione dei due brani riflettono queste
differenze. L'enigmaticità e l'atmosfera unica di "A Whiter Shade Of
Pale" la consacrarono come icona di un'epoca, prestandosi a infinite
interpretazioni. "Senza Luce", con la sua immediatezza emotiva e il
testo in lingua madre, divenne un pilastro della musica italiana, toccando
corde profonde nel cuore del pubblico nazionale.
Nonostante le storie diverse, entrambe le canzoni sono unite
da una profonda tristezza, trasmessa dalla stessa melodia e portano
l'ascoltatore a riflettere su perdita, desiderio e la fragilità dei legami
affettivi.
"Senza Luce" rappresenta un affascinante caso di
come una melodia, pur mantenendo la sua forza evocativa, possa essere
riplasmata attraverso un testo che la contestualizza in un nuovo immaginario
culturale. La base armonica e la linea melodica originali, con la loro
intrinseca malinconia, hanno fornito un terreno fertile per un racconto di
perdita e desiderio che ha trovato una sua specifica risonanza nel panorama
emotivo italiano dell'epoca.
L'arrangiamento e l'interpretazione di Dik Dik hanno poi
contribuito a definire ulteriormente questa nuova veste, rendendo "Senza
Luce" un brano iconico a sé stante, capace di evocare sentimenti intensi e
di connettersi profondamente con l'ascoltatore italiano.
Entrambe le versioni, pur nella loro unicità, testimoniano la
potenza universale della musica di evocare emozioni profonde, anche quando le
parole che le accompagnano tracciano sentieri narrativi diversi. Sono due echi
di un'anima struggente, che vibrano con intensità attraverso il tempo e le
lingue.
Una produzione Seacrest Oy – Artwork
di Ed Unitsky
La nuova opera di Kimmo Pörsti
si inserisce nel vasto universo creativo dei The Samurai of Prog, quella
realtà che negli anni è diventata una sorta di “multinazionale finlandese del
prog”, capace di generare album, progetti paralleli, collaborazioni
internazionali e un immaginario visivo riconoscibile. Per lungo tempo questa
costellazione musicale è rimasta confinata allo studio, costruendo dischi
complessi e stratificati senza mai affrontare la dimensione del palco. Solo di
recente, con un tour europeo che ha finalmente portato la loro musica davanti
al pubblico, il progetto ha assunto una forma più tangibile. In questo
scenario, Somewhere Not Far From Here
appare come un tassello naturale, un’estensione personale, coerente e
profondamente sentita del mondo dei Samurai.
Il disco è stato preparato tra il 2023 e il 2026, con una
cura artigianale che appartiene da sempre al modo di lavorare di Pörsti. Alcune
parti di batteria sono state registrate in una piccola casa di tronchi nel
cuore della foresta, un dettaglio che racconta molto del carattere del progetto,
un lavoro che nasce lontano dal rumore, immerso nella quiete, costruito con
pazienza e con un senso di intimità che si riflette nella musica.
Le undici tracce alternano brani vocali e strumentali,
componendo un percorso che oscilla tra il sinfonico, il melodico e il
cinematografico. Sei brani sono cantati, cinque sono strumentali, e la
scrittura si muove con naturalezza tra aperture orchestrali e momenti più
raccolti.
La sequenza dei brani è pensata come
un viaggio:
A Circle of Wagons - apertura ampia, progressiva, con
un respiro narrativo che richiama i Samurai ma introduce una dimensione più
personale.
Carrousel - la rilettura di Jean‑Pascal Boffo,
elegante e sospesa, con un gusto quasi da colonna sonora.
Nightmares Come to Consume - tensione, dinamiche, intrecci
strumentali che mostrano la solidità del gruppo di lavoro.
Chasing Echoes - una delle pagine più liriche del
disco, con un equilibrio perfetto tra voce e tessiture strumentali.
Things Not Seen (Outline I) - primo dei due “outline”, brano che
gioca con atmosfere più rarefatte.
In My Life - la cover degli Ambrosia, trattata
con rispetto e con una delicatezza che la rende parte integrante del percorso.
Light of Other Days - un brano che si muove tra luce e
malinconia, con un uso molto evocativo del flauto.
You and the Sun - pagina solare, melodica, con un
senso di apertura che contrasta con i brani più introspettivi.
Over the Sleeping Stars - la composizione di Toni Jokinen,
elegante e notturna.
The Only One in the Crowd (Outline
II) - il secondo
“outline”, più strutturato e narrativo del primo.
With a Breath I Linger - chiusura morbida, contemplativa,
che lascia un senso di sospensione.
Il disco vede la partecipazione di un gruppo di musicisti che
orbitano da anni attorno al mondo Seacrest, ciascuno con un ruolo ben definito:
John
Wilkinson, Dan Schamber, Michael Trew, Steph
Honde - voci
Toni Jokinen, Rafael Pacha - chitarre
elettriche e acustiche
Keijo
Hakala, Jan‑Olof Strandberg - basso
Risto Salmi - sax ed EWI
Hanna Pörsti - flauto
Mario De Siena - tastiere
Kimmo Pörsti - batteria, tastiere, basso, mix,
mastering e produzione
La scelta di suonare tutto senza alcun intervento di
intelligenza artificiale - oramai occorre evidenziarlo! - è una dichiarazione
di poetica: la musica deve conservare il tocco umano, la vibrazione
impercettibile che nasce dalle mani e dal respiro. Pörsti insiste su questo
punto, e il risultato è un album che trasmette calore, presenza, artigianalità.
La confezione è il classico mini‑LP Seacrest, sei pannelli,
booklet di venti pagine. Le illustrazioni di Ed Unitsky sono parte
integrante dell’opera: figure sospese, architetture impossibili, paesaggi che
sembrano provenire da un universo parallelo. Unitsky non si limita a decorare,
ma prova a costruire un mondo visivo che dialoga con la musica, amplificandone
la dimensione epica e spirituale.
Somewhere Not Far From Here è un album che conferma Kimmo Pörsti come uno dei più
solidi artigiani del prog sinfonico contemporaneo. Il legame con i Samurai è
evidente e solido, ma il disco possiede una sua identità precisa, più
meditativa, più intima, più libera. In un momento in cui la “multinazionale
finlandese del prog” ha finalmente scelto di mostrarsi dal vivo, questo lavoro
rappresenta la controparte silenziosa e riflessiva: la musica che nasce lontano
dal palco, ma che trova nel tour europeo una nuova energia, un nuovo senso di
continuità.
È un album che cerca la profondità e la coerenza, e proprio
per questo riesce a toccare il cuore dell’ascoltatore.
Felice di aver appena ascoltato dal vivo Kimmo e i Samurai, l’abbinamento
visivo ed il fresco ricordo aiutano!
Il 16 settembre del 2023, all'età di 82 anni, ci lasciava John Stanley Marshall.
Batterista inglese, membro fondatore
del gruppo jazz rock Nucleus, era nato il 28 agosto 1941. Dal 1972 al 1978 fu
il batterista dei Soft Machine, sostituendo Phil Howard.
Marshall era nato a Isleworth, nel
Middlesex, e nel corso della sua vita ha suonato con varie band e musicisti
jazz e rock.
Dal 1999, ha lavorato con ex
co-musicisti dei Soft Machine in diversi progetti legati alla Soft Machine, come
SoftWare, SoftWorks e Soft Machine Legacy. Era stato in tour come membro della
band, che opera di nuovo sotto il nome di Soft Machine, dal 2015 al 2023.
E poi una chicca video, seppur di
pessima qualità, ripresa da pochi passi.
Genova: estratto dal commento del 3
aprile 2011 intitolato
“Soft Machine Legacy/Tempio delle
Clessidre al Ge-Prog Festival 2011”
E viene la volta dei Soft Machine
Legacy, una vera eredità del gruppo originario.
Il progetto, nato nel 2004 dopo il
re-incontro di Hoog Hopper, Elton Dean, John Marshall e John Etheridge, cambia
attori durante il percorso, per la prematura scomparsa di Dean e Hopper, ma con
l’entrata di Roy Babbington si ricompongono i 3/5 del gruppo originale, tra il
1975 e il 1978. La ciliegina sulla torta è il fiatista Theo Travis.
Un tuffo tra vecchi ricordi mi
porterà a commentare, con un “nuovo amico”, alla fine della performance, che
l’unica volta in cui vidi i Soft Machine eravamo nei primi anni ’70, stessa
città, Genova, ma era il Teatro Alcione il luogo dell’esibizione.
Li ritrovo dunque dopo una vita e mi
viene spontaneo condividere qualche pensiero ad alta voce con una giovane
donna, sempre dalla mia postazione privilegiata a lato del palco; osservo tutti
quei ragazzi indaffarati, avanti e indietro, tra i cavi elettrici e i piatti
della batteria, quasi “insensibili” alla storia della musica che li sta
sfiorando (ma ovviamente per loro è un lavoro). Di certo non potrebbero mai
capire cosa può provare un uomo “antico” come me, un tempo incantato dalle
icone di Marshall e soci, sulle copertine dei vinili, e ora a due passi da
loro, con la possibilità di sentirli chiacchierare prima dell’esibizione, o in
attesa della chiamata per il bis, con le mani glissanti sulle tastiere non
amplificate!
È questo il lato più romantico di
tutta la faccenda, probabilmente comune a molti dei presenti.
Non suonano tantissimo i SML, forse
un’ora e un quarto, ma … questa è la musica.
Difficile collocarli appieno
nell’area prog, ieri come oggi, perché il jazz che ci regalano non lascia
spazio ad interpretazione alcuna. E suonare jazz, anche se miscelato e
arricchito, può significare dedicarsi solo ad una élite di persone. Leggere
l'autobiografia del mitico Bill Bruford per saperne di più.
Resto incantato da tutti. I fraseggi
di Etheridge sembrano improvvisazioni, ma non lo sono. Il basso di Babbington è
qualcosa che necessita di spartito, ed anche il suono è estremamente preciso.
Marshall sembrerebbe il più dimesso, ma da un incredibile saggio di bravura nel
corso di un assolo, e poi… che tempi riesce a tenere! Theo Travis sembra
capitato per caso sul palco, per il suo modo educato e delicato di muoversi, ma
credo sia unico, con complicati passaggi al sax alternati a momenti di estrema
dolcezza, all’insegna del flauto traverso.
Tutto bene, al di là delle mie
personali aspettative.
In tutta onestà credo che un evento
simile avrebbe meritato un tutto esaurito, ma… rileggiamoci il libro di
Bruford.
Il 15 settembre 2004 moriva a Los Angeles Johnny Ramone, l'uomo che contribuì a costruire
il punk rock, mattone su mattone, nota dopo nota. Aveva 55 anni e da tempo
combatteva la sua battaglia personale contro il cancro alla prostata. Con la
sua scomparsa, se ne andò il terzo membro fondatore di una band che cambiò la
musica per sempre.
Mentre i riflettori spesso erano puntati sul carisma di Joey
Ramone o sulla follia di Dee Dee, Johnny era la forza motrice, il martello che
batteva il tempo. Il suo stile chitarristico era tanto semplice quanto
rivoluzionario: una raffica incessante di accordi in "downstroke",
suonati con una velocità e una precisione maniacale. Non c'erano assoli, non
c'erano fronzoli inutili. Il suo era un muro di suono compatto, un'onda d'urto
che ha definito l'estetica del punk.
Johnny non era un virtuoso, ma non ne aveva bisogno. La sua
tecnica era funzionale a un unico scopo: creare un'energia viscerale, cruda e
implacabile. Ascoltare canzoni come "Blitzkrieg Bop" o "I Wanna Be Sedated" significa captare la sua chitarra che macina senza
sosta, spingendo il brano in avanti come un treno merci impazzito. Era la
disciplina, la coerenza e la brutalità sonora del punk, il suo cuore pulsante.
Johnny non era solo un musicista; era l'anima e la mente
manageriale dei Ramones. Rigido, testardo e con una visione chiara, era lui a
tenere saldamente le redini della band, assicurandosi che il loro sound
rimanesse fedele alle origini. Le sue posizioni politiche, apertamente
conservatrici, lo distinguevano dal resto della scena punk, rendendolo una
figura ancora più complessa e controversa, ma sempre autentica.
La sua scomparsa, a soli tre anni di distanza da quella di
Joey e due da quella di Dee Dee, segnò la fine di un'epoca. Con la morte di
Johnny Ramone, il trio che creò il sound originale scomparve. Ci rimane il loro
inestimabile lascito: canzoni da tre minuti che hanno ispirato generazioni di
musicisti a prendere in mano una chitarra, a scordarsi le regole e a suonare il
rock'n'roll per il puro piacere di farlo. La sua musica continua a vivere in
ogni accordo, in ogni pogo, in ogni giovane band che suona con il cuore in mano.
Il 15 settembre del 2008 ci lasciava, a 65
anni, Richard
Wright, uno dei
padri dei Pink
Floyd,
tastierista e compositore dopo l'uscita dal gruppo di Syd Barrett.
Lo voglio
ricordare con un articolo trovato in rete in quei giorni…
"Si
è spento ieri Richard Wright, co-fondatore e tastierista dei sempre e per
sempre leggendari Pink Floyd, «dopo una breve lotta contro il cancro», così la
famiglia, tramite un portavoce, ne ha dato l'annuncio, senza fornire ulteriori
particolari, ma chiedendo il rispetto della privacy. Richard William
"Rick" Wright (questo il nome completo), era nato a Londra 65 anni
fa, unico nella formazione originale della band britannica a non essere
originario della provincia.
Da
adolescente frequenta brevemente il London College of Music, formandosi alla
musica jazz. Ma l'esperienza dura poco e presto si iscrive ad Architettura dove
incontra due dei suoi futuri compagni, Roger Waters, autore di tutti gli anni
migliori della band, e Nick Mason.
Nel 1963
nascono i Pink Floyd.
Con Waters,
Wright e Mason c'è anche Syd Barrett (morto il 7
luglio del 2006, a 60 anni, dopo anni passati a inseguire i fantasmi della
propria mente), che in seguito viene sostituito dal raffinato David
Gilmour.
Ed è
proprio dopo l'uscita di Barrett dal gruppo che Wright ne diviene il
compositore melodico, dando l'impronta decisiva ad alcuni fra i brani più
famosi come "A Saucerful of Secrets", "Echoes", e
"Shine on You Crazy Diamond".
Suoi
anche alcuni fra i pezzi di maggior successo commerciale: le due canzoni
dell'album "Dark Side of the Moon", del 1973: "The Great Gig in
the Sky" e "Us and Them", e "Keep Talking", tratta da
"The Division Bell "del 1994.
Impossibile,
poi, non ricordare "Sysyphus", dell'album "Ummagumma",
del1969, e "Summer '68 ", dell'album " Atom Heart Mother",
del 1970.
Durante
la registrazione di "The Wall", del 1979 scoppia la bufera:
Roger Waters chiede a Wright di andarsene.
La causa
è lo scarso rendimento, causato, lo accusa, da un eccessivo uso di cocaina.
Wright
smentisce, ma se ne va anche se continua a suonare nei concerti del 1980 e 1981
che promuovono l'album, ma solo come musicista.
L'album
successivo, "The Final Cut" (1983), dedicato alla memoria del padre
di Waters, morto ad Anzio durante la guerra e ultimo disco della formazione
originaria, è l'unico a cui Wright non contribuisce come autore.
Ormai è
definitivamente allontanato da gruppo.
Nel 1984
forma un gruppo con Dave Harris, gli Zee.
Ma il
primo album, "Identity", è un completo insuccesso.
Nel 1987
viene chiamato da Gilmour per dare una mano durante le session conclusive di
"A Momentary Lapse of Reason" e poi formalmente
"reintegrato" a pieno titolo come membro del gruppo con l'album
"Delicate Sound of Thunder "(1988).
Nell'album
successivo, "The Division Bell" (1994), scrive cinque canzoni e canta
"Wearing the Inside Out.
Incoraggiato
dal decisivo contributo fornito a The Division Bell, nel 1996 Wright pubblica
il suo secondo album da solista, "Broken China", in cui tra gli
ospiti appaiono talenti come SineadO'Connor, Pino
Palladino e Tim Renwick.
Nel
frattempo gli screzi e le battaglie legali per il possesso del nome sembrano
aver irrimediabilmente allontanato Waters dagli altri musicisti e sembra quindi
un piccolo miracolo vederli di nuovo tutti e quattro, nel luglio del 2005, sul
palco del Live 8, in Hyde Park.
L'anno
seguente Wright ritorna nello studio di registrazione con Gilmour, per
collaborare con lui ancora una volta, al terzo album da solista di
quest'ultimo, "On an Island", suonando in due brani.
Erano
proprio loro i propiziatori di una possibile, futura reunion dello storico
gruppo al completo.
Stadio Comunale,
Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979
“Ne ho abbastanza. E’
finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979,
pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.
“Firenze fu il
nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli
schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette
vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi
la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze
urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel
Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il
nostro ultimo lavoro.In uno
stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”
Patti Smithricorda bene quello
show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000
persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico
medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi
polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu
l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle
scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin
dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a
Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li
piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock
taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi.
Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con
l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel
personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La
Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma
soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adoratoRembaud, eRilke, eJean Genet,un posto lo riservava anche aPapa Luciani, l’effimero Papa
del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco (Wave)in foto e parole: “La musica è
riconciliazione con Dio”.
Il giorno prima del
concerto di Bologna Patti Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e
della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una
turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così
segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”.
Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il
clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.
Compie gli anni Barriemore “Barrie” Barlow, nato il 10 settembre del 1949.
È stato il batterista deiJethro Tulldal 1971 al 1980, contribuendo alla realizzazione di dieci album, compreso
il liveBursting Out, in cui sono
apprezzabili la sua eccellente tecnica e il suo talento; notevole il suo assolo
nel branoConundrum, al punto tale cheJohn Bonhamarriverà a definirlo come il miglior batterista rock inglese di tutti i
tempi.
In seguito collaborerà a diversi progetti insieme ad artisti del calibro diRobert Plant,John MileseJimmy Page.
Si segnala anche il suo contributo nell'albumRising Force,diYngwie
Malmsteen.
Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo pochi anni fa, e posso raccontare un
piccolo aneddoto.
Era il2008e l’occasione era laConvention dei Jethro TulladAlessandria,una delle più importanti, perché celebrativa dei
cinquant'anni di storia dei Tull.
Molti i fan, importanti le cover band, ma anche tanti
ex J.T.
Era presente perfinoJeffrey
Hammond Hammond, ormai pittore a tempo pieno e probabilmente incapace di riproporsi come
bassista, ma l’importanza dell’evento commemorativo aveva coinvolto anche lui.
Il set del pomeriggio era dedicato alle cover ed
esisteva un gruppo base su cui far ruotare altri artisti.
La band erano i romaniOAKdiJerry
Cutillo.
E venne il momento di eseguireAqualung.
Sul palco, oltre al leader, flautista chitarrista
Jerry, c’erano Lorenzo Costantini alla chitarra e Claudio Maimoneal basso.Carlo Fattorini,il batterista, aveva lasciato spazio a chi
quel brano storico lo aveva interpretato sino dalla sua nascita, Barrie Barlow.
Io ero a pochi metri da lui.
Jerry e Barrie confabularono ridacchiando, prima di
“partire”.
Esecuzione strepitosa, e Barlow che sembrava
esattamente quello di 40 anni fa.
A fine brano Cutillo confessò pubblicamente le
iniziali preoccupazioni del batterista, che da molto non suonava il brano: “E
meno male che avevi paura di non ricordati il pezzo!”
Questo è Barrie, fantastico batterista e campione di
umiltà!
Barrie sul palco serale( Convention Alessandria 2008)
Pubblicazione: 9 settembre 1971 USA-8
ottobre 1971 GB
Durata: 39:29
EtichettaApple/EMI
ProduttoreJohn Lennon, Yōko Ono e Phil Spector
"Imagine" è il secondo
album in studio da solista di John Lennon, pubblicato nel 1971. È un album
iconico che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica e ha
contribuito a consolidare la figura di Lennon come uno dei più importanti
artisti del suo tempo.
L'album si apre con la celebre
traccia che dà il nome all'intero progetto, "Imagine",
una canzone che è diventata un inno per la pace e l'unità, con un messaggio
potente e universale. Il testo poetico e le melodie semplici ma efficaci rendono
la canzone un classico senza tempo.
Il resto dell'album presenta una
combinazione di canzoni che spaziano tra diversi stili musicali: da ballate
intime come "Jealous Guy" e "Oh My Love"
a brani più rock come "It's So Hard" e "Gimme
Some Truth", diversificazione in cui Lennon dimostra una
versatilità artistica impressionante. Le canzoni sono scritte con grande
sincerità e profondità emotiva, e toccano temi come l'amore, la politica, la
religione e la speranza.
Una delle tracce più significative
dell'album è "Gimme Some Truth", una canzone carica di
rabbia e disillusione verso l'establishment politico e l'ipocrisia della
società. Lennon utilizza la sua voce potente e le parole taglienti per
esprimere il suo disgusto verso la situazione politica del tempo, rendendo la
canzone un inno per coloro che cercano il cambiamento.
"Imagine" è anche
notevole per la sua produzione impeccabile. Phil Spector, il leggendario
produttore, ha creato con Lennon un suono pulito e coinvolgente. Le tracce sono
ben arrangiate, con un'attenzione particolare per gli arrangiamenti
orchestrali che enfatizzano le emozioni delle canzoni.
Che dire ancora… un album eccezionale,
che ha avuto un impatto duraturo sulla musica e sulla società. Lennon ha
dimostrato di essere un cantautore straordinario e un artista impegnato,
trasmettendo messaggi di pace, amore e speranza attraverso le sue canzoni.
Il disco continua a ispirare e a toccare il cuore di molte persone anche dopo
più di cinquant'anni dalla sua pubblicazione, confermando la sua importanza e
il suo valore artistico senza tempo.
Curiosità
All'uscita del disco, Rolling Stone lo recensì abbastanza
freddamente, descrivendolo con le seguenti parole: “Contiene una sostanziale
porzione di buona musica, ma, se lo paragoniamo all'album precedente (di molto
superiore), ci sono avvisaglie della possibilità che i suoi messaggi
sembreranno presto non solo noiosi ma anche irrilevanti".
Nel 2003, “Imagine” si piazzò all'80º posto nella
classifica di Rolling Stone dei 500 migliori dischi di tutti i tempi!
Copertina
La copertina mostra un ritratto in
primo piano di Lennon estrapolato da una Polaroid scattata da Yoko Ono. Il
concept originale per la copertina proviene da una fotografia di Lennon
scattata da Andy Warhol. La fotografia del retrocopertina è anch'essa opera di
Yoko Ono. Sempre sul retro è presente una citazione tratta dal libro “Grapefruit”
della Ono (del quale i Lennon stavano all'epoca promuovendo la ristampa in Gran
Bretagna): "Imagine the clouds dripping. Dig
a hole in your garden to put them in."
Come inserto interno, era presente
una cartolina con una foto di Lennon che tiene per le orecchie un maiale
(ironico riferimento alla copertina dell'album “Ram”, di Paul McCartney,
dove Paul teneva per le corna un montone).