mercoledì 1 aprile 2026

ELLE – Il fuoco dell’oceano: commento all'album


 

ELLE – Il fuoco dell’oceano

(Andromeda Relix, 2026)


Con Il fuoco dell’oceano, ELLE - il progetto nato dall’incontro tra Elena Lippe (voce e testi) ed Elena Crolle (produzione e arrangiamenti) - firma un debutto sorprendentemente maturo, costruito in due anni di lavoro condiviso che hanno dato vita a un suono personale, riconoscibile e difficilmente assimilabile a etichette di comodo. Le note ufficiali descrivono “un suono personale e riconoscibile, sospeso tra elettronica, atmosfere cinematiche e tensioni rock”, una definizione che, per una volta, non eccede in marketing e fotografa con precisione l’identità del disco.

L’universo sonoro di ELLE si muove lungo coordinate che potremmo definire Nordic Gothic Pop: elettronica scura, minimalismo atmosferico, pulsazioni che ricordano tanto la scuola islandese quanto certe derive più rituali e ancestrali. Le produzioni di Crolle lavorano per sottrazione, costruendo ambienti più che arrangiamenti; la voce di Lippe, invece, si muove come un corpo vivo dentro questi spazi, oscillando tra confessione, evocazione e un lirismo che non scade mai nel manierismo.

Il disco “parla di soglie interiori e trasformazioni, con un immaginario evocativo ispirato ai paesaggi del Nord Europa e a suggestioni rituali e ancestrali”. È un lavoro che non teme la densità simbolica, ma la dosa con intelligenza; l’oceano del titolo è insieme luogo fisico e metafora psichica, un orizzonte che si apre e si richiude come una respirazione.

Il brano scelto per anticipare l’album, Il Guardiano della Soglia, è una dichiarazione d’intenti, un crescendo lento, quasi processionale, che traduce in musica il confronto con le proprie ombre. La figura del guardiano è liminale, ma anche specchio; la canzone sembra suggerire che la soglia da attraversare non sia esterna, ma interna. È uno dei momenti più cinematografici del disco, e uno dei più riusciti.

I ringraziamenti contenuti nel booklet rivelano un dettaglio fondamentale: Il fuoco dell’oceano è un disco che ha avuto una gestazione lunghissima. “Questo album ha atteso diciannove anni prima di venire alla luce” scrive Lippe, raccontando come idee nate con Stefano Bocconi e Dario Calò siano rimaste sospese fino all’incontro con Crolle, che ha “creato un’autentica magia, quell’alchimia artistica e umana che fiorisce a partire da un incontro di anime affini”. Questa dimensione biografica non è un dettaglio, si percepisce nella cura maniacale dei suoni, nella profondità emotiva dei testi, nella sensazione che ogni brano sia il risultato di un attraversamento, non di un esercizio di stile.

Tra gli otto brani spicca la presenza di “Crudo”, omaggio a Susanna Parigi, “una grande cantautrice scomparsa prematuramente nel 2023”. La scelta non è casuale: Parigi rappresenta una linea cantautorale colta, raffinata, spesso trascurata. ELLE ne offre una versione che ne accentua la dimensione notturna e rituale, integrandola perfettamente nel tessuto sonoro del disco.

Il lavoro tecnico è di livello alto: registrazione e mix sono firmati da Orchidea Productions ed Elena Crolle (novembre 2025), mentre il mastering è di Dario Ravelli (gennaio 2026). Il risultato è un suono definito, pulito, ma non sterilizzato: ogni elemento respira, ogni dettaglio ha spazio.

 

Tracklist

1.   L’attesa

2.   Il Guardiano della Soglia

3.   Distanze

4.   Neve

5.   Ciliegie

6.   Crudo (cover di Susanna Parigi)

7.   Sonia e Salvo

8.   Orfeo


Bilancio critico

Il fuoco dell’oceano è un esordio che colpisce per coerenza estetica e profondità emotiva. Non è un disco immediato, né vuole esserlo... chiede attenzione, disponibilità a entrare in un immaginario preciso, lontano tanto dal cantautorato di consumo quanto dall’elettronica da club. Ma proprio in questa scelta risiede la sua forza.

ELLE costruisce un linguaggio che unisce ritualità, introspezione e una cura sonora rara nel panorama italiano contemporaneo. Se questo è solo il primo capitolo, il progetto ha tutte le carte per diventare una delle voci più originali dell’art-pop italiano dei prossimi anni.




1° aprile 1984 – Il padre uccide Marvin Gaye


La morte di Marvin Gaye

La sera del 1° aprile 1984 un’ambulanza si ferma di colpo davanti alla casa dei Gaye, al 2101 di South Grammercy, Los Angeles. Dentro vive il reverendo Marvin Sr., figura nota nel quartiere per le sue prediche e per essere il padre di Marvin Gaye. I paramedici entrano di corsa e si trovano davanti a un’immagine che li blocca: Marvin è riverso sul pavimento, il corpo in una pozza di sangue. Poco distante, il padre è seduto con la testa tra le mani e ripete, come se non riuscisse a fermarsi: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…».

Quando arriva la polizia non oppone resistenza. Ammette di aver sparato un solo colpo, dritto al cuore, con la pistola che il figlio gli aveva regalato pochi giorni prima. Sostiene di aver agito per salvarsi, convinto che Marvin – sconvolto dalla droga – stesse per aggredirlo. I giudici accoglieranno solo in parte questa versione e lo condanneranno a cinque anni di carcere. Così, alla vigilia dei quarantacinque anni, si chiudono la vita e la carriera di uno dei più grandi interpreti della musica nera del Novecento.

Da tempo Marvin viveva in un equilibrio fragile, segnato da depressioni ricorrenti e da un dolore mai davvero superato: la morte di Tammi Terrell, la partner artistica crollata tra le sue braccia nel 1969. Dopo quella perdita la sua musica aveva cambiato tono, diventando più inquieta, più profonda. Negli anni Settanta era stato celebrato come uno dei solisti più influenti della scena soul e rock, capace di reinventarsi senza perdere il favore del pubblico. Ma l’inizio del decennio successivo aveva portato con sé una spirale di dipendenze, relazioni complicate, delusioni che sembravano non dargli tregua.

Qualche mese prima della tragedia era tornato a vivere dai genitori, in cerca di un appiglio. I vicini ricordano discussioni frequenti con il padre, predicatore severo che lo rimproverava di essere un cattivo esempio per i giovani. Eppure, proprio a quel padre Marvin aveva regalato l’arma che lo avrebbe ucciso.

C’è chi ha letto in quel gesto una sorta di presagio. David Ritz, autore di una biografia molto accurata, scrive che Marvin sapeva perfettamente cosa stesse facendo: «Credo che quel regalo fosse del tutto intenzionale… voleva morire». Solo quattro giorni prima, infatti, si era lanciato fuori da un’auto in corsa su una freeway di Los Angeles.






martedì 31 marzo 2026

Nick Drake, "Solid Air": un ritratto dipinto dal fumo e dalla preoccupazione



La cronaca dell'amicizia silenziosa tra 

Nick Drake e John Martyn


Nonostante il suo isolamento, Nick Drake ebbe un legame profondo con il chitarrista John Martyn. La loro era un'amicizia fatta di contrasti: Martyn era esuberante, rumoroso e passionale; Drake era diafano e silenzioso. Martyn fu uno dei pochi a testimoniare il lento scivolamento di Nick verso una realtà parallela, un'oscurità che definì come "aria solida".

La canzone Solid Air, scritta da Martyn per l'amico, rimane uno dei ritratti psicologici più lucidi della storia del rock. Martyn raccontava di pomeriggi passati insieme in cui Nick non proferiva parola, limitandosi a fissare un punto nel vuoto per ore. Martyn cercava di "scuoterlo" attraverso la musica, ma si rendeva conto che Nick stava diventando intangibile, come se vivesse in una dimensione densa e impenetrabile. Quell'aneddoto di due geni seduti in una stanza in totale silenzio rimane l'immagine più potente della fragilità di Drake e della devozione di chi cercò, invano, di salvarlo.







lunedì 30 marzo 2026

Black Widow Records alla Claque il 29 marzo 2026: tre modi diversi di intendere il viaggio


 

Black Widow Records alla Claque il 29 marzo 2026: tre modi diversi di intendere il viaggio


Frequento La Claque da anni, e ormai conosco bene il modo in cui accoglie gli spettacoli. Ne ho visti tanti, di generi diversi, e proprio per questo ieri sera mi ha colpito qualcosa che non è affatto scontato: la sala piena già alle 18,30, un orario quasi pomeridiano, quando la luce filtra ancora dalle strade di San Donato e la città non ha deciso se è sera o no. Vedere così tanto pubblico per un concerto lungo, articolato, costruito in tre capitoli molto diversi tra loro, è stato un segnale forte: c’è ancora voglia di ascolto, di curiosità, di musica che non si consuma in fretta.

La Black Widow Records ha costruito una serata che non cercava l’effetto, ma il percorso. E il pubblico ha risposto.

A fine articolo propongo un piccolo medley dei tre gruppi, tanto per evidenziare il mood della serata.


Hamburger Train - il kraut che non ti aspetti

Non li conoscevo, e forse proprio per questo l’impatto è stato più netto. Gli Hamburger Train sono un trio strumentale che si muove dentro coordinate precise: psichedelia, kraut rock, lunghe cavalcate alla Neu!, Can, Guru Guru, con qualche eco dei primi Pink Floyd e un tocco di space rock alla Hawkwind. È una proposta di nicchia, non immediata, che richiede un certo amore per il genere e un ascolto preparato. Eppure, nonostante la complessità, sono riusciti a coinvolgere i presenti: merito della coesione del gruppo e di un suono che cresce per accumulo, senza mai perdere il controllo.

Formazione:

Massimo Perasso – chitarra

Roberto De Luca – basso

Roberto Fiorello – batteria


Link di riferimento: https://hamburgertrain.bandcamp.com/.../limpossibile-ritorno

 

Paola Tagliaferro & La Compagnia dell’Es ...

 due anime, un’unica voce

Il secondo set ha cambiato completamente atmosfera. Paola Tagliaferro con la Compagnia dell’Es, ha diviso la performance in due parti: la prima dedicata al suo nuovo album, Il Suono delle Sfere, la seconda a Greg Lake, con brani tratti dal suo disco-tributo FOR THE LOVE OF GREG LAKE.

Paola è l’unica artista italiana a far parte della Manticore Records come interprete delle canzoni di Lake, e la presenza in sala di Regina Lake ha dato alla serata un tono affettuoso, quasi familiare. La band ha suonato con grande intensità, sostenendo la voce di Paola con eleganza e misura. È stato un set appassionato, sentito, costruito con cura nelle due sezioni, prima la sua scrittura, poi l’omaggio a un maestro.

Formazione:

Paola Tagliaferro – voce

Luca Scherani – tastiere

Andrea Orlando – batteria

Pier Gonella – chitarra e basso 


Link di riferimento: Album: https://melodicrevolutiondistro.bandcamp.com/.../the...

Pagina FB: 

https://www.facebook.com/share/p/17HDerzb8z/?mibextid=wwXIfr

 

L’Ombra della Sera...

 quando la musica riporta alla luce ciò che credevamo perduto

Il capitolo finale è stato affidato a L’Ombra della Sera, un progetto che continua a sorprendere per la sua natura trasversale. Non è solo una performance, ma una forma di cine‑concerto, un viaggio dentro gli sceneggiati RAI degli anni ’70, quelli esoterici, misteriosi, spesso dimenticati. Sul grande schermo scorrevano immagini da La Baronessa di Carini, Il Segno del Comando, Gamma, Ritratto di donna velata, La traccia verde… e la musica diventava un commento vivo, capace di dialogare con le sequenze come se fossero state pensate insieme.

Una parte del fascino stava proprio nel riconoscere i volti degli attori dell’epoca, mentre la band modulava il suono seguendo il ritmo delle scene. È un lavoro di ricerca notevole, quasi archeologico, che riporta alla luce un patrimonio televisivo spesso nascosto.

Formazione:

Fabio Zuffanti-basso

Agostino Macor-tastiere

Alessandro Corvaglia-tastiere e voce

Andrea Orlando-batteria

Martin Grice – fiati 


Link di riferimento: https://lombradellasera.bandcamp.com/album/lombra-della-sera


Una serata che resta 

Tre gruppi diversissimi, tre modi di intendere il suono, tre approcci che hanno costruito una serata coerente proprio nella sua varietà. La Black Widow Records continua così la sua serie di appuntamenti domenicali, trasformando, quando capita, il tardo pomeriggio in un luogo di ascolto, scoperta e condivisione.

Una occasione che non cercava l’effetto, ma la continuità. Obiettivo raggiunto!

 


The Doobie Brothers

 


The Doobie Brothers nascono all’inizio degli anni ’70 in California, e diventano presto una delle band più amate della West Coast. La loro forza è semplice e potentissima: unire rock, soul, country e rhythm & blues con una naturalezza che sembra quasi istintiva. Sono una band che vive sulla strada, nei club, nei locali pieni di fumo, con un suono che cambia a seconda di chi entra e chi esce, ma che rimane sempre riconoscibile.

La prima fase della loro storia è guidata da Tom Johnston, voce ruvida, energia rock, chitarre ritmiche martellanti. È il periodo di Listen to the Music, China Grove, Long Train Runnin’. Un rock solare, diretto, pieno di groove.

Poi, a metà anni ’70, Johnston si ammala e la band chiama Michael McDonald, che porta un suono completamente diverso: più soul, più morbido, più sofisticato. È la fase di What a Fool Believes e Minute by Minute. Due anime diversissime, ma entrambe autentiche.

I Doobie Brothers sono questo, una band che cambia pelle senza perdere la propria identità, capace di passare dal rock più ruvido al soul più elegante senza mai sembrare fuori posto.


Due aneddoti significativi

1.   “Long Train Runnin’” nasce… da una jam senza titolo

Per anni, nei concerti, i Doobie Brothers suonavano un pezzo strumentale senza nome, solo per scaldare il pubblico. Il produttore, Ted Templeman, un giorno dice a Tom Johnston: Questo pezzo è fortissimo. Perché non ci scrivi un testo? Johnston non voleva: per lui era solo una jam. Alla fine, si convince, scrive un testo in una notte, e nasce Long Train Runnin’. Diventerà uno dei loro brani più celebri.

2. Il nome della band nasce da una battuta

All’inizio non sapevano come chiamarsi. Un amico, vedendoli sempre fumare, scherza: You guys are just a bunch of doobie brothers… (“Siete solo un gruppo di fratelli da spinello…”) La band ride, ma il nome rimane. È un nome nato per scherzo, diventato un marchio storico.





domenica 29 marzo 2026

POCO

 


I Poco nascono alla fine degli anni Sessanta, quando Richie Furay e Jim Messina, reduci dall’esperienza con i Buffalo Springfield, decidono di dare forma a un suono nuovo, più morbido, più aperto, capace di unire la scrittura pop con la tradizione country. A loro si unisce Rusty Young, un giovane polistrumentista che diventerà presto l’anima sonora del gruppo grazie alla sua pedal steel suonata in modo del tutto personale: non come strumento tradizionale, ma come una sorta di violino elettrico capace di dare luce e malinconia allo stesso tempo. I Poco non diventeranno mai una band da classifiche, ma resteranno un punto di riferimento per eleganza, misura e coerenza, tanto che molti riconosceranno in loro i veri pionieri del country‑rock californiano, quelli che hanno aperto la strada a gruppi poi diventati enormi, come gli Eagles.

Attorno alla band circolano diversi aneddoti che raccontano bene il loro spirito. Uno dei più citati riguarda proprio il rapporto con gli Eagles: Rusty Young diceva spesso, con un sorriso, che i Poco avevano “costruito la strada” su cui gli Eagles avevano poi sfrecciato verso il successo. Un altro episodio emblematico riguarda la pedal steel di Young: durante una sessione in studio, un produttore rimase talmente colpito dal suo modo di suonare da definirlo “un violinista nascosto dentro una pedal steel”, una frase che riassume perfettamente la delicatezza e l’originalità del loro suono.






venerdì 27 marzo 2026

Tony Banks – Il compleanno silenzioso della mente musicale dei Genesis



C’è qualcosa di coerente nel fatto che Tony Banks, nato il 27 marzo 1950, festeggi il suo compleanno lontano dai clamori. È sempre stato così, un protagonista senza bisogno di ribalte, il musicista dei Genesis che ha preferito lasciare che fossero le sue tastiere a parlare. E parlavano eccome… linee limpide, strutture complesse, armonie che tenevano insieme mondi diversi.

Banks non è mai stato il volto pubblico della band. Non aveva la teatralità di Gabriel, né la presenza magnetica di Collins. Ma dentro la musica dei Genesis c’era la sua impronta, spesso decisiva. Gli assoli di The Cinema Show, Firth of Fifth, In the Cage sono diventati un lessico comune del progressive rock, punti di riferimento per generazioni di tastieristi. La sua formazione classica, coltivata fin da bambino, gli ha dato quella naturalezza nel passare dal pianoforte al mellotron, dall’organo Hammond ai sintetizzatori più ostici, sempre con una precisione che non diventava mai fredda.

Nella storia del gruppo, Banks è stato anche un collante. Quando, dopo Trespass, Anthony Phillips lasciò la band, fu lui stesso a pensare di abbandonare; furono i compagni a convincerlo a restare, e da quella scelta nacque la stagione più fertile dei Genesis. Con l’arrivo di Collins e Hackett, la band trovò un equilibrio nuovo, e Banks divenne il motore compositivo di album come A Trick of the Tail e Wind & Wuthering, dove la sua scrittura emerge con una maturità sorprendente.

Il suo carattere schivo ha alimentato la definizione di “mente occulta” dei Genesis. Non per mistero, ma per discrezione: poche interviste, nessuno scandalo, nessuna posa da rockstar. Solo lavoro, idee, e una visione musicale che ha saputo attraversare epoche diverse senza perdere identità. Anche nei progetti solisti, spesso sottovalutati, ha continuato a esplorare forme e timbri con una curiosità che non si è mai spenta.

Oggi, mentre compie gli anni, Banks resta una figura centrale nella storia del rock progressivo: non l’eroe da copertina, ma il costruttore di architetture sonore che hanno dato profondità e respiro a un’intera stagione musicale. Un musicista che ha lasciato un segno proprio perché non ha mai cercato di lasciarlo.

Un compleanno silenzioso, come sempre. Ma pieno di musica.






giovedì 26 marzo 2026

ZZ TOP

Gli ZZ Top sono una delle formazioni più riconoscibili della storia del rock americano: un trio texano nato alla fine degli anni Sessanta, capace di trasformare il blues delle origini in qualcosa di moderno, ironico e irresistibile. Billy Gibbons, Dusty Hill e Frank Beard hanno costruito un’identità sonora che non assomiglia a nessun’altra: riff ruvidi ma precisissimi, groove che sembrano uscire da un motore V8, e quella miscela di umorismo e teatralità che li ha resi immediatamente iconici. Le barbe chilometriche, gli occhiali scuri, il modo di muoversi sul palco come se fossero personaggi di un fumetto western: tutto contribuiva a un immaginario unico, ma sempre al servizio della musica.

Attorno a loro circolano aneddoti che raccontano bene il loro spirito. Il più famoso riguarda la proposta milionaria della Gillette per tagliare le loro celebri barbe in diretta televisiva: Gibbons e Hill rifiutarono senza esitare, dicendo che “alcune cose non hanno prezzo”.

Un altro episodio emblematico è il tour degli anni Ottanta in cui portarono sul palco veri bisonti, serpenti e cactus, trasformando i concerti in una sorta di spettacolo surreale, a metà tra un rodeo e un videoclip. Erano una band che sapeva divertirsi e far divertire, senza mai perdere la precisione musicale che li distingueva.

In questo contesto nasce Gimme All Your Lovin’, uno dei brani simbolo della loro svolta anni Ottanta. È un pezzo che unisce il loro classico blues‑rock texano con una produzione più moderna, fatta di synth discreti, batteria dritta e un riff che entra in testa al primo ascolto. La voce di Gibbons è ruvida ma controllata, e il brano procede con un’energia contagiosa, come una macchina che accelera senza sforzo lungo una highway assolata. Il testo è semplice, diretto, quasi giocoso: una dichiarazione di desiderio senza drammi, con quella leggerezza tipica degli ZZ Top, capaci di rendere tutto immediatamente godibile.

Gimme All Your Lovin’ è uno di quei pezzi che mostrano perfettamente la loro doppia anima: radici profonde nel blues, ma capacità di parlare al pubblico degli anni Ottanta con un suono più brillante e radiofonico. È un brano che funziona subito, che mette di buon umore, e che racconta quanto gli ZZ Top siano riusciti a restare fedeli a sé stessi pur evolvendosi.





mercoledì 25 marzo 2026

Chip Taylor: addio al cantautore che ha lasciato un’impronta indelebile nella musica americana

 


Chip Taylor se n’è andato il 23 marzo, all’età di 86 anni. La notizia è stata confermata dalla sua etichetta, senza ulteriori dettagli sulle cause. Con lui scompare uno degli autori più influenti della canzone statunitense, un musicista capace di attraversare decenni di storia lasciando melodie che hanno superato mode e generazioni.

Nato come James Wesley Voight, apparteneva a una famiglia nota anche fuori dal mondo musicale: fratello dell’attore Jon Voight e zio di Angelina Jolie. La musica, però, era la sua strada fin dall’adolescenza, quando guidava la band Wes Voight and the Town Three. Dopo un tour con Neil Sedaka e il cambio di nome, iniziò a pubblicare dischi con la Warner, ottenendo nel 1962 la sua prima presenza in classifica con Here I Am.

Il suo nome rimarrà per sempre legato a Wild Thing, brano registrato per la prima volta nel 1965 e trasformato in un successo planetario dai Troggs l’anno successivo. La versione incendiaria di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival del 1967 - la stessa esibizione in cui diede fuoco alla chitarra - contribuì a far entrare la canzone nella mitologia del rock. Nel tempo è stata reinterpretata da artisti diversissimi, dalle Runaways agli X, segno della sua forza trasversale.

Un altro capitolo fondamentale della sua carriera è Angel of the Morning, nata nel 1967 e portata al successo da Merrilee Rush nel 1968. La rilettura di Juice Newton, tredici anni più tardi, superò il milione di copie vendute, mentre nel 2001 Shaggy ne riprese la melodia per Angel, portandola in vetta alle classifiche di mezzo mondo. Taylor raccontava che il brano era nato quasi di getto, ispirato da un film di guerra visto in televisione: una storia di due amanti divisi dal conflitto, uniti solo dal tempo rubato.

La sua produzione, però, non si esaurisce nei due titoli più celebri. Nel suo repertorio compaiono brani interpretati da Willie Nelson, dagli Hollies, da Linda Ronstadt e da molti altri. La sua scrittura era guidata da un istinto particolare, come lui stesso spiegava: lasciava che l’idea prendesse forma da sola, seguendo un’emozione più che una struttura.

Con la morte di Chip Taylor si chiude una pagina importante della musica americana. Rimangono le sue canzoni, capaci di attraversare epoche diverse senza perdere intensità, e quella capacità rara di trasformare un’intuizione in qualcosa che continua a parlare anche a distanza di decenni.





È morto Terry Cox, il batterista dei Pentangle: addio a un musicista unico



La notizia è arrivata oggi, 24 marzo 2026: Terry Cox, storico batterista dei Pentangle, è morto all’età di 89 anni. La conferma è stata diffusa attraverso i canali ufficiali della band, che lo hanno ricordato come «uno dei cinque punti di luce dei Pentangle - un batterista di raro istinto e immaginazione».

Terry Cox era una delle colonne portanti di quel suono inconfondibile che, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, fuse folk, jazz e musica antica in una forma nuova, elegante e modernissima. La sua batteria - discreta, intelligente, mai invadente - ha ridefinito il ruolo delle percussioni nel folk contemporaneo.

Prima di entrare nei Pentangle, Cox aveva già un percorso ricco: suonava nei jazz club londinesi e collaborava con figure come Sandy Brown, Alexis Korner, Duffy Power e John McLaughlin. Quella formazione jazzistica rimase sempre nel suo tocco: morbido, elastico, capace di dare movimento anche ai brani più rarefatti.

Con Bert Jansch, John Renbourn, Jacqui McShee e Danny Thompson, Cox contribuì a creare una delle band più raffinate della scena britannica. Il loro album più celebre, Basket of Light (1969), resta un caposaldo del folk-rock, e la sua batteria è parte essenziale di quel suono.

Cox firmò anche diversi brani, tra cui Springtime Promises, Moondog e Helping Hand .

La sua carriera non si esaurì con i Pentangle. Cox fu un session drummer di altissimo livello, presente in dischi fondamentali della musica pop e rock britannica. Tra le sue collaborazioni più note quelle con David Bowie (in Space Oddity (1969) è lui il batterista del brano che ha cambiato la storia del pop; con Elton John (suonò nei suoi album del 1970 e 1971); con i Bee Gees, Shirley Collins, John Williams, Scott Walker, una lista che testimonia la sua versatilità e il suo prestigio

Negli anni Settanta collaborò anche con Charles Aznavour, portando la sua sensibilità jazzistica in un contesto completamente diverso.

Cox partecipò alle reunion dei Pentangle nel 1982-83 e poi ancora nel 2008 e 2011, apparendo in concerti, programmi televisivi e nel live album Finale . Negli ultimi anni viveva tra Regno Unito e Spagna, continuando a suonare in contesti più intimi, spesso jazzistici.

Terry Cox non è mai stato un musicista “da copertina”, ma chiunque abbia ascoltato i Pentangle sa quanto la sua presenza fosse decisiva. La band lo ha ricordato con parole semplici e perfette: «Ha ridefinito i confini tra folk, jazz e oltre».

La sua batteria costruiva atmosfere, sosteneva, suggeriva. Era un musicista che sapeva ascoltare prima ancora che suonare.







martedì 24 marzo 2026

Il Rock americano degli Anni Settanta alla UniSavona (2° puntata): cronaca di una mattinata alla Stella Maris

 


Savona, 24 marzo 2026

 

L’incontro dedicato al Rock americano degli Anni Settanta, iniziato la scorsa puntata e ospitato alla Sala Stella Maris di Savona, all’interno dei corsi di UniSavona, si è trasformato in un viaggio dentro un decennio complesso, attraversato da contrasti, cambiamenti improvvisi e nuove forme di creatività. La musica è stata il filo conduttore, ma attorno a quella traccia si è alimentata una storia più ampia, fatta di trasformazioni sociali, tensioni politiche e un’America che cercava di ridefinirsi.

Con l'aiuto di Giacomo è emerso un quadro d’epoca: gli Stati Uniti uscivano dagli anni delle grandi speranze e delle grandi ferite. Le utopie collettive si erano incrinate, la fiducia nelle istituzioni era in calo, e il Paese si muoveva tra crisi economiche, scandali politici e un diffuso senso di smarrimento. In questo scenario, la musica non era un semplice intrattenimento, ma un modo per interpretare il presente, per reagire, per trovare un nuovo equilibrio.

Il percorso musicale è iniziato con alcune figure simboliche della canzone americana, come Jim Croce e Jackson Browne, autori capaci di raccontare la quotidianità con una sincerità disarmante. Le loro melodie, proposte nella scaletta della mattinata, hanno riportato l’attenzione su un’America più intima, fatta di storie personali e di un bisogno crescente di autenticità.

La West Coast, con la sua tradizione di armonie vocali e atmosfere limpide, ha avuto un ruolo centrale. Gli Eagles, con Hotel California, hanno rappresentato al meglio quel momento in cui la leggerezza degli anni precedenti lascia spazio a un tono più riflessivo, quasi inquieto. Poco e altre formazioni affini hanno mostrato come la ricerca di equilibrio tra radici country, pop e rock fosse diventata una delle cifre stilistiche del decennio.

La mattinata ha poi virato verso sonorità più complesse, con gli Steely Dan e i Doobie Brothers. Qui il rock incontra il jazz, il funk, la precisione degli studi di registrazione. È un mondo diverso da quello delle chitarre polverose del Sud o delle armonie californiane: è un rock urbano, elegante, costruito con cura maniacale.

Brani come Do It Again o Long Train Runnin’, presenti nel programma, hanno mostrato come gli anni Settanta fossero anche un laboratorio sonoro, dove i confini tra i generi diventavano sempre più permeabili.

Si è arrivati poi nel cuore del Sud degli Stati Uniti, dove il rock ha assunto un carattere più ruvido e viscerale. Gli Allman Brothers, con le loro lunghe improvvisazioni, hanno rappresentato la fusione tra blues, jazz e rock in una forma nuova, potente e spirituale. Whipping Post, proposto nella scaletta, ne è un esempio emblematico.

I Lynyrd Skynyrd, con Sweet Home Alabama, hanno incarnato l’orgoglio e le contraddizioni del Sud, mentre gli ZZ Top hanno portato in sala il loro inconfondibile mix di ritmo, ironia e chitarre taglienti. Gli Steppenwolf, con Born to Be Wild, hanno ricordato come proprio da loro sia nato uno dei termini più iconici del rock duro.

Il percorso si è concluso con Simon & Garfunkel, una scelta che ha riportato la mattinata su toni più delicati. Mrs. Robinson ha fatto da ponte tra la complessità del decennio e la dimensione più intima della canzone d’autore, ricordando quanto la musica americana sappia essere, allo stesso tempo, popolare e profondamente poetica.

L’incontro si è chiuso con un invito all’ascolto, ed è forse la sintesi migliore di ciò che gli anni Settanta rappresentano ancora oggi, un archivio di emozioni, tensioni, sperimentazioni e ritorni alle radici. Un decennio che non si lascia definire da un solo stile, ma che vive nella varietà delle sue voci.

Alla Stella Maris, per qualche ora, quelle voci sono tornate a intrecciarsi, restituendo al pubblico non solo una playlist, ma un pezzo di storia americana.





Il tuffo di "Moon the Loon": la folle notte in cui Keith Moon portò il rock in fondo a una piscina

 



Tra miti sfatati, hotel devastati e un bando a vita dagli Holiday Inn: cronaca del ventunesimo compleanno del batterista dei The Who, l’evento che trasformò la distruzione in leggenda


Il mito del "Rock ’n’ Roll Excess" ha un’immagine scolpita indelebilmente nell'immaginario collettivo: una lussuosa Rolls-Royce che affonda lentamente sul fondo di una piscina azzurra, circondata dal caos di una festa finita male. Al centro di questa istantanea di pura follia c’è Keith Moon, il leggendario e instancabile batterista dei The Who, l’uomo che viveva ogni giorno come se fosse l’ultimo e ogni tour come una spedizione punitiva contro la normalità. Tutto ebbe inizio il 23 agosto 1967 al Flint Holiday Inn, in Michigan, in occasione di quello che doveva essere il ventunesimo compleanno di Moon. I The Who erano in tour come spalla degli Herman’s Hermits e l'atmosfera era già elettrica, ma nessuno poteva immaginare che quella notte sarebbe passata alla storia come la più distruttiva nella cronaca della musica moderna.

La serata degenerò rapidamente in un baccanale di proporzioni bibliche. Tra fiumi di alcol, una torta gigante che finì spiaccicata contro le pareti e una battaglia di estintori che riempì i corridoi di schiuma bianca, la situazione sfuggì completamente di mano. La leggenda narra che Moon, in un momento di euforia distruttiva o forse solo per sfuggire all'arrivo imminente della polizia, si mise al volante di una Rolls-Royce, tolse il freno a mano e la guidò dritto dentro la piscina dell'hotel. Lo stesso Moon amava arricchire il racconto descrivendosi seduto sott'acqua, mentre osservava le bollicine salire oltre il parabrezza. Tuttavia, nel corso degli anni, la realtà si è mescolata indissolubilmente con la finzione: testimoni oculari e compagni di band, come Roger Daltrey, hanno spesso ridimensionato l'accaduto, suggerendo che l'auto in piscina fosse un'esagerazione nata dalla fusione di vari incidenti, sebbene i danni reali causati all'hotel fossero tutt'altro che inventati.

Indipendentemente dalla posizione esatta della vettura a fine serata, le conseguenze furono reali e pesantissime. Keith Moon si ruppe un dente anteriore scivolando su un rimasuglio di torta mentre cercava di scappare, finendo per passare la notte dal dentista anziché in cella. Il conto presentato dall'Holiday Inn fu astronomico, circa 24.000 dollari dell'epoca, e la catena alberghiera prese una decisione senza precedenti: bandì a vita tutti i membri dei The Who da ogni loro struttura nel mondo. Quell'episodio consacrò Keith Moon come "Moon the Loon", il lunatico, trasformando un atto di vandalismo in una sorta di manifesto artistico del nichilismo rock. Ancora oggi, l'immagine di quella Rolls-Royce sommersa rimane il simbolo di un'epoca irripetibile, in cui il confine tra genialità musicale e autodistruzione era sottile quanto la superficie dell'acqua di una piscina del Michigan.




lunedì 23 marzo 2026

Il suono di un decennio: il Prog italiano rinasce in Mellotron

MELLOTRON- IL PROGRESSIVE ITALIANO-2 ORE DI STORIA DEL POP ANNI 70


Documentario focalizzato sul Progressive made in Italy anni’70,  esaustivo ed essenziale… 

Un documentario prezioso, interamente dedicato al Progressive italiano degli anni Settanta, un viaggio denso, curato e sorprendentemente completo, che restituisce con chiarezza la ricchezza di una stagione irripetibile. Un lavoro esaustivo ed essenziale, capace di intrecciare storia, suoni, immagini e testimonianze in modo fluido, senza mai appesantire. Una vera chicca per chi ama il genere e per chi vuole scoprire - o riscoprire - l’epopea creativa che ha reso unico il nostro panorama musicale.

Il video ripercorre le traiettorie delle band più rappresentative, ma non si limita ai nomi più noti: illumina anche quelle formazioni meno celebrate che hanno contribuito a definire l’identità del prog italiano, con la sua miscela inconfondibile di lirismo mediterraneo, ricerca sonora e ambizione narrativa.

Ne emerge un affresco vivido: la scena dei festival pop, le sperimentazioni in studio, l’uso pionieristico di strumenti come il Mellotron, la nascita di capolavori che ancora oggi parlano con forza. Un documento che non indulge nella nostalgia, ma restituisce la vitalità di un’epoca in cui tutto sembrava possibile.

Per chi ama il Progressive, per chi studia la storia della musica italiana, o semplicemente per chi vuole lasciarsi trasportare da due ore di pura passione, questo documentario è un piccolo tesoro.





domenica 22 marzo 2026

La genialità nascosta dietro un capriccio da rockstar



Non era divismo, ma sicurezza: la vera storia dietro la leggendaria clausola contrattuale che ha cambiato il modo di organizzare i grandi eventi


Per decenni, la storia dei Van Halen e degli M&M’s marroni è stata il simbolo universale della rockstar viziata. Si raccontava di come David Lee Roth, entrando nel camerino e vedendo anche un solo confetto del colore "sbagliato", potesse andare su tutte le furie, ribaltare tavoli e distruggere attrezzature costose. Sembrava il classico delirio di onnipotenza di chi ha troppi soldi e troppo successo. Ma se scaviamo sotto la superficie, scopriamo che quella ciotola di dolciumi non era affatto un vezzo estetico: era un sofisticato dispositivo di sicurezza.

Tutto nasce dalla complessità dei loro show. Negli anni '80, i Van Halen non erano solo una band, erano una macchina da guerra logistica. Furono tra i primi a portare in tour una quantità di attrezzature senza precedenti: luci, amplificatori e strutture che pesavano tonnellate. Il loro contratto tecnico era un volume enorme, pieno di specifiche rigidissime su come montare il palco per evitare che crollasse o che qualcuno rimanesse folgorato.

David Lee Roth ebbe un'idea geniale. In mezzo a centinaia di clausole tecniche noiose e complicate, fece inserire un punto assurdo: "Articolo 126: Nel camerino dovrà esserci una ciotola di M&M's. Non dovranno assolutamente esserci confetti di colore marrone. In caso di presenza di M&M's marroni, lo show sarà cancellato con il pagamento dell'intero compenso".

Il ragionamento era puramente logico. Se Roth arrivava nel backstage e vedeva dei confetti marroni, aveva la prova immediata che l'organizzatore locale non aveva letto con attenzione il contratto. E se non aveva letto la clausola (semplice) sulle caramelle, c'erano ottime probabilità che avesse ignorato anche le istruzioni (vitali) sulla portata dei carichi o sulla messa a terra dell'impianto elettrico.

Il caso più celebre fu quello di Pueblo, in Colorado. Quando Roth vide gli M&M's marroni, diede effettivamente di matto, distruggendo il camerino. La stampa lo massacrò, descrivendolo come un pazzo. La realtà? Il pavimento della palestra dove doveva tenersi il concerto non era adatto a sostenere il palco, che infatti iniziò a sprofondare, causando danni strutturali enormi all'edificio. Se fossero saliti sul palco, sarebbe finita in tragedia.

In definitiva, quella ciotola di cioccolato era il loro "canarino nella miniera". Non era una questione di gusto per il cioccolato, ma di sopravvivenza. I Van Halen non erano divi capricciosi; erano professionisti ossessivi che usavano un trucco psicologico per capire, in un secondo, se potevano fidarsi delle persone con cui stavano lavorando. 








sabato 21 marzo 2026

Un ricordo di Leo Fender a 35 anni dalla sua morte



Il 21 marzo del 1991, all’ età di 82 anni, moriva Leo Fender, il fondatore della Fender Musical Instruments Corporation.
Gli strumenti musicali progettati e realizzati da Leo Fender hanno rivoluzionato la storia della musica del XX secolo. Oggi il marchio Fender è uno dei più gloriosi e diffusi tra gli appassionati di chitarre elettriche.

Clarence Leonidas Fender nasce il 10 agosto 1909 nei pressi di Anaheim, nello stato della California (USA), da genitori agricoltori. Da giovane prende qualche lezione di pianoforte e di sassofono ma, fin dal 1922, è l'elettronica, che coltivava come autodidatta, a diventare la sua prima passione. Leo Fender si diploma nel 1928; all'epoca aveva già costruito una piccola radio amatoriale e alcuni impianti di amplificazione, che affittava per guadagnare qualche dollaro.


Leo Fender non emerge come musicista, non è nemmeno un liutaio e neppure un ingegnere. La sua passione è quella di un'autodidatta, sperimentatore instancabile, curioso e determinato nel raggiungere gli obiettivi ricercando il massimo della qualità. Eclettico e geniale, Fender era un uomo dalle molteplici competenze che sapeva circondarsi delle persone giuste. In una sintetica analisi del suo lavoro, dal punto di vista economico, oggi possiamo dire che Leo Fender aveva intuito prima d'altri il significato della produzione si strumenti musicali per un mercato di massa, e negli anni '50 e '60 è stato per gli strumenti musicali ciò che Henry Ford è stato stato per l'industria automobilistica americana negli anni '20 e '30.
Finiti gli studi Fender comincia a lavorare come ragionere per il dipartimento autostradale dello stato della California. Nel 1934 sposa Esther Klosky.

A causa della cosiddetta "grande depressione" statunitense, Leo perde il lavoro. La passione per l'elettronica però non si è mai spenta. Persona creativa e piena di risorse,  nel 1938, non ancora trentenne, decide di aprire a Fullerton il "Fender's Radio Service", un negozio-laboratorio di elettronica. Qui vende e ripara radio insieme ad altri vari congegni elettronici. Tutto questo accadeva in un momento storico in cui gli Stati Uniti si trovavano lanciati in un'inarrestabile corsa all'innovazione tecnologica.
L'interesse per la musica si avvicina poco a poco. Con il passare del tempo si fanno sempre più numerosi i musicisti che si rivolgono a lui per riparare i propri strumenti e amplificatori. Tra questi c'è Doc Kauffman, che aveva lavorato per la Rickenbacker, casa produttrice di chitarre. I due approfondiscono il loro rapporto e insieme compiono vari esperimenti. Nel 1944 fondano la "K&F Company" per produrre chitarre hawaiane e amplificatori.
Due anni più tardi, nel 1946, la società si scioglie. Leo fonda la "Fender Electric Instrument Company", decidendo di abbandonare le radio e la piccola elettronica per concentrarsi sugli strumenti musicali.
Nel 1950 è il primo a mettere in commercio una chitarra elettrica a corpo pieno (cosiddetta "solidbody"): il modello "Broadcaster" coincide con quella che oggi è universalmente nota come "Telecaster".
Nel 1951 inventa il basso elettrico "Precision". Nel 1954, con l'azienda in pieno processo di espansione, crea quella che può essere considerato il suo modello più emblematico: la "Stratocaster".


Le caratteristiche salienti della Stratocaster sono: il ponte, che prevede la regolazione separata di ciascuna corda con applicato il "tremolo sincronizzato" (meccanismo per ottenere un particolare effetto di modifica dell'intonazione della corde attraverso una leva); il corpo, in frassino, efficacemente sagomato e smussato per ottenere leggerezza ed ergonomicità, con la doppia spalla mancante per agevolare il raggiungimento delle note in fondo al manico; il manico, in acero avvitato al corpo, con anima di acciaio interna regolabile, e con tastiera ricavata direttamente su di esso; tre pickup a bobina singola, forniti di tre controlli (volume, tono per il pickup al manico e tono per il pick up centrale) e di un selettore per i pick up facilmente raggiungibili con la mano destra.
Nei dieci anni successivi la Fender continua a crescere: il successo è frutto di una congiuntura economica fortunata, ma anche del lavoro e della creatività dell'instancabile fondatore, che continua a migliorare i vecchi modelli oltre a produrne di nuovi.
La gestione sempre più complessa e gli investimenti sempre più alti portano Leo Fender a maturare l'idea di vendere l'azienda e il proprio marchio alla CBS (Columbia Broadcasting System), una multinazionale interessata ad espandersi nel settore degli strumenti musicali. Lo staff originale rimaneva confermato: Leo Fender con alcuni suoi fedeli collaboratori (tra cui George Randall, Don Fullerton e Forrest White) firmano un contratto di cinque anni per garantire continuità alla produzione.
Tra il 1965 e il 1971 Leo lavora come consulente del settore "Ricerca e Sviluppo" della nuova Fender. Il suo nome rimane comunque protagonista di altri importanti progetti, come ad esempio quello del pianoforte elettrico Rhodes.
Nel frattempo i vecchi compagni uno ad uno lasciano il loro posto alla CBS. 
Nel 1972 quando Forrest White lascia la CBS per fondare la "Music Man" e produrre amplificatori, Leo Fender lo segue. Il suo contributo dà avvio alla produzione di chitarre e bassi: Fender si trova pertanto a competere con il proprio nome.
Negli anni '70 il marchio Fender e la sua fama sono solidi e consolidati, tuttavia sono pochissimi quelli che conoscono la storia di Leo e del suo ruolo chiave svolto nella costruzione del marchio.