mercoledì 8 aprile 2026

Monkeyism – “Queen of Lies” / “WAYWA”




Monkeyism – “Queen of Lies” / “WAYWA”

Un concept nato nel silenzio, costruito come un lavoro collettivo


Ascolto Spotify

Queen of Lies / WAYWA https://open.spotify.com/album/1JaJPS1Tjpaj0NA90ceGnC?si=mx2I4wEFTG-9jc_3qWcElA


Monkeyism non nasce per caso. Nasce in una pausa forzata, quando Marcello Abucci - musicista e produttore di Cairo Montenotte - si ritrova a trasformare un periodo di recupero dopo un incidente in un territorio creativo. I testi arrivano prima della musica, e da lì prende forma un concept che ruota attorno a una storia d’amore che si spezza e al dolore che resta. Non c’è dramma esibito ma un lavoro lento, sedimentato, che attraversa anni diversi tra registrazioni (2020-21) e post‑produzione (dal 2022 a oggi).

Il risultato è un 45 giri virtuale con “Queen of Lies” e “WAYWA (What Are You Worried About)”, due brani che mostrano bene la doppia anima del progetto: forma tradizionale e improvvisazione, struttura e materia libera, crossover anni Novanta e aperture più sperimentali.

Abucci firma chitarre, tastiere, elettronica, voci e intermezzi strumentali. Ma Monkeyism non è un monologo: è un progetto solista che respira come un collettivo. Il basso di William Nicastro, presente in tutti i sette brani registrati, dà continuità e profondità. Le batterie di Antonio “Tato” Vastola (cinque tracce), Marco Quarantotto e Massimo Di Cresce costruiscono un terreno dinamico, capace di passare dal groove al rumore controllato. Su alcune tracce più improvvisate compaiono anche il basso di Francesco Tripodi e, nel finale di “WAYWA”, il sax baritono e tenore di Fiello, che apre una finestra inattesa, quasi cinematografica.

“Queen of Lies” vive di un contrasto netto: strofe semi‑rappate, un ritornello che si apre grazie alla voce di Umberto Provenzani, un andamento che mescola tensione e melodia senza forzare mai la mano. “WAYWA” è più ampia, più stratificata: le seconde voci di Marco Francia e Di Cresce aggiungono un colore caldo, mentre il finale con i sax sposta il brano verso una dimensione quasi rituale.

Le influenze sono tante, stratificate, e non cercano un’etichetta. C’è il crossover anni Novanta, c’è il gusto per l’improvvisazione, c’è un’idea di suono che non teme il rumore e non rinuncia alla melodia. È un progetto che alterna forma e libertà, senza mai perdere coerenza.

Monkeyism non ha avuto un’esecuzione live - mettere insieme così tanti musicisti sarebbe complicato - ma conserva comunque la natura di un incontro. È un lavoro nato in solitudine e diventato corale, un luogo dove sensibilità diverse si riconoscono senza sovrapporsi.






Valerio Billeri & Banda de Vicolo der Bottino – Electra (Live at Acme Studios, 2026)

 


Un blues urbano che diventa trance, un rito minimo e magnetico raccontato da chi non era presente ma ha visto un video toccante

 

Electra nasce in presa diretta, senza filtri. Un live in studio che non concede riparo; niente pubblico, niente rumore di fondo, solo quattro musicisti chiusi in una stanza che fanno esistere un brano come se fosse un respiro unico. Billeri lo scrive nelle sue note: “una presa diretta di vita”. Il video lo conferma.

Il quartetto lavora raccolto, concentrato. Valerio Billeri - voce e chitarra - non guida, orienta, lascia che il pezzo si apra da solo, con un tempo largo, quasi ipnotico. Damiano Minucci intreccia linee chitarristiche sottili, precise, mai decorative. Andrea Nebbiai tiene il terreno con un basso che pulsa come un battito regolare. Fabio Romani costruisce spazio più che ritmo: colpi larghi, aria, pause che diventano parte del fraseggio.

Le note parlano di “folk urbano che si espande”, di “improvvisazione scarna”, di “blues ipnotico”. Il video è esattamente questo, un suono che cresce per accumulo, senza mai esplodere. Un mantra elettrico che avanza per micro‑variazioni, come se cercasse un varco dentro la ripetizione.

La ripresa è ravvicinata, asciutta. Si sente il legno, la corda, la pelle. Nessun trucco, nessuna patina. È la stessa poetica dichiarata: “ritorno alla materia: legno, corde, pelli e voce”. La voce di Billeri arriva ruvida, vissuta, con quelle crepe che non chiedono di essere levigate. Sembra parlare a qualcuno che è lì, a un metro.

La cosa più evidente è l’interplay. Non c’è un leader e tre accompagnatori, ma un organismo unico che respira insieme. La dimensione “lo‑fi” non è un limite, è un’estetica. Una scelta precisa, togliere tutto ciò che non serve, lasciare solo ciò che regge.

L’atmosfera è quella di un piccolo rito elettrico. Luci calde, ombre morbide, un’intimità che avvolge. Non c’è pubblico, ma c’è tensione. Sembra una prova aperta, ma con la densità emotiva di un concerto vero.

Electra è un frammento di verità musicale, un blues urbano che sfuma nel psichedelico, un gesto minimo che diventa trance. Un documento che restituisce l’essenza di Billeri e della sua banda: onestà, materia, presenza.






martedì 7 aprile 2026

MAURO PELOSI. UNA VOCE CHE RESTA FUORI DAL CORO



La storia di Mauro Pelosi scorre lontano dalle rotte principali. Non per mancanza di talento, anzi, i suoi primi album - La stagione per morire (1972), Mauro Pelosi (1973), Al mercato degli uomini piccoli (1977) - rivelano un autore già compiuto, inquieto, capace di un lirismo che sfiora la letteratura. C’è un’intensità fuori dal comune, una scrittura che non si accontenta della superficie.

Eppure, nonostante la qualità evidente, Pelosi non è mai diventato un nome centrale della canzone d’autore italiana. Le ragioni sono molte, e nessuna riduce il valore della sua opera.

La prima riguarda la sua natura artistica: Pelosi non cercava la semplificazione. I suoi brani non inseguivano il ritornello, non cercavano la presa immediata, ma piuttosto la pretesa di un ascolto lento, quasi meditativo. In un’epoca in cui la canzone d’autore stava diventando un genere riconoscibile, Pelosi sceglieva la strada più impervia, quella della complessità emotiva, della parola che pesa, dell’arrangiamento che non consola.

C’è poi la questione della scena. Pelosi non apparteneva a nessuna “famiglia” musicale. Non era parte della scuola genovese, non gravitava attorno ai cantautori romani, non aveva un gruppo di riferimento. Era un solitario, e la solitudine, nel mondo discografico, è spesso un limite più che una virtù. Senza un contesto, senza un movimento, senza un’etichetta narrativa che ti preceda, diventa difficile essere riconosciuti.

Il carattere schivo ha fatto il resto. Pelosi non ha mai cercato la visibilità, non ha mai costruito un personaggio, non ha mai trasformato la sua musica in un mestiere mediatico. Preferiva la verità alla strategia, una scelta che oggi appare quasi eroica, ma che allora lo ha tenuto lontano dai riflettori.

Riascoltandolo oggi, però, tutto appare più chiaro. La sua voce, così particolare, così fragile e insieme autorevole, sembra parlare a un presente che ha finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede subito. Un album come La stagione per morire , ad esempio, rivela una modernità sorprendente: armonie oblique, testi che sfiorano la poesia visionaria, un modo di raccontare il mondo che non assomiglia a nessun altro.

Forse non ha sfondato perché non voleva essere addomesticato. O forse perché la sua musica chiedeva un ascolto diverso, più intimo, più disposto a lasciarsi ferire. Ma proprio in questa mancata esplosione sta la sua forza: Pelosi è rimasto un autore integro, non piegato, non semplificato.

E oggi, mentre i suoi brani tornano a circolare tra appassionati e nuovi ascoltatori, si ha la sensazione che il tempo stia finalmente facendo il suo lavoro. Pelosi non è mai stato un fenomeno. È stato - ed è una rivelazione, una di quelle che arrivano tardi, ma quando arrivano restano.





lunedì 6 aprile 2026

ELLE – Silent search of spring


 

Un lavoro che scava nelle zone più quiete dell’emozione

 

C’è un filo emotivo che attraversa tutto il nuovo lavoro degli ELLE, una ricerca costante di autenticità, un modo di raccontare l’essere umano mentre attraversa le proprie paure e tenta di trasformarle in un gesto di verità. Silent search of spring nasce così, come un percorso che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.

Il viaggio comincia con “Babylon”, il singolo che ha anticipato il disco. Parte come una ballata morbida, quasi timida, poi si apre in una coda satura, un intreccio di voci che sembra voler travolgere l’ascoltatore con un’energia improvvisa. È il primo indizio di un disco che non teme di espandersi, di lasciare che le emozioni si allarghino fino a diventare suono.

Da lì si entra in territori più frastagliati con “Ravine”, una suite che procede per movimenti, cambi di prospettiva, aperture improvvise. La coda, che omaggia Interstellar di Christopher Nolan, porta dentro l’attualità: la pace come condizione naturale dell’essere umano, sporcata da guerre crudeli e insensate. È uno dei momenti più intensi del disco, perché la musica accompagna, suggerisce, lascia spazio.

“Truth” sposta ancora l’asse. Qui gli ELLE sembrano suonare in un locale di Chicago negli anni del post‑rock: una voce che si fa fragile, una struttura che si apre in una coda strumentale senza melodia, fatta di feedback e saturazioni che richiamano i primi Sonic Youth. È un brano che non cerca la perfezione, ma la sincerità del gesto.

Il percorso trova un equilibrio diverso nella title track, “Silent search of spring”. Le chitarre acustiche intrecciate richiamano i primi Kings of Convenience, mentre le due voci - Danilo Ramon Giannini e Miriam Fornari - si avvolgono in un dialogo continuo, quasi un abbraccio. È qui che il disco rivela la sua natura più intima… un rapporto d’amore silenzioso, profondo, che non ha bisogno di dichiarazioni.

Il finale arriva con “Meeting of skins”, un brano che rischia e funziona proprio per questo: una struttura rock che accoglie armonizzazioni dolcissime, un equilibrio che non dovrebbe stare in piedi e invece regge, come se il disco volesse chiudersi mostrando tutte le sue possibilità.

Il tutto è sostenuto da un suono che si è fatto più pieno grazie all’ingresso di Giovanni Lafavia alla batteria, e soprattutto dal nuovo ruolo di Miriam Fornari, finalmente in prima linea, in un dialogo vocale che diventa la vera novità del disco. 

L’album è disponibile su Spotify e conferma una maturità raggiunta senza perdere la delicatezza degli inizi.


Crediti

Marco Calderano – chitarre

Danilo Ramon Giannini – voce e testi

Miriam Fornari – synth e voce

Giovanni Lafavia – batteria

Artwork: Iacopo Callisti

Label: Urtovox Records


Tracklist

1.   Ravine

2.   Pillows

3.   Truth

4.   Babylon

5.   Another Water

6.   Freedom Symphony

7.   Meeting of Skins

8.   Silent Search of Spring

 





Stevie Nicks e il miracolo di "Dreams": un capolavoro scritto in soli 20 minuti

 


STORIA DI UN CAPOLAVORO

Nella storia della musica, ci sono canzoni che richiedono mesi di lavoro meticoloso e altre che sembrano semplicemente "scendere dal cielo". "Dreams" dei Fleetwood Mac appartiene a questa seconda, magica categoria. È il brano che ha definito un’era, nato in un momento di profonda crisi personale e creativa, nell'arco di appena un terzo d'ora.

Era il 1976. I Fleetwood Mac si trovavano ai Record Plant di Sausalito, in California, per registrare quello che sarebbe diventato l'album dei record: Rumours. L'atmosfera in studio era carica di tensione: le coppie storiche della band (Stevie Nicks e Lindsey Buckingham, Christine e John McVie) si stavano sfaldando sotto il peso di tradimenti e silenzi.

In una giornata particolarmente pesante, Stevie decise di prendersi una pausa. Vagando per lo studio, trovò una stanza che era stata usata da Sly Stone. Era un ambiente eccentrico: un grande letto a baldacchino in velluto nero, tende scure e un'atmosfera soffusa che sembrava sospesa nel tempo.

"Mi sono seduta sul letto con la mia tastiera Rhodes e ho iniziato a suonare un beat dance", ha ricordato Stevie Nicks anni dopo. "In circa 20 minuti, 'Dreams' era finita."

La forza di "Dreams" risiede nella sua apparente semplicità. Mentre Lindsey Buckingham tendeva a stratificare le canzoni con armonie complesse, Stevie costruì il brano su soli due accordi: Fa maggiore (F) e Sol maggiore (G).

Il testo era un messaggio diretto e agrodolce rivolto proprio a Lindsey. Mentre lui scriveva la rabbiosa "Go Your Own Way", Stevie rispondeva con una riflessione eterea sulla libertà e sulla perdita:

"Thunder only happens when it's raining"

"Players only love you when they're playing" 

Era una profezia e un addio, sussurrato con la voce graffiante e vellutata che l'avrebbe resa una leggenda.

Incredibilmente, quando Stevie presentò la demo alla band, l'accoglienza fu tiepida. Lindsey Buckingham inizialmente la trovò "noiosa" proprio per la sua struttura a due accordi. Tuttavia, fu lui stesso a trasformarla nel gioiello che conosciamo oggi, aggiungendo quelle linee di chitarra riverberate e curando gli intrecci vocali che rendono il brano ipnotico.

Il risultato? "Dreams" divenne l'unico singolo dei Fleetwood Mac a raggiungere la posizione numero 1 della Billboard Hot 100, trasformando il dolore privato di una donna in un inno universale.







domenica 5 aprile 2026

Bob "The Bear" Hite: l'anima blues-rock dei Canned Heat, a 45 anni dalla scomparsa

 


Bob Hite, affettuosamente soprannominato "The Bear" per la sua imponente stazza e la sua voce potente, è stato una figura centrale nella scena blues-rock degli anni '60 e '70. La sua voce inconfondibile e la sua passione per il blues hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica.

Nato negli Stati Uniti, Hite è diventato famoso come co-cantante e membro fondatore dei Canned Heat nel 1965, insieme ad Alan Wilson e Henry Vestine. La band ha rapidamente guadagnato popolarità per le loro interpretazioni di classici blues e per i loro brani originali, diventando una delle band di punta del movimento blues-rock.

I Canned Heat hanno calcato i palchi dei festival più iconici dell'epoca, tra cui il Monterey Pop Festival nel 1967 e il leggendario Woodstock nel 1969, consolidando la loro reputazione come una delle band più influenti del periodo. La voce rauca e appassionata di Hite era un elemento distintivo del loro sound, un mix esplosivo di blues, rock e boogie-woogie.

Oltre al suo talento musicale, Hite era un appassionato collezionista di dischi, con una conoscenza enciclopedica del blues. La sua dedizione alla musica era totale, ma purtroppo la sua vita è stata tragicamente interrotta il 5 aprile 1981, all'età di 38 anni.

Ricorre oggi il 45° anniversario della sua scomparsa. Durante un tour, infatti, Hite morì a causa di un'overdose accidentale di eroina. Il silenzio calato con la sua scomparsa, un'assenza che ha scosso le fondamenta del blues-rock, è stato riempito dalla risonanza della sua voce, viva e pulsante nella musica dei Canned Heat, una band che ha definito un'epoca e trasmesso l'eredità del blues alle generazioni future.

Bob "The Bear" Hite non era solo un cantante, ma un vero e proprio ambasciatore del blues, un appassionato collezionista e un'anima vibrante che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica. La sua eredità musicale è un tesoro da custodire, un ricordo di un'epoca in cui il blues e il rock si fondevano in un'esplosione di energia e passione.





Un ricordo di Layne Staley, morto il 5 aprile del 2002


Layne Staley, nato il 22 agosto 1967, è stato un cantante statunitense, famoso come leader del gruppo Alice in Chains.

É ricordato soprattutto per la sua voce carica di emotività, nonché per la sua personalità chiusa e tormentata.

I suoi problemi esistenziali, uniti alla sua dipendenza da eroina, lo logorarono lentamente fino ad ucciderlo.

Layne nasce a Kirkland, Washington, da Nancy Elizabeth e Philip Blair Staley. L'equilibrio e la serenità della famiglia sono messi a dura prova dal comportamento del padre.

Layne manifestò precocemente una spiccata intelligenza e una vasta gamma di interessi, tra cui la musica. Già all'età di cinque anni, partecipava a cori infantili. Il divorzio dei genitori, Nancy e Philip, avvenuto quando Layne aveva sette anni, segnò profondamente il bambino. La separazione, causata dalle attività illecite del padre legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata, ebbe un impatto traumatico su Layne, lasciando un'impronta indelebile sulla sua vita.

Durante le scuole superiori, Layne iniziò a manifestare segni di disagio: amava dipingere, amava la musica, ma erano evidenti i suoi problemi relazionali.

La scuola decise quindi di mandarlo in un istituto per giovani affetti da problemi sociali e questo causò a Layne una grave perdita di fiducia nei confronti della società.

Questi stimoli negativi portarono il giovane a scrivere i primi frammenti di poesie e pensieri.

Amava ascoltare gruppi come Anthrax, Van Halen, Black Sabbath, Judas Priest,  e aveva iniziato a suonare la batteria con un complesso di coetanei, gli Sleeze.

In questo periodo iniziò anche ad avvicinarsi all'alcol e alle sostanze stupefacenti.

Layne conobbe Jerry Cantrell durante una serata presso la Music Bank di Seattle; lasciati gli Sleze, si unì a lui per formare gli Alice in Chains (nome scelto dal cantante stesso): era il 1987. Alla neonata band si unirono il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney, e da allora gli Alice in Chains - assieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden - diventarono una delle band di maggior successo del cosiddetto Seattle Sound.

Dopo aver negoziato con varie case discografiche, nel 1989 gli Alice in Chains firmarono un contratto con la Columbia Records; realizzeranno tre album (Facelift, Dirt e Alice in Chains), due EP (Sap e Jar of Flies) e un Unplugged, ultima apparizione in pubblico di Layne Staley.

Gli anni del successo degli Alice in Chains coincisero con il periodo più difficile per Layne; l'uso di eroina era sempre più elevato e frequente e faticava a reggere le tournée del gruppo (gli ultimi due album non furono supportati da un tour a causa dei problemi di salute del leader).

Entrò più volte in clinica per disintossicarsi, ma non uscì mai completamente pulito.

Il 29 ottobre 1996 morì quello che per lui fu l'unico vero grande amore della sua vita: Demri Lara Parrot, che fu uccisa da un'endocardite batterica e Layne non resse più. Smise definitivamente di farsi vedere in pubblico; distrutto dal dolore dei tragici eventi che lo avevano accompagnato per tutta la vita, dalla delusione e dalla rabbia verso un mondo ipocrita come quello della musica, Layne si rinchiuse nel suo appartamento a Seattle, ormai logorato psicologicamente e fisicamente dall'eroina.

Dopo aver rilasciato un'ultima intervista nel febbraio 2002, fu trovato cadavere nel suo appartamento il 19 aprile 2002, ucciso da una micidiale mistura di droga, la speedball, a due settimane di distanza dalla morte, avvenuta il 5 aprile.

Successivamente la madre fondò la "Layne Staley Fund", una comunità no-profit che si occupa nella prevenzione e nel recupero dei tossicodipendenti.









sabato 4 aprile 2026

Bob Burns: l'impronta indelebile di un pioniere del southern rock

 


Bob Burns: l'impronta indelebile di un pioniere del southern rock

 

Il 3 aprile 2015, il mondo della musica perdeva Bob Burns, il batterista originale dei Lynyrd Skynyrd, una delle band più influenti del southern rock. La sua scomparsa, avvenuta in un tragico incidente automobilistico all'età di 64 anni, suscitò un'ondata di cordoglio tra i fan e i musicisti di tutto il mondo.

Bob Burns è stato uno dei membri fondatori dei L.S., contribuendo in modo determinante alla creazione del loro suono distintivo fin dalla nascita della band. Il suo drumming, caratterizzato da potenza, precisione e un'impronta blues-rock, ha svolto un ruolo cruciale nella definizione del sound del southern rock.

La sua impronta musicale è evidente in alcuni degli album più iconici della band, tra cui Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd', che contiene classici intramontabili come "Free Bird" e "Simple Man". La sua abilità nel creare ritmi energici e coinvolgenti ha contribuito a rendere i Lynyrd Skynyrd una delle band più amate e rispettate del genere.

La musica senza tempo dei Lynyrd Skynyrd mantiene viva l'eredità di Bob Burns, il cui stile di batteria, pilastro del southern rock, è tuttora oggetto di studio e ammirazione per molti batteristi.




venerdì 3 aprile 2026

"Carvada": l'esordio di Paco Vescovi

 


Paco Vescovi – Carvada


Ci sono album che sorprendono non per l’effetto speciale, ma per la sincerità con cui si presentano. Carvada, di Paco Vescovi, appartiene a questa categoria: un disco giovane, diretto, costruito con una cura che non ostenta nulla e lascia parlare la musica.

Paco Vescovi arriva da una storia familiare che molti appassionati di prog conoscono bene. È il nipote di Joe Vescovi, tastierista dei The Trip, figura centrale della scena italiana degli anni Settanta e, per noi savonesi, un riferimento affettivo oltre che artistico. Non è un’eredità da esibire come un marchio, né un confronto da evocare, ma piuttosto un’ombra luminosa, un tratto genetico che forse ha lasciato una traccia, quella naturalezza nel muoversi tra armonie, quella curiosità timbrica che non si insegna.

Paco, però, non imita nessuno. Carvada è un lavoro personale, costruito su un linguaggio che guarda più al presente che alla nostalgia. Certo che, osservandolo da lontano, ritorna alla mente  un certo... Claudio Rocchi!

L’album si muove tra atmosfere intime e aperture più ampie, con una scrittura che privilegia la fluidità. Le melodie scorrono senza rigidità, gli arrangiamenti sono essenziali ma mai poveri, e c’è una sensibilità ritmica che dà coesione all’intero lavoro.

La voce è trattata con misura, senza artifici inutili, e lascia emergere una timbrica giovane ma già riconoscibile, mentre la parte strettamente musicale è la sintesi di mandolino, harmonium, piano, synth, e il gusto che emerge sorprende, considerando l'età di Paco.

C’è un equilibrio interessante tra spontaneità e controllo, nulla sembra messo lì per caso, ma nulla suona costruito. È un disco che respira, che si prende il suo tempo, che non ha paura di essere semplice quando serve e più articolato quando la musica lo chiede.

Carvada è un primo passo, ma già molto consapevole. Paco Vescovi dimostra di avere una voce propria, una direzione chiara e una sensibilità che merita attenzione. Se la genetica ha dato una mano, è stata discreta, il resto è frutto di ascolto, curiosità e lavoro.

In un panorama spesso affollato di progetti effimeri, questo debutto ha qualcosa di raro, la sincerità.





Sarah Vaughan: l'eredità immortale di una voce divina

 


Sarah Vaughan: l'eredità immortale di una voce divina


Il 3 aprile 1990, il mondo della musica jazz perdeva una delle sue figure più iconiche: Sarah Vaughan, all'età di 66 anni. Conosciuta affettuosamente come "Sassy" o "The Divine", la sua voce straordinaria e il suo talento musicale hanno lasciato un'impronta indelebile, consolidandola come una delle più grandi cantanti jazz del XX secolo.

Cresciuta in un ambiente familiare profondamente radicato nella passione per la musica, Sarah Vaughan mostrò fin da giovane un talento eccezionale. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età e affinò le sue abilità vocali nel coro della chiesa. 

Il 1942 segnò una svolta cruciale nella sua carriera, quando la vittoria a un concorso di talenti all'Apollo Theater di Harlem le aprì le porte al mondo della musica professionale.

La voce di Sarah Vaughan, dotata di una gamma eccezionale e di una tecnica impeccabile, la rese una delle cantanti più influenti del bebop. Le sue collaborazioni con leggende del jazz come Dizzy Gillespie e Charlie Parker sono testimonianza del suo impatto sul genere. La sua capacità di improvvisare e la sua interpretazione emotiva delle canzoni la distinsero come un'artista unica e inimitabile.

La carriera di Sarah fu lunga e prolifica, costellata di numerosi album acclamati dalla critica. Il suo talento fu riconosciuto con diversi Grammy Awards e con il NEA Jazz Masters Award nel 1989. 

La sua dedizione alla musica la portò a esibirsi fino a poco prima della sua scomparsa, lasciando un'eredità musicale che continua a ispirare generazioni di musicisti e appassionati di jazz.

Non fu solo una cantante straordinaria, ma anche un'innovatrice che contribuì a plasmare il panorama del jazz. La sua voce, capace di spaziare con disinvoltura tra note basse e alte, e la sua capacità di infondere emozione in ogni interpretazione, la rendono una figura immortale nella storia della musica.







giovedì 2 aprile 2026

Jimi Hendrix a Monterey: l’incendio che cambiò il Rock

 


"Decisi di distruggere la mia chitarra alla fine di 'Wild Thing' come un sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra."


Il 18 giugno 1967, il Monterey Pop Festival non fu solo il primo grande raduno della controcultura hippy, ma il palcoscenico di una delle epifanie più violente e poetiche della storia della musica. Quella sera, un chitarrista mancino di Seattle, fino ad allora quasi ignorato in patria, trasformò un’esibizione rock in un rito sacrificale che avrebbe ridefinito per sempre il rapporto tra l’uomo e il suo strumento.

Nonostante fosse americano, Jimi Hendrix arrivò a Monterey con lo status di "importazione britannica". Era stato Paul McCartney a fare pressione sugli organizzatori, dichiarando che il festival non sarebbe stato completo senza quel fenomenale chitarrista che stava sconvolgendo la scena londinese. Hendrix era volato nel Regno Unito l'anno precedente come un illustre sconosciuto; tornava negli Stati Uniti come il segreto meglio custodito del rock d'oltreoceano, pronto a dimostrare il proprio valore davanti a un pubblico che ancora non sapeva di aver bisogno di lui.

L'atmosfera nel backstage era elettrica, e non solo per la musica. Esisteva una rivalità latente tra la Jimi Hendrix Experience e i The Who. Entrambe le band erano famose per la loro irruenza scenica e nessuna delle due voleva esibirsi dopo l'altra, temendo di apparire "ordinaria".

Si narra che Pete Townshend e Jimi litigarono su chi dovesse salire sul palco per primo. Dopo un lancio di moneta vinto dai The Who, Pete e compagni misero a ferro e fuoco il palco, distruggendo chitarre e batteria durante il finale di My Generation

Hendrix, osservando la scena con una calma quasi inquietante, disse ai presenti: "Ok, io allora darò fuoco alla mia". Sembrava una spacconata; era una promessa.

Quando la Experience salì sul palco, il pubblico fu investito da un muro di suono mai sentito prima. Hendrix non si limitava a suonare la chitarra: la dominava, la seduceva, la violentava. Brani come Foxy Lady e Hey Joe vennero eseguiti con un mix di erotismo e distorsione, con Jimi che utilizzava il feedback degli amplificatori Marshall non come un errore tecnico, ma come una voce supplementare.

Il chitarrista utilizzava ogni parte del corpo: suonava con i denti, dietro la schiena, strofinava le corde contro l'asta del microfono producendo suoni interstellari. Era la dimostrazione vivente che la chitarra elettrica non era più solo uno strumento melodico, ma un generatore di frequenze ed emozioni pure.

Il momento culminante arrivò durante l’esecuzione di Wild Thing. Hendrix portò il brano verso un caos controllato, poi si inginocchiò davanti alla sua Fender Stratocaster dipinta a mano con motivi floreali. Con la precisione di un celebrante, la cosse di liquido infiammabile e le diede fuoco.

Mentre le fiamme lambivano il corpo dello strumento, Jimi iniziò a muovere le mani sopra il fuoco, come a invocare uno spirito o a dirigere una danza invisibile. Non c’era rabbia nel suo gesto, ma una sorta di estasi mistica. 

L'immagine di Hendrix inginocchiato davanti alle fiamme divenne istantaneamente l'icona della Summer of Love. Dopo aver frantumato i resti dello strumento contro il palco, Jimi lasciò la scena nel silenzio attonito di 7.000 persone che avevano appena assistito alla nascita di una leggenda.

Monterey fu lo spartiacque. Da quel momento, Jimi Hendrix divenne la rockstar più pagata e richiesta al mondo. Ma oltre al mito, rimase la lezione musicale: aveva insegnato al mondo che il rock poteva essere teatro, rito e avanguardia allo stesso tempo. La chitarra bruciata a Monterey non fu solo un atto di vandalismo spettacolare, ma il segnale che una nuova era era cominciata: quella in cui la musica non veniva più solo ascoltata, ma vissuta come un'esperienza totale e bruciante.





mercoledì 1 aprile 2026

ELLE – Il fuoco dell’oceano: commento all'album


 

ELLE – Il fuoco dell’oceano

(Andromeda Relix, 2026)


Con Il fuoco dell’oceano, ELLE - il progetto nato dall’incontro tra Elena Lippe (voce e testi) ed Elena Crolle (produzione e arrangiamenti) - firma un debutto sorprendentemente maturo, costruito in due anni di lavoro condiviso che hanno dato vita a un suono personale, riconoscibile e difficilmente assimilabile a etichette di comodo. Le note ufficiali descrivono “un suono personale e riconoscibile, sospeso tra elettronica, atmosfere cinematiche e tensioni rock”, una definizione che, per una volta, non eccede in marketing e fotografa con precisione l’identità del disco.

L’universo sonoro di ELLE si muove lungo coordinate che potremmo definire Nordic Gothic Pop: elettronica scura, minimalismo atmosferico, pulsazioni che ricordano tanto la scuola islandese quanto certe derive più rituali e ancestrali. Le produzioni di Crolle lavorano per sottrazione, costruendo ambienti più che arrangiamenti; la voce di Lippe, invece, si muove come un corpo vivo dentro questi spazi, oscillando tra confessione, evocazione e un lirismo che non scade mai nel manierismo.

Il disco “parla di soglie interiori e trasformazioni, con un immaginario evocativo ispirato ai paesaggi del Nord Europa e a suggestioni rituali e ancestrali”. È un lavoro che non teme la densità simbolica, ma la dosa con intelligenza; l’oceano del titolo è insieme luogo fisico e metafora psichica, un orizzonte che si apre e si richiude come una respirazione.

Il brano scelto per anticipare l’album, Il Guardiano della Soglia, è una dichiarazione d’intenti, un crescendo lento, quasi processionale, che traduce in musica il confronto con le proprie ombre. La figura del guardiano è liminale, ma anche specchio; la canzone sembra suggerire che la soglia da attraversare non sia esterna, ma interna. È uno dei momenti più cinematografici del disco, e uno dei più riusciti.

I ringraziamenti contenuti nel booklet rivelano un dettaglio fondamentale: Il fuoco dell’oceano è un disco che ha avuto una gestazione lunghissima. “Questo album ha atteso diciannove anni prima di venire alla luce” scrive Lippe, raccontando come idee nate con Stefano Bocconi e Dario Calò siano rimaste sospese fino all’incontro con Crolle, che ha “creato un’autentica magia, quell’alchimia artistica e umana che fiorisce a partire da un incontro di anime affini”. Questa dimensione biografica non è un dettaglio, si percepisce nella cura maniacale dei suoni, nella profondità emotiva dei testi, nella sensazione che ogni brano sia il risultato di un attraversamento, non di un esercizio di stile.

Tra gli otto brani spicca la presenza di “Crudo”, omaggio a Susanna Parigi, “una grande cantautrice scomparsa prematuramente nel 2023”. La scelta non è casuale: Parigi rappresenta una linea cantautorale colta, raffinata, spesso trascurata. ELLE ne offre una versione che ne accentua la dimensione notturna e rituale, integrandola perfettamente nel tessuto sonoro del disco.

Il lavoro tecnico è di livello alto: registrazione e mix sono firmati da Orchidea Productions ed Elena Crolle (novembre 2025), mentre il mastering è di Dario Ravelli (gennaio 2026). Il risultato è un suono definito, pulito, ma non sterilizzato: ogni elemento respira, ogni dettaglio ha spazio.

 

Tracklist

1.   L’attesa

2.   Il Guardiano della Soglia

3.   Distanze

4.   Neve

5.   Ciliegie

6.   Crudo (cover di Susanna Parigi)

7.   Sonia e Salvo

8.   Orfeo


Bilancio critico

Il fuoco dell’oceano è un esordio che colpisce per coerenza estetica e profondità emotiva. Non è un disco immediato, né vuole esserlo... chiede attenzione, disponibilità a entrare in un immaginario preciso, lontano tanto dal cantautorato di consumo quanto dall’elettronica da club. Ma proprio in questa scelta risiede la sua forza.

ELLE costruisce un linguaggio che unisce ritualità, introspezione e una cura sonora rara nel panorama italiano contemporaneo. Se questo è solo il primo capitolo, il progetto ha tutte le carte per diventare una delle voci più originali dell’art-pop italiano dei prossimi anni.




1° aprile 1984 – Il padre uccide Marvin Gaye


La morte di Marvin Gaye

La sera del 1° aprile 1984 un’ambulanza si ferma di colpo davanti alla casa dei Gaye, al 2101 di South Grammercy, Los Angeles. Dentro vive il reverendo Marvin Sr., figura nota nel quartiere per le sue prediche e per essere il padre di Marvin Gaye. I paramedici entrano di corsa e si trovano davanti a un’immagine che li blocca: Marvin è riverso sul pavimento, il corpo in una pozza di sangue. Poco distante, il padre è seduto con la testa tra le mani e ripete, come se non riuscisse a fermarsi: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…».

Quando arriva la polizia non oppone resistenza. Ammette di aver sparato un solo colpo, dritto al cuore, con la pistola che il figlio gli aveva regalato pochi giorni prima. Sostiene di aver agito per salvarsi, convinto che Marvin – sconvolto dalla droga – stesse per aggredirlo. I giudici accoglieranno solo in parte questa versione e lo condanneranno a cinque anni di carcere. Così, alla vigilia dei quarantacinque anni, si chiudono la vita e la carriera di uno dei più grandi interpreti della musica nera del Novecento.

Da tempo Marvin viveva in un equilibrio fragile, segnato da depressioni ricorrenti e da un dolore mai davvero superato: la morte di Tammi Terrell, la partner artistica crollata tra le sue braccia nel 1969. Dopo quella perdita la sua musica aveva cambiato tono, diventando più inquieta, più profonda. Negli anni Settanta era stato celebrato come uno dei solisti più influenti della scena soul e rock, capace di reinventarsi senza perdere il favore del pubblico. Ma l’inizio del decennio successivo aveva portato con sé una spirale di dipendenze, relazioni complicate, delusioni che sembravano non dargli tregua.

Qualche mese prima della tragedia era tornato a vivere dai genitori, in cerca di un appiglio. I vicini ricordano discussioni frequenti con il padre, predicatore severo che lo rimproverava di essere un cattivo esempio per i giovani. Eppure, proprio a quel padre Marvin aveva regalato l’arma che lo avrebbe ucciso.

C’è chi ha letto in quel gesto una sorta di presagio. David Ritz, autore di una biografia molto accurata, scrive che Marvin sapeva perfettamente cosa stesse facendo: «Credo che quel regalo fosse del tutto intenzionale… voleva morire». Solo quattro giorni prima, infatti, si era lanciato fuori da un’auto in corsa su una freeway di Los Angeles.






martedì 31 marzo 2026

Nick Drake, "Solid Air": un ritratto dipinto dal fumo e dalla preoccupazione



La cronaca dell'amicizia silenziosa tra 

Nick Drake e John Martyn


Nonostante il suo isolamento, Nick Drake ebbe un legame profondo con il chitarrista John Martyn. La loro era un'amicizia fatta di contrasti: Martyn era esuberante, rumoroso e passionale; Drake era diafano e silenzioso. Martyn fu uno dei pochi a testimoniare il lento scivolamento di Nick verso una realtà parallela, un'oscurità che definì come "aria solida".

La canzone Solid Air, scritta da Martyn per l'amico, rimane uno dei ritratti psicologici più lucidi della storia del rock. Martyn raccontava di pomeriggi passati insieme in cui Nick non proferiva parola, limitandosi a fissare un punto nel vuoto per ore. Martyn cercava di "scuoterlo" attraverso la musica, ma si rendeva conto che Nick stava diventando intangibile, come se vivesse in una dimensione densa e impenetrabile. Quell'aneddoto di due geni seduti in una stanza in totale silenzio rimane l'immagine più potente della fragilità di Drake e della devozione di chi cercò, invano, di salvarlo.