mercoledì 7 ottobre 2026

Auguri ad Alvaro Fella, voce leggendaria del Progressive Italiano, tra passato e sperimentazione

 

Oggi, 7 ottobre, è il compleanno di Alvaro Fella, una figura centrale e di spicco nel panorama musicale italiano. Noto per essere il carismatico cantautore e frontman della storica band di Rock Progressivo Italiano dei Jumbo, Fella è un artista la cui carriera non si è mai fermata, evolvendo con coraggio tra tradizione e nuove frontiere tecnologiche.

La sua eredità musicale è cementata dalla trilogia di album dei Jumbo nei primi anni '70: Jumbo (1972), DNA (1972) e Vietato ai minori di 18 anni? (1973). Fella ha saputo infondere contenuti sociali e una rara intensità emotiva, utilizzando la sua voce straordinaria per veicolare testi impegnati e attuali, distinguendosi nettamente nel panorama progressivo dell'epoca.

Il mio legame con Alvaro è profondo e personale. Avendo avuto il privilegio di intervistarlo più volte, ho sempre ammirato la sua inesauribile passione e lucidità nel narrare un'epoca cruciale della musica italiana. Proprio attraverso i suoi racconti, ho scoperto l'importanza storica di una serata in particolare: quella del 22 agosto 1972 al Teatro Alcione di Genova, in cui i Genesis, allora poco conosciuti, furono affiancati sul palco dagli Osanna e dai suoi Jumbo.

PER SAPERNE DI PIU' SU ALVARO FELLA-INTERVISTA

La prova più lampante della sua modernità e del suo spirito avanguardista è un progetto recentissimo di cui sono stato intermediario, un vero e proprio esperimento musicale che ha unito due mondi distanti.

In questa iniziativa, Alvaro Fella ha prestato la sua inconfondibile voce a un brano la cui musica era stata interamente composta da Gerd Weyhing utilizzando l'intelligenza artificiale per creare un'autentica melodia in stile Rock Progressivo degli anni Settanta.

LINK ALL'ARTICOLO E ASCOLTO DEL BRANO

Questo progetto non solo dimostra che Fella è un artista libero da preconcetti, ma sottolinea come la sua interpretazione unica sia in grado di dare anima e spessore persino a una composizione generata da algoritmi. È un ponte audace che collega il meglio del passato analogico con il futuro digitale della musica, seppur discutibile e imprevedibile negli sviluppi.

Fella è, a tutti gli effetti, un pioniere: lo fu negli anni '70 con la sua musica di contenuto, e lo è oggi, abbracciando la sperimentazione tecnologica. La sua carriera è un esempio di come l'arte, quando è autentica, superi le barriere temporali.

Tanti auguri di buon compleanno Alvaro!





Pink Floyd a Pompei


The Pink Floyd
Pompei, 4-7-ottobre 1971
Tratto dal libro"Io C'ero", di Mark Paytress


I Pink Floyd sono sempre stati il meno appariscente fra i gruppi progressive.

Già nel 1966, quando erano in procinto di abbandonare il R&B in favore del nuovo suono psichedelico, i quattro timidi ragazzi amavano nascondersi dietro le frangette e le luci caleidoscopiche del palco. Nel 1971, uscito da tempo di scena Syd Barrett, il compositore più prolifico del gruppo, quest’attitudine elusiva non era ancora venuta meno. Stavolta però erano montagne di modernissime apparecchiature a celarli alle platee. Infine, nell’autunno di quell’anno, il progetto di un vero e proprio fil musicale li indusse a rinunciare del tutto alla presenza del pubblico.
L’idea era quella di riprendere un concerto, ma senza la situazione di contorno tipica di un teatro o di un college. Così, su suggerimento del regista Adrian Maben, i quattro si trasferirono in un anfiteatro fra le rovine di Pompei, un’ambientazione perfetta per i loro lunghi brani, quasi del tutto strumentali . Mentre vapori e acque calde sgorgavano dal Vesuvio, i paesaggi sonori del gruppo si dipanavano con l’epica maestosità di piccole sinfonie post psichedeliche come “ Echoes” e “Sacerful of Secrets”.

“Il fatto che fosse girato in esterni e con immagini un po’ sgranate, compensò ampiamente l’assenza di pubblico. Era un posto straordinario, battuto dal vento, ma non sentimmo su di noi il peso della storia. Quando arrivammo con le apparecchiature non ci vennero in mente cose del tipo :” Ecco, mille anni dopo, invece dei leoni e dei cristiani , ci sono i Pink Floyd”. Ci sembrò più che altro un posto interessante. Ci rendemmo davvero conto dove eravamo quando, lasciato l’anfiteatro, visitammo le rovine intorno. La cosa più importante è che si tratta di una performance sorprendentemente buona, anche riascoltata dopo tanti anni. Era un periodo molto produttivo, forse il più produttivo nella storia del gruppo”.
Nick Mason, 2005.







martedì 6 ottobre 2026

L'ultimo assolo: ricordando Eddie Van Halen mancato il 6 ottobre 2020

 


Il 6 ottobre 2020 ci lasciava Eddie Van Halen, chitarrista e co-fondatore della band Van Halen. La sua scomparsa è avvenuta all'età di 65 anni, dopo aver combattuto a lungo contro il cancro.

Eddie Van Halen è stato un rivoluzionario in ambito musicale. È universalmente riconosciuto per aver ridefinito il modo di suonare la chitarra elettrica, introducendo tecniche e suoni che hanno cambiato per sempre il rock and roll.

La sua tecnica più iconica è senza dubbio il "tapping" (suonare le corde con entrambe le mani sulla tastiera), resa celebre dal capolavoro strumentale "Eruption" (1978). Quella breve, folgorante traccia divenne un vero e proprio manifesto, spingendo innumerevoli chitarristi a imparare e imitare il suo stile frenetico e innovativo.

Oltre alla tecnica, Eddie era un ingegnere del suono autodidatta. Non soddisfatto degli strumenti disponibili, creò la sua chitarra iconica, la "Frankenstrat", assemblando componenti di diverse marche per ottenere il suono aggressivo e personale che desiderava. Questo approccio pionieristico al modding degli strumenti e degli amplificatori è parte integrante del suo lascito.

Insieme al fratello Alex alla batteria, Eddie fondò i Van Halen nel 1972, una band che dominò le classifiche per decenni. Con il carismatico frontman David Lee Roth, la band sfornò successi intramontabili che spaziano dall'hard rock energico a inni pop più orecchiabili:

L’impatto di Eddie non si limitò solo ai brani della band. Celebre fu il suo contributo all'album Thriller di Michael Jackson, dove l'assolo di chitarra in "Beat It" aggiunse un tocco di rock incisivo a un brano pop, dimostrando la sua versatilità e il suo tocco inconfondibile.

Il suo stile, un misto inconfondibile di tecnica fulminea e pura gioia, non è svanito con l'ultimo accordo. È rimasto impresso nel DNA stesso del rock, un modello sonoro che le future generazioni non potranno ignorare.






Il Rock ironico di Ivan Graziani: ottantun'anni dalla nascita del "Chitarrista"

 


Lunedì 6 ottobre, Ivan Graziani (1945-1997) avrebbe spento ottantuno candeline. Ricordiamo il chitarrista abruzzese che ha unito la sensibilità del cantautore alla potenza del rock, lasciandoci ballate come "Lugano Addio" e l'indimenticabile preghiera laica "Il chitarrista"

 

Era il 6 ottobre quando l’Italia avrebbe dovuto festeggiare il compleanno di un artista atipico, un cantautore rock con il gilet di pelle, la chitarra in spalla e la matita in tasca: Ivan Graziani.

Nato a Teramo, Ivan fu l'anello di congiunzione perfetto tra la canzone d'autore più introspettiva e l'aggressività del rock. Non dipendeva dai modelli anglosassoni, ma li assorbiva per dar vita a uno stile totalmente originale, fatto di liriche surreali, ritratti provinciali e assoli elettrici taglienti.

Ivan Graziani è stato, per molti, il primo vero cantautore rock italiano. Era il chitarrista, l'uomo che non aveva paura di salire sul palco del Club Tenco o di Sanremo brandendo una chitarra distorta. Il suo virtuosismo era sempre al servizio della storia che stava raccontando, non un esercizio sterile.

Questa sintesi di talento tecnico e narrativa si cristallizza in canzoni come "Pigro" (1978), la fotografia sferzante e autoironica di un carattere pigro e malinconico, un vero inno generazionale.

Ma l'essenza di Graziani è forse racchiusa nel capolavoro "Il chitarrista" (1983). Il verso che recita: "Signore è stata una svista / Abbi un occhio di riguardo / per il tuo chitarrista" è diventato un'autentica citazione di culto, una preghiera laica e ironica di chi vive sull'orlo tra talento e sfortuna.

Ivan era anche un disegnatore e un grafico di talento (si diplomò in arti grafiche). Questa doppia anima, tra le corde e il pennello, lo rendeva un narratore visivo che disegnava i suoi personaggi – Agnese, Monna Lisa, Paolina – con pochi tratti essenziali e vividi.

Ivan Graziani ci lasciò prematuramente il 1° gennaio 1997, a soli 51 anni. Ma non se ne andò a mani vuote: per sua volontà, fu seppellito con la sua inseparabile chitarra Gibson (che chiamava "mamma chitarra") e il suo iconico gilet di pelle.

Oggi, ventotto anni dopo la sua scomparsa e in occasione del suo ottantesimo compleanno mancato, il suo rock "d'autore e d'errore" continua a influenzare nuove generazioni. La sua musica resta un esempio di come si possa fare vero rock in italiano senza perdere poesia, ironia e un pizzico di geniale follia.





lunedì 5 ottobre 2026

King Crimson: il 5 ottobre del 1974 usciva "Red", il settimo album in studio dei King Crimson, ultimo dei seventies

 


L’album RED è l'ultimo LP a nome "King Crimson" uscito negli anni Settanta (esclusi raccolte e dischi live). Viene spesso considerato dalla critica uno dei più grandi capolavori del rock progressivo.


Lunedì 1° luglio 1974 i King Crimson tengono il loro ultimo concerto americano a Central Park. Giovedì 4 Robert Fripp rientra a Londra in solitudine e il lunedì successivo il resto della band lo raggiunge agli Olympic Studios per iniziare le registrazioni di “RED”.

L’atmosfera è quella di un gruppo di separati in casa, con David Cross già licenziato all’unanimità eppur presente in “Providence”, e con lo stesso Fripp che annuncia la lavorazione in corso e la volontà di sciogliere la band.

Quest'ultima formazione dei King Crimson ha realizzato uno dei loro lavori più belli, "Red", poco prima di cadere a pezzi. Dopo cinque anni di musica sperimentale tra le più sorprendenti, dal loro straordinario debutto nel 1969 in poi, lungo diversi cambi di linea, i King Crimson morirono di morte improvvisa. In realtà, i King Crimson non sono mai stati un vero gruppo, ma un continuo processo musicale creativo realizzato da una delle menti musicali più brillanti, complesse e raffinate di sempre, Robert Fripp.

Accaddero molte cose prima di arrivare a questa decisione.

Alla fine del 1972 al batterista degli Yes, Bill Bruford, fu chiesto di unirsi a una nuova versione dei King Crimson, dopo che la prima formazione aveva perso il suo spirito. In due anni, il nuovo quintetto dei King Crimson si sviluppò molto rapidamente, e furono realizzati tre album, furono suonati molti concerti e due membri, il percussionista Jamie Muir e il violinista David Cross lasciarono il gruppo. Sebbene Cross abbia avuto un ruolo nella creazione di "Red", l'album è stato ufficialmente pubblicato dal trio Fripp, Bruford e Wetton, come si evince chiaramente dalla copertina. "Red" si è rivelato l'ultimo album in studio dei King Crimson degli anni '70 e sembra essere il preferito di molti fans.

Qualche nota di commento restando in superficie…

La title track apre l'album, ed è quanto di più tipico si possa sperare per questa versione dei King Crimson: un riff iniziale semplice ma potente, che porta avanti la traccia fino in fondo.

"Fallen Angel" presenta una forte linea vocale con il mellotron mixato, mentre il ritornello è molto più pesante ed elettrico.

"One More Red Nightmare" è un altro ottimo esempio di come Fripp abbia potuto usare un trame molto semplice per creare un brano di rock progressivo. L'album contiene anche un pezzo di nove minuti costituito da suoni e rumori apparentemente casuali in "Providence". Tuttavia, tutto passa in secondo piano poiché è in arrivo, forse, la più grande canzone dei King Crimson mai realizzata, "Starless". Pezzo di dodici minuti, è probabilmente la canzone definitiva dei King Crimson in quanto riesce a presentare ogni lato caratteristico del suono e della personalità della band. Inizia come una lenta e meravigliosa ballata intrisa di mellotron con un bellissimo tema principale. Si passa poi a una parte strumentale disarmonica che diventa via via più intensa prima di essere alleggerita da una potente jam in cui Wetton dimostra davvero quanto sia bravo al basso. Ma il vero climax non appare prima della fine, dove si ritorna al tema di apertura della canzone, ma “amplificato” da tutta l’azione della band, un suono maestoso e potente che da solo rende l'album degno di essere ascoltato.

"Red" è considerato uno degli album più importanti nella storia della musica rock progressiva, audace, innovativo, emozionante, un vero e proprio punto di riferimento per il prog.

Ascoltiamolo…


Lato A

Red – 6:20 (musica: Robert Fripp)

Fallen Angel – 6:00 (musica: Robert Fripp, John Wetton)

One More Red Nightmare – 7:04 (musica: Robert Fripp, John Wetton)

Durata totale: 19:24

 

Lato B

Providence – 8:08 (musica: David Cross, Robert Fripp, John Wetton, Bill Bruford)

Starless – 12:18 (musica: David Cross, Robert Fripp, John Wetton, Bill Bruford)




Elton John-"Goodbye Yellow Brick Road"


Elton John-"Goodbye Yellow Brick Road"

Ottobre 1973


Goodbye Yellow Brick Road: un album controverso

 

“Goodbye Yellow Brick Road” è il nono album di Elton John, pubblicato il 5 ottobre 1973.

È considerato da molti il capolavoro assoluto di Elton John. Un doppio album che rappresenta un punto di svolta nella carriera dell'artista britannico, segnando l'apice della sua creatività e popolarità.

Il disco è un vero e proprio viaggio musicale, ricco di sfumature e contraddizioni. Da un lato, troviamo brani allegri e spensierati, come "Bennie and the Jets" e "Saturday Night's Alright for Fighting", che hanno contribuito a rendere Elton John una vera e propria icona pop. Dall'altro, emergono canzoni più introspettive e malinconiche, come "Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding" e "Harmony", che rivelano un lato più profondo e complesso dell'artista.

La produzione di "Goodbye Yellow Brick Road" è sontuosa e ambiziosa, con arrangiamenti orchestrali ricchi e complessi che conferiscono all'album un'atmosfera grandiosa e cinematografica. L'uso del pianoforte, marchio di fabbrica di Elton John, è magistrale, mentre le liriche, spesso poetiche e evocative, esplorano temi universali come l'amore, la perdita, la nostalgia e la ricerca di sé stessi.

Nonostante il successo commerciale e di critica, "Goodbye Yellow Brick Road" non è stato esente da controversie. Alcuni critici hanno sottolineato la lunghezza eccessiva del disco e la presenza di brani meno ispirati. Altri hanno evidenziato un certo eccesso di sentimentalismo e di melodramma.

Resta in ogni caso un'opera fondamentale nella storia della musica pop, capace di proporre una varietà di stili e di emozioni che rendono l’ascolto avvincente e mai banale.

Le canzoni di "Goodbye Yellow Brick Road", i cui testi sono da attribuire a Bernie Taupin, rivelano un lato più profondo e complesso di Elton John, che va oltre l'immagine di superstar.

L’album resterà in vetta alle charts americane per otto settimane, viaggiando per un periodo ancor più lungo in zona podio praticamente in tutti i paesi di area anglofona (in Australia, addirittura, è tuttora l’album più venduto di tutti i tempi).

A fare la differenza, forse, la capacità interpretativa di Elton, in un momento che si pone come apice della sua stagione migliore, prima di una lunga e sdolcinata decadenza pop.

Ascoltiamolo…

Elton e Bernie

Tracce

Tutte le canzoni dell'album sono firmate John/Taupin (tranne Jamaica Jerk-Off, firmata scherzosamente Reggae Dwight/Toots Taupin, per la chiara corrente musicale). 

Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding – 11:08

Candle in the Wind – 3:50

Bennie & The Jets – 5:23

Goodbye Yellow Brick Road – 3:13

This Song Has No Title – 2:23

Grey Seal – 4:00

Jamaica Jerk-Off – 3:38

I've Seen That Movie Too – 5:58

Sweet Painted Lady – 3:54

The Ballad of Danny Bailey (1909-34) – 4:23

Dirty Little Girl – 5:01

All the Girls Love Alice – 5:09

Your Sister Can't Twist (But She Can Rock n'Roll) – 2:42

Saturday Night's Alright (For Fighting) – 4:53

Roy Rogers – 4:08

Social Disease – 3:43

Harmony – 2:46



domenica 4 ottobre 2026

Ricordando Janis Joplin


"Non vendere te stesso.Tu sei tutto ciò che hai" 
(Janis Joplin)

Il 4 ottobre del 1970 ci lasciava prematuramente Janis Joplin: sono quindi passati 56 anni, ma la sua immagine, quella che la disegna come artista maledetta, è ancora nitida e potente.

Per ricordarla ho recuperato una biografia sintetica che aiuta ad inquadrarla…

Janis Joplin fu uno dei grandi miti degli anni '60, situazione alimentata ancor più dopo la sua morte.
E` uno dei casi in cui vita e arte si confondono ed è difficile giudicare l'una senza tener conto dell'altra. Fu senza dubbio una grande cantante, dotata di una voce che è rimasta uno degli archetipi del canto blues. Fu invece una pessima musicista, incapace di scrivere brani memorabili e limitata a eseguire cover d'autore.
Janis Joplin fu fedele nello spirito, travagliato e disperato, nel destino, emarginato e fatale, e nel canto, vibrante e passionale, ai grandi bluesman del Delta: "un incrocio fra una locomotiva a vapore, Calamity Jane, Bessie Smith, una trivella e un liquore disgustoso", com'ebbe a dire un critico del tempo.

Janis Joplin era nata in Texas e aveva avuto un'adolescenza turbolenta, nonostante fosse di famiglia abbiente. Nel 1963 arrivò per la prima volta a San Francisco e cominciò a esibirsi nei club alternativi. Nel 1966, nel pieno dell'era hippy, trovò impiego in pianta stabile come cantante dei Big Brother & The Holding Company.
Il loro primo disco, Big Brother & The Holding Co (Mainstream, 1967), orrendamente registrato, diede già la misura del blues-rock del gruppo, ma fu la loro esibizione al festival di Monterey del giugno 1967 ad attirare l'attenzione su quell'indemoniata cantante.
La leggendaria potenza dei loro show venne meglio immortalata sul secondo album, “Cheap Thrills” (CBS, 1968), ora che le chitarre di Sam Andrew e James Gurley erano maturate e fornivano l'adeguato accompagnamento all'istrionismo della cantante.
Joplin era già un personaggio, che sul palco metteva in vista esibizionismo, autocommiserazione e una scandalosa volgarità.

Univa un temperamento emotivo e una personalità insicura, una disastrosa vita sentimentale, una precoce assuefazione agli stupefacenti, alcoolismo da angoscia e solitudine. Sfogava le sue nevrosi nei concerti. Davanti al pubblico le sue terribili tensioni esplodevano. La sua voce roca, deteriorata dall'alcool e dal fumo, strillava con forza disumana e bisbigliava con tenerezza struggente. Più che "cantare", Joplin gemeva, rantolava, delirava. Ogni canzone era un rituale di autodistruzione in cui Joplin elargiva tutte le proprie forze.
Al termine di un concerto disse che si sentiva come se avesse fatto l'amore con migliaia di persone e fosse tornata a casa sola.
In "Pieces Of My Heart" sembra veramente che le stiano strappando il cuore quando grida sgolata "... take another little piece of my heart".
La lunga, strascicata litania di "Ball And Chain" (il classico di Big Mama Thornton) divenne un po' la metafora della sua vita.

Lasciati i Big Brother, Janis Joplin incise poi "I Got Dem Ol' Kozmic Blues” (1969), un disco molto meno spontaneo.
Joplin sembra volersi inventare una nuova carriera come cantante soul, ma riesce sempre meglio in blues tormentati come “Try” (ancora di Ragovoy).
Era già arrivata al capolinea. I suoi atteggiamenti da primadonna irritavano tutti.
Si stava disintossicando ma nell'ottobre del 1970 ebbe una ricaduta che le fu fatale: morì sola in una camera d'albergo di Hollywood.

I discografici misero insieme le ultime registrazioni e pubblicarono "Pearl "(1970), che è il suo album più maturo. Invece della strega oltraggiosa Joplin si rivela una creatura vulnerabile, che si esprime nei blues melodrammatici di "Half Moon", "Move Over", "Cry Baby", "My Baby" e "Get It While You Can" (le ultime tre ancora di Ragovoy), sposando la propria ruggente voce ora a un boogie da saloon e ora a un gospel accorato.

E finisce per commuovere quando canta a cappella "Mercedes Benz", senza sapere che la ascolteranno come un requiem.
Joplin, più che uno stile, impose un personaggio emblematico di quella generazione disperata di ragazzi scappati da casa per cercare un mondo migliore, e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.per cercare un mondo migliore e, dopo estenuanti torture, fucilati dalla realtà.




sabato 3 ottobre 2026

3 ottobre 1954: nasce Stevie Ray Vaughan, il Texas tornado del blues


Il 3 ottobre 1954, a Dallas, Texas, nasceva Stevie Ray Vaughan, uno dei chitarristi più incendiari e influenti della storia del blues moderno. Con la sua Stratocaster tra le mani e l’anima intrisa di soul, Vaughan avrebbe ridefinito il linguaggio della chitarra elettrica, fondendo il blues più viscerale con l’energia del rock e la raffinatezza del jazz.

Cresciuto in una famiglia dove la musica era pane quotidiano — il fratello maggiore Jimmie Vaughan era già un chitarrista affermato — Stevie Ray si avvicinò alla chitarra da bambino, imitando i grandi del blues come Albert King, Buddy Guy e B.B. King. Ma fu Jimi Hendrix a segnare la svolta: Vaughan ne assorbì lo spirito, la teatralità, la furia creativa.

Negli anni ’70, tra club fumosi e jam notturne, Stevie Ray affinò uno stile unico: tecnica vertiginosa, feeling profondo, e un suono che sembrava graffiare l’anima.

Nel 1983, con la sua band Double Trouble, pubblicò Texas Flood, un album che fece tremare le fondamenta del blues. Brani come “Pride and Joy” e “Love Struck Baby” mostrarono al mondo che il blues non era morto — anzi, poteva essere giovane, feroce e sexy.

Il suo stile era un mix esplosivo: il fraseggio blues tradizionale, la potenza del rock, la sensibilità jazzistica. E tutto questo, senza mai perdere il contatto con le radici.

Stevie Ray Vaughan: fu un ponte tra generazioni, tra il blues delle origini e il rock contemporaneo. Collaborò con David Bowie (memorabile il suo assolo in “Let’s Dance”), con Jeff Beck, e con il fratello Jimmie in Family Style, pubblicato poco dopo la sua morte.

Morì tragicamente il 27 agosto 1990 in un incidente in elicottero, a soli 35 anni. Ma il suo impatto è eterno: ogni chitarrista blues moderno, da John Mayer a Joe Bonamassa, porta con sé un frammento del suo spirito.

Ogni 3 ottobre, gli appassionati di musica celebrano la nascita di un artista che ha reso il blues di nuovo giovane, che ha suonato come se ogni nota fosse l’ultima, e che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della chitarra.







Keith Emerson: era il 3 ottobre del 2010

Il 7 marzo 2021 ho scoperto che avevo, da anni, comunicazioni nella casella spam di facebook, alcune meritevoli di attenzione. Per l’esattezza è mio figlio l’artefice del ritrovamento.

Quella di cui voglio scrivere è datata 3 ottobre 2010 ed è di un certo… Keith Emerson!

Era diretta ai fans, non a me personalmente - che lo avrei intervistato solo successivamente -, ma è la testimonianza di un momento difficile da lui vissuto, con un racconto dettagliato e personale molto toccante e inusuale nella sua chiarezza.

Ecco il suo pensiero:

Vorrei ringraziare tutti i sostenitori che mi hanno scritto durante il mio recente ricovero. Vorrei anche ringraziare i medici, i chirurghi e gli infermieri della London Clinic, nonché le persone che hanno donato il sangue. A questo punto chiederei una preghiera per tutti gli ammalati meno fortunati di me.

Per ricapitolare, tutto è iniziato durante una routine medica che includeva un'endoscopia, una risonanza magnetica, esami del sangue che si sono rivelati OK. Alla fine, il mio medico ha controllato le mie cartelle cliniche precedenti. "Vedo che sono passati più di cinque anni dalla tua ultima colonoscopia. Per essere al sicuro è tempo di farne un'altra". Quel test ha causato preoccupazione per la scoperta di un pericoloso polipo situato nel mio colon. È stato deciso che avrei dovuto rimuoverlo immediatamente per poi procedere all'analisi. Ciò ha comportato un intervento laparoscopico e un'incisione di due pollici (5 cm) nel mio stomaco per rimuovere circa due pollici del colon a cui era attaccato. Tuttavia, l'operazione si è presentata più seria di quanto chiunque si sarebbe aspettato. Una vasta sezione del mio colon inferiore era affetta da una malattia diverticolare con un numero significativo di diverticoli e tutto doveva venire estratto: quasi un piede e mezzo (45 cm)! Quando mi sono riavuto dall'anestesia, ho scoperto che avevo subìto un taglio dall'estremità inferiore della gabbia toracica fino alla regione pubica, e ciò che avevano asportato era ora in laboratorio per analizzarlo. Sarebbe passata una settimana prima di conoscere i risultati. Nel frattempo, mentre giacevo sperando di potermi riprendere, internamente sanguinavo molto. La decisione iniziale è stata quella di aspettare e vedere se le due parti del colon sano si erano legate con successo e l'emorragia si sarebbe fermata. Non è stato così. Dopo due trasfusioni di sangue più tardi, alle 23:00, mi è stato detto che non avevo altra scelta che essere immediatamente riportato in sala operatoria.

Ho davvero pensato che fosse finita. Non avevo tempo per dirlo ad amici o familiari.

Il resto dei ricordi è un po’ sfuocato tranne il ricordo di un chirurgo che mi ha detto, il giorno dopo, che aveva ricucito con successo le due parti del colon e fermato il vaso sanguigno che zampillava. Ovviamente rimanevo dubbioso e quasi in preda al panico se sentivo che stavo per starnutire, come lo sono ancora. Pochi giorni dopo sono arrivati i risultati del laboratorio. Per fortuna, il polipo non era maligno. Questa esperienza mi ha fatto capire l'importanza di avere uno screening del colon e di donare il sangue.

Dopo due settimane in ospedale, mi sto riprendendo nel Sussex dopo che medici e chirurghi mi hanno detto che ci vorrà del tempo prima che riacquisti le forze. Sono molto grato a Mari per il suo amore e attenzione, alla mia famiglia e a Greg Lake per la sua vicinanza e il suo sostegno.

Keith Emerson

3 ottobre 2010

 




venerdì 2 ottobre 2026

Il compleanno di Philip Oakey (The Human League)

 


Nel giorno del suo compleanno, ricordiamo un cantante e pioniere del synth-pop… Tanti auguri Philip Oakey!


Il 2 ottobre ricorre il compleanno di Philip Oakey, l'enigmatico frontman e co-fondatore dei The Human League, una band che ha scolpito il proprio nome nella storia della musica pop con un suono distintivo e un'estetica inconfondibile.

Nato a Hinckley, Leicestershire, nel 1955, Oakey non era inizialmente destinato a una carriera musicale, ma il suo impatto sul panorama sonoro degli anni '80 e oltre è innegabile.

Fin dalla loro formazione a Sheffield nel 1977, i The Human League si sono distinti per la loro audace sperimentazione elettronica. In un'epoca dominata dal punk e dal rock, Oakey e la sua band hanno abbracciato i sintetizzatori con una visione futuristica, creando melodie che erano al tempo stesso innovative e irresistibilmente pop. Il loro primo singolo, "Being Boiled" (1978), pur non ottenendo un successo immediato, era un manifesto del loro approccio, che vedeva la composizione musicale come un'estensione della logica e dell'ispirazione, piuttosto che della formazione musicale tradizionale.

La svolta epocale arrivò nel 1981 con l'album Dare. Questo capolavoro, trainato dal successo planetario di "Don't You Want Me", non solo proiettò i Human League nell'olimpo delle stelle internazionali, ma definì anche il suono del synth-pop per un'intera generazione. L'introduzione delle due giovani coriste, Joanne Catherall e Susan Ann Sulley, scoperte da Oakey in un club di Sheffield, non fu una mera aggiunta vocale, ma un elemento cruciale che conferì alla band un'identità visiva e sonora unica, unendo le voci femminili alle melodie sintetiche e al baritono profondo e carismatico di Oakey.

"Don't You Want Me" divenne un fenomeno culturale, raggiungendo la vetta delle classifiche sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti e vendendo milioni di copie. Ma il contributo di Oakey non si limitò a questo singolo iconico. La sua capacità di scrittura, che esplorava temi di amore, perdita e complessità delle relazioni umane, maturò nel tempo, mantenendo sempre una profonda comprensione del potere della melodia e dell'atmosfera.

Oltre al lavoro con i The Human League, Philip Oakey ha intrapreso una carriera solista di successo, la più celebre delle sue collaborazioni è indubbiamente quella con il leggendario produttore Giorgio Moroder. Il singolo "Together in Electric Dreams" (1984), tema del film "Electric Dreams", divenne un altro successo mondiale, consolidando la sua reputazione come icona della musica elettronica.

L'impatto di Philip Oakey e dei The Human League va ben oltre le vendite di dischi. Hanno ispirato innumerevoli artisti e band, dimostrando che era possibile raggiungere il successo commerciale senza l'uso di chitarre o batterie tradizionali, e che la musica elettronica poteva essere emotiva e di massa. La loro estetica audace, dai tagli di capelli all'immagine complessiva, ha influenzato la moda e la cultura popolare degli anni '80, rendendo Oakey una figura riconoscibile e iconica.

Ancora oggi, Philip Oakey continua a registrare e a esibirsi con i The Human League, mantenendo viva l'eredità di una band che ha saputo evolversi rimanendo fedele ai propri principi. La sua voce distintiva e la sua visione artistica hanno contribuito a plasmare il paesaggio musicale moderno, lasciando un'impronta indelebile che continua a risuonare.





giovedì 1 ottobre 2026

Tony Pagliuca: auguri al Maestro

 


Compie gli anni Tony Pagliuca, uno dei tastieristi più influenti e iconici del panorama progressive rock italiano.

Nato a Pescara il 1° ottobre del 1946, Pagliuca è noto soprattutto per essere stato uno dei pilastri storici de Le Orme, band che ha segnato in maniera indelebile gli anni '70 e successivi, portando il progressive rock sinfonico a un vasto pubblico con album capolavoro come Collage, Uomo di pezza e Felona e Sorona.

La sua carriera musicale inizia già negli anni '60, passando dal beat con gruppi come Gli Hopopi e I Delfini. L'ingresso stabile ne Le Orme nel 1968, in tempo per il successo di Senti l'estate che torna, segna l'inizio di un'era. Pagliuca è stato un pioniere nell'uso dell'organo Hammond e dei sintetizzatori, contribuendo a definire quel suono "prog" italiano ricco di atmosfere, melodia e complessità strutturale.

I suoi arrangiamenti e la sua maestria sulle tastiere hanno creato il tappeto sonoro distintivo che ha reso Le Orme celebri non solo in Italia, ma anche all'estero, in particolare nel Regno Unito dove l'album Felona e Sorona fu pubblicato con testi in inglese.

Dopo aver lasciato Le Orme, Pagliuca ha proseguito con una prolifica carriera solista e con diverse collaborazioni, esplorando nuove vie musicali che spaziano dal rock alla sperimentazione, dimostrando una continua voglia di andare "oltre" i generi stabiliti. La sua musica ha continuato a evolvere, pur mantenendo sempre quella vena poetica e visionaria che lo ha contraddistinto fin dagli esordi.

Che altro aggiungere… un artista la cui arte ha saputo emozionare, far sognare e lasciare un segno indelebile nella storia della musica italiana.

Tanti auguri, Maestro!






mercoledì 30 settembre 2026

Quando il peso diventa storia: dalla casa rosa di Woodstock allo studio milanese dei Dik Dik

 


La strada, il peso, la voce The Weight e Eleonora credi tra racconto e interpretazione


Nel 1968 i The Band pubblicano The Weight, brano nato nella casa rosa di West Saugerties, vicino a Woodstock, dove il gruppo viveva e suonava con Bob Dylan. È un pezzo che arriva in un’America ancora intrisa di controcultura, ma con un suono diverso: niente psichedelia, solo radici, armonie corali e un’aria da romanzo di frontiera. Il singolo non sfonda subito (numero 63 negli USA), ma diventa negli anni uno dei simboli della musica americana, fino a entrare nella lista delle 500 migliori canzoni di sempre di Rolling Stone (posizione 41).

La storia è quella di un viaggiatore che arriva a Nazareth, Pennsylvania, e si ritrova addosso i pesi degli altri: favori, richieste, personaggi bizzarri. Robbie Robertson si ispira a persone reali e ai film di Luis Buñuel, dove “è impossibile essere completamente buoni”. Il risultato è un racconto biblico e terreno insieme, con un ritornello che è già proverbio: Take a load off, Fanny… and you put the load right on me.

 

Nel 1969 i Dik Dik intercettano il potenziale del brano e ne realizzano la versione italiana: Eleonora credi. È una delle tante operazioni di “traduzione culturale” che il gruppo milanese porta avanti negli anni Sessanta, trasformando brani americani o inglesi in canzoni italiane con un’identità propria. Ovviamente c’è lo zampino di Mogol. La loro Eleonora credi non è una copia, ma una reinterpretazione narrativa che prende l’idea del peso, del viaggio e delle responsabilità, ma la porta dentro un linguaggio più diretto, più melodico, più vicino alla sensibilità italiana dell’epoca.

Il testo italiano non riproduce la struttura episodica di Robertson, la semplifica, la rende più lineare, più sentimentale. Dove The Weight è un pellegrinaggio pieno di figure simboliche, Eleonora credi diventa un dialogo, un incoraggiamento, un racconto di fiducia. Eppure, il nucleo rimane: qualcuno porta un peso, qualcuno cerca un appoggio, qualcuno chiede di credere.

Due canzoni che parlano di pesi, di strade e di persone, una nata in una casa rosa vicino a Woodstock, l’altra sbocciata in uno studio milanese. E il bello è che entrambe, in modi diversi, continuano a camminare con noi. 






martedì 29 settembre 2026

In viaggio tra le pagine e il rock: "Songs From Rock'n'Roll Shit" di The Sidewalk Philosophers e Luca Vitali

 


Il rock, quando scende dai grandi palchi patinati e si mescola alla polvere delle strade di provincia, trova spesso la sua dimensione più sincera. Succede così che le storie si incrocino nei luoghi più inaspettati, magari durante una festa di paese, tra un accordo di chitarra e il brusio della gente. L'aneddoto risale ad appena una settimana fa: mentre ero sul palco con il mio gruppo, mi sono ritrovato "obbligato" a parlare per perdere tempo prezioso, giusto il tempo necessario a un collega per rimettere in sesto una chitarra che faceva le bizze. Per riempire quei minuti ho iniziato a divagare, raccontando come quella formazione fosse nata quasi per gioco, in origine solo per accompagnare con un set acustico le presentazioni del mio libro dedicato a Woodstock. Da quel nucleo iniziale, basato su pochi pezzi, il progetto si è evoluto nel tempo fino a crescere, strutturarsi e reggersi interamente in piedi da solo. In mezzo al pubblico di Spigno Monferrato c'era Luca Vitali, di Parma, che, ascoltando quelle parole, si è riconosciuto in un percorso per molti versi affine, avvicinandosi a fine concerto per condividere la sua esperienza. Da quell'incontro fortuito emerge un progetto che merita di essere conosciuto, un'opera duplice che unisce letteratura e musica attraverso coordinate precise. Il punto di partenza è il libro Rock'n'roll Shit / Il Filosofo del Chiaro di Luna, pubblicato da Rossini Editore. L'opera adotta una struttura fluida divisa in brevi capitoli che si susseguono rapidamente, muovendosi tra il romanzo, il diario di viaggio e il saggio. 

Il testo nasce per omaggiare gli Stati Uniti attraverso i suoi paesaggi, la cultura, la fotografia e i locali di musica dal vivo citati, tutti rigorosamente reali. Tra le pagine vengono sfiorati temi sociali come l'immigrazione, il razzismo, la questione dei nativi americani e l'uso delle armi, affiancati da figure leggendarie e storiche meno note al grande pubblico, come l'imperatore degli Stati Uniti, Carlo Camillo Di Rudio e Billy The Kid. Al centro della narrazione vi è il viaggio di un fotografo tra il nord del Messico e gli Stati Uniti, al seguito di una band e in compagnia di un coyote di nome Mexico.

Da questo universo letterario prendono forma i dodici brani originali più uno strumentale (tredici tracce in totale, cantate in inglese) che compongono l'album Songs From Rock'n'Roll Shit, firmato da The Sidewalk Philosophers. Registrato in diversi studi tra Italia, Texas, New Mexico e Pennsylvania, il disco è stato scritto da Ugo Cattabiani, Alessandro Casappa e dallo stesso Luca Vitali, prodotto da Stiv Cantarelli e infine mixato e masterizzato da Chris Peet in Galles. Le sonorità spaziano dal rock'n'roll delle origini alle ballate country polverose, dai blues incalzanti tra Chicago e Austin fino al rock all'ombra dei Crazy Horse e al Tex-Mex.

Il progetto si distingue per una fitta rete di collaborazioni internazionali che coinvolgono voci e musicisti italiani e americani. Tra gli ospiti figurano cantautori come Bob Cheevers, Jono Manson, Marino Severini, Stiv Cantarelli, Ellen River, Edward Abbiati, Graziano Romani e un cameo di Mojo Nixon, oltre a strumentisti di spessore come Mike Brenner alla pedal steel guitar, Sandro Severini, Stefano Intelisano a pianoforte e fisarmonica e Diego Sapignoli alla batteria.

Dal vivo, la proposta si trasforma in uno spettacolo che fonde canzoni, letture e aneddoti, costruendo un ponte ideale tra il west americano e quello padano. La band on stage è formata da Ugo Cattabiani (voce e chitarra), Fabrizio Frabetti (voce e chitarra), Federica Pini (voce solista e cori), Emiliano Bozzi (basso), Armando Splenito (batteria), Christian Pascelupo (tastiere), Andrea Montacchini (armonica e voce) e Luca Vitali nel ruolo di voce narrante. Un percorso che, tra note e capitoli, trasforma il viaggio geografico in una ricerca interiore.

In fondo, che si tratti di raccontare il fango e la magia di Woodstock o le polverose strade solcate dai Sidewalk Philosophers, la sostanza non cambia. La musica e la scrittura restano i mezzi migliori per accorciare le distanze, per trasformare un imprevisto su un palco di provincia in un'occasione di confronto e per ricordarci che, a ben guardare, ogni viaggio - reale o immaginario - è sempre un ritorno a casa.

ASCOLTO DELL'ALBUM






lunedì 28 settembre 2026

“Late for the Sky”, il capolavoro di Jackson Browne compie 52 anni



 “Late for the Sky” è il terzo album di Jackson Browne, pubblicato nel settembre del 1974 per la Asylum

 

Per Jackson Browne il 1974 è l’anno del capolavoro. In lui l’estetica della West Coast trova il proprio poeta, con ancor più intimità e riservatezza rispetto a Neil Young. Dal punto di vista lirico, probabilmente, il disco dell’anno 1974.

Late for the Sky è un progetto che va ben oltre la semplice categoria di "album musicale". È un'esperienza, un viaggio introspettivo nell'animo umano, un'opera che cattura l'essenza della malinconia e della bellezza effimera della vita, e rappresenta un punto di svolta nella sua carriera, consacrando JB come uno dei più importanti cantautori della sua generazione.

La copertina dell'album, ispirata a Magritte, è già di per sé un manifesto: una casa illuminata al crepuscolo, con un'auto parcheggiata di fronte.  Una immagine che sintetizza perfettamente l'atmosfera sospesa e malinconica che pervade tutto il disco. È come se Browne invitasse l’ascoltatore a riflettere sulla fugacità del tempo, sulla bellezza che sfuma e sulle ombre che si allungano.

Le canzoni di Late for the Sky sono vere e proprie poesie in musica, che affrontano temi universali come l'amore, la perdita, la solitudine e la ricerca di un senso. Browne, con la sua voce calda e malinconica, riesce a toccare le corde più profonde dell'animo del fruitore della sua proposta. I suoi testi, ricchi di immagini evocative e di una profonda sensibilità, riflettono le inquietudini e le speranze di un'intera generazione, quella dei figli dei fiori che si trovavano a fare i conti con la dura realtà della vita adulta.

Musicalmente, "Late for the Sky" è un disco impeccabile. Le melodie sono semplici e memorabili, ma al tempo stesso profonde ed evocative. Gli arrangiamenti sono raffinati e mai invadenti, esaltando la bellezza delle canzoni. Ogni strumento ha il suo spazio, contribuendo a creare un'atmosfera intima e coinvolgente.

Non resta che ascoltarlo!

 

Lato A

Late for the Sky – 5:36

Fountain of Sorrow – 6:42

Farther On – 5:17

The Late Show – 5:09 

Lato B

The Road and the Sky – 3:04

For a Dancer – 4:42

Walking Slow – 3:50

Before the Deluge – 6:18