Riflessioni sull'eredità di Ian
Curtis: a 46 anni dalla sua scomparsa, la voce dei Joy Division continua a
risuonare, svelando la profonda connessione tra genio artistico, malattia e
tormento interiore
Oggi, 18 maggio, il mondo della musica commemora il
quarantaseiesimo anniversario della tragica scomparsa di Ian Curtis, il carismatico e profondamente
tormentato frontman dei Joy Division. A soli 23 anni, la sua vita si è
interrotta bruscamente, ma l'impronta lasciata dalla sua arte e l'influenza
della sua musica continuano a risuonare con una potenza straordinaria.
Nato il 15 luglio 1956 a Stretford e cresciuto a
Macclesfield, Ian Curtis mostrò fin da giovane un'inclinazione per la
letteratura e la musica. Affascinato dalla poesia romantica ottocentesca e da
icone del rock come Jim Morrison e David Bowie, sviluppò un interesse
particolare per il punk, che avrebbe poi plasmato il suo percorso artistico.
Nonostante un'intelligenza acuta che gli valse una borsa di studio alla King's
School di Macclesfield, la sua vera passione risiedeva nell'arte, nella
letteratura e, naturalmente, nella musica.
Nel 1977, Curtis si unì a Bernard Sumner, Peter Hook e
Stephen Morris per formare i Joy Division (inizialmente noti come Warsaw). Dopo
l'EP An Ideal for Living, la band iniziò a guadagnare notorietà,
culminata con l'acclamato album d'esordio, Unknown Pleasures
(1979). La sua voce, profonda, baritonale e intrisa di una palpabile
malinconia, si fondeva perfettamente con testi che erano autentiche
esplorazioni delle profondità dell'animo umano. Attraverso le sue parole,
Curtis dissezionava con cruda onestà temi come l'alienazione, la solitudine, la
disperazione e le fragilità esistenziali, trasformando canzoni come “Love Will Tear Us Apart", "Transmission" e "Atmosphere"
in inni generazionali.
Tuttavia, dietro la genialità artistica di Curtis si celava
una profonda sofferenza. Sofferente di epilessia fotosensibile, la sua
malattia divenne un peso insostenibile negli ultimi anni della sua vita,
scatenando una depressione cronica intorno ai vent'anni. Le crisi
epilettiche, spesso innescate dalle luci stroboscopiche durante i concerti, non
solo compromettevano la sua salute fisica, ma incidevano pesantemente sul suo
stato psicologico e sulla sua capacità di esibirsi. La sua danza convulsa sul
palco, sebbene magnetica, era anche un riflesso di questa lotta interiore ed
esteriore.
A complicare ulteriormente il quadro, il suo matrimonio con
Deborah Woodruff, sposata nel 1975 e madre della loro unica figlia Nathalie
(nata nel 1979), entrò in crisi a causa della sua relazione con la giornalista
belga Annik Honoré. La pressione della malattia, le turbolenze personali e le
crescenti esigenze di una carriera musicale in rapida ascesa crearono un
cocktail devastante di stress.
La tragedia si consumò il 18 maggio 1980. Alla vigilia
della prima tournée americana dei Joy Division, un'occasione che avrebbe potuto
consacrare definitivamente la band a livello globale, Ian Curtis morì suicida,
impiccandosi nella cucina della sua casa a Macclesfield. Si dice che prima di
compiere il gesto, avesse guardato il film "La ballata di Stroszek"
di Werner Herzog e ascoltato l'album "The Idiot" di Iggy Pop, simboli
del suo stato d'animo disperato. Lasciò la moglie Deborah, dalla quale si era
ormai separato, e la figlia Nathalie. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri
tumulate a Macclesfield, con la lapide che reca inciso il suo verso più famoso:
"Love Will Tear Us Apart".
L'impatto dei Joy Division, nonostante una discografia
sorprendentemente breve – solo due album in studio, i seminali Unknown Pleasures e Closer – è stato monumentale. La band ha
agito da catalizzatore, aprendo la strada a innumerevoli formazioni e definendo
l'estetica e il sound di interi sottogeneri musicali come il gothic rock e la
cold wave. La loro musica ha rappresentato un ponte cruciale tra la ruvidezza e
l'energia del punk e la complessità emotiva e sonora che avrebbe caratterizzato
la scena musicale successiva.
La prematura e tragica scomparsa di Ian Curtis ha
cristallizzato la sua figura in quella di un'icona. È diventato un simbolo
della sensibilità artistica estrema e della fragilità umana di fronte alle
sfide più oscure della vita. La sua arte, sebbene permeata da una malinconia
innegabile, continua a offrire una forma di catarsi, di conforto e di profonda
comprensione a chiunque si riconosca nelle sue parole, nelle sue melodie e nel
suo inconfondibile sound.
Oggi, mentre ricordiamo Ian Curtis, non celebriamo solo il
genio musicale, ma anche il coraggio di un artista che ha osato esplorare le
profondità più oscure dell'animo umano, lasciando un'eredità che continua a
ispirare, commuovere e risuonare in eterno.
Ci sono percorsi che non nascono da un’accademia, da un
talent o da una linea retta, ma da una vita vissuta, da un’ostinazione
silenziosa, da un rapporto con la musica che non ha bisogno di essere
dichiarato perché semplicemente esiste. Denise
Rizzottoappartiene a questa
famiglia di interpreti che non inseguono la scena, ma nella scena trovano un
modo per respirare. Oggi emerge con una maturità che non chiede clamore, perché
è già tutta nella sua storia.
La sua vicenda comincia nei garage di provincia, quando da
bambina costruiva piccoli spettacoli per amiche e parenti. Non era imitazione,
ma un primo tentativo di dare forma a un’urgenza. I pomeriggi da sola, mentre i
genitori lavoravano, diventavano un laboratorio intimo: ascoltare, cantare,
tradurre testi inglesi, cercare un senso nelle parole degli altri per trovare
il proprio. È lì che nasce la Denise di oggi, quella che riconosce nella musica
un luogo identitario, un modo per moltiplicarsi e ritrovarsi.
L’incontro con Massimo Vigone, “Zio Max”, è il primo snodo
reale. Non un maestro scolastico, ma una figura che le insegna a scegliere, a
interpretare, a capire che la voce non è solo tecnica ma presenza. Con lui
affronta concorsi come Castrocaro, ma capisce presto che quel mondo non le
appartiene: troppo freddo, troppo codificato, troppo distante da ciò che per
lei significa cantare. È la prima presa di coscienza: la musica sì, ma non a
qualsiasi prezzo.
Nel 2005 arriva Roma, con il Cinecittà Campus e
l’insegnamento di Maria Grazia Fontana. Sono anni intensi, fatti di studio,
disciplina, danza hip-hop, prove continue. Un contesto che la prepara a una
lunga fase nell’intrattenimento, tra resort, hotel e soprattutto quattro anni
sulle navi Costa. Qui Denise diventa presentatrice in cinque lingue, affronta
palchi da duemila persone, gestisce situazioni complesse. Eppure, ogni volta
che può, torna a cantare. Anche quando la musica non è il centro del lavoro, resta
il centro di sé.
Il 2012 è l’anno della svolta: parte da sola per la Cina. Non
per un progetto definito, ma per un bisogno di movimento, di scoperta, di vita.
Shanghai, Hong Kong, le jam session del lunedì, gli strumenti non
convenzionali, i musicisti incontrati per caso e diventati compagni di palco. È
un viaggio che la cambia dentro e fuori, che la costringe a misurarsi con
culture diverse e con una scena musicale tecnicamente avanzata. Ovunque vada,
la musica la trova.
Poi arriva la Spagna, prima Barcellona e poi Benidorm. Tre
anni di ascolto, di jam, di immersione nella musica dal vivo, seguiti da
un’esperienza complessa come production manager per una produzione inglese. Un
ruolo che la mette alla prova, che la costringe a gestire, organizzare, tenere
insieme persone e situazioni. Anche questo diventa parte della sua identità
artistica: capire cosa significa stare dietro lo spettacolo per poi tornare
davanti con più consapevolezza.
Il ritorno ad Albisola è affettivo e insieme professionale.
Denise ricomincia a cercare musicisti, a costruire un repertorio, a proporsi
nei locali. Non è un percorso lineare, non lo è mai stato, ma è un percorso
vero. Ogni collaborazione è un tassello, ogni concerto un passo avanti, ogni
prova un modo per capire chi è e chi vuole diventare. È in questa fase che la
sua voce, più matura e più consapevole, comincia a emergere con una chiarezza
nuova.
A questo si aggiunge un pensiero che Denise ha confidato
quasi in punta di piedi: la sua timidezza. Non quella sociale, ma quella che
nasce quando il canto diventa un gesto esposto, un frammento di sé che non si
può proteggere. Per lei cantare è un atto intimo, qualcosa di profondamente
personale. Si riconosce in quella timidezza che apparteneva a figure come Patti
Smith, Freddie Mercury, Jimi Hendrix e ad altri artisti che hanno trasformato
la vulnerabilità in presenza scenica. Denise sente di appartenere a quella
famiglia emotiva, a chi vive la musica come un luogo privato che diventa
pubblico solo nel momento in cui la voce esce.
Proprio perché la sua storia non è fatta di scorciatoie,
l’intervista che accompagna questo articolo - insieme a un sample video -
permette di ascoltare direttamente la sua voce, non solo quella musicale ma
quella interiore, quella che racconta senza filtri il percorso, i dubbi, le
scelte, le partenze e i ritorni. È un modo per entrare ancora di più nel suo
mondo, per capire come una vita così mobile possa trovare un centro stabile
proprio nel canto.
Oggi Denise è un’interprete in evoluzione. Studia di nuovo
canto, pensa a una scuola di musica, si mette in discussione. A volte si chiede
se sia tardi, ma la risposta è già nella sua storia: non è mai tardi per chi ha
una voce che non ha smesso di cercare il proprio spazio. La sua maturazione è
lenta, dilatata, costruita fuori dai riflettori ma dentro esperienze reali. È
questo che la rende interessante: non la promessa di un talento acerbo, ma la
solidità di un talento che ha avuto il coraggio di crescere nei margini.
La sua voce non è solo uno strumento, ma un luogo, un modo per
attraversare emozioni, per annullare il resto, per ritrovare un centro. In un
panorama che premia la rapidità e la visibilità immediata, Denise rappresenta
un’altra possibilità, quella di un’artista che non ha mai smesso di cercare, e
che proprio per questo oggi ha qualcosa da dire.
L'INTERVISTA
Quando ripensi ai tuoi primi anni con la musica, qual è
l’immagine che ti rappresenta meglio oggi?
Il profumo dei fiori secchi. La prima canzone che ho
registrato in studio è stata Labirinth di Elisa, e nel ritornello c’è
quel verso, “Scent of dried flowers”, che mi accompagna ancora. È
un’immagine che porto con me, una canzone che continua a risuonare nella mia
mente e un’artista, Elisa, che resta una fonte costante di ispirazione.
Nel percorso con Massimo Vigone cosa hai imparato davvero: la
tecnica, l’interpretazione o il modo di scegliere i brani?
Con “Zio Massimo” ho imparato soprattutto l’arte
dell’interpretazione, il lasciare andare. Ho capito che quando canti, reciti o
suoni, ovunque tu sia, diventi un personaggio: indossi una maschera che non è
falsità, ma un modo per esprimerti con libertà. L’artista e il tuo “Io”
convivono, viaggiano insieme, pur restando due entità distinte.
Castrocaro e i concorsi ti hanno lasciato più insegnamenti o
più distacco verso quel mondo?
Mi hanno lasciato soprattutto distacco. Troppa freddezza,
poca crescita reale, e io ero troppo giovane per trarne qualcosa di
significativo.
L’esperienza al Cinecittà Campus è stata intensa: cosa ti sei
portata dietro da quei mesi romani?
Da Cinecittà ho portato con me insegnamenti tecnici, il
lavoro sul canto di gruppo, ottimi docenti e amicizie vere che, in un modo o
nell’altro, fanno ancora parte della mia vita.
Le navi in cui hai lavorato ti hanno dato un ruolo molto
esposto ma non sempre musicale. Come riuscivi a ritagliarti uno spazio per la
tua voce?
Sulle navi ho avuto un ruolo versatile e artistico,
l’esperienza più significativa della mia vita. Ho presentato in teatro in
cinque lingue davanti a duemila persone, affrontato sbarchi complessi e trovato
una vera “famiglia” in quei cinque mesi. All’epoca però la musica non era al
centro: non credevo abbastanza in me stessa, ero immatura e pensavo soprattutto
a lavorare per avere uno stipendio. Quando c’era lo spettacolo dell’equipaggio,
però, cantavo sempre una canzone in teatro. La musica, in fondo, non mi ha mai
lasciata.
La Cina è un capitolo forte della tua vita. Cosa ti ha
cambiata di più: il viaggio, il lavoro o le jam session?
La Cina è stata un viaggio nel viaggio, dentro e fuori di me.
Sono partita da sola ed è stata un’esperienza intensissima. Il viaggio mi ha
cambiata, le jam session mi hanno fatto crescere musicalmente, ogni incontro mi
ha insegnato qualcosa. Per quanto riguarda il lavoro, ho dato solo qualche
lezione privata di inglese a Hong Kong, che mi ha permesso di legare con una
famiglia del posto. È stato soprattutto un viaggio, nel senso più pieno del
termine.
Hong Kong e Barcellona sono due città molto diverse. In che
modo hanno influenzato il tuo modo di cantare?
Entrambe mi hanno riportata sul palco nei locali, mi hanno
aiutata a lasciarmi andare nell’interpretazione, a ritrovare un po’ di
sicurezza e a conoscere musicisti. La scena di Hong Kong era molto più
internazionale e variegata, anche negli strumenti. Era il 2012. Barcellona è
arrivata cinque anni dopo: ho fatto musica solo nell’ultimo anno, perché prima
lavoravo troppo. Ero diversa io, ma la voglia di cantare era sempre lì, pronta
a riemergere appena avevo un po’ di tempo.
A Benidorm hai lavorato come production manager: cosa hai
scoperto di te stessa stando “dietro” allo spettacolo?
È stata un’esperienza completamente diversa. Gestire un
gruppo di ragazzi inglesi molto giovani, con una cultura differente, non era
semplice. Ero sia dietro sia davanti allo spettacolo, come presentatrice. Ho
scoperto che essere responsabile non è facile: serve polso, ma anche
comprensione, e bisogna conciliare tutto con la propria vita quotidiana. A
volte ci si sente soli, perché per quanto tu sia flessibile ed “easy”, resti
comunque il capo.
Tornare ad Albisola e ricominciare a costruire un repertorio
è un gesto di coraggio. Qual è stata la parte più difficile?
Tornare ad Albisola è stata una scelta d’amore verso mio
padre. Ed è stato bello potermi dedicare un po’ alla musica. Costruire un
repertorio è stato divertente e stimolante.
Oggi stai investendo di nuovo nella formazione. Che tipo di
cantante senti di voler diventare nei prossimi anni?
Sento di voler migliorare molto: nella tecnica, nella
presenza scenica - che ho affinato soprattutto sulle navi - e nella sicurezza.
C’è sempre da imparare. Vorrei diventare una cantante più forte, più
consapevole, e soprattutto fare musica sempre: sul palco, in casa, per strada.
“Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con
calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "
Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966
Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”
Il più famoso epiteto nella storia della musica venne
pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei
confronti del rock ad alto volume.
Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le
proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una
replica carica di fastidio: “Non ti
credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla
da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che,
l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.
Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul
“tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del
musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi
versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi
di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un
accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era
stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli
arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse
più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.
Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966,
dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band)
che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento
ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e
puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più
indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che
stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.
I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti
coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente
influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva
solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse
importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi.
Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di
Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in
scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una
performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e
drasticamente modificate.
La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva
caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation
Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del
1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare.
Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo
gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si
ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben
visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti
precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da
uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da
brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del
pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un
motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di
una delle sue prime registrazioni, Baby,
Let Me FollowYou Down. Verso la fine
del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella,
quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé
notevole entrò nella leggenda.
Da “Io
C’ERO”, di Mark Paytress
Curiosità:
Esiste in Italia (e
magari ce ne saranno altre nel mondo!) una band denominata "Keith
Butler & The Judas", un vero e proprio tributo a Bob Dylan
proposto da questi cinque musicisti che suonano versioni al fulmicotone del
menestrello di Duluth, dai classicissimi degli anni ‘60 fino a gemme oscure da
Dylanologi incalliti, ogni volta in versione diversa, come insegna il maestro.
Il leader della band è Giancarlo Frigieri, tutti i componenti sono della zona
di Modena e Reggio Emilia.
Questa la formazione
nel 2017: Giancarlo Frigeri chitarra e voce, Rigo Righetti basso, Lele Borghi
batteria, Gianni Campovecchi tastiere.
Oggi, 16 maggio, ricorre il sedicesimo anniversario
dalla scomparsa di Ronnie James Dio, una
delle voci più iconiche e influenti nella storia dell'heavy metal. La sua
eredità musicale continua a risuonare potentemente, influenzando generazioni di
musicisti e appassionati in tutto il mondo, a testimonianza di un impatto che
trascende il tempo.
Nato Ronald James Padavona, Dio ha iniziato la sua carriera
musicale negli anni '50, esplorando diversi generi prima di trovare la sua vera
vocazione nel rock. È stato con i Rainbow di Ritchie Blackmore che ha
raggiunto la notorietà internazionale, grazie alla sua voce potente, ricca di
sfumature e al suo stile lirico distintivo, che evocava mondi fantastici e
leggende. La sua collaborazione con i Black Sabbath, subentrando a Ozzy
Osbourne, ha segnato un'epoca d'oro per la band. Album capolavoro come "Heaven and Hell" e "Mob Rules" hanno ridefinito il sound del
metal, introducendo una nuova profondità e complessità tematica che ha elevato
il genere. La sua capacità di fondere testi potenti con melodie travolgenti ha
lasciato un'impronta indelebile.
Successivamente, Dio ha fondato la sua band eponima, Dio,
pubblicando album seminali come "Holy Diver" e "The Last in Line". Questi lavori non solo hanno consolidato la sua fama,
ma hanno anche cementato il suo status di leggenda, grazie a brani che sono
diventati veri e propri inni per milioni di fan. La sua carriera è stata
costellata di successi, caratterizzati da testi epici, atmosfere fantasy e una
presenza scenica magnetica che lo rendeva inconfondibile. Non solo un cantante
straordinario, Dio è anche universalmente riconosciuto per aver popolarizzato
il "segno delle corna", diventato un simbolo iconico del metal e
della sua cultura, un gesto che incarna lo spirito ribelle e potente del
genere.
Ronnie James Dio non è stato solo un musicista eccezionale,
ma anche un professionista instancabile, noto per la sua integrità artistica e
la sua dedizione ai fan. La sua influenza si estende ben oltre le sue
performance vocali; ha plasmato il genere, contribuendo a definirne
l'immaginario e la narrativa, ispirando innumerevoli band e artisti a seguire
le sue orme.
Oggi, mentre ricordiamo questo gigante della musica,
riflettiamo sull'impatto duraturo che ha avuto sul panorama musicale. La sua
voce inconfondibile e il suo spirito leggendario continuano a vivere attraverso
la sua vasta discografia, le innumerevoli band che cita come fonte
d'ispirazione e l'ammirazione incondizionata dei suoi fan sparsi in ogni angolo
del mondo. La sua assenza è ancora sentita, ma la sua musica è immortale.
I King Crimsonhanno reso noto che a luglio uscirà un nuovo
album dal vivo, 2014 NYC,
pubblicato in doppio vinile da 200 grammi e in doppio CD tramite DGM/Panegyric,
con data fissata al 10 luglio.
Il materiale proviene dalle quattro serate newyorkesi del
settembre 2014, il primo tour della band dopo sei anni e il debutto della
formazione con tre batteristi, ormai diventata iconica. Sul palco c’erano Gavin
Harrison e Pat Mastelotto, già parte di precedenti incarnazioni del gruppo,
insieme a Bill Rieflin, musicista con trascorsi in Ministry e R.E.M.
Le registrazioni utilizzate per 2014 NYC arrivano dai
multitraccia dal vivo catturati tra il 18 e il 21 settembre. Il vinile è stato
tagliato da Jason Mitchell ai Loud Mastering e stampato su vinile audiophile da
200 grammi. Il booklet include nuove note firmate da Sid Smith, biografo dei
King Crimson.
Questa uscita inaugura una serie di pubblicazioni dedicate
all’attività live delle varie formazioni attive tra il 2014 e il 2021, tutte
previste in doppio vinile 200g e doppio CD. È inoltre annunciata per l’autunno
2026 una doppia uscita in Blu-ray che raccoglierà l’intero tour statunitense
del 2014, comprendendo anche questa selezione.
In ogni giorno vissutoè un album che arriva dopo un lungo
percorso e porta con sé la maturità di chi ha attraversato vent’anni di
scrittura senza perdere curiosità. Eduardo De
Felicecostruisce un lavoro che
unisce memoria e presente, con una sensibilità che guarda alla canzone d’autore
italiana tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, ma senza
imitazioni. Il disco si muove con naturalezza tra atmosfere intime e momenti
più ritmici, mantenendo sempre un equilibrio tra eleganza melodica e
immediatezza.
Il singolo La soluzione 2.0 introduce bene il respiro
del progetto. È un brano che parla di ripartenza e di movimento, un gesto che
diventa cura dopo una frattura emotiva. L’album prosegue con una scrittura che
alterna introspezione e slancio, sostenuta da una scelta sonora precisa. La
registrazione in presa diretta e l’uso di strumenti analogici restituiscono un
ascolto caldo e materico, con una dimensione quasi tattile che richiama il
vinile, formato centrale nell’immaginario del disco.
Le nove tracce mostrano una varietà che non spezza la
coesione. Come stai apre con un pop d’autore dal passo misurato, mentre Amore
unilaterale mette a fuoco la fragilità di un sentimento sbilanciato. La
title track amplia lo sguardo e diventa una ballad luminosa, costruita
sull’idea dell’amore come scoperta quotidiana. Echi di coscienza
introduce una tensione più notturna, con un crescendo che accompagna un testo
sospeso tra inquietudine e lucidità. Noemi racconta una giovane donna
che cerca un modo per proteggersi e allo stesso tempo per aprirsi al mondo,
mentre Mio caro professore usa l’ironia per parlare di creatività e
sguardi che non sanno vedere. La mia dolce sconfitta riporta a una
nostalgia che non si è mai spenta del tutto e Vorrei, vorreichiude con
una ballad ampia, quasi cinematografica, che lascia spazio e respiro.
Il progetto visivo dialoga con la musica in modo naturale. Le
fotografie di Aldo De Felice, scattate su diapositive originali degli anni
Ottanta, accompagnano il disco con un immaginario coerente fatto di memoria,
tempo e vissuto emotivo. Anche la scelta del vinile rafforza questa identità,
riportando l’ascolto a una dimensione più fisica e consapevole.
In ogni giorno vissutoè un attraversamento di esperienze, errori, intuizioni e
ritorni, raccontati con una scrittura che resta fedele alla propria natura. Un
disco pensato per chi ama la canzone d’autore quando sa essere comunicativa e
profonda, ricercata ma vicina, capace di parlare al presente senza perdere la
sua radice emotiva.
Tracklist
1.Come
stai
2.La
soluzione 2.0
3.Amore
unilaterale
4.In
ogni giorno vissuto
5.Echi
di coscienza
6.Noemi
7.Mio
caro professore
8.La
mia dolce sconfitta
9.Vorrei,
vorrei
Crediti
Testi e musiche di Eduardo De Felice
Echi di coscienza di Eduardo De Felice e Alessandro Gatta
Registrato in presa diretta da Carlo
Di Gennaro al Kammermuzak Studio di Soccavo, Napoli
Missato da Giuseppe Innaro
Masterizzato da Giovanni Roma presso L’Arte dei Rumori Studio, Marano di Napoli
Eduardo De Felice: voce, cori,
programming, synth
Roberto Porzio: piano, Rhodes, CP‑80,
analog synth
Alessandro Morlando: chitarra elettrica e
acustica
Jack Bruce: quando il basso divenne
voce e leggenda
Oggi, 14 maggio, ricorre l'anniversario della nascita
di John Symon Asher Bruce, meglio noto come Jack
Bruce, un musicista la cui influenza risuona ancora oggi con la
stessa potenza del suo leggendario basso.
Nato nel 1943 a Bishopbriggs, in Scozia, Bruce non fu
semplicemente un bassista, ma un innovatore, un improvvisatore di rara
genialità e una voce soul che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia
del rock e del blues.
La sua carriera decollò negli anni '60, un periodo di
fervente sperimentazione musicale. Dopo aver militato in formazioni seminali
come la Graham Bond Organisation, dove affinò le sue abilità e incontrò futuri
compagni di avventura, Bruce raggiunse la consacrazione con i Cream. Insieme a
Eric Clapton e Ginger Baker, diede vita a un trio di supereroi musicali la cui
alchimia esplosiva ridefinì il concetto di power trio.
Il basso di Bruce non era un mero accompagnamento ritmico, ma
un protagonista melodico, un fiume in piena di linee complesse, contrappunti
audaci e un suono corposo e distorto che divenne il marchio di fabbrica della
band. La sua capacità di improvvisare con la stessa libertà e inventiva di un
solista lo elevò al di sopra dei suoi contemporanei, influenzando generazioni
di bassisti a venire. Brani iconici come "Sunshine of Your Love",
"White Room" e "Crossroads" sono intessuti dalle sue
intricate e pulsanti linee di basso, che dialogavano con la chitarra di Clapton
e la batteria di Baker in un turbine di energia creativa.
Ma Bruce non fu solo un virtuoso strumentista. La sua voce
potente e soul aggiunse un'ulteriore dimensione al suono dei Cream, conferendo
profondità emotiva a ballate bluesy e grinta rockeggiante ai loro pezzi più
energici. La sua collaborazione con il paroliere Pete Brown diede vita a testi
evocativi e spesso criptici che si sposavano perfettamente con la complessità
musicale della band.
Dopo la breve ma intensa parabola dei Cream, Bruce intraprese
una prolifica carriera solista, esplorando una vasta gamma di generi musicali,
dal jazz-fusion al blues, dal rock progressivo alla musica sinfonica. Album
come "Songs for a Tailor", "Harmony Row" e "Out of the Storm" testimoniano la sua inesauribile creatività e la sua volontà di
spingersi sempre oltre i confini musicali. Collaborò con una miriade di artisti
di calibro internazionale, dimostrando la sua versatilità e la sua apertura a
nuove sfide sonore.
La sua scomparsa nel 2014 ha lasciato un vuoto incolmabile
nel panorama musicale, ma l'eredità di Jack Bruce continua a vivere attraverso
la sua vasta discografia e l'impatto che ha avuto su innumerevoli musicisti.
Ricordare la sua nascita oggi è celebrare un artista che ha
saputo trasformare uno strumento spesso relegato al ruolo di accompagnamento in
una forza espressiva di prim'ordine.
David Byrne, il genio eclettico che ha
riscritto le regole del pop
Compie gli anni oggi, 14 maggio, David
Byrne, un'occasione che ci ricorda quanto questo artista straordinario
abbia plasmato e influenzato il panorama musicale e culturale degli ultimi
cinquant'anni. Dalle sonorità avanguardistiche dei Talking Heads alle
sue innumerevoli incursioni in mondi diversi come il teatro, il cinema e la
scrittura, Byrne è un camaleonte creativo la cui curiosità e intelligenza non
smettono mai di ispirare.
Nato a Dumbarton, Scozia, nel 1952, e cresciuto in Nord
America, David Byrne è universalmente riconosciuto come il fondatore e frontman
dei Talking Heads. Formatisi a New York City a metà degli anni '70, in un'epoca
di fervore punk e new wave, i Talking Heads si distinsero subito per un sound
unico: un'amalgama di art-punk, funk, world music e pop sperimentale. Brani
come "Psycho Killer", "Once in a Lifetime" e
"Burning Down the House" non erano semplici canzoni, ma
narrazioni complesse, spesso surreali, animate dalla voce inconfondibile di
Byrne e dalla sua presenza scenica tanto eccentrica quanto magnetica. L'album Remainin Light (1980), in particolare, è considerato un capolavoro che ha
esplorato le poliritmie africane, influenzando generazioni di musicisti.
Ma l'arte di Byrne non si è mai confinata ai limiti di una
band. La sua carriera è un'odissea attraverso discipline artistiche diverse. È
un compositore di colonne sonore acclamato, con lavori per film come "The Last Emperor" (vincitore di un Oscar) e "Married to the Mob".
La sua incursione nel cinema come regista con "True Stories"
(1986) ha mostrato la sua visione unica del quotidiano americano,
trasformandolo in un musical surreale.
Negli anni '90, Byrne ha lanciato la sua etichetta
discografica, Luaka Bop, dedicata alla riscoperta e promozione di musica da
tutto il mondo, dimostrando la sua passione per le sonorità globali ben prima
che diventassero mainstream. Questa avventura discografica è un esempio della
sua incessante ricerca di nuove espressioni sonore e culturali.
La sua carriera solista è stata altrettanto prolifica e
variegata, con album che spaziano dal pop al funk, dal rock all'elettronica. Ma
è forse il suo impegno con progetti multidisciplinari che definisce meglio la
sua natura. Spettacoli teatrali come "Here Lies Love" (un
musical su Imelda Marcos) e il più recente e acclamato "American Utopia",
portato prima a Broadway e poi immortalato in un film concerto diretto da Spike
Lee, dimostrano la sua capacità di fondere musica, performance e riflessione
sociale in esperienze immersive e trasformative. "American Utopia" in
particolare, con la sua orchestra di musicisti che si muovono liberamente sul
palco, è un manifesto di gioia, unità e speranza.
David Byrne non è solo un musicista; è un intellettuale, un
artista visivo, uno scrittore (il suo libro "How Music Works"
è una lettura illuminante) e un pensatore che ha sempre spinto i confini della
creatività. La sua arte è un invito a guardare il mondo da prospettive
inaspettate, a trovare il sacro nel quotidiano e a celebrare la connessione
umana attraverso il ritmo e la melodia.
Anche se in ritardo, colgo l'occasione per celebrare il suo
compleanno e l'incredibile impatto che David Byrne continua ad avere. La sua
curiosità insaziabile e la sua originalità rimangono un faro per chiunque
cerchi di esplorare nuove frontiere artistiche.
Popoff del 13 maggio 1974- conduce Carlo
Massarini
Carlo Massarinipropone una puntata di Popoff
decisamente rock, con ampia presenza di Rolling Stones, Lou Reed
impegnato nei suoi rock degli esordi con i Velvet Underground, Johnny
Winter, Jimi Hendrix. Rappresentato anche il jazz, o meglio la
fusion, con il successo planetario di Herbie Hancock, un estratto da
Headhunters.
In quella serata del 13 maggio
1974non saranno però stati
moltissimi i ragazzi italiani in ascolto di questa musica eccellente. È più
probabile che fossero per strada a festeggiare i risultati del referendum su
divorzio, il cui esito, con la storica vittoria dei laici, era comunicato
proprio in quelle ore.
La puntata non è completa (45') e anche in questo caso la
cassetta originale presenta alcuni disturbi, in particolare sulle musiche, ma è
ascoltabile senza problemi.
Scaletta:
Rolling Stones (Sing It All Together e Citadel da Their Satanic Majesties
Request, fine 1967), Rascals (People Got To Be Free), Lou Reed (White Light /
White Heat Live), Johnny Winter (Blinded By Love), Herbie Hancock (Chameleon),
Stevie Wonder (He's Misstra Know-It-All), Procol Harum (The Idol), Jimi Hendrix
(1983 ... A Merman I
Should Turn To Be).