Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
lunedì 10 agosto 2026
Charles Manson , 57 anni fa...
domenica 9 agosto 2026
Tre anni senza Robbie Robertson: il maestro del Rock 'n' Roll che ha dipinto l'America
Oggi, 9 agosto, a tre anni esatti dalla sua scomparsa,
il mondo della musica ricorda una delle sue figure più influenti e visionarie: Robbie Robertson. Chitarrista leggendario,
cantautore, produttore e compositore, Robertson non è stato solo il cuore
pulsante dei The Band, ma anche un artista la cui opera ha ridefinito il
suono e la narrazione del rock 'n' roll, lasciando un'impronta indelebile nella
cultura americana e oltre.
Nato a Toronto, in Canada, nel 1943, Robertson ha radici che
si estendono ben oltre i confini del suo paese natale. Con un padre di origini
ebraiche e una madre dei Six Nations of the Grand River, Robertson portava in
sé un'eredità culturale complessa e ricca, che ha permeato in modo sottile ma
profondo la sua musica. Questa dualità, tra l'immaginario del Sud degli Stati
Uniti che avrebbe poi raccontato e le sue origini indigene, ha reso la sua
prospettiva unica.
La sua ascesa alla fama iniziò con Ronnie Hawkins e gli
Hawks, dove incontrò quelli che sarebbero diventati i suoi compagni di una
vita: Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Insieme,
diventarono la band di supporto di Bob Dylan nel suo tour storico
del 1965-66, un periodo di transizione epocale in cui Dylan passò dalla
chitarra acustica a quella elettrica, suscitando la disapprovazione di molti
puristi. Robertson e i suoi compagni si trovarono al centro di questa
rivoluzione sonora, affinando il loro stile in condizioni di
"pressione" estrema.
Dopo l'esperienza con Dylan, il gruppo si ritirò in una casa
a Saugerties, New York, nota come "Big Pink", dando vita a The Band.
Fu qui che nacque una delle discografie più celebrate della storia del rock.
Album come Music from Big Pink (1968) e The Band
(1969) non erano semplici dischi, ma affreschi sonori che dipingevano
un'America rurale e arcaica, fatta di personaggi malinconici, di lotte
quotidiane e di storie di guerra civile. Brani come "The Weight",
"The Night They Drove Old Dixie Down" e "Up on Cripple Creek" non erano solo canzoni, ma racconti vividi, quasi come brevi
film musicali. La voce di Robertson come principale autore e compositore del
gruppo fu fondamentale in questa narrazione.
Il suono dei The Band, caratterizzato da un'interplay vocale
e strumentale unico, era un mix di folk, country, blues, gospel e R&B.
Robertson, con il suo stile chitarristico, inconfondibile e mai ridondante,
serviva la canzone con maestria, usando la sua Stratocaster per creare
atmosfere piuttosto che per sfoggiare virtuosismi. Non era il chitarrista più
veloce, ma era uno dei più espressivi e intelligenti.
L'ultimo concerto di The Band, "The Last Waltz",
nel 1976, fu un evento epocale, un addio grandioso che vide la partecipazione
di un parterre di stelle come Bob Dylan, Neil Young, Joni
Mitchell, Eric Clapton e Van Morrison. Diretto da Martin
Scorsese, divenne uno dei film-concerto più iconici di sempre, un
testamento all'importanza della band e al genio di Robertson, che fu il
principale artefice dell'evento.
Dopo lo scioglimento di The Band, Robertson iniziò una
carriera solista di successo e una proficua collaborazione con il cinema, in
particolare con il suo amico di lunga data Martin Scorsese. Ha curato le
colonne sonore di molti dei film più celebri del regista, tra cui Toro
scatenato, Casinò, The Wolf of Wall Street e, più
recentemente, Killers of the Flower Moon. Il suo lavoro per il cinema ha
dimostrato la sua capacità di tradurre emozioni e storie in musica, un talento
che aveva già affinato con i The Band.
La sua opera solista, che include album come Robbie Robertson (1987) e Storyville (1991), ha esplorato nuove
sonorità, incorporando elementi etnici e tecnologici, ma mantenendo sempre il
suo inconfondibile tocco narrativo.
Robbie Robertson non è stato solo un chitarrista, un compositore o un produttore. È stato un narratore, un pittore di suoni che ha saputo catturare l'anima di un'epoca e di un'America mitica. A due anni dalla sua morte, la sua musica continua a risuonare, le sue storie continuano a essere raccontate e la sua eredità vive in ogni accordo di chitarra che cerca di raccontare una storia. Il suo genio, la sua sensibilità e la sua visione rimangono una fonte d'ispirazione per generazioni di artisti. Addio, Robbie, e grazie per la musica.
sabato 8 agosto 2026
Struttura & Forma, il percorso continuo tra studio e palcoscenico
Struttura & Forma, il percorso continuo tra studio e
palcoscenico
L'evoluzione di "Uno di noi", dalle sessioni in studio alla dimensione live in attesa del vinile
Avere l'opportunità di osservare un gruppo dal vivo e di ritrovarne la precisa resa esecutiva sui rispettivi lavori discografici facilita notevolmente il compito di chi analizza la materia musicale. Questa prospettiva diretta e ravvicinata permette infatti di cogliere con estrema chiarezza l'evoluzione strutturale di un repertorio nato anni prima, osservando come le composizioni originali riescano a rigenerarsi nel tempo senza mai snaturare la propria matrice genetica. Già nel 2017 l'uscita dell'album One of us aveva mostrato la naturale inclinazione di Struttura & Forma nel muoversi lungo i confini e le intersezioni tra prog classico, sonorità jazz-rock e articolazioni fusion, affidandosi a una veste sonora caratterizzata dal cantato prevalentemente in lingua inglese. A distanza di nove anni, quel medesimo impianto concettuale torna al centro di un articolato progetto curato congiuntamente dalle etichette Maracash Records e antisopore, una operazione discografica inaugurata il 10 luglio 2026 dalla pubblicazione dell'EP in studio Uno di noi, arricchito dalla completa trasposizione del testo in lingua italiana e da un accurato lavoro di masterizzazione, a cui ha fatto seguito il 31 luglio il secondo capitolo Uno di noi - dal vivo, registrato durante le esibizioni sul palco. Entrambe le pubblicazioni, visivamente collegate dalle illustrazioni di copertina realizzate da Roberto Leoni - storico tecnico del suono del gruppo fin dal 1972 -, rappresentano il naturale prologo alla successiva stesura su supporto vinilico.
La sequenza dei brani che compone l'EP in studio si apre con Mitica Amsterdam, proseguendo in un flusso coerente attraverso Maestosa sinfonia, Domani, Indios, Sonda cosmica e la
conclusiva Spes ultima dea. L'ossatura fondamentale della band nella
dimensione di studio vede Joe Tortorelli alla voce, Marco Porritiello alla
batteria, Stefano Gatti al basso elettrico e Beppe Crovella alle tastiere e al
mellotron, affiancati dal fitto intreccio chitarristico sviluppato dalla coppia
composta da Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo. A questo nucleo di base si
affiancano mirati contributi esecutivi: Mattia Frassinetti alla chitarra acustica,
Giuseppe Zuppone alle tastiere e Stefano Colombo al basso elettrico
intervengono specificamente nelle tracce Spes ultima dea e Domani.
Un'ulteriore variazione nell'assetto di studio caratterizza il brano Sonda
cosmica, che registra la presenza di Sergio Colombo al basso e di Pierluigi
Genduso Arrighi alle tastiere. Il lavoro svolto sulla traduzione dei testi
restituisce a pezzi come Mitica Amsterdam (in origine Amsterdam)
e Maestosa sinfonia (derivata da Symphony) una trasparenza
narrativa inedita, consentendo al canto di adagiarsi sulla trama armonica con
grande naturalezza e facendo risaltare il bilanciamento dinamico del recente
mastering.
Il secondo capitolo del progetto, Uno di noi - dal vivo,
sposta la prospettiva sull'impatto e sull'interazione diretta con il pubblico,
selezionando quattro tracce emblematiche: Amsterdam, Complici, Sonda cosmica e Symphony. Sul palcoscenico l'organico trova un nuovo
assetto con la presenza costante di Pierluigi Genduso Arrighi alle tastiere ad
affiancare Tortorelli, Porritiello, Frassinetti, Caliolo e Stefano Gatti al
basso elettrico, con la sola eccezione di Sonda cosmica, eseguita in
sede live con Stefano Colombo alle linee di basso. La prova dal vivo evidenzia
come la complessa architettura dei brani e i loro passaggi metrici non perdano
rigore o stabilità nell'esecuzione istantanea, mettendo in luce l'energia e la
coesione del gruppo. Il confronto ravvicinato tra la rifinitura di studio e la
spontaneità della resa da concerto offre una visione globale del percorso
compiuto, delineando con precisione la maturità artistica raggiunta da
Struttura & Forma.
Il percorso tracciato da Struttura & Forma con questa
doppia uscita dimostra una vitalità artistica che va ben oltre la semplice
operazione nostalgica. La capacità di rinnovare brani nati anni fa,
restituendoli con l'incisività della lingua italiana e la freschezza
dell'impatto dal vivo, conferma il valore di un collettivo capace di far
evolvere la propria identità senza perdere un grammo di coesione. L'attesa per
la futura edizione in vinile non fa che avvalorare la bontà di un progetto
solido, raffinato e ancora pienamente proiettato nel presente della grande
musica d'autore e di ricerca.
venerdì 7 agosto 2026
Pete Way, il bassista che ha fatto tremare il rock
Il leggendario bassista degli UFO avrebbe compiuto oggi 75 anni
Il 7 agosto 1951 nasceva a Enfield, in Inghilterra,
una delle figure più carismatiche e influenti del rock britannico: Pete Way. Oggi, nel giorno in cui avrebbe
compiuto 75 anni, ricordiamo la vita e la carriera di un bassista che ha un
posto di rilevo nella storia della musica, soprattutto come membro fondatore
degli UFO.
Pete Way non era un bassista come tutti gli altri. Il suo
stile era potente, grintoso e, a tratti, quasi anarchico. Non si limitava a
tenere il tempo, ma usava il suo strumento per aggiungere melodia e spessore,
creando un'identità sonora unica per gli UFO. I suoi riff di basso sono
diventati la spina dorsale di classici come "Doctor Doctor" e
"Lights Out", brani che ancora oggi risuonano con la stessa
energia di allora.
Oltre al suo talento musicale, Pete Way era un'autentica
rockstar nel senso più puro del termine. Il suo look, l'atteggiamento da
"bad boy" e la sua vita al limite lo hanno reso un'icona per
generazioni di fan. Non si può parlare di lui senza menzionare il suo
leggendario basso Fender Thunderbird, un vero e proprio prolungamento della sua
personalità sul palco.
La sua carriera, sebbene segnata da alti e bassi e da una
vita turbolenta, è stata ricca di collaborazioni importanti e di progetti
paralleli, come i Waysted e il supergruppo Fastway. Ma il suo
cuore è sempre rimasto legato agli UFO, la band che ha contribuito a creare e a
portare alla fama mondiale.
Pete Way ci ha lasciati il 14 agosto 2020. Oggi, nel giorno
del suo compleanno, lo ricordiamo non solo come un grande bassista, ma come un
artista che ha incarnato lo spirito del rock and roll: ribelle, passionale e
senza compromessi.
giovedì 6 agosto 2026
Ci ha lasciato Francesco Guccini
La prima volta che vidi Francesco Guccini era il 1973. Millesimo, un pomeriggio d’estate, un campo verde che sembrava non finire mai. Lui arrivò da solo, senza scenografie, senza amplificazioni imponenti, con quella naturalezza che appartiene solo ai musicisti che non hanno bisogno di nulla per essere ascoltati. Il pubblico era seduto sull’erba, attento, partecipe, quasi raccolto. Io ero adolescente, e quella scena - un uomo con una chitarra, un campo aperto, la voce che si alzava come un racconto - è rimasta impressa come una fotografia che non scolorisce.
Guccini è stato uno dei narratori più profondi della canzone
italiana. Nato nel 1940, cresciuto tra l’Appennino e Modena, ha portato nella
musica una lingua che non somigliava a nessun’altra: concreta, letteraria,
ironica, malinconica. Le sue canzoni hanno attraversato decenni senza perdere
peso, perché parlavano di persone reali, di luoghi vissuti, di fragilità e di
scelte che tutti, prima o poi, si trovano a fare.
Per molti è stato un maestro involontario, anche se non
cercava di esserlo; non costruiva personaggi, non inseguiva mode, preferiva la
verità delle storie, la lentezza dei ricordi, la dignità delle cose semplici.
Nei suoi album si incontrano la provincia, la politica vissuta come
responsabilità civile, l’amicizia, la memoria, la disillusione e la tenacia. Ha
scritto come si parla, e ha parlato come si pensa quando si è sinceri.
La sua scomparsa ha lasciato un silenzio particolare. Non
quello rumoroso delle celebrazioni, ma un vuoto più discreto, più intimo.
Guccini era diventato negli anni una presenza familiare, non solo un
cantautore, ma un punto di riferimento culturale, un modo di guardare il mondo
con ironia e con misura. La sua morte ha chiuso una stagione della musica
italiana, quella in cui le parole contavano più degli arrangiamenti, e in cui
un concerto poteva essere davvero un uomo in mezzo a un campo verde, circondato
da persone che ascoltavano.
Molti hanno ricordato la sua voce, altri la sua scrittura,
altri ancora la sua umanità. Ma per chi lo ha visto in quegli anni, quando la
musica era ancora un gesto semplice, rimane soprattutto l’immagine di un
artista che non aveva bisogno di apparire per essere importante.
Guccini ha lasciato canzoni che continueranno a essere
cantate, studiate, discusse. Ha lasciato un modo di raccontare che ha
influenzato scrittori, musicisti, insegnanti, studenti. Ha lasciato un’idea di
autenticità che oggi sembra quasi un lusso. E ha lasciato ricordi personali,
come quello di Millesimo nel ’73: un campo verde, un ragazzo che ascolta, un
uomo che canta senza fretta.
La sua storia non si chiude con la sua morte. Continua nelle persone che hanno trovato nelle sue parole un pezzo di sé, e in chi, come te, conserva un’immagine che vale più di qualsiasi commemorazione.
Andy Warhol: un'icona pop immortale
Il 6 agosto del 1928 nasceva Andy Warhol, un nome che risuona con l'audacia, l'innovazione e una certa dose di enigma.
Il mio ricordo personale...
Era il 1996 quando ebbi l'opportunità di visitare il museo dedicato ad Andy Warhol nella sua città natale, Pittsburgh. Ricordo ancora vividamente la sorpresa e il profondo interesse che provai di fronte alle sue opere. L'impatto visivo delle serigrafie, la ripetizione ossessiva dei soggetti, la sua capacità di trasformare oggetti banali in icone: tutto mi catturò. Tra le opere esposte, rimasi particolarmente colpito da alcune tele realizzate con l'urina, un'audace e provocatoria esplorazione dei materiali e dei confini dell'espressione artistica. Quella visita accentuò la mia curiosità verso questo artista enigmatico e la sua influenza sulla cultura contemporanea…
Nato Andrew Warhola a Pittsburgh, questo artista americano ha lasciato un'impronta indelebile sul mondo dell'arte e sulla cultura popolare. La sua Factory, un vivace studio d'arte a New York, divenne un epicentro per artisti, musicisti, drag queen e celebrità, riflettendo il suo fascino per la cultura underground e il glamour.
L'ascesa di Warhol negli anni '60 coincise con l'esplosione della Pop Art, un movimento che sfidava le convenzioni artistiche tradizionali incorporando immagini della cultura di massa. Le sue serigrafie di lattine di zuppa Campbell e ritratti di icone come Marilyn Monroe ed Elvis Presley non erano semplici riproduzioni; erano commenti audaci sulla mercificazione dell'arte e sulla celebrità nella società contemporanea. Attraverso la ripetizione e la produzione in serie, Warhol ha messo in discussione l'idea di unicità e autorialità nell'arte.
Ma Warhol era molto più di un pittore. Era un regista sperimentale, produttore musicale (pensate ai Velvet Underground), autore e personaggio pubblico. I suoi film, spesso lunghi e non narrativi, come "Sleep" ed "Empire", sfidavano le nozioni convenzionali di narrazione cinematografica. La sua filosofia, espressa nel suo famoso aforisma sulla "fifteen minutes of fame", rimane sorprendentemente attuale nell'era dei social media.
La sua influenza si estende ben oltre il mondo dell'arte. Warhol ha anticipato e plasmato molti aspetti della cultura contemporanea, dalla nostra ossessione per la celebrità alla fluidità dei confini tra arte alta e bassa. Anche dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio del 1987, il suo lavoro ha continuato a ispirare, provocare e affascinare.
Esplorare il mondo di Andy Warhol significa immergersi in un
universo di colori vibranti, idee provocatorie e una riflessione acuta sulla
società moderna. Che siate attratti dalla sua estetica audace o incuriositi
dalla sua complessa personalità, l'eredità di Warhol è un invito a
riconsiderare il nostro rapporto con l'arte, la cultura e la fama. Leggere di
lui è un viaggio affascinante nel cuore del XX secolo e nelle sue continue
risonanze nel nostro presente.
mercoledì 5 agosto 2026
Un tema che cambia pelle: dai Moody Blues ai Nomadi
“Nights in White Satin”,
pubblicata nel 1967 dai Moody Blues,
appartiene a quella stagione in cui il pop inglese si apre verso forme più
ampie. La voce di Justin Hayward entra con un timbro che sembra già portare un
racconto, gli archi disegnano un orizzonte che non si chiude, la melodia
procede con un passo lento e costante. Il brano vive di sospensioni, di respiri
lunghi, di un’intensità che non cerca l’effetto, ma costruisce un’atmosfera che
rimane.
La forza della canzone sta proprio in questo equilibrio: una
confessione intima che si allarga fino a diventare paesaggio sonoro. La voce
rimane vicina, quasi fragile, mentre l’arrangiamento apre uno spazio più
grande, come se due piani emotivi camminassero affiancati senza sovrapporsi.
In Italia la stessa melodia prende una direzione diversa. I Nomadi, con testo di Daniele Pace, realizzano “Ho difeso il mio amore”, un brano che non
traduce l’originale: lo reinventa. Il racconto diventa più diretto, più
terreno. La voce di Augusto Daolio porta un’intensità che appartiene alla
canzone italiana di quegli anni, con un calore narrativo che si distacca dalla
dimensione sospesa dei Moody Blues. Qui non c’è contemplazione… c’è una storia,
un sentimento che si difende, un’emozione che prende forma concreta.
Anche l’arrangiamento segue questa traiettoria. Dove i Moody
Blues costruiscono un orizzonte orchestrale ampio, i Nomadi scelgono una linea
più raccolta, più vicina alla loro identità. La melodia rimane, ma il senso
cambia. È un esempio raro di come una stessa struttura possa generare due mondi
che non si escludono, semplicemente non parlano la stessa lingua emotiva.
Il confronto tra le due versioni non riguarda la fedeltà, ma
l’intenzione. I Moody Blues guardano oltre il pop, verso una dimensione quasi
visionaria. I Nomadi trasformano quella stessa melodia in un racconto
sentimentale che appartiene pienamente alla loro epoca e alla loro voce. Due
traiettorie che si incrociano solo per un istante, giusto il tempo di
condividere una linea melodica.
Riascoltate oggi, le due letture non cercano un punto
d’incontro ma mantengono la loro distanza. “Nights in White Satin” continua a
muoversi in uno spazio ampio e contemplativo; “Ho difeso il mio amore” conserva
il colore di una stagione italiana che trasformava melodie straniere in storie
proprie. È proprio in questa distanza che la melodia rivela la sua capacità di
adattarsi, mantenendo intatta la sua impronta.
martedì 4 agosto 2026
Henry Cow-"Leg End" compie 53 anni!
Henry Cow-Leg End
Virgin Records
Agosto 1973
Musica visionaria e poco ortodossa… in quale pianeta siamo?
Per chiunque conosca
la scena di Canterbury i britannici Henry Cow rimangono una delle anomalie più preziose e non
richiedono alcuna presentazione specifica. Oppure saranno familiari a chi in
qualche modo è al corrente dell’esistenza del "Rock In Oposition",
che ha prosperato per tutti gli anni Settanta. E ancora, potrebbero essere
conosciuti a chi si è occupato di "Avant-Prog", ovvero musica
sperimentale che fonde generi diversi, come jazz, folk e musica classica, uniti
ad una buona dose di improvvisazione realizzata da musicisti colti, perseguendo
la sperimentazione e un modus propositivo anticonvenzionale.
Gli Henry Cow hanno
rappresentato un modello unico e impossibile da etichettare e inserire
nell’ortodossia dei generi.
“Leg End” (talvolta chiamato anche “Legend”) è
il primo loro album e fu pubblicato nell'agosto 1973.
Le origini della band risalgono
al 1968, quando fu fondata da due universitari di Cambridge, i polistrumentisti
Fred Frith e Tim Hodgkinson.
Il periodo di maggior
splendore del prog e la vicinanza geografica al fulcro di quel genere non li
attrae particolarmente, mentre sono forti le influenze della musica
sperimentale, contemporanea e del jazz. L’esordio discografico ne è un chiaro
segnale.
Nessun limite, nessuna
barriera, ma dando uno sguardo alla produzione futura “Leg End” appare, forse,
come il loro album più facile, o almeno il più catalogabile.
Però risulta, anche a
distanza di tempo, un viaggio musicale impegnativo, composto da ritmi variabili,
poco ortodossi, e presenza contemporanea di strumenti multipli che culminano in
un mix sonoro attraente ma complesso.
Al debutto della band,
sia Fred Frith che Geoff Leigh non si trattengono in nulla, creando movimenti
jazz eclettici e d'avanguardia senza alcuna direzione pianificata, o almeno
così può sembrare all’ascoltatore, spiazzato al cospetto di tanta diversità.
Non l’ho ancora detto
ma questo è un album strumentale, con l'eccezione di "Nine Funerals of the
Citizen King", che l'intero gruppo canta, e qualche voce di sottofondo in
"Nirvana for Mice", "Teenbeat" e "The Tenth
Chaffinch”.
Profumo di jazz e invenzione
di un suono unico e caratterizzante, questa la mia sintesi.
Attraverso brani come
"Amygdala", "Teenbeat" e "The Tenth Chaffinch",
emerge tutta la creatività, e anche se le musiche sono particolarmente
difficili da seguire ed eseguire, la miscela che emerge tra pianoforte,
chitarra, flauto e percussioni produce un’unica risultante che fa perdere i
connotati al singolo strumento, ma nel suo insieme suona piacevole.
Quindi, come si
potrebbe definire l’esordio degli Henry Cow? Rock? Jazz? Improvvisazione
libera? Ambient? Avanguardia?
Questi paladini del
RIO scivolano e sguazzano senza paura dentro e intorno ai concetti musicali
moderni, producendo sin dalle origini un ascolto molto impegnativo, ma
raramente ostico, con aperture verso una fruizione più leggera, seppur inframezzata
da sentieri intricati.
Riflettendo sul
concetto di musica proposto dagli Henry Cow, si potrebbe dire che pochissimi
album possono raggiungere l'equilibrio di “Leg End”, un faro di creatività,
pieno di energia, per molti ineguagliato da una qualsiasi delle band coeve.
La copertina fu
realizzata dall'artista Ray Smith, la prima di tre delle sue "calze di
vernice" ad entrare negli album di Henry Cow. Smith era apparso con la
band in molti dei loro primi concerti degli anni ‘70, eseguendo una varietà di
attività, tra cui stirare, leggere testi e mimare con marionette a guanti.
Suggerì un calzino intrecciato sulla copertina di “Leg End”, e insistette sul
fatto che il nome della band non dovesse apparire. Chris Cutler affermò in
un'intervista del 2011 che Smith ha continuato il tema nei successivi due album
di Henry Cow, con il cambio di calzino "per adattarsi al temperamento
della musica".
“Leg End” appare a
distanza di 50 anni un’aggiunta necessaria alla collezione di qualsiasi
appassionato di prog. Non importa quale siano le preferenze di stile e genere,
un riascolto od un nuovo ascolto potrebbero risultare sorprendenti.
Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)
Lato A
Lato B
Extract From 'With The Yellow Half-Moon And Blue Star'
Nine Funerals Of The Citizen King
Formazione
Geoff Leigh - sassofoni, flauto, clarinetto,
flauto dolce, voce
Tim Hodgkinson - organo, pianoforte, sassofono
alto, clarinetto, voce
Fred Frith - chitarre, violino, viola,
pianoforte, voce
John Greaves - basso, pianoforte, fischietto,
voce
Chris Cutler - batteria, giocattoli,
pianoforte, fischietto, voce
Musicisti aggiunti
Jeremy Baines -
pixiphone in With the Yellow Half-Moon and Blue Star
Cathy Williams, Maggie Thomas, Sarah Greaves -
cori, arrangiamento cori in Teenbeat
Note aggiuntive
Henry Cow - produttori
Registrazioni effettuate al The Manor di
Shipton-on-Cherwell, Oxfordshire, Inghilterra nel maggio - giugno del 1973
Tom Greasy Patches Newman e Henry Cow -
ingegneri delle registrazioni
Mike Oldfield - ingegnere del suono in Nirvana
for Mice
Ray Smith – copertina
lunedì 3 agosto 2026
Porto Antico ProgFest 2026 a Genova-11° edizione: resoconto tra parole e video
Porto Antico ProgFest 2026
Una serata che conferma una
tradizione e rinnova un linguaggio
Il Porto Antico ProgFest ha raggiunto l’undicesimo anno consecutivo e
anche questa edizione, come sempre marchiata Black Widow Records, ha
mostrato la capacità del festival di restare fedele alla sua identità pur
aprendosi a nuove prospettive. La programmazione ha previsto una sola serata
dedicata al prog, quella del sabato, anticipata il venerdì da un appuntamento
metal che ha dato energia all’intero weekend.
La serata è stata presentata da Linda Dell e Athos Enrile, che hanno accompagnato il pubblico alternando informazioni oggettive e impressioni di giornata, così da rendere fluidi anche i cambi set.
L’esordio dei Sigmund Freud…
… il debutto genovese di una band
storica
L’apertura è stata affidata ai romani Sigmund Freud, al loro primo concerto a Genova. La band ha portato sul palco una selezione dell’album Risveglio, alternando brani già noti a composizioni che anticipano il loro futuro artistico. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni passaggio, immerso in un clima particolare, sotto un tendone illuminato a giorno e avvolto da un caldo umido che ha accompagnato tutta la serata. L’atmosfera è stata quella dei festival estivi, con una partecipazione viva e una curiosità autentica verso una formazione che ha saputo unire storia e prospettiva. Il video a seguire riuscirà forse a fornire un’idea precisa dell’atmosfera che si è venuta a creare, evidenziando quanto il loro impatto sia stato forte e quanto la band abbia saputo conquistare Genova con naturalezza.
Fertility Cult
L’energia del nord e un pubblico
sorprendentemente partecipe…
Dopo i Sigmund Freud è arrivato il momento dei Fertility Cult, formazione finlandese che ha
raggiunto il quinto album, quattro autoprodotti e l’ultimo pubblicato con Black
Widow. Il loro set ha portato un cambio di atmosfera immediato, con un suono
più ruvido e una tensione ritmica che ha acceso la piazza. Un gruppo di
probabili fan finlandesi ha seguito la performance con entusiasmo contagioso,
creando un dialogo continuo tra palco e platea. La band ha mostrato una
maturità evidente, frutto di un percorso che li ha portati a definire
un’identità sonora personale e riconoscibile. Anche per loro il pubblico ha
risposto con calore, confermando quanto il prog (e dintorni) contemporaneo
possa essere vivo e capace di parlare con linguaggi diversi.
Claudio Simonetti’s Goblin
Il culto, la memoria, il cinema e la
potenza del live
Il momento più atteso della serata è coinciso con l’arrivo dei Claudio Simonetti’s Goblin, una band che vive
una vera venerazione di culto. Il largo merchandising presente al banchetto ne
è la prova, già molto frequentato durante il concerto e letteralmente preso
d’assalto alla fine.
La serata è iniziata con la visione completa del film Tenebre,
accompagnata dalla band che ha sostenuto la parte musicale con precisione e
intensità. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni scena, vivendo un tuffo
nel passato che ha risvegliato memorie e paure antiche, quelle che hanno reso
il cinema di Dario Argento un riferimento mondiale.
Terminata la proiezione, è iniziato il concerto vero e
proprio, un excursus attraverso la storia enorme dei Goblin e dei vari spin
off. Claudio Simonetti ha snocciolato aneddoti che hanno dato profondità al
racconto, mostrando quanto la loro musica sia diventata parte dell’immaginario
collettivo. La band ha confermato una forma straordinaria, pronta a partire ad
agosto per il Giappone e successivamente per gli Stati Uniti.
Il pubblico è apparso emozionato e partecipe, con un crescendo
continuo che ha trovato il suo culmine nell’ultimo brano, Profondo Rosso,
accolto come un rito collettivo. La piazza era piena, la partecipazione alta,
il successo evidente.
Conclusione
Il Porto Antico ProgFest 2026 ha confermato la forza di un
festival che non si limita a celebrare il passato ma costruisce nuove visioni.
La serata ha mostrato quanto il progressive sia ancora un linguaggio capace di
unire generazioni, immaginari e forme artistiche diverse. Cinema, rock,
elettronica, memoria e sperimentazione si sono intrecciati in un percorso che
ha lasciato un segno chiaro.
Non è obiettivo di questo articolo entrare nei dettagli
tecnici, ma la caratura dei musicisti on stage è risultata evidente.
Un accenno dovuto all’unica donna musicista sul palco, Cecilia Nappo,
giovane bassista del gruppo di Simonetti, la cui competenza ha colpito il
pubblico.
Linda Dell e Athos Enrile hanno guidato il pubblico attraverso questo viaggio, dando voce a un festival che continua a crescere e a parlare con intensità al presente, in attesa del prossimo appuntamento!
Il flauto magico di un vagabondo: la genesi visiva dei Jethro Tull
Come un abito logoro e una gamba
alzata hanno ridefinito l'estetica del rock
Agli albori dei Jethro Tull, Ian Anderson non
era la figura carismatica e sicura di sé che conosciamo oggi. Per mascherare un
profondo senso di inadeguatezza e per distinguersi dalla massa di chitarristi
blues, adottò un'immagine che era l'esatto opposto del glamour dell'epoca:
quella di un eccentrico vagabondo scozzese.
Vestito con un cappotto lungo e consunto che sembrava
recuperato da un cassonetto, Anderson iniziò a esibirsi in pose plastiche e
frenetiche. La celebre postura su una gamba sola nacque quasi per errore: nel
tentativo di soffiare con forza estrema nel flauto traverso e mantenere
l'equilibrio durante i passaggi più veloci, Anderson sollevò istintivamente una
gamba. I fotografi catturarono l'immagine e la stampa la celebrò come un
marchio di fabbrica studiato. Insieme alle bizzarre gag sul palco - come le
finte interruzioni meteorologiche o la presenza di animali di pezza - questa
estetica permise ai Jethro Tull di decostruire la serietà del progressive rock
con una dose massiccia di ironia britannica.
domenica 2 agosto 2026
Compie gli anni Joe Lynn Turner, pilastro del Rock AOR e Hard Rock
Oggi, 2 agosto, ricordiamo il compleanno di Joe Lynn Turner, una delle voci più
riconoscibili e versatili nella storia del rock melodico e dell'hard rock. Con
una carriera che abbraccia oltre cinque decadi e include collaborazioni con
alcune delle band più influenti del genere, Turner ha lasciato un'impronta tangibile
nella musica.
Nato a Hackensack, New Jersey, nel 1951, Joseph Linquito (il
suo vero nome) ha mostrato un precoce talento musicale, iniziando con la
fisarmonica e poi dedicandosi alla chitarra. Dopo aver brevemente intrapreso la
carriera di insegnante di letteratura inglese, la sua passione per la musica lo
ha portato a formare i Fandango, una band AOR che ha pubblicato quattro
album tra il 1977 e il 1980.
La grande svolta per Turner è arrivata nel 1981, quando il
leggendario chitarrista Ritchie Blackmore lo ha chiamato per
un'audizione per i Rainbow. Turner ha conquistato immediatamente
Blackmore ed è diventato il frontman della band, contribuendo a tre album
fondamentali: Difficult to Cure (1981), Straight Between the Eyes (1982) e Bent Out of Shape (1983). In questi
anni, i Rainbow hanno raggiunto un notevole successo commerciale, con brani
come "I Surrender" e "Stone Cold" che hanno
scalato le classifiche.
Dopo lo scioglimento dei Rainbow, Turner ha intrapreso una
prolifica carriera solista con l'album Rescue You nel 1985.
Tuttavia, la storia si è ripetuta nel 1989, quando è stato invitato a unirsi ai
Deep Purple, la band madre di Blackmore. Con i Deep Purple, Turner ha
registrato l'album Slaves and Masters (1990) e ha partecipato al
tour mondiale del 1991, dimostrando ancora una volta la sua capacità di
adattarsi a stili diversi pur mantenendo la sua identità vocale.
Al di là delle sue esperienze con Rainbow e Deep Purple, Joe
Lynn Turner ha continuato a pubblicare numerosi album solisti, come il recente Belly of the Beast (2022), dove ha affrontato anche la sua alopecia,
decidendo di presentarsi senza parrucca per la prima volta. È stato anche un
richiestissimo vocalista per sessioni e collaborazioni con artisti del calibro
di Billy Joel, Cher, Michael Bolton e Mick Jones dei Foreigner, ampliando
ulteriormente la sua influenza.
Nel corso degli anni, Turner ha partecipato a una miriade di progetti, tra cui Hughes Turner Project con Glenn Hughes, Mother's Army e Brazen Abbot, dimostrando una versatilità e una dedizione alla musica che lo rendono una figura ammirata nel panorama rock.
sabato 1 agosto 2026
Jethro Tull: "Stand Up" compie 57 anni-Commento "easy" e ascolto
Jethro
Tull-"Stand Up"
Commento
e ascolto
AVVERTENZE
Nelle righe a seguire propongo un
commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.
L’intento è quello di rimanere in
superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione
trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.
Titolo:
Stand Up
Artista:
Jethro Tull
Pubblicazione: 1º agosto 1969
Durata: 41:36
Tracce: 10
Genere: Rock progressivo-Folk rock
Etichetta:
Chrysalis-Island Records (UK)-Reprise Records (USA)
Produttore: Ian Anderson, Terry Ellis
Registrazione: aprile 1969, Morgan
Studios, Londra, Inghilterra
Note: Ristampato
nel 2001 con 4 bonus tracks
Stand Up è il secondo album in studio dei Jethro Tull, pubblicato
il 1° agosto del 1969. È un album che ha segnato una svolta
significativa nel suono della band, introducendo elementi del folk rock e del
progressive che sarebbero diventati caratteristici del loro stile.
L'album, diversamente dal precedente This Was, è caratterizzato da un allontanamento dalle sonorità blues a favore di un sound più vicino al rock; ciò è probabilmente dovuto all'abbandono del chitarrista Mick Abrahams - per contrasti con Ian Anderson - che diventerà così leader del gruppo. Il nuovo chitarrista Martin Barre risulterà alla fine il membro più longevo, 42 anni alla corte di Re Ian.
In Stand Up vengono utilizzati strumenti all'epoca inusuali per la musica rock, come la balalaica, il mandolino e l'onnipresente flauto traverso. La copertina dell'album rappresenta i Jethro Tull (Ian Anderson, Martin Barre, Clive Bunker e Glenn Cornick), e al suo interno vi è un pop-up dei membri del gruppo.
Il disco può essere considerato come il "crocevia" nel quale prendono forma i vari stili e generi che i Jethro Tull affronteranno nei decenni successivi. In esso sono contenuti, infatti, i primi abbozzi di musica medievale (Jeffrey Goes to Leicester Square), di rock e progressive rock (Nothing Is Easy o We Used to Know), di musica orientale (Fat Man) e di folk acustico (Look Into the Sun, Reasons for Waiting).
L'album si apre con la celebre traccia A New Day Yesterday, caratterizzata da un riff di chitarra energico e un suono complessivo molto potente, brano che dimostra fin dall'inizio la grande abilità del leader della band, Ian Anderson, sia come cantante che come flautista.
Si passa poi da brani rock come Nothing Is Easy a pezzi più sperimentali come Bourèe, hit storica della band, rifacimento in chiave moderna della Bourrée inserita nel quinto movimento della suite in mi minore per liuto di Johann Sebastian Bach. Il pezzo è strumentale ed esalta i virtuosismi di Ian Anderson al flauto traverso e Glenn Cornick al basso (a seguire esempio video).
Ma tutte le canzoni di Stand Up sono ricche di arrangiamenti complessi e, come già sottolineato, strumenti insoliti. Inoltre, la presenza di testi poetici e profondi conferisce un tocco in più ai brani.
Sintetizzando, prima dell’ascolto a
seguire: Stand Up
è un must, che ha contribuito a consolidare il suono unico dei
Jethro Tull. La combinazione di elementi rock, folk e progressive, insieme alle
abilità musicali eccezionali dei membri della band, ha reso questo album un
punto di riferimento nella loro carriera.
Imperdibile per gli amanti del rock!
TRACKLIST (cliccare sul titolo per ascoltare)
Tutte le canzoni sono state scritte da Ian Anderson, eccetto ove indicato:
A New Day Yesterday - 4:10
Jeffrey Goes to Leicester Square - 2:12
Bourée
- Johann Sebastian Bach, Ian Anderson - 3:46
Back to the Family - 3:48
Look Into the Sun - 4:20
Nothing Is Easy - 4:25
Fat Man - 2:52
We Used to Know - 3:59
Reasons for Waiting - 4:05
For a Thousand Mothers - 4:13
Bonus track presenti nella versione del 2001:
Living in the Past - 3:20
Driving Song - 2:39
Sweet Dream - 4:02
17 - 3:07
Formazione
Ian Anderson - voce, chitarra folk,
flauto, pianoforte, organo Hammond, mandolino, balalaika
Martin Barre - chitarra elettrica,
flauto
Glenn Cornick - basso, voce
Clive Bunker - batteria, percussioni


















