venerdì 18 settembre 2026

Stessa musica, diverse emozioni: il parallelismo di "A Whiter Shade Of Pale" e "Senza Luce"

 


Esiste una magia sottile nella musica, la capacità di una melodia di attraversare confini linguistici e culturali, vestendosi di nuove storie e sfumature emotive pur mantenendo un'eco del suo spirito originario. "A Whiter Shade Of Pale" dei Procol Harum e la sua rilettura italiana, "Senza Luce" dei Dik Dik con il testo di Mogol, ne sono un esempio lampante. Un parallelismo approfondito tra questi due brani rivela come una stessa ossatura musicale possa vibrare con intensità diverse, pur condividendo un nucleo di profondo struggimento.

Il filo conduttore innegabile è la melodia. La canzone nasce dall'ispirazione bachiana, che intrinsecamente possiede una solennità malinconica, una discesa armonica che suggerisce un inesorabile scivolamento emotivo. L'organo Hammond in "A Whiter Shade Of Pale" amplifica questa aura di sospensione e indefinibile emozione, quasi un ponte tra il terreno e il trascendente. "Senza Luce" eredita questa stessa bellezza intrinseca, ma la incanala verso un racconto più terreno e diretto.

È nel testo che i due brani divergono radicalmente. L'originale di Keith Reid è un enigma surreale, un susseguirsi di immagini oscure e frammentarie che evocano un'esperienza confusa e indefinita. La celebre "whiter shade of pale" rimane un'immagine potente ma sfuggente, lasciando spazio a molteplici interpretazioni. Non una storia lineare, ma un paesaggio emotivo vago e potente, intriso di disorientamento. Al contrario, Mogol cuce sulla stessa melodia una narrazione chiara e universale di perdita amorosa. La "luce" che si spegne diviene metafora dell'assenza dell'amato, l'oscurità conseguente è la solitudine. Il desiderio di un ritorno è esplicito, trasformando la malinconia in un lamento d'amore toccante e riconoscibile.

 

Le atmosfere delle due canzoni sono distinte: "A Whiter Shade Of Pale" crea un'aura mistica e un'emozione indefinita, lasciando spazio all'interpretazione; "Senza Luce" dipinge una tristezza e un desiderio intensi e diretti, con cui è facile empatizzare.

Il successo e la ricezione dei due brani riflettono queste differenze. L'enigmaticità e l'atmosfera unica di "A Whiter Shade Of Pale" la consacrarono come icona di un'epoca, prestandosi a infinite interpretazioni. "Senza Luce", con la sua immediatezza emotiva e il testo in lingua madre, divenne un pilastro della musica italiana, toccando corde profonde nel cuore del pubblico nazionale.

Nonostante le storie diverse, entrambe le canzoni sono unite da una profonda tristezza, trasmessa dalla stessa melodia e portano l'ascoltatore a riflettere su perdita, desiderio e la fragilità dei legami affettivi.

"Senza Luce" rappresenta un affascinante caso di come una melodia, pur mantenendo la sua forza evocativa, possa essere riplasmata attraverso un testo che la contestualizza in un nuovo immaginario culturale. La base armonica e la linea melodica originali, con la loro intrinseca malinconia, hanno fornito un terreno fertile per un racconto di perdita e desiderio che ha trovato una sua specifica risonanza nel panorama emotivo italiano dell'epoca.

L'arrangiamento e l'interpretazione di Dik Dik hanno poi contribuito a definire ulteriormente questa nuova veste, rendendo "Senza Luce" un brano iconico a sé stante, capace di evocare sentimenti intensi e di connettersi profondamente con l'ascoltatore italiano.

Entrambe le versioni, pur nella loro unicità, testimoniano la potenza universale della musica di evocare emozioni profonde, anche quando le parole che le accompagnano tracciano sentieri narrativi diversi. Sono due echi di un'anima struggente, che vibrano con intensità attraverso il tempo e le lingue.




giovedì 17 settembre 2026

Kimmo Pörsti - Somewhere Not Far From Here-Il commento


Kimmo Pörsti – Somewhere Not Far From Here

Una produzione Seacrest Oy – Artwork di Ed Unitsky


La nuova opera di Kimmo Pörsti si inserisce nel vasto universo creativo dei The Samurai of Prog, quella realtà che negli anni è diventata una sorta di “multinazionale finlandese del prog”, capace di generare album, progetti paralleli, collaborazioni internazionali e un immaginario visivo riconoscibile. Per lungo tempo questa costellazione musicale è rimasta confinata allo studio, costruendo dischi complessi e stratificati senza mai affrontare la dimensione del palco. Solo di recente, con un tour europeo che ha finalmente portato la loro musica davanti al pubblico, il progetto ha assunto una forma più tangibile. In questo scenario, Somewhere Not Far From Here appare come un tassello naturale, un’estensione personale, coerente e profondamente sentita del mondo dei Samurai.

Il disco è stato preparato tra il 2023 e il 2026, con una cura artigianale che appartiene da sempre al modo di lavorare di Pörsti. Alcune parti di batteria sono state registrate in una piccola casa di tronchi nel cuore della foresta, un dettaglio che racconta molto del carattere del progetto, un lavoro che nasce lontano dal rumore, immerso nella quiete, costruito con pazienza e con un senso di intimità che si riflette nella musica.

Le undici tracce alternano brani vocali e strumentali, componendo un percorso che oscilla tra il sinfonico, il melodico e il cinematografico. Sei brani sono cantati, cinque sono strumentali, e la scrittura si muove con naturalezza tra aperture orchestrali e momenti più raccolti.


La sequenza dei brani è pensata come un viaggio: 

A Circle of Wagons - apertura ampia, progressiva, con un respiro narrativo che richiama i Samurai ma introduce una dimensione più personale.

Carrousel - la rilettura di Jean‑Pascal Boffo, elegante e sospesa, con un gusto quasi da colonna sonora.

Nightmares Come to Consume - tensione, dinamiche, intrecci strumentali che mostrano la solidità del gruppo di lavoro.

Chasing Echoes - una delle pagine più liriche del disco, con un equilibrio perfetto tra voce e tessiture strumentali.

Things Not Seen (Outline I) - primo dei due “outline”, brano che gioca con atmosfere più rarefatte.

In My Life - la cover degli Ambrosia, trattata con rispetto e con una delicatezza che la rende parte integrante del percorso.

Light of Other Days - un brano che si muove tra luce e malinconia, con un uso molto evocativo del flauto.

You and the Sun - pagina solare, melodica, con un senso di apertura che contrasta con i brani più introspettivi.

Over the Sleeping Stars - la composizione di Toni Jokinen, elegante e notturna.

The Only One in the Crowd (Outline II) - il secondo “outline”, più strutturato e narrativo del primo.

With a Breath I Linger - chiusura morbida, contemplativa, che lascia un senso di sospensione. 


Il disco vede la partecipazione di un gruppo di musicisti che orbitano da anni attorno al mondo Seacrest, ciascuno con un ruolo ben definito:

John Wilkinson, Dan Schamber, Michael Trew, Steph Honde - voci

Toni Jokinen, Rafael Pacha - chitarre elettriche e acustiche

Keijo Hakala, Jan‑Olof Strandberg - basso

Risto Salmi - sax ed EWI

Hanna Pörsti - flauto

Mario De Siena - tastiere

Kimmo Pörsti - batteria, tastiere, basso, mix, mastering e produzione 

La scelta di suonare tutto senza alcun intervento di intelligenza artificiale - oramai occorre evidenziarlo! - è una dichiarazione di poetica: la musica deve conservare il tocco umano, la vibrazione impercettibile che nasce dalle mani e dal respiro. Pörsti insiste su questo punto, e il risultato è un album che trasmette calore, presenza, artigianalità.

La confezione è il classico mini‑LP Seacrest, sei pannelli, booklet di venti pagine. Le illustrazioni di Ed Unitsky sono parte integrante dell’opera: figure sospese, architetture impossibili, paesaggi che sembrano provenire da un universo parallelo. Unitsky non si limita a decorare, ma prova a costruire un mondo visivo che dialoga con la musica, amplificandone la dimensione epica e spirituale.

Somewhere Not Far From Here è un album che conferma Kimmo Pörsti come uno dei più solidi artigiani del prog sinfonico contemporaneo. Il legame con i Samurai è evidente e solido, ma il disco possiede una sua identità precisa, più meditativa, più intima, più libera. In un momento in cui la “multinazionale finlandese del prog” ha finalmente scelto di mostrarsi dal vivo, questo lavoro rappresenta la controparte silenziosa e riflessiva: la musica che nasce lontano dal palco, ma che trova nel tour europeo una nuova energia, un nuovo senso di continuità.

È un album che cerca la profondità e la coerenza, e proprio per questo riesce a toccare il cuore dell’ascoltatore.

Felice di aver appena ascoltato dal vivo Kimmo e i Samurai, l’abbinamento visivo ed il fresco ricordo aiutano!






mercoledì 16 settembre 2026

Tre anni fa ci lasciava John Marshall, leggenda dei Soft Machine


Il 16 settembre del 2023, all'età di 82 anni, ci lasciava John Stanley Marshall. 

Batterista inglese, membro fondatore del gruppo jazz rock Nucleus, era nato il 28 agosto 1941. Dal 1972 al 1978 fu il batterista dei Soft Machine, sostituendo Phil Howard.

Marshall era nato a Isleworth, nel Middlesex, e nel corso della sua vita ha suonato con varie band e musicisti jazz e rock.

Dal 1999, ha lavorato con ex co-musicisti dei Soft Machine in diversi progetti legati alla Soft Machine, come SoftWare, SoftWorks e Soft Machine Legacy. Era stato in tour come membro della band, che opera di nuovo sotto il nome di Soft Machine, dal 2015 al 2023.

Mi è capitato di vedere una sua performance da pochi metri, direttamente sul palco, molti anni fa, e di quell’articolo (lettura intera cliccando a questo link: https://athosenrile.blogspot.com/2011/03/ge-prog-festival-2011-1-serata.html) estrapolo la parte relativa alla loro performance.

E poi una chicca video, seppur di pessima qualità, ripresa da pochi passi.

 


Genova: estratto dal commento del 3 aprile 2011 intitolato

“Soft Machine Legacy/Tempio delle Clessidre al Ge-Prog Festival 2011”

 

E viene la volta dei Soft Machine Legacy, una vera eredità del gruppo originario.

Il progetto, nato nel 2004 dopo il re-incontro di Hoog Hopper, Elton Dean, John Marshall e John Etheridge, cambia attori durante il percorso, per la prematura scomparsa di Dean e Hopper, ma con l’entrata di Roy Babbington si ricompongono i 3/5 del gruppo originale, tra il 1975 e il 1978. La ciliegina sulla torta è il fiatista Theo Travis.

Un tuffo tra vecchi ricordi mi porterà a commentare, con un “nuovo amico”, alla fine della performance, che l’unica volta in cui vidi i Soft Machine eravamo nei primi anni ’70, stessa città, Genova, ma era il Teatro Alcione il luogo dell’esibizione.

Li ritrovo dunque dopo una vita e mi viene spontaneo condividere qualche pensiero ad alta voce con una giovane donna, sempre dalla mia postazione privilegiata a lato del palco; osservo tutti quei ragazzi indaffarati, avanti e indietro, tra i cavi elettrici e i piatti della batteria, quasi “insensibili” alla storia della musica che li sta sfiorando (ma ovviamente per loro è un lavoro). Di certo non potrebbero mai capire cosa può provare un uomo “antico” come me, un tempo incantato dalle icone di Marshall e soci, sulle copertine dei vinili, e ora a due passi da loro, con la possibilità di sentirli chiacchierare prima dell’esibizione, o in attesa della chiamata per il bis, con le mani glissanti sulle tastiere non amplificate!

È questo il lato più romantico di tutta la faccenda, probabilmente comune a molti dei presenti.

Non suonano tantissimo i SML, forse un’ora e un quarto, ma … questa è la musica.

Difficile collocarli appieno nell’area prog, ieri come oggi, perché il jazz che ci regalano non lascia spazio ad interpretazione alcuna. E suonare jazz, anche se miscelato e arricchito, può significare dedicarsi solo ad una élite di persone. Leggere l'autobiografia del mitico Bill Bruford per saperne di più.

Resto incantato da tutti. I fraseggi di Etheridge sembrano improvvisazioni, ma non lo sono. Il basso di Babbington è qualcosa che necessita di spartito, ed anche il suono è estremamente preciso. Marshall sembrerebbe il più dimesso, ma da un incredibile saggio di bravura nel corso di un assolo, e poi… che tempi riesce a tenere! Theo Travis sembra capitato per caso sul palco, per il suo modo educato e delicato di muoversi, ma credo sia unico, con complicati passaggi al sax alternati a momenti di estrema dolcezza, all’insegna del flauto traverso.

Tutto bene, al di là delle mie personali aspettative.

In tutta onestà credo che un evento simile avrebbe meritato un tutto esaurito, ma… rileggiamoci il libro di Bruford.





martedì 15 settembre 2026

Il 15 settembre 2004 ci lasciava Johnny Ramone


Il 15 settembre 2004 moriva a Los Angeles Johnny Ramone, l'uomo che contribuì a costruire il punk rock, mattone su mattone, nota dopo nota. Aveva 55 anni e da tempo combatteva la sua battaglia personale contro il cancro alla prostata. Con la sua scomparsa, se ne andò il terzo membro fondatore di una band che cambiò la musica per sempre.

Mentre i riflettori spesso erano puntati sul carisma di Joey Ramone o sulla follia di Dee Dee, Johnny era la forza motrice, il martello che batteva il tempo. Il suo stile chitarristico era tanto semplice quanto rivoluzionario: una raffica incessante di accordi in "downstroke", suonati con una velocità e una precisione maniacale. Non c'erano assoli, non c'erano fronzoli inutili. Il suo era un muro di suono compatto, un'onda d'urto che ha definito l'estetica del punk.

Johnny non era un virtuoso, ma non ne aveva bisogno. La sua tecnica era funzionale a un unico scopo: creare un'energia viscerale, cruda e implacabile. Ascoltare canzoni come "Blitzkrieg Bop" o "I Wanna Be Sedated" significa captare la sua chitarra che macina senza sosta, spingendo il brano in avanti come un treno merci impazzito. Era la disciplina, la coerenza e la brutalità sonora del punk, il suo cuore pulsante.

Johnny non era solo un musicista; era l'anima e la mente manageriale dei Ramones. Rigido, testardo e con una visione chiara, era lui a tenere saldamente le redini della band, assicurandosi che il loro sound rimanesse fedele alle origini. Le sue posizioni politiche, apertamente conservatrici, lo distinguevano dal resto della scena punk, rendendolo una figura ancora più complessa e controversa, ma sempre autentica.

La sua scomparsa, a soli tre anni di distanza da quella di Joey e due da quella di Dee Dee, segnò la fine di un'epoca. Con la morte di Johnny Ramone, il trio che creò il sound originale scomparve. Ci rimane il loro inestimabile lascito: canzoni da tre minuti che hanno ispirato generazioni di musicisti a prendere in mano una chitarra, a scordarsi le regole e a suonare il rock'n'roll per il puro piacere di farlo. La sua musica continua a vivere in ogni accordo, in ogni pogo, in ogni giovane band che suona con il cuore in mano.

 





Ricordando Richard Wright



Il 15 settembre del 2008 ci lasciava, a 65 anni, Richard Wright, uno dei padri dei Pink Floyd, tastierista e compositore dopo l'uscita dal gruppo di Syd Barrett.
Lo voglio ricordare con un articolo trovato in rete in quei giorni…

"Si è spento ieri Richard Wright, co-fondatore e tastierista dei sempre e per sempre leggendari Pink Floyd, «dopo una breve lotta contro il cancro», così la famiglia, tramite un portavoce, ne ha dato l'annuncio, senza fornire ulteriori particolari, ma chiedendo il rispetto della privacy. Richard William "Rick" Wright (questo il nome completo), era nato a Londra 65 anni fa, unico nella formazione originale della band britannica a non essere originario della provincia.
Da adolescente frequenta brevemente il London College of Music, formandosi alla musica jazz. Ma l'esperienza dura poco e presto si iscrive ad Architettura dove incontra due dei suoi futuri compagni, Roger Waters, autore di tutti gli anni migliori della band, e Nick Mason.
Nel 1963 nascono i Pink Floyd.
Con Waters, Wright e Mason c'è anche Syd Barrett (morto il 7 luglio del 2006, a 60 anni, dopo anni passati a inseguire i fantasmi della propria mente), che in seguito viene sostituito dal raffinato David Gilmour.
Ed è proprio dopo l'uscita di Barrett dal gruppo che Wright ne diviene il compositore melodico, dando l'impronta decisiva ad alcuni fra i brani più famosi come "A Saucerful of Secrets", "Echoes", e "Shine on You Crazy Diamond".
Suoi anche alcuni fra i pezzi di maggior successo commerciale: le due canzoni dell'album "Dark Side of the Moon", del 1973: "The Great Gig in the Sky" e "Us and Them", e "Keep Talking", tratta da "The Division Bell "del 1994.
Impossibile, poi, non ricordare "Sysyphus", dell'album "Ummagumma", del1969, e "Summer '68 ", dell'album " Atom Heart Mother", del 1970.
Durante la registrazione di "The Wall", del 1979 scoppia la bufera: Roger Waters chiede a Wright di andarsene.
La causa è lo scarso rendimento, causato, lo accusa, da un eccessivo uso di cocaina.
Wright smentisce, ma se ne va anche se continua a suonare nei concerti del 1980 e 1981 che promuovono l'album, ma solo come musicista.
L'album successivo, "The Final Cut" (1983), dedicato alla memoria del padre di Waters, morto ad Anzio durante la guerra e ultimo disco della formazione originaria, è l'unico a cui Wright non contribuisce come autore.
Ormai è definitivamente allontanato da gruppo.
Nel 1984 forma un gruppo con Dave Harris, gli Zee.
Ma il primo album, "Identity", è un completo insuccesso.
Nel 1987 viene chiamato da Gilmour per dare una mano durante le session conclusive di "A Momentary Lapse of Reason" e poi formalmente "reintegrato" a pieno titolo come membro del gruppo con l'album "Delicate Sound of Thunder "(1988).
Nell'album successivo, "The Division Bell" (1994), scrive cinque canzoni e canta "Wearing the Inside Out.

Incoraggiato dal decisivo contributo fornito a The Division Bell, nel 1996 Wright pubblica il suo secondo album da solista, "Broken China", in cui tra gli ospiti appaiono talenti come Sinead O'Connor, Pino Palladino e Tim Renwick.


Nel frattempo gli screzi e le battaglie legali per il possesso del nome sembrano aver irrimediabilmente allontanato Waters dagli altri musicisti e sembra quindi un piccolo miracolo vederli di nuovo tutti e quattro, nel luglio del 2005, sul palco del Live 8, in Hyde Park.
L'anno seguente Wright ritorna nello studio di registrazione con Gilmour, per collaborare con lui ancora una volta, al terzo album da solista di quest'ultimo, "On an Island", suonando in due brani.
Erano proprio loro i propiziatori di una possibile, futura reunion dello storico gruppo al completo.
Ma ora ogni sogno è svanito per sempre".




giovedì 10 settembre 2026

Patti Smith Group Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979


Patti Smith Group
Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979

“Ne ho abbastanza. E’ finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.



Firenze fu il nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il nostro ultimo lavoro. In uno stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”


Patti Smith ricorda bene quello show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000 persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi. Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adorato Rembaud, e Rilke, e Jean Genet, un posto lo riservava anche a Papa Luciani, l’effimero Papa del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco (Wave) in foto e parole: “La musica è riconciliazione con Dio”.

Il giorno prima del concerto di Bologna Patti Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”. Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.





Auguri a Barriemore Barlow

Compie gli anni Barriemore “Barrie” Barlow, nato il 10 settembre del 1949.
È stato il batterista dei Jethro Tull dal 1971 al 1980, contribuendo alla realizzazione di dieci album, compreso il live Bursting Out, in cui sono apprezzabili la sua eccellente tecnica e il suo talento; notevole il suo assolo nel brano Conundrum, al punto tale che John Bonham arriverà a definirlo come il miglior batterista rock inglese di tutti i tempi.

Sconvolto dalla morte del bassista John Glascock - http://athosenrile.blogspot.com/search/label/John%20Glascock -, Barlow lasciò i Jethro Tull nel 1980, dopo aver completato la tappa finale del tour Stormwatch.

In seguito collaborerà a diversi progetti insieme ad artisti del calibro di Robert Plant, John Miles e Jimmy Page.
Si segnala anche il suo contributo nell'album Rising Force, di Yngwie Malmsteen.

Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo pochi anni fa, e posso raccontare un piccolo aneddoto.

Era il 2008 e l’occasione era la Convention dei Jethro Tull ad Alessandria, una delle più importanti, perché celebrativa dei cinquant'anni di storia dei Tull.

Molti i fan, importanti le cover band, ma anche tanti ex J.T.
Era presente perfino Jeffrey Hammond Hammond, ormai pittore a tempo pieno e probabilmente incapace di riproporsi come bassista, ma l’importanza dell’evento commemorativo aveva coinvolto anche lui.

Il set del pomeriggio era dedicato alle cover ed esisteva un gruppo base su cui far ruotare altri artisti.
La band erano i romani OAK di Jerry Cutillo.
E venne il momento di eseguire Aqualung.
Sul palco, oltre al leader, flautista chitarrista Jerry, c’erano Lorenzo Costantini alla chitarra e Claudio Maimone al basso. Carlo Fattorini, il batterista, aveva lasciato spazio a chi quel brano storico lo aveva interpretato sino dalla sua nascita, Barrie Barlow.
Io ero a pochi metri da lui.
Jerry e Barrie confabularono ridacchiando, prima di “partire”.
Esecuzione strepitosa, e Barlow che sembrava esattamente quello di 40 anni fa.
A fine brano Cutillo confessò pubblicamente le iniziali preoccupazioni del batterista, che da molto non suonava il brano: “E meno male che avevi paura di non ricordati il pezzo!”
Questo è Barrie, fantastico batterista e campione di umiltà!

Barrie sul palco serale( Convention Alessandria 2008)





mercoledì 9 settembre 2026

John Lennon: "Imagine", un disco senza tempo! Riascoltiamolo...

 


Album: Imagine

Artista: John Lennon

Pubblicazione: 9 settembre 1971 USA-8 ottobre 1971 GB

Durata: 39:29

Etichetta     Apple/EMI

Produttore John Lennon, Yōko Ono e Phil Spector

 

"Imagine" è il secondo album in studio da solista di John Lennon, pubblicato nel 1971. È un album iconico che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica e ha contribuito a consolidare la figura di Lennon come uno dei più importanti artisti del suo tempo.

L'album si apre con la celebre traccia che dà il nome all'intero progetto, "Imagine", una canzone che è diventata un inno per la pace e l'unità, con un messaggio potente e universale. Il testo poetico e le melodie semplici ma efficaci rendono la canzone un classico senza tempo.

Il resto dell'album presenta una combinazione di canzoni che spaziano tra diversi stili musicali: da ballate intime come "Jealous Guy" e "Oh My Love" a brani più rock come "It's So Hard" e "Gimme Some Truth", diversificazione in cui Lennon dimostra una versatilità artistica impressionante. Le canzoni sono scritte con grande sincerità e profondità emotiva, e toccano temi come l'amore, la politica, la religione e la speranza.

Una delle tracce più significative dell'album è "Gimme Some Truth", una canzone carica di rabbia e disillusione verso l'establishment politico e l'ipocrisia della società. Lennon utilizza la sua voce potente e le parole taglienti per esprimere il suo disgusto verso la situazione politica del tempo, rendendo la canzone un inno per coloro che cercano il cambiamento.

"Imagine" è anche notevole per la sua produzione impeccabile. Phil Spector, il leggendario produttore, ha creato con Lennon un suono pulito e coinvolgente. Le tracce sono ben arrangiate, con un'attenzione particolare per gli arrangiamenti orchestrali che enfatizzano le emozioni delle canzoni.

Che dire ancora… un album eccezionale, che ha avuto un impatto duraturo sulla musica e sulla società. Lennon ha dimostrato di essere un cantautore straordinario e un artista impegnato, trasmettendo messaggi di pace, amore e speranza attraverso le sue canzoni. Il disco continua a ispirare e a toccare il cuore di molte persone anche dopo più di cinquant'anni dalla sua pubblicazione, confermando la sua importanza e il suo valore artistico senza tempo.


Curiosità

All'uscita del disco, Rolling Stone lo recensì abbastanza freddamente, descrivendolo con le seguenti parole: “Contiene una sostanziale porzione di buona musica, ma, se lo paragoniamo all'album precedente (di molto superiore), ci sono avvisaglie della possibilità che i suoi messaggi sembreranno presto non solo noiosi ma anche irrilevanti".

Nel 2003, “Imagine” si piazzò all'80º posto nella classifica di Rolling Stone dei 500 migliori dischi di tutti i tempi!

Copertina

La copertina mostra un ritratto in primo piano di Lennon estrapolato da una Polaroid scattata da Yoko Ono. Il concept originale per la copertina proviene da una fotografia di Lennon scattata da Andy Warhol. La fotografia del retrocopertina è anch'essa opera di Yoko Ono. Sempre sul retro è presente una citazione tratta dal libro “Grapefruit” della Ono (del quale i Lennon stavano all'epoca promuovendo la ristampa in Gran Bretagna): "Imagine the clouds dripping. Dig a hole in your garden to put them in."

Come inserto interno, era presente una cartolina con una foto di Lennon che tiene per le orecchie un maiale (ironico riferimento alla copertina dell'album “Ram”, di Paul McCartney, dove Paul teneva per le corna un montone).

 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Lato A

Testi e musiche di John Lennon.

1.Imagine– 3:07

2.Crippled Inside – 3:47

3.Jealous Guy – 4:14

4.It's So Hard – 2:25

5.I Don't Wanna Be a Soldier Mama, I Don't Wanna Die – 6:05

Lato B

Testi e musiche di John Lennon, tranne dove indicato diversamente.

6.Gimme Some Truth – 3:16

7.Oh My Love – 2:44 (Lennon, Yōko Ono)

8.How Do You Sleep? – 5:36

9.How? – 3:43

10.Oh Yoko! – 4:20

 


Formazione

John Lennon – voce (tutte le tracce), piano (1, 7 & 9), chitarra elettrica (2, 4-6, 8 & 10), chitarra acustica (3), fischio (3), armonica (10)

George Harrison – dobro (2), slide guitar (5, 6 & 8), chitarra elettrica (7)

Nicky Hopkins – tack piano (2), piano (3, 5, 6, 9 & 10), piano elettrico (7 & 8)

Klaus Voormann – basso (tutte le tracce, tranne la 2), contrabbasso (2)

Alan White – batteria (1 & 6-10), vibrafono (3 & 5), tingsha (cimbali tibetani) (7)

Jim Keltner – batteria (2, 3 & 5)

Jim Gordon – batteria (4)

King Curtis – sassofono (4 & 5)

John Barham – harmonium (3), vibrafono (9)

Joey Molland, Tom Evans – chitarra acustica (3 & 5) (riportati come "Joey and Tommy of Badfinger")

John Tout – piano (2 & 8) (incorrettamente riportato come "chitarra acustica")

Ted Turner – chitarra acustica (2 & 8)

Rod Linton – chitarra acustica (2, 6, 8 & 10)

Andy Davis – chitarra acustica (6 & 8-10)

Mike Pinder – tamburello (3 & 5)

Steve Brendell – contrabbasso (2), maracas (5)

Phil Spector – armonie vocali (10)

The Flux Fiddlers (membri della New York Philharmonic) – orchestrazione (1, 3-5, 8 & 9)

Crediti

John Lennon, Yōko Ono e Phil Spector – produttore

Yōko Ono – fotografie

Registrato presso Ascot Sound Studios (Ascot, Berkshire, Regno Unito), Record Plant (New York, Stati Uniti) e Abbey Road Studios (Londra, Regno Unito)









Compie gli anni Wazza


Compie gli anni oggi, 9 Settembre, Aldo Pancotti, alias Wazza Kanazza.

Nel primo numero di MAT2020 lo convinsi a raccontare una storia romanticomusicale, la sua storia e quella di Gemma, la dolce consorte.

È anche il racconto di un’epoca che non tornerà più ma che molti di noi hanno avuto la fortuna di poter vivere.

Pubblico uno stralcio di quell’articolo, così, tanto per ricordare…


Ciao ... 2001

Parlare di Ciao 2001 è come raccontare di un caro amico d'infanzia, con cui hai diviso solo le cose belle e spensierate della gioventù, prima dei problemi, le responsabilità, la maturità (!) degli anni a seguire.

Ho iniziato a leggere, e quindi acquistare Ciao 2001, credo nel 1971, sicuramente visto per la prima volta nelle mani di amici "più grandi", appassionati di musica.

E già, perché Ciao 2001 era la Bibbia del rock, il Melody Maker dei poveri, l'unico strumento utile per avere notizie in anteprima del magico mondo rock. Internet, le notizie in tempo reale, non erano neanche nella mente del più ottimista- progressista... potevi sapere qualcosa di musica in quei pochi programmi radiofonici esistenti, come "Supersonic-dischi, Mach 2",(ricordate la storica In-a-gadda -da-vida, degli Iron Batterflay, come sigla?), "Pop-off", "Radio 21 e 29","Alto gradimento", ma sì anche "Hit Parade" del grande Lelio Luttazzi (le radio libere, ancora non esistevano..), o "Voi ed Io", la mattina, che aveva come sigla "House of the King" dei Focus, (e noi ingenui per anni a credere che era un inedito dei Jethro Tull, tipo 17"), spesso ascoltati con radioline portatili appoggiate sul cuscino, perché quella "grande" era usata dai genitori!

Oppure in Tv… "Speciale per voi"," Adesso Musica", "Speciale 3 milioni", "Under 20"(se non sbaglio in onda il sabato pomeriggio), " Pop studio", che andavano tutti in onda in seconda serata, e dovevi discutere per vederli, dato che le 22.00 degli anni '70 equivalevano alle 02.00 di oggi. "... mà chè tè stai a vedè... và'ddormì, che domani te devi arzà presto...", questo era il commento più pacato!

Quindi Ciao 2001 era qualcosa di personale, che ti "sparavi" dalla prima all'ultima pagina senza che nessuno ti potesse rompere. Ogni lunedì c'era il rito di andare in edicola, nel mio specifico dalla "mitica" Armeda, la giornalaia che aveva questo bazar, giornali, bombole per il gas, detersivi, che già frequentavo da "pischello", dove lasciavo regolarmente la "paghetta"acquistando montagne di figurine Panini, o il famoso pallone Super Tele che si bucava sempre, luogo dove le cose più vendute erano il Corriere dello Sport (per gli sportivi) e Le Ore o Caballero (per chi prediligeva il sesso), e ogni volta che chiedevi "… è uscito Ciao 2001?",  lo prendeva dallo scaffale, guardava la copertina e poi te lo porgeva, con una faccia tra l'incredulo e il compassionale, come se volesse dire... povera madre!

Ciao 2001 era un giornale "stupefacente" (non solo perchè il 50% di chi lo leggeva si faceva le canne...), ma perché si occupava di tutte le tematiche musicali e giovanili. In seconda di copertina c'era "Orientamenti Professionali", che dava indirizzi e notizie sul mondo del lavoro, (già allora), poi le "Lettere al direttore", dove la gente scriveva (all'epoca si scriveva… cazzo come si scriveva!), di vari problemi anche esistenziali, "L'angolo del Pop" con la tribuna dei lettori, domande e risposte sul mondo musicale, "Fermate il mondo voglio scendere", ogni volta con una notizia da discutere; poi quei begli articoli musicali, con foto a colori ed in bianco e nero, interviste, recensioni di concerti, "Mininotizie", le novità in pillole dall' Inghilterra ed America (per sentirsi sempre aggiornati), "Sotto le note", le traduzioni in italiano degli album più importanti, "Psicologia & Psicanalisi" (non ci facevamo mancare niente…). Rubriche sul cinema, motori, jazz, recensioni di dischi, le classifiche, i poster, gli adesivi, ed infine "Help", che era una specie di megafono per i lettori, dove ognuno poteva dire qualcosa, scrivere poesie, cercare o vendere dischi, strumenti musicali e quant'altro.

E fu proprio Help che mi "cambiò la vita", e premetto che non avevo mai scritto a Ciao 2001, anche se più di una volta ne ero stato tentato, magari per difendere i miei musicisti preferiti che qualcuno aveva osato criticare.

Sicuramente era novembre del 1974, non ricordo il numero, ma sulla copertina c'era Lucio Battisti; come al solito me lo leggo tutto, arrivo ad Help e tra i vari annunci leggo "Cedo a chi desidera, poster di Billy Preston, Osanna, Lou Reed, Jethro Tull, Pink Floyd; in cambio cerco foto o articoli su David Bowie". L'indirizzo era di una ragazza di Tivoli.

All'epoca ero al metadone con i Jethro Tull, bastava leggere il nome e mi saliva l'ormone… ero con un amico, "Ahò, mò quasi quasi jè scrivo…". Lui mi incoraggiò, presi carta e penna, rimediai tutto quello che avevo su Zyggy e glielo mandai; dopo una settimana mi rispose mandandomi il poster di centro pagina di Ciao 2001, quello dei Tull vestiti stile 700 che giocano a carte; faccio finta di stupirmi, le faccio credere che non l'avevo (!!??), ed inizio un lungo rapporto epistolare con lei, raccontandoci a vicenda dei "nostri problemi giovanili" e delle nostre simpatie musicali.

Mi confesserà poi che gli avevano scritto "un botto" di persone, ma per qualche strano gioco del destino aveva continuato a scrivere solo a me.

Ci scambiamo i numeri del telefono "fisso", e una sera mi faccio coraggio e la chiamo proponendole di vederci, visto che Ariccia -Tivoli, in fondo non sono così lontane (anche se non avevo la macchina)

Una domenica di febbraio 1975 programmiamo "l'incontro", prendo il pullman Roma-Tivoli, nel vecchio capolinea di via Gaeta ( i romani sanno...), carico di poster, vecchi Ciao 2001; per riconoscerci c' eravamo scambiati delle foto (tipo giornali dei cuori solitari); lei venne accompagnata dalla sorella, rimasi a bocca aperta dalla bellezza e dal sorriso di questa sedicenne (beh pure io capellone, senza barba, magro, alto 1.80 e con i ray-ban, facevo la mia sporca figura!); dopo i convenevoli della presentazione rimandammo la sorella a casa ed iniziò questo rapporto che dura da 39 anni, prima come amica , poi fidanzata, poi moglie, poi madre delle mie figlie… poi tutta la mia vita: quella sedicenne era Gemma, che molti di voi hanno conosciuto, perché complice nelle mie scorribande musicali italiane ed estere, molto adrenaliniche all'epoca, più "ingessate" adesso!

Quindi ho un "grosso debito" con Ciao 2001, che oltre ad avermi "educato" alla musica mi ha anche fatto trovare la compagna ideale della mia vita; questo nome, Ciao 2001, che all'epoca evocava un anno lontanissimo, dove credevamo che le macchine avrebbero volato, con la possibilità di chiuderle a mò di valigia  (tipo il cartoon dei Pronipoti), dove tutti saremmo stati vestiti con il domopak, ed invece oggi siamo qui, con tanta tecnologia e pochi sentimenti, con un imbarbarimento culturale, con I-Pod e "sagra delle porchetta" che vanno a braccetto, mentre imploriamo i santi, ma poi li portiamo in spalla nelle sagre paesane, protestando solo on-line, perché pensiamo che basta cercare su google per sapere tutto, quando invece non sappiamo un'emerita ceppa.

Non vorrei fare il nostalgico, ma con la fine Ciao 2001 si è chiusa un'epoca, e solo chi l'ha vissuta può capire. Come dimenticare gli artefici di quel giornale, dal direttore Saverio Rotondi, ai giornalisti Enzo Caffarelli, Manuel Insolera, Fiorella Gentile, Maurizio Baiata, Dario Salvatori, Michel "trashman" Pergolani, Armando Gallo, amati ed odiati a seconda di quello che scrivevano, perché oltre ad ascoltarli, di certi musicisti eravamo "tifosi".

Ogni tanto ne sfoglio qualche vecchia copia, e mi sembra di vedere l'album dei ricordi... sì "qualche copia" perché molti mi chiedono se ho ancora le annate complete... purtroppo no, perché lo "sfruttavo" fino all'ultimo, e ogni anno con i vecchi numeri (in me non albergavano le pippe mentali del collezionismo...) ci rivestivo le pareti della mia stanza (vedi foto), così facevo risparmiare i soldi della carta da parati a mia madre, ed avevo la cameretta più "figa" del mondo!

All'epoca uscirono altri magazine, Rockstar, Muzak, Sound, Nuovo Sound, Gong, Popstar, ma nessuno sarà mai rinpianto e ricordato come Ciao 2001!

Nel mio piccolo ho cercato di rendere omaggio a Ciao 2001 nell' occasione di Prog Exhibtion 2010, facendo il logo della t-shirt ufficiale (con l'aiuto del Roger Dean della Garbatella, Glauco Cartocci), come un'immaginaria copertina di Ciao 2001, modificandola in 2010...

Ciao 2001 forever...

WK