Dalle officine di Sheffield ai grandi
stadi del mondo
L'evoluzione tecnica e biografica di
un interprete essenziale
Prima di diventare il simbolo dell'energia vocale di
Woodstock, la quotidianità di Joe Cockerera distante dalle luci della ribalta
internazionale. A Sheffield, nel nord dell'Inghilterra, divideva le sue
giornate tra il lavoro come installatore di impianti per il gas e le serate
trascorse nei pub locali. Sotto lo pseudonimo di Vance Arnold, si esibiva con i
suoi Avengers proponendo un repertorio che guardava costantemente oltreoceano,
influenzato profondamente dal blues e dal soul di Ray Charles. Nonostante un
primo contratto discografico firmato nel 1964, la sua carriera faticava a
decollare, rimanendo confinata a un ambito regionale che poco lasciava
presagire l'impatto globale degli anni a venire.
Questa dimensione provinciale iniziò a mutare solo con la
formazione della Grease Band e il trasferimento a Londra, dove la ricerca di un
suono più strutturato portò alla collaborazione con musicisti del calibro di
Jimmy Page per la revisione dei classici del pop britannico. Fu in questo
contesto che prese forma la celebre decostruzione di With a Little Help
from My Friendsdei Beatles. Mentre l'originale poggiava su un tempo
binario e un’atmosfera leggera, Cocker scelse di rallentare drasticamente il
metronomo, trasformando la ritmica in un tempo tipico del blues, più cupo.
Questa scelta non fu puramente estetica, ma servì a creare lo spazio necessario
per un’escursione vocale che portava la melodia verso i limiti della rottura.
L'esibizione sul palco di Woodstock nel 1969 rappresentò lo
spartiacque definitivo, dove il momento del celebre urlo finale non fu un
espediente scenico, ma la chiusura logica di una tensione armonica accumulata
attraverso un arrangiamento che aveva spogliato il pop per far emergere il
soul. Senza quel passaggio, la sua proposta sarebbe probabilmente rimasta un
esperimento di successo limitato al mercato europeo, mentre il festival
trasformò quella struttura ritmica in un linguaggio universale, garantendogli
una visibilità che avrebbe sostenuto la sua intera traiettoria professionale.
La carriera successiva confermò la sua capacità di muoversi
tra generi diversi senza perdere la coerenza timbrica che lo
contraddistingueva. Negli anni Settanta, il tour Mad Dogs & Englishmen
consolidò il suo status, pur segnando un periodo di eccessi personali che
misero a dura prova la sua tenuta fisica. Tuttavia, la maturità artistica degli
anni Ottanta e Novanta lo vide protagonista di una seconda giovinezza
commerciale, caratterizzata da una pulizia sonora maggiore e da collaborazioni
di successo nel mondo del cinema e del pop d'autore. Dalla ruvida
interpretazione di You Can Leave Your Hat On alle ballate più melodiche,
Cocker ha mantenuto costante l'approccio tecnico appreso durante la gavetta:
utilizzare la voce come uno strumento a fiato, capace di piegare la struttura
di un brano alla propria urgenza espressiva.
Nella lunga e turbolenta storia dei Guns N' Roses, i
ritardi di Axl Rose sul palco sono
diventati parte integrante della mistica della band. Migliaia di fan hanno
passato ore ad aspettare l'inizio di concerti che sembravano non dover mai
cominciare. Tuttavia, tra le tante scuse (vere o presunte), ce n'è una che
svetta su tutte per la sua assurdità: il ritardo causato dalla visione di
"Cenerentola e le Tartarughe Ninja".
Siamo nei primi anni '90. I Guns N' Roses sono la band più
pericolosa del pianeta, nel pieno del mastodontico Use Your Illusion Tour.
La tensione interna è alle stelle e l'imprevedibilità di Axl Rose è al suo
picco massimo. In questo scenario di eccessi, ogni minuto di attesa del
pubblico poteva trasformarsi in una rivolta (come accadde tristemente a St.
Louis nel 1991, quando Axl Rose, furioso con la sicurezza, si tuffò dal palco per
aggredire un fan che scattava foto, abbandonando poi il concerto e scatenando
una rivolta che distrusse l'anfiteatro.)
La storia, raccontata da diversi addetti ai lavori e DJ
radiofonici nel corso degli anni (in particolare da un ex assistente di una
radio di Tampa, Florida), narra di un concerto in cui la band era già in
fortissimo ritardo.
Mentre il pubblico fuori ribolliva e il management sudava
freddo, sembra che Axl si trovasse nel suo camerino, letteralmente incollato
allo schermo della TV. Quando l'allora tour manager cercò di convincerlo a
salire sul palco, la risposta di Rose fu, secondo la leggenda:
"Aspetta, sto guardando le Tartarughe Ninja. Non
rompermi le palle."
Pare che il cantante stesse guardando il film del 1990, Teenage
Mutant Ninja Turtles, e che non avesse alcuna intenzione di muoversi finché
non fosse arrivato ai titoli di coda.
Come per ogni storia che riguarda i Guns N' Roses, il confine
tra verità e folklore è sottile. Molti fan e biografi sostengono che l'aneddoto
sia stato leggermente romanzato, ma il nocciolo della questione rimane: Axl
Rose viveva secondo il proprio fuso orario.
Se è vero che Rose amava i cartoni animati e la cultura pop
(spesso indossava t-shirt di Bugs Bunny o Woody Woodpecker), è altrettanto vero
che i suoi ritardi erano spesso causati da attacchi di panico, perfezionismo
ossessivo o semplici capricci da rockstar. Tuttavia, l'idea che 40.000 persone
stessero aspettando Welcome to the Jungle mentre il loro idolo guardava
Leonardo e Raffaello mangiare pizza è diventata una delle storie preferite dai
detrattori e dai fan più accaniti.
Episodi come questo hanno contribuito a creare l'aura di
"genio e sregolatezza" che circonda Axl. Oggi, con i Guns N' Roses
riuniti e decisamente più puntuali, questi racconti vengono guardati con una
punta di nostalgia: un'epoca in cui il rock era davvero fuori controllo, e dove
un film sulle Tartarughe Ninja poteva valere più di un intero stadio in attesa.
Il 17 aprile, ricorre l'anniversario della scomparsa di Linda McCartney. Questo scritto vuole essere un
omaggio alla sua vita e al suo impatto, ricordando la donna che seppe catturare
il mondo con il suo obiettivo e il cuore di un'icona.
La luce fioca del club fumoso si rifletteva pigramente
sull'obiettivo della sua Leica. Linda Eastman, con la sua folta chioma scura e
uno sguardo acuto nascosto dietro la macchina fotografica, era una presenza
discreta ma vibrante nella scena musicale newyorkese degli anni '60. Non era lì
per essere la protagonista, non ancora almeno. Il suo occhio curioso catturava
frammenti di un mondo in fermento: Jimi Hendrix in un assolo infuocato, Janis
Joplin con la sua anima blues straziante, le vibrazioni elettriche di un'epoca
che stava per esplodere.
Nata in una famiglia benestante, Linda non aveva seguito il
sentiero tracciato per lei. Invece, aveva trovato la sua voce attraverso
l'obiettivo, trasformando la sua timidezza in un'abilità unica di osservare e
immortalare l'essenza dei suoi soggetti. La sua fotografia non era patinata o
artificiale; era cruda, intima, un'istantanea rubata di un momento vero.
Catturava la vulnerabilità dietro la fama, l'umanità pulsante sotto i
riflettori.
Il rock and roll, con la sua energia selvaggia e la sua
promessa di libertà, l'aveva attratta come una falena alla luce. Si muoveva con
agilità tra le quinte e il palco, guadagnandosi la fiducia dei musicisti con la
sua gentilezza e il suo rispetto. Non era una groupie in cerca di celebrità
riflessa, ma un'artista con una sua visione, desiderosa di documentare un
fenomeno culturale in divenire.
Fu in uno di questi concerti, in un locale londinese avvolto
nel caos sonoro e nel fumo di sigaretta, che i suoi occhi incontrarono quelli
di Paul McCartney. Lui, già un'icona mondiale, abituato a folle urlanti e flash
accecanti, rimase sorpreso dalla sua quieta attenzione, dalla sua aura di
indipendenza. Linda non lo guardava come un Beatle, ma come un uomo.
Quell'incontro casuale fu la scintilla di una connessione
inaspettata. Linda, la fotografa americana dallo sguardo gentile, e Paul, il
musicista geniale con il peso del mondo sulle spalle. Le loro vite,
apparentemente distanti, si intrecciarono in un modo che nessuno avrebbe potuto
prevedere.
Per Linda, Paul non era solo una rockstar. Vedeva la sua
sensibilità, la sua vulnerabilità nascosta dietro il sorriso da ragazzo. Per
Paul, Linda era un rifugio, un'ancora in un mare di follia. Trovò in lei
un'intelligenza acuta, un senso dell'umorismo sottile e, soprattutto, un amore
sincero e incondizionato, lontano dalle dinamiche spesso superficiali del suo
mondo.
La loro relazione non fu esente da critiche e scetticismo.
Molti la vedevano come l'outsider, l'americana che aveva "rubato" il
cuore di uno dei Beatles. Ma Linda, con la sua forza tranquilla, seppe farsi
strada, dimostrando la profondità del suo amore e la solidità del loro legame.
La macchina fotografica, lo strumento attraverso il quale
aveva inizialmente trovato la sua voce, divenne anche un modo per catturare la
loro vita insieme, i momenti intimi e quotidiani lontani dai clamori del
successo. Le sue foto di Paul e dei loro figli non erano pose studiate, ma
frammenti di una vita familiare autentica, piena di calore e spontaneità.
Linda Eastman, la fotografa discreta che si muoveva
silenziosamente ai margini della scena musicale, divenne molto più di "la
moglie di un Beatle". Diventò una musicista a pieno titolo, una
sostenitrice dei diritti degli animali, una madre devota e, soprattutto,
l'anima gentile che seppe catturare non solo l'immagine, ma anche il cuore di
uno degli uomini più famosi del mondo. La sua storia era la dimostrazione che
la vera forza spesso risiede nella discrezione, e che l'amore autentico può fiorire
anche sotto i riflettori più intensi.
Tra identità, giudizio e il bisogno
di sentirsi nel giusto
Sheeple il nuovo lavoro di Franck Carducci. È un album che nasce da
un’idea semplice e scomoda: la convinzione di essere nel giusto, sempre. La
dinamica del “noi” contro “loro”, la presunta superiorità morale, la facilità
con cui etichettiamo, giudichiamo, riduciamo l’altro a una caricatura. Carducci
parte da qui, da questa frattura quotidiana, e costruisce un’opera che non
cerca risposte ma smonta certezze.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Sheeple è
un gioco di parole che unisce “sheep” e “people”, un modo per dire che siamo
tutti, a turno, gregge di qualcun altro. Non c’è un punto di vista
privilegiato, non c’è un pulpito da cui parlare… c’è un’umanità che si osserva
allo specchio e scopre che la linea tra ragione e arroganza è più sottile di
quanto vorremmo ammettere.
Musicalmente, Carducci torna alle radici che lo hanno formato,
il classic rock degli anni Settanta, la teatralità del prog, la scrittura che
si prende il tempo di respirare. Ma non c’è nostalgia. L’album è costruito con
una sensibilità contemporanea, con una cura del dettaglio che trasforma ogni
brano in un piccolo mondo. Le nove tracce alternano rock diretto, suite estese,
momenti acustici, aperture orchestrali, senza mai perdere coesione. È un disco
che si muove come un racconto, con capitoli che si richiamano e si
contraddicono, come accade nelle storie vere.
Il brano d’apertura, Sheeple, è una soglia, un minuto
e poco più che introduce il tema e prepara il terreno. Self-Righteousness
dà subito corpo al concetto centrale, con un rock teso, quasi nervoso, che
riflette la rigidità delle convinzioni assolute. Sweet Cassandra appare
come un sollievo melodico, ma è solo un’apparente tregua: la figura di
Cassandra, condannata a dire la verità senza essere creduta, diventa metafora
perfetta del nostro tempo. La suite in tre parti che attraversa il disco – Sweet
Cassandra, Sweet Cassandra (Reprise) e Sweet Cassandra (2019)
– è una delle intuizioni più felici dell’album: un personaggio che ritorna,
cambia forma, si sposta nel tempo, come un pensiero che non riusciamo a
scacciare.
Il cuore prog del disco pulsa in The Betrayal of Blue
e Love or Survive, due brani che superano i dieci minuti senza mai
perdere tensione. Qui Carducci mostra la sua capacità di costruire architetture
sonore complesse senza appesantirle, cambi di atmosfera, strumenti che entrano
e scompaiono, voci che si sovrappongono, un uso del Mellotron che richiama la
tradizione ma non la imita. The Limits of Freedom è forse il punto più
esplicito del discorso: la libertà come concetto fragile, sempre negoziato,
sempre in bilico tra desiderio e responsabilità.
Il disco si chiude con Do What You’re Told, bonus
track che suona come un sorriso amaro: un invito all’obbedienza che,
ovviamente, dice l’esatto contrario. È la chiusura perfetta per un album che
non vuole rassicurare, ma far pensare.
Dal punto di vista esecutivo, Sheeple è un lavoro
corale. Carducci suona una quantità impressionante di strumenti – chitarre,
bassi, pianoforti, synth, percussioni – ma ciò che colpisce è la capacità di
lasciare spazio agli altri. Le batterie di Léa Fernandez e Gus Genser,
le chitarre di Barth Sky e William Remond, le voci di Mary
Reynaud, i fiati di Roy Van Oost, gli organi di Cedric Selzer,
Anthony Honnet e Richard Vecchi: ogni presenza è funzionale, mai
decorativa. È un disco che vive di intrecci, di equilibri, di scelte misurate.
L’uscita è stata accompagnata da un evento simbolico: il Cavern
Club di Liverpool, l’8 aprile 2026, ha ospitato il concerto di lancio. Un
luogo che appartiene alla storia del rock e che sembra fatto apposta per
accogliere un’opera che guarda al passato per parlare al presente. Il giorno
successivo, a Londra, c’è stato un listening party al Harrison Pub, un modo più
intimo per entrare nel mondo del disco.
Sheeple è un lavoro maturo, consapevole, costruito con una cura che non si
limita alla produzione ma attraversa il pensiero stesso dell’album. È un disco
che non chiede di essere capito subito: chiede di essere ascoltato, lasciato
sedimentare, ripreso. E ogni volta rivela qualcosa di diverso, come accade con
le opere che non cercano l’effetto ma la profondità.
SONGS OF COMPASSION – Viaggio nelle crepe dell’anima
(United States of Alchemy: Dorothy Moskowitz, Francesco Paolo
Paladino, Luca Chino Ferrari)
Seguo e commento Francesco
Paolo Paladinoda tempo
immemorabile. È una consuetudine che non ho mai interrotto, forse perché ogni
volta mi ritrovo davanti a un autore che sembra scegliere la strada più
impervia, come se la difficoltà fosse la sua vera bussola. Ogni progetto è un
ostacolo nuovo, più complesso del precedente, e ogni volta - puntualmente -
Paladino lo supera. Non per ostinazione, ma per natura: come se il limite fosse
il luogo stesso in cui la sua musica prende forma.
Con Songs of Compassion questa dinamica diventa quasi
vertiginosa… un attraversamento, un’opera che vive nella notte, ma non per
nascondersi, piuttosto per amplificare. Una notte che non inghiotte, ma
accoglie. Una notte in cui la voce di Dorothy
Moskowitz - una voce che appartiene alla storia e al futuro allo
stesso tempo - diventa un faro intermittente, un richiamo, un respiro.
La prima sensazione, entrando in questo lavoro, è quella di
trovarsi davanti a un oggetto sonoro che non vuole sedurre, non vuole stupire,
non vuole intrattenere. Vuole rivelare. Vuole far emergere ciò che normalmente
resta sotto la pelle, le crepe, le cicatrici, le memorie che non sappiamo più
nominare. È un disco che non ha paura della fragilità, anzi la assume come
materia prima, come linguaggio, come architettura.
La voce di Dorothy è il centro emotivo dell’opera. Non canta
ma interpreta il mondo. Ha una qualità che non appartiene più alla semplice
vocalità, ma alla presenza. È una voce che conosce la sofferenza, la caducità,
la memoria, e che proprio per questo riesce a essere luminosa senza essere
consolatoria. In alcuni momenti sembra Nina Simone, in altri Nico, in altri
ancora Scott Walker, ma in realtà non assomiglia a nessuno, perchè è Dorothy, e
basta. Una Dorothy che qui appare più intensa, più consapevole, più “terrena”
che mai.
Accanto a lei, Paladino costruisce un paesaggio sonoro che
trasfigura. È un alchimista, come suggerisce il nome del progetto. Prende
elementi minimi - un oboe, un clarinetto, un synth, un pianoforte virtuale - e
li fa reagire tra loro come sostanze instabili. Il risultato non è mai
decorativo… è sempre necessario. Ogni suono ha un peso, un ruolo, un
significato. Non c’è nulla di superfluo, nulla di compiaciuto, nulla di “bello”
nel senso convenzionale del termine. È un’estetica della sottrazione, della
precisione, della verità.
E poi c’è Luca Chino Ferrari,
che con i suoi testi porta dentro il disco una dimensione poetica e filosofica.
Ferrari scrive sentenze, visioni, frammenti di coscienza. La sua lingua è
tagliente e tenera allo stesso tempo, capace di passare dalla meditazione
metafisica alla memoria storica, dalla fragilità del corpo alla brutalità del
potere. È una poesia che cerca la ferita, e la trova sempre.
Il disco si muove così, come un unico grande respiro che
attraversa temi diversi ma sempre con la stessa postura, quella di chi guarda
il mondo senza filtri, senza illusioni, senza difese. Si passa dalla sofferenza
come via alla conoscenza, alla fragilità del corpo, alla memoria dei
desaparecidos, alla genealogia dell’odio, alla follia collettiva, alla dolcezza
apocalittica di una ninna nanna che vola sopra un mondo in rovina. Ma tutto
questo non è mai frammentato, è un flusso, un continuum, un viaggio.
La musica da camera si intreccia con derive elettroniche, la
psichedelia con la poesia civile, la meditazione con la denuncia. Eppure, nulla
appare forzato, tutto sembra nascere da un’unica sorgente emotiva, come se i
tre autori avessero trovato un punto di contatto così profondo da rendere
superflua ogni distinzione.
C’è un senso di “opera totale” in Songs of Compassion,
un’unità che non deriva dalla coerenza stilistica, ma dalla coerenza interiore.
È un lavoro che non cerca il pubblico, ma trova chi è disposto ad ascoltare
davvero.
E poi ci sono i video - quasi uno per ogni brano - che
amplificano ulteriormente questa dimensione. Non sono semplici accompagnamenti
visivi, ma estensioni del disco, stanze aggiuntive di questa casa notturna,
immagini che interpretano, aprono, scavano. Tra tutti, ho scelto di
accompagnare questo articolo con Pathei Mathos, perché è il punto in cui
musica e immagine trovano una risonanza più profonda. Il brano porta già in sé
un’idea di attraversamento, di consapevolezza conquistata, e il video ne
restituisce la stessa tensione: la sospensione, la memoria, il movimento interiore
che si fa forma. Non completa la canzone ma la prolunga, la rende visibile.
Songs of Compassionè un disco che deve sedimentare. Vuole essere ricordato nei
momenti in cui la vita si fa più sottile, più fragile, più vera. È un’opera che
parla di dolore, memoria, politica, corpo, destino, ma lo fa con una grazia che
appartiene solo ai lavori necessari. E Paladino, ancora una volta, supera
l’ostacolo più difficile: quello di creare qualcosa che non assomiglia a nulla,
se non a sé stesso.
Nota sui crediti
Vale la pena ricordare - perché qui non è un dettaglio, ma
una parte viva dell’opera - la complessità umana e artistica che sostiene Songs
of Compassion. Dorothy Moskowitz, oltre ad essere la voce è presenza,
pianoforte, sintesi emotiva. Francesco Paolo Paladino è il regista invisibile
che plasma computer, synth, percussioni, piani virtuali e ogni vibrazione che
attraversa il disco. Luca Chino Ferrari è la penna che incide, che scava, che
porta dentro queste musiche una poesia che non è ornamento, ma struttura.
Attorno a loro si muove una costellazione di musicisti che
abitano il progetto. Gino Ape (oboe, clarinetto), Piero Pandiscia
(percussioni, chitarra), Alessandro Fogar (synth), Giampaolo Verga
(violino), Riccardo Sinigaglia (flauto), Mauro Sambo (sax), il Trio
Cavalazzi (violino, viola, cello). E poi due presenze che da sole
basterebbero a definire un orizzonte: Gary Lucas, con la sua chitarra
che porta una poesia tagliente, e Joseph Byrd, la cui composizione Charlottesville
è un dono che attraversa il disco come una ferita luminosa.
È un’opera collettiva, ma non nel senso tradizionale del
termine: qui ogni contributo è un frammento di un’unica coscienza sonora.
Gli Aerosmith
nascono a Boston nel 1970 e portano subito con sé quell’energia ruvida che
arriva dal blues, dal rock e dalla strada. Steven Tyler e Joe Perrydiventano
il centro magnetico della band, una coppia creativa che la stampa ribattezza
“Toxic Twins” per la vita spericolata e per quella chimica musicale che li
rende inseparabili. Il loro suono prende qualcosa dai Rolling Stones, ma lo
trasforma in un linguaggio americano, fatto di chitarre taglienti, ritornelli
immediati e una voce che diventa marchio di fabbrica.
Gli anni Settanta sono il primo periodo d’oro. Dream On,
Sweet Emotion, Walk This Way definiscono un’epoca e costruiscono
un’identità. Poi arrivano le fratture: tensioni interne, dipendenze, litigi che
sembrano irreparabili. Nel 1979 un banale incidente di backstage – una torta
lanciata nel momento sbagliato – scatena una lite furibonda che porta Joe Perry
a lasciare il gruppo. È l’inizio della fine, almeno così sembra. E invece no.
Gli anni Ottanta segnano una rinascita personale e musicale, culminata nella
collaborazione con i Run-D.M.C. che riporta Walk This Way in cima alle
classifiche e apre un ponte tra rock e hip hop. Negli anni Novanta la band
diventa un’istituzione globale con album come Pump, Get a Grip e Nine
Lives. Oggi gli Aerosmith sono una leggenda vivente, capaci di attraversare
cinque decenni senza perdere la propria identità.
Dentro questa storia lunga e accidentata c’è un brano che
precede tutto, quasi un presagio. Dream On nasce quando Steven Tyler ha
diciassette anni, seduto al pianoforte nella casa di famiglia. È un ragazzo
timido, pieno di dubbi, convinto che la musica sia la sua strada ma senza
alcuna certezza. La melodia sospesa, il crescendo che porta alla voce acuta,
quel senso di lotta e di speranza arrivano da lì, da un adolescente che cerca
il suo posto nel mondo. Quando gli Aerosmith la registrano nel 1973, il brano
non esplode subito. Ci vorrà tempo perché il pubblico lo riconosca come un
classico, ma è Dream On a dare alla band la prima vera identità, un rock
capace di essere potente e vulnerabile allo stesso tempo.
La voce di Tyler nel finale diventa un simbolo. Molti pensano
a trucchi di studio, ma lui stesso dirà che quelle note arrivano da anni
passati a imitare i cantanti soul e blues che amava da ragazzo. “In Dream On
non canto, mi arrampico”, confesserà più tardi. È un momento che diventerà la
sua firma. Anche la band, inizialmente, non era convinta di registrare il
brano: troppo lento, troppo melodico, troppo distante dal loro stile. Il
produttore insiste, Tyler lo difende con tutte le sue forze, e alla fine lo
incidono. Anni dopo Joe Perry ammetterà che senza Dream On gli Aerosmith
non sarebbero mai esistiti davvero.
Quando si introduce il brano all’ascolto, basta ricordare che
è la prima grande dichiarazione degli Aerosmith, scritta da un ragazzo che non
sapeva ancora se ce l’avrebbe fatta. Una canzone che parla di sogni, di fatica,
di quella voce interiore che ti spinge a non mollare. È il pezzo che ha dato
un’identità alla band e che ancora oggi resta uno dei momenti più intensi del
rock americano.
Tutto questo nasce da poche righe appuntate da un
adolescente, da un pianoforte che nessuno voleva e da una voce che si arrampica
fino a diventare storia.
La dodicesima lezione del percorso dedicato al rock degli
anni Settanta, UniSavona, ha avuto quella continuità serena che
ormai riconosco come un tratto distintivo delle mattinate alla Stella Maris.
La partecipazione è stata buona, attenta, con quel clima di ascolto reciproco
che permette ai brani di respirare e alle storie di trovare il loro spazio
naturale.
Il viaggio è partito dai Golden Earring, con Radar
Love (il solito brano del giorno, sganciato dal programma) che ha subito rimesso in moto l’immaginario della strada, del
movimento, di quel rock che nasce per essere attraversato più che spiegato. Da
lì il passaggio ai Cream è stato quasi un cambio di stanza, un modo per
entrare in un’atmosfera più sospesa, dove White Room continua a
mostrare la sua architettura elegante e inquieta.
Santana ha portato un’altra luce, un altro modo di far dialogare ritmo e
melodia, e Evil Ways ha ricordato quanto quella miscela latina e
rock resti ancora oggi un punto di equilibrio raro. I Ten Years After
hanno riportato la lezione su un terreno più elettrico, più urgente, con Love
Like a Man che ha fatto emergere la velocità e la precisione di Alvin
Lee, sempre capace di sorprendere anche chi lo conosce bene.
Il momento dedicato ai Black Sabbath ha segnato un
cambio netto, quasi un ingresso in un’altra stagione del rock. Paranoid
ha mostrato ancora una volta quanto quel suono, nato all’inizio del decennio,
sia rimasto intatto nella sua forza diretta, senza bisogno di spiegazioni. Con
i Free l’atmosfera si è aperta di nuovo, e All Right Now
ha riportato un sorriso collettivo, come accade ogni volta che un brano diventa
parte della memoria comune.
Il capitolo dedicato ai Deep Purple ha trovato un suo
ritmo naturale, accompagnato dal ricordo del concerto genovese del 1973 che ha
evocato immagini vive e qualche aneddoto condiviso. Highway Star
ha chiuso quel segmento con la sua corsa continua, sempre efficace nel
restituire l’energia della band.
La parte finale ha attraversato gli Aerosmith con Dream
On, i Boston con Don’t Look Back e gli AC/DC con Thunderstruck,
un percorso che ha mostrato come il rock americano e quello australiano abbiano
continuato a evolversi mantenendo però un filo diretto con le radici degli anni
Settanta.
Da segnalare il solito intervento di Giacomo.
La prossima volta avremo ospiti, anzi più di uno, e questo
darà alla giornata, probabilmente, un ritmo diverso, forse più imprevedibile,
sicuramente più vivo.
“Veri fanatici di R & B, cantano e suonano come ci si
aspetterebbe da un gruppo di neri americani. Invece sono ragazzi bianchi, così
carichi di sfrenata energia da far urlare i fan.”
Norman Jopling, Record Mirror
Il fine settimana del 13 e 14 aprile 1963fu decisivo per i Rolling Stones. Da un paio di mesi
suonavano ogni domenica sera al Crawdaddy Club, un locale ospitato all’interno
dello Station Hotel, alla periferia occidentale di Londra. In breve tempo il
loro pubblico era passato da 30 a 300 spettatori ansiosi di ascoltare quei
giovani concittadini così bravi a suonare rhythm & blues. Tutto era
cominciato con la pubblicazione di un articolo, il primo in assoluto dedicato
ai Rolling Stones, sul Richmond And Twickenham Tmes: “Il R & B guadagna seguito di settimana in settimana e in tutto il
paese sta soppiantando il pop tradizionale”, aveva scritto Barry May. “Il suono corposo e intenso che si diffonde
la domenica sera dal palco dell’hotel comunica a tutti i presenti un
irresistibile desiderio di muoversi.” May riconosceva agli Stones anche una
notevole efficacia visiva, in particolare per i “capelli spazzolati in avanti
come quelli del gruppo pop dei Beatles”.
Secondo il giornalista, il Crawdaddy era una stanza buia e
affollata di gente “vestita in modo buffo”.
Il 14 aprile quattro giovanotti dall’aspetto doverosamente anticonvenzionale
s’immersero in quel buio. Erano i Beatles, venuti a dare un’occhiata alla concorrenza.
Ad accoglierli all’ingresso c’era Pat
Andrews, la fidanzata di Brian Jones,
che spiega: “Non si trattava di una
visita a sorpresa.”
Il manager dei Rolling Stones, Giorgio Gomelsky, aveva preso accordi qualche ora prima nella poco
lontana Twickenham, dove i Beatles erano impegnati sul set. “Brian mi chiese se potevo sistemarli in un
posto da dove si vedesse qualcosa”, aggiunge Pat. “Fu uno dei momenti della mia vita in cui ebbi più paura. Ricordo di
aver visto un berretto di pelle apparire davanti alla porta e di aver capito
che era Ringo. Erano tutti vestiti di pelle nera: li sistemai in un punto un po' appartato.”
Dal palco il bassista Bill
Wyman osservò la scena e pensò: “Merda,
sono i Beatles”. In realtà non aveva motivo di preoccuparsi. “Era una vera e propria festa”, avrebbe
raccontato tempo dopo George Harrison.
“Il pubblico urlava e saltava sui tavoli.
Era un ballo che nessuno aveva mai visto prima e che ben presto avremmo tutti
imparato a chiamare “shake”. Il ritmo degli Stones era così potente da far
tremare le pareti e sembrava ti attraversasse dentro la testa. Avevano un suono
pazzesco”.
Mark Paytress (“Io c’ero”).
SET LIST
Ain't That
Loving You Baby?
Bright
Lights, Big City (Jimmy Reed cover) Close Together
Soon
Forgotten
Shame Shame
Shame (Jimmy Reed cover) I'm Talking About You (Chuck Berry cover) Memphis,
Tennessee (Chuck Berry cover) I Just Want To Make Love To You (Muddy Waters
cover) I Want You to Know
I'm Bad Like
Jesse James (John Lee Hooker cover) Little Egypt (The Coasters cover) I'm All
Right
Quarant’anni sull’orlo: quando la
musica diventa sguardo
At the Edge of Faith, decimo album dei Twenty
Four Hours, arriva in un momento importante della loro storia e
riflette pienamente la maturità raggiunta dalla band. Non è un lavoro pensato
per celebrare un anniversario, ma un disco che guarda al presente con
attenzione e senza retorica. La “fede” richiamata dal titolo non ha
connotazioni religiose: rimanda piuttosto alla fiducia nell’essere umano e
nella sua capacità di orientarsi in un periodo complesso e contraddittorio. È
una fiducia messa alla prova, ma ancora capace di resistere. La band non
cerca rifugi né nostalgie. La psichedelia qui non è evasione, ma strumento
d’indagine; il progressive non è citazione, ma materia da reinventare; l’ombra
post‑punk è un colore, non un manifesto. Ne nasce un’identità sonora che non si
appoggia a modelli: li attraversa, li filtra, li riduce all’essenziale per
costruire un linguaggio proprio.
Il disco nasce nel trullo dell’Agriturismo Il Ciliegieto di
Locorotondo, durante le sessioni di Pasqua 2025. Lì, tra pietre irregolari e
cupole che restituiscono un riverbero naturale unico, la musica trova un
habitat che la modifica dall’interno. Il trullo non è un semplice luogo di
registrazione: è un corpo acustico che risponde, amplifica, suggerisce. La
produzione di Dario Ravelli valorizza questa peculiarità con un’attenzione
quasi da liutaio.
Il viaggio sonoro si apre con la sospensione di Kept in
Wine, un ingresso morbido che prepara a un percorso tutt’altro che
rassicurante. At the Edge of Time allarga l’orizzonte, come se il tempo
stesso fosse materia da modellare. DECENZA introduce un taglio netto,
quasi un gesto morale. Complimenti affronta il tema del mobbing con
un’ironia che graffia più di un’accusa frontale. Gen‑Z chiude il primo
lato con un ritratto generazionale inquieto, privo di giudizi ma ricco di
domande.
Il secondo lato si apre con la solitudine consapevole di Some
Face the Dark Alone, per poi scendere nelle profondità di Holes in the
Earth (Kolwezi & Picher), che ha il passo di un racconto documentario. In
Cattive Acque scorre come un pensiero che cambia forma, mentre It
Eclipses the Sense of Life intreccia voci e tensioni emotive con grande
misura. Il Mistero della Vita non è Dio chiude il percorso con una
riflessione laica che resta sospesa, come un’eco che non vuole dissolversi.
Le tre tracce bonus del CD e del digitale ampliano il quadro:
Applauso al Buio è intima e fragile, Lament (remix) rilegge e
approfondisce, La Consapevolezza della Fine porta il discorso verso una
maturità quasi meditativa.
Tracklist
LP – Side A
1.Kept
in Wine
2.At
the Edge of Time
3.DECENZA
4.Complimenti
5.Gen‑Z
LP – Side B
6.Some
Face the Dark Alone
7.Holes
in the Earth (Kolwezi & Picher)
8.In
Cattive Acque
9.It
Eclipses the Sense of Life
10.Il
Mistero della Vita non è Dio
Bonus Tracks – CD & Digital
11.Applauso
al Buio
12.Lament
(remix)
13.La
Consapevolezza della Fine
Lineup
Paolo Lippe – voce, tastiere, basso, virtual
drums, creative mixing Antonio Paparelli – chitarra elettrica
Marco Lippe – batteria, cori su It Eclipses
the Sense of Life / LamentGìo Lombardi – basso elettrico
Dario Ravelli –
sound engineer & producer
Ospiti
Ruggero Condò – sassofoni
Paolo Sorcinelli – basso elettrico, chitarra
elettrica
Taty Farroni – voce su Il Mistero della Vita
non è Dio e Applauso al Buio
Il disco porta tre dediche che ne orientano lo spirito: a Nico
Colucci, storico bassista, alle vittime di mobbing - con Complimenti
come gesto di solidarietà - e a Claudio Lippe, simbolo di rigore e
meritocrazia. Non sono pesi, ma luci che guidano l’ascolto.
At the Edge of Faith parla del nostro tempo senza compiacimenti, usando la
psichedelia come lente d’ingrandimento e non come fuga. Dopo quarant’anni, i
Twenty Four Hours non si limitano a esistere ma continuano a dire qualcosa, e
lo fanno con una voce che non assomiglia a nessun’altra.
Dalla California all'Isola di Wight! Medley live da brividi e carico di ricordi per i Dik Dik - e Joe Vescovi - nel 1979 ad Antennatre Lombardia
Un frammento televisivo del 1979, una di quelle
apparizioni che oggi sembrano arrivare da un’altra epoca: i Dik Dikospiti
ad Antennatre Lombardia, impegnati in un medley che attraversa la memoria
collettiva “dalla California all’Isola di Wight”. È un documento
vivo, non solo per la band che ha segnato un pezzo di immaginario italiano, ma
anche per la presenza - spesso dimenticata, mai marginale - di Joe Vescovi,
figura centrale del progressive nazionale.
Vescovi, fondatore dei The Trip, portava con sé un
linguaggio musicale diverso, più visionario, più strutturato, più vicino alle
derive sinfoniche e psichedeliche degli anni Settanta. Il suo ingresso nei Dik
Dik aggiunse una profondità inattesa, un colore armonico che si percepisce
anche in questo medley televisivo, dove la band attraversa i propri successi
con una naturalezza che oggi appare quasi artigianale.
Rivedere questo estratto significa ritrovare un pezzo di
storia pop italiana, ma anche riconoscere il percorso di un musicista che ha
saputo attraversare mondi diversi senza perdere identità. Joe Vescovi rimane
una figura di confine, tra rock e canzone, tra ricerca e mainstream, tra Savona
e un immaginario internazionale che lui, per primo, aveva intuito.
Un piccolo documento, dunque, ma capace di restituire
un’epoca e un talento.
Enzo Carellaè uno di quegli autori che sfuggono alle definizioni, non
perché fosse indecifrabile, ma perché la sua musica viveva in un altrove tutto
suo, un equilibrio sottile tra sensualità, ironia, groove mediterraneo e una
scrittura che sembrava arrivare da un’altra stanza. Barbaralo
porta a Sanremo nel 1979, lo mette sotto i riflettori, lo consegna per un
attimo al grande pubblico. Ma Carella non era un artista da riflettori: era un
autore da ascolto attento, da scoperta lenta.
Album come Vocazione (1977), Barbara e altri Carella (1979) e Sfinge (1981) mostrano un mondo sonoro che non
assomiglia a nessuno. Chitarre sinuose, ritmi che oscillano tra funk e canzone
d’autore, testi di Pasquale Panella che aprono spiragli surreali, sensuali,
obliqui. Una coppia artistica che anticipa un modo di scrivere canzoni che
l’Italia avrebbe capito solo molto più tardi.
Carella non ha sfondato perché non voleva essere
semplificato. Non cercava la formula, non cercava il ritornello che si incolla,
non cercava la riconoscibilità immediata, preferiva la deviazione, la piega
inattesa, la frase che non si lascia afferrare. In un panorama che chiedeva
chiarezza, lui offriva ambiguità luminosa.
C’era poi la sua natura schiva, quasi appartata. Nessuna
esposizione, nessuna costruzione del personaggio, nessuna volontà di
trasformare la propria unicità in un marchio. Carella era un autore puro, uno
che lasciava parlare la musica e si ritraeva un passo indietro. Una scelta che
lo ha reso meno visibile, ma più vero.
Riascoltandolo oggi, tutto appare sorprendentemente moderno.
Le sue armonie, il suo modo di cantare, la sua scrittura che sfiora il teatro
dell’assurdo senza mai perdere sensualità, parlano a un presente che ha
finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede subito. Carella non è
mai stato un fenomeno, è stato un’eleganza, una di quelle che non si spiegano…
si riconoscono.
Enzo Carella è morto a Roma il 20 febbraio 2017 in seguito a un
arresto cardiaco, dopo alcune settimane trascorse in terapia intensiva.