domenica 16 agosto 2026

Shel Shapiro: compie gli anni un'icona del beat italiano

 


Norman David Shapiro, per tutti semplicemente Shel Shapiro, nasce a Londra il 16 agosto 1943. Figlio di un pugile ebreo e di una casalinga, cresce in un quartiere popolare dove sviluppa la sua passione per la musica, imparando a suonare la chitarra da autodidatta. A metà degli anni '60, arriva in Italia e fonda un gruppo destinato a diventare uno dei nomi più importanti della musica beat: i Rokes.

Con i Rokes, Shel Shapiro si impone come leader carismatico, portando in Italia un sound fresco e innovativo, ispirato ai grandi gruppi britannici come i Beatles e i Rolling Stones. Canzoni come "Che colpa abbiamo noi", "È la pioggia che va" e "C'è una strana espressione nei tuoi occhi" diventano inno di un'intera generazione, scalando le classifiche e conquistando il cuore di milioni di giovani. La loro energia sul palco e il loro look inconfondibile li rendono un fenomeno di costume, capaci di influenzare non solo la musica, ma anche la moda dell'epoca.

Il successo dei Rokes dura fino al 1970, anno del loro scioglimento. A quel punto, Shel decide di rimanere in Italia e intraprendere una carriera da solista. Oltre a continuare a cantare, si dedica a tempo pieno alla produzione musicale, collaborando con artisti del calibro di Mia Martini, Alberto Fortis e Loretta Goggi. La sua sensibilità e la sua esperienza si rivelano fondamentali per la nascita di alcuni dei più grandi successi della musica italiana.

Negli anni '80 e '90, Shel Shapiro continua a lavorare dietro le quinte, componendo colonne sonore per il cinema e il teatro e portando avanti la sua passione per l'arte e la cultura. Negli ultimi anni, è tornato sulle scene, sia con spettacoli teatrali che con nuovi progetti musicali, dimostrando una vitalità e una creatività senza tempo.

La storia di Shel Shapiro è la storia di un artista poliedrico, un'anima rock che ha saputo reinventarsi e rimanere sempre fedele alla sua passione per la musica. Dalla Londra degli anni '60 all'Italia del boom economico, la sua vita è un viaggio affascinante, fatto di successi, cambiamenti e una costante ricerca di nuove espressioni artistiche. Il suo contributo alla musica italiana è indiscusso e la sua figura rimane un punto di riferimento per intere generazioni di artisti.






Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky...


Ospitata in quella che era praticamente un’abitazione privata, tra effluvi di whisky e abbondante presenza femminile, l’ultima esibizione di Robert Johnson può contare su testimonianze piuttosto labili. Occorre pertanto affidarsi ai ricordi di Sonny Boy Williamson, grande armonicista in possesso di un’aneddotica sterminata, che sostiene di aver suonato insieme al leggendario bluesman in quella fatale notte.

La popolarità di Johnson nella regione del delta del Mississippi era cresciuta negli anni ’30 grazie anche al suo presunto patto con il diavolo stipulato alla periferia di Clarksdale, all’incrocio fra la Statale 61 e la Statale 49. Solo qualcuno che avesse venduto l’anima al diavolo, si diceva in giro, poteva suonare contemporaneamente parti ritmiche e soliste con tanta abilità, oppure cantare del “cane degli inferi sulle mie tracce” con pathos quasi soprannaturale.

Nel luglio 1938, dopo molto peregrinare, Johnson si era stabilito a Greenwood.
Il sabato sera suonava in un locale chiamato Three Forks, dove si era messo con una ragazza del paese. Difficile dire se sapesse o meno che si trattava della moglie del proprietario della bettola.
Sonny Boy Williamson racconta che una sera Johnson, durante una pausa nella sua esibizione, si vide arrivare una bottiglia di whisky. Consapevole delle tensioni che la spregiudicatezza sentimentale dell’amico stava creando (il flirt era iniziato un paio di settimane prima), l’armonicista afferrò la bottiglia e la gettò via.

Non mi strappare mai di mano una bottiglia di whisky”,  lo ammonì Johnson che, poco dopo, accettò senza indugi una seconda bottiglia. In realtà Williamson aveva visto giusto.
Non appena ricominciò a cantare, Johnson ebbe un malore e dovette lasciare il palco.
Al whisky era stata aggiunta della stricnina. Sebbene non fosse risultata subito fatale, Robert Johnson morì circa due settimane dopo, il 16 agosto 1938, senza immaginare che l’incrocio presso cui la sua vita e la sua arte si erano intersecate sarebbe diventato il mito primigenio del musicista-fuorilegge del xx secolo.





sabato 15 agosto 2026

Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965-Beatles



Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965

"Now, ladies and gentlemen, honoured by their country, decorated by their Queen, loved here in America, here are The Beatles!"


Fu l’apice della Beatlemania: 55000 fan urlanti che agitavano striscioni e bandiere mentre a stento intravedevano i Fab Four al di là del recinto di protezione.

A qualche centinaio di metri di distanza, su un palco costruito alla buona nel mezzo di un enorme campo di baseball, i quattro musicisti cercavano di farsi ascoltare sparando musica da amplificatori da 100 watt commissionati per l’occasione, un impianto di diffusione sonora più adatto ad annunciare il risultato delle partite.

E’ stato il più grande concerto mai visto”, dichiarò entusiasta John Lennon qualche tempo dopo. “E anche il più esaltante. Una cosa fantastica”.

Un attimo prima di attraversare di corsa il prato con indosso le celebri giacche beige, i Beatles sembravano un gruppo di eroi per sbaglio, stanchi al solo pensiero di affrontare una nuova tournèe americana (una dozzina di date in grandi spazi all’aperto) dopo luinghe peregrinazioni europee. Persino arrivare allo Shea Stadium era stata un’impresa ardua.

Da Wall Street avevano viaggiato in elicottero sino al tetto della World Fait, dove un veicolo li attendeva per portarli a destinazione.

Ma bastò la prima delle dodici canzoni in scaletta, a malapena udibile in mezzo alle urla isteriche del pubblico, perché la professionalità dei Beatles tornasse a galla.

John Lennon si produsse perfino in una spettacolosa imitazione di Jerry Lee Lewis accompagnando al piano un trascinante "I'm Down".

In realtà sia lui sia i compagni sapevano che quei guizzi estemporanei non erano più semplici  artifici scenici . “Avevo sbiellato” ammise Lennon diversi anni più tardi.
(Note di Mark Paytress)


Set list

Twist And Shout
She's A Woman
I Feel Fine
Dizzy Miss Lizzy
Ticket To Ride
Everybody's Trying To Be My Baby
Can't Buy Me Love
Baby's In Black
I Wanna BeYour Man
A Hard Day's Night
Help!
I'm Down





venerdì 14 agosto 2026

The Who-"Who's Next": un must del rock!

Artista: The Who

Titolo: Who's Next

Pubblicazione: 14 agosto 1971

Durata: 43:39

Genere: Rock

Etichetta: Decca Records

Produttore: The Who, Glyn Johns

Registrazione: marzo - maggio 1971


Ogni tipo di giudizio relativo ad un progetto musicale è opinabile, tutto passa attraverso sensazioni e preferenze personali, ma esistono le fondamenta e poi tutto il contorno, e quando mi riferisco alle “fondamenta” penso a contenitori sonori che mettono tutti d’accordo, sia per la loro “bellezza specifica” che per la capacità dimostrata nel tempo di saper influenzare ciò che arriverà dopo, diventando di fatto un “apripista” del genere di riferimento.

Vorrei descrivere uno di questi dischi in modo estremamente semplice, immaginando di utilizzare l’articolo per avvicinare un giovane, un neofita, e provare ad incuriosirlo.

A fine post sarà possibile ascoltare ogni singola traccia dell’album con l’aggiunta di un contributo video.

Il disco in questione è "Who's Next" dei The Who, senza dubbio - e di questo sono certo - uno dei migliori album rock di tutti i tempi. Qualche dettaglio… ma non troppi!

Quinto album in studio della band inglese, fu pubblicato il 14 agosto 1971 dalla Decca Records e contribuì a consolidare la reputazione della band, una delle più influenti e innovative nel panorama musicale dell'epoca.

Una delle caratteristiche distintive di "Who's Next" è la potenza e l'energia delle performance musicali.

L'album si apre con la celebre "Baba O'Riley", una canzone iconica caratterizzata dal maestoso synth introduttivo e dai riff di chitarra potenti. La voce di Roger Daltrey è intensa e appassionata, mentre la sezione ritmica composta da John Entwistle al basso e Keith Moon alla batteria fornisce una base solida e dinamica.

Il punto centrale dell'album è la lunga suite "Won't Get Fooled Again", un brano epico - con il suo potente finale di chitarra e le urla strazianti di Daltrey – che cattura l'essenza del rock 'n' roll e la ribellione giovanile dell'epoca: ancora oggi continua ad essere considerata un classico del rock.

Altri brani degni di nota includono "Behind Blue Eyes", una ballata emotiva e struggente che mette in luce il talento vocale di Daltrey, e "My Wife", scritta da John Entwistle e unico brano dell'album che non porta la firma di Pete Townshend. "The Song Is Over" è un altro momento memorabile dell'album, con il suo arrangiamento ricco di strati sonori e le armonie vocali impeccabili.

Un elemento che rende "Who's Next" così speciale è anche la produzione di Glyn Johns, che ha saputo catturare perfettamente l'energia cruda e l'urgenza delle esecuzioni della band. L'album suona fresco e potente anche dopo oltre cinquant'anni dalla sua pubblicazione.

Inoltre, "Who's Next" è un album che ha avuto un impatto significativo sulla musica rock successiva, con l'uso innovativo dei sintetizzatori e degli arrangiamenti strumentali che ha aperto nuove strade per la sperimentazione sonora nel rock, influenzando generazioni di musicisti.

"Who's Next" appare come album senza tempo, che dimostra la grandezza della band. Le performance straordinarie, i testi potenti e la produzione impeccabile si combinano per creare un'esperienza musicale indimenticabile.

Un must per qualsiasi collezione musicale!

La rivista Rolling Stone lo ha inserito al 28º posto della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

 

Curiosità 

Dopo la pubblicazione del precedente album, “Tommy”, nel 1969, Pete Townshend concepì un'altra opera rock intitolata “Lifehouse”, che avrebbe dovuto fondere rock e teatro, ma il progetto non si concretizzò e il chitarrista decise di salvarne comunque le tracce da pubblicare nel nuovo album del gruppo, “Who's Next” appunto.

L'abbandono del complesso progetto di “Lifehouse” diede quindi al gruppo maggiore libertà, senza bisogno di mettere in sequenza i brani per realizzare un concept album (come fatto per “Tommy”). Ciò permise alla band di concentrarsi sui singoli brani, rifinendoli per bene e uniformando la sonorità.


La copertina 

La copertina è una foto del gruppo scattata a Easington Colliery, ritratto apparentemente realizzato dopo aver finito di urinare su un monolite di cemento. Secondo il fotografo Ethan Russell, la maggior parte degli Who non fu in grado di urinare davvero, e quindi venne gettata dell'acqua sui lati della costruzione per simularne l'effetto.

Il monolite presente in copertina viene spesso visto come un ironico riferimento al celebre monolite del film “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che era uscito nei cinema solo tre anni prima e per il quale la band avrebbe dovuto comporre alcune delle musiche.

Nel 2003, il canale televisivo americano VH1 ha nominato la copertina di “Who's Next” come una delle migliori di sempre.

Esiste una versione scartata della copertina dell'album, che avrebbe dovuto raffigurare delle donne nude obese, ma l'idea venne accantonata quasi subito. Altra copertina alternativa a cui si era pensato, era una foto del batterista Keith Moon vestito in lingerie nera, con una frusta in mano e una parrucca da donna in testa.


Tracce edizione originale (cliccare sul titolo per ascoltare)


Lato A

Baba O'Riley - 5:09

Bargain - 5:34

Love Ain't For Keeping - 2:11

My Wife - 3:41 (John Entwistle)

The Song Is Over - 6:16

Lato B

Getting In Tune - 4:50

Going Mobile - 3:43

Behind Blue Eyes - 3:39

Won't Get Fooled Again - 8:38


Formazione

Roger Daltrey - voce

Pete Townshend - chitarra, pianoforte, sintetizzatore

John Entwistle - basso

Keith Moon – batteria


Musicisti aggiuntivi

Nicky Hopkins – pianoforte in “The Song Is Over” e “Getting in Tune”

Dave Arbus – violino in “Baba O'Riley”

Al Kooper – organo nella versione alternativa di “Behind Blue Eyes”

Leslie West – chitarra nella versione estesa di “Baby Don't You Do It” (bonus track del ‘95


Produzione

Kit Lambert, Chris Stamp, Pete Kameron – produttori esecutivi

Produzione musicale: The Who & Glyn Johns

Ingegnere del suono: Glyn Johns

Fotografie: Ethan A. Russell


The Who nel 1971







Woodstock 1969: l'anima di una generazione in tre giorni di musica e pace

 


Musica, fango e un'utopia di pace: il festival che ha segnato un'epoca


Nel cuore di una tumultuosa estate del 1969, mentre il mondo era scosso da conflitti sociali, tensioni politiche e la guerra del Vietnam, un evento destinato a diventare un'icona culturale si materializzò in un'anonima fattoria a Bethel, nello stato di New York. Il "Woodstock Music & Art Fair", un festival originariamente pensato per attrarre circa 50.000 persone, si trasformò in un raduno spontaneo e pacifico di oltre 500.000 giovani. Questo evento non fu solo un concerto, ma una potente manifestazione di una controcultura che aspirava a ideali di pace, amore, e libertà.

L'idea nacque da quattro giovani intraprendenti: Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. La loro visione era quella di creare un festival che unisse musica, arte e una comunità di persone con visioni simili. Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un'area di 1,2 km² nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto., ma l'opposizione locale costrinse gli organizzatori a cercare in fretta una nuova location. La salvezza arrivò da Max Yasgur, un contadino che offrì il suo terreno di 600 acri a Bethel. La decisione di Yasgur di ospitare il festival, nonostante le proteste dei suoi vicini, è rimasta un simbolo di apertura e tolleranza.

Il cartellone di Woodstock fu una vera e propria enciclopedia della musica rock, folk e blues dell'epoca. Per tre giorni, dal 15 al 18 agosto, il palco divenne un altare sonoro per artisti leggendari e talenti emergenti. Richie Havens aprì il festival con una performance improvvisata e toccante, dando il via a una carrellata di esibizioni memorabili.

Joe Cocker, con la sua interpretazione graffiante di With A Little Help From My Friends dei Beatles, catturò l'anima del pubblico. Janis Joplin, con la sua voce potente e la sua presenza magnetica, si confermò una delle figure più carismatiche del rock. La performance dei Jefferson Airplane incarnò lo spirito psichedelico e ribelle del movimento.

Il clou del festival fu senza dubbio la performance di Jimi Hendrix, che chiuse l'evento la mattina di lunedì. La sua epica e distorta esecuzione dell'inno nazionale americano, "The Star-Spangled Banner", divenne un'iconica protesta contro la guerra del Vietnam, un grido di dolore e speranza che risuonava perfettamente con il sentimento di una generazione.

Oltre alla musica, ciò che rese Woodstock un evento storico fu l'incredibile esperienza umana che si sviluppò. Le previsioni meteorologiche avverse, con piogge torrenziali che trasformarono il prato in una palude di fango, non scoraggiarono i partecipanti. Anzi, la condivisione di cibo, acqua e rifugi divenne un simbolo di solidarietà e di una comunità che si autogestiva in modo pacifico.

La logistica crollò sotto il peso della folla inaspettata, ma la gente si aiutò a vicenda. Nonostante le condizioni spartane e l'assenza di servizi adeguati, non si registrarono episodi di violenza. L'atmosfera era permeata da un senso di fratellanza e di utopia.

Woodstock non fu solo un concerto; fu un punto di svolta. Divenne il manifesto di una generazione che cercava un'alternativa alle convenzioni sociali e politiche del tempo. L'evento dimostrò che centinaia di migliaia di persone potevano coesistere in pace, un messaggio potente in un'epoca di conflitti.

Il festival ha lasciato un'eredità incancellabile nella musica, nella cultura popolare e nella storia sociale. Ha ispirato innumerevoli altri festival e ha consolidato l'idea che la musica potesse essere un veicolo di cambiamento e un potente strumento di espressione collettiva. A distanza di oltre mezzo secolo, "tre giorni di pace e musica" rimangono un simbolo di speranza e di un'utopia, per quanto breve, che ha ridefinito il significato di una generazione.







giovedì 13 agosto 2026

Il 13 agosto del 1970 usciva "Metamorphosis", il cambio di passo degli Iron Butterfly


Album: Metamorphosis

Artista: Iron Butterfly

Pubblicazione: 13 agosto 1970-pubblicato negli Stati Uniti

Durata: 40:49

Genere: Rock psichedelico-Acid rock-Hard rock-Proto-metal

Etichetta: ATCO Records

Produttore: Richard Podolor

Arrangiamenti: Iron Butterfly, Richard Podolor

Registrazione: Studio City al American Recording Company nel maggio/luglio 1970

 

L'album "Metamorphosis" degli Iron Butterfly fu pubblicato il 13 agosto del 1970 da ATCO Records, ed è stato uno dei loro lavori più sperimentali e diversi rispetto al loro sound tradizionale. È stato il primo album della band ad essere pubblicato dopo l'uscita del cantante originale Doug Ingle, che lasciò la band poco prima delle registrazioni.

"Metamorphosis" presenta una varietà di stili musicali che spaziano dal rock psichedelico al blues e al country.

L'album si apre con "Free Flight", una lunga traccia strumentale che mette in mostra l'abilità strumentale dei membri della band. La successiva "New Day" è una canzone dalle sonorità country-rock, che mostra il nuovo stile musicale che gli Iron Butterfly stavano esplorando all’epoca.

Uno dei punti salienti dell'album è sicuramente la cover di "Easy Rider (Let the Wind Pay the Way)", originariamente interpretata da Roger McGuinn dei The Byrds. Gli Iron Butterfly aggiungono la loro impronta alla canzone, creando una versione unica e coinvolgente.

E poi “Butterfly Bleu” - che propongo in video a seguire - che riporta allo stile della mega-hit del gruppo “In-A-Gadda-Da-Vida”, soprattutto per la durata (17:05 minuti di In-A-Gadda-Da-Vida contro i 14:03 minuti di Butterfly Bleu).

Tuttavia, nonostante la diversità musicale presente in "Metamorphosis", l'album non raggiunse il successo commerciale dei lavori precedenti. Alcuni critici musicali ritennero che la mancanza di un frontman vocale come Doug Ingle avesse influenzato negativamente la ricezione dell'album.

Complessivamente, "Metamorphosis" è un'interessante deviazione dal sound classico degli Iron Butterfly, con una varietà di stili musicali esplorati. Sebbene possa non essere considerato il loro album più riuscito, vale comunque la pena di ascoltarlo, per gli appassionati della band e per coloro che sono curiosi di scoprire un lato diverso degli Iron Butterfly. 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Scritto e arrangiato da Iron Butterfly, eccetto dove indicato.

Lato A

Free Flight – 0:40

New Day – 3:08

Shady Lady – 3:50 (testo: Robert Woods Edmonson)

Best Years of Our Life – 3:55

 – Slower Than Guns 3:37 (testo: Robert Woods Edmonson)

Stone Believer – 5:20

Durata totale: 20:30 

Lato B

Soldier in Our Town – 3:10 (testo: Robert Woods Edmonson)

Easy Rider (Let the Wind Pay the Way) – 3:06 (testo: Robert Woods Edmonson)

Butterfly Bleu – 14:03

Durata totale: 20:19

Formazione

Doug Ingle - voce solista, organo

Mike Pinera - chitarra, voce solista

El Rhino (Larry Reinhardt) - chitarra

Lee Dorman - basso

Ron Bushy – batteria 

Musicisti aggiunti:

Richard Podolor - sitar, chitarra a 12 corde

Bill Cooper - chitarra a 12 corde

 

Note aggiuntive:

Richard Podolor - produttore, arrangiamenti

Registrazioni effettuate all'American Recording Company di Studio City, California

Bill Cooper - ingegnere della registrazione





Woodstock 1994: tra fango, musica e nostalgia

 


A 25 anni di distanza dall'evento che segnò un'intera generazione, l'estate del 1994 vide un tentativo audace di rivivere la magia di Woodstock. Svoltosi a Saugerties, New York, dal 12 al 14 agosto, il "Woodstock '94" è stato un festival grandioso e caotico, un ponte tra il mito del passato e la realtà commerciale dei decenni successivi.


IL FILM DELL'EVENTO


L'organizzazione del festival, sotto il motto "2 More Days of Peace and Music" (poi esteso a tre), puntò su un mix di artisti che avevano calcato il palco del '69 e le nuove icone della musica degli anni '90. Tra i nomi storici spiccavano Joe Cocker, che aveva regalato una performance memorabile all'originale, e Carlos Santana. Particolarmente atteso e acclamato è stato il ritorno di Bob Dylan, che aveva declinato l'invito nel 1969 e che si esibì con una performance intensa e rinnovata.

Ma il vero cuore del festival era rappresentato dalla scena musicale degli anni '90. I fan hanno potuto assistere alle esibizioni di band che stavano dominando le classifiche, come i Metallica, i Nine Inch Nails, gli Aerosmith, i Red Hot Chili Peppers (famosi per essersi presentati sul palco in costume da lampadina), e i Green Day, al culmine della loro popolarità. Il festival ha inoltre dato spazio a band alternative come The Cranberries, Blind Melon e Cypress Hill, offrendo una panoramica completa del panorama musicale del tempo.

Il festival, che aveva una capienza prevista per circa 200.000 persone, ha visto un'affluenza ben superiore, con stime che arrivano a 550.000 partecipanti. Inizialmente, i biglietti erano stati venduti in prevendita, ma l'enorme afflusso di persone ha reso il controllo degli ingressi praticamente impossibile, trasformando il festival in un evento a ingresso libero per molti.

Ma la vera protagonista, oltre alla musica, è stata la pioggia. Dopo un primo giorno soleggiato, i giorni successivi sono stati caratterizzati da un diluvio incessante che ha trasformato il sito del festival in un'enorme distesa di fango. Questo ha dato vita al soprannome "Mudstock", un'immagine che è rimasta impressa nella memoria collettiva, con persone che si lanciavano nel fango, si divertivano e celebravano l'evento nonostante le condizioni avverse. Il fango ha cementato un senso di comunità e di euforia, una sorta di rito di passaggio per i partecipanti.

Woodstock '94 è riuscito a replicare, in parte, l'atmosfera di pace e musica del suo predecessore, anche se in un contesto profondamente diverso. A differenza dell'originale, che era nato come un'espressione della controcultura e del "flower power", il festival del '94 è stato un evento altamente commercializzato, con sponsor e merchandising onnipresenti. Questo aspetto ha generato alcune critiche, ma non ha impedito a molti di viverlo come un'esperienza storica e irripetibile.

È stato un successo dal punto di vista dell'affluenza e delle performance musicali, ma la sua eredità è complessa. A distanza di anni, viene ricordato come un festival che ha saputo catturare lo spirito degli anni '90, con la sua energia e la sua diversità musicale, ma che ha anche gettato le basi per gli eccessi e il caos che avrebbero caratterizzato la disastrosa edizione del 1999. In definitiva, il Woodstock del '94 è stato un evento che ha dimostrato come la musica potesse ancora unire le persone, sebbene in un mondo che era ormai molto lontano da quello di venticinque anni prima.





Un ricordo di Nino Ferrer


Nino Agostino Arturo Maria, noto come Nino Ferrer (Genova, 15 agosto 1934-Montcuq, 13 agosto 1998), è stato un cantautore e autore francese di origine italiana.

La sua prima soddisfazione da solista arriva nel 1965 con la canzone "Mirza". 

Seguirono altri successi, come "Cornichons" e "Oh! hé! Hein! bon!", che trasformarono Ferrer in una sorta di cantante "comico". 

Gli stereotipi e il suo enorme successo finale lo fecero sentire "intrappolato" e incapace di sfuggire alle costanti richieste di un vasto pubblico che richiedeva di ascoltare i successi che lui stesso disprezzava.

Iniziò così a condurre una vita di "vino, donne e canto" mentre dava infinite esibizioni provocatorie nei teatri, in televisione e in tournée.

In Italia, ha avuto un grande successo nel 1967 con "La pelle nera" (la versione francese si chiamava "Je voudrais être noir"); la canzone soul, con il testo quasi rivoluzionario rivolto ad implorare una serie di suoi idoli della musica nera di regalargli la loro pelle come simbolo del "fare buona musica", raggiunse uno status iconico di lunga durata in Italia.

Si è suicidato nel 1998, vittima di un episodio di depressione in seguito alla morte della madre di cui si considerava responsabile, lasciando l'immagine di una personalità arrabbiata, complessa, sensibile, romantica ed esigente con sé stessa.

Nino Ferrer ha composto oltre 200 canzoni con molteplici influenze, ma così si era espresso con un amico: "Ti rendi conto che ho scritto, composto e prodotto quasi duecento canzoni e la gente ne conosce solo tre!"






mercoledì 12 agosto 2026

Mark Knopfler: settantasette anni di chitarra che racconta storie

 


Il 12 agosto del 1949 nasceva uno dei più grandi chitarristi e cantautori che la musica rock abbia mai conosciuto: Mark Freuder Knopfler.

Nato a Glasgow, è l'uomo che, con le sue dita e la sua sensibilità unica, ha dato vita a un sound inconfondibile, prima con i Dire Straits e poi nella sua brillante carriera solista.

Knopfler non è mai stato un chitarrista da virtuosismi roboanti o da esibizioni tecniche fini a sè stesse. Il suo stile è riconoscibile al primo ascolto: un tocco delicato, suonato senza plettro, che fa "parlare" le corde della sua chitarra. Con i Dire Straits, ha creato un'alternativa sofisticata e melodica al punk rock degli anni '70 e '80. Brani come "Sultans of Swing", "Brothers in Arms" e "Money for Nothing" sono diventati classici intramontabili, in cui ogni assolo è una pennellata di genio, una storia raccontata senza bisogno di parole.

Ma la grandezza di Knopfler non si ferma alla sua chitarra. Le sue canzoni sono affreschi di vita, spesso malinconici e introspettivi, che dipingono personaggi e scenari indimenticabili. Ha la rara capacità di trasformare la quotidianità in poesia, raccontando storie di vite ordinarie con un'intensità straordinaria.

Dopo lo scioglimento dei Dire Straits, Knopfler ha continuato il suo percorso musicale con una carriera solista di grande successo. Ha esplorato con maggiore libertà le sue passioni, mescolando folk, blues e country con un'eleganza innata. Album come  Sailing to Philadelphia e Shangri-La hanno dimostrato una maturità artistica che lo ha reso un punto di riferimento per intere generazioni di musicisti.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, celebriamo un artista che ha dimostrato che non serve urlare per farsi sentire. 

Buon compleanno, Mark Knopfler.






martedì 11 agosto 2026

Accordature aperte: liberiamo la chitarra (e la nostra fantasia)!

  

Il "trucco magico" delle accordature aperte: un viaggio affascinante che ha trasformato il suono della chitarra, dal blues primordiale ai riff iconici del rock, offrendo risonanze inaspettate e infinite nuove possibilità creative


Capita di sentire una canzone con la chitarra che suona “diversa”, magari più piena, più risonante, quasi magica. Dietro a ciò è molto probabile che dietro ci siano le accordature aperte, un vero e proprio "trucco magico" che ha cambiato la musica e il modo di suonare la chitarra.

Immaginiamo di avere una chitarra accordata nella modalità standard, quella a cui fa riferimento chiunque si avvicini allo strumento. Ogni corda ha una nota specifica, e per ottenere un qualsiasi accordo occorrerà posizionare le dita sulla tastiera in un modo preciso e sempre diverso a seconda dell’accordo che si vuole suonare. Nelle accordature aperte, noi cambiamo queste note in modo che, suonando le corde a vuoto (cioè senza mettere le dita sui tasti), si ottiene già un accordo. Una magia! È come se la chitarra fosse già pronta a suonare una melodia!

Ma perché i chitarristi le usano? Perché complicarsi la vita e cambiare l'accordatura? Beh, ci sono un sacco di motivi super validi:

-Suonare è più facile: questo è il motivo numero uno per i principianti! Se la chitarra è già accordata per fare un accordo (ad esempio, un Do Maggiore), basterà strimpellare tutte le corde a vuoto e... voilà! Ecco un Do Maggiore perfetto. Vogliamo un Sol Maggiore? Premiamo tutte le corde al settimo tasto con un dito solo, e il gioco è fatto! È come avere un "pilota automatico" per gli accordi.

-Suoni più grandi e risonanti: quando le corde sono accordate per risuonare insieme, creano un suono molto più pieno, ricco e "aperto". È come se la chitarra respirasse di più. Questo è fantastico per creare atmosfere, riempire lo spazio sonoro e far sì che la musica abbia un impatto maggiore.

La magia dello slide (o bottleneck): esiste un suono "scivoloso" e lamentoso all’interno dei generi blues e rock, e si realizza con lo slide (un tubetto di metallo o vetro che si infila al dito). Nelle accordature aperte, lo slide è il migliore amico. Si può far scivolare su e giù per le corde e ottenere accordi interi o melodie blues in modo incredibilmente espressivo. Senza le accordature aperte, lo slide sarebbe molto meno efficace.

Nuove idee musicali: a volte, cambiare accordatura è come cambiare gli occhiali: si vede il mondo in modo diverso! La chitarra suonerà in modo inaspettato, e questo può inspirare a creare nuove melodie, nuovi accordi e nuove canzoni che non sarebbero mai venute in mente con l'accordatura "normale". È come avere una chitarra completamente nuova!

Le accordature aperte non sono una novità di ieri, anzi! Hanno una storia lunga e affascinante:

-Le radici antiche: non è una moda recente! Già tantissimo tempo fa, in diverse culture, le persone accordavano i loro strumenti a corda in modi diversi dal solito. Questo succedeva per adattarsi a canzoni particolari, per rendere più facile suonare certi ritmi o semplicemente per avere un suono diverso e più risonante.

-Il blues americano (e la chitarra che "piange"): forse il momento in cui le accordature aperte sono diventate davvero famose è con il blues rurale, specialmente nel sud degli Stati Uniti. Grandi del blues come Robert Johnson e Son House usavano queste accordature (spesso la Open G o la Open D) per suonare con lo slide. Immaginiamo un chitarrista seduto su una veranda, che con la sua chitarra "aperta" e lo slide crea quelle melodie malinconiche e potenti che raccontavano storie di vita e fatica. È qui che il suono distintivo del blues è nato, in gran parte grazie a queste accordature.

-Dai campi alla città (e oltre): man mano che il blues si evolveva e arrivava nelle città, anche le accordature aperte lo seguivano. Negli anni '60 e '70, musicisti rock e folk hanno iniziato a scoprirle. Band come i Led Zeppelin hanno usato accordature come la DADGAD (un'accordatura aperta specifica) per dare un tocco esotico e potente alle loro canzoni (pensiamo a "Kashmir"!). Artisti come Joni Mitchell sono diventate famose per la quantità di accordature aperte che usavano, creando suoni unici e complessi con la loro chitarra.

-Oggi e domani: oggi le accordature aperte sono più vive che mai! Non sono più solo per il blues o il folk. Si trovano nel rock, nel metal, nella musica acustica moderna e persino nel jazz. Ci sono chitarristi che passano anni a sperimentare nuove accordature, creando suoni e stili mai sentiti prima.

Personalizziamo l’argomento: nonostante abbia iniziato a suonare la chitarra da giovanissimo, quasi da bambino, ho "scoperto" il mondo delle accordature aperte solo di recente. Per anni, mi sono concentrato sulle accordature standard, pensando che bastassero per esplorare la musica. Poi, però, qualcosa è cambiato.

È stato grazie a un amico esperto, che mi ha spinto a provare qualcosa di nuovo, e ho capito che la chitarra aveva altro da offrirmi, al di là di quello che già conoscevo. È stata una vera rivelazione!

E allora tutti possono provare un'accordatura aperta! La più comune per iniziare è la Open G (D-G-D-G-B-D, partendo dalla corda più grossa). Basterà un accordatore e dopo qualche minuto sarà facile scoprire un mondo di nuove possibilità sonore.

Le accordature aperte non sono solo una tecnica, ma una porta verso nuove sonorità e nuove ispirazioni, e quindi aiutano nello sperimentare.

L’esempio più classico nel rock?

L'accordatura aperta, in particolare quella in Sol (Open G), ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione di alcuni dei riff più iconici della storia del rock, grazie anche all'ingegno di chitarristi come Keith Richards dei Rolling Stones.

Richards, profondamente influenzato dal blues e da chitarristi leggendari come Robert Johnson e Fred McDowell, adottò l'accordatura aperta in Sol (D-G-D-G-B-D). Un elemento chiave del suo approccio fu l'eliminazione della sesta corda (quella più bassa e spessa), un'abitudine spesso attribuita alla ricerca di maggiore risonanza e di un suono più percussivo, oltre che alla facilità di creare accordi con un solo dito.

Sfruttando questa configurazione, Richards riuscì a sviluppare il suo stile distintivo, caratterizzato da un suono pieno e risonante, quasi pianistico, che gli permetteva di eseguire ritmiche complesse e riff memorabili. Molti dei brani più celebri dei Rolling Stones, come "Brown Sugar", "Honky Tonk Women" e "Start Me Up", sono stati concepiti e suonati utilizzando proprio questa accordatura.

L'approccio di Richards non fu solo una scelta tecnica, ma una vera e propria reinterpretazione delle radici blues, adattandole al contesto del rock 'n' roll. Questa innovazione gli permise di creare un linguaggio musicale unico che ha plasmato il suono dei Rolling Stones e influenzato innumerevoli chitarristi.

Forse uscire dalla zona di conforto e virare verso questa “vecchia novità” potrebbe dare nuove soluzioni e rinnovate ispirazioni!


L’accordatura di David Crosby nella sua “Guinnevere” è in 

E B D G A D