Il 27 maggio del 2017 ci
lasciava Gregg Allman, e almeno il
nome dovrebbe essere famigliare a tutti quelli che bazzicano il mondo del rock, seppur
episodicamente.
Chi conosce un po’ della sua
vita non si sarà meravigliato più di tanto, perché i percorsi carichi di
eccessi hanno una conseguenza logica, e poi di Keith Richards ce n’è uno solo
al mondo!
Vale la pena tracciare un minimo
di storia, un iter che ha accomunato nella disgrazia numerosi membri della The Allman Brothers Band.
Pare che la fiammella si sia
accesa nel garage del batterista Butch
Trucks - era il 1969 - organizzatore di una jam session che prevedeva la
presenza di Duane Allman (voce
chitarra), Berry Oakley (basso), Dickey Betts (chitarra) e Jai Johanson (batteria/percussioni).
L’entusiasmante performance fece sì che i musicisti si trasformassero
repentinamente in band. Il tassello mancante, Gregg, fratello di Duane, si unì subito dopo, con il ruolo di
cantante e tastierista.
E nasce la leggenda, una delle
band più influenti del rock americano, capace di scavalcare l’approccio al
blues dei chitarristi inglesi (Page, Clapton, Beck…), favorendo una strategia
jazzistica basata sull’improvvisazione e su una rivoluzionaria sezione ritmica.
Definire la Allman Brothers Band una semplice band southern rock appare riduttivo, perchè la loro risonanza nella
musica rock è pari a quella esercitata dai Cream, da Jimi Hendrix e dai
Grateful Dead, miti che si mantengono freschi nel tempo.
Occorre dire che il “rock
sudista” americano prese corpo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, caratterizzato
da un colore locale molto radicato, accompagnato spesso da pennellate di
tragedia. Gli Allman furono i primi a delineare i contorni di quell’ideologia,
tra musica e comportamenti: l’attaccamento ai valori della propria terra, il
gusto per le lunghe improvvisazioni e la vita da hippie. Un’intera armata di southern rockers prese d’assalto il rock
americano sventolando orgogliosamente la bandiera della Confederazione e conquistando
l’attenzione generale del Paese, tanto da indurre un politico potente come
Jimmy Carter a interessarsi di loro e a cercarne in qualche modo l’appoggio
quando tentò la scalata alla Casa Bianca.
Ma la vita degli Allman fu
travagliata e funestata da disgrazie rilevanti, e a poco più di due anni
dall’incontro decisivo Duane perse la vita, a soli 24 anni: è il 29 ottobre del
1971 quando il chitarrista di Nasville muore in sella alla sua Harley Davidson,
davanti agli occhi della fidanzata che lo segue in auto, sulla via di casa.
E la maledizione che pende sui
musicisti della TABB colpisce ancora un anno dopo, quando Berry Oakley trova la
stessa sorte e con modalità molto simili: anche lui in moto, a pochi isolati di
distanza dall’incidente precedente, e alla stessa età!
Arriviamo ai giorni nostri,
l’anno 2017, che ha visto la dipartita di Butch Trucks - a gennaio -, suicida al
cospetto della moglie, mentre per Gregg si parla di attacco di cuore, summa di
una serie infinita di problemi di salute accumulati nel tempo: avevano entrambi
sessantanove anni.
A tenere duro Dickey
Betts e Jai Johanson.
Nel corso di cinquant’anni si
sono succedute reunion e modifiche alla line up, ma ciò che resta è il marchio
indelebile di una formazione che ha disegnato una strada musicale precisa, un
blues rock dalle venature psichedeliche che poteva contare su di un formidabile
tandem chitarristico e sulla possenza della doppia sezione ritmica, mentre Greg
Allman, con la sua caldissima voce da soul man nero e il suo Hammond, sapeva
colorare il tutto con intese tinte gospel.
E in quei giorni Macon, la città
della Georgia in cui andarono tutti a stabilirsi in una specie di comune
artistica, diventò il centro di una nuova scena rock dall’incredibile vitalità
e creatività, superando nel ruolo perfino San Francisco.
Il funghetto magico della
psylocibe, scelto come logo della band, divenne il simbolo di uno stile di vita
comunitario e hippie, pieno di utopie e di “esplorazioni” ad ampio raggio.
Tanti tra i protagonisti di quel
movimento se ne sono andati, come logica di vita vuole, ma resta ciò che molti
di loro hanno creato, incancellabile, godibile, una musica di cui rimangono pregne
quelle terre, arrivata a noi in tempi lontani, quella che i più oculati e
attenti hanno afferrato… senza lasciarla più.
Stevie Nicks: l'incanto senza tempo
di una regina del rock e della poesia
Oggi, 26 maggio, ricordiamo il compleanno di Stephanie Lynn Nicks, universalmente
conosciuta comeStevie Nicks, una delle
figure più enigmatiche, influenti e durature nella storia della musica rock.
Nata a Phoenix, Arizona, nel 1948, Nicks ha scolpito il suo
nome nell'olimpo musicale non solo come la voce eterea e l'anima poetica dei Fleetwood
Mac, ma anche come un'artista solista di straordinario successo, la cui
influenza si estende ben oltre l’intero universo scenico.
La carriera di Stevie Nicks è un mosaico di successi,
innovazione e resilienza. Entrata nei Fleetwood Mac nel 1975 insieme al
compagno Lindsey Buckingham, ha contribuito in modo determinante alla creazione
di uno degli album più venduti e acclamati di tutti i tempi, Rumours
(1977). Le sue composizioni per la band, come "Dreams",
"Rhiannon" e "Landslide", non sono semplici
canzoni, ma narrazioni intime e complesse, permeate di lirismo e di una
profonda vulnerabilità. La sua voce, un contralto distintivo e malinconico,
possiede una capacità unica di evocare immagini e sentimenti, trasportando
l'ascoltatore in paesaggi sonori onirici e profondamente emotivi.
La sua transizione verso una carriera solista, iniziata con
l'album Bella Donna (1981), ha consolidato ulteriormente il suo
status di superstar. Brani come "Edge of Seventeen", "Stand Back" e "Stop Draggin' My Heart Around" (in duetto
con Tom Petty) hanno dimostrato la sua versatilità e la sua capacità di
mantenere un'identità artistica forte e riconoscibile anche al di fuori del
contesto della band.
Stevie Nicks è molto più di una cantante. È un'icona di
stile, con i suoi iconici scialli fluttuanti, i vestiti di chiffon e velluto, e
gli stivali che hanno definito un'estetica bohémien-chic diventata
intramontabile. La sua presenza scenica è sempre stata una fusione di grazia,
potenza e un'aura quasi mistica che le ha valso l'appellativo di "strega
bianca" del rock. Questa immagine non è stata una mera costruzione, ma un
riflesso autentico della sua personalità artistica, profondamente connessa alla
narrazione, al simbolismo e a una sensibilità quasi esoterica.
La sua influenza si estende su generazioni di musicisti e
artisti, che la citano come fonte d'ispirazione per la sua audacia lirica, la
sua integrità artistica e la sua capacità di rimanere fedele a sé stessa in
un'industria spesso spietata.
Nicks è stata, ed è tuttora, un faro di indipendenza
femminile nel rock, dimostrando che la vulnerabilità può coesistere con una
forza inarrestabile. È stata la prima donna a essere inserita due volte nella
Rock and Roll Hall of Fame: prima con i Fleetwood Mac nel 1998, e poi come
artista solista nel 2019, un testamento inequivocabile della sua grandezza.
Oggi, mentre celebriamo un altro anno nella vita di Stevie
Nicks, riflettiamo sulla sua straordinaria longevità artistica e sulla sua
inesauribile capacità di affascinare. Le sue canzoni continuano a essere
scoperte da nuove generazioni, la sua voce risuona in colonne sonore e la sua
immagine popola l'immaginario collettivo, confermando la sua statura di
leggenda vivente.
Tanti auguri a una vera musa, la cui magia non smette mai di
incantare.
Il 26 maggio del 2022 ci lasciava Alan
White all'età di 72 anni
Alan nacque a
Pelton, nella contea di Durham, in Inghilterra, il 14 giugno 1949. Prese
lezioni di pianoforte all'età di sei anni mentre iniziò a suonare la batteria a
dodici anni, esibendosi in pubblico a partire dai tredici anni.
Nel corso
degli anni ’60 affinò il suo “mestiere” suonando con molteplici band, tra cui
The Downbeats, The Gamblers, Billy Fury, Alan Price Big Band, Bell and Arc,
Terry Reid, Happy Magazine (in seguito chiamato Griffin) e Balls con Trevor
Burton (The Move) e Denny Laine (Wings).
Nel 1968, Alan
si unì ai Ginger Baker's Airforce, un nuovo gruppo che fu messo insieme dall'ex
batterista dei Cream e da altri noti musicisti della scena musicale inglese,
tra cui Steve Winwood, ex Traffic.
Nel 1969
ricevette una richiesta che inizialmente pensò potesse essere uno scherzo, perché
John Lennon gli chiese di unirsi alla Plastic Ono Band. Il giorno dopo Alan si
ritrovò a imparare canzoni nel retro di un aereo di linea diretto a Toronto con
Lennon, Yoko Ono, Eric Clapton e Klaus Voormann. L'album che seguì, “Live Peace
In Toronto”, vendette milioni di copie, raggiungendo la posizione numero 10
nelle classifiche.
La
collaborazione di Alan con Lennon continuò e assieme registrarono singoli come “Instant
Karma” e il successivo album di riferimento “Imagine”, con Alan che suonava la
batteria in “Jealous Guy” e “How Do You Sleep at Night”. Il lavoro con Lennon diventò
per Alan il passepartout per arrivare a George Harrison, che gli chiese di
esibirsi nell'album “All Things Must Pass”, incluso il singolo, “My Sweet Lord”
pubblicato nel 1970. Successivamente lavorò con molti artisti per l'etichetta
Apple, tra cui Billy Preston, Rosetta Hightower e Doris Troy.
Il 27 luglio
1972 si unì agli Yes, avendo a disposizione tre soli giorni per imparare il
loro repertorio e partì per un tour negli Stati Uniti dove suonò davanti a
15.000 fan a Dallas, il 30 luglio.
Non si separò
più dagli YES, e con la scomparsa del membro fondatore Chris Squire, nel giugno
2015, Alan diventò il membro della band più longevo.
La
band ha dedicato ad Alan il 50th Anniversary Close to the Edge UK Tour dello scorso giugno.
Tra le tante testimonianze disponibili
in rete scelgo uno stralcio del concerto che vidi il 12 luglio del 2003, evento
che cambiò significativamente la mia vita… ma questa è un’altra storia!
Cher ha festeggiato il suo compleanno il 20 maggio 2026, e
l’impressione è che non si tratti solo di un traguardo anagrafico. La sua
presenza nella cultura pop è talmente vasta da sembrare antica e futuribile
allo stesso tempo, come se avesse attraversato secoli invece che decenni. Dire
che ha compiuto “890 anni” non è una battuta: è un modo per raccontare quanto
la sua figura sia diventata mitologia vivente.
La sua storia inizia nel 1946, ma sembra appartenere a un
tempo più ampio, quasi leggendario. Negli anni Sessanta, accanto a Sonny Bono,
porta una voce diversa, profonda, in un panorama dominato da tonalità più
leggere. Negli anni Settanta trasforma la televisione in un teatro personale,
giocando con identità, costumi, ironia. Poi arriva il cinema, e con Stregata
dalla luna conquista un Oscar che la consacra come interprete completa,
capace di passare dalla leggerezza alla profondità con naturalezza.
Ma Cher non è mai stata un personaggio statico. Ogni volta
che il pubblico pensava di averla definita, lei cambiava direzione. Negli anni
Novanta riscrive le regole del pop con Believe, un brano che non solo
domina le classifiche, ma introduce un uso dell’Auto‑Tune che diventerà un
marchio sonoro di un’intera epoca. È un gesto di rottura, un modo per dire che
la reinvenzione non ha età.
Oggi, mentre spegne ottanta candeline che sembrano novecento,
Cher continua a incarnare un’idea di libertà che va oltre la musica. Libertà di
cambiare, di non chiedere permesso, di non farsi definire da un ruolo o da
un’etichetta. La sua carriera è un viaggio attraverso stili, linguaggi e
trasformazioni che pochi artisti hanno saputo affrontare con la stessa
naturalezza.
Cher è un simbolo di resistenza creativa. Ha sfidato
pregiudizi, stereotipi, aspettative. Ha dimostrato che una donna può
reinventarsi all’infinito, che il tempo può essere un alleato se lo si affronta
con coraggio e ironia. Ed è proprio questa ironia, questa capacità di prendersi
sul serio e allo stesso tempo di giocare con la propria immagine, che la rende
così vicina al pubblico.
Il suo ottantesimo compleanno non è un punto d’arrivo, ma
un’altra tappa di un percorso che continua a sorprendere. Perché Cher non
appartiene a un’epoca, ma le attraversa tutte, come una figura che sembra
venire da lontano e andare ancora più lontano.
Per me, come per tanti appassionati di progressive rock, Alberto Gaviglio non è stato solo un nome, ma una
presenza vivida, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscerlo e di osservarlo sul palco più volte, testimone della sua arte e della sua passione che
sprigionava in ogni concerto. Vederlo imbracciare la chitarra o suonare il
flauto, con quella luce negli occhi, non lasciava indifferenti.
Oggi, 25 maggio, nel giorno in cui avrebbe festeggiato
il suo compleanno, ricordo Alberto Gaviglio con un misto di affetto e
malinconia. La sua figura di musicista e uomo straordinario, e l'eredità che ha
lasciato, rimangono centrali nel panorama del progressive rock italiano.
Gaviglio è stato uno dei fondatori e l'anima poetica di La
Locanda delle Fate, storico gruppo astigiano e protagonista indiscusso di
una stagione creativa irripetibile alla fine degli anni '70. Il loro album, "Forse le lucciole non si amano più", è un capolavoro intramontabile che ha
segnato un'epoca e che, grazie alla sua visione, continua a risplendere nel
firmamento del progressive rock.
Flautista, chitarrista e soprattutto autore di quasi tutti i
testi della formazione, Gaviglio ha saputo intessere mondi sonori e lirici di
rara bellezza. Sua è stata l'invenzione suggestiva delle "lucciole",
una metafora di sogni e speranze che ha dato il titolo e il senso profondo
all'album che li ha resi celebri.
Oltre al suo fondamentale contributo artistico, Alberto
Gaviglio era anche un architetto e ha dedicato molti anni all'insegnamento
presso l'Istituto d'Arte "Benedetto Alfieri" di Asti (oggi Liceo
Artistico), trasmettendo la sua passione e il suo sapere alle nuove
generazioni. La sua versatilità si estendeva anche al di fuori della Locanda
delle Fate, come testimonia la pubblicazione del singolo "Qualcosa Resterà/ Vacci Piano" nel 1981, un piccolo ma significativo tassello
della sua produzione solista.
Il suo legame con la Locanda delle Fate è rimasto
indissolubile. Gaviglio ha partecipato con entusiasmo alle reunion della band,
suonando ad Asti Musica nel 2010 e regalando ai fan un'ultima, memorabile
performance nel concerto d'addio al Teatro Alfieri nel dicembre 2017. Ogni sua
apparizione era un omaggio alla storia e all'amicizia che lo legava ai compagni
di viaggio.
Il ricordo di Alberto è intriso di affetto e profonda stima
da parte di chi lo ha conosciuto e ha condiviso con lui il percorso musicale. I
suoi compagni di band lo descrivono come un "autore-poeta", un amico
e un grande artista che ha contribuito a realizzare un sogno. Evocando la sua
capacità di "inventare favole" e far "volare" le lucciole
della fantasia, sottolineano come la sua figura vada ben oltre il musicista,
incarnando la persona che ha reso possibile un album così apprezzato.
Nel giorno in cui avrebbe compiuto gli anni, il ricordo di
Alberto Gaviglio resta vivo, un faro di creatività e sensibilità che continua a
illuminare il panorama musicale italiano. La sua eredità, intrisa di sogni e
melodie, resterà scolpita nel tempo, proprio come le lucciole che, grazie a
lui, non smetteranno mai di amarsi.
Il 25 maggio compie gli anni John William Weller,
universalmente noto come Paul Weller, una
delle figure più influenti e camaleontiche della musica britannica degli ultimi
cinquant'anni. Dalla furia giovanile dei The Jam all'eleganza sofisticata dei
The Style Council, fino alla sua acclamata e prolifica carriera solista, Weller
ha dimostrato una capacità unica di reinventarsi pur rimanendo fedele a una
distintiva "inglesità" e a una profonda passione per la musica.
Nato nel 1958 a Woking, Surrey, Paul Weller ha iniziato il
suo viaggio musicale negli anni '70, fondando The Jam nel 1972. La band
emerse come punta di diamante del mod revival e del punk rock britannico,
distinguendosi per testi acuti che esploravano la società e la politica del
Regno Unito, un sound energico e un'immagine impeccabile. Brani come "Going Underground" e "A Town Called Malice" (ispirata dal brano "Heat Wave" di
Martha Reeves and The Vandellas) non erano solo successi da classifica, ma inni
generazionali che catturavano lo spirito di un'epoca. Weller, in quel periodo,
era già riconosciuto come un autore lirico di rara profondità e un chitarrista
carismatico.
Alla fine del 1982, nel pieno del successo dei Jam, Weller
sorprese il mondo sciogliendo la band per intraprendere una nuova direzione
artistica con The Style Council. Questa mossa audace rivelò la sua
irrequietezza creativa e il desiderio di esplorare orizzonti musicali più ampi.
Con The Style Council, insieme al tastierista Mick Talbot, Weller si immerse in
sonorità che spaziavano dal soul al jazz, dal pop sofisticato all'hip-hop e al
R&B. Album come Café Bleu e Our Favourite Shopmostravano una sensibilità musicale raffinata e una scrittura che manteneva la
sua acutezza sociale, ma con un tocco più agrodolce e introspettivo. Il
cambiamento stilistico fu notevole e dimostrò la versatilità di Weller come
compositore e arrangiatore.
Dopo lo scioglimento dei The Style Council nel 1989, Weller
ha intrapreso una carriera solista che si è rivelata la più longeva e, per
molti critici, la più ricca del suo percorso.
Il suo debutto solista nel 1992, seguito da Wild Wood
(1993) e Stanley Road (1995), lo ha visto riabbracciare sonorità
rock e folk con influenze soul, consolidando la sua reputazione come uno dei
più grandi cantautori britannici. La sua musica ha continuato a evolvere,
spaziando da arrangiamenti orchestrali a sonorità più sperimentali, ma sempre
con la sua voce distintiva e un'autenticità che lo ha reso un punto di
riferimento per intere generazioni di artisti, in particolare per la scena
Britpop degli anni '90 che lo ha acclamato come il "Modfather".
Paul Weller non è solo un musicista; è un'icona culturale, un
simbolo di integrità artistica e di costante ricerca. La sua carriera è un
testamento alla capacità di adattarsi e crescere, rifiutando di rimanere
confinato in un unico genere o immagine. Con una discografia impressionante e
una passione inalterata per l'esibizione dal vivo, Weller continua a essere una
forza vitale nella musica contemporanea, ispirando fan e colleghi con ogni
nuova uscita.
Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo gli anni
di Paul Weller, ma la sua ineguagliabile influenza e il suo straordinario
contributo al patrimonio musicale mondiale. La sua musica è un viaggio
attraverso il tempo, un'esplorazione costante di suoni e significati che lo
rende un artista senza tempo.
Il 22 maggio 2026, il Teatro Govi ha accolto
una serata speciale, costruita per celebrare i cinquantacinque anni di
attività deiDelirium, una storia
che attraversa generazioni e continua a rinnovarsi senza perdere la propria
identità. Un pubblico numeroso, fatto di amici, appassionati e volti familiari,
ha riempito la sala con quell’attenzione affettuosa che si riserva alle
occasioni importanti.
L’evento aveva un valore doppio: la festa per un traguardo
che pochi gruppi possono vantare e la presentazione ufficiale del nuovo album,
“Sesta Strada Lungo il Tempo”, un lavoro che approfondirò molto presto in
un’intervista dedicata e in una recensione specifica. Qui resta il suo debutto
dal vivo, inserito nel flusso naturale di una serata pensata per raccontare un
percorso lungo mezzo secolo.
A introdurre il concerto è stata una giovane presentatrice,
che ha ripercorso la storia della band con leggerezza e rispetto. Più volte, durante la serata, è
affiorato il nome di Mauro La Luce, paroliere storico scomparso da pochi
mesi, presenza discreta e fondamentale nella loro poetica. Il suo ricordo ha
attraversato la sala unendo passato e presente.
Prima di arrivare ai Delirium, la serata ha portato sul palco la Fungus Family, che ha aperto
la serata con un set solido e coinvolgente, mostrando una band in piena
trasformazione. Il percorso, guidato da Dorian Deminstrel e Carlo
Barreca, cuore fondativo del progetto, sta portando il gruppo verso un
linguaggio più diretto e incisivo, come dimostra La Morte del Sole, l’ultimo
album che segna un passaggio netto rispetto alle radici più visionarie degli
esordi.
Le atmosfere psichedeliche e prog restano riconoscibili, ma
oggi si intrecciano con un suono più asciutto, una scrittura più concreta e
l’uso dell’italiano che aggiunge una diversa intensità espressiva. Non è un
paragone con il passato ma solo il sottolineare un cambiamento, che lo stesso
Dorian ha raccontato dal palco. Dal vivo questa evoluzione funziona, perché la
band appare compatta, attenta alle dinamiche, capace di alternare tensione e
aperture melodiche senza perdere fluidità.
Il pubblico ha colto subito questa energia nuova e ha
risposto con calore. Un bel momento è arrivato verso la fine, quando Mauro
Serpe (Panther & C.) si è aggregato alla formazione, portando il suo
flauto dentro il tessuto sonoro con naturalezza, ampliando il respiro melodico
e creando un ponte ideale con la tradizione prog ligure.
Nel complesso, la Fungus Family ha m offerto un’apertura
intensa e coerente, perfetta per introdurre la serata dedicata ai Delirium.
Delirium – 55 anni di storia
La sala del Teatro Govi era gremita, con molti amici presenti
e quell’atmosfera speciale che si crea quando una band non è solo un gruppo
musicale, ma una parte viva della storia di una città. I Delirium sono
questo per Genova: un’istituzione, un punto di riferimento, un pezzo di memoria
collettiva che continua a rinnovarsi senza perdere identità.
Il concerto ha ripercorso musicalmente l’intero arco della
loro produzione, riportando sul palco brani storici tratti dai vecchi album,
quei passaggi che hanno segnato la loro evoluzione e che il pubblico riconosce
fin dalle prime note. È stato un viaggio attraverso le diverse stagioni della
band, dalle radici più progressive alle svolte più melodiche, con quella
capacità tutta loro di far convivere poesia, teatralità e tensione musicale.
Accanto a questo percorso, la serata ha ospitato anche la presentazione
ufficiale del nuovo album, “Sesta Strada Lungo il Tempo”, che
approfondirò presto in un’intervista dedicata e in una recensione specifica.
Qui resta il suo debutto dal vivo, inserito nel flusso naturale di una
celebrazione che guardava avanti senza dimenticare ciò che l’ha resa possibile.
La formazione sul palco era quella attuale, completa e
affiatata:
Ettore Vigo, unico presente alla storica performance
sanremese di Jesahel, ha portato sul palco la sua consueta eleganza
musicale; Martin Grice, inglese ormai genovese d’adozione, ha intrecciato fiati
e colori melodici con la naturalezza di chi vive questa storia dall’interno. La
sezione ritmica, con Chighini e Tixi, ha dato solidità e dinamica, mentre
Corvaglia e Cusato hanno aggiunto intensità vocale e timbrica.
A impreziosire la serata, un intervento del coro di
Sant’Olcese, ospite per un momento particolarmente suggestivo che ha
ampliato il respiro collettivo del concerto.
Il sound è stato potente, curato, attento alle sfumature. Una
concentrazione necessaria soprattutto per affrontare la lunga suite di apertura
del nuovo album, Schiavo della viltà, ventidue minuti che richiedono
equilibrio, ascolto reciproco e una tenuta espressiva non comune. La band ha
mostrato una padronanza totale del materiale, alternando passaggi di
virtuosismo a momenti più narrativi, con un coinvolgimento crescente del pubblico.
Il culmine emotivo è arrivato con l’ultimo brano, il loro
manifesto: Jesahel. La sala si è alzata in piedi, trasformando il teatro
in un unico coro. È il momento che ho scelto di allegare a questo reportage,
pur sapendo che il video, girato da lontano e con un cellulare, ha solo il
valore semplice e affettuoso di un ricordo. Ma è proprio questo che conta: la
partecipazione, la voce condivisa, l’energia che attraversa le generazioni.
Che dire, i Delirium sono tornati, e lo hanno fatto con la
forza tranquilla di chi sa ancora parlare al proprio pubblico senza bisogno di
effetti. Ma vale la pena tenere d’occhio anche la Fungus Family, perché
nelle loro proposte si avverte quella qualità che il mainstream non riesce più
a donarci, una libertà che nasce dal basso e cresce solo quando la musica resta
viva, curiosa, in movimento.
Paul McCartney,
Piazza Rossa, Mosca, 24 maggio 2003
Il Moscov Times ci
scherzò sopra, parlando della nuova sigla artistica Lenin-McCartney.
Nel 2003, i due
vecchi rivoluzionari, Lenin e Lennon, se n’erano ormai andati ed
era scomparsa anche l’Unione Sovietica cantata da McCartney in “Back in
the USSR” durante gli anni della guerra fredda .
Vivi e vegeti
sembravano invece essere i Beatles, al cui repertorio McCartney
attinse ampiamente durante il suo primo concerto in terra russa.
“Da anni volevo
suonare in Russia, ma con i comunisti al potere non avevo mai potuto farlo”,
spiegò McCartney nell’annunciare il concerto. “Non ci sono mai stato
neppure da turista, quindi trovo esaltante la prospettiva di suonare Back
in the USSR e tante altre canzoni davanti a gente che credo non veda l’ora
di ascoltarle”.
Per quanto non
ufficialmente proibiti, nella vecchia Unione Sovietica i dischi dei Beatles
erano molto difficili da reperire. Solo nel 1988, quando le relazioni con
l’Occidente avevano cominciato a sgretolarsi, McCartney poté pubblicare per il
mercato russo Choba B CCCP (ovvero Back in the USSR),
una raccolta di classici del rock and roll.
La passione di
McCartney per la Russia e la sua gente venne ricompensata il 24 maggio
2003, quando una folla di ventimila persone si radunò nella Piazza
Rossa per una delle ultime date della lunga tournèe mondiale dell’ex
Beatle. Grida di “Will love you, Paul”, riempirono
l’aria a pochi metri dalle tombe di Lenin e Stalin.
Inutile dire che un
simile accostamento fra sacro e profano aveva suscitato qualche polemica.
Prima del concerto
McCartney si era recato al Cremlino per un colloquio privato col presidente
russo Vladimir Putin, il quale gli aveva confidato che i Beatles erano
stati “ un soffio d’aria fresca, una finestra aperta sul mondo”.
Poiché Putin non avrebbe potuto essere presente al concerto serale, “Macca”
improvvisò una versione di Let It Be, poi spiegò che era
bello poter essere in una terra così piena di spiritualità: ” Ho
sempre immaginato che la gente di qui avesse un cuore grande. Ora so che è
vero”.
Ma McCartney aveva
alle spalle una parete piena di grandi schermi su cui scorrevano immagini
dell’epoca d’oro dei Beatles. Aprì il concerto sulle note di “Hello
Goodbye” e lo chiuse, una trentina di canzoni dopo, con un medley di “Sgt
Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “The End”.
Dick Parryse n’è andato a 83 anni, lasciando dietro di sé un suono che
ha attraversato generazioni. Non era “Dick Party”, come talvolta capita di
leggere per errore: il suo nome era Dick Parry, sassofonista britannico
legato indissolubilmente ai Pink Floyd e a una stagione irripetibile della
musica rock.
Parry apparteneva a quella categoria rara di strumentisti che
non hanno bisogno di stare al centro del palco per diventare fondamentali. Il
suo sax creava un’atmosfera, una voce parallela a quella della chitarra di
David Gilmour, capace di rendere i brani dei Pink Floyd più profondi, più
umani, più cinematografici.
Le sue frasi in Money, Us and Them, Shine On
You Crazy Diamond e Wish You Were Here sono entrate nella memoria
collettiva come elementi strutturali del linguaggio della band.
La notizia della morte è arrivata da David Gilmour,
con poche parole, intime e asciutte: “Il mio caro amico Dick Parry è morto
questa mattina.”
Un legame nato quando entrambi avevano diciassette anni,
molto prima della fama, molto prima dei palchi immensi. Parry e Gilmour avevano
suonato insieme in varie formazioni locali di Cambridge, e fu proprio Gilmour a
portarlo in studio con i Pink Floyd nei primi anni Settanta.
Parry non era un membro ufficiale della band, ma la sua
presenza è stata determinante in momenti cruciali:
The Dark Side of the Moon (1973) - dove il suo sax diventa
parte dell’identità stessa dell’album.
Wish You Were Here (1975) - contributi eleganti,
intensi, riconoscibili.
The Division Bell (1994) e Pulse (1995) - il
ritorno, ormai come firma sonora consolidata.
Live 8 (2005) - una delle ultime apparizioni con
la band, in un momento storico.
Oltre ai Pink Floyd, Parry ha collaborato con artisti come John
Entwistle, Rory Gallagher, Bonzo Dog Band, Violent Femmes
e persino con gli Who nei tour del 1979 e 1980.
Gilmour lo ha ricordato parlando di un tocco inconfondibile,
di una “firma di enorme bellezza conosciuta da milioni di persone”. Ed è forse
questo il modo più giusto per salutarlo: non con la retorica, ma con la
consapevolezza che certe voci non scompaiono, ma restano sospese, come un
assolo che continua a vivere anche quando la band ha già smesso di suonare.
Il compleanno di Morrissey, la voce
iconica che ha segnato la musica con i The Smiths e da solista, esplorando
malinconia e ironia
Il 22 maggio segna il compleanno di Steven Patrick
Morrissey, universalmente noto come Morrissey,
una delle figure più singolari, controverse e influenti nella storia della
musica britannica.
Con una carriera che spazia per oltre quattro decenni,
Morrissey ha lasciato un'impronta indelebile, prima come frontman dei
leggendari The Smiths e poi come artista solista.
Morrissey è celebrato per la sua lirica incisiva, poetica e
spesso pungente, che ha affrontato temi universali come la solitudine,
l'alienazione, la malinconia, la critica sociale e la sessualità in modi che
raramente erano stati esplorati nella musica pop e rock. Con
gli Smiths, ha co-scritto brani che sono diventati inni per una
generazione, come "There Is a Light That Never Goes Out",
"This Charming Man" e "How Soon Is Now?".La sua capacità di trasformare
l'angoscia giovanile e le osservazioni quotidiane in poesia cantata ha creato
un legame profondo e duraturo con il suo pubblico.
La sua presenza scenica, spesso definita teatrale e
drammatica, e il suo stile vocale distintivo – un baritono risonante capace di
esprimere una vasta gamma di emozioni, dalla vulnerabilità all'ironia – hanno
contribuito a renderlo un'icona riconoscibile. Lontano dalle figure rock
stereotipate, Morrissey ha coltivato un'immagine intellettuale e
anticonformista, influenzando non solo la musica ma anche la moda e il pensiero
di molti.
Come artista solista, Morrissey ha continuato a produrre
album di successo e tour mondiali, mantenendo la sua cifra stilistica pur
esplorando nuove sonorità. Album come Viva Hate, Bona Drag
e You Are the Quarry hanno dimostrato la sua capacità di
evolversi pur rimanendo fedele alla sua visione artistica.
Nonostante le polemiche che hanno occasionalmente circondato
le sue dichiarazioni pubbliche, l'impatto di Morrissey sulla musica e sulla
cultura rimane innegabile. Ha ispirato innumerevoli band, scrittori e artisti,
dimostrando che la musica può essere un veicolo potente per la riflessione
intellettuale e l'espressione emotiva profonda. La sua voce ha dato forma a
sentimenti e pensieri che molti provavano ma non sapevano come articolare.
Oggi, mentre Morrissey festeggia il suo compleanno,
celebriamo il suo genio artistico e la sua influenza duratura. La sua musica
continua a parlare a chiunque cerchi profondità, onestà e una voce unica nel
panorama musicale.
Se dovessimo compilare una lista delle persone che hanno
vissuto più vite in una sola, Keith Richardssarebbe senza dubbio in cima. Il chitarrista dei Rolling
Stones non è solo un monumento vivente al rock 'n' roll, ma è anche il
protagonista di alcuni degli aneddoti più incredibili della storia della
musica. Eppure, tra trasfusioni di sangue leggendarie e cadute dagli alberi di
cocco, ce n’è uno che supera tutti per audacia e assurdità: il giorno in cui
decise di "inalare" le ceneri di suo padre.
Tutto ha inizio nel 2002, quando Bert Richards, il padre di
Keith, scompare all'età di 84 anni. Tra i due, dopo anni di silenzio e
lontananza, si era creato un legame fortissimo negli ultimi tempi, fatto di
complicità e di quel tipo di affetto ruvido che solo certi uomini sanno
scambiarsi. Quando arrivò il momento di dirgli addio definitivamente, Keith
decise di piantare una quercia nella sua proprietà, con l'idea di spargere le
ceneri del genitore ai piedi dell'albero per nutrirne le radici.
Ma è qui che la realtà supera la finzione. Mentre Keith
apriva l’urna, una sottile scia di polvere finì sul tavolo. In quel momento, il
chitarrista si trovò davanti a un dilemma: pulire con uno straccio quello che
tecnicamente era suo padre, oppure trovare un modo più "onorevole"
per non sprecare nemmeno un briciolo di quell'essenza.
Come ha raccontato lui stesso con la sua inimitabile voce
roca, decise che non poteva semplicemente spazzare via Bert. Così, quasi per
istinto, stese una riga di cocaina, ci mescolò sopra quella manciata di ceneri
e... beh, fece quello che Keith Richards sapeva fare meglio.
Quando la notizia venne fuori anni dopo, durante
un’intervista esplosiva a NME, il mondo rimase a bocca aperta. Molti
pensarono a una delle sue solite provocazioni, a una boutade lanciata per
alimentare il mito dell'immortale pirata del rock. Persino il suo ufficio
stampa cercò freneticamente di ritrattare, parlando di uno scherzo mal
interpretato. Ma Keith, fedele a sé stesso, non fece mai marcia indietro. Nella
sua autobiografia Life, ha confermato ogni dettaglio, descrivendo il
gesto non come un atto di follia, ma come un rituale intimo, un modo per tenere
il padre dentro di sé, letteralmente, per un ultimo viaggio insieme.
Oggi quella quercia nel Sussex è alta e robusta, cresciuta
sul resto delle ceneri di Bert. E Keith, dal canto suo, continua a sorridere al
mondo con quel ghigno di chi sa di aver infranto ogni tabù possibile,
trasformando persino il lutto in una performance leggendaria. In fondo, se sei
Keith Richards, anche un addio può diventare la storia più rock 'n' roll di
sempre.
Cinque anni dopo Pindaric Flights, Marco Pantozzitorna
con Osmosis, un lavoro che
segna un passaggio netto nella storia di Deception Store, il progetto dell’autore.
Non solo per la scelta dell’italiano al posto dell’inglese, ma soprattutto per
l’allargamento del raggio creativo: un disco nato in Emilia, dentro l’Elfo
Studio Recording di Alberto Callegari, e costruito insieme a una squadra di
musicisti che appartengono alla storia recente del prog italiano. Pubblicato da
Ma.Ra.Cash Records, il progetto trova nell’“osmosi” evocata dal titolo
la sua forma più concreta: una circolazione continua di sensibilità, stili,
esperienze, che porta il progetto a un livello di maturità superiore.
Il soft‑prog di Pantozzi si apre a un ventaglio più ampio di
riferimenti: il sinfonismo melodico, l’ambient strumentale, un certo pop
cantautorale che emerge nei brani più narrativi. L’autore stesso parla di una
predisposizione naturale a muoversi tra generi diversi, e il disco lo conferma:
Osmosis è un lavoro vario, ma non dispersivo, perché tenuto insieme da
un immaginario coerente fatto di fuga, rinascita, introspezione e disincanto.
L’avvio strumentale di Behind the Window stabilisce
subito il tono: un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, che prepara il
terreno a Mare Tranquillitatis, uno dei brani più emblematici del disco.
Qui la scrittura ridotta all’essenziale lascia spazio a un lavoro strumentale
che richiama la scuola floydiana, con un flauto che aggiunge un tocco di
lirismo inatteso. È uno dei punti in cui l’apporto di Vincenzo Ricca si sente
con maggiore evidenza.
Partire è invece il volto più immediato e cantautorale del progetto: un brano
costruito su un’idea melodica forte, sostenuto da un arrangiamento pulito e da
un testo che parla di movimento, desiderio di cambiamento, leggerezza
ritrovata. È uno dei pezzi inediti che meglio rappresentano la nuova direzione
di Pantozzi.
Con Fantasie Pindariche si entra in un territorio più
visionario, quasi un ponte con il passato: il remake esteso di Human Odyssey
mantiene l’impronta originaria ma la amplia, la rende più solida, più definita.
La sezione ritmica di Riccardo Dallagiovanna e Nicolò Magistrali dà al brano un
respiro moderno, mentre i cori di Claudia “Claire” Ursino aggiungono un tocco
di teatralità.
Arrendersi mai è uno dei momenti più autobiografici del disco. Pantozzi lo
descrive come un dialogo immaginario tra padre e figlio, e la canzone funziona
proprio per questa sua sincerità: un invito a non rinunciare al cambiamento,
anche quando sembra tardi. Il duetto con Luca Albertazzi amplifica il senso di
racconto generazionale.
Il cuore concettuale del disco è L’Emporio dell’Inganno,
remake profondo di One More Time. Qui il tema della dipendenza dal gioco
d’azzardo diventa metafora ampia degli inganni quotidiani: “luoghi o situazioni
ove ci vengano offerti sogni e illusioni, venduteci per opportunità”, come
recita il booklet. Il brano è uno dei più riusciti per equilibrio tra testo,
arrangiamento e interpretazione.
La parte finale del disco alterna due strumentali - Norwegian
Fjord e Panta Rei - che mostrano la predilezione dell’autore per la
musica evocativa, e due brani più intimi: La risposta a tutto, costruito
su un crescendo emotivo molto ben calibrato, e Raccontami di te, duetto
con Arianna Caviati che chiude il disco con una malinconia luminosa.
Nel complesso Osmosis è un lavoro maturo, curato,
ricco di dettagli e di partecipazioni di grande livello. Non è un disco che
cerca la complessità fine a sé stessa, ma punta piuttosto alla chiarezza
emotiva, alla costruzione di atmosfere, alla fusione di linguaggi diversi. È un
progetto personale che diventa collettivo senza perdere identità, e questo è
forse il suo risultato più convincente.
L’intervista integrale a Marco Pantozzi, che pubblico a
seguire, permette di entrare ancora più a fondo nelle motivazioni, nelle scelte
e nelle storie che hanno portato alla nascita del disco.
Crediti
Musica e testi di Marco Pantozzi, con
contributi di Max Repetti (3), Vincenzo Ricca (7), Mike
Frajria (8–10).
Registrato all’Elfo Studio
Recording di Tavernago (PC).
Mix & mastering: Alberto
Callegari.
Etichetta: Ma.Ra.Cash Records.
Voci: Marco Pantozzi, Luca Albertazzi,
Arianna Caviati, Daniela Scarlatti
Chitarre: Gian Marco Mento, Mike Frajria
Piano & Tastiere: Vincenzo Ricca, Max Repetti, Joe
Chiericati, Marco Pantozzi, Claudio Buraglio
Basso: Nicolò Magistrali, Tiziano
Boccellari
Batteria: Gigi Cavalli Cocchi, Riccardo
Dallagiovanna, Max Ghioni Flauto traverso: Lorenzo Trecordi
Cori: Claudia “Claire” Ursino
Tracklist
1.Behind
the Window (strum.)
2.Mare
Tranquillitatis
3.Partire
4.Fantasie
Pindariche
5.Arrendersi
mai
6.L’Emporio
dell’Inganno
7.Norwegian
Fjord (strum.)
8.Panta
Rei
9.La
risposta a tutto
10.Raccontami
di te
IL PENSIERO DELL'AUTORE...
“Osmosis” nasce dall’incontro di sensibilità diverse. Quando
hai capito che questo disco non sarebbe stato solo un progetto solista, ma un
vero processo di osmosi artistica?
“Deception Store” nasce come un mio progetto personale, ma è
ovviamente condizionato ed arricchito dai musicisti che di volta in volta mi è
capitato di coinvolgere. Se nella mia opera prima ho lavorato con soli
professionisti della mia città, Merano, nel caso di “Osmosis” ho allargato il
raggio di azione, trovando l’intesa e il giusto feeling con molti altri
musicisti conosciuti in studio a Piacenza (come Max Repetti e Gianmarco Mento)
o tramite contatti personali di vecchia data, che mi hanno onorato della loro
partecipazione: Gigi Cavalli Cocchi e Vincenzo Ricca.
Estendere la mia visione ad altri musicisti, ognuno con il proprio immaginario
e la propria sensibilità, ha dato vita ad un risultato che è andato oltre le
mie iniziali aspettative.
Nel booklet parli di una “ineluttabile osmosi musicale”. Cosa
significa per te mettere insieme musicisti così diversi, e come cambia la tua
scrittura quando sai che la interpreteranno mani e teste differenti?
A livello di scrittura, in vero, non molto: a parte due brani
che sono stati poi co-firmati da Ricca e Repetti nella parte musicale proprio
per il loro grande apporto creativo prodotto a livello di arrangiamento, la
maggior parte dei pezzi sono stati da me composti prima di entrare in studio.
L’Osmosi, qui, non è però soltanto dovuta alle tante e diverse anime musicali
coinvolte, ma anche alla mia personale inclinazione verso generi piuttosto
diversi (penso al progressive Rock più melodico e sinfonico, alla Pink Floyd,
per intenderci) ma anche alla New Age / Ambient strumentale, per finire al
cantautorato Pop più all’italiana: è anche questa mia molteplice
predisposizione che ha generato quell’inevitabile Mix di cui parlo nel booklet.
In “Pindaric Flights” cantavi in inglese, mentre per “Osmosis”
hai scelto l’italiano. Cosa ti ha spinto
a cambiare lingua e come ha influenzato il modo in cui costruisci immagini,
ritmo e melodia?
Come tutti sappiamo, l’inglese è certamente lingua più adatta
al Rock, ma oltre alla oggettiva difficoltà di scrivere testi in una lingua
diversa dalla propria, ho sentito qui l’esigenza di esprimermi senza barriere,
abbracciando anche un po’ la sfida di cercare una buona resa
dell’italiano nei pezzi sulla carta meno adatti alla nostra lingua.
Inoltre, mi risulta che agli stranieri, che è il target cui più mi rivolgo
vista la distribuzione internazionale del disco stampato da Ma.ra.cash Records,
piace sentir cantare in italiano.
Molti brani del disco sembrano raccontare un viaggio
interiore, tra fuga, rinascita e disincanto. Qual è il filo emotivo che lega
queste storie e quanto c’è di autobiografico?
Di autobiografico effettivamente c’è molto e, correttamente,
il tema della fuga e della rinascita è ricorrente in questo disco, così come
anche in parte del primo. L’origine di ciò risiede senz’altro nel mio vissuto
antecedente al momento in cui ho cominciato seriamente a fare musica. Avendo
fatto dapprima studi umanistici, e poi laureatomi in Giurisprudenza, sono stato
inevitabilmente risucchiato in una vita fatta di regole, burocrazia e tanti
uffici dalle luci al neon che, per quanto degna di massimo rispetto, non ho mai
sentito mia fino in fondo. Si può dire probabilmente che la mia passione per le
Arti in generale, e per la Musica in particolare, siano state una mia naturale
reazione ad un lavoro molto poco creativo e rigido, dentro al quale mi sentivo
ingabbiato. Il brano “Arrendersi mai” è l’esatta fotografia di quanto
descritto, sviluppato mediante un immaginario dialogo tra padre e figlio, in
cui è il secondo a spronare il genitore a non pensare mai che sia troppo tardi
per un cambiamento anche radicale della propria condizione, all’inseguimento
dei propri sogni.
Hai lavorato con figure importanti del prog italiano: Cavalli
Cocchi, Ricca, Repetti, Frajria. Cosa hai imparato da ciascuno di loro e come
hanno trasformato il suono del disco?
La fortuna di poter lavorare con dei veri mostri sacri come
Gigi, Vincenzo e Max, per me in definitiva solo poco più che amatore, è stata
davvero un’esperienza eccezionale. La professionalità, la meticolosità ed anche
la loro grande attenzione a quanto io ricercassi sono state un vero regalo. A
sentirli suonare la mia musica mi sono sentito un po’ matricola all’Università
e un po’ bimbo felice al Luna Park! Il risultato finale di un disco - dal sound
al “tiro”, all’atmosfera generale - non è mai predefinibile né ipotizzabile al
100%: al contrario, il processo di genesi è una alchimia di situazioni, visioni
ed estro anche del momento, di tutti i musicisti, che può anche non
concretizzarsi in pieno in quanto sperato o immaginato in partenza. Quando
invece ciò accade o, come in questo caso, va pure oltre l’aspettativa, la
soddisfazione, insieme alla gratitudine, non possono essere che massime.
“L’Emporio dell’Inganno” è uno dei brani più narrativi e
simbolici. Da dove nasce quell’immagine e cosa rappresenta oggi per te l’idea
di “inganno”?
Questo brano mi è in effetti caro (già contenuto in “Pindaric
Flights”, seppur in versione meno estesa) ed è quello che ha dato il nome al
mio intero progetto, cinque anni fa. Nello specifico della canzone, il luogo
che vende illusioni ed inganni è la sala giochi, dove uomini e donne diventano
poco a poco le ombre di sé stesse, rincorrendo la chimera della ricchezza e del
successo. È il tema drammatico, e purtroppo più che mai attuale, della
dipendenza da Gioco d’Azzardo Patologico (GAP, o molto impropriamente chiamato
anche ludopatia), che io ho imparato a conoscere bene, avendo lavorato in una
struttura ONLUS che si occupa di recupero e trattamento delle dipendenze
comportamentali compulsive. Lì ho toccato con mano tante storie di persone
disperate, che mi hanno in vero molto segnato. È il racconto di chi va perdendo i propri affetti e la
propria libertà, per rinchiudersi sempre più in una prigione fatta di illusioni
e solitudine, rincorrendo vani sogni di ricchezza e rovinando, in
definitiva, la propria vita. Ma in verità, di luoghi o situazioni del nostro
quotidiano in cui ci vengono propinati inganni spacciati per opportunità, siamo
circondati: dalle pubblicità truffaldine alle false promesse e narrazioni dei
politici, dagli oroscopi del giorno (enunciati con millantata autorevolezza
ogni santo giorno pure sulla TV pubblica) agli amori traditi. Per non parlare,
oggigiorno, delle masse oceaniche di balle create dalle fake news, dai Deepfake
o dai Video AI stupidi ed inutili che ci ammorbano sui social.
In “Partire" e "Arrendersi mai” emerge un’energia quasi
cinematografica. Come costruisci la drammaturgia dei tuoi brani? Parti dal
testo, dalla musica o da un’immagine?
Salvo rari casi, parto sempre dalla Musica: nell’anima mi
sento senz’altro più musicista che paroliere e nello sviluppo dei testi, a
volte, mi lascio anche volentieri aiutare, come è stato qui con l’amico autore
e gran chitarrista Mike Frajria, mio primo mentore, che ha scritto e arrangiato
con me due brani: “Panta Rei” e “Raccontami di te”. Da amante viscerale
dei Floyd, fin da quando ero un ragazzino, credo di avere nel mio Dna musicale
la ricerca del momento emozionale, dell’epica, sublimata dai cori e dagli
assoli, per cui è probabilmente questo il mio primo fine ultimo, piuttosto che
la lirica più o meno poetica, che pur nella forma canzone rimane certo
importante. C’è comunque da dire che, spesso, alcune parole chiave di un
brano, o il titolo, sorgono già in fase di primissima creazione dello stesso,
risuonando in testa mentre si prova: è una sorta di genesi spontanea, un po’
misteriosa e un po’ magica, se vogliamo, per cui la fonetica, o la metrica di
una o più parole si radicano talmente bene da venir mantenute fino alla fine,
costituendo spunto, a volte, anche per l’intera tematica letteraria del pezzo.
Il disco alterna brani cantati e strumentali. Che ruolo hanno
per te i pezzi senza voce e cosa riescono a dire che le parole non possono?
Amo la musica strumentale; è probabilmente la sua forma più
pura. Ho amato Morricone e sono un fan di Eric Serra, autore francese di
Soundtrack. E dalla musica Classica, in fondo, siamo tutti un po’ partiti.
Riuscire ad evocare immagini e atmosfere senza ricorrere alla suggestione
forzata delle parole (al netto del titolo) è senz’altro esercizio tanto
complesso quanto stimolante. Per i due brani strumentali di “Osmosis” ho trovato poi in
Vincenzo Ricca uno straordinario arrangiatore, che ha riversato la sua
grandissima esperienza di autore di colonne sonore e musica per documentari. Posso
anche aggiungere che la mia predilezione per le parti strumentali si denota
anche in altri brani della mia produzione, in cui la parte cantata è ridotta in
effetti all’essenziale, come in “Mare Tranquillitatis” o “Panta Rei”, o in
“Lifetime" del mio primo Album.
“Osmosis” è un lavoro molto ricco, ma anche molto personale.
Qual è stato il momento più complesso della produzione e quale invece quello in
cui hai capito che il disco “funzionava”?
L’idea del disco mi è venuta strada facendo, man mano che si
aggiungevano brani da lavorare. Ho cominciato col rifare completamente, e in
italiano, due pezzi di “Pindaric Flights” che pensavo potessero esprimere ancor
più forza di quanto fosse stato in inglese; quando li ho realizzati in studio
(all’Elfo Studio di Alberto Callegari) li ho trovati così centrati che mi è
venuta voglia di proseguire, producendo e sviluppando in seguito altre vecchie
idee e demo che avevo nel cassetto e nel contempo scrivendo delle cose nuove:
sono arrivato così ad ottenere del materiale sufficiente per un nuovo CD, che è
vario dal punto di vista della scrittura anche perché avvenuta nell’arco di
tempi diversi. Momenti particolarmente complessi direi che non ce ne siano
stati: potrei semmai parlare della mia costante inquietudine di artista
nella perenne ricerca della cosa più valida, della soluzione più bella, in
mezzo a mille altre possibili: quando hai infinite soluzioni da scegliere a
volte capita di venir affascinati da più proposte e di non saper bene quale
scegliere, a scapito dei tempi di realizzo o a rischio di una visione globale
meno definita di quanto sarebbe auspicabile avere.
Guardando avanti, che direzione immagini per “Deception Store”?
Continuerai a esplorare questa commistione di generi o senti che il prossimo
passo sarà diverso?
La voglia di far musica, di condividerne la fase produttiva
con altri musicisti ed infine di proporla ad un pubblico attento quale è quello
degli appassionati del Prog è ancora tanta e credo che tale resterà. I terreni
d’azione di Deception Store credo rimarranno comunque all’interno di questa
terna di generi appena sperimentata, forse con un maggior spostamento verso il
Pop cantautorale, primo genere con cui mi sono cimentato e di cui ho ancora
diverso materiale. Posso dire che ultimamente mi sto parecchio divertendo con
l’Intelligenza Artificiale generativa, che se saputa usare con criterio, e non
come fine a sé stesso, risulta essere davvero di notevole contributo per idee e
arrangiamenti da riprendere poi in Studio: è questo, forse, l’unico Inganno
dell’Emporio che trovo accettabile.