lunedì 3 agosto 2026

Porto Antico ProgFest 2026 a Genova-11° edizione: resoconto tra parole e video

 


Porto Antico ProgFest 2026

Una serata che conferma una tradizione e rinnova un linguaggio


Il Porto Antico ProgFest ha raggiunto l’undicesimo anno consecutivo e anche questa edizione, come sempre marchiata Black Widow Records, ha mostrato la capacità del festival di restare fedele alla sua identità pur aprendosi a nuove prospettive. La programmazione ha previsto una sola serata dedicata al prog, quella del sabato, anticipata il venerdì da un appuntamento metal che ha dato energia all’intero weekend.

La serata è stata presentata da Linda Dell e Athos Enrile, che hanno accompagnato il pubblico alternando informazioni oggettive e impressioni di giornata, così da rendere fluidi anche i cambi set.


L’esordio dei Sigmund Freud…

… il debutto genovese di una band storica 

L’apertura è stata affidata ai romani Sigmund Freud, al loro primo concerto a Genova. La band ha portato sul palco una selezione dell’album Risveglio, alternando brani già noti a composizioni che anticipano il loro futuro artistico. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni passaggio, immerso in un clima particolare, sotto un tendone illuminato a giorno e avvolto da un caldo umido che ha accompagnato tutta la serata. L’atmosfera è stata quella dei festival estivi, con una partecipazione viva e una curiosità autentica verso una formazione che ha saputo unire storia e prospettiva. Il video a seguire riuscirà forse a fornire un’idea precisa dell’atmosfera che si è venuta a creare, evidenziando quanto il loro impatto sia stato forte e quanto la band abbia saputo conquistare Genova con naturalezza.


Fertility Cult

L’energia del nord e un pubblico sorprendentemente partecipe… 

Dopo i Sigmund Freud è arrivato il momento dei Fertility Cult, formazione finlandese che ha raggiunto il quinto album, quattro autoprodotti e l’ultimo pubblicato con Black Widow. Il loro set ha portato un cambio di atmosfera immediato, con un suono più ruvido e una tensione ritmica che ha acceso la piazza. Un gruppo di probabili fan finlandesi ha seguito la performance con entusiasmo contagioso, creando un dialogo continuo tra palco e platea. La band ha mostrato una maturità evidente, frutto di un percorso che li ha portati a definire un’identità sonora personale e riconoscibile. Anche per loro il pubblico ha risposto con calore, confermando quanto il prog (e dintorni) contemporaneo possa essere vivo e capace di parlare con linguaggi diversi.


Claudio Simonetti’s Goblin

Il culto, la memoria, il cinema e la potenza del live 

Il momento più atteso della serata è coinciso con l’arrivo dei Claudio Simonetti’s Goblin, una band che vive una vera venerazione di culto. Il largo merchandising presente al banchetto ne è la prova, già molto frequentato durante il concerto e letteralmente preso d’assalto alla fine.

La serata è iniziata con la visione completa del film Tenebre, accompagnata dalla band che ha sostenuto la parte musicale con precisione e intensità. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni scena, vivendo un tuffo nel passato che ha risvegliato memorie e paure antiche, quelle che hanno reso il cinema di Dario Argento un riferimento mondiale.

Terminata la proiezione, è iniziato il concerto vero e proprio, un excursus attraverso la storia enorme dei Goblin e dei vari spin off. Claudio Simonetti ha snocciolato aneddoti che hanno dato profondità al racconto, mostrando quanto la loro musica sia diventata parte dell’immaginario collettivo. La band ha confermato una forma straordinaria, pronta a partire ad agosto per il Giappone e successivamente per gli Stati Uniti.

Il pubblico è apparso emozionato e partecipe, con un crescendo continuo che ha trovato il suo culmine nell’ultimo brano, Profondo Rosso, accolto come un rito collettivo. La piazza era piena, la partecipazione alta, il successo evidente.

 

Conclusione

Il Porto Antico ProgFest 2026 ha confermato la forza di un festival che non si limita a celebrare il passato ma costruisce nuove visioni. La serata ha mostrato quanto il progressive sia ancora un linguaggio capace di unire generazioni, immaginari e forme artistiche diverse. Cinema, rock, elettronica, memoria e sperimentazione si sono intrecciati in un percorso che ha lasciato un segno chiaro.

Non è obiettivo di questo articolo entrare nei dettagli tecnici, ma la caratura dei musicisti on stage è risultata evidente.

Un accenno dovuto all’unica donna musicista sul palco, Cecilia Nappo, giovane bassista del gruppo di Simonetti, la cui competenza ha colpito il pubblico.

Linda Dell e Athos Enrile hanno guidato il pubblico attraverso questo viaggio, dando voce a un festival che continua a crescere e a parlare con intensità al presente, in attesa del prossimo appuntamento!


Il flauto magico di un vagabondo: la genesi visiva dei Jethro Tull



Come un abito logoro e una gamba alzata hanno ridefinito l'estetica del rock


Agli albori dei Jethro Tull, Ian Anderson non era la figura carismatica e sicura di sé che conosciamo oggi. Per mascherare un profondo senso di inadeguatezza e per distinguersi dalla massa di chitarristi blues, adottò un'immagine che era l'esatto opposto del glamour dell'epoca: quella di un eccentrico vagabondo scozzese.

Vestito con un cappotto lungo e consunto che sembrava recuperato da un cassonetto, Anderson iniziò a esibirsi in pose plastiche e frenetiche. La celebre postura su una gamba sola nacque quasi per errore: nel tentativo di soffiare con forza estrema nel flauto traverso e mantenere l'equilibrio durante i passaggi più veloci, Anderson sollevò istintivamente una gamba. I fotografi catturarono l'immagine e la stampa la celebrò come un marchio di fabbrica studiato. Insieme alle bizzarre gag sul palco - come le finte interruzioni meteorologiche o la presenza di animali di pezza - questa estetica permise ai Jethro Tull di decostruire la serietà del progressive rock con una dose massiccia di ironia britannica.







domenica 2 agosto 2026

Compie gli anni Joe Lynn Turner, pilastro del Rock AOR e Hard Rock

 

Oggi, 2 agosto, ricordiamo il compleanno di Joe Lynn Turner, una delle voci più riconoscibili e versatili nella storia del rock melodico e dell'hard rock. Con una carriera che abbraccia oltre cinque decadi e include collaborazioni con alcune delle band più influenti del genere, Turner ha lasciato un'impronta tangibile nella musica.

Nato a Hackensack, New Jersey, nel 1951, Joseph Linquito (il suo vero nome) ha mostrato un precoce talento musicale, iniziando con la fisarmonica e poi dedicandosi alla chitarra. Dopo aver brevemente intrapreso la carriera di insegnante di letteratura inglese, la sua passione per la musica lo ha portato a formare i Fandango, una band AOR che ha pubblicato quattro album tra il 1977 e il 1980.

La grande svolta per Turner è arrivata nel 1981, quando il leggendario chitarrista Ritchie Blackmore lo ha chiamato per un'audizione per i Rainbow. Turner ha conquistato immediatamente Blackmore ed è diventato il frontman della band, contribuendo a tre album fondamentali: Difficult to Cure (1981), Straight Between the Eyes (1982) e Bent Out of Shape (1983). In questi anni, i Rainbow hanno raggiunto un notevole successo commerciale, con brani come "I Surrender" e "Stone Cold" che hanno scalato le classifiche.

Dopo lo scioglimento dei Rainbow, Turner ha intrapreso una prolifica carriera solista con l'album Rescue You nel 1985. Tuttavia, la storia si è ripetuta nel 1989, quando è stato invitato a unirsi ai Deep Purple, la band madre di Blackmore. Con i Deep Purple, Turner ha registrato l'album Slaves and Masters (1990) e ha partecipato al tour mondiale del 1991, dimostrando ancora una volta la sua capacità di adattarsi a stili diversi pur mantenendo la sua identità vocale.

Al di là delle sue esperienze con Rainbow e Deep Purple, Joe Lynn Turner ha continuato a pubblicare numerosi album solisti, come il recente Belly of the Beast (2022), dove ha affrontato anche la sua alopecia, decidendo di presentarsi senza parrucca per la prima volta. È stato anche un richiestissimo vocalista per sessioni e collaborazioni con artisti del calibro di Billy Joel, Cher, Michael Bolton e Mick Jones dei Foreigner, ampliando ulteriormente la sua influenza.

Nel corso degli anni, Turner ha partecipato a una miriade di progetti, tra cui Hughes Turner Project con Glenn Hughes, Mother's Army e Brazen Abbot, dimostrando una versatilità e una dedizione alla musica che lo rendono una figura ammirata nel panorama rock.






sabato 1 agosto 2026

Jethro Tull: "Stand Up" compie 57 anni-Commento "easy" e ascolto

 



Jethro Tull-"Stand Up"

Commento e ascolto

 

AVVERTENZE

 

Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.

L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.

 

Titolo: Stand Up

Artista: Jethro Tull

Pubblicazione: 1º agosto 1969

Durata: 41:36

Tracce: 10

Genere: Rock progressivo-Folk rock

Etichetta: Chrysalis-Island Records (UK)-Reprise Records (USA)

Produttore: Ian Anderson, Terry Ellis

Registrazione: aprile 1969, Morgan Studios, Londra, Inghilterra

Note: Ristampato nel 2001 con 4 bonus tracks

 

Stand Up è il secondo album in studio dei Jethro Tull, pubblicato il 1° agosto del 1969. È un album che ha segnato una svolta significativa nel suono della band, introducendo elementi del folk rock e del progressive che sarebbero diventati caratteristici del loro stile.

L'album, diversamente dal precedente This Was, è caratterizzato da un allontanamento dalle sonorità blues a favore di un sound più vicino al rock; ciò è probabilmente dovuto all'abbandono del chitarrista Mick Abrahams - per contrasti con Ian Anderson - che diventerà così leader del gruppo. Il nuovo chitarrista Martin Barre risulterà alla fine il membro più longevo, 42 anni alla corte di Re Ian.

In Stand Up vengono utilizzati strumenti all'epoca inusuali per la musica rock, come la balalaica, il mandolino e l'onnipresente flauto traverso. La copertina dell'album rappresenta i Jethro Tull (Ian Anderson, Martin Barre, Clive Bunker e Glenn Cornick), e al suo interno vi è un pop-up dei membri del gruppo.

Il disco può essere considerato come il "crocevia" nel quale prendono forma i vari stili e generi che i Jethro Tull affronteranno nei decenni successivi. In esso sono contenuti, infatti, i primi abbozzi di musica medievale (Jeffrey Goes to Leicester Square), di rock e progressive rock (Nothing Is Easy o We Used to Know), di musica orientale (Fat Man) e di folk acustico (Look Into the Sun, Reasons for Waiting).

L'album si apre con la celebre traccia A New Day Yesterday, caratterizzata da un riff di chitarra energico e un suono complessivo molto potente, brano che dimostra fin dall'inizio la grande abilità del leader della band, Ian Anderson, sia come cantante che come flautista.

Si passa poi da brani rock come Nothing Is Easy a pezzi più sperimentali come Bourèe, hit storica della band, rifacimento in chiave moderna della Bourrée inserita nel quinto movimento della suite in mi minore per liuto di Johann Sebastian Bach. Il pezzo è strumentale ed esalta i virtuosismi di Ian Anderson al flauto traverso e Glenn Cornick al basso (a seguire esempio video).

Ma tutte le canzoni di Stand Up sono ricche di arrangiamenti complessi e, come già sottolineato, strumenti insoliti. Inoltre, la presenza di testi poetici e profondi conferisce un tocco in più ai brani.

Sintetizzando, prima dell’ascolto a seguire: Stand Up è un must, che ha contribuito a consolidare il suono unico dei Jethro Tull. La combinazione di elementi rock, folk e progressive, insieme alle abilità musicali eccezionali dei membri della band, ha reso questo album un punto di riferimento nella loro carriera.

Imperdibile per gli amanti del rock!

 

TRACKLIST (cliccare sul titolo per ascoltare)

Tutte le canzoni sono state scritte da Ian Anderson, eccetto ove indicato:

 

A New Day Yesterday - 4:10

Jeffrey Goes to Leicester Square - 2:12

Bourée - Johann Sebastian Bach, Ian Anderson - 3:46

Back to the Family - 3:48

Look Into the Sun - 4:20

Nothing Is Easy - 4:25

Fat Man - 2:52

We Used to Know - 3:59

Reasons for Waiting - 4:05

For a Thousand Mothers - 4:13

 


Bonus track presenti nella versione del 2001:

Living in the Past - 3:20

Driving Song - 2:39

Sweet Dream - 4:02

17 - 3:07

 


Formazione

Ian Anderson - voce, chitarra folk, flauto, pianoforte, organo Hammond, mandolino, balalaika

Martin Barre - chitarra elettrica, flauto

Glenn Cornick - basso, voce

Clive Bunker - batteria, percussioni






venerdì 31 luglio 2026

“Homburg” / “L’ora dell’amore” – Una canzone, due destini

 

Homburg” arriva nel 1967, un anno dopo l’impatto di “A Whiter Shade of Pale”. I Procol Harum scelgono di non replicare la formula dell’organo bachiano e si muovono verso un pop più raccolto, quasi cameristico. Gary Brooker canta con una malinconia trattenuta, Keith Reid costruisce immagini sospese, Matthew Fisher colora senza invadere. È un brano che vive di chiaroscuri, un passo lento, un’atmosfera da fine giornata, una malinconia che non chiede spiegazioni.

La forza di “Homburg” sta proprio lì, nel non cercare il colpo di scena, nel non voler superare il proprio predecessore. Si limita a essere sé stessa, con una grazia che oggi appare ancora più evidente. Una canzone che sembra scritta per restare ai margini e che invece continua a risuonare per la sua delicatezza.

In Italia prende una direzione diversa. I Camaleonti la trasformano in L’ora dell’amore, uno dei loro successi più riconoscibili. La melodia resta, ma cambia la temperatura emotiva. La versione italiana abbandona l’ambiguità poetica di Reid e si concentra su un sentimento più diretto, più narrativo, più vicino alla sensibilità pop del pubblico italiano. La voce di Tonino Cripezzi porta il brano verso una dimensione più calda, più immediata.

Il confronto tra le due letture è rivelatore. I Procol Harum lavorano su un equilibrio fragile, quasi impressionista; i Camaleonti scelgono una linea più definita, più luminosa. L’originale è un quadro in penombra, la versione italiana una stanza aperta alla luce. La stessa melodia, due modi opposti di abitarla.

“Homburg” resta uno dei momenti più sottovalutati della prima fase dei Procol Harum, un brano che non ha bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. “L’ora dell’amore”, al contrario, diventa un tassello importante nella storia dei Camaleonti, confermando la loro capacità di trasformare materiale anglosassone in pop italiano senza perdere identità.

Riascoltate oggi, le due versioni mostrano come una canzone possa cambiare pelle senza perdere la propria anima. Una malinconica, l’altra sentimentale. Una sfumata, l’altra più netta. Due destini diversi, entrambi coerenti.





Nel ricordo di Erik Brann, chitarrista degli Iron Butterfly

 


Il 31 luglio 2003 ci lasciava Erik Brann, chitarrista statunitense la cui notorietà è indissolubilmente legata agli Iron Butterfly, importante gruppo hard rock psichedelico. A ventidue anni dalla sua scomparsa, lo ricordiamo ripercorrendo la sua carriera e il suo impatto sulla musica.

Nato a Boston l'11 agosto 1950, Brann mostrò fin da giovane un talento musicale, dedicandosi inizialmente al violino prima di trovare la sua vera vocazione nella chitarra. Nel 1967, a soli diciassette anni, il giovane Erik si unì agli Iron Butterfly, segnando l'inizio di una collaborazione che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia del rock.

L'esordio discografico di Brann avvenne nel 1968 con l'album In-A-Gadda-Da-Vida. Questo lavoro non solo rappresentò il maggiore successo commerciale della band, ma divenne anche una pietra miliare del rock psichedelico, grazie soprattutto alla leggendaria title track, un'epopea di oltre 17 minuti che metteva in risalto le innovative capacità chitarristiche di Brann. Erik contribuì anche alla scrittura di una traccia dell'album, "Termination", insieme al bassista Lee Dorman, dimostrando fin da subito il suo talento compositivo.

Dopo aver lasciato gli Iron Butterfly nel 1970, Brann tornò nella band nel 1974, in occasione della sua rifondazione. Durante questo periodo, incise due album, Scorching Beauty (1974) e Sun and Steel (1975), nei quali assunse anche il ruolo di cantante principale, dimostrando la sua versatilità artistica. La band si sciolse nuovamente nel 1975, per poi riunirsi brevemente nel 1978 con una nuova formazione, l'ultima in cui Brann suonò prima di ritirarsi quasi completamente dalle scene musicali.

Nel luglio del 2003, mentre stava pianificando un atteso ritorno sulla scena musicale con un album solista, Brann ci ha lasciati a causa di un infarto miocardico all'età di 52 anni. La sua scomparsa ha privato il mondo della musica di un talento unico e innovativo, un chitarrista che con la sua visione e il suo stile ha contribuito a definire il suono di un'epoca.






giovedì 30 luglio 2026

Nel ricordo di Paolo Giaccio


Il 29 luglio del 2019 ci lasciava Paolo Giaccio, uno dei "pionieri" della radio, divulgatore di buona musica, giornalista, autore e molto altro.
Allego ricordo di Carlo Massarini ed altri presi in rete...


Paolo Giaccio è stato un giornalista musicale, autore e dirigente televisivo, per decenni infaticabile aggregatore di talenti. Ha debuttato, alla radio nella redazione di «Per Voi Giovani» alla fine degli anni Sessanta contribuendo allinnovazione della radiofonia italiana. Fra le sue «creature» più importanti il settimanale «TV Odeon» con Brando Giordani e soprattutto il programma Cult «Mister Fantasy»



Di Carlo Massarini

Canzone per un amico.

Come e cosa si scrive di una persona che ti ha cambiato la vita?
Perché Paolo Giaccio è stato la persona che ha inciso di più nella mia vita professionale, e quello che abbiamo fatto insieme rimane, senza false modestie, nella storia della radio-televisione italiana.
E’ partito tutto, un po’ per gioco un pò sul serio, da un negozio di vinile. Come High-Fidelity, come si usava conoscersi, studiarsi e frequentarsi in quegli anni in cui gli Lp che portavi sotto il braccio erano la tua carta d’identità. E quindi, il tuo biglietto da visita per ‘entrare’ (dovunque fosse l’ingresso), o essere lasciati fuori, a cercare un altro gruppo, con altri gusti. A Roma era Consorti, e su quell’angolo di Via Giulio Cesare sono sfilati molti di quelli che adesso fanno - nei modi più diversi - il mestiere del comunicatore, o del discografico. Lui era più grande (2 anni a quell’età fanno la differenza, tanto più se, come Paolo, sei nato già grande), e ha aperto la pista. Era una pista da scoprire, tracciare, non c’erano precedenti, non c’erano istruzioni. La via al rock in Italia. All’inizio Per Voi Giovani, ereditata da Renzo Arbore, in coppia con Mario Fegiz. Era il 1970, e l’Italia viveva uno strano post-68, che sarebbe presto deragliato in guerriglie e guerra. Intanto, c’erano scuole e fabbriche occupate, fermenti giovanili e bollenti, voglia di cambiamento. PVG si collegava con i luoghi, faceva sentire le voci, risvegliava coscienze. Troppo. Per volere del Ministro dell’Istruzione di allora Paolo fu esiliato a Londra (che nel 1971 era un bell’esilio, oggettivamente), e al suo posto entrai io. Ero quello che ‘sapeva bene l’inglese’, che mi era già valso un ruolo di traduttore dei testi, perché, giustamente, sosteneva che per farle arrivare in tutta la loro forza le canzoni di Dylan, Cohen, Stones e Zappa e tutti gli altri le parole andavano comprese, godute. Come quelle di una nuova generazione di cantautori italiani.
Non c’era Internet, gli Lp e i 45 giri venivano pubblicati in Italia con ritardo imprevedibile (anche mesi, ‘Mr Fantasy’ uscì a dicembre ’67 e lo comprai a marzo ‘68…), a volte mai. Non c’erano programmi alla radio, né alla tv, poche finestre non specializzate in cui potevi magari beccarti qualcosa di clamoroso, ma per caso. Il rock non era di massa, i ragazzi non potevano sapere cosa uscisse in GB e USA, quando sentivano per la prima volta Traffic, o Pink Floyd, o Genesis e Van der Graaf sgranavano occhi, spalancavano le orecchie e ringraziavano di avergli fatto conoscere musica che nemmeno immaginavano esistesse. Si trasmettevano gli album per intero. Gli Spotify kids non capiranno come fosse possibile, se guardo indietro sembra davvero una favola di qualche secolo fa.
A metterla in onda c’era un gruppo variopinto di pionieristici dj molto diversi di testa e di gusti: Massimo Villa, Michelangelo Romano, Raffele Cascone, Richard Benson, Dario Salvatori, Gianluca Luzi, Claudio Rocchi, due ragazze -opposte anche loro- Fiorella Gentile e Maria Laura Giulietti, e lo stesso gruppo, sempre mutevole per via della contrattualistica RAI, scese anche la notte e a Popoff (beh, notte, 21.30, ma dopo c’era il Bollettino dei Naviganti e la filodiffusione…). Paolo era un fratello maggiore, suggeriva, faceva da cuscinetto con i dirigenti, stimolava, e apprezzava le stranezze – anche se la sua bibbia era Neil Young, ognuno di noi ha una stella polare.
Finito il decennio della radio, Paolo entrò come funzionario a RAI1 sotto la guida del grande Brando Giordani, direttore che - come Paolo Valmarana a Raio Uno- lasciava fare ‘ai ragazzi’, pensando che qualcosa di buono ne sarebbe uscito. Più che buono, direi. Epocale. L’intuizione di Paolo di raggruppare in un programma quello che da qualche anno, ma come materiale promozionale, era usato a volte negli intervalli al posto delle pecore, e di farlo in un contesto televisivo nuovo, è la grande idea di Mister Fantasy, il primo programma al mondo (prima di MTV) sui videoclip. L’epopea di MrF fa parte dell’immaginario collettivo di una generazione: centinaia di video trasmessi, tanti artisti lanciati e tanti altri già affermati ripresi in modo nuovo, la grafica -straordinaria- di Mario Convertino. Vicinanza ai movimenti artistici milanesi (l’architettura dello Studio Memphis, con Sottsass e Mendini), aperture sul mondo del video-teatro, video-moda, video-design. Puntate in studio, a casa, sui tram, all’estero, nei locali. Le video-lettere, peccato non averle tenute, racconterebbero molto di quegli anni, e dei ragazzi che li abitavano, ‘fra il TG della notte e l’alba’. Video era la parola chiave degli anni ‘80, in cui la musica stava cambiando ancora, con l’ingresso delle strumentazioni digitali. Una tv nuova, diversa, piena di intuizioni, di contaminazioni, internazionale di gusto e di intenti. Paolo era uno che amava vivere, circondarsi di gente, conoscere di tutto, era uno degli uomini più curiosi che ho conosciuto. Sapeva cogliere le novità nell’aria - se cercavi una nuova tecnologia, potevi essere sicuro di trovarla da lui - e trasformarle in spunti televisivi, o di vita. La locanda Solferino a Milano era una base operativa, un porto di mare, in fondo una replica della sua casa, dove ogni cena, o festa, era un punto interrogativo: chi ci sarà stasera?, e puoi giurare che gente con cui discutere, o abbracciarsi, o interrogarsi, o rivedersi dopo 20 anni ce n’era sempre. Era questa la sua genialità: mischiare, divertirsi a farlo e vedere cosa ne veniva fuori. Sempre con una gentile e invisibile regia, mettendo sempre a proprio agio, perché se si è signori e se ami la vita non puoi usare le persone, ma aiutarle a costruire qualcosa di diverso.
Il diverso, il nuovo, è stato sempre il motore. Come quella notte di febbraio 95, una telefonata dal nulla per dire “ti chiamerà Renato Parascandolo (un altro del gruppo di PVG, Nagra in spalla e interviste politiche, poi direttore di Rai Educational), ti proporrà un programma piccolo. Ma tu accetta, perché è il futuro”. Era Media/Mente, era Internet, era davvero il futuro. Io non lo sapevo, lui sì. O come quando mi chiamò, da vicedirettore di Rai5, e nel tempo, in direzione ostinata e contraria, siamo riusciti a riportare in onda un magazine di musica, Ghiaccio Bollente. La musica. Ci ha legato l’ossessione di fare qualcosa di qualità in quel campo così importante per noi e così ignorato in tv. Lo strumento di comunicazione e condivisione più importante dei nostri tempi, una fonte inesauribile di emozioni, e non un programma. Sapevamo che c’erano storie da raccontare, narrazioni da mozzare il fiato e far salire i lucciconi, e si faceva fatica ad avere uno spazio, persino di notte. Strano mondo. Ma forse era la nostra visione a essere ormai ‘contraria’. Voler raccontare le storie, e la storia, scendere in profondità, quando tutto è così rapido, superficiale, fatto al volo e al volo dimenticato. Questo è uno dei motivi per cui Paolo mancherà non solo a me e a quel gruppone di amici costruito nel tempo, ma -anche se non lo sanno- a tante altre persone.
Negli ultimi anni ci sono stati pezzi della mia generazione che ci hanno lasciato, creando un vuoto impossibile da colmare, e delle memorie meravigliose e irripetibili. Lasciandoci ‘helpless’, piccoli e impotenti di fronte allo scorrere della vita. Questo è il più grande di tutti.
Ciao Paolo, grazie di 50 anni di amicizia, e dovunque tu sia, long may you run.

                       

     PROGRAMMI RADIO TV DEGLI ANNI 60-70-POPOFF


Il titolo era ovviamente un gioco di parole, pop-off, ovvero oltre la musica pop, fuori dalla musica pop, ma ricordava anche il nome dello scienziato russo Alexsander Popov, studioso delle microonde poi usate per la tecnologia radio (insomma, una sorta di rivale di Marconi) e suonava comunque come una parola russa (erano di pochi anni prima il Dot tor Zivago e il successo italiano del "kasachock").

Il programma è andato in onda dal 22 ottobre 1973 al 2 ottobre 1976, nel nuovo spazio serale dalle 21 e 30 alle 22 e 30, per sei giorni la settimana (domenica esclusa) sul secondo canale di Radio RAI (allora Secondo Programma). Per diversi anni seguiva il programma musicale di grande successo Supersonic, di taglio più commerciale, costituendone una sorta di integrazione con generi meno noti al grande pubblico. La collocazione era una novità per la Rai, che apriva così una nuova fascia serale, sinora non dedicata a questo genere di programmi. Costituendo così anche una anticipazione della fascia serale che poi sarà ampiamente utilizzata dalle radio libere che sarebbero arrivate 3-4 anni dopo.
Curatore della trasmissione era Paolo Giaccio, poi Paolo Grazzini, conduttori molti degli stessi presentatori della edizione pomeridiana di Per voi giovani, che alla sera potevano proporre musica meno condizionata dalle esigenze della fruibilità e dai ritmi derivanti dalla collocazione in una fascia oraria molto frequentata. Al microfono quindi buona parte del giro di Per voi giovani, a partire da Carlo Massarini, che iniziava le trasmissioni annunciando: "Popoff, un'ora di sana e solida musica rock!" e dal popolare Raffaele Cascone con la sua idea, condivisa con Massarini, di "rock del Mediterraneo".
Potevano essere proposti oltre al rock, brani di jazz, soprattutto del più attuale jazz-rock, oppure progressive di durata inconsueta (pur se anche a Per voi giovani non esistevano vincoli di durata così stringenti come ora), oppure folk con contaminazioni varie, più raramente hard-rock e metal. Era anche possibile, nella dimensione più rilassata e riflessiva della sera, recuperare la musica del recentissimo e fecondo passato, che non aveva fatto in tempo a raggiungere il pubblico italiano.
I primi conduttori sono stati Fiorella Gentile, Massimo Villa, Carlo Massarini, Maria Laura Giulietti, Dario Salvatori, Michelangelo Romano, che il martedì presentava i cantautori italiani e si alternava con Gianluca Luzi. In seguito si sono aggiunti Nicola Muccillo, Raffaele Cascone.
Non c'erano vere e proprie sigle di apertura e chiusura, e cambiavano anche con i conduttori, una sigla di chiusura del programma spesso utilizzata è stata Aegian sea degli Aphrodite's Child.
A fine '76 il programma venne cancellato, per essere sostituito all'inizio dell'anno successivo da un programma di impostazione simile, chiamato Radio 2: 21 e 29. Dei conduttori precedenti rimase il solo Massarini (che abbandonò prima della fine di questo ciclo per contrasti con la produzione), assieme a Fabio Santini, Peppe Videtti, Rossella Lefevre, Sabina Fabi.


(nella foto P. Giaccio, a sin. con gli occhiali, insieme a R. Cascone e Chiara Forzano)

Addio a Paolo Giaccio.
Conduttore radiofonico di Per Voi Giovani negli anni '70 insieme a Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Claudio Rocchi, Mario Luzzato Fegiz.
Pionieri in Rai della musica alternativa (così era denominata a quel tempo la musica pop e rock per distinguerla da quella commerciale) e della controcultura giovanile.
Per Voi Giovani e Pop Off furono le trasmissioni radiofoniche che fecero da colonna sonora alla mia gioventù e a quella di tanti altri di quella generazione.


martedì 28 luglio 2026

EmoSuoni e David Jackson al Priamar: una serata che ha unito storia del rock, tecnologia e inclusione (27-7-26)

 


EmoSuoni e David Jackson al Priamar

27 luglio 2026

Una serata che ha unito storia del rock, tecnologia e inclusione

 

La piazza della fortezza del Priamar, che negli anni ha ospitato artisti come Patty Smith, Steve Hackett, Keith Emerson, Jack Bruce, John Mayall e Johnny Winter, tanto per citarne qualcuno, ieri sera ha ritrovato un’atmosfera speciale. Non una celebrazione dei grandi nomi del passato, ma un appuntamento che guarda avanti e che ormai sta diventando una tradizione: il ritorno di EmoSuoni, la band nata all’interno della Cooperativa Sociale Il Faggio, insieme a David Jackson, figura storica del rock progressivo e sassofonista dei Van der Graaf Generator.

Il pubblico è risultato numeroso e attento, segno che questo progetto ha saputo conquistare la città. E il Priamar, con la sua storia musicale, si è rivelato ancora una volta lo scenario ideale per accogliere Jackson, perfettamente a suo agio in un luogo che ha visto passare tanti protagonisti della scena rock internazionale.

La serata aveva un obiettivo chiaro, mostrare quanto la musica possa diventare strumento di benessere e inclusione per le persone con disabilità. EmoSuoni lavora da tempo su questo fronte, grazie all’utilizzo del Soundbeam, una tecnologia che trasforma il movimento in suono e permette a chiunque di partecipare alla creazione musicale. Accanto ai sensori e ai sistemi digitali, gli strumenti tradizionali hanno completato il quadro, dimostrando che l’inclusione non è un adattamento, ma un modo diverso e più ricco di fare musica.

Il percorso che ha portato a questa serata è iniziato nel novembre scorso, sempre al Priamar, nella Sala della Sibilla, con un convegno dedicato proprio al Soundbeam e alle sue potenzialità. Da allora il progetto è cresciuto, ha coinvolto nuovi partecipanti e ha trovato nel territorio una risposta sempre più convinta.

La Cooperativa Il Faggio ha voluto sottolineare come, in una cornice così suggestiva, la musica sia diventata davvero un linguaggio che unisce, supera ogni barriera e crea emozioni. EmoSuoni ha dimostrato ancora una volta che la tecnologia può essere alleata dell’arte e dell’inclusione, e che un lavoro di squadra competente e appassionato può trasformare un’idea in un’esperienza condivisa.

Chi vive quotidianamente accanto ai ragazzi ha percepito quella capacità della cooperativa di avvicinarli con naturalezza, con un modo di fare che nasce da un lavoro costante e da una cura che si rinnova ogni giorno. Questo secondo appuntamento ha confermato che non si tratta più di un esperimento, ma di una tradizione che ha tutte le carte in regola per proseguire negli anni. EmoSuoni, Jackson e Il Faggio hanno mostrato come la musica possa essere innovazione, cura e partecipazione. E il Priamàr, ancora una volta, ha fatto da cornice a un momento che unisce storia e futuro.

Un accenno personale. Rivedere Jackson al Priamar ha riportato alla  mente le tantissime occasioni in cui ho potuto interagire con David, dai miei sedici anni ad oggi, vedendo scorrere una vita intera nell’arco di un concerto.

Dietro ogni gesto e ogni iniziativa c’è un impegno che permette alle attività di trasformarsi in esperienze capaci di lasciare un segno profondo. È uno sguardo interno, sincero e partecipe, che restituisce con semplicità il valore umano che sostiene EmoSuoni e tutto ciò che ruota attorno al progetto.

In una serata così ricca di emozioni e di impegno, i nomi da ricordare sarebbero molti, protagonisti più o meno visibili della costruzione di un evento che vive grazie a tante mani e tante sensibilità. Ma il risultato di squadra supera sempre la necessità di mettere in evidenza il singolo, perché dietro ogni momento come questo c’è il lavoro silenzioso e prezioso di molte anime che, insieme, rendono possibile ciò che accade sul palco.




Tanti Auguri a Steve Morse, un chitarrista senza confini

 

Compie gli anni oggi Steve Morse, un nome che per molti chitarristi e appassionati di musica è sinonimo di versatilità, innovazione e maestria tecnica. La sua carriera, lunga oltre cinquant'anni, è un'ode alla fusione di generi, all'esplorazione sonora e a un virtuosismo mai fine a sé stesso.

Nato il 28 luglio 1954, Morse ha iniziato il suo percorso musicale in giovane età, dimostrando fin da subito un talento eccezionale. È la sua fondazione della Dixie Dregs alla metà degli anni '70, tuttavia, a segnare un punto di svolta significativo. Con i Dregs, Morse ha scolpito un sound unico, mescolando rock, jazz fusion, country e bluegrass in un amalgama strumentale che ha ridefinito i confini del genere. Album come What If e Dregs of the Earth sono ancora oggi considerati pietre miliari per la loro complessità armonica e l'esecuzione impeccabile.

La sua reputazione come strumentista di prim'ordine lo ha portato a collaborare con artisti di calibro e a intraprendere percorsi solisti di grande successo. Ma è con i Deep Purple che Steve Morse ha raggiunto la fama globale. Entrato nella band nel 1994, ha rinvigorito il loro sound classico con la sua impronta distintiva, portando nuova energia e creatività in una formazione già leggendaria. Per quasi trent'anni, la sua chitarra ha contribuito a definire l'era moderna dei Deep Purple, arricchendo il loro repertorio con riff memorabili e assoli intrisi di passione e tecnica.

Oltre ai Deep Purple e ai Dixie Dregs, Morse ha esplorato numerosi progetti, tra cui la Steve Morse Band, i Kansas e i Flying Colors, dimostrando una costante sete di sperimentazione e una capacità di adattamento a contesti musicali diversi. 

La sua influenza si estende ben oltre le note che ha suonato: è un'ispirazione per generazioni di musicisti, un esempio di dedizione e di come l'apertura mentale possa portare a risultati straordinari.

Tanti auguri, Steve!







lunedì 27 luglio 2026

I Perception: un ricordo a distanza

 

Riccardo Gabutti, Mauro, Mauro Gilli e Lino

Ricordo dei “Perception”

Basato solo su memorie indirette e sul racconto di Mauro Gilli


I Perception erano una band nata tra Genova e Savona all’inizio degli anni Settanta, ricordata oggi attraverso pochi frammenti, qualche fotografia e le memorie non sempre nitide di chi ne fece parte. La formazione vedeva Lino alla voce, genovese, riconoscibile nella foto come l’ultimo a destra; Riccardo Gabutti, savonese, al basso, il primo a sinistra; Mauro Gilli, savonese, alla batteria e Mauro, il chitarrista genovese - con gli occhiali - che completava il gruppo.

Le foto sono state scattate ai giardini del Prolungamento di Savona

Il racconto che emerge non nasce da testimonianze dirette di concerti o prove, perché non ho mai sentito suonare la band e non esistono video o registrazioni. Tutto ciò che si può ricostruire proviene da miei vecchi ricordi di Gabutti e Gilli, impressioni di un’epoca in cui il rock aveva un ruolo diverso, più istintivo e meno filtrato.

Secondo ciò che Gilli ricorda, i Perception erano spinti da una passione intensa, quella che porta a scegliere brani potenti e senza compromessi: Black Sabbath, Led Zeppelin, Jethro Tull, Ten Years After, Hendrix. Un repertorio che li portò a esibirsi soprattutto fuori dai circuiti più tranquilli, dove quel suono veniva accolto con maggiore curiosità.

Le foto che oggi riemergono - inviate di recente da Mauro Gilli, che vive lontano - restituiscono un momento sospeso: quattro ragazzi seduti sull’erba, con gli abiti dell’epoca, un attimo di pausa che sembra rubato tra un viaggio, una prova o un concerto. Lino con la naturale presenza da frontman, Gabutti con la solidità del bassista, Gilli con l’energia del batterista, e il chitarrista con quella concentrazione silenziosa che appartiene a chi cerca sempre il suono giusto.

I Perception non hanno lasciato dischi, registrazioni o tracce ufficiali. Hanno lasciato ricordi, racconti, sensazioni, e la memoria di una stagione musicale vissuta senza filtri. Un frammento di gioventù che oggi sopravvive solo nelle parole di chi c’era e nelle poche immagini che il tempo ha conservato.




Phil Collins pubblica una versione live inedita di "You Know What I Mean" e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di "Face Value"


 

Phil Collins pubblica una versione live inedita di You Know What I Mean e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di Face Value


Phil Collins celebra i quarantacinque anni di Face Value con un annuncio che farà felici gli appassionati. A settembre arriverà un cofanetto deluxe in vinile da quattro LP che ripercorre la nascita del suo primo album solista e ne amplia la storia con materiali mai pubblicati prima. In parallelo è stata condivisa una versione live inedita di You Know What I Mean, registrata al Perkins Palace di Pasadena nel 1982, un documento prezioso che restituisce l’intimità e la fragilità emotiva del brano in una veste completamente diversa da quella in studio.

Il cofanetto sarà disponibile dal 18 settembre e offrirà un viaggio approfondito nell’universo creativo di Collins. Oltre all’album originale, la raccolta includerà due concerti mai pubblicati, registrati al Perkins Palace nel 1982 e all’Irvine Meadows nel 1985. Sarà presente anche una versione scartata e mai resa pubblica della cover di Tomorrow Never Knows dei Beatles, un brano che Collins aveva già reinterpretato in chiusura dell’album ma che qui appare in una forma alternativa. Tra le rarità spicca inoltre la versione integrale di Over The Rainbow, della quale nel disco del 1981 si ascoltava soltanto un breve frammento.

Il materiale dal vivo aggiunge un tassello importante alla comprensione di Face Value, album nato in un momento personale complesso e diventato nel tempo una pietra miliare della musica pop e rock degli anni Ottanta. Nel cofanetto trovano spazio anche due esibizioni acustiche rare, tratte da The Secret Policeman’s Other Ball, in cui Collins e il chitarrista Daryl Stuermer propongono In The Air Tonight e The Roof Is Leaking in una forma essenziale e intensa.

Accanto alla versione in vinile sarà disponibile una edizione Blu-ray Audio che propone un nuovo mix Dolby Atmos, insieme ai mix 5.1 e stereo del 2026 curati da Steven Wilson. Il disco includerà anche la versione rimasterizzata del 2016 del mix originale, offrendo così un panorama completo delle diverse interpretazioni sonore dell’album.

A quarantacinque anni dalla sua uscita, Face Value continua a raccontare una storia personale e artistica che non ha perso forza. Il nuovo cofanetto e la pubblicazione dell’inedito live confermano quanto l’opera di Collins resti viva, capace di parlare ancora oggi con la stessa sincerità che l’ha resa un classico.