mercoledì 4 marzo 2026

Patti Smith e Il testo di "Because the Night" scritto in una notte

 

 

La genesi di un inno immortale nato dall’incontro tra la poesia punk e il rock del New Jersey, tra l’attesa di una telefonata e un’ispirazione improvvisa

 

Ci sono canzoni che sembrano esistere da sempre, nate da un’alchimia così perfetta che è difficile immaginarle come il risultato di un incastro fortuito. Eppure, la storia di Because the Night è proprio questa: il racconto di un passaggio di testimone tra due giganti che, nel 1977, si trovarono a condividere i corridoi degli studi Record Plant di New York. Da una parte c'era Bruce Springsteen, nel pieno del tormentato processo creativo di Darkness on the Edge of Town, e dall'altra Patti Smith, la sacerdotessa del punk che cercava una nuova direzione per il suo album Easter.

Il brano, inizialmente, era poco più di uno scheletro. Springsteen aveva composto la melodia e il potentissimo ritornello, ma si era arenato sui versi. Sentiva che quella traccia possedeva un’anima troppo passionale e diretta per l’oscurità sociale che stava raccontando nel suo disco. Fu il produttore Jimmy Iovine a fare da tramite, consegnando a Patti una cassetta con quella demo incompiuta. Per settimane, la cantante lasciò quel nastro a prendere polvere sulla scrivania, restia all'idea di incidere qualcosa che non fosse interamente farina del suo sacco.

La magia accadde in una notte di solitudine e attesa. Patti era nel suo appartamento, aspettando con ansia una telefonata da Fred "Sonic" Smith, il chitarrista dei MC6 che sarebbe diventato l'amore della sua vita. In quegli anni le comunicazioni a distanza erano rituali fatti di orari precisi e lunghe attese vicino al ricevitore. Quella sera Fred era in ritardo e Patti, per calmare l'irrequietezza e la nostalgia, decise finalmente di ascoltare quella cassetta.

Mentre la melodia di Springsteen riempiva la stanza, le parole iniziarono a sgorgare come un fiume in piena. In quella manciata di ore, l'attesa per il suo uomo si trasformò in poesia universale: il dubbio della solitudine che svanisce quando l'amore bussa alla porta, la notte che smette di essere buio per diventare il regno dei desideri e dei peccatori. Quando Fred finalmente chiamò, il testo era finito. Patti aveva preso l'energia grezza del rock di Bruce e l'aveva nobilitata con la sua urgenza emotiva, creando un inno capace di unire il sudore della classe operaia e il misticismo dei poeti maledetti. Il risultato fu un successo travolgente che ancora oggi, a distanza di decenni, risuona come la celebrazione definitiva della libertà che solo l'oscurità e la passione sanno regalare.




martedì 3 marzo 2026

The PoguestrA: una storia nata per unire, cresciuta per restare

 


The PoguestrA: una storia nata per unire, cresciuta per restare

 

Ci sono progetti che nascono per necessità, altri per intuizione, altri ancora per un bisogno collettivo che nessuno aveva ancora messo a fuoco. The PoguestrA appartiene a tutte e tre queste categorie. Nel 2020, mentre il mondo si chiudeva in casa e la musica sembrava sospesa, Daniele Rubertelli immaginava un modo per far suonare insieme persone lontane, unite da una passione comune: i Pogues e l’universo poetico e sregolato di Shane MacGowan. L’idea è semplice e radicale allo stesso tempo, quella di creare uno spazio inclusivo dove chiunque, fan o musicista, potesse contribuire a una grande orchestra diffusa.

Le prime “chiamate ai musicisti” sui social diventano subito un piccolo fenomeno. Il primo video, Dirty Old Town, raccoglie sedici partecipanti da quattro Paesi diversi. Poi il numero cresce, e con esso la qualità delle produzioni. 

Fairytale of New York arriva a coinvolgere settantuno musicisti da tutto il mondo, compreso il coro inglese “The Include Choir”, formato anche da persone con disabilità. È un momento in cui la musica non è solo esecuzione: è comunità, respiro, resistenza.

A un certo punto accade ciò che nessuno avrebbe osato immaginare: Spider Stacy, Jem Finer e James Fearnley, tre membri fondatori dei Pogues, partecipano a due video ufficiali del progetto. È una legittimazione inattesa, quasi un passaggio di testimone. E nel 2021, per il primo anniversario, arriva anche un videomessaggio di auguri da Shane MacGowan: un frammento di storia che diventa memoria condivisa.

Con il tempo, The PoguestrA smette di essere solo un progetto online. Dal 2024 diventa una band vera, con un’identità scenica precisa: energia folk-rock, poesia, spirito irlandese e un repertorio che intreccia classici dei Pogues, brani della tradizione e composizioni originali destinate a un album in arrivo.

La produzione originale non cerca di imitare i Pogues: preferisce dialogare con quell’eredità, mantenendo un’impronta folk-rock ma seguendo una strada propria, nutrita da ascolti diversi e da una sensibilità collettiva che si è formata nel tempo.

La formazione attuale nasce da incroci, amicizie e collaborazioni precedenti. Ognuno porta un pezzo di storia, e insieme costruiscono un suono che è più della somma delle parti.

Roberto “Zac” Giacchello – voce, chitarra, armonica

Daniele Rubertelli – fisarmonica

Roberto “Bobo” Storace – voce, bouzouki, banjo

Sandro Signorile – voce, mandolino

Alberto “Stagger Lee” Bella – basso

Claudio Andolfi – batteria 

Le loro esperienze individuali - dai festival internazionali ai progetti multimediali, dalle tournée europee ai concorsi di chitarra - convergono in un’identità sonora energica, solida e profondamente legata alla tradizione irlandese.

Nel corso degli anni la PoguestrA ha incrociato artisti di grande rilievo: Cisco, Nandu Popu, Justin Adams, Elliott Murphy, Jon Boden, Jury Lemeshev, oltre ai membri dei Pogues. Ogni incontro ha lasciato un segno, ampliando la tavolozza del progetto.

E lo spirito inclusivo non è mai venuto meno: più di una volta, durante i concerti, la band ha invitato sul palco musicisti e fan dei Pogues, mantenendo vivo quel principio originario di apertura che ha dato vita a tutto.

Il futuro? Una sintesi di tutto ciò che la PoguestrA è stata finora: tributo, collettivo internazionale, band di brani originali. Un progetto nato in un momento di isolamento che continua a generare connessioni, musica e comunità.


Nota per il lettore

Per approfondire la storia, le scelte artistiche e l’evoluzione del progetto, a seguire propongo un’intervista articolata che entra nel cuore della PoguestrA e delle sue voci.

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Quali erano l’idea originaria e gli obiettivi culturali che vi hanno spinto, nel 2020, a dare vita a The PoguestrA e a trasformare un progetto nato in lockdown in una realtà internazionale?

L’obiettivo iniziale era quello di creare un progetto musicale inclusivo, dove ogni fan dei Pogues potesse esprimersi e suonare assieme ad altri fans e musicisti, celebrando le canzoni di questo gruppo cult. In tal senso il lockdown ha creato un’opportunità di aggregazione che ha alleviato, per molte persone, un momento difficile.  

Come si è evoluto The PoguestrA dal primo esperimento collaborativo online fino alle attuali esibizioni dal vivo in Italia e all’estero.

C’è stata un’evoluzione importante dal primo video collaborativo, sia per il numero di musicisti coinvolti che per la qualità artisitica del “prodotto finito”. Il primo video, "Dirty Old Town", ha visto la partecipazione di 16 musicisti provenienti da Italia, Olanda, Stati Uniti e Regno Unito. Da quel momento in poi, il progetto è cresciuto costantemente, raggiungendo sino a 71 partecipanti da tutto il mondo per il video di "Fairytale Of New York" (in cui ha preso parte anche il coro inglese “The Include Choir” in cui cantano anche persone con disabilità).

Quali elementi hanno reso così partecipate le vostre “chiamate ai musicisti”, capaci di coinvolgere centinaia di artisti da tutto il mondo.

C’è stato un primo evento importante dopo la pubblicazione del primo nostro primo video, Dirty Old Town. Infatti, la leggenda del folk inglese Peggy Seger, moglie di Ewan MacColl che è l’autore del brano, commentò il video su YouTube dicendo che quella è stata la miglior cover dal brano mai fatta. Successivamente, la notorietà del progetto è cresciuta molto, sia per i consensi entusiastici da parte di alcuni media da Italia, Irlanda, Regno Unito e Olanda, ma soprattutto per la partecipazione di alcuni nomi importanti della scena folk rock internazionale, compresi i membri fondatori dei Pogues.  

Che impatto ha avuto sulla vostra crescita la partecipazione di membri fondatori dei Pogues ai vostri video ufficiali.

Questo è stato un vero e proprio sogno che è diventato realtà. La partecipazione di Spider Stacy, Jem Finer e James Fearnley in due nostri video ha dato a tutti noi un fortissimo stimolo. Direi che questa è stata una vera e propria legittimazione del nostro progetto. Anche grazie a questo fatto The PoguestrA è stata sull’home page del sito ufficiale dei Pogues per molti mesi.

Cosa ha rappresentato per voi il videomessaggio di auguri ricevuto da Shane MacGowan nel primo anniversario del progetto.

Beh, anche questo è stato qualcosa che mai ci saremmo immaginati… eppure è successo. Ricordo ancora quando ricevetti il video di Shane via Whatsapp… ero quasi incredulo… avrò visto quel videomessaggio almeno una decina di volte, tra lo stupore e il divertimento (la situazione in cui è stato registrato il video è piuttosto “insolita”).  

In che modo integrate l’eredità musicale e poetica dei Pogues con la vostra produzione originale destinata al prossimo album.

La nostra produzione originale, in realtà, non attinge direttamente dal mondo dei Pogues e del folk-rock di matrice irlandese, anche se non è escluso che si possano ritrovare alcuni elementi. Credo sia importante per la nostra produzione originale mantenere una propria identità, che trae ispirazione anche da altri ascolti e passioni musicali. Sicuramente, comunque, ci piace mantenere un imprinting folk rock, anche per gli strumenti che utilizziamo come la fisarmonica, il banjo, il mandolino e il bouzuki, oltre a chitarra, basso e batteria.    

Quali criteri guidano la scelta dei brani della tradizione irlandese che rielaborate in chiave folk‑rock.

Abbiamo scelto di includere nei nostri concerti alcuni brani della tradizione irlandese che magari gli stessi Pogues hanno, a loro volta, interpretato. Oppure pezzi che sono particolarmente coinvolgenti. Tra questi non mancano mai in programma “The Irish Rover” e “Whiskey in the jar”, per citarne un paio.

Tra le numerose collaborazioni internazionali che avete realizzato, quali incontri hanno influenzato maggiormente la vostra identità artistica.

Ogni incontro ha avuto la sua importanza, anche per la diversità dei vari contributi. Ci sono state collaborazioni musicalmente vicine al mondo dei Pogues, oltre a quelle, “fondamentali”, dei membri fondatori degli stessi Pogues, come nel caso di Cisco (fondatore dei Modena City Ramblers), Jon Boden dei Bellowheads, artista folk rock molto noto in UK, e Lou McMahon una delle voci più interessanti della nuova scena musicale irlandese. Altrettanto interessanti sono state le collaborazioni con altri musicisti come Elliott Murphy, Justin Adams, Yuri Lemeshev o Nandu Popu dei Sud Sound System. Ognuno ha contribuito con un elemento artistico distintivo che si è integrato perfettamente nel progetto.  

Come si è formata l’attuale line‑up live e quali sensibilità musicali porta ciascun membro all’interno del progetto.

L’attuale line-up live è nata sulla base di collaborazione e amicizie precedenti. Daniele aveva già suonato in passato con Zac e Alberto nel gruppo Animeamare, ma anche con Sandro e Bobo in altre circostanze. È stato quindi piuttosto facile mettere assieme questa prima formazione per suonare dal vivo. Claudio, il nostro batterista, si è unito in un secondo momento e c’è stata subito un’ottima intesa.  Tra tutti noi c’è un comun denominatore che è la passione per il folk e folk rock irlandese, e tutti siamo fans dei Pogues. Tra di noi ci sono comunque sensibilità diverse, ad esempio c’è chi è più folk e chi più rock, chi ha sviluppato tecnica virtuosistica nel suonare o esperienza nella composizione e via dicendo. Tutte queste diversità sicuramente valorizzano il gruppo.    

In che modo le esperienze pregresse dei singoli musicisti - dai concorsi internazionali ai progetti multimediali, dalle band storiche alle tournée europee - contribuiscono al vostro suono collettivo.

A parte il sottoscritto, che ha ripreso a suonare solo nel 2020, tutti i musicisti hanno moltissimi anni di esperienze musicali, e di diverso tipo. Zac e Alberto, con quasi 35 anni di concerti in giro per l’Europa nel gruppo Les Trois Tetons, assicurano energia e solidità nelle nostre performance. Zac, oltre ad essere un ottimo performer sul palco, è autore di molti brani con cinque dischi pubblicati per Les Trois Tetons. Bobo e Sandro, due ottimi musicisti di grande esperienza, hanno sicuramente contribuito ad elevare la qualità artistica delle nostre performances, aggiungendo elementi di virtuosismo col banjo, mandolino e bouzuki. Anch’essi sono autori di canzoni e musiche.

Quale direzione immaginate per il futuro di The PoguestrA: un tributo evoluto, un collettivo internazionale, una band di brani originali o una sintesi di tutte queste anime.

Abbiamo cominciato a lavorare su nostri brani originali che intendiamo registrare, e che proporremo nei nostri concerti assieme al repertorio di classici dei Pogues e alcuni tradizionali irlandesi. La creazione di brani originali è un processo molto creativo e stimolante, e non è escluso che possano esserci ospiti speciali anche in queste nostre canzoni che andremo a registrare.

L’idea del collettivo internazionale resta sempre potenzialmente aperta. Con il progetto The PoguestrA si sono create delle collaborazioni “senza frontiere” (e, in alcuni casi, vere e proprie amicizie) che sarebbe molto bello recuperare in futuro.

In piena coerenza con lo spirito di inclusione che ha contraddistinto l’idea di base della PoguestrA (chiunque poteva partecipare nei nostri video), in più di un’occasione durante i nostri concerti abbiamo accolto sul palco altri musicisti e fans dei Pogues per suonare o cantare con noi. C’è tutta la volontà di mantenere questo spirito di inclusione, che è sempre stato uno dei valori portanti del progetto PoguestrA.   







lunedì 2 marzo 2026

Serge Gainsbourg: l’uomo che trasformò il disincanto in stile

 

Non è la mia musica, e forse proprio per questo mi affascina. Serge Gainsbourg appartiene a quella categoria di artisti che si possono osservare anche da lontano, senza appartenenza né devozione, come si guarda un passante che porta con sé un’eleganza fuori tempo. Non serve condividerne il passo per riconoscerne la grazia. E oggi, 2 marzo, la data della sua scomparsa, torna spontaneo fermarsi un momento e riascoltare quel sussurro ironico che ha attraversato la musica francese come una corrente sotterranea.

Gainsbourg nasce Lucien Ginsburg, figlio di un pianista russo emigrato a Parigi. Cresce tra tele, odori di pittura e un pianoforte che sembra più un compagno di sopravvivenza che uno strumento. La musica arriva quasi per ripiego, come una via laterale per chi non si sente abbastanza bello per il palcoscenico e nemmeno abbastanza docile per la vita ordinaria. La sua voce, bassa e ruvida, non seduce: confida. E in quella confidenza c’è già tutto.

Negli anni ’60, mentre la Francia si lascia trascinare dallo yé‑yé, Gainsbourg costruisce un mondo parallelo: orchestrazioni raffinate, testi che giocano con il doppio senso, un erotismo che non ha nulla di esibito e molto di letterario. Je t’aime… moi non plus è un piccolo teatro dell’ambiguità, un dialogo tra desiderio e pudore che oggi, nell’epoca dell’esibizione permanente, suona quasi timido.

Poi arrivano gli anni ’70 e con essi Histoire de Melody Nelson, un racconto in musica più che un album. Archi cinematografici, groove funk, una voce che non canta ma narra: è qui che Gainsbourg diventa davvero Gainsbourg, un autore che usa la canzone come un romanziere usa la punteggiatura.

Negli anni successivi sperimenta tutto ciò che può: reggae, elettronica, cinema, provocazioni televisive. A volte inciampa, spesso sorprende, mai si ripete. La sua vita sentimentale - Bardot, Birkin, gli amori, gli eccessi - diventa parte del racconto, ma non lo inghiotte. Rimane sempre un passo indietro, come se osservasse sé stesso da un angolo della stanza.

Quando muore, il 2 marzo 1991, Parigi si accorge che quel mormorio ironico e malinconico era diventato una parte del suo paesaggio sonoro. La casa di Rue de Verneuil si riempie di graffiti e fiori: non un culto, ma un gesto di gratitudine.

Oggi, in un tempo in cui la musica sembra spesso costruita per essere consumata in fretta, Gainsbourg appare quasi un anacronismo. Non cercava l’approvazione, non inseguiva il consenso, non si preoccupava di piacere. E forse è proprio questo che lo rende attuale: la sua ostinazione a essere sé stesso, anche quando non conveniva.

Non è la mia musica, dicevo. Ma è impossibile non riconoscere il valore di chi ha saputo trasformare il disincanto in stile, la fragilità in voce, la provocazione in linguaggio. E ricordarlo oggi, nel giorno della sua scomparsa, significa semplicemente riconoscere che certi sussurri continuano a farsi sentire anche quando il mondo intorno cambia ritmo.





domenica 1 marzo 2026

The Dark Side of the Moon usciva il 1° marzo del 1973 (negli USA)

 

Pubblicato il 1° marzo 1973 negli Stati Uniti e distribuito nel resto del mondo nei giorni successivi

 

Prima di parlare del disco, vorrei ricordare un pomeriggio, anni fa, quando “obbligai” i miei figli – all’epoca 12 e 15 anni, piena preadolescenza – a non muoversi dal divano.

Molto democraticamente, annunciai che avremmo ascoltato The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd dall’inizio alla fine, senza interruzioni. Loro mi guardarono con quell’espressione che mescolava rassegnazione e affetto, ma accettarono la sfida. E la mia piccola cattiveria educativa fu premiata, perché rimasero sorpresi di aver scoperto un mondo che non si aspettavano. È la prova che certi album non invecchiano, aspettano solo orecchie nuove da conquistare.

The Dark Side of the Moon, arrivato nei negozi americani il 1° marzo 1973, è proprio questo, un disco che continua a trovare ascoltatori anche quando non li cerca più. Non è un semplice album rock, ma un luogo mentale, un corridoio emotivo in cui i Pink Floyd ti invitano a entrare con passo lento, quasi rituale.

Fin dalle prime battute si capisce che non si tratta di una raccolta di brani. Le tracce scorrono come un unico pensiero, un flusso continuo che parla di tempo, fragilità, routine, ansie quotidiane. Temi universali, trattati con una delicatezza che li rende ancora oggi sorprendentemente attuali.

La forza dell’album sta nella sua capacità di essere intimo e monumentale allo stesso tempo. Le melodie sono essenziali, quasi timide, ma si aprono su paesaggi sonori vastissimi. Le voci non cercano mai l’effetto, preferiscono la sincerità. Gli arrangiamenti non puntano al virtuosismo, tutto è calibrato per far emergere un’emozione, non per mostrare tecnica.

C’è una malinconia sottile che attraversa l’intero lavoro, ma non è mai cupa. È lo spleen di chi osserva la vita con lucidità, riconoscendone le contraddizioni senza giudicarle. E quando arrivano i momenti più luminosi, brillano davvero, come piccole rivelazioni.

Riascoltato oggi, The Dark Side of the Moon non ha perso nulla della sua forza. Continua a sembrare un pensiero contemporaneo, un disco che non pretende di dare risposte ma che riesce a farci porre le domande giuste. Forse è per questo che, da quel 1° marzo 1973 che ne ha segnato la nascita ufficiale negli Stati Uniti, non ha mai smesso di accompagnare generazioni diverse - compresi due preadolescenti costretti sul divano, che alla fine hanno capito perché valeva la pena restare lì.






Jon Anderson annuncia il tour britannico di settembre con i Band Geeks


Jon Anderson si prepara a tornare sul palco nel Regno Unito dopo tre anni di assenza, inaugurando una nuova serie di concerti che lo vedrà affiancato dai Band Geeks, la formazione che lo accompagna stabilmente nei tour americani.

L’ex voce degli Yes ha confermato una tournée che si svolgerà tra settembre e ottobre, con sette date nel Regno Unito e due appuntamenti in Svezia.

Il ritorno live segue i due acclamati show londinesi allo Shepherd’s Bush Empire del luglio 2023, che avevano segnato il suo riavvicinamento al repertorio storico degli Yes.

Poter tornare nel mio Paese e condividere la musica degli Yes insieme ai Band Geeks, che sono fan appassionati di questo mondo, è davvero un sogno che si realizza”, ha dichiarato Anderson. “Sarà un’esperienza speciale, da non perdere”.

 

Una band affiatata per un repertorio iconico

Per questo nuovo tour europeo Anderson sarà accompagnato dai Band Geeks, la stessa formazione che lo ha sostenuto nei più recenti tour statunitensi e nella realizzazione dell’album True del 2024. Nel 2023, invece, Anderson si era esibito con la Paul Green Rock Academy.


Le date confermate

15 settembre – Birmingham, Symphony Hall

17 settembre – Bath, Forum

20 settembre – Londra, Palladium

22 settembre – Liverpool, Philharmonic

26 settembre – Manchester, Opera House

28 settembre – Glasgow, Royal Concert Hall

1° ottobre – Gateshead, Glasshouse

3 ottobre – Stoccolma, Cirkus

5 ottobre – Malmö, Slagthuset

 

I biglietti sono già disponibili sul sito https://myticket.co.uk/.






sabato 28 febbraio 2026

29 febbraio: ricordando Davy Jones nel giorno che non c’è...

 


Quest’anno il 29 febbraio non c’è, eppure sembra doveroso ricordare Davy Jones, morto proprio quel giorno, nel 2012. Forse perché il 29 arriva così raramente, le cose accadute in quella data restano un po’ più delle altre e continuano a esercitare una specie di richiamo. Non serve vederle scritte per sentirle arrivare, basta un pensiero, un’associazione, un frammento di musica, e quel giorno “fantasma” si ripresenta da solo. E con lui torna inevitabilmente il ricordo di Davy, della sua voce, del suo sorriso, di quella presenza scenica così immediata e così gentile.

Davy Jones è stato molto più del volto dei Monkees, anche se quel ruolo lo ha reso parte dell’immaginario collettivo. Prima ancora era un ragazzo cresciuto nel teatro musicale, uno che sapeva cosa significasse stare su un palco, come muoversi, come catturare l’attenzione senza mai risultare invadente. Aveva una naturalezza che oggi sembra quasi d’altri tempi… non cercava la spettacolarità, cercava il contatto. Cantava come se parlasse a qualcuno in particolare, non a un pubblico indistinto. E questo lo rendeva immediatamente vicino, familiare, quasi domestico.

Molti lo ricordano così, come un volto che ha accompagnato un pezzo della propria vita, anche quando quella vita non coincideva affatto con gli anni Sessanta. I Monkees sono stati riscoperti, riascoltati, riconsiderati, e lui, con quel caschetto perfetto e quello sguardo ironico, è rimasto un simbolo di un’epoca che non smette di tornare. C’è qualcosa di rassicurante nella sua figura, come se rappresentasse una leggerezza che non è superficialità, ma capacità di stare al mondo con un sorriso sincero.

Ricordarlo oggi, in un 29 febbraio che non esiste, ha un sapore particolare. La sua scomparsa, avvenuta proprio in quel giorno raro, sembra quasi un dettaglio narrativo, un’uscita di scena coerente con la sua natura.

Forse è questo che rende Davy Jones così presente ancora oggi, la sua capacità di tornare senza fare rumore, di riaffiorare quando meno te lo aspetti, di restare legato a un giorno che non c’è ma che continua a parlarci. Un piccolo paradosso del tempo, un modo tutto suo di ricordarci che certi artisti non hanno bisogno di date per essere ricordati. Basta un pensiero, una canzone, un sorriso che riaffiora.






"God Only Knows": l'anatomia del capolavoro pop di Brian Wilson



Il percorso di Brian Wilson e la ricerca di un suono universale tra tecnica e spiritualità

 

Spesso ascoltiamo un brano che ci colpisce nel profondo, lo sentiamo corretto o emozionante senza riuscire a spiegarne il motivo, lasciando che la bellezza scivoli via come un'impressione superficiale. È un peccato che la maggior parte delle persone non riesca ad afferrare i dettagli tecnici e le intuizioni geniali che si celano dietro la melodia: sono proprio quegli ingranaggi invisibili a trasformare una semplice canzone in un’esperienza trascendentale. Nel caso dei Beach Boys, questa profondità è il risultato del sacrificio artistico di Brian Wilson. Nella metà degli anni Sessanta, egli scelse di abbandonare i tour per rifugiarsi negli studi di registrazione di Los Angeles, spinto dal desiderio di superare i confini della musica commerciale dell'epoca. Influenzato dalle tecniche di produzione di Phil Spector e dalla crescente competizione artistica con i Beatles, Wilson trasformò la sua fragilità psicologica in una risorsa creativa senza precedenti. Fu proprio in questo clima di isolamento e ricerca che prese forma God Only Knows, un brano che segnò il passaggio definitivo della band dalle tematiche spensierate del surf alla complessità introspettiva dell'album Pet Sounds.

Il cuore della composizione risiede nella sua instabilità tonale, un dettaglio tecnico che spesso sfugge ma che determina l'intera atmosfera del pezzo. Mentre la maggior parte delle canzoni pop si poggia su accordi solidi e riconoscibili, Wilson scelse di utilizzare costantemente le inversioni degli accordi. In termini pratici, questo significa che la nota più bassa suonata dal basso non è la nota fondamentale, ovvero la base naturale e il pilastro dell'accordo, ma un'altra nota della scala. Per visualizzarlo senza tecnicismi, è come se un edificio, invece di poggiare su fondamenta ampie e piatte, fosse costruito in equilibrio su un solo vertice: l'armonia rimane corretta, ma genera una sensazione di galleggiamento e di costante sospensione. L'orecchio non trova mai un punto di "atterraggio" sicuro, riflettendo perfettamente il testo di Tony Asher che esplora la dipendenza emotiva e il dubbio esistenziale.

L'orchestrazione si distacca dai canoni del rock per abbracciare una strumentazione quasi cameristica, figlia della visione di Wilson che considerava lo studio di registrazione come uno strumento musicale a sé stante. Oltre alla sezione ritmica dei Wrecking Crew, il brano vede l'impiego di un corno francese, di un clavicembalo e di una sezione di archi, legati tra loro da un uso sapiente dei riverberi naturali. La ricerca timbrica si spinse oltre gli strumenti tradizionali, includendo oggetti quotidiani per ottenere tessiture sonore inedite: l'uso di percussioni atipiche, come i campanelli da slitta e persino il suono di bottiglie o bicchieri di plastica percossi, serviva a riempire lo spettro acustico con frequenze che gli strumenti standard non potevano coprire. La traccia fu registrata in modo modulare: prima la complessa base strumentale e, solo in seguito, le stratificazioni vocali affidate a Carl Wilson, la cui interpretazione limpida evita ogni enfasi superflua per lasciare spazio alla purezza della melodia.

Il finale della canzone è un esempio magistrale di contrappunto che chiude il cerchio di questa sperimentazione. Invece di una conclusione lineare, le voci dei membri della band si sovrappongono in un canone, ripetendo il titolo del brano in tre linee melodiche distinte che si intrecciano senza mai scontrarsi. Questa costruzione sonora non serve solo a stupire l'ascoltatore, ma simboleggia l'infinità del sentimento descritto. La struttura non si risolve in una chiusura netta, ma sfuma lentamente, lasciando l'impressione che quella trama di voci possa continuare senza fine, oltre i limiti del supporto fisico del disco. È la dimostrazione che, quando si impara a guardare sotto la superficie di un brano simile, si scopre un mondo di precisione quasi matematica messo al servizio dell'emozione pura, elevando la canzone a standard immortale della musica moderna.





venerdì 27 febbraio 2026

Un pensiero per Mal che compie gli anni, ricordando la canzone che gli aprì le porte dell'Italia del beat, “Yeeeeeeh!”


Compie gli anni Mal, pseudonimo di Paul Bradley Couling, nato il 27 febbraio del 1944, cantante britannico naturalizzato italiano.

Quando mi avvicinai alla musica, attorno agli otto anni, una delle prime canzoni che casualmente ascoltati fu Yeeeeeeh!, proposta dai Primitives, la band in cui militava Mal.

A scovarli in piena era beat a Soho furono Alberigo Crocetta (proprietario del famoso Piper) e Gianni Boncompagni, che decisero di scritturarli e di portarli in Italia, dove le abitudine musicali erano molto diverse, e non si era mia visto e ascoltato niente di simile.

Yeeeeeeh!” fu il primo singolo dei Primitives e fu rilasciato nel 1967, nel pieno dell’era beat, e fece da apripista per i gruppi al contorno.

L’argomento era ovviamente “l’amore”, ma l’accento inglese di Mal caratterizzò il brano in lingua italiana e ancor oggi, a distanza di lustri e dopo tanti anni passati nel nostro paese, il suo “cantato” presenta il mix tra la lingua di Albione e quella italica.

Ho scoperto da poco che quella che credevo fosse l’esclusiva di “Mal dei Primitives” in realtà è la versione italiana di “Ain’t Gonna Eat Out My Heart Anymore”, degli Young Rascals, del 1966.



La trasposizione fu curata da Sergio Bardotti e Luigi Tenco, in un’epoca in cui i brani creati oltreoceano e oltremanica venivano saccheggiati a mani basse senza neanche chiedere il permesso. A quei tempi era possibile.

A conferma del successo della band esce nello stesso anno il film “I ragazzi di Bandiera Gialla”, in cui si trova una sorta di video-interpretazione della canzone, con abiti e comportamenti in linea con ciò che arrivava soprattutto dall’Inghilterra.



Ma ci sono altre versioni consigliate e più moderne.

La prima è quella dei Divinyls, roccheggiante e risalente al 1993…



Ma la più gustosa è la cover di Mike Patton per il suo progetto Mondo Cane,  (tributo ai classici della melodia italiana): sentire e guardare un americano che imita un inglese, che storpia l’italiano, è veramente un momento unico!



Tanti Auguri Mal!





giovedì 26 febbraio 2026

Il nuovo corso degli Altın Gün: dal synth-pop di Amsterdam alle radici folk di "Garip"

 


L'evoluzione del rock psichedelico tra tradizione e sintesi digitale


Tutto è iniziato dalla segnalazione di un amico. Spesso le scoperte musicali più autentiche arrivano così, attraverso un passaparola che scavalca gli algoritmi. Approcciarsi agli Altın Gün significa immergersi in un ponte sonoro che collega la psichedelia di Amsterdam alle polverose strade dell’Anatolia, un viaggio che dal primo ascolto cattura per la sua capacità di rendere contemporaneo un passato lontano.

La storia degli Altın Gün inizia nel 2016 ad Amsterdam, non per un legame di sangue con la terra turca, ma per l'intuizione di Jasper Verhulst. Il bassista, dopo un tour a Istanbul, rimane colpito dalle sonorità del rock anatolico degli anni Settanta, un periodo in cui artisti come Selda Bağcan, Barış Manço ed Erkin Koray fondevano il folklore locale con la psichedelia occidentale. Attraverso un annuncio sui social network, Verhulst riesce a riunire un collettivo capace di rileggere quel repertorio, trovando in Erdinç Ecevit Yıldız e Merve Daşdemir le voci e la sensibilità culturale necessarie per dare credibilità al progetto. Il nome scelto, che in turco significa "Giorno d'oro", richiama le tradizionali riunioni conviviali e segnala fin da subito un intento di celebrazione collettiva della memoria musicale.

Il debutto discografico avviene nel 2018 con On, un album che definisce i binari estetici del gruppo: un mix di ritmi funk, chitarre wah-wah e organi analogici che sostengono il suono del bağlama, il liuto a manico lungo tipico della tradizione turca. L'anno successivo, con Gece, la band ottiene una nomination ai Grammy nella categoria Best World Music Album, consolidando una reputazione internazionale costruita sulla capacità di trasformare brani popolari in tracce adatte ai club europei. La produzione non si limita a una sterile operazione di recupero, ma evolve verso soluzioni tecniche più complesse, come dimostrato in Yol del 2021. In questo lavoro, influenzato dalle limitazioni del lockdown, il gruppo introduce drum machine e sintetizzatori come l'Omnichord, spostando il baricentro sonoro verso un synth-pop sognante e suggestivo che strizza l'occhio agli anni Ottanta.

Il percorso della band ha subito recentemente un cambiamento significativo nella formazione. Merve Daşdemir, voce femminile e figura centrale dell'estetica visiva del gruppo, ha lasciato il progetto nel 2024, portando a una ristrutturazione degli equilibri interni che oggi vede il gruppo muoversi come quintetto. Nel nuovo album del 2026, intitolato Garip, la direzione musicale sembra orientarsi verso un approccio più essenziale e "terrigno". Il disco è interamente dedicato alle composizioni di Neşet Ertaş, un'icona della musica folk anatolica, e vede Erdinç Ecevit Yıldız assumere il ruolo di unico vocalist principale, affiancato dalla sezione ritmica di Jasper Verhulst e Daniel Smienk, dalla chitarra di Thijs Elzinga e dalle percussioni di Chris Bruining.

Gli arrangiamenti di quest'ultima fatica discografica, arricchiti in alcuni passaggi dagli archi della Stockholm Studio Orchestra, mantengono la tensione psichedelica ma mostrano una maturità tecnica che privilegia la profondità del suono rispetto all'impatto ritmico immediato. Questa evoluzione completa una discografia che, dal funk di On e dalla saturazione elettrica di Aşk (2023), approda a una sintesi contemporanea dove il bağlama elettrificato e i sintetizzatori dialogano con la storia, confermando gli Altın Gün come interpreti colti di un'eredità in continua trasformazione.

 


Struttura e produzione

La solidità del progetto poggia su una formazione che mantiene il nucleo strumentale originario, centralizzando la componente vocale e la ricerca sonora attorno alle tastiere e alle corde di Erdinç Ecevit Yıldız. La produzione discografica riflette questa progressione:

Formazione attuale: Erdinç Ecevit Yıldız (voce, sintetizzatori, bağlama), Jasper Verhulst (basso), Thijs Elzinga (chitarra), Daniel Smienk (batteria), Chris Bruining (percussioni).

Discografia essenziale: On (2018), Gece (2019), Yol (2021), Aşk (2023), Garip (2026).




mercoledì 25 febbraio 2026

Luciano Boero - Il suono pensato, il basso vissuto

 

 

Riflessioni tra cantina, delay e giudizi critici


Questo articolo nasce da una intervista realizzata con Luciano Boero, bassista e protagonista del progressive italiano con la Locanda delle Fate, e si inserisce in un progetto editoriale più ampio dedicato all’evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è raccontare come la sua carriera abbia attraversato tre stagioni distinte, segnate da un diverso equilibrio tra creatività artistica e impronta tecnica.

Per chi ha vissuto la musica come progetto collettivo e visione artigianale, il rapporto con il produttore non è mai neutro. Boero lo racconta con lucidità: in Forse le lucciole, l’album d’esordio, il gruppo portò in studio un lavoro già definito nei minimi dettagli. 90% opera del gruppo, 10% traduzione tecnica. Tutto era già stato provato, registrato, pensato in cantina: esecuzioni, volumi, timbri, effetti. Il produttore Niko Papathanassiou suggerì semplificazioni, ma furono ignorate. Il tecnico Davide Marinone, invece, seppe trasformare in pratica i desideri del gruppo, senza sovrapporsi. 

Ezio Vevey: il produttore invisibile

In Homo homini lupus, l’altro album della Locanda, la figura di Ezio Vevey, altro pilastro della Locanda, emerge come produttore “fantasma”: presente, decisivo, ma mai protagonista. L’album era una sua idea, ma non lavorava per sé stesso. Parlava sempre al plurale: “La Locanda”, mai “Io”. Un approccio raro, quasi artigianale, dove l’ego lascia spazio alla visione collettiva.

 

Scelte, errori e inversioni

Non tutte le decisioni produttive si rivelano vincenti. Il singolo New York/Nove Lune, pensato per essere più accessibile, fu un compromesso che non funzionò. A volte, il tentativo di essere “commerciali” tradisce la natura del progetto. E con il senno di poi, la scelta più controversa fu proprio quella che non ha pagato.

Psicologi o giudici?

Il ruolo del produttore varia. In Forse le lucciole…, fu un giudice critico, non un confessore. In Homo…, invece, Vevey si trasformava in alleato emotivo: incitava, correggeva, si esaltava. Durante la registrazione de Il lato sporco di noi, arrivò a dire che quella era la miglior parte di basso mai registrata da Boero.

Quando il suono non è tuo

Un episodio emblematico: la batteria dello studio, settata per la Disco, produceva timbri cupi e smorzati. Non era il suono della Locanda. Giorgio Gardino, batterista del gruppo. rifece le parti, cercando una timbrica più coerente con la loro musica. È lì che si capisce: quel suono non è tuo, è dello studio. 

Delay, non plugin

Se c’è una tecnologia senza la quale il sound della Locanda non sarebbe esistito, è l’effetto eco (delay). Non un plugin, non un preset. E se si potesse riportare in vita un hardware analogico, sarebbe l’Echorec della Binson, favoloso per voci e strumenti. Per il basso, la testata valvolare SVT Ampeg degli anni ’70, con pedali di volume e compressore.

Originalità vs. miglioramento

Un amico disse: “Il meglio è contrario del bene”. Una frase che torna utile anche in studio. Cercare l’originalità a tutti i costi può portare a opere discutibili. A volte, migliorare significa non stravolgere. E il sound nasce più dalla coerenza che dalla sorpresa.

 L’errore delle band indipendenti

Il problema più comune? Scarsa qualità del suono. Scene chiuse, strumenti che non emergono, timbriche sbilanciate. Un tecnico esperto lo eviterebbe subito. Ma nell’autoproduzione, il rischio è alto: senza una visione sonora chiara, il brano perde forza narrativa.

Luciano Boero oggi non è più parte della Locanda delle Fate, ma la sua voce resta nitida. Non solo nel basso, ma nel modo in cui racconta la musica: come spazio condiviso, come memoria tecnica, come scelta consapevole. E in ogni eco, c’è ancora un frammento di quella cantina.







Commento all’album amAI? / Ake Moke Reke, di Davide DeaR Riccio Feat. MaaS

 


Commento all’album amAI? / Ake Moke Reke

di Davide DeaR Riccio Feat. MaaS

(Music Force, 2026)


Un’analisi dell'opera amAI? tra musica sperimentale e ricerca umanistica


L'ultimo progetto di Davide >DeaR< Riccio, intitolato significativamente amAI? / Ake Moke Reke, si pone come un punto di intersezione tra la sua lunga carriera nel sottobosco sperimentale torinese e una riflessione contemporanea che, fin dal titolo, sembra interrogare il rapporto tra l'emotività umana e le nuove frontiere dell'intelligenza artificiale. Pubblicato il 30 gennaio 2026 dall'etichetta Music Force, il disco nasce dalla sinergia con MaaS (Mauro Sanna), musicista impegnato nella sperimentazione con l'AI. L’opera giunge dopo anni di intensa attività editoriale e discografica, inserendosi in un percorso artistico che ha sempre evitato etichette rigide, restando fedele a una visione personale e multidisciplinare.

La struttura dell'album si articola in nove tracce che compongono un mosaico di citazioni colte e stati d'animo esistenziali. L'apertura affidata a Capo Chimera richiama immediatamente le coordinate New Wave, con una ritmica elettronica definita e un cantato controllato che conferma la capacità di Riccio di scrivere linee vocali dirette senza rinunciare alla profondità. Con Anche io in Arcadia, il clima si fa più rarefatto: atmosfere spaziali accompagnano un cantautorato essenziale, dove ogni parola sembra misurata con cura, riflettendo la formazione saggistica e la passione per la storia dell'arte dell'autore.

Un nucleo centrale dell'opera appare dedicato alla fragilità dell'individuo e alla difficoltà della creazione. Mentre Valentina si apre a una dimensione più luminosa e pop, il lato più intimista affiora in Anima nuda, costruita su un andamento minimale che lascia spazio al testo, vero fulcro del brano. Questa tensione tra l'iper-connessione tecnologica e il nichilismo emerge in tracce come Weltschmerz - che recupera suggestioni disco anni '80 contaminate da umori post-punk - e Shigata Ga Nai, che sposta lo sguardo verso un Oriente evocato dalle liriche, pur mantenendo una sensibilità profondamente italiana.

L'energia della chitarra torna protagonista in Sindrome della pagina bianca, evidenziando una scrittura più diretta in un territorio in cui Riccio si muove con naturalezza fin dagli esordi con gruppi come i Canned Music. Il disco si chiude con @, una suite di quasi sette minuti dove l'elettronica accompagna un parlato denso sulla fragilità del pianeta e il percorso autodistruttivo della specie umana, unendo la ricerca scientifica alla divulgazione culturale che ha caratterizzato la carriera dell'autore.

In definitiva, amAI? si presenta come un lavoro denso, dove la musica diventa lo strumento per legare tra loro le diverse anime di un autore che rifiuta le categorizzazioni schematiche. L'opera non pretende risposte definitive, ma preferisce muoversi nel territorio delle domande sulla tecnologia e sul rapporto con l'uomo, confermando Riccio come una delle voci più originali e meno inclini al compromesso della scena piemontese.


Crediti 

Artista principale: Davide >DeaR< Riccio.

Featuring: MaaS.

Titolo: amAI? / Ake Moke Reke.

Data di pubblicazione: 30 gennaio 2026.

Etichetta ed Edizioni: Music Force.

Numero di catalogo: MF 149.

 

Tracklist:

1.   Capo Chimera

2.   Anche io in Arcadia

3.   Valentina

4.   Anima nuda

5.   Weltschmerz

6.   Shigata Ga Nai

7.   Misantropia

8.   Sindrome della pagina bianca

9.   @




martedì 24 febbraio 2026

Rock ’70 alla UniSavona: il nono incontro tra miti, sorprese e una sala che, forse, non voleva andare a casa



La nona tappa del viaggio nel rock degli anni Settanta alla Stella Maris, all’interno del corso realizzato per UniSavona, ha confermato, ancora una volta, quanto questo percorso sia diventato un appuntamento atteso, partecipato, quasi rituale. La sala, gremita ben prima dell’inizio, ha sempre quell’energia particolare che si crea quando il pubblico non è soltanto presente, ma predisposto: occhi accesi, sorrisi larghi, la voglia di ascoltare, ricordare, scoprire. Almeno, è questa la mia impressione!

Il tema del giorno - i miti del rock ’70 - era di quelli che non lasciano scampo. Una scaletta fitta, densa, costruita come sempre - negli intenti - con equilibrio tra icone assolute e figure meno celebrate ma decisive per comprendere la geografia musicale del decennio. E infatti, fin dai primi minuti, la platea ha risposto con entusiasmo, spesso anticipando gli applausi già durante i video, come se ogni brano fosse un ritorno a casa. Quando poi mi è stato chiesto se era possibile cantare “Starman”, di Bowie, il primo della lista di giornata, ho pensato ad un inizio promettente.

Il viaggio tra i giganti

La lezione ha attraversato territori diversi, ma tutti riconoscibili, come si evince dal seguente elenco, che parte da un gruppo utilizzato come intro diversiva: Bachman-Turner Overdrive, David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Frank Zappa, Donovan, Cat Stevens, Eric Clapton, Tom Petty, Elton John, Roy Orbison.

Una costellazione di nomi che, da sola, basterebbe a riempire un’intera stagione di incontri.

Ma la mattinata era iniziata con un ricordo toccante, quello relativo ad un concertino del 1° maggio realizzato in piena epoca Covid, in una sezione ospedalieria del San Paolo, evento organizzato da Rodolfo, all'epoca in piena attività professionale e ora tra i corsisti.

Il momento Zappa: l’intervento di Giacomo 

Tra i passaggi più significativi della mattinata, l’intervento di Giacomo, che ha introdotto con competenza e passione il focus dedicato a Frank Zappa. Un contributo prezioso, che ha aggiunto profondità e contesto a un artista spesso percepito come “difficile”, ma che in realtà - come è emerso chiaramente - è uno dei più lucidi osservatori del suo tempo. Il pubblico ha ascoltato con attenzione, ma si sa, Zappa divide, sorprende, spiazza, ma quando viene raccontato bene conquista.

La scaletta era ricca, forse troppo per un solo incontro. E così, per ragioni di tempo, sono rimasti fuori quattro nomi che avrebbero meritato spazio: Steve Winwood, Iggy Pop, Alice Cooper e Arthur Brown, il visionario di Fire, uno dei primi veri “pazzi” della scena psichedelica.

Assenze solo temporanee, figure che torneranno, perché fanno parte del mosaico e perché il pubblico - questa è la mia sensazione - è pronto a seguire anche nei territori più eccentrici.

La cosa più bella, però, è stata la risposta della sala. Non un semplice ascolto, ma una partecipazione emotiva, con risate, ricordi condivisi, applausi spontanei... quel clima di comunità che si crea quando la musica diventa un linguaggio comune.

Questo nono incontro ha confermato che il corso non è solo una serie di lezioni, ma un viaggio collettivo. Ogni appuntamento aggiunge un tassello, ogni brano apre una porta, ogni intervento arricchisce il quadro. E la sensazione, uscendo dalla sala, era che nessuno avesse davvero voglia di andare via, segno che la musica, quando è di qualità - concetto certamente opinabile -, unisce, emoziona e fa sentire vivi.