Miles Davis in Italy
di Antonio Pellegrini
Con Antonio Pellegrini condivido una collaborazione che dura da molti
anni: libri, articoli, progetti culturali, conversazioni che spesso diventano
spunti di lavoro. Ho letto e recensito buona parte dei suoi volumi, seguendo da
vicino il suo modo di attraversare la storia della musica con rigore e
curiosità, senza mai cedere alla tentazione dell’enfasi o della mitizzazione. Ho
letto il suo nuovo libro dedicato a Miles Davis, e ora ne parlo
brevemente, pur sapendo che stavolta mi muovo su un terreno per me meno
familiare del solito. Il jazz, lo ammetto, non è mai stato il mio campo
d’indagine privilegiato: l’ho incrociato più volte, certo, ma senza mai
approfondirlo e appassionarmi davvero.
Forse proprio per questo Miles Davis in Italy mi ha sorpreso. Non perché mi abbia trasformato in un esperto del genere - non era questo l’intento - ma perché mi ha permesso di entrare nel mondo di Miles attraverso una prospettiva laterale, concreta, storicamente definita: il suo rapporto con l’Italia. Mi sono ritrovato a seguire Miles lungo le sue tappe italiane come si seguirebbe un viaggiatore irrequieto, senza la pretesa di conoscerne ogni linguaggio, ma con la curiosità di vedere cosa accade quando un artista così complesso si muove in un ambiente che non gli appartiene del tutto.
Il libro si apre con una ricostruzione biografica essenziale,
asciutta, che non pretende di aggiungere nuove mitologie ma che serve a
orientare il lettore nel percorso creativo del trombettista. È nella seconda
parte, però, che Pellegrini trova la sua voce più personale: mappa tutte le
apparizioni italiane di Davis dal 1956 al 1991, intrecciando materiali
eterogenei - recensioni dell’epoca, testimonianze, cronache di concerti
riusciti e di serate finite male, interviste in cui Miles alterna bruschezza e
improvvise aperture.
Ne emerge un ritratto vivo, quasi cinematografico. L’Italia
diventa un prisma attraverso cui osservare Miles mentre cambia, si reinventa,
si sottrae e si concede. Non c’è intento agiografico, né la tentazione di
trasformare ogni aneddoto in leggenda. Pellegrini mantiene un tono sobrio,
curioso, rispettoso, lasciando che siano i documenti a parlare. Il risultato è
un libro che si legge con piacere anche per chi non è specialista: agile,
narrativo, ma sempre ancorato alle fonti.
Il pregio più evidente è la capacità di contestualizzare.
Ogni concerto diventa un frammento di storia culturale, ogni recensione
dell’epoca un indizio su come l’Italia guardava al jazz e su come il jazz
guardava all’Italia. In questo senso, Miles Davis in Italy non è solo un
libro su Miles, ma un piccolo atlante di incontri, situazioni fraintese,
entusiasmi e resistenze. Un mosaico che restituisce non solo la traiettoria di
un artista, ma anche quella di un Paese che, negli anni, ha imparato a
riconoscere e accogliere linguaggi musicali sempre più complessi.
Non è un testo definitivo - e non vuole esserlo. È piuttosto un invito a riascoltare, a rivedere, a rimettere in circolo una storia che continua a vibrare. E questo, per un libro dedicato a Miles Davis, è forse il complimento più giusto.
Una divagazione, Miles Davis intervistato da Gegè Telesforo del 1989... per niente facile!!!










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