“Happy Together”
esce nel 1967 e diventa il brano più riconoscibile dei Turtles. La struttura è limpida, la linea
vocale procede con sicurezza, il ritornello si apre con naturalezza. La canzone
vive di un equilibrio semplice, un’idea melodica chiara, un arrangiamento
compatto, un andamento costante che resta efficace anche dopo molti ascolti. È
un pop che scorre senza sforzo.
In Italia prende forma come “Per
vivere insieme”, interpretata dai Quelli,
la formazione che qualche anno più tardi diventerà la Premiata Forneria
Marconi. Il testo italiano non riproduce quello originale e costruisce
un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto si sposta
verso una dimensione più narrativa, più legata alla vita quotidiana che al
sogno romantico dell’originale. La voce e l’arrangiamento portano il brano
dentro il linguaggio del pop italiano della fine degli anni Sessanta, con un
tono diretto e una luminosità che appartiene a quel periodo.
Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi
di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di
leggerezza controllata, con un andamento che procede in modo uniforme. I Quelli
trasformano quella linea in un racconto più vicino alla sensibilità italiana,
con un’attenzione maggiore al testo e alla sua funzione narrativa. La canzone
americana ha un respiro più ampio; quella italiana si concentra sul rapporto
tra le voci e la storia che costruiscono.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Happy Together” mantiene la sua eleganza pop, “Per vivere insieme” conserva
quella chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due
interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.
"Popoff, la violenza del
rock nel cuore della notte", così esordisce Carlo Massarini
nella tarda serata di un lunedì della primavera avanzata del 1974, il 6
di maggio, e partono infatti gli Steppenwolf con il loro cavallo di
battaglia Born To Be Wild.
Non era propriamente il "cuore
della notte" perché erano le 21 e 30, ma bisogna ricordare che
eravamo ancora in periodo di austerity, dopo la guerra del Kippur di pochi mesi
prima e l'embargo del petrolio da parte dei paesi arabi, e per decreto,
spettacoli, ritrovi e programmi televisivi, dovevano chiudere prima di
mezzanotte, per risparmiare energia elettrica. La movida era lontanissima.
Per il resto Carlo Massarini propone
una scaletta piuttosto varia, che spazia dai Rolling Stones a Lou
Reed a Frank Zappa, con perfino una incursione del cabaret di Cochi
e Renato, senza trascurare la prediletta West Coast.
Pezzo forte della serata sicuramente
l'estratto dal disco solista della "beautiful dark lady" Grace
Slick, Manhole, pubblicato pochi mesi prima (gennaio '74), con il
visionario "tema per un western immaginario". Arriva proprio nel
cambio tra facciata A e B di una cassetta originale in questo caso con qualche
disturbo, ma ascoltabile.
Scaletta:
Steppenwolf (Born To Be Wild), Frank Zappa (Apostrophe'), Steve Miller Band
(Your Saving Grace), Beatles (In My Life), Stevie Wonder (Keep On Running),
Janis Joplin (One Good Man), Cochi e Renato (Come porti i capelli bella
bionda), Rolling Stones (Hide Your Love), Lou Reed (Rock 'n Roll), Byrds (So
You Wanna Be a Rock 'n Roll Star), Eagles (Nightingale), Grace Slick (Theme
From The Movie Manhole), Eagles (Chug All Night), Rick Derringer (Teenage Love
Affair)
Mentre il folk americano degli anni '60 si faceva portavoce
di ideali di cambiamento sociale e di un ritorno alle radici della tradizione
musicale, un fermento parallelo covava nel cuore industriale del Midwest. Da
Ann Arbor, Michigan, emergeva una voce roca e potente, un cantautore destinato
a diventare la colonna sonora della classe operaia americana: Bob Seger. Sebbene la sua carriera sia
indissolubilmente legata al rock 'n' roll muscoloso e alle ballate anthemiche,
le fondamenta della sua narrazione affondano profondamente nel terreno fertile
del folk, raccontando storie di vita quotidiana, di sogni modesti e di
resilienza di fronte alle avversità.
Robert Clark Seger nacque il 6 maggio 1945, in un
periodo di trasformazione per l'America. Crescendo nel Michigan, un'area
fortemente influenzata dall'industria automobilistica, Seger fu testimone
diretto delle gioie e delle difficoltà della vita della classe lavoratrice.
Questa realtà divenne il nucleo pulsante della sua poetica. Le sue prime
influenze musicali spaziavano dal rock and roll pionieristico di Elvis Presley
e Chuck Berry al soul graffiante di James Brown, ma nel suo approccio narrativo
si percepiva un'eco delle ballate folk tradizionali, quelle che narravano
storie di gente comune e delle loro lotte.
Negli anni '60, mentre artisti come Bob Dylan e Joan Baez
dominavano la scena folk con le loro canzoni di protesta e introspezione
sociale, Seger iniziava il suo percorso musicale con band locali come i The
Decibels e i The Town Criers. Già in queste prime fasi, la sua capacità di
osservare e trasmettere le emozioni della vita ordinaria era evidente. Sebbene
il suono fosse più orientato al garage rock e al rhythm and blues, i testi
spesso riflettevano le preoccupazioni e le aspirazioni della gente che lo
circondava.
Con la formazione dei The Silver Bullet Band nei primi anni
'70, il suono di Seger si definì in maniera più netta, unendo la potenza del
rock con la sua innata capacità di storytelling. Canzoni come "Turn the Page" (1973) non erano semplici rock ballad; erano narrazioni crude e
malinconiche sulla vita on the road di un musicista, con una vulnerabilità che
richiamava la sincerità del folk. Allo stesso modo, brani come "Night Moves" (1976) e "Mainstreet" (1977) dipingevano vividi ritratti
di giovinezza, di amori fugaci e del desiderio di evasione, temi universali che
risuonavano con l'autenticità delle migliori ballate popolari.
Anche quando il suo sound divenne più robusto e orientato
all'arena rock con successi come "Old Time Rock and Roll" e
"Like a Rock", la sua attenzione per i dettagli della vita quotidiana
e la sua empatia per le persone comuni rimasero costanti. Le sue canzoni
celebravano la dignità del lavoro, la forza della comunità e la persistenza
dello spirito umano di fronte alle sfide. In questo senso, Bob Seger si poneva
come un moderno cantastorie folk, utilizzando il linguaggio del rock per
raggiungere un pubblico vastissimo, ma mantenendo intatta la sua capacità di
connettersi con le esperienze più genuine e universali.
La sua musica, pur non etichettata come folk, condivide con
essa l'anima narrativa e l'attenzione per le storie umane. Bob Seger ha saputo
elevare le vite ordinarie a materia poetica, proprio come i cantautori folk
hanno sempre fatto, ma con la potenza e l'energia di un'era musicale in
evoluzione. Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo un'icona del
rock, ma anche un narratore che ha saputo dare voce al cuore pulsante
dell'America popolare, un erede spirituale, seppur in chiave rock, della tradizione
del folk storytelling.
La mia “carriera” di recensore iniziò molti anni fa con un
paio di entità musicali, i Delirium e Giorgio C. Neri, che nel 2009 propose il
suo progetto Logos. Negli anni successivi ebbi occasione di assistere a
un paio di sue performance dal vivo, poi il silenzio, un’assenza lunga, quasi
sospesa. L’ho ritrovato solo di recente, per caso, durante la presentazione di
un progetto editoriale. E quando un musicista resta nell’ombra per molto tempo,
spesso significa che qualcosa sta maturando, che un nuovo momento creativo sta
cercando la sua forma. Lascio quindi che sia la sua musica a svelare l’anima
di un progetto che ha appena visto la luce.
ZAT è un trio che lavora per sottrazione, un modo di intendere
la musica che rinuncia all’idea di prodotto per restituire ciò che accade
davvero quando tre persone si incontrano e suonano senza rete. Dieci come Sette nasce da una scelta
precisa, quella di rinunciare all’editing e di affidarsi completamente al
momento dell’esecuzione. È un disco che non punta a costruire un’immagine
levigata, ma a mostrare ciò che accade davvero. Non cerca la perfezione,
preferisce la presenza.
Giorgio Cesare Neri, Luciano Susto e Alessio Panni si muovono
come un unico organismo. La chitarra e la tastiera aprono varchi, il basso li
attraversa con linee essenziali, la batteria respira più che scandire. La
registrazione e il mastering di Marco Biggi all’MB Studio conservano ogni
sfumatura di questo equilibrio, lasciando che la dinamica naturale diventi
parte del discorso. Anche la fotografia di Luigi Cerati e la copertina di
Massimo Cerruti seguono la stessa logica, una sobrietà che non sottrae ma
chiarisce.
Il percorso dei quattro brani è breve e denso. Voodoo
apre con un’energia trattenuta, un richiamo che non esplode ma si insinua. Cattedrale
di Suono- jam rappresenta il centro del lavoro,
un’improvvisazione che cerca risonanze, come se i tre musicisti si muovessero
dentro un’architettura invisibile. Kashmir è un attraversamento,
un tema che riaffiora come un’eco lontana e viene rimodellato secondo la
grammatica del trio. Stagionichiude con un passo più narrativo,
una sorta di ritorno alla terra dopo aver esplorato zone più sospese.
Nel booklet compare una frase di Hazrat Inayat Khan che
sembra riassumere l’intento del disco, un’idea di Vita Assoluta come origine e
destino di tutto ciò che percepiamo. Non è un ornamento, è una chiave di
lettura discreta che accompagna l’ascolto senza appesantirlo.
“La Vita Assoluta è l’origine e
il destino di tutto ciò che percepiamo.”
Dieci come Sette è un lavoro che non chiede interpretazioni, ma
disponibilità. È un disco che vive nel suo stesso atto di nascere, e proprio
per questo rimane. I ZAT scelgono la via più fragile e più autentica, quella di
registrare ciò che sono, senza filtri. E in questa scelta c’è la forza del
progetto, la sua verità più semplice.
Il Bickershaw Festival,
tenutosi dal 5 al 7 maggio 1972, fu un evento musicale rock che si
svolse a Bickershaw, una zona rurale del Lancashire, in Inghilterra,
vicino a Wigan. Nonostante non abbia raggiunto la fama di Woodstock o del
festival dell'Isola di Wight del 1970, rimane un evento significativo per
diversi motivi.
Organizzazione e contesto
Il festival fu organizzato in un periodo in cui i grandi
raduni musicali stavano diventando più comuni, ma anche più difficili da
gestire. Bickershaw cercò di presentarsi come un'alternativa più tranquilla e
meno caotica rispetto ad alcuni dei festival più grandi. L'organizzazione fu in
parte curata da Jeremy Beadle, che in seguito divenne un noto presentatore
televisivo nel Regno Unito.
Line-up
Nonostante le ambizioni di un evento più
"rilassato", il Bickershaw Festival vantava una line-up di artisti di
tutto rispetto, tra cui:
Grateful Dead: la loro esibizione è particolarmente ricordata e
registrazioni del loro concerto circolano ancora oggi tra i fan. Suonarono per
diverse ore nella giornata conclusiva del festival.
The Kinks: una delle band britanniche più influenti, portarono il loro rock
distintivo sul palco di Bickershaw.
Captain Beefheart and His Magic Band: con la loro musica sperimentale e
fuori dagli schemi, rappresentarono una proposta artistica unica all'interno
del festival.
Hawkwind: pionieri dello space rock, la loro performance psichedelica creò
un'atmosfera particolare.
The Incredible String Band: il loro folk psichedelico e le loro atmosfere
mistiche offrirono un contrasto con le sonorità più rock del festival.
Family: con la potente voce di Roger Chapman, la band offrì un set di
progressive rock.
New Riders of
the Purple Sage: gruppo country rock americano con membri dei
Grateful Dead.
Country Joe McDonald: figura iconica della controcultura e noto per le sue
canzoni di protesta.
Dr. John: il musicista di New Orleans portò il suo sound
blues, funk e jazz.
Wishbone Ash: con le loro iconiche armonie di chitarra gemella, furono
un'attrazione per gli amanti del rock melodico.
Linda Lewis: una giovane cantante con una notevole estensione vocale.
Brinsley Schwarz: band di pub rock che anticipò il movimento punk.
Atmosfera e logistica
Il festival fu caratterizzato da un tempo piovoso e da un
terreno fangoso, condizioni che spesso affliggevano i festival britannici
dell'epoca. Nonostante ciò, i partecipanti ricordano un'atmosfera generalmente
positiva e un senso di comunità, forse anche grazie alle dimensioni leggermente
più contenute rispetto ai mega-festival.
Ricordo e importanza
Sebbene non abbia raggiunto la fama dei suoi predecessori o
successori più grandi, il Bickershaw Festival del 1972 è ricordato come un
evento con una solida line-up e un'atmosfera particolare. La presenza dei
Grateful Dead, in particolare, lo ha reso un punto di riferimento per i fan
della band. Il festival rappresenta anche uno spaccato della scena musicale
britannica e della cultura dei festival nei primi anni '70, un periodo di
transizione e di evoluzione per questi grandi raduni musicali.
Il Bickershaw Festival del 1972 durò tre giorni: la sua
importanza risiede nell'aver rappresentato un tassello nel mosaico della storia
dei festival musicali britannici e nell'aver ospitato performance significative
di band iconiche.
Ricorre l’anniversario della morte diPaul Butterfield,armonicista e cantante nato a
Chicago il 17 dicembre del 1942 e scomparso il 4 maggio del 1987 all'età di 45 anni.
È stato uno dei primi esponenti bianchi del Chicago Blues. Il suo
stile incisivo e rivoluzionario è ancora oggi un punto di riferimento
per grandi armonicisti moderni, come Mark Ford e Andy Just.
Sebbene sia stato uno dei musicisti più innovativi e significativi del
suo tempo, e pur avendo suonato con personaggi del calibro di, John
Mayall, Eric Clapton, Steve Ray Vaughan, Muddy Waters e Bob
Dylan, è un artista relativamente poco conosciuto.
Figlio di un avvocato, dopo aver studiato flauto da giovane, sviluppò un
amore per l'armonica blues, e a lui si unì uno studente di fisica
dell'Università di Chicago, Elvin Bishop, anch'egli amante del
blues. I due riuscirono ad entrare nel giro dei grandi musicisti blues.
Butterfield e Bishop formeranno presto un gruppo insieme a Jerome
Arnold, Sam Lay (entrambi della band di Howlin'
Wolf) e Mark Naftalin. Su consiglio del loro produttore
discografico, i quattro aggiunsero alla band il promettente chitarrista Mike
Bloomfield, il cui lavoro ispirò l'allora ragazzino Robben Ford.
Nel 1963, avverrà un fatto mai accaduto prima, e cioè che il gruppo
formato da Butterfield, che includeva anche elementi di colore, diventerà il
gruppo di casa al club Big John's'' di Chicago, club
notoriamente frequentato da americani bianchi.
La ormai consolidata Paul Butterfield Blues Band nel
1965 registra il primo album, con composizioni proprie e classici, suonati
fedelmente al Chicago Blues style tradizionale, seppur con
introduzioni stilistiche nuove ed affascinanti. Diventano conosciuti
nell'ambiente folk e blues; accompagnano infatti Dylan al Newport Folk Festival
nella famosa svolta elettrica, e lì si trovano a contatto con leggende del
blues come Son House.
Nel 1966 il batterista Sam Lay lascia il gruppo per far posto a Billy
Davenport, dal tocco più jazzistico. Con Davenport registrano East-West,
album in cui Butterfield e compagni sperimentano un nuovo sound, che strizza
l'occhio a sonorità esotiche e meno blues. Significativi sono pezzi come Work
Song e East-West, entrambi strumentali.
L'anno successivo avviene un nuovo cambio di formazione nella band:
Bloomfield se ne va per fondare gli Electric Flag con Nick Gravenites e Buddy
Miles, e si ritroverà a suonare poi con Dr. John (Mac Rebennack) e Al Cooper;
alla band di Butterfield si aggiunge una sezione di fiati, per
emulare il sound del suo idolo Junior Parker.
Nello stesso anno esce The Resurrection of Pigboy Crabshaw,
dove Butterfield si concentra soprattutto sul canto, prediligendo un suono di
armonica acustico.
Con la stessa formazione suona al Montery Pop Festival (1967); nel 1969
partecipa al festival di Woodstock, e in quello stesso anno si reicontra con
Bloomfield e Sam Lay per registrare con Muddy Waters l'album Fathers
& Sons, con Otis Spann al piano e Donald Duck Dunn al basso.
Passati alcuni anni, cambia nuovamente formazione e con i Better Days
registra 2 album nel 1973. Nel 1976 suona con i The Band al loro concerto
d'addio immortalato nel film The Last Waltz.
Gli anni seguenti vedono Butterfield apparire in programmi televisivi e
interviste; suona infatti con B.B.King, Clapton, Ray Vaughan e tanti altri nel
concerto B.B.King: Blues Session.
L'anno prima della sua morte esce il disco The Legendary Paul
Butterfield Rides Again.
Butterfield viene trovato morto, probabilmente a causa di un infarto
dovuto all'assunzione di droga negli anni precedenti, nella sua casa di North
Hollywood, il 4 maggio 1987.
Qualche nota personale su Yessongs, uscito il 4 maggio del 1973. Non c’è nulla
di museale in queste registrazioni live degli YES, perché propongono una musica che si muove, che si allunga,
che si lascia attraversare dal pubblico e dalla tensione dei palchi enormi. La
voce di Jon Anderson è una corrente che tiene insieme tutto, un modo di
respirare dentro le strutture. Rick Wakeman non arriva mai come un colore
aggiunto, ma come una forza che apre varchi, che illumina passaggi, che spinge
le armonie verso zone che in studio restavano solo accennate.
Chris Squire e Bill Bruford costruiscono un terreno che non è
mai statico. Il basso di Squire è una seconda chitarra, una linea melodica che
sostiene e provoca, mentre Bruford porta quella sua asciuttezza irregolare che
rende ogni transizione più viva. Steve Howe si muove dentro questo flusso con
una chitarra che non cerca protagonismo, ma dialogo continuo, come se ogni
frase fosse un modo per rimettere in circolo l’energia degli altri.
Il cuore del disco è Close to the Edge non è una
riproposizione poco fedele al disco. Le sezioni si dilatano, si aprono,
diventano un rito collettivo in cui il pubblico non è un contorno ma un
elemento della forma. Siberian Khatru acquista una fisicità che in
studio restava compressa, Heart of the Sunrise diventa un corpo
pulsante, con le dinamiche che si allargano e si restringono come se la band
stesse cercando continuamente un nuovo equilibrio.
I momenti acustici di Howe e le traiettorie tastieristiche di
Wakeman non interrompono il flusso, lo ampliano. Sono aperture che mostrano la
radice del linguaggio del gruppo, la loro capacità di passare da una dimensione
sinfonica a una più intima senza perdere coerenza. Tutto resta parte dello
stesso respiro.
Yessongs non è un documento perfetto, e proprio per questo è prezioso. Porta con
sé il rumore dell’epoca, le imperfezioni dei grandi spazi, la volontà di
spingere il rock sinfonico oltre la sua stessa definizione. Non fotografa un
concerto, racconta un modo di stare nella musica. È un disco che ancora oggi si
muove, cambia, respira. Un organismo che non ha mai smesso di vivere.
Crediti
Registrato tra il 1972 e il 1973
durante il tour di Close to the Edge Pubblicato il 4 maggio 1973
Formazione
Jon Anderson voce
Chris Squire basso, cori
Steve Howe chitarre, voce
Rick Wakeman tastiere
Bill Bruford batteria (parte del tour)
Alan White batteria (subentra nel tour e
appare in parte del materiale)
James Brown: il 3 maggio 1933
nasceva la forza primordiale che incendiò il soul e funk
Il terzo giorno di maggio del 1933 il mondo fu
graziato dall'arrivo di un'energia primordiale, una forza inarrestabile che
avrebbe ridefinito il panorama musicale per sempre: James Brown.
Nato in una capanna di legno nella Carolina del Sud, la sua infanzia fu
segnata dalla povertà e dall'abbandono, ma in quel contesto difficile germogliò
un talento vulcanico, una scintilla che presto si sarebbe trasformata in un
incendio soul-funk capace di incendiare le platee di tutto il globo.
James Brown non fu semplicemente un cantante, fu un'incarnazione ritmica,
un maestro del movimento, un predicatore laico che attraverso il sudore, l'urlo
e il passo di danza ipnotizzò generazioni di ascoltatori e musicisti. La sua
musica era un'esplosione di vitalità, un concentrato di groove pulsante che
affondava le radici nel gospel, nel blues e nel rhythm and blues, per poi
trascenderli in qualcosa di completamente nuovo e dirompente.
Gli anni '50 videro la sua ascesa con i Famous Flames, un gruppo che
divenne presto sinonimo di performance incendiarie e di un sound
inconfondibile. Canzoni come "Please, Please, Please"
rivelarono una voce potente e carica di pathos, capace di trasmettere
un'emozione viscerale. Ma fu negli anni '60 che James Brown si trasformò nel
"Padrino del Soul", codificando un linguaggio musicale che avrebbe
influenzato il funk, la disco e persino l'hip-hop.
Il suo mantra "The One" divenne la sua filosofia musicale
e performativa: un ritmo ossessivo e sincopato, un groove implacabile che
costringeva all'abbandono e al movimento. Brani come "Papa's Got a
Brand New Bag", "I Got You (I Feel Good)", "Sex Machine" e "Super Bad" sono pietre miliari della
storia della musica, esempi perfetti di un'energia contagiosa e di
un'innovazione ritmica senza precedenti.
Le sue esibizioni dal vivo erano leggendarie, veri e propri rituali di
sudore e passione. Ogni passo, ogni urlo, ogni movimento del suo corpo era
studiato per infiammare il pubblico, creando un'esperienza catartica e
indimenticabile. Il suo controllo del palco era totale, la sua energia
inesauribile.
Ma James Brown fu anche un'icona culturale, una voce per la comunità
afroamericana in un periodo di profonde trasformazioni sociali. La sua musica
divenne una colonna sonora per il movimento per i diritti civili, un inno
all'orgoglio e all'affermazione di sé. Canzoni come "Say It Loud–
I'm Black and I'm Proud" risuonarono come un grido di battaglia,
un'affermazione potente di identità e dignità.
Ricordare la nascita di James Brown il 3 maggio non è solo celebrare un
musicista straordinario, ma onorare un'energia vitale che ha scosso le
fondamenta della musica popolare. La sua influenza è ancora palpabile oggi, nel
sound di innumerevoli artisti che hanno raccolto la sua eredità ritmica e la
sua carica performativa.
James Brown ci ha lasciato un patrimonio musicale inestimabile,
un'esplosione di soul e funk che continua a far ballare e a emozionare il
mondo. La sua nascita fu l'inizio di una rivoluzione sonora, un'onda d'urto che
ha cambiato per sempre il modo di sentire e di vivere la musica. Il Padrino del
Soul vive ancora nel groove inarrestabile delle sue creazioni, un'eredità che
continuerà a farci muovere e sentire per sempre.
Quando il virtuosismo diventa uno
sport estremo: 46 strumenti per sei musicisti
Se il prog è sinonimo di complessità, i Gentle Giant sono
stati i suoi matematici più folli. La loro bizzarria non risiedeva nei costumi
o nelle scenografie, ma in una versatilità tecnica che rasentava l'impossibile.
Durante un tipico concerto della band, il pubblico assisteva a una sorta di
"musical chairs" (il gioco delle sedie) strumentale.
I membri della band erano tutti polistrumentisti di livello
accademico. Non era raro vedere il bassista Ray Shulman posare lo strumento per
imbracciare un violino, mentre il cantante Derek Shulman passava al sassofono e
il batterista John Weathers si spostava alle tastiere o allo xilofono. In brani
come "Knots", la band eseguiva complessi intrecci
vocali a cappella che richiedevano una coordinazione cerebrale assoluta. Questa
dedizione totale alla polifonia e al cambio continuo di ruolo ha reso i Gentle
Giant la band più rispettata dai colleghi musicisti, ma anche una delle più
"strane" da seguire per un pubblico abituato a ruoli fissi.
Il 2 maggio è una data che per gli appassionati di
rock progressivo assume un significato importante, perchè celebra la nascita, avvenuta
proprio in questo giorno del 1951 a Islington, Londra, di John Glascock. Fin da giovane, Glascock dimostrò
un'innata abilità con il basso, una naturalezza e una sensibilità che lo
avrebbero condotto a lasciare un'impronta significativa in band di spicco degli
anni '70, in particolare i Carmen e gli Jethro Tull.
La sua avventura con i Carmen rappresentò un cambio di rotta
stilistico audace rispetto ai suoi inizi, in quanto la band anglo-statunitense
osò fondere il rock progressivo con le passioni e i ritmi del flamenco, creando
un suono unico e affascinante. Anche in questo contesto, la versatilità di
Glascock brillò, dimostrando la sua apertura musicale e la sua abilità
nell'adattare il suo stile a nuove sonorità e ritmi incalzanti.
Tuttavia, fu con i Jethro Tull che John Glascock raggiunse
l'apice della sua notorietà. Entrare a far parte di una band già affermata e
guidata dal carismatico Ian Anderson non era un compito facile, ma Glascock si
integrò perfettamente, portando una nuova energia e un solido fondamento
ritmico al loro suono. Album come Songs from the Wood (1977), con
le sue atmosfere folk-rock evocative, Heavy Horses (1978), con la
sua potenza rustica, e Stormwatch (1979), un lavoro più cupo e
atmosferico, sono testimonianze del suo contributo essenziale. Sul palco, la
sua presenza era dinamica e il suo interplay con il batterista Barriemore
Barlow creava una sezione ritmica potente e coesa.
La notizia della sua malattia e della conseguente partenza
dai Jethro Tull nel 1979 fu un duro colpo per i fan.
La sua scomparsa, avvenuta il 17 novembre dello stesso anno, a soli 28 anni, lasciò nello sgomento la comunità musicale. La
sua giovane età rendeva la perdita ancora più tragica, privando il mondo di un
talento che aveva ancora molto da offrire.
Ricordare John Glascock oggi significa onorare un musicista
che, pur nella sua breve carriera, ha saputo lasciare un segno distintivo nel
panorama del rock.
Il 1° maggio segna un giorno di silenzioso ricordo per
il mondo della musica rock, l'anniversario della scomparsa di Rick Parnell.
Batterista dalla potenza inconfondibile e dalla versatilità
sorprendente, Parnell ha lasciato un'impronta ritmica indelebile in alcune
delle band più iconiche degli anni '80 e '90. La sua energia contagiosa dietro
i tamburi e la sua capacità di adattarsi a diversi stili musicali lo hanno reso
un musicista ricercato e ammirato.
Nato il 13 agosto 1951 a Londra, Parnell proveniva da una
famiglia con una solida tradizione musicale. Suo padre era il celebre
batterista jazz Jack Parnell, un'eredità che indubbiamente influenzò la sua
passione e il suo talento precoce per le percussioni.
La carriera di Rick Parnell decollò negli anni '80 con la sua
adesione agli Atomic Rooster, una band progressive rock britannica con
una storia travagliata ma un seguito fedele. Il suo potente drumming contribuì
a rinvigorire il suono della band in quel periodo.
Atomc Rooster
Tuttavia, già negli anni '70, Parnell dimostrò la sua
curiosità musicale e la sua disponibilità a esplorare nuovi orizzonti,
approdando in Italia e collaborando con diverse formazioni.
Nel 1973, dopo aver lasciato temporaneamente gli Atomic
Rooster, Parnell si unì al gruppo italiano Tritons. Con loro incise
l'album Satisfaction nello stesso anno, che conteneva una loro
riarrangiamento del celebre brano dei Rolling Stones.
Dalle ceneri dei Tritons, e con un'aspirazione verso sonorità
più progressive, nacquero gli Ibis. Parnell fu il batterista e
co-paroliere del loro album del 1974, Sun Supreme, un lavoro che
testimonia la sua affinità con il rock progressivo italiano dell'epoca.
Successivamente, tra il 1977 e il 1978, Parnell divenne il
batterista dei Nova, un gruppo jazz fusion italo-britannico formatosi a
Londra. Con loro registrò due album acclamati, Wings of Love
(1977) e Sun City (1978), mostrando la sua notevole capacità di
adattamento a un genere musicale diverso.
Queste esperienze italiane rappresentarono una fase
importante nella sua evoluzione musicale, evidenziando la sua versatilità ben
prima del successo mainstream.
Tuttavia, fu con gli Spinal Tap che Parnell raggiunse
una fama più ampia, sebbene in un contesto satirico. Nel mockumentary cult del
1984 "This Is Spinal Tap", Parnell interpretò Mick Shrimpton,
uno dei tanti sfortunati batteristi della band heavy metal fittizia. Il suo
personaggio, spesso vittima di incidenti bizzarri e prematuri (nella finzione
del film), divenne un'icona comica, ma paradossalmente contribuì a far
conoscere il talento musicale di Parnell a un pubblico più vasto. La sua
interpretazione ironica del batterista rock era così convincente proprio perché
basata sulla sua reale esperienza e abilità.
Dopo "This Is Spinal Tap", Parnell continuò la sua
carriera musicale seriamente, dimostrando la sua versatilità in diversi generi.
Negli anni '80 e '90, divenne un batterista di sessione molto richiesto,
collaborando con artisti di spicco come Michael Monroe (ex Hanoi Rocks),
Tony Franklin e Yngwie Malmsteen. La sua capacità di passare con
disinvoltura dal rock potente al metal tecnico testimoniava la sua padronanza
dello strumento.
Un altro capitolo significativo della sua carriera fu la sua
partecipazione ai Tantric, una band post-grunge statunitense formatasi
alla fine degli anni '90. Parnell portò il suo drumming solido e dinamico al
suono della band, contribuendo al successo dei loro primi album.
Rick Parnell non era solo un batterista tecnicamente dotato,
ma possedeva anche un grande senso del ritmo e una capacità innata di
"sentire" la musica. La sua energia contagiosa dietro la batteria si
traduceva in performance live coinvolgenti e in registrazioni potenti e
incisive.
La sua scomparsa prematura avvenuta nel 2022 ha lasciato un vuoto nel mondo del rock. Sebbene molti lo ricordino con affetto per il suo
ruolo esilarante in Spinal Tap, è fondamentale riconoscere il suo contributo
serio e significativo come musicista talentuoso e versatile. Rick Parnell ha
lasciato un'eredità di ritmo e passione che continua a risuonare tra i fan e i
musicisti di tutto il mondo.
Oggi, nel giorno della sua scomparsa, celebriamo la sua vita
e il suo instancabile contributo al rock 'n' roll.
Il primo giorno di maggio del 1945, in una Memphis
carica di blues e rock and roll nascenti, veniva alla luce Rita Coolidge. Nascere in una città così intrisa
di musica non poteva che segnare il suo destino, anche se il percorso per
diventare una delle voci più riconoscibili e amate degli anni '70 sarebbe stato
un viaggio ricco di sfumature, collaborazioni straordinarie e una grazia innata
che la contraddistingueva.
Le radici di Rita affondano profondamente nella cultura
Cherokee, un'eredità che ha sempre portato con sé con orgoglio e che, in
qualche modo, sembra trasparire nella sua voce calda e avvolgente, capace di
raccontare storie con una semplicità disarmante e una profondità emotiva
sorprendente. Crescendo, la musica era una presenza costante, un linguaggio
familiare che presto avrebbe imparato a parlare con la sua stessa,
inconfondibile melodia.
Gli anni '60 videro Rita muovere i primi passi sulla scena
musicale, un periodo di fermento creativo e di sperimentazione. La sua voce,
già allora dotata di una purezza cristallina e di una notevole versatilità, la
portò a incrociare il cammino di figure chiave della nascente scena folk-rock.
Le sue collaborazioni con artisti come Delaney & Bonnie e Joe Cocker
durante la leggendaria "Mad Dogs & Englishmen tour" non furono
semplici partecipazioni corali; la sua voce si intrecciava con le loro,
aggiungendo un colore unico e un'anima vibrante alle performance.
Questi primi anni furono formativi, un periodo di
apprendistato sul campo che affinò le sue capacità interpretative e la preparò
per il suo momento da solista. Rita non era solo una corista talentuosa;
possedeva una presenza scenica magnetica e una capacità di comunicare emozioni
che andava ben oltre le parole delle canzoni.
L'inizio degli anni '70 segnò l'affermazione di Rita Coolidge
come artista a sé stante. Album come il suo omonimo album di debutto e "Nice
Feelin'" rivelarono al mondo una voce capace di spaziare dal soul al
country-rock con una naturalezza disarmante. Canzoni come "Superstar"
e "We're All Alone" divennero ben presto degli standard,
marchiando a fuoco l'immaginario musicale di un'intera generazione. La sua
interpretazione di "Superstar", in particolare, con quella sua
malinconia dolceamara, rimane ancora oggi un esempio di come una voce possa
trasformare una canzone in un'esperienza emotiva intensa.
Ma ridurre Rita Coolidge a una semplice interprete di
successo sarebbe riduttivo. La sua carriera è stata un mosaico di
collaborazioni significative, un intreccio di talenti che hanno arricchito la
sua musica e quella degli altri. Il suo matrimonio e la successiva
collaborazione musicale con Kris Kristofferson diedero vita a un sodalizio
artistico potente e indimenticabile. Insieme, crearono armonie vocali
inconfondibili e interpretarono brani che esploravano le complessità delle
relazioni umane con una sincerità disarmante. Album come Full Moon
e Breakawaysono testimonianze di questa magica alchimia.
La sua versatilità la portò anche a esplorare il mondo del
cinema, con la sua iconica interpretazione del tema di "Octopussy",
"All Time High", per la saga di James Bond. Questa incursione
nel mondo delle colonne sonore dimostrò ancora una volta la sua capacità di
adattare la sua voce a contesti musicali diversi, mantenendo sempre la sua
cifra stilistica unica.
Negli anni successivi, Rita Coolidge ha continuato a evolvere
come artista, mantenendo intatta la sua passione per la musica e la sua
capacità di emozionare il pubblico. La sua eredità musicale è quella di una
voce che ha saputo attraversare i generi, unendo influenze diverse in un suono
inconfondibile. È la voce di una donna che ha saputo raccontare storie d'amore,
di perdita, di speranza, con una sincerità e una vulnerabilità che l'hanno resa
un'icona per molti.
Il 1° maggio, celebriamo la nascita di questa straordinaria
artista, la cui voce di velluto continua a risuonare nel cuore di chi ama la
musica autentica e capace di toccare l'anima. Rita Coolidge non è solo una
cantante; è una narratrice di emozioni, un'interprete sensibile di un'epoca
musicale indimenticabile. La sua musica è un regalo che continua a incantarci,
un ricordo prezioso di un tempo in cui le canzoni avevano il potere di unire e
di commuovere profondamente.