mercoledì 27 maggio 2026

Ricordando Gregg Allman nel giorno della sua dipartita.

 


The Allman Brothers Band: tra musica e dolore

 

Il 27 maggio del 2017 ci lasciava Gregg Allman, e almeno il nome dovrebbe essere famigliare a tutti quelli che bazzicano il mondo del rock, seppur episodicamente.

Chi conosce un po’ della sua vita non si sarà meravigliato più di tanto, perché i percorsi carichi di eccessi hanno una conseguenza logica, e poi di Keith Richards ce n’è uno solo al mondo!

Vale la pena tracciare un minimo di storia, un iter che ha accomunato nella disgrazia numerosi membri della The Allman Brothers Band.

Pare che la fiammella si sia accesa nel garage del batterista Butch Trucks - era il 1969 - organizzatore di una jam session che prevedeva la presenza di Duane Allman (voce chitarra), Berry Oakley (basso), Dickey Betts (chitarra) e Jai Johanson (batteria/percussioni). L’entusiasmante performance fece sì che i musicisti si trasformassero repentinamente in band. Il tassello mancante, Gregg, fratello di Duane, si unì subito dopo, con il ruolo di cantante e tastierista.

E nasce la leggenda, una delle band più influenti del rock americano, capace di scavalcare l’approccio al blues dei chitarristi inglesi (Page, Clapton, Beck…), favorendo una strategia jazzistica basata sull’improvvisazione e su una rivoluzionaria sezione ritmica. Definire la Allman Brothers Band una semplice band southern rock appare riduttivo, perchè la loro risonanza nella musica rock è pari a quella esercitata dai Cream, da Jimi Hendrix e dai Grateful Dead, miti che si mantengono freschi nel tempo.

Occorre dire che il “rock sudista” americano prese corpo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, caratterizzato da un colore locale molto radicato, accompagnato spesso da pennellate di tragedia. Gli Allman furono i primi a delineare i contorni di quell’ideologia, tra musica e comportamenti: l’attaccamento ai valori della propria terra, il gusto per le lunghe improvvisazioni e la vita da hippie. Un’intera armata di southern rockers prese d’assalto il rock americano sventolando orgogliosamente la bandiera della Confederazione e conquistando l’attenzione generale del Paese, tanto da indurre un politico potente come Jimmy Carter a interessarsi di loro e a cercarne in qualche modo l’appoggio quando tentò la scalata alla Casa Bianca.

Ma la vita degli Allman fu travagliata e funestata da disgrazie rilevanti, e a poco più di due anni dall’incontro decisivo Duane perse la vita, a soli 24 anni: è il 29 ottobre del 1971 quando il chitarrista di Nasville muore in sella alla sua Harley Davidson, davanti agli occhi della fidanzata che lo segue in auto, sulla via di casa.

E la maledizione che pende sui musicisti della TABB colpisce ancora un anno dopo, quando Berry Oakley trova la stessa sorte e con modalità molto simili: anche lui in moto, a pochi isolati di distanza dall’incidente precedente, e alla stessa età!

Arriviamo ai giorni nostri, l’anno 2017, che ha visto la dipartita di Butch Trucks - a gennaio -, suicida al cospetto della moglie, mentre per Gregg si parla di attacco di cuore, summa di una serie infinita di problemi di salute accumulati nel tempo: avevano entrambi sessantanove anni.

A tenere duro Dickey Betts e Jai Johanson.

Nel corso di cinquant’anni si sono succedute reunion e modifiche alla line up, ma ciò che resta è il marchio indelebile di una formazione che ha disegnato una strada musicale precisa, un blues rock dalle venature psichedeliche che poteva contare su di un formidabile tandem chitarristico e sulla possenza della doppia sezione ritmica, mentre Greg Allman, con la sua caldissima voce da soul man nero e il suo Hammond, sapeva colorare il tutto con intese tinte gospel.

E in quei giorni Macon, la città della Georgia in cui andarono tutti a stabilirsi in una specie di comune artistica, diventò il centro di una nuova scena rock dall’incredibile vitalità e creatività, superando nel ruolo perfino San Francisco.

Il funghetto magico della psylocibe, scelto come logo della band, divenne il simbolo di uno stile di vita comunitario e hippie, pieno di utopie e di “esplorazioni” ad ampio raggio.

Tanti tra i protagonisti di quel movimento se ne sono andati, come logica di vita vuole, ma resta ciò che molti di loro hanno creato, incancellabile, godibile, una musica di cui rimangono pregne quelle terre, arrivata a noi in tempi lontani, quella che i più oculati e attenti hanno afferrato… senza lasciarla più.





martedì 26 maggio 2026

Compie gli anni Stevie Nicks: qualche curiosità e qualche brano caratterizzante

 

Stevie Nicks: l'incanto senza tempo di una regina del rock e della poesia


Oggi, 26 maggio, ricordiamo il compleanno di Stephanie Lynn Nicks, universalmente conosciuta come Stevie Nicks, una delle figure più enigmatiche, influenti e durature nella storia della musica rock.

Nata a Phoenix, Arizona, nel 1948, Nicks ha scolpito il suo nome nell'olimpo musicale non solo come la voce eterea e l'anima poetica dei Fleetwood Mac, ma anche come un'artista solista di straordinario successo, la cui influenza si estende ben oltre l’intero universo scenico.

La carriera di Stevie Nicks è un mosaico di successi, innovazione e resilienza. Entrata nei Fleetwood Mac nel 1975 insieme al compagno Lindsey Buckingham, ha contribuito in modo determinante alla creazione di uno degli album più venduti e acclamati di tutti i tempi, Rumours (1977). Le sue composizioni per la band, come "Dreams", "Rhiannon" e "Landslide", non sono semplici canzoni, ma narrazioni intime e complesse, permeate di lirismo e di una profonda vulnerabilità. La sua voce, un contralto distintivo e malinconico, possiede una capacità unica di evocare immagini e sentimenti, trasportando l'ascoltatore in paesaggi sonori onirici e profondamente emotivi.

La sua transizione verso una carriera solista, iniziata con l'album Bella Donna (1981), ha consolidato ulteriormente il suo status di superstar. Brani come "Edge of Seventeen", "Stand Back" e "Stop Draggin' My Heart Around" (in duetto con Tom Petty) hanno dimostrato la sua versatilità e la sua capacità di mantenere un'identità artistica forte e riconoscibile anche al di fuori del contesto della band.

Stevie Nicks è molto più di una cantante. È un'icona di stile, con i suoi iconici scialli fluttuanti, i vestiti di chiffon e velluto, e gli stivali che hanno definito un'estetica bohémien-chic diventata intramontabile. La sua presenza scenica è sempre stata una fusione di grazia, potenza e un'aura quasi mistica che le ha valso l'appellativo di "strega bianca" del rock. Questa immagine non è stata una mera costruzione, ma un riflesso autentico della sua personalità artistica, profondamente connessa alla narrazione, al simbolismo e a una sensibilità quasi esoterica.

La sua influenza si estende su generazioni di musicisti e artisti, che la citano come fonte d'ispirazione per la sua audacia lirica, la sua integrità artistica e la sua capacità di rimanere fedele a sé stessa in un'industria spesso spietata.

Nicks è stata, ed è tuttora, un faro di indipendenza femminile nel rock, dimostrando che la vulnerabilità può coesistere con una forza inarrestabile. È stata la prima donna a essere inserita due volte nella Rock and Roll Hall of Fame: prima con i Fleetwood Mac nel 1998, e poi come artista solista nel 2019, un testamento inequivocabile della sua grandezza.

Oggi, mentre celebriamo un altro anno nella vita di Stevie Nicks, riflettiamo sulla sua straordinaria longevità artistica e sulla sua inesauribile capacità di affascinare. Le sue canzoni continuano a essere scoperte da nuove generazioni, la sua voce risuona in colonne sonore e la sua immagine popola l'immaginario collettivo, confermando la sua statura di leggenda vivente.

Tanti auguri a una vera musa, la cui magia non smette mai di incantare.





Ricordando Alan White che ci ha lasciato quattro anni fa

 


Il 26 maggio del 2022 ci lasciava Alan White all'età di 72 anni


Alan nacque a Pelton, nella contea di Durham, in Inghilterra, il 14 giugno 1949. Prese lezioni di pianoforte all'età di sei anni mentre iniziò a suonare la batteria a dodici anni, esibendosi in pubblico a partire dai tredici anni.

Nel corso degli anni ’60 affinò il suo “mestiere” suonando con molteplici band, tra cui The Downbeats, The Gamblers, Billy Fury, Alan Price Big Band, Bell and Arc, Terry Reid, Happy Magazine (in seguito chiamato Griffin) e Balls con Trevor Burton (The Move) e Denny Laine (Wings).

Nel 1968, Alan si unì ai Ginger Baker's Airforce, un nuovo gruppo che fu messo insieme dall'ex batterista dei Cream e da altri noti musicisti della scena musicale inglese, tra cui Steve Winwood, ex Traffic.

Nel 1969 ricevette una richiesta che inizialmente pensò potesse essere uno scherzo, perché John Lennon gli chiese di unirsi alla Plastic Ono Band. Il giorno dopo Alan si ritrovò a imparare canzoni nel retro di un aereo di linea diretto a Toronto con Lennon, Yoko Ono, Eric Clapton e Klaus Voormann. L'album che seguì, “Live Peace In Toronto”, vendette milioni di copie, raggiungendo la posizione numero 10 nelle classifiche.

La collaborazione di Alan con Lennon continuò e assieme registrarono singoli come “Instant Karma” e il successivo album di riferimento “Imagine”, con Alan che suonava la batteria in “Jealous Guy” e “How Do You Sleep at Night”. Il lavoro con Lennon diventò per Alan il passepartout per arrivare a George Harrison, che gli chiese di esibirsi nell'album “All Things Must Pass”, incluso il singolo, “My Sweet Lord” pubblicato nel 1970. Successivamente lavorò con molti artisti per l'etichetta Apple, tra cui Billy Preston, Rosetta Hightower e Doris Troy.

Il 27 luglio 1972 si unì agli Yes, avendo a disposizione tre soli giorni per imparare il loro repertorio e partì per un tour negli Stati Uniti dove suonò davanti a 15.000 fan a Dallas, il 30 luglio.

Non si separò più dagli YES, e con la scomparsa del membro fondatore Chris Squire, nel giugno 2015, Alan diventò il membro della band più longevo.

La band ha dedicato ad Alan il 50th Anniversary Close to the Edge UK Tour dello scorso giugno.

Tra le tante testimonianze disponibili in rete scelgo uno stralcio del concerto che vidi il 12 luglio del 2003, evento che cambiò significativamente la mia vita… ma questa è un’altra storia!




REPORTAGE FOTOGRAFICO FORNITO DA WAZZA











lunedì 25 maggio 2026

Cher, 20 maggio 2026. Ottant’anni che sembrano attraversare epoche.

 

Cher ha festeggiato il suo compleanno il 20 maggio 2026, e l’impressione è che non si tratti solo di un traguardo anagrafico. La sua presenza nella cultura pop è talmente vasta da sembrare antica e futuribile allo stesso tempo, come se avesse attraversato secoli invece che decenni. Dire che ha compiuto “890 anni” non è una battuta: è un modo per raccontare quanto la sua figura sia diventata mitologia vivente.

La sua storia inizia nel 1946, ma sembra appartenere a un tempo più ampio, quasi leggendario. Negli anni Sessanta, accanto a Sonny Bono, porta una voce diversa, profonda, in un panorama dominato da tonalità più leggere. Negli anni Settanta trasforma la televisione in un teatro personale, giocando con identità, costumi, ironia. Poi arriva il cinema, e con Stregata dalla luna conquista un Oscar che la consacra come interprete completa, capace di passare dalla leggerezza alla profondità con naturalezza.

Ma Cher non è mai stata un personaggio statico. Ogni volta che il pubblico pensava di averla definita, lei cambiava direzione. Negli anni Novanta riscrive le regole del pop con Believe, un brano che non solo domina le classifiche, ma introduce un uso dell’Auto‑Tune che diventerà un marchio sonoro di un’intera epoca. È un gesto di rottura, un modo per dire che la reinvenzione non ha età.

Oggi, mentre spegne ottanta candeline che sembrano novecento, Cher continua a incarnare un’idea di libertà che va oltre la musica. Libertà di cambiare, di non chiedere permesso, di non farsi definire da un ruolo o da un’etichetta. La sua carriera è un viaggio attraverso stili, linguaggi e trasformazioni che pochi artisti hanno saputo affrontare con la stessa naturalezza.

Cher è un simbolo di resistenza creativa. Ha sfidato pregiudizi, stereotipi, aspettative. Ha dimostrato che una donna può reinventarsi all’infinito, che il tempo può essere un alleato se lo si affronta con coraggio e ironia. Ed è proprio questa ironia, questa capacità di prendersi sul serio e allo stesso tempo di giocare con la propria immagine, che la rende così vicina al pubblico.

Il suo ottantesimo compleanno non è un punto d’arrivo, ma un’altra tappa di un percorso che continua a sorprendere. Perché Cher non appartiene a un’epoca, ma le attraversa tutte, come una figura che sembra venire da lontano e andare ancora più lontano.






Un ricordo personale nel giorno del suo compleanno: Alberto Gaviglio, l'anima poetica della Locanda delle Fate

 


Per me, come per tanti appassionati di progressive rock, Alberto Gaviglio non è stato solo un nome, ma una presenza vivida, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscerlo e di osservarlo sul palco più volte, testimone della sua arte e della sua passione che sprigionava in ogni concerto. Vederlo imbracciare la chitarra o suonare il flauto, con quella luce negli occhi, non lasciava indifferenti.

Oggi, 25 maggio, nel giorno in cui avrebbe festeggiato il suo compleanno, ricordo Alberto Gaviglio con un misto di affetto e malinconia. La sua figura di musicista e uomo straordinario, e l'eredità che ha lasciato, rimangono centrali nel panorama del progressive rock italiano.

Gaviglio è stato uno dei fondatori e l'anima poetica di La Locanda delle Fate, storico gruppo astigiano e protagonista indiscusso di una stagione creativa irripetibile alla fine degli anni '70. Il loro album, "Forse le lucciole non si amano più", è un capolavoro intramontabile che ha segnato un'epoca e che, grazie alla sua visione, continua a risplendere nel firmamento del progressive rock.

Flautista, chitarrista e soprattutto autore di quasi tutti i testi della formazione, Gaviglio ha saputo intessere mondi sonori e lirici di rara bellezza. Sua è stata l'invenzione suggestiva delle "lucciole", una metafora di sogni e speranze che ha dato il titolo e il senso profondo all'album che li ha resi celebri.

Oltre al suo fondamentale contributo artistico, Alberto Gaviglio era anche un architetto e ha dedicato molti anni all'insegnamento presso l'Istituto d'Arte "Benedetto Alfieri" di Asti (oggi Liceo Artistico), trasmettendo la sua passione e il suo sapere alle nuove generazioni. La sua versatilità si estendeva anche al di fuori della Locanda delle Fate, come testimonia la pubblicazione del singolo "Qualcosa Resterà / Vacci Piano" nel 1981, un piccolo ma significativo tassello della sua produzione solista. 

Il suo legame con la Locanda delle Fate è rimasto indissolubile. Gaviglio ha partecipato con entusiasmo alle reunion della band, suonando ad Asti Musica nel 2010 e regalando ai fan un'ultima, memorabile performance nel concerto d'addio al Teatro Alfieri nel dicembre 2017. Ogni sua apparizione era un omaggio alla storia e all'amicizia che lo legava ai compagni di viaggio.

Il ricordo di Alberto è intriso di affetto e profonda stima da parte di chi lo ha conosciuto e ha condiviso con lui il percorso musicale. I suoi compagni di band lo descrivono come un "autore-poeta", un amico e un grande artista che ha contribuito a realizzare un sogno. Evocando la sua capacità di "inventare favole" e far "volare" le lucciole della fantasia, sottolineano come la sua figura vada ben oltre il musicista, incarnando la persona che ha reso possibile un album così apprezzato.

Nel giorno in cui avrebbe compiuto gli anni, il ricordo di Alberto Gaviglio resta vivo, un faro di creatività e sensibilità che continua a illuminare il panorama musicale italiano. La sua eredità, intrisa di sogni e melodie, resterà scolpita nel tempo, proprio come le lucciole che, grazie a lui, non smetteranno mai di amarsi.





Compie gli anni Paul Weller

 

 

Paul Weller: il Modfather della musica britannica


Il 25 maggio compie gli anni John William Weller, universalmente noto come Paul Weller, una delle figure più influenti e camaleontiche della musica britannica degli ultimi cinquant'anni. Dalla furia giovanile dei The Jam all'eleganza sofisticata dei The Style Council, fino alla sua acclamata e prolifica carriera solista, Weller ha dimostrato una capacità unica di reinventarsi pur rimanendo fedele a una distintiva "inglesità" e a una profonda passione per la musica.

Nato nel 1958 a Woking, Surrey, Paul Weller ha iniziato il suo viaggio musicale negli anni '70, fondando The Jam nel 1972. La band emerse come punta di diamante del mod revival e del punk rock britannico, distinguendosi per testi acuti che esploravano la società e la politica del Regno Unito, un sound energico e un'immagine impeccabile. Brani come "Going Underground" e "A Town Called Malice" (ispirata dal brano "Heat Wave" di Martha Reeves and The Vandellas) non erano solo successi da classifica, ma inni generazionali che catturavano lo spirito di un'epoca. Weller, in quel periodo, era già riconosciuto come un autore lirico di rara profondità e un chitarrista carismatico.

Alla fine del 1982, nel pieno del successo dei Jam, Weller sorprese il mondo sciogliendo la band per intraprendere una nuova direzione artistica con The Style Council. Questa mossa audace rivelò la sua irrequietezza creativa e il desiderio di esplorare orizzonti musicali più ampi. Con The Style Council, insieme al tastierista Mick Talbot, Weller si immerse in sonorità che spaziavano dal soul al jazz, dal pop sofisticato all'hip-hop e al R&B. Album come Café Bleu e Our Favourite Shop mostravano una sensibilità musicale raffinata e una scrittura che manteneva la sua acutezza sociale, ma con un tocco più agrodolce e introspettivo. Il cambiamento stilistico fu notevole e dimostrò la versatilità di Weller come compositore e arrangiatore.


Dopo lo scioglimento dei The Style Council nel 1989, Weller ha intrapreso una carriera solista che si è rivelata la più longeva e, per molti critici, la più ricca del suo percorso.

Il suo debutto solista nel 1992, seguito da Wild Wood (1993) e Stanley Road (1995), lo ha visto riabbracciare sonorità rock e folk con influenze soul, consolidando la sua reputazione come uno dei più grandi cantautori britannici. La sua musica ha continuato a evolvere, spaziando da arrangiamenti orchestrali a sonorità più sperimentali, ma sempre con la sua voce distintiva e un'autenticità che lo ha reso un punto di riferimento per intere generazioni di artisti, in particolare per la scena Britpop degli anni '90 che lo ha acclamato come il "Modfather".

Paul Weller non è solo un musicista; è un'icona culturale, un simbolo di integrità artistica e di costante ricerca. La sua carriera è un testamento alla capacità di adattarsi e crescere, rifiutando di rimanere confinato in un unico genere o immagine. Con una discografia impressionante e una passione inalterata per l'esibizione dal vivo, Weller continua a essere una forza vitale nella musica contemporanea, ispirando fan e colleghi con ogni nuova uscita.

Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo gli anni di Paul Weller, ma la sua ineguagliabile influenza e il suo straordinario contributo al patrimonio musicale mondiale. La sua musica è un viaggio attraverso il tempo, un'esplorazione costante di suoni e significati che lo rende un artista senza tempo.

Tanti auguri, Paul Weller!





domenica 24 maggio 2026

Delirium: per i 55 anni di attività un nuovo album e d un concerto (con la Fungus Family) al Teatro Govi di Genova (22-5-26)-Un piccolo resoconto

 

Il 22 maggio 2026, il Teatro Govi ha accolto una serata speciale, costruita per celebrare i cinquantacinque anni di attività dei Delirium, una storia che attraversa generazioni e continua a rinnovarsi senza perdere la propria identità. Un pubblico numeroso, fatto di amici, appassionati e volti familiari, ha riempito la sala con quell’attenzione affettuosa che si riserva alle occasioni importanti.

L’evento aveva un valore doppio: la festa per un traguardo che pochi gruppi possono vantare e la presentazione ufficiale del nuovo album, “Sesta Strada Lungo il Tempo”, un lavoro che approfondirò molto presto in un’intervista dedicata e in una recensione specifica. Qui resta il suo debutto dal vivo, inserito nel flusso naturale di una serata pensata per raccontare un percorso lungo mezzo secolo.

A introdurre il concerto è stata una giovane presentatrice, che ha ripercorso la storia della band con leggerezza e rispetto. Più volte, durante la serata, è affiorato il nome di Mauro La Luce, paroliere storico scomparso da pochi mesi, presenza discreta e fondamentale nella loro poetica. Il suo ricordo ha attraversato la sala unendo passato e presente.

Prima di arrivare ai Delirium, la serata ha portato sul palco la Fungus Family, che ha aperto la serata con un set solido e coinvolgente, mostrando una band in piena trasformazione. Il percorso, guidato da Dorian Deminstrel e Carlo Barreca, cuore fondativo del progetto, sta portando il gruppo verso un linguaggio più diretto e incisivo, come dimostra La Morte del Sole, l’ultimo album che segna un passaggio netto rispetto alle radici più visionarie degli esordi.

Le atmosfere psichedeliche e prog restano riconoscibili, ma oggi si intrecciano con un suono più asciutto, una scrittura più concreta e l’uso dell’italiano che aggiunge una diversa intensità espressiva. Non è un paragone con il passato ma solo il sottolineare un cambiamento, che lo stesso Dorian ha raccontato dal palco. Dal vivo questa evoluzione funziona, perché la band appare compatta, attenta alle dinamiche, capace di alternare tensione e aperture melodiche senza perdere fluidità.

Il pubblico ha colto subito questa energia nuova e ha risposto con calore. Un bel momento è arrivato verso la fine, quando Mauro Serpe (Panther & C.) si è aggregato alla formazione, portando il suo flauto dentro il tessuto sonoro con naturalezza, ampliando il respiro melodico e creando un ponte ideale con la tradizione prog ligure.

Nel complesso, la Fungus Family ha m offerto un’apertura intensa e coerente, perfetta per introdurre la serata dedicata ai Delirium.

Delirium – 55 anni di storia

La sala del Teatro Govi era gremita, con molti amici presenti e quell’atmosfera speciale che si crea quando una band non è solo un gruppo musicale, ma una parte viva della storia di una città. I Delirium sono questo per Genova: un’istituzione, un punto di riferimento, un pezzo di memoria collettiva che continua a rinnovarsi senza perdere identità.

Il concerto ha ripercorso musicalmente l’intero arco della loro produzione, riportando sul palco brani storici tratti dai vecchi album, quei passaggi che hanno segnato la loro evoluzione e che il pubblico riconosce fin dalle prime note. È stato un viaggio attraverso le diverse stagioni della band, dalle radici più progressive alle svolte più melodiche, con quella capacità tutta loro di far convivere poesia, teatralità e tensione musicale.

Accanto a questo percorso, la serata ha ospitato anche la presentazione ufficiale del nuovo album, “Sesta Strada Lungo il Tempo”, che approfondirò presto in un’intervista dedicata e in una recensione specifica. Qui resta il suo debutto dal vivo, inserito nel flusso naturale di una celebrazione che guardava avanti senza dimenticare ciò che l’ha resa possibile.


La formazione sul palco era quella attuale, completa e affiatata:

Ettore Vigo – tastiere, cori

Martin Grice – fiati, cori

Fabio Chighini – basso, voci

Alessandro Corvaglia – voce solista, tastiere aggiuntive, chitarra acustica, cori

Michele Cusato – chitarre, cori

Enrico Tixi – batteria, percussioni, cori

Con la presenza di Alice Vigo in un brano

Ettore Vigo, unico presente alla storica performance sanremese di Jesahel, ha portato sul palco la sua consueta eleganza musicale; Martin Grice, inglese ormai genovese d’adozione, ha intrecciato fiati e colori melodici con la naturalezza di chi vive questa storia dall’interno. La sezione ritmica, con Chighini e Tixi, ha dato solidità e dinamica, mentre Corvaglia e Cusato hanno aggiunto intensità vocale e timbrica.

A impreziosire la serata, un intervento del coro di Sant’Olcese, ospite per un momento particolarmente suggestivo che ha ampliato il respiro collettivo del concerto.

Il sound è stato potente, curato, attento alle sfumature. Una concentrazione necessaria soprattutto per affrontare la lunga suite di apertura del nuovo album, Schiavo della viltà, ventidue minuti che richiedono equilibrio, ascolto reciproco e una tenuta espressiva non comune. La band ha mostrato una padronanza totale del materiale, alternando passaggi di virtuosismo a momenti più narrativi, con un coinvolgimento crescente del pubblico.

Il culmine emotivo è arrivato con l’ultimo brano, il loro manifesto: Jesahel. La sala si è alzata in piedi, trasformando il teatro in un unico coro. È il momento che ho scelto di allegare a questo reportage, pur sapendo che il video, girato da lontano e con un cellulare, ha solo il valore semplice e affettuoso di un ricordo. Ma è proprio questo che conta: la partecipazione, la voce condivisa, l’energia che attraversa le generazioni.

Che dire, i Delirium sono tornati, e lo hanno fatto con la forza tranquilla di chi sa ancora parlare al proprio pubblico senza bisogno di effetti. Ma vale la pena tenere d’occhio anche la Fungus Family, perché nelle loro proposte si avverte quella qualità che il mainstream non riesce più a donarci, una libertà che nasce dal basso e cresce solo quando la musica resta viva, curiosa, in movimento.




Paul McCartney nella Piazza Rossa, 24 Maggio 2003


Paul McCartney, Piazza Rossa, Mosca, 24 maggio 2003

Il Moscov Times ci scherzò sopra, parlando della nuova sigla artistica Lenin-McCartney.
Nel 2003, i due vecchi rivoluzionari, Lenin e Lennon, se n’erano ormai andati ed era scomparsa anche l’Unione Sovietica cantata da McCartney in “Back in the USSR” durante gli anni della guerra fredda .
Vivi e vegeti sembravano invece essere i Beatles, al cui repertorio McCartney attinse ampiamente durante il suo primo concerto in terra russa.

Da anni volevo suonare in Russia, ma con i comunisti al potere non avevo mai potuto farlo”, spiegò McCartney nell’annunciare il concerto. “Non ci sono mai stato neppure da turista, quindi trovo esaltante la prospettiva di suonare Back in the USSR e tante altre canzoni davanti a gente che credo non veda l’ora di ascoltarle”.

Per quanto non ufficialmente proibiti, nella vecchia Unione Sovietica i dischi dei Beatles erano molto difficili da reperire. Solo nel 1988, quando le relazioni con l’Occidente avevano cominciato a sgretolarsi, McCartney poté pubblicare per il mercato russo Choba B CCCP  (ovvero Back in the USSR), una raccolta di classici del rock and roll.
La passione di McCartney per la Russia e la sua gente venne ricompensata il 24 maggio 2003, quando una folla di ventimila persone si radunò nella Piazza Rossa per una delle ultime date della lunga tournèe mondiale dell’ex Beatle. Grida di “Will love you, Paul”, riempirono l’aria a pochi metri dalle tombe di Lenin e Stalin.
Inutile dire che un simile accostamento fra sacro e profano aveva suscitato qualche polemica.
Prima del concerto McCartney si era recato al Cremlino per un colloquio privato col presidente russo Vladimir Putin, il quale gli aveva confidato che i Beatles erano stati “ un soffio d’aria fresca, una finestra aperta sul mondo”. Poiché Putin non avrebbe potuto essere presente al concerto serale, “Macca” improvvisò una versione di Let It Be, poi spiegò che era bello poter essere in una terra così piena di spiritualità: ” Ho sempre immaginato che la gente di qui avesse un cuore grande. Ora so che è vero”.

Ma McCartney aveva alle spalle una parete piena di grandi schermi su cui scorrevano immagini dell’epoca d’oro dei Beatles. Aprì il concerto sulle note di “Hello Goodbye” e lo chiuse, una trentina di canzoni dopo, con un medley di “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “The End”.
Suonò anche “Back in the USSR”. Due volte.

(Mark Paytress-"Io c'ero")








sabato 23 maggio 2026

L’ultimo soffio di Dick Parry

 


Dick Parry se n’è andato a 83 anni, lasciando dietro di sé un suono che ha attraversato generazioni. Non era “Dick Party”, come talvolta capita di leggere per errore: il suo nome era Dick Parry, sassofonista britannico legato indissolubilmente ai Pink Floyd e a una stagione irripetibile della musica rock.

Parry apparteneva a quella categoria rara di strumentisti che non hanno bisogno di stare al centro del palco per diventare fondamentali. Il suo sax creava un’atmosfera, una voce parallela a quella della chitarra di David Gilmour, capace di rendere i brani dei Pink Floyd più profondi, più umani, più cinematografici.

Le sue frasi in Money, Us and Them, Shine On You Crazy Diamond e Wish You Were Here sono entrate nella memoria collettiva come elementi strutturali del linguaggio della band.

La notizia della morte è arrivata da David Gilmour, con poche parole, intime e asciutte: “Il mio caro amico Dick Parry è morto questa mattina.”

Un legame nato quando entrambi avevano diciassette anni, molto prima della fama, molto prima dei palchi immensi. Parry e Gilmour avevano suonato insieme in varie formazioni locali di Cambridge, e fu proprio Gilmour a portarlo in studio con i Pink Floyd nei primi anni Settanta.

Parry non era un membro ufficiale della band, ma la sua presenza è stata determinante in momenti cruciali:

The Dark Side of the Moon (1973) - dove il suo sax diventa parte dell’identità stessa dell’album.

Wish You Were Here (1975) - contributi eleganti, intensi, riconoscibili.

The Division Bell (1994) e Pulse (1995) - il ritorno, ormai come firma sonora consolidata.

Live 8 (2005) - una delle ultime apparizioni con la band, in un momento storico. 

Oltre ai Pink Floyd, Parry ha collaborato con artisti come John Entwistle, Rory Gallagher, Bonzo Dog Band, Violent Femmes e persino con gli Who nei tour del 1979 e 1980.

Gilmour lo ha ricordato parlando di un tocco inconfondibile, di una “firma di enorme bellezza conosciuta da milioni di persone”. Ed è forse questo il modo più giusto per salutarlo: non con la retorica, ma con la consapevolezza che certe voci non scompaiono, ma restano sospese, come un assolo che continua a vivere anche quando la band ha già smesso di suonare.








venerdì 22 maggio 2026

Buon Compleanno a Morrissey, la voce indelebile di un'era musicale

 


Il compleanno di Morrissey, la voce iconica che ha segnato la musica con i The Smiths e da solista, esplorando malinconia e ironia


Il 22 maggio segna il compleanno di Steven Patrick Morrissey, universalmente noto come Morrissey, una delle figure più singolari, controverse e influenti nella storia della musica britannica.

Con una carriera che spazia per oltre quattro decenni, Morrissey ha lasciato un'impronta indelebile, prima come frontman dei leggendari The Smiths e poi come artista solista.

Morrissey è celebrato per la sua lirica incisiva, poetica e spesso pungente, che ha affrontato temi universali come la solitudine, l'alienazione, la malinconia, la critica sociale e la sessualità in modi che raramente erano stati esplorati nella musica pop e rock. Con gli Smiths, ha co-scritto brani che sono diventati inni per una generazione, come "There Is a Light That Never Goes Out", "This Charming Man" e "How Soon Is Now?". La sua capacità di trasformare l'angoscia giovanile e le osservazioni quotidiane in poesia cantata ha creato un legame profondo e duraturo con il suo pubblico.

La sua presenza scenica, spesso definita teatrale e drammatica, e il suo stile vocale distintivo – un baritono risonante capace di esprimere una vasta gamma di emozioni, dalla vulnerabilità all'ironia – hanno contribuito a renderlo un'icona riconoscibile. Lontano dalle figure rock stereotipate, Morrissey ha coltivato un'immagine intellettuale e anticonformista, influenzando non solo la musica ma anche la moda e il pensiero di molti.

Come artista solista, Morrissey ha continuato a produrre album di successo e tour mondiali, mantenendo la sua cifra stilistica pur esplorando nuove sonorità. Album come Viva Hate, Bona Drag e You Are the Quarry hanno dimostrato la sua capacità di evolversi pur rimanendo fedele alla sua visione artistica.

Nonostante le polemiche che hanno occasionalmente circondato le sue dichiarazioni pubbliche, l'impatto di Morrissey sulla musica e sulla cultura rimane innegabile. Ha ispirato innumerevoli band, scrittori e artisti, dimostrando che la musica può essere un veicolo potente per la riflessione intellettuale e l'espressione emotiva profonda. La sua voce ha dato forma a sentimenti e pensieri che molti provavano ma non sapevano come articolare.

Oggi, mentre Morrissey festeggia il suo compleanno, celebriamo il suo genio artistico e la sua influenza duratura. La sua musica continua a parlare a chiunque cerchi profondità, onestà e una voce unica nel panorama musicale.







giovedì 21 maggio 2026

L’ultimo brindisi di Keith Richards: quella volta che portò il legame paterno "nel sangue"



Se dovessimo compilare una lista delle persone che hanno vissuto più vite in una sola, Keith Richards sarebbe senza dubbio in cima. Il chitarrista dei Rolling Stones non è solo un monumento vivente al rock 'n' roll, ma è anche il protagonista di alcuni degli aneddoti più incredibili della storia della musica. Eppure, tra trasfusioni di sangue leggendarie e cadute dagli alberi di cocco, ce n’è uno che supera tutti per audacia e assurdità: il giorno in cui decise di "inalare" le ceneri di suo padre.

Tutto ha inizio nel 2002, quando Bert Richards, il padre di Keith, scompare all'età di 84 anni. Tra i due, dopo anni di silenzio e lontananza, si era creato un legame fortissimo negli ultimi tempi, fatto di complicità e di quel tipo di affetto ruvido che solo certi uomini sanno scambiarsi. Quando arrivò il momento di dirgli addio definitivamente, Keith decise di piantare una quercia nella sua proprietà, con l'idea di spargere le ceneri del genitore ai piedi dell'albero per nutrirne le radici.

Ma è qui che la realtà supera la finzione. Mentre Keith apriva l’urna, una sottile scia di polvere finì sul tavolo. In quel momento, il chitarrista si trovò davanti a un dilemma: pulire con uno straccio quello che tecnicamente era suo padre, oppure trovare un modo più "onorevole" per non sprecare nemmeno un briciolo di quell'essenza.

Come ha raccontato lui stesso con la sua inimitabile voce roca, decise che non poteva semplicemente spazzare via Bert. Così, quasi per istinto, stese una riga di cocaina, ci mescolò sopra quella manciata di ceneri e... beh, fece quello che Keith Richards sapeva fare meglio.

Quando la notizia venne fuori anni dopo, durante un’intervista esplosiva a NME, il mondo rimase a bocca aperta. Molti pensarono a una delle sue solite provocazioni, a una boutade lanciata per alimentare il mito dell'immortale pirata del rock. Persino il suo ufficio stampa cercò freneticamente di ritrattare, parlando di uno scherzo mal interpretato. Ma Keith, fedele a sé stesso, non fece mai marcia indietro. Nella sua autobiografia Life, ha confermato ogni dettaglio, descrivendo il gesto non come un atto di follia, ma come un rituale intimo, un modo per tenere il padre dentro di sé, letteralmente, per un ultimo viaggio insieme.

Oggi quella quercia nel Sussex è alta e robusta, cresciuta sul resto delle ceneri di Bert. E Keith, dal canto suo, continua a sorridere al mondo con quel ghigno di chi sa di aver infranto ogni tabù possibile, trasformando persino il lutto in una performance leggendaria. In fondo, se sei Keith Richards, anche un addio può diventare la storia più rock 'n' roll di sempre.




mercoledì 20 maggio 2026

DECEPTION STORE – Osmosis (Ma.Ra.Cash Records, 2026)-Intervista all'autore

 

Cinque anni dopo Pindaric Flights, Marco Pantozzi torna con Osmosis, un lavoro che segna un passaggio netto nella storia di Deception Store, il progetto dell’autore. Non solo per la scelta dell’italiano al posto dell’inglese, ma soprattutto per l’allargamento del raggio creativo: un disco nato in Emilia, dentro l’Elfo Studio Recording di Alberto Callegari, e costruito insieme a una squadra di musicisti che appartengono alla storia recente del prog italiano. Pubblicato da Ma.Ra.Cash Records, il progetto trova nell’“osmosi” evocata dal titolo la sua forma più concreta: una circolazione continua di sensibilità, stili, esperienze, che porta il progetto a un livello di maturità superiore.

Il soft‑prog di Pantozzi si apre a un ventaglio più ampio di riferimenti: il sinfonismo melodico, l’ambient strumentale, un certo pop cantautorale che emerge nei brani più narrativi. L’autore stesso parla di una predisposizione naturale a muoversi tra generi diversi, e il disco lo conferma: Osmosis è un lavoro vario, ma non dispersivo, perché tenuto insieme da un immaginario coerente fatto di fuga, rinascita, introspezione e disincanto.

L’avvio strumentale di Behind the Window stabilisce subito il tono: un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, che prepara il terreno a Mare Tranquillitatis, uno dei brani più emblematici del disco. Qui la scrittura ridotta all’essenziale lascia spazio a un lavoro strumentale che richiama la scuola floydiana, con un flauto che aggiunge un tocco di lirismo inatteso. È uno dei punti in cui l’apporto di Vincenzo Ricca si sente con maggiore evidenza.

Partire è invece il volto più immediato e cantautorale del progetto: un brano costruito su un’idea melodica forte, sostenuto da un arrangiamento pulito e da un testo che parla di movimento, desiderio di cambiamento, leggerezza ritrovata. È uno dei pezzi inediti che meglio rappresentano la nuova direzione di Pantozzi.

Con Fantasie Pindariche si entra in un territorio più visionario, quasi un ponte con il passato: il remake esteso di Human Odyssey mantiene l’impronta originaria ma la amplia, la rende più solida, più definita. La sezione ritmica di Riccardo Dallagiovanna e Nicolò Magistrali dà al brano un respiro moderno, mentre i cori di Claudia “Claire” Ursino aggiungono un tocco di teatralità.

Arrendersi mai è uno dei momenti più autobiografici del disco. Pantozzi lo descrive come un dialogo immaginario tra padre e figlio, e la canzone funziona proprio per questa sua sincerità: un invito a non rinunciare al cambiamento, anche quando sembra tardi. Il duetto con Luca Albertazzi amplifica il senso di racconto generazionale.

Il cuore concettuale del disco è L’Emporio dell’Inganno, remake profondo di One More Time. Qui il tema della dipendenza dal gioco d’azzardo diventa metafora ampia degli inganni quotidiani: “luoghi o situazioni ove ci vengano offerti sogni e illusioni, venduteci per opportunità”, come recita il booklet. Il brano è uno dei più riusciti per equilibrio tra testo, arrangiamento e interpretazione.

La parte finale del disco alterna due strumentali - Norwegian Fjord e Panta Rei - che mostrano la predilezione dell’autore per la musica evocativa, e due brani più intimi: La risposta a tutto, costruito su un crescendo emotivo molto ben calibrato, e Raccontami di te, duetto con Arianna Caviati che chiude il disco con una malinconia luminosa.

Nel complesso Osmosis è un lavoro maturo, curato, ricco di dettagli e di partecipazioni di grande livello. Non è un disco che cerca la complessità fine a sé stessa, ma punta piuttosto alla chiarezza emotiva, alla costruzione di atmosfere, alla fusione di linguaggi diversi. È un progetto personale che diventa collettivo senza perdere identità, e questo è forse il suo risultato più convincente.

L’intervista integrale a Marco Pantozzi, che pubblico a seguire, permette di entrare ancora più a fondo nelle motivazioni, nelle scelte e nelle storie che hanno portato alla nascita del disco.

 

Crediti

Musica e testi di Marco Pantozzi, con contributi di Max Repetti (3), Vincenzo Ricca (7), Mike Frajria (8–10).

Registrato all’Elfo Studio Recording di Tavernago (PC).

Mix & mastering: Alberto Callegari.

Etichetta: Ma.Ra.Cash Records.

Voci: Marco Pantozzi, Luca Albertazzi, Arianna Caviati, Daniela Scarlatti

Chitarre: Gian Marco Mento, Mike Frajria

Piano & Tastiere: Vincenzo Ricca, Max Repetti, Joe Chiericati, Marco Pantozzi, Claudio Buraglio

Basso: Nicolò Magistrali, Tiziano Boccellari

Batteria: Gigi Cavalli Cocchi, Riccardo Dallagiovanna, Max Ghioni Flauto traverso: Lorenzo Trecordi

Cori: Claudia “Claire” Ursino 


Tracklist

1.   Behind the Window (strum.)

2.   Mare Tranquillitatis

3.   Partire

4.   Fantasie Pindariche

5.   Arrendersi mai

6.   L’Emporio dell’Inganno

7.   Norwegian Fjord (strum.)

8.   Panta Rei

9.   La risposta a tutto

10.                 Raccontami di te


IL PENSIERO DELL'AUTORE...


“Osmosis” nasce dall’incontro di sensibilità diverse. Quando hai capito che questo disco non sarebbe stato solo un progetto solista, ma un vero processo di osmosi artistica?

“Deception Store” nasce come un mio progetto personale, ma è ovviamente condizionato ed arricchito dai musicisti che di volta in volta mi è capitato di coinvolgere. Se nella mia opera prima ho lavorato con soli professionisti della mia città, Merano, nel caso di “Osmosis” ho allargato il raggio di azione, trovando l’intesa e il giusto feeling con molti altri musicisti conosciuti in studio a Piacenza (come Max Repetti e Gianmarco Mento) o tramite contatti personali di vecchia data, che mi hanno onorato della loro partecipazione: Gigi Cavalli Cocchi e Vincenzo Ricca.
Estendere la mia visione ad altri musicisti, ognuno con il proprio immaginario e la propria sensibilità, ha dato vita ad un risultato che è andato oltre le mie iniziali aspettative.

Nel booklet parli di una “ineluttabile osmosi musicale”. Cosa significa per te mettere insieme musicisti così diversi, e come cambia la tua scrittura quando sai che la interpreteranno mani e teste differenti?

A livello di scrittura, in vero, non molto: a parte due brani che sono stati poi co-firmati da Ricca e Repetti nella parte musicale proprio per il loro grande apporto creativo prodotto a livello di arrangiamento, la maggior parte dei pezzi sono stati da me composti prima di entrare in studio. L’Osmosi, qui, non è però soltanto dovuta alle tante e diverse anime musicali coinvolte, ma anche alla mia personale inclinazione verso generi piuttosto diversi (penso al progressive Rock più melodico e sinfonico, alla Pink Floyd, per intenderci) ma anche alla New Age / Ambient strumentale, per finire al cantautorato Pop più all’italiana: è anche questa mia molteplice predisposizione che ha generato quell’inevitabile Mix di cui parlo nel booklet.

In “Pindaric Flights” cantavi in inglese, mentre per “Osmosis” hai  scelto l’italiano. Cosa ti ha spinto a cambiare lingua e come ha influenzato il modo in cui costruisci immagini, ritmo e melodia?

Come tutti sappiamo, l’inglese è certamente lingua più adatta al Rock, ma oltre alla oggettiva difficoltà di scrivere testi in una lingua diversa dalla propria, ho sentito qui l’esigenza di esprimermi senza barriere, abbracciando anche un po’ la sfida di cercare una buona resa dell’italiano nei pezzi sulla carta meno adatti alla nostra lingua. Inoltre, mi risulta che agli stranieri, che è il target cui più mi rivolgo vista la distribuzione internazionale del disco stampato da Ma.ra.cash Records, piace sentir cantare in italiano.

Molti brani del disco sembrano raccontare un viaggio interiore, tra fuga, rinascita e disincanto. Qual è il filo emotivo che lega queste storie e quanto c’è di autobiografico?

Di autobiografico effettivamente c’è molto e, correttamente, il tema della fuga e della rinascita è ricorrente in questo disco, così come anche in parte del primo. L’origine di ciò risiede senz’altro nel mio vissuto antecedente al momento in cui ho cominciato seriamente a fare musica. Avendo fatto dapprima studi umanistici, e poi laureatomi in Giurisprudenza, sono stato inevitabilmente risucchiato in una vita fatta di regole, burocrazia e tanti uffici dalle luci al neon che, per quanto degna di massimo rispetto, non ho mai sentito mia fino in fondo. Si può dire probabilmente che la mia passione per le Arti in generale, e per la Musica in particolare, siano state una mia naturale reazione ad un lavoro molto poco creativo e rigido, dentro al quale mi sentivo ingabbiato. Il brano “Arrendersi mai” è l’esatta fotografia di quanto descritto, sviluppato mediante un immaginario dialogo tra padre e figlio, in cui è il secondo a spronare il genitore a non pensare mai che sia troppo tardi per un cambiamento anche radicale della propria condizione, all’inseguimento dei propri sogni.

Hai lavorato con figure importanti del prog italiano: Cavalli Cocchi, Ricca, Repetti, Frajria. Cosa hai imparato da ciascuno di loro e come hanno trasformato il suono del disco?

La fortuna di poter lavorare con dei veri mostri sacri come Gigi, Vincenzo e Max, per me in definitiva solo poco più che amatore, è stata davvero un’esperienza eccezionale. La professionalità, la meticolosità ed anche la loro grande attenzione a quanto io ricercassi sono state un vero regalo. A sentirli suonare la mia musica mi sono sentito un po’ matricola all’Università e un po’ bimbo felice al Luna Park! Il risultato finale di un disco - dal sound al “tiro”, all’atmosfera generale - non è mai predefinibile né ipotizzabile al 100%: al contrario, il processo di genesi è una alchimia di situazioni, visioni ed estro anche del momento, di tutti i musicisti, che può anche non concretizzarsi in pieno in quanto sperato o immaginato in partenza. Quando invece ciò accade o, come in questo caso, va pure oltre l’aspettativa, la soddisfazione, insieme alla gratitudine, non possono essere che massime.

“L’Emporio dell’Inganno” è uno dei brani più narrativi e simbolici. Da dove nasce quell’immagine e cosa rappresenta oggi per te l’idea di “inganno”?

Questo brano mi è in effetti caro (già contenuto in “Pindaric Flights”, seppur in versione meno estesa) ed è quello che ha dato il nome al mio intero progetto, cinque anni fa. Nello specifico della canzone, il luogo che vende illusioni ed inganni è la sala giochi, dove uomini e donne diventano poco a poco le ombre di sé stesse, rincorrendo la chimera della ricchezza e del successo. È il tema drammatico, e purtroppo più che mai attuale, della dipendenza da Gioco d’Azzardo Patologico (GAP, o molto impropriamente chiamato anche ludopatia), che io ho imparato a conoscere bene, avendo lavorato in una struttura ONLUS che si occupa di recupero e trattamento delle dipendenze comportamentali compulsive. Lì ho toccato con mano tante storie di persone disperate, che mi hanno in vero molto segnato. È il racconto di chi va perdendo i propri affetti e la propria libertà, per rinchiudersi sempre più in una prigione fatta di illusioni e solitudine, rincorrendo vani sogni di ricchezza e rovinando, in definitiva, la propria vita. Ma in verità, di luoghi o situazioni del nostro quotidiano in cui ci vengono propinati inganni spacciati per opportunità, siamo circondati: dalle pubblicità truffaldine alle false promesse e narrazioni dei politici, dagli oroscopi del giorno (enunciati con millantata autorevolezza ogni santo giorno pure sulla TV pubblica) agli amori traditi. Per non parlare, oggigiorno, delle masse oceaniche di balle create dalle fake news, dai Deepfake o dai Video AI stupidi ed inutili che ci ammorbano sui social.

In “Partire" e "Arrendersi mai” emerge un’energia quasi cinematografica. Come costruisci la drammaturgia dei tuoi brani? Parti dal testo, dalla musica o da un’immagine?

Salvo rari casi, parto sempre dalla Musica: nell’anima mi sento senz’altro più musicista che paroliere e nello sviluppo dei testi, a volte, mi lascio anche volentieri aiutare, come è stato qui con l’amico autore e gran chitarrista Mike Frajria, mio primo mentore, che ha scritto e arrangiato con me due brani: “Panta Rei” e “Raccontami di te”.  Da amante viscerale dei Floyd, fin da quando ero un ragazzino, credo di avere nel mio Dna musicale la ricerca del momento emozionale, dell’epica, sublimata dai cori e dagli assoli, per cui è probabilmente questo il mio primo fine ultimo, piuttosto che la lirica più o meno poetica, che pur nella forma canzone rimane certo importante. C’è comunque da dire che, spesso, alcune parole chiave di un brano, o il titolo, sorgono già in fase di primissima creazione dello stesso, risuonando in testa mentre si prova: è una sorta di genesi spontanea, un po’ misteriosa e un po’ magica, se vogliamo, per cui la fonetica, o la metrica di una o più parole si radicano talmente bene da venir mantenute fino alla fine, costituendo spunto, a volte, anche per l’intera tematica letteraria del pezzo.

Il disco alterna brani cantati e strumentali. Che ruolo hanno per te i pezzi senza voce e cosa riescono a dire che le parole non possono?

Amo la musica strumentale; è probabilmente la sua forma più pura. Ho amato Morricone e sono un fan di Eric Serra, autore francese di Soundtrack. E dalla musica Classica, in fondo, siamo tutti un po’ partiti. Riuscire ad evocare immagini e atmosfere senza ricorrere alla suggestione forzata delle parole (al netto del titolo) è senz’altro esercizio tanto complesso quanto stimolante. Per i due brani strumentali di “Osmosis” ho trovato poi in Vincenzo Ricca uno straordinario arrangiatore, che ha riversato la sua grandissima esperienza di autore di colonne sonore e musica per documentari. Posso anche aggiungere che la mia predilezione per le parti strumentali si denota anche in altri brani della mia produzione, in cui la parte cantata è ridotta in effetti all’essenziale, come in “Mare Tranquillitatis” o “Panta Rei”, o in “Lifetime" del mio primo Album.

“Osmosis” è un lavoro molto ricco, ma anche molto personale. Qual è stato il momento più complesso della produzione e quale invece quello in cui hai capito che il disco “funzionava”?

L’idea del disco mi è venuta strada facendo, man mano che si aggiungevano brani da lavorare. Ho cominciato col rifare completamente, e in italiano, due pezzi di “Pindaric Flights” che pensavo potessero esprimere ancor più forza di quanto fosse stato in inglese; quando li ho realizzati in studio (all’Elfo Studio di Alberto Callegari) li ho trovati così centrati che mi è venuta voglia di proseguire, producendo e sviluppando in seguito altre vecchie idee e demo che avevo nel cassetto e nel contempo scrivendo delle cose nuove: sono arrivato così ad ottenere del materiale sufficiente per un nuovo CD, che è vario dal punto di vista della scrittura anche perché avvenuta nell’arco di tempi diversi. Momenti particolarmente complessi direi che non ce ne siano stati: potrei  semmai parlare della mia costante inquietudine di artista nella perenne ricerca della cosa più valida, della soluzione più bella, in mezzo a mille altre possibili: quando hai infinite soluzioni da scegliere a volte capita di venir affascinati da più proposte e di non saper bene quale scegliere, a scapito dei tempi di realizzo o a rischio di una visione globale meno definita di quanto sarebbe auspicabile avere.

Guardando avanti, che direzione immagini per “Deception Store”? Continuerai a esplorare questa commistione di generi o senti che il prossimo passo sarà diverso?

La voglia di far musica, di condividerne la fase produttiva con altri musicisti ed infine di proporla ad un pubblico attento quale è quello degli appassionati del Prog è ancora tanta e credo che tale resterà. I terreni d’azione di Deception Store credo rimarranno comunque all’interno di questa terna di generi appena sperimentata, forse con un maggior spostamento verso il Pop cantautorale, primo genere con cui mi sono cimentato e di cui ho ancora diverso materiale. Posso dire che ultimamente mi sto parecchio divertendo con l’Intelligenza Artificiale generativa, che se saputa usare con criterio, e non come fine a sé stesso, risulta essere davvero di notevole contributo per idee e arrangiamenti da riprendere poi in Studio: è questo, forse, l’unico Inganno dell’Emporio che trovo accettabile.