mercoledì 6 maggio 2026

L'anima rock 'n' roll con radici folk: Bob Seger, il poeta della working class, compie gli anni

 


Mentre il folk americano degli anni '60 si faceva portavoce di ideali di cambiamento sociale e di un ritorno alle radici della tradizione musicale, un fermento parallelo covava nel cuore industriale del Midwest. Da Ann Arbor, Michigan, emergeva una voce roca e potente, un cantautore destinato a diventare la colonna sonora della classe operaia americana: Bob Seger. Sebbene la sua carriera sia indissolubilmente legata al rock 'n' roll muscoloso e alle ballate anthemiche, le fondamenta della sua narrazione affondano profondamente nel terreno fertile del folk, raccontando storie di vita quotidiana, di sogni modesti e di resilienza di fronte alle avversità.

Robert Clark Seger nacque il 6 maggio 1945, in un periodo di trasformazione per l'America. Crescendo nel Michigan, un'area fortemente influenzata dall'industria automobilistica, Seger fu testimone diretto delle gioie e delle difficoltà della vita della classe lavoratrice. Questa realtà divenne il nucleo pulsante della sua poetica. Le sue prime influenze musicali spaziavano dal rock and roll pionieristico di Elvis Presley e Chuck Berry al soul graffiante di James Brown, ma nel suo approccio narrativo si percepiva un'eco delle ballate folk tradizionali, quelle che narravano storie di gente comune e delle loro lotte.

Negli anni '60, mentre artisti come Bob Dylan e Joan Baez dominavano la scena folk con le loro canzoni di protesta e introspezione sociale, Seger iniziava il suo percorso musicale con band locali come i The Decibels e i The Town Criers. Già in queste prime fasi, la sua capacità di osservare e trasmettere le emozioni della vita ordinaria era evidente. Sebbene il suono fosse più orientato al garage rock e al rhythm and blues, i testi spesso riflettevano le preoccupazioni e le aspirazioni della gente che lo circondava.

Con la formazione dei The Silver Bullet Band nei primi anni '70, il suono di Seger si definì in maniera più netta, unendo la potenza del rock con la sua innata capacità di storytelling. Canzoni come "Turn the Page" (1973) non erano semplici rock ballad; erano narrazioni crude e malinconiche sulla vita on the road di un musicista, con una vulnerabilità che richiamava la sincerità del folk. Allo stesso modo, brani come "Night Moves" (1976) e "Mainstreet" (1977) dipingevano vividi ritratti di giovinezza, di amori fugaci e del desiderio di evasione, temi universali che risuonavano con l'autenticità delle migliori ballate popolari.

Anche quando il suo sound divenne più robusto e orientato all'arena rock con successi come "Old Time Rock and Roll" e "Like a Rock", la sua attenzione per i dettagli della vita quotidiana e la sua empatia per le persone comuni rimasero costanti. Le sue canzoni celebravano la dignità del lavoro, la forza della comunità e la persistenza dello spirito umano di fronte alle sfide. In questo senso, Bob Seger si poneva come un moderno cantastorie folk, utilizzando il linguaggio del rock per raggiungere un pubblico vastissimo, ma mantenendo intatta la sua capacità di connettersi con le esperienze più genuine e universali.

La sua musica, pur non etichettata come folk, condivide con essa l'anima narrativa e l'attenzione per le storie umane. Bob Seger ha saputo elevare le vite ordinarie a materia poetica, proprio come i cantautori folk hanno sempre fatto, ma con la potenza e l'energia di un'era musicale in evoluzione. Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo un'icona del rock, ma anche un narratore che ha saputo dare voce al cuore pulsante dell'America popolare, un erede spirituale, seppur in chiave rock, della tradizione del folk storytelling.



martedì 5 maggio 2026

ZAT – Dieci come Sette

 


ZAT – Dieci come Sette


La mia “carriera” di recensore iniziò molti anni fa con un paio di entità musicali, i Delirium e Giorgio C. Neri, che nel 2009 propose il suo progetto Logos. Negli anni successivi ebbi occasione di assistere a un paio di sue performance dal vivo, poi il silenzio, un’assenza lunga, quasi sospesa. L’ho ritrovato solo di recente, per caso, durante la presentazione di un progetto editoriale. E quando un musicista resta nell’ombra per molto tempo, spesso significa che qualcosa sta maturando, che un nuovo momento creativo sta cercando la sua forma. Lascio quindi che sia la sua musica a svelare l’anima di un progetto che ha appena visto la luce.

ZAT è un trio che lavora per sottrazione, un modo di intendere la musica che rinuncia all’idea di prodotto per restituire ciò che accade davvero quando tre persone si incontrano e suonano senza rete. Dieci come Sette nasce da una scelta precisa, quella di rinunciare all’editing e di affidarsi completamente al momento dell’esecuzione. È un disco che non punta a costruire un’immagine levigata, ma a mostrare ciò che accade davvero. Non cerca la perfezione, preferisce la presenza.

Giorgio Cesare Neri, Luciano Susilo e Alessio Parini si muovono come un unico organismo. La chitarra e la tastiera aprono varchi, il basso li attraversa con linee essenziali, la batteria respira più che scandire. La registrazione e il mastering di Marco Biggi all’MB Studio conservano ogni sfumatura di questo equilibrio, lasciando che la dinamica naturale diventi parte del discorso. Anche la fotografia di Luigi Cerati e la copertina di Massimo Cerruti seguono la stessa logica, una sobrietà che non sottrae ma chiarisce.

Il percorso dei quattro brani è breve e denso. Voodoo apre con un’energia trattenuta, un richiamo che non esplode ma si insinua. Cattedrale di Suono - jam rappresenta il centro del lavoro, un’improvvisazione che cerca risonanze, come se i tre musicisti si muovessero dentro un’architettura invisibile. Kashmir è un attraversamento, un tema che riaffiora come un’eco lontana e viene rimodellato secondo la grammatica del trio. Stagioni chiude con un passo più narrativo, una sorta di ritorno alla terra dopo aver esplorato zone più sospese.

Nel booklet compare una frase di Hazrat Inayat Khan che sembra riassumere l’intento del disco, un’idea di Vita Assoluta come origine e destino di tutto ciò che percepiamo. Non è un ornamento, è una chiave di lettura discreta che accompagna l’ascolto senza appesantirlo.

La Vita Assoluta è l’origine e il destino di tutto ciò che percepiamo.”

Dieci come Sette è un lavoro che non chiede interpretazioni, ma disponibilità. È un disco che vive nel suo stesso atto di nascere, e proprio per questo rimane. I ZAT scelgono la via più fragile e più autentica, quella di registrare ciò che sono, senza filtri. E in questa scelta c’è la forza del progetto, la sua verità più semplice.







Bickershaw Festival Festival-5/7 maggio 1972 - Un po' di storia ...

 


Il Bickershaw Festival, tenutosi dal 5 al 7 maggio 1972, fu un evento musicale rock che si svolse a Bickershaw, una zona rurale del Lancashire, in Inghilterra, vicino a Wigan. Nonostante non abbia raggiunto la fama di Woodstock o del festival dell'Isola di Wight del 1970, rimane un evento significativo per diversi motivi.


Organizzazione e contesto 

Il festival fu organizzato in un periodo in cui i grandi raduni musicali stavano diventando più comuni, ma anche più difficili da gestire. Bickershaw cercò di presentarsi come un'alternativa più tranquilla e meno caotica rispetto ad alcuni dei festival più grandi. L'organizzazione fu in parte curata da Jeremy Beadle, che in seguito divenne un noto presentatore televisivo nel Regno Unito.


Line-up

Nonostante le ambizioni di un evento più "rilassato", il Bickershaw Festival vantava una line-up di artisti di tutto rispetto, tra cui:


Grateful Dead: la loro esibizione è particolarmente ricordata e registrazioni del loro concerto circolano ancora oggi tra i fan. Suonarono per diverse ore nella giornata conclusiva del festival.

The Kinks: una delle band britanniche più influenti, portarono il loro rock distintivo sul palco di Bickershaw.

Captain Beefheart and His Magic Band: con la loro musica sperimentale e fuori dagli schemi, rappresentarono una proposta artistica unica all'interno del festival.

Hawkwind: pionieri dello space rock, la loro performance psichedelica creò un'atmosfera particolare.

The Incredible String Band: il loro folk psichedelico e le loro atmosfere mistiche offrirono un contrasto con le sonorità più rock del festival.

Family: con la potente voce di Roger Chapman, la band offrì un set di progressive rock.

New Riders of the Purple Sage: gruppo country rock americano con membri dei Grateful Dead.

Country Joe McDonald: figura iconica della controcultura e noto per le sue canzoni di protesta.

Dr. John: il musicista di New Orleans portò il suo sound blues, funk e jazz.

Wishbone Ash: con le loro iconiche armonie di chitarra gemella, furono un'attrazione per gli amanti del rock melodico.

Linda Lewis: una giovane cantante con una notevole estensione vocale.

Brinsley Schwarz: band di pub rock che anticipò il movimento punk.


Atmosfera e logistica

Il festival fu caratterizzato da un tempo piovoso e da un terreno fangoso, condizioni che spesso affliggevano i festival britannici dell'epoca. Nonostante ciò, i partecipanti ricordano un'atmosfera generalmente positiva e un senso di comunità, forse anche grazie alle dimensioni leggermente più contenute rispetto ai mega-festival.


Ricordo e importanza

Sebbene non abbia raggiunto la fama dei suoi predecessori o successori più grandi, il Bickershaw Festival del 1972 è ricordato come un evento con una solida line-up e un'atmosfera particolare. La presenza dei Grateful Dead, in particolare, lo ha reso un punto di riferimento per i fan della band. Il festival rappresenta anche uno spaccato della scena musicale britannica e della cultura dei festival nei primi anni '70, un periodo di transizione e di evoluzione per questi grandi raduni musicali.

Il Bickershaw Festival del 1972 durò tre giorni: la sua importanza risiede nell'aver rappresentato un tassello nel mosaico della storia dei festival musicali britannici e nell'aver ospitato performance significative di band iconiche.


Reportage fotografico fornito da Wazza

















lunedì 4 maggio 2026

In ricordo di Paul Butterfield


Ricorre l’anniversario della morte di Paul Butterfield, armonicista e cantante nato a Chicago il 17 dicembre del 1942 e scomparso il 4 maggio del 1987 all'età di 45 anni.
È stato uno dei primi esponenti bianchi del Chicago Blues. Il suo stile incisivo e rivoluzionario è ancora oggi un punto di riferimento per grandi armonicisti moderni, come Mark Ford e Andy Just.
Sebbene sia stato uno dei musicisti più innovativi e significativi del suo tempo, e pur avendo suonato con personaggi del calibro di, John MayallEric ClaptonSteve Ray Vaughan, Muddy Waters e Bob Dylan, è un artista relativamente poco conosciuto.
Figlio di un avvocato, dopo aver studiato flauto da giovane, sviluppò un amore per l'armonica blues, e a lui si unì uno studente di fisica dell'Università di Chicago, Elvin Bishop, anch'egli amante del blues. I due riuscirono ad entrare nel giro dei grandi musicisti blues.
Butterfield e Bishop formeranno presto un gruppo insieme a Jerome ArnoldSam Lay (entrambi della band di Howlin' Wolf) e Mark Naftalin. Su consiglio del loro produttore discografico, i quattro aggiunsero alla band il promettente chitarrista Mike Bloomfield, il cui lavoro ispirò l'allora ragazzino Robben Ford.
Nel 1963, avverrà un fatto mai accaduto prima, e cioè che il gruppo formato da Butterfield, che includeva anche elementi di colore, diventerà il gruppo di casa al club Big John's'' di Chicago, club notoriamente frequentato da americani bianchi.
La ormai consolidata Paul Butterfield Blues Band nel 1965 registra il primo album, con composizioni proprie e classici, suonati fedelmente al Chicago Blues style tradizionale, seppur con introduzioni stilistiche nuove ed affascinanti. Diventano conosciuti nell'ambiente folk e blues; accompagnano infatti Dylan al Newport Folk Festival nella famosa svolta elettrica, e lì si trovano a contatto con leggende del blues come Son House.



Nel 1966 il batterista Sam Lay lascia il gruppo per far posto a Billy Davenport, dal tocco più jazzistico. Con Davenport registrano East-West, album in cui Butterfield e compagni sperimentano un nuovo sound, che strizza l'occhio a sonorità esotiche e meno blues. Significativi sono pezzi come Work Song e East-West, entrambi strumentali.
L'anno successivo avviene un nuovo cambio di formazione nella band: Bloomfield se ne va per fondare gli Electric Flag con Nick Gravenites e Buddy Miles, e si ritroverà a suonare poi con Dr. John (Mac Rebennack) e Al Cooper; alla band di Butterfield si aggiunge una sezione di fiati, per emulare il sound del suo idolo Junior Parker.
Nello stesso anno esce The Resurrection of Pigboy Crabshaw, dove Butterfield si concentra soprattutto sul canto, prediligendo un suono di armonica acustico.
Con la stessa formazione suona al Montery Pop Festival (1967); nel 1969 partecipa al festival di Woodstock, e in quello stesso anno si reicontra con Bloomfield e Sam Lay per registrare con Muddy Waters l'album Fathers & Sons, con Otis Spann al piano e Donald Duck Dunn al basso.
Passati alcuni anni, cambia nuovamente formazione e con i Better Days registra 2 album nel 1973. Nel 1976 suona con i The Band al loro concerto d'addio immortalato nel film The Last Waltz.
Gli anni seguenti vedono Butterfield apparire in programmi televisivi e interviste; suona infatti con B.B.King, Clapton, Ray Vaughan e tanti altri nel concerto B.B.King: Blues Session.
L'anno prima della sua morte esce il disco The Legendary Paul Butterfield Rides Again.
Butterfield viene trovato morto, probabilmente a causa di un infarto dovuto all'assunzione di droga negli anni precedenti, nella sua casa di North Hollywood, il 4 maggio 1987.




4 maggio 1973 – Usciva Yessongs

 


Qualche nota personale su Yessongs, uscito il 4 maggio del 1973. Non c’è nulla di museale in queste registrazioni live degli YES, perché propongono una musica che si muove, che si allunga, che si lascia attraversare dal pubblico e dalla tensione dei palchi enormi. La voce di Jon Anderson è una corrente che tiene insieme tutto, un modo di respirare dentro le strutture. Rick Wakeman non arriva mai come un colore aggiunto, ma come una forza che apre varchi, che illumina passaggi, che spinge le armonie verso zone che in studio restavano solo accennate.

Chris Squire e Bill Bruford costruiscono un terreno che non è mai statico. Il basso di Squire è una seconda chitarra, una linea melodica che sostiene e provoca, mentre Bruford porta quella sua asciuttezza irregolare che rende ogni transizione più viva. Steve Howe si muove dentro questo flusso con una chitarra che non cerca protagonismo, ma dialogo continuo, come se ogni frase fosse un modo per rimettere in circolo l’energia degli altri.

Il cuore del disco è Close to the Edge non è una riproposizione poco fedele al disco. Le sezioni si dilatano, si aprono, diventano un rito collettivo in cui il pubblico non è un contorno ma un elemento della forma. Siberian Khatru acquista una fisicità che in studio restava compressa, Heart of the Sunrise diventa un corpo pulsante, con le dinamiche che si allargano e si restringono come se la band stesse cercando continuamente un nuovo equilibrio.

I momenti acustici di Howe e le traiettorie tastieristiche di Wakeman non interrompono il flusso, lo ampliano. Sono aperture che mostrano la radice del linguaggio del gruppo, la loro capacità di passare da una dimensione sinfonica a una più intima senza perdere coerenza. Tutto resta parte dello stesso respiro.

Yessongs non è un documento perfetto, e proprio per questo è prezioso. Porta con sé il rumore dell’epoca, le imperfezioni dei grandi spazi, la volontà di spingere il rock sinfonico oltre la sua stessa definizione. Non fotografa un concerto, racconta un modo di stare nella musica. È un disco che ancora oggi si muove, cambia, respira. Un organismo che non ha mai smesso di vivere.


Crediti

Registrato tra il 1972 e il 1973 durante il tour di Close to the Edge Pubblicato il 4 maggio 1973

 

Formazione

 Jon Anderson voce

Chris Squire basso, cori

Steve Howe chitarre, voce

Rick Wakeman tastiere

 Bill Bruford batteria (parte del tour)

 Alan White batteria (subentra nel tour e appare in parte del materiale)

 

Tracklist

Opening (Excerpt from Firebird Suite)

 Siberian Khatru

Heart of the Sunrise

Perpetual Change

And You and I

Mood for a Day

Excerpts from The Six Wives of Henry VIII

Roundabout

I've Seen All Good People

Long Distance Runaround/The Fish 

Close to the Edge

Yours Is No Disgrace

Starship Trooper 








domenica 3 maggio 2026

Il Padrino del Soul - L'esplosione di James Brown


 James Brown: il 3 maggio 1933 nasceva la forza primordiale che incendiò il soul e funk


Il terzo giorno di maggio del 1933 il mondo fu graziato dall'arrivo di un'energia primordiale, una forza inarrestabile che avrebbe ridefinito il panorama musicale per sempre: James Brown.

Nato in una capanna di legno nella Carolina del Sud, la sua infanzia fu segnata dalla povertà e dall'abbandono, ma in quel contesto difficile germogliò un talento vulcanico, una scintilla che presto si sarebbe trasformata in un incendio soul-funk capace di incendiare le platee di tutto il globo.

James Brown non fu semplicemente un cantante, fu un'incarnazione ritmica, un maestro del movimento, un predicatore laico che attraverso il sudore, l'urlo e il passo di danza ipnotizzò generazioni di ascoltatori e musicisti. La sua musica era un'esplosione di vitalità, un concentrato di groove pulsante che affondava le radici nel gospel, nel blues e nel rhythm and blues, per poi trascenderli in qualcosa di completamente nuovo e dirompente.

Gli anni '50 videro la sua ascesa con i Famous Flames, un gruppo che divenne presto sinonimo di performance incendiarie e di un sound inconfondibile. Canzoni come "Please, Please, Please" rivelarono una voce potente e carica di pathos, capace di trasmettere un'emozione viscerale. Ma fu negli anni '60 che James Brown si trasformò nel "Padrino del Soul", codificando un linguaggio musicale che avrebbe influenzato il funk, la disco e persino l'hip-hop.

Il suo mantra "The One" divenne la sua filosofia musicale e performativa: un ritmo ossessivo e sincopato, un groove implacabile che costringeva all'abbandono e al movimento. Brani come "Papa's Got a Brand New Bag", "I Got You (I Feel Good)", "Sex Machine" e "Super Bad" sono pietre miliari della storia della musica, esempi perfetti di un'energia contagiosa e di un'innovazione ritmica senza precedenti.

Le sue esibizioni dal vivo erano leggendarie, veri e propri rituali di sudore e passione. Ogni passo, ogni urlo, ogni movimento del suo corpo era studiato per infiammare il pubblico, creando un'esperienza catartica e indimenticabile. Il suo controllo del palco era totale, la sua energia inesauribile.

Ma James Brown fu anche un'icona culturale, una voce per la comunità afroamericana in un periodo di profonde trasformazioni sociali. La sua musica divenne una colonna sonora per il movimento per i diritti civili, un inno all'orgoglio e all'affermazione di sé. Canzoni come "Say It Loud – I'm Black and I'm Proud" risuonarono come un grido di battaglia, un'affermazione potente di identità e dignità.

Ricordare la nascita di James Brown il 3 maggio non è solo celebrare un musicista straordinario, ma onorare un'energia vitale che ha scosso le fondamenta della musica popolare. La sua influenza è ancora palpabile oggi, nel sound di innumerevoli artisti che hanno raccolto la sua eredità ritmica e la sua carica performativa.

James Brown ci ha lasciato un patrimonio musicale inestimabile, un'esplosione di soul e funk che continua a far ballare e a emozionare il mondo. La sua nascita fu l'inizio di una rivoluzione sonora, un'onda d'urto che ha cambiato per sempre il modo di sentire e di vivere la musica. Il Padrino del Soul vive ancora nel groove inarrestabile delle sue creazioni, un'eredità che continuerà a farci muovere e sentire per sempre.





sabato 2 maggio 2026

L'orchestra dei cinque: l'equilibrismo strumentale dei Gentle Giant



Quando il virtuosismo diventa uno sport estremo: 46 strumenti per sei musicisti


Se il prog è sinonimo di complessità, i Gentle Giant sono stati i suoi matematici più folli. La loro bizzarria non risiedeva nei costumi o nelle scenografie, ma in una versatilità tecnica che rasentava l'impossibile. Durante un tipico concerto della band, il pubblico assisteva a una sorta di "musical chairs" (il gioco delle sedie) strumentale.

I membri della band erano tutti polistrumentisti di livello accademico. Non era raro vedere il bassista Ray Shulman posare lo strumento per imbracciare un violino, mentre il cantante Derek Shulman passava al sassofono e il batterista John Weathers si spostava alle tastiere o allo xilofono. In brani come "Knots", la band eseguiva complessi intrecci vocali a cappella che richiedevano una coordinazione cerebrale assoluta. Questa dedizione totale alla polifonia e al cambio continuo di ruolo ha reso i Gentle Giant la band più rispettata dai colleghi musicisti, ma anche una delle più "strane" da seguire per un pubblico abituato a ruoli fissi.







Ricordando John Glascock, un talento precoce e indimenticabile del basso, nato il 2 maggio del 1951


Il 2 maggio è una data che per gli appassionati di rock progressivo assume un significato importante, perchè celebra la nascita, avvenuta proprio in questo giorno del 1951 a Islington, Londra, di John Glascock. Fin da giovane, Glascock dimostrò un'innata abilità con il basso, una naturalezza e una sensibilità che lo avrebbero condotto a lasciare un'impronta significativa in band di spicco degli anni '70, in particolare i Carmen e gli Jethro Tull.

La sua avventura con i Carmen rappresentò un cambio di rotta stilistico audace rispetto ai suoi inizi, in quanto la band anglo-statunitense osò fondere il rock progressivo con le passioni e i ritmi del flamenco, creando un suono unico e affascinante. Anche in questo contesto, la versatilità di Glascock brillò, dimostrando la sua apertura musicale e la sua abilità nell'adattare il suo stile a nuove sonorità e ritmi incalzanti.

Tuttavia, fu con i Jethro Tull che John Glascock raggiunse l'apice della sua notorietà. Entrare a far parte di una band già affermata e guidata dal carismatico Ian Anderson non era un compito facile, ma Glascock si integrò perfettamente, portando una nuova energia e un solido fondamento ritmico al loro suono. Album come Songs from the Wood (1977), con le sue atmosfere folk-rock evocative, Heavy Horses (1978), con la sua potenza rustica, e Stormwatch (1979), un lavoro più cupo e atmosferico, sono testimonianze del suo contributo essenziale. Sul palco, la sua presenza era dinamica e il suo interplay con il batterista Barriemore Barlow creava una sezione ritmica potente e coesa.

La notizia della sua malattia e della conseguente partenza dai Jethro Tull nel 1979 fu un duro colpo per i fan.

La sua scomparsa, avvenuta il 17 novembre dello stesso anno, a soli 28 anni, lasciò nello sgomento la comunità musicale. La sua giovane età rendeva la perdita ancora più tragica, privando il mondo di un talento che aveva ancora molto da offrire.

Ricordare John Glascock oggi significa onorare un musicista che, pur nella sua breve carriera, ha saputo lasciare un segno distintivo nel panorama del rock.






venerdì 1 maggio 2026

1 maggio- Il batterista globale: Rick Parnell e la sua impronta, dalle scene UK ai palchi Italiani

 


Il 1° maggio segna un giorno di silenzioso ricordo per il mondo della musica rock, l'anniversario della scomparsa di Rick Parnell.

Batterista dalla potenza inconfondibile e dalla versatilità sorprendente, Parnell ha lasciato un'impronta ritmica indelebile in alcune delle band più iconiche degli anni '80 e '90. La sua energia contagiosa dietro i tamburi e la sua capacità di adattarsi a diversi stili musicali lo hanno reso un musicista ricercato e ammirato.

Nato il 13 agosto 1951 a Londra, Parnell proveniva da una famiglia con una solida tradizione musicale. Suo padre era il celebre batterista jazz Jack Parnell, un'eredità che indubbiamente influenzò la sua passione e il suo talento precoce per le percussioni.

La carriera di Rick Parnell decollò negli anni '80 con la sua adesione agli Atomic Rooster, una band progressive rock britannica con una storia travagliata ma un seguito fedele. Il suo potente drumming contribuì a rinvigorire il suono della band in quel periodo.

Atomc Rooster

Tuttavia, già negli anni '70, Parnell dimostrò la sua curiosità musicale e la sua disponibilità a esplorare nuovi orizzonti, approdando in Italia e collaborando con diverse formazioni.

Nel 1973, dopo aver lasciato temporaneamente gli Atomic Rooster, Parnell si unì al gruppo italiano Tritons. Con loro incise l'album Satisfaction nello stesso anno, che conteneva una loro riarrangiamento del celebre brano dei Rolling Stones.

Dalle ceneri dei Tritons, e con un'aspirazione verso sonorità più progressive, nacquero gli Ibis. Parnell fu il batterista e co-paroliere del loro album del 1974, Sun Supreme, un lavoro che testimonia la sua affinità con il rock progressivo italiano dell'epoca.

Successivamente, tra il 1977 e il 1978, Parnell divenne il batterista dei Nova, un gruppo jazz fusion italo-britannico formatosi a Londra. Con loro registrò due album acclamati, Wings of Love (1977) e Sun City (1978), mostrando la sua notevole capacità di adattamento a un genere musicale diverso.

Queste esperienze italiane rappresentarono una fase importante nella sua evoluzione musicale, evidenziando la sua versatilità ben prima del successo mainstream.

Tuttavia, fu con gli Spinal Tap che Parnell raggiunse una fama più ampia, sebbene in un contesto satirico. Nel mockumentary cult del 1984 "This Is Spinal Tap", Parnell interpretò Mick Shrimpton, uno dei tanti sfortunati batteristi della band heavy metal fittizia. Il suo personaggio, spesso vittima di incidenti bizzarri e prematuri (nella finzione del film), divenne un'icona comica, ma paradossalmente contribuì a far conoscere il talento musicale di Parnell a un pubblico più vasto. La sua interpretazione ironica del batterista rock era così convincente proprio perché basata sulla sua reale esperienza e abilità.

Dopo "This Is Spinal Tap", Parnell continuò la sua carriera musicale seriamente, dimostrando la sua versatilità in diversi generi. Negli anni '80 e '90, divenne un batterista di sessione molto richiesto, collaborando con artisti di spicco come Michael Monroe (ex Hanoi Rocks), Tony Franklin e Yngwie Malmsteen. La sua capacità di passare con disinvoltura dal rock potente al metal tecnico testimoniava la sua padronanza dello strumento.

Un altro capitolo significativo della sua carriera fu la sua partecipazione ai Tantric, una band post-grunge statunitense formatasi alla fine degli anni '90. Parnell portò il suo drumming solido e dinamico al suono della band, contribuendo al successo dei loro primi album.

Rick Parnell non era solo un batterista tecnicamente dotato, ma possedeva anche un grande senso del ritmo e una capacità innata di "sentire" la musica. La sua energia contagiosa dietro la batteria si traduceva in performance live coinvolgenti e in registrazioni potenti e incisive.

La sua scomparsa prematura avvenuta nel 2022 ha lasciato un vuoto nel mondo del rock. Sebbene molti lo ricordino con affetto per il suo ruolo esilarante in Spinal Tap, è fondamentale riconoscere il suo contributo serio e significativo come musicista talentuoso e versatile. Rick Parnell ha lasciato un'eredità di ritmo e passione che continua a risuonare tra i fan e i musicisti di tutto il mondo.

Oggi, nel giorno della sua scomparsa, celebriamo la sua vita e il suo instancabile contributo al rock 'n' roll.






Rita Coolidge: compie gli anni la voce di velluto che ha toccato un'epoca...

 


Il primo giorno di maggio del 1945, in una Memphis carica di blues e rock and roll nascenti, veniva alla luce Rita Coolidge. Nascere in una città così intrisa di musica non poteva che segnare il suo destino, anche se il percorso per diventare una delle voci più riconoscibili e amate degli anni '70 sarebbe stato un viaggio ricco di sfumature, collaborazioni straordinarie e una grazia innata che la contraddistingueva.

Le radici di Rita affondano profondamente nella cultura Cherokee, un'eredità che ha sempre portato con sé con orgoglio e che, in qualche modo, sembra trasparire nella sua voce calda e avvolgente, capace di raccontare storie con una semplicità disarmante e una profondità emotiva sorprendente. Crescendo, la musica era una presenza costante, un linguaggio familiare che presto avrebbe imparato a parlare con la sua stessa, inconfondibile melodia.

Gli anni '60 videro Rita muovere i primi passi sulla scena musicale, un periodo di fermento creativo e di sperimentazione. La sua voce, già allora dotata di una purezza cristallina e di una notevole versatilità, la portò a incrociare il cammino di figure chiave della nascente scena folk-rock. Le sue collaborazioni con artisti come Delaney & Bonnie e Joe Cocker durante la leggendaria "Mad Dogs & Englishmen tour" non furono semplici partecipazioni corali; la sua voce si intrecciava con le loro, aggiungendo un colore unico e un'anima vibrante alle performance.

Questi primi anni furono formativi, un periodo di apprendistato sul campo che affinò le sue capacità interpretative e la preparò per il suo momento da solista. Rita non era solo una corista talentuosa; possedeva una presenza scenica magnetica e una capacità di comunicare emozioni che andava ben oltre le parole delle canzoni.

L'inizio degli anni '70 segnò l'affermazione di Rita Coolidge come artista a sé stante. Album come il suo omonimo album di debutto e "Nice Feelin'" rivelarono al mondo una voce capace di spaziare dal soul al country-rock con una naturalezza disarmante. Canzoni come "Superstar" e "We're All Alone" divennero ben presto degli standard, marchiando a fuoco l'immaginario musicale di un'intera generazione. La sua interpretazione di "Superstar", in particolare, con quella sua malinconia dolceamara, rimane ancora oggi un esempio di come una voce possa trasformare una canzone in un'esperienza emotiva intensa.

Ma ridurre Rita Coolidge a una semplice interprete di successo sarebbe riduttivo. La sua carriera è stata un mosaico di collaborazioni significative, un intreccio di talenti che hanno arricchito la sua musica e quella degli altri. Il suo matrimonio e la successiva collaborazione musicale con Kris Kristofferson diedero vita a un sodalizio artistico potente e indimenticabile. Insieme, crearono armonie vocali inconfondibili e interpretarono brani che esploravano le complessità delle relazioni umane con una sincerità disarmante. Album come Full Moon e Breakaway sono testimonianze di questa magica alchimia.

La sua versatilità la portò anche a esplorare il mondo del cinema, con la sua iconica interpretazione del tema di "Octopussy", "All Time High", per la saga di James Bond. Questa incursione nel mondo delle colonne sonore dimostrò ancora una volta la sua capacità di adattare la sua voce a contesti musicali diversi, mantenendo sempre la sua cifra stilistica unica.

Negli anni successivi, Rita Coolidge ha continuato a evolvere come artista, mantenendo intatta la sua passione per la musica e la sua capacità di emozionare il pubblico. La sua eredità musicale è quella di una voce che ha saputo attraversare i generi, unendo influenze diverse in un suono inconfondibile. È la voce di una donna che ha saputo raccontare storie d'amore, di perdita, di speranza, con una sincerità e una vulnerabilità che l'hanno resa un'icona per molti.

Il 1° maggio, celebriamo la nascita di questa straordinaria artista, la cui voce di velluto continua a risuonare nel cuore di chi ama la musica autentica e capace di toccare l'anima. Rita Coolidge non è solo una cantante; è una narratrice di emozioni, un'interprete sensibile di un'epoca musicale indimenticabile. La sua musica è un regalo che continua a incantarci, un ricordo prezioso di un tempo in cui le canzoni avevano il potere di unire e di commuovere profondamente.





giovedì 30 aprile 2026

L’Ombra della Sera-"Segreti nel Nero"

 


L’Ombra della Sera - Segreti nel Nero

Black Widow Records


Un disco che riattiva la memoria visiva e sonora degli sceneggiati RAI 


Ci sono progetti che non si limitano a reinterpretare un repertorio, ma lo riaccendono dall’interno, come se qualcuno avesse trovato un vecchio televisore in soffitta e avesse deciso di rimetterlo in funzione, lasciando che il bianco e nero tornasse a pulsare. Segreti nel Nero, nuovo lavoro de L’Ombra della Sera, appartiene a questa categoria… un doppio album che non guarda agli anni Settanta come a un archivio da restaurare, ma come a un territorio ancora vivo, capace di generare nuove forme.

Il comunicato stampa parla di “sceneggiati in più puntate che spesso trattavano temi cupi, esoterici, misteriosi, fantascientifici o addirittura horror” e ricorda come “i programmi televisivi erano solo in bianco e nero, e questo accresceva ulteriormente l’atmosfera arcana”. È esattamente questo il punto, L’Ombra della Sera non si limita a rielaborare le sigle, ma ricostruisce quella stessa atmosfera, la porta nel presente e la trasforma in un linguaggio progressivo che non imita, ma dialoga.

A Genova, alla Claque, il 29 marzo - giorno di uscita dell'album -, ho visto il progetto prendere forma davanti a uno schermo che proiettava frammenti di La Baronessa di Carini, Il Segno del Comando, Gamma, Ritratto di donna velata, La traccia verde. Nell’occasione avevo scritto che L’Ombra della Sera “non è solo una performance, ma una forma di cine‑concerto, un viaggio dentro gli sceneggiati RAI degli anni ’70… la musica diventava un commento vivo, capace di dialogare con le sequenze come se fossero state pensate insieme”. È esattamente ciò che ritrovo nel disco, una continuità tra immagine e suono, anche quando l’immagine non c’è più.

La Maschera di Cera - è questa la band originaria di cui stiamo parlando - costruisce un alter ego che non è maschera, ma lente. Il prog evocato non è quello celebrativo ma un linguaggio che si piega alle esigenze narrative dei brani, che accoglie “suggestioni cameristiche, psichedeliche, jazz e perfino funky” senza perdere coerenza.

Il cuore del disco è la lunga suite Le venti giornate di Torino, venti minuti che trasformano la colonna sonora di uno sceneggiato mai realizzato in un racconto autonomo. Il comunicato ricorda che “del progetto… restavano soltanto pochi frammenti di girato e alcuni temi musicali composti da un misterioso autore”: la band li rielabora come se stesse ricostruendo un film perduto, lasciando che le sezioni si aprano e si richiudano come capitoli di un romanzo sonoro.

La scelta degli pseudonimi - Jean Delafoy, Philippe Dussart, Edward Forster, Thomas Norton, Marco Tagliaferri - è un dettaglio che racconta bene l’approccio, un modo per entrare nella logica degli sceneggiati, per abitarne i personaggi, per restituire un mondo.

Formazione

Fabio Zuffanti – basso (Philippe Dussart)

Agostino Macor – tastiere e orchestrazioni (Jean Delafoy)

Alessandro Corvaglia – tastiere e voce (Marco Tagliaferri)

Andrea Orlando – batteria (Thomas Norton)

Martin Grice – sax e flauto (Edward Forster) 


Tracklist

1.   Albert e l’uomo nero – 4:26

2.   Gamma – 6:09

3.   Ritratto di donna velata – 3:35

4.   Fantastic Fly (Racconti Fantastici) – 5:36

5.   A come Andromeda – 6:43

6.   La traccia verde – 6:10

7.   La ballata di Carini – 5:33

8.   Le venti giornate di Torino – 19:05

Introduzione

Titoli di testa

Insonnia collettiva

Segreti nel nero

Tema di Clotilde

Statue in movimento

Segreti nel nero (ripresa)

Titoli di coda

9.   Cento campane (Il Segno del Comando) – 4:54

10.                 A Blue Shadow (Ho incontrato un’ombra) – 10:46


Segreti nel Nero è un lavoro che non vive di nostalgia, ma di risonanza, riaprendo così un’epoca, e lo fa con una cura che ha qualcosa di artigianale, quasi da restauratori di pellicole. È un disco che chiede attenzione, che si muove tra memoria e invenzione, e che conferma come L’Ombra della Sera sia uno dei progetti più originali nati in Italia negli ultimi anni.


Tratto dal live del 29 marzo...