domenica 26 luglio 2026

Mick Jagger - L'elettricità primordiale che ha conquistato il mondo

 

Sessant'anni di rock 'n' roll e un'energia inesauribile: come Mick Jagger, l'icona che ha sfidato il tempo, continua a emozionare il pianeta


Michael Philip Jagger, nato il 26 luglio 1943 a Dartford, Kent, in Inghilterra, non fu un predestinato alle luci sfavillanti del rock and roll secondo i canoni convenzionali della sua epoca. Cresciuto in una famiglia della classe media, con un padre insegnante di educazione fisica e una madre casalinga, il giovane Michael mostrò presto un’intelligenza vivace e un interesse per la musica che andava oltre le melodie popolari del momento.

La svolta cruciale nella sua vita avvenne sui binari della stazione di Dartford, dove un incontro casuale con un ex compagno di scuola, Keith Richards, riaccese una scintilla sopita. Entrambi condividevano una profonda passione per il blues americano, artisti come Muddy Waters, Howlin' Wolf e Chuck Berry fornirono la colonna sonora di una nascente ribellione giovanile. Questa comune ammirazione fu il terreno fertile su cui germogliarono i primi semi di quella che sarebbe diventata una delle band più influenti della storia della musica: i Rolling Stones.

La Londra dei primi anni ’60 era un crogiolo di fermento culturale, e i Rolling Stones si inserirono in questo contesto con un’energia grezza e un’attitudine sfrontata che li distingueva dalle band più patinate dell’epoca. Jagger, fin da subito, si impose come un frontman dirompente. La sua presenza scenica era inedita: una combinazione di movenze serpentine, labbra carnose che si spalancavano in un sorriso ora sardonico ora lascivo, e una voce che poteva passare da un sussurro blues a un urlo potente e graffiante.

Successi come "(I Can't Get No) Satisfaction" (1965) proiettarono la band e Jagger nell’olimpo della musica mondiale. Il brano, con il suo riff di chitarra iconico e il testo che esprimeva un senso di frustrazione giovanile, divenne un inno per un’intera generazione. Jagger incarnava perfettamente lo spirito di quel momento: un misto di ribellione, desiderio di libertà e una sensualità ambigua che scandalizzava e affascinava allo stesso tempo.

Negli anni successivi, Jagger e i Rolling Stones inanellarono una serie di album e singoli che definirono il suono del rock. "Paint It Black" (1966) con le sue atmosfere oscure e l’uso del sitar, "Sympathy for the Devil" (1968) con i suoi ritmi tribali e l’evocativo testo, "Gimme Shelter" (1969) con la sua tensione apocalittica, sono solo alcuni esempi della loro straordinaria produzione. In ognuno di questi brani, la voce e la presenza di Jagger erano elementi centrali, capaci di trasmettere una vasta gamma di emozioni e di dare corpo alle narrazioni delle canzoni.

Dietro l’immagine della rockstar selvaggia, Jagger dimostrò presto di possedere un acume imprenditoriale non comune. Fu una figura chiave nel guidare la band attraverso le turbolenze del music business, gestendo con astuzia le dinamiche interne e le negoziazioni contrattuali. La sua visione strategica contribuì in modo significativo alla longevità e al successo duraturo dei Rolling Stones.

La carriera solista di Jagger, pur non eclissando mai il suo impegno con la band, ha offerto ulteriori sfaccettature del suo talento. Album come She's the Boss (1985) e Wandering Spirit (1993) esplorarono sonorità diverse e misero in luce la sua versatilità come interprete e autore. Tuttavia, è sul palco con i Rolling Stones che la sua energia primordiale si manifesta in tutta la sua potenza.

Il passare degli anni, lungi dal fiaccare la sua energia, sembra averla trasformata in una sorta di leggenda vivente. Vederlo ancora oggi muoversi con la stessa agilità e cantare con la stessa passione di decenni fa è uno spettacolo che incanta e sorprende. La sua dedizione alla performance live è leggendaria, e i concerti dei Rolling Stones continuano ad essere eventi di portata globale.

Oggi, a dispetto di un passato costellato di eccessi e di una giovinezza vissuta al ritmo frenetico del rock and roll, l'attuale Mick Jagger incarna una sorprendente metamorfosi, e la sua leggendaria energia sul palco è alimentata da una disciplina quasi ascetica: allenamenti rigorosi, un'alimentazione curata e uno stile di vita sorprendentemente salutista. Questa dedizione al benessere fisico, in netto contrasto con le cronache di un tempo, non solo gli permette di mantenere intatta la sua vitalità artistica, ma aggiunge un ulteriore strato di fascino alla sua figura iconica. È come se l'anima ribelle degli esordi avesse trovato un nuovo modo, paradossalmente più controllato, per continuare a incendiare il mondo con la sua inesauribile elettricità.

Mick Jagger non è solo un musicista; è una figura epocale che ha influenzato generazioni di artisti e ha contribuito a plasmare l’immaginario collettivo. La sua capacità di rimanere rilevante attraverso i cambiamenti sociali e musicali testimonia una profonda comprensione del proprio ruolo e un’instancabile volontà di evolvere senza mai tradire la propria essenza. La sua è la storia di un’elettricità primordiale, scatenata su un binario ferroviario e propagatasi in ogni angolo del mondo, continuando a risuonare con la stessa forza dirompente dei suoi esordi.






sabato 25 luglio 2026

Compie gli anni José "Chepito" Areas, il cuore ritmico del latin rock



Compie gli anni José Octavio "Chepito" Areas Dávila, nato il 25 luglio 1946 a León, Nicaragua, è un celebre percussionista il cui stile innovativo è stato fondamentale nel definire il suono del latin rock. Conosciuto soprattutto per il suo ruolo fondante nell'iconica band Santana, i contributi di Areas ai timbales e alle congas hanno permesso di forgiare una fusione unica di rock e musica latinoamericana, garantendogli un posto d'onore nella Rock and Roll Hall of Fame.

Il percorso musicale di Areas è iniziato presto, provenendo da una famiglia di musicisti affermati; il suo bisnonno, José de la Cruz Mena, era un rinomato compositore. In gran parte autodidatta alle percussioni e alla tromba, Chepito ha sviluppato un approccio distinto che fondeva ritmi latini tradizionali con una nascente sensibilità rock. Questa prospettiva unica lo ha contraddistinto e ha gettato le basi per la sua carriera rivoluzionaria.

Nel 1969, Areas si unì ai Santana, un momento cruciale che avrebbe cambiato il panorama della musica popolare. La sua abilità percussionistica divenne un elemento distintivo dei primi e più influenti album della band, tra cui Santana (1969), Abraxas (1970) e Santana III (1971). I suoi dinamici assoli di timbales e l'intricato interscambio ritmico furono cruciali per successi come "Soul Sacrifice", che affascinò il pubblico di Woodstock nel 1969. La capacità di Areas di integrare senza soluzione di continuità la complessità delle percussioni latine in una struttura rock fu rivoluzionaria, co-creando efficacemente il genere latin rock.

Oltre al suo primo periodo con i Santana (1969-1977 e poi 1987-1989), Areas ha anche esplorato progetti da solista. Nel 1974, pubblicò un album omonimo, José "Chepito" Area, su CBS Records, mettendo in mostra i suoi talenti in uno stile latin funk. Questo album includeva brani come "Guarafeo", "Funky Folsom" e "Guaguanco in Japan", consolidando ulteriormente la sua reputazione di artista versatile e influente. Ha anche partecipato al progetto del 1997 "Abraxas Pool", riunendosi con diversi membri originali dei Santana, tra cui Gregg Rolie, Neal Schon, Michael Carabello e Michael Shrieve.

Nel 1998, José "Chepito" Areas è stato meritatamente inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Santana, a testimonianza del suo profondo impatto sulla musica. La sua eredità perdura come uno dei percussionisti più influenti al mondo, il cui genio ritmico non solo ha spinto i Santana alla fama internazionale, ma ha anche giocato un ruolo cruciale nell'introdurre il latin rock a un pubblico globale. Il lavoro di Areas lo segna come un vero pioniere di un genere.







Ricordando Peter Green a sei anni dalla sua scomparsa

 


Oggi, 25 luglio 2026, ricorre il sesto anniversario della morte di Peter Green, un nome che evoca rispetto e ammirazione nel pantheon dei giganti del blues e del rock.

Scomparso serenamente nel sonno all'età di 73 anni, Green è stato molto più di un chitarrista; è stato l'anima e il cuore pulsante dei primi Fleetwood Mac, un artista la cui musica ha trasceso i generi, toccando corde profonde nell'animo di milioni.

Nato Peter Allen Greenbaum a Londra nel 1946, il suo viaggio musicale iniziò nella vibrante scena blues britannica degli anni '60. Dopo un periodo formativo con i John Mayall's Bluesbreakers, dove raccolse l'eredità di Eric Clapton, Green fondò i Fleetwood Mac nel 1967 con Mick Fleetwood e John McVie. Questa formazione originale creò un sound unico, intriso di blues purissimo, ma con un'inventiva e una sensibilità che andavano oltre i confini del genere.

La sua chitarra, in particolare la celebre Gibson Les Paul del 1959 soprannominata "Greeny", produceva un timbro inconfondibile: caldo, vellutato, ma capace di esprimere una gamma emotiva sorprendente. Non era un esibizionista tecnico, ma un narratore, un musicista che privilegiava il sentimento e l'espressività. Brani come la malinconica e atmosferica "Albatross", l'intensa "Oh Well" e la potente "Black Magic Woman" (resa celebre in seguito da Santana) sono pietre miliari che dimostrano la sua genialità compositiva e interpretativa. La sua voce, seppur non di grande estensione, possedeva una sincerità disarmante, capace di rendere ogni parola un'emozione palpabile. Peter Green era un bluesman autentico, che incanalava le sue esperienze e la sua sensibilità in ogni nota.

Tuttavia, il successo travolgente e le pressioni del mondo musicale ebbero un impatto devastante sulla sua già fragile salute mentale. L'abuso di droghe e una profonda crisi spirituale lo portarono a lasciare i Fleetwood Mac nel 1970, un evento che segnò l'inizio di un lungo e tormentato periodo lontano dai riflettori, segnato dalla lotta contro la schizofrenia.

Nonostante le difficoltà, la musica rimase sempre una parte intrinseca del suo essere. Negli anni '90 e 2000, Green tornò a esibirsi con la sua Peter Green Splinter Group, mostrando a tratti la sua inconfondibile magia, sebbene con una presenza scenica più contenuta e riflessiva. Il mondo della musica non lo dimenticò mai, e numerosi artisti, da Gary Moore a Joe Bonamassa, lo hanno sempre citato come una fonte di ispirazione fondamentale.

Cinque anni dopo la sua scomparsa, l'eredità di Peter Green è più viva che mai. Il suo approccio alla chitarra, la sua capacità di infondere anima in ogni melodia e la sua onestà artistica continuano a ispirare musicisti e fan. Il "Greeny tone", quella miscela unica di magia, malinconia e profondità emotiva, rimane un punto di riferimento per chiunque si avvicini al blues con il cuore.






Buon Compleanno a Verdine White, l'anima ritmo di Earth, Wind & Fire

 


Il 25 luglio del 1951, nasceva Verdine White, una vera leggenda della musica e il cuore pulsante di una delle band più influenti di tutti i tempi: gli Earth, Wind & Fire. Verdine non è stato solo il bassista di un gruppo che ha venduto milioni di dischi, ma un vero innovatore che ha ridefinito il ruolo del basso nella musica funk, soul e R&B.

Il contributo di Verdine White al sound degli Earth, Wind & Fire è immenso e inconfondibile. Le sue linee di basso non sono semplici accompagnamenti, ma vere e proprie melodie danzanti che si intrecciano con la sezione ritmica, creando un groove inarrestabile. Con una formazione che univa influenze classiche, jazz e Motown, Verdine ha saputo fondere complessità tecnica con una sensibilità per il groove che pochi altri bassisti hanno eguagliato. Ascoltando brani come "September" "Shining Star" o "Boogie Wonderland" si percepisce immediatamente il suo tocco magico: basso percussivo, note staccate, e un senso del ritmo che ti fa muovere il corpo senza pensarci. È stato classificato tra i 50 più grandi bassisti di tutti i tempi da Rolling Stone, un riconoscimento più che meritato.

Ma Verdine White non è solo un bassista incredibile; è un performer nato. La sua presenza scenica è leggendaria. Con i suoi abiti scintillanti e i suoi movimenti energici, Verdine è l'incarnazione del "fuoco" degli Earth, Wind & Fire. Non si limita a suonare il basso, ma balla, salta e coinvolge il pubblico con un'energia contagiosa che ha reso ogni concerto della band un'esperienza indimenticabile. La sua gioia pura e la sua passione per la musica traspaiono in ogni nota e in ogni passo, dimostrando come la musica sia anche un'esperienza visiva ed emotiva.

Come co-fondatore degli Earth, Wind & Fire insieme al fratello Maurice White, Verdine ha contribuito a forgiare un sound unico che fondeva generi come funk, soul, R&B, jazz e influenze africane. La band, e con essa il basso di Verdine, ha lasciato un'eredità indelebile nella musica globale, influenzando generazioni di musicisti e rimanendo una colonna sonora indispensabile per celebrazioni e momenti di gioia. Verdine è l'unico membro fondatore che continua a portare avanti la band, mantenendo vivo lo spirito e il groove che li hanno resi iconici.

Un caloroso buon compleanno a Verdine White!








venerdì 24 luglio 2026

Rick Wakeman pubblica il trailer di "Return To The Red Planet", il nuovo album prog in uscita a ottobre


Rick Wakeman torna su Marte. Il tastierista inglese ha pubblicato il trailer del suo nuovo album di progressive rock, Return To The Red Planet, annunciando l’uscita ufficiale per il 16 ottobre sotto l’etichetta Madfish Records. Il disco rappresenta il seguito diretto di The Red Planet, pubblicato nel 2020, e riprende il viaggio immaginifico che Wakeman aveva iniziato sei anni fa.

Per questo nuovo capitolo Wakeman si riunisce con la sua English Rock Ensemble, la formazione che negli anni ha accompagnato molte delle sue avventure musicali. La band comprende Lee Pomeroy, Dave Colquhoun, Adam Falkner e Mollie Marriott, un gruppo affiatato che contribuisce a dare al progetto un carattere solido e riconoscibile. Il trailer diffuso in queste ore offre un assaggio delle atmosfere del disco, tra tastiere monumentali, progressioni narrative e un immaginario fantascientifico che da sempre appartiene al mondo creativo di Wakeman.

Il musicista ha spiegato che l’idea del nuovo album è nata analizzando i dati e le fotografie più recenti provenienti da Marte. Ha raccontato che, osservando quel materiale, ha percepito la presenza di un nuovo racconto musicale che aspettava soltanto di essere scritto. Ha aggiunto che c’era molto altro da dire sul pianeta rosso, sia dal punto di vista musicale sia da quello spirituale, e che questo lo ha spinto a tornare idealmente su Marte per proseguire la sua esplorazione artistica.

Wakeman aveva già anticipato alcuni dettagli parlando con Prog. In quell’occasione aveva raccontato di essersi ispirato anche alla sua esperienza con David Bowie, precedente ai suoi anni con gli Yes. Durante la registrazione di Life On Mars? i due avevano discusso a lungo del pianeta rosso. Bowie era incuriosito da Marte, anche se non quanto Wakeman, e quelle conversazioni hanno lasciato un segno. Da qui è nato Bowie’s Vision, un brano che Wakeman considera un tributo sincero e di cui si dice molto soddisfatto.

Tra le tracce del nuovo album ci sarà anche una composizione dedicata alle tre epoche geologiche di Marte. Wakeman ha spiegato che il pianeta si è formato in tre periodi distinti nell’arco di miliardi di anni e che questa struttura temporale gli ha suggerito una suite progressiva, costruita come un viaggio attraverso le fasi della nascita e dell’evoluzione del pianeta.

Return To The Red Planet si presenta così come un’opera che unisce scienza, immaginazione e musica, un nuovo tassello nella lunga carriera di un artista che continua a esplorare mondi reali e mondi interiori con la stessa curiosità.







giovedì 23 luglio 2026

La cultura come presidio urbano: il percorso di "Luglio-OltreLetimbro in Musica"


Il bilancio della rassegna tra partecipazione di quartiere, approfondimento critico e rigenerazione degli spazi pubblici


Il ciclo di appuntamenti "Luglio: OltreLetimbro in Musica, promosso dal Quartiere Oltreletimbro con il patrocinio del Comune di Savona, si è chiuso lasciando sul campo un risultato che va oltre la semplice programmazione artistica. L'obiettivo primario della manifestazione era infatti quello di riattivare le dinamiche di socializzazione nel quartiere, restituendo vita e fruizione positiva all'area di Piazza Maestri dell'Artigianato. L'ampia e costante risposta di pubblico, registrata sia nelle serate all'aperto sia negli incontri in sede, ha confermato la validità di un progetto capace di coniugare il valore culturale al presidio del territorio.

L'itinerario si è aperto con il recital di chitarra classica di Renato Procopio, una serata dedicata al mondo iberico attraverso le opere di Francisco Tárrega, Dionisio Aguado, Isaac Albéniz e Manuel de Falla. L'acustica della piazza e la risposta della cittadinanza hanno subito mostrato come lo spazio urbano potesse trasformarsi in un luogo d'ascolto condiviso.

A questa tappaminiziale ha fatto seguito il primo momento di approfondimento nella sede di Via Scarpa, dove la conferenza di Athos Enrile sulle figure femminili del rock anni Settanta...

... ha analizzato le dinamiche di resilienza e affermazione artistica all'interno dell'industria musicale dell'epoca.

Il successivo concerto Journey to the Orient, che ha visto Silvia Schiaffino al flauto e Renato Procopio alla chitarra impegnati nella presentazione del loro lavoro discografico, ha rappresentato il punto di snodo della rassegna. 

La grande affluenza in Piazza Maestri dell'Artigianato ha evidenziato la funzione della musica come strumento di rigenerazione urbana: l'occupazione temporanea e qualificata dello spazio pubblico ha risposto con i fatti alle storiche criticità della zona, dimostrando che la presenza attiva dei cittadini e il presidio comunitario costituiscono l'elemento chiave per restituire vivibilità ai luoghi.

A chiudere il percorso è stato l'incontro dedicato al Club dei 27, condotto da Athos Enrile affiancato da Mauro Selis

Ricostruendo le parabole umane e artistiche di figure come Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, l'analisi ha superato la retorica del mito per affrontare i temi della solitudine, della fragilità e delle pressioni sociali, offrendo una chiave di lettura vicina alle inquietudini giovanili di ogni epoca.

Il bilancio finale della rassegna attesta quindi il successo di un impianto equilibrato, capace di alternare l'esecuzione dal vivo alla divulgazione saggistica. Più che un punto d'arrivo, l'esperienza di questo mese intende porsi come la chiave d'apertura di un percorso a lungo termine, pensato per consolidare la coesione sociale e continuare a restituire centralità alla vita di quartiere attraverso nuove occasioni di incontro e confronto condiviso.


 

Buon Compleanno Slash!

 


Il 23 luglio è una data incisa a fuoco nel calendario di ogni appassionato di rock, in quanto si celebra il compleanno di Saul Hudson, universalmente venerato come Slash. Con il suo distintivo cappello a cilindro, gli occhiali da sole perennemente calati sul naso e una chitarra Les Paul che sembra un'estensione del suo corpo, Slash non è solo un musicista, ma una vera e propria icona culturale, un artigiano del suono che ha plasmato il volto del rock moderno.

Nato a Hampstead, Londra, e cresciuto tra le pulsanti scene musicali di Stoke-on-Trent e Los Angeles, Slash ha trovato la sua vocazione nella chitarra fin da giovane, immergendosi nel blues e nell'hard rock che avrebbero poi infuso il suo stile inconfondibile. La sua ascesa alla fama è indissolubilmente legata ai Guns N' Roses, la band che ha co-fondato e con cui ha ridefinito il concetto di rock'n'roll negli anni '80 e '90. I suoi riff, da quelli incendiari di "Welcome to the Jungle" e "Paradise City" alle melodie struggenti di "Sweet Child o' Mine" e l'epica chitarra di "November Rain", non sono semplici note, ma veri e propri inni generazionali. La sua abilità nel fondere l'aggressività del punk con la profondità del blues e l'immediatezza dell'hard rock lo ha elevato a un pantheon di chitarristi leggendari, influenzando innumerevoli musicisti in tutto il mondo.

Dopo aver contribuito a vendere milioni di dischi e a riempire stadi in ogni angolo del globo con i Guns N' Roses, Slash ha dimostrato una notevole capacità di reinventarsi. Ha esplorato nuove sonorità con progetti come gli Slash's Snakepit, dove ha potuto esprimere la sua visione artistica senza compromessi, e successivamente con i Velvet Revolver, una superband che ha saputo rivitalizzare il panorama rock dei primi anni 2000, conquistando un Grammy Award e dimostrando che il suo tocco magico non aveva perso smalto.

La sua carriera solista, avviata con l'omonimo album Slash nel 2010, ha ulteriormente cementato il suo status. Collaborando con un'eclettica schiera di voci straordinarie – da Ozzy Osbourne a Fergie, da Chris Cornell a Iggy Pop – ha dimostrato la sua versatilità e la sua capacità di tessere trame sonore che esaltano ogni artista. La collaborazione più duratura e acclamata è senza dubbio quella con Myles Kennedy & The Conspirators, con cui ha pubblicato diversi album di successo come Apocalyptic Love e Living the Dream, confermando una sinergia artistica potente e apprezzatissima dai fan e dalla critica.

Oggi, mentre spegne un'altra candela, Slash è tutt'altro che fermo. Continua a entusiasmare folle oceaniche con i Guns N' Roses riuniti, dimostrando una vitalità e una passione per la musica che sembrano inesauribili. La sua influenza va oltre la musica: è un simbolo di perseveranza, autenticità e di quella "rock star attitude" che pochi altri sono riusciti a incarnare con tale carisma. La sua chitarra non è solo uno strumento, ma una voce che racconta storie di ribellione, amore, perdita e trionfo.

Tanti auguri Slash!








mercoledì 22 luglio 2026

Ricordando John Mayall, mancato due anni fa

 


In memoria di John Mayall (1933-2024)

 

Il mondo del blues e della musica tutta ricorda oggi la scomparsa di John Mayall, leggendario musicista britannico, che ci ha lasciati il 24 luglio 2024 all'età di 90 anni.

Considerato a buon diritto il "Padrino del Blues Britannico", Mayall non è stato solo un prolifico compositore, cantante, tastierista e armonicista, ma anche e soprattutto un catalizzatore di talenti, la cui influenza si è irradiata ben oltre il suo vasto catalogo musicale.

Nato a Macclesfield, Cheshire, nel 1933, John Mayall è cresciuto immerso nella musica jazz e blues, sviluppando fin da giovane una profonda passione per artisti americani come Lead Belly, Albert Ammons e Josh White. Fu questa fascinazione a spingerlo, nei primi anni '60, a fondare i Bluesbreakers, un gruppo che sarebbe diventato una vera e propria fucina di alcuni dei più grandi nomi della storia del rock e del blues.

La peculiarità di Mayall non risiedeva solo nella sua autentica interpretazione del blues americano, ma nella sua straordinaria capacità di individuare e coltivare giovani musicisti di eccezionale potenziale. La lista di chi ha militato nei Bluesbreakers è un vero e proprio pantheon: Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, Jack Bruce, John McVie, Mick Fleetwood, Harvey Mandel e Walter Trout sono solo alcuni dei giganti che hanno affinato il loro mestiere sotto l'ala protettrice di Mayall. Egli forniva loro la libertà e l'ambiente per sperimentare e crescere, fungendo da mentore e da trampolino di lancio per carriere leggendarie.

Album iconici, come Blues Breakers with John Mayall & Eric Clapton (1966), spesso citato come uno dei dischi più influenti della storia del blues-rock, e A Hard Road (1967), con Peter Green alla chitarra, sono testimonianze della sua visione artistica e della sua capacità di creare un suono distintivo e duraturo.

Mayall era un purista del blues, ma con una mentalità aperta che gli permetteva di incorporare elementi di jazz, rock e persino world music nelle sue composizioni, mantenendo sempre l'anima profonda del genere.

Oltre alla sua instancabile attività di bandleader, Mayall è stato un artista prolifico, pubblicando decine di album nel corso di sette decenni di carriera. La sua musica è stata una costante evoluzione, ma sempre radicata nella sincerità e nell'emozione del blues. Ha continuato a esibirsi e registrare fino a tarda età, dimostrando una dedizione incrollabile alla sua arte e al suo pubblico.

La sua eredità non è misurabile solo in termini di dischi venduti o premi ricevuti. John Mayall ha plasmato il suono del blues britannico e, di conseguenza, ha avuto un impatto incommensurabile sul rock 'n' roll globale. Ha insegnato a generazioni di musicisti l'importanza dell'autenticità, della maestria strumentale e della passione. Il suo studio casalingo e la sua vita spartana, lontana dai clamori di Hollywood, riflettevano la sua dedizione alla musica prima di ogni altra cosa.

Con la sua scomparsa, il mondo ha perso non solo un artista straordinario, ma un pilastro fondamentale della storia della musica. John Mayall rimarrà per sempre una figura monumentale, la cui influenza continuerà a risuonare attraverso le generazioni di musicisti che ha ispirato e le innumerevoli vite che ha toccato con la sua musica senza tempo. La sua "lunga strada" è giunta al termine, ma il suo blues continuerà a vivere.

Riposa in pace, John Mayall.

 





Ricordando Rick Davies, l'inconfondibile voce e anima dei Supertramp


 Dal sound iconico ai testi profondi: ripercorriamo i momenti salienti della carriera di Rick Davies, la mente dietro gran parte del successo dei Supertramp, nel giorno in cui avrebbe festeggiato il compleanno


Avrebbe compiuto gli anni oggi, 22 luglio, Rick Davies, un nome sinonimo di uno dei suoni più distintivi e duraturi nella storia del rock: i Supertramp. In qualità di co-fondatore, cantante solista, autore di canzoni e tastierista per la leggendaria band, i contributi di Davies hanno plasmato un notevole viaggio musicale che dura da oltre cinquant'anni, lasciando un segno indimenticabile su milioni di fan in tutto il mondo.

Nato a Swindon, in Inghilterra, il percorso musicale di Davies è iniziato presto, ma è stata la sua partnership con Roger Hodgson a forgiare l'identità sonora dei Supertramp. Mentre Hodgson spesso scriveva testi più fantasiosi e introspettivi, Davies era la forza trainante, con la sua voce roca e intrisa di blues e il suo sofisticato lavoro al pianoforte che fornivano il contrappunto perfetto. Le sue canzoni spesso affrontavano temi della vita quotidiana, commenti sociali e la condizione umana, il tutto espresso con un'arguzia sardonica e una sensibilità melodica ineguagliabile.

Durante il periodo di maggior successo commerciale dei Supertramp, album come Crime of the Century, Crisis? What Crisis?, Even in the Quietest Moments... e il pluripremiato Breakfast in America hanno messo in mostra l'immenso talento di Davies. Brani iconici come "Bloody Well Right", "Goodbye Stranger", "My Kind of Lady" e "Cannonball" sono esempi lampanti della sua abilità compositiva e della sua inconfondibile interpretazione vocale. Queste canzoni, ricche di arrangiamenti complessi, armonie svettanti e melodie indimenticabili, sono diventate inni per una generazione, fondendo l'ambizione del rock progressivo con l'accessibilità del pop.

Oltre ai successi, il talento musicale di Davies alle tastiere, in particolare la sua maestria nel suonare il pianoforte elettrico Wurlitzer e l'organo Hammond, è diventato un elemento distintivo del suono dei Supertramp. Il suo modo di suonare non era un semplice accompagnamento, ma parte integrante del complesso tessuto sonoro della band, spesso alla base della struttura melodica e armonica delle loro composizioni.

Anche dopo l'uscita di Roger Hodgson, Rick Davies ha continuato a guidare i Supertramp, pubblicando altri album in studio e intraprendendo tour di successo, dimostrando il suo incrollabile impegno per l'eredità della band e la sua devota base di fan. La sua dedizione a mantenere l'integrità del suono dei Supertramp, esplorando anche nuove strade musicali, è una testimonianza della sua visione artistica.

È mancato il 6 settembre del 2025






martedì 21 luglio 2026

Ian Anderson rivela il nome del cantante punk che gli chiese un autografo: “Non è per me, è per mia madre”

 


Ian Anderson rivela il nome del cantante punk che gli chiese un autografo: “Non è per me, è per mia madre”

 

I Jethro Tull hanno sempre avuto fan inattesi, spesso lontani dal loro universo prog. Nel corso degli anni Ian Anderson ha scoperto che la sua musica ha raggiunto ascoltatori insospettabili, da Stephen King a Nick Cave. Tra i più sorprendenti ci sono due figure simbolo del punk, un mondo che sembrerebbe agli antipodi rispetto alla band di Aqualung.

Nel nuovo numero della rivista Prog, Anderson risponde alle domande di amici e colleghi celebri, tra cui membri di Yes, ELP, Opeth e altri protagonisti della scena rock. Una delle domande arriva da Hugh Cornwell, ex cantante degli Stranglers, che chiede ad Anderson se l’ascesa del punk sia stata un momento epocale nella storia del rock o semplicemente una fase naturale della sua evoluzione. La risposta apre la porta a un aneddoto che Anderson non aveva mai raccontato in modo così diretto.

Anderson ricorda che per lui il punk era già presente con gli MC5, poi con i Ramones, e che a metà degli anni Settanta si era insinuato nella musica britannica con una forza inevitabile. Racconta poi un episodio che lo ha colpito per la sua spontaneità. Joey Ramone, icona assoluta del punk americano, gli si avvicinò timidamente per chiedere un autografo. Anderson ricorda il momento con un sorriso. Ramone gli disse che la firma non era per lui, ma per sua madre. Un gesto semplice che rivela quanto la musica dei Jethro Tull avesse raggiunto ascoltatori molto diversi tra loro.

Joey Ramone non fu l’unico. Rispondendo a una domanda di Derek Shulman, ex cantante dei Gentle Giant, Anderson racconta di aver incontrato altri fan improbabili. Il più sorprendente fu John Lydon, l’ex frontman dei Sex Pistols. Anderson ricorda che Lydon lo avvicinò durante un evento, visibilmente allegro dopo qualche birra, e gli dichiarò con entusiasmo quanto amasse l’album Aqualung, in particolare una canzone che non ha voluto nominare ma che evidentemente aveva lasciato un segno profondo.

Questi episodi mostrano come la musica dei Jethro Tull abbia attraversato generi, epoche e identità artistiche, conquistando anche chi, almeno in apparenza, apparteneva a un mondo distante. Anderson li racconta con naturalezza, come piccoli frammenti di una storia che continua a sorprendere.




Ian Anderson reveals the name of the punk singer who asked him for an autograph: "It's not for me, it's for my mother"

 


Ian Anderson reveals the name of the punk singer who asked him for an autograph: "It's not for me, it's for my mother"

 

 Jethro Tull have always had unexpected fans, often far from their prog universe. Over the years Ian Anderson has discovered that his music has reached unexpected listeners, from Stephen King to Nick Cave. Among the most surprising are two symbolic figures of punk, a world that would seem to be poles apart from the Aqualung band.

In the new issue of Prog magazine, Anderson answers questions from friends and celebrity colleagues, including members of Yes, ELP, Opeth and other rock scene players. One of the questions comes from Hugh Cornwell, former lead singer of the Stranglers, who asks Anderson if the rise of punk was an epochal moment in the history of rock or simply a natural phase in its evolution. The answer opens the door to an anecdote that Anderson had never told so directly.

Anderson recalls that for him punk was already present with the MC5, then with the Ramones, and that in the mid-seventies it had crept into British music with an inevitable force. He then recounts an episode that struck him for its spontaneity. Joey Ramone, an absolute icon of American punk, approached him shyly to ask for an autograph. Anderson remembers the moment with a smile. Ramone told him that the signing was not for him, but for his mother. A simple gesture that reveals how much Jethro Tull's music had reached very different listeners.

Joey Ramone was not the only one. Answering a question from Derek Shulman, former singer of Gentle Giant, Anderson says he has met other unlikely fans. The most surprising was John Lydon, the former frontman of the Sex Pistols. Anderson recalls that Lydon approached him during an event, visibly cheerful after a few beers, and enthusiastically declared to him how much he loved the Aqualung album, in particular a song that he did not want to name but which had evidently left a deep mark.

These episodes show how Jethro Tull's music has crossed genres, eras and artistic identities, conquering even those who, at least apparently, belonged to a distant world. Anderson tells them naturally, like small fragments of a story that continues to surprise.

 




Nella ricorrenza della sua morte ricordiamo Long John Baldry, il gigante del blues britannico




Ventun anni senza Long John Baldry. Ricordando il gigante del blues britannico che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica, mentore di intere generazioni…


Vent'anni fa, il 21 luglio 2005, il mondo della musica perdeva una delle sue figure più imponenti e influenti: John William "Long John" Baldry. Scomparso a Vancouver all'età di 64 anni a causa di una grave infezione polmonare, Baldry non era solo un talentuoso cantante e chitarrista, ma un vero pioniere del blues britannico, un mentore per generazioni di musicisti e una presenza carismatica che ha lasciato un segno indelebile.

Nato a East Haddon, Northamptonshire, nel 1941, Baldry si distinse fin da giovane per la sua statura imponente (2 metri e 1 centimetro, da cui il soprannome "Long John") e per la sua voce potente e roca. La sua passione per il blues americano, in particolare per artisti come Leadbelly, Muddy Waters e Howlin' Wolf, lo portò a immergersi nella nascente scena blues di Londra alla fine degli anni '50.

Fu una figura centrale nello sviluppo del British blues. All'inizio degli anni '60, Baldry fu uno dei primi vocalisti britannici a cantare il blues nei club, condividendo il palco con figure che sarebbero diventate leggende. Fu membro dei Blues Incorporated di Alexis Korner, una band seminale che vide tra le sue fila artisti come Mick Jagger, Charlie Watts e Jack Bruce. In seguito, assunse la guida dei Cyril Davies R&B All Stars, ribattezzandoli Long John Baldry and his Hoochie Coochie Men, dove diede spazio a un giovane e sconosciuto Rod Stewart. Successivamente, formò i Bluesology, un gruppo in cui militava un pianista di nome Reg Dwight, che in seguito sarebbe diventato famoso come Elton John.

L'influenza di Baldry sui suoi contemporanei fu profonda. Non solo fornì opportunità a molti futuri giganti del rock, ma fu anche un punto di riferimento per la loro crescita artistica. Rod Stewart ha spesso citato Baldry come colui che lo introdusse al blues, affermando: "In quei giorni l'unica musica di cui ci innamorammo era il blues e John, con la sua voce meravigliosa, fu il primo bianco a cantarla." Elton John, a sua volta, riconobbe Baldry per averlo aiutato ad accettare la sua identità e per avergli dato il nome "John" in omaggio a lui. L'episodio in cui Baldry lo salvò da un tentativo di suicidio ispirò la celebre canzone "Someone Saved My Life Tonight".

Nonostante la sua profonda immersione nel blues, Baldry raggiunse il suo maggiore successo commerciale nel 1967 con la ballata pop "Let the Heartaches Begin", che raggiunse il primo posto nelle classifiche britanniche. Questo dimostrò la sua versatilità e la capacità di attraversare i generi. Negli anni '70, cercò di tornare alle sue radici blues, pubblicando album acclamati dalla critica come It Ain't Easy (prodotto da Elton John e Rod Stewart) e Everything Stops for Tea.

Negli ultimi decenni della sua vita, Baldry si trasferì in Canada, dove continuò a registrare e ad esibirsi, rimanendo una figura rispettata nel circuito blues e folk. La sua voce distintiva trovò spazio anche nel doppiaggio, prestando la sua voce a personaggi animati, tra cui il Dr. Robotnik in "Sonic the Hedgehog".

Oggi, a vent'anni di distanza, il suo ricordo non è affatto sbiadito; al contrario, celebra un impatto duraturo e inconfondibile che il tempo non ha scalfito, un'eredità che continua a vibrare nel cuore del blues e del rock.







lunedì 20 luglio 2026

Il 20 luglio del 1974 si teneva a Cisano sul Neva (Albenga) il 1° Festival della Riviera di Ponente".


Era il 20 luglio 1974 quando a Cisano Sul Neva, in provincia di Savona, si teneva il " 1° Rock Festival Del Ponente Ligure".

Fu organizzato dai Trip, praticamente a casa loro, visto che a Cisano c'era la famosa "Villa Rosso", dove la band viveva e provava il loro repertorio.

Parteciparono a questa Woodstock ligure, Edoardo Bennato, Dedalus, Biglietto per l'Inferno, La Corte dei Miracoli e gli stessi Trip, che in quell'occasione avevano come batterista Nunzio Favia detto "Cucciolo" degli Osage Tribe, che sostituì Furio Chirico, che aveva lasciato i Trip.


 La Corte dei Miracoli

Ho ricordato più volte la mia esperienza di quel giorno quando, appena diciottenne, partecipai in solitaria al festival.

Anche io dotato di chitarra sulle spalle, feci il viaggio in treno da Savona ad Albenga, per poi proseguire in autostop sino a Cisano, dove potei immergermi nell’atmosfera che all’epoca mi affascinava maggiormente.


 Joe Vescovi, con alle spalle il "palco" di Cisano

Ma fornisco un’altra testimonianza, apparsa online su un portale del ponente…


Di Mary Caridi

Era il 20 luglio del 1974 e Cisano sul Neva si era svegliata con un popolo arrivato in massa per una festa particolare: il 1° rock festival del ponente savonese organizzato dalla polisportiva con l’allora presidente Carlo Ciccione. Un tam tam che aveva fatto arrivare nel borgo ligure oltre cinquemila persone, come scrivevano i giornali dell’epoca. Erano presenti i gruppi più importanti del panorama musicale italiano: The Trip, Biglietto per l’Inferno (il cui frontman era Claudio Canali - diventerà successivamente monaco eremita nell’eremo di Minucciano), La Corte dei miracoli, Dedalus, Quella vecchia Locanda e Edoardo Bennato.

Arrivarono da tutta Italia con il sacco a pelo e a piedi dalla stazione di Albenga. Lo spettacolo, organizzato da Joe Vescovi e Mauro Scogna e presentato da Eddie Ponti, fu ‘lunico grande evento musicale della zona, replicato un mese dopo ad Ameglia, nel Levante, dal gruppo da The Trip.

Joe Vescovi e Wegg Andersen ci hanno lasciato: solo Cucciolo Nunzio Favia grande batterista continua la sua attività. Vanta collaborazioni passate con Franco Battiato, Herbert Pagani, Umberto Tozzi, Osage Tribe e Dik Dik.

Non ci furono pubblicazioni discografiche in quel periodo con lui ma rimane nella storia.


ARTICOLO ORIGINALE

 

 Dedalus

Edoardo Bennato
 

QUALCHE RITAGLIO DI GIORNALE DELL’EPOCA









Chris Cornell: l'eterna eco di una voce inconfondibile (20 luglio)

 


 Il 20 luglio segna la nascita di Chris Cornell, un artista che ha ridefinito il rock con la sua genialità e la sua profondità. Dal grunge ai successi solisti, la sua eredità è un faro che continua a illuminare il panorama musicale, nonostante una fine tragica che ha scosso il mondo


Il 20 luglio ricorre l'anniversario della nascita di Christopher John Cornell, una delle voci più potenti, eclettiche e inconfondibili che abbiano mai calcato un palco rock. Nato a Seattle nel 1964, Cornell ha scolpito il suo nome nella storia della musica mondiale, e la risonanza del suo contributo continua a vibrare intensamente, ben oltre il suo addio prematuro.

La traiettoria artistica di Chris Cornell è stata un'odissea attraverso generi e collaborazioni che hanno plasmato il sound di intere generazioni. Come anima e voce dei Soundgarden, è stato un pilastro nella genesi e nell'esplosione del movimento grunge di Seattle. Album come "Badmotorfinger", "Superunknown" e "Down on the Upside" non si sono limitati a definire il rock alternativo; lo hanno reinventato, intessendo riff massicci, architetture sonore complesse e quella straordinaria estensione vocale che era solo sua. La sua capacità di passare da un'eruzione primordiale a un falsetto quasi etereo, mantenendo sempre un'emozione viscerale, era una firma inimitabile che ha proiettato la band nell'Olimpo delle leggende.

Ma la sua genialità non si è esaurita nei confini dei Soundgarden. Cornell ha dimostrato una versatilità sorprendente e una sete insaziabile di esplorazione artistica. La sua avventura con i Temple of the Dog, un supergruppo nato come tributo al compianto Andrew Wood, ha dato vita a un album omonimo che è un vero gioiello di rock malinconico e introspettivo, custode di brani immortali come "Hunger Strike" e "Say Hello 2 Heaven". Questa parentesi ha messo in luce la sua profonda vena compositiva e la sua rara capacità di tessere narrazioni emotive attraverso le note.

Successivamente, Cornell ha co-fondato gli Audioslave, un'altra formazione di successo dove la sua voce ha trovato nuove praterie sonore, fondendosi con il funk-rock esplosivo dei membri dei Rage Against the Machine per forgiare hit come "Like a Stone" e "Cochise". Gli Audioslave hanno cementato ulteriormente la sua reputazione di artista capace di trascendere le etichette, adattando il suo timbro inconfondibile a sonorità diverse senza mai smarrire la propria essenza.

Oltre alle sue band, Chris Cornell ha intrapreso una significativa carriera solista, esplorando sfumature più intime e acustiche con lavori come "Euphoria Morning" e "Carry On". Ha inoltre dimostrato la sua maestria nella creazione di colonne sonore, in particolare con "You Know My Name", il tema di "Casino Royale" che gli è valso una nomination ai Golden Globe. Questi progetti solisti hanno offerto al pubblico un ulteriore scorcio sulla sua lirica profonda e sulla sua abilità nel dipingere paesaggi sonori evocativi. La sua musica era spesso un viaggio nell'introspezione, toccando corde universali come la solitudine, la speranza, l'angoscia e la resilienza. Le sue parole, amplificate dalla sua interpretazione inconfondibile, hanno parlato direttamente all'anima di milioni di fan in tutto il mondo, consacrandolo non solo come cantante, ma come un autentico poeta del rock.

La sua luminosa traiettoria e la sua vita intensa hanno trovato un epilogo tragico il 18 maggio 2017. Dopo un'esibizione dei Soundgarden a Detroit, Chris Cornell è stato ritrovato senza vita nella sua camera d'albergo. La causa ufficiale del decesso, il suicidio per impiccagione, ha gettato un'ombra di profondo dolore e incredulità sull'intero mondo, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei suoi ammiratori, dei colleghi e della sua famiglia. Le reazioni sono state un'ondata di sgomento e tributi, che hanno ricordato non solo il suo talento vocale ineguagliabile, ma anche la sua complessa umanità e il suo impegno in cause sociali, come la lotta contro la dipendenza.

La sua scomparsa ha acceso un faro cruciale sull'importanza della salute mentale, specialmente all'interno dell'industria musicale, e ha rafforzato il ricordo di un artista che, pur baciato dal successo e dall'affetto del pubblico, combatteva le proprie battaglie interiori.