domenica 22 febbraio 2026

“If I Could Only Remember My Name” (1971)-Il 1° album solista di David Crosby-Ascoltiamolo all'interno dell'articolo


David Crosby ci ha lasciato per sempre ma resta la sua musica, un’incredibile musica!

La sua vita non è stata facile, rovinata irrimediabilmente da un evento traumatico avvenuto il 30 settembre del 1969, la morte della fidanzata Christine Hinton, fatto descritto a seguire:

https://athosenrile.blogspot.com/2020/08/christine-hinton-e-il-dolore-di-david.html

Ebbe a dire Crosby: “Ero immaturo, strafatto, in preda a un dolore che non sapevo gestire. È incredibile che sia riuscito a registrarlo”.

Di cosa parla “If I Could Only Remember My Name”, il suo primo progetto solista, pubblicato nel febbraio 1971 da Atlantic Records?

L'album fu prodotto dallo stesso David Crosby e realizzato con la collaborazione degli altri componenti dei C.S.N & Y. e di altre formazioni, quali Grateful Dead e Jefferson Airplane.

Il miglior piazzamento in classifica - The Billboard 200 - pose l’album al dodicesimo posto (3 aprile 1971).

Non sapevo come superare il trauma, era una cosa più grande di me e ha finito per schiacciarmi. Seduto per terra nello studio, piangevo senza sosta”.

Déjà Vu” (C.S.N&Y) fu un gran successo, così come il tour annesso, ma è solo una distrazione temporanea e nel luglio del 1970 Crosby si “trasferisce” su una barca a Sausalito, California, dove vegeta, tra cibo, alcol e droghe.

Da lì nasce il disco solista “If I Could Only Remember My Name”, diverso dal suo standard, sicuramente poco commerciale, con alcune tracce il cui significato profondo è racchiuso nelle armonie cupe, ma cariche di pathos.

Come compagno di viaggio trova Jerry Garcia, in sosta dai Grateful Dead per aiutare l’amico David agli Wally Heider Studios di San Francisco. 

I due mettono assieme un gruppo di musicisti straordinari, tra cui Joni Mitchell, Neil Young, Graham Nash, Phil Lesh, Grace Slick, Paul Kantner, Mickey Hart, Bill Kreutzmann, Gregg Rolie, Jack Casady e Jorma Kraukonen.

Ci vollero tre mesi - tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971 - per arrivare alla conclusione.

L’album arrivò nei negozi il 22 febbraio 1971 e fu accolto - eufemisticamente -  senza enfasi dalla critica.

Nel tempo il giudizio critico è cambiato radicalmente e ora il debutto solista di Crosby è considerato un capolavoro, al pari dei dischi migliori di CSNY.

 


RIASCOLTIAMOLO (O ASCOLTIAMOLO, PER I PIU’ GIOVANI!) CLICCANDO SUL TITOLO


Lato A

Music is love – 3:16 (Graham Nash, Neil Young, David Crosby)

Cowboy Movie – 8:02 (David Crosby)

Tamalpais High (At About 3) – 3:28 (David Crosby)

Laughing – 5:20 (David Crosby)

 

Lato B

What Are Their Names – 4:09 (Neil Young, Jerry Garcia, Phil Lesh, Michael Shreve, David Crosby)

Traction in the Rain – 3:40 (David Crosby)

Song with No Words (Tree with No Leaves) – 5:53 (David Crosby)

Orleans – 1:56 (Tradizionale; arrangiamento di David Crosby)

I'd Swear There Was Somebody Here – 1:19 (David Crosby)






Ricordando Papa John Creach, mancato il 22 febbraio 1994

 


John Henry Creach, noto come Papa John Creach, è stato un violinista statunitense che ha spaziato tra vari generi, dal jazz al blues, dal rock and roll al country, raggiungendo l'apice della sua carriera negli anni '70, quando divenne membro dei Jefferson Airplane e degli Hot Tuna.

Nato il 28 maggio 1917 in Pennsylvania, Creach mostrò un precoce interesse per la musica, imparando a suonare il violino da autodidatta. Dopo essersi trasferito a Chicago, si immerse nella scena musicale locale, suonando in vari locali e sviluppando uno stile eclettico che lo avrebbe contraddistinto in seguito.

Negli anni '40, Creach si trasferì a Los Angeles, dove continuò a suonare in diversi contesti, collaborando anche con artisti famosi come Nat King Cole. Tuttavia, la sua vera occasione arrivò nel 1970, quando entrò a far parte dei Jefferson Airplane, una delle band più importanti della scena psichedelica californiana.

Il suo contributo al gruppo fu fondamentale, grazie al suo virtuosismo e alla sua capacità di improvvisare. Creach partecipò anche al progetto parallelo Hot Tuna, insieme al chitarrista Jorma Kaukonen e al bassista Jack Casady, esplorando sonorità più blues e folk.

La sua carriera solista decollò nel 1971, con la pubblicazione del suo primo album omonimo. Negli anni successivi, Creach continuò a pubblicare dischi e a esibirsi dal vivo, diventando una figura molto rispettata nel mondo della musica.

Papa John Creach morì il 22 febbraio 1994 a Los Angeles, lasciando un'eredità musicale importante. La sua capacità di spaziare tra generi diversi e il suo talento nel suonare il violino lo hanno reso un'icona della musica americana.





sabato 21 febbraio 2026

La notte in cui il Rock perse l'innocenza: il volo della gallina di Alice Cooper



C’è un momento preciso in cui il rock 'n' roll ha smesso di essere solo "pace e amore" per trasformarsi in un incubo teatrale. Quel momento risale a una calda serata di settembre del 1969, sul palco del Toronto Rock 'n' Roll Revival. In scaletta c’erano giganti come John Lennon e Chuck Berry, ma a rubare la scena fu un giovane di Detroit con gli occhi cerchiati di nero e un nome da donna: Alice Cooper.

L’atmosfera era frenetica, la band stava suonando con un’energia quasi violenta quando, dal nulla, spuntò un ospite del tutto fuori luogo: una gallina. Ancora oggi nessuno sa con certezza come quel pennuto sia finito sul palco, ma la sua presenza stava per cambiare per sempre la storia della musica.

Alice, che all'epoca era poco più che un ragazzo cresciuto in città e non aveva mai visto un animale da cortile da vicino, la guardò e fece un ragionamento che, col senno di poi, definì "catastroficamente ingenuo". Pensò: "Ha le ali, ha le piume... quindi vola". Con un gesto teatrale, la sollevò e la lanciò verso il pubblico, convinto che il volatile avrebbe dispiegato le ali e sarebbe planato elegantemente sopra le teste degli spettatori.

Non andò così.

La gallina precipitò come un sasso direttamente nelle prime file, dove la folla, eccitata dalla musica distorta e dal caos, non reagì con delicatezza. In pochi secondi, l'animale fu fatto a pezzi e i suoi resti vennero scagliati di nuovo verso il palco. Alice restò lì, immobile, mentre pezzi di piume e sangue imbrattavano le scenografie. Non era un sacrificio rituale pianificato, era stato un incidente caotico, ma l'effetto visivo fu devastante.

Il mattino seguente, la realtà venne spazzata via dal mito. I giornali non riportarono la cronaca di un malinteso, ma inventarono una leggenda nera: "Alice Cooper stacca a morsi la testa di una gallina e beve il sangue sul palco". Era nata la figura del "mostro" del rock.

Invece di correre ai ripari con smentite ufficiali, Alice ricevette una telefonata dal suo mentore, Frank Zappa, che gli diede il consiglio più cinico e brillante della sua carriera: "Non dire a nessuno che non l'hai fatto. La gente adora odiarti".

Da quel giorno, Alice Cooper smise di essere solo un cantante e divenne il cattivo dei fumetti che l'America puritana temeva. Capì che il pubblico aveva una fame insaziabile di oscurità e spettacolo. Fu così che, tra una ghigliottina, un boa costrittore e una sedia elettrica, nacque lo Shock Rock. Tutto merito (o colpa) di una gallina che, purtroppo per lei, non sapeva volare.






venerdì 20 febbraio 2026

Fiamme sul lago: il rogo di Montreux che regalò al rock il suo riff eterno

 


Il 4 dicembre 1971 un razzo segnaletico riduceva in cenere il Casino della cittadina svizzera durante un concerto di Frank Zappa. Dalle macerie e dal fumo nacque "Smoke on the Water", il capolavoro dei Deep Purple che trasformò un disastro in leggenda


Il 4 dicembre 1971, la tranquilla cittadina svizzera di Montreux divenne lo scenario di uno dei capitoli più incredibili della storia della musica. I Deep Purple si trovavano lì per registrare quello che sarebbe diventato il loro capolavoro, Machine Head, con l'intenzione di utilizzare il celebre Casinò cittadino come studio di registrazione improvvisato, sfruttando l'acustica del teatro e il leggendario studio mobile dei Rolling Stones. Tuttavia, i piani della band furono letteralmente ridotti in cenere durante un concerto pomeridiano di Frank Zappa e i Mothers of Invention.

Mentre Zappa e il suo gruppo erano sul palco, uno spettatore sparò un razzo segnaletico verso il soffitto rivestito di bambù, innescando un incendio che in pochi minuti avvolse l'intera struttura. 

La cronaca di quei momenti è scolpita per sempre nel testo di "Smoke on the Water": la band descrive il panico, le fiamme che distruggevano il Casino e l'eroismo di Claude Nobs, l'organizzatore del Montreux Jazz Festival (il celebre "Funky Claude"), che corse dentro e fuori l'edificio per mettere in salvo i ragazzi presenti. Miracolosamente non ci furono vittime, ma il Casinò fu raso al suolo, lasciando i Deep Purple senza un posto dove registrare e con un'attrezzatura costosissima parcheggiata sotto la neve.

https://www.youtube.com/watch?v=SEymP2RqcjA

Dalla loro stanza d'albergo al Grand Hôtel, i musicisti osservarono lo spettacolo spettrale del fumo che si stendeva sulla superficie immobile del Lago di Ginevra. Fu proprio in quel momento che il bassista Roger Glover ebbe l'intuizione per il titolo, sognando le parole "fumo sull'acqua". Nei giorni successivi, la band dovette affrontare una vera odissea logistica: furono cacciati da un teatro locale, il Pavilion, a causa delle lamentele dei vicini per il volume assordante, e finirono per rifugiarsi proprio nel Grand Hôtel, ormai deserto per la stagione invernale.

Fu nei corridoi gelidi di quell'albergo, tra materassi appoggiati alle pareti per isolare il suono e cavi che correvano ovunque, che nacque il riff più famoso del rock. Ritchie Blackmore creò una sequenza di note apparentemente semplice ma dotata di una potenza magnetica, suonata non con il plettro ma pizzicando le corde con le dita per ottenere un attacco più secco. Quello che era nato come un semplice resoconto dei fatti di quella settimana - una sorta di "diario di bordo" messo in musica - si trasformò in un inno generazionale. Senza quel folle con la pistola segnaletica e l'odore acre del fumo che copriva il lago, la storia del rock avrebbe perso il suo riff più iconico.




giovedì 19 febbraio 2026

Bon Scott (9 luglio 1946 – 19 febbraio 1980)

 


Bon Scott: un profilo tecnico di una voce irripetibile

(9 luglio 1946 – 19 febbraio 1980)

 

Bon Scott rimane una delle voci più riconoscibili della storia del rock, non tanto per un’immagine iconica quanto per un approccio tecnico che ha ridefinito il ruolo del cantante all’interno di un gruppo hard rock. Con gli AC/DC, dal 1974 al 1980, ha contribuito a costruire un linguaggio vocale basato su grinta, controllo e una sorprendente precisione ritmica.

La caratteristica più evidente del suo stile è la combinazione tra timbro abrasivo e gestione accurata del fiato. Scott non urlava: modulava. La sua voce, apparentemente istintiva, era in realtà frutto di un uso calibrato della laringe e di un attacco sempre netto, che gli permetteva di mantenere intelligibilità anche nei passaggi più aggressivi. Il risultato era un suono sporco ma leggibile, capace di emergere sopra chitarre e batteria senza perdere definizione.

Uno degli aspetti più tecnici del suo contributo è il rapporto con il ritmo. Scott non si limitava a seguire la base, la anticipava, la tagliava, la spingeva. Il suo fraseggio era spesso sincopato, con un uso costante di micro-pause che creavano tensione e dinamismo. Questo modo di “incastrarsi” nel groove dei fratelli Young è uno degli elementi che ha reso gli AC/DC immediatamente riconoscibili.

Dal punto di vista compositivo, Scott privilegiava linee vocali semplici, costruite su pattern ripetitivi e facilmente memorizzabili. La sua abilità stava nel variare l’interpretazione più che la melodia: cambiava accenti, intensità, colore. Questo gli permetteva di mantenere un’identità forte anche in brani strutturalmente essenziali, dove la voce aveva il compito di dare carattere più che complessità.

La sua presenza sul palco, spesso descritta come selvaggia, aveva una funzione precisa, quella di sostenere la proiezione vocale. Il movimento continuo, l’uso del corpo, la postura inclinata in avanti contribuivano a mantenere la colonna d’aria attiva e a evitare cali di volume. Anche questo aspetto, apparentemente spontaneo, rientrava in un equilibrio tecnico che Scott aveva maturato negli anni.

La morte di Bon Scott, il 19 febbraio 1980, ha spesso alimentato narrazioni drammatiche, ma il suo lascito più concreto è tecnico, un modo di cantare che unisce aggressività e controllo, un fraseggio che dialoga con la sezione ritmica, un uso della voce come strumento percussivo oltre che melodico. È un modello che continua a influenzare cantanti rock e metal, non per imitazione, ma per la solidità delle sue scelte musicali.






Tony Iommi e l’acciaio nel sangue: la nascita dell’Heavy Metal

 


Come un drammatico incidente sul lavoro ha forgiato il suono oscuro dei Black Sabbath


Immaginiamo Birmingham a metà degli anni '60: fumo, rumore di presse idrauliche e il grigio del metallo che ricopre ogni cosa. Tony Iommi è un ragazzo di diciassette anni con i capelli lunghi e un sogno che non c’entra nulla con le acciaierie: vuole fare il chitarrista. Ma il destino, a volte, ha un senso dell'umorismo atroce. Proprio nel suo ultimo giorno di lavoro, prima di mollare tutto per andare in tour, una pressa difettosa gli schiaccia la mano destra. Il risultato è un incubo: le punte del medio e dell'anulare saltano via.

Per un chitarrista mancino come lui, quelle sono le dita che creano la musica sulla tastiera. I medici non girano intorno al problema: "Tony, cambia mestiere. Non suonerai mai più".

La depressione è profonda, finché un amico non gli porta un disco di Django Reinhardt. Tony scopre che quel genio del jazz suonava tutto con solo due dita a causa di un incendio. È la scintilla. Se Django poteva volare sulle corde con un limite simile, Tony doveva trovare un modo per tornare a combattere.

Ma come si premono le corde d'acciaio con i nervi scoperti? Qui entra in gioco l'ingegno operaio. Tony non cerca soluzioni mediche, le costruisce. Scioglie dei tappi di plastica di vecchi flaconi di detersivo per modellarli come dei cappucci sulle dita mozzate. Poi, per non scivolare sulle corde, ritaglia dei quadratini di cuoio da una sua vecchia giacca e li incolla sopra. Ha appena creato le prime protesi rock della storia.

Il problema è che quelle dita artificiali fanno male e non hanno forza. Per riuscire a suonare, Tony deve ammorbidire la chitarra: monta delle corde sottilissime, da banjo, e le allenta drasticamente abbassando l'accordatura. In quel momento, senza rendersene conto, sta spalancando le porte dell'inferno musicale.

La chitarra, così allentata e collegata agli amplificatori dell'epoca, inizia a emettere un suono mai sentito prima: cupo, cavernoso, minaccioso. È un suono che vibra nello stomaco, perfetto per raccontare il lato oscuro di una città industriale. Quando i suoi compagni di band, tra cui un giovane Ozzy Osbourne, sentono quel ruggito, capiscono che il blues è finito.

Senza quell'incidente in fabbrica, Tony Iommi avrebbe continuato a suonare il rock and roll veloce e pulito dell'epoca. Grazie a quelle dita "di metallo", invece, ha inventato l'Heavy Metal, dimostrando che a volte è proprio una ferita a dare la forma definitiva a un capolavoro.







mercoledì 18 febbraio 2026

Nel ricordo di Kevin Ayers


Il 18 febbraio del 2013 ci lasciava Kevin Ayers, uno dei fondatori dei Soft Machine.
Leader della scena musicale psichedelica, Kevin Ayers aveva 68 anni e si trovava nella sua residenza in Francia, nel villaggio di Montolieu.  

La notizia della sua scomparsa arrivava direttamente dall’ufficio del sindaco del paese, che in un comunicato definiva Ayers: "una brava persona e molto semplice", ricordando che il musicista aveva lasciato una delle sue chitarre in un caffè del posto con la scritta: "Per chiunque voglia suonarla".

Ayers è stato, insieme a Robert Wyatt, uno dei fondatori dei Soft Machine, band che, insieme ai Pink Floyd,  è stata tra gli iniziatori della psichedelia e della sperimentazione britannica.

Il gruppo, nel quale ha militato per un breve periodo anche Andy Summers, poi diventato chitarrista dei Police, venne ingaggiato come opening act per il tour nordamericano di Jimi Hendrix nel 1968, durante il quale, a New York, i S.M. registrarono il loro primo album.

Ayers, cantautore, chitarrista e bassista, ha avuto anche un'intensa carriera come solista e i suoi lavori hanno avuto un grosso impatto nella scena della musica progressive. Ha lavorato con musicisti del calibro di Brian Eno, Phil Manzanera, Mike Oldfield, Elton John, Nico e John Cale.

Il suo ultimo lavoro, The Unfairground, risale al 2007.




Yoko Ono celebra 93 anni!


Il 18 febbraio del 1933  nasceva Yoko Ono, che arriva quindi alla considerevole età di 93 anni.
Per ricordarla utilizzo un mio vecchio post...

Leggendo il libro “Rock Notes-I grandi songwriters si raccontano”, del cantautore e critico americano Paul Zollo, sono “incappato” in alcune figure mai approfondite, come David Byrne, John Fogerty, Leonard Choen e altri.
I libri dedicati alle interviste (non solo musicali) sono quelli che preferisco, perché trovo che domande intelligenti possano far emergere ed esaltare lati poco noti degli artisti posti sotto i riflettori. Ma alcune immagini sono per me più forti di altre e alcuni personaggi mi intrigano maggiormente.
All’interno di questo libro ho trovato una notissima e controversa figura che ha colpito la fantasia di tutti gli appassionati di musica della mia generazione.
Parlo di Yoko Ono, che istintivamente ho sempre "rifiutato", per via del condizionamento che ho subito attraverso i media.
Ciò che mi è sempre “arrivato” è la negatività di questa donna, a cui molti hanno imputato lo scioglimento dei Beatles.
Ovviamente non ho né i mezzi né le informazioni per giudicare, e la mia antipatia antica era basata su di un feeling comune che avevo fatto mio.
Nemmeno adesso posseggo la verità, ma razionalmente mi piacerebbe fornire un’immagine oggettiva per inquadrare il reale valore artistico, musicale, di questa ormai anziana signora.
Nessuna biografia, nessuna storia già ascoltata e nessun nuovo “reperto”, ma per la prima volta ho “sentito” la sua voce e mi piace riproporre il suo pensiero, sollecitato da alcune domande di Zollo.
La cosa su cui mi sono soffermato, come premessa all’intervista (antica), è una poesia che fa parte del disco “The Season of Glass”, lavoro uscito dopo la morte di Lennon:

Passa la primavera
e ci si ricorda della propria innocenza
passa l’estate
e ci si ricorda della propria esuberanza
passa l’autunno
e ci si ricorda della propria venerazione
passa l’inverno
e ci si ricorda della propria perseveranza.
C’è una stagione che non passa mai
Ed è la stagione del vetro

Leggendo l’intervista, realizzata nel 1992 a New York, si apprendono alcuni importanti aspetti legati al disco ed alla grafica proposta in copertina.

“Season of Glass”è stato un disco molto potente, e molto significativo per un sacco di persone, quando è uscito.
Quando ho fatto “Season of Glass” mi sentivo come se stessi camminando sott’acqua o qualcosa del genere, quindi non ne sapevo davvero nulla della reazione della gente.

Ho sentito che la tua casa discografica è rimasta sconcertata dal fatto che tu abbia voluto usare quella foto di copertina con gli occhiali di John schizzati di sangue.
Oh sì, molto!



Ho letto di recente che nella Germania nazista, come atto di crudeltà, spedivano gli occhiali sporchi di sangue degli uomini uccisi alle loro mogli.
Davvero? E’ terribile. Ma non è simbolico tutto questo? Vedi, ecco che voglio dire, quando mi viene l’ispirazione di fare qualcosa del genere, io lo faccio, perchè penso che ci sia qualcosa che mi sfugge. Mi sono anche arrabbiata. Insomma, io stavo raccontando quello che mi era successo, e non mi era certa successa una cosa bella!

La poesia intitolata”Season of Glass”, sul retro della copertina dell’album, è bellissima e triste. Hai mai pensato di farla diventare una canzone?
Ci ho pensato, ma non credo di esserne in grado. Non lo so.

In quella poesia hai scritto:” C’è una stagione che non passa mai ed è la stagione del vetro”, che riecheggia lo stato d’animo provato da tanti, dopo la morte di John, l’idea che questa sia un’epoca destinata a non passare mai. Pensi che siamo ancora nella stessa stagione del vetro?
Non lo so, perché forse in qualche modo parlavo di qualcosa al di là della morte di John. Allora, naturalmente, stavo raccontando la mia esperienza personale. Ma proprio adesso sto realizzando un’opera per una mostra su una famiglia seduta in un parco al momento del “meltdown” atomico, e quello a cui pensavo era un “meltdown” della razza umana e della specie in pericolo. E qualcuno mi ha detto che sembrava parlare anche del genocidio. Perciò è come se la stagione del vetro fosse ancora qui, in tutto il mondo. Non siamo ancora arrivati al punto in cui non ci siano più … occhiali sporchi di sangue.

Uno dei messaggi positivi che hai espresso, e che penso la gente non abbia colto, è che sul retro della copertina di “Season…”, il bicchiere d’acqua, che in copertina è mezzo vuoto, lì è pieno.
Sì. Oh, vuoi dire che ci hai fatto caso? Sono in pochissimi ad averlo notato.

Pensi che i tuoi messaggi positivi siano stati spesso trascurati?
Beh, alcuni li hanno colti ed altri no, dipende anche dalla persona. Voglio dire, tu ti sei accorto di qualcosa, giusto? Ma la maggior parte della gente no. 

La verità contenuta nella poesia rimane costante, inalterata nonostante lo scorrere del tempo. Emerge in modo mirabile quello che stavano provando milioni di persone in tutto il mondo durante in momenti cupi seguiti a quel giorno nerissimo del dicembre 1980, quando John Lennon morì. Era quella una stagione destinata a non passare, una tragedia che non sarebbe stata banalizzata nel tempo, una ferita che non sarebbe guarita. E in un certo senso non si voleva che accadesse.





martedì 17 febbraio 2026

Utopia Beatle: l'isola greca dei Fab Four

 


Il sogno di fuga di John, Paul, George e Ringo dalla frenesia della Beatlemania


Siamo nel 1967. I Beatles hanno appena pubblicato Sgt. Pepper, hanno conquistato ogni angolo del globo e sono, letteralmente, prigionieri del loro stesso mito. Non possono uscire di casa, non possono camminare per strada, ogni loro respiro è analizzato dal mondo intero. È in questo clima di "clausura dorata" che nasce un’idea tanto folle quanto affascinante: comprare un'isola in Grecia e fondarvi una comune privata.

L’idea venne, neanche a dirlo, da John Lennon. Accompagnati da "Magic Alex" (un bizzarro inventore greco che gravitava attorno alla band), i Fab Four volarono verso il Mar Egeo a bordo di uno yacht di lusso. Immaginiamo la scena: John, Paul, George e Ringo che navigano tra acque cristalline, fumando e sognando una vita senza paparazzi, dove le uniche preoccupazioni sarebbero state comporre musica e guardare il tramonto.

Individuarono un'isola chiamata Leslo (anche se i registri storici sono un po' confusi sul nome esatto). Il piano era ambizioso: avrebbero costruito quattro case collegate tra loro da tunnel o sentieri, con uno studio di registrazione centrale. Al seguito avrebbero portato famiglie, staff, amici e - naturalmente - Magic Alex. John era in estasi: "Hanno provato di tutto: governi, guerre... noi proveremo a vivere insieme in pace".

Sembrava fatta. La band arrivò persino a richiedere al governo britannico i permessi speciali per l'acquisto di valuta estera (all'epoca molto rigidi). Ma come spesso accade con i sogni nati sotto l'effetto dell'entusiasmo (e di qualche sostanza di troppo), la realtà bussò alla porta. I problemi burocratici iniziarono a farsi sentire, il governo greco non era così semplice da gestire e, soprattutto, l'unità della band stava iniziando a scricchiolare. Paul McCartney, anni dopo, ammise che l'idea era divertente finché restava un sogno da crociera, ma l'idea di stare confinati su uno scoglio con le rispettive mogli e lo staff per sempre iniziò a sembrare una prigione più piccola della stessa Londra.

Alla fine, non se ne fece nulla. Ma c'è un risvolto ironico: i Beatles avevano già acquistato i dollari necessari per l'operazione. Poiché il valore della sterlina crollò poco dopo, quando rivendettero la valuta per annullare il progetto, si ritrovarono con un guadagno netto di circa 11.000 sterline. È stata l'unica volta nella storia in cui un progetto fallimentare ha fatto guadagnare dei soldi ai Beatles senza che muovessero un dito.

Resta il fascino di ciò che sarebbe potuto essere: una "Neverland" greca dove la band forse non si sarebbe mai sciolta, o dove forse si sarebbe autodistrutta ancora più velocemente tra gli ulivi e il mare.




lunedì 16 febbraio 2026

Alberto Radius: l’anima e la chitarra dietro "Che cosa sei"



Esistono artisti che marchiano a fuoco l’immaginario musicale di un Paese restando, quasi per scelta, un passo di lato rispetto al grande clamore mediatico. Per molto tempo ho considerato Alberto Radius principalmente attraverso la lente del suo straordinario talento tecnico: un chitarrista monumentale, l’uomo che con la sua sei corde ha dato corpo ai sogni della Formula 3 e alle visioni rivoluzionarie di Lucio Battisti. Eppure, c’è un brano che nel tempo ha scardinato questa mia visione parziale, rivelando la tridimensionalità di un artista totale: si tratta di "Che cosa sei". In questa traccia emerge prepotentemente il Radius compositore e, soprattutto, una voce capace di sfumature inaspettate, densa di quella polvere e di quel sentimento che solo i grandi interpreti sanno maneggiare.

Il mio legame con Alberto non è però fatto solo di ascolti distanti. Qualche anno fa ebbi il privilegio di aiutarlo a presentare un suo album nella mia città, un’occasione che mi permise di chiacchierare con lui davanti al pubblico e di scoprire l'uomo dietro il mito. Da quell'incontro nacque un’idea ambiziosa: curare la sua biografia. Ci ritrovammo tempo dopo per discuterne seriamente e per un po' accarezzammo l'idea di mettere nero su bianco la sua vita incredibile. Tuttavia, dopo averci riflettuto, Alberto decise di non procedere; sentiva che sarebbe stato un impegno troppo gravoso per le sue energie di quel momento e il progetto rimase così un bellissimo "avrebbe potuto essere". Ma quel tempo trascorso insieme, tra aneddoti e riflessioni, mi ha permesso di leggere la sua musica con occhi molto più intimi.

Riascoltando oggi "Che cosa sei" - inserito nell'album omonimo e uscito anche come 45 giri con "Il respiro di Laura" -  ci si accorge di come la sua costruzione non sia solo un esercizio di stile, ma una vera confessione in musica. 

La canzone si sviluppa su un'armonia sofisticata che riesce nel miracolo di restare immediata, quasi popolare, pur nascondendo una struttura che solo un compositore di razza avrebbe saputo tessere. In questo pezzo la chitarra, pur essendo lo strumento d'elezione di Alberto, compie un passo indietro lasciando spazio a una voce che sorprende per sincerità e calore. Radius non cerca mai il virtuosismo vocale fine a sé stesso, preferendo una narrazione roca e densa che graffia l'ascoltatore e lo trascina dentro il testo. Anche gli interventi della chitarra sono centellinati con una classe immensa: non sono mai invasivi, ma agiscono come pennellate di colore che decorano il silenzio, dimostrando che la vera grandezza di un musicista risiede spesso nella capacità di sottrazione.

Questa maturità era il frutto di un percorso artistico tra i più ricchi d'Italia. Dagli esordi con i Quelli alla fondazione della Formula 3, Radius è stato il ponte necessario tra la nostra tradizione melodica e le spinte internazionali. Un passaggio fondamentale in questa evoluzione fu l'esperienza con Il Volo, un vero supergruppo d'avanguardia dove, insieme a talenti del calibro di Mario Lavezzi e Vince Tempera, Alberto esplorò i confini del prog-rock e del jazz-fusion. Fu proprio quella capacità di passare dalle trame complesse e visionarie de Il Volo alla sintesi perfetta della canzone solista a renderlo un autore unico nel panorama nazionale.

Nonostante quella biografia non sia mai stata scritta su carta, rimane impressa nei solchi dei suoi dischi. Riascoltare oggi "Che cosa sei" significa rendere omaggio a un uomo che ha dato tutto alla musica, un artista che sapeva essere "grande" senza il bisogno di gridarlo, lasciando che fossero le sue note e la sua voce a raccontare tutto ciò che le parole, a volte, non riescono a contenere.

Tuttavia, "Che cosa sei" non è un atto di solipsismo, ma il risultato di un formidabile gioco di squadra. Il brano porta la firma di Oscar Avogadro, paroliere di immenso spessore che ha saputo tradurre in parole l'urgenza espressiva di Alberto, mentre l'arrangiamento e le tastiere portano il marchio di fabbrica di Vince Tempera. In studio, l'ossatura ritmica e sonora vedeva la presenza di molti dei compagni d'avventura de Il Volo, come Gabriele Lorenzi e Bob Callero, creando un amalgama dove ogni strumento respira insieme alla voce.

In definitiva, "Che cosa sei" è un’indagine sull’inafferrabile. Il brano descrive quel momento di smarrimento e fascinazione in cui ci si trova davanti a qualcuno — o forse a un’emozione — che non si riesce a decifrare completamente. È una domanda aperta, sospesa tra il desiderio di possesso e la consapevolezza dell'altrui libertà. Il testo, spogliato da ogni retorica, riflette quella tensione tipica degli anni Settanta: la ricerca di un'autenticità che vada oltre le maschere quotidiane, trovando nella musica di Radius il vestito perfetto per raccontare l'incertezza del cuore.







domenica 15 febbraio 2026

Quel video dei Queen che l'America non riuscì a digerire

 

 

 

Se oggi pensiamo ai Queen, ci vengono in mente stadi gremiti, Freddie Mercury che domina il palco di Wembley e una libertà espressiva che non conosceva confini. Eppure, c'è stato un momento preciso in cui questa libertà ha spaventato qualcuno. Siamo nel 1984, e la band pubblica il video di "I Want to Break Free". In Europa è un successo clamoroso, ma negli Stati Uniti succede l'imprevedibile: il video viene bandito.

La cosa affascinante è che tutto era nato come un gioco. L’idea non fu nemmeno di Freddie, ma di Roger Taylor. Volevano fare una parodia di Coronation Street, una soap opera famosissima nel Regno Unito. L'immagine era surreale: questi quattro rocker mondiali che si vestono da donne, con tanto di parrucche, bigodini e aspirapolvere, per interpretare delle casalinghe annoiate in un tipico salotto inglese.

In Gran Bretagna la gente rise di cuore; era quel tipo di umorismo "drag" che fa parte della loro cultura da secoli. Ma quando la clip arrivò sulle scrivanie dei dirigenti di MTV negli Stati Uniti, calò il gelo.

Per l'America di metà anni '80, vedere Freddie Mercury con la minigonna di pelle e i suoi iconici baffi mentre ancheggiava non era divertente: era "pericoloso". MTV, che all'epoca era il pilastro del mercato discografico, decise semplicemente di non trasmetterlo. Il pubblico americano, lontano da quel gusto per il paradosso tipicamente europeo, interpretò il video in modo molto serio, quasi come una provocazione politica o sessuale che non erano pronti ad accogliere.

Le conseguenze furono reali e pesanti. Brian May ha ricordato spesso come quel singolo episodio abbia praticamente "ucciso" la carriera dei Queen negli USA per anni. Mentre nel resto del mondo la band continuava a riempire le arene, negli States il legame si era spezzato. Freddie ne rimase profondamente amareggiato; non riusciva a spiegarsi come un popolo che si diceva "libero" potesse scandalizzarsi per un po' di trucco e un'aspirapolvere.

Ironia della sorte, oggi quel video è uno dei più amati della storia della musica. Quello che allora fu visto come uno scandalo imbarazzante, col tempo è diventato il simbolo supremo della filosofia dei Queen: non prendersi mai troppo sul serio e, soprattutto, avere il coraggio di essere esattamente chi si vuole essere.







Nel ricordo di Mike Bloomfield


Il 15 febbraio del 1981 ci lasciava il chitarrista statunitense Mike  Bloomfieldera nato a Chicago il 28 luglio del 1946.
Famoso per il suo stile fluido ed espressivo, è stato uno dei più importanti esponenti e fautori del blues revival a Chicago dalla seconda metà degli anni '60.
La primissima esperienza di Bloomfield risale agli inizi degli anni '60 quando, giovanissimo, ha l'occasione di suonare la chitarra blues nel Southside con i vecchi musicisti neri, imparandone tutti i segreti. Su quella esperienza scrisse anche il libro “Me and Big Joe”, su Big Joe Williams.
Di tale periodo esistono un documentario e le registrazioni fatte a Chicago e alla Radio Svedese. Comincia così a farsi conoscere nel giro del blues e folk revival, portando la musica dai pochi appassionati al grosso pubblico bianco. Nel 1965, con il suo caro amico e collega Al Kooper, fu scritturato come session man nel celeberrimo album di Bob Dylan “Higway 61 Revisited ”, per mezzo del quale ottenne una certa notorietà.
Bloomfiled, assieme ad un altro astro nascente del cosiddetto Blues Revival della Chicago di metà anni '60, Elvin Bishop, al tastierista Mark Naftalin e soprattutto al celebre Paul Butterfield, diede vita alla celeberrima The Paul Butterfield Band, il cui biglietto da visita è rappresentato dalla suite di 12 minuti “East-West, con una geniale operazione di contaminazione tra blues, rock, jazz, rock psichedelico e ritmi raga di estrazione orientaleggiante. Questa fu anche la band che fece da supporto a Bob Dylan nella famosa svolta elettrica del Festival di Newport. Con questa formazione partecipa a incisioni importanti, come il doppio LP “Fathers and Sons" del maestro Muddy Waters.
Nella primavera del 1967, Mike Bloomfield e Barry Goldberg formarono gli Electric Flag, con l'intento di creare una "All American Music Band", un gruppo nel cui stile fossero inclusi tutti i generi fondamentali della musica americana.
In estate il gruppo debuttò al "Monterey Pop Festival". In concerto il successo fu immediato: Electric Flag era una macchina poderosa in grado di destreggiarsi in differenti territori musicali mettendo in luce le varie personalità del gruppo. Fra i primi a notare il gruppo fu Peter Fonda, che li coinvolse nella colonna sonora di The Trip ("Il Serpente di Fuoco”), film di Roger Corman di cui fu protagonista.
Con il supporto di ottimi autori e di elevate doti tecniche individuali, gli Electric Flag realizzarono nel 1968 "A Long Time Comin", una miscela di R&R, blues elettrico, R&B tipo Stax e pop/rock con divagazioni psichedeliche. Su tutto il cd spiccano la cover degli Howlin' Wolf "Killing Floor", "Groovin' is easy" e la bellissima "You don't realize".
Da ricordare una “Super Session”, una pietra miliare nella storia del rock che ha prodotto una registrazione fatta a New York City (maggio 1968) negli studi della Columbia. E' una delle prime occasioni di far musica fuori dai vincoli del produttore e del mercato, lasciando piena improvvisazione agli artisti, riproducendo in studio la libertà espressiva delle esibizioni dal vivo, senza limiti di tempo. 


Al Kooper chiama alcuni suoi vecchi amici a suonare: oltre a Stephen Stills alla chitarra (sono con lui i brani che formeranno il lato B del LP), partecipa anche Mike Bloomfield, e verranno incisi i brani che formano il lato A del disco, che esce il 22 luglio 1968, prodotto in piena libertà creativa da Al Kooper. La collaborazione tra Al Kooper e Mike Bloomfield prosegue lo stesso anno in una serie di concerti, immortalati nel doppio LP “The live adventures of Mike Bloomfield and Al Kooper”, uscito lo stesso anno, e il posteriore “Fillmore East The lost concert tape 12/13/68.
Mike Bloomfield ad un certo punto si ritira dalle scene, sia per scelta personale ma anche perché il grosso pubblico voleva da lui solo “Super Session”. Ciò lo porta anche a delusioni ed amarezze. Si dedica ad una lunga ricerca sul blues, ritornando alle origini, al blues acustico, interpretato sia alla chitarra che al piano, oltre che al canto. Ne sono testimonianza i parecchi LP incisi in questo periodo e le varie tournée. Nel settembre 1980, pochi mesi prima della sua morte, fece alcune date anche in Italia (Torino, Milano, Firenze, Mestre-Venezia).
Michael Bloomfield è stato trovato morto per overdose nella sua auto, a San Francisco, il 15 febbraio del 1981. Giace nel Hillside Memorial Park a Culver City vicino a LosAngeles.




sabato 14 febbraio 2026

Ricordando Vincent Crane




Il 14 febbraio ricorre l’anniversario della morte di Vincent Crane, tastierista britannico famoso soprattutto per essere stato il cofondatore (assieme a Carl Palmer) e leader degli Atomic Rooster.


Vincent Crane nasce il 21 maggio del 1943 e muore il 14 febbraio del 1989, a soli 46 anni.
Esordisce nel mondo della musica nel 1967, quando entra a far parte dei Crazy World di Arthur Brown.
Durante la sua permanenza nei Crazy World, Crane ha modo di incidere con loro l'unico album del gruppo: The Crazy World of Arthur Brown. Durante una tournée americana nel 1969, Crane accusa problemi depressivi che lo costringono al ricovero ospedaliero mentre il gruppo si scioglie. Uscito dall'ospedale fonda con Carl Palmer gli Atomic Rooster di cui sarà leader unico e riconosciuto. Con essi Crane realizza diversi album, senza mai raggiungere gran fama, finché alla fine degli anni 70, anche questo gruppo si scioglie. Nel corso degli anni successivi il tastierista è coinvolto in diversi progetti, tra i quali un altro album con Arthur Brown e una collaborazione con Peter Green, oltre alla partecipazione al musical Rocky Horror Show. Tra il 1984 e il 1986 entra a far parte dei Dexy's Midnight Runners coi quali va in tour in Europa. Ma la sua vita turbolenta e i problemi psichiatrici lo porteranno al suicidio nel febbraio del 1989.

Discografia
Con Crazy World
The Crazy World of Arthur Brown ( 1968 )

Con Atomic Rooster
Atomic Rooster (album 1970)|Atomic Rooster ( 1970) - B&C
Death Walks Behind You ( 1970 )
In Hearin' of ( 1971 )
Made in England ( 1972 )
Nice and Greasy ( 1973 )
Assortment (1973 ) - antologia
Home to roost ( 1977 )
Atomic Rooster (album 1980)|Atomic Rooster ( 1980 ) - Emi
Headline news ( 1983 )