venerdì 7 agosto 2026

Pete Way, il bassista che ha fatto tremare il rock


 Il leggendario bassista degli UFO avrebbe compiuto oggi 75 anni


Il 7 agosto 1951 nasceva a Enfield, in Inghilterra, una delle figure più carismatiche e influenti del rock britannico: Pete Way. Oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 75 anni, ricordiamo la vita e la carriera di un bassista che ha un posto di rilevo nella storia della musica, soprattutto come membro fondatore degli UFO.

Pete Way non era un bassista come tutti gli altri. Il suo stile era potente, grintoso e, a tratti, quasi anarchico. Non si limitava a tenere il tempo, ma usava il suo strumento per aggiungere melodia e spessore, creando un'identità sonora unica per gli UFO. I suoi riff di basso sono diventati la spina dorsale di classici come "Doctor Doctor" e "Lights Out", brani che ancora oggi risuonano con la stessa energia di allora.

Oltre al suo talento musicale, Pete Way era un'autentica rockstar nel senso più puro del termine. Il suo look, l'atteggiamento da "bad boy" e la sua vita al limite lo hanno reso un'icona per generazioni di fan. Non si può parlare di lui senza menzionare il suo leggendario basso Fender Thunderbird, un vero e proprio prolungamento della sua personalità sul palco.

La sua carriera, sebbene segnata da alti e bassi e da una vita turbolenta, è stata ricca di collaborazioni importanti e di progetti paralleli, come i Waysted e il supergruppo Fastway. Ma il suo cuore è sempre rimasto legato agli UFO, la band che ha contribuito a creare e a portare alla fama mondiale.

Pete Way ci ha lasciati il 14 agosto 2020. Oggi, nel giorno del suo compleanno, lo ricordiamo non solo come un grande bassista, ma come un artista che ha incarnato lo spirito del rock and roll: ribelle, passionale e senza compromessi.







giovedì 6 agosto 2026

Ci ha lasciato Francesco Guccini

 

La prima volta che vidi Francesco Guccini era il 1973. Millesimo, un pomeriggio d’estate, un campo verde che sembrava non finire mai. Lui arrivò da solo, senza scenografie, senza amplificazioni imponenti, con quella naturalezza che appartiene solo ai musicisti che non hanno bisogno di nulla per essere ascoltati. Il pubblico era seduto sull’erba, attento, partecipe, quasi raccolto. Io ero adolescente, e quella scena - un uomo con una chitarra, un campo aperto, la voce che si alzava come un racconto - è rimasta impressa come una fotografia che non scolorisce.

Guccini è stato uno dei narratori più profondi della canzone italiana. Nato nel 1940, cresciuto tra l’Appennino e Modena, ha portato nella musica una lingua che non somigliava a nessun’altra: concreta, letteraria, ironica, malinconica. Le sue canzoni hanno attraversato decenni senza perdere peso, perché parlavano di persone reali, di luoghi vissuti, di fragilità e di scelte che tutti, prima o poi, si trovano a fare.

Per molti è stato un maestro involontario, anche se non cercava di esserlo; non costruiva personaggi, non inseguiva mode, preferiva la verità delle storie, la lentezza dei ricordi, la dignità delle cose semplici. Nei suoi album si incontrano la provincia, la politica vissuta come responsabilità civile, l’amicizia, la memoria, la disillusione e la tenacia. Ha scritto come si parla, e ha parlato come si pensa quando si è sinceri.

La sua scomparsa ha lasciato un silenzio particolare. Non quello rumoroso delle celebrazioni, ma un vuoto più discreto, più intimo. Guccini era diventato negli anni una presenza familiare, non solo un cantautore, ma un punto di riferimento culturale, un modo di guardare il mondo con ironia e con misura. La sua morte ha chiuso una stagione della musica italiana, quella in cui le parole contavano più degli arrangiamenti, e in cui un concerto poteva essere davvero un uomo in mezzo a un campo verde, circondato da persone che ascoltavano.

Molti hanno ricordato la sua voce, altri la sua scrittura, altri ancora la sua umanità. Ma per chi lo ha visto in quegli anni, quando la musica era ancora un gesto semplice, rimane soprattutto l’immagine di un artista che non aveva bisogno di apparire per essere importante.

Guccini ha lasciato canzoni che continueranno a essere cantate, studiate, discusse. Ha lasciato un modo di raccontare che ha influenzato scrittori, musicisti, insegnanti, studenti. Ha lasciato un’idea di autenticità che oggi sembra quasi un lusso. E ha lasciato ricordi personali, come quello di Millesimo nel ’73: un campo verde, un ragazzo che ascolta, un uomo che canta senza fretta.

La sua storia non si chiude con la sua morte. Continua nelle persone che hanno trovato nelle sue parole un pezzo di sé, e in chi, come te, conserva un’immagine che vale più di qualsiasi commemorazione.









Andy Warhol: un'icona pop immortale

 


Il 6 agosto del 1928 nasceva Andy Warhol, un nome che risuona con l'audacia, l'innovazione e una certa dose di enigma.

Il mio ricordo personale...

Era il 1996 quando ebbi l'opportunità di visitare il museo dedicato ad Andy Warhol nella sua città natale, Pittsburgh. Ricordo ancora vividamente la sorpresa e il profondo interesse che provai di fronte alle sue opere. L'impatto visivo delle serigrafie, la ripetizione ossessiva dei soggetti, la sua capacità di trasformare oggetti banali in icone: tutto mi catturò. Tra le opere esposte, rimasi particolarmente colpito da alcune tele realizzate con l'urina, un'audace e provocatoria esplorazione dei materiali e dei confini dell'espressione artistica. Quella visita accentuò la mia curiosità verso questo artista enigmatico e la sua influenza sulla cultura contemporanea…

Nato Andrew Warhola a Pittsburgh, questo artista americano ha lasciato un'impronta indelebile sul mondo dell'arte e sulla cultura popolare. La sua Factory, un vivace studio d'arte a New York, divenne un epicentro per artisti, musicisti, drag queen e celebrità, riflettendo il suo fascino per la cultura underground e il glamour.

L'ascesa di Warhol negli anni '60 coincise con l'esplosione della Pop Art, un movimento che sfidava le convenzioni artistiche tradizionali incorporando immagini della cultura di massa. Le sue serigrafie di lattine di zuppa Campbell e ritratti di icone come Marilyn Monroe ed Elvis Presley non erano semplici riproduzioni; erano commenti audaci sulla mercificazione dell'arte e sulla celebrità nella società contemporanea. Attraverso la ripetizione e la produzione in serie, Warhol ha messo in discussione l'idea di unicità e autorialità nell'arte.

Ma Warhol era molto più di un pittore. Era un regista sperimentale, produttore musicale (pensate ai Velvet Underground), autore e personaggio pubblico. I suoi film, spesso lunghi e non narrativi, come "Sleep" ed "Empire", sfidavano le nozioni convenzionali di narrazione cinematografica. La sua filosofia, espressa nel suo famoso aforisma sulla "fifteen minutes of fame", rimane sorprendentemente attuale nell'era dei social media.

La sua influenza si estende ben oltre il mondo dell'arte. Warhol ha anticipato e plasmato molti aspetti della cultura contemporanea, dalla nostra ossessione per la celebrità alla fluidità dei confini tra arte alta e bassa. Anche dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio del 1987, il suo lavoro ha continuato a ispirare, provocare e affascinare.

Esplorare il mondo di Andy Warhol significa immergersi in un universo di colori vibranti, idee provocatorie e una riflessione acuta sulla società moderna. Che siate attratti dalla sua estetica audace o incuriositi dalla sua complessa personalità, l'eredità di Warhol è un invito a riconsiderare il nostro rapporto con l'arte, la cultura e la fama. Leggere di lui è un viaggio affascinante nel cuore del XX secolo e nelle sue continue risonanze nel nostro presente.





mercoledì 5 agosto 2026

Un tema che cambia pelle: dai Moody Blues ai Nomadi

 

Nights in White Satin”, pubblicata nel 1967 dai Moody Blues, appartiene a quella stagione in cui il pop inglese si apre verso forme più ampie. La voce di Justin Hayward entra con un timbro che sembra già portare un racconto, gli archi disegnano un orizzonte che non si chiude, la melodia procede con un passo lento e costante. Il brano vive di sospensioni, di respiri lunghi, di un’intensità che non cerca l’effetto, ma costruisce un’atmosfera che rimane.

La forza della canzone sta proprio in questo equilibrio: una confessione intima che si allarga fino a diventare paesaggio sonoro. La voce rimane vicina, quasi fragile, mentre l’arrangiamento apre uno spazio più grande, come se due piani emotivi camminassero affiancati senza sovrapporsi.

In Italia la stessa melodia prende una direzione diversa. I Nomadi, con testo di Daniele Pace, realizzano “Ho difeso il mio amore”, un brano che non traduce l’originale: lo reinventa. Il racconto diventa più diretto, più terreno. La voce di Augusto Daolio porta un’intensità che appartiene alla canzone italiana di quegli anni, con un calore narrativo che si distacca dalla dimensione sospesa dei Moody Blues. Qui non c’è contemplazione… c’è una storia, un sentimento che si difende, un’emozione che prende forma concreta.

Anche l’arrangiamento segue questa traiettoria. Dove i Moody Blues costruiscono un orizzonte orchestrale ampio, i Nomadi scelgono una linea più raccolta, più vicina alla loro identità. La melodia rimane, ma il senso cambia. È un esempio raro di come una stessa struttura possa generare due mondi che non si escludono, semplicemente non parlano la stessa lingua emotiva.

Il confronto tra le due versioni non riguarda la fedeltà, ma l’intenzione. I Moody Blues guardano oltre il pop, verso una dimensione quasi visionaria. I Nomadi trasformano quella stessa melodia in un racconto sentimentale che appartiene pienamente alla loro epoca e alla loro voce. Due traiettorie che si incrociano solo per un istante, giusto il tempo di condividere una linea melodica.

Riascoltate oggi, le due letture non cercano un punto d’incontro ma mantengono la loro distanza. “Nights in White Satin” continua a muoversi in uno spazio ampio e contemplativo; “Ho difeso il mio amore” conserva il colore di una stagione italiana che trasformava melodie straniere in storie proprie. È proprio in questa distanza che la melodia rivela la sua capacità di adattarsi, mantenendo intatta la sua impronta.




martedì 4 agosto 2026

Henry Cow-"Leg End" compie 53 anni!


Henry Cow-Leg End

Virgin Records

Agosto 1973

Musica visionaria e poco ortodossa… in quale pianeta siamo?

 

Per chiunque conosca la scena di Canterbury i britannici Henry Cow rimangono una delle anomalie più preziose e non richiedono alcuna presentazione specifica. Oppure saranno familiari a chi in qualche modo è al corrente dell’esistenza del "Rock In Oposition", che ha prosperato per tutti gli anni Settanta. E ancora, potrebbero essere conosciuti a chi si è occupato di "Avant-Prog", ovvero musica sperimentale che fonde generi diversi, come jazz, folk e musica classica, uniti ad una buona dose di improvvisazione realizzata da musicisti colti, perseguendo la sperimentazione e un modus propositivo anticonvenzionale. 

Gli Henry Cow hanno rappresentato un modello unico e impossibile da etichettare e inserire nell’ortodossia dei generi.

Leg End” (talvolta chiamato anche “Legend”) è il primo loro album e fu pubblicato nell'agosto 1973.

Le origini della band risalgono al 1968, quando fu fondata da due universitari di Cambridge, i polistrumentisti Fred Frith e Tim Hodgkinson.

Il periodo di maggior splendore del prog e la vicinanza geografica al fulcro di quel genere non li attrae particolarmente, mentre sono forti le influenze della musica sperimentale, contemporanea e del jazz. L’esordio discografico ne è un chiaro segnale.

Nessun limite, nessuna barriera, ma dando uno sguardo alla produzione futura “Leg End” appare, forse, come il loro album più facile, o almeno il più catalogabile.

Però risulta, anche a distanza di tempo, un viaggio musicale impegnativo, composto da ritmi variabili, poco ortodossi, e presenza contemporanea di strumenti multipli che culminano in un mix sonoro attraente ma complesso.

Al debutto della band, sia Fred Frith che Geoff Leigh non si trattengono in nulla, creando movimenti jazz eclettici e d'avanguardia senza alcuna direzione pianificata, o almeno così può sembrare all’ascoltatore, spiazzato al cospetto di tanta diversità.

Non l’ho ancora detto ma questo è un album strumentale, con l'eccezione di "Nine Funerals of the Citizen King", che l'intero gruppo canta, e qualche voce di sottofondo in "Nirvana for Mice", "Teenbeat" e "The Tenth Chaffinch”.

Profumo di jazz e invenzione di un suono unico e caratterizzante, questa la mia sintesi.

Attraverso brani come "Amygdala", "Teenbeat" e "The Tenth Chaffinch", emerge tutta la creatività, e anche se le musiche sono particolarmente difficili da seguire ed eseguire, la miscela che emerge tra pianoforte, chitarra, flauto e percussioni produce un’unica risultante che fa perdere i connotati al singolo strumento, ma nel suo insieme suona piacevole.

Quindi, come si potrebbe definire l’esordio degli Henry Cow? Rock? Jazz? Improvvisazione libera? Ambient? Avanguardia?

Questi paladini del RIO scivolano e sguazzano senza paura dentro e intorno ai concetti musicali moderni, producendo sin dalle origini un ascolto molto impegnativo, ma raramente ostico, con aperture verso una fruizione più leggera, seppur inframezzata da sentieri intricati.

Riflettendo sul concetto di musica proposto dagli Henry Cow, si potrebbe dire che pochissimi album possono raggiungere l'equilibrio di “Leg End”, un faro di creatività, pieno di energia, per molti ineguagliato da una qualsiasi delle band coeve.

La copertina fu realizzata dall'artista Ray Smith, la prima di tre delle sue "calze di vernice" ad entrare negli album di Henry Cow. Smith era apparso con la band in molti dei loro primi concerti degli anni ‘70, eseguendo una varietà di attività, tra cui stirare, leggere testi e mimare con marionette a guanti. Suggerì un calzino intrecciato sulla copertina di “Leg End”, e insistette sul fatto che il nome della band non dovesse apparire. Chris Cutler affermò in un'intervista del 2011 che Smith ha continuato il tema nei successivi due album di Henry Cow, con il cambio di calzino "per adattarsi al temperamento della musica".

“Leg End” appare a distanza di 50 anni un’aggiunta necessaria alla collezione di qualsiasi appassionato di prog. Non importa quale siano le preferenze di stile e genere, un riascolto od un nuovo ascolto potrebbero risultare sorprendenti.

 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Lato A

Nirvana for Mice 

Amygdala 

Teenbeat Introduction 

Teenbeat 

 

Lato B

Extract From 'With The Yellow Half-Moon And Blue Star' 

          Teenbeat Reprise 

     The Tenth Chaffinch 

            Nine Funerals Of The Citizen King


Formazione

Geoff Leigh - sassofoni, flauto, clarinetto, flauto dolce, voce

Tim Hodgkinson - organo, pianoforte, sassofono alto, clarinetto, voce

Fred Frith - chitarre, violino, viola, pianoforte, voce

John Greaves - basso, pianoforte, fischietto, voce

Chris Cutler - batteria, giocattoli, pianoforte, fischietto, voce

 

Musicisti aggiunti

Jeremy Baines - pixiphone in With the Yellow Half-Moon and Blue Star

Cathy Williams, Maggie Thomas, Sarah Greaves - cori, arrangiamento cori in Teenbeat

 

Note aggiuntive

Henry Cow - produttori

Registrazioni effettuate al The Manor di Shipton-on-Cherwell, Oxfordshire, Inghilterra nel maggio - giugno del 1973

Tom Greasy Patches Newman e Henry Cow - ingegneri delle registrazioni

Mike Oldfield - ingegnere del suono in Nirvana for Mice

Ray Smith – copertina


Gli Henry Cow nel 1973 






lunedì 3 agosto 2026

Porto Antico ProgFest 2026 a Genova-11° edizione: resoconto tra parole e video

 


Porto Antico ProgFest 2026

Una serata che conferma una tradizione e rinnova un linguaggio


Il Porto Antico ProgFest ha raggiunto l’undicesimo anno consecutivo e anche questa edizione, come sempre marchiata Black Widow Records, ha mostrato la capacità del festival di restare fedele alla sua identità pur aprendosi a nuove prospettive. La programmazione ha previsto una sola serata dedicata al prog, quella del sabato, anticipata il venerdì da un appuntamento metal che ha dato energia all’intero weekend.

La serata è stata presentata da Linda Dell e Athos Enrile, che hanno accompagnato il pubblico alternando informazioni oggettive e impressioni di giornata, così da rendere fluidi anche i cambi set.


L’esordio dei Sigmund Freud…

… il debutto genovese di una band storica 

L’apertura è stata affidata ai romani Sigmund Freud, al loro primo concerto a Genova. La band ha portato sul palco una selezione dell’album Risveglio, alternando brani già noti a composizioni che anticipano il loro futuro artistico. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni passaggio, immerso in un clima particolare, sotto un tendone illuminato a giorno e avvolto da un caldo umido che ha accompagnato tutta la serata. L’atmosfera è stata quella dei festival estivi, con una partecipazione viva e una curiosità autentica verso una formazione che ha saputo unire storia e prospettiva. Il video a seguire riuscirà forse a fornire un’idea precisa dell’atmosfera che si è venuta a creare, evidenziando quanto il loro impatto sia stato forte e quanto la band abbia saputo conquistare Genova con naturalezza.


Fertility Cult

L’energia del nord e un pubblico sorprendentemente partecipe… 

Dopo i Sigmund Freud è arrivato il momento dei Fertility Cult, formazione finlandese che ha raggiunto il quinto album, quattro autoprodotti e l’ultimo pubblicato con Black Widow. Il loro set ha portato un cambio di atmosfera immediato, con un suono più ruvido e una tensione ritmica che ha acceso la piazza. Un gruppo di probabili fan finlandesi ha seguito la performance con entusiasmo contagioso, creando un dialogo continuo tra palco e platea. La band ha mostrato una maturità evidente, frutto di un percorso che li ha portati a definire un’identità sonora personale e riconoscibile. Anche per loro il pubblico ha risposto con calore, confermando quanto il prog (e dintorni) contemporaneo possa essere vivo e capace di parlare con linguaggi diversi.


Claudio Simonetti’s Goblin

Il culto, la memoria, il cinema e la potenza del live 

Il momento più atteso della serata è coinciso con l’arrivo dei Claudio Simonetti’s Goblin, una band che vive una vera venerazione di culto. Il largo merchandising presente al banchetto ne è la prova, già molto frequentato durante il concerto e letteralmente preso d’assalto alla fine.

La serata è iniziata con la visione completa del film Tenebre, accompagnata dalla band che ha sostenuto la parte musicale con precisione e intensità. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni scena, vivendo un tuffo nel passato che ha risvegliato memorie e paure antiche, quelle che hanno reso il cinema di Dario Argento un riferimento mondiale.

Terminata la proiezione, è iniziato il concerto vero e proprio, un excursus attraverso la storia enorme dei Goblin e dei vari spin off. Claudio Simonetti ha snocciolato aneddoti che hanno dato profondità al racconto, mostrando quanto la loro musica sia diventata parte dell’immaginario collettivo. La band ha confermato una forma straordinaria, pronta a partire ad agosto per il Giappone e successivamente per gli Stati Uniti.

Il pubblico è apparso emozionato e partecipe, con un crescendo continuo che ha trovato il suo culmine nell’ultimo brano, Profondo Rosso, accolto come un rito collettivo. La piazza era piena, la partecipazione alta, il successo evidente.

 

Conclusione

Il Porto Antico ProgFest 2026 ha confermato la forza di un festival che non si limita a celebrare il passato ma costruisce nuove visioni. La serata ha mostrato quanto il progressive sia ancora un linguaggio capace di unire generazioni, immaginari e forme artistiche diverse. Cinema, rock, elettronica, memoria e sperimentazione si sono intrecciati in un percorso che ha lasciato un segno chiaro.

Non è obiettivo di questo articolo entrare nei dettagli tecnici, ma la caratura dei musicisti on stage è risultata evidente.

Un accenno dovuto all’unica donna musicista sul palco, Cecilia Nappo, giovane bassista del gruppo di Simonetti, la cui competenza ha colpito il pubblico.

Linda Dell e Athos Enrile hanno guidato il pubblico attraverso questo viaggio, dando voce a un festival che continua a crescere e a parlare con intensità al presente, in attesa del prossimo appuntamento!


Il flauto magico di un vagabondo: la genesi visiva dei Jethro Tull



Come un abito logoro e una gamba alzata hanno ridefinito l'estetica del rock


Agli albori dei Jethro Tull, Ian Anderson non era la figura carismatica e sicura di sé che conosciamo oggi. Per mascherare un profondo senso di inadeguatezza e per distinguersi dalla massa di chitarristi blues, adottò un'immagine che era l'esatto opposto del glamour dell'epoca: quella di un eccentrico vagabondo scozzese.

Vestito con un cappotto lungo e consunto che sembrava recuperato da un cassonetto, Anderson iniziò a esibirsi in pose plastiche e frenetiche. La celebre postura su una gamba sola nacque quasi per errore: nel tentativo di soffiare con forza estrema nel flauto traverso e mantenere l'equilibrio durante i passaggi più veloci, Anderson sollevò istintivamente una gamba. I fotografi catturarono l'immagine e la stampa la celebrò come un marchio di fabbrica studiato. Insieme alle bizzarre gag sul palco - come le finte interruzioni meteorologiche o la presenza di animali di pezza - questa estetica permise ai Jethro Tull di decostruire la serietà del progressive rock con una dose massiccia di ironia britannica.







domenica 2 agosto 2026

Compie gli anni Joe Lynn Turner, pilastro del Rock AOR e Hard Rock

 

Oggi, 2 agosto, ricordiamo il compleanno di Joe Lynn Turner, una delle voci più riconoscibili e versatili nella storia del rock melodico e dell'hard rock. Con una carriera che abbraccia oltre cinque decadi e include collaborazioni con alcune delle band più influenti del genere, Turner ha lasciato un'impronta tangibile nella musica.

Nato a Hackensack, New Jersey, nel 1951, Joseph Linquito (il suo vero nome) ha mostrato un precoce talento musicale, iniziando con la fisarmonica e poi dedicandosi alla chitarra. Dopo aver brevemente intrapreso la carriera di insegnante di letteratura inglese, la sua passione per la musica lo ha portato a formare i Fandango, una band AOR che ha pubblicato quattro album tra il 1977 e il 1980.

La grande svolta per Turner è arrivata nel 1981, quando il leggendario chitarrista Ritchie Blackmore lo ha chiamato per un'audizione per i Rainbow. Turner ha conquistato immediatamente Blackmore ed è diventato il frontman della band, contribuendo a tre album fondamentali: Difficult to Cure (1981), Straight Between the Eyes (1982) e Bent Out of Shape (1983). In questi anni, i Rainbow hanno raggiunto un notevole successo commerciale, con brani come "I Surrender" e "Stone Cold" che hanno scalato le classifiche.

Dopo lo scioglimento dei Rainbow, Turner ha intrapreso una prolifica carriera solista con l'album Rescue You nel 1985. Tuttavia, la storia si è ripetuta nel 1989, quando è stato invitato a unirsi ai Deep Purple, la band madre di Blackmore. Con i Deep Purple, Turner ha registrato l'album Slaves and Masters (1990) e ha partecipato al tour mondiale del 1991, dimostrando ancora una volta la sua capacità di adattarsi a stili diversi pur mantenendo la sua identità vocale.

Al di là delle sue esperienze con Rainbow e Deep Purple, Joe Lynn Turner ha continuato a pubblicare numerosi album solisti, come il recente Belly of the Beast (2022), dove ha affrontato anche la sua alopecia, decidendo di presentarsi senza parrucca per la prima volta. È stato anche un richiestissimo vocalista per sessioni e collaborazioni con artisti del calibro di Billy Joel, Cher, Michael Bolton e Mick Jones dei Foreigner, ampliando ulteriormente la sua influenza.

Nel corso degli anni, Turner ha partecipato a una miriade di progetti, tra cui Hughes Turner Project con Glenn Hughes, Mother's Army e Brazen Abbot, dimostrando una versatilità e una dedizione alla musica che lo rendono una figura ammirata nel panorama rock.






sabato 1 agosto 2026

Jethro Tull: "Stand Up" compie 57 anni-Commento "easy" e ascolto

 



Jethro Tull-"Stand Up"

Commento e ascolto

 

AVVERTENZE

 

Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.

L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.

 

Titolo: Stand Up

Artista: Jethro Tull

Pubblicazione: 1º agosto 1969

Durata: 41:36

Tracce: 10

Genere: Rock progressivo-Folk rock

Etichetta: Chrysalis-Island Records (UK)-Reprise Records (USA)

Produttore: Ian Anderson, Terry Ellis

Registrazione: aprile 1969, Morgan Studios, Londra, Inghilterra

Note: Ristampato nel 2001 con 4 bonus tracks

 

Stand Up è il secondo album in studio dei Jethro Tull, pubblicato il 1° agosto del 1969. È un album che ha segnato una svolta significativa nel suono della band, introducendo elementi del folk rock e del progressive che sarebbero diventati caratteristici del loro stile.

L'album, diversamente dal precedente This Was, è caratterizzato da un allontanamento dalle sonorità blues a favore di un sound più vicino al rock; ciò è probabilmente dovuto all'abbandono del chitarrista Mick Abrahams - per contrasti con Ian Anderson - che diventerà così leader del gruppo. Il nuovo chitarrista Martin Barre risulterà alla fine il membro più longevo, 42 anni alla corte di Re Ian.

In Stand Up vengono utilizzati strumenti all'epoca inusuali per la musica rock, come la balalaica, il mandolino e l'onnipresente flauto traverso. La copertina dell'album rappresenta i Jethro Tull (Ian Anderson, Martin Barre, Clive Bunker e Glenn Cornick), e al suo interno vi è un pop-up dei membri del gruppo.

Il disco può essere considerato come il "crocevia" nel quale prendono forma i vari stili e generi che i Jethro Tull affronteranno nei decenni successivi. In esso sono contenuti, infatti, i primi abbozzi di musica medievale (Jeffrey Goes to Leicester Square), di rock e progressive rock (Nothing Is Easy o We Used to Know), di musica orientale (Fat Man) e di folk acustico (Look Into the Sun, Reasons for Waiting).

L'album si apre con la celebre traccia A New Day Yesterday, caratterizzata da un riff di chitarra energico e un suono complessivo molto potente, brano che dimostra fin dall'inizio la grande abilità del leader della band, Ian Anderson, sia come cantante che come flautista.

Si passa poi da brani rock come Nothing Is Easy a pezzi più sperimentali come Bourèe, hit storica della band, rifacimento in chiave moderna della Bourrée inserita nel quinto movimento della suite in mi minore per liuto di Johann Sebastian Bach. Il pezzo è strumentale ed esalta i virtuosismi di Ian Anderson al flauto traverso e Glenn Cornick al basso (a seguire esempio video).

Ma tutte le canzoni di Stand Up sono ricche di arrangiamenti complessi e, come già sottolineato, strumenti insoliti. Inoltre, la presenza di testi poetici e profondi conferisce un tocco in più ai brani.

Sintetizzando, prima dell’ascolto a seguire: Stand Up è un must, che ha contribuito a consolidare il suono unico dei Jethro Tull. La combinazione di elementi rock, folk e progressive, insieme alle abilità musicali eccezionali dei membri della band, ha reso questo album un punto di riferimento nella loro carriera.

Imperdibile per gli amanti del rock!

 

TRACKLIST (cliccare sul titolo per ascoltare)

Tutte le canzoni sono state scritte da Ian Anderson, eccetto ove indicato:

 

A New Day Yesterday - 4:10

Jeffrey Goes to Leicester Square - 2:12

Bourée - Johann Sebastian Bach, Ian Anderson - 3:46

Back to the Family - 3:48

Look Into the Sun - 4:20

Nothing Is Easy - 4:25

Fat Man - 2:52

We Used to Know - 3:59

Reasons for Waiting - 4:05

For a Thousand Mothers - 4:13

 


Bonus track presenti nella versione del 2001:

Living in the Past - 3:20

Driving Song - 2:39

Sweet Dream - 4:02

17 - 3:07

 


Formazione

Ian Anderson - voce, chitarra folk, flauto, pianoforte, organo Hammond, mandolino, balalaika

Martin Barre - chitarra elettrica, flauto

Glenn Cornick - basso, voce

Clive Bunker - batteria, percussioni






venerdì 31 luglio 2026

“Homburg” / “L’ora dell’amore” – Una canzone, due destini

 

Homburg” arriva nel 1967, un anno dopo l’impatto di “A Whiter Shade of Pale”. I Procol Harum scelgono di non replicare la formula dell’organo bachiano e si muovono verso un pop più raccolto, quasi cameristico. Gary Brooker canta con una malinconia trattenuta, Keith Reid costruisce immagini sospese, Matthew Fisher colora senza invadere. È un brano che vive di chiaroscuri, un passo lento, un’atmosfera da fine giornata, una malinconia che non chiede spiegazioni.

La forza di “Homburg” sta proprio lì, nel non cercare il colpo di scena, nel non voler superare il proprio predecessore. Si limita a essere sé stessa, con una grazia che oggi appare ancora più evidente. Una canzone che sembra scritta per restare ai margini e che invece continua a risuonare per la sua delicatezza.

In Italia prende una direzione diversa. I Camaleonti la trasformano in L’ora dell’amore, uno dei loro successi più riconoscibili. La melodia resta, ma cambia la temperatura emotiva. La versione italiana abbandona l’ambiguità poetica di Reid e si concentra su un sentimento più diretto, più narrativo, più vicino alla sensibilità pop del pubblico italiano. La voce di Tonino Cripezzi porta il brano verso una dimensione più calda, più immediata.

Il confronto tra le due letture è rivelatore. I Procol Harum lavorano su un equilibrio fragile, quasi impressionista; i Camaleonti scelgono una linea più definita, più luminosa. L’originale è un quadro in penombra, la versione italiana una stanza aperta alla luce. La stessa melodia, due modi opposti di abitarla.

“Homburg” resta uno dei momenti più sottovalutati della prima fase dei Procol Harum, un brano che non ha bisogno di alzare la voce per lasciare il segno. “L’ora dell’amore”, al contrario, diventa un tassello importante nella storia dei Camaleonti, confermando la loro capacità di trasformare materiale anglosassone in pop italiano senza perdere identità.

Riascoltate oggi, le due versioni mostrano come una canzone possa cambiare pelle senza perdere la propria anima. Una malinconica, l’altra sentimentale. Una sfumata, l’altra più netta. Due destini diversi, entrambi coerenti.





Nel ricordo di Erik Brann, chitarrista degli Iron Butterfly

 


Il 31 luglio 2003 ci lasciava Erik Brann, chitarrista statunitense la cui notorietà è indissolubilmente legata agli Iron Butterfly, importante gruppo hard rock psichedelico. A ventidue anni dalla sua scomparsa, lo ricordiamo ripercorrendo la sua carriera e il suo impatto sulla musica.

Nato a Boston l'11 agosto 1950, Brann mostrò fin da giovane un talento musicale, dedicandosi inizialmente al violino prima di trovare la sua vera vocazione nella chitarra. Nel 1967, a soli diciassette anni, il giovane Erik si unì agli Iron Butterfly, segnando l'inizio di una collaborazione che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia del rock.

L'esordio discografico di Brann avvenne nel 1968 con l'album In-A-Gadda-Da-Vida. Questo lavoro non solo rappresentò il maggiore successo commerciale della band, ma divenne anche una pietra miliare del rock psichedelico, grazie soprattutto alla leggendaria title track, un'epopea di oltre 17 minuti che metteva in risalto le innovative capacità chitarristiche di Brann. Erik contribuì anche alla scrittura di una traccia dell'album, "Termination", insieme al bassista Lee Dorman, dimostrando fin da subito il suo talento compositivo.

Dopo aver lasciato gli Iron Butterfly nel 1970, Brann tornò nella band nel 1974, in occasione della sua rifondazione. Durante questo periodo, incise due album, Scorching Beauty (1974) e Sun and Steel (1975), nei quali assunse anche il ruolo di cantante principale, dimostrando la sua versatilità artistica. La band si sciolse nuovamente nel 1975, per poi riunirsi brevemente nel 1978 con una nuova formazione, l'ultima in cui Brann suonò prima di ritirarsi quasi completamente dalle scene musicali.

Nel luglio del 2003, mentre stava pianificando un atteso ritorno sulla scena musicale con un album solista, Brann ci ha lasciati a causa di un infarto miocardico all'età di 52 anni. La sua scomparsa ha privato il mondo della musica di un talento unico e innovativo, un chitarrista che con la sua visione e il suo stile ha contribuito a definire il suono di un'epoca.






giovedì 30 luglio 2026

Nel ricordo di Paolo Giaccio


Il 29 luglio del 2019 ci lasciava Paolo Giaccio, uno dei "pionieri" della radio, divulgatore di buona musica, giornalista, autore e molto altro.
Allego ricordo di Carlo Massarini ed altri presi in rete...


Paolo Giaccio è stato un giornalista musicale, autore e dirigente televisivo, per decenni infaticabile aggregatore di talenti. Ha debuttato, alla radio nella redazione di «Per Voi Giovani» alla fine degli anni Sessanta contribuendo allinnovazione della radiofonia italiana. Fra le sue «creature» più importanti il settimanale «TV Odeon» con Brando Giordani e soprattutto il programma Cult «Mister Fantasy»



Di Carlo Massarini

Canzone per un amico.

Come e cosa si scrive di una persona che ti ha cambiato la vita?
Perché Paolo Giaccio è stato la persona che ha inciso di più nella mia vita professionale, e quello che abbiamo fatto insieme rimane, senza false modestie, nella storia della radio-televisione italiana.
E’ partito tutto, un po’ per gioco un pò sul serio, da un negozio di vinile. Come High-Fidelity, come si usava conoscersi, studiarsi e frequentarsi in quegli anni in cui gli Lp che portavi sotto il braccio erano la tua carta d’identità. E quindi, il tuo biglietto da visita per ‘entrare’ (dovunque fosse l’ingresso), o essere lasciati fuori, a cercare un altro gruppo, con altri gusti. A Roma era Consorti, e su quell’angolo di Via Giulio Cesare sono sfilati molti di quelli che adesso fanno - nei modi più diversi - il mestiere del comunicatore, o del discografico. Lui era più grande (2 anni a quell’età fanno la differenza, tanto più se, come Paolo, sei nato già grande), e ha aperto la pista. Era una pista da scoprire, tracciare, non c’erano precedenti, non c’erano istruzioni. La via al rock in Italia. All’inizio Per Voi Giovani, ereditata da Renzo Arbore, in coppia con Mario Fegiz. Era il 1970, e l’Italia viveva uno strano post-68, che sarebbe presto deragliato in guerriglie e guerra. Intanto, c’erano scuole e fabbriche occupate, fermenti giovanili e bollenti, voglia di cambiamento. PVG si collegava con i luoghi, faceva sentire le voci, risvegliava coscienze. Troppo. Per volere del Ministro dell’Istruzione di allora Paolo fu esiliato a Londra (che nel 1971 era un bell’esilio, oggettivamente), e al suo posto entrai io. Ero quello che ‘sapeva bene l’inglese’, che mi era già valso un ruolo di traduttore dei testi, perché, giustamente, sosteneva che per farle arrivare in tutta la loro forza le canzoni di Dylan, Cohen, Stones e Zappa e tutti gli altri le parole andavano comprese, godute. Come quelle di una nuova generazione di cantautori italiani.
Non c’era Internet, gli Lp e i 45 giri venivano pubblicati in Italia con ritardo imprevedibile (anche mesi, ‘Mr Fantasy’ uscì a dicembre ’67 e lo comprai a marzo ‘68…), a volte mai. Non c’erano programmi alla radio, né alla tv, poche finestre non specializzate in cui potevi magari beccarti qualcosa di clamoroso, ma per caso. Il rock non era di massa, i ragazzi non potevano sapere cosa uscisse in GB e USA, quando sentivano per la prima volta Traffic, o Pink Floyd, o Genesis e Van der Graaf sgranavano occhi, spalancavano le orecchie e ringraziavano di avergli fatto conoscere musica che nemmeno immaginavano esistesse. Si trasmettevano gli album per intero. Gli Spotify kids non capiranno come fosse possibile, se guardo indietro sembra davvero una favola di qualche secolo fa.
A metterla in onda c’era un gruppo variopinto di pionieristici dj molto diversi di testa e di gusti: Massimo Villa, Michelangelo Romano, Raffele Cascone, Richard Benson, Dario Salvatori, Gianluca Luzi, Claudio Rocchi, due ragazze -opposte anche loro- Fiorella Gentile e Maria Laura Giulietti, e lo stesso gruppo, sempre mutevole per via della contrattualistica RAI, scese anche la notte e a Popoff (beh, notte, 21.30, ma dopo c’era il Bollettino dei Naviganti e la filodiffusione…). Paolo era un fratello maggiore, suggeriva, faceva da cuscinetto con i dirigenti, stimolava, e apprezzava le stranezze – anche se la sua bibbia era Neil Young, ognuno di noi ha una stella polare.
Finito il decennio della radio, Paolo entrò come funzionario a RAI1 sotto la guida del grande Brando Giordani, direttore che - come Paolo Valmarana a Raio Uno- lasciava fare ‘ai ragazzi’, pensando che qualcosa di buono ne sarebbe uscito. Più che buono, direi. Epocale. L’intuizione di Paolo di raggruppare in un programma quello che da qualche anno, ma come materiale promozionale, era usato a volte negli intervalli al posto delle pecore, e di farlo in un contesto televisivo nuovo, è la grande idea di Mister Fantasy, il primo programma al mondo (prima di MTV) sui videoclip. L’epopea di MrF fa parte dell’immaginario collettivo di una generazione: centinaia di video trasmessi, tanti artisti lanciati e tanti altri già affermati ripresi in modo nuovo, la grafica -straordinaria- di Mario Convertino. Vicinanza ai movimenti artistici milanesi (l’architettura dello Studio Memphis, con Sottsass e Mendini), aperture sul mondo del video-teatro, video-moda, video-design. Puntate in studio, a casa, sui tram, all’estero, nei locali. Le video-lettere, peccato non averle tenute, racconterebbero molto di quegli anni, e dei ragazzi che li abitavano, ‘fra il TG della notte e l’alba’. Video era la parola chiave degli anni ‘80, in cui la musica stava cambiando ancora, con l’ingresso delle strumentazioni digitali. Una tv nuova, diversa, piena di intuizioni, di contaminazioni, internazionale di gusto e di intenti. Paolo era uno che amava vivere, circondarsi di gente, conoscere di tutto, era uno degli uomini più curiosi che ho conosciuto. Sapeva cogliere le novità nell’aria - se cercavi una nuova tecnologia, potevi essere sicuro di trovarla da lui - e trasformarle in spunti televisivi, o di vita. La locanda Solferino a Milano era una base operativa, un porto di mare, in fondo una replica della sua casa, dove ogni cena, o festa, era un punto interrogativo: chi ci sarà stasera?, e puoi giurare che gente con cui discutere, o abbracciarsi, o interrogarsi, o rivedersi dopo 20 anni ce n’era sempre. Era questa la sua genialità: mischiare, divertirsi a farlo e vedere cosa ne veniva fuori. Sempre con una gentile e invisibile regia, mettendo sempre a proprio agio, perché se si è signori e se ami la vita non puoi usare le persone, ma aiutarle a costruire qualcosa di diverso.
Il diverso, il nuovo, è stato sempre il motore. Come quella notte di febbraio 95, una telefonata dal nulla per dire “ti chiamerà Renato Parascandolo (un altro del gruppo di PVG, Nagra in spalla e interviste politiche, poi direttore di Rai Educational), ti proporrà un programma piccolo. Ma tu accetta, perché è il futuro”. Era Media/Mente, era Internet, era davvero il futuro. Io non lo sapevo, lui sì. O come quando mi chiamò, da vicedirettore di Rai5, e nel tempo, in direzione ostinata e contraria, siamo riusciti a riportare in onda un magazine di musica, Ghiaccio Bollente. La musica. Ci ha legato l’ossessione di fare qualcosa di qualità in quel campo così importante per noi e così ignorato in tv. Lo strumento di comunicazione e condivisione più importante dei nostri tempi, una fonte inesauribile di emozioni, e non un programma. Sapevamo che c’erano storie da raccontare, narrazioni da mozzare il fiato e far salire i lucciconi, e si faceva fatica ad avere uno spazio, persino di notte. Strano mondo. Ma forse era la nostra visione a essere ormai ‘contraria’. Voler raccontare le storie, e la storia, scendere in profondità, quando tutto è così rapido, superficiale, fatto al volo e al volo dimenticato. Questo è uno dei motivi per cui Paolo mancherà non solo a me e a quel gruppone di amici costruito nel tempo, ma -anche se non lo sanno- a tante altre persone.
Negli ultimi anni ci sono stati pezzi della mia generazione che ci hanno lasciato, creando un vuoto impossibile da colmare, e delle memorie meravigliose e irripetibili. Lasciandoci ‘helpless’, piccoli e impotenti di fronte allo scorrere della vita. Questo è il più grande di tutti.
Ciao Paolo, grazie di 50 anni di amicizia, e dovunque tu sia, long may you run.

                       

     PROGRAMMI RADIO TV DEGLI ANNI 60-70-POPOFF


Il titolo era ovviamente un gioco di parole, pop-off, ovvero oltre la musica pop, fuori dalla musica pop, ma ricordava anche il nome dello scienziato russo Alexsander Popov, studioso delle microonde poi usate per la tecnologia radio (insomma, una sorta di rivale di Marconi) e suonava comunque come una parola russa (erano di pochi anni prima il Dot tor Zivago e il successo italiano del "kasachock").

Il programma è andato in onda dal 22 ottobre 1973 al 2 ottobre 1976, nel nuovo spazio serale dalle 21 e 30 alle 22 e 30, per sei giorni la settimana (domenica esclusa) sul secondo canale di Radio RAI (allora Secondo Programma). Per diversi anni seguiva il programma musicale di grande successo Supersonic, di taglio più commerciale, costituendone una sorta di integrazione con generi meno noti al grande pubblico. La collocazione era una novità per la Rai, che apriva così una nuova fascia serale, sinora non dedicata a questo genere di programmi. Costituendo così anche una anticipazione della fascia serale che poi sarà ampiamente utilizzata dalle radio libere che sarebbero arrivate 3-4 anni dopo.
Curatore della trasmissione era Paolo Giaccio, poi Paolo Grazzini, conduttori molti degli stessi presentatori della edizione pomeridiana di Per voi giovani, che alla sera potevano proporre musica meno condizionata dalle esigenze della fruibilità e dai ritmi derivanti dalla collocazione in una fascia oraria molto frequentata. Al microfono quindi buona parte del giro di Per voi giovani, a partire da Carlo Massarini, che iniziava le trasmissioni annunciando: "Popoff, un'ora di sana e solida musica rock!" e dal popolare Raffaele Cascone con la sua idea, condivisa con Massarini, di "rock del Mediterraneo".
Potevano essere proposti oltre al rock, brani di jazz, soprattutto del più attuale jazz-rock, oppure progressive di durata inconsueta (pur se anche a Per voi giovani non esistevano vincoli di durata così stringenti come ora), oppure folk con contaminazioni varie, più raramente hard-rock e metal. Era anche possibile, nella dimensione più rilassata e riflessiva della sera, recuperare la musica del recentissimo e fecondo passato, che non aveva fatto in tempo a raggiungere il pubblico italiano.
I primi conduttori sono stati Fiorella Gentile, Massimo Villa, Carlo Massarini, Maria Laura Giulietti, Dario Salvatori, Michelangelo Romano, che il martedì presentava i cantautori italiani e si alternava con Gianluca Luzi. In seguito si sono aggiunti Nicola Muccillo, Raffaele Cascone.
Non c'erano vere e proprie sigle di apertura e chiusura, e cambiavano anche con i conduttori, una sigla di chiusura del programma spesso utilizzata è stata Aegian sea degli Aphrodite's Child.
A fine '76 il programma venne cancellato, per essere sostituito all'inizio dell'anno successivo da un programma di impostazione simile, chiamato Radio 2: 21 e 29. Dei conduttori precedenti rimase il solo Massarini (che abbandonò prima della fine di questo ciclo per contrasti con la produzione), assieme a Fabio Santini, Peppe Videtti, Rossella Lefevre, Sabina Fabi.


(nella foto P. Giaccio, a sin. con gli occhiali, insieme a R. Cascone e Chiara Forzano)

Addio a Paolo Giaccio.
Conduttore radiofonico di Per Voi Giovani negli anni '70 insieme a Raffaele Cascone, Carlo Massarini, Claudio Rocchi, Mario Luzzato Fegiz.
Pionieri in Rai della musica alternativa (così era denominata a quel tempo la musica pop e rock per distinguerla da quella commerciale) e della controcultura giovanile.
Per Voi Giovani e Pop Off furono le trasmissioni radiofoniche che fecero da colonna sonora alla mia gioventù e a quella di tanti altri di quella generazione.