mercoledì 8 febbraio 2023

Snarky Puppy, una "famiglia musicale allargata": tutto quello che avreste voluto sapere (e ascoltare)

 


Gli Snarky Puppy sono un gruppo strumentale statunitense guidato dal bassista Michael League.

Fondato nel 2004, Snarky Puppy combina una varietà di idiomi jazz, rock, world music e funk.

Sebbene la band abbia lavorato con alcuni cantanti, League ha descritto gli Snarky Puppy come "una band pop senza voce che improvvisa molto".

 


Un po’ di storia…

La band nacque come gruppo di 10 elementi, assemblati da Michael League, a Denton, Texas, dopo il suo secondo anno alla University of North Texas, nel 2004, "Perché ero così cattivo", ha affermato League, "Non mi sono inserito in nessuno degli ensemble scolastici. Quindi Snarky Puppy era il mio modo di suonare".

Il gruppo è cresciuto fino a diventare una super-band internazionale, composta da un ampio mix di musicisti denominati affettuosamente come 'The Fam'.

In più di 17 anni dalla sua fondazione, circa 40 musicisti si sono esibiti in "The Fam", suonando chitarra, basso, tastiere, fiati, ottoni, archi, batteria e percussioni, ma sei dei 10 strumentisti del primo album in studio, “The Only Constant”, fanno parte stabile del gruppo. Molti dei membri passati e presenti della band erano studenti della University of North Texas.

Gli Snarky Puppy si sono esibiti con Erykah Badu, Marcus Miller, Justin Timberlake, Stanley Clarke, Kirk Franklin, Ari Hoenig, Roy Hargrove, David Crosby, Michael McDonald, Snoop Dogg, The 1975 e molti altri artisti.

La band ha tenuto cliniche, workshop e masterclass in Nord America, Sud America, Europa, Asia e Australia, e la maggior parte dei membri è leader o è protagonista di altre band di registrazione.

Nel 2005, League autoprodusse il primo album non ufficiale della band, “Live at Uncommon Ground”. I successivi tre album degli Snarky Puppy sono stati pubblicati indipendentemente, dopo di che “Tell Your Friends, “groundUP”, “Family Dinner: Volume One” e “We Like It Here” sono stati pubblicati dall'etichetta GroundUP della band su Ropeadope.

L'album “We Like It Here” è stato eseguito e registrato dal vivo nell'ottobre 2013 presso il complesso artistico Kytopia di Utrecht, Paesi Bassi.

Il 26 gennaio 2014, gli Snarky Puppy e la cantante Lalah Hathaway vincono un Grammy Award nella categoria Best R&B Performance per la loro interpretazione della canzone di Brenda Russell "Something" da “Family Dinner – Volume 1”.

Sylva” ha debuttato al numero uno della classifica Jazz Album e Contemporary Jazz Album. L'album ha vinto il Grammy Award 2016 come miglior album strumentale contemporaneo. L'album “Culcha Vulcha” (2016) ha vinto il Grammy Award 2017 come miglior album strumentale contemporaneo.

Il 26 aprile 2019, la band ha pubblicato la prima bonus track di “Immigrance”, ultima evoluzione della band, come League ha dichiarato su Rolling Stone: "Siamo più interessati a creare bei groove che ci piacciono e a convivere con le cose un po 'più a lungo".

Sebbene la band avesse registrato diversi album con un piccolo pubblico di amici, familiari e ospiti in studio con loro, il primo vero album "live, in-concert" è stato “Live at the Royal Albert Hall, registrato davanti a una folla sold-out nella storica sede di Londra. L'album ha vinto il Grammy Award 2021 come miglior album strumentale contemporaneo.

Un secondo album "live, in-concert", "Live at GroundUP Music Festival", è stato pubblicato nella primavera del 2022. L'album consiste in una singola performance di ciascuna delle prime quattro stagioni del GroundUP Music Festival, nessuna delle quali era stata inclusa nell'album "Live at the Royal Albert Hall".

Nel marzo 2022, la band ha registrato il loro album “Empire Central” alla Deep Ellum Art Company di Dallas, in Texas.

 


Membri elencati nelle note dell'album “Immigrance” (2019) 

Michael League - basso, oud, percussioni

Jay Jennings - tromba, flicorno

Mike Maher - tromba, flicorno

Chris Bullock – sassofono tenore e soprano, clarinetto basso, flauto, flauto contralto, bansuri, percussioni

Bob Reynolds - sassofono tenore

Zach Brock - violino

Bill Laurance - pianoforte, tastiere

Shaun Martin - tastiere

Bobby Sparks II - tastiere

Justin Stanton - tastiere, tromba

Bob Lanzetti - chitarra

Mark Lettieri - chitarra

Chris McQueen - chitarra

Larnell Lewis - batteria

Jamison Ross - batteria

Jason "JT" Thomas - batteria

Keita Ogawa [ja] – percussioni

Nate Werth - percussioni

Marcelo Woloski – percussioni

 

Premi e riconoscimenti 

2013 Grammy Award per la migliore performance R&B, "Something"

2013 Miglior gruppo/artista elettrico/jazz-rock/contemporaneo, sondaggio dei lettori di JazzTimes

2013 Best New Artist, JazzTimes Readers' Poll

2015 Miglior gruppo/artista elettrico/jazz-rock/contemporaneo, sondaggio critico di JazzTimes

2015 Grammy Award per il miglior album strumentale contemporaneo, Sylva

Gruppo jazz dell'anno 2015, sondaggio dei lettori di DownBeat

Gruppo jazz dell'anno 2016, sondaggio dei lettori di DownBeat

2016 Miglior gruppo/artista elettrico/jazz-rock/contemporaneo, sondaggio dei lettori di JazzTimes

2016 Grammy Award per il miglior album strumentale contemporaneo, Culcha Vulcha

2017 Miglior gruppo/artista elettrico/jazz-rock/contemporaneo, sondaggio dei lettori di JazzTimes

Gruppo jazz dell'anno 2017, sondaggio dei lettori di DownBeat

2018 Miglior gruppo/artista elettrico/jazz-rock/contemporaneo, sondaggio dei lettori di JazzTimes

Gruppo jazz dell'anno 2019, sondaggio dei lettori di DownBeat

Grammy Award 2021 per il miglior album strumentale contemporaneo, Live At The Royal Albert Hall

 

Discografia

Live at Uncommon Ground (self-release, 2005) - live

The Only Constant (Sitmom, 2006)

The World Is Getting Smaller (Sitmom, 2007)

Bring Us the Bright (Sitmom, 2008)

Tell Your Friends (Ropeadope, 2010) – registrato nel 2009

groundUP (GroundUP, 2012) - live

Amkeni with Bukuru Celestin (Ropeadope, 2013)

Family Dinner – Volume 1 (Ropeadope, 2013)

We Like It Here (Ropeadope, 2014) – live registrato nel 2013

Sylva with Metropole Orkest (Impulse!, 2015) – live registrato nel 2014

Family Dinner – Volume 2 (GroundUP, Universal Music Classics, 2016) – live registrato nel 2015

Culcha Vulcha (GroundUP, 2016)

Immigrance (GroundUP, 2019)

Live at the Royal Albert Hall (GroundUP, 2020) (2CD) – live regostrato nel 2019

Live at GroundUP Music Festival (GroundUP/Spotify, 2022) – live

Empire Central (GroundUP, 2022) (2CD)








martedì 7 febbraio 2023

Claudio Sottocornola - “Tra cielo e terra (Uno sguardo filosofico sul mondo)"


Claudio Sottocornola - “Tra cielo e terra”

Uno sguardo filosofico sul mondo

(Centro Eucaristico, 2023)

 

Claudio Sottocornola è sempre nei miei pensieri e nei miei scritti, in bilico tra argomenti prettamente musicali e altri più seriosi, anche se la mia personale concezione del mondo che si cela dietro alla parola “Musica” è in totale equilibrio con qualsiasi arte o qualsivoglia pensiero.

Il “Filosofo del Pop”: è questo il ruolo con cui lo conobbi anni fa, una sorta di crasi tra la sua formazione - e il suo mestiere di docente di Filosofia e Storia - e l’amore per certa musica, da lui studiata e interpretata a più riprese.

Smessi i panni di colui che per lavoro educa le nuove generazioni, ritroviamo Sottocornola immerso nei suoi studi, nel metafisico, nella sua ricerca continua, che di per sé sarebbe già soddisfacente, ma che trova pieno compimento solo quando entra in gioco la condivisione.

Libri, giornalismo, video, workshop, un lavoro infinito che oggi pare aver preso una piega precisa, come se il tempo libero ora acquisito rappresentasse una spinta verso la meditazione, quella che porta sempre a delle conclusioni, mai definitive, ma certamente da evidenziare, per sé e per il prossimo.

Oggi propone il suo nuovo progetto, “Tra cielo e terra (Uno sguardo filosofico sul mondo)”, una raccolta di nove brevi saggi che l’autore ha redatto per la rivista “Il Cenacolo” nel 2022, nella rubrica che ha per titolo “Lo sguardo filosofico”, e che ora vengono proposti in versione integrale come raccolta antologica.

Sottocornola si prefigge di affrontare argomenti complessi in un linguaggio fruibile ai più, ma credo che, nonostante l’impegno, la zona di pieno utilizzo resti ad appannaggio di una nicchia di persone. Non è una proposizione proibitiva, seppur ricercata, ma occorre essere sensibili e virtuosi per porsi quesiti che riguardano genericamente le nostre esistenze, e pare che il tempo per interrogarsi e riflettere, di questi tempi, non sia mai a portata di mano.

Eppure, esiste un momento in cui si indaga su sé stessi, anche se non si è filosofi, una sorta di accensione on/off che determina auto indagini, punto di svolta della maturazione personale, momento in cui ci si chiede, ad esempio, cosa sia la felicità, cosa ci sia oltre la morte, quali siano i veri valori fondanti. E questa svolta arriva per tutti, e quando non si ha paura della qualità delle risposte, e magari ci si vuole confrontare con le riflessioni di terzi, si arriva alla lettura specifica, magari semplificata dalla facilità del web, oppure si ricorre a scritti certificati, come quelli di Claudio Sottocornola, appunto.

Il mio principale lavoro saggistico riguarda prettamente gli aspetti musicali, le recensioni di album e libri con un indirizzo preciso, ma ogni segnale captato è per me fonte di reazione. Nondimeno proverò a trattare i nove capitoli come altrettante canzoni da analizzare, provando a mettere giù i miei pensieri come reazione immediata, istintiva, alla lettura.

Musica e filosofia legate da un forte legame; Musica come parte fondamentale del sistema metafisico, e raccolgo una citazione dell’autore, che nella sua introduzione ci regala un aforisma che definisce il filosofo come “un musicista privo di abilità musicale…”, un’anima capace di afferrare un disegno di ordine superiore, unendo i vari elementi, tessendo trame che altri non possono vedere, scrivendo o interpretando uno spartito, avendo cura di delegare ma al contempo di vegliare e sostenere, agendo sempre secondo una visione olistica che lascia spazio all’individualismo solo se messo a disposizione della collettività.

La lettura in genere dovrebbe provocare l’effetto domino, la soddisfazione della curiosità, la stimolazione della memoria, e tutto questo si dovrebbe tradurre in una partecipazione attiva.

Il concetto appena espresso, quello che compara e unisce filosofo e musicista, mi ha portato immediatamente al pensiero del compianto Ezio Bosso, che raccontava tempo fa… “Il Direttore d’orchestra è quello che usa di più l’espressione del suo corpo, si prende cura dei musicisti che suonano con lui e lui sona con loro; la partitura è la Costituzione, ognuno dà il suo contributo perché si realizzi la società ideale, quella dove sei obbligato ad ascoltarti e ad ascoltare il tuo vicino e quindi migliorare costantemente… non si studia ore e ore per essere i migliori ma per migliorare… l’orchestra è l’esempio più calzante del concetto di inclusività…”.

La mia lunga introduzione nasce come reazione alla lettura della proposta dell’amico Claudio, scritta senza pensarci troppo su, volutamente di pancia.

Ma veniamo alle varie “tracce dell’album”.

Il primo “brano” è intitolato “Conoscere é amare?”.

L’autore si interroga ed esamina aspetti che toccano il nostro quotidiano ma, proprio perché costantemente davanti ai nostri occhi, vengono utilizzati a mio giudizio senza captarne il significato intrinseco. Non fornisce quindi spiegazioni, non è compito del filoso, forse, identificare precise coordinate esistenziali, ma la saggezza che gli viene attribuita - come frutto di studi ed esperienze - rappresenta un faro atto a illuminare chi è al suo fianco e chi verrà dopo di lui.

Ma vale più la conoscenza o l’amore?

Ulisse spinse i suoi compagni di avventura al superamento del limite, a oltrepassare le colonne d’Ercole, essendo l’uomo nato “per seguir virtute e canoscenza”, quella miscela tra sapere e curiosità come elemento principe dell’esistenza, unione tra il bene morale e quello dell’intelletto.

L’amore… concetto impalpabile, travisato e interpretato in modi variegati, confuso nei vari significati, spesso immaginato coincidente con lo stato di felicità, altro termine al quale le definizioni da vocabolario non rendono giustizia.

Rubo una citazione nobile, a proposito del concetto di amore, quella in cui mi ritrovo maggiormente:

L’uomo, se ama, è un sole che tutto illumina; se non ama, è un’oscura abitazione dove arde una misera minuscola lampada”.

Concludo con le parole di Sottocornola:

 “Allora forse, più ancora che di ragione, sia pure allargata, si dovrebbe parlare di intelligenza: intelligenza che riconosce e ringrazia, che venera, tramanda ed edifica, che intravede sempre nuove opportunità di salvezza e valore, in una parola intelligenza che è amore - come piena accettazione del dono ricevuto.”

L’abbinamento musicale che mi arriva è quello legato alla canzone “Guinnevere”, scritta da David Crosby dopo aver conosciuto il grande amore, portato via in un attimo dalla sorte avversa, fatto che ha condizionando, probabilmente, tutta la sua vita a seguire.

Guinnevere aveva occhi verdi

come i tuoi, quando lei scendeva lungo il giardino

alla mattina dopo che aveva piovuto.

Perchè lei non può vedermi?

 

Il titolo del secondo “brano” è “Cerco la bellezza”.

Non so se sia proponibile un concetto a me caro e di cui sono abbastanza convinto, quello secondo cui la bellezza è tendenzialmente oggettiva con sfumature soggettive.

Personalmente credo esista una bellezza universale, capace di superare ogni caratterizzazione, che si rifà ad un modello culturale con cui si cresce e ci si forma: ma perché al cospetto di un’opera d’arte si può rimanere in contemplazione estatica per ore, oppure restare indifferenti?

La bellezza non è una qualità intrinseca delle cose, varia a seconda della percezione, diversa per ogni mente, ma esistono parametri che mettono tutti d’accordo, come una particolare rappresentazione della natura o la visione di un volto celestiale, situazioni che provocano la stessa reazione qualunque sia lo stato d’animo del momento.

I modelli imposti e “catturati” dai giovani determinano ruoli e figure discutibili, ma è forse questo un discorso da delegare maggiormente alla sociologia o all’antropologia, scienze che potrebbe spiegarci perché un qualsiasi giovane millennial - così come un adolescente degli anni ’70 - abbia estrema necessità di conformarsi al gruppo, qualunque siano le conseguenze.

Con il termine “bellezza” indichiamo generalmente una perfezione estetica, un'armonia di forme che suscita ammirazione. Top model e dipinti classici dimostrano che la bellezza esiste, ma credo sia pienamente condivisibile l’assioma “la bellezza sta negli occhi di chi guarda", celebre citazione di Oscar Wilde utilizzata dall’autore nel suo ragionamento iniziale.

E poi tutto è relativo, dipendente dal contesto sociale e dal momento - e luogo - in cui si vive, e non c’è dubbio che la frase di Anna Frank “Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice” sia il risultato della sua particolare condizione di vita.

Il ragionamento dell’autore è molto articolato e temo di non rappresentarlo appieno, giacché ho deciso di utilizzarlo come stimolo per osservazioni del tutto personali, ma prendo in prestito ancora la sua chiosa finale:

Dunque, come qualcuno ha detto, la bellezza salverà il mondo se noi salveremo la bellezza. Prima di tutto in noi. Salvando, di conseguenza, le nostre anime.”

Il riferimento musicale che ho scelto è “Wonderful Tonight”, di Eric Clapton.

È sera tardi; lei si sta chiedendo cosa indossare

Si trucca e si spazzola i suoi lunghi capelli biondi

E allora mi chiede "Sto bene così?"

E io rispondo si, sei splendida stasera

E allora mi chiede "Ti senti bene?"

E io rispondo sì, mi sento magnificamente stasera

Perché vedo la luce dell’amore nei tuoi occhi

 

Ma è la perfezione che davvero andiamo cercando?


Pensare la morte aiuta la vita?”, è la denominazione del terzo episodio del book/album.

È questo un tema che, a partire da un certo momento della vita - variabile a seconda dei casi - si ripropone con pericolosa frequenza e, per quanto mi riguarda, è oggetto di pensiero pressoché quotidiano, vedendo giorno dopo giorno ridotto il tempo a disposizione, terrorizzato dal lasciare affetti e cose materiali, ovvero il frutto di un lungo e capillare lavoro, una creazione incrementale che, si immagina, verrà a mancare all’improvviso.

Gira da un po' di tempo sul web una vignetta dove è rappresentato un signore che, oltrepassato il confine temporale a lui concesso, si presenta al cospetto di un giudicante, e lo fa con in mano un sacco pieno di denaro, essendo lui stato uomo ricco. Il suo interlocutore lo ammonisce: “… lascia pure fuori, qui non servono!”. Una sorta diA livelladi Totò! 

La lettura mi ha chiarito alcuni aspetti, elementi che spesso hanno bisogno di una spinta per venire a galla. Il pensiero è di Emanuele Severino, pensatore ispirato che prima della sua scomparsa si è espresso così sull’argomento: “Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia, con la sofferenza, che sono fenomeni della vita. Ma dopo l’agonia cosa c’è? Ecco, dunque, il problema della morte, concepita nella nostra cultura come annientamento. Ma è davvero così? O la morte, piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita? Ma l’uomo è destinato alla Gioia, superamento di tutte le contraddizioni che caratterizzano la nostra esistenza. La Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta, ma è infinitamente più alta, ecco perché avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia.

Morte o resurrezione, luoghi di culto o preghiere solitarie?

Un capitolo che mi ha particolarmente coinvolto. D’altro canto, impariamo sin dai primi anni di scuola che esiste un luogo a cui tutti siamo destinati in funzione del nostro comportamento terreno e, qualunque sia il livello di intelligenza, ci portiamo appresso un’idea drammatica che cozza contro ogni tipo di razionalità, che tiene conto che qualche peccato lo avremo pur commesso, e quindi il trapasso sarà probabilmente l’entrata verso un mondo fatto di sofferenza, tanto per cambiare: guadagnarsi il Paradiso è roba per poche anime perfette? E poi, seppelliti sottoterra, come si fa a respirare, o peggio ancora, che dolore bruciare in un forno crematorio!

Non so se esiste soluzione, ma forse è meglio non pensarci piuttosto che insistere per cercare di comprendere in anticipo i contorni di un mistero che tutti un giorno risolveremo; l’importante in fondo è l’opera di contenimento, atta a evitare che la paura di morire ci impedisca di vivere.

Dice Sottocornola: “La morte separa e divide, nel nome della verità e del bene, ma ci addita l’abisso perché abbiamo a scegliere di continuare la salita verso la vetta, quel luogo della gioia di cui parla Severino", il luogo delle risurrezione e della speranza.”

La canzone che ho scelto come rappresentativa è “The End”, dei The Doors… 

Questa è la fine, mia cara e unica amica

la fine dei nostri piani elaborati,

la fine di ogni cosa stabilita

Non c'è salvezza nè sorprese

 

A “Il piacere del dovere” l’autore dedica più spazio, una sorta di “suite” all’interno del disco che gira sul piatto.

La prima citazione dell’autore riporta ad un principio formulato nel ‘700 dal filosofo scozzese David Hume, che consiste nel mantenere distinti il piano dell'essere e quello del dover essere, in modo da valutare l'utilità di vari comportamenti.

Facendo riferimento alla nostra cultura, partendo quindi dalla visione di “casa nostra”, si può dire che si cresce con il pensiero regalato/imposto dalla formazione scolastica, affiancato all’esempio famigliare e a quanto ci offre il contesto in cui viviamo quotidianamente. E poi ci sono i media, gli esempi di un mondo che un tempo era nascosto e che ora diventa un altro potenziale contenitore di linee guida.

E ad un certo punto ci appare chiaro quali siano le cose che occorre fare, i sani principi che la società si aspetta che noi osserviamo, una serie di dogmi, leggi scritte, consuetudini e buoni comportamenti, a volte oggettivi altre tipici del contesto famigliare.

Conformarsi al pensiero comune diventa molte volte un obbligo incontrollabile, tanto da arrivare spesso a quello che Orwell descrisse come “bispensiero”, indicando così il meccanismo mentale che consente di ritenere vero un qualunque concetto così come il suo opposto, a seconda della volontà plagiante di un ente di ordine superiore: l’obiettivo è quello di non discostarsi mai dall’ortodossia codificata.

Fare il proprio dovere” diventa un modus vivendi, un obiettivo di vita da cui non si può prescindere e che tiene in ordine la propria coscienza.

Ma può essere puro piacere mostrarsi sempre e comunque bravi soldatini, rinunciando, a volte, al libero arbitrio?

Mi sono sempre chiesto se quei filmati che riportano ai lavoratori giapponesi intenti a fare esercizi fisici, tutti assieme (ma non solo i lavoratori), siano frutto di imposizione e/o se quei momenti vengano vissuti con piacere.

Il loro modello culturale prevede poche vacanze, tante ore supplementari e il lavoro al primo posto: forse la risposta risiede nella certezza che molte famiglie si sfasciano, tanti non si sposano e sono numerosi i casi di suicidio!

Ritorno a me e ripenso alla mia vita e alle persone che mi è capitato di conoscere in giro per il mondo, e non ritrovo una tipicità geografica culturale, ma una moralità più o meno importante, un’integrità di cui vantarsi, con piccole trasgressioni delle regole come manifestazione di libertà, seppur all’interno di regole codificato e radicate.

Sono del resto misteriosi e imprevedibili i percorsi grazie ai quali ogni coscienza tende verso la luce e prova a risplendere.” (C.S.)

L’associazione musicale che utilizzo è questa volta italiana… trattasi di “Canzone di notte n°2”, di Francesco Guccini, che non ascoltavo da anni ma che mi è arrivata di getto nel corso della lettura…   

E voglio in questo modo dire "sono"

A dir, "Dove ho mancato, dov'è stato?"

A dir, "Dove ho sbagliato?"

Eppure, fa piacere a sera

Andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie


Riflessione n. 5: “Una spina nella carne”.

Il riferimento è ad un passo famoso di una epistola paolina: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia.”

Un’espressione così forte da essere diventata proverbiale: ancora oggi in italiano si dice “avere una spina nel fianco”, e con ciò ci si riferisce a persone o cose che risultino fastidiose se non dolorose, causanti una condizione complessiva indissolubile e però, in ultima analisi, salvifica.

L’espressione di Paolo è molto ambigua, nonostante la sua indiscussa efficacia: chi agisce è una cosa, ma anche una persona, capace di compiere un’azione umiliante come lo schiaffeggiamento; inoltre, la sua provenienza è oscura (è un incaricato di satana) ma il suo fine è buono (che l’Apostolo non monti in superbia): ce n’è abbastanza per mandare in tilt ogni tipo di commentatore, anche i più attenti nell’interpretazione dei testi.

Venendo a pensieri ben più comuni, mi viene da delineare la condizione degli uomini e delle donne che ho avuto la possibilità di tastare nel corso di un periodo di vita diventato quantitativamente importante. Il vero fil rouge, il legame che esiste tra le tante persone che fanno parte di un ideale campione analizzato - significativo per numero e rappresentativo per varietà - è la necessità di uno stato di serenità, intesa come vita in cui la vetta positiva si tocca raramente, ma si anela la presenza di una piattezza positiva, quella che non manda mai in affanno.

Ma poi esiste la realtà, i dolori che arrivano improvvisi e a volte insuperabili, che riguardano la sfera affettiva, la salute, la condizione generale che tiene conto di aspetti economici e lavorativi, e potrei aggiungere molto altro.

Tra i miei insegnamenti relativi all’affrontare al meglio la condizione lavorativa (anche a me capita di essere docente per materie specifiche) c’è l’accettazione di ciò che, obiettivamente, non si può cambiare, qualcosa che procura disagio e ci condiziona a tal punto da provocare malessere, ma che nessuno al mondo potrà cancellare e quindi ogni tipo di battaglia risulterà una inutile perdita di energie.

Tra l’accoglimento di un fatto immodificabile (penso ad esempio ad una legge dello stato) e una reazione inutile, magari scomposta, c’è un mondo pieno di ignavi e accidiosi che non trovano apparente giustificazione.

Dice Sottocornola:

“Siamo quindi testimoni di una perpetua dialettica tra desiderio di trascendenza e condizione incarnata, ben riassunta dall’invito evangelico a “portar la propria croce ogni giorno”, ma guai a noi se interpretassimo ciò come un alibi a lasciare tutto com’è, scivolando nell’inerzia o nella rassegnazione, in una mera accettazione dello status quo, mentre il primo segnale del nostro impegno a reggere tale peso sta proprio nel continuo sforzo di rendere abitabile la nostra condizione umana nel segno della libertà dello Spirito”.

In questo caso l’abbinamento musicale mi viene suggerito dall’autore stesso, “La chanson des vieux amants”, di Jaques Brel, che descrive un amore che diventa alleanza, attraversando così le numerose tempeste e contraddizioni della vita: 

Di sicuro abbiamo avuto momenti burrascosi

Vent’anni d’amore folle

Mille volte hai fatto i bagagli

Mille volte io ho preso il volo

E più il tempo ci accompagnava

Più il tempo era la cagion del nostro tormento

Ma non c’è illusion peggiore

Per degli amanti di vivere in pace

Ce ne è voluta di bravura

Per essere vecchi senza essere adulti

Non ci si lascia andare con la corrente

Ma si è sempre dolcemente in guerra

 

Al punto n. 6 troviamo “Il bene che ci è possibile”.

Luogo comune - o forse citazione nobile - sottolinea come la perfezione non sia di questa terra, affermazione di per sé frustrante se si pensa alla pretesa umana di puntare sempre in alto, alzando l’asticella sino a toccare il tetto del cielo. Obiettivamente un’utopia, anche se, una volta perseguito il principio, anche il solo miglioramento sarà motivo di soddisfazione: “Progressione… non perfezione!”.

La perfezione è uno stato esemplare dove tutto è esatto. Dal momento che le cose migliori sono senza colpa o difetto, la perfezione rappresenta dunque uno stato ideale dove tutto è al 100%: certo, è impossibile da trovare se si ragiona in termini assoluti, ma le persone spesso usano impropriamente il termine “perfezione” come complimento per qualcosa che proprio non poteva essere migliore.

In questo processo di continuous improvement - a mio giudizio meritorio ma, ahimè, a molti sconosciuto -, ci proclamiamo spesso giudici esterni, definendo la quantità di bene e male che alberga in ogni persona incontrata, a volte osservata da lontano, quando tutto appare genuino perché spontaneo, magari fuori dal contesto e dal ruolo ufficiale, quello che impone regole e comportamenti. E il punto di vista privilegiato si focalizza sui dettagli, quelli di cui Leonardo diceva: "I dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio…”.

Ma esiste un manuale che possa aiutare chi ha le idee meno chiare, o comunque indicare la miglior via possibile per fuggire dagli alibi che il quotidiano ci fornisce, quelli che si alimentano attraverso il facile egoismo, obiettivamente diffuso di questi tempi?

Fare del bene e vivere la vita pensando anche gli altri è una di quelle cose che maggiormente può rendere la nostra esistenza particolarmente degna e meritevole.

Molti filosofi, saggi e personaggi storici ci insegnano che è proprio nel dare che riceviamo e che nell’altruismo si trova la chiave della felicità. Magari si potrebbe partire dalla question di Martin Luther King: “Cosa stai facendo per gli altri?”.  Può essere questa la domanda più urgente e persistente della vita?

Per Sottocornola il male assoluto potrebbe configurarsi allora come un concetto limite e il pertugio di bene presente anche nel peggior criminale potrebbe alla fine prevalere e condurre alla salvezza: “Che il Paradiso sia una casa o un destino comune è una prospettiva di speranza, che tuttavia non può non conciliarsi con quella esigenza di giustizia che alberga non solo nel cuore degli uomini, ma nella stessa misericordia divina.

Per rappresentare il tutto musicalmente ho scelto una canzone la cui sola musica diventa per me un testo espressivo, che sento raramente, per scelta, perché mi provoca dolore, essendo in qualche modo legata al ricordo di mio padre.

Ma anche la lirica esprime immagini che riappacificano col mondo e portano a dimenticare ciò che di brutto esiste. Si tratta di “What a wonderful world”, di Louis Armstrong… il bene e il bello ci circondano, anche se spesso non ce ne accorgiamo!

I colori di un arcobaleno sono così belli nel cielo

Lo sono anche sui volti di persone che passano

Vedo amici che si stringono la mano, si dicono “come stai?”

Stanno veramente dicendo, “Ti voglio bene”

Sento le ragazze piangere, le vedo crescere, impareranno molto ancora

che nemmeno lo sapranno, e penso tra me e me

Che Mondo magnifico!

 

Passiamo aNon resta che far torto o patirlo?

Ecco un altro pensiero che occupa largo spazio nel libro e che indurrebbe ad un’analisi approfondita, con la centralità della guerra e di tutto ciò che gira attorno ad essa.

Anche io come l’autore ho vissuto un periodo “felice”, privo di guerre casalinghe, magari poco coinvolgente rispetto ad eventi tragici che non si considerano propri, davanti ai quali si riflette nel corso di un servizio televisivo, ma poi ritorna ad essere topic per altri, meno fortunati, in luoghi non certo meta di una visita di piacere.

Estrapolo dal capitolo alcuni pensieri terzi, come quello di Lenin, che a proposito della violenza rivoluzionaria dichiarava apertamente: “Per fare una frittata bisogna rompere delle uova…”, laddove con le “uova” si fa riferimento ad essere umani.

Ed ho scoperto un’osservazione illuminante del teologo Vito Mancuso, che dice: “Talora non si dà guerra “o” pace, bensì guerra “e” pace, con la congiunzione “e” a connettere intimamente i due fenomeni; la pace non è mera assenza di guerra, ma è piuttosto un atteggiamento interiore che può contenere l’idea di conflitto inteso come legittima difesa.” E qui si potrebbe aprire il dibattito su quanto sta accadendo da un anno a questa parte, a poche migliaia di chilometri da noi.

Ho provato a immaginare quale possa essere il disagio - materiale e psicologico - che tocca all’improvviso un popolo come quello ucraino, cercando un minimo di immedesimazione, qualcosa del tipo… “e io cosa farei?”. Differenti culture e storie specifiche non consentono un paragone soddisfacente, ma esistono leggi universali che dovrebbero aiutarci a comprendere il comportamento umano, e per chi non la conoscesse suggerisco un approfondimento della Piramide di Maslow, definita a metà dello scorso secolo da Abraham Maslow - psicologo statunitense - che stabilisce i vari livelli a cui sono associati i bisogni umani (basici fisiologici, sicurezza generica, ruolo sociale, stima di sé e autorealizzazione), un incremento deciso, legato al progredire dell’età - e quindi si suppone allo stato sociale raggiunto - che spesso conduce al top col passare del tempo, ma che decade in un solo attimo quando viene a mancare un elemento che sta alla base, sia esso la salute o la propria sicurezza.

Conclude Sottocornola: “È possibile distinguere, almeno virtualmente, due opzioni ontologiche: una è quella disegnata dalla Storia ufficiale, in cui spesso vince il più cinico, che non disdegna di usare qualsiasi mezzo per raggiungere i propri fini, approccio di cui la guerra è paradigma; l’altra è quella Storia invisibile, contrassegnata dalla qualità del nostro rapporto col senso profondo del tutto, e dunque alla nostra capacità di amare, lasciandoci attraversare da quella grazia che trasfigura anche le nostre povere storie nella luce della gloria che attendiamo. Si possono infatti vivere le medesime realtà, ma diverso è l’esito che l’intenzione produce. Guerra e pace sono prima di tutto opzioni dell’anima.”

La scelta sonora ricade fatalmente su un testo che contesta apertamente ogni tipo di guerra. Ci sarebbe da sbizzarrirsi nella scelta, ma seguendo la logica di questo scritto, basata sulla prima risposta allo stimolo della lettura, propongo ciò che mi è venuto in mente come “prima immagine”, la celebre “Blowin' in the wind” di Bob Dylan, brano scritto nel 1963, divenuta la colonna sonora del movimento contro la guerra negli anni successivi…

E quante orecchie deve avere un uomo prima che ascolti la gente piangere?

E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia che troppa gente è morta?

E per quanti anni alcuni possono vivere prima che sia concesso loro di essere liberi

E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa fingendo di non vedere…

la risposta, amico mio, se ne va nel vento…

 

Ci avviciniamo alla “fine del disco”, ma mancano ancora un paio di pezzi, e ora tocca a “Il lavoro: stanca o nobilita?”.

E qui si apre un nuovo mondo su cui intervenire, ma che non può prescindere da fatti incontrovertibili, uno in particolare: prendiamo in considerazione quello che un tempo era il lavoratore tipo, un uomo - o una donna - che si “limita” alle sue otto ore di fatica - fisica o intellettuale - e che magari vive nella stessa città in cui è impiegato - come si usava un tempo -, quindi una sorta di privilegiato che evita code, treni, auto, e magari torna pure a casa per il pranzo. Anche in questo caso limite, e non più proponibile, l’impegno diventa di otto ore, ovvero metà della vita attiva, se si ipotizza un sonno di pari entità.

Appare chiaro come sia impossibile immaginare il lavoro come mero mezzo di sostentamento, ovvero occorre pensare che una qualsiasi attività, manuale o intellettuale, debba dare soddisfazione, quel piacere che ti porta a non guardare l’orologio in ogni minuto della giornata, nella speranza che le lancette girino all’impazzata.

Dietro al “far carriera”, spesso oggetto di critica, esiste una necessità che oltrepassa gli aspetti economici e il narcisismo umano, e cioè la soddisfazione che comporta un ruolo che prevede responsabilità.

La tecnologia, spinta negli ultimi tempi dall’emergenza sanitaria, prevede sempre più mezzi che facilitano lo svolgimento della propria attività, anche se attenua la socialità, parte integrante di ogni attività.

Se devo trarre spunto dalla mia lunga esperienza, fatta di gestione gruppale e di osservazioni di situazioni terze, mi viene facile sentenziare che occorre fare il possibile per arrivare alla creazione di un ambiente di lavoro sereno, dove la naturale e fisiologica durezza delle situazioni sia attenuata dalla suddivisione dei compiti e dalla comprensione, dal “trattare con cura” donne e uomini che reagiranno di conseguenza, insomma, non è un caso se al secondo posto - in Italia e in Europa -  nella grande famiglia delle malattie professionali sia collocato il disagio provocato alle persone dal lavoro (stress lavoro correlato) e, assicuro il lettore, è questo un problema a cui si potrebbe ovviare agevolmente!

Ho scelto in questo caso una vecchia canzone di Le Orme dal titolo “Se io lavoro”…

Se io lavoro è perché non so che fare, ho pochi amici con cui passare il giorno

E non vorrei che si parlasse male di me, che si dicesse che cerco solo di guadagnare

Perché questo non è vero, non è mai stato vero

Perdere tempo vuol dir restare indietro, e se dovessi tornare a nascere un'altra volta

direi al Signore di darmi la forza del contadino

E non mi manca certo la gioia di vivere…

 

E arriviamo alla fine del viaggio che Claudio Sottocornola ci propone, e troviamo l’epilogo, “Perché abbiamo perso la gioia?”.

È questo un titolo che non richiede particolari interpretazioni, e il fatto che sia posto in chiusura dovrebbe avere un significato preciso, una sorta di paradigma dei vari concetti espressi, che contiene intrinsecamente un messaggio che induce al cambiamento di rotta.

Potendo rapportare la mia giovinezza a quella dei millennial, l’elemento che più mi colpisce è lo scemare dell’entusiasmo, la mancanza di stupore rispetto a piccole cose a cui non si dà più significato. Eppure, la capacità di meravigliarsi al cospetto di minuscole rappresentazioni del quotidiano mi pare una ricetta formidabile per migliorare la qualità della vita. E poi programmare eventi futuri permette di uscire dalla routine e immaginare scenari che a volte, con un po' di buona volontà, si possono concretizzare.

Certamente esistono bisogni primari - e ritorno così alla piramide di Maslow - ma la certezza di avere tutto a disposizione, in qualsiasi momento del giorno, non sempre aiuta: santa o maledetta tecnologia!

Anche in questo caso la musica mi viene in aiuto, e mi riporta all’entusiasmo giovanile legato all’LP appena uscito (comprato a turno tra gli amici per dividere le spese), condiviso in un a stanza e consumato, quasi imparato a memoria: il famoso rito del vinile!

Tutto ciò, purtroppo non esiste più, tutto è disponibile in modo “liquido” e non c’è musica o artista che venga ascoltato con attenzione: e se i Pink Floyd nascessero oggi e il loro “The Dark Side Of The Moon” (che quest'anno compie 50 anni) ne fosse la conseguenza, di certo non diventerebbe uno degli album più venduti al mondo, e i PF sarebbero un nome come tanti nel panorama musicale.

Altri tempi quindi, ma le distanze temporali e culturali non giustificano questa sorta di incapacità di apprezzare ciò che ci circonda.

Ma qual è il ruolo della meraviglia nella vita dell'uomo? Chi riconosce i suoi vantaggi, afferma che oltre a migliorare la propria vita, fa sentire meglio le persone care e rappresenta la ricetta ideale per ridurre il disagio, attraverso piccole gioie quotidiane, come un progresso del proprio figlio a scuola, una giornata di sole in mezzo alla natura o una gentilezza rivolta a chi ne ha più bisogno.

Abbracciare con lucidità e trasporto ciò che la nostra civiltà, e dunque i nostri avi, ci hanno trasmesso di bello e di buono non può che ingenerare in noi anche una sorta di felice operosità nell’alimentare e tramandare tale eredità, e anche questo contribuirà a dar senso e spessore al nostro vivere.”

L’ultima corrispondenza sonora è la famosa “A perfect day”, di Lou Reed, che si presta a differenti interpretazioni, ma io scelgo quella che esalta la serenità che si ritrova nei piccoli atti quotidiani…

Proprio una giornata perfetta, bere sangria nel parco e poi, più tardi, quando fa buio tornare a casa…

I problemi messi da parte, sono contento di averla trascorsa con te…

Proprio una giornata perfetta, mi ha fatto dimenticare me stesso, ho pensato di essere un altro, una persona migliore

 

A conclusione di questo mio inusuale e bizzarro commento, mi viene da ringraziare Claudio Sottocornola per avermi indotto a soffermarmi su aspetti che, col passare del tempo, assumono per me un valore sempre maggiore. Mi rendo conto di aver agito come una sorta di tennista, che rimanda la palla oltre la rete come risposta ad un tiro da fondo campo, ma qualche argomentazione personale andava fatta, nel rispetto del rapporto osmotico tra autore e lettore che si viene a creare quando tutto funziona come dovrebbe.

E se tutto potesse cambiare all’improvviso a seguito delle nostre preghiere e chiarezza di idee?

"Quando preghi per la pioggia, il fango va messo in conto!", ma il fango sarebbe sopportabile se potessimo eliminare la siccità!



 



lunedì 6 febbraio 2023

AIRPORTMAN -"Il Raccolto"


 

AIRPORTMAN -"Il Raccolto"

(LIZARD CD)

 

Nell’ultima parte dell’anno appena terminato è uscito un nuovo album degli Airportman intitolato “il raccolto”.

Non ho idea di quanto seguito abbia l’ensemble oltre la dimensione locale, ma questo nuovo lavoro è per loro il diciottesimo, quindi fare musica, in questo caso, significa nutrire in primis sé stessi, senza badare troppo a cosa gira intorno.

Li conosco ormai da molti anni, e sono abituato alla loro dimensione sufficientemente autarchica e super minimalista, ma molto curata. Non c’è spazio per la ridondanza, tutto sembra fatto in casa in modo artigianale, genuino, e alla fine ciò che ti ritrovi in mano sembra il prodotto sano della terra che si confronta con la confezione da supermercato, comoda sì, ma…

E così, ogni volta che esce un loro nuovo lavoro, arriva a casa un pacchettino tutto da scoprire, senza commento, una sorta di tacito accordo tra persone sensibile e virtuose.

Airportman sono essenzialmente Giovanni Risso e Marco Lamberti, anche se il gruppo ristretto di amici non manca mai, nello specifico Francesco Alloa alla batteria, Carlo Barbagallo al basso e Stefano Giaccone al sax/chitarra/voce.

Utilizzo l’anima del comunicato stampa per fornire gli intenti di Airportman:

<< “il raccolto” è nato su una riflessione: il tempo che passa, uno sguardo al passato, uno al presente ed uno sul futuro.

Il viaggio è il filo conduttore del tempo che passa, i legami che resistono al tempo: l’incontro casuale con Stefano Giaccone in una fredda cantina di Canelli, l’arrivo del mio cane, diventato compagno di vita, lo sguardo di un padre alla vita. Il raccolto è musica non facile, racchiude in un flusso pressoché ininterrotto tutta la complessità delle nostre esistenze, le nostre delusioni, le conquiste, i figli, le aspettative, la semplicità di un campo di kiwi ed il suo mare limpido, angoli di mondo assolati e senza vento.

Il sax di Stefano (Giaccone) ha scritto il percorso, e la musica, come sempre, ha unito strade diverse in qualcosa di unico, come sa fare ogni volta!>>.

 

Sono quattro le tracce proposte, per un totale di circa 35 minuti di sonorità prive di liriche - Airportman è un duo strumentale - anche se è presente un parlato/recitato.

Gran parte della musica dell’album è fornita dall’iniziale e lunghissima “il raccolto”/the pirate song”, 18 minuti di sonorità e atmosfere tutte da decifrare.

La sua corposità fa sì che possa essere considerata la traccia di riferimento per l’intero progetto, la descrizione di un percorso che è la vita, i momenti significativi, dolorosi e gioiosi, che trovano una collocazione temporale quando la memoria associa eventi a volti, a situazioni, a odori, a musica.

Non sarà certamente facile comprendere ciò che Airportman vuole dire nella title track, ma le trame rarefatte e ambientali inducono l’ascoltatore attento e scevro da pregiudizi all’immedesimazione e al coinvolgimento.

Negli ultimi minuti troviamo la conclusiva “The Pirate Song”, probabilmente il fil rouge che lega le fasi del viaggio.

Dal punto di vista meramente musicale appare condizionante l’utilizzo del sax, capace di creare situazioni distopiche che sono spesso caratterizzanti dei percorsi di vita, nessuno escluso.

La seconda traccia è intitolata “Nei kiwi c’è il mare”, oltre nove minuti costituiti da registrazioni ambientali di non facile definizione e l’utilizzo dell’immaginazione e della sensazione da impatto appare utile, quindi è suggerita una lettura soggettiva.

Segnalo l’acqua che scorre in un paesaggio “agitato” che, col passare dei minuti, si appiattisce e trova una buona calma, stati d’animo che mutano, nel tempo e nello spazio.

Nella parte finale un possibile harmonium cesella il tutto, lasciando nell’aria uno stato di spleen che resta per alcuni minuti.

Il terzo pezzo prende il nome di “la yurta montata” - poco più di quattro minuti -, una raccolta di momenti vissuti, un luogo in cui possono nascere amicizie e relazioni importanti, tra impegno e leggerezza, tante piccole fotografie che niente e nessuno potrà cancellare.

A chiusura troviamo “tony e la meraviglia”, il brano più corto del disco (3:40) che fornisce l’idea di fermatura del cerchio, di quiete dopo la tempesta o più semplicemente di riposo dopo una giornata dura, o dopo un percorso di vita impegnativo. E dopo una sosta di una ventina di secondi appare un cantato, la voce di Giaccone che in lingua inglese si sovrappone ad una femminile - quella di Dagmar Krause nella ripresa di “The pirate song”, canzone tratta da “Hopes and Fears”, degli Art Bears.

Disco complicato, lontanissimo da tutto quanto chiede oggi il mercato, concetto nemmeno preso in considerazione dagli Airportman.

Non posso consigliarlo a tutti, in modo trasversale, ma solo a chi crede che, ogni tanto, occorra prendersi del tempo per lasciar correre la mente senza forzature, la musica aiuterà ad entrare nel “mondo Airportman”, dando modo a ciascuno di creare un proprio percorso. Potrà essere doloroso, sicuramente triste, come gioiosa e malinconica può essere una giornata passata nei luoghi di vita della band, quella parte del Piemonte che ci sorride in alcuni periodi dell’anno ma può riempirci di grigiore in altri. Una tristezza in cui i cambiamenti delle stagioni diventano simbolo e rappresentanza di una vita, un sentiero puntellato e ricordato, anche, da episodi musicali la cui forza mi appare innegabile.

Non è musica di sottofondo, non può essere l’accompagnamento casuale, ma richiede concentrazione, quella che, ahimè, viene a mancare sempre di più!

Comunque sia un lavoro di pregio, bravi Airportman!

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

Il raccolto 17.50 the pirate song

Nei kiwi c’è il mare 9.22

La yurta montata 4.15

Tony e la meraviglia 3.40 the pirate song

 

L'album, mixato da Paride Lanciani all'Oxygen Studio di Verzuolo.

Copertina di Dionisio Capuano.


https://www.facebook.com/airportman/

 


Bio sintetica

Progetto musicale che nasce nell’estate 2003 da RISSO Giovanni e LAMBERTI Marco. Quell’estate, a conclusione di alcune sessioni strumentali, nasce il progetto AIRPORTMAN e registriamo un primo cd-demo dal titolo “2.45 am”,

Il progetto è interamente strumentale e da allora ha continuato a stampare nuovi lavori a cadenza annuale, sulle coordinate del “post-rock”, tanto per dare un’indicazione.

 


DISCOGRAFIA

2.45 A.M 2002

Di terra e d’ombra 2003

Inverno in divenire 2004

Son(g) 2005

Off 2007 

Rainy days 2007

Letters 2008

The road 2009

Weeds 2009

Nino e l’inferno 2010

Modern 2012

David 2014 

Anna e Sam 2016

Dust & Storm 2017 

Ca-pez-zà-gna 2018 

Il paese non dorme mai 2020 

Across the flatlands 2021 

Il Risveglio 2022



Il CD è distribuito e disponibile per l'acquisto da G.T. Music al seguente link:

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