Bonnie Tyler si è spenta a 75 anni, nella notte tra l’8 e il 9 luglio
2026, in un ospedale di Faro, in Portogallo, dopo settimane di condizioni
critiche. La famiglia ha diffuso un comunicato in cui chiede rispetto e
privacy, confermando una scomparsa improvvisa legata alle complicazioni della
malattia per cui era ricoverata.
Bonnie Tyler, nata Gaynor Hopkins nel 1951 a Skewen,
Galles, era una delle interpreti più riconoscibili della musica pop-rock
internazionale. La sua voce roca, graffiante, unica, l’ha resa immediatamente
identificabile e amatissima dal pubblico. Brani come Total Eclipse of the
Heart, Holding Out for a Hero e It’s a Heartache hanno
segnato un’epoca e continuano a vivere nell’immaginario collettivo.
A maggio la cantante era stata sottoposta a un intervento
chirurgico d’urgenza all’intestino dopo una perforazione. Le complicazioni
successive avevano richiesto un coma farmacologico e una lunga permanenza in
terapia intensiva. Nonostante un timido miglioramento a giugno, le condizioni
erano rimaste molto gravi.
Bonnie Tyler ha attraversato oltre quarant’anni di carriera,
conquistando classifiche, palcoscenici e pubblico in tutto il mondo:
-è stata la prima artista gallese a
raggiungere il n.1 della Billboard Hot 100 con Total Eclipse of the Heart.
-ha venduto milioni di copie, con
singoli che superano i 6 milioni di unità.
-ha rappresentato il Regno Unito all’Eurovision
2013.
-è stata insignita del titolo di MBE
dalla Corona britannica per il suo contributo alla musica.
La sua morte ha suscitato un’ondata immediata di cordoglio
nel mondo della musica e della cultura. Dalla politica britannica agli artisti
internazionali, tutti hanno ricordato la sua energia, la sua voce irripetibile
e la sua capacità di trasformare ogni canzone in un’esperienza emotiva.
Bonnie Tyler lascia il marito Robert Sullivan, compagno di
una vita, e milioni di fan che continueranno a cantare le sue canzoni.
La sua voce rimane. Resta nei dischi, nei palchi, nei ricordi
di chi l’ha ascoltata e amata.
“Wight
Is Wight” è una canzone di Michel
Delpechuscita nel 1969. La canzone
evoca i Festival dell'Isola di Wight che si sono svolti nell'isola dal 1968 al
1970.
In Francia riscosse un notevole
successo e raggiunse la prima posizione della hit parade. Anche in Italia sfiorò
la vetta, raggiungendo la seconda posizione.
In totale ha venduto oltre un milione
di copie ed è stata premiata con il disco d'oro.
Nella canzone, influenzata dalla
cultura hippy, l'autore menziona Bob Dylan e Donovan in segno di tributo.
Nel 1970 i DIK DIK realizzarono la
loro versione in italiano, con i testi di Claudio Daiano e Alberto Salerno,
intitolata “L'isola di Wight”, e pubblicata nel singolo L'isola di
Wight/Innamorato”.
I Dik Dik avevano da poco interrotto
la collaborazione con Mogol-Battisti. Pietruccio Montalbetti voleva dedicare
una canzone al fenomeno dei raduni pop (cominciati con il Festival di Monterey,
a cui successe Woodstock e, appunto il Festival dell'Isola di Wight) e avendo
casualmente sentito il pezzo di Delpech, pensò di farne una versione in
italiano. I Dik Dik la incisero "in fretta e furia" ottenendo anch’essi
un grande successo.
Una bella canzone - e tanti ricordi - in tutte le
versioni…
Willie Dixon: l’indiscusso pilastro
del Chicago Blues, le cui centinaia di canzoni hanno definito un genere e oltrepassato
i confini, lasciando un'eredità immortale nella storia della musica
William James Dixon (1915-1992), universalmente noto come Willie Dixon, è una figura colossale nella
storia della musica americana, la cui influenza si estende ben oltre il suo
ruolo di musicista. Basso elettrico, cantante, paroliere, arrangiatore e
produttore discografico, Dixon è riconosciuto, accanto a Muddy Waters, come la
mente più influente nella formazione del suono del Chicago blues del dopoguerra
e un ponte cruciale verso l'emergente rock and roll.
Nato a Vicksburg, Mississippi, il 1° luglio 1915,
Dixon fu esposto precocemente alla musica, assorbendo le sonorità del blues
rurale e del gospel. La sua passione per le rime, ereditata dalla madre, si
manifestò presto nella scrittura di canzoni. Trasferitosi a Chicago nel 1936,
intraprese inizialmente una carriera nel pugilato, vincendo il campionato
amatoriale dei pesi massimi Golden Glove dell'Illinois. Tuttavia, la musica era
il suo vero destino. Imparò a suonare il contrabbasso e nel 1939 incontrò il
pianista Leonard "Baby Doo" Caston, con cui formò i Five Breezes e in
seguito i Big Three Trio, un gruppo che introdusse l'armonia vocale nel blues.
Il periodo più significativo della carriera di Dixon fu il
suo ruolo centrale presso la Chess Records, una delle etichette discografiche
più importanti per il blues e il rock and roll. Dal 1948 ai primi anni '60,
Dixon fu un pilastro fondamentale: suonava il basso nelle sessioni di
registrazione, arrangiava brani, produceva artisti e agiva da talent scout. Ma
il suo contributo più duraturo fu come prolifico paroliere. Dixon ha scritto o
co-scritto oltre 500 canzoni, molte delle quali sono diventate standard
intramontabili del blues. Tra le sue composizioni più celebri
figurano "Hoochie Coochie Man", "I Just Want to Make Love to
You", "Little Red Rooster", "My Babe",
"Spoonful" e "You Can't Judge a Book by the Cover". Questi brani, eseguiti da leggende
come Muddy Waters, Howlin' Wolf, Little Walter e Bo Diddley, hanno definito il
sound del Chicago blues e influenzato generazioni di musicisti in tutto il
mondo.
L'impatto di Dixon non si limitò al blues. Il suo lavoro con
artisti come Chuck Berry e Bo Diddley all'inizio degli anni '50 lo rese un
collegamento essenziale tra il blues e i primi suoni del rock and roll. Molte
delle sue canzoni furono successivamente riprese da iconici artisti rock, tra
cui i Rolling Stones, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Elvis Presley e gli Allman
Brothers, consolidando la sua eredità nel pantheon della musica popolare.
Negli anni successivi, Willie Dixon divenne un instancabile
ambasciatore del blues, girando il mondo con la sua band, i Chicago All-Stars.
Fu anche un fervente sostenitore dei diritti degli artisti, fondando la Blues
Heaven Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro dedicata a preservare
l'eredità del blues, proteggere i diritti d'autore e le royalty per gli artisti
più anziani e fornire borse di studio a giovani musicisti.
Willie Dixon è stato insignito di numerosi riconoscimenti per
il suo contributo inestimabile alla musica, tra cui l'introduzione nella Blues
Hall of Fame (1980), nella Rock and Roll Hall of Fame (1994) e nella
Songwriters Hall of Fame. La sua autobiografia, "I Am the Blues",
pubblicata nel 1989, offre una preziosa testimonianza della sua vita e della
sua visione della musica.
Willie Dixon è deceduto il 29 gennaio 1992, ma la sua musica
e la sua influenza continuano a risuonare, confermando il suo status di
"poeta laureato del blues" e di "padre del moderno Chicago
Blues", un vero gigante la cui genialità ha plasmato il panorama musicale
globale.
Il 7 luglio 2006, moriva Roger " Syd"
Barrett, fondatore
dei Pink Floyd.
La lettura di una sua biografia di mi invoglia a
ricordarlo attraverso uno degli episodi divenuti leggenda.
Nel 1975 avvenne probabilmente l’episodio più
famoso della vita di Syd Barrett dopo la fine della sua carriera nel
business musicale, celebre perché coinvolse anche i suoi ex colleghi di lavoro
dei Pink
Floyd. Era
il 5 giugno quando negli studi di Abbey Road, in cui fervevano i preparativi per
“Wish You Were Here”, album successivo al fortunatissimo “The Dark Side Of
The Moon”, si presentò un visitatore totalmente inaspettato. Era Syd, che in un
primo momento non fu riconosciuto dai suoi vecchi compagni di gruppo, tanto era
cambiato fisicamente dall’ultima volta che l’avevano visto, e tanta era
l’incredulità di vederlo ancora una volta negli studi con loro. Il primo a
riconoscerlo fu il suo amico di vecchia data DavidGilmour, che con una certa
commozione lo invitò ad unirsi al gruppo per ascoltare una versione embrionale
di Shine
On You Crazy Diamond, proprio la traccia che nel disco era dedicata alla sua assenza
nel gruppo e che lo ricordava con sentimenti di forte emozione. Anche se non
sembrò essere particolarmente impressionato dal lavoro dei Floyd, e rifiutò di
ascoltare il pezzo una seconda volta, il suo incontro con la band che aveva
guidato fino a qualche anno prima fu determinante per dare al gruppo un
catalizzatore per terminare il pezzo e infondergli quel sentimento particolare
di compassione e rimpianto racchiuso nei versi e nella musica.
Sui motivi che spinsero Syd a irrompere nello
studio in cui i suoi colleghi stavano lavorando, non si potrà mai fare luce, ma
è probabile che fosse venuto a conoscenza della loro presenza da qualche amico
comune e che si fosse introdotto ad Abbey Road sfruttando la sua credibilità
come artista della EMI. Come ha ricordato Nick Mason, quello che lo colpì di più in Syd fu il
suo aspetto, completamente diverso da quello che ricordava: “Ero orripilato dal
suo cambiamento fisico. Avevo in mente il personaggio che avevo conosciuto
sette anni prima, molto più magro, con i capelli neri e crespi e una
personalità trascinante. I miei ricordi erano meno legati al Syd devastato che
aveva lasciato la band nel 1968, ma invece alla persona che avevamo conosciuto
quando si era spostato da Cambridge a Londra, che suonava la sua particolare
Fender Esquire con gli specchi attaccati sulla superficie, e con un guardaroba
pieno di maglie Thea Porter, e con bellissime ragazze bionde che gli giravano
sempre intorno. Ora sembrava essere un uomo che non avesse del tutto degli
amici. La sua conversazione era confusa e non completamente comprensibile,
anche se devo ammettere che nessuno di noi abbia fatto della conversazione
molto brillante in quel caso. Non ho idea del perché fosse lì. Non era stato
invitato e personalmente non lo vedevo da quando lasciò il gruppo, nel 1968,
anche se nel 1970 Roger, Rick e David avevano lavorato ai suoi due album
solisti... “.
Da “Le canzoni di Syd Barrett”,
di Alessandro Bratus.
Led Zeppelin, Velodromo
Vigorelli, Milano, 5 luglio 1971
Ripercorrendo le
antiche vicende legate alla musica e dintorni, si “cade” ripetutamente su
avvenimenti nefasti che, al solo accenno, identificano immediatamente
protagonisti e contesto: il Festival di Altamonto la Family di Charles Manson, tanto per
parlare di fatti di oltreoceano. Anche a casa nostra, in Italia, abbiamo
qualche ricordo negativo. Mark
Paytress ci ha raccontato così, nel libro “Io c’ero”, la
sua versione dei fatti avvenuti a Milano, 53 anni fa.
Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò
in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del gloriosoVelodromoVigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia
deiLedZeppelinin Italia. Con una decisione strana e
infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare
alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare:
la scelta era caduta suAretha
Franklin,Donovan,Moustaki,Leo Ferrè,Charles Aznavoure, per la sola data di Milano, i Led
Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente
declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano,
al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più
caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti
quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non
avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con
l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le
reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan
sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò
di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al
Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls,
considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma
intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini
fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). QuellaGrande Armèedoveva fronteggiare alcune decine di
autoriduttori e “agitatori
politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole delCorriere della Sera,e lo fece con grande impeto, impegnandosi con
ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti,
sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate
di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle
22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco
accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da
pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità eraStairway to Heaven,regolarmente in scaletta nel tour
primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccòBlack Dog.Dopo una versione ridotta diDazed And Confused,passò aI’ve Been Starting Loving Youe lì si udirono distintamente dei botti
violenti: non eraBonhamin azione, ma la polizia che sparava
fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del
palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di
autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento).Robert Plantcercò di metterla sul teatrale e invitò i
ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era
nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli
spiriti, il gruppo attaccòWhole Lotta Love,in medley con il celebre assolo di Bonham,Moby Dick.A quel punto però l’aria si era fatta
irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il
prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo
stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e
pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da
decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di
un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti
alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di
Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di
una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e
tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno
impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla
mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa
sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò
la sua delusione adArmando
Gallo,inviato perCiao 2001: “Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto
nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un
nostro concerto. Venendo al Vigorelliavevamo scherzato tra noi, vedendo tutte
quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico
che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia
intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”. I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero
mai più messo piede dalle nostre parti.
5 LUGLIO
1969-Concerto di Hyde Park in ricordo di Brian Jones
È una splendida
giornata, il sole è caldo e rassicurante, Brian Jones è morto. Sgomento,
incredulità... Per noi era morto il nostro poeta maledetto e per moltissimi il
simbolo vivente degli Stones, l'espressione più estrema, più intrigante e più
ribelle della band. Il suo volto da bambino, i suoi occhi sempre gonfi erano da
tempo diventati il segno iconico della dissolutezza degli Stones stessi.
Molta gente era
convinta che senza Brian il gruppo non sarebbe più stato lo stesso. Chissà… Il
fatto è che la sua morte, tragica ed effimera al contempo, era stata
strumentalizzata e venduta dai quotidiani popolari come estrema prova di
depravazione e facili costumi. “Ecco a cosa porta il loro scellerato stile di
vita!” Questo il succo degli articoli.
Quel 5 luglio 1969 gli
Stones ci avevano chiesto di andare tutti ad Hyde Park per commemorare Brian e
noi avevamo risposto in tanti, forse 200.000, forse di più, una giornata
storica.
Un forte odore di
hashish permea la Serpentine di Hyde Park. Molta gente s'è buttata nel
laghetto. L'acqua è gelida ma gli inglesi probabilmente pensano che tutta
l'acqua del mondo sia gelida. Tra i ragazzi gira di tutto, LSD californiano,
funghi e mescalina del Messico, oppio, pillole colorate di ogni genere e
grandezza (Love pills, Take-It-Easy, etc.) e poi il potente hash afgano, il
libanese rosso, il marocchino zero-zero, i thay-sticks, l’agapulco gold. I
bobbies ci circondano fin dall’inizio ma rimangono ai margini, fermi nelle loro
divise estive come soldatini di piombo.
I cellulari e le camionette
sono concentrati in alcune traverse di Bayswater e, a sud, lungo la strada che
da Queen's Gate porta all’Hyde Park Corner. Siamo veramente in tanti. C'è gente
che balla, intere famiglie di hippies che suonano e cantano, gli hare krishna
coi santoni magrimagri in arancione e i guru vestiti di bianco nonchè tanti
aquiloni su nel cielo e tanto colore intorno come in un quadro di Pollock.
Aspettiamo gli Stones.
Sul palco, per la prima volta sento i King Crimson di Robert Fripp e i Family
di Roger Chapman. Ottimo, davvero un ottimo inizio. Poi arrivano loro, gli
Stones, poi il discorso di Mick tutto vestito di bianco, poi i bei versi del
poeta Shelley e le migliaia di farfalle che, in una nube leggera e tremolante,
si alzano verso il cielo. L'emozione è forte, intensa, indimenticabile.
Carmine Capasso & Giorgio Fico Piazza pubblicano
il live album Vi suoniamo una storia
Ho assistito all’ultima data del tour di Carmine Capassoe
Giorgio Fico Piazza e questo elemento cambia la prospettiva con cui si
ascolta Vi suoniamo una storia.
Il disco non è soltanto la registrazione di fasi live, ma la restituzione
fedele di un clima che ho visto e sentito in prima persona. Sul palco c’era una
relazione musicale che si costruiva attraverso sguardi, dinamiche, respiri. Il
pubblico percepiva tutto questo e lo restituiva con attenzione.
L’album, pubblicato da Ma.Ra.Cash Records, conserva
esattamente quella atmosfera.
Il progetto nasce dall’incontro tra la voce e la chitarra di
Carmine Capasso e il basso di Giorgio Fico Piazza, figura centrale del prog
italiano. La scelta di registrare durante il tour 2024–2026 permette di
cogliere la naturalezza del suono, la sua immediatezza, la sua fisicità. Non
c’è costruzione da studio, c’è un palco che respira. La band lavora con una
coesione che ho potuto osservare da vicino e che nel disco emerge con
chiarezza.
Dal punto di vista tecnico, il live è costruito con una cura
che non cerca perfezione, ma verità. La chitarra di Capasso ha un timbro
definito, con una presenza che non invade mai gli altri strumenti. Il suo uso
del synth è misurato, funzionale, mai decorativo. La voce è ripresa con una
chiarezza che permette di cogliere sfumature e intenzioni, soprattutto nei
brani più narrativi.
Il basso di Giorgio Fico Piazza è il centro armonico del
progetto, in quanto il suo tocco è immediatamentericonoscibile, un modo di entrare nella frase
che appartiene alla scuola storica della PFM. Nei brani del repertorio
classico, da Impressioni di settembre a È festa, la sua presenza
è un ponte tra epoche. La resa sonora valorizza questa caratteristica senza mai
sovraccaricare.
La batteria di Jacopo Casadio ha un suono asciutto, controllato, con una dinamica che
segue il racconto più che la potenza. I cori aggiungono un colore che si
integra con naturalezza. Il piano e l’Hammond di Giuseppe “Sep” Sarno aprono
spazi, creano profondità, danno respiro. L’Hammond, in particolare, è
registrato con una pasta sonora che richiama la tradizione prog senza
imitazioni.
Piero Chiefa alterna basso e chitarra ritmica con una
precisione che sostiene l’intero impianto. Nelle prime quattro tracce il suo
basso crea un dialogo interessante con Piazza, un doppio registro che
arricchisce la tessitura armonica.
Il mix è pulito, equilibrato, rispettoso del palco. La scelta
di evitare sovraincisioni permette di cogliere la vera natura del concerto. Il
risultato è un live che non cerca effetti, ma presenza.
Il concerto si apre con i brani di Capasso. Neve Nera
e Una valigia di perché mostrano una scrittura che unisce sensibilità
cantautorale e linguaggio progressivo. Enigma, scritto per i The Trip,
aggiunge una pagina di storia personale. Monnalisa di Ivan Graziani
introduce un tono affettuoso, quasi confidenziale.
La parte centrale è dedicata a Giorgio Fico Piazza. Il live
celebra i suoi ottant’anni con una sequenza che attraversa gioventù,
collaborazioni, incontri. Il tempo di morire richiama la stagione con
Lucio Battisti. 21st Century Schizoid Man e Lucky Man riportano
in scena la tradizione di King Crimson e Emerson Lake and Palmer. La chiusura
con i classici della PFM è un omaggio che diventa testimonianza.
L’ultima data del tour, quella che ho vissuto personalmente,
conferma la natura del progetto. Capasso ha guidato la serata con una presenza
scenica che non cerca protagonismo, ma relazione. Piazza ha portato la sua
eleganza naturale, quella che nasce da una vita intera dedicata alla musica. La
band ha suonato con una coesione che si costruisce solo quando il palco diventa
casa. Il pubblico ha ascoltato con attenzione, ha seguito ogni passaggio, ha
riconosciuto la storia che veniva raccontata.
In quella occasione è stato possibile assistere alla
presentazione - e alla performance - di Gianmaria Zanier, tanto per restare in
tema prog!
Vi suoniamo una storia è tecnica, emozione e memoria. È un live vero, fedele,
diretto. È il suono di due artisti che attraversano la loro storia e la
condividono con chi ascolta. È un documento che conserva un momento preciso, un
concerto che ho visto e che ritrovo nel disco con sorprendente fedeltà.
Tracklist
NEVE
NERA - Carmine Capasso
UNA
VALIGIA DI PERCHE’ - Carmine Capasso
ENIGMA
- The Trip
MONNALISA
- Ivan Graziani
IL
BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO - Ennio Morricone
APACHE
- The Shadows
UNA
BAMBOLINA CHE FA NO, NO, NO – I Quelli
IL
TEMPO DI MORIRE - Lucio Battisti
21ST CENTURY SCHIZOID MAN - King
Crimson
LA
CARROZZA DI - HANS - Premiata Forneria Marconi
LUCKY
MAN - Emerson Lake & Palmer
IMPRESSIONI
DI SETTEMBRE - Premiata Forneria Marconi
“Insieme hanno dato vita a un’ispirata
esibizione di arte minimalista”.
Michael Watts, Melody Maker
Patty Smith, astro nascente di una ribellione a
base di reggae e Rimbaud, aveva fatto il suo esordio londinese poche settimane
prima. Per i Ramones invece, niente letture di poesie o magliette
dedicate a Keith Richards. Fracassoni e foruncolosi, i quatto newyorkesi urlarono
come ossessi, snocciolando i loro pezzi a velocità supersonica (fermandosi solo
per togliere i giubbotti di pelle) e lasciarono il palco dopo mezz’ora salutati
dall’ovazione di una folla carica di birra. La settimana successiva, Max
Bell di MelodyMaker definì quella musica “rockoglione”,
descrivendola tuttavia come capace di riscuotere la sua inconndizionata
approvazione e quella di quasi tutti i 15000 spettatori presenti. Il termine
non attecchì, ma lo stile e il suono portati alla ribalta dai Ramones sì.
Praticamente tutti coloro che avrebbero formato i
principali gruppi punk inglesi quella sera erano al Roundhouse e osservavano
attoniti come si potesse mettere in piazza senza paura la propria condizione di
emarginati urbani bianchi. La chiava stava nella semplicità: nomi da finti
fratelli (Joey Ramone, Dee Dee Ramone, e così via), abbigliamento da teppisti,
canzoni che si confondevano una con l’altra. Jeans a tubo strappati, magliette
attillate e scarpe da tennis da pochi dollari, i Ramones assunsero
immediatamente la loro tipica posa a gambe aperte e ginocchia piegate, mentre
le loro facce smunte e serissime non mostrarono alcuna emozione per tutto il
concerto. Con il suo taglio di capelli a scodella, il bassista Dee Dee parve a
Max Bell “ l’esemplare umano meno intelligente” mai visto su un palco, capace
però di suonare con tanta forza da ferirsi a un dito. In mezzo alla folla,
ubriaco e ingestibile, c’era il futuro bassista dei Sex Pistols Sid Vicious,
e Dee Dee era il suo musicista preferito.
“Sid adorava i Ramones” spiega Marco
Pirroni, che sarebbe diventato chitarrista di Adam Ant The Ants, “anche
se odiava il loro taglio di capelli. Sid aveva un taglio di capelli splendido,
loro no. Ma da loro prese a prestito l’idea del giubbotto di pelle e dei jeans
strappati.”
Il suono senza fronzoli di Joey e compagni ebbe dunque
un impatto istantaneo sulla nascente scena punk.
Quando i Sex Pistols entrarono in studio insieme
al produttore Chris Spedding, portarono con sé l’album di debutto dei
Ramones dicendo:
Brian Jones sul
palco alle 4 del mattino, all'All-Nighter, Alexandra Palace, Londra, 1964
Il 3 lugliosegna una data indelebile nella storia del rock:
l'anniversario della prematura scomparsa di Lewis Brian Hopkins Jones, meglio
noto come Brian Jones, il
polistrumentista che diede vita ai Rolling Stones. La sua figura, spesso
avvolta in un'aura di tragica bellezza e incomprensione, merita di essere
celebrata e approfondita al di là delle semplificazioni e dei luoghi comuni.
Jones fu molto più di un semplice membro fondatore. Negli
albori della band, era lui il leader carismatico, il motore creativo,
l'innovatore musicale. Il suo talento poliedrico lo portava a padroneggiare
un'ampia gamma di strumenti: chitarra, armonica, pianoforte, mellotron, sitar,
dulcimer, marimba, fiati...
Questa versatilità gli permise di arricchire il sound dei
primi Stones con sfumature blues, rock'n'roll, ma anche con influenze esotiche
e sperimentazioni psichedeliche.
Chi ascolta attentamente brani come "Paint It Black"
o "Ruby Tuesday" può percepire l'impronta precisa di Jones, il
suo gusto per l'arrangiamento, la sua capacità di creare atmosfere uniche.Purtroppo, la sua parabola artistica fu tanto
fulgida quanto breve.Le tensioni
interne alla band, i problemi personali e l'abuso di sostanze lo portarono ai
margini del gruppo, fino al tragico epilogo.
La sua scomparsa, avvenuta il 3 luglio 1969, gettò un'ombra
sulla scena musicale. Appena due giorni dopo, il 5 luglio, i Rolling Stones
tennero un concerto gratuito a Hyde Park, a Londra, che si trasformò in un
tributo a Jones. Questo evento, Nato in origine per celebrare il nuovo corso
della band - con l’introduzione del nuovo chitarrista Mick Taylor - rappresentò
anche un momento di commossa memoria per il suo fondatore.
Con Nico, spettatori, al festival di Monterey
A cinquantacinque anni dalla sua scomparsa, Brian Jones
continua a essere una figura enigmatica e affascinante.
Non è questa l’occasione per ripercorrere morbosamente le
circostanze della sua morte, ma pare opportuno celebrare la sua musica, la sua
creatività, il suo spirito pionieristico.
Brian Jones è stato un caleidoscopio di suoni e colori, un
artista che ha contribuito in modo fondamentale a definire l'identità dei
Rolling Stones e a plasmare il volto della musica rock.
A distanza di decenni, la sua abilità polistrumentale e la
sua visione musicale rimangono uniche...