Quando Brian Eno ascoltò per la prima volta Adrian
Belew sul palco con Frank Zappa, capì subito di aver trovato
l'elemento mancante per il nuovo progetto dal vivo di David Bowie. Era
il 1978 e Belew suonava nella band di Zappa da appena un anno. La segnalazione
di Eno diede il via a un corteggiamento serrato che portò a un inevitabile
confronto tra due figure storiche della musica rock.
L'episodio decisivo si svolse durante un incontro a tre
organizzato in un ristorante, un tentativo di mediazione informale
trasformatosi in uno scambio laconico. Belew ricorda ancora la rigidità del
momento: Bowie cercò di intavolare una conversazione rivolgendo tre domande
dirette a Zappa, ma la risposta fu tre volte la stessa, un secco invito a quel
"Capitano Tom" che richiamava l'iconico personaggio di Space
Oddity. Preso atto della chiusura, Bowie si alzò dal tavolo insieme al
chitarrista commentando ironicamente l'esito del colloquio.
In realtà, al di là dell'episodio al ristorante e di qualche
battuta sferzante inserita da Zappa nei testi durante i concerti, la
transizione non nacque da uno scontro personale. Con la fine della tournée di
Zappa imminente e una pausa programmata di tre mesi per i musicisti, Bowie
offrì a Belew un ingaggio immediato per un tour europeo di quattro mesi. Nel
confronto finale avvenuto sul bus della tournée, fu lo stesso Zappa a
suggerirgli di cogliere l'opportunità, sancendo l'accordo con una semplice
stretta di mano.
Il prosieguo degli eventi prese poi una piega inaspettata. Al
termine del tour Zappa sciolse la formazione, mentre l'impegno con Bowie si
prolungò per oltre diciotto mesi, impedendo a Belew di tornare alla base come
inizialmente previsto.
Nonostante la separazione forzata, i rapporti tra i due
rimasero distesi nel tempo, segnati dal riconoscimento del ruolo fondamentale
che Zappa aveva avuto nel lancio della carriera del chitarrista.
La traiettoria di Belew, proseguita successivamente con
l'ingresso nei King Crimson, trova oggi una continuità ideale nella dimensione
dal vivo. Con il progetto parallelo “Beat”, l'artista torna a condividere il
palco con storici collaboratori dell'universo zappiano, come Steve Vai e Terry
Bozzio, insieme a Tony Levin, riannodando i fili di una stagione irripetibile
del rock di avanguardia.
Un estratto da "Le ali della
musica", libro che scrissi nel 2016
Intervista a Marcello Todaro, agosto 2013
Sono
nato nel 1956, e ho vissuto da adolescente l’inizio del prog, alimentandomi con
i concerti vicino a casa e con CIAO2001.
Da
quelle pagine lessi che Marcello Todaroera uscito dal BMS e nella mia testa
“pura” ciò era inconcepibile, così come l’uscita di Giorgio Fico Piazza dalla PFM. La
prima volta che vidi il Banco a Genova, teatro Alcione, Todaro c’era, ma in un
ruolo diverso da quello di chitarrista. Col passare degli anni sono entrato per
passione in questo mondo, soprattutto scrivendone, e il mio amico Fico Piazza
ha ripreso a suonare dopo 40 anni, come lui dice, grazie alla mia spinta.
Una chiacchierata con Marcello, tra Italia e California...
Spiegami, a distanza di tanti anni, cosa
avvenne in quei giorni lontani? Perché quel cambiamento?
Potrei
iniziare con... “C’era una volta...”, visto che sono passati circa 40
anni! Ultimamente
ho visto proprio un post su Facebook di Ciao 2001 dell’epoca... penso 1973, con
l’articolo che parlava proprio del cambiamento. Certo, non fa piacere a nessuno essere
sostituito, specialmente se hai partecipato con tanta determinazione a far
nascere qualcosa in cui credi. Avevo deciso che questo sarebbe stato l’ultimo
tentativo per raggiungere il successo. Il progetto “Banco” ha scatenato subito
in me una serie di emozioni e sentivo profondamente che era la strada giusta.
Per questo ho proposto gli inserimenti di Francesco, Renato e Pierluigi.
All’inizio ho dovuto insistere un po’ per Francesco... (prova a pensare Checco
a Marino!), ma poi tutto é filato liscio. Credo che sia già stato detto e
scritto molto sull’argomento; comunque, il punto era che, se qualcuno poteva
essere di freno per l’evoluzione del gruppo, poteva venire sostituito senza
preferenze per nessuno. Così è stato: il mio background musicale era basato su
esperienze differenti e poi, in un gruppo non sempre c’è identità di vedute e
spesso non si concorda sulle scelte da fare e le strategie da adottare. Ognuno
è libero, comunque, di avere le proprie opinioni che, sicuramente, variano a
seconda dei punti di vista.
Mi pare che il passo musicale successivo fu
proprio la creazione di una nuova band con Fico. Come andò quell’esperienza?
Avendo,
sia il Banco che la PFM lo stesso manager/promoter, il compianto Franco Mamone,
mi fu prospettata proprio da quest’ultimo l’idea di formare un gruppo con
Giorgio Fico” Piazza, anche lui da poco uscito dalla PFM. L’etichetta era quella
di Gianni Sassi, la Cramps. L’esperienza
sia in studio di registrazione che fuori, fu veramente divertente, molto
rilassata e senza problemi. Dalle registrazioni ne è uscito un bel disco molto
Rock... ne ero e ne sono molto soddisfatto, specialmente per il suono delle
chitarre. Purtroppo,
per ragioni ancora tutt’oggi sconosciute, il disco non fu mai definitivamente
completato e il gruppo i “Crystals” ... definitivamente sciolto!
Che ricordi hai, in generale, dell’atmosfera
di quei giorni lontani?
La potrei
definire decisamente goliardica... si partiva per suonare per il gusto di
suonare, senza pensare troppo a problemi di carattere tecnico e/o burocratico. Quando
abbiamo iniziato si viaggiava tutti e sei assieme con la strumentazione stivata
nel pulmino, arrivati si scaricava, si montavano gli strumenti, prove e via
così, fino all’ora del concerto. Dopo un po’ di tempo arrivò l’Hammond di
Vittorio ed altra strumentazione, per cui comprammo un mezzo di trasporto più grande,
un camion Mecedes 308 B da Cherubini! Siccome nessuno di noi aveva la patente
C, che serviva per guidare quel tipo di mezzo, nelle trasferte mio padre faceva
da autista. Poi arrivarono i tecnici, camion nuovo... e macchina per noi sei;
la prima, se non ricordo male, fu una Fiat 2300, una familiare nera... sembrava
una di quelle che si utilizzano per i funerali! Ho
sempre pensato che il Banco sia uscito al momento giusto con la musica giusta,
per cui il successo continuo fino ad oggi è meritato! Poi c’era
il fermento musicale quello vero, se pensiamo solo a quanti sono stati i gruppi
nati all’epoca, locali per suonare a non finire e il pubblico accorreva in
massa. Per
portare un esempio, uno dei famosi locali della costiera romagnola di quei
tempi, “L’Altro Mondo” di Miramare di Rimini, scritturava il Banco per quattro
serate nei mesi di luglio e agosto, perché ogni 15 giorni il pubblico dei
vacanzieri cambiava, e poi come locale era uno dei nostri preferiti. Insomma, una
gran bella atmosfera, vuoi che si era più giovani per cui pronti a tutto o
quasi, vuoi per i tempi diversi, ma ci si divertiva e, soprattutto quando si
suonava si sudava… come diceva il mio amico batterista Mauro Spina “se si suda c’é l’emozione giusta!”
Come è progredita la tua carriera musicale
da allora ai giorni nostri?
Dopo il
Banco e i Crystals ho lavorato come Sound Engineer in uno studio di
registrazione alla EMI Italiana come Assistente alla Direzione Artistica, lavorando
con vari artisti, tra i quali Pino Daniele, che ho seguito in studio come
produttore. Ho poi continuato come Freelancer Live Sound Engineer negli anni
successivi, lavorando con Ruggeri, Barbarossa, Mannoia, Minghi e tanti altri
fino ad oggi. Ultimamente
ho lavorato come Direttore di Produzione/ Palco, all’Umbria Jazz Festival, per
cinque anni di seguito. In
questa occasione sono venuto a contatto con produzioni di artisti di grosso calibro,
tra i quali James Taylor, Santana, Eric Clapton, Pat Metheney, Herbie Hancock,
ecc., per cui una bella esperienza, stancante, ma gratificante.
Hai qualche rammarico legato al tuo passato?
Sicuramente,
a parte il Banco e i Crystal, lavorando alla EMI Italiana sono entrato in contatto
con molti artisti stranieri che venivano in Italia per promuovere i loro ultimi
dischi. Accompagnando uno di questi artisti, “The Motels”, in televisione, mi
fu chiesto dalla cantante del gruppo, Martha Davis, se mi andasse di lavorare
con loro in Tournee! Forse sarebbe stato da prenderlo al volo quel treno, ma
troppe complicazioni... famiglia, lavoro, ecc. Proprio ultimamente sono
rientrato in contatto con Martha... incredibile, ma si è ricordata... magari
adesso recuperiamo il tempo perduto!
Tutti i gruppi di allora si sono riuniti -
anche se non al completo - e con ottimi risultati: come giudichi queste
reunion?
Se la cosa
viene fatta per puro divertimento, con qualche cosa ancora da dire
musicalmente, ben venga, se è solo a scopo di lucro... intendiamoci, non dico
che si deve lavorare gratis, ma la professionalità non deve mai mancare.
Tu vivi in America, ma spesso ritorni a
casa… quali sono le differenze maggiori tra le due situazioni, se ci riferiamo
in senso generale allo stato della musica?
Sicuramente
la professionalità ed il grado di preparazione di società e personale tecnico. L’ho
constato di persona, lavorando con delle Rental Company, che il lavoro, sia
piccolo o grande, offre sempre un servizio di alta qualità. Parlando
poi di Musica, qui é con la “M” maiuscola, è una vera industria e dà lavoro a
milioni di persone. Se pensiamo a tutte le organizzazioni, scuole, locali,
rental company, ecc. che gravitano nel Music Business ce ne rendiamo conto. Da
quando sono qui vado ogni anno al Winter NAMM, che si tiene al Covention Center
di Anaheim, ad un’ora di macchina da dove vivo. Praticamente la città per
quattro giorni si trasforma, ed è una bella trasformazione! Musica dappertutto,
per le strade, locali, hotel, e dentro al NAMM giovani ovunque, con strumenti
appresso, con l’entusiasmo e la voglia di fare e siccome la competizione è
veramente dura, chi riesce è veramente bravo ed ha qualche cosa in più da dire.
Torniamo un attimo alle origini: quale tra
gli album del BANCO a cui hai partecipato giudichi migliore, e perché?
Sicuramente il primo, il “Salvadanaio”... come si dice, “il primo amore
non si scorda mai”.Forse proprio
perchè era il primo, ci abbiamo messo quel pizzico di passione in più... poi la copertina originalissima, l’energia, l’emozione,
l’entusiasmo.
Ho letto da qualche parte che godi di enorme
stima in oriente: come ti spieghi questo amore?
Questa è
stata una sorpresa anche per me! Corsi e ricorsi della musica! Comunque mi fa
piacere naturalmente.
Mi racconti i tuoi progetti futuri?
Progetti
per il futuro non ne faccio mai, almeno a lunga distanza, e anche per
scaramanzia! Per ora ci sono un paio di idee allo stato embrionale, una da
leggere, forse, non dico di più, anche perché non mi va di parlare di cose che
poi non si concretizzano. Se dovesse prendere forma e realizzarsi ti renderò
partecipe.
Alla fine, il cerchio si chiude senza la pretesa di
rincorrere il passato. Nelle traiettorie di chi ha fatto la storia della musica
senza cercare necessariamente la luce dei riflettori resta la consapevolezza di
aver suonato quando contava farlo davvero, lasciando che le note continuassero
a scorrere oltre i confini del tempo e della geografia.
Il 6 novembre 1948, a Detroit, Michigan, nasceva Glenn Frey, una figura destinata a diventare
una delle colonne portanti della musica rock americana, co-fondatore, cantante,
chitarrista e principale compositore (spesso in coppia con Don Henley) della
leggendaria band Eagles.
Dopo un periodo formativo nella scena musicale di Detroit,
dove fece anche un'apparizione come chitarrista e seconda voce nel brano
"Ramblin' Gamblin' Man" di Bob Seger, Frey si trasferì a Los Angeles.
Fu qui, nel 1971, che, insieme al batterista Don Henley, al bassista Randy
Meisner e al chitarrista Bernie Leadon, diede vita agli Eagles, un gruppo che
ridefinì il genere del country rock.
Frey fu una forza trainante per la band, distinguendosi per
il suo talento di polistrumentista (chitarra e tastiere) e per la sua voce
solista in molti dei brani più iconici. Sue sono le voci principali in classici
come "Take It Easy" (il primo grande successo, scritto con
Jackson Browne), "Peaceful Easy Feeling", "Tequila Sunrise", "Lyin' Eyes", "New Kid in Town"
e "Heartache Tonight".
Come co-autore, spesso con Don Henley, contribuì a forgiare
capolavori senza tempo, tra cui l'epica "Hotel California" e
la malinconica "Desperado".
Gli Eagles, grazie anche al suo contributo, hanno stabilito
record di vendite sbalorditivi, in particolare con la raccolta Their Greatest Hits(1971–1975), a lungo l'album più venduto di tutti
i tempi negli Stati Uniti.
Dopo lo scioglimento iniziale degli Eagles nel 1980, Frey
intraprese una carriera solista di notevole successo, dimostrando la sua
versatilità con brani che si adattavano perfettamente al sound degli anni '80.
I suoi successi più celebri in questo periodo includono "The Heat Is On"
(colonna sonora del film Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills),
"You Belong to the City" (inserita nella serie TV Miami Vice,
in cui Frey fece anche un'apparizione come attore).
Gli Eagles si riunirono nel 1994 per il tour e l'album live Hell
Freezes Over, con Frey che tornò al suo ruolo di leader e compositore
fino alla fine.
Glenn Frey è scomparso il 18 gennaio 2016,
all'età di 67 anni, a causa di complicazioni legate a un'artrite reumatoide,
colite ulcerosa e polmonite. La sua morte fu un duro colpo per il mondo della
musica, e il suo compagno di band Don Henley lo ricordò come "il
fratello che aveva conosciuto per 45 anni".
L'eredità di Glenn Frey vive non solo nelle vendite multiplatino
e nei sei Grammy Awards vinti con gli Eagles, ma soprattutto nella sua capacità
di raccontare l'anima complessa e agrodolce della West Coast americana con
armonie perfette e un rock onesto e indimenticabile.
"The
Wild, The Innocent & The E Street Shuffle" è il secondo
album in studio di Bruce
Springsteen, pubblicato il 5 novembre del 1973 dalla Columbia
Records.
Il disco rappresenta un passo
importante nella carriera del Boss, in quanto contribuì a consolidare il
suo stile distintivo e ad affermare la sua posizione come uno dei più grandi
artisti rock.
Il ’73 è l’anno di debutto del
cantautore americano, che a gennaio aveva già rilasciato l’esordio “Greetings
from Asbury Park, N.J.,” ma non appena le vendite di quest’ultimo iniziarono a calare (forse mai decollate) ecco arrivare un nuovo progetto, il cui successo
allontanerà le nubi grigie plafonate sulla testa di artista e label. E alla
Columbia Records si ricrederanno in fretta.
L'album è una miscela di diversi
generi musicali, tra cui il rock, il folk, il soul e il rhythm and blues. È
caratterizzato da testi intensi e narrativi, che raccontano storie di
personaggi marginali, sognatori e giovani ribelli che cercano una via di fuga
dalla loro realtà. Springsteen dipinge quadri vividi e coinvolgenti con le sue
parole, trasmettendo un senso di energia e di speranza.
Uno dei punti di forza di questo
album è la potenza delle performance musicali. La E Street Band, la band
di accompagnamento di Springsteen, suona con una passione e una maestria
eccezionali, creando una colonna sonora coinvolgente per le storie raccontate
nelle canzoni. L'uso di strumenti come il sassofono e il pianoforte aggiunge un
tocco di profondità e intensità alla musica.
Tra i brani più noti dell'album si
trovano "Rosalita (Come Out Tonight)", una canzone piena di
vitalità e di energia contagiosa, e "Incident on 57th Street",
una ballata epica che mescola abilmente elementi di rock e jazz. Altri brani
degni di nota includono "4th of July, Asbury Park (Sandy)" e
"Kitty's Back", che mostrano la capacità di Springsteen di
scrivere canzoni coinvolgenti e ricche di atmosfera.
"The Wild, The Innocent
& The E Street Shuffle" è un album che richiede una certa
attenzione da parte dell'ascoltatore. Le canzoni sono articolate e ricche di
dettagli, e le storie che raccontano sono complesse e ben sviluppate. È un
album che si svela gradualmente, offrendo nuovi strati di significato ad ogni
ascolto.
Complessivamente è considerato un
capolavoro musicale e mette in rilievo un giovane Springsteen che dimostra da subito la sua abilità come compositore
e cantante, mentre la E Street Band offre una performance straordinaria.
Imperdibile per gli amanti del
genere.
Nel 2012 l'album è stato inserito
alla posizione 133 nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi della
rivista Rolling Stone.
CREDITI
Testi e musiche di Bruce Springsteen;
edizioni musicali Laurel Canyon Music Ltd.
Bruce Springsteen – voce, chitarre,
armonica a bocca, mandolino, percussioni
Clarence "Nick" Clemons –
sassofono, cori
Garry Tallent – basso, basso tuba,
cori
David Sancious – pianoforte, piano
elettrico, clavinet, organo, assolo d'organo in Kitty's Back, arrangiamento
d'archi in New York City Serenade, sassofono soprano in The E Street Shuffle,
cori
Danny
Federici – fisarmonica, pianoforte in Incident on 57th Street, organo in
Kitty's Back, cori
Vini Lopez – batteria, glockenspiel,
cornetta in The E Street Shuffle, cori
Albany "Al" Tellone –
sassofono baritono in The E Street Shuffle
Richard Blackwell – congas,
percussioni
Produzione
Mike Appel, Jim Cretecos – produzione
Louis Lahav – tecnico del suono
Jack Ashkinazy – remissaggio per le
edizioni su CD
John Berg, Teresa Alfieri – design
David Gahr – fotografia
Ma come si proponeva nei live del
1973 il Boss?
Ecco un
esempio: Bruce Springsteen era uno dei nuovi artisti della
Columbia Records quando salì sul palco dell'Ahmanson Theatre il 1º maggio
1973 come parte della vetrina della label, nella manifestazione denominata "Week
To Remember".
Il set è importante perché
rappresenta il capitolo iniziale nell'incredibile carriera di Bruce. Springsteen
esegue "Wild Billy's Circus Story".
Nasceva il 4 novembre del 1949Vittorio De Scalzi e vorrei
ricordarlo con un evento concreto a cui partecipai nel luglio 2019 a Genova, una
bella esibizione di una delle tante diramazioni dei New Trolls - La storia
dei NEW TROLLS - che chiudeva il Prog Fest.
Ho sottolineato “una delle tante diramazioni” perché i
New Trolls che conobbi nell’adolescenza, nel corso degli anni hanno subito
tantissimi cambiamenti e frammentazioni di cui non posso dare giudizio, certo è
che non è mai stato semplice per me risalire alle origini e ridisegnare l’albero
genealogico corretto.
Quando penso a Vittorio - e ai New Trolls - mi ritornano alla
mente momenti precisi della mia vita, stimolati da tracce musicali che sono
state per me riferimenti continui.
Parto dal 1968: il brano è “Visioni”, un rock
psichedelico che mi colpì come un macigno, nonostante avessi solo 12 anni!
Dopo tre anni, la fase prog prevaleva sul rock precedente
e nasceva “Concerto Grosso”…
E arriva il pop di qualità, quello trasversale, che tocca
tutto il pubblico diventando un must senza tempo, e come simbolo cito “Aldebaran” e… “Quella
carezza della sera”.
Come si fa a condensare così tanta musica in un articolo!
Ad ognuno il proprio ricordo e un diverso abbinamento tra trame sonore e memoria, lasciando spazio al pensiero personale, sottolineando un legame con
l’artista scomparso… tutto lecito, comprensibile, umano.
Vittorio mancherà fisicamente, agli affetti più vicini e ai
tanti conoscenti coltivati nel corso di mezzo secolo e oltre, ma è privilegio
di certi artisti rimanere vivi per sempre, perché ogni volta che partirà l’arpeggio
di “Una miniera” o il rock di “Davanti agli occhi miei” ci sarà
qualcuno che immediatamente idealizzerà un palco, una televisione, un locale,
in cui Vittorio e i suoi compagni di avventura continuano a suonare e a far
sognare.
Il testo ripercorre le prime tappe
della carriera di Keith Emerson basandosi su un approfondimento originariamente
pubblicato dal portale Prog in occasione della sua scomparsa nel 2016.
Un percorso di affermazione personale e di ricerca sonora,
che parte dai primi tasti premuti per difesa personale tra le mura scolastiche
per arrivare alla definizione dell'estetica del progressive rock. Prima di
riempire gli stadi con gli Emerson, Lake and Palmer, la traiettoria del
tastierista britannico è stata segnata da un apprendistato continuo, guidato
dal desiderio di superare i limiti strutturali degli strumenti dell'epoca e di
essere riconosciuto prima di tutto come compositore.
L'approccio al pianoforte nacque infatti da una necessità
pratica, ovvero quella di evitare le prevaricazioni dei compagni di scuola. Dimostrare
familiarità con il repertorio di Jerry Lee Lewis e Little Richard gli garantì
la tranquillità necessaria per studiare in disparte le sonate di Beethoven,
impostando una dualità tra linguaggi popolari e colti che avrebbe
caratterizzato tutta la sua produzione. Nel 1963 il Keith Emerson Trio registrò
nel salotto di casa un primo documento sonoro influenzato dal boogie woogie e
da Dave Brubeck, mentre il successivo trasferimento a Londra nel 1965 e
l'ingresso nei Gary Farr And The T-Bones accelerarono la fusione tra Bach,
Copland, Oscar Peterson e Shostakovich, mettendo sempre più al centro
dell'assetto sonoro l'organo Hammond.
L'estetica performativa e aggressiva delle sue esibizioni si
sviluppò quasi per caso durante una tournée in Francia con i The VIPs, quando
per placare una rissa nel locale Emerson iniziò a sollecitare lo strumento
dondolandolo e salendoci sopra. Questa componente visiva si consolidò dal 1967
con la nascita dei The Nice, gruppo inizialmente formato per accompagnare la
cantante soul P.P. Arnold e poi passato sotto la gestione di Andrew Loog
Oldham. In quel periodo presero forma le sue trovate più note, come l'uso dei
coltelli forniti da Lemmy Kilmister tra i tasti dell'Hammond per prolungare il
sustain, il gesto di bruciare la bandiera americana alla Royal Albert Hall nel
1968 durante l'esecuzione di America di Bernstein - che costò al gruppo
un ban permanente dal teatro - e l'adozione del sintetizzatore Moog in ambito
live sulla scia di Switched-On Bach di Wendy Carlos, gestendone le
instabilità tecniche con l'assistenza diretta di Robert Moog.
Nel 1970 la spinta propulsiva dei The Nice si ritenne
esaurita e la volontà di spingere l'esplorazione musicale oltre i confini
raggiunti portò alla nascita degli ELP insieme al bassista e cantante Greg Lake
e al batterista Carl Palmer. Con la nuova formazione la spettacolarità delle
esibizioni raggiunse picchi eccezionali, inclusa l'introduzione del pianoforte
a coda volante al Madison Square Garden e al California Jam. Tanta teatralità
rimase comunque al servizio di una precisa visione artistica: rielaborare la
musica di maestri come Mussorgsky, Bartók e Copland per proporla al pubblico
rock, ribadendo l'esigenza di mettere la composizione e l'arte davanti a
qualunque etichetta di semplice intrattenimento.
La figura di Keith Emerson rimane così consegnata alla storia
della musica non soltanto per l'impatto visivo e le soluzioni sceniche entrate
nell'immaginario collettivo, ma per l'ostinata volontà di abbattere le barriere
tra la tradizione colta e il linguaggio moderno, dimostrando come la tecnica e
la ricerca compositiva possano diventare la vera struttura portante dello
spettacolo rock.
Beat-Club propone
una coppia (anche nella vita) di musicisti del passato che non conoscevo ma che
vale la pena approfondire.
A vedere una
loro immagine dell’epoca sembrerebbero i protagonisti di una di quelle belle
trasmissioni in bianco e nero di un tempo, quegli spettacoli definiti “Varietà”
che tanto piacevano all’italiano medio a cavallo tra i ’60 e ’70.
In realtà furono due grandi musicisti e lei si può considerare una antesignana della figura di tastierista di organo Hammond.
Vediamo qualche
nota biografica.
Cherry Wainernacque il 2 marzo 1935 in Sudafrica ed è stata una musicista molto conosciuta come membro del Lord Rockingham XI (gruppo
jazz di razza mista e di genere misto assemblato come house band nel
pionieristico spettacolo pop “Oh Boy!”) e come solista all'organo Hammond.
Wainer sposò il batterista Don Storercon il
quale apparve regolarmente come duo durante gli anni Sessanta.
Viene ricordata in
particolare la loro presenza in una serie televisiva tedesca, “Beat! Beat!
Beat” (1967).
Wainer pubblicò diversi album solisti e
singoli, nessuno dei quali entrò però a far parte delle classifiche del Regno Unito.
Lord Rockingham's XI
Lei e suo marito si trasferirono a Las Vegas
nel 1968, dove lavorarono stabilmente nel cabaret.
In seguito, si ritirò dalla musica, ma rimase a
Las Vegas e si impiegò in un negozio di articoli da regalo.
Don Storer è morto nel 2006.
Cherry Wainer è mancata il 14 novembre 2014 a
Las Vegas, all'età di 79 anni.
Il compleanno del frontman dei Red Hot Chili Peppers tra le
ferite dell'infanzia e la ricerca di un equilibrio attraverso la musica
Il compleanno di Anthony
Kiedis, nato il 1° novembre 1962, offre l'occasione per
ripercorrere una storia personale che si allontana radicalmente dai cliché
della rockstar cresciuta in un contesto ordinato. La sua infanzia è stata
segnata da una precoce frammentazione familiare e da un trasferimento a Los
Angeles, a soli dodici anni, per andare a vivere con il padre. Quell'ambiente
californiano degli anni Settanta, immerso nei margini del mondo dello
spettacolo e vissuto a contatto con una prematura maturità, ha rappresentato un
terreno fertile ma fortemente instabile, segnato da situazioni di sradicamento
che avrebbero potuto compromettere qualsiasi prospettiva futura.
La musica, e in particolare l'incontro con i compagni di
liceo a Fairfax con cui avrebbe fondato i Red Hot Chili Peppers, ha
funzionato da elemento di ancoraggio e di riscatto. L'energia primordiale del
funk-rock non è stata soltanto un veicolo espressivo, ma il mezzo attraverso
cui incanalare le inquietudini di un'esistenza complessa. La forza del gruppo è
sempre derivata dalla capacità di trasformare le proprie ferite biografiche in
un flusso sonoro fortemente identitario, dove il ritmo serrato e la coralità
del palco offrivano una via d'uscita al disordine interiore.
Negli anni, il percorso artistico di Kiedis si è evoluto
superando momenti di profonda crisi personale e la perdita di compagni di
viaggio fondamentali, mantenendo tuttavia intatta quell'urgenza espressiva
iniziale. Ripercorrere la sua parabola significa osservare come un vissuto
articolato possa tradursi, attraverso la disciplina della scrittura e la
condivisione della musica su scala globale, in una forma di autentica
resilienza artistica.
Anthony Kiedis celebra oggi un punto di una traiettoria che continua a
rinnovarsi. Mentre le sue passate tempeste personali restano sullo sfondo di
una vita ormai votata alla stabilità e alla cura di sé, i Red Hot Chili Peppers
restano una presenza attiva e vitale sui palchi di tutto il mondo. Il traguardo
di oggi non rappresenta un bilancio definitivo, ma un ulteriore capitolo
aperto: l'auspicio è che la sua energia e la sua scrittura possano continuare a
illuminare il percorso della band e dei suoi ascoltatori ancora a lungo.
Spooky Tooth, i grandi dimenticati
del rock britannico
Con il passare degli anni si accumulano ascolti, dischi,
concerti, libri e ricordi. Si arriva persino a credere di avere una mappa
abbastanza completa del rock degli anni Sessanta e Settanta. Poi,
all'improvviso, riaffiora un nome che sembrava disperso in qualche angolo della
memoria e ci si rende conto che il viaggio non finisce mai. È quello che mi è
successo recentemente con gli Spooky Tooth,
un gruppo che conoscevo, certamente, ma che era rimasto sepolto sotto strati di
ascolti più frequenti e nomi più celebrati.
Del resto, è uno dei paradossi più affascinanti della musica
rock. Accanto ai giganti che occupano stabilmente il centro della scena
esistono decine di band che hanno contribuito a costruire quell'epoca
straordinaria e che, per qualche motivo, finiscono periodicamente in secondo
piano. Gli Spooky Tooth sono tra queste. Eppure, tra la fine degli anni
Sessanta e i primi anni Settanta, furono protagonisti di una stagione creativa
intensa, lasciando una serie di album che ancora oggi conservano fascino,
personalità e una sorprendente freschezza.
Da questa riscoperta nasce il desiderio di tornare a parlare
di loro e di ripercorrere la storia di una delle formazioni più originali e
sottovalutate del rock britannico.
Nati nel 1967 dall'incontro tra alcuni membri degli Art e il
tastierista americano Gary Wright, gli Spooky Tooth portarono fin dall'inizio
un approccio personale alla musica rock. Il nucleo storico della formazione
comprendeva Mike Harrison alla voce e al pianoforte, Gary Wright
alle tastiere e alla voce, Luther Grosvenor alla chitarra, Greg
Ridley al basso e Mike Kellie alla batteria. Cinque musicisti
provenienti da esperienze differenti che trovarono rapidamente un equilibrio
creativo capace di distinguersi all'interno di una scena musicale in continua
evoluzione.
Ciò che rendeva gli Spooky Tooth diversi da molte altre band
contemporanee era soprattutto il dialogo vocale tra Harrison e Wright. La voce
calda e intensa del primo si intrecciava con quella più morbida del secondo
creando un'identità sonora immediatamente riconoscibile. A questo si aggiungeva
una miscela di blues, rock duro, psichedelia, gospel e progressive che sfuggiva
a qualsiasi classificazione rigida.
L'album di debutto It's All About, pubblicato nel 1968
e distribuito negli Stati Uniti con il titolo Tobacco Road, mostrava già
una notevole maturità compositiva. Tuttavia, il vero salto di qualità arrivò
l'anno successivo con Spooky Two, ancora oggi considerato il loro
capolavoro. Brani come Better By You, Better Than Me, Evil Woman
e Waiting For The Wind mettono in evidenza tutta la forza della band,
capace di alternare energia e raffinatezza con una naturalezza impressionante.
Riascoltando oggi quelle registrazioni si scopre un gruppo
che aveva compreso prima di molti altri come il rock potesse essere
contemporaneamente potente e sofisticato. Le tastiere di Wright dialogano
continuamente con la chitarra di Grosvenor, mentre la sezione ritmica
costruisce un tappeto sonoro robusto ma sempre dinamico.
Nel 1970 gli Spooky Tooth diedero vita a uno dei progetti più
audaci della loro carriera pubblicando Ceremony insieme al compositore
francese Pierre Henry, uno dei pionieri della musica elettronica. L'album
divise il pubblico ma rappresentò una testimonianza della curiosità artistica
della band, poco incline a seguire percorsi prevedibili.
Nello stesso anno uscì The Last Puff, disco che segnò
la conclusione della prima fase della loro storia. Dopo una temporanea
separazione il gruppo tornò sulle scene con una nuova incarnazione che produsse
altri lavori di notevole interesse. You Broke My Heart So I Busted Your Jaw
del 1973 viene spesso considerato uno dei migliori album della seconda fase,
seguito nello stesso anno da Witness e nel 1974 da The Mirror.
A questi si aggiungeranno molti anni più tardi Cross
Purpose (1998) e Nomad Poets (2001), testimonianza dell'affetto che
musicisti e appassionati continuarono a nutrire per il nome Spooky Tooth.
Forse il destino della band è stato quello di trovarsi sempre
accanto ai giganti senza mai diventare uno di essi. Erano contemporanei di
Cream, Traffic, Free, Led Zeppelin, Deep Purple e Humble Pie. Condividevano con
queste formazioni talento e ambizione, ma non riuscirono mai a raggiungere lo
stesso livello di popolarità. Eppure, molti musicisti hanno riconosciuto nel
tempo il valore del loro contributo.
La miglior porta d'ingresso per chi desidera scoprirli resta
ancora oggi Spooky Two, un album che conserva intatto il fascino di
un'epoca in cui il rock cercava continuamente nuove direzioni. Da lì si apre un
percorso affascinante tra blues, psichedelia, hard rock e progressive,
illuminato da musicisti che avevano scelto di seguire l'ispirazione senza
preoccuparsi troppo delle mode.
Gli Spooky Tooth rimangono così una delle perle nascoste
della musica britannica. Un gruppo da riscoprire, capace ancora oggi di
sorprendere chi crede di conoscere già tutto il meglio che gli anni Sessanta e
Settanta hanno saputo offrire.
Meddle è il sesto album in studio dei Pink Floyd, pubblicato il 31 ottobre del 1971,
e merita un minimo di analisi, essendo un punto di svolta nella discografia
della band, un ponte tra il loro sound psichedelico iniziale e le
sperimentazioni più mature degli anni a venire.
Il disco rappresenta un passo avanti nella maturazione del
sound dei Pink Floyd, con arrangiamenti più complessi e una maggiore attenzione
ai dettagli sonori, con l'uso di effetti speciali, strumenti inusuali e
paesaggi sonori ambientali. L'atmosfera generale dell'album è onirica,
introspettiva e a tratti malinconica, capace di creare un'esperienza d'ascolto
unica e coinvolgente.
Vediamo le tracce…
Lato A
One of These Days – 5:57
A Pillow of Winds – 5:07
Fearless – 6:05
San Tropez – 3:40
Seamus – 2:15
Lato B
Echoes – 23:31
Formazione
David Gilmour: voce principale, cori, chitarra
elettrica, chitarra acustica, lap steel guitar, effetti sonori, armonica
Richard Wright: organo Hammond e Farfisa,
pianoforte, voce, effetti sonori
Roger Waters: basso elettrico, chitarra acustica,
voce, effetti sonori
Nick Mason: batteria, percussioni, piatti,
effetti vocali, effetti sonori
Accenno superficialmente ai vari tasselli, nella speranza di
stimolare la curiosità o la memoria… cliccare sui titoli blu per ascoltare l'audio.
Echoes: parto dalla fine, la traccia che occupa tutta la seconda facciata, il
pezzo forte dell'album, un'epopea sonora di oltre 23 minuti che si snoda
attraverso atmosfere oniriche, momenti di intensa emotività e sperimentazioni
sonore. È un viaggio introspettivo che invita l'ascoltatore a perdersi nella
musica.
One of These Days è un brano più aggressivo e ritmico, con un basso pulsante e
la celebre frase di Roger Waters. Un contrasto interessante rispetto alla
dolcezza di altri brani.
Pillow of Winds è una delicata ballata con la voce di David Gilmour che si
fa strada su un tappeto di armonie vocali e chitarre acustiche.
Fearless, brano sperimentale, con suoni ambientali e effetti sonori
che creano un'atmosfera misteriosa.
San Tropez, più ritmato e leggero, con un testo ironico che descrive
un'esperienza di vacanza.
Seamus, traccia particolare, un blues, con il cane di Steve Marriott (chitarrista degli
Humble Pie) che ulula come strumento musicale.
Meddle è considerato uno dei capolavori del progressive rock,
un album che ha influenzato generazioni di musicisti, fondamentale nella
discografia dei Pink Floyd, un punto di riferimento per tutti gli appassionati del
genere.
L'album ha segnato l'abbandono definitivo delle
sperimentazioni psichedeliche più estreme degli esordi, aprendo la strada a un
sound che è poi quello che ha caratterizzato il loro periodo più prolifico.
Pur non avendo avuto un successo commerciale immediato come
alcuni album successivi, "Meddle" ha contribuito ad accrescere la
popolarità della band, soprattutto nel Regno Unito.
Con questo lavoro i Pink Floyd trovano
la loro strada, creando un progetto su cui lavorare e spostando la forza
creativa dei singoli verso una direzione chiara. Tutti hanno la possibilità di
brillare di mettersi in mostra e certificare le loro skills, e ciò che ne esce
fuori è, a mio giudizio, un grande album, un must per chiunque apprezzi la
musica di qualità all’interno della variegata famiglia del rock. Ma questo è
molto di più!
Pavlov's Dog, la voce che arrivava da un altro luogo
Confesso che non ascoltavo i Pavlov's
Dogda parecchio tempo. La
scomparsa di David Surkamp mi ha spinto a tornare sui loro dischi e, fin
dalle prime note, mi sono chiesto ancora una volta come sia stato possibile che
una proposta musicale tanto originale e affascinante non abbia mai ricevuto il
riconoscimento che meritava. Riascoltandoli oggi colpisce soprattutto la voce
di Surkamp, unica e immediatamente riconoscibile, capace di trasportare
l'ascoltatore in una dimensione sospesa tra fragilità ed emozione.
Personalmente mi ha sempre dato una sensazione particolare, quasi fosse una
sorta di Roger Chapman dei Family declinato al femminile. Un paragone forse
azzardato, ma che rende l'idea di quella timbrica fuori dagli schemi, teatrale,
emotiva e impossibile da confondere con qualsiasi altra. Una voce che da sola
basterebbe a rendere memorabile una band, ma che nei Pavlov's Dog trovava il
sostegno di una scrittura raffinata e di un sound che ancora oggi conserva
intatto il proprio fascino.
La loro storia è quella di un gruppo che ha raccolto molto
meno di quanto abbia seminato, lasciando però un'impronta profonda nel cuore
degli appassionati di rock progressivo.
Nel grande mosaico del rock progressivo degli anni Settanta
esistono gruppi che hanno conquistato classifiche, copertine e folle oceaniche.
Altri hanno seguito percorsi più appartati, costruendo nel tempo un culto fatto
di passione, fedeltà e continue riscoperte. I Pavlov's Dog appartengono senza
dubbio a questa seconda categoria.
Nati a St. Louis nel 1972, i Pavlov's Dog svilupparono fin
dagli esordi una personalità difficilmente assimilabile a quella di qualsiasi
altro gruppo americano dell'epoca. In una scena dominata da hard rock, southern
rock e cantautorato elettrico, la band guidata da David Surkamp scelse una
strada fatta di violino, mellotron, flauto e atmosfere sospese tra folk,
progressive e romanticismo decadente.
L'elemento che più colpiva all'ascolto era proprio la voce di
Surkamp. Acuta, vibrante, fragile e intensa al tempo stesso, rappresentava il
marchio di fabbrica della formazione. Una voce capace di dividere gli
ascoltatori, ma anche di rendere immediatamente riconoscibile qualsiasi brano
del gruppo. Per molti appassionati è stata proprio questa unicità a trasformare
i Pavlov's Dog in una delle realtà più affascinanti del progressive rock
statunitense.
Il debutto arrivò nel 1975 con Pampered Menial,
album che ancora oggi viene considerato il loro capolavoro. Brani come "Julia",
"Late November" e "Of Once and Future Kings"
mostrarono una scrittura raffinata, capace di alternare momenti delicati e
passaggi più solenni senza mai perdere il proprio carattere emotivo. Dietro
quelle composizioni si percepiva una ricerca espressiva che guardava all'Europa
prog senza rinunciare alle radici americane.
L'anno successivo vide la pubblicazione di At the Soundof the Bell, lavoro impreziosito dalla presenza di musicisti di rilievo
come Andy Mackay e Bill Bruford. Nonostante la qualità artistica, il momento
storico non favorì la band. L'arrivo del punk e il cambiamento dei gusti del
pubblico ridussero progressivamente lo spazio dedicato al rock progressivo.
La prima incarnazione del gruppo si concluse nel 1977 dopo la
registrazione di un terzo album che rimase inedito per molti anni. Sembrava la
fine di una storia durata troppo poco, ma il destino aveva in serbo un'altra
possibilità. Negli anni successivi Surkamp continuò a fare musica e, a partire
dagli anni Novanta, riportò in vita il nome Pavlov's Dog, dando avvio a una
seconda stagione artistica che avrebbe prodotto nuovi album e riportato la band
sui palchi internazionali.
Con il passare del tempo il gruppo è diventato uno dei
simboli più autentici di quel prog americano rimasto spesso nell'ombra dei
grandi nomi britannici. Una formazione che non ha mai rinunciato alla propria
identità e che ha saputo trasformare una storia inizialmente incompiuta in una
lunga avventura musicale.
L'ottobre 2026 ha segnato un momento particolarmente doloroso
per i fan con la scomparsa di David Surkamp, voce, autore e anima creativa
della band. La sua eredità resta però custodita in una discografia che continua
a essere scoperta da nuove generazioni di ascoltatori.
Ascoltare oggi i Pavlov's Dog significa entrare in un
universo dove la tecnica non è mai fine a sè stessa e dove l'emozione guida
ogni scelta artistica. Un luogo musicale fatto di malinconia, eleganza e
passione, nel quale la voce di Surkamp continua a risuonare come un richiamo
lontano, impossibile da confondere con qualsiasi altra.