Il campionamento della discordia: l'eredità contesa di Bitter
Sweet Symphony
La contesa legale tra i Verve
e il management dei Rolling Stonesper la paternità di Bitter Sweet Symphonyrappresenta
uno dei capitoli più controversi della discografia contemporanea. Al centro
della vicenda si incrociano un breve frammento orchestrale, un contenzioso
economico aspro e una gestione dei diritti che ha privato Richard Ashcroft
dei proventi del suo brano più celebre per oltre vent'anni.
La storia affonda le radici nel 1965, quando la Andrew Oldham
Orchestra registrò The Rolling Stones Songbook, una raccolta di
rielaborazioni sinfoniche dei successi della band inglese. L'arrangiatore David
Whitaker rielaborò per archi la linea melodica di The Last Time,
pezzo firmato da Mick Jagger e Keith Richards.
Nel 1997, durante le sessioni di
registrazione dell'album Urban Hymns, il produttore Youth e il
chitarrista Simon Tong isolarono un loop di quattro battute da quella specifica
incisione orchestrale per usarlo come base ritmico-armonica.
I Verve ottennero l'autorizzazione per l'uso del master dalla
Decca Records, ma il controllo del catalogo editoriale degli Stones antecedente
al 1971 apparteneva alla ABKCO Music, la società guidata dal manager Allen
Klein. Subito dopo la pubblicazione del singolo e il suo travolgente successo
planetario, Klein avviò un'azione legale sostenendo che la band avesse
utilizzato una porzione di campionamento superiore a quella pattuita. Messa di
fronte al rischio del ritiro del disco dal mercato, la band fu costretta a
cedere il 100% dei diritti d'autore a Jagger e Richards, lasciando ad Ashcroft
una cifra simbolica di mille dollari per rinunciare a ogni pretesa.
Dal punto di vista strettamente musicale, l'intera disputa
poggia su un equivoco di fondo. La progressione armonica del loop - basata
sugli accordi di Mi maggiore, Si minore, Re maggiore e La maggiore - riprende
lo schema dell'arrangiatore Whitaker. Tuttavia, identificare la composizione
dei Verve con quel frammento significa ignorare il lavoro di produzione svolto
in studio. Saranno pure uguali gli accordi sulla carta, ma si tratta di due
cose completamente diverse.
Il collettivo di Wigan non si limitò a ripetere il frammento
della Andrew Oldham Orchestra. Su quel loop la band costruì una struttura
sonora complessa: il tema d'archi principale che caratterizza il brano fu
scritto ex novo dall'arrangiatore Wil Malone, mentre il gruppo stratificò
chitarre acustiche ed elettriche, linee di basso e percussioni aggiuntive. A
completare l'opera intervenne la linea vocale e il testo di Ashcroft, del tutto
estranei al rock R&B dell'originale degli Stones, a sua volta ripreso da un
brano gospel dei Staple Singers.
La vertenza si è risolta formalmente soltanto nel maggio del
2019. Dopo la scomparsa di Allen Klein, Richard Ashcroft si è rivolto
direttamente a Mick Jagger e Keith Richards. I due musicisti hanno accolto la
richiesta, rinunciando incondizionatamente alle proprie quote sui diritti
futuri e restituendo la titolarità della canzone al suo effettivo autore.
La Andrew Loog Oldham Orchestra esegue "The
Last Time" dei Rolling Stones (1965), qui mixata con "Bitter Sweet
Symphony" dei Verve (1997)
George Ivan Morrison, meglio noto come Van Morrison, è una figura titanica della
musica contemporanea, un artista la cui carriera, lunga oltre sessant'anni, è
un continuo flusso e riflusso di generi, spiritualità e pura, inebriante
energia creativa.
Nato a Belfast, in Irlanda del Nord, il 31 agosto 1945,
Morrison ha scolpito il suo nome nella storia del rock, del soul, del blues,
del jazz e del folk, creando un sound inconfondibile e una discografia
vastissima che lo ha reso un'icona di culto e una leggenda vivente.
La carriera di Morrison inizia nei primi anni '60, quando
ancora adolescente si immerge nella scena musicale di Belfast, suonando in
diverse band di skiffle e rock and roll. La svolta arriva nel 1964 con la
fondazione dei Them, una band di rhythm and blues che diviene
rapidamente un punto di riferimento in Europa. Con i Them, Morrison incide
brani iconici come "Gloria" e "Here Comes the Night",
che mostrano già la sua voce potente e carismatica. Tuttavia, insoddisfatto del
controllo in studio e della direzione della band, decide di intraprendere la
carriera solista dopo un tour negli Stati Uniti nel 1966.
Il suo debutto come solista avviene con il singolo "Brown Eyed Girl" (1967), un brano pop-soul orecchiabile e di grande successo
commerciale che lo proietta sotto i riflettori. Sebbene la canzone sia
diventata uno dei suoi classici più famosi, Morrison ha sempre espresso
insoddisfazione per le sessioni di registrazione e per l'album che ne è
derivato, Blowin' Your Mind!, pubblicato senza il suo pieno
consenso.
È con i due album successivi che Van Morrison si afferma come
un genio visionario e un artista senza compromessi. Nel 1968 pubblica Astral Weeks, un capolavoro di folk, jazz e soul che sfida ogni etichetta di
genere. L'album è un'esperienza mistica e poetica, con canzoni come la title
track e "Cypress Avenue" che fluiscono come un fiume di
coscienza, tra improvvisazioni vocali e arrangiamenti orchestrali rarefatti. Astral
Weeks non ottiene un grande successo commerciale al momento della sua
uscita, ma nel tempo viene riconosciuto dalla critica come uno dei più grandi
album di tutti i tempi.
A soli due anni di distanza, nel 1970, Morrison cambia
nuovamente rotta con Moondance, un disco più accessibile e
orientato verso il pop-jazz e il soul. L'album, che include classici come la
title track, "Into the Mystic" e "Caravan",
segna un successo commerciale e consolida la sua reputazione di cantautore di
primo piano, capace di creare melodie accattivanti senza sacrificare la
profondità artistica.
La carriera di Morrison è un'evoluzione costante. Dopo la
pausa spirituale e personale che ha seguito Moondance, egli ha
continuato a esplorare e a fondere generi musicali, alternando periodi di
ispirazione e sperimentazione a lavori più convenzionali. Album come Saint
Dominic's Preview (1972) e Veedon Fleece (1974) mostrano
una crescente propensione per le improvvisazioni e un'atmosfera più pastorale e
riflessiva, mentre i lavori successivi, come Into the Music(1979)
e Beautiful Vision (1982), combinano la sua spiritualità con
influenze blues, gospel e celtiche.
Nel corso degli anni '80 e '90, Van Morrison ha continuato a
pubblicare con regolarità, mantenendo un approccio riservato e concentrandosi
principalmente sulla musica. Il successo commerciale torna a bussare con
l'album Avalon Sunset (1989), che include la celebre ballata
"Have I Told You Lately", una delle sue canzoni più famose e
amate. Ha inoltre collaborato con artisti del calibro di The Chieftains, Cliff
Richard e John Lee Hooker, dimostrando la sua versatilità e il suo profondo
rispetto per le radici della musica.
Con una discografia che conta oltre quaranta album in studio,
Van Morrison è un vero e proprio "working man" della musica. La sua
voce, profonda, ruvida e capace di infinite sfumature, è il suo strumento
principale. Il suo stile vocale unico, fatto di "gorgheggi" e
improvvisazioni sciamaniche, è stato spesso paragonato a quello di un
predicatore o di un bardo celtico. I suoi testi, spesso influenzati dalla
spiritualità, dalla poesia e dal "flusso di coscienza" joyciano, sono
un'esplorazione di temi come la nostalgia, la redenzione e la ricerca di una
verità interiore.
Nonostante la sua nota avversione per il "music
business" e una reputazione di artista schivo e burbero, il suo impatto
sulla musica è innegabile. È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame e
nella Songwriters Hall of Fame, e due dei suoi album, Astral Weeks e Moondance,
sono regolarmente citati tra i migliori di tutti i tempi da riviste come
Rolling Stone. L'eredità di "Van the Man" è quella di un artista
autentico, un maestro che ha sempre messo la sua arte al di sopra di tutto,
creando un'opera che continua a ispirare generazioni di musicisti e
ascoltatori.
Origine e adattamento: “San Francisco” e la versione italiana
di Bobby Solo
Origine del brano americano
Nel 1967, in piena esplosione della controcultura, John
Phillips dei Mamas & the Papas compose San
Francisco(Be Sure to Wear
Flowers in Your Hair) per la voce limpida e quasi angelica di Scott McKenzie. Il brano divenne
immediatamente un manifesto del movimento hippie, un invito gentile, non
aggressivo, a raggiungere la città californiana portando un fiore tra i
capelli, simbolo di pace, apertura mentale e rifiuto della violenza.
La canzone non era solo un prodotto musicale, ma un gesto
politico e sociale. Uscì alla vigilia della Summer of Love, quando
decine di migliaia di giovani si riversarono nel quartiere di Haight-Ashbury
per vivere un’utopia comunitaria fatta di musica, libertà e sperimentazione. Il
brano di McKenzie, con il suo arrangiamento morbido e la melodia quasi
ipnotica, divenne la colonna sonora di quell’estate irripetibile.
L’arrivo in Italia e la scelta di
Bobby Solo
In Italia, il brano arrivò quasi subito. Le case
discografiche erano attentissime ai successi americani, e Bobby Solo-
già noto per il suo stile a metà tra rock’n’roll e ballad melodica - fu scelto
per interpretarne una versione italiana. La sua voce, più scura e vibrante
rispetto a quella di McKenzie, dava al brano un colore diverso, meno etereo,
più vicino alla sensibilità melodica italiana.
La traduzione non era una semplice trasposizione letterale.
Come spesso accadeva negli anni Sessanta, il testo venne adattato per
incontrare il gusto del pubblico italiano, mantenendo però il nucleo simbolico
del brano: la città come luogo di libertà, il viaggio come rito di passaggio,
il fiore come segno di appartenenza a una nuova generazione.
Differenze tra originale e
adattamento
Atmosfera - L’originale è un invito
sussurrato, quasi una preghiera pacifista. La versione italiana, pur
rispettandone lo spirito, assume un tono più narrativo e diretto, tipico della
canzone melodica italiana.
Voce - McKenzie canta con leggerezza,
come se il brano fosse sospeso nell’aria. Bobby Solo porta invece una vocalità
più piena, con un vibrato che rende il messaggio meno “comunitario” e più
personale.
Arrangiamento - L’originale è costruito su un
tappeto sonoro morbido, quasi trasparente. L’adattamento italiano introduce una
struttura più tradizionale, con un accompagnamento che richiama la canzone pop
dell’epoca.
Messaggio - Rimane intatto il tema della
partenza verso un luogo simbolico, ma nella versione italiana il riferimento
alla cultura hippie è meno esplicito, più filtrato e addomesticato per il
pubblico nazionale.
Significato culturale
La versione italiana di San Francisco non ebbe
l’impatto rivoluzionario dell’originale, ma svolse un ruolo importante, portò
in Italia, in forma mediata, un frammento della controcultura americana. Per
molti giovani italiani fu una delle prime porte d’ingresso verso un mondo
nuovo, fatto di musica, libertà e contestazione pacifica.
Bobby Solo, con la sua interpretazione, contribuì a rendere
quel messaggio più accessibile, traducendolo in un linguaggio musicale
familiare. Il risultato è un brano che oggi rappresenta un ponte tra due mondi:
la California del ’67 e l’Italia che iniziava a guardare oltre i confini della
propria tradizione musicale.
Conclusione
Come accade spesso negli adattamenti italiani degli anni
Sessanta, San Francisco nella versione di Bobby Solo non è una copia
dell’originale, ma una sua reinterpretazione culturale. Mantiene il cuore del
messaggio, ma lo veste con una sensibilità diversa, più mediterranea, più
melodica. È un esempio perfetto di come una canzone possa attraversare oceani e
trasformarsi, rimanendo però riconoscibile nella sua essenza.
Il 29 agosto 2021 ci lasciava Ron Bushy, il leggendario batterista degli Iron
Butterfly, morto all'età di 79 anni a Santa Monica, in California, dopo una
lunga battaglia contro il cancro all'esofago.
Ron Bushy è stato l'unico membro degli Iron Butterfly a
comparire in tutti e sei gli album in studio della band. È celebre per il suo
assolo di batteria, lungo e ipnotico, presente nel brano epico di 17 minuti, "In-A-Gadda-Da-Vida",
considerato una pietra miliare del rock.
Nato a Washington D.C. il 23 dicembre 1941, Ron Bushy ha
trovato la sua vocazione nella musica fin da giovane. Dopo aver suonato in una
band chiamata The Voxmen, si unì agli Iron Butterfly nel 1966. La sua presenza
costante e la sua abilità ritmica hanno fornito una solida spina dorsale a un
sound che spaziava dal rock psichedelico all'acid rock.
La fama mondiale arrivò con il secondo album della band, In-A-Gadda-Da-Vida
del 1968. L'assolo di batteria, un capolavoro di improvvisazione e intensità,
divenne il simbolo di un'epoca. Si dice che per ottenere il suo sound unico,
Bushy abbia rimosso le pelli inferiori dei tom. La sua performance non era solo
una dimostrazione di tecnica, ma una vera e propria espressione dell'anima,
come lui stesso amava dire, "ogni battito proveniva dal cuore e
dall'anima". Questo assolo non solo ha reso il brano immortale, ma ha
anche contribuito a gettare le basi per l'hard rock e l'heavy metal che
sarebbero fioriti negli anni successivi.
Oltre al suo lavoro con gli Iron Butterfly, Bushy era anche
un designer e ha contribuito alla grafica e al merchandising della band. La sua
creatività non si fermava alla musica; arrivò persino a costruire un set di
batteria in plexiglass, che si ritiene sia stato il primo nel suo genere.
Nonostante gli alti e bassi della band e i numerosi cambi di
formazione, Ron Bushy rimase un punto fermo, suonando on-and-off con gli Iron
Butterfly fino al 2012 e facendo occasionali apparizioni come ospite fino alla
sua morte.
La sua scomparsa ha segnato la fine di un'era, perché Bushy
non è stato solo un batterista di talento, ma una figura amata e rispettata,
noto per la sua gentilezza, il suo sorriso e il suo spirito combattivo.
ricordiamo il genio lirico e
l'innovazione musicale del leggendario frontman degli Stranglers
Compie gli anni Hugh Cornwell,
nato a Londra il 28 agosto del 1949, noto per essere il frontman e l'autore
principale dei testi dei leggendari TheStranglers. In questa
occasione, celebriamo la carriera di un artista la cui visione unica ha
lasciato un'impronta indelebile nel panorama musicale.
Dalla sua fondazione con gli Stranglers alla sua prolifica
carriera solista, Cornwell si è distinto per la sua capacità di mescolare
intelligenza lirica e un'estetica sonora inconfondibile. Con gli Stranglers, ha
dato vita a un suono distintivo che ha sfidato le convenzioni del punk,
incorporando elementi di new wave, art rock e persino jazz. Brani come "Golden Brown", "Duchess" e "No More Heroes"
testimoniano la sua maestria nel creare testi acuti e spesso sarcastici,
accoppiati a melodie complesse e arrangiamenti innovativi.
Dopo aver lasciato gli Stranglers nel 1990, Cornwell ha
intrapreso una carriera solista di successo, pubblicando numerosi album che
hanno continuato a esplorare la sua evoluzione artistica. Lavori come Wolfe Totem and Taboo mostrano una coerenza stilistica e una continua
ricerca sonora, confermando la sua statura come autore e interprete. La sua
musica solista è spesso più intima e riflessiva, ma mantiene la stessa acuta
osservazione della società e delle relazioni umane che lo ha sempre
contraddistinto.
Oltre alla musica, Cornwell è anche un autore di successo,
con diversi libri pubblicati, tra cui autobiografie e romanzi. Questo a
dimostrazione della sua versatilità e della sua capacità di esprimersi
attraverso diverse forme d'arte, a consolidamento della sua immagine di
intellettuale del rock.
Hugh Cornwell è una figura che ha sempre navigato
controcorrente, evitando le facili etichette e mantenendo una rara integrità
artistica. La sua influenza è evidente in generazioni di musicisti che hanno
apprezzato la sua onestà, la sua originalità e la sua intransigente visione
creativa.
Il28 agosto del 2014, all'età di 67 anni, ci lasciava Glenn Cornick,primo bassista dei Jethro Tull, band con cui suonò dal 1968 al 1970.
Io lo conobbi così…
La mia prima Convention ITULLIANS risale al 2006, Novi Ligure.
Arrivato nella zona dedicata al concerto, nel primo pomeriggio, la prima
persona che vidi fu proprio Glenn, seduto nel bar antistante il teatro, con il
figlioletto che lo faceva ammattire.
Sorridente, disponibile, allegro… mi sembrava impossibile all’improvviso
trovarmi davanti a lui, che ero abituato a vedere solo sulle cover degli album.
Quel giorno comprai il suo nuovo disco, di cui andava palesemente fiero e
che ascoltammo dal vivo.
Lo conobbi in quella occasione e successivamente mi rilasciò una lunga
intervista che racconta molto su di lui e su… altri.
Ci fu poi un’altra occasione di incontro, la Convention del 2008, ad
Alessandria, giorno in cui si presentò con una cresta colorata molto visibile.
Si esibì nel pomeriggio con gli OAK e alla sera, sul palco “maggiore”: grande
spettacolo!
“Elenore”
esce nel 1968 e rappresenta uno dei momenti più limpidi dei Turtles. La canzone si muove con un ritmo
costante, una linea vocale che procede con naturalezza e un arrangiamento che
alterna leggerezza e precisione. Il ritornello si apre con immediatezza,
sostenuto da un gioco di armonie che dà al brano un tono brillante. È un pop
costruito con cura, capace di restare in equilibrio senza forzature.
In Italia prende forma come “Scende
la pioggia”, interpretata da Gianni
Morandi. Il testo italiano non riproduce quello originale e
costruisce un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto
cambia direzione: la storia diventa più narrativa, più legata a un sentimento
che si trasforma mentre il tempo atmosferico accompagna l’emozione.
L’arrangiamento italiano porta il brano dentro una dimensione più ampia, con
una voce che sostiene il racconto e lo rende immediato per il pubblico
dell’epoca.
Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi
di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di
brillantezza controllata, con un tono leggero e un andamento uniforme. Morandi
porta la canzone dentro un linguaggio più diretto, con un’attenzione maggiore
al testo e alla sua funzione emotiva. L’originale ha un respiro più giocoso; la
versione italiana si concentra sul rapporto tra voce e racconto.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Elenore” mantiene la sua eleganza pop, “Scende la pioggia” conserva quella
chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due
interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.
La notte del 27
agosto 1990, dopo aver
partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di
Alpine Valley Resort, con Eric Clapton, Robert Cray, Buddy
Guy e il fratello Jimmie, Stephen
"Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo
di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco
per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo.
Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa
della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni
atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il
pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel
Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina
seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.
Stevie Ray Vaughan
viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di
Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del
figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il
3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra
blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro
album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e
influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º
posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette
al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.
Stevie
Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare
(Eric Clapton)
Questo
disse Eric prima della sua scomparsa prematura.
Il nome
da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre
considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa
inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo
effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a
musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura
del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e
dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e
l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti
abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.
Hanno detto di lui:
“È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio
e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere.” Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva...
La leggenda di Stevie
Ray Vaughan ha
squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il
suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro
e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35
anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i
puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più
influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il
blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters,
con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo,
sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in
un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice
della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan
cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie.
All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica
e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla
formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di
Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si
ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel
1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda
del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di
quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e
l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album
ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta
dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un
nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte
in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo
album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo
tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e
droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo
periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono
più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e
vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il
disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26
agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy,
Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto,
Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò
pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro
passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco
prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro
direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite
discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa
popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002,
riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne
fece un modello Signature.
Curiosità- Lo stile
Il
caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello diJimi Hendrix, dal quale Vaughan ha,
per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione. Altre influenze molto
evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny
Burrel, per i brani dalle atmosfere jazz.Lo stile è scandito da fraseggi
veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche
di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è
variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei
primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton)
all'inizio del 1990.Una
particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a
volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad
arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo
convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più
convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti
ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai
soldatiamericani
in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).
Il 27 agosto del 1967,
a soli 33 anni, moriva Brian Epstein, manager dei Beatles, determinante
per i loro successi e prototipo del ruolo imprenditoriale all’interno del
mondo musicale, una dimensione che, nonostante l’inesperienza, lo portò a
promuovere il gruppo con estrema efficacia, facendolo emergere dalla massa in
cui ovviamente si stava muovendo.
Inserito molto presto
all’interno del “settore musicale” come venditore di dischi, si appassionò all’argomento
e iniziò a scriverne con buona continuità.
Le sue doti di
persuasione, il suo fiuto e l’attenzione per la clientela lo portarono ad
avvicinare i Beatles -di cui un 45 giri veniva ripetutamente richiesto nel suo
negozio- che vide per la prima volta al Cavern, rimanendone impressionato e
convincendosi che il compito di loro manager sarebbe stato gratificante per
tutti: era il gennaio del 1962 quando le parti si legarono contrattualmente,
per alcuni anni.
Epstein si dimostrò
determinante per il successo iniziale della band, perché la sua cura si rivolse
ad aspetti meta-musicali, alla costruzione dell’immagine, elemento che col
passare del tempo avrebbe assunto sempre maggior importanza. Cambiò quindi il
loro stile, il modo di vestire, i comportamenti e cercò di rendere le loro esibizioni
consone alla domanda dell’epoca.
E fu attraverso la sua
incessante attività che i Beatles arrivarono a George Martin, allora dirigente
della Parlophone, e anch’esso fondamentale per il futuro successo della band.
Ma le sue intuizioni e
le sue capacità mostrarono il vero volto con il passare del tempo, e passando
al setaccio i suoi risultati resta, oltre all’intuizione Beatles, una buona
tendenza all’organizzazione, ma furono abbondanti le sue mancanze in qualità di
agente.
Nel 1966 la decisione
dei Beatles di produrre la loro musica soltanto in studio, evitando esibizioni
live, e la conseguente consapevolezza di non avere più un ruolo attivo e utile,
proprio vicino alla scadenza del contratto, insieme a preoccupazioni di carattere
prettamente economico e personale -l’azzardopatia, l’uso smodato di droghe e la
necessità di nascondere la sua omosessualità- lo fecero cadere in una preoccupante
spirale di depressione e paranoia.
Cinquanove anni fa
il giovane Brian muore. Dalla sua lussuosa abitazione, poco distante da
Buckingam Palace, non arrivano i cenni di vita richiesti dalla servitù. L’intervento
delle autorità preposte rivelerà la verità e presenterà una scena in cui compaiono flaconi di barbiturici, probabilmente effetto terminale di un’azione
autodistruttiva in atto da tempo.
Non tutti in linea i
referti medici, e al dichiarato eccesso di sedativo si contrappone il giudizio di chi
sottolinea che la dose trovata nel sangue non sia stata fatale.
Mentre avveniva la macabra
scoperta Paul, John, George e Ringo lo stavano aspettando ad un meeting a
carattere esoterico, in Galles.
Paul McCartney,
appresa la triste notizia, lo incorona come possibile Quinto Beatles... in fondo fu lui che li scoprì!
Il Festival dell'Isola di Wight del 1970rappresenta un evento monumentale nella
storia della musica, spesso citato come il più grande raduno umano per un
festival musicale del suo tempo, superando persino Woodstock per il numero di
partecipanti. Tenutosi ad Afton Down, vicino a Freshwater sull'Isola di Wight,
dal 26 al 31 agosto 1970, attirò una stima di 600.000-700.000 persone.
È bene sottolineare che il Festival dell'Isola di Wight aveva
già avuto due edizioni precedenti, nel 1968 e nel 1969 che, sebbene non abbiano
raggiunto la fama e le dimensioni del 1970, sono state comunque significative:
Isle of Wight Festival 1968
Si tenne dal 31 agosto al 1° settembre a Ford Farm, vicino a
Godshill.
Fu un evento su scala molto più ridotta, con un'affluenza
stimata tra le 10.000 e le 15.000 persone.
Nonostante le dimensioni modeste, presentò artisti di rilievo
come i Jefferson Airplane (alla loro prima apparizione nel Regno Unito), The
Move, Arthur Brown, Tyrannosaurus Rex e Fairport Convention.
L'organizzazione fu piuttosto spartana, con infrastrutture
limitate.
Questo primo festival è visto come l'inizio di una tradizione
e dimostrò il potenziale dell'isola come sede per grandi eventi musicali.
Isle of Wight Festival 1969
Si svolse dal 29 al 31 agosto a Wootton Creek, attirando un
pubblico molto più numeroso, stimato intorno alle 150.000 persone.
Questa edizione vide la partecipazione di artisti di fama
internazionale, tra cui Bob Dylan & The Band (il suo ritorno sul palco dopo
un lungo periodo di semi-isolamento), The Who, Joe Cocker, Free e i Moody
Blues.
L'organizzazione fu più strutturata rispetto all'anno
precedente, ma la gestione di una folla così grande presentò comunque delle
sfide.
Il successo di questa edizione, in particolare grazie alla
presenza di Dylan, proiettò il Festival dell'Isola di Wight sulla scena
musicale internazionale e preparò il terreno per l'edizione mastodontica del
1970.
Ma allora, perché l'edizione del 1970 divenne così famosa
rispetto alle precedenti?
Line-up ineguagliabile: la line-up del 1970 era semplicemente strabiliante, con
molti degli artisti più grandi del mondo al culmine della loro fama (Hendrix,
The Doors, The Who, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Miles Davis, ecc.).
Affluenza record: l'enorme numero di partecipanti senza precedenti catturò
l'immaginario collettivo e lo rese un evento storico per la sua scala.
"L'Equivalente europeo di Woodstock": l'edizione
del 1970 fu spesso paragonata a Woodstock per le sue dimensioni e per lo
spirito della controcultura che incarnava, anche se con dinamiche e problemi
logistici diversi.
Il "Canto del cigno" di un'era: per molti, il 1970 rappresentò
l'apice e forse anche la fine di un certo tipo di idealismo e di grandi raduni
della controcultura. La sua caoticità e i problemi logistici contribuirono a
questa percezione.
La presenza di Jimi Hendrix: essendo una delle sue ultime grandi esibizioni prima
della sua morte, la sua partecipazione al festival del 1970 lo ha reso un
evento ancora più significativo e ricordato.
Soffermiamoci sull’edizione del 1970, considerata un evento
monumentale nella storia della musica, spesso citata come il più grande raduno
umano per un festival musicale del suo tempo, superando persino Woodstock per
il numero di partecipanti. Tenutosi ad Afton Down, vicino a Freshwater
sull'Isola di Wight, dal 26 al 31 agosto 1970, attirò una stima di 600.000-700.000
persone.
Una Line-up di Leggende
Il festival vantava una line-up impareggiabile di artisti
iconici, molti dei quali all'apice della loro carriera. Vediamone alcuni:
Jimi Hendrix: questa fu purtroppo una delle ultime grandi esibizioni
pubbliche di Hendrix prima della sua prematura scomparsa poche settimane dopo.
Il suo set, sebbene afflitto da problemi tecnici, rimane un momento storico.
The Who: offrirono una performance energica, presentando la loro opera rock
"Tommy".
The Doors: con Jim Morrison, questa fu una delle loro ultime esibizioni nel Regno
Unito.
Joni Mitchell: la sua esibizione fu a quanto pare turbata da contestazioni
da una piccola parte dell'enorme folla, evidenziando le sfide nella gestione di
un evento così grande.
Leonard Cohen: la sua performance, protrattasi fino alle prime ore del
mattino, è ora leggendaria per la sua intimità nonostante la vasta platea.
Joan Baez: una figura di spicco nella scena musicale folk e di protesta, offrì un
set potente.
Miles Davis: la sua performance di jazz fusion rappresentò una
deviazione dalla maggior parte della line-up orientata al rock, mostrando il
gusto eclettico del festival.
Wight ‘70 incarnò lo spirito della controcultura dell'epoca.
Fu un raduno di persone unite dalla musica, da un senso di libertà e spesso da
una comune opposizione alle norme sociali e alla guerra del Vietnam. La pura
scala dell'evento divenne un simbolo del potere e della portata di questo
movimento.
L'enorme afflusso di persone sopraffece le infrastrutture
dell'isola. Ci furono significativi problemi con il controllo della folla, i
servizi igienici e la fornitura di beni di prima necessità. Molti partecipanti,
notoriamente, abbatterono le recinzioni e non pagarono le 3 sterline del
biglietto d'ingresso per l'evento di cinque giorni, causando ingenti perdite
finanziarie agli organizzatori.
Il caos logistico e l'incapacità di gestire una folla così
vasta portarono infine all'Isle of Wight County Council Act del 1971, che
impediva raduni all'aperto con pernottamento di più di 5.000 persone sull'isola
senza una licenza speciale. Questo pose effettivamente fine ai festival su
larga scala sull'Isola di Wight per oltre tre decenni.
Nonostante le difficoltà, il Festival dell'Isola di Wight del
1970 rimane un evento leggendario, avendo inoltre gettato le basi per i futuri
grandi festival con campeggio, contribuendo alla comprensione della logistica e
delle sfide coinvolte.
Per alcuni, la natura caotica del festival segnò anche un
allontanamento dagli ideali più utopici del primo movimento controculturale. In
ogni caso le performance e la pura idea di raduno musicale continuano ad
affascinare e simboleggiano un'epoca cruciale nella storia della musica e della
cultura.
Dopo la leggendaria edizione del 1970, ci fu una lunga pausa,
ma il Festival dell'Isola di Wight è stato ripreso nel 2002.
Il promotore musicale John Giddings ha infatti rilanciato il
festival, che da allora si tiene annualmente a Seaclose Park, un'altra località
dell'isola vicino a Newport.
Dal suo ritorno, l'Isola di Wight Festival è diventato un
importante appuntamento nel calendario dei festival britannici, attirando
grandi nomi e un vasto pubblico.
Quindi, mentre il festival del 1970 fu un evento unico e
leggendario che portò a una lunga interruzione, l'Isola di Wight Festival è ora
un evento annuale regolare con una ricca storia che spazia dalla fine degli
anni '60 fino ad oggi. Il festival attuale si concentra su un modello più
organizzato e sostenibile rispetto alle sfide affrontate dai precedenti, enormi
raduni.
Dolly Partonè morta il 25 agosto 2026 all’età di ottant’anni. La
notizia, confermata dai media statunitensi e ripresa anche dalla stampa
italiana, ha immediatamente attraversato il mondo della musica, riportando alla
memoria una carriera che ha segnato in profondità la cultura americana. La
regina del country si è spenta lasciando un’eredità artistica che continua a
influenzare generazioni di cantautori, interpreti e appassionati.
Nata nel Tennessee nel 1946, Dolly Parton ha trasformato
un’infanzia povera in una storia di successo che sembra uscita da un romanzo.
Ha scritto più di tremila canzoni, ha venduto oltre cento milioni di dischi e
ha portato il country fuori dai confini del genere, rendendolo popolare in
tutto il mondo. Brani come Jolene, Coat of Many Colors e I
Will Always Love You sono diventati parte della memoria collettiva, capaci
di attraversare epoche diverse senza perdere forza emotiva.
Parton non è stata soltanto una cantante. Ha recitato in film
che hanno segnato un’epoca, come 9 to 5, e ha portato sul grande schermo
la sua ironia, la sua energia e la sua capacità di raccontare la vita delle
donne con una sincerità che ha conquistato pubblici lontani dal country. La sua
immagine, fatta di parrucche bionde, abiti scintillanti e un sorriso che
sembrava non spegnersi mai, è diventata un simbolo della cultura pop americana.
La sua filantropia è stata altrettanto importante della sua
musica. Con la Imagination Library ha donato milioni di libri ai
bambini, trasformando un progetto nato per aiutare la sua comunità in una delle
iniziative educative più influenti degli Stati Uniti. Parton ha sempre
ricordato le sue origini e ha usato il successo per restituire qualcosa a chi
non aveva le stesse opportunità.
La morte di Dolly Parton chiude una stagione irripetibile
della musica americana. Il suo modo di scrivere, di cantare e di stare sul
palco ha creato un modello che continua a ispirare artisti di ogni genere. La
sua voce rimane nei dischi, nei film, nelle storie che ha raccontato e nelle
vite che ha toccato con la sua generosità.
Compie gli anni Elvis Costello - nato il 25 agosto del 1954 -
uno dei cantautori più originali e influenti degli ultimi cinquant'anni.
Nato a Londra come Declan Patrick MacManus, ha costruito una
carriera straordinaria che lo ha visto spaziare con audacia e maestria tra
generi musicali apparentemente distanti. Dalle radici punk e new wave dei suoi
esordi, ha saputo esplorare con successo il pop, il rock and roll, il country,
il soul, il jazz e persino la musica classica, dimostrando una versatilità e
una curiosità artistica quasi senza pari.
La sua ascesa iniziò a metà degli anni '70, quando, con un
look da “nerd” incazzato e una chitarra distorta, irruppe sulla scena musicale
con brani intrisi di rabbia, ironia e introspezione. Il suo album di debutto, My Aim Is True (1977), fu un manifesto di poetica e sonorità che lo
distinse subito dai suoi contemporanei. Con i The Attractions, la band
che lo accompagnò per gran parte della sua carriera, Costello ha sfornato
capolavori come This Year's Model (1978) e Armed Forces
(1979), album che contengono alcuni dei suoi più grandi successi, tra cui
"Oliver's Army" e "Pump It Up".
L'evoluzione artistica di Costello non si è mai fermata.
Negli anni '80 ha sorpreso il pubblico con album come Almost Blue
(1981), un omaggio al country, e King of America (1986), che ha
consolidato la sua reputazione come cantautore di spessore. Ma la sua sete di
sperimentazione non si è fermata qui. Ha collaborato con artisti del calibro di
Burt Bacharach, con il quale ha scritto l'acclamato album Painted from Memory (1998), vincendo un Grammy Award. E non va dimenticata la
sua collaborazione con il quartetto d'archi The Brodsky Quartet
nell'album The Juliet Letters (1993), un lavoro che sfida ogni
etichetta di genere.
Con oltre 30 album in studio, una menzione nella Rock and
Roll Hall of Fame e una discografia che attraversa i decenni, Elvis Costello
rimane una figura centrale nel panorama musicale contemporaneo. La sua capacità
di scrivere testi incisivi, intelligenti e carichi di emozioni, unita a una
profonda conoscenza della storia della musica, lo rende un artista unico nel
suo genere. Le sue canzoni, da "Alison" a "Everyday I Write the Book", sono diventate dei veri e propri inni generazionali.
Ricordiamo oggi non solo la sua longevità artistica, ma anche
la sua inesauribile curiosità e il suo coraggio di infrangere le regole,
rendendolo un'ispirazione per generazioni di musicisti e ascoltatori.