Un disco che riattiva la memoria
visiva e sonora degli sceneggiati RAI
Ci sono progetti che non si limitano a reinterpretare un
repertorio, ma lo riaccendono dall’interno, come se qualcuno avesse trovato un
vecchio televisore in soffitta e avesse deciso di rimetterlo in funzione,
lasciando che il bianco e nero tornasse a pulsare. Segreti nel Nero, nuovo lavoro de L’Ombra della Sera, appartiene a questa
categoria… un doppio album che non guarda agli anni Settanta come a un archivio
da restaurare, ma come a un territorio ancora vivo, capace di generare nuove
forme.
Il comunicato stampa parla di “sceneggiati in più puntate
che spesso trattavano temi cupi, esoterici, misteriosi, fantascientifici o
addirittura horror” e ricorda come “i programmi televisivi erano solo in
bianco e nero, e questo accresceva ulteriormente l’atmosfera arcana”. È
esattamente questo il punto, L’Ombra della Sera non si limita a rielaborare le
sigle, ma ricostruisce quella stessa atmosfera, la porta nel presente e la
trasforma in un linguaggio progressivo che non imita, ma dialoga.
A Genova, alla Claque, il 29 marzo - giorno di uscita dell'album -, ho visto il progetto
prendere forma davanti a uno schermo che proiettava frammenti di La
Baronessa di Carini, Il Segno del Comando, Gamma, Ritratto
di donna velata, La traccia verde. Nell’occasione avevo scritto che
L’Ombra della Sera “non è solo una performance, ma una forma di cine‑concerto,
un viaggio dentro gli sceneggiati RAI degli anni ’70… la musica diventava un
commento vivo, capace di dialogare con le sequenze come se fossero state
pensate insieme”. È esattamente ciò che ritrovo nel disco, una continuità tra
immagine e suono, anche quando l’immagine non c’è più.
La Maschera di Cera - è questa la band originaria di cui
stiamo parlando - costruisce un alter ego che non è maschera, ma lente. Il prog
evocato non è quello celebrativo ma un linguaggio che si piega alle esigenze
narrative dei brani, che accoglie “suggestioni cameristiche, psichedeliche,
jazz e perfino funky” senza perdere coerenza.
Il cuore del disco è la lunga suite Le venti giornate di
Torino, venti minuti che trasformano la colonna sonora di uno sceneggiato
mai realizzato in un racconto autonomo. Il comunicato ricorda che “del
progetto… restavano soltanto pochi frammenti di girato e alcuni temi musicali
composti da un misterioso autore”: la band li rielabora come se stesse
ricostruendo un film perduto, lasciando che le sezioni si aprano e si
richiudano come capitoli di un romanzo sonoro.
La scelta degli pseudonimi - Jean Delafoy, Philippe Dussart,
Edward Forster, Thomas Norton, Marco Tagliaferri - è un dettaglio che racconta
bene l’approccio, un modo per entrare nella logica degli sceneggiati, per
abitarne i personaggi, per restituire un mondo.
Formazione
Fabio Zuffanti – basso (Philippe
Dussart)
Agostino Macor – tastiere e
orchestrazioni (Jean Delafoy)
Alessandro Corvaglia – tastiere e
voce (Marco Tagliaferri)
Andrea
Orlando – batteria (Thomas Norton)
Martin Grice – sax e flauto (Edward
Forster)
Tracklist
1.Albert
e l’uomo nero – 4:26
2.Gamma
– 6:09
3.Ritratto
di donna velata – 3:35
4.Fantastic
Fly (Racconti Fantastici) – 5:36
5.A
come Andromeda – 6:43
6.La
traccia verde – 6:10
7.La
ballata di Carini – 5:33
8.Le
venti giornate di Torino – 19:05
Introduzione
Titoli di testa
Insonnia collettiva
Segreti nel nero
Tema di Clotilde
Statue in movimento
Segreti nel nero (ripresa)
Titoli di coda
9.Cento
campane (Il Segno del Comando) – 4:54
10.A
Blue Shadow (Ho incontrato un’ombra) – 10:46
Segreti nel Nero è un lavoro che non vive di nostalgia, ma di risonanza,
riaprendo così un’epoca, e lo fa con una cura che ha qualcosa di artigianale,
quasi da restauratori di pellicole. È un disco che chiede attenzione, che si
muove tra memoria e invenzione, e che conferma come L’Ombra della Sera sia uno
dei progetti più originali nati in Italia negli ultimi anni.
Due canzoni, una stessa radice: come
un brano inglese del 1968 diventa un classico dell’Equipe 84
La storia di queste due canzoni corre parallela e poi si
intreccia. Da una parte c’è I Can’t Let
Maggie Go, pubblicata dagli Honeybus
nel 1968, una piccola gemma del pop barocco inglese, costruita su un equilibrio
delicato tra voce, archi e un senso di malinconia luminosa. Dall’altra c’è Un angelo blu, che nello stesso anno l’Equipe 84ricava
proprio da quel brano, trasformandolo in qualcosa di nuovo, più narrativo, più
aderente alla sensibilità italiana di fine anni Sessanta.
Il punto di partenza è la versione originale degli Honeybus,
che vive di una leggerezza quasi sospesa. La voce di Pete Dello si muove con
naturalezza, senza forzature, lasciando che siano gli archi a dare respiro e
profondità. Il ritmo rimane costante, morbido, come se la canzone fosse
costruita per non spezzare mai l’incanto. È un brano che cerca la continuità,
la dolcezza, la trasparenza emotiva.
Quando l’Equipe 84 decide di reinterpretarlo, non si limita a
tradurre il testo, ma lo lo riscrive, lo ricolloca, gli dà un’altra direzione.
L’immaginario inglese, legato a una figura femminile concreta, diventa in
italiano una presenza quasi simbolica, “un angelo blu” che non è più soltanto
una persona ma un’idea, un ricordo, una proiezione. La melodia rimane
riconoscibile, ma cambia il modo in cui viene abitata: la voce di Maurizio
Vandelli porta un’intensità diversa, più teatrale, più emotiva, con una linea
vocale che si apre e si chiude come se seguisse un racconto.
Anche l’arrangiamento si sposta. Dove gli Honeybus puntavano
su un’eleganza cameristica, l’Equipe 84 introduce un suono più pieno, più pop,
con una presenza ritmica più marcata e un uso degli archi che non è più
soltanto decorativo ma narrativo. È come se la canzone, passando
dall’Inghilterra all’Italia, cambiasse colore… dalla trasparenza pastello alla
saturazione emotiva.
Il testo italiano, poi, compie un’operazione interessante.
Non traduce letteralmente, ma rilegge. L’oggetto del desiderio non è più
Maggie, con la sua concretezza quotidiana, ma una figura che appartiene a un
altrove quasi onirico. Questo spostamento permette alla canzone di funzionare
in un contesto diverso, più vicino alla sensibilità melodica italiana, dove
l’immagine simbolica spesso conta più della descrizione diretta.
Eppure, nonostante le differenze, le due versioni restano
legate da un filo sottile. La struttura melodica conserva la sua grazia
originaria, e quel senso di dolcezza malinconica attraversa entrambe le
interpretazioni. È come se la canzone avesse due vite: una più intima e
leggera, l’altra più emotiva e narrativa. Due modi diversi di raccontare lo
stesso nucleo affettivo.
Il 29 aprile segna un giorno di malinconico ricordo
per gli amanti del rock'n'roll: l'anniversario della scomparsa di Michael "Mick" Ronson. Chitarrista dalla
presenza scenica magnetica e dal tocco inconfondibile, Ronson non fu
semplicemente un sideman, ma l'architetto sonoro che diede forma all'era glam
di David Bowie e un musicista di talento cristallino, capace di
illuminare ogni progetto in cui si immerse.
Nato nello Yorkshire nel 1946, la passione di Ronson per la
musica sbocciò presto. Dopo aver militato in diverse band locali, il suo
destino si incrociò con quello di David Bowie nei primi anni '70. Questo
incontro fu una scintilla creativa che avrebbe infiammato la scena musicale per
anni.
L'apporto di Mick Ronson al suono di Bowie fu semplicemente
trasformativo. Dalle riff taglienti e iconici di "Ziggy Stardust"
e "Suffragette City" alle tessiture orchestrali di "Life on Mars?" e "Lady Stardust", la sua chitarra non era
solo uno strumento, ma una voce narrante che dialogava con quella camaleontica
di Bowie. La sua presenza sul palco, con quella chioma bionda platino e
l'atteggiamento da eroe glam-rock, incarnava perfettamente l'immaginario
androgino e alieno che Bowie stava plasmando.
La formazione dei The Spiders from Mars, con Ronson
alla chitarra, Trevor Bolder al basso e Woody Woodmansey alla
batteria, divenne una delle band di supporto più iconiche della storia del
rock. Insieme, crearono album seminali come The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars,Hunky Dorye Aladdin Sane, dischi che non solo definirono un'epoca ma continuano a
influenzare generazioni di musicisti.
Ma il talento di Ronson andava ben oltre il ruolo di
chitarrista di Bowie. La sua abilità come arrangiatore fu cruciale nel dare
profondità e ricchezza alle composizioni. Le sue orchestrazioni, spesso
caratterizzate da archi lussureggianti e arrangiamenti sofisticati, elevarono
brani rock a vere e proprie sinfonie pop.
Dopo la fine della sua collaborazione con Bowie nella metà
degli anni '70, Ronson intraprese una carriera solista, pubblicando album come Slaughteron 10th Avenue e Play Don't Worry. Sebbene questi lavori
non raggiunsero lo stesso successo commerciale dei suoi anni con Bowie,
rivelarono un artista con una sua visione musicale distintiva, capace di
fondere il rock grintoso con elementi melodici raffinati.
La sua versatilità lo portò a collaborare con una miriade di
altri artisti di spicco, tra cui Lou Reed (nell'influente album Transformer),
Mott the Hoople, Ian Hunter e Bob Dylan (nella leggendaria
“Rolling Thunder Revue”). In ogni progetto, il tocco di Ronson era
inconfondibile: un suono di chitarra potente ma melodico, un senso innato per
l'arrangiamento e una dedizione totale alla musica.
Negli anni '90, nonostante la malattia lo stesse minando,
Ronson continuò a suonare e produrre, dimostrando una tenacia e una passione
incrollabili. La sua prematura scomparsa nel 1993 lasciò un vuoto incolmabile
nel mondo della musica.
Oggi, nel giorno in cui lo ricordiamo, celebriamo Mick Ronson
non solo per i suoi riff iconici e la sua presenza scenica indimenticabile, ma
anche per la sua profonda musicalità, la sua capacità di elevare ogni canzone
che toccava e la sua influenza duratura su generazioni di chitarristi. Un vero
eroe della chitarra che ci manca profondamente.
Penultima lezione dei corsi UniSavona, seconda con
ospiti, e forse la più sorprendente per naturalezza e intensità. La Sala Stella Maris, abituata a contesti più
“classici”, ha accolto una mattinata a metà strada tra concerto intimo e
racconto condiviso, con una qualità sonora e un’attenzione del pubblico che
hanno reso tutto particolarmente fluido.
L’entusiasmo delle due artiste era evidente fin dall’arrivo: Elisa Montaldo, in viaggio dalla Svizzera, e Barbara Rubin, dalla Lombardia, hanno portato
con sé non solo professionalità ma un desiderio autentico di incontro. Nel
documento di presentazione si parla di “una galassia visionaria” per Elisa e di
“eleganti tessiture di archi” per Barbara, e questa definizione ha trovato
piena conferma nella pratica.
Gli strumenti indicati nelle loro biografie sono stati il
punto di partenza, ma la mattinata ha preso presto una piega più libera. A un
certo punto i ruoli si sono invertiti: Barbara al pianoforte, Elisa con un
flauto cinese, in un gioco di scambi che ha divertito e coinvolto i presenti.
L’episodio più scenografico è stato l’utilizzo del ROLI Airwave da parte
di Elisa, sospeso tra tecnologia avanzata e suggestione da Theremin, capace di
creare un’atmosfera quasi ipnotica.
C’è stato spazio per ascoltare brani tratti dai loro percorsi
individuali e alcuni estratti dal progetto comune che presto confluirà in un
album. Il pubblico ha percepito immediatamente il loro affiatamento:
un’amicizia evidente, fatta di sguardi, sorrisi, complicità musicale. Una
relazione che rispecchia ciò che il documento definisce come “l’intersezione
tra i loro diversi mondi… per trasportare i presenti dentro alle loro visioni
oniriche”.
Fondamentale la consulenza tecnica (service) di Fulvio Marella,
con il supporto di Maddalena la sera precedente: senza il loro impegno,
la costruzione di un evento così particolare - né concerto tradizionale né
semplice lezione - non sarebbe stata possibile. La sala, predisposta con cura,
ha sostenuto perfettamente la dimensione narrativa e musicale dell’incontro.
A seguire, propongo un medley video che restituisce il
profumo della giornata, le sue sfumature, i passaggi più intensi e quella
leggerezza condivisa che ha accompagnato ogni momento.
Una grande giornata, davvero.
ELISA MONTALDO
Pianista, cantante compositrice Genovese.
Fondatrice e tastierista del gruppo prog italiano Il Tempio delle Clessidre,
attiva in svariate collaborazioni discografiche con artisti italiani e
internazionali. Attualmente vive in Svizzera dove lavora come musicista di
piano bar in hotel deluxe e produce la propria musica ricercando sempre
evoluzioni sonore e compositive.
Fistful of Planets è il suo personale progetto artistico che unisce
musica immagini e sperimentazioni sensoriali. Si tratta di una galassia
visionaria in cui l’ispirazione musicale è votata ad esprimere un forte
messaggio di riconnessione con il puro istinto umano e di liberazione delle
emozioni per una visione più’ consapevole della realtà.
BARBARA RUBIN
Violinista, cantante e compositrice Lombarda,
attiva dai primi anni 2000 su palchi e collaborazioni discografiche rock e prog
(Arcansiel, Loreweaver).Vincitrice di
diversi concorsi nazionali di cantautori, si dedica alla produzione dei propri
album solisti Under the ice, Luna Nuova e The Shadows Playground occupandosi
di ogni processo lavorativo.
Attiva da anni come docente di archi, canto,
musica d’insieme nel Pavese, lavora anche come musicista solista per eventi
culturali e privati. La sua particolarità è creare eleganti tessiture di
archi (viola e violino) in armonia con l’uso della voce in brani melodici
ricchi di emozioni e raffinati.
Elisa e Barbara si incontrano con le rispettive band nei primi
anni '10, su diversi palchi piemontesi. In quel periodo duettano in brevi ma
non dimenticate occasioni, che segnano un « promemoria » nel il
futuro della loro musica. Il ritorno alle scene di Barbara con l'album The
Shadows Playground coincide con l'uscita di Dèvoiler, il secondo
lavoro da solista di Elisa, questo porta le musiciste a ritrovarsi nel corso di
interviste ed emissioni internet, tra le pagine delle stesse riviste
specializzate e tra le onde delle stesse emittenti radiofoniche. La pubblicazione del singolo Sarah's Theme
suona finalmente come un concreto invito ad intraprendere un viaggio musicale,
invito che si rivolge anche al pubblico per incontrare, interpretare e trovare
i punti in comune di questi due « Universi musicali », dove la
straordinarietà della Musica entra nell'ordinario del vivere quotidiano. Questo concerto sarà l’intersezione tra i loro
diversi mondi con l’intento di trasportare i presenti dentro alle loro visioni
oniriche con sonorità ora classiche ora sperimentali e trasmettere emozioni
sfaccettate attraverso luci ed ombre, tempo e spazo, realtà e sogno.
I
Taxi to Vegaarrivano da Roma e dai Castelli Romani con un’idea di band che oggi
sembra quasi controcorrente: quattro persone che si incontrano, si riconoscono,
si ascoltano, e decidono di costruire un suono insieme, senza strategie, senza
etichette, senza la necessità di collocarsi in un sottogenere. È un progetto
nato nel 2023, ma la sua origine reale nasce molto prima, attraverso l’amicizia
fra Andrea e Roberto, basso e batteria, cresciuti insieme e abituati a capirsi
con un gesto. È da quella intesa che si è formato il nucleo del gruppo, poi
completato dall’arrivo di Federico, chitarrista con una cultura hard rock
inglese, e di Anna, la voce più giovane, portatrice di una sensibilità moderna
e post‑2000.
La
loro storia recente è fatta di tre anni quasi interamente dedicati alla
composizione, con una selezionata attività live tra Roma e provincia. Non una
rincorsa ai palchi, ma un lavoro lento, continuo, che ha permesso alla band di
trovare un’identità condivisa. La sala prove è il loro vero centro, un luogo
dove un’idea grezza entra e ne esce trasformata, dove nessuno porta un brano
“finito”, dove ogni pezzo è il risultato di un processo collettivo. È un metodo
che si sente subito ascoltando Carnivora,
il loro primo EP, composto da quattro brani scelti per rappresentare le diverse
anime del gruppo.
Spirale apre il lavoro con
un blues in 3/4 che conserva il sapore delle origini. È il primo pezzo scritto,
e si percepisce quella fase in cui una band sta ancora cercando la propria
forma ma ha già un’intenzione chiara. Carnivora, il brano che dà
il titolo all’EP, è invece la parte più dura e diretta del quartetto: riff
asciutti, un impatto immediato, un’energia che richiama le influenze metal e
grunge senza mai scivolare nella citazione. Pioggia di China
porta un’altra luce, più melodica, più aperta, più narrativa, è il brano che la
band stessa definisce “il più divertente da realizzare”, forse perché
permette un respiro diverso, una morbidezza che non contraddice l’identità del
gruppo ma la completa. In chiusura Sinapsi, un pezzo
veloce, frenetico, tecnicamente impegnativo, che restituisce la compattezza
della band e la sua capacità di muoversi su terreni più complessi senza perdere
immediatezza.
Quello
che colpisce, in Carnivora, è la naturalezza con cui convivono
influenze molto diverse: metal, funk, grunge, prog, punk. Non c’è la volontà di
mostrare un catalogo di riferimenti, né di dimostrare versatilità. È piuttosto
un modo di suonare che nasce dall’ascolto reciproco, dal lasciare spazio, dal
non irrigidire il processo creativo.
I
Taxi to Vega parlano spesso delle loro canzoni come di un “flusso di
coscienza”, e questa immagine descrive bene anche il loro rapporto con i testi:
non cercano spiegazioni, non vogliono imporre un significato, preferiscono che
ogni ascoltatore trovi il proprio. È un approccio che restituisce libertà sia a
chi scrive sia a chi ascolta.
Dal
vivo hanno scelto finora contesti condivisi, rassegne e serate con altre band,
più per costruire una comunità che per inseguire visibilità immediata. È un
modo di stare nella musica che rispecchia la loro identità, niente tabelle di
marcia, niente programmi a lungo termine, solo la volontà di lavorare un pezzo
alla volta e di godersi il tempo passato insieme.
Carnivora è il risultato di
questo percorso. Un EP che racconta con sincerità chi sono i Taxi to Vega oggi…
una band che ha trovato un equilibrio raro, un suono che nasce dall’intesa e
un’idea di rock che non ha bisogno di definizioni.
L’intervista
che segue permette di entrare ancora più a fondo nel loro modo di lavorare,
nelle dinamiche interne, nelle scelte che hanno portato alla nascita dell’EP e
nella visione che li accompagna. È un completamento naturale all’ascolto,
perché mostra la stessa autenticità che si percepisce nei brani.
Il
vostro progetto nasce tra Roma e i Castelli Romani nel 2023. Come si è formato
il nucleo iniziale e cosa vi ha fatto capire che poteva diventare una band vera
e propria.
Conosco Roberto dai tempi del liceo e abbiamo
condiviso altri progetti musicali. Dopo il periodo del covid, spinti da una
“voglia di ricominciare a suonare” incontenibile, ci siamo messi alla ricerca
di altri musicisti. Non è stato affatto facile e ha richiesto parecchio tempo,
ma, alla fine, abbiamo incontrato Anna e Federico. La vera forza della nostra
band è l’affiatamento tra noi quattro: abbiamo scoperto un’unione e un’intesa
profonda che sta alla base di qualsiasi cosa facciamo e rende tutto più semplice.
(Andrea).
Andrea
e Roberto suonano insieme dai tempi della scuola. Quanto pesa questa lunga
amicizia nel modo in cui costruite il vostro suono.
Tutti sanno che, in ogni formazione musicale,
una buona intesa tra bassista e batterista, rende ogni cosa più semplice. Come
detto, conosco Andrea da una vita e siamo affiatati, basta uno sguardo per
capirci. Pensiamo che questa intesa emerga
nelle nostre canzoni. (Roberto).
Federico porta un background hard rock
inglese, Anna una sensibilità più moderna e post 2000. Come convivono queste
due anime nella scrittura dei brani.
Non c'è una ricetta, quando c'è intesa ognuno
mette il suo e si fa influenzare dall'altro, quando arriva la nota giusta mette
tutti d'accordo. (Anna).
Dite
che non volete etichette, solo “rock e basta”. Cosa significa per voi oggi
rivendicare questa semplicità in un panorama pieno di sottogeneri.
Mi fanno un po’ sorridere le numerose
categorie in cui è stato suddiviso il rock, basta aggiungere un effetto
particolare alla chitarra ed è nato un nuovo sottogenere. Noi… siamo noi, non sappiamo
dove posizionarci, sicuramente siamo rock e tanto ci basta. (Andrea).
Le
vostre influenze spaziano dal Metal al Funk, dal Grunge al Prog fino al Punk.
Qual è il punto in cui queste strade si incontrano e diventano Taxi to Vega.
Il punto in cui si incontrano è
semplicemente… Carnivora! Il nostro EP! (Roberto).
Ogni
brano nasce in sala prove, da un’idea grezza che si trasforma collettivamente.
Come funziona davvero questo processo: chi porta cosa, come si decide la
direzione, quando capite che un pezzo è “finito”.
La musica che abbiamo scritto fino ad ora ha
dentro la personalità di ognuno di noi quattro. Quando uno di noi pensa di
avere l’idea giusta, la propone agli altri e si sviluppa insieme aggiungendo,
cambiando e modificando in base alle sperimentazioni che facciamo in saletta. Anche
per questo abbiamo voluto firmare i nostri pezzi come “Taxi to Vega” e non
individualmente. Dentro ci siamo “noi quattro” e sarebbe impossibile definire
chi ha contribuito di più o di meno. A stabilire che un pezzo sia pronto lo
dice… il pezzo stesso ! Te ne accorgi suonandolo che è pronto! (Andrea).
Parlate
delle canzoni come di un “flusso di coscienza”. Che rapporto avete con il
significato dei testi e con l’interpretazione personale dell’ascoltatore.
Secondo noi, i testi non si devono spiegare:
partono da dentro e devono arrivare dentro, non devono vedere la luce della
spiegazione per non bruciarsi. (Federico).
Dopo
tre anni di lavoro quasi esclusivo sulla composizione avete scelto quattro
brani per il vostro primo EP. Perché proprio questi quattro e cosa
rappresentano del vostro percorso.
Tra i nostri brani, abbiamo scelto quelli
che, secondo noi, sono più rappresentativi della nostra varietà espressiva: “Spirale”
è il primo pezzo che abbiamo scritto, un blues in 3/4. “Carnivora” è il nostro
brano più duro e diretto. “Pioggia di China” è più melodico. È stato il più
divertente da realizzare. Infine, “Sinapsi” è un brano veloce, frenetico e
impegnativo tecnicamente. (Anna).
Avete
già fatto una selezionata attività live tra Roma e provincia. Che tipo di
pubblico avete incontrato e cosa vi interessa trasmettere dal palco.
Fino ad ora abbiamo preferito contesti come
rassegne ed eventi con altre band per espandere le nostre conoscenze e trovare
un nostro posto nella comunità musicale. (Federico).
Guardando
avanti: cosa vi piacerebbe esplorare nel prossimo capitolo, sia come suono sia
come identità di band.
Non abbiamo tabelle di marcia, né progetti a
lungo termine. Lavoriamo un pezzo alla volta alle idee che ci vengono, cercando
di goderci ogni minuto del tempo che passiamo insieme. (Federico).
Il 28 aprile celebriamo il compleanno di un musicista
visionario e polistrumentista d'eccezione: Edwin
"Eddie" Jobson. La sua impronta nel panorama del
progressive rock e della fusion è tanto profonda quanto sofisticata, unendo
virtuosismo tecnico, audacia sperimentale e una rara sensibilità melodica.
Jobson non è stato semplicemente un esecutore, ma un architetto del suono,
capace di plasmare paesaggi sonori complessi e affascinanti con i suoi violini
elettrici, le sue tastiere all'avanguardia e la sua mente musicale acuta.
Nato a Middlesbrough, in Inghilterra, nel 1955, il talento
precoce di Jobson si manifestò fin dalla giovane età. La sua formazione
classica al violino gli fornì una base tecnica impeccabile, ma fu la sua
apertura mentale e la sua curiosità verso le nuove sonorità elettroniche a
spingerlo verso territori musicali inesplorati.
La sua carriera decollò rapidamente negli anni '70, un
decennio d'oro per il progressive rock. Il suo ingresso nei Curved Air
nel 1972 portò una ventata di freschezza e sperimentazione al suono della band,
come testimoniato dall'album Air Cut. Tuttavia, fu con i Roxy
Music che Jobson raggiunse una maggiore visibilità. Sostituire Brian Eno
nel 1973 non era un compito facile, ma Jobson non solo colmò il vuoto, ma
aggiunse una dimensione strumentale inedita al sound elegante e art-rock della
band, contribuendo a capolavori come Stranded, Country Life e Siren.
Il suo uso distintivo del sintetizzatore e del violino elettrico divenne un
marchio di fabbrica del periodo più acclamato dei Roxy Music.
Dopo quell’esperienza, Jobson continuò a esplorare nuove
frontiere musicali. La sua collaborazione con Frank Zappa nel 1975 fu un
banco di prova per la sua incredibile versatilità e la sua capacità di
improvvisazione. Suonare al fianco di un genio musicale come Zappa richiese una
padronanza tecnica e una prontezza intellettuale fuori dal comune, qualità che
Jobson dimostrò ampiamente.
Gli anni successivi lo videro protagonista in progetti
seminali come gli UK, una superband progressive che vedeva la
partecipazione di John Wetton, Bill Bruford e Allan Holdsworth. Gli album UK
e Danger Money sono considerati pietre miliari del prog rock
degli anni '70, caratterizzati da composizioni intricate, virtuosismo
strumentale e l'inconfondibile tocco di Jobson alle tastiere e al violino.
Un altro capitolo significativo nella sua illustre carriera
fu la sua partecipazione ai Jethro Tull per l'album A del
1980. In quel periodo, Ian Anderson, leader dei Jethro Tull, dichiarò: "Eddy
portò con sé una brillantezza elettronica e una sofisticazione armonica che
diedero al disco un sapore decisamente moderno per i Jethro Tull. La sua
capacità di creare trame sonore complesse con i sintetizzatori fu fondamentale
per definire il suono di quell'album."
Questa breve ma intensa collaborazione evidenziò ancora una
volta la capacità di Jobson di integrarsi perfettamente in contesti musicali
diversi, arricchendoli con il suo talento unico.
La sua carriera solista, seppur meno prolifica, ha regalato
gemme come Zinc: The Green Album, un lavoro interamente
strumentale che mette in luce la sua abilità compositiva e la sua maestria
nell'integrare elementi classici ed elettronici.
Negli anni '80, Jobson continuò a sperimentare con le nuove
tecnologie musicali, dimostrando una costante evoluzione e un rifiuto di
rimanere confinato in un unico genere. La sua influenza si estende ben oltre i
confini del progressive rock, toccando la fusion e la musica elettronica.
Nel 2019 viene inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come
membro dei Roxy Music.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, ricordiamo Eddy Jobson
non solo come un virtuoso strumentista, ma come un vero innovatore, un artista
che ha saputo fondere tecnica e creatività in un linguaggio musicale unico e
inconfondibile. La sua capacità di spaziare dal lirismo del violino alle
sonorità futuristiche dei sintetizzatori lo ha reso una figura leggendaria per
chiunque apprezzi la musica che sfida i confini e celebra l'ingegno artistico.
Lunga vita a questo straordinario architetto del suono!
The Marquee, Londra, 24 novembre 1964 – 27
aprile 1965
I TheWho subirono
una radicale trasformazione durante i sei mesi di concerti al Marquee di
Londra. Appena quindici giorni prima che i manager Kit Lambert e Chris
Stamp ottenessero a fatica un ingaggio a partire dal 24 novembre 1964
per le tranquille serate del martedì, il gruppo suonava ancora al Railway Hotel
di Harrow e Wealdstone con il nome di High Numbers.
Alla data di
scadenza del contratto con il locale (27 aprile 1965), i quattro avevano
un 45 giri nei Top Ten britannici, erano volti noti della stampa e della
televisione e avevano iniziato a registrare il loro primo album, My Generation.
Cosa ancora più importante, i Who erano diventati
portabandiera del neonato fenomeno culturale detto mod. Dotati di grande
impatto sonoro e visivo, rappresentavano tutto ciò che ogni giovane mod
aspirava ad essere: impeccabilmente vestito, anfetaminico (anche nel senso
letterale del termine) e, naturalmente, famoso. E così, mentre grazie a loro le
presenze di pubblico nel locale di Wardour Street si moltiplicavano, i Who
regalavano un'estetica al mondo del pop. La loro musica conteneva tutto il
dramma, gli eccessi e le tensioni della vita urbana; la loro immagine era ben
studiata e subito memorizzabile.
Poco dopo aver concluso l'impegno settimanale al
Marquee, il singolo carico di distorsioni Anyway Anyhow Anywhere uscì accompagnato dalla frase: “Un gruppo pop art con un suono pop art”.
Nulla di ciò accadeva per caso: “Sapevamo che per affermarci in tutto il
paese dovevamo prima conquistare il West End”, ricorderà Kit Lambert. Alla
scarsa affluenza di pubblico nella prima serata venne posto rimedio con una
massiccia campagna pubblicitaria, ben esemplificata dal leggendario e
sofisticato poster in bianco e nero con la scritta “Maximun R&B”. Alcuni fan ricordano che nel locale venivano loro offerti gratuitamente
bicchieri di whisky a patto che esprimessero ad alta voce il loro apprezzamento
nei confronti del gruppo. Ma erano espedienti superflui, i Who erano davvero
straordinari e meritavano la fama che si stavano guadagnando.
Il chitarrista Pete Townshend e il bassista John
Entwistle alzavano immancabilmente gli amplificatori al massimo, Keith
Moon reinventava di sana pianta il ruolo del batterista con la sua
instancabile teatralità, mentre il cantante Roger Daltrey spesso necessitava
di un bicchierino di buon distillato per farsi ascoltare al di sopra della
tempesta elettrica. Ma anche un volume tanto terrificante sembrava non bastare.
“Siamo arrivati al punto di finire la
serata spaccando tutto ed è costoso”, spiegò Pete Townshend ai cronisti
dell'epoca. Per fortuna i manager capivano il valore di un coinvolgimento
emotivo così totalizzante. “E' un
investimento” disse con un'alzata di spalle Lambert. L'investimento
cominciò presto a dare frutti. Alla fine del 1965 My Generation di Townshend sintetizzò al meglio i bellicosi
sentimenti della folla del Marquee, rendendoli universali. (Mark Paytress-"Io c'ero")
Il 27 aprile si ricorda la nascita di Gordon
Hionidies, meglio noto come Gordon Haskell,
avvenuta nel 1946 a Verwood. La sua carriera musicale, pur toccando
vertici di notorietà grazie alla sua militanza nei seminali King Crimson
all'inizio degli anni Settanta, ha saputo evolvere verso sonorità più intime e
folk, culminando in un successo popolare inaspettato.
La sua fama iniziale è indissolubilmente legata al suo
periodo con la band di Robert Fripp. Haskell contribuì in maniera significativa
al suono dei King Crimson, prestando la sua elegante voce come seconda voce
solista nel delicato brano "Cadence and Cascade" presente
nell'album In the Wake of Poseidon. Successivamente, in Lizard,
assunse il doppio ruolo di bassista e cantante solista, lasciando un'impronta
distintiva sulle complesse trame sonore dell'album.
Già prima di questa
cruciale esperienza, Haskell aveva collaborato con Fripp in una primordiale
versione della League of Gentlemen, un progetto che tuttavia abbandonò a
causa di divergenze sulla direzione musicale intrapresa.
Dopo la parentesi prog-rock con i King Crimson, Haskell
intraprese una carriera solista che lo vide progressivamente avvicinarsi a
sonorità più folk e cantautorali, distanziandosi dalle sperimentazioni
complesse dei suoi esordi. Questa nuova fase artistica lo portò a pubblicare
album apprezzati da una nicchia di ascoltatori, fino all'inatteso successo del
singolo "How Wonderful You Are", tratto dall'album Look
Out. Questa ballata folk toccante e sincera scalò le classifiche
britanniche, diventando la canzone più richiesta nella storia di BBC Radio 2 e
vendendo ben 400.000 copie, testimoniando la sua capacità di connettersi con un
vasto pubblico attraverso la semplicità e l'autenticità della sua musica.
Nel giorno in cui ricordiamo la sua nascita, avvenuta 79 anni
fa, celebriamo la poliedricità di Gordon Haskell: il bassista e cantante che
contribuì a definire il suono del primo prog rock con i King Crimson, e il
cantautore folk capace di raggiungere un successo popolare con una ballata
intima e sincera. La sua voce calda e avvolgente, capace di trasmettere sia la
malinconia sofisticata del prog che la semplicità emotiva del folk, rimane un
elemento distintivo di un artista che ha saputo lasciare un segno peculiare nel
panorama musicale britannico, scomparso il 18 ottobre 2020. Il suo
percorso artistico, dalle complesse architetture sonore del prog alle melodie
folk dirette al cuore, rappresenta un viaggio musicale affascinante e
meritevole di essere ricordato.
l'incredibile viaggio di David
Bowie sulla Transiberiana
Nella primavera del 1973, mentre il mondo intero
guardava a David Bowie come alla
rockstar aliena caduta sulla Terra, l'uomo dietro la maschera di Ziggy Stardust
stava affrontando una sfida decisamente terrena: tornare a casa dal Giappone
senza mai staccare i piedi dal suolo. Bowie, infatti, viveva allora con una
fobia paralizzante per il volo, un terrore nato da una premonizione e da alcuni
incidenti visti da vicino che lo spingeva a preferire qualsiasi mezzo di
trasporto, purché non avesse le ali. Fu così che, per tornare in Europa dopo il
trionfale tour nipponico, la stella più brillante del glam rock decise di
imbarcarsi in un’impresa epica: attraversare l'Unione Sovietica a bordo della
leggendaria Ferrovia Transiberiana.
Il contrasto visivo doveva essere surreale. Immaginiamo le
stazioni grigie e austere della Russia profonda, immerse nel clima rigido della
Guerra Fredda, improvvisamente illuminate da un uomo con i capelli rosso
fiammante, le sopracciglia rasate e abiti di seta dai colori sgargianti.
Accompagnato dal fotografo Mick Rock e dall'amico Geoff MacCormack, Bowie salì
sul treno a Vladivostok dopo una traversata in nave. Per quasi dieci giorni,
quella carrozza divenne il suo mondo. Lontano dalle luci della ribalta e
dall'isteria dei fan, David si trasformò in un osservatore silenzioso e
curioso. Passava le ore a guardare fuori dal finestrino le distese infinite di
betulle bianche della Siberia, interrotte solo da piccoli villaggi che
sembravano rimasti fermi all'Ottocento.
Nonostante il visto turistico e la presenza costante di
sguardi sospettosi da parte delle autorità sovietiche, Bowie non rimase isolato
nel suo scompartimento. Si narra che acquistò un sassofono durante una sosta e
che passasse il tempo a suonare per i passeggeri e per le inservienti del
treno, le rigide dezhurnaya, che finirono per affezionarsi a quel
bizzarro straniero che beveva tè dal samovar e mangiava yogurt locale con
estrema naturalezza. C'erano momenti di tensione, come quando rischiò l'arresto
per aver filmato dei soldati in una stazione, ma la musica e il suo carisma
sembravano creare un ponte tra mondi che, politicamente, non avrebbero potuto
essere più distanti.
Quel viaggio non fu solo un espediente per evitare un aereo,
ma una vera e propria catarsi creativa. L'estetica spoglia, il senso di
isolamento e la malinconia dei paesaggi russi si impressero nella mente di
Bowie, lasciando tracce profonde che sarebbero riemerse anni dopo. Quel
silenzio ritmato dalle rotaie fu il primo seme di quella ricerca sonora che lo
avrebbe portato, verso la fine del decennio, a trasferirsi a Berlino per
incidere i suoi album più sperimentali. Quando il treno arrivò finalmente alla
stazione di Mosca, David Bowie non era più solo Ziggy Stardust; era un artista
che aveva scoperto quanto può essere vasto e solitario il mondo, portando con
sé un bagaglio di immagini che avrebbero cambiato per sempre la storia della
musica moderna.
Steve Winwood (a sinistra) e Dave Mason dei Traffic durante le prove alla Fairfield Hall di Croydon, nel sud di Londra, nel giugno del 1971
La notizia della scomparsa di Dave
Mason, morto a 79 anni, ha riportato alla memoria una stagione
irripetibile della musica britannica. A ricordarlo è stato Steve Winwood, compagno d’avventura nei Traffic
e unico membro ancora in vita della formazione originaria. Nel suo messaggio,
Winwood ha sottolineato quanto Mason fosse stato decisivo nel definire
l’identità della band, affermando che “la sua capacità di scrivere canzoni,
il suo talento musicale e il suo spirito distintivo hanno contribuito a creare
musica che è durata ben oltre la sua epoca”.
I Traffic nacquero nel 1967, quando Winwood – reduce dal
successo con gli Spencer Davis Group – si unì a Mason, Jim Capaldi e Chris
Wood, musicisti con cui aveva condiviso lunghe jam session notturne
all’Elbow Room di Birmingham. Da quell’incontro prese forma un gruppo capace di
fondere rock, psichedelia e improvvisazione con una libertà creativa che
avrebbe segnato un’intera generazione.
Mason rimase nei Traffic solo per periodi brevi e alternati,
nel 1967, 1968 e poi nel 1971, ma il suo contributo fu determinante: firmò i
primi due grandi successi della band, Hole In My Shoe e Feelin’
Alright?, brani che avrebbero poi trovato nuova vita in decine di
reinterpretazioni. La sua presenza tornò simbolicamente sul palco nel 2004,
quando si riunì a Winwood e Capaldi per l’ingresso dei Traffic nella Rock
and Roll Hall of Fame.
Nel suo ricordo, Winwood ha voluto sottolineare il valore
umano oltre che artistico di Mason, affermando che “il suo posto nella
storia della band sarà sempre ricordato e, attraverso la musica, la sua
presenza continua a vivere”. Parole che assumono un peso ancora maggiore se
si considera che Wood è scomparso nel 1983 e Capaldi nel 2005, lasciando
Winwood come ultimo testimone diretto di quella stagione creativa.
Oggi, la scomparsa di Dave Mason chiude un altro capitolo
della storia dei Traffic, ma la sua musica – e il suo modo di intendere la
canzone – resta un punto fermo per chiunque abbia incrociato quella stagione di
libertà sonora.