Conosco Claudio Milanoda
molti anni, abbastanza da sapere che ogni volta che provo a raccontarlo mi
sembra di lasciare fuori qualcosa di essenziale. Non è una questione di
quantità - la sua produzione è vasta, certo - ma di natura. Claudio è uno di
quegli artisti che sfuggono alle cornici, che cambiano forma a seconda della
luce, che non stanno mai davvero al loro posto. Scrivere di lui significa
accettare che ogni sintesi è, per definizione, una riduzione. Eppure, proprio
per questo, vale la pena provarci, perché tracciare le linee di una vita come
la sua non è un esercizio di catalogazione, ma un modo per restituire almeno
una parte del percorso, delle fratture, delle metamorfosi che lo hanno portato
fin qui.
Ci sono artisti che costruiscono una carriera, e artisti che
costruiscono un mondo. Claudio appartiene alla seconda categoria. Da più di
vent’anni attraversa la musica come si attraversa un territorio instabile,
senza mappe, senza protezioni, con la consapevolezza che ogni passo può aprire
un varco o una ferita. La sua voce - estesa, mutante, imprevedibile - è il
luogo dove tutto questo accade. Non è un mezzo ma un organismo, e come ogni
organismo vivo, cambia, si espone, si rompe, si ricompone. Chi lo conosce sa
che non ha mai cercato una posizione comoda… ha cercato verità, intensità,
trasformazione, e spesso questo lo ha portato ai margini, in quella zona dove
l’arte non è più intrattenimento ma necessità.
Il suo percorso è fatto di progetti che sembrano lontanissimi
tra loro e che invece condividono un’unica radice: la voce come teatro
interiore. Nel 2007 nasce NichelOdeon, un laboratorio espressionista che
usa ogni linguaggio possibile - classico, jazz, folk, elettronica, rock - per
vestire canzoni che non sono canzoni, ma confessioni. Ogni brano è una pagina
di diario, un’esposizione psicoanalitica che attraversa filosofia, religione,
politica, ferite personali. L’ensemble cambia volto e geografia negli anni, ma
resta un luogo dove la voce non interpreta: si espone.
Nel 2011 arriva InSonar, insieme a Marco Tuppo. Qui
Claudio porta la voce in un territorio ancora più radicale: filastrocche, voci
infantili, strumenti etnici, elettronica rarefatta. È un progetto che trasforma
l’innocenza in perturbazione e l’oscurità in meraviglia, un viaggio mentale e
fisico costruito attraverso una rete globale di collaborazioni. Non un disco,
ma un organismo collettivo.
Nel 2015, a Fragagnano, entra nel territorio inatteso del
metal d’avanguardia con This Order, un progetto che unisce geometrie
minimaliste, dark wave, stoner, math rock, progressive. La sua voce porta una
dimensione teatrale che amplifica l’immaginario gotico del gruppo. Tra i
collaboratori, anche Paolo Tofani degli Area. Un capitolo laterale, ma
rivelatore: Claudio può entrare ovunque senza perdere se stesso.
Nel 2018, in Puglia, apre un’altra porta con Not Me,
un progetto di musica contemporanea che sceglie la via della misura, della
brevità, della forma chiusa. Piccoli lieder, miniature orchestrali, una voce
che attraversa più ottave con compostezza. Un equilibrio complesso, come un
haiku che contiene un mondo.
Nel 2020 nasce RaMi, con Teo Ravelli. Un duo che mette
in scena monologhi recitati e cantati, attraversati da temi umanitari e
politici. Claudio qui è tutto: cantante, attore, scenografo, autore, corpo
scenico. Ravelli distorce la voce in tempo reale, crea droni, apre spazi sonori
che respirano. È un teatro contemporaneo che non cerca l’effetto, ma la verità.
C’è poi la parentesi dei Sincopatici, con cui
partecipa a Decimo Cerchio, un cineconcerto dedicato all’Inferno
dantesco. Qui la sua voce non accompagna le immagini: le abita. È un innesto
perfetto in un progetto che riporta il cinema muto alla sua natura viva,
emotiva, fisica.
E poi c’è Flipper.
L’opera che Claudio porta dentro da più di vent’anni, da quando la morte di
Luciano Berio ha aperto una ferita e un varco. Un lavoro nato da centinaia di
registrazioni vocali, scartate, reincise, mutate fino a diventare ombre. Un
sistema compositivo che unisce tonalità e atonalità, linguaggi antichi e
moderni, culture lontanissime. Un processo che non procede per accumulo, ma per
metamorfosi. La presenza di Teo Ravelli è decisiva: elettroniche che bruciano,
distorcono, amplificano. A un certo punto il lavoro sfugge al controllo
razionale e passa al subconscio. Claudio vive più nei sogni che nella veglia,
usa il sonno come luogo di lavoro, la lucidità onirica come strumento
compositivo.
Il 24 ottobre 2025, centenario della nascita di Berio, decide
che il gioco del flipper è finito. La pallina che rimbalza tra memorie, studi,
esperienze si ferma. Flipper diventa un’opera per l’ascolto formale, ma
soprattutto per quello emotivo: intimo, popolare, drammatico, a tratti persino
ironico. La copertina - un détournement pop, un gesto di sfregio, un foro che è
ferita e sabotaggio - racconta già tutto: la cultura pop può essere usata
contro sé stessa.
Dentro Flipper scorrono genealogie che attraversano un
secolo: l’incontro tra Europa e jazz, Brecht e Weill, Berio e Cathy Berberian,
le Folk Songs, il barocco grottesco delle Beatles Arias, l’astrazione totale di
Coltrane, la voce estesa di Stripsody, Scelsi e il suono primordiale, il Rock
in Opposition, Zappa diretto da Boulez, Romitelli e la percezione distorta,
Steen Andersen e il teatro elettronico. Non come citazioni, ma come correnti
sotterranee.
Claudio è un artista che ha dato tutto alla voce, e spesso ha
ricevuto poco in cambio: fraintendimenti, marginalità, disattenzione. Ma non ha
mai smesso di cercare. La sua opera è vasta, complessa, fragile, feroce. Flipper
è il suo punto di non ritorno, un archivio di vita, un attraversamento, un
testamento non dichiarato. Raccontarlo significa accettare che la sua voce non
sta al suo posto. E forse è proprio questo il suo valore più grande.
Il ricordo di un interprete che ha segnato un’epoca senza clamore
Apprendo ora che, nella notte,Paki Canzi ci
ha lasciato, e la notizia porta con sé quella sensazione sospesa che accompagna
la scomparsa di figure entrate, quasi senza accorgercene, nella memoria
collettiva. Per molti, il suo nome è legato ai Nuovi Angeli, una delle
formazioni più riconoscibili della musica leggera italiana tra la fine degli
anni Sessanta e i primi Settanta.
La sua voce, morbida e immediata, ha contribuito a definire
un repertorio che ancora oggi conserva una freschezza particolare. Non era un
interprete sopra le righe, preferiva la misura, la chiarezza, la melodia che
arriva senza forzature.
La storia musicale di Paki inizia con il duo Paki &
Paki, nucleo originario di ciò che sarebbe diventato il gruppo. L’incontro
con Alberto Pasetti, Renato Sabbioni e Ricky Rebaioli dà
vita ai Nuovi Angeli, nome scelto proprio da lui. Da lì arrivano i brani
che hanno attraversato generazioni: Donna Felicità, Singapore, Ragazzina ragazzina, L’orizzonte è azzurro anche per te, Una caverna.
Canzoni che raccontavano un’Italia giovane, leggera, curiosa.
Non tutti ricordano che nel 1969 i Nuovi Angeli parteciparono
anche a Un quarto di vita, opera di Giorgio Gaslini rappresentata al
Teatro Regio di Parma. Un episodio che testimonia la disponibilità di Paki a
muoversi anche fuori dai confini del pop più immediato.
La notizia della sua scomparsa colpisce anche per un motivo
personale. A breve era previsto un suo concerto, un ritorno sul palco che molti
attendevano con affetto. Della band avrebbero fatto parte anche due miei amici
concittadini, e proprio due giorni fa avevamo parlato dell’evento, con la
naturalezza di chi dà per scontato che certe voci continueranno ad
accompagnarci. Sapere che quel momento non arriverà più aggiunge una nota di
malinconia a questo addio.
Paki Canzi lascia un’eredità fatta di canzoni che non hanno
mai preteso di essere altro da ciò che erano: melodie limpide, testi diretti,
un modo di stare sulla scena che privilegiava la sincerità alla
spettacolarizzazione. È forse questa la ragione per cui la sua voce continua a
essere ricordata con affetto, perché apparteneva a un’epoca in cui la
semplicità non era un limite, ma una forma di autenticità.
Addio a Phil Campbell, il custode del
suono dei Motörhead
La notizia della scomparsa di Phil
Campbellsegna la chiusura
definitiva di un’epoca per il rock più intransigente. Gallese, classe 1961,
Campbell è stato per oltre trent’anni la spalla fondamentale di Lemmy
Kilmister, contribuendo a definire l'estetica sonora di una band che ha fatto
del volume e della velocità un marchio di fabbrica inconfondibile. Sebbene la
figura di Lemmy sia sempre stata il baricentro carismatico del gruppo, è stato
il lavoro di Campbell alle sei corde a fornire la struttura armonica necessaria
per sostenere quella sezione ritmica tellurica, trasformando il power trio in
una macchina da guerra coordinata e tecnicamente solida.
Entrato nella band nel 1984 dopo un provino che convinse
immediatamente Lemmy, Campbell non ha mai cercato di emulare i suoi
predecessori, preferendo invece innestare un approccio che mescolava il blues
più sporco con la precisione del metal europeo. Questa attitudine è evidente in
album come Orgasmatron o Inferno, dove il suo stile si fa più
cupo e stratificato, dimostrando una maturità compositiva che andava oltre il
semplice riffing ad alta velocità. La sua capacità di alternare assoli fulminei
a passaggi più carichi di groove ha permesso ai Motörhead di
sopravvivere ai cambi di formazione e alle mode del settore, mantenendo una
coerenza stilistica rara nel panorama musicale internazionale.
Dopo lo scioglimento della band madre seguito alla morte di
Kilmister nel 2015, Campbell aveva proseguito il suo percorso con i The Bastard
Sons, un progetto che gli aveva permesso di esplorare sonorità più vicine
all'hard rock classico senza però rinunciare a quell'irruenza che lo ha reso
celebre. La sua eredità non risiede solo nei numerosi dischi d'oro o nelle
esibizioni sui palchi più prestigiosi del mondo, ma nella disciplina con cui ha
interpretato il ruolo di chitarrista ritmico e solista, agendo sempre in
funzione della canzone e del collettivo. Con la sua dipartita, si perde un
professionista che ha saputo incarnare la sostanza del genere, lontano dagli
eccessi puramente estetici e focalizzato sulla concretezza dello strumento.
Giorgio “Fico” Piazza alla Stella Maris: un rito collettivo
contro il CSD
di Athos Enrile
Certe serate non si organizzano: accadono. E quando accadono,
lo fanno con la naturalezza dei riti, con quella forza silenziosa che mette in
moto le persone e le porta fuori di casa, lontano dal temuto CSD – il “culo
sul divano”, mio nemico dichiarato di questo anno culturale.
Il 13 marzo, alla Sala Stella Maris di Savona, è
successo esattamente questo. Il quarto dei sei appuntamenti del ciclo che ho
immaginato a ottobre - in collaborazione con l’Associazione Rossini e in
continuità con il mio corso sul rock anni ’70 alla UniSavona - ha superato ogni
previsione: sold out oltre ogni possibile immaginazione. Non un pienone
formale, ma una sala colma di volti attenti, curiosi, partecipi. Molti
corsisti, certo, ma anche amici, conoscenti, persone arrivate attraverso il
passaparola, come se la musica avesse chiamato a raccolta una piccola comunità.
Giorgio “Fico” Piazza non ha portato una conferenza, ma la suavita intera.
La sua narrazione - lunga, stratificata, ricca di aneddoti,
video, ricordi personali - ha attraversato decenni di musica italiana: dagli
esordi giovanili sino a I Quelli, alla stagione irripetibile della PFM,
fino alle collaborazioni con Mina, Celentano, Battisti, De André. Senza
dimenticare il collegamento fraterno con Demetrio Stratos.
Ma il racconto non è stato mai nostalgia, ma piuttosto una memoria
viva, restituita con una sincerità che non ha bisogno di enfasi.
E poi c’era lui: il basso. Non uno qualunque, ma il basso che
Greg Lake regalò a Fico nei primi anni ’70, uno strumento che porta addosso
la storia del progressive mondiale, e che nelle sue mani vibra ancora come
allora.
A tratti, mentre scorrevano i video, Fico entrava nel brano
suonando dal vivo, intrecciando presente e passato in un unico gesto. Un modo
di raccontare che non si limita a dire, ma a far vivere.
La Stella Maris, anche grazie ai tanti amici presenti, si è
trasformata in una vera camera della memoria. Nessuna separazione, nessuna
distanza, ma una sala in linea, un ambiente unico dove ospite e pubblico hanno
condiviso lo stesso spazio, mescolandosi naturalmente, guardandosi negli occhi
e respirando la stessa aria. Un cerchio di persone che hanno vissuto insieme la
stessa esperienza. Battute, rimandi, domande spontanee, risate. Un clima da
salotto culturale, non da platea. Un modo di stare insieme che oggi è raro, e
proprio per questo prezioso.
C’è stato un istante in cui la serata si è trasformata in
qualcosa di più grande, quando è partita La canzone del sole di Battisti
- con Fico che l’ha accompagna dal vivo e la sala ha iniziato a cantare all’unisono.
Non era nostalgia ma riconoscimento, un pezzo di vita
condivisa che tornava a galla, e che per qualche minuto ha unito tutti in
un’unica voce.
Il video lo testimonia, ma chi c’era sa che quel momento non
si può davvero spiegare, solo ricordare.
La serata è durata oltre tre ore, davvero tanto per un evento
di questa tipologia, ma il gradimento è apparso totale.
E pensare che tutto era nato per caso, da una chiacchierata
post-concerto. Fico vive a due ore e mezza di macchina, ma la passione ha vinto
sulla fatica, e alla fine, è stato svelato un nuovo obiettivo, quello di portare
la musica nelle scuole.
Lo spirito di Piazza è chiaro: la musica non deve restare
chiusa nei ricordi, deve camminare, deve arrivare ai ragazzi.
Per questo è già in fase avanzata un progetto per portare la
sua storia nelle scuole medie, un gesto di restituzione, di semina, di futuro.
Quella del 13 marzo non è stata una semplice serata musicale.
È stata un rito collettivo, un atto d’amore verso la musica e verso le persone
che la vivono. Un piccolo miracolo culturale nato dal desiderio di combattere
il CSD e di rimettere in moto le persone.
E se tutto questo è stato possibile, è grazie a un musicista
vero come Giorgio “Fico” Piazza, alla sua umiltà, alla sua storia, e a quel
basso che porta con sé mezzo secolo di vita.
La notizia è fresca,
attesa, ma toccante per chi ha vissuto un’epoca musicale felice e si accorge
che, ad uno ad uno, i tasselli scompaiono. Daevid Allen non era più giovanissimo, aveva 77
anni, ma faceva parte di quel gruppo di miti musicali che sembra non possano
mai avere fine terrena: i suoi followers sapevano bene che aveva i giorni
contati. Difficile in poche righe raccontare di lui, probabilmente conosciuto
esclusivamente dagli addetti ai lavori e dagli appassionati del genere, ma è
indubbio che il suo genio abbia dato contributo
fondamentale a quella corrente musicale conosciuta come il Canterbury Sound. Poeta, musicista,
artista poliedrico, Daevid parte dall’Australia per approdare in Europa, dove
il suo genio troverà terreno fertile nella Beat
Generation. Siamo all’inizio degli anni ’60, e l’Inghilterra è scossa
-successivamente assuefatta- dalla musica di Beatles e Stones, e ciò che Allen,
Hugh Hopper e Robert Wyatt propongono - sono loro i suoi iniziali compagni di
viaggio- è qualcosa di decisamente alternativo, tra jazz e psichedelica, rock e
sperimentazione - musicale e di vita -, il tutto nell’ottica
dell’estremizzazione del concetto di arte. E’ un fenomeno talmente precoce che
anticipa il movimento prog, sbocciato nel passaggio tra i due decenni,
contenitore perfetto per chi ha idee, talento e voglia di osare in totale
libertà, senza soffermarsi sulle separazioni e distinzioni di genere, tipiche
sino a quel momento. Se si volesse dare un’immagine che ricalca l’idea comune,
si potrebbe disegnare il filone della musica progressiva con tante branchie, e
una di queste simboleggia il “gruppo” di Canterbury, erroneamente sottolineo,
se si osservano i fenomeni dal punto di vista cronologico. Le storie di Allen e
amici superano l’elemento musicale, perché il dare vita al nuovo assoluto è
qualcosa che assume valore didattico, nel senso del metodo -anche un “non
metodo” può rappresentare una scelta precisa-, dell’innovazione che arriva
senza magari rendersene conto, del saper captare la musica che gira intorno,
che aspetta solo di essere afferrata: King Crimson, Pink Floyd, Jethro Tull,
YES, Genesis, VdGG, Gentle Giant, ELP, prototipi prog, inventarono ciò che
prima non esisteva. Non tutto è di facile presa, e fu per me davvero complicato
assistere ad un concerto dei Soft Machine -credo fosse il 1973- che proponevano
il loro free-jazz, con il mitico Elton Dean al sax, il cui virtuosismo era noto
a noi adolescenti che lo ascoltavamo, quasi per obbligo, sui vinili. La sottolineatura
della figura di Daevid Allen dovrebbe far scattare un minimo di curiosità,
quello stato che sono uso chiamare “effetto domino”, e sono certo che la
scoperta delle sue creazioni musicali sarebbe in grado di stupire anche i meno
aperti verso mondi musicali sconosciuti.
Utilizzo un simbolo, un unico lavoro a
cui non voglio dare una valutazione assoluta, ma rappresenta il mio incontro
con Daevid e i suoi Gong, con cui creò il filone mitologico che li rese
celebri; “Angel’s Egg”è l’album in
questione, un disco che mi introdusse in un mondo nuovo, accessibile, con
sonorità e atmosfere che a distanza di lustri non mi hanno ancora stancato, e
tutto questo deve pur avere un significato! Cosa resta di quei giorni? Esiste
ancora quel mondo? Cosa lascia Daevid Allen? Molti protagonisti se ne sono
andati, altri resistono nonostante gli impedimenti fisici (da anni Robert Wyatt
è paraplegico), altri si riciclano con grande difficoltà (Richard Sinclair è
ormai italiano, ma… ha vissuto giorni migliori); ciò che resta è sempre la
musica, e occorre riflettere su come il movimento globale del Prog, che ha avuto
enorme visibilità per un solo decennio, sia… più vivo che mai, sebbene seguito
da un popolo esiguo - mi riferisco all’Italia - nonostante la frequente
complicatezza di certe trame, che non hanno mai avuto l’obiettivo
dell’orecchiabilità.
Il folletto Daevid Allen non può più danzare per noi, ma la sua
genialità musicale ha lasciato un segno indelebile, da preservare e diffondere,
nella speranza che qualche giovane talentuoso sappia raccoglierne l’eredità. E
noi, appassionati di musica, attendiamo fiduciosi.
Jim Gordon (14 luglio 1945 – 13 marzo 2023) è stato un
batterista statunitense, considerato uno dei più grandi e prolifici session man
degli anni '60 e '70. La sua abilità e versatilità lo hanno portato a
collaborare con una moltitudine di artisti di fama mondiale, lasciando
un'impronta indelebile nella storia della musica.
Gordon iniziò la sua carriera come membro dei The Everly
Brothers, per poi diventare un richiestissimo batterista turnista.
Ha suonato
con artisti importanti, come The Beach Boys (nell'album "Pet Sounds"),
John Lennon, George Harrison (nell'album "All Things Must Pass"), Steely
Dan, Eric Clapton (come membro dei Derek and the Dominos).
Capitolo "Layla": un capolavoro co-scritto insieme
a Eric Clapton, contribuendo alla sua bellezza con il memorabile assolo di
pianoforte che caratterizza la seconda parte del brano.
Ma non ci fu solo musica nella sua vita…
Gordon soffriva di schizofrenia non diagnosticata, una
condizione che ha progressivamente deteriorato la sua salute mentale.
Nel 1983, in un raptus di follia, Gordon uccise sua madre.
Fu dichiarato colpevole di omicidio di secondo grado e
condannato a una pena detentiva che trascorse in strutture psichiatriche
carcerarie.
Jim Gordon è morto in prigione il 13 marzo 2023 all'età di 77
anni.
Nonostante la tragica fine, Jim Gordon rimane una figura di
spicco nella storia della musica. Il suo talento innegabile e il suo contributo
a innumerevoli successi lo rendono un musicista leggendario. La sua storia,
tuttavia, è anche un triste monito sull'importanza della salute mentale e sulla
necessità di un adeguato supporto per chi soffre di disturbi psichiatrici.
James Taylorfu il più celebre tra i singer‑songwriter che,
all’inizio degli anni ’70, incrinarono il cliché del folk‑singer politicizzato
e militante. La sua figura inaugurò un nuovo modello: il cantautore
introspettivo, colto, fragile, capace di trasformare la confessione privata in
forma d’arte. Eppure, pur avendo intuito per primo quella svolta, Taylor non
riuscì mai a sfruttarla fino in fondo, lasciando ad altri - da Joni Mitchell a
Jackson Browne - il compito di radicalizzarne la poetica.
Taylor esordì a New York con la Flying Machine, le cui
registrazioni del 1967 verranno pubblicate postume in The Original Flying
Machine (1971). La sua carriera fu segnata fin dall’inizio da un tormento
personale che divenne parte integrante della sua identità artistica: il
ricovero psichiatrico, la dipendenza da eroina, la depressione ricorrente. Le
sue canzoni – sostenute da una chitarra acustica dal tocco jazzato e da un
fraseggio vocale morbido, quasi terapeutico – riflettono queste fratture
interiori.
Il debutto James Taylor (1969), prodotto in
Inghilterra per la Apple, rivelò un talento già maturo: ballate delicate,
arrangiate con cura, tra cui spiccano Carolina On My Mind e Something
in the Way She Moves. La consacrazione arrivò con Sweet Baby James
(1970), un disco cardine del cantautorato americano. La timbrica poliedrica di
Taylor, la sua tecnica chitarristica e il pianismo empatico di Carole King
plasmarono brani come Sweet Baby James, Fire and Rain e Country
Road, che divennero immediatamente classici.
Mud Slide
Slim and the Blue Horizon (1971), con ospiti come John
Hartford e Richard Greene, conteneva ancora gemme come You Can Close Your
Eyes e Long Ago and Far Away, pur mostrando già un primo calo
d’ispirazione. La cover
di You’ve Got a Friend di Carole King lo portò in vetta alle classifiche
e contribuì a costruire la sua immagine pubblica, ulteriormente amplificata dal
matrimonio con Carly Simon e dal loro duetto Mockingbird (1974).
I successivi One Man Dog (1972) e Walking Man
(1973) segnarono un evidente indebolimento creativo: dischi frammentari, più
domestici che visionari. Con Gorilla (1975), che conteneva l’ironica Mexico,
Taylor mostrò i limiti intellettuali di un personaggio sempre più ripiegato su
un intimismo rassicurante.
A partire da In the Pocket (1976), con Shower the
People, Taylor iniziò a ridefinirsi come interprete sofisticato di canzoni
orchestrali, spesso cover di rhythm and blues. La conversione all’easy
listening gli fruttò un enorme successo commerciale: JT (1977), trainato
da Handy Man, divenne disco di platino. Flag (1979) apparve
invece come una raccolta di scarti del disco precedente.
Gli anni ’80 – Dad Loves His Work (1981), That’s
Why I’m Here (1985), Never Die Young (1987) – proseguirono la
discesa in un pop elegante ma poco incisivo.
Con New Moon Shine (1991) Taylor ritrovò una certa
profondità emotiva, mentre Hourglass (1997) mostrò un’artigianalità
sonora ancora più raffinata, ormai lontana dalla scena folk-rock delle origini.
Lo stile autunnale di questi lavori culminò in October Road (2002), un
disco che suona come il testamento sereno di un artista sopravvissuto a sé
stesso.
Negli anni successivi Taylor ha continuato a pubblicare album
di qualità – Covers (2008), Before This World (2015), American
Standard (2020) – confermandosi come interprete di classe più che come
innovatore. La sua figura è oggi percepita come quella di un patriarca della
canzone americana, simbolo di un’intimità gentile e di una vulnerabilità che,
negli anni ’70, aprì la strada a un’intera generazione.
Greatest Hits (1976) resta la sintesi più efficace del suo periodo d’oro.
C’è un’immagine che apre la scena: un microfono acceso, un DJ
che introduce un ospite, una città in bianco e nero sullo sfondo. È la
locandina dell’evento radiofonico dedicato a Jerry
Cutillo, ma potrebbe essere tranquillamente la copertina di un
romanzo. Perché Diversely Fragilenasce proprio così, come un progetto che non si
limita a essere letto o ascoltato, ma che si manifesta, prende forma, si mette
in scena.
Jerry non ha scritto un libro. Non ha pubblicato un disco. Ha
costruito un ecosistema narrativo, un’opera totale che tiene insieme due volumi
autobiografici fiction/fact‑based e un CD che ne amplifica la risonanza
emotiva. Un progetto che attraversa cinquant’anni di musica, viaggi, cadute,
rinascite, incontri, coincidenze e sliding doors che sembrano uscite da un
romanzo magico‑realista - e invece sono la sua vita.
Jerry lo dice senza esitazioni: la forma romanzesca è stata
l’unica possibile. La sua storia non poteva essere compressa in un memoir
lineare. Troppi incroci, troppi segnali, troppe connessioni che emergono da
sole, quasi con inquietante naturalezza. “Scrivendo mi sono spaventato più
di una volta”, confessa nell’intervista.
La verità c’è, ma è filtrata. I personaggi diventano
archetipi, specchi, non bersagli. Gli episodi non cercano la cronaca, ma il
significato.
È un’autobiografia che si concede la libertà della
letteratura, senza perdere un grammo di autenticità.
I due libri - Chronicles of the Mind’s Eye e The
Stories Untold - sono nati insieme, come due polmoni della stessa
creatura.
-Il primo volume è diretto,
crudo, pieno di fratture e rivelazioni.
-Il secondo apre spiragli di
leggerezza, ironia, stupore.
Insieme compongono un’unica traiettoria, quella di un artista
che ha attraversato epoche, continenti, comunità creative e deserti interiori,
senza mai smettere di interrogarsi. Un viaggiatore nel tempo che parla al sé
del 1971 e al sé del futuro con la stessa lucidità.
Il CD
allegato - One Man is a Band; One Song, All His Crossroads - non è un
“bonus”. È un controcampo
emotivo: ogni brano dialoga con un capitolo, come se la musica fosse la memoria
sonora di ciò che la pagina racconta.
Jerry lo sintetizza così: “I libri raccontano i fatti, il
CD ne fa risuonare l’eco emotiva.”
La selezione è controcorrente: demo, live, versioni
alternative, registrazioni lo‑fi, momenti irripetibili catturati con mezzi di
fortuna. Nessuna ricerca di perfezione tecnica. Solo intensità, verità,
presenza.
È un manifesto dell’imperfezione come valore artistico, un
gesto quasi politico in un’epoca di iperproduzione e intelligenze artificiali
ovunque.
(La recensione del CD arriverà in un articolo dedicato, dove
entrerò nel merito delle scelte musicali, delle interpretazioni e della
costruzione narrativa dei brani.)
Il cuore di Diversely Fragile è il viaggio.
Geografico, interiore, temporale.
Dall’UK alla Russia, dalla Cina agli Stati Uniti, ogni luogo
diventa un capitolo di formazione. Ogni incontro - Gabriel, Anderson, Sinclair,
Kristina, Allcock - è una lezione umana prima che musicale. Ogni caduta è una
soglia: l’ospedalizzazione, la fuga della moglie con il figlio, la lunga
risalita, il ritorno sul palco in equilibrio su una gamba sola.
La fragilità, qui, non è un difetto, piuttosto un motore
narrativo. È la materia da cui nasce la trasformazione.
Jerry lo dice chiaramente: scrivere questi libri è stato
prima di tutto un atto di coraggio, un modo per liberare “cadaveri
dall’armadio”, per denunciare collusioni, conformismi, silenzi complici, per
restituire dignità a personaggi invisibili che nella vita reale non hanno avuto
voce.
È un gesto etico, non estetico. un modo per dire che l’arte
non può essere accomodante.
Il prologo dei libri si chiude con una frase che è quasi un
manifesto: “Domani è nelle nostre mani.”
Non è ottimismo. È responsabilità, è l’idea che, in un’epoca
in cui le certezze tremano e l’impensabile diventa realtà, l’unica via è
immaginare nuove Arcadie, nuovi mondi, nuove possibilità.
Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a incrinare
la “sbronza collettiva”, avrà già compiuto il suo compito.
In definitiva, Diversely Fragile è un’opera totale:
letteraria, musicale, autobiografica, filosofica, performativa. Un progetto che
attraversa mezzo secolo di vita e lo restituisce come un’unica, grande
narrazione.
Un artista che non ha mai smesso di cambiare pelle. Un
viaggiatore nel tempo che continua a interrogare il futuro. Un autore che ha
trasformato la fragilità in un prisma narrativo.
L’intervista integrale a Jerry
Cutillo…
Diversely Fragile nasce come duologia “fiction/fact-based”. In quale
momento hai capito che la forma romanzo era l’unica capace di contenere la tua
autobiografia?
Sin da principio. La narrazione si è
spontaneamente orientata verso una dimensione romanzesca, colorando le vicende
di luci e ombre. Partendo dal presupposto che ogni esistenza, ogni esperienza,
se vista con una giusta lente poetico-creativa, potenzialmente racchiude in sé
elementi per la scrittura di un romanzo, non ho trovato difficoltà a descrivere
gli scenari che avevo impressi nella memoria.
Nei libri racconti che, scrivendo, alcuni collegamenti ti hanno
“spaventato”. Qual è stato il più inatteso o rivelatore?
Se li elencassi, rovinerei parte
della sorpresa per i lettori. Posso però dire che entrambi i libri contengono
interi capitoli da cui emergono sequenze di cause ed effetti, cicli karmici,
collegamenti sorprendenti - talvolta casuali, talvolta inevitabili, quasi
predestinati. Alcuni fanno rabbrividire, altri commuovono, altri ancora fanno
letteralmente scoppiare dal ridere.
Hai sempre composto album “da leggere”. Ora hai scritto libri “da
ascoltare”. Cosa cambia nel modo in cui percepisci te stesso come artista?
L’espressione “album da leggere”
l’ho coniata durante le interviste successive all’uscita di “Giordano Bruno”,
il secondo album della mia quadrilogia prog. Immagino che anche la formula dei
“libri da ascoltare” - e non solo nel senso di audiobook con uno speaker che
legge - possa fare proseliti. Ho sempre creduto nella natura multimediale
dell’arte. Rispetto al lavoro musicale, la produzione letteraria ti concede una
maggiore autonomia d’azione, ma le visioni che muovono la penna o il plettro
restano le stesse. Appartengono entrambe a quella “terra di mezzo” tra il sogno
e il pensiero cosciente. Da lì emergono angeli e demoni, fantasmi e volti cari,
ricordi e premonizioni che prendono forma e finiscono per sorprendere noi per
primi, oltre a chi ci legge o ci ascolta.
Il CD raccoglie versioni imperfette ma autentiche. Cosa rappresenta per te
l’“imperfezione” come valore artistico?
La perfezione, ammesso che esista,
è un concetto astratto. Forse coincide semplicemente con il momento in cui
l’artista dice “Stop”, mette giù gli strumenti e accetta che l’opera sia
compiuta. L’imperfezione, invece, risiede nell’impulso originario, in quella
scintilla che scatena un’eruzione di materia e genera una valanga di sliding
doors: il percorso del divenire, che sai quando inizia ma non puoi sapere dove
ti porterà. Entrambi gli stadi - l’istinto grezzo e la rifinitura - meritano
attenzione e rispetto. Insieme, in modo complementare, tendono allo stesso
traguardo: la nascita di qualcosa che rimarrà cristallizzato nel tempo, con una
sua identità riconoscibile. Spesso sono proprio le piccole “sbavature” umane a
rendere un brano irripetibile.
I tuoi viaggi in UK, Russia, Cina, Stati Uniti sembrano capitoli di un
romanzo di formazione. Quale luogo ha inciso più profondamente sulla tua
identità?
Ogni luogo ha inciso a suo modo, e
hai ragione nell’accostare il viaggio in solitaria a capitoli di un romanzo
formativo. Trovarsi in circostanze inusuali, cariche di imprevisti e sorprese,
e misurarsi con altre realtà ci arricchisce in un modo che, da fermi, non è
possibile sperimentare. Conoscere il mondo aiuta a conoscere sé stessi: è un
po’ come osservare la Terra dallo spazio. In quel momento ti rendi conto della
tua vera dimensione umana. Viaggiare, per me, è stato questo: ridimensionare
l’ego e ampliare lo sguardo.
Se dovessi scegliere una sola “sliding door” che ha cambiato tutto, quale
sarebbe?
Ogni istante di vita potrebbe
rappresentare una sliding door che, se attraversata o evitata, modifica il
corso degli eventi. La misteriosa rete degli infiniti universi paralleli, pane
per gli scienziati di ultima generazione, ma anche per le nuove intelligenze
artificiali, è sempre più tesa a comprendere quante versioni di noi stessi
esistono, potenzialmente, dietro ogni scelta - o non scelta.Mezzo secolo fa, con il parka addosso e i
capelli lunghi, milanciavo dalle gradinate del Palasport di
Roma verso i posti in platea per vedere più da vicino i travestimenti di Peter
Gabriel. Pochi anni dopo, mi ritrovavo a Carnaby Street con i capelli giallo
canarino, a passeggiare con la mia fidanzata punk. Girato l’angolo, eccomi in
corsa per un posto al Festival di Sanremo ’83 e, in un lampo, seduto in
business class su un DC‑9 diretto in Olanda per presentare il mio brano di successo su Top of
the Pops. Poi arrivano Festivalbar e Discoring - e la pietra continua a
rotolare, senza mai fermarsi. Ma quando mia moglie si allontana a mia insaputa,
portando con sé mio figlio Victor di sette mesi che rivedrò soltanto 24 anni
dopo, non resta che una lunga ospedalizzazione e la speranza di imparare a
camminare per la seconda volta. Raccolgo le forze, torno sul palcoscenico e
rendo omaggio al mio mentore, Ian Anderson: faccio volteggiare il flauto e
suono Bourrée in equilibrio su una gamba sola. La vita è strana: alzo un
boccale di birra per un brindisi con Maartin Allcock dopo un nostro concerto a
Shanghai, e non ho ancora posato il bicchiere che siamo già in viaggio per
esibirci al Cropredy Festival, in Inghilterra. Nel 2014 il mio primo tentativo
letterario viene poi abbandonato a favore dell’album che aprirà la quadrilogia
prog degli OAK (Oscillazioni Alchemico Kreative), la sigla con cui realizzerò “Viandanze”.
I contatti esoterici si susseguono e, dopo il doppio album “Giordano Bruno”, “Nine
Witches Under a Walnut Tree” mi implorano di dare voce ai loro tormenti. Non mi
sottraggo al loro richiamo e lo stesso accadrà per il successivo “Lucid
Dreaming and the Spectre of Nikola Tesla”, con il quale porterò alla luce la
vita del genio che scoprì il XXI secolo. Sembra che tutto possa essersi
concluso, ma l’incontro con il robot umanoide Ameca a New York apre ulteriori
domande e stimola nuove sfide, annunciando la fine di un’epoca e l’inizio di un
altro capitolo, questa volta proiettato nell’ignoto.
Nel libro parli di cadute, ospedalizzazioni, fughe, rinascite. Qual è stato
il momento in cui hai capito che la fragilità poteva diventare forza narrativa?
C’è una frase che mi accompagna da
tempo: quando il diavolo ti ignora, forse è perché stai facendo qualcosa di
sbagliato; ma quando viene a trovarti e rimane a osservarti, forse è perché hai
deciso di fare qualcosa di giusto e lui non riesce a fermarti. Ho sempre associato la mia creatività a
sensazioni estreme, tra l’estasi e i malesseri interiori, ed è stato questo
bipolarismo il mio motore di vita. Nel titolo del libro ho usato il termine
Fragile per costruire un gioco di parole che avrebbe aperto molteplici
interpretazioni. Esiste davvero una fragilità “diversa”? O il termine “fragile”
è già, di per sé, abbastanza ambiguo? Ognuno di noi possiede al tempo stesso
fragilità e punti di forza. Se poi il titolo viene accostato a una copertina
irriverente, sguaiata e ridanciana, è naturale chiedersi se siamo vittime di
una gigantesca presa in giro o se stiamo finalmente guardando in faccia la
nostra vulnerabilità.
Scrivere questi libri è stato più un atto di guarigione o di coraggio?
Prima di tutto, un atto di coraggio
che ha reso possibile una forma di mutazione. Legati a me da un legame
fraterno, tanti personaggi invisibili che avrebbero meritato un destino diverso
prendono forma nelle mie pagine e riconquistano la scena che in vita gli è
stata negata. Io stesso, ormai avulso da futili dinamiche locali, ed emancipato
dagli arruffianamenti tradizionali, che hanno come risultato soltanto
l’abbassamento della propria autostima, ho trovato la lucidità per liberare
qualche cadavere dall’armadio. Quando il clima di decadenza, collusione,
conformismo o silenzio complice mi è diventato irrespirabile, ho cambiato
prospettiva e ho sentito la responsabilità, sia verso la mia coscienza sia
verso chi mi segue, di urlare il mio disappunto. Senza questi elementi
fondamentali, faccio fatica a immaginare cosa significhi essere davvero un
artista.
Nei tuoi racconti compaiono figure straordinarie: Gabriel, Anderson,
Sinclair, Kristina, Allcock… chi ti ha insegnato la lezione più umana, non
musicale?
Credo Richard Sinclair. In
occasione di un concerto che tenemmo insieme in un luogo a diverse miglia da
Roma, Richard fece i capricci per tutta la giornata, al punto da guadagnarsi il
soprannome di Cavallo Pazzo, con cui iniziammo a chiamarlo scherzosamente. In
realtà stava semplicemente subendo l’approssimazione organizzativa dell’evento.
Il concerto durò diverse ore e terminò molto tardi, così il promoter ci informò
che non avremmo potuto cenare. Richard si imbizzarrì e minacciò di voler
guidare fino al mattino, pur di trovare un posto dove poter mangiare e bere
qualcosa. Maart Allcock - anche lui con noi - era perfettamente d’accordo. Così
il promoter fu costretto a setacciare tutta l’area, a tarda notte, fino a
scovare un locale ancora aperto. Alla fine, mangiammo, soddisfatti, e
rientrammo al B&B dove avremmo trascorso la notte. Superato il cancello del
resort, imboccammo uno sterrato al buio. Un cagnolino nero, di piccola taglia,
cominciò a correre dietro le nostre auto scodinzolando. Non c’erano luci e il
promoter, che guidava l’auto davanti a noi, non si accorse dell’animale e lo
travolse. Io ero al volante della seconda auto, con Richard e Maart a bordo:
assistemmo impotenti alla scena. Suonai il clacson per attirare l’attenzione di
chi ci precedeva, che si fermò ancora ignaro di quanto fosse accaduto. Richard
- il nostro Cavallo Pazzo - fu il primo a soccorrere il cucciolo, che tremava
convulsamente. Dopo pochi istanti, l’animale esalò l’ultimo respiro tra le sue
braccia. Richard continuò a tenerlo stretto, accarezzandolo, poi gli abbassò le
palpebre. Con movimenti lenti, quasi da rituale druidico, cominciò a scavare
una piccola fossa nel terreno e vi depose il corpo. Io osservavo, impietrito,
quei gesti intrisi d’amore e di compassione. Quella notte Cavallo Pazzo Richard
si trasformò, ai miei occhi, in un Unicorno.
Nel libro dici che “gli altri entrano come specchi, non come bersagli”.
Qual è lo specchio che ti ha riflesso l’immagine più difficile da accettare?
Le tematiche sono generalizzate e,
per quello che sono, risultano enormemente più ampie rispetto ai luoghi o a
singoli profili narrati. I personaggi, in particolare, sono stati volutamente
spersonalizzati e resi funzionali a un obiettivo preciso: rappresentare
archetipi e tipologie. Alcuni, francamente, sono deprimenti; altri, raccontati
al pubblico americano, sono apparsi quasi folcloristici, dai tratti di furbetti
azzeccagarbugli. Alla fine, però, tutti i personaggi, me compreso, sembriamo
muoverci sul palcoscenico di un teatrino dell’assurdo. È lì che ho dovuto
riconoscere anche le mie complicità, le mie ingenuità, le volte in cui non ho
saputo dire di no. Detto questo, ci tengo ad aggiungere che nei due libri di “Diversely
Fragile” racconto anche di figure diametralmente opposte: persone esemplari,
veri maestri di vita. Il gioco di specchi non è mai a senso unico.
In Diversely Fragile diventi un “viaggiatore nel tempo”. Se potessi parlare
al Jerry del 1971, cosa gli diresti?
Gli ripeterei le stesse parole che
sentii risuonare dentro di me quella notte del 1979 in cui rimasi in strada,
senza le chiavi del flat in cui ero ospitato e con nessuno al suo interno. Era
una notte di fine ottobre a Londra e vagai fino al mattino, con in testa la
voce di mio padre che mi diceva: “Non
sei solo e hai tutta la vita davanti a te”.
E al Jerry del futuro, quello che incontra Ameca a New York?
Gli direi di non avere paura di
cambiare, di rimettersi in gioco, di ricominciare daccapo tutte le volte che
serve. Di non mettere radici dove la terra frana. Di non perdere i ricordi, la
coerenza e… gli attributi.
Il CD attraversa cinquant’anni di musica. Qual è il brano che più ti
rappresenta oggi, non ieri?
“When Rock Was Youn”, la traccia
numero 6 del CD “One Man is a Band; One Song, All His Crossroads” allegato ai
due volumi. Paradossalmente è un brano scritto nel 1979, ma già
concepito come un viaggio nel tempo. È la mia “My Way” o, forse, la mia
risposta a “Life on Mars.” L’ho infarcita di richiami classici del rock e di
suoni spaziali per raccontare la vicenda dell’umanoide che, a bordo del suo
space lab, in seguito a una tempesta cosmica, perde la posizione spazio‑temporale e si ritrova sul
pianeta Terra nell’anno 1969. La canzone è riuscita a riaffiorare dopo molti
anni, a imporsi di nuovo, e a tracciare un ponte tra passato e futuro. In
questo senso incarna perfettamente il concetto alla base dell’intero progetto
Diversely Fragile.
Hai rifiutato logiche di mercato nella selezione. Qual è stata la scelta
più controcorrente?
La selezione è stata effettuata da
me insieme a un team di esperti musicali. Probabilmente la scelta più
controcorrente è stata quella di includere alcune registrazioni dal vivo nella
setlist. Le alternative in studio non mancavano – parliamo di oltre un
centinaio di composizioni, la maggior parte delle quali realizzate in studi
professionali – ma ho scelto di far prevalere i brani di maggiore intensità
emotiva, legati alle narrazioni dei libri, anche se registrati con mezzi di
fortuna. La qualità tecnica, in questi casi, non è impeccabile, ma come si può
rinunciare a una space jam con l’Albergo Intergalattico Spaziale di Mino Di
Martino, o a una “Trilogy” piano e voce, registrata in un giardino con il canto
degli uccelli sullo sfondo? Per me questa è perfezione… anche se di un altro
tipo.
Nel prologo dici che “domani è nelle nostre mani”. Qual è il domani che
speri i lettori possano intravedere attraverso le tue pagine?
Spero che intravedano un domani radicalmente diverso dalla realtà a cui siamo
stati anestetizzati per anni. Se Diversely Fragile riuscirà anche solo a
incrinare la sbronza collettiva dilagante, e a far venire voglia di immaginare
scenari nuovi – personali ecollettivi – allora avrò avuto la conferma che
domani, in effetti, è davvero nelle nostre mani.
"Deja
vu" è il secondo disco in studio del supergruppo CSN&Y, pubblicato l’11 marzo del 1970
dalla Atlantic Records.
Questo album rappresenta un'importante
pietra miliare nella storia del rock, non solo per le incredibili capacità dei
membri del gruppo, ma anche per il loro impatto sociale e politico.
L'album si apre con la celebre
traccia "Carry On", una canzone potente e avvincente
che incorpora armonie vocali sorprendenti e abili cambi di tempo. Questa
canzone è un inno all'unità e all'amore, con un arrangiamento che permette a
ogni membro della band di brillare, sia vocalmente che strumentalmente.
Il brano successivo, "Teach
Your Children", è uno dei più grandi successi dei CSN&Y. Con
la sua melodia orecchiabile e i testi che incoraggiano la comprensione e
l'amore tra le generazioni, la canzone si è guadagnata un posto speciale nel
cuore di molti ascoltatori.
L'album continua con una serie di
tracce eclettiche e coinvolgenti. "Almost Cut My Hair"
è una potente canzone rock che esprime un senso di ribellione e frustrazione,
mentre "Woodstock" cattura l'atmosfera e lo spirito del
leggendario festival del 1969. La canzone "Helpless" di
Neil Young è un momento di pura bellezza e vulnerabilità, con la sua melodia
struggente e la voce commovente.
"Deja vu" contiene anche
brani politicamente impegnati come "Ohio", una reazione
diretta alla sparatoria di Kent State del 1970, e "Southern Man",
che affronta il tema del razzismo nel sud degli Stati Uniti. Queste canzoni
testimoniano l'impegno sociale e politico del gruppo, che si è fatto portavoce
di una generazione in tumulto.
La varietà di stili musicali presenti
in "Deja vu" è notevole. Dal country rock di "Country Girl"
alla ballata acustica di "Our House", il gruppo
dimostra una grande versatilità e una capacità di sperimentare con diversi
generi musicali senza perdere l'unità del suono complessivo.
La combinazione delle voci di Crosby,
Stills, Nash e Young è semplicemente magica. Le loro armonie vocali sono uno
dei punti di forza di questo album, conferendo a ogni canzone una profondità e
una bellezza uniche. Le abilità strumentali dei membri della band sono altrettanto
impressionanti, con chitarre acustiche e elettriche che si fondono in un
perfetto equilibrio.
Complessivamente, "Deja vu"
è un album straordinario che ha resistito alla prova del tempo. Le sue canzoni
rimangono rilevanti e potenti anche oggi, mentre la combinazione di talento
musicale e impegno sociale dei CSN&Y lo rende un classico senza tempo. Se
sei un appassionato di rock anni '70 o desideri esplorare la discografia di
questo supergruppo iconico, "Deja vu" è un album da non perdere.
Graham Nash: voce, chitarra,
tastiera, percussioni
Neil Young: voce, chitarra, tastiera,
armonica a bocca
Altri musicisti
Dallas Taylor: batteria, percussioni
Greg Reeves: basso
Jerry Garcia: pedal steel guitar
John Sebastian: armonica a bocca
LA COPERTINA
La copertina di "Déjà Vu"
dei Crosby, Stills, Nash & Young è un'iconica immagine che rappresenta i
membri della band in un ambiente rurale. L'album è stato pubblicato nel 1970 ed
è diventato uno dei più grandi successi del gruppo.
La copertina presenta una fotografia
di un campo aperto con i membri della band sparsi in primo piano. David Crosby
è seduto su un recinto, Stephen Stills è sdraiato sull'erba, Graham Nash è in
piedi con una chitarra, e Neil Young è in piedi in lontananza con il suo cane.
La fotografia è stata scattata da Henry Diltz, un noto fotografo e amico dei
musicisti, che ha realizzato diverse copertine di album famose dell'epoca.
La copertina di "Déjà Vu" è
diventata un'icona della cultura musicale degli anni '70 e rappresenta l'atmosfera
bohémien dell'epoca e lo spirito di collaborazione tra i membri della band. È
un'immagine iconica che viene immediatamente associata all'album e alla band
stessa.