sabato 25 aprile 2026

La voce del gigante: Fish e gli anni d'oro dei Marillion

 

Il 25 aprile segna il compleanno di Derek William Dick, meglio conosciuto come Fish, una figura imponente non solo per la sua statura ma anche per il suo contributo fondamentale al panorama del progressive rock, in particolare durante la sua iconica militanza nei Marillion. La sua voce potente e teatrale, unita alla sua abilità lirica evocativa e spesso malinconica, ha forgiato per sempre l'identità della band negli anni Ottanta, vivendo nel cuore di migliaia di appassionati.

Nato a Dalkeith, in Scozia, nel 1958, Fish si unì ai Marillion nel 1981, portando con sé un carisma grezzo e un'intensità emotiva che si sposarono perfettamente con le ambiziose composizioni musicali della band. Il suo ingresso segnò una svolta per il gruppo, che fino ad allora aveva faticato a trovare una voce distintiva. Con Fish al microfono, i Marillion trovarono un frontman capace di interpretare le intricate trame sonore con passione e teatralità, trasformando i loro concerti in veri e propri eventi.

Gli album realizzati con Fish sono pietre miliari del progressive rock degli anni Ottanta. Script for a Jester's Tear (1983) fu l'esordio folgorante, con testi introspettivi e oscuri che risuonavano con un pubblico alla ricerca di profondità e significato nella musica. Brani come "He Knows You Know" e la title track rivelarono un talento lirico capace di dipingere affreschi complessi con parole evocative.

Il successo continuò con Fugazi (1984), un album più maturo e politicamente consapevole, e raggiunse l'apice con Misplaced Childhood (1985), un concept album intriso di nostalgia e riflessioni sull'infanzia perduta. Questo disco, trainato dalla hit "Kayleigh", consacrò i Marillion a livello internazionale, portando la loro musica a un pubblico vastissimo. La voce di Fish, ora potente e malinconica, ora rabbiosa e disperata, si fece interprete perfetto delle emozioni contrastanti che animavano i testi.

Clutching at Straws (1987), l'ultimo album in studio con Fish, segnò un periodo di crescente tensione interna alla band, ma rimane un lavoro di grande intensità emotiva, con testi che esplorano temi di alienazione e disillusione. Brani come "Incommunicado" e "Sugar Mice" testimoniano ancora una volta la capacità di Fish di trasformare esperienze personali in narrazioni universali.

La separazione da Marillion nel 1988 segnò la fine di un'era per la band e l'inizio di una nuova fase per Fish come artista solista. La sua carriera successiva ha visto alti e bassi, ma ha confermato la sua versatilità e la sua continua ricerca di espressione artistica. Album come Vigil in a Wilderness of Mirrors (1990) e Sunsets on Empire (1997) hanno mostrato un'evoluzione stilistica e una maturità lirica, pur mantenendo quel marchio inconfondibile che lo ha reso una voce unica nel panorama musicale.

Al di là della sua voce e dei suoi testi, Fish ha rappresentato per molti fan un'icona, un artista che non aveva paura di esprimere le proprie opinioni e di connettersi con il pubblico a un livello emotivo profondo. La sua presenza scenica, teatrale e coinvolgente, ha reso i concerti dei Marillion e i suoi show da solista esperienze indimenticabili.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, celebriamo Fish non solo come l'indimenticabile voce dei Marillion, ma anche come un artista poliedrico e un'anima sensibile che ha saputo toccare le corde più profonde di chi ha ascoltato la sua musica. Il suo contributo al progressive rock rimane fondamentale, e la sua eredità continua a ispirare nuove generazioni di musicisti e appassionati. Lunga vita al gigante scozzese, all'uomo che ha dato voce ai sogni e alle malinconie di un'intera generazione.









venerdì 24 aprile 2026

Pete Ham: la fragilità di un arcobaleno

 


La Fragilità di un Arcobaleno

Pete Ham (Swansea, 27 aprile 1947 – Surrey, 24 aprile 1975)


La melodia fluttuava nell'aria umida di Londra, un frammento etereo che sembrava catturare la luce incerta del tramonto. Pete sedeva al pianoforte nello studio improvvisato di Apple, le dita che danzavano sui tasti con una delicatezza quasi timida. Era un periodo strano, sospeso tra l'euforia del successo inaspettato di "No Matter What" e una crescente inquietudine che serpeggiava sotto la superficie patinata del mondo pop.

I Badfinger erano sulla cresta dell'onda. I concerti si susseguivano, le interviste, le apparizioni televisive. Pete si ritrovò catapultato in un vortice di attenzioni che, se da un lato lo lusingavano, dall'altro lo facevano sentire stranamente disorientato. La sua natura schiva e introversa mal si adattava ai riflettori costanti, al giudizio implacabile del pubblico.

La musica, però, era la sua ancora. Quando le dita scivolavano sulle corde della sua chitarra o accarezzavano i tasti del pianoforte, ritrovava un senso di pace, un rifugio sicuro dalle tempeste esterne. Era lì, in quelle note che nascevano dalla sua anima, che Pete si sentiva veramente se stesso.

"Day After Day" era nata così, da un'esigenza interiore di esprimere un sentimento di speranza fragile, la promessa di un nuovo inizio dopo un periodo oscuro. La melodia, semplice ma toccante, si era insinuata nell'orecchio di George Harrison, che aveva subito intuito il suo potenziale. La collaborazione con l'ex Beatle aveva aggiunto un'ulteriore aura magica al brano, proiettandolo in cima alle classifiche di tutto il mondo.

Pete osservava il successo con un misto di gioia e incredulità. Era quello che avevano sempre sognato, lui e i ragazzi di Badfinger. Eppure, una sottile ombra iniziava a oscurare la brillantezza del momento. Le questioni finanziarie si facevano sempre più intricate, la gestione del loro manager Stan Polley appariva nebulosa e poco trasparente. Pete, con la sua onestà e la sua ingenuità, faticava a districarsi in quel labirinto di contratti e promesse non mantenute.

La tensione all'interno della band cresceva. Le lunghe ore di lavoro, la pressione costante e la sensazione di non avere il controllo sul proprio destino stavano logorando gli equilibri. Pete, con il suo ruolo di leader silenzioso e compositore prolifico, si sentiva sempre più isolato, stretto nella morsa di responsabilità che non si sentiva in grado di gestire completamente.

Una sera, dopo un concerto particolarmente estenuante, Pete si ritrovò da solo nella sua stanza d'albergo. Prese la chitarra, cercando conforto nelle sei corde amiche. Le dita si mossero quasi da sole, creando una melodia malinconica, intrisa di una tristezza indefinibile. Era un frammento, un'eco di un disagio interiore che faticava a trovare le parole.

Guardò fuori dalla finestra, le luci della città che scintillavano indistinte nella notte. Si sentiva come un arcobaleno, un fenomeno bellissimo e fragile, capace di incantare il mondo ma destinato a svanire rapidamente, lasciando dietro di sé solo un vago ricordo di colore. La paura che quella magia potesse svanire, che la musica potesse spegnersi, lo stringeva in una morsa fredda.

Non sapeva ancora che quella fragile inquietudine era solo il preludio di una tempesta ben più violenta, che avrebbe messo a dura prova la sua anima di musicista sensibile e il suo spirito tormentato. Il successo, con la sua luce abbagliante e le sue ombre insidiose, stava per rivelare il suo lato più oscuro.

Nonostante il successo di "No Matter What" e "Day After Day", la gioia di Pete Ham e dei Badfinger fu gradualmente offuscata da crescenti problemi finanziari e manageriali, culminati nella totale mancanza di entrate nel 1975 a causa della gestione opaca del loro manager Stan Polley.

Profondamente scoraggiato e sentendosi intrappolato, Pete Ham si tolse tragicamente la vita impiccandosi nel garage della sua abitazione il 24 aprile 1975, appena tre giorni prima del suo ventottesimo compleanno. Il suo ultimo messaggio scritto accusava direttamente Stan Polley, definendolo un "bastardo senz'anima" e dichiarando di volerlo portare con sé.

La tragica notizia della sua morte, che precedette di un mese la nascita di sua figlia Petera, non ricevette un'ampia eco mediatica né commenti significativi da parte dei Beatles, della Apple o della Warner Bros., lasciando un'ombra ancora più cupa sulla fine prematura di un talento musicale spezzato.





Valerio Billeri: "Lo‑fi" e le sue derive: un racconto in due movimenti

 


Valerio Billeri torna con lo‑fi scegliendo una strada che oggi sembra quasi un atto di resistenza. Registra nove brani con un multitraccia analogico degli anni Novanta, lasciando che scricchiolii, sospiri e vibrazioni restino nella registrazione come parte del respiro del disco. Non è un vezzo nostalgico, è una posizione precisa… in un’epoca che leviga tutto, lui decide di far parlare ciò che solitamente si elimina. Le otto composizioni originali e la rilettura di un canto folk napoleonico si muovono dentro un’immagine che diventa la chiave del percorso, l’esilio di Napoleone a Sant’Elena, non come riferimento storico ma come condizione mentale, un isolamento che permette di distinguere ciò che resta dal rumore continuo del presente. La frase di Sara Teasdale che attraversa Distese - lo svanire come forma diversa di presenza - sintetizza bene il cuore del disco, che procede con passo lento, senza forzature, lasciando che siano le pause a dare forma alle parole.

La voce e la chitarra sono il centro di tutto, sostenute da arrangiamenti essenziali che non cercano mai di riempire. È un folk scarno, diretto, che non ha paura di mostrarsi per quello che è. Lo‑fi, in uscita il 9 maggio per Moonlight Records, trova la sua forza proprio in questa nudità sonora, in questa scelta di non proteggersi. La tracklist scorre come un unico respiro, con brani che alternano introspezione, visioni e una scrittura che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. I crediti sono interamente nelle mani dell’autore: voce, chitarra, armonica, registrazione e direzione artistica, un lavoro costruito in solitudine e restituito con la stessa essenzialità con cui è nato.

Accanto all’album principale si colloca Arthur Gordon Pym: Lo‑Fi Outtakes, un digital bonus album che dal 18 aprile sarà scaricabile gratuitamente dal sito di Appaloosa Records da chi ha già acquistato il disco, mentre chi lo comprerà da quella data in poi potrà accedere ai brani tramite un codice personale. Non è un semplice contenuto extra, ma il completamento naturale del progetto. Otto brani rimasti fuori dalla tracklist originale trovano qui una loro collocazione, come se il racconto di lo‑fi avesse avuto bisogno di un taccuino laterale. Le atmosfere sono le stesse: registrazioni in presa diretta, strumenti ridotti all’osso, una scelta sonora che privilegia l’immediatezza. In alcuni casi si arriva all’estremo, come nella versione spoglia di Verso Bisanzio, solo voce e chitarra, registrata dal vivo in radio nel 2025.

La tracklist delle outtakes intreccia originali e rivisitazioni. Gli inediti di Billeri sono Arthur Gordon Pym, Electra Take A, Tempo vuoto, Verso Bisanzio (live) e Thomas (io sono l’uomo), ispirata a I’m the Man (Thomas) di Ralph Stanley. Le cover includono Further On (Up the Road) di Bruce Springsteen e Just Like Tom Thumb’s Blues di Bob Dylan, entrambe tradotte e adattate da Billeri, oltre a Marabel di Massimo Bubola, registrata dal vivo. Anche qui i crediti sono limpidi: tutti i brani sono eseguiti da Valerio Billeri a voce, chitarra e armonica, con registrazioni effettuate tra multitraccia analogico e digitale, sempre con la stessa filosofia di esposizione totale.

Dentro questo quadro si inserisce anche un dettaglio che racconta bene lo spirito del progetto: nel brano numero tre delle outtakes, durante il passaggio da 48 a 44 kHz, compaiono in sottofondo degli usignoli. Non erano presenti nella registrazione originale, Billeri era chiuso in casa con la polmonite, in pieno inverno. Eppure, nel trasferimento, qualcosa è rientrato, come se il mondo esterno avesse trovato una fessura per entrare. È un episodio minimo, ma dice molto: in un disco che accoglie l’imperfezione, anche un errore tecnico diventa parte della storia.

I due lavori, ascoltati insieme, disegnano un unico paesaggio. Lo‑fi è il corpo centrale, il luogo in cui l’idea dell’esilio interiore trova la sua forma più compiuta. Arthur Gordon Pym è la deriva laterale, il diario di bordo, le deviazioni che non entravano nella struttura principale ma che ne condividono lo spirito. Non c’è distanza tra i due: uno racconta ciò che l’altro lascia intravedere. È un progetto che non si impone, e chi decide di entrarci scopre un autore che ha scelto di stare nel mondo abbassando il volume, lasciando che siano le imperfezioni - anche quelle impreviste, come un canto d’usignolo - a raccontare ciò che spesso sfugge.


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giovedì 23 aprile 2026

Fabio Zuffanti e il suo nuovo libro presentato alla Ubik di Savona-Un po' di commento all'opera.



Il 22 aprile - libreria Ubik di Savona Fabio Zuffanti ha presentato il suo nuovo libro, Alla riscossa stupidi. Quella che doveva essere una semplice chiacchierata si è trasformata in un dialogo vivo, un intreccio di voci, con un pubblico partecipativo, con domande, ricordi e riflessioni che hanno arricchito il senso stesso del libro. È stato uno scambio autentico, quasi una restituzione collettiva. A seguire propongo uno spezzone video realizzato da Mauro Selis.

Alla riscossa stupidiè un romanzo che entra in punta di piedi e poi resta, scavando con delicatezza nelle zone dove l’infanzia si incrina e ricomincia. Ambientato nella Genova industriale degli anni ’70 e ’80, racconta le vicende di un bambino che attraversa il buio senza mai perdere la capacità di vedere la luce. "Fabbio" è un protagonista fragile e lucidissimo, un narratore che osserva il mondo con occhi spalancati, registrando ogni dettaglio - la violenza, la paura, la solitudine, ma anche la musica, l’amicizia, la fantasia.

Il romanzo si distingue per la sua scrittura limpida, cinematografica, emotivamente precisa. Non indulge mai nel patetico, non cerca scorciatoie emotive, ma racconta la violenza con pudore, la fragilità con dignità, la crescita con una sincerità disarmante. La figura del bullo, Vincenzo, è tratteggiata con una complessità rara... non un mostro, ma un ragazzo abitato da un “diavolo”, come dice uno dei personaggi, capace di distruggere senza sapere perché.

Accanto al trauma, il romanzo offre pagine di straordinaria dolcezza: le corse a Vesima, i gelati, le copertine dei dischi, le prime scoperte musicali, l’apparizione salvifica di Franco Battiato. La musica diventa un personaggio, un rifugio, un centro di gravità che tiene insieme un mondo che altrimenti crollerebbe.

La parte finale è una delle più riuscite: sospesa, poetica, quasi metafisica, proponendo un rito di passaggio, un taglio simbolico con il passato, un varco verso una nuova consapevolezza che sorprenderà il lettore.

Il romanzo è anche un atto politico, e senza mai dichiararlo denuncia il silenzio degli adulti, l’indifferenza delle istituzioni scolastiche, la solitudine dei bambini che non hanno voce. Ma lo fa senza rabbia, con una maturità che sorprende.

Alla riscossa stupidiè un libro quasi necessario di questi tempi, che parla a chiunque sia stato bambino, a chiunque abbia avuto paura, a chiunque abbia trovato salvezza in un disco, in un fumetto, in un amico. Un romanzo che resta addosso.







Ricordando Glenn Cornick, il basso fondamentale dei primi Jethro Tull

 

La mia attenzione si concentra oggi sulla figura del bassista, spesso silente ma essenziale nell'ossatura del suono di una band. Ma quello che voglio ricordare oggi è un certo Glenn Cornick, elemento fondamentale nei primi anni dei Jethro Tull. Il suo basso non era un semplice accompagnamento ritmico, ma una voce profonda che dava corpo all'anima della musica. Glenn era nato il 23 aprile 1947.

La sua storia è indissolubilmente legata ai Jethro Tull della fine degli anni '60, un periodo di contaminazione tra blues-rock, psichedelia e sperimentazione. In questo contesto, la band guidata da Ian Anderson si distinse per la sua originalità, e Cornick fornì un'ancora robusta con il suo basso a quattro corde.

Il suo stile era caratterizzato da un groove potente e melodico, capace di sostenere le complesse architetture musicali della band. Nei primi album come This Was e Stand Up, il basso di Cornick non si limitava a seguire la batteria, ma la incalzava e dialogava con le chitarre, creando un tessuto ritmico denso e vibrante.

Un giorno gli chiesi quale fosse stato il batterista più funzionale al suono dei Jethro Tull e lui rispose così: “Scusami, ma per la musica dei J.T. nessuno è stato meglio di me. Una volta qualcuno mi chiese in quali canzoni dei Tull avessi suonato ed io risposi che, se ascoltando una loro canzone avesse sentito il basso cantare, allora… ero io che suonavo!”.

Con Glenn Cornick, Novi Ligure (AL)-2006

Il suo basso solido e concreto contrastava bene con la varietà della band, dando una base blues alle loro incursioni folk e proto-progressive. Senza il suo ritmo costante e le linee di basso fluide ma solide, il primo suono dei J. T. avrebbe perso qualcosa di fondamentale.

Spesso sottovalutato, il ruolo del bassista è fondamentale come collante ritmico e armonico. Glenn Cornick fu un maestro in questo, sapendo essere discreto ma anche incisivo con riff e linee melodiche memorabili.

Dopo i Jethro Tull, proseguì con i Wild Turkey, mantenendo la sua solidità e il suo groove. Tuttavia, il suo nome rimane principalmente legato al suo periodo con i Jethro Tull e al suono pionieristico che contribuì a definire.

Glenn Cornick si è spento il 28 agosto 2014, a sessantasette anni. Non virtuoso esibizionista, ma architetto delle fondamenta sonore dei primi Jethro Tull. Il suo basso pulsava, definendo lo spazio per la loro singolare musica. Ogni ascolto di quei primi album ne rivela l'impronta: la forza discreta che permetteva al loro suono unico di emergere.

Nessuno ha mai dimenticato Glenn!







Johnnie Ray, London Palladium, Londra, aprile 1955


Johnnie Ray
London Palladium, Londra, aprile 1955

Quando si trattava di Johnnie Ray nomignoli e definizioni si sprecavano: “il cantante che singhiozza”, “il pianto che rende tanto”, “la lacrima da un milione di dollari”, “l’anello mancante tra Frank Sinatra ed Elvis Presley”. Apparecchio acustico bene in vista sotto capelli abbondantemente spalmati di brillantina, Ray sapeva spezzare i cuori degli ascoltatori con ballate cariche di passione, mentre la sua presenza scenica esagitata e un po’ naif scatenava negli adolescenti le prime vere urla d’entusiasmo.

Nell’aprile del 1955, proprio mentre il suo ultimo successo strappa lacrime, If You Believe, stava scalando le classifiche, il cantante volò verso la Gran Bretagna per creare pathos e turbare le folle. “Il posto acccanto al mio era vuoto perché un’amica non era potuta venire”, ricorda Erika Lewis che all’epoca era una studentessa e adorava Ray. “Così, quando attaccò Walking My Baby Back Home venne a cantare vicino a me. Ero imbarazzatissima, ma anche molto emozionata. All’epoca lui era all’apice della popolarità”.

Ma Johnnie Ray non piaceva solo alle ragazze. “Possedeva una carica che non ho più rivisto in nessun musicista”, ha ricordato Nic Cohn nella sua celebre storia del rock’ n’ roll intitolata Awopbopaloobop Alopbamboom

Tratto dal libro “IO C’ERO”, di Mark Paytress

Immagini di repertorio




mercoledì 22 aprile 2026

Ci ha lasciato Dave Mason

 


Dave Mason, una vita tra intuizioni luminose e fughe improvvise

La notizia della morte di Dave Mason, avvenuta a 79 anni nella sua casa di Garnerville in Nevada, chiude la parabola di un musicista che ha attraversato il rock con un passo tutto suo, spesso laterale, sempre riconoscibile. Cantante, chitarrista, autore di melodie limpide e immediate, Mason è stato uno di quei protagonisti che non hanno mai cercato il centro della scena, pur lasciando un segno profondo.

Il suo nome resta legato innanzitutto ai Traffic, la band inglese che contribuì a fondare nella seconda metà degli anni Sessanta insieme a Steve Winwood, Jim Capaldi e Chris Wood. La sua presenza nel gruppo fu intermittente, quasi irrequieta: entrò, uscì, tornò per brevi periodi, lasciò nuovamente. Eppure, in quel continuo movimento, riuscì a portare dentro la band una sensibilità melodica che avrebbe fatto scuola.

Tra le sue composizioni spicca “Feelin’ Alright?”, registrata nel 1968 e destinata a diventare un classico assoluto. Il brano, nato con un’impronta quasi cameristica, si trasformò negli anni in un terreno fertile per decine di interpreti: Joe Cocker lo rese un inno da palco, i Jackson 5 lo portarono verso il soul, altri ancora lo piegarono a nuove letture. È uno di quei rari casi in cui una canzone sembra vivere più vite, senza perdere la sua identità originaria.

Dopo l’esperienza con i Traffic, Mason intraprese una carriera solista che gli regalò risultati solidi e continui. “Alone Together”, il debutto del 1970, rimane uno dei suoi lavori più amati: un disco caldo, pieno di armonie morbide e chitarre che respirano. Negli anni successivi arrivarono altri successi, tra cui “Let It Flow”, trainato dalla ballata “We Just Disagree”, entrata stabilmente nell’immaginario radiofonico americano degli anni Settanta.

La sua storia è anche un intreccio di collaborazioni prestigiose. Mason fu uno di quei musicisti capaci di entrare in studio, capire l’atmosfera e aggiungere la nota giusta: lavorò con Jimi Hendrix, George Harrison, Paul McCartney, Eric Clapton, i Rolling Stones. Presenze discrete ma decisive, come accade ai musicisti che sanno ascoltare prima di suonare.

Nel 2004 il suo percorso con i Traffic è stato riconosciuto con l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame, un tributo a una stagione creativa che continua a influenzare generazioni di artisti.

La sua scomparsa lascia l’immagine di un autore che non ha mai smesso di cercare un equilibrio tra istinto e misura, tra il desiderio di appartenenza e la necessità di muoversi altrove. Un musicista che ha preferito la strada laterale, ma che proprio da lì ha saputo illuminare il rock con alcune delle sue pagine più durature.







Un'eco senza confini: ricordando la nascita di Demetrio Stratos

 


Oggi, 22 aprile, ricorre l'anniversario della nascita di Demetrio Stratos, nato Efstratios Demetriou a Alessandria d'Egitto nel 1945. Anche se la sua vita terrena si interruppe prematuramente nel 1979, la sua voce e la sua ricerca sonora continuano a risuonare come un'eco potente e innovativa nel panorama musicale internazionale.

La sua comparsa non avvenne nel cuore pulsante della scena rock o pop, ma in una terra crocevia di culture, un presagio forse della sua successiva apertura a sonorità e linguaggi musicali eterogenei. L'infanzia trascorsa in Egitto, con le sue influenze arabe e mediterranee, contribuì a plasmare un orecchio sensibile alle sfumature timbriche e alle microtonalità che avrebbero caratterizzato la sua vocalità unica.

L'arrivo in Italia negli anni '60 segnò l'inizio di un percorso artistico singolare. Lontano dalle convenzioni del canto tradizionale, Demetrio Stratos intraprese un'esplorazione radicale delle potenzialità della voce umana. Non si limitò alle parole e alle melodie convenzionali, ma scardinò le barriere del suono, trasformando la sua gola in uno strumento capace di emettere un'incredibile gamma di vibrazioni, armoniche e suoni gutturali.

La sua militanza negli Area, una delle band più innovative e politicamente impegnate del panorama progressive italiano degli anni '70, fu il terreno fertile per questa sperimentazione vocale. Con gli Area, Stratos divenne un'icona, un frontman carismatico la cui voce si intrecciava con le sonorità jazz-rock del gruppo, elevando la loro musica a un livello di complessità e originalità senza precedenti. Album come Arbeit macht frei, Crac! e Maledetti (maudits) sono testimonianze di questa alchimia sonora, dove la sua voce non era solo un veicolo per il testo, ma un elemento strutturale, un colore primario nel dipinto musicale.

Ma la sua curiosità e la sua insaziabile sete di conoscenza lo spinsero oltre i confini del rock. Si immerse nello studio delle lingue, dell'etnomusicologia, delle tecniche di canto provenienti da diverse culture del mondo. Esplorò le vocalizzazioni dei pigmei, i canti difonici della Mongolia, le sonorità del Medio Oriente, integrando queste scoperte nel suo linguaggio vocale unico e inimitabile.

La sua ricerca non era un mero esercizio di virtuosismo tecnico, ma una profonda indagine sulle capacità espressive della voce come strumento primordiale di comunicazione e di connessione umana. Credeva nel potere del suono di trascendere le barriere linguistiche e culturali, di comunicare emozioni e significati a un livello più profondo.

Il ricordo del giorno della sua nascita, oggi, ci invita a riflettere sulla brevità della sua esistenza terrena, ma anche sull'immensità del suo lascito artistico. Demetrio Stratos non fu solo un cantante; fu un ricercatore, un innovatore, un esploratore delle infinite possibilità del suono. La sua voce, purtroppo spenta troppo presto, continua a ispirare musicisti e artisti di tutto il mondo, un monito a non aver paura di spingersi oltre i limiti convenzionali, di esplorare le frontiere sconosciute del suono e dell'espressione umana. 

In questo giorno di nascita, celebriamo non solo l'uomo, ma soprattutto l'eredità sonora infinita che perdura






Spirito defilato, luce costante: omaggio a Richie Heavens, mancato il 22 aprile del 2013

 


Se chiudo gli occhi e mi concentro forte, l'eco di quel mare di volti mi travolge ancora. Un'onda umana palpitante sotto un cielo che minacciava tempesta e, invece, partorì la leggenda. Era il 1970, il buio della sala cinematografica squarciato dalle immagini del Festival di Woodstock e lì, in mezzo a quel caos vibrante di corpi e di suoni, su un palco improvvisato che pareva un'isola fluttuante nell'aria densa di erba e speranza, vidi  per la prima volta Richie Heavens.

Fu in quel momento, seduto nella penombra del cinema, che compresi quanto quell'evento accaduto un anno prima si fosse inciso nella mia memoria. Non una semplice cronaca, ma un crocevia di anime e di vibrazioni sonore che avrebbero plasmato il sentire di un'intera generazione. E Richie, con la sua chitarra acustica stretta al petto e quella voce capace di graffiare l'anima per poi cullarti in un abbraccio caldo, divenne una delle prime, indimenticabili scintille di quella magica follia.

Ricordo ancora quella sua versione dilatata di "Freedom", trasformata in un'improvvisazione epica che sembrava contenere tutto il dolore e la speranza del mondo. Le sue dita correvano veloci sul manico, strappando accordi potenti che si libravano nell'aria, mentre la sua voce si innalzava, un lamento blues che si faceva preghiera, inno. In quel momento, Richie Heavens non era solo un musicista su un palco, era un tramite, un canale attraverso cui passava un'energia primordiale che ci univa tutti.

Non era un dio del rock con la "R" maiuscola, di quelli che riempivano stadi e facevano tremare le fondamenta del mondo. Richie era un'altra pasta, un artigiano del suono venuto da un altrove un po' sbiadito, un pittore di boogie-woogie con pennellate di soul e una voce che sembrava arrivargli dritta dalle viscere della terra.

Ho sempre avuto un debole per questi spiriti un po' defilati, per le comete che illuminano il cielo per un attimo prima di perdersi nella notte. Richie Heavens era una di quelle. La sua storia non è costellata di scandali ed eccessi da rockstar, ma di una genuina passione per la musica, un amore viscerale per quelle ottantotto tasti che parlavano una lingua antica e potente.

Il suo boogie-woogie non era una sterile riproduzione dei maestri del passato. Ci metteva dentro l'anima, il sudore delle notti passate a suonare nei bar di periferia, le storie ascoltate tra un bicchiere e l'altro. C'era il blues malinconico delle strade polverose, il gospel che gli risuonava dentro fin dall'infanzia, e quel pizzico di soul che gli scaldava la voce e gli dava un timbro inconfondibile.

Forse non ha scalato le classifiche, forse il suo nome non campeggia sulle copertine patinate. Ma chi l'ha ascoltato una volta, chi si è lasciato trascinare dalla furia controllata delle sue mani sul piano, non l'ha dimenticato. C'era qualcosa di autentico, di non filtrato nella sua musica. Era come assistere a una conversazione intima tra un uomo e il suo strumento, un dialogo fatto di note che vibravano nell'aria e ti arrivavano dritte al cuore.

Richie Heavens era un custode di un certo tipo di suono, un ponte tra le radici del blues e le nuove vibrazioni del rock and roll. Non cercava la fama a tutti i costi, sembrava contento di suonare la sua musica per chi aveva orecchie per ascoltarla. E in quel suono c'era un'energia contagiosa, una gioia di vivere che ti faceva dimenticare per un attimo le grane del mondo.

E se fossero questi i veri custodi della fiamma? Non abbagliano con fuochi d'artificio, ma la loro luce è costante, un faro nella notte per chi cerca un suono vero, un'emozione sincera. Richie Heavens era uno di quelli. Un boogie astrale che continua a risuonare, piano, tra le pieghe del tempo. E se tendi l'orecchio, forse, lo sentirai ancora.

Richie Havens è morto il 22 aprile 2013.



martedì 21 aprile 2026

Gianni Venturi e Felice Del Gaudio presentano "Sciamantrica"



Un incontro tra poesia e suono che diventa visione condivisa


Gianni Venturi e Felice Del Gaudio presentano Sciamantrica, pubblicato da PMS Studio il 15 aprile 2026 per le edizioni BMRG. 

È un’opera che si muove come un rito, un attraversamento, un luogo dove poesia e musica non si limitano a convivere ma si trasformano a vicenda. L’idea fondante è già nel manifesto che accompagna il progetto, un’arte che non cerca la massa e non si piega al mercato, ma che invita chi ascolta a un gesto opposto, quasi iniziatico, quello di lasciarsi educare alla profondità.

Venturi porta con sé la sua storia gitana, la voce che nasce in una casa di musicisti, la formazione accanto a Roberto Roversi, la lunga ricerca sul suono come materia viva. Del Gaudio risponde con un contrabbasso che non è solo strumento, ma corpo sonoro, memoria di viaggi, collaborazioni, festival, un percorso che attraversa continenti e generi. L’incontro tra i due genera un linguaggio che non ha bisogno di definizioni: poesia in musica, musica poetica, o forse semplicemente Sciamantrica, un territorio dove la parola diventa respiro e la nota diventa visione.

Il viaggio si apre con Preghiera per Gaza, una meditazione dolorosa che scivola tra immagini di macerie, soldati, madri rannicchiate, un buio che diventa armonia dissonante. La voce non denuncia, osserva, assorbe, restituisce. Del Gaudio costruisce un paesaggio sonoro che incide il testo, lo attraversa, lo amplifica. È un inizio che chiarisce subito la postura del disco.

Avrei voluto ridere sposta il baricentro verso l’intimo, con il contrabbasso e il violoncello di Enrico Guerzoni che sostengono un testo di memoria ferita, infanzia sottratta, ritorni impossibili. È uno dei brani più emotivamente esposti, dove la voce sembra quasi incrinarsi mentre cerca un punto di luce.

La luce arriva, ma in forma complessa, in Fili di luce, un inno domestico e cosmico insieme, dove la quotidianità – la salvia, il prezzemolo, la canapa – convive con la tenebra che divora. Il rabab di Del Gaudio apre un varco mediorientale, come se la luce stessa avesse bisogno di un’origine antica per farsi ascoltare.

La terra è mia è un ritorno alle radici, alla terra come corpo, come eredità, come promessa. Venturi la canta come si parla a un genitore, con gratitudine e malinconia. Del Gaudio costruisce un tappeto sonoro essenziale, quasi rituale, che lascia spazio al respiro del testo.

La Caverna di Platone e Socrate formano un dittico filosofico. Nel primo, la società massificata, le famiglie obsolete, gli Dei del dolore, il burattinaio che è burattino a sua volta: un mondo che si osserva da dentro la nebbia. Nel secondo, la riflessione diventa più politica, più tagliente, con la cicuta che ritorna come simbolo eterno dell’ingiustizia. L’oud di Del Gaudio aggiunge una dimensione arcaica, quasi da tragedia greca.

Caro Hermann è un dialogo immaginario con Hesse, un riconoscersi lupo della steppa, estraneo al proprio tempo, in cerca della via degli aironi. È uno dei testi più narrativi, più cinematografici, dove la musica si fa strada tra immagini di acciaio, macchine pensanti, giardini di cobalto.

Ho paura della pecora sorprende per la sua attualità: algoritmi, ologrammi, DNA digitale, un futuro che non è distopia ma cronaca. Venturi rovescia il simbolo, non è il lupo a fare paura, ma la pecora, la massa che ingloba, che anestetizza.

Chiude L’Amore è un Codice Binario, una riflessione sull’amore come dualità, come numero primo che cerca il suo accoppiamento. Paolo Caruso al handpan introduce un ritmo circolare, ipnotico, che accompagna un testo dove la tenerezza convive con la visione filosofica.

Sciamantrica è un lavoro che non cerca scorciatoie e non concede appigli facili. È un’opera che chiede tempo, ascolto, disponibilità a lasciarsi attraversare. La forza del disco sta nella maturità dei due autori, nella loro capacità di trasformare la parola in gesto sonoro e il suono in visione. Ne nasce un percorso che resta, che continua a lavorare dentro chi ascolta anche dopo il silenzio, come una traccia sottile che non si dissolve.


Tracklist

1.   Preghiera per Gaza

2.   Avrei voluto ridere

3.   La terra è mia

4.   La Caverna di Platone

5.   Caro Hermann

6.   Fili di luce

7.   Socrate

8.   Ho paura della pecora

9.   L’Amore è un Codice Binario

 

Crediti

Artisti

Gianni Venturi – voce, testi

 Felice Del Gaudio – contrabbasso, basso elettrico, rabab, oud, arrangiamenti, produzione artistica

Autore dei testi Gianni Venturi

Ospiti Enrico Guerzoni – violoncello in Avrei voluto ridere Paolo Caruso – handpan in L’Amore è un Codice Binario

 

Etichetta PMS Studio

Edizioni BMRG Srl

Data di rilascio 15 aprile 2026

Distribuzione PMS Studio

Produzione artistica Felice Del Gaudio

Link digital store

https://pmsstudio.lnk.to/sciamantrica






Tanti auguri Marcello Todaro, primo chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso



Compie gli anni oggi, 21 aprile, Marcello Todaro, chitarrista storico del Banco del Mutuo Soccorso fino al 1973. Successivamente fa parte di una sorta di supergruppo assieme all'ex PFM Giorgio Piazza, ma il progetto ha vita breve.
Continua a collaborare con il Banco come fonico, per qualche anno, poi diventa un apprezzato produttore.

Da anni vive in America, e torna spesso come collaboratore di Umbria Jazz.
Molto amato dai fans del Banco, soprattutto perché ha suonato nei primi tre "capolavori" del gruppo, l'ultimo in ordine cronologico, " Io sono nato libero", che non deve mancare in nessuna discografia e collezione di musica degna di questo nome. 
Buon compleanno Marcello!





lunedì 20 aprile 2026

Il ruggito di Steve Marriott: una stella caduta a 44 anni

 


Il 20 aprile 1991, il mondo della musica perse una delle voci più potenti e carismatiche del rock britannico: Steve Marriott. Aveva solo 44 anni. La sua morte prematura, in un incendio nella sua abitazione, lasciò un vuoto incolmabile, privando il panorama musicale di un talento vulcanico e di un'energia scenica ineguagliabile.

Nato nel modesto East End di Londra nel 1947, Stephen Peter Marriott incarnava lo spirito ribelle e l'anima blues del working class inglese. Fin dalla tenera età, la sua passione per la musica era palpabile. Folgorato dal rhythm and blues americano, trovò la sua prima vera casa musicale negli Small Faces.

Con la sua statura minuta ma una voce capace di riempire stadi interi, Marriott divenne il frontman iconico di una band che, pur nella sua breve esistenza, lasciò un segno indelebile nella scena mod e psichedelica britannica. Canzoni come "All or Nothing", "Itchycoo Park" e "Tin Soldier" sono ancora oggi gemme di un'epoca, caratterizzate dalla sua voce graffiante e potente, da melodie accattivanti e da un'energia contagiosa.

Ma l'anima inquieta di Marriott lo spinse oltre i confini degli Small Faces. In cerca di un suono più blues-rock e con il desiderio di maggiore libertà creativa, nel 1969 diede vita agli Humble Pie. Questa nuova formazione permise alla sua voce di esprimersi in contesti più hard rock, con brani come "Natural Born Bugie" e la trascinante versione live di "I Don't Need No Doctor" che ne misero in risalto la straordinaria estensione e la sua capacità di infiammare il pubblico.

Steve Marriott era un animale da palco, un performer nato. La sua energia era contagiosa, il suo carisma magnetico. Si muoveva con agilità, la sua voce passava da sussurri bluesy a urli potenti con una naturalezza disarmante. Era un vero bluesman bianco, capace di trasmettere l'emozione e la visceralità della musica nera americana con una autenticità rara.

Nonostante il successo e il rispetto dei colleghi musicisti, la vita di Marriott fu segnata da alti e bassi, da periodi di intensa creatività a momenti di frustrazione e disillusioni con l'industria musicale. La sua integrità artistica lo portò spesso a scelte difficili, ma non compromise mai la sua passione per la musica.

La sua morte improvvisa nel 1991, a soli 44 anni, rappresentò una perdita immensa per il rock. Un talento così vibrante spento troppo presto, lasciando dietro di sé un catalogo di canzoni immortali e il ricordo di una voce che ha segnato un'epoca. Steve Marriott non fu solo il frontman di due band leggendarie; fu un'incarnazione dello spirito del rock and roll, un'anima blues che cantava con il cuore e un'energia che ancora oggi risuona nelle orecchie di chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo. La sua voce graffiante, potente e piena di soul continua a essere una fonte di ispirazione per musicisti di tutto il mondo, un testamento al suo talento unico e indimenticabile.







domenica 19 aprile 2026

Joe Cocker e la reinvenzione di "With a Little Help from My Friends": il percorso di un'icona da Sheffield a Woodstock

 


Dalle officine di Sheffield ai grandi stadi del mondo

L'evoluzione tecnica e biografica di un interprete essenziale

 

Prima di diventare il simbolo dell'energia vocale di Woodstock, la quotidianità di Joe Cocker era distante dalle luci della ribalta internazionale. A Sheffield, nel nord dell'Inghilterra, divideva le sue giornate tra il lavoro come installatore di impianti per il gas e le serate trascorse nei pub locali. Sotto lo pseudonimo di Vance Arnold, si esibiva con i suoi Avengers proponendo un repertorio che guardava costantemente oltreoceano, influenzato profondamente dal blues e dal soul di Ray Charles. Nonostante un primo contratto discografico firmato nel 1964, la sua carriera faticava a decollare, rimanendo confinata a un ambito regionale che poco lasciava presagire l'impatto globale degli anni a venire.

Questa dimensione provinciale iniziò a mutare solo con la formazione della Grease Band e il trasferimento a Londra, dove la ricerca di un suono più strutturato portò alla collaborazione con musicisti del calibro di Jimmy Page per la revisione dei classici del pop britannico. Fu in questo contesto che prese forma la celebre decostruzione di With a Little Help from My Friends dei Beatles. Mentre l'originale poggiava su un tempo binario e un’atmosfera leggera, Cocker scelse di rallentare drasticamente il metronomo, trasformando la ritmica in un tempo tipico del blues, più cupo. Questa scelta non fu puramente estetica, ma servì a creare lo spazio necessario per un’escursione vocale che portava la melodia verso i limiti della rottura.

L'esibizione sul palco di Woodstock nel 1969 rappresentò lo spartiacque definitivo, dove il momento del celebre urlo finale non fu un espediente scenico, ma la chiusura logica di una tensione armonica accumulata attraverso un arrangiamento che aveva spogliato il pop per far emergere il soul. Senza quel passaggio, la sua proposta sarebbe probabilmente rimasta un esperimento di successo limitato al mercato europeo, mentre il festival trasformò quella struttura ritmica in un linguaggio universale, garantendogli una visibilità che avrebbe sostenuto la sua intera traiettoria professionale.

La carriera successiva confermò la sua capacità di muoversi tra generi diversi senza perdere la coerenza timbrica che lo contraddistingueva. Negli anni Settanta, il tour Mad Dogs & Englishmen consolidò il suo status, pur segnando un periodo di eccessi personali che misero a dura prova la sua tenuta fisica. Tuttavia, la maturità artistica degli anni Ottanta e Novanta lo vide protagonista di una seconda giovinezza commerciale, caratterizzata da una pulizia sonora maggiore e da collaborazioni di successo nel mondo del cinema e del pop d'autore. Dalla ruvida interpretazione di You Can Leave Your Hat On alle ballate più melodiche, Cocker ha mantenuto costante l'approccio tecnico appreso durante la gavetta: utilizzare la voce come uno strumento a fiato, capace di piegare la struttura di un brano alla propria urgenza espressiva.







sabato 18 aprile 2026

Axl Rose e il "Caso Tartarughe Ninja": quando il Rock si fermò per un cartone animato



Nella lunga e turbolenta storia dei Guns N' Roses, i ritardi di Axl Rose sul palco sono diventati parte integrante della mistica della band. Migliaia di fan hanno passato ore ad aspettare l'inizio di concerti che sembravano non dover mai cominciare. Tuttavia, tra le tante scuse (vere o presunte), ce n'è una che svetta su tutte per la sua assurdità: il ritardo causato dalla visione di "Cenerentola e le Tartarughe Ninja".

Siamo nei primi anni '90. I Guns N' Roses sono la band più pericolosa del pianeta, nel pieno del mastodontico Use Your Illusion Tour. La tensione interna è alle stelle e l'imprevedibilità di Axl Rose è al suo picco massimo. In questo scenario di eccessi, ogni minuto di attesa del pubblico poteva trasformarsi in una rivolta (come accadde tristemente a St. Louis nel 1991, quando Axl Rose, furioso con la sicurezza, si tuffò dal palco per aggredire un fan che scattava foto, abbandonando poi il concerto e scatenando una rivolta che distrusse l'anfiteatro.)

La storia, raccontata da diversi addetti ai lavori e DJ radiofonici nel corso degli anni (in particolare da un ex assistente di una radio di Tampa, Florida), narra di un concerto in cui la band era già in fortissimo ritardo.

Mentre il pubblico fuori ribolliva e il management sudava freddo, sembra che Axl si trovasse nel suo camerino, letteralmente incollato allo schermo della TV. Quando l'allora tour manager cercò di convincerlo a salire sul palco, la risposta di Rose fu, secondo la leggenda:

"Aspetta, sto guardando le Tartarughe Ninja. Non rompermi le palle."

Pare che il cantante stesse guardando il film del 1990, Teenage Mutant Ninja Turtles, e che non avesse alcuna intenzione di muoversi finché non fosse arrivato ai titoli di coda.

Come per ogni storia che riguarda i Guns N' Roses, il confine tra verità e folklore è sottile. Molti fan e biografi sostengono che l'aneddoto sia stato leggermente romanzato, ma il nocciolo della questione rimane: Axl Rose viveva secondo il proprio fuso orario.

Se è vero che Rose amava i cartoni animati e la cultura pop (spesso indossava t-shirt di Bugs Bunny o Woody Woodpecker), è altrettanto vero che i suoi ritardi erano spesso causati da attacchi di panico, perfezionismo ossessivo o semplici capricci da rockstar. Tuttavia, l'idea che 40.000 persone stessero aspettando Welcome to the Jungle mentre il loro idolo guardava Leonardo e Raffaello mangiare pizza è diventata una delle storie preferite dai detrattori e dai fan più accaniti.

Episodi come questo hanno contribuito a creare l'aura di "genio e sregolatezza" che circonda Axl. Oggi, con i Guns N' Roses riuniti e decisamente più puntuali, questi racconti vengono guardati con una punta di nostalgia: un'epoca in cui il rock era davvero fuori controllo, e dove un film sulle Tartarughe Ninja poteva valere più di un intero stadio in attesa.