martedì 1 settembre 2026

Bitter Sweet Symphony e i Rolling Stones: la vera storia del campionamento e della contesa sui diritti

 


Il campionamento della discordia: l'eredità contesa di Bitter Sweet Symphony

 

La contesa legale tra i Verve e il management dei Rolling Stones per la paternità di Bitter Sweet Symphony rappresenta uno dei capitoli più controversi della discografia contemporanea. Al centro della vicenda si incrociano un breve frammento orchestrale, un contenzioso economico aspro e una gestione dei diritti che ha privato Richard Ashcroft dei proventi del suo brano più celebre per oltre vent'anni.

La storia affonda le radici nel 1965, quando la Andrew Oldham Orchestra registrò The Rolling Stones Songbook, una raccolta di rielaborazioni sinfoniche dei successi della band inglese. L'arrangiatore David Whitaker rielaborò per archi la linea melodica di The Last Time, pezzo firmato da Mick Jagger e Keith Richards.

Nel 1997, durante le sessioni di registrazione dell'album Urban Hymns, il produttore Youth e il chitarrista Simon Tong isolarono un loop di quattro battute da quella specifica incisione orchestrale per usarlo come base ritmico-armonica.

I Verve ottennero l'autorizzazione per l'uso del master dalla Decca Records, ma il controllo del catalogo editoriale degli Stones antecedente al 1971 apparteneva alla ABKCO Music, la società guidata dal manager Allen Klein. Subito dopo la pubblicazione del singolo e il suo travolgente successo planetario, Klein avviò un'azione legale sostenendo che la band avesse utilizzato una porzione di campionamento superiore a quella pattuita. Messa di fronte al rischio del ritiro del disco dal mercato, la band fu costretta a cedere il 100% dei diritti d'autore a Jagger e Richards, lasciando ad Ashcroft una cifra simbolica di mille dollari per rinunciare a ogni pretesa.

Dal punto di vista strettamente musicale, l'intera disputa poggia su un equivoco di fondo. La progressione armonica del loop - basata sugli accordi di Mi maggiore, Si minore, Re maggiore e La maggiore - riprende lo schema dell'arrangiatore Whitaker. Tuttavia, identificare la composizione dei Verve con quel frammento significa ignorare il lavoro di produzione svolto in studio. Saranno pure uguali gli accordi sulla carta, ma si tratta di due cose completamente diverse.

Il collettivo di Wigan non si limitò a ripetere il frammento della Andrew Oldham Orchestra. Su quel loop la band costruì una struttura sonora complessa: il tema d'archi principale che caratterizza il brano fu scritto ex novo dall'arrangiatore Wil Malone, mentre il gruppo stratificò chitarre acustiche ed elettriche, linee di basso e percussioni aggiuntive. A completare l'opera intervenne la linea vocale e il testo di Ashcroft, del tutto estranei al rock R&B dell'originale degli Stones, a sua volta ripreso da un brano gospel dei Staple Singers.

La vertenza si è risolta formalmente soltanto nel maggio del 2019. Dopo la scomparsa di Allen Klein, Richard Ashcroft si è rivolto direttamente a Mick Jagger e Keith Richards. I due musicisti hanno accolto la richiesta, rinunciando incondizionatamente alle proprie quote sui diritti futuri e restituendo la titolarità della canzone al suo effettivo autore.

La Andrew Loog Oldham Orchestra esegue "The Last Time" dei Rolling Stones (1965), qui mixata con "Bitter Sweet Symphony" dei Verve (1997)





lunedì 31 agosto 2026

Compie gli anni Van Morrison: l'uomo, il mito, la musica

 


Un viaggio nel labirinto sonoro di "Van the Man"

 

George Ivan Morrison, meglio noto come Van Morrison, è una figura titanica della musica contemporanea, un artista la cui carriera, lunga oltre sessant'anni, è un continuo flusso e riflusso di generi, spiritualità e pura, inebriante energia creativa.

Nato a Belfast, in Irlanda del Nord, il 31 agosto 1945, Morrison ha scolpito il suo nome nella storia del rock, del soul, del blues, del jazz e del folk, creando un sound inconfondibile e una discografia vastissima che lo ha reso un'icona di culto e una leggenda vivente.

La carriera di Morrison inizia nei primi anni '60, quando ancora adolescente si immerge nella scena musicale di Belfast, suonando in diverse band di skiffle e rock and roll. La svolta arriva nel 1964 con la fondazione dei Them, una band di rhythm and blues che diviene rapidamente un punto di riferimento in Europa. Con i Them, Morrison incide brani iconici come "Gloria" e "Here Comes the Night", che mostrano già la sua voce potente e carismatica. Tuttavia, insoddisfatto del controllo in studio e della direzione della band, decide di intraprendere la carriera solista dopo un tour negli Stati Uniti nel 1966.

Il suo debutto come solista avviene con il singolo "Brown Eyed Girl" (1967), un brano pop-soul orecchiabile e di grande successo commerciale che lo proietta sotto i riflettori. Sebbene la canzone sia diventata uno dei suoi classici più famosi, Morrison ha sempre espresso insoddisfazione per le sessioni di registrazione e per l'album che ne è derivato, Blowin' Your Mind!, pubblicato senza il suo pieno consenso.

È con i due album successivi che Van Morrison si afferma come un genio visionario e un artista senza compromessi. Nel 1968 pubblica Astral Weeks, un capolavoro di folk, jazz e soul che sfida ogni etichetta di genere. L'album è un'esperienza mistica e poetica, con canzoni come la title track e "Cypress Avenue" che fluiscono come un fiume di coscienza, tra improvvisazioni vocali e arrangiamenti orchestrali rarefatti. Astral Weeks non ottiene un grande successo commerciale al momento della sua uscita, ma nel tempo viene riconosciuto dalla critica come uno dei più grandi album di tutti i tempi.

A soli due anni di distanza, nel 1970, Morrison cambia nuovamente rotta con Moondance, un disco più accessibile e orientato verso il pop-jazz e il soul. L'album, che include classici come la title track, "Into the Mystic" e "Caravan", segna un successo commerciale e consolida la sua reputazione di cantautore di primo piano, capace di creare melodie accattivanti senza sacrificare la profondità artistica.

La carriera di Morrison è un'evoluzione costante. Dopo la pausa spirituale e personale che ha seguito Moondance, egli ha continuato a esplorare e a fondere generi musicali, alternando periodi di ispirazione e sperimentazione a lavori più convenzionali. Album come Saint Dominic's Preview (1972) e Veedon Fleece (1974) mostrano una crescente propensione per le improvvisazioni e un'atmosfera più pastorale e riflessiva, mentre i lavori successivi, come Into the Music (1979) e Beautiful Vision (1982), combinano la sua spiritualità con influenze blues, gospel e celtiche.

Nel corso degli anni '80 e '90, Van Morrison ha continuato a pubblicare con regolarità, mantenendo un approccio riservato e concentrandosi principalmente sulla musica. Il successo commerciale torna a bussare con l'album Avalon Sunset (1989), che include la celebre ballata "Have I Told You Lately", una delle sue canzoni più famose e amate. Ha inoltre collaborato con artisti del calibro di The Chieftains, Cliff Richard e John Lee Hooker, dimostrando la sua versatilità e il suo profondo rispetto per le radici della musica.

Con una discografia che conta oltre quaranta album in studio, Van Morrison è un vero e proprio "working man" della musica. La sua voce, profonda, ruvida e capace di infinite sfumature, è il suo strumento principale. Il suo stile vocale unico, fatto di "gorgheggi" e improvvisazioni sciamaniche, è stato spesso paragonato a quello di un predicatore o di un bardo celtico. I suoi testi, spesso influenzati dalla spiritualità, dalla poesia e dal "flusso di coscienza" joyciano, sono un'esplorazione di temi come la nostalgia, la redenzione e la ricerca di una verità interiore.

Nonostante la sua nota avversione per il "music business" e una reputazione di artista schivo e burbero, il suo impatto sulla musica è innegabile. È stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame e nella Songwriters Hall of Fame, e due dei suoi album, Astral Weeks e Moondance, sono regolarmente citati tra i migliori di tutti i tempi da riviste come Rolling Stone. L'eredità di "Van the Man" è quella di un artista autentico, un maestro che ha sempre messo la sua arte al di sopra di tutto, creando un'opera che continua a ispirare generazioni di musicisti e ascoltatori.










domenica 30 agosto 2026

Origine e adattamento: “San Francisco” e la versione italiana di Bobby Solo

 


Origine e adattamento: “San Francisco” e la versione italiana di Bobby Solo

 

Origine del brano americano

Nel 1967, in piena esplosione della controcultura, John Phillips dei Mamas & the Papas compose San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair) per la voce limpida e quasi angelica di Scott McKenzie. Il brano divenne immediatamente un manifesto del movimento hippie, un invito gentile, non aggressivo, a raggiungere la città californiana portando un fiore tra i capelli, simbolo di pace, apertura mentale e rifiuto della violenza.

La canzone non era solo un prodotto musicale, ma un gesto politico e sociale. Uscì alla vigilia della Summer of Love, quando decine di migliaia di giovani si riversarono nel quartiere di Haight-Ashbury per vivere un’utopia comunitaria fatta di musica, libertà e sperimentazione. Il brano di McKenzie, con il suo arrangiamento morbido e la melodia quasi ipnotica, divenne la colonna sonora di quell’estate irripetibile.

 

L’arrivo in Italia e la scelta di Bobby Solo

In Italia, il brano arrivò quasi subito. Le case discografiche erano attentissime ai successi americani, e Bobby Solo - già noto per il suo stile a metà tra rock’n’roll e ballad melodica - fu scelto per interpretarne una versione italiana. La sua voce, più scura e vibrante rispetto a quella di McKenzie, dava al brano un colore diverso, meno etereo, più vicino alla sensibilità melodica italiana.

La traduzione non era una semplice trasposizione letterale. Come spesso accadeva negli anni Sessanta, il testo venne adattato per incontrare il gusto del pubblico italiano, mantenendo però il nucleo simbolico del brano: la città come luogo di libertà, il viaggio come rito di passaggio, il fiore come segno di appartenenza a una nuova generazione.

 


Differenze tra originale e adattamento

Atmosfera - L’originale è un invito sussurrato, quasi una preghiera pacifista. La versione italiana, pur rispettandone lo spirito, assume un tono più narrativo e diretto, tipico della canzone melodica italiana.

Voce - McKenzie canta con leggerezza, come se il brano fosse sospeso nell’aria. Bobby Solo porta invece una vocalità più piena, con un vibrato che rende il messaggio meno “comunitario” e più personale.

Arrangiamento - L’originale è costruito su un tappeto sonoro morbido, quasi trasparente. L’adattamento italiano introduce una struttura più tradizionale, con un accompagnamento che richiama la canzone pop dell’epoca.

Messaggio - Rimane intatto il tema della partenza verso un luogo simbolico, ma nella versione italiana il riferimento alla cultura hippie è meno esplicito, più filtrato e addomesticato per il pubblico nazionale. 

 Significato culturale

La versione italiana di San Francisco non ebbe l’impatto rivoluzionario dell’originale, ma svolse un ruolo importante, portò in Italia, in forma mediata, un frammento della controcultura americana. Per molti giovani italiani fu una delle prime porte d’ingresso verso un mondo nuovo, fatto di musica, libertà e contestazione pacifica.

Bobby Solo, con la sua interpretazione, contribuì a rendere quel messaggio più accessibile, traducendolo in un linguaggio musicale familiare. Il risultato è un brano che oggi rappresenta un ponte tra due mondi: la California del ’67 e l’Italia che iniziava a guardare oltre i confini della propria tradizione musicale.

Conclusione

Come accade spesso negli adattamenti italiani degli anni Sessanta, San Francisco nella versione di Bobby Solo non è una copia dell’originale, ma una sua reinterpretazione culturale. Mantiene il cuore del messaggio, ma lo veste con una sensibilità diversa, più mediterranea, più melodica. È un esempio perfetto di come una canzone possa attraversare oceani e trasformarsi, rimanendo però riconoscibile nella sua essenza.



sabato 29 agosto 2026

"In-A-Gadda-Da-Vida": Ron Bushy e l'assolo che ha fatto la storia

 


Il 29 agosto 2021 ci lasciava Ron Bushy, il leggendario batterista degli Iron Butterfly, morto all'età di 79 anni a Santa Monica, in California, dopo una lunga battaglia contro il cancro all'esofago.

Ron Bushy è stato l'unico membro degli Iron Butterfly a comparire in tutti e sei gli album in studio della band. È celebre per il suo assolo di batteria, lungo e ipnotico, presente nel brano epico di 17 minuti, "In-A-Gadda-Da-Vida", considerato una pietra miliare del rock.

Nato a Washington D.C. il 23 dicembre 1941, Ron Bushy ha trovato la sua vocazione nella musica fin da giovane. Dopo aver suonato in una band chiamata The Voxmen, si unì agli Iron Butterfly nel 1966. La sua presenza costante e la sua abilità ritmica hanno fornito una solida spina dorsale a un sound che spaziava dal rock psichedelico all'acid rock.

La fama mondiale arrivò con il secondo album della band, In-A-Gadda-Da-Vida del 1968. L'assolo di batteria, un capolavoro di improvvisazione e intensità, divenne il simbolo di un'epoca. Si dice che per ottenere il suo sound unico, Bushy abbia rimosso le pelli inferiori dei tom. La sua performance non era solo una dimostrazione di tecnica, ma una vera e propria espressione dell'anima, come lui stesso amava dire, "ogni battito proveniva dal cuore e dall'anima". Questo assolo non solo ha reso il brano immortale, ma ha anche contribuito a gettare le basi per l'hard rock e l'heavy metal che sarebbero fioriti negli anni successivi.

Oltre al suo lavoro con gli Iron Butterfly, Bushy era anche un designer e ha contribuito alla grafica e al merchandising della band. La sua creatività non si fermava alla musica; arrivò persino a costruire un set di batteria in plexiglass, che si ritiene sia stato il primo nel suo genere.

Nonostante gli alti e bassi della band e i numerosi cambi di formazione, Ron Bushy rimase un punto fermo, suonando on-and-off con gli Iron Butterfly fino al 2012 e facendo occasionali apparizioni come ospite fino alla sua morte.

La sua scomparsa ha segnato la fine di un'era, perché Bushy non è stato solo un batterista di talento, ma una figura amata e rispettata, noto per la sua gentilezza, il suo sorriso e il suo spirito combattivo.





venerdì 28 agosto 2026

Compie gli anni Hugh Cornwell (The Stranglers)

 


Buon compleanno a Hugh Cornwell:

ricordiamo il genio lirico e l'innovazione musicale del leggendario frontman degli Stranglers


Compie gli anni Hugh Cornwell, nato a Londra il 28 agosto del 1949, noto per essere il frontman e l'autore principale dei testi dei leggendari The Stranglers. In questa occasione, celebriamo la carriera di un artista la cui visione unica ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama musicale.

Dalla sua fondazione con gli Stranglers alla sua prolifica carriera solista, Cornwell si è distinto per la sua capacità di mescolare intelligenza lirica e un'estetica sonora inconfondibile. Con gli Stranglers, ha dato vita a un suono distintivo che ha sfidato le convenzioni del punk, incorporando elementi di new wave, art rock e persino jazz. Brani come "Golden Brown", "Duchess" e "No More Heroes" testimoniano la sua maestria nel creare testi acuti e spesso sarcastici, accoppiati a melodie complesse e arrangiamenti innovativi.

Dopo aver lasciato gli Stranglers nel 1990, Cornwell ha intrapreso una carriera solista di successo, pubblicando numerosi album che hanno continuato a esplorare la sua evoluzione artistica. Lavori come Wolf e Totem and Taboo mostrano una coerenza stilistica e una continua ricerca sonora, confermando la sua statura come autore e interprete. La sua musica solista è spesso più intima e riflessiva, ma mantiene la stessa acuta osservazione della società e delle relazioni umane che lo ha sempre contraddistinto.

Oltre alla musica, Cornwell è anche un autore di successo, con diversi libri pubblicati, tra cui autobiografie e romanzi. Questo a dimostrazione della sua versatilità e della sua capacità di esprimersi attraverso diverse forme d'arte, a consolidamento della sua immagine di intellettuale del rock.

Hugh Cornwell è una figura che ha sempre navigato controcorrente, evitando le facili etichette e mantenendo una rara integrità artistica. La sua influenza è evidente in generazioni di musicisti che hanno apprezzato la sua onestà, la sua originalità e la sua intransigente visione creativa.






Ricordando Glenn Cornick mancato il 28 agosto 2014


Il 28 agosto del 2014, all'età di 67 anni, ci lasciava Glenn Cornick, primo bassista dei Jethro Tull, band con cui suonò  dal 1968 al 1970.


Io lo conobbi così…

La mia prima Convention ITULLIANS risale al 2006, Novi Ligure.
Arrivato nella zona dedicata al concerto, nel primo pomeriggio, la prima persona che vidi fu proprio Glenn, seduto nel bar antistante il teatro, con il figlioletto che lo faceva ammattire.


Sorridente, disponibile, allegro… mi sembrava impossibile all’improvviso trovarmi davanti a lui, che ero abituato a vedere solo sulle cover degli album.
Quel giorno comprai il suo nuovo disco, di cui andava palesemente fiero e che ascoltammo dal vivo.
Lo conobbi in quella occasione e successivamente mi rilasciò una lunga intervista che racconta molto su di lui e su… altri.
Ci fu poi un’altra occasione di incontro, la Convention del 2008, ad Alessandria, giorno in cui si presentò con una cresta colorata molto visibile. 


Si esibì nel pomeriggio con gli OAK e alla sera, sul palco “maggiore”: grande spettacolo!





giovedì 27 agosto 2026

“Elenore” / “Scende la pioggia” – Una melodia che cambia atmosfera

 

Elenore” esce nel 1968 e rappresenta uno dei momenti più limpidi dei Turtles. La canzone si muove con un ritmo costante, una linea vocale che procede con naturalezza e un arrangiamento che alterna leggerezza e precisione. Il ritornello si apre con immediatezza, sostenuto da un gioco di armonie che dà al brano un tono brillante. È un pop costruito con cura, capace di restare in equilibrio senza forzature.

In Italia prende forma come “Scende la pioggia”, interpretata da Gianni Morandi. Il testo italiano non riproduce quello originale e costruisce un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto cambia direzione: la storia diventa più narrativa, più legata a un sentimento che si trasforma mentre il tempo atmosferico accompagna l’emozione. L’arrangiamento italiano porta il brano dentro una dimensione più ampia, con una voce che sostiene il racconto e lo rende immediato per il pubblico dell’epoca.

Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di brillantezza controllata, con un tono leggero e un andamento uniforme. Morandi porta la canzone dentro un linguaggio più diretto, con un’attenzione maggiore al testo e alla sua funzione emotiva. L’originale ha un respiro più giocoso; la versione italiana si concentra sul rapporto tra voce e racconto.

Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza. “Elenore” mantiene la sua eleganza pop, “Scende la pioggia” conserva quella chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.




Ricordando Stevie Ray Vaughan, uscito di scena il 27 agosto del 1990


La notte del 27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric ClaptonRobert CrayBuddy Guy e il fratello JimmieStephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.

Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.

Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare
(Eric Clapton)
Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.

Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.

Hanno detto di lui: 

È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere
.”


Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva...

La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.


Curiosità - Lo stile

Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione. Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel, per i brani dalle atmosfere jazz. Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990. Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).








Brian Epstein, l'uomo che inventò i Beatles, moriva 59 anni fa


Il 27 agosto del 1967, a soli 33 anni, moriva Brian Epstein, manager dei Beatles, determinante per i loro successi e prototipo del ruolo imprenditoriale all’interno del mondo musicale, una dimensione che, nonostante l’inesperienza, lo portò a promuovere il gruppo con estrema efficacia, facendolo emergere dalla massa in cui ovviamente si stava muovendo.
Inserito molto presto all’interno del “settore musicale” come venditore di dischi, si appassionò all’argomento e iniziò a scriverne con buona continuità.
Le sue doti di persuasione, il suo fiuto e l’attenzione per la clientela lo portarono ad avvicinare i Beatles -di cui un 45 giri veniva ripetutamente richiesto nel suo negozio- che vide per la prima volta al Cavern, rimanendone impressionato e convincendosi che il compito di loro manager sarebbe stato gratificante per tutti: era il gennaio del 1962 quando le parti si legarono contrattualmente, per alcuni anni.
Epstein si dimostrò determinante per il successo iniziale della band, perché la sua cura si rivolse ad aspetti meta-musicali, alla costruzione dell’immagine, elemento che col passare del tempo avrebbe assunto sempre maggior importanza. Cambiò quindi il loro stile, il modo di vestire, i comportamenti e cercò di rendere le loro esibizioni consone alla domanda dell’epoca.
E fu attraverso la sua incessante attività che i Beatles arrivarono a George Martin, allora dirigente della Parlophone, e anch’esso fondamentale per il futuro successo della band.
Ma le sue intuizioni e le sue capacità mostrarono il vero volto con il passare del tempo, e passando al setaccio i suoi risultati resta, oltre all’intuizione Beatles, una buona tendenza all’organizzazione, ma furono abbondanti le sue mancanze in qualità di agente.
Nel 1966 la decisione dei Beatles di produrre la loro musica soltanto in studio, evitando esibizioni live, e la conseguente consapevolezza di non avere più un ruolo attivo e utile, proprio vicino alla scadenza del contratto, insieme a preoccupazioni di carattere prettamente economico e personale -l’azzardopatia, l’uso smodato di droghe e la necessità di nascondere la sua omosessualità- lo fecero cadere in una preoccupante spirale di depressione e paranoia.

Cinquanove anni fa il giovane Brian muore. Dalla sua lussuosa abitazione, poco distante da Buckingam Palace, non arrivano i cenni di vita richiesti dalla servitù. L’intervento delle autorità preposte rivelerà la verità e presenterà una scena in cui compaiono flaconi di barbiturici, probabilmente effetto terminale di un’azione autodistruttiva in atto da tempo.
Non tutti in linea i referti medici, e al dichiarato eccesso di sedativo si contrappone il giudizio di chi sottolinea che la dose trovata nel sangue non sia stata fatale.
Mentre avveniva la macabra scoperta Paul, John, George e Ringo lo stavano aspettando ad un meeting a carattere esoterico, in Galles.
Paul McCartney, appresa la triste notizia, lo incorona come possibile Quinto Beatles... in fondo fu lui che li scoprì!


mercoledì 26 agosto 2026

Il Festival dell'Isola di Wight...

 


Il Festival dell'Isola di Wight del 1970 rappresenta un evento monumentale nella storia della musica, spesso citato come il più grande raduno umano per un festival musicale del suo tempo, superando persino Woodstock per il numero di partecipanti. Tenutosi ad Afton Down, vicino a Freshwater sull'Isola di Wight, dal 26 al 31 agosto 1970, attirò una stima di 600.000-700.000 persone.

È bene sottolineare che il Festival dell'Isola di Wight aveva già avuto due edizioni precedenti, nel 1968 e nel 1969 che, sebbene non abbiano raggiunto la fama e le dimensioni del 1970, sono state comunque significative:


Isle of Wight Festival 1968

Si tenne dal 31 agosto al 1° settembre a Ford Farm, vicino a Godshill.

Fu un evento su scala molto più ridotta, con un'affluenza stimata tra le 10.000 e le 15.000 persone.

Nonostante le dimensioni modeste, presentò artisti di rilievo come i Jefferson Airplane (alla loro prima apparizione nel Regno Unito), The Move, Arthur Brown, Tyrannosaurus Rex e Fairport Convention.

L'organizzazione fu piuttosto spartana, con infrastrutture limitate.

Questo primo festival è visto come l'inizio di una tradizione e dimostrò il potenziale dell'isola come sede per grandi eventi musicali.


Isle of Wight Festival 1969

Si svolse dal 29 al 31 agosto a Wootton Creek, attirando un pubblico molto più numeroso, stimato intorno alle 150.000 persone.

Questa edizione vide la partecipazione di artisti di fama internazionale, tra cui Bob Dylan & The Band (il suo ritorno sul palco dopo un lungo periodo di semi-isolamento), The Who, Joe Cocker, Free e i Moody Blues.

L'organizzazione fu più strutturata rispetto all'anno precedente, ma la gestione di una folla così grande presentò comunque delle sfide.

Il successo di questa edizione, in particolare grazie alla presenza di Dylan, proiettò il Festival dell'Isola di Wight sulla scena musicale internazionale e preparò il terreno per l'edizione mastodontica del 1970.

Ma allora, perché l'edizione del 1970 divenne così famosa rispetto alle precedenti?

Line-up ineguagliabile: la line-up del 1970 era semplicemente strabiliante, con molti degli artisti più grandi del mondo al culmine della loro fama (Hendrix, The Doors, The Who, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Miles Davis, ecc.).

Affluenza record: l'enorme numero di partecipanti senza precedenti catturò l'immaginario collettivo e lo rese un evento storico per la sua scala.

"L'Equivalente europeo di Woodstock": l'edizione del 1970 fu spesso paragonata a Woodstock per le sue dimensioni e per lo spirito della controcultura che incarnava, anche se con dinamiche e problemi logistici diversi.

Il "Canto del cigno" di un'era: per molti, il 1970 rappresentò l'apice e forse anche la fine di un certo tipo di idealismo e di grandi raduni della controcultura. La sua caoticità e i problemi logistici contribuirono a questa percezione.

La presenza di Jimi Hendrix: essendo una delle sue ultime grandi esibizioni prima della sua morte, la sua partecipazione al festival del 1970 lo ha reso un evento ancora più significativo e ricordato.

Soffermiamoci sull’edizione del 1970, considerata un evento monumentale nella storia della musica, spesso citata come il più grande raduno umano per un festival musicale del suo tempo, superando persino Woodstock per il numero di partecipanti. Tenutosi ad Afton Down, vicino a Freshwater sull'Isola di Wight, dal 26 al 31 agosto 1970, attirò una stima di 600.000-700.000 persone.


Una Line-up di Leggende

Il festival vantava una line-up impareggiabile di artisti iconici, molti dei quali all'apice della loro carriera. Vediamone alcuni:

Jimi Hendrix: questa fu purtroppo una delle ultime grandi esibizioni pubbliche di Hendrix prima della sua prematura scomparsa poche settimane dopo. Il suo set, sebbene afflitto da problemi tecnici, rimane un momento storico.

The Who: offrirono una performance energica, presentando la loro opera rock "Tommy".

The Doors: con Jim Morrison, questa fu una delle loro ultime esibizioni nel Regno Unito.

Joni Mitchell: la sua esibizione fu a quanto pare turbata da contestazioni da una piccola parte dell'enorme folla, evidenziando le sfide nella gestione di un evento così grande.

Leonard Cohen: la sua performance, protrattasi fino alle prime ore del mattino, è ora leggendaria per la sua intimità nonostante la vasta platea.

Joan Baez: una figura di spicco nella scena musicale folk e di protesta, offrì un set potente.

Miles Davis: la sua performance di jazz fusion rappresentò una deviazione dalla maggior parte della line-up orientata al rock, mostrando il gusto eclettico del festival.

E poiJethroTull, Free, Ten Years After, Emerson, Lake & Palmer, Chicago, Procol Harum, Sly and the Family Stone, Donovan, Kris Kristofferson e molti altri.

Wight ‘70 incarnò lo spirito della controcultura dell'epoca. Fu un raduno di persone unite dalla musica, da un senso di libertà e spesso da una comune opposizione alle norme sociali e alla guerra del Vietnam. La pura scala dell'evento divenne un simbolo del potere e della portata di questo movimento.

L'enorme afflusso di persone sopraffece le infrastrutture dell'isola. Ci furono significativi problemi con il controllo della folla, i servizi igienici e la fornitura di beni di prima necessità. Molti partecipanti, notoriamente, abbatterono le recinzioni e non pagarono le 3 sterline del biglietto d'ingresso per l'evento di cinque giorni, causando ingenti perdite finanziarie agli organizzatori.

Il caos logistico e l'incapacità di gestire una folla così vasta portarono infine all'Isle of Wight County Council Act del 1971, che impediva raduni all'aperto con pernottamento di più di 5.000 persone sull'isola senza una licenza speciale. Questo pose effettivamente fine ai festival su larga scala sull'Isola di Wight per oltre tre decenni.

Nonostante le difficoltà, il Festival dell'Isola di Wight del 1970 rimane un evento leggendario, avendo inoltre gettato le basi per i futuri grandi festival con campeggio, contribuendo alla comprensione della logistica e delle sfide coinvolte.

Per alcuni, la natura caotica del festival segnò anche un allontanamento dagli ideali più utopici del primo movimento controculturale. In ogni caso le performance e la pura idea di raduno musicale continuano ad affascinare e simboleggiano un'epoca cruciale nella storia della musica e della cultura.

Dopo la leggendaria edizione del 1970, ci fu una lunga pausa, ma il Festival dell'Isola di Wight è stato ripreso nel 2002.

Il promotore musicale John Giddings ha infatti rilanciato il festival, che da allora si tiene annualmente a Seaclose Park, un'altra località dell'isola vicino a Newport.

Dal suo ritorno, l'Isola di Wight Festival è diventato un importante appuntamento nel calendario dei festival britannici, attirando grandi nomi e un vasto pubblico.

Quindi, mentre il festival del 1970 fu un evento unico e leggendario che portò a una lunga interruzione, l'Isola di Wight Festival è ora un evento annuale regolare con una ricca storia che spazia dalla fine degli anni '60 fino ad oggi. Il festival attuale si concentra su un modello più organizzato e sostenibile rispetto alle sfide affrontate dai precedenti, enormi raduni.




martedì 25 agosto 2026

Ci ha lasciato Dolly Parton


Dolly Parton è morta il 25 agosto 2026 all’età di ottant’anni. La notizia, confermata dai media statunitensi e ripresa anche dalla stampa italiana, ha immediatamente attraversato il mondo della musica, riportando alla memoria una carriera che ha segnato in profondità la cultura americana. La regina del country si è spenta lasciando un’eredità artistica che continua a influenzare generazioni di cantautori, interpreti e appassionati.

Nata nel Tennessee nel 1946, Dolly Parton ha trasformato un’infanzia povera in una storia di successo che sembra uscita da un romanzo. Ha scritto più di tremila canzoni, ha venduto oltre cento milioni di dischi e ha portato il country fuori dai confini del genere, rendendolo popolare in tutto il mondo. Brani come Jolene, Coat of Many Colors e I Will Always Love You sono diventati parte della memoria collettiva, capaci di attraversare epoche diverse senza perdere forza emotiva.

Parton non è stata soltanto una cantante. Ha recitato in film che hanno segnato un’epoca, come 9 to 5, e ha portato sul grande schermo la sua ironia, la sua energia e la sua capacità di raccontare la vita delle donne con una sincerità che ha conquistato pubblici lontani dal country. La sua immagine, fatta di parrucche bionde, abiti scintillanti e un sorriso che sembrava non spegnersi mai, è diventata un simbolo della cultura pop americana.

La sua filantropia è stata altrettanto importante della sua musica. Con la Imagination Library ha donato milioni di libri ai bambini, trasformando un progetto nato per aiutare la sua comunità in una delle iniziative educative più influenti degli Stati Uniti. Parton ha sempre ricordato le sue origini e ha usato il successo per restituire qualcosa a chi non aveva le stesse opportunità.

La morte di Dolly Parton chiude una stagione irripetibile della musica americana. Il suo modo di scrivere, di cantare e di stare sul palco ha creato un modello che continua a ispirare artisti di ogni genere. La sua voce rimane nei dischi, nei film, nelle storie che ha raccontato e nelle vite che ha toccato con la sua generosità.





Elvis Costello, il cantautore camaleonte, festeggia il suo compleanno

 

Compie gli anni Elvis Costello - nato il 25 agosto del 1954 - uno dei cantautori più originali e influenti degli ultimi cinquant'anni.

Nato a Londra come Declan Patrick MacManus, ha costruito una carriera straordinaria che lo ha visto spaziare con audacia e maestria tra generi musicali apparentemente distanti. Dalle radici punk e new wave dei suoi esordi, ha saputo esplorare con successo il pop, il rock and roll, il country, il soul, il jazz e persino la musica classica, dimostrando una versatilità e una curiosità artistica quasi senza pari.

La sua ascesa iniziò a metà degli anni '70, quando, con un look da “nerd” incazzato e una chitarra distorta, irruppe sulla scena musicale con brani intrisi di rabbia, ironia e introspezione. Il suo album di debutto, My Aim Is True (1977), fu un manifesto di poetica e sonorità che lo distinse subito dai suoi contemporanei. Con i The Attractions, la band che lo accompagnò per gran parte della sua carriera, Costello ha sfornato capolavori come This Year's Model (1978) e Armed Forces (1979), album che contengono alcuni dei suoi più grandi successi, tra cui "Oliver's Army" e "Pump It Up".

L'evoluzione artistica di Costello non si è mai fermata. Negli anni '80 ha sorpreso il pubblico con album come Almost Blue (1981), un omaggio al country, e King of America (1986), che ha consolidato la sua reputazione come cantautore di spessore. Ma la sua sete di sperimentazione non si è fermata qui. Ha collaborato con artisti del calibro di Burt Bacharach, con il quale ha scritto l'acclamato album Painted from Memory (1998), vincendo un Grammy Award. E non va dimenticata la sua collaborazione con il quartetto d'archi The Brodsky Quartet nell'album The Juliet Letters (1993), un lavoro che sfida ogni etichetta di genere.

Con oltre 30 album in studio, una menzione nella Rock and Roll Hall of Fame e una discografia che attraversa i decenni, Elvis Costello rimane una figura centrale nel panorama musicale contemporaneo. La sua capacità di scrivere testi incisivi, intelligenti e carichi di emozioni, unita a una profonda conoscenza della storia della musica, lo rende un artista unico nel suo genere. Le sue canzoni, da "Alison" a "Everyday I Write the Book", sono diventate dei veri e propri inni generazionali.

Ricordiamo oggi non solo la sua longevità artistica, ma anche la sua inesauribile curiosità e il suo coraggio di infrangere le regole, rendendolo un'ispirazione per generazioni di musicisti e ascoltatori.