Bob Hite, affettuosamente soprannominato "The Bear"
per la sua imponente stazza e la sua voce potente, è stato una figura centrale
nella scena blues-rock degli anni '60 e '70. La sua voce inconfondibile e la
sua passione per il blues hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia
della musica.
Nato negli Stati Uniti, Hite è diventato famoso come
co-cantante e membro fondatore dei Canned Heat nel 1965, insieme ad Alan
Wilson e Henry Vestine. La band ha rapidamente guadagnato popolarità
per le loro interpretazioni di classici blues e per i loro brani originali,
diventando una delle band di punta del movimento blues-rock.
I Canned Heat hanno calcato i palchi dei festival più iconici
dell'epoca, tra cui il Monterey Pop Festival nel 1967 e il
leggendario Woodstock nel 1969, consolidando la loro reputazione
come una delle band più influenti del periodo. La voce rauca e appassionata di
Hite era un elemento distintivo del loro sound, un mix esplosivo di blues, rock
e boogie-woogie.
Oltre al suo talento musicale, Hite era un appassionato
collezionista di dischi, con una conoscenza enciclopedica del blues. La sua
dedizione alla musica era totale, ma purtroppo la sua vita è stata tragicamente
interrotta il 5 aprile 1981, all'età di 38 anni.
Ricorre oggi il 45° anniversario della sua scomparsa. Durante
un tour, infatti, Hite morì a causa di un'overdose accidentale di eroina. Il
silenzio calato con la sua scomparsa, un'assenza che ha scosso le fondamenta
del blues-rock, è stato riempito dalla risonanza della sua voce, viva e
pulsante nella musica dei Canned Heat, una band che ha definito un'epoca e
trasmesso l'eredità del blues alle generazioni future.
Bob "The Bear" Hite non era solo un cantante, ma un
vero e proprio ambasciatore del blues, un appassionato collezionista e un'anima
vibrante che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica. La
sua eredità musicale è un tesoro da custodire, un ricordo di un'epoca in cui il
blues e il rock si fondevano in un'esplosione di energia e passione.
Layne Staley,nato
il 22 agosto 1967, è stato un cantante statunitense, famoso come leader del
gruppo Alice in Chains.
É ricordato soprattutto per la sua
voce carica di emotività, nonché per la sua personalità chiusa e tormentata.
I suoi problemi esistenziali, uniti
alla sua dipendenza da eroina, lo logorarono lentamente fino ad ucciderlo.
Layne
nasce a Kirkland, Washington, da Nancy Elizabeth e Philip Blair Staley. L'equilibrio e la serenità della
famiglia sono messi a dura prova dal comportamento del padre.
Layne manifestò precocemente una spiccata intelligenza e una vasta gamma di interessi, tra cui la musica. Già all'età di cinque anni, partecipava a cori infantili. Il divorzio dei genitori, Nancy e Philip, avvenuto quando Layne aveva sette anni, segnò profondamente il bambino. La separazione, causata dalle attività illecite del padre legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata, ebbe un impatto traumatico su Layne, lasciando un'impronta indelebile sulla sua vita.
Durante le scuole superiori, Layne
iniziò a manifestare segni di disagio: amava dipingere, amava la musica, ma erano evidenti i suoi problemi relazionali.
La scuola decise quindi di mandarlo
in un istituto per giovani affetti da problemi sociali e questo causò a Layne
una grave perdita di fiducia nei confronti della società.
Questi stimoli negativi portarono il giovane a scrivere i primi frammenti di poesie e pensieri.
Amava ascoltare gruppi come Anthrax,
Van Halen, Black Sabbath, Judas Priest, e aveva iniziato a suonare la batteria con un complesso di coetanei, gli Sleeze.
In questo periodo iniziò anche ad
avvicinarsi all'alcol e alle sostanze stupefacenti.
Layne conobbe Jerry Cantrell durante
una serata presso la Music Bank di Seattle; lasciati gli Sleze, si unì a
lui per formare gli Alice in Chains (nome scelto dal cantante stesso): era il 1987. Alla neonata band si unirono il
bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney, e da allora gli Alice in Chains - assieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden - diventarono una delle band di maggior successo del cosiddetto Seattle Sound.
Dopo aver negoziato con varie case
discografiche, nel 1989 gli Alice in Chains firmarono un contratto con la
Columbia Records; realizzeranno tre album (Facelift, Dirte Alice in Chains),
due EP (Sap e Jar of Flies) e un Unplugged, ultima apparizione in pubblico di
Layne Staley.
Gli anni del successo degli Alice in
Chains coincisero con il periodo più difficile per Layne; l'uso di eroina era
sempre più elevato e frequente e faticava a reggere le tournée del gruppo (gli
ultimi due album non furono supportati da un tour a causa dei problemi di
salute del leader).
Entrò più volte in clinica per
disintossicarsi, ma non uscì mai completamente pulito.
Il 29 ottobre 1996 morì quello che
per lui fu l'unico vero grande amore della sua vita: Demri Lara Parrot, che fu
uccisa da un'endocardite batterica e Layne non resse più. Smise definitivamente
di farsi vedere in pubblico; distrutto dal dolore dei tragici eventi che lo
avevano accompagnato per tutta la vita, dalla delusione e dalla rabbia verso un
mondo ipocrita come quello della musica, Layne si rinchiuse nel suo appartamento
a Seattle, ormai logorato psicologicamente e fisicamente dall'eroina.
Dopo aver rilasciato un'ultima
intervista nel febbraio 2002, fu trovato cadavere nel suo appartamento il 19
aprile 2002, ucciso da una micidiale mistura di droga, la speedball, a due
settimane di distanza dalla morte, avvenuta il 5 aprile.
Successivamente la madre fondò la
"Layne Staley Fund", una comunità no-profit che si occupa nella
prevenzione e nel recupero dei tossicodipendenti.
Bob Burns: l'impronta indelebile di un pioniere del southern
rock
Il 3 aprile 2015, il mondo della musica perdeva Bob Burns, il batterista originale dei Lynyrd
Skynyrd, una delle band più influenti del southern rock. La sua scomparsa,
avvenuta in un tragico incidente automobilistico all'età di 64 anni, suscitò un'ondata di cordoglio tra i fan e i
musicisti di tutto il mondo.
Bob Burns è stato uno dei membri fondatori dei L.S.,
contribuendo in modo determinante alla creazione del loro suono distintivo fin
dalla nascita della band. Il suo drumming, caratterizzato da potenza,
precisione e un'impronta blues-rock, ha svolto un ruolo cruciale nella
definizione del sound del southern rock.
La sua impronta musicale è evidente in alcuni degli album più
iconici della band, tra cui Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd', che
contiene classici intramontabili come "Free Bird" e "Simple Man". La sua abilità nel creare ritmi energici e coinvolgenti ha
contribuito a rendere i Lynyrd Skynyrd una delle band più amate e rispettate
del genere.
La musica senza tempo dei Lynyrd Skynyrd mantiene viva
l'eredità di Bob Burns, il cui stile di batteria, pilastro del southern rock, è
tuttora oggetto di studio e ammirazione per molti batteristi.
Ci sono album che sorprendono non per l’effetto speciale, ma
per la sincerità con cui si presentano. Carvada,
di Paco Vescovi, appartiene a questa categoria: un disco giovane,
diretto, costruito con una cura che non ostenta nulla e lascia parlare la
musica.
Paco Vescovi arriva da una storia familiare che molti
appassionati di prog conoscono bene. È il nipote di Joe Vescovi,
tastierista dei The Trip, figura centrale della scena italiana degli
anni Settanta e, per noi savonesi, un riferimento affettivo oltre che
artistico. Non è un’eredità da esibire come un marchio, né un confronto da
evocare, ma piuttosto un’ombra luminosa, un tratto genetico che forse ha
lasciato una traccia, quella naturalezza nel muoversi tra armonie, quella
curiosità timbrica che non si insegna.
Paco, però, non imita nessuno. Carvada è un lavoro
personale, costruito su un linguaggio che guarda più al presente che alla
nostalgia. Certo che, osservandolo da lontano, ritorna alla mente un certo... Claudio Rocchi!
L’album si muove tra atmosfere intime e aperture più ampie,
con una scrittura che privilegia la fluidità. Le melodie scorrono senza
rigidità, gli arrangiamenti sono essenziali ma mai poveri, e c’è una
sensibilità ritmica che dà coesione all’intero lavoro.
La voce è trattata con misura, senza artifici inutili, e
lascia emergere una timbrica giovane ma già riconoscibile, mentre la parte strettamente musicale è la sintesi di mandolino,
harmonium, piano, synth, e il gusto che emerge sorprende, considerando l'età di Paco.
C’è un equilibrio interessante tra spontaneità e controllo,
nulla sembra messo lì per caso, ma nulla suona costruito. È un disco che
respira, che si prende il suo tempo, che non ha paura di essere semplice quando
serve e più articolato quando la musica lo chiede.
Carvada è un primo passo, ma già molto consapevole. Paco Vescovi dimostra di
avere una voce propria, una direzione chiara e una sensibilità che merita
attenzione. Se la genetica ha dato una mano, è stata discreta, il resto è
frutto di ascolto, curiosità e lavoro.
In un panorama spesso affollato di progetti effimeri, questo
debutto ha qualcosa di raro, la sincerità.
Sarah Vaughan: l'eredità immortale di una voce divina
Il 3 aprile 1990, il mondo della musica jazz perdeva una
delle sue figure più iconiche: Sarah Vaughan, all'età di 66 anni. Conosciuta
affettuosamente come "Sassy" o "The Divine", la sua voce
straordinaria e il suo talento musicale hanno lasciato un'impronta indelebile,
consolidandola come una delle più grandi cantanti jazz del XX secolo.
Cresciuta in un ambiente familiare profondamente radicato
nella passione per la musica, Sarah Vaughan mostrò fin da giovane un talento
eccezionale. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età e affinò le sue
abilità vocali nel coro della chiesa.
Il 1942 segnò una svolta cruciale nella
sua carriera, quando la vittoria a un concorso di talenti all'Apollo Theater di
Harlem le aprì le porte al mondo della musica professionale.
La voce di Sarah Vaughan, dotata di una gamma eccezionale e
di una tecnica impeccabile, la rese una delle cantanti più influenti del bebop.
Le sue collaborazioni con leggende del jazz come Dizzy Gillespie e Charlie
Parker sono testimonianza del suo impatto sul genere. La sua capacità di
improvvisare e la sua interpretazione emotiva delle canzoni la distinsero come
un'artista unica e inimitabile.
La carriera di Sarah fu lunga e prolifica, costellata di
numerosi album acclamati dalla critica. Il suo talento fu riconosciuto con
diversi Grammy Awards e con il NEA Jazz Masters Award nel 1989.
La sua
dedizione alla musica la portò a esibirsi fino a poco prima della sua scomparsa,
lasciando un'eredità musicale che continua a ispirare generazioni di musicisti
e appassionati di jazz.
Non fu solo una cantante straordinaria, ma anche
un'innovatrice che contribuì a plasmare il panorama del jazz. La sua voce,
capace di spaziare con disinvoltura tra note basse e alte, e la sua capacità di
infondere emozione in ogni interpretazione, la rendono una figura immortale
nella storia della musica.
"Decisi di distruggere la mia chitarra alla fine di 'Wild Thing' come un sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra."
Il 18 giugno 1967, il Monterey Pop Festival non
fu solo il primo grande raduno della controcultura hippy, ma il palcoscenico di
una delle epifanie più violente e poetiche della storia della musica. Quella
sera, un chitarrista mancino di Seattle, fino ad allora quasi ignorato in
patria, trasformò un’esibizione rock in un rito sacrificale che avrebbe
ridefinito per sempre il rapporto tra l’uomo e il suo strumento.
Nonostante fosse americano, Jimi
Hendrix arrivò a Monterey con lo status di "importazione
britannica". Era stato Paul McCartney a fare pressione sugli
organizzatori, dichiarando che il festival non sarebbe stato completo senza
quel fenomenale chitarrista che stava sconvolgendo la scena londinese. Hendrix
era volato nel Regno Unito l'anno precedente come un illustre sconosciuto; tornava
negli Stati Uniti come il segreto meglio custodito del rock d'oltreoceano,
pronto a dimostrare il proprio valore davanti a un pubblico che ancora non
sapeva di aver bisogno di lui.
L'atmosfera nel backstage era elettrica, e non solo per la
musica. Esisteva una rivalità latente tra la Jimi Hendrix Experience e i
The Who. Entrambe le band erano famose per la loro irruenza scenica e
nessuna delle due voleva esibirsi dopo l'altra, temendo di apparire
"ordinaria".
Si narra che Pete Townshend e Jimi litigarono su chi dovesse
salire sul palco per primo. Dopo un lancio di moneta vinto dai The Who, Pete e
compagni misero a ferro e fuoco il palco, distruggendo chitarre e batteria
durante il finale di My Generation.
Hendrix, osservando la scena con una
calma quasi inquietante, disse ai presenti: "Ok, io allora darò fuoco
alla mia". Sembrava una spacconata; era una promessa.
Quando la Experience salì sul palco, il pubblico fu investito
da un muro di suono mai sentito prima. Hendrix non si limitava a suonare la
chitarra: la dominava, la seduceva, la violentava. Brani come Foxy Lady
e Hey Joe vennero eseguiti con un mix di erotismo e distorsione, con
Jimi che utilizzava il feedback degli amplificatori Marshall non come un errore
tecnico, ma come una voce supplementare.
Il chitarrista utilizzava ogni parte del corpo: suonava con i
denti, dietro la schiena, strofinava le corde contro l'asta del microfono
producendo suoni interstellari. Era la dimostrazione vivente che la chitarra
elettrica non era più solo uno strumento melodico, ma un generatore di
frequenze ed emozioni pure.
Il momento culminante arrivò durante l’esecuzione di Wild
Thing. Hendrix portò il brano verso un caos controllato, poi si inginocchiò
davanti alla sua Fender Stratocaster dipinta a mano con motivi floreali. Con la
precisione di un celebrante, la cosse di liquido infiammabile e le diede fuoco.
Mentre le fiamme lambivano il corpo dello strumento, Jimi
iniziò a muovere le mani sopra il fuoco, come a invocare uno spirito o a
dirigere una danza invisibile. Non c’era rabbia nel suo gesto, ma una sorta di
estasi mistica.
L'immagine di Hendrix inginocchiato davanti alle fiamme
divenne istantaneamente l'icona della Summer of Love. Dopo aver
frantumato i resti dello strumento contro il palco, Jimi lasciò la scena nel
silenzio attonito di 7.000 persone che avevano appena assistito alla nascita di
una leggenda.
Monterey fu lo spartiacque. Da quel momento, Jimi Hendrix
divenne la rockstar più pagata e richiesta al mondo. Ma oltre al mito, rimase
la lezione musicale: aveva insegnato al mondo che il rock poteva essere teatro,
rito e avanguardia allo stesso tempo. La chitarra bruciata a Monterey non fu
solo un atto di vandalismo spettacolare, ma il segnale che una nuova era era
cominciata: quella in cui la musica non veniva più solo ascoltata, ma vissuta
come un'esperienza totale e bruciante.
Con Il fuoco dell’oceano,
ELLE - il progetto nato dall’incontro
tra Elena Lippe (voce e testi) ed Elena Crolle (produzione e
arrangiamenti) - firma un debutto sorprendentemente maturo, costruito in due
anni di lavoro condiviso che hanno dato vita a un suono personale,
riconoscibile e difficilmente assimilabile a etichette di comodo. Le note ufficiali
descrivono “un suono personale e riconoscibile, sospeso tra elettronica,
atmosfere cinematiche e tensioni rock”, una definizione che, per una volta,
non eccede in marketing e fotografa con precisione l’identità del disco.
L’universo sonoro di ELLE si muove lungo coordinate
che potremmo definire Nordic Gothic Pop: elettronica scura, minimalismo
atmosferico, pulsazioni che ricordano tanto la scuola islandese quanto certe
derive più rituali e ancestrali. Le produzioni di Crolle lavorano per
sottrazione, costruendo ambienti più che arrangiamenti; la voce di Lippe, invece,
si muove come un corpo vivo dentro questi spazi, oscillando tra confessione,
evocazione e un lirismo che non scade mai nel manierismo.
Il disco “parla di soglie interiori e trasformazioni, con
un immaginario evocativo ispirato ai paesaggi del Nord Europa e a suggestioni
rituali e ancestrali”. È un lavoro che non teme la densità simbolica, ma la
dosa con intelligenza; l’oceano del titolo è insieme luogo fisico e metafora
psichica, un orizzonte che si apre e si richiude come una respirazione.
Il brano scelto per anticipare l’album, “Il Guardiano della Soglia”, è una
dichiarazione d’intenti, un crescendo lento, quasi processionale, che traduce
in musica il confronto con le proprie ombre. La figura del guardiano è
liminale, ma anche specchio; la canzone sembra suggerire che la soglia da
attraversare non sia esterna, ma interna. È uno dei momenti più cinematografici
del disco, e uno dei più riusciti.
I ringraziamenti contenuti nel booklet rivelano un dettaglio
fondamentale: Il fuoco dell’oceano è un disco che ha avuto una
gestazione lunghissima. “Questo album ha atteso diciannove anni prima di
venire alla luce” scrive Lippe, raccontando come idee nate con Stefano
Bocconi e Dario Calò siano rimaste sospese fino all’incontro con Crolle, che ha
“creato un’autentica magia, quell’alchimia artistica e umana che fiorisce a
partire da un incontro di anime affini”. Questa dimensione biografica non è
un dettaglio, si percepisce nella cura maniacale dei suoni, nella profondità
emotiva dei testi, nella sensazione che ogni brano sia il risultato di un
attraversamento, non di un esercizio di stile.
Tra gli otto brani spicca la presenza di “Crudo”,
omaggio a Susanna Parigi, “una grande cantautrice scomparsa
prematuramente nel 2023”. La scelta non è casuale: Parigi rappresenta una
linea cantautorale colta, raffinata, spesso trascurata. ELLE ne offre una
versione che ne accentua la dimensione notturna e rituale, integrandola
perfettamente nel tessuto sonoro del disco.
Il lavoro tecnico è di livello alto: registrazione e mix sono
firmati da Orchidea Productions ed Elena Crolle (novembre 2025), mentre
il mastering è di Dario Ravelli (gennaio 2026). Il risultato è un suono
definito, pulito, ma non sterilizzato: ogni elemento respira, ogni dettaglio ha
spazio.
Tracklist
1.L’attesa
2.Il Guardiano della Soglia
3.Distanze
4.Neve
5.Ciliegie
6.Crudo(cover
di Susanna Parigi)
7.Sonia e Salvo
8.Orfeo
Bilancio critico
Il fuoco dell’oceano è un esordio che colpisce per coerenza estetica e profondità
emotiva. Non è un disco immediato, né vuole esserlo... chiede attenzione,
disponibilità a entrare in un immaginario preciso, lontano tanto dal
cantautorato di consumo quanto dall’elettronica da club. Ma proprio in questa
scelta risiede la sua forza.
ELLE costruisce un linguaggio che unisce ritualità,
introspezione e una cura sonora rara nel panorama italiano contemporaneo. Se
questo è solo il primo capitolo, il progetto ha tutte le carte per diventare
una delle voci più originali dell’art-pop italiano dei prossimi anni.
La sera del 1° aprile 1984 un’ambulanza si ferma di
colpo davanti alla casa dei Gaye, al 2101 di South Grammercy, Los Angeles.
Dentro vive il reverendo Marvin Sr., figura nota nel quartiere per le sue
prediche e per essere il padre di Marvin Gaye.
I paramedici entrano di corsa e si trovano davanti a un’immagine che li blocca:
Marvin è riverso sul pavimento, il corpo in una pozza di sangue. Poco distante,
il padre è seduto con la testa tra le mani e ripete, come se non riuscisse a
fermarsi: «Mi voleva uccidere, mi sono solo difeso…».
Quando arriva la polizia non oppone resistenza. Ammette di
aver sparato un solo colpo, dritto al cuore, con la pistola che il figlio gli
aveva regalato pochi giorni prima. Sostiene di aver agito per salvarsi,
convinto che Marvin – sconvolto dalla droga – stesse per aggredirlo. I giudici
accoglieranno solo in parte questa versione e lo condanneranno a cinque anni di
carcere. Così, alla vigilia dei quarantacinque anni, si chiudono la vita e la
carriera di uno dei più grandi interpreti della musica nera del Novecento.
Da tempo Marvin viveva in un equilibrio fragile, segnato da
depressioni ricorrenti e da un dolore mai davvero superato: la morte di Tammi
Terrell, la partner artistica crollata tra le sue braccia nel 1969. Dopo quella
perdita la sua musica aveva cambiato tono, diventando più inquieta, più
profonda. Negli anni Settanta era stato celebrato come uno dei solisti più
influenti della scena soul e rock, capace di reinventarsi senza perdere il
favore del pubblico. Ma l’inizio del decennio successivo aveva portato con sé
una spirale di dipendenze, relazioni complicate, delusioni che sembravano non
dargli tregua.
Qualche mese prima della tragedia era tornato a vivere dai
genitori, in cerca di un appiglio. I vicini ricordano discussioni frequenti con
il padre, predicatore severo che lo rimproverava di essere un cattivo esempio
per i giovani. Eppure, proprio a quel padre Marvin aveva regalato l’arma che lo
avrebbe ucciso.
C’è chi ha letto in quel gesto una sorta di presagio. David
Ritz, autore di una biografia molto accurata, scrive che Marvin sapeva
perfettamente cosa stesse facendo: «Credo che quel regalo fosse del tutto
intenzionale… voleva morire». Solo quattro giorni prima, infatti, si era
lanciato fuori da un’auto in corsa su una freeway di Los Angeles.
Nonostante il suo isolamento, Nick
Drakeebbe un legame profondo con
il chitarrista John Martyn. La loro era un'amicizia fatta di contrasti:
Martyn era esuberante, rumoroso e passionale; Drake era diafano e silenzioso.
Martyn fu uno dei pochi a testimoniare il lento scivolamento di Nick verso una
realtà parallela, un'oscurità che definì come "aria solida".
La canzone Solid Air, scritta da Martyn per
l'amico, rimane uno dei ritratti psicologici più lucidi della storia del rock.
Martyn raccontava di pomeriggi passati insieme in cui Nick non proferiva
parola, limitandosi a fissare un punto nel vuoto per ore. Martyn cercava di "scuoterlo"
attraverso la musica, ma si rendeva conto che Nick stava diventando
intangibile, come se vivesse in una dimensione densa e impenetrabile.
Quell'aneddoto di due geni seduti in una stanza in totale silenzio rimane
l'immagine più potente della fragilità di Drake e della devozione di chi cercò,
invano, di salvarlo.
Black Widow Records alla Claque il 29 marzo 2026: tre modi
diversi di intendere il viaggio
Frequento La Claque da anni, e ormai conosco bene il
modo in cui accoglie gli spettacoli. Ne ho visti tanti, di generi diversi, e
proprio per questo ieri sera mi ha colpito qualcosa che non è affatto scontato:
la sala piena già alle 18,30, un orario quasi pomeridiano, quando la luce
filtra ancora dalle strade di San Donato e la città non ha deciso se è sera o
no. Vedere così tanto pubblico per un concerto lungo, articolato, costruito in
tre capitoli molto diversi tra loro, è stato un segnale forte: c’è ancora
voglia di ascolto, di curiosità, di musica che non si consuma in fretta.
La Black Widow Records ha costruito una serata che non
cercava l’effetto, ma il percorso. E il pubblico ha risposto.
A fine articolo propongo un piccolo medley dei tre gruppi,
tanto per evidenziare il mood della serata.
Hamburger Train - il kraut che non ti
aspetti
Non li conoscevo, e forse proprio per questo l’impatto è
stato più netto. Gli Hamburger Trainsono un trio strumentale che si muove dentro
coordinate precise: psichedelia, kraut rock, lunghe cavalcate alla Neu!, Can,
Guru Guru, con qualche eco dei primi Pink Floyd e un tocco di space rock alla
Hawkwind. È una proposta di nicchia, non immediata, che richiede un certo amore
per il genere e un ascolto preparato. Eppure, nonostante la complessità, sono
riusciti a coinvolgere i presenti: merito della coesione del gruppo e di un
suono che cresce per accumulo, senza mai perdere il controllo.
Il secondo set ha cambiato completamente atmosfera. Paola Tagliaferro con la Compagnia dell’Es, ha diviso la performance in
due parti: la prima dedicata al suo nuovo album, Il Suono delle Sfere,la seconda a Greg Lake, con brani tratti dal suo disco-tributo FOR THE LOVE OF GREG LAKE”.
Paola è l’unica artista italiana a far parte della Manticore
Records come interprete delle canzoni di Lake, e la presenza in sala di Regina
Lake ha dato alla serata un tono affettuoso, quasi familiare. La band ha
suonato con grande intensità, sostenendo la voce di Paola con eleganza e
misura. È stato un set appassionato, sentito, costruito con cura nelle due
sezioni, prima la sua scrittura, poi l’omaggio a un maestro.
quando la musica
riporta alla luce ciò che credevamo perduto
Il capitolo finale è stato affidato a L’Ombra della Sera, un progetto che continua a
sorprendere per la sua natura trasversale. Non è solo una performance, ma una
forma di cine‑concerto, un viaggio dentro gli sceneggiati RAI degli anni ’70,
quelli esoterici, misteriosi, spesso dimenticati. Sul grande schermo scorrevano
immagini da La Baronessa di Carini, Il Segno del Comando, Gamma,
Ritratto di donna velata, La traccia verde… e la musica diventava
un commento vivo, capace di dialogare con le sequenze come se fossero state
pensate insieme.
Una parte del fascino stava proprio nel riconoscere i volti
degli attori dell’epoca, mentre la band modulava il suono seguendo il ritmo
delle scene. È un lavoro di ricerca notevole, quasi archeologico, che riporta
alla luce un patrimonio televisivo spesso nascosto.
Tre gruppi diversissimi, tre modi di intendere il suono, tre
approcci che hanno costruito una serata coerente proprio nella sua varietà. La Black
Widow Records continua così la sua serie di appuntamenti domenicali,
trasformando, quando capita, il tardo pomeriggio in un luogo di ascolto,
scoperta e condivisione.
Una occasione che non cercava l’effetto, ma la continuità. Obiettivo raggiunto!
The Doobie Brothers nascono all’inizio degli anni ’70 in
California, e diventano presto una delle band più amate della West Coast. La
loro forza è semplice e potentissima: unire rock, soul, country e rhythm
& blues con una naturalezza che sembra quasi istintiva. Sono una band
che vive sulla strada, nei club, nei locali pieni di fumo, con un suono che
cambia a seconda di chi entra e chi esce, ma che rimane sempre riconoscibile.
La prima fase della loro storia è guidata da Tom Johnston,
voce ruvida, energia rock, chitarre ritmiche martellanti. È il periodo di Listen
to the Music, China Grove, Long Train Runnin’. Un rock
solare, diretto, pieno di groove.
Poi, a metà anni ’70, Johnston si ammala e la band chiama Michael
McDonald, che porta un suono completamente diverso: più soul, più morbido,
più sofisticato. È la fase di What a Fool Believes e Minute by Minute.
Due anime diversissime, ma entrambe autentiche.
I Doobie Brothers sono questo, una band che cambia pelle
senza perdere la propria identità, capace di passare dal rock più ruvido al
soul più elegante senza mai sembrare fuori posto.
Due aneddoti significativi
1.“Long Train Runnin’” nasce… da una jam senza titolo
Per anni, nei concerti, i Doobie Brothers suonavano un pezzo
strumentale senza nome, solo per scaldare il pubblico. Il produttore, Ted
Templeman, un giorno dice a Tom Johnston: “Questo pezzo è fortissimo. Perché
non ci scrivi un testo?” Johnston non voleva: per lui era solo una jam.
Alla fine, si convince, scrive un testo in una notte, e nasce Long Train
Runnin’. Diventerà uno dei loro brani più celebri.
2. Il nome della band nasce da una
battuta
All’inizio non sapevano come chiamarsi. Un
amico, vedendoli sempre fumare, scherza: “You guys are just a bunch of
doobie brothers…”(“Siete
solo un gruppo di fratelli da spinello…”) La band ride, ma il nome rimane. È un
nome nato per scherzo, diventato un marchio storico.
I Poconascono alla fine degli anni Sessanta, quando
Richie Furay e Jim Messina, reduci dall’esperienza con i Buffalo Springfield,
decidono di dare forma a un suono nuovo, più morbido, più aperto, capace di
unire la scrittura pop con la tradizione country. A loro si unisce Rusty Young,
un giovane polistrumentista che diventerà presto l’anima sonora del gruppo
grazie alla sua pedal steel suonata in modo del tutto personale: non come
strumento tradizionale, ma come una sorta di violino elettrico capace di dare luce
e malinconia allo stesso tempo. I Poco non diventeranno mai una band da
classifiche, ma resteranno un punto di riferimento per eleganza, misura e
coerenza, tanto che molti riconosceranno in loro i veri pionieri del country‑rock
californiano, quelli che hanno aperto la strada a gruppi poi diventati enormi,
come gli Eagles.
Attorno alla band circolano diversi aneddoti che raccontano
bene il loro spirito. Uno dei più citati riguarda proprio il rapporto con gli
Eagles: Rusty Young diceva spesso, con un sorriso, che i Poco avevano
“costruito la strada” su cui gli Eagles avevano poi sfrecciato verso il
successo. Un altro episodio emblematico riguarda la pedal steel di Young:
durante una sessione in studio, un produttore rimase talmente colpito dal suo
modo di suonare da definirlo “un violinista nascosto dentro una pedal steel”,
una frase che riassume perfettamente la delicatezza e l’originalità del loro
suono.
C’è qualcosa di coerente nel fatto che Tony Banks, nato il 27 marzo 1950,
festeggi il suo compleanno lontano dai clamori. È sempre stato così, un
protagonista senza bisogno di ribalte, il musicista dei Genesis che ha
preferito lasciare che fossero le sue tastiere a parlare. E parlavano eccome…
linee limpide, strutture complesse, armonie che tenevano insieme mondi diversi.
Banks non è mai stato il volto pubblico della band. Non aveva
la teatralità di Gabriel, né la presenza magnetica di Collins. Ma dentro la
musica dei Genesis c’era la sua impronta, spesso decisiva. Gli assoli di The
Cinema Show, Firth of Fifth, In the Cage sono diventati un
lessico comune del progressive rock, punti di riferimento per generazioni di
tastieristi. La sua formazione classica, coltivata fin da bambino, gli ha dato
quella naturalezza nel passare dal pianoforte al mellotron, dall’organo Hammond
ai sintetizzatori più ostici, sempre con una precisione che non diventava mai
fredda.
Nella storia del gruppo, Banks è stato anche un collante.
Quando, dopo Trespass, Anthony Phillips lasciò la band, fu lui stesso a
pensare di abbandonare; furono i compagni a convincerlo a restare, e da quella
scelta nacque la stagione più fertile dei Genesis. Con l’arrivo di Collins e
Hackett, la band trovò un equilibrio nuovo, e Banks divenne il motore
compositivo di album come A Trick of the Tail e Wind & Wuthering,
dove la sua scrittura emerge con una maturità sorprendente.
Il suo carattere schivo ha alimentato la definizione di
“mente occulta” dei Genesis. Non per mistero, ma per discrezione: poche
interviste, nessuno scandalo, nessuna posa da rockstar. Solo lavoro, idee, e
una visione musicale che ha saputo attraversare epoche diverse senza perdere
identità. Anche nei progetti solisti, spesso sottovalutati, ha continuato a
esplorare forme e timbri con una curiosità che non si è mai spenta.
Oggi, mentre compie gli anni, Banks resta una figura centrale
nella storia del rock progressivo: non l’eroe da copertina, ma il costruttore
di architetture sonore che hanno dato profondità e respiro a un’intera stagione
musicale. Un musicista che ha lasciato un segno proprio perché non ha mai
cercato di lasciarlo.
Un compleanno silenzioso, come sempre. Ma pieno di musica.
Gli ZZ Topsono una delle formazioni più riconoscibili della
storia del rock americano: un trio texano nato alla fine degli anni Sessanta,
capace di trasformare il blues delle origini in qualcosa di moderno, ironico e
irresistibile. Billy Gibbons, Dusty Hill e Frank Beard hanno costruito
un’identità sonora che non assomiglia a nessun’altra: riff ruvidi ma
precisissimi, groove che sembrano uscire da un motore V8, e quella miscela di
umorismo e teatralità che li ha resi immediatamente iconici. Le barbe
chilometriche, gli occhiali scuri, il modo di muoversi sul palco come se
fossero personaggi di un fumetto western: tutto contribuiva a un immaginario
unico, ma sempre al servizio della musica.
Attorno a loro circolano aneddoti che raccontano bene il loro
spirito. Il più famoso riguarda la proposta milionaria della Gillette per
tagliare le loro celebri barbe in diretta televisiva: Gibbons e Hill
rifiutarono senza esitare, dicendo che “alcune cose non hanno prezzo”.
Un altro episodio emblematico è il tour degli anni Ottanta in
cui portarono sul palco veri bisonti, serpenti e cactus, trasformando i
concerti in una sorta di spettacolo surreale, a metà tra un rodeo e un
videoclip. Erano una band che sapeva divertirsi e far divertire, senza mai
perdere la precisione musicale che li distingueva.
In questo contesto nasce Gimme All Your Lovin’, uno
dei brani simbolo della loro svolta anni Ottanta. È un pezzo che unisce il loro
classico blues‑rock texano con una produzione più moderna, fatta di synth
discreti, batteria dritta e un riff che entra in testa al primo ascolto. La
voce di Gibbons è ruvida ma controllata, e il brano procede con un’energia
contagiosa, come una macchina che accelera senza sforzo lungo una highway
assolata. Il testo è semplice, diretto, quasi giocoso: una dichiarazione di
desiderio senza drammi, con quella leggerezza tipica degli ZZ Top, capaci di
rendere tutto immediatamente godibile.
Gimme All Your Lovin’ è uno di quei pezzi che
mostrano perfettamente la loro doppia anima: radici profonde nel blues, ma
capacità di parlare al pubblico degli anni Ottanta con un suono più brillante e
radiofonico. È un brano che funziona subito, che mette di buon umore, e che
racconta quanto gli ZZ Top siano riusciti a restare fedeli a sé stessi pur
evolvendosi.
Chip Taylorse n’è andato il 23 marzo, all’età di 86 anni.
La notizia è stata confermata dalla sua etichetta, senza ulteriori dettagli
sulle cause. Con lui scompare uno degli autori più influenti della canzone
statunitense, un musicista capace di attraversare decenni di storia lasciando
melodie che hanno superato mode e generazioni.
Nato come James Wesley Voight, apparteneva a una famiglia
nota anche fuori dal mondo musicale: fratello dell’attore Jon Voight e zio di Angelina
Jolie. La musica, però, era la sua strada fin dall’adolescenza, quando guidava
la band Wes Voight and the Town Three. Dopo un tour con Neil Sedaka e il cambio
di nome, iniziò a pubblicare dischi con la Warner, ottenendo nel 1962 la sua
prima presenza in classifica con Here I Am.
Il suo nome rimarrà per sempre legato a Wild Thing,
brano registrato per la prima volta nel 1965 e trasformato in un successo
planetario dai Troggs l’anno successivo. La versione incendiaria di Jimi
Hendrix al Monterey Pop Festival del 1967 - la stessa esibizione in cui diede
fuoco alla chitarra - contribuì a far entrare la canzone nella mitologia del
rock. Nel tempo è stata reinterpretata da artisti diversissimi, dalle Runaways
agli X, segno della sua forza trasversale.
Un altro capitolo fondamentale della sua carriera è Angel of the Morning, nata nel 1967 e portata al successo da Merrilee Rush nel
1968. La rilettura di Juice Newton, tredici anni più tardi, superò il milione
di copie vendute, mentre nel 2001 Shaggy ne riprese la melodia per Angel,
portandola in vetta alle classifiche di mezzo mondo. Taylor raccontava che il
brano era nato quasi di getto, ispirato da un film di guerra visto in
televisione: una storia di due amanti divisi dal conflitto, uniti solo dal
tempo rubato.
La sua produzione, però, non si esaurisce nei due titoli più
celebri. Nel suo repertorio compaiono brani interpretati da Willie Nelson,
dagli Hollies, da Linda Ronstadt e da molti altri. La sua scrittura era guidata
da un istinto particolare, come lui stesso spiegava: lasciava che l’idea
prendesse forma da sola, seguendo un’emozione più che una struttura.
Con la morte di Chip Taylor si chiude una pagina importante
della musica americana. Rimangono le sue canzoni, capaci di attraversare epoche
diverse senza perdere intensità, e quella capacità rara di trasformare
un’intuizione in qualcosa che continua a parlare anche a distanza di decenni.