Il 17 luglio 2021, il mondo della musica ha perso una delle
sue figure più iconiche e distintive: Robert Eugene "Robby"
Steinhardt, il co-cantante e violinista della leggendaria band progressive
rock Kansas. La sua scomparsa, all'età di 71 anni, a causa di
complicazioni dovute a pancreatite acuta, ha lasciato un vuoto incolmabile nel
cuore dei fan e nell'industria musicale.
Nato il 25 maggio 1950 a Chicago, Illinois, Steinhardt è
stato un elemento fondante e insostituibile dei Kansas fin dalla loro nascita
nel 1973. La sua formazione classica al violino, unita a una profonda passione
per il rock, ha dato vita a un sound unico che ha contraddistinto la band. Lì
dove molti gruppi si affidavano esclusivamente a chitarre e tastiere per le
melodie principali, il violino di Steinhardt ha offerto una dimensione
orchestrale e un'espressività rara nel panorama rock.
Il suo contributo ai Kansas non si limitava solo all'abilità
strumentale. Insieme a Steve Walsh, Steinhardt condivideva le parti vocali,
creando armonie e contrappunti che sono diventati marchi di fabbrica di brani
immortali come "Dust in the Wind" e "Carry On Wayward Son". La sua presenza sul palco, carismatica e
dinamica, lo rendeva un vero e proprio "frontman", capace di
connettersi con il pubblico e di amplificare l'energia della musica.
Durante il suo primo periodo con i Kansas (1973-1982), la
band ha raggiunto l'apice del successo, vendendo milioni di dischi e ottenendo
riconoscimenti come otto album d'oro e due quadruplo platino. Dopo una pausa,
Steinhardt è tornato con i Kansas nel 1997, rimanendo fino al 2006, a riprova
del suo legame indissolubile con il gruppo e la sua musica.
Anche al di fuori dei Kansas, Steinhardt ha continuato a
esplorare la sua passione musicale. Negli anni '80, si è trasferito nell'area
di Tampa Bay, in Florida, dove ha formato il duo Steinhardt-Moon con il
chitarrista Rick Moon, esibendosi frequentemente. Negli ultimi anni, era
entusiasta del suo secondo album da solista, "Not in Kansas Anymore",
completato poco prima della sua morte. Aveva persino ascoltato la versione
finale e approvato la copertina, e stava mettendo insieme una band per portare
il suo nuovo lavoro in tour.
La sua vita non è stata priva di sfide. Nel 2013, ha subito
un grave attacco di cuore che ha richiesto un quadruplo bypass, un evento che
lo ha tenuto in ospedale per quasi due mesi. Nonostante le previsioni
pessimistiche, la sua tenacia e il suo spirito combattivo lo hanno portato a
una sorprendente ripresa, come ha testimoniato la moglie Cindy.
Robby Steinhardt non era solo un musicista eccezionale, ma
anche un "vero combattente", come lo ha definito la moglie. La sua
morte ha segnato la fine di un'era per molti, ma la sua eredità musicale
continuerà a vivere attraverso le melodie indimenticabili che ha contribuito a
creare e l'influenza che ha avuto su innumerevoli artisti. La sua arte, il suo
violino e la sua voce rimarranno per sempre un faro nel vasto panorama del rock
progressivo.
Ricordiamo oggi la scomparsa di Jon
Lord, il leggendario tastierista e co-fondatore dei Deep Purple, venuto a
mancare il 16 luglio 2012
Jon Lord: a 14 anni dalla sua dipartita,
riflettiamo sull'immenso impatto che ha avuto sul mondo della musica rock e
oltre.
Nato a Leicester, in Inghilterra, nel 1941, il percorso
musicale di Jon Lord iniziò con una
formazione classica al pianoforte, un'influenza che avrebbe plasmato
profondamente il suo stile unico. Ha fuso senza soluzione di continuità la
potenza grezza del rock and roll con la raffinatezza della musica classica e
barocca, creando un suono immediatamente riconoscibile e profondamente
influente.
La carriera di Lord decollò con i The Artwoods, ma fu con la
formazione dei Deep Purple nel 1968 che trovò veramente la sua
vocazione. Come pietra angolare del sound della band, il suo organo Hammond
divenne iconico quanto la chitarra di Ritchie Blackmore. Brani come "Smoke on the Water", "Child in Time" e "Highway Star" testimoniano il suo approccio innovativo, dove i suoi
tuonanti riff d'organo e gli intricati assoli non erano solo un
accompagnamento, ma parti integranti delle composizioni. Fu un pioniere
nell'uso dell'organo Hammond attraverso un amplificatore Marshall, creando un
suono distorto e potente che divenne un segno distintivo dell'hard rock.
Al di là dei Deep Purple, l'esplorazione musicale di Lord
continuò. Il suo lavoro solista, incluso il rivoluzionario "Concerto for Group and Orchestra" (eseguito per la prima volta con i Deep
Purple e la Royal Philharmonic Orchestra nel 1969), mostrò la sua ambizione di
colmare il divario tra i generi classico e rock. Questo spirito pionieristico
aprì le porte a innumerevoli altri artisti per sperimentare collaborazioni
orchestrali.
L'uscita di Lord dai Deep Purple nel 2002 segnò la fine di
un'era, ma la sua eredità continuò a risuonare. Portò avanti ulteriori progetti
solisti, abbracciando una direzione più classica pur mantenendo quel tocco
distintivo intriso di blues.
Jon Lord è stato più di un semplice musicista; è stato un
innovatore, un compositore e un vero gentiluomo del rock. La sua influenza si
può sentire in generazioni di tastieristi e i suoi contributi alla musica sono
incommensurabili.
Tre anni senza Jane Birkin: un
omaggio all'icona che ha ridefinito stile, musica e cinema, lasciando
un'eredità di libertà e fascino intramontabile
Il 16 luglio 2023, il mondo della cultura e dello
spettacolo perdeva una delle sue figure più iconiche e poliedriche: Jane Birkin. A
due anni dalla sua scomparsa, rendiamo omaggio a un'artista che ha lasciato un
segno indelebile nella musica, nel cinema e nella moda, incarnando un'eleganza
senza tempo e uno spirito libero.
Nata a Londra nel 1946, Jane Birkin si trasferì in Francia
alla fine degli anni '60, dove trovò la sua vera dimensione artistica e
personale. Fu lì che incontrò Serge Gainsbourg, dando vita a una delle coppie
più celebri e scandalose del XX secolo. La loro relazione, tanto tormentata
quanto fertile, produsse capolavori musicali come la provocatoria "Je
t'aime... moi non plus", che scandalizzò ma anche affascinò il
pubblico di tutto il mondo, diventando un inno alla libertà espressiva.
Birkin non era solo la musa di Gainsbourg; era un'artista a
tutto tondo. La sua voce delicata e sensuale, spesso sussurrata, si sposava
perfettamente con le composizioni del compagno, creando un sound unico e
riconoscibile. Ma la sua influenza andava ben oltre la musica. Jane Birkin è
stata un'autentica icona di stile, ridefinendo i canoni della moda con la sua
semplicità ricercata, i suoi jeans a zampa, le magliette bianche e
l'immancabile cestino in vimini, che divenne il suo accessorio distintivo ben
prima che la borsa Hermès a lei dedicata (la celebre "Birkin Bag") la
consacrasse nell'Olimpo del lusso. Il suo appeal era intrinseco, una
combinazione di grazia naturale, fascino bohémien e un'innata capacità di
rendere chic qualsiasi cosa indossasse.
Oltre alla musica, Jane Birkin ha avuto una prolifica
carriera cinematografica, recitando in oltre 70 film. Ha lavorato con registi
di fama internazionale come Jacques Rivette, Agnès Varda e Jean-Luc Godard,
dimostrando una versatilità notevole che le ha permesso di spaziare tra ruoli
drammatici e commedie. La sua presenza sullo schermo era magnetica, capace di
esprimere una vasta gamma di emozioni con la stessa disarmante autenticità che
la contraddistingueva nella vita.
Nonostante la sua fama e il suo successo, Birkin rimase
sempre legata a valori di autenticità e impegno. Fu una fervente sostenitrice
dei diritti umani e partecipò attivamente a numerose cause sociali e
umanitarie. Il suo impegno per i più deboli e la sua onestà intellettuale la
rendevano una figura ammirata ben oltre il suo talento artistico.
Oggi, l'eredità di Jane Birkin è più viva che mai. La sua
musica continua a incantare nuove generazioni, i suoi film vengono riscoperti e
il suo stile è ancora fonte di ispirazione per designer e fashionisti di tutto
il mondo. Ma più di ogni altra cosa, Jane Birkin sarà ricordata per il suo
spirito indomito, la sua capacità di vivere appieno ogni momento e di esprimere
la sua arte con una sincerità disarmante.
La sua figura rimarrà un faro per tutti coloro che credono
nella forza della creatività, nell'importanza di rimanere fedeli a sé stessi e
nel potere di influenzare il mondo con grazia e determinazione. Ci mancherà la
sua presenza, ma il suo lascito culturale e umano continuerà a brillare.
Il 16 luglio del 2014, all’età
di 70 anni, ci lasciava Johnny Winter,chitarrista, cantante e compositore blues e rock
americano. Era noto per il suo virtuosismo con la chitarra slide e per i suoi
lunghi capelli bianchi, a causa dell'albinismo.
Winter nacque a Beaumont, in Texas,
il 23 febbraio 1944. Iniziò la sua carriera nei primi anni '60 e pubblicò il
suo primo album, Johnny Winter, nel 1968.
Rapidamente si affermò come una
figura popolare sulla scena blues, andando in tour con molti dei grandi artisti
blues dell'epoca, tra cui Muddy Waters, Howlin' Wolf e John Lee Hooker.
La musica di Winter era un mix di
blues e rock, ed è stato uno dei primi musicisti bianchi a portare il blues a
un pubblico mainstream. È stato anche un pioniere nell'uso degli effetti
elettronici sulla chitarra e il suo suono è stato spesso descritto come
"heavy blues".
Winter ha continuato a registrare e
fare tour per tutta la sua carriera, e ha pubblicato il suo ultimo album,
Step Back, nel 2014.
Winter è stato un chitarrista molto
influente, e la sua musica è stata elogiata da molti altri musicisti, tra cui
Eric Clapton, Keith Richards e Stevie Ray Vaughan.
È
stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2003.
Gli Strawbs pubblicano il video live di Benedictus
mentre “Grave New World” torna in una nuova edizione limitata dal vivo
Gli Strawbs
celebrano uno dei capitoli più importanti della loro storia con l’uscita di Grave New World Live, la prima e unica
versione dal vivo del celebre album del 1972. La registrazione, catturata negli
Stati Uniti nel 2019, verrà pubblicata in edizione limitata su vinile il
prossimo ottobre da Witchwood Records, come parte delle iniziative per il
cinquantesimo anniversario della band.
Il 13 luglio si è ricordato anche il primo
anniversario della scomparsa di Dave Cousins, anima e guida degli
Strawbs. Per ricordarlo, l’etichetta ha diffuso un video live diBenedictus,
brano che Cousins considerava tra i più rappresentativi della loro produzione e
dell’album a cui era più legato.
La versione proposta proviene dal concerto al
Lakewood Theatre nel New Jersey, datato 27 aprile 2019. Sul palco, accanto a
Cousins, ritornano John Ford e Blue Weaver, già presenti nell’album
originale, insieme a Brian Willoughby, Cathryn Craig, Tony
Fernandez, Eric Bazilian e con Wesley Stace nel ruolo di
narratore. Un ensemble che restituisce la complessità e la profondità di un
disco che, nel 1972, segnò una svolta artistica per la band.
Grave New World Live è stato prodotto da Larry
Fast, noto per il lavoro con Peter Gabriel, Foreigner, Nektar e Hall &
Oates, mentre il mastering è stato affidato a Geoff Pesche degli Abbey
Road Studios, già al fianco di Dire Straits, Coldplay e Mike Oldfield. Una
squadra che conferma l’intento di rendere omaggio a un album considerato un
punto fermo del folk-progressive britannico.
Secondo le volontà espresse nel testamento di
Cousins, tutti i proventi dei suoi diritti d’autore legati a questo progetto
saranno destinati all’Università di Leicester e all’Università di Bangor, con
l’obiettivo di sostenere giovani musicisti meritevoli. Un gesto che riflette la
sua visione della musica come strumento di crescita e possibilità.
L’album sarà pubblicato in sole 1.000
copie in tutto il mondo, in formato LP gatefold con libretto, riprendendo
la presentazione originale del disco in studio. Un oggetto pensato per i
collezionisti e per chi desidera riscoprire l’opera in una veste nuova, ma
fedele allo spirito degli Strawbs.
Peter Banks, l'architetto silenzioso del Prog Rock e
l'eredità di un nascita di mezza estate
Nel pantheon del progressive rock, le stelle più luminose
spesso monopolizzano la narrazione, lasciando nell'ombra figure ugualmente
cruciali la cui impronta è meno appariscente ma non meno profonda. Peter Banks, il chitarrista originale e
co-fondatore degli Yes, rientra pienamente in questa categoria.
Nato il 15 luglio 1947, proprio nel cuore dell'estate
inglese, Banks ha incarnato uno spirito di innovazione che, sebbene non sempre
celebrato con la dovuta enfasi, ha gettato le basi per uno dei generi più
complessi e affascinanti della storia della musica.
Il 15 luglio 1947 vedeva l'Europa ancora alle prese con le
cicatrici della Seconda Guerra Mondiale, ma era anche un'epoca di fermento
culturale e sociale che avrebbe di lì a poco dato vita al rock'n'roll e,
successivamente, alle sue evoluzioni più audaci. In questo contesto di
rinascita, Peter Banks iniziò il suo percorso musicale, affinando un talento
che lo avrebbe portato a distinguersi ben presto. La sua chitarra non era solo
uno strumento per l'esecuzione di melodie, ma un mezzo per esplorare textures,
armonizzazioni complesse e strutture compositive che andavano ben oltre la
semplicità del pop dell'epoca.
Già nelle sue prime esperienze con band come i Syn e i Mabel
Greer's Toyshop, Banks mostrava una versatilità e una profondità rare. Era un
musicista che pensava "oltre", anticipando le tendenze che avrebbero
definito il progressive rock. Il suo stile era una fusione eclettica di
influenze: l'energia del blues e del rock, la sofisticazione armonica del jazz,
e la costruzione formale mutuata dalla musica classica. Non cercava la velocità
fine a sé stessa, ma la precisione, l'espressività e la capacità di contribuire
in modo organico al tessuto sonoro complessivo.
Fu con la fondazione degli Yes nel 1968, al fianco di Jon
Anderson, Chris Squire, Tony Kaye e Bill Bruford, che il genio di Banks trovò
la sua prima, grande piattaforma. I primi due album della band, Yes
(1969) e Time and a Word(1970), sono testimonianze indelebili
del suo contributo. In questi lavori, Banks non si limitava a fornire
accompagnamenti; le sue linee di chitarra erano intricate, spesso in un dialogo
contrappuntistico con il basso virtuoso di Chris Squire, e i suoi assoli erano
concisi ma densi di significato, mai banali o ridondanti. Brani come "Beyond and Before", la versione originale di "Yours Is No Disgrace"
(seppur non sull'album in studio), e "No Opportunity Necessary, NoExperience Needed" mostrano la sua capacità di tessere trame complesse
e di aggiungere un'impronta distintiva al sound embrionale degli Yes.
Il suo sound era caratterizzato da una brillantezza
cristallina, spesso arricchita dall'uso giudizioso di effetti come il wah-wah e
il fuzz, applicati con un'intelligenza musicale che li elevava oltre la mera
novità tecnologica. Banks era un esploratore del suono, capace di alternare
passaggi acustici delicati a esplosioni elettriche potenti, integrando armonie
jazz in un contesto rock innovativo. Era un architetto, capace di costruire
fondamenta solide e di elevarsi in strutture complesse e sorprendenti.
Purtroppo, le frizioni creative e personali portarono alla
sua separazione dagli Yes dopo Time and a Word. Questo evento,
pur aprendo le porte all'era di Steve Howe e al grande successo commerciale
degli Yes, segnò per Banks l'inizio di un percorso musicale più tortuoso ma non
meno significativo. Nonostante non abbia mai più raggiunto la stessa
visibilità, Peter Banks continuò a creare musica di alta qualità.
Con i Flash, da lui fondati, produsse album come l'omonimo Flash
(1972) e In the Can (1972), dove poté esplorare ulteriormente le
sue idee compositive e il suo stile chitarristico, dimostrando una visione
artistica coerente e audace. La sua carriera post-Yes fu un susseguirsi di
collaborazioni e progetti meno noti, ma sempre animati da una profonda onestà
artistica e dalla ricerca di nuove espressioni sonore. La sua discografia
solista, seppur limitata, offre ulteriori insight sulla sua evoluzione.
Peter Banks ci ha lasciati il 7 marzo 2013, ma la sua
eredità musicale rimane un faro per chiunque voglia comprendere le radici del
progressive rock. È stato un innovatore, un musicista la cui profonda
comprensione armonica e la capacità di creare atmosfere uniche hanno
contribuito in modo sostanziale a definire un genere. Nonostante la sua figura
non sia sempre stata al centro dei riflettori, il suo contributo è innegabile e
merita di essere riscoperto e celebrato. La nascita di Peter Banks, in quella
mezza estate di quasi ottant'anni fa, ha segnato l'inizio di un viaggio
musicale che, pur con i suoi alti e bassi, ha arricchito profondamente il
panorama del rock, lasciando un'impronta indelebile e silenziosa ma potente.
Una petizione chiede alla BBC di valorizzare
l’eredità compositiva di Keith Emerson
Una nuova iniziativa lanciata sui social
punta i riflettori su Keith Emerson,
figura centrale del progressive rock e autore di opere che hanno segnato la
storia della musica del Novecento. Il gruppo Facebook Emerson Lake &
Palmer Appreciation Group ha avviato una petizione rivolta alla BBC
affinché l’emittente riconosca in modo più ampio e strutturato il contributo
compositivo del tastierista britannico.
La richiesta arriva in un momento
particolarmente significativo: gli Emerson Lake & Palmer saranno
protagonisti del programma “Prog Rock: A Fanfare For The Common Man”, il
primo festival interamente dedicato al prog all’interno dei BBC Proms,
in scena alla Royal Albert Hall il 18 luglio. Sul palco salirà Carl Palmer,
unico membro superstite della formazione originale, affiancato da Peter
Hammill dei Van der Graaf Generator, Guy Garvey degli Elbow, Jane
Weaver e Gruff Rhys dei Super Furry Animals. A condurre la serata
sarà Stuart Maconie, voce autorevole del progressive e conduttore della Freak
Zone su BBC Radio 6 Music.
Secondo i promotori, Emerson non cercava
semplicemente il successo popolare, ma ambiva a essere ricordato come un compositore
serio, capace di creare opere complesse, stratificate e destinate a durare nel
tempo. Il 2027 segnerà inoltre il cinquantesimo anniversario del Concerto n.1,
scritto nel 1976 e pubblicato l’anno successivo nell’album Works Volume 1,
un traguardo che rende ancora più urgente una riflessione sul suo ruolo nella
musica contemporanea.
La petizione, indirizzata alla BBC e ad altre
istituzioni culturali, propone una serie di azioni concrete:
-Maggiore diffusione delle composizioni
di Emerson e delle sue opere soliste su BBC Radio 3.
-Nuovi documentari e programmi
retrospettivi su BBC Four dedicati alla sua innovazione musicale e al suo
contributo alla cultura del XX secolo.
-Inclusione stabile nelle stagioni
2027/2028 dei BBC Proms, con esecuzioni, approfondimenti e progetti speciali.
La campagna punta a trasformare l’omaggio
degli imminenti Proms in un percorso più ampio, capace di restituire a Emerson
il posto che molti appassionati ritengono gli spetti nella storia della musica.
Ci sono band prolifiche, e poi ci sono The Samurai of Prog.
Da oltre un decennio il collettivo guidato da Marco
Bernarde Kimmo Pörstipubblica
album con una frequenza che sfida ogni logica produttiva, mantenendo però una
qualità che pochi gruppi riescono a sostenere anche in un’intera carriera.
The 7 Voyages of Sinbadè l’ennesima dimostrazione di questa
inesauribile vitalità creativa, un nuovo concept, un nuovo cast internazionale
di musicisti, un nuovo viaggio sonoro che si aggiunge a una discografia già
monumentale.
Come sempre, l’impatto visivo è parte integrante dell’opera.
L’artwork di Ed Unitsky non è semplice decorazione, ma un’estensione
narrativa della musica. Le sue illustrazioni, sospese tra simbolismo, mitologia
e immaginario fantastico, trasformano l’album in un oggetto totale. Unitsky
costruisce mondi, architetture impossibili, paesaggi visionari, figure
archetipiche che amplificano la dimensione epica del concept. È un marchio
estetico che ormai definisce l’identità dei Samurai tanto quanto le loro scelte
musicali.
Il disco racconta le sette avventure di Sinbad, ma lo fa con
un taglio moderno e psicologico. L’introduzione di Marco Grieco lo chiarisce
subito: “Non sono più il marinaio che lasciò il porto”. Il viaggio
diventa così un percorso di trasformazione interiore, un confronto con la
paura, la perdita, la tentazione della ricchezza, la scoperta del limite e,
infine, la rivelazione di sé.
Ogni brano è affidato a un compositore diverso, scelta che
potrebbe generare frammentazione ma che, grazie alla direzione artistica di
Bernard e Pörsti, produce invece un mosaico coerente. La sezione ritmica,
presente in ogni episodio, garantisce continuità timbrica e narrativa.
Analisi
musicale
01. Guided by
the Moon – Beppe Crovella
Apertura sinfonica, con tastiere ampie e un canto narrativo
che introduce il tema del destino. Steve Unruh offre una prova vocale intensa,
mentre il violino aggiunge tensione emotiva. Il brano alterna lirismo e
dinamismo, preparando perfettamente il terreno.
02. The
Valley of Diamonds – Stefano Vicarelli
Primo episodio strumentale, costruito su tappeti elettronici
e un ritmo controllato. Vicarelli crea un paesaggio sonoro sospeso, quasi
ipnotico, che evoca la valle dei serpenti e dei diamanti. È un momento
contemplativo, ma anche inquieto.
03. Mark the Stars – Octavio
Stampalia
Brano energico, con un’impronta prog classica. Steph Honde
porta una vocalità teatrale, mentre Stampalia costruisce un impianto armonico
solido. Il ritornello “Mark the stars, wield his fate” diventa un vero
leitmotiv eroico.
04. End of
the Day – Alessandro Di Benedetti
Uno dei vertici emotivi del disco. Il testo è
cupo e introspettivo: “I’m about to reach the end, there so little to
understand”. La
presenza di Roine Stolt aggiunge eleganza melodica. La struttura alterna quiete
e dramma, riflettendo la storia di cannibali, tombe e rinascita.
05. Trapped
by Old Age – Rafael Pacha
Ricchissimo di strumenti etnici e antichi, è il brano più
simbolico dell’album. Pacha costruisce un episodio quasi rituale, con un
crescendo narrativo che culmina nella rivelazione finale: “This damn man is
me!”. Qui il mito diventa metafora dell’età, del peso del passato, della
lotta con sé stessi.
06. The Isle
of Wonder – Mimmo Ferri
Brano in quattro sezioni, molto narrativo. Le chitarre
acustiche e la voce di Daniel Fäldt creano un clima sospeso tra disperazione e
meraviglia. Il testo alterna immagini dure (“gems, rubies, ambergris and
bones, and death”) a momenti di rinascita. Il solo di Toni Jokinen è uno
dei più intensi del disco.
07. The Last Shore – Marco Grieco
Episodio visionario, con flauto e violino che ampliano lo
spettro timbrico. Il tema ricorrente “Through the sky, where angels sing”
crea un’atmosfera mistica. Il brano racconta la scoperta che gli uomini‑uccello
sono in realtà demoni: un ribaltamento reso con un crescendo drammatico molto
efficace.
08. Sinbad the Sailor – Chris Engels
Chiusura perfetta, quasi una ballata epica. Il testo riassume
l’intero arco narrativo: “I have sailed where maps dissolve”. La voce di
Engels è calda, la chitarra acustica di Sposaro aggiunge intimità. È un ritorno
a casa, ma anche un addio al mare.
Tracklist
1.Guided
by the Moon - 07:08
2.The
Valley of Diamonds - 06:15
3.Mark
the Stars - 05:55
4.End
of the Day - 09:01
5.Trapped
by Old Age - 10:27
6.The
Isle of Wonder - 10:26
7.The
Last Shore - 10:16
8.Sinbad
the Sailor - 06:31
Musicisti (lista unica con
riferimento ai brani)
Sezione ritmica (presente in tutto
l’album)
Marco
Bernard -
Shuker bass (01- 08)
Kimmo
Pörsti - drums
(01- 08)
Compositori / tastieristi
Beppe
Crovella -
keyboards (01)
Stefano
Vicarelli -
keyboards (02)
Octavio
Stampalia -
keyboards (03)
Alessandro
Di Benedetti -
keyboards (04)
Rafael Pacha - keyboards, guitars, percussion, sazs, rehtiz, viola da gamba,
zither, flutes, voice (05)
Marco Grieco - keyboards, acoustic guitar, backing vocals (07)
Chris
Engels -
keyboards, vocals (08)
Voci
Steve Unruh - vocals & violin (01), lead vocals (07)
Steph
Honde - vocals
(03)
Michael
Trew - vocals
(04, 05)
Daniel Fäldt - lead & backing vocals (06)
Chris
Engels - vocals
(08)
Chitarre
Toni
Jokinen -
electric guitar (01, 03, 04, 06, 07, 08)
Roine
Stolt -
electric guitar (04)
Massimo
Sposaro -
acoustic guitar (08)
Strumenti aggiuntivi
Giovanni
Mazzotti -
flute (07)
Beatrice
Birardi -
darbuka (06)
The 7 Voyages of Sinbad conferma una volta di più la natura instancabile dei The
Samurai of Prog, ma allo stesso tempo mette in luce il loro limite più
evidente: la produttività continua rischia talvolta di oscurare la portata
delle singole opere. Questo album, però, riesce a emergere proprio grazie alla
forza del concept e alla qualità dei compositori coinvolti. Non tutto ha lo
stesso peso specifico, alcune sezioni risultano più narrative che realmente
memorabili, ma l’insieme funziona perché mantiene una coerenza interna rara in
un progetto così frammentato per firme e stili.
La presenza costante della sezione ritmica di Bernard e
Pörsti garantisce un’identità sonora riconoscibile, mentre l’artwork di Ed
Unitsky - ancora una volta impeccabile - eleva il disco a oggetto totale,
curato in ogni dettaglio. È un elemento che molti gruppi considerano
accessorio, ma che per i Samurai è parte integrante del linguaggio.
Dal punto di vista musicale, l’album non cerca la sorpresa a
tutti i costi, preferisce consolidare un’estetica che la band padroneggia da
anni. È un lavoro che parla soprattutto agli ascoltatori già dentro l’universo
Seacrest Oy, ma offre abbastanza varietà e profondità da risultare accessibile
anche a chi si avvicina per la prima volta. In definitiva, non è il capitolo
più rivoluzionario della loro discografia, ma è uno dei più compatti, maturi e
narrativamente riusciti. Un altro tassello di una storia che sembra non voler
rallentare.
Il Live Aidfu un evento musicale epocale che si svolse il 13
luglio 1985, caratterizzato da due concerti simultanei di beneficenza di
portata globale: uno allo Wembley Stadium di Londra, e l'altro al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia.
Ideazione e scopo
L'evento fu ideato da Bob Geldof, cantante dei
Boomtown Rats, e dal musicista Midge Ure degli Ultravox, in risposta
alla devastante carestia che colpì l'Etiopia negli anni '80. L'obiettivo
primario era raccogliere fondi per alleviare la fame e le sofferenze nel paese
africano, sensibilizzando al contempo l'opinione pubblica mondiale sulla crisi
umanitaria.
Caratteristiche uniche
La simultaneità dei concerti in due continenti, resa
possibile dalle comunicazioni satellitari, fu un elemento senza precedenti che
sottolineò l'unità globale nella lotta contro la fame.
Il Live Aid vide esibirsi un cast impressionante di artisti
di fama mondiale provenienti da diversi generi musicali, con un forte focus sul
rock e sul pop. Molti di questi artisti si esibirono gratuitamente, animati da
un sincero desiderio di contribuire alla causa.
L'evento fu trasmesso in diretta televisiva in oltre 150
paesi, raggiungendo un'audience stimata di quasi due miliardi di persone.
Questa copertura mediatica senza precedenti amplificò enormemente la
consapevolezza e la raccolta fondi.
Artisti iconici (selezione)
Londra (Wembley Stadium):
Queen (la cui performance è spesso
considerata uno dei momenti più iconici nella storia dei concerti rock)
Il Live Aid non fu solo un grande concerto, ma un vero e
proprio motore di solidarietà. I fondi raccolti per l'Etiopia furono
ingenti, anche se l'efficacia di quegli aiuti nel lungo
periodo è stata spesso messa in discussione. Ma al di là dei numeri, l'evento ebbe un'eco
pazzesca a livello mondiale. Improvvisamente, la carestia in Africa non era più
una notizia lontana, ma qualcosa che toccava le corde di milioni di persone.
Il Live Aid diventò un fenomeno culturale potentissimo, un
momento in cui gente di ogni tipo si sentì unita dalla musica per fare qualcosa
di buono. Il successo fu tale che aprì la strada a un sacco di altri concerti
benefici negli anni a venire.
Lorenzo Rapetti, l’autore del video a seguire, mi ha permesso di ricordare in
modo concreto il concerto che ha cambiato la mia storia recente, quello del 12 luglio 2003,
giorno in cui gli YESsuonarono a Vado Ligure
(SV) e mi segnarono profondamente.
Superfluo evidenziare i
tanti motivi, perché descritti in un articolo qualche anno fa e spesso ricorrenti nei
miei racconti:
Resta la soddisfazione
di aver messo assieme alcune immagini e uno stralcio musicale di quel giorno
magico, dove una band stratosferica si presentò con la miglior formazione
possibile (Jon Anderson, Rick Wakeman, Steve Hove, Chirs Squire e Alan White)
e mi … chiarì le idee.
Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine
Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.
L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.
Artista: Jethro Tull
Titolo: A Passion Play
Data di pubblicazione: 13 luglio 1973
Durata: 45:04
Dischi: 1
Tracce: 2
Genere: Rock progressivo
Etichetta: Chrysalis
Registrazione: Morgan Studios di
Londra
"A Passion Play" è un album
concettuale dei Jethro Tull pubblicato il 13 luglio
del 1973.
Il disco suscitò reazioni contrastanti al momento della sua
uscita, ma è diventato nel corso degli anni un'opera significativa nella
discografia della band. In questa recensione, esploreremo il contenuto musicale
e il concept dell'album.
"A Passion Play" è un'opera
ambiziosa e complessa, che sfida le convenzioni musicali del suo tempo. L'album
è strutturato come una sorta di dramma teatrale, con diverse sezioni che si
susseguono senza soluzione di continuità. La musica dei Jethro Tull in questo
caso è un amalgama di rock progressivo, folk, jazz e influenze classiche,
creando un'esperienza sonora unica.
L'opera narra della storia di un
certo Ronnie Pilgrim il quale, dopo morto, sperimenta il giudizio e l'aldilà,
visitando paradiso e inferno, per poi rinascere. È quindi un'unica storia e per
questo motivo l'album è stato presentato come un movimento unico. Il racconto,
apparentemente banale, nasconde in realtà una miriade di allegorie e allusioni
che fanno di A Passion Play il disco più complesso nella storia della band.
L'album si apre con un'introduzione
strumentale che crea un'atmosfera misteriosa e teatrale. Da lì, la musica si
sviluppa attraverso una serie di movimenti, con cambi di tempo e tonalità che
creano una sensazione di progressione e tensione. La voce di Ian Anderson si fa
strada attraverso le composizioni con il suo timbro distintivo, offrendo una
narrazione intrigante.
The Story of the Hare Who Lost His
Spectacles è il
pezzo centrale dell'album, molto umoristico con gli animali come protagonisti,
recitato (non cantato) da Jeffrey Hammond Hammond, accompagnato da teatro da camera con
gruppo e orchestra. Il testo di questo brano non c'entra assolutamente nulla
con il resto dell'album e molto probabilmente ha la funzione di sdrammatizzare
la seriosità di tutta l'opera nonostante, anche in questo caso (come al solito
da parte di Ian Anderson), le allusioni non manchino.
Le liriche di A Passion
Play sono dense e criptiche, e richiedono un ascolto attento per cogliere
appieno il loro significato. Il concept dell'album ruota attorno a temi come la
vita, la morte, la spiritualità e l'esistenzialismo. Le parole di Anderson sono
intrise di metafore e immagini poetiche, che aggiungono un elemento di
profondità al lavoro complessivo.
Dal punto di vista strumentale, il
talento dei membri di Jethro Tull è evidente. Le linee di flauto di Ian
Anderson sono virtuose e penetranti, mentre le chitarre di Martin Barre creano
solide strutture musicali. Le tastiere di John Evan, unite alla sezione ritmica
composta da Jeffrey Hammond al basso e Barriemore Barlow alla batteria, forniscono
una solida base che tiene insieme l'intero album.
La complessità musicale e concettuale
fanno sì che l’assimilazione dell’album richieda tempo e pazienza per il pieno
apprezzamento, e le lunghe trame proposte senza soluzione di continuità potrebbero
risultare impegnative per chi cerca melodie immediate e orecchiabili.
Sintetizzo: "A Passion Play" è un album
emblematico del periodo di massima sperimentazione dei Jethro Tull. La sua
natura articolata e il concept teatrale lo rendono un'opera affascinante, ma
che richiede impegno da parte dell'ascoltatore.