giovedì 11 giugno 2026

Noisext- “S/T”: commento all'album

 


 Noisext- “S/T”

“S/T” non è un semplice ritorno, ma un varco temporale che riporta in superficie un’idea di noise-rock che in Italia non ha mai avuto davvero il suo spazio, ma che oggi suona più viva e necessaria che mai. I Noisext, storica formazione genovese, rimettono mano ai brani scritti nei primi anni Novanta e li trasformano in un album che non guarda al passato con nostalgia, ma con lucidità e consapevolezza.

Il disco nasce da una storia che sembra uscita da un romanzo underground. Negli anni Novanta, quando il noise americano stava esplodendo e in Italia ancora non si parlava di Marlene Kuntz o Massimo Volume, un gruppo di ragazzi genovesi decide di inseguire quella scossa elettrica. Le influenze sono chiare: Unsane, Sonic Youth, Cop Shoot Cop, Helmet, Godflesh. Il pubblico dell’epoca non capisce, ma oltreoceano qualcuno sì. Una cassetta arriva alla PCP Entertainment di New York, etichetta di Unsane e Chrome Cranks, che pubblica il 7” “Welcome To My Head”. Poi il silenzio, lo scioglimento, la vita che si mette di traverso.

Oggi, trent’anni dopo, quei brani trovano finalmente la loro forma definitiva. Fabio Botta, voce e secondo basso, recupera il materiale, richiama i compagni storici, affianca un nuovo batterista e, con il supporto di Maso e Alberto di Taxi Driver Records e Flamingo Records, porta a termine ciò che allora non fu possibile.

Il risultato è sorprendente. Il suono non è invecchiato, è maturato. Le chitarre di Massimo Morasso sono ancora taglienti come vetro, i due bassi di Botta e Pozzo costruiscono un muro sonoro che vibra e respira, la batteria di Enrico Meloni è marziale e implacabile. L’approccio è old school, ma la resa è attuale, potente, credibile. Non c’è manierismo, non c’è revival. C’è un’identità che finalmente trova il suo spazio.

“S/T” è un disco che racconta un’epoca senza imitarla. È ruvido, feroce, urbano. È noise come si deve, che è stato definito “un sano noise come si deve”. È un lavoro che restituisce dignità a una storia rimasta sospesa e che dimostra come certe intuizioni, se autentiche, non scadono mai.

Il titolo gioca su più livelli. Same Title, certo. Ma anche un omaggio a Stefano, batterista originale, che non ha potuto partecipare alle registrazioni ma ha seguito il progetto con entusiasmo. E poi quel richiamo a “1st”, perché questo è davvero il primo album dei Noisext, quello che sarebbe dovuto uscire nel 1995 e che oggi, finalmente, esiste.

Registrato, mixato e masterizzato da Berna presso Studio K tra novembre e dicembre 2025, “S/T” esce in cd e vinile in edizione limitata per Flamingo Records e Taxi Driver Records il 12 giugno 2026, con release party al Festival delle Periferie di Genova.

È un disco che arriva, colpisce, lascia il segno. E chiude un cerchio rimasto aperto troppo a lungo.

Registrato, mixato e masterizzato da Berna presso Studio K tra novembre e dicembre 2025. Esce per Flamingo Records e Taxi Driver Records il 12 giugno 2026. Release party al Festival delle Periferie di Genova.

 

Noisext

Fabio Botta - voce, basso, urla

Massimo Morasso - chitarra ed effetti

Alessandro Pozzo – basso

 Enrico Meloni – batteria

 

Contatti

noisextband@gmail.com







Ricordando Françoise Hardy, mancata due anni fa



Esattamente due anni fa, l'11 giugno del 2024, all'età di 80 anni, ci lasciava Françoise Hardy, cantautrice, scrittrice e attrice francese, considerata un'icona della musica e dello stile, non solo in Francia, ma a livello internazionale.

Esordì nel mondo della musica nel 1961, a soli 18 anni, con la canzone "Tous les garçons et les filles", che ebbe un successo immediato e la lanciò nel panorama musicale francese ed europeo.

Divenne una figura di riferimento del movimento “yé-yé”, caratterizzato da un sound pop leggero e spensierato, ma con testi spesso malinconici e introspettivi.

Nel corso della sua carriera, durata oltre 60 anni, ha pubblicato 28 album, ottenendo un grande successo sia in Francia che all'estero.

Tra i suoi brani più celebri ricordiamo "Comment te dire adieu", "Le temps de l'Amour", "Message Personnel", "Et si m'en vais avant toi"

Si è distinta per la sua voce sensuale e malinconica, accompagnata da testi poetici e introspettivi che affrontavano temi come l'amore, la solitudine e la disillusione.

Ha collaborato con alcuni dei più grandi nomi della musica francese, tra cui Serge Gainsbourg, Michel Berger e David Bowie.

Nonostante il grande successo ottenuto, Hardy ha sempre preferito mantenere un profilo riservato, allontanandosi dai riflettori e dalle grandi produzioni.

 


Oltre la musica…

Ha avuto una breve carriera cinematografica, recitando in alcuni film negli anni '60 e '70.

È stata anche un'autrice di successo, pubblicando due romanzi e un'autobiografia.

Era considerata un esempio di stile per la sua eleganza sobria e raffinata.

Françoise Hardy ha lasciato un'eredità importante nel mondo della musica francese e internazionale, influenzando generazioni di artisti con la sua musica poetica e il suo stile unico.



Con Mick Jagger

Con Rita Pavone

Da sx Bobby Solo, Mina, Francoise Hardy, Marisa Sannia e Al Bano







mercoledì 10 giugno 2026

"La Muta" cambia pelle ai Supercanifradiciadespiaredosi

 


 SUPERCANIFRADICIADESPIAREDOSI

 La Muta

 

La Muta segna il ritorno dei Supercanifradiciadespiaredosi dopo un percorso lungo, irregolare e sempre sorprendente. Sono passati nove anni da Geni Compresi e nel frattempo il trio ha attraversato silenzi, deviazioni, esperimenti e quella parentesi visionaria chiamata Aggiovaggio, un vinile illustrato che già mostrava la volontà di uscire dai binari. Con questo nuovo lavoro la band torna a una forma più diretta, asciutta e immediata, pur mantenendo quella libertà creativa che da sempre la caratterizza.

Il disco nasce attorno a una scelta precisa: una voce, due bassi e una batteria. Una formula essenziale che diventa il punto di partenza per un suono più rock, più compatto, più fisico. Mauro Andreolli, ancora una volta al fianco del gruppo, scolpisce un impianto sonoro che esalta ritmo, dinamica e presenza. I brani sono più brevi ma conservano la capacità di cambiare pelle, giocare con le strutture, sorprendere senza perdere coesione.

L’apertura con Sotto carica è un manifesto di energia. Limo spinge sul groove con un testo che colpisce per la sua ironia tagliente. The sailor hard III riprende un vecchio tema e lo rilancia con una spinta nuova. Farloccobolario crea un’atmosfera sospesa che dialoga con il libro da cui trae ispirazione. La danza del mentre riflette sul tempo con una leggerezza che non toglie forza al messaggio. Fidarsi degli altri recupera un testo degli anni Novanta e lo veste con una struttura moderna e coinvolgente. Ossidea è un piccolo viaggio giocoso che mescola immaginario infantile e mito. Fare tardi porta con sé l’eco del prog di Aggiovaggio ma lo traduce in una forma più compatta. La title track arriva come un blocco di roccia, essenziale e potente. Muta paradossa è una scheggia anarchica che diverte e spiazza. Midollo osseo è il brano più heavy, un flusso continuo che corre senza tregua. My Hell, con la collaborazione di Mario Speziali, apre una parentesi desertica e malinconica. The feene chiude il disco con un sorriso, leggero e affettuoso.

Il risultato è un album che vive di varietà e coerenza allo stesso tempo. Ogni brano ha una propria identità ma tutti condividono un’idea precisa: cambiare forma senza perdere anima. La Muta è un lavoro maturo, libero, costruito con esperienza e con quella voglia di giocare che i Supercanifradiciadespiaredosi non hanno mai abbandonato. È un disco che scorre, sorprende, diverte e invita a riascoltare. Un ritorno vero, solido, sentito.

Da scoprire, davvero.


INFO E CONTATTI:

www.supercanifradiciadespiaredosi.it

www.facebook.com/scfaed

www.instagram.com/supercanifradiciadesp1aredos1 

mail: supercanifradici@yahoo.it







Ray Charles ci lasciava il 10 giugno del 2004

 


Oggi, 10 giugno, segna l'anniversario della scomparsa di Ray Charles Robinson, una figura la cui grandezza trascende la mera definizione di musicista. "The Genius," come affettuosamente era conosciuto, non è stato solo un artista; è stato un architetto sonoro, un pioniere culturale e una testimonianza vivente della capacità umana di trasformare le avversità in trionfi. A distanza di anni dalla sua dipartita, la sua musica risuona ancora con una vitalità e una pertinenza inalterate, confermando il suo posto immortale nel pantheon della musica globale.

Nato ad Albany, Georgia, nel 1930, Ray Charles affrontò un'infanzia segnata da povertà e tragedie. La perdita della vista, sopraggiunta gradualmente e in modo irreversibile entro i sette anni, avrebbe potuto infrangere lo spirito di molti. Per Ray Charles, invece, divenne la catalizzatrice di una sensibilità uditiva e musicale straordinaria, che gli permise di percepire il mondo in una dimensione sonora unica. La sua formazione musicale, iniziata alla Florida School for the Deaf and the Blind, fu eclettica e rigorosa, gettando le basi per la sua rivoluzionaria fusione di generi.

Ray Charles non si limitò a eseguire musica; la reinventò. Cresciuto assorbendo il gospel vibrante delle Chiese battiste e il blues viscerale dei juke joint, fu il primo a combinare apertamente queste due forme musicali, spesso considerate antitetiche. Il risultato fu un sound elettrizzante e spirituale che il mondo avrebbe presto conosciuto come soul. Brani come "I Got a Woman" (1954) e "What'd I Say" (1959) non furono solo successi commerciali, ma manifesti di un nuovo genere, carichi di energia evangelica e passione secolare, che avrebbero influenzato generazioni di artisti.

La sua discografia è un mosaico di capolavori. Da interpretazioni magistrali di standard jazz a rivisitazioni mozzafiato di brani country, come il suo celebre album del 1962, Modern Sounds in Country and Western Music, che sfidò le convenzioni musicali e razziali dell'epoca. Con canzoni come "Georgia on My Mind" (la sua versione è diventata l'inno di stato della Georgia) e "Hit the Road Jack", Ray Charles dimostrò una versatilità e una profondità emotiva senza pari. La sua voce graffiante, capace di passare da un sussurro intimo a un ruggito potente, e la sua inconfondibile maestria al pianoforte erano i suoi marchi di fabbrica, rendendo ogni performance un'esperienza indimenticabile.

L'impatto di Ray Charles va ben oltre le sue innovazioni musicali. In un'America ancora profondamente segregata, la sua celebrità e il suo talento trascendevano le barriere razziali. Ha aperto la strada per molti artisti afroamericani, dimostrando che la musica poteva unire e ispirare senza distinzione di colore. La sua storia è un potente promemoria che le limitazioni fisiche non possono contenere un talento illimitato o uno spirito indomito.

Il suo lascito continua a vivere non solo nelle innumerevoli registrazioni, ma anche nell'influenza che ha avuto su artisti di ogni genere, dal rock al pop, dal jazz al R&B contemporaneo. La sua capacità di infondere anima in ogni nota, di comunicare verità universali attraverso la sua arte, lo rende una figura la cui rilevanza non svanirà mai.

Oggi, 10 giugno, mentre ricordiamo la scomparsa fisica di Ray Charles, celebriamo la sua vita, la sua musica e la sua eredità eterna. La sua voce continuerà a guidarci, la sua musica a emozionarci e la sua storia a ispirarci, ricordandoci sempre il potere trasformativo del genio.






martedì 9 giugno 2026

L'eredità immortale di Jon Lord: un compleanno musicale ancora attuale

  


Il tastierista che ha scolpito il suono dei Deep Purple, fondendo rock, blues e classica in un'alchimia inimitabile


Ricordiamo oggi la nascita di un'icona musicale la cui influenza risuona ancora potentemente nel panorama del rock e oltre: Jon Douglas Lord, nato il 9 giugno 1941.

Cofondatore e anima sonora dei leggendari Deep Purple, Lord non è stato semplicemente un tastierista; è stato un pioniere, un compositore e un visionario che ha ridefinito il ruolo degli strumenti a tastiera nella musica rock.

La sua impronta distintiva, caratterizzata da un organo Hammond spinto al limite, collegato direttamente ad amplificatori Marshall per ottenere un suono distorto e aggressivo, ha rappresentato una fusione audace tra il rock, il blues e la musica classica. Questa combinazione unica ha dato vita a un sound potente e inconfondibile, che ha permesso ai Deep Purple di distinguersi e di vendere oltre 100 milioni di dischi in tutto il mondo.

Lord non era solo un esecutore brillante: brani come "Smoke on the Water", "Highway Star" o "Child in Time" devono gran parte della loro grandezza e della loro immortalità ai suoi passaggi orchestrali e ai suoi assoli fulminanti. La sua capacità di infondere complessità armoniche e melodiche nel tessuto del hard rock ha elevato il genere, dimostrando che la potenza poteva convivere con la profondità artistica.

Oltre al suo lavoro con i Deep Purple, Jon Lord ha esplorato territori musicali diversi, dal jazz fusion alle composizioni orchestrali. Il suo "Concerto for Group and Orchestra" del 1969, eseguito con la Royal Philharmonic Orchestra, rimane una pietra miliare che ha saputo abbattere le barriere tra il rock e la musica sinfonica, un'impresa all'epoca quasi impensabile.

È morto all'età di 71 anni il 16 luglio 2012 per un'embolia polmonare dopo una lunga lotta contro un male incurabile di cui soffriva da circa un anno.

Oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 85 anni, il ricordo di Jon Lord non è un semplice omaggio al passato, ma un riconoscimento della sua eredità viva. Il suo approccio innovativo e la sua dedizione all'eccellenza musicale lo rendono una figura intramontabile.

Il ruggito del suo Hammond risuona ancora nei concerti di band ispirate da lui, nelle reinterpretazioni dei classici e nel cuore di ogni fan che sa riconoscere un vero genio musicale.





lunedì 8 giugno 2026

Il caos messo in scena: quando il teatro dei Genesis sfuggì di mano

 


Tra manichini nudi e cariche esplosive: il tour "The Lamb" ai confini dell'assurdo


Il tour di The Lamb Lies Down on Broadway rappresentò l'apice della visione teatrale di Peter Gabriel, ma portò la band e la crew sull'orlo di un esaurimento nervoso. Lo spettacolo era un incubo logistico: tre schermi per proiezioni che raramente funzionavano all'unisono e costumi così ingombranti da rendere Gabriel quasi incapace di muoversi.

Durante una data del tour, la tensione esplose letteralmente. Un tecnico degli effetti speciali, forse per eccesso di zelo o distrazione, caricò una quantità eccessiva di polvere pirica per l'esplosione finale. Il boato fu tale da scuotere le fondamenta del palcoscenico e stordire i musicisti; Phil Collins, dietro la batteria, fu investito dall'onda d'urto e reagì con una rabbia che divenne leggendaria nei backstage. Come se non bastasse, l'ironia dei roadie spesso superava quella dello show: in un momento in cui Gabriel interagiva con manichini che erano sue esatte repliche, un tecnico decise di sostituirne uno spogliandosi integralmente e restando immobile sotto i riflettori. La reazione di Gabriel, sospesa tra lo shock e la necessità di continuare a cantare, rimane uno dei momenti più surreali della storia dei Genesis.

 




domenica 7 giugno 2026

Hugh Hopper (1945-2009): un tributo al genio del basso nel giorno della sua scomparsa

 In ricordo di Hugh Hopper, un visionario del basso rock e la sua eredità sconfinata


Oggi ricorre l'anniversario della scomparsa di Hugh Hopper, una figura monumentale e profondamente influente nel panorama del rock progressivo e della musica sperimentale. Mancato il 7 giugno del 2009, Hopper ci ha lasciato un'eredità musicale che continua a risuonare per la sua audacia, innovazione e impatto duraturo, tracciando un percorso unico nel mondo del basso e della composizione.

Nato il 29 aprile 1945, Hopper è stato uno dei pilastri della leggendaria band di Canterbury Soft Machine, contribuendo in modo significativo a definire il loro suono rivoluzionario e a plasmare l'identità di un intero sottogenere musicale. Il suo stile al basso non era semplicemente un accompagnamento ritmico; era una forza propulsiva e melodica a sé stante. Caratterizzato da una sonorità distintiva, spesso arricchita da fuzz e distorsione, le sue linee di basso erano intricate, innovative e intrise di un'audace spontaneità improvvisativa. Questo approccio ha trasformato il basso da mero strumento di supporto a una voce solista e portante, conferendogli una presenza senza precedenti nella struttura sonora. Album come Third e Fourth dei Soft Machine, pietre miliari del rock progressivo, testimoniano la sua genialità, con composizioni che sfidavano i generi e aprivano nuove prospettive musicali, mescolando elementi di jazz, rock e musica d'avanguardia con una maestria rara.

Al di là del suo lavoro seminale con i Soft Machine, la carriera di Hopper è stata costellata di collaborazioni eclettiche e progetti solisti altrettanto significativi. La sua curiosità intellettuale e la sua sete di esplorazione sonora lo hanno portato a navigare in territori musicali diversi, dal jazz-rock più cerebrale all'improvvisazione libera e all'avant-garde. Ha avuto il privilegio di lavorare con artisti del calibro di Robert Wyatt, con cui ha condiviso un profondo legame artistico e personale, Elton Dean, Carla Bley, e molti altri, contribuendo a dischi che spesso sono rimasti ai margini delle classifiche ma che hanno esercitato un'influenza sotterranea ma potente. La sua discografia solista, sebbene a volte meno conosciuta al grande pubblico, rivela un artista in continua evoluzione, sempre alla ricerca di nuove espressioni e sperimentazioni sonore, spesso caratterizzate da paesaggi sonori astratti e texturizzati che andavano ben oltre le definizioni tradizionali.

Hugh Hopper non era solo un virtuoso del suo strumento; era un compositore visionario, un improvvisatore audace e, soprattutto, un innovatore inarrestabile. La sua capacità di fondere melodia e dissonanza, struttura e libertà, ha lasciato un'impronta indelebile su generazioni di musicisti, non solo bassisti. Il suo approccio al basso ha influenzato innumerevoli artisti in vari generi, dimostrando che i confini musicali sono fatti per essere superati e che l'esplorazione sonora può portare a risultati inaspettati e rivoluzionari. Ha insegnato, attraverso la sua musica, che il basso può essere molto più di un fondamento ritmico, trasformandolo in un veicolo per l'espressione emotiva e intellettuale.

Nel ricordare Hugh Hopper in questo anniversario, celebriamo non solo un musicista eccezionale, ma anche un pioniere che ha avuto il coraggio di esplorare sentieri inesplorati, arricchendo il linguaggio del rock, del jazz e della musica sperimentale con la sua visione unica e la sua inesauribile creatività. La sua musica continua a ispirare e a stimolare, rimanendo una testimonianza vibrante del suo genio e un faro per coloro che osano pensare fuori dagli schemi.






sabato 6 giugno 2026

Aether – III: commento all'album


 

Aether – III

Aether arriva al terzo album con una sicurezza che deriva dal metodo. Il progetto nasce nel 2021 dall’incontro di quattro musicisti con percorsi molto diversi, uniti dal desiderio di costruire un linguaggio che non appartenga a un genere preciso. Nel comunicato ufficiale si apprende come la band voglia “porre attenzione sull’elemento umano nell’esecuzione, sulla coralità”, e questa dichiarazione diventa la chiave di lettura di III.

Il disco non è un concept, è un laboratorio aperto, un repertorio che prende forma durante le sessioni del 2025 e che restituisce un’idea di musica come organismo vivo.

Aether lavora in un territorio di confine, dove il jazz contemporaneo incontra il progressive, l’ambient elettronica e un certo lirismo nord‑europeo, un suono che ricorda “un incontro tra il Progressive Rock settantiano, il Jazz nordico ed evocativo di scuola ECM, il Dark‑Jazz moderno e il sound lisergico degli Ozric Tentacles”. È una descrizione ampia, ma utile per capire la natura del progetto… non un collage di influenze, ma un modo di pensare la forma musicale come spazio aperto.

La solidità del quartetto è evidente. Andrea Ferrari alterna chitarra e tastiere con un approccio che unisce scrittura e improvvisazione. Andrea Grumelli usa il fretless come strumento melodico e timbrico, non solo ritmico. Andrea Serino lavora sulle tastiere con un senso architettonico della forma. Matteo Ravelli integra batteria ed elettronica con una sensibilità che arriva tanto dal jazz quanto dalla sperimentazione.

La scelta della presa diretta (“per dare più risalto alla coralità della creazione, alle dinamiche, e al fattore umano”), permette alla band di mantenere una dimensione organica che diventa parte integrante del linguaggio.

La tracklist …

Oort Cloud

Brano di apertura che definisce subito il campo: dinamiche ampie, elettronica come elemento atmosferico, flauto come vettore melodico. Non introduce un tema ma un ambiente. È un portale d’ingresso, non un manifesto.

Vogon

Qui Aether lavora sulla frizione tra struttura musicale e intervento performativo. La voce di Claudio Milano non è un cameo, ma un dispositivo che altera la percezione del brano. La musica non accompagna il testo, lo mette in crisi.

Cinque Teintes, Quatre Cadres

La suite più complessa del disco. Non colpisce per virtuosismo, ma per la capacità di trasformare il materiale ritmico in un paesaggio in movimento. La poliritmia non è un esercizio, pittosto un modo per far respirare la forma.

La Mélancolie du Petit Prince

Il brano che sospende la narrativa interna del disco. Qui Aether lavora sulla sottrazione: piano, basso ed elettronica costruiscono un micro‑ambiente che vive di dettagli. È il momento in cui il disco si ascolta dall’interno.

Panta Rei

Il titolo suggerisce un flusso, ma il brano funziona soprattutto per la sua capacità di far emergere la tensione senza mai esplodere. Il solo di chitarra non è un climax, è una deviazione del percorso.

Swerve

La chiusura più strutturata. La suite non cita il progressive, lo metabolizza. I cambi di tempo non sono un omaggio, sono un modo per far avanzare la narrazione musicale. È il brano che più chiarisce la maturità del gruppo.

III è un disco che non cerca un’identità di genere, ma un’identità di metodo. Aether lavora sulla coralità, sulla dinamica, sulla relazione tra scrittura e improvvisazione. Il risultato è un album che non punta sull’impatto immediato, ma sulla costruzione di un mondo sonoro coerente, stratificato e riconoscibile. È un lavoro che conferma la band come una delle realtà più interessanti nel panorama italiano di confine tra jazz, progressive e musica di ricerca.


L'ASCOLTO…

https://aether5.bandcamp.com/




venerdì 5 giugno 2026

Il santuario interiore di Mathieu Torres

 


Sanctuaire – Mathieu Torres

 

Il secondo album di Mathieu Torres, Sanctuaire, si presenta come una prosecuzione naturale di Desconegut, ma con un respiro più ampio e una consapevolezza diversa. È un lavoro che cerca di “explorer la psyché humaine à travers des architectures sonores et des improvisations qui se déploient comme des poèmes”, come recita la presentazione ufficiale.

Torres non costruisce un santuario nel senso di rifugio, ma di spazio aperto, dove la chitarra diventa voce e materia, dove ogni suono sembra interrogare il silenzio da cui proviene.

La scrittura è introspettiva, ma mai chiusa. L’artista parla di composizioni giornalistiche, e questa definizione, insolita nel linguaggio musicale, suggerisce un modo di comporre che osserva, registra, racconta. Non c’è retorica, non c’è virtuosismo esibito, ma piuttosto un’attenzione al dettaglio, alla relazione tra gesto e ascolto. La chitarra di Torres mantiene quel lirismo organico che già caratterizzava il primo disco, ma qui si muove in un paesaggio più stratificato, dove ogni brano sembra aprire una finestra diversa sullo stesso orizzonte.

Sanctuaire è un album che si ascolta come si leggerebbe un diario di viaggio interiore. I titoli stessi - Le Parfum des Glycines, Khiónê, Ténéré, Hoia Baciu - evocano luoghi reali e immaginari, spazi di memoria e di percezione. Torres non cerca la continuità del pensiero, la fluidità di un discorso che si fa e si disfa, come se ogni brano fosse una tappa di un percorso che non ha fine. In questo senso, Le Clochard Céleste (Trio), già anticipato come B‑side del disco, diventa quasi un punto di equilibrio, un momento in cui la chitarra si apre al dialogo, lasciando intravedere la dimensione collettiva che attraversa tutto il lavoro.

L’impressione complessiva è quella di un disco che non vuole essere analizzato, ma abitato. Torres sembra dire che la musica non serve a spiegare, ma a “ramener la musique à la vie et la vie à la musique”, come affermava in una sua nota di poetica. È un gesto etico prima ancora che estetico: riportare la musica al suo stato naturale, al suo respiro, alla sua fragilità.

Sanctuaire è dunque un luogo di ascolto, un territorio di passaggio, un invito alla presenza. Non è un album da consumare, ma da frequentare - come si frequentano i luoghi che ci insegnano a stare.


Crediti

Mathieu Torres – chitarra, composizioni

Produzione: Matziz Records

Uscita: 5 giugno 2026

Formati: CD, vinile, digitale

Materiali ufficiali: live in studio, foto, B‑side Le Clochard Céleste (press kit)

 

Tracklist

1.   Le Parfum des Glycines

2.   Pyrène

3.   Impressions (cover)

4.   Blue Monday

5.   Khiónê

6.   En Marche Folle

7.   Le Clochard Céleste (Trio)

8.   Des Airs de Répit

9.   Rosewood

10.                 Ténéré

11.                 Xana Valse

12.                 Sneakers Station

13.                 Hoia Baciu








Il fantasma nel sistema: l'ultimo incontro tra i Pink Floyd e Syd Barrett

 


Cronaca di un pomeriggio surreale ad Abbey Road che segnò la fine di un'era


Il 5 giugno 1975, mentre i Pink Floyd stavano rifinendo il mixaggio di "Shine On You Crazy Diamond" presso gli Abbey Road Studios, un uomo dall'aspetto bizzarro varcò la soglia della sala regia. Era corpulento, completamente calvo, senza sopracciglia e indossava un impermeabile logoro. Portava con sé una busta della spesa e, senza dire una parola, iniziò a lavarsi i denti con foga maniacale.

Inizialmente, i membri della band pensarono a un tecnico o a un amico stravagante di qualche assistente. Solo dopo diversi minuti di imbarazzato silenzio, David Gilmour e Roger Waters realizzarono l'incredibile verità: quell'uomo era Syd Barrett, il loro fondatore e "diamante pazzo", che non vedevano da anni. Syd era diventato l'ombra di sé stesso, irriconoscibile a causa del declino mentale e dell'abuso di sostanze. Quando Waters gli chiese cosa ne pensasse del brano - una dedica straziante proprio alla sua genialità perduta - Syd rispose semplicemente: "Sembra un po' vecchia". Quell'incontro, carico di una tristezza indescrivibile, lasciò la band in lacrime, sancendo il definitivo distacco tra il mito di Syd e la realtà della sua assenza.








giovedì 4 giugno 2026

Federico De Caroli-"L'ONIRISTA": commento al libro



Il 25 maggio scorso ho avuto il piacere di affiancare Federico De Caroli alla libreria Ubik di Savona per la presentazione del suo ultimo romanzo, L'ONIRISTA. Dialogare con l'autore in quell'occasione ha permesso di far emergere la complessità teorica che sta alla base del suo lavoro, un modus articolato che si ritrova intatto non appena si aprono le pagine del libro. Il confine tra realtà e proiezione mentale si fa infatti estremamente sottile nel momento in cui ci si addentra nell'opera, dove l'atmosfera sospesa e una costante sensazione di instabilità accompagnano lo sviluppo della vicenda nei suoi spostamenti quotidiani.

L'intreccio si sviluppa all'interno di scenari emblematici per la cifra stilistica del testo. Attraverso descrizioni accurate ma prive di eccessi sentimentali, De Caroli delinea ambienti caratterizzati da cromatismi stridenti e dettagli privi di armonia. Questo contrasto visivo funge da perfetto corrispettivo formale al disorientamento profondo che attraversa l'opera, dove gli spazi urbani e chiusi vengono percepiti come filtri verso dimensioni capaci di sgretolare le convenzioni sociali e personali.

La narrazione procede legando le situazioni attraverso una prosa fluida che unisce con precisione tecnica e sensibilità narrativa. Figure singolari popolano la scena, muovendosi con una disinvoltura che amplifica, per contrasto, il senso di estraneità e di impaccio che domina la prospettiva centrale del racconto.

Il tessuto in cui si muovono i personaggi è descritto come un reticolo in cui le traiettorie umane si incrociano in modo apparentemente casuale. Il confronto con figure del passato introduce dinamiche relazionali tese e ambigue, venate da una sottile incomunicabilità.

L'attraversamento di spazi asimmetrici e passaggi talvolta angusti o sotterranei evidenzia una forte fascinazione per il dettaglio, dove la scomposizione psicologica dei legami e la percezione del caos quotidiano diventano centrali. In queste sezioni, la scrittura si mantiene asciutta e critica, legando i concetti con connettivi logici precisi ed evitando formule retoriche o enfatiche.

Il nucleo tematico più profondo risiede nella riflessione teorica sulla natura stessa dell'esperienza: l'idea che la realtà onirica possieda una linearità e una coerenza non inferiori a quella cosciente, e che il vero ostacolo risieda nell'incapacità dell'individuo di applicare i giusti codici interpretativi a una dimensione priva di filtri protettivi.

In definitiva, L'ONIRISTA si configura come un'indagine accurata sui meccanismi della percezione, dove le vicende mettono costantemente in discussione la solidità del piano reale. Rinunciando alla linearità rassicurante della narrativa tradizionale, De Caroli costringe chi legge a confrontarsi con la natura frammentaria, stratificata e talvolta perturbante dell'esperienza umana, mantenendo una tensione costante in ogni capitolo e lasciando un senso di profonda e stimolante inquietudine.





Il 4 giugno del 1997 ci lasciava Ronnie Lane, l'anima nomade del rock britannico

 


La storia di un artista che ha trasformato la sua fragilità in forza, lasciando un'eredità musicale e umana indimenticabile: il 4 giugno ricorre l'anniversario della scomparsa di Ronnie Lane, anima di Small Faces e Faces, e pioniere di una lunga battaglia contro la sclerosi multipla


Il 4 giugno 1997, il mondo della musica perdeva una delle sue figure più autentiche e toccanti: Ronnie Lane. Bassista, cantautore e carismatico fondatore di due delle band più influenti del rock britannico degli anni '60 e '70, gli Small Faces e i Faces, Lane è stato molto più di un semplice musicista. È stato un poeta della quotidianità, un pioniere dell'indipendenza artistica e un esempio di resilienza di fronte a una malattia devastante.

Nato Ronald Frederick Lane il 1° aprile del 1946 a Plaistow, East London, Ronnie si affermò rapidamente come una forza creativa. Con gli Small Faces, la sua ritmica pulsante al basso e il suo contributo autoriale (spesso in tandem con Steve Marriott) furono fondamentali per plasmare il suono mod-soul-pop che li rese celebri, da "Itchycoo Park" a "Ogdens' Nut Gone Flake". La sua abilità nel fondere melodia e groove era inconfondibile, conferendo alle loro canzoni una leggerezza e una profondità rare.

Dopo lo scioglimento degli Small Faces, Lane co-fondò i Faces con Rod Stewart, Ronnie Wood, Ian McLagan e Kenney Jones. Qui, la sua estetica musicale si fece più robusta, radicata nel blues e nel rock'n'roll, ma sempre intrisa di quell'autenticità che lo contraddistingueva. Le sue composizioni per i Faces, pur spesso in ombra rispetto alle hit di Stewart, erano gioielli di storytelling e sentimento, come la celebre "Ooh La La", da lui cantata con una disarmante sincerità.

Small Faces

La sua carriera solista e il progetto Ronnie Lane's Slim Chance videro Lane esplorare nuove direzioni, abbracciando sonorità folk, country e il fascino bohémien di un circo itinerante, incarnando uno spirito libero e anticonvenzionale. In questo periodo, la sua arte raggiunse vette di poesia e introspezione, con album come Anymore for Anymore e Rough Mix, un'indimenticabile collaborazione con Pete Townshend degli Who.

Fu proprio durante la realizzazione di Rough Mix che la vita di Ronnie Lane prese una svolta drammatica. Nel 1977, gli fu diagnosticata la sclerosi multipla, una malattia neurodegenerativa progressiva. La notizia avrebbe potuto spezzare lo spirito di molti, ma non quello di Lane. Nonostante la malattia lo avesse gradualmente privato della capacità di suonare il basso come un tempo, e poi di muoversi autonomamente, Ronnie continuò a lavorare. La sua voce divenne più fragile, ma il messaggio, la melodia e il cuore delle sue canzoni rimasero intatti.

Faces

Negli anni '80, si trasferì in Texas, cercando un clima più mite che potesse alleviare i sintomi della malattia, e continuò a registrare e a partecipare a concerti benefici. La sua battaglia contro la sclerosi multipla non fu solo personale; divenne un alfiere per la causa, organizzando l'ARMS (Action Research into Multiple Sclerosis), un tour benefico che nel 1983 riunì stelle del calibro di Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page e lo stesso Pete Townshend, raccogliendo fondi e sensibilizzando l'opinione pubblica su questa malattia poco compresa.

Ronnie Lane ha continuato a lottare con coraggio e dignità per oltre vent'anni, fino alla sua scomparsa il 4 giugno 1997, all'età di 51 anni. La sua eredità è complessa e multiforme: un bassista innovativo, un cantautore profondamente empatico, un'icona di stile e, soprattutto, un uomo la cui resilienza ha ispirato milioni. La sua musica, intrisa di una malinconia agrodolce e di un'autenticità disarmante, continua a risuonare, ricordandoci la bellezza della fragilità umana e la forza inesauribile dello spirito. Ronnie Lane rimane una figura luminosa, un nomade del rock che, nonostante le avversità, non ha mai smesso di camminare sulla sua strada.







mercoledì 3 giugno 2026

Solitary Man – Neil Diamond / Se perdo anche te – Gianni Morandi

 

Solitary Man”, pubblicata nel 1966 da Neil Diamond, è una delle prime canzoni in cui si riconosce con chiarezza il suo modo di scrivere, una melodia diretta, una voce che porta un’ombra di fragilità, un racconto personale che procede senza forzature. Il brano si muove su un equilibrio semplice, la linea vocale rimane in primo piano, sostenuta da un accompagnamento essenziale. È una confessione asciutta, costruita su un ritmo regolare e su un tono che alterna determinazione e disincanto.

In Italia la stessa melodia prende una direzione diversa. Gianni Morandi incide “Se perdo anche te”, con un testo che non traduce l’originale ma lo rilegge secondo la sensibilità italiana della metà degli anni Sessanta. Il racconto diventa più esplicito, più legato a una storia sentimentale precisa. La voce di Morandi porta un’intensità immediata, con un timbro che rende il brano più aperto, meno introspettivo rispetto alla versione di Diamond.

Anche l’arrangiamento segue questa scelta. Dove l’originale mantiene un tono più raccolto, la versione italiana introduce una ritmica più marcata e un’impostazione vocale più ampia, coerente con lo stile di Morandi in quegli anni. La melodia rimane riconoscibile, ma il contesto cambia: la ballata americana si trasforma in una canzone pop italiana, con un colore che appartiene pienamente alla scena nazionale dell’epoca.

Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di abitare la stessa linea melodica. Neil Diamond costruisce un brano che vive di introspezione, con una voce che porta il peso del racconto. Morandi sceglie una via più diretta, più narrativa, con un’emozione che si apre verso l’esterno. Non è una questione di fedeltà, ma una diversa interpretazione del materiale di partenza, filtrata attraverso un’altra lingua e un’altra tradizione.




sabato 30 maggio 2026

29 Maggio: un'eterna vibrazione per John Cipollina


 

Oggi il cielo di San Francisco suonerebbe psichedelico: brutto giorno per l'indimenticabile John Cipollina


Oggi, il calendario segna un giorno particolare. Non solo la primavera inoltrata accarezza la baia di San Francisco, ma per chi ha amato e continua ad amare le sei corde più ribelli e visionarie, oggi sarebbe stato il compleanno di John Cipollina. Nato a Berkeley il 24 agosto del '43, John ci ha lasciato troppo presto, il 29 maggio del 1989, portando con sé un universo sonoro unico e inimitabile.

Eppure, in questo giorno che avrebbe dovuto celebrare un altro anno della sua irrequieta genialità, la sua musica risuona ancora con una forza quasi tangibile. Chiudiamo gli occhi e lasciamoci trasportare dalle spire psichedeliche di "Who Do You Love?", dall'incalzante riff di "Fresh Air", dalle tessiture acide e sognanti che hanno reso inconfondibile il suono dei Quicksilver Messenger Service.


John Cipollina non era solo un chitarrista; era un alchimista del suono, un pittore di paesaggi sonori che spaziavano dal blues più viscerale alle sperimentazioni più audaci. Il suo tocco era inconfondibile, un mix di tecnica sopraffina e un'anima profondamente radicata nella controcultura californiana degli anni '60. Le sue dita danzavano sul manico con una libertà selvaggia, strappando note che sembravano provenire da un altro mondo, distorsioni che parlavano di libertà, di ricerca interiore, di un'epoca di fermento e di sogni.

Ricordarlo oggi non è solo un atto di nostalgia, ma un modo per celebrare un artista che ha saputo piegare lo strumento alle proprie visioni, creando un linguaggio musicale personalissimo e influente. La sua leggendaria Gibson SG con il vibrato a farfalla era più di una chitarra; era un'estensione della sua anima inquieta, uno strumento attraverso il quale esprimeva gioie, tormenti e un'infinita sete di sperimentazione.

Anche se il tempo scorre inesorabile, portando con sé cambiamenti e nuove sonorità, l'eco delle sue note continua a influenzare generazioni di musicisti e appassionati. In questo 29 maggio, mentre il sole californiano illumina le strade che lo hanno visto crescere e creare la sua magia, possiamo fare nostro il suo spirito libero e la sua instancabile ricerca sonora.

John Cipollina non è più fisicamente tra noi, ma la sua musica, la sua eredità artistica, la sua inconfondibile impronta sonora continuano a vivere, a ispirare, a farci sognare. E in questo giorno speciale, possiamo solo alzare il volume e lasciarci avvolgere da quell'eterna vibrazione che solo la sua chitarra sapeva regalarci. Buon compleanno, John. La tua musica è immortale.

Rivediamolo al Festival di Monterey…