sabato 19 maggio 2018

Tanti auguri a Pete Townshend



Compie oggi 73 anni Pete Townshend, nato il 19 maggio del 1945 a Londra.

Ispirandomi ad un’immagine trovata sul web, e rielaborata da Cristina Mantisi, ho scritto questa storia “immaginaria”, inserita un pò di anni fa nel book “Cosa Resterà di me?”, scritto in collaborazione con Max Pacini.

Nella mia invenzione estemporanea ho descritto un possibile comportamento di Pete, nel corso del primo concerto dopo la scomparsa di Keith Moon.

Tanti auguri Pete!!!






Forse sarebbe stato un concerto come tanti, con mulinelli a gogò conditi dalle peggiori imprecazioni.
Aveva bevuto troppo prima di salire sul palco… da un pò di tempo era la regola.
La musica fluiva con regolarità, e la cascata di note sembrava mascherare chissà quale stato d’animo.
Non era mai stato così energico e allo stesso tempo assente… Pete.
Ogni accordo era ripetuto con ossessione, e il rock si era trasformato in un flamenco.
Sembrava sgorgassero i colori, muovendosi a ondate, ma erano tinte tendenti al buio più totale.
Lui stesso ne era investito, mentre dal suo corpo, radiografato da lastre di suoni, usciva tutto il suo malessere.
Guardò Roger, ma non fu rassicurato dalla sua presenza… non erano mai stati in vero accordo e lui, adesso, stava cercando la simbiosi totale.
Decise di continuare a saltare prima di girarsi ancora.
I colpi di basso elettrico gli ricordarono che su quel palco c’era la sua generazione… almeno John non l’avrebbe tradito.
Ma quanto tempo sarebbe ancora passato prima di voltarsi indietro? Forse un album intero?
Quando partirono i violini, e Baba volgeva al termine, trovò il coraggio per ruotare su se stesso, sperando che nulla fosse cambiato, magari un sogno, un incubo, e nulla più.
Un ultimo salto, un ultimo FA maggiore e Pete incontrò la verità che cercava di allontanare. Era il 1978, forse novembre.
Cercò lo sguardo di un pazzo, gli occhi di un uomo dannato, la mano di un amico sicuro, e… niente di tutto questo.
Era tutto vero, Keith era partito per sempre e nessuno avrebbe mai potuto sostituirlo.
Chissà se manca solo a me?”, provò a cantare Pete.
Quel palco era un vero inferno e mai più niente sarebbe stato come prima!

giovedì 17 maggio 2018

Bob Dylan "GIUDA!": Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966


Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "

Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966

Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”

Il più famoso epiteto nella storia della musica venne pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei confronti del rock ad alto volume.
Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una replica carica di fastidio: “Non ti credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che, l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.
Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul “tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.
Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966, dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band) che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.
I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi. Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e drasticamente modificate.


La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del 1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare. Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di una delle sue prime registrazioni, Baby, Let Me FollowYou Down. Verso la fine del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella, quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé notevole entrò nella leggenda.

"Bill Bruford, autobiografia alla batteria"



Oggi è il compleanno di Bill Bruford, un po’ di tempo fa lo ricordavo così, raccontando qualcosa del suo fantastico book, che consiglio a tutti gli appassionati di musica…
                                                              
Questo libro non avrà raggiunto il suo scopo se non sarà stato capace di attirare l’attenzione sul lavoro, a tratti brillante, del variegato gruppo di personaggi del quale racconta”.
Queste le parole conclusive del libro “Bill Bruford, autobiografia alla batteria” (Aereostella).
Ne ho sentito parlare la prima volta a Roma, a inizio novembre scorso, quando dal palco della “Prog Exibition” veniva pubblicizzato.
Un libro come tanti, una biografia comune, dove si ripercorre una vita di musica, con vicissitudini familiari, soddisfazioni e incidenti di percorso? Niente di tutto questo.
Eppure ogni autobiografia che si rispetti, da Clapton a Emerson, ha caratteristiche ben precise e nessuno si aspetta qualcosa di diverso!
E poi, cosa potrebbe mai dire un batterista?
Nell’immaginario comune il drummer ha un ruolo secondario perché lo si idealizza sempre come un ottimo esecutore, magari stratosferico, ma che "non ha dovuto studiare perché aveva il ritmo nel sangue", e Keith Moon è solo un esempio. Non è pensabile che chi picchia sui tamburi sappia comporre, o possa essere un leader, o ancora sia in grado di essere immediatamente accostato al nome della sua band.
Phil Collins e Franz Di Cioccio sono eccezioni, come capita in ogni rappresentazione del quotidiano, ma non ci sono molti altri esempi.
Questa che potrebbe essere una mia valutazione personale, e quindi criticabile, è avvalorata dal racconto di Bruford, che rende noto che le barzellette sui batteristi non passano mai di moda: “Com’è che chiami un tizio che va in giro con i musicisti?”.
Il book in questione mi è stato regalato a fine anno (ho forzato la mano scrivendo direttamente a Babbo Natale), ma l’ho terminato da poco. In questi mesi di andamento lento non ho perso occasione per pubblicizzarlo, con tutti e in ogni occasione, per la mia solita voglia di condivisione.
Credo sia in assoluto il miglior libro che abbia mai letto, rimanendo in ambito musicale.
Dopo quarant’anni di onorato servizio Bill Bruford appende le bacchette al chiodo e sente l’esigenza di fare un bilancio, come accade sempre quando si ritiene che sia arrivato il momento di mettere un punto e voltare pagina. Vedremo come.
Nelle mie considerazioni di uomo maturo ho costruito un assioma che può essere accostato alla parola “soddisfazione”, stato d’animo che si realizza e diventa duraturo nel tempo se si riesce a far coincidere lavoro e passione. I miei "amori" sono due, uno di tipo sportivo e l'altro “musicale”, ma nei miei lunghi sogni ad occhi aperti ho sempre scelto il palco, perché on stage ci si può “vivere” per molto più tempo, obliando i limiti fisici che molto presto arriveranno se si decide (e si ha occasione) di vivere facendo attività sportiva. Dopo aver afferrato la crudezza di pensiero di Bruford sul cosa significhi fare il musicista, i miei convincimenti sono crollati.
Una piccola immagine di Bill Bruford.
Esistono otto gruppi britannici, universalmente riconosciuti (a torto o a ragione) come i massimi esponenti della rivoluzione prog di inizio anni ’70 (in ordine sparso): ELP, Gentle Giant, Van der Graaf, Pink Floyd, Jethro Tull, Genesis, YES, King Crimson. Bruford è l’unico ad aver fatto parte di tre di loro, YES, Crimson e Genesis (anche se è stata una breve apparizione), seguito da Greg Lake (Crimson e ELP). E poi Gong, UK e Eartworks.
Eartworks significa jazz, il vero amore di Bruford, il gruppo da lui costituito dopo vent’anni di rock e a cui ha dedicato altri vent’anni, nonostante sia musica da “fare la fame”.
Improponibile il paragone tra due mondi, rock e jazz, tra due stili di vita, tra due tipi di compensi, tra differenti attenzioni da parte di pubblico e ambiente, tra opposti luoghi di esibizione, tra tipologie di tournée.
Tutto questo è ben sviscerato in un libro dal tratto colto e a sprazzi difficile da interpretare.
Un plauso va alla traduttrice, Barbara Bonadeo, che ho cercato invano sul web, sentendo l'obbligo di complimentarmi con lei. Da rimarcare la consulenza per il lessico musicale da parte di Riccardo Storti.
Ma perché mai un uomo “retto” come Bill Bruford decide di smettere?
Relativamente giovane, in buona salute, mai vittima di eccessi, con una famiglia regolare, con la stessa moglie di un tempo lontano, con buone amicizie… perché decidere di dedicarsi solo al riordino degli immensi archivi personali, fatti di migliaia di registrazioni sparse e accantonate nei cassetti più disparati?
Ecco una traccia interessante.

Un’altra città si risveglia. Vancouver? Taipei? Chicago? Persino prima di colazione ho troppo tempo per ruminare su questo rapporto che si sta guastando. Ultimamente litighiamo io e la mia batteria. Lei è troppo esigente. Credevo fosse inerte, se non ci suonavo sopra. Credevo fossi io a insufflarci dentro la vita e poi a tirargliela fuori, mentre lei se ne stava li immutabile, riconoscente. Lei che è il mio riflesso, e che era stata giovane, vivace, bella, e soprattutto sicura di sé, ora sembra un’ombra di ciò che è stata. Oh, certo, quando usciamo insieme, in mezzo alla gente, tutto sembra andare per il meglio. Siamo la coppia perfetta, io e la mia elegante Starclassic Bubinga. Lei è così affascinate nel suo nero totale con intarsi dorati, tutta in ghingheri. Danziamo per le telecamere con grazia infinita, sotto sguardi ammirati. Ava Gardner e il suo Frank Sinatra. Io suono, e la mia batteria canta dolcemente. Ma sotto le apparenze il nostro rapporto è corrotto fino al midollo. I millecinquecento montrealiani non sospettano niente, insieme abbiamo appena regalato loro uno spettacolo fantastico: rimarrebbero sconvolti nel sapere che, in realtà, la nostra storia d’amore mi sta indebolendo, che non reggo più le sue continue richieste. Qualcuno dovrà cedere”.

Milioni di chilometri percorsi, migliaia di performance di ogni genere, infinite interviste, enormi discussioni, compromessi ad ogni angolo, obblighi superiori ai piaceri, indigestioni di jet lag e tanto altro che nella vita di un comune mortale significano semplicemente stanchezza e voglia di serenità, fattori meno importanti in molti dei periodi della nostra vita, ma determinanti nel momento della saggezza.
Ma il book è molto più completo (e nemmeno troppo sentimentale) di come lo potrei descrivere io.
La struttura è davvero inusuale e Bruford suddivide i vari capitoli partendo da domande che pone a se stesso, del tipo… “Com’è lavorare con Robert Fripp?”, “Perché hai lasciato gli YES?”, “Vedi ancora gli altri”, “Dove prendi il tuo fantastico sound”.
Bruford risponde a delle semplici, disarmanti, domande (con risposte tutt’altro che semplici), evitate con cura per tutta la vita, forse per mancanza di adeguate risposte.
Alla domanda casuale: “Ma tu che lavoro fai?”, e alla ovvia risposta “sono un musicista”, di solito segue: “Sì, ma di giorno cosa fai?
Dice Bill:” Il music businnes sembra conoscere solo due stereotipi, e cioè il Dio del rock e quello che -una- volta: per un sacco di eccellenti musicisti il limbo è assicurato. Io ho trovato una via di mezzo. Ho lavorato duro in prima linea nell’Industria Dell’Umana Felicità per quarantuno lunghi e più che altro piacevoli anni, e vi assicuro che gran parte del lavoro l’ho fatto di giorno”.
Quattrocento pagine per raccontare la storia della musica secondo un uomo che l’ha vissuta in modo completo, contribuendo a innovarla, soprattutto nella sua principale specialità, quella delle percussioni.
Un musicista rock e jazz, di estrazione borghese, che non ha avuto bisogno di una fase di autodistruzione per trovare un ruolo all’interno del circo della musica, con una vita tutto sommato semplice, ma piena di significati e soddisfazioni. Sarebbe un vero peccato non divulgare al massimo il verbo di Bill Bruford!
Io l’ho fatto, lo sto facendo e lo farò, consigliando il libro a molti musicisti e appassionati di musica, ma anche a genitori “in possesso” di figli aspiranti musicisti.
Il mio collega Alberto, papà di Nicolas, un bravo batterista prossimo alla maturità scientifica, mi ha confidato che, vista la crisi in ogni tipo di settore lavorativo, non disdegnerebbe una carriera musicale per il proprio pargolo. Mentalità molto aperta.
In linea di principio mi sembra una buona cosa quella di perseguire (e lasciar perseguire) un sogno, anche se difficile (ma non impossibile) da realizzare. Però… gli ho consigliato vivamente: ”Bill Bruford, autobiografia alla batteria”, e so che è andato alla sua ricerca nella biblioteca più vicina a casa.
La lettura potrebbe sortire due effetti, uno opposto all’altro, ma penso valga sempre la pensa avere le idee chiare, e poi magari decidere di rischiare. Non sarà certo un libro scritto da un “antico” musicista inglese, che tutto ha visto e tutto ha avuto, ma lontano mille miglia dalla "normalità", a influenzare il giovane Nicolas, ma qualche riflessione sui differenti aspetti della vita del musicista la porterà sicuramente, e in questo senso il book di Bruford ha davvero una marcia in più, quella dell'insegnamento, da accompagnare alla altrettanto importante oggettività degli avvenimenti raccontati.
Alcuni amici romani, hanno intervistato telefonicamente Burford e mi hanno concesso l’utilizzo di uno stralcio della chiacchierata, quello relativo al libro autobiografico.

Intervista per il terzo degli speciali sulla carriera di Bill Bruford andati in onda nel programma radiofonico "Il Sabato di Punto d'Incontro" di TRS Radio.
Giampiero Frattali pone a Bruford domande di Glauco Cartocci e Donald McHeyre.


Ascoltiamo...

martedì 15 maggio 2018

Ben Harper & Charlie Musselwhite - “No Mercy In This Land”


Ben Harper & Charlie Musselwhite 
 “No Mercy In This Land”

Articolo già pubblicato nel portale faremusic.it

Il chitarrista e cantante Ben Harper e l'armonicista Charlie Musselwhite si ritrovano e propongono il prosieguo di una formidabile collaborazione che conduce all’album “No Mercy In This Land”, un disco blues che unisce l'eccezionale abilità tecnica di Musselwhite - e la sua enorme conoscenza specifica - con la più moderna sensibilità di Harper; le melodie soul e la melanconica narrazione dell'album legano insieme questi due musicisti e trasportano gli ascoltatori verso il periodo d'oro della musica blues.

L’album è il 15° in studio per Harper e il 37° di Musselwhite… di certo l’esperienza non manca!
Charlie divenne famoso come armonicista blues elettrico negli anni '60 insieme a Howling Wolf e Muddy Waters, ed è spesso considerato uno dei pochi musicisti a possedere il pedigree del musicista blues, status ambito e non facile da ottenere; non ci vuole una particolare preparazione tecnica per essere conquistati dalle sue modulazioni tematiche e dalla sua abilità palese, elementi che emergono chiaramente anche in questa occasione.
Ben Harper non è al contrario catalogabile in un genere preciso, e nel disco giustifica questo mio giudizio proponendo un intrigante mix di tecniche tradizionali e di suoni tendenti al pop e al folk.


No Mercy In This Land” rappresenta l’immagine di uno spaccato blues con un tocco di modernità. I temi lirici sono tipici del genere: alcolismo, cuori spezzati e spiritualità.
La voce di Harper è a tratti “ruvida” e riporta alla tradizione di cantanti storici, tuttavia, come accade ad esempio in “When Love Is Not Enough” e “Nothing at All”, emerge la versatilità del suo “strumento” che sa essere dolce e regalare accenni di falsetto, andando a fondersi piacevolmente con le melodie di chitarra, mentre la qualità dell'armonica di Musselwhite sottolinea gli stilemi del blues - insieme ad una profondità e consistenza sonora.
Mi soffermo su “Movin 'On”, un brano che fotografa il meglio che questo album ha da offrire, con una progressione blues classica ma sufficientemente coinvolgente e divertente, dove Musselwhite propone un assolo di armonica tecnicamente sbalorditivo.

No Mercy In This Land” si può collocare in uno spazio compreso tra i classici dischi blues di BB King e le melodie più popolari, un lavoro che può tranquillamente uscire dalla nicchia dei fruitori del genere, perché capace di donare un forte impatto emotivo che può colpire gli amanti della musica, tutti, senza distinzione alcuna.
Album da ascoltare.


Versione digitale deluxe:

1. When I Go
2. Bad Habits
3. Love And Trust
4. The Bottle Wins Again
5. Found The One
6. When Love Is Not Enough
7. Trust You To Dig My Grave
8. No Mercy In This Land
9. Movin' On
10. Nothing At All
11. The Bottle Wins Again (Live Machine Shop)
12.  Trust You To Dig My Grave (Live Machine Shop)
13.  No Mercy In This Land (Live Machine Shop)


venerdì 11 maggio 2018

Fabio Zuffanti: presentazione del libro "Battiato..." a La Feltrinelli Point di Savona



Fabio Zuffanti
BATTIATO
LA VOCE DEL PADRONE
1945-1982: nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno
Arcana edizioni 



Parte da La Feltrinelli Point di Savona il ciclo di presentazioni del libro “BATTIATO: LA VOCE DEL PADRONE”, scritto da Fabio Zuffanti.
Conosco da molto tempo l’autore e quindi non sono rimasto sorpreso più di tanto dalla scelta del “protagonista” del book, il musicista siciliano che Fabio, da sempre, considera un punto di riferimento personale, un esempio da seguire per creatività e qualità di idee.

Occorre dire che il lavoro sintetizzato nelle oltre 300 pagine piene - cioè prive di documentazione fotografica - è enorme, perché allo sforzo creativo personale se ne aggiunge uno altrettanto importante, quello documentale, con una ricerca capillare delle informazioni oggettive e il coinvolgimento di parti terze.
Lo spazio temporale analizzato descrive il periodo che va dal 1945 a 1982, cioè dalla nascita musicale sino alla consacrazione, coincidente con l’uscita dell’album “LA VOCE DEL PADRONE”.
Le fasi di vita di Franco Battiato propongono cambiamenti importanti, radicali, e probabilmente chi bazzica la musica in modo marginale - e le ultime generazioni - non potrà immaginare un giovane artista in erba che sciorina canzonette senza pretese, passando abbastanza rapidamente ad una fase sperimentale di difficile comprensione per il pubblico dell’epoca e di improbabile fruizione: sono i tempi di album seminali, come “Fetus”, “Pollution”, “Sulle Corde di Aries”, divenuti successivamente pilastri della sua discografia e valutati correttamente con il passare del tempo.

Zuffanti ci accompagna nell’opera di decodifica di aspetti e circostanze mai venute a galla, situazione a cui ha probabilmente contribuito l’alone protettivo, condito di misticismo e rispetto, che da sempre accompagna la figura di Battiato.
Il profilo che prende corpo evidenzia una certa vena provocatoria - musicale e comportamentale - un tempo cercata e costruita a tavolino, ma l’insofferenza rispetto alle situazioni istituzionali fa emergere un disagio spontaneo ed un atteggiamento mutevole a seconda dell’interlocutore e dell’ambiente circostante. Tutto questo è ancora palpabile nei suoi recenti interventi.
Il suo percorso è tutto un crescendo, e i riconoscimenti e la stima di chi conta arriveranno copiosi, come quelli di Frank Zappa, che gli apre le porte che delimitano i confini nazionali, o quelli del guru della “contemporanea”, Stockhausen, che si rivelerà fondamentale per alcune scelte future.
E nella nuova vita di Battiato nasce la voglia di provare a concentrare la qualità in pochi minuti, accantonando l’estrema tecnologia per inventare un pop nobile che vede la luce con il disco spartiacque “L’era del cinghiale bianco” e prosegue con “Patriots” e “La voce del padrone”.

Del periodo di riferimento Zuffanti ci racconta dettagli di vita succosi che permettono di scoprire incontri determinanti, caratterizzanti della vita dell’artista.
Tutto questo percorso è presentato in modo esaustivo e piacevole, in bilico tra aspetti tecnici e la narrazione, con il recupero di aneddoti che aiutano nella creazione di un’idea realistica che supera l’elemento storico musicale e riesce a fornire un’immagine dell’uomo Battiato, da sempre misterioso e inavvicinabile ai più.

Forse un racconto così poteva essere solo il frutto del lavoro di un artista, Zuffanti, in grado di arrivare alla sostanza per effetto, anche, di un bagaglio musicale personale molto ampio, che unito ad amore e stima immensa porta alla sintesi ottimale di una prima tranche di vita.

Il libro termina con una dichiarazione di intenti, “continua”, e aspettiamo quindi una nuova porzione di storia.

Ecco uno stralcio della presentazione realizzato da Mauro Selis.

lunedì 7 maggio 2018

Annie Barbazza e Max Repetti – "MOONCHILD"


Annie Barbazza e Max Repetti  MOONCHILD
Un viaggio profondo nella musica e nella poesia di Greg Lake

Il 28 novembre del 2012, a Piacenza, ebbi l’occasione di conoscere personalmente Greg Lake e la moglie Regina, dopo averlo visto sul palco con ELP da adolescente. Parlare con lui, brevemente - ma a distanza di due giorni avrei avuto maggiori possibilità in quel di Zoagli grazie a Paola Tagliaferro - rappresenta uno dei momenti gratificanti della mia vita, e sono certo che qualche mio coetaneo potrà capirmi al volo. Quel giorno conobbi anche Max Marchini con cui, un paio di anni dopo a Genova, ricordo di aver concordato una domanda per Greg legata alla Manticore Italia, nome magico per gli appassionati del prog, ma quasi inimmaginabile da veder riproposto a distanza di molti anni. Sempre a Piacenza vidi per la prima volta Annie Barbazza sul palco con Lake, Aldo Tagliapetra e Bernardo Lanzetti, per un “Luky Man” indimenticabile. 

Avevo già sentito parlare di lei da Lanzetti che l'aveva descritta "una talentuosa diciannovenne", ma faticavo nell’immaginare un palco che metteva sullo stesso piano la storia della musica con la giovinezza e l’ovvia inesperienza, e ricordo che il mio commento scritto dedicato all’evento proponeva la seguente chiosa: “…con l’aggiunta sul palco di una giovane artista...”.

Questa premessa era doverosa perché il fil rouge tra Annie e Lake si è consolidato nel tempo, tanto da resistere anche dopo la prematura dipartita dell’ex King Crimson ed ELP, e la Manticore è una realtà che produce e propone musica di qualità, in un periodo difficile, certamente lontano dai fasti dei seventies.
Ma qual era la nuova filosofia di Greg Lake, bilancio di una vita dedicata alla musica?
Dice Max Marchini: “Ricordo che Greg divenne un sostenitore del nuovo concetto "meno è più”, e spesso ci ha ricordato che "la semplicità è la massima sofisticazione".

Questo amore e gratitudine nei confronti del grande vocalist - e molto altro! - si sintetizza nel progetto Moonchild”, un omaggio alla musica e alla poesia di Greg realizzato in modo minimalista, puro, basico, lontano dagli orpelli suggeriti dalla tecnologia e dai suoni elettrificati.
Protagonista un duo, quello composto dalla cantante e polistrumentista Annie Barbazza e dal pianista e arrangiatore Max Rapetti.



Disse Lake dopo aver sentito la registrazione del tributo: “Annie e Max hanno registrato un omaggio meraviglioso e  toccante alla musica che ho realizzato nella mia vita. Gli arrangiamenti di Max sono assolutamente superbi, un tocco magico che si unisce alla voce di Annie, allo stesso tempo bella e coraggiosa; è stata per me un'esperienza emozionante sentirli proporre le mie canzoni con tale passione e qualità”.

Racconta Annie in una recente intervista a Mat2020: “Sarebbe dovuto essere un album di Lake, ed è diventato il mio primo vero album, prodotto da Greg e Max Marchini”.

Una rapida occhiata alla tracklist riconduce ad un repertorio che brilla di luce propria, trasversale e capace di superare qualsiasi connotazione di nicchia, in bilico tra il  proto-prog dei KC e il neo classico di ELP.
Ma occorre resettare la memoria e il feeling provato in giorni antichi, cercando di considerare i brani come nuovi, perché la loro rivisitazione in chiave acustica non rappresenta la mera proposizione di un differente punto di vista musicale - fatto di per sé insito in qualsiasi tributo -, ma la ricerca dell’essenza della musica e del valore aggiunto proveniente da liriche perfette.
L’ascolto di “Take A Pebble” o “C’est La Vie” - prendendo due tracce a caso - provoca forti emozioni, che derivano da ingredienti primari eccezionali corroborati da una voce “completa” e dal tocco pianistico sorprendente, un team minimale che non va alla ricerca della platealità sonora ma propone l’essenza, il cuore dei brani e la tendenza personale - almeno in questo caso - al sussurro, all’autocontrollo, al rispetto del mito.
Troppo facile parlare di talento… il mondo ne è pieno, ma la rivisitazione al contempo asettica - intesa come rispetto del copione -  e contaminata - e mi riferisco alla capacità di creare brani totalmente nuovi - rende “Moonchild” un album pregiato e da condividere.
Il mentore Greg, da lassù, proverà grande soddisfazione!

Immagini di repertorio


Tracklist
01. In The Court of the Crimson King - 21st Century
Schizoid Man
02. Trilogy - The Endless Enigma part II
03. Moonchild
04. The Stones Of Years - Take A Pebble
05. C’est La Vie
06. Battlefield including Epitaph
07. Karn Evil 9 1st impression, part 2
08. Memories Of An Officer And A Gentleman
09. In The Wake Of Poseidon
10. Lucky Man
11. The Sage / The Great Gates Of Kiev

Produced by Greg Lake and Max Marchini
music arranged by Max Repetti
Project coordination: Regina Lake
Recorded by Alberto Callegari @ Elfo Studios
© 2018 Manticore Records Ltd.
Release Date: 18 april 2018


sabato 5 maggio 2018

Turn of the Century



Scrivevo un pò di tempo fa...

Girovagando su youtube ho scoperto una versione al piano di un capolavoro targato "YES", "Turn of the Century".

La mano è di tal Michael Kuhlmannartista forse famoso, ma a me sconosciuto.

Mi è piaciuta moltissimo, e riproporla nella doppia versione, YES e Kuhlmann, mi fornisce l'occasione per ricordare un gruppo immenso, una canzone senza tempo e oltre ogni etichetta, e dei musicisti impareggiabili.

Mi lascia uno strano sapore il rifacimento di un brano prog per la delizia di un maturo e attento pubblico, in un contesto serioso e classico. 

E' indubbio che molti artisti, nati musicalmente parlando a cavallo tra gli anni '60 e '70, avevano davvero qualcosa in più, un mix di idee e coraggio, e uno straordinario talento!

YES-Turn of the Century


Michael Kuhlmann-Turn of the Century

venerdì 4 maggio 2018

In ricordo di Paul Butterfield


Ricorre oggi l’anniversario della morte di Paul Butterfield, armonicista e cantante nato a Chicago il 17 dicembre del 1942 e scomparso il 4 maggio del 1987 all'età di 45 anni.
È stato uno dei primi esponenti bianchi del Chicago Blues. Il suo stile incisivo e rivoluzionario è ancora oggi un punto di riferimento per grandi armonicisti moderni, come Mark Ford e Andy Just.
Sebbene sia stato uno dei musicisti più innovativi e significativi del suo tempo, e pur avendo suonato con personaggi del calibro di, John MayallEric ClaptonSteve Ray Vaughan, Muddy Waters e Bob Dylan, è un artista relativamente poco conosciuto.
Figlio di un avvocato, dopo aver studiato flauto da giovane, sviluppò un amore per l'armonica blues, e a lui si unì uno studente di fisica dell'Università di Chicago, Elvin Bishop, anch'egli amante del blues. I due riuscirono ad entrare nel giro dei grandi musicisti blues.
Butterfield e Bishop formeranno presto un gruppo insieme a Jerome ArnoldSam Lay (entrambi della band di Howlin' Wolf) e Mark Naftalin. Su consiglio del loro produttore discografico, i quattro aggiunsero alla band il promettente chitarrista Mike Bloomfield, il cui lavoro ispirò l'allora ragazzino Robben Ford.
Nel 1963, avverrà un fatto mai accaduto prima, e cioè che il gruppo formato da Butterfield, che includeva anche elementi di colore, diventerà il gruppo di casa al club Big John's'' di Chicago, club notoriamente frequentato da americani bianchi.
La ormai consolidata Paul Butterfield Blues Band nel 1965 registra il primo album, con composizioni proprie e classici, suonati fedelmente al Chicago Blues style tradizionale, seppur con introduzioni stilistiche nuove ed affascinanti. Diventano conosciuti nell'ambiente folk e blues; accompagnano infatti Dylan al Newport Folk Festival nella famosa svolta elettrica, e lì si trovano a contatto con leggende del blues come Son House.



Nel 1966 il batterista Sam Lay lascia il gruppo per far posto a Billy Davenport, dal tocco più jazzistico. Con Davenport registrano East-West, album in cui Butterfield e compagni sperimentano un nuovo sound, che strizza l'occhio a sonorità esotiche e meno blues. Significativi sono pezzi come Work Song e East-West, entrambi strumentali.
L'anno successivo avviene un nuovo cambio di formazione nella band: Bloomfield se ne va per fondare gli Electric Flag con Nick Gravenites e Buddy Miles, e si ritroverà a suonare poi con Dr. John (Mac Rebennack) e Al Cooper; alla band di Butterfield si aggiunge una sezione di fiati, per emulare il sound del suo idolo Junior Parker.
Nello stesso anno esce The Resurrection of Pigboy Crabshaw, dove Butterfield si concentra soprattutto sul canto, prediligendo un suono di armonica acustico.
Con la stessa formazione suona al Montery Pop Festival (1967); nel 1969 partecipa al festival di Woodstock, e in quello stesso anno si reicontra con Bloomfield e Sam Lay per registrare con Muddy Waters l'album Fathers & Sons, con Otis Spann al piano e Donald Duck Dunn al basso.
Passati alcuni anni, cambia nuovamente formazione e con i Better Days registra 2 album nel 1973. Nel 1976 suona con i The Band al loro concerto d'addio immortalato nel film The Last Waltz.
Gli anni seguenti vedono Butterfield apparire in programmi televisivi e interviste; suona infatti con B.B.King, Clapton, Ray Vaughan e tanti altri nel concerto B.B.King: Blues Session.
L'anno prima della sua morte esce il disco The Legendary Paul Butterfield Rides Again.
Butterfield viene trovato morto, probabilmente a causa di un infarto dovuto all'assunzione di droga negli anni precedenti, nella sua casa di North Hollywood, il 4 maggio 1987.
(Notizie catturate dalla rete ).

mercoledì 2 maggio 2018

Stefano Orlando Puracchio: "“Manuale Minimo del Rock Progressivo”

Stefano Orlando Puracchio propone un nuovo scritto focalizzato sul Rock Progressivo.
E’ il quarto suo book che ho la possibilità di leggere, e dopo la “progressione evolutiva” rappresentata dai primi tre (i sottotitoli forniscono le corrette indicazioni: “Una guida”,Linee di confine” e “A gentile richiesta”), arriva il momento di tirare le somme.
Il “Manuale Minimo del Rock Progressivo” rappresenta molte cose: un sunto delle puntate precedenti - con annesso materiale inedito -, una semplificazione di ciò che appare di difficile presa per la pomposità della denominazione - peraltro sviluppatasi nel tempo -, un aiuto a rispolverare la memoria, un diverso punto di vista che permette il confronto per chi è già introdotto e una via di iniziazione per chi fosse incuriosito dai termini e dal “sentito dire” di genitori e di conoscenti.

Il libro si presenta diviso in differenti sezioni e, partendo dallo splendore degli albori arriva ai tempi recenti, passando per lunghi anni di fasi alterne.
Il prog ha avuto un solo lustro di piena luce, basti pensare che proporre ad un’etichetta discografica un nuovo album all’interno di quel genere, ad esempio nel 1976, poteva significare quasi sicuramente un rifiuto e, soprattutto, il successivo oblio totale, quel buio che troverà riscatto quasi sempre nel nuovo millennio attraverso le reunion sollecitate dal ritorno al prog e dallo sviluppo tecnologico. Eppure sarebbe bastato “concepire il disco” un anno prima e il corso della storia avrebbe seguito altri percorsi.
Ma se appare doveroso fornire date di inizio e fine - la storia lo richiede - sembra altrettanto evidente come siano esistite importanti anticipazioni, quel proto-prog che nasce con i Procol Harum, i Moody Blues e i Vanilla Fudge, senza dimenticare il patrimonio dell’Unesco rappresentato da Sgt. Pepper.

SOP racconta la nascita del movimento e il suo progredire, esponendo il suo pensiero personale, tra elementi tecnici e idee innovative, ma non dimenticando la testimonianza diretta, quella dei protagonisti - gli attori presenti, sul palco e non - di un’era irripetibile: “Dalla genesi alla fine dell’età dell’oro”, tanto per usare parole di Puracchio.

Esiste poi una seconda fase dove vengono analizzati album particolari di gruppi precisi, stranieri e italiani, fornendo anche gli strumenti per poter essere autonomi, ovvero per diventare commentatori - di solito si usa il termine “recensori” - e fornire un giudizio critico.
Non esistono più figure che, in generico ambito rock, possano determinare le sorti di un album con la propria analisi, ma confrontare le idee, dopo attento ascolto, mi pare cosa saggia e utile.
L’elenco degli album - e delle band - stilato da SOP appare sufficientemente obiettivo, ma la presentazione di album e brani da parte di un musicofilo passa obbligatoriamente per le proprie passioni, e quindi appare difficile realizzare una perfetta dicotomia tra elementi oggettivi e soggettivi: sviscerare un album degli YES o dei Genesis, volendo sceglierne il più rappresentativo, impone a mio giudizio un intervento - più o meno conscio - della percezione personale, del periodo in cui è avvenuto il contatto, dell’atmosfera del momento, della capacità da parte di certe sonorità di evocare memorie/odori/immagini.
Insisto. E’ meglio raccontare in modo perfetto ciò che l’ortodossia musicale ritiene significativo o è anche bene evidenziare qualcosa che, magari ha meno “numeri” storici, ma propone attimi capaci di scatenare forti brividi, anche a distanza di anni?
Puracchio possiede un modo naturale di realizzare il compromesso tra le due cose, sposando professionalità - che da sola potrebbe risultare noiosa, o solo per pochi - e cuore, unendo gli aspetti informativi/formativi alla descrizione di un mondo che, obtorto collo, gli avrà procurato un bene interiore che decide di mettere a disposizione di terzi.
Giusto per stimolare la curiosità, sottolineo che, nella fase dedicata all’analisi storica delle band e dei loro dischi, troviamo mostri sacri stranieri (Genesis, Yes, Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Gentle Giant, Van der Graaf Generator, ELP…) miscelati a quelli di “casa nostra” (PFM, ORME, BMS, Osanna…), passando per gruppi altrettanto importanti ma di minore visibilità, magari arrivati al traguardo qualche secondo dopo, a volte a tempo scaduto.
Quali i titoli scelti da SOP? Beh, forse è meglio scoprirlo leggendo il libro! Nell’indice a fine articolo fornisco comunque elementi decisivi per… saperne di più e lasciare spazio all’immaginazione.

Una terza sezione è dedicata a una fetta di “Europa Settentrionale”, dove accanto ai popolari Focus troviamo Bo Hanson, Embryo e Secret Oyster, realtà da indagare maggiormente.

Si arriva poi oltre cortina, con artisti di cui sapevo poco (Mini, Solaris e SBB), e che ho iniziato ad approfondire (ecco uno dei pregi di questo tipo di letture: l’effetto domino).

La quinta parte è nobile, ancora più delle altre quattro, per la denominazione che mette in allarme il neofita: “Livello Avanzato”.
Beh, Magma e Gong necessitano realmente di una fase di preparazione perché l’impatto, soprattutto con i primi, potrebbe essere devastante.
Qui diventa complesso dare definizioni legate alla musica progressiva, un contenitore che - in ambito italiano e trattato nel book - vede al suo interno ensemble come La Locanda delle Fate e Perigeo o Area, proposte musicali molto diverse tra loro; ma non mi voglio soffermare su tali significati, evidenzio invece - banalizzando - il concetto valido per tutte le stagioni, che fa riferimento all’estrema libertà espressiva - tra musica classica, rock jazz - traducibile con la chiosa “apertura ad ogni tipo di contaminazione”.
I Gong non sono paragonabili ai Magma e Puracchio aiuta nella decodificazione del loro ingegno, introducendo il possibile curioso ad un micro cosmo tutto da scoprire.

Si conclude con “Il Consiglio dei Saggi”, ovvero quatto saggi brevi di cui non vorrei svelare molto, ma che ci permettono, ad esempio, di focalizzarci su “tre Peter” storici: Sinfield, Hammill e Gabriel.

Come dice Stefano Orlando Puracchio, il suo intento non era quello di realizzare un lavoro estremamente tecnico, ma bensì un “manuale divulgativo”.

I libri sulla musica progressiva si moltiplicano e pare difficile inventare o scoprire novità, anche se la mia esperienza personale riporta al racconto, non mio, di musica progressiva che arriva da ogni parte del mondo e che in pochi conoscono; ma ancor più mi stupisce trovare del “nuovo” (cioè “vecchio” ma a me non noto) proprio in quel periodo magico individuato nei primi ’70, e che mi porta spesso a dire, tra stupore e indignazione: “Ma come ho fatto a non accorgermi di loro?”.

Aggiungo un suggerimento ai lettori di questo libro, ai più giovani e a quelli che tutto sanno: ci vuole un pò di umiltà e voglia di allargare la propria mente, aperti al nuovo, aperti al vecchio, pur sapendo che la perfezione di “Selling England By The Pound” è irraggiungibile e può essere usata come punto di riferimento, il “peso campione” con cui tutti devono fare i conti quanto si sbilanciano nel parlare di un bell’album.

Stefano Orlando Puracchio facilita il compito, con la sua scrittura che è compendio di didattica, documento e passione, e regalandoci il suo punto di vista prova ad osare, riuscendo a “inventare” qualcosa che, in questi termini, non esisteva ancora.
Lettura piacevole.