Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine
Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
domenica 12 luglio 2026
YES a Vado Ligure (SV): era il 12 luglio del 2003
Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine
sabato 11 luglio 2026
Nel luglio 1973 (6 o 13?) usciva "A Passion Play", il capolavoro controverso dei Jethro Tull
AVVERTENZE
Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.
L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.
Artista: Jethro Tull
Titolo: A Passion Play
Data di pubblicazione: 13 luglio 1973
Durata: 45:04
Dischi: 1
Tracce: 2
Genere: Rock progressivo
Etichetta: Chrysalis
Registrazione: Morgan Studios di
Londra
"A Passion Play" è un album concettuale dei Jethro Tull pubblicato il 13 luglio del 1973.
Il disco suscitò reazioni contrastanti al momento della sua uscita, ma è diventato nel corso degli anni un'opera significativa nella discografia della band. In questa recensione, esploreremo il contenuto musicale e il concept dell'album.
"A Passion Play" è un'opera ambiziosa e complessa, che sfida le convenzioni musicali del suo tempo. L'album è strutturato come una sorta di dramma teatrale, con diverse sezioni che si susseguono senza soluzione di continuità. La musica dei Jethro Tull in questo caso è un amalgama di rock progressivo, folk, jazz e influenze classiche, creando un'esperienza sonora unica.
L'opera narra della storia di un certo Ronnie Pilgrim il quale, dopo morto, sperimenta il giudizio e l'aldilà, visitando paradiso e inferno, per poi rinascere. È quindi un'unica storia e per questo motivo l'album è stato presentato come un movimento unico. Il racconto, apparentemente banale, nasconde in realtà una miriade di allegorie e allusioni che fanno di A Passion Play il disco più complesso nella storia della band.
L'album si apre con un'introduzione strumentale che crea un'atmosfera misteriosa e teatrale. Da lì, la musica si sviluppa attraverso una serie di movimenti, con cambi di tempo e tonalità che creano una sensazione di progressione e tensione. La voce di Ian Anderson si fa strada attraverso le composizioni con il suo timbro distintivo, offrendo una narrazione intrigante.
The Story of the Hare Who Lost His Spectacles è il pezzo centrale dell'album, molto umoristico con gli animali come protagonisti, recitato (non cantato) da Jeffrey Hammond Hammond, accompagnato da teatro da camera con gruppo e orchestra. Il testo di questo brano non c'entra assolutamente nulla con il resto dell'album e molto probabilmente ha la funzione di sdrammatizzare la seriosità di tutta l'opera nonostante, anche in questo caso (come al solito da parte di Ian Anderson), le allusioni non manchino.
Le liriche di A Passion Play sono dense e criptiche, e richiedono un ascolto attento per cogliere appieno il loro significato. Il concept dell'album ruota attorno a temi come la vita, la morte, la spiritualità e l'esistenzialismo. Le parole di Anderson sono intrise di metafore e immagini poetiche, che aggiungono un elemento di profondità al lavoro complessivo.
Dal punto di vista strumentale, il talento dei membri di Jethro Tull è evidente. Le linee di flauto di Ian Anderson sono virtuose e penetranti, mentre le chitarre di Martin Barre creano solide strutture musicali. Le tastiere di John Evan, unite alla sezione ritmica composta da Jeffrey Hammond al basso e Barriemore Barlow alla batteria, forniscono una solida base che tiene insieme l'intero album.
La complessità musicale e concettuale fanno sì che l’assimilazione dell’album richieda tempo e pazienza per il pieno apprezzamento, e le lunghe trame proposte senza soluzione di continuità potrebbero risultare impegnative per chi cerca melodie immediate e orecchiabili.
Sintetizzo: "A Passion Play" è un album
emblematico del periodo di massima sperimentazione dei Jethro Tull. La sua
natura articolata e il concept teatrale lo rendono un'opera affascinante, ma
che richiede impegno da parte dell'ascoltatore.
Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)
A Passion Play (Parte 1) - 21:36 (Anderson)
A Passion Play (Parte 2) - 23:31 (Anderson), contenente:
The Story of the Hare Who Lost His Spectacles (Anderson / Hammond / Evan)
Formazione:
Ian Anderson: voce, flauto, chitarra
acustica, sassofono
Martin
Barre: chitarra elettrica
Jeffrey
Hammond: basso, voce narrante in "The Story of the Hare Who Lost His
Spectacles"
Barriemore
Barlow: batteria
John Evan: tastiere, voce
venerdì 10 luglio 2026
Origine e adattamento: The House of the Rising Sun / La casa del sole
“The House of the Rising Sun” / “La casa del sole” – Una
ballata antica che cambia volto
“The House of the Rising
Sun”, portata al successo nel 1964 dagli The Animals,
è una di quelle canzoni che sembrano arrivare da un luogo senza tempo. La voce
di Eric Burdon entra con un’intensità che non ha bisogno di crescere, è già lì,
piena, diretta. L’arpeggio dell’organo di Alan Price costruisce un movimento
circolare, quasi ipnotico, che sostiene l’intero brano. La melodia affonda le
radici nel folk tradizionale, ma l’arrangiamento degli Animals la trasforma in
una ballata elettrica che segna un’epoca.
La forza del brano sta nella sua essenzialità. Pochi
elementi, tutti necessari: la voce, l’organo, la chitarra che segue senza
invadere. Una storia di cadute e ritorni, lasciata sospesa, come se la canzone
fosse solo un frammento di qualcosa di più grande.
In Italia la melodia prende una strada diversa. I Los Marcellos Ferial
realizzano “La casa del sole”,
adattamento che mantiene la struttura musicale ma cambia completamente il
testo. La vicenda non è più legata all’ombra di New Orleans, né al destino
segnato del protagonista. Il racconto diventa più lineare, più vicino alla
canzone italiana dell’epoca, con un tono che smussa la durezza dell’originale.
La voce porta un calore diverso, più narrativo, meno ruvido.
L’arrangiamento segue questa scelta. Dove gli Animals
costruiscono un clima teso, quasi drammatico, i Los Marcellos Ferial optano per
una lettura più morbida, più melodica. La melodia rimane riconoscibile, ma il
contesto cambia: la ballata folk-blues diventa una canzone pop italiana, con un
colore che appartiene pienamente agli anni Sessanta.
Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di
abitare la stessa linea melodica. Gli Animals trasformano un canto tradizionale
in un brano moderno, con una tensione che rimane costante. I Los Marcellos
Ferial scelgono una via più rassicurante, più vicina al gusto italiano
dell’epoca, senza cercare la stessa profondità emotiva. Non è una questione di
fedeltà: è una diversa interpretazione del materiale di partenza.
Riascoltate oggi, le due letture non si sovrappongono:
convivono come due prospettive su una melodia che attraversa epoche e contesti.
“The House of the Rising Sun” resta una ballata che porta con sé un’ombra
antica; “La casa del sole” conserva il sapore di una stagione italiana che
rileggeva il repertorio internazionale secondo la propria sensibilità. È in
questo scarto che la canzone mostra la sua capacità di adattarsi senza perdere
la sua forza.
giovedì 9 luglio 2026
Addio a Bonnie Tyler, icona senza tempo
Bonnie Tyler si è spenta a 75 anni, nella notte tra l’8 e il 9 luglio 2026, in un ospedale di Faro, in Portogallo, dopo settimane di condizioni critiche. La famiglia ha diffuso un comunicato in cui chiede rispetto e privacy, confermando una scomparsa improvvisa legata alle complicazioni della malattia per cui era ricoverata.
Bonnie Tyler, nata Gaynor Hopkins nel 1951 a Skewen, Galles, era una delle interpreti più riconoscibili della musica pop-rock internazionale. La sua voce roca, graffiante, unica, l’ha resa immediatamente identificabile e amatissima dal pubblico. Brani come Total Eclipse of the Heart, Holding Out for a Hero e It’s a Heartache hanno segnato un’epoca e continuano a vivere nell’immaginario collettivo.
A maggio la cantante era stata sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza all’intestino dopo una perforazione. Le complicazioni successive avevano richiesto un coma farmacologico e una lunga permanenza in terapia intensiva. Nonostante un timido miglioramento a giugno, le condizioni erano rimaste molto gravi.
Bonnie Tyler ha attraversato oltre quarant’anni di carriera,
conquistando classifiche, palcoscenici e pubblico in tutto il mondo:
-è stata la prima artista gallese a
raggiungere il n.1 della Billboard Hot 100 con Total Eclipse of the Heart.
-ha venduto milioni di copie, con
singoli che superano i 6 milioni di unità.
-ha rappresentato il Regno Unito all’Eurovision
2013.
-è stata insignita del titolo di MBE dalla Corona britannica per il suo contributo alla musica.
La sua morte ha suscitato un’ondata immediata di cordoglio
nel mondo della musica e della cultura. Dalla politica britannica agli artisti
internazionali, tutti hanno ricordato la sua energia, la sua voce irripetibile
e la sua capacità di trasformare ogni canzone in un’esperienza emotiva.
Bonnie Tyler lascia il marito Robert Sullivan, compagno di
una vita, e milioni di fan che continueranno a cantare le sue canzoni.
La sua voce rimane. Resta nei dischi, nei palchi, nei ricordi di chi l’ha ascoltata e amata.
“Wight Is Wight”-"L'isola di Wight", tra Michel Delpech e Dik Dik
“Wight Is Wight” è una canzone di Michel Delpech uscita nel 1969. La canzone evoca i Festival dell'Isola di Wight che si sono svolti nell'isola dal 1968 al 1970.
In Francia riscosse un notevole successo e raggiunse la prima posizione della hit parade. Anche in Italia sfiorò la vetta, raggiungendo la seconda posizione.
In totale ha venduto oltre un milione
di copie ed è stata premiata con il disco d'oro.
Nella canzone, influenzata dalla cultura hippy, l'autore menziona Bob Dylan e Donovan in segno di tributo.
Nel 1970 i DIK DIK realizzarono la loro versione in italiano, con i testi di Claudio Daiano e Alberto Salerno, intitolata “L'isola di Wight”, e pubblicata nel singolo L'isola di Wight/Innamorato”.
I Dik Dik avevano da poco interrotto la collaborazione con Mogol-Battisti. Pietruccio Montalbetti voleva dedicare una canzone al fenomeno dei raduni pop (cominciati con il Festival di Monterey, a cui successe Woodstock e, appunto il Festival dell'Isola di Wight) e avendo casualmente sentito il pezzo di Delpech, pensò di farne una versione in italiano. I Dik Dik la incisero "in fretta e furia" ottenendo anch’essi un grande successo.
Una bella canzone - e tanti ricordi - in tutte le versioni…
mercoledì 8 luglio 2026
William James Dixon
Willie Dixon: l’indiscusso pilastro del Chicago Blues, le cui centinaia di canzoni hanno definito un genere e oltrepassato i confini, lasciando un'eredità immortale nella storia della musica
William James Dixon (1915-1992), universalmente noto come Willie Dixon, è una figura colossale nella
storia della musica americana, la cui influenza si estende ben oltre il suo
ruolo di musicista. Basso elettrico, cantante, paroliere, arrangiatore e
produttore discografico, Dixon è riconosciuto, accanto a Muddy Waters, come la
mente più influente nella formazione del suono del Chicago blues del dopoguerra
e un ponte cruciale verso l'emergente rock and roll.
Nato a Vicksburg, Mississippi, il 1° luglio 1915,
Dixon fu esposto precocemente alla musica, assorbendo le sonorità del blues
rurale e del gospel. La sua passione per le rime, ereditata dalla madre, si
manifestò presto nella scrittura di canzoni. Trasferitosi a Chicago nel 1936,
intraprese inizialmente una carriera nel pugilato, vincendo il campionato
amatoriale dei pesi massimi Golden Glove dell'Illinois. Tuttavia, la musica era
il suo vero destino. Imparò a suonare il contrabbasso e nel 1939 incontrò il
pianista Leonard "Baby Doo" Caston, con cui formò i Five Breezes e in
seguito i Big Three Trio, un gruppo che introdusse l'armonia vocale nel blues.
Il periodo più significativo della carriera di Dixon fu il
suo ruolo centrale presso la Chess Records, una delle etichette discografiche
più importanti per il blues e il rock and roll. Dal 1948 ai primi anni '60,
Dixon fu un pilastro fondamentale: suonava il basso nelle sessioni di
registrazione, arrangiava brani, produceva artisti e agiva da talent scout. Ma
il suo contributo più duraturo fu come prolifico paroliere. Dixon ha scritto o
co-scritto oltre 500 canzoni, molte delle quali sono diventate standard
intramontabili del blues. Tra le sue composizioni più celebri
figurano "Hoochie Coochie Man", "I Just Want to Make Love to
You", "Little Red Rooster", "My Babe",
"Spoonful" e "You Can't Judge a Book by the Cover". Questi brani, eseguiti da leggende
come Muddy Waters, Howlin' Wolf, Little Walter e Bo Diddley, hanno definito il
sound del Chicago blues e influenzato generazioni di musicisti in tutto il
mondo.
L'impatto di Dixon non si limitò al blues. Il suo lavoro con
artisti come Chuck Berry e Bo Diddley all'inizio degli anni '50 lo rese un
collegamento essenziale tra il blues e i primi suoni del rock and roll. Molte
delle sue canzoni furono successivamente riprese da iconici artisti rock, tra
cui i Rolling Stones, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Elvis Presley e gli Allman
Brothers, consolidando la sua eredità nel pantheon della musica popolare.
Negli anni successivi, Willie Dixon divenne un instancabile
ambasciatore del blues, girando il mondo con la sua band, i Chicago All-Stars.
Fu anche un fervente sostenitore dei diritti degli artisti, fondando la Blues
Heaven Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro dedicata a preservare
l'eredità del blues, proteggere i diritti d'autore e le royalty per gli artisti
più anziani e fornire borse di studio a giovani musicisti.
Willie Dixon è stato insignito di numerosi riconoscimenti per
il suo contributo inestimabile alla musica, tra cui l'introduzione nella Blues
Hall of Fame (1980), nella Rock and Roll Hall of Fame (1994) e nella
Songwriters Hall of Fame. La sua autobiografia, "I Am the Blues",
pubblicata nel 1989, offre una preziosa testimonianza della sua vita e della
sua visione della musica.
Willie Dixon è deceduto il 29 gennaio 1992, ma la sua musica e la sua influenza continuano a risuonare, confermando il suo status di "poeta laureato del blues" e di "padre del moderno Chicago Blues", un vero gigante la cui genialità ha plasmato il panorama musicale globale.
martedì 7 luglio 2026
Ricordando Syd Barrett
Era il 5 giugno quando negli studi di Abbey Road, in cui fervevano i preparativi per “Wish You Were Here”, album successivo al fortunatissimo “The Dark Side Of The Moon”, si presentò un visitatore totalmente inaspettato. Era Syd, che in un primo momento non fu riconosciuto dai suoi vecchi compagni di gruppo, tanto era cambiato fisicamente dall’ultima volta che l’avevano visto, e tanta era l’incredulità di vederlo ancora una volta negli studi con loro. Il primo a riconoscerlo fu il suo amico di vecchia data David Gilmour, che con una certa commozione lo invitò ad unirsi al gruppo per ascoltare una versione embrionale di Shine On You Crazy Diamond, proprio la traccia che nel disco era dedicata alla sua assenza nel gruppo e che lo ricordava con sentimenti di forte emozione. Anche se non sembrò essere particolarmente impressionato dal lavoro dei Floyd, e rifiutò di ascoltare il pezzo una seconda volta, il suo incontro con la band che aveva guidato fino a qualche anno prima fu determinante per dare al gruppo un catalizzatore per terminare il pezzo e infondergli quel sentimento particolare di compassione e rimpianto racchiuso nei versi e nella musica.
Come ha ricordato Nick Mason, quello che lo colpì di più in Syd fu il suo aspetto, completamente diverso da quello che ricordava: “Ero orripilato dal suo cambiamento fisico. Avevo in mente il personaggio che avevo conosciuto sette anni prima, molto più magro, con i capelli neri e crespi e una personalità trascinante. I miei ricordi erano meno legati al Syd devastato che aveva lasciato la band nel 1968, ma invece alla persona che avevamo conosciuto quando si era spostato da Cambridge a Londra, che suonava la sua particolare Fender Esquire con gli specchi attaccati sulla superficie, e con un guardaroba pieno di maglie Thea Porter, e con bellissime ragazze bionde che gli giravano sempre intorno. Ora sembrava essere un uomo che non avesse del tutto degli amici. La sua conversazione era confusa e non completamente comprensibile, anche se devo ammettere che nessuno di noi abbia fatto della conversazione molto brillante in quel caso. Non ho idea del perché fosse lì. Non era stato invitato e personalmente non lo vedevo da quando lasciò il gruppo, nel 1968, anche se nel 1970 Roger, Rick e David avevano lavorato ai suoi due album solisti... “.
lunedì 6 luglio 2026
Led Zeppelin al Vigorelli: era il 5 luglio del 1971
Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del glorioso Velodromo Vigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia dei Led Zeppelin in Italia. Con una decisione strana e infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare: la scelta era caduta su Aretha Franklin, Donovan, Moustaki, Leo Ferrè, Charles Aznavour e, per la sola data di Milano, i Led Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano, al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls, considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). Quella Grande Armèe doveva fronteggiare alcune decine di autoriduttori e “agitatori politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole del Corriere della Sera, e lo fece con grande impeto, impegnandosi con ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti, sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle 22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità era Stairway to Heaven, regolarmente in scaletta nel tour primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccò Black Dog. Dopo una versione ridotta di Dazed And Confused, passò a I’ve Been Starting Loving You e lì si udirono distintamente dei botti violenti: non era Bonham in azione, ma la polizia che sparava fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento). Robert Plant cercò di metterla sul teatrale e invitò i ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli spiriti, il gruppo attaccò Whole Lotta Love, in medley con il celebre assolo di Bonham, Moby Dick. A quel punto però l’aria si era fatta irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò la sua delusione ad Armando Gallo, inviato per Ciao 2001: “ Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un nostro concerto. Venendo al Vigorelli avevamo scherzato tra noi, vedendo tutte quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”.
I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero mai più messo piede dalle nostre parti.
domenica 5 luglio 2026
Rolling Stones: il concerto di Hyde Park del 5 luglio 1969 raccontato da Michael Pergolani
Aspettiamo gli Stones. Sul palco, per la prima volta sento i King Crimson di Robert Fripp e i Family di Roger Chapman. Ottimo, davvero un ottimo inizio. Poi arrivano loro, gli Stones, poi il discorso di Mick tutto vestito di bianco, poi i bei versi del poeta Shelley e le migliaia di farfalle che, in una nube leggera e tremolante, si alzano verso il cielo. L'emozione è forte, intensa, indimenticabile.













































