James Brown: il 3 maggio 1933
nasceva la forza primordiale che incendiò il soul e funk
Il terzo giorno di maggio del 1933 il mondo fu
graziato dall'arrivo di un'energia primordiale, una forza inarrestabile che
avrebbe ridefinito il panorama musicale per sempre: James Brown.
Nato in una capanna di legno nella Carolina del Sud, la sua infanzia fu
segnata dalla povertà e dall'abbandono, ma in quel contesto difficile germogliò
un talento vulcanico, una scintilla che presto si sarebbe trasformata in un
incendio soul-funk capace di incendiare le platee di tutto il globo.
James Brown non fu semplicemente un cantante, fu un'incarnazione ritmica,
un maestro del movimento, un predicatore laico che attraverso il sudore, l'urlo
e il passo di danza ipnotizzò generazioni di ascoltatori e musicisti. La sua
musica era un'esplosione di vitalità, un concentrato di groove pulsante che
affondava le radici nel gospel, nel blues e nel rhythm and blues, per poi
trascenderli in qualcosa di completamente nuovo e dirompente.
Gli anni '50 videro la sua ascesa con i Famous Flames, un gruppo che
divenne presto sinonimo di performance incendiarie e di un sound
inconfondibile. Canzoni come "Please, Please, Please"
rivelarono una voce potente e carica di pathos, capace di trasmettere
un'emozione viscerale. Ma fu negli anni '60 che James Brown si trasformò nel
"Padrino del Soul", codificando un linguaggio musicale che avrebbe
influenzato il funk, la disco e persino l'hip-hop.
Il suo mantra "The One" divenne la sua filosofia musicale
e performativa: un ritmo ossessivo e sincopato, un groove implacabile che
costringeva all'abbandono e al movimento. Brani come "Papa's Got a
Brand New Bag", "I Got You (I Feel Good)", "Sex Machine" e "Super Bad" sono pietre miliari della
storia della musica, esempi perfetti di un'energia contagiosa e di
un'innovazione ritmica senza precedenti.
Le sue esibizioni dal vivo erano leggendarie, veri e propri rituali di
sudore e passione. Ogni passo, ogni urlo, ogni movimento del suo corpo era
studiato per infiammare il pubblico, creando un'esperienza catartica e
indimenticabile. Il suo controllo del palco era totale, la sua energia
inesauribile.
Ma James Brown fu anche un'icona culturale, una voce per la comunità
afroamericana in un periodo di profonde trasformazioni sociali. La sua musica
divenne una colonna sonora per il movimento per i diritti civili, un inno
all'orgoglio e all'affermazione di sé. Canzoni come "Say It Loud–
I'm Black and I'm Proud" risuonarono come un grido di battaglia,
un'affermazione potente di identità e dignità.
Ricordare la nascita di James Brown il 3 maggio non è solo celebrare un
musicista straordinario, ma onorare un'energia vitale che ha scosso le
fondamenta della musica popolare. La sua influenza è ancora palpabile oggi, nel
sound di innumerevoli artisti che hanno raccolto la sua eredità ritmica e la
sua carica performativa.
James Brown ci ha lasciato un patrimonio musicale inestimabile,
un'esplosione di soul e funk che continua a far ballare e a emozionare il
mondo. La sua nascita fu l'inizio di una rivoluzione sonora, un'onda d'urto che
ha cambiato per sempre il modo di sentire e di vivere la musica. Il Padrino del
Soul vive ancora nel groove inarrestabile delle sue creazioni, un'eredità che
continuerà a farci muovere e sentire per sempre.
Quando il virtuosismo diventa uno
sport estremo: 46 strumenti per sei musicisti
Se il prog è sinonimo di complessità, i Gentle Giant sono
stati i suoi matematici più folli. La loro bizzarria non risiedeva nei costumi
o nelle scenografie, ma in una versatilità tecnica che rasentava l'impossibile.
Durante un tipico concerto della band, il pubblico assisteva a una sorta di
"musical chairs" (il gioco delle sedie) strumentale.
I membri della band erano tutti polistrumentisti di livello
accademico. Non era raro vedere il bassista Ray Shulman posare lo strumento per
imbracciare un violino, mentre il cantante Derek Shulman passava al sassofono e
il batterista John Weathers si spostava alle tastiere o allo xilofono. In brani
come "Knots", la band eseguiva complessi intrecci
vocali a cappella che richiedevano una coordinazione cerebrale assoluta. Questa
dedizione totale alla polifonia e al cambio continuo di ruolo ha reso i Gentle
Giant la band più rispettata dai colleghi musicisti, ma anche una delle più
"strane" da seguire per un pubblico abituato a ruoli fissi.
Il 2 maggio è una data che per gli appassionati di
rock progressivo assume un significato importante, perchè celebra la nascita, avvenuta
proprio in questo giorno del 1951 a Islington, Londra, di John Glascock. Fin da giovane, Glascock dimostrò
un'innata abilità con il basso, una naturalezza e una sensibilità che lo
avrebbero condotto a lasciare un'impronta significativa in band di spicco degli
anni '70, in particolare i Carmen e gli Jethro Tull.
La sua avventura con i Carmen rappresentò un cambio di rotta
stilistico audace rispetto ai suoi inizi, in quanto la band anglo-statunitense
osò fondere il rock progressivo con le passioni e i ritmi del flamenco, creando
un suono unico e affascinante. Anche in questo contesto, la versatilità di
Glascock brillò, dimostrando la sua apertura musicale e la sua abilità
nell'adattare il suo stile a nuove sonorità e ritmi incalzanti.
Tuttavia, fu con i Jethro Tull che John Glascock raggiunse
l'apice della sua notorietà. Entrare a far parte di una band già affermata e
guidata dal carismatico Ian Anderson non era un compito facile, ma Glascock si
integrò perfettamente, portando una nuova energia e un solido fondamento
ritmico al loro suono. Album come Songs from the Wood (1977), con
le sue atmosfere folk-rock evocative, Heavy Horses (1978), con la
sua potenza rustica, e Stormwatch (1979), un lavoro più cupo e
atmosferico, sono testimonianze del suo contributo essenziale. Sul palco, la
sua presenza era dinamica e il suo interplay con il batterista Barriemore
Barlow creava una sezione ritmica potente e coesa.
La notizia della sua malattia e della conseguente partenza
dai Jethro Tull nel 1979 fu un duro colpo per i fan.
La sua scomparsa, avvenuta il 17 novembre dello stesso anno, a soli 28 anni, lasciò nello sgomento la comunità musicale. La
sua giovane età rendeva la perdita ancora più tragica, privando il mondo di un
talento che aveva ancora molto da offrire.
Ricordare John Glascock oggi significa onorare un musicista
che, pur nella sua breve carriera, ha saputo lasciare un segno distintivo nel
panorama del rock.
Il 1° maggio segna un giorno di silenzioso ricordo per
il mondo della musica rock, l'anniversario della scomparsa di Rick Parnell.
Batterista dalla potenza inconfondibile e dalla versatilità
sorprendente, Parnell ha lasciato un'impronta ritmica indelebile in alcune
delle band più iconiche degli anni '80 e '90. La sua energia contagiosa dietro
i tamburi e la sua capacità di adattarsi a diversi stili musicali lo hanno reso
un musicista ricercato e ammirato.
Nato il 13 agosto 1951 a Londra, Parnell proveniva da una
famiglia con una solida tradizione musicale. Suo padre era il celebre
batterista jazz Jack Parnell, un'eredità che indubbiamente influenzò la sua
passione e il suo talento precoce per le percussioni.
La carriera di Rick Parnell decollò negli anni '80 con la sua
adesione agli Atomic Rooster, una band progressive rock britannica con
una storia travagliata ma un seguito fedele. Il suo potente drumming contribuì
a rinvigorire il suono della band in quel periodo.
Atomc Rooster
Tuttavia, già negli anni '70, Parnell dimostrò la sua
curiosità musicale e la sua disponibilità a esplorare nuovi orizzonti,
approdando in Italia e collaborando con diverse formazioni.
Nel 1973, dopo aver lasciato temporaneamente gli Atomic
Rooster, Parnell si unì al gruppo italiano Tritons. Con loro incise
l'album Satisfaction nello stesso anno, che conteneva una loro
riarrangiamento del celebre brano dei Rolling Stones.
Dalle ceneri dei Tritons, e con un'aspirazione verso sonorità
più progressive, nacquero gli Ibis. Parnell fu il batterista e
co-paroliere del loro album del 1974, Sun Supreme, un lavoro che
testimonia la sua affinità con il rock progressivo italiano dell'epoca.
Successivamente, tra il 1977 e il 1978, Parnell divenne il
batterista dei Nova, un gruppo jazz fusion italo-britannico formatosi a
Londra. Con loro registrò due album acclamati, Wings of Love
(1977) e Sun City (1978), mostrando la sua notevole capacità di
adattamento a un genere musicale diverso.
Queste esperienze italiane rappresentarono una fase
importante nella sua evoluzione musicale, evidenziando la sua versatilità ben
prima del successo mainstream.
Tuttavia, fu con gli Spinal Tap che Parnell raggiunse
una fama più ampia, sebbene in un contesto satirico. Nel mockumentary cult del
1984 "This Is Spinal Tap", Parnell interpretò Mick Shrimpton,
uno dei tanti sfortunati batteristi della band heavy metal fittizia. Il suo
personaggio, spesso vittima di incidenti bizzarri e prematuri (nella finzione
del film), divenne un'icona comica, ma paradossalmente contribuì a far
conoscere il talento musicale di Parnell a un pubblico più vasto. La sua
interpretazione ironica del batterista rock era così convincente proprio perché
basata sulla sua reale esperienza e abilità.
Dopo "This Is Spinal Tap", Parnell continuò la sua
carriera musicale seriamente, dimostrando la sua versatilità in diversi generi.
Negli anni '80 e '90, divenne un batterista di sessione molto richiesto,
collaborando con artisti di spicco come Michael Monroe (ex Hanoi Rocks),
Tony Franklin e Yngwie Malmsteen. La sua capacità di passare con
disinvoltura dal rock potente al metal tecnico testimoniava la sua padronanza
dello strumento.
Un altro capitolo significativo della sua carriera fu la sua
partecipazione ai Tantric, una band post-grunge statunitense formatasi
alla fine degli anni '90. Parnell portò il suo drumming solido e dinamico al
suono della band, contribuendo al successo dei loro primi album.
Rick Parnell non era solo un batterista tecnicamente dotato,
ma possedeva anche un grande senso del ritmo e una capacità innata di
"sentire" la musica. La sua energia contagiosa dietro la batteria si
traduceva in performance live coinvolgenti e in registrazioni potenti e
incisive.
La sua scomparsa prematura avvenuta nel 2022 ha lasciato un vuoto nel mondo del rock. Sebbene molti lo ricordino con affetto per il suo
ruolo esilarante in Spinal Tap, è fondamentale riconoscere il suo contributo
serio e significativo come musicista talentuoso e versatile. Rick Parnell ha
lasciato un'eredità di ritmo e passione che continua a risuonare tra i fan e i
musicisti di tutto il mondo.
Oggi, nel giorno della sua scomparsa, celebriamo la sua vita
e il suo instancabile contributo al rock 'n' roll.
Il primo giorno di maggio del 1945, in una Memphis
carica di blues e rock and roll nascenti, veniva alla luce Rita Coolidge. Nascere in una città così intrisa
di musica non poteva che segnare il suo destino, anche se il percorso per
diventare una delle voci più riconoscibili e amate degli anni '70 sarebbe stato
un viaggio ricco di sfumature, collaborazioni straordinarie e una grazia innata
che la contraddistingueva.
Le radici di Rita affondano profondamente nella cultura
Cherokee, un'eredità che ha sempre portato con sé con orgoglio e che, in
qualche modo, sembra trasparire nella sua voce calda e avvolgente, capace di
raccontare storie con una semplicità disarmante e una profondità emotiva
sorprendente. Crescendo, la musica era una presenza costante, un linguaggio
familiare che presto avrebbe imparato a parlare con la sua stessa,
inconfondibile melodia.
Gli anni '60 videro Rita muovere i primi passi sulla scena
musicale, un periodo di fermento creativo e di sperimentazione. La sua voce,
già allora dotata di una purezza cristallina e di una notevole versatilità, la
portò a incrociare il cammino di figure chiave della nascente scena folk-rock.
Le sue collaborazioni con artisti come Delaney & Bonnie e Joe Cocker
durante la leggendaria "Mad Dogs & Englishmen tour" non furono
semplici partecipazioni corali; la sua voce si intrecciava con le loro,
aggiungendo un colore unico e un'anima vibrante alle performance.
Questi primi anni furono formativi, un periodo di
apprendistato sul campo che affinò le sue capacità interpretative e la preparò
per il suo momento da solista. Rita non era solo una corista talentuosa;
possedeva una presenza scenica magnetica e una capacità di comunicare emozioni
che andava ben oltre le parole delle canzoni.
L'inizio degli anni '70 segnò l'affermazione di Rita Coolidge
come artista a sé stante. Album come il suo omonimo album di debutto e "Nice
Feelin'" rivelarono al mondo una voce capace di spaziare dal soul al
country-rock con una naturalezza disarmante. Canzoni come "Superstar"
e "We're All Alone" divennero ben presto degli standard,
marchiando a fuoco l'immaginario musicale di un'intera generazione. La sua
interpretazione di "Superstar", in particolare, con quella sua
malinconia dolceamara, rimane ancora oggi un esempio di come una voce possa
trasformare una canzone in un'esperienza emotiva intensa.
Ma ridurre Rita Coolidge a una semplice interprete di
successo sarebbe riduttivo. La sua carriera è stata un mosaico di
collaborazioni significative, un intreccio di talenti che hanno arricchito la
sua musica e quella degli altri. Il suo matrimonio e la successiva
collaborazione musicale con Kris Kristofferson diedero vita a un sodalizio
artistico potente e indimenticabile. Insieme, crearono armonie vocali
inconfondibili e interpretarono brani che esploravano le complessità delle
relazioni umane con una sincerità disarmante. Album come Full Moon
e Breakawaysono testimonianze di questa magica alchimia.
La sua versatilità la portò anche a esplorare il mondo del
cinema, con la sua iconica interpretazione del tema di "Octopussy",
"All Time High", per la saga di James Bond. Questa incursione
nel mondo delle colonne sonore dimostrò ancora una volta la sua capacità di
adattare la sua voce a contesti musicali diversi, mantenendo sempre la sua
cifra stilistica unica.
Negli anni successivi, Rita Coolidge ha continuato a evolvere
come artista, mantenendo intatta la sua passione per la musica e la sua
capacità di emozionare il pubblico. La sua eredità musicale è quella di una
voce che ha saputo attraversare i generi, unendo influenze diverse in un suono
inconfondibile. È la voce di una donna che ha saputo raccontare storie d'amore,
di perdita, di speranza, con una sincerità e una vulnerabilità che l'hanno resa
un'icona per molti.
Il 1° maggio, celebriamo la nascita di questa straordinaria
artista, la cui voce di velluto continua a risuonare nel cuore di chi ama la
musica autentica e capace di toccare l'anima. Rita Coolidge non è solo una
cantante; è una narratrice di emozioni, un'interprete sensibile di un'epoca
musicale indimenticabile. La sua musica è un regalo che continua a incantarci,
un ricordo prezioso di un tempo in cui le canzoni avevano il potere di unire e
di commuovere profondamente.
Un disco che riattiva la memoria
visiva e sonora degli sceneggiati RAI
Ci sono progetti che non si limitano a reinterpretare un
repertorio, ma lo riaccendono dall’interno, come se qualcuno avesse trovato un
vecchio televisore in soffitta e avesse deciso di rimetterlo in funzione,
lasciando che il bianco e nero tornasse a pulsare. Segreti nel Nero, nuovo lavoro de L’Ombra della Sera, appartiene a questa
categoria… un doppio album che non guarda agli anni Settanta come a un archivio
da restaurare, ma come a un territorio ancora vivo, capace di generare nuove
forme.
Il comunicato stampa parla di “sceneggiati in più puntate
che spesso trattavano temi cupi, esoterici, misteriosi, fantascientifici o
addirittura horror” e ricorda come “i programmi televisivi erano solo in
bianco e nero, e questo accresceva ulteriormente l’atmosfera arcana”. È
esattamente questo il punto, L’Ombra della Sera non si limita a rielaborare le
sigle, ma ricostruisce quella stessa atmosfera, la porta nel presente e la
trasforma in un linguaggio progressivo che non imita, ma dialoga.
A Genova, alla Claque, il 29 marzo - giorno di uscita dell'album -, ho visto il progetto
prendere forma davanti a uno schermo che proiettava frammenti di La
Baronessa di Carini, Il Segno del Comando, Gamma, Ritratto
di donna velata, La traccia verde. Nell’occasione avevo scritto che
L’Ombra della Sera “non è solo una performance, ma una forma di cine‑concerto,
un viaggio dentro gli sceneggiati RAI degli anni ’70… la musica diventava un
commento vivo, capace di dialogare con le sequenze come se fossero state
pensate insieme”. È esattamente ciò che ritrovo nel disco, una continuità tra
immagine e suono, anche quando l’immagine non c’è più.
La Maschera di Cera - è questa la band originaria di cui
stiamo parlando - costruisce un alter ego che non è maschera, ma lente. Il prog
evocato non è quello celebrativo ma un linguaggio che si piega alle esigenze
narrative dei brani, che accoglie “suggestioni cameristiche, psichedeliche,
jazz e perfino funky” senza perdere coerenza.
Il cuore del disco è la lunga suite Le venti giornate di
Torino, venti minuti che trasformano la colonna sonora di uno sceneggiato
mai realizzato in un racconto autonomo. Il comunicato ricorda che “del
progetto… restavano soltanto pochi frammenti di girato e alcuni temi musicali
composti da un misterioso autore”: la band li rielabora come se stesse
ricostruendo un film perduto, lasciando che le sezioni si aprano e si
richiudano come capitoli di un romanzo sonoro.
La scelta degli pseudonimi - Jean Delafoy, Philippe Dussart,
Edward Forster, Thomas Norton, Marco Tagliaferri - è un dettaglio che racconta
bene l’approccio, un modo per entrare nella logica degli sceneggiati, per
abitarne i personaggi, per restituire un mondo.
Formazione
Fabio Zuffanti – basso (Philippe
Dussart)
Agostino Macor – tastiere e
orchestrazioni (Jean Delafoy)
Alessandro Corvaglia – tastiere e
voce (Marco Tagliaferri)
Andrea
Orlando – batteria (Thomas Norton)
Martin Grice – sax e flauto (Edward
Forster)
Tracklist
1.Albert
e l’uomo nero – 4:26
2.Gamma
– 6:09
3.Ritratto
di donna velata – 3:35
4.Fantastic
Fly (Racconti Fantastici) – 5:36
5.A
come Andromeda – 6:43
6.La
traccia verde – 6:10
7.La
ballata di Carini – 5:33
8.Le
venti giornate di Torino – 19:05
Introduzione
Titoli di testa
Insonnia collettiva
Segreti nel nero
Tema di Clotilde
Statue in movimento
Segreti nel nero (ripresa)
Titoli di coda
9.Cento
campane (Il Segno del Comando) – 4:54
10.A
Blue Shadow (Ho incontrato un’ombra) – 10:46
Segreti nel Nero è un lavoro che non vive di nostalgia, ma di risonanza,
riaprendo così un’epoca, e lo fa con una cura che ha qualcosa di artigianale,
quasi da restauratori di pellicole. È un disco che chiede attenzione, che si
muove tra memoria e invenzione, e che conferma come L’Ombra della Sera sia uno
dei progetti più originali nati in Italia negli ultimi anni.
Due canzoni, una stessa radice: come
un brano inglese del 1968 diventa un classico dell’Equipe 84
La storia di queste due canzoni corre parallela e poi si
intreccia. Da una parte c’è I Can’t Let
Maggie Go, pubblicata dagli Honeybus
nel 1968, una piccola gemma del pop barocco inglese, costruita su un equilibrio
delicato tra voce, archi e un senso di malinconia luminosa. Dall’altra c’è Un angelo blu, che nello stesso anno l’Equipe 84ricava
proprio da quel brano, trasformandolo in qualcosa di nuovo, più narrativo, più
aderente alla sensibilità italiana di fine anni Sessanta.
Il punto di partenza è la versione originale degli Honeybus,
che vive di una leggerezza quasi sospesa. La voce di Pete Dello si muove con
naturalezza, senza forzature, lasciando che siano gli archi a dare respiro e
profondità. Il ritmo rimane costante, morbido, come se la canzone fosse
costruita per non spezzare mai l’incanto. È un brano che cerca la continuità,
la dolcezza, la trasparenza emotiva.
Quando l’Equipe 84 decide di reinterpretarlo, non si limita a
tradurre il testo, ma lo lo riscrive, lo ricolloca, gli dà un’altra direzione.
L’immaginario inglese, legato a una figura femminile concreta, diventa in
italiano una presenza quasi simbolica, “un angelo blu” che non è più soltanto
una persona ma un’idea, un ricordo, una proiezione. La melodia rimane
riconoscibile, ma cambia il modo in cui viene abitata: la voce di Maurizio
Vandelli porta un’intensità diversa, più teatrale, più emotiva, con una linea
vocale che si apre e si chiude come se seguisse un racconto.
Anche l’arrangiamento si sposta. Dove gli Honeybus puntavano
su un’eleganza cameristica, l’Equipe 84 introduce un suono più pieno, più pop,
con una presenza ritmica più marcata e un uso degli archi che non è più
soltanto decorativo ma narrativo. È come se la canzone, passando
dall’Inghilterra all’Italia, cambiasse colore… dalla trasparenza pastello alla
saturazione emotiva.
Il testo italiano, poi, compie un’operazione interessante.
Non traduce letteralmente, ma rilegge. L’oggetto del desiderio non è più
Maggie, con la sua concretezza quotidiana, ma una figura che appartiene a un
altrove quasi onirico. Questo spostamento permette alla canzone di funzionare
in un contesto diverso, più vicino alla sensibilità melodica italiana, dove
l’immagine simbolica spesso conta più della descrizione diretta.
Eppure, nonostante le differenze, le due versioni restano
legate da un filo sottile. La struttura melodica conserva la sua grazia
originaria, e quel senso di dolcezza malinconica attraversa entrambe le
interpretazioni. È come se la canzone avesse due vite: una più intima e
leggera, l’altra più emotiva e narrativa. Due modi diversi di raccontare lo
stesso nucleo affettivo.
Il 29 aprile segna un giorno di malinconico ricordo
per gli amanti del rock'n'roll: l'anniversario della scomparsa di Michael "Mick" Ronson. Chitarrista dalla
presenza scenica magnetica e dal tocco inconfondibile, Ronson non fu
semplicemente un sideman, ma l'architetto sonoro che diede forma all'era glam
di David Bowie e un musicista di talento cristallino, capace di
illuminare ogni progetto in cui si immerse.
Nato nello Yorkshire nel 1946, la passione di Ronson per la
musica sbocciò presto. Dopo aver militato in diverse band locali, il suo
destino si incrociò con quello di David Bowie nei primi anni '70. Questo
incontro fu una scintilla creativa che avrebbe infiammato la scena musicale per
anni.
L'apporto di Mick Ronson al suono di Bowie fu semplicemente
trasformativo. Dalle riff taglienti e iconici di "Ziggy Stardust"
e "Suffragette City" alle tessiture orchestrali di "Life on Mars?" e "Lady Stardust", la sua chitarra non era
solo uno strumento, ma una voce narrante che dialogava con quella camaleontica
di Bowie. La sua presenza sul palco, con quella chioma bionda platino e
l'atteggiamento da eroe glam-rock, incarnava perfettamente l'immaginario
androgino e alieno che Bowie stava plasmando.
La formazione dei The Spiders from Mars, con Ronson
alla chitarra, Trevor Bolder al basso e Woody Woodmansey alla
batteria, divenne una delle band di supporto più iconiche della storia del
rock. Insieme, crearono album seminali come The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars,Hunky Dorye Aladdin Sane, dischi che non solo definirono un'epoca ma continuano a
influenzare generazioni di musicisti.
Ma il talento di Ronson andava ben oltre il ruolo di
chitarrista di Bowie. La sua abilità come arrangiatore fu cruciale nel dare
profondità e ricchezza alle composizioni. Le sue orchestrazioni, spesso
caratterizzate da archi lussureggianti e arrangiamenti sofisticati, elevarono
brani rock a vere e proprie sinfonie pop.
Dopo la fine della sua collaborazione con Bowie nella metà
degli anni '70, Ronson intraprese una carriera solista, pubblicando album come Slaughteron 10th Avenue e Play Don't Worry. Sebbene questi lavori
non raggiunsero lo stesso successo commerciale dei suoi anni con Bowie,
rivelarono un artista con una sua visione musicale distintiva, capace di
fondere il rock grintoso con elementi melodici raffinati.
La sua versatilità lo portò a collaborare con una miriade di
altri artisti di spicco, tra cui Lou Reed (nell'influente album Transformer),
Mott the Hoople, Ian Hunter e Bob Dylan (nella leggendaria
“Rolling Thunder Revue”). In ogni progetto, il tocco di Ronson era
inconfondibile: un suono di chitarra potente ma melodico, un senso innato per
l'arrangiamento e una dedizione totale alla musica.
Negli anni '90, nonostante la malattia lo stesse minando,
Ronson continuò a suonare e produrre, dimostrando una tenacia e una passione
incrollabili. La sua prematura scomparsa nel 1993 lasciò un vuoto incolmabile
nel mondo della musica.
Oggi, nel giorno in cui lo ricordiamo, celebriamo Mick Ronson
non solo per i suoi riff iconici e la sua presenza scenica indimenticabile, ma
anche per la sua profonda musicalità, la sua capacità di elevare ogni canzone
che toccava e la sua influenza duratura su generazioni di chitarristi. Un vero
eroe della chitarra che ci manca profondamente.
Penultima lezione dei corsi UniSavona, seconda con
ospiti, e forse la più sorprendente per naturalezza e intensità. La Sala Stella Maris, abituata a contesti più
“classici”, ha accolto una mattinata a metà strada tra concerto intimo e
racconto condiviso, con una qualità sonora e un’attenzione del pubblico che
hanno reso tutto particolarmente fluido.
L’entusiasmo delle due artiste era evidente fin dall’arrivo: Elisa Montaldo, in viaggio dalla Svizzera, e Barbara Rubin, dalla Lombardia, hanno portato
con sé non solo professionalità ma un desiderio autentico di incontro. Nel
documento di presentazione si parla di “una galassia visionaria” per Elisa e di
“eleganti tessiture di archi” per Barbara, e questa definizione ha trovato
piena conferma nella pratica.
Gli strumenti indicati nelle loro biografie sono stati il
punto di partenza, ma la mattinata ha preso presto una piega più libera. A un
certo punto i ruoli si sono invertiti: Barbara al pianoforte, Elisa con un
flauto cinese, in un gioco di scambi che ha divertito e coinvolto i presenti.
L’episodio più scenografico è stato l’utilizzo del ROLI Airwave da parte
di Elisa, sospeso tra tecnologia avanzata e suggestione da Theremin, capace di
creare un’atmosfera quasi ipnotica.
C’è stato spazio per ascoltare brani tratti dai loro percorsi
individuali e alcuni estratti dal progetto comune che presto confluirà in un
album. Il pubblico ha percepito immediatamente il loro affiatamento:
un’amicizia evidente, fatta di sguardi, sorrisi, complicità musicale. Una
relazione che rispecchia ciò che il documento definisce come “l’intersezione
tra i loro diversi mondi… per trasportare i presenti dentro alle loro visioni
oniriche”.
Fondamentale la consulenza tecnica (service) di Fulvio Marella,
con il supporto di Maddalena la sera precedente: senza il loro impegno,
la costruzione di un evento così particolare - né concerto tradizionale né
semplice lezione - non sarebbe stata possibile. La sala, predisposta con cura,
ha sostenuto perfettamente la dimensione narrativa e musicale dell’incontro.
A seguire, propongo un medley video che restituisce il
profumo della giornata, le sue sfumature, i passaggi più intensi e quella
leggerezza condivisa che ha accompagnato ogni momento.
Una grande giornata, davvero.
ELISA MONTALDO
Pianista, cantante compositrice Genovese.
Fondatrice e tastierista del gruppo prog italiano Il Tempio delle Clessidre,
attiva in svariate collaborazioni discografiche con artisti italiani e
internazionali. Attualmente vive in Svizzera dove lavora come musicista di
piano bar in hotel deluxe e produce la propria musica ricercando sempre
evoluzioni sonore e compositive.
Fistful of Planets è il suo personale progetto artistico che unisce
musica immagini e sperimentazioni sensoriali. Si tratta di una galassia
visionaria in cui l’ispirazione musicale è votata ad esprimere un forte
messaggio di riconnessione con il puro istinto umano e di liberazione delle
emozioni per una visione più’ consapevole della realtà.
BARBARA RUBIN
Violinista, cantante e compositrice Lombarda,
attiva dai primi anni 2000 su palchi e collaborazioni discografiche rock e prog
(Arcansiel, Loreweaver).Vincitrice di
diversi concorsi nazionali di cantautori, si dedica alla produzione dei propri
album solisti Under the ice, Luna Nuova e The Shadows Playground occupandosi
di ogni processo lavorativo.
Attiva da anni come docente di archi, canto,
musica d’insieme nel Pavese, lavora anche come musicista solista per eventi
culturali e privati. La sua particolarità è creare eleganti tessiture di
archi (viola e violino) in armonia con l’uso della voce in brani melodici
ricchi di emozioni e raffinati.
Elisa e Barbara si incontrano con le rispettive band nei primi
anni '10, su diversi palchi piemontesi. In quel periodo duettano in brevi ma
non dimenticate occasioni, che segnano un « promemoria » nel il
futuro della loro musica. Il ritorno alle scene di Barbara con l'album The
Shadows Playground coincide con l'uscita di Dèvoiler, il secondo
lavoro da solista di Elisa, questo porta le musiciste a ritrovarsi nel corso di
interviste ed emissioni internet, tra le pagine delle stesse riviste
specializzate e tra le onde delle stesse emittenti radiofoniche. La pubblicazione del singolo Sarah's Theme
suona finalmente come un concreto invito ad intraprendere un viaggio musicale,
invito che si rivolge anche al pubblico per incontrare, interpretare e trovare
i punti in comune di questi due « Universi musicali », dove la
straordinarietà della Musica entra nell'ordinario del vivere quotidiano. Questo concerto sarà l’intersezione tra i loro
diversi mondi con l’intento di trasportare i presenti dentro alle loro visioni
oniriche con sonorità ora classiche ora sperimentali e trasmettere emozioni
sfaccettate attraverso luci ed ombre, tempo e spazo, realtà e sogno.
I
Taxi to Vegaarrivano da Roma e dai Castelli Romani con un’idea di band che oggi
sembra quasi controcorrente: quattro persone che si incontrano, si riconoscono,
si ascoltano, e decidono di costruire un suono insieme, senza strategie, senza
etichette, senza la necessità di collocarsi in un sottogenere. È un progetto
nato nel 2023, ma la sua origine reale nasce molto prima, attraverso l’amicizia
fra Andrea e Roberto, basso e batteria, cresciuti insieme e abituati a capirsi
con un gesto. È da quella intesa che si è formato il nucleo del gruppo, poi
completato dall’arrivo di Federico, chitarrista con una cultura hard rock
inglese, e di Anna, la voce più giovane, portatrice di una sensibilità moderna
e post‑2000.
La
loro storia recente è fatta di tre anni quasi interamente dedicati alla
composizione, con una selezionata attività live tra Roma e provincia. Non una
rincorsa ai palchi, ma un lavoro lento, continuo, che ha permesso alla band di
trovare un’identità condivisa. La sala prove è il loro vero centro, un luogo
dove un’idea grezza entra e ne esce trasformata, dove nessuno porta un brano
“finito”, dove ogni pezzo è il risultato di un processo collettivo. È un metodo
che si sente subito ascoltando Carnivora,
il loro primo EP, composto da quattro brani scelti per rappresentare le diverse
anime del gruppo.
Spirale apre il lavoro con
un blues in 3/4 che conserva il sapore delle origini. È il primo pezzo scritto,
e si percepisce quella fase in cui una band sta ancora cercando la propria
forma ma ha già un’intenzione chiara. Carnivora, il brano che dà
il titolo all’EP, è invece la parte più dura e diretta del quartetto: riff
asciutti, un impatto immediato, un’energia che richiama le influenze metal e
grunge senza mai scivolare nella citazione. Pioggia di China
porta un’altra luce, più melodica, più aperta, più narrativa, è il brano che la
band stessa definisce “il più divertente da realizzare”, forse perché
permette un respiro diverso, una morbidezza che non contraddice l’identità del
gruppo ma la completa. In chiusura Sinapsi, un pezzo
veloce, frenetico, tecnicamente impegnativo, che restituisce la compattezza
della band e la sua capacità di muoversi su terreni più complessi senza perdere
immediatezza.
Quello
che colpisce, in Carnivora, è la naturalezza con cui convivono
influenze molto diverse: metal, funk, grunge, prog, punk. Non c’è la volontà di
mostrare un catalogo di riferimenti, né di dimostrare versatilità. È piuttosto
un modo di suonare che nasce dall’ascolto reciproco, dal lasciare spazio, dal
non irrigidire il processo creativo.
I
Taxi to Vega parlano spesso delle loro canzoni come di un “flusso di
coscienza”, e questa immagine descrive bene anche il loro rapporto con i testi:
non cercano spiegazioni, non vogliono imporre un significato, preferiscono che
ogni ascoltatore trovi il proprio. È un approccio che restituisce libertà sia a
chi scrive sia a chi ascolta.
Dal
vivo hanno scelto finora contesti condivisi, rassegne e serate con altre band,
più per costruire una comunità che per inseguire visibilità immediata. È un
modo di stare nella musica che rispecchia la loro identità, niente tabelle di
marcia, niente programmi a lungo termine, solo la volontà di lavorare un pezzo
alla volta e di godersi il tempo passato insieme.
Carnivora è il risultato di
questo percorso. Un EP che racconta con sincerità chi sono i Taxi to Vega oggi…
una band che ha trovato un equilibrio raro, un suono che nasce dall’intesa e
un’idea di rock che non ha bisogno di definizioni.
L’intervista
che segue permette di entrare ancora più a fondo nel loro modo di lavorare,
nelle dinamiche interne, nelle scelte che hanno portato alla nascita dell’EP e
nella visione che li accompagna. È un completamento naturale all’ascolto,
perché mostra la stessa autenticità che si percepisce nei brani.
Il
vostro progetto nasce tra Roma e i Castelli Romani nel 2023. Come si è formato
il nucleo iniziale e cosa vi ha fatto capire che poteva diventare una band vera
e propria.
Conosco Roberto dai tempi del liceo e abbiamo
condiviso altri progetti musicali. Dopo il periodo del covid, spinti da una
“voglia di ricominciare a suonare” incontenibile, ci siamo messi alla ricerca
di altri musicisti. Non è stato affatto facile e ha richiesto parecchio tempo,
ma, alla fine, abbiamo incontrato Anna e Federico. La vera forza della nostra
band è l’affiatamento tra noi quattro: abbiamo scoperto un’unione e un’intesa
profonda che sta alla base di qualsiasi cosa facciamo e rende tutto più semplice.
(Andrea).
Andrea
e Roberto suonano insieme dai tempi della scuola. Quanto pesa questa lunga
amicizia nel modo in cui costruite il vostro suono.
Tutti sanno che, in ogni formazione musicale,
una buona intesa tra bassista e batterista, rende ogni cosa più semplice. Come
detto, conosco Andrea da una vita e siamo affiatati, basta uno sguardo per
capirci. Pensiamo che questa intesa emerga
nelle nostre canzoni. (Roberto).
Federico porta un background hard rock
inglese, Anna una sensibilità più moderna e post 2000. Come convivono queste
due anime nella scrittura dei brani.
Non c'è una ricetta, quando c'è intesa ognuno
mette il suo e si fa influenzare dall'altro, quando arriva la nota giusta mette
tutti d'accordo. (Anna).
Dite
che non volete etichette, solo “rock e basta”. Cosa significa per voi oggi
rivendicare questa semplicità in un panorama pieno di sottogeneri.
Mi fanno un po’ sorridere le numerose
categorie in cui è stato suddiviso il rock, basta aggiungere un effetto
particolare alla chitarra ed è nato un nuovo sottogenere. Noi… siamo noi, non sappiamo
dove posizionarci, sicuramente siamo rock e tanto ci basta. (Andrea).
Le
vostre influenze spaziano dal Metal al Funk, dal Grunge al Prog fino al Punk.
Qual è il punto in cui queste strade si incontrano e diventano Taxi to Vega.
Il punto in cui si incontrano è
semplicemente… Carnivora! Il nostro EP! (Roberto).
Ogni
brano nasce in sala prove, da un’idea grezza che si trasforma collettivamente.
Come funziona davvero questo processo: chi porta cosa, come si decide la
direzione, quando capite che un pezzo è “finito”.
La musica che abbiamo scritto fino ad ora ha
dentro la personalità di ognuno di noi quattro. Quando uno di noi pensa di
avere l’idea giusta, la propone agli altri e si sviluppa insieme aggiungendo,
cambiando e modificando in base alle sperimentazioni che facciamo in saletta. Anche
per questo abbiamo voluto firmare i nostri pezzi come “Taxi to Vega” e non
individualmente. Dentro ci siamo “noi quattro” e sarebbe impossibile definire
chi ha contribuito di più o di meno. A stabilire che un pezzo sia pronto lo
dice… il pezzo stesso ! Te ne accorgi suonandolo che è pronto! (Andrea).
Parlate
delle canzoni come di un “flusso di coscienza”. Che rapporto avete con il
significato dei testi e con l’interpretazione personale dell’ascoltatore.
Secondo noi, i testi non si devono spiegare:
partono da dentro e devono arrivare dentro, non devono vedere la luce della
spiegazione per non bruciarsi. (Federico).
Dopo
tre anni di lavoro quasi esclusivo sulla composizione avete scelto quattro
brani per il vostro primo EP. Perché proprio questi quattro e cosa
rappresentano del vostro percorso.
Tra i nostri brani, abbiamo scelto quelli
che, secondo noi, sono più rappresentativi della nostra varietà espressiva: “Spirale”
è il primo pezzo che abbiamo scritto, un blues in 3/4. “Carnivora” è il nostro
brano più duro e diretto. “Pioggia di China” è più melodico. È stato il più
divertente da realizzare. Infine, “Sinapsi” è un brano veloce, frenetico e
impegnativo tecnicamente. (Anna).
Avete
già fatto una selezionata attività live tra Roma e provincia. Che tipo di
pubblico avete incontrato e cosa vi interessa trasmettere dal palco.
Fino ad ora abbiamo preferito contesti come
rassegne ed eventi con altre band per espandere le nostre conoscenze e trovare
un nostro posto nella comunità musicale. (Federico).
Guardando
avanti: cosa vi piacerebbe esplorare nel prossimo capitolo, sia come suono sia
come identità di band.
Non abbiamo tabelle di marcia, né progetti a
lungo termine. Lavoriamo un pezzo alla volta alle idee che ci vengono, cercando
di goderci ogni minuto del tempo che passiamo insieme. (Federico).