lunedì 10 agosto 2026

Charles Manson , 57 anni fa...



Il 9 agosto del 1969 accadeva qualcosa destinato a rimanere tristemente nella storia...

Ricordando il Festival di Woodstock, ho collegato che in contemporanea (una settimana prima) avvenne la strage di Bel Air.
Ero rimasto molto impressionato, all’epoca, dall’intera storia, ma non l’avevo collocata nel giusto periodo, anche perché passarono due anni dal momento della strage alla scoperta della verità.
Le immagini di allora erano piene di dettagli dolorosi e i nomi di “personaggi” come Linda Kasabian, Susan Atkins o Charles «Tex» Watson divennero familiari e stimolarono una curiosità morbosa negli adolescenti dell’epoca.
Tra quegli adolescenti c’ero anche io e ricordo che l’evento fu accostato in qualche modo al mondo hippie , quello che tanto ci affascinava agli albori degli anni '70.
Ovviamente le filosofie di vita erano opposte e la non violenza dei figli dei fiori era anni luce lontana dalla ferocia della Manson’s Family, ma il semplice fatto che quella macabra tribù vivesse in piena comunione, favorì la similitudine.

Un pò di storia trovata in rete.
Ne ho lette molte, con sfumature diverse, ma tutte evidenziano il percorso di vita drammatico che ha portato Charles Manson a diventare una delle menti più “feroci” e assassine di tutti i tempi, e quella che può sembrare una sorta di tentativo di giustificazione, credo sia in realtà la voglia di indagare e capire come si possa arrivare a tanta violenza gratuita, come si riesca ad abusare e infierire sul corpo di una giovane donna prossima alla maternità, come si possa pensare di uccidere ed essere nel giusto.


Uno dei più famosi assassini della storia, lo psicopatico che ha dato adito a una serie innumerevole di leggende e di falsi resoconti sulla sua vita: Charles Manson è il prodotto malato di quello che furono gli sconvolgenti e irrefrenabili anni '60, il frutto marcio di una falsa idea di libertà partorito dalla frustrazione di non essere nessuno, mentre molti "nessuno" diventavano qualcuno.

Seguace dei Beatles e dei Rolling Stones, voleva diventare famoso: non riuscendoci con la musica, nel suo delirio ha scelto un'altra e ben più trasgressiva strada.

Nato il 12 novembre 1934 a Cincinnati, Ohio, l'infanzia del futuro mostro è stata assai squallida e segnata da continui abbandoni da parte della giovane madre, una prostituta alcolizzata, finita poi in carcere con lo zio per rapina. Il giovane Charles Manson imbocca ben presto la carriera del criminale, tanto che all'età di trent'anni, dopo una vita passata fra vari riformatori, ha già un curriculum da record, completo di contraffazioni, violazioni di libertà vigilata, furti d'auto, tentate fughe dalle carceri, aggressioni, stupri di donne e uomini.

Nel 1967, rilasciato definitivamente dopo anni di violentissime detenzioni in galera, in cui conobbe stupri ed abusi di ogni genere, sia fatti che subiti, comincia a frequentare la zona di Haight-Sansbury a San Francisco. Nel pieno della cultura hippy fonda una comune, poi ribattezzata in seguito con il nome di "Famiglia Manson". Nel suo periodo di punta, la Famiglia contava qualcosa come cinquanta membri, tutti naturalmente soggiogati dal carisma violento e fanatico di Charles. Il gruppo presto si trasferisce in un ranch nella valle di Simi dove si dedica alle attività più varie, tra la musica dei Beatles (Manson era convinto di essere il quinto Beatle mancato), il consumo di LSD e altre droghe allucinogene. Essendo sostanzialmente un gruppo di sbandati (Manson aveva raccolto intorno a sé tutte persone con gravi difficoltà di inserimento sociale o giovani dal passato difficile), la Famiglia si dedicava inoltre ai furti e agli scassi. Charles Manson intanto profetizza la cultura satanica e l'olocausto razziale che avrebbe dovuto portare la razza bianca al dominio totale su quella nera. E' in questo periodo che si consumano i primi bagni di sangue.

La notte del 9 agosto 1969 avviene il primo massacro. Un gruppo di quattro dei ragazzi di Manson irrompe nella villa dei coniugi Polanski a "Cielo Drive". Qui ha luogo la tristemente nota carneficina che vede coinvolta, come povera vittima sacrificale, anche l'attrice Sharon Tate: la compagna del regista all'ottavo mese di gravidanza, viene accoltellata ed uccisa. Con lei vengono trucidate altre cinque persone, tutti amici di Polanski o semplici conoscenti. Roman Polanski si salva per puro caso perchè assente per impegni di lavoro. La strage non risparmia comunque il guardiano della villa e lo sfortunato giovane cugino capitato sul luogo del delitto. Il giorno dopo stessa sorte tocca ai coniugi La Bianca, anch'essi assassinati nella loro casa con più di quaranta coltellate nel petto. E l'eccidio continua con l'uccisione di Gary Hinman, un insegnante di musica che precedentemente aveva ospitato Manson e la famiglia. Sono le scritte "morte ai maiali" e "Helter skelter" (nota canzone dei Beatles il cui significato simboleggiava la fine del mondo) tracciate con il sangue delle vittime sulle pareti della casa a condurre l'avvocato Vincent T. Bugliosi sulla pista di Charles Manson.

E' l'avvocato stesso a portare avanti la maggior parte delle indagini che durano oltre due anni. Convinto che a tirare i fili di questi macabri delitti vi sia proprio Manson, Bugliosi visita più volte il ranch "comune" dove intervista i ragazzi per cercare di capire come dei giovani innocenti si siano potuti trasformare in assassini spietati.

A poco a poco il puzzle viene assemblato: gli omicidi Tate-La Bianca-Hinman, e gli altri fino a quel momento rimasti estranei alle piste di indagine seguite dall'avvocato, sono tutti collegati. Gli autori sono proprio questi ragazzi appena ventenni che agiscono sotto i poteri allucinogeni delle droghe e, soprattutto, sotto l'influsso di Charles Manson. Arrivano anche le confessioni che inchiodano il loro mandante supremo. E' in particolare Linda Kasabian, un'adepta della Famiglia, la quale aveva fatto da palo all'omicidio di Sharon Tate, a divenire il più importante testimone d'accusa.

Nel giugno del 1970 comincia il processo contro Manson, poi ricordato come il più lungo mai svolto negli Stati Uniti, con oltre nove mesi di dibattimento. Il glaciale Manson, nella sua follia, confessa tutto e anche di più. Rivela che fra gli obiettivi della Famiglia, improntati alla sua filosofia malata, vi era quello di eliminare quanti più personaggi famosi possibile, fra cui emergono, tra i primi, i nome di Liz Taylor, Frank Sinatra, Richard Burton, Steve McQueen e Tom Jones.

Il 29 marzo 1971 Charles Manson e i suoi compagni di strage vengono condannati alla pena di morte. Nel 1972 lo stato della California abolisce la pena capitale e la condanna viene trasformata in carcere a vita.

Il 1º gennaio 2017, nella prigione di Corcoran, Manson fu trovato sofferente di perdite di sangue gastrointestinali e trasportato d'urgenza presso il Mercy Hospital di Bakersfield. Una fonte interna disse al Los Angeles Times che Manson era seriamente malato, e TMZ diffuse la notizia che i medici lo consideravano "troppo debole" per essere operato. Fu riportato in carcere il 6 gennaio, e sottoposto a cure che non gli giovarono. Il 15 novembre 2017, un portavoce non autorizzato dall'autorità carceraria confermò che Manson era stato riportato in ospedale a Bakersfield. In ottemperanza alle leggi federali sulla privacy medica, il California Department of Corrections and Rehabilitation non confermò la notizia. Il 19 novembre 2017, dopo essere stato ricoverato pochi giorni prima in seguito a un'emorragia intestinale, Manson morì a causa di un arresto cardiaco a 83 anni, al Kern County Hospital di Bakersfield. Soffriva da tempo per un cancro al colon.





domenica 9 agosto 2026

Tre anni senza Robbie Robertson: il maestro del Rock 'n' Roll che ha dipinto l'America

 


 Dal sodalizio con Bob Dylan alla magia dei The Band, fino alle colonne sonore di Scorsese. Robbie Robertson, a tre anni dalla sua morte, ci ha lasciato un'eredità di storie e melodie che hanno dipinto l'anima del rock 'n' roll


Oggi, 9 agosto, a tre anni esatti dalla sua scomparsa, il mondo della musica ricorda una delle sue figure più influenti e visionarie: Robbie Robertson. Chitarrista leggendario, cantautore, produttore e compositore, Robertson non è stato solo il cuore pulsante dei The Band, ma anche un artista la cui opera ha ridefinito il suono e la narrazione del rock 'n' roll, lasciando un'impronta indelebile nella cultura americana e oltre.

Nato a Toronto, in Canada, nel 1943, Robertson ha radici che si estendono ben oltre i confini del suo paese natale. Con un padre di origini ebraiche e una madre dei Six Nations of the Grand River, Robertson portava in sé un'eredità culturale complessa e ricca, che ha permeato in modo sottile ma profondo la sua musica. Questa dualità, tra l'immaginario del Sud degli Stati Uniti che avrebbe poi raccontato e le sue origini indigene, ha reso la sua prospettiva unica.

La sua ascesa alla fama iniziò con Ronnie Hawkins e gli Hawks, dove incontrò quelli che sarebbero diventati i suoi compagni di una vita: Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Insieme, diventarono la band di supporto di Bob Dylan nel suo tour storico del 1965-66, un periodo di transizione epocale in cui Dylan passò dalla chitarra acustica a quella elettrica, suscitando la disapprovazione di molti puristi. Robertson e i suoi compagni si trovarono al centro di questa rivoluzione sonora, affinando il loro stile in condizioni di "pressione" estrema.

Dopo l'esperienza con Dylan, il gruppo si ritirò in una casa a Saugerties, New York, nota come "Big Pink", dando vita a The Band. Fu qui che nacque una delle discografie più celebrate della storia del rock. Album come Music from Big Pink (1968) e The Band (1969) non erano semplici dischi, ma affreschi sonori che dipingevano un'America rurale e arcaica, fatta di personaggi malinconici, di lotte quotidiane e di storie di guerra civile. Brani come "The Weight", "The Night They Drove Old Dixie Down" e "Up on Cripple Creek" non erano solo canzoni, ma racconti vividi, quasi come brevi film musicali. La voce di Robertson come principale autore e compositore del gruppo fu fondamentale in questa narrazione.

Il suono dei The Band, caratterizzato da un'interplay vocale e strumentale unico, era un mix di folk, country, blues, gospel e R&B. Robertson, con il suo stile chitarristico, inconfondibile e mai ridondante, serviva la canzone con maestria, usando la sua Stratocaster per creare atmosfere piuttosto che per sfoggiare virtuosismi. Non era il chitarrista più veloce, ma era uno dei più espressivi e intelligenti.

L'ultimo concerto di The Band, "The Last Waltz", nel 1976, fu un evento epocale, un addio grandioso che vide la partecipazione di un parterre di stelle come Bob Dylan, Neil Young, Joni Mitchell, Eric Clapton e Van Morrison. Diretto da Martin Scorsese, divenne uno dei film-concerto più iconici di sempre, un testamento all'importanza della band e al genio di Robertson, che fu il principale artefice dell'evento.

Dopo lo scioglimento di The Band, Robertson iniziò una carriera solista di successo e una proficua collaborazione con il cinema, in particolare con il suo amico di lunga data Martin Scorsese. Ha curato le colonne sonore di molti dei film più celebri del regista, tra cui Toro scatenato, Casinò, The Wolf of Wall Street e, più recentemente, Killers of the Flower Moon. Il suo lavoro per il cinema ha dimostrato la sua capacità di tradurre emozioni e storie in musica, un talento che aveva già affinato con i The Band.

La sua opera solista, che include album come Robbie Robertson (1987) e Storyville (1991), ha esplorato nuove sonorità, incorporando elementi etnici e tecnologici, ma mantenendo sempre il suo inconfondibile tocco narrativo.

Robbie Robertson non è stato solo un chitarrista, un compositore o un produttore. È stato un narratore, un pittore di suoni che ha saputo catturare l'anima di un'epoca e di un'America mitica. A due anni dalla sua morte, la sua musica continua a risuonare, le sue storie continuano a essere raccontate e la sua eredità vive in ogni accordo di chitarra che cerca di raccontare una storia. Il suo genio, la sua sensibilità e la sua visione rimangono una fonte d'ispirazione per generazioni di artisti. Addio, Robbie, e grazie per la musica.







sabato 8 agosto 2026

Struttura & Forma, il percorso continuo tra studio e palcoscenico

 


Struttura & Forma, il percorso continuo tra studio e palcoscenico

L'evoluzione di "Uno di noi", dalle sessioni in studio alla dimensione live in attesa del vinile


Avere l'opportunità di osservare un gruppo dal vivo e di ritrovarne la precisa resa esecutiva sui rispettivi lavori discografici facilita notevolmente il compito di chi analizza la materia musicale. Questa prospettiva diretta e ravvicinata permette infatti di cogliere con estrema chiarezza l'evoluzione strutturale di un repertorio nato anni prima, osservando come le composizioni originali riescano a rigenerarsi nel tempo senza mai snaturare la propria matrice genetica. Già nel 2017 l'uscita dell'album One of us aveva mostrato la naturale inclinazione di Struttura & Forma nel muoversi lungo i confini e le intersezioni tra prog classico, sonorità jazz-rock e articolazioni fusion, affidandosi a una veste sonora caratterizzata dal cantato prevalentemente in lingua inglese. A distanza di nove anni, quel medesimo impianto concettuale torna al centro di un articolato progetto curato congiuntamente dalle etichette Maracash Records e antisopore, una operazione discografica inaugurata il 10 luglio 2026 dalla pubblicazione dell'EP in studio Uno di noi, arricchito dalla completa trasposizione del testo in lingua italiana e da un accurato lavoro di masterizzazione, a cui ha fatto seguito il 31 luglio il secondo capitolo Uno di noi - dal vivo, registrato durante le esibizioni sul palco. Entrambe le pubblicazioni, visivamente collegate dalle illustrazioni di copertina realizzate da Roberto Leoni - storico tecnico del suono del gruppo fin dal 1972 -, rappresentano il naturale prologo alla successiva stesura su supporto vinilico.

La sequenza dei brani che compone l'EP in studio si apre con Mitica Amsterdam, proseguendo in un flusso coerente attraverso Maestosa sinfonia, Domani, Indios, Sonda cosmica e la conclusiva Spes ultima dea. L'ossatura fondamentale della band nella dimensione di studio vede Joe Tortorelli alla voce, Marco Porritiello alla batteria, Stefano Gatti al basso elettrico e Beppe Crovella alle tastiere e al mellotron, affiancati dal fitto intreccio chitarristico sviluppato dalla coppia composta da Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo. A questo nucleo di base si affiancano mirati contributi esecutivi: Mattia Frassinetti alla chitarra acustica, Giuseppe Zuppone alle tastiere e Stefano Colombo al basso elettrico intervengono specificamente nelle tracce Spes ultima dea e Domani. Un'ulteriore variazione nell'assetto di studio caratterizza il brano Sonda cosmica, che registra la presenza di Sergio Colombo al basso e di Pierluigi Genduso Arrighi alle tastiere. Il lavoro svolto sulla traduzione dei testi restituisce a pezzi come Mitica Amsterdam (in origine Amsterdam) e Maestosa sinfonia (derivata da Symphony) una trasparenza narrativa inedita, consentendo al canto di adagiarsi sulla trama armonica con grande naturalezza e facendo risaltare il bilanciamento dinamico del recente mastering.

Il secondo capitolo del progetto, Uno di noi - dal vivo, sposta la prospettiva sull'impatto e sull'interazione diretta con il pubblico, selezionando quattro tracce emblematiche: Amsterdam, Complici, Sonda cosmica e Symphony. Sul palcoscenico l'organico trova un nuovo assetto con la presenza costante di Pierluigi Genduso Arrighi alle tastiere ad affiancare Tortorelli, Porritiello, Frassinetti, Caliolo e Stefano Gatti al basso elettrico, con la sola eccezione di Sonda cosmica, eseguita in sede live con Stefano Colombo alle linee di basso. La prova dal vivo evidenzia come la complessa architettura dei brani e i loro passaggi metrici non perdano rigore o stabilità nell'esecuzione istantanea, mettendo in luce l'energia e la coesione del gruppo. Il confronto ravvicinato tra la rifinitura di studio e la spontaneità della resa da concerto offre una visione globale del percorso compiuto, delineando con precisione la maturità artistica raggiunta da Struttura & Forma.

Il percorso tracciato da Struttura & Forma con questa doppia uscita dimostra una vitalità artistica che va ben oltre la semplice operazione nostalgica. La capacità di rinnovare brani nati anni fa, restituendoli con l'incisività della lingua italiana e la freschezza dell'impatto dal vivo, conferma il valore di un collettivo capace di far evolvere la propria identità senza perdere un grammo di coesione. L'attesa per la futura edizione in vinile non fa che avvalorare la bontà di un progetto solido, raffinato e ancora pienamente proiettato nel presente della grande musica d'autore e di ricerca.





venerdì 7 agosto 2026

Pete Way, il bassista che ha fatto tremare il rock


 Il leggendario bassista degli UFO avrebbe compiuto oggi 75 anni


Il 7 agosto 1951 nasceva a Enfield, in Inghilterra, una delle figure più carismatiche e influenti del rock britannico: Pete Way. Oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 75 anni, ricordiamo la vita e la carriera di un bassista che ha un posto di rilevo nella storia della musica, soprattutto come membro fondatore degli UFO.

Pete Way non era un bassista come tutti gli altri. Il suo stile era potente, grintoso e, a tratti, quasi anarchico. Non si limitava a tenere il tempo, ma usava il suo strumento per aggiungere melodia e spessore, creando un'identità sonora unica per gli UFO. I suoi riff di basso sono diventati la spina dorsale di classici come "Doctor Doctor" e "Lights Out", brani che ancora oggi risuonano con la stessa energia di allora.

Oltre al suo talento musicale, Pete Way era un'autentica rockstar nel senso più puro del termine. Il suo look, l'atteggiamento da "bad boy" e la sua vita al limite lo hanno reso un'icona per generazioni di fan. Non si può parlare di lui senza menzionare il suo leggendario basso Fender Thunderbird, un vero e proprio prolungamento della sua personalità sul palco.

La sua carriera, sebbene segnata da alti e bassi e da una vita turbolenta, è stata ricca di collaborazioni importanti e di progetti paralleli, come i Waysted e il supergruppo Fastway. Ma il suo cuore è sempre rimasto legato agli UFO, la band che ha contribuito a creare e a portare alla fama mondiale.

Pete Way ci ha lasciati il 14 agosto 2020. Oggi, nel giorno del suo compleanno, lo ricordiamo non solo come un grande bassista, ma come un artista che ha incarnato lo spirito del rock and roll: ribelle, passionale e senza compromessi.







giovedì 6 agosto 2026

Ci ha lasciato Francesco Guccini

 

La prima volta che vidi Francesco Guccini era il 1973. Millesimo, un pomeriggio d’estate, un campo verde che sembrava non finire mai. Lui arrivò da solo, senza scenografie, senza amplificazioni imponenti, con quella naturalezza che appartiene solo ai musicisti che non hanno bisogno di nulla per essere ascoltati. Il pubblico era seduto sull’erba, attento, partecipe, quasi raccolto. Io ero adolescente, e quella scena - un uomo con una chitarra, un campo aperto, la voce che si alzava come un racconto - è rimasta impressa come una fotografia che non scolorisce.

Guccini è stato uno dei narratori più profondi della canzone italiana. Nato nel 1940, cresciuto tra l’Appennino e Modena, ha portato nella musica una lingua che non somigliava a nessun’altra: concreta, letteraria, ironica, malinconica. Le sue canzoni hanno attraversato decenni senza perdere peso, perché parlavano di persone reali, di luoghi vissuti, di fragilità e di scelte che tutti, prima o poi, si trovano a fare.

Per molti è stato un maestro involontario, anche se non cercava di esserlo; non costruiva personaggi, non inseguiva mode, preferiva la verità delle storie, la lentezza dei ricordi, la dignità delle cose semplici. Nei suoi album si incontrano la provincia, la politica vissuta come responsabilità civile, l’amicizia, la memoria, la disillusione e la tenacia. Ha scritto come si parla, e ha parlato come si pensa quando si è sinceri.

La sua scomparsa ha lasciato un silenzio particolare. Non quello rumoroso delle celebrazioni, ma un vuoto più discreto, più intimo. Guccini era diventato negli anni una presenza familiare, non solo un cantautore, ma un punto di riferimento culturale, un modo di guardare il mondo con ironia e con misura. La sua morte ha chiuso una stagione della musica italiana, quella in cui le parole contavano più degli arrangiamenti, e in cui un concerto poteva essere davvero un uomo in mezzo a un campo verde, circondato da persone che ascoltavano.

Molti hanno ricordato la sua voce, altri la sua scrittura, altri ancora la sua umanità. Ma per chi lo ha visto in quegli anni, quando la musica era ancora un gesto semplice, rimane soprattutto l’immagine di un artista che non aveva bisogno di apparire per essere importante.

Guccini ha lasciato canzoni che continueranno a essere cantate, studiate, discusse. Ha lasciato un modo di raccontare che ha influenzato scrittori, musicisti, insegnanti, studenti. Ha lasciato un’idea di autenticità che oggi sembra quasi un lusso. E ha lasciato ricordi personali, come quello di Millesimo nel ’73: un campo verde, un ragazzo che ascolta, un uomo che canta senza fretta.

La sua storia non si chiude con la sua morte. Continua nelle persone che hanno trovato nelle sue parole un pezzo di sé, e in chi, come te, conserva un’immagine che vale più di qualsiasi commemorazione.









Andy Warhol: un'icona pop immortale

 


Il 6 agosto del 1928 nasceva Andy Warhol, un nome che risuona con l'audacia, l'innovazione e una certa dose di enigma.

Il mio ricordo personale...

Era il 1996 quando ebbi l'opportunità di visitare il museo dedicato ad Andy Warhol nella sua città natale, Pittsburgh. Ricordo ancora vividamente la sorpresa e il profondo interesse che provai di fronte alle sue opere. L'impatto visivo delle serigrafie, la ripetizione ossessiva dei soggetti, la sua capacità di trasformare oggetti banali in icone: tutto mi catturò. Tra le opere esposte, rimasi particolarmente colpito da alcune tele realizzate con l'urina, un'audace e provocatoria esplorazione dei materiali e dei confini dell'espressione artistica. Quella visita accentuò la mia curiosità verso questo artista enigmatico e la sua influenza sulla cultura contemporanea…

Nato Andrew Warhola a Pittsburgh, questo artista americano ha lasciato un'impronta indelebile sul mondo dell'arte e sulla cultura popolare. La sua Factory, un vivace studio d'arte a New York, divenne un epicentro per artisti, musicisti, drag queen e celebrità, riflettendo il suo fascino per la cultura underground e il glamour.

L'ascesa di Warhol negli anni '60 coincise con l'esplosione della Pop Art, un movimento che sfidava le convenzioni artistiche tradizionali incorporando immagini della cultura di massa. Le sue serigrafie di lattine di zuppa Campbell e ritratti di icone come Marilyn Monroe ed Elvis Presley non erano semplici riproduzioni; erano commenti audaci sulla mercificazione dell'arte e sulla celebrità nella società contemporanea. Attraverso la ripetizione e la produzione in serie, Warhol ha messo in discussione l'idea di unicità e autorialità nell'arte.

Ma Warhol era molto più di un pittore. Era un regista sperimentale, produttore musicale (pensate ai Velvet Underground), autore e personaggio pubblico. I suoi film, spesso lunghi e non narrativi, come "Sleep" ed "Empire", sfidavano le nozioni convenzionali di narrazione cinematografica. La sua filosofia, espressa nel suo famoso aforisma sulla "fifteen minutes of fame", rimane sorprendentemente attuale nell'era dei social media.

La sua influenza si estende ben oltre il mondo dell'arte. Warhol ha anticipato e plasmato molti aspetti della cultura contemporanea, dalla nostra ossessione per la celebrità alla fluidità dei confini tra arte alta e bassa. Anche dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio del 1987, il suo lavoro ha continuato a ispirare, provocare e affascinare.

Esplorare il mondo di Andy Warhol significa immergersi in un universo di colori vibranti, idee provocatorie e una riflessione acuta sulla società moderna. Che siate attratti dalla sua estetica audace o incuriositi dalla sua complessa personalità, l'eredità di Warhol è un invito a riconsiderare il nostro rapporto con l'arte, la cultura e la fama. Leggere di lui è un viaggio affascinante nel cuore del XX secolo e nelle sue continue risonanze nel nostro presente.





mercoledì 5 agosto 2026

Un tema che cambia pelle: dai Moody Blues ai Nomadi

 

Nights in White Satin”, pubblicata nel 1967 dai Moody Blues, appartiene a quella stagione in cui il pop inglese si apre verso forme più ampie. La voce di Justin Hayward entra con un timbro che sembra già portare un racconto, gli archi disegnano un orizzonte che non si chiude, la melodia procede con un passo lento e costante. Il brano vive di sospensioni, di respiri lunghi, di un’intensità che non cerca l’effetto, ma costruisce un’atmosfera che rimane.

La forza della canzone sta proprio in questo equilibrio: una confessione intima che si allarga fino a diventare paesaggio sonoro. La voce rimane vicina, quasi fragile, mentre l’arrangiamento apre uno spazio più grande, come se due piani emotivi camminassero affiancati senza sovrapporsi.

In Italia la stessa melodia prende una direzione diversa. I Nomadi, con testo di Daniele Pace, realizzano “Ho difeso il mio amore”, un brano che non traduce l’originale: lo reinventa. Il racconto diventa più diretto, più terreno. La voce di Augusto Daolio porta un’intensità che appartiene alla canzone italiana di quegli anni, con un calore narrativo che si distacca dalla dimensione sospesa dei Moody Blues. Qui non c’è contemplazione… c’è una storia, un sentimento che si difende, un’emozione che prende forma concreta.

Anche l’arrangiamento segue questa traiettoria. Dove i Moody Blues costruiscono un orizzonte orchestrale ampio, i Nomadi scelgono una linea più raccolta, più vicina alla loro identità. La melodia rimane, ma il senso cambia. È un esempio raro di come una stessa struttura possa generare due mondi che non si escludono, semplicemente non parlano la stessa lingua emotiva.

Il confronto tra le due versioni non riguarda la fedeltà, ma l’intenzione. I Moody Blues guardano oltre il pop, verso una dimensione quasi visionaria. I Nomadi trasformano quella stessa melodia in un racconto sentimentale che appartiene pienamente alla loro epoca e alla loro voce. Due traiettorie che si incrociano solo per un istante, giusto il tempo di condividere una linea melodica.

Riascoltate oggi, le due letture non cercano un punto d’incontro ma mantengono la loro distanza. “Nights in White Satin” continua a muoversi in uno spazio ampio e contemplativo; “Ho difeso il mio amore” conserva il colore di una stagione italiana che trasformava melodie straniere in storie proprie. È proprio in questa distanza che la melodia rivela la sua capacità di adattarsi, mantenendo intatta la sua impronta.




martedì 4 agosto 2026

Henry Cow-"Leg End" compie 53 anni!


Henry Cow-Leg End

Virgin Records

Agosto 1973

Musica visionaria e poco ortodossa… in quale pianeta siamo?

 

Per chiunque conosca la scena di Canterbury i britannici Henry Cow rimangono una delle anomalie più preziose e non richiedono alcuna presentazione specifica. Oppure saranno familiari a chi in qualche modo è al corrente dell’esistenza del "Rock In Oposition", che ha prosperato per tutti gli anni Settanta. E ancora, potrebbero essere conosciuti a chi si è occupato di "Avant-Prog", ovvero musica sperimentale che fonde generi diversi, come jazz, folk e musica classica, uniti ad una buona dose di improvvisazione realizzata da musicisti colti, perseguendo la sperimentazione e un modus propositivo anticonvenzionale. 

Gli Henry Cow hanno rappresentato un modello unico e impossibile da etichettare e inserire nell’ortodossia dei generi.

Leg End” (talvolta chiamato anche “Legend”) è il primo loro album e fu pubblicato nell'agosto 1973.

Le origini della band risalgono al 1968, quando fu fondata da due universitari di Cambridge, i polistrumentisti Fred Frith e Tim Hodgkinson.

Il periodo di maggior splendore del prog e la vicinanza geografica al fulcro di quel genere non li attrae particolarmente, mentre sono forti le influenze della musica sperimentale, contemporanea e del jazz. L’esordio discografico ne è un chiaro segnale.

Nessun limite, nessuna barriera, ma dando uno sguardo alla produzione futura “Leg End” appare, forse, come il loro album più facile, o almeno il più catalogabile.

Però risulta, anche a distanza di tempo, un viaggio musicale impegnativo, composto da ritmi variabili, poco ortodossi, e presenza contemporanea di strumenti multipli che culminano in un mix sonoro attraente ma complesso.

Al debutto della band, sia Fred Frith che Geoff Leigh non si trattengono in nulla, creando movimenti jazz eclettici e d'avanguardia senza alcuna direzione pianificata, o almeno così può sembrare all’ascoltatore, spiazzato al cospetto di tanta diversità.

Non l’ho ancora detto ma questo è un album strumentale, con l'eccezione di "Nine Funerals of the Citizen King", che l'intero gruppo canta, e qualche voce di sottofondo in "Nirvana for Mice", "Teenbeat" e "The Tenth Chaffinch”.

Profumo di jazz e invenzione di un suono unico e caratterizzante, questa la mia sintesi.

Attraverso brani come "Amygdala", "Teenbeat" e "The Tenth Chaffinch", emerge tutta la creatività, e anche se le musiche sono particolarmente difficili da seguire ed eseguire, la miscela che emerge tra pianoforte, chitarra, flauto e percussioni produce un’unica risultante che fa perdere i connotati al singolo strumento, ma nel suo insieme suona piacevole.

Quindi, come si potrebbe definire l’esordio degli Henry Cow? Rock? Jazz? Improvvisazione libera? Ambient? Avanguardia?

Questi paladini del RIO scivolano e sguazzano senza paura dentro e intorno ai concetti musicali moderni, producendo sin dalle origini un ascolto molto impegnativo, ma raramente ostico, con aperture verso una fruizione più leggera, seppur inframezzata da sentieri intricati.

Riflettendo sul concetto di musica proposto dagli Henry Cow, si potrebbe dire che pochissimi album possono raggiungere l'equilibrio di “Leg End”, un faro di creatività, pieno di energia, per molti ineguagliato da una qualsiasi delle band coeve.

La copertina fu realizzata dall'artista Ray Smith, la prima di tre delle sue "calze di vernice" ad entrare negli album di Henry Cow. Smith era apparso con la band in molti dei loro primi concerti degli anni ‘70, eseguendo una varietà di attività, tra cui stirare, leggere testi e mimare con marionette a guanti. Suggerì un calzino intrecciato sulla copertina di “Leg End”, e insistette sul fatto che il nome della band non dovesse apparire. Chris Cutler affermò in un'intervista del 2011 che Smith ha continuato il tema nei successivi due album di Henry Cow, con il cambio di calzino "per adattarsi al temperamento della musica".

“Leg End” appare a distanza di 50 anni un’aggiunta necessaria alla collezione di qualsiasi appassionato di prog. Non importa quale siano le preferenze di stile e genere, un riascolto od un nuovo ascolto potrebbero risultare sorprendenti.

 

Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Lato A

Nirvana for Mice 

Amygdala 

Teenbeat Introduction 

Teenbeat 

 

Lato B

Extract From 'With The Yellow Half-Moon And Blue Star' 

          Teenbeat Reprise 

     The Tenth Chaffinch 

            Nine Funerals Of The Citizen King


Formazione

Geoff Leigh - sassofoni, flauto, clarinetto, flauto dolce, voce

Tim Hodgkinson - organo, pianoforte, sassofono alto, clarinetto, voce

Fred Frith - chitarre, violino, viola, pianoforte, voce

John Greaves - basso, pianoforte, fischietto, voce

Chris Cutler - batteria, giocattoli, pianoforte, fischietto, voce

 

Musicisti aggiunti

Jeremy Baines - pixiphone in With the Yellow Half-Moon and Blue Star

Cathy Williams, Maggie Thomas, Sarah Greaves - cori, arrangiamento cori in Teenbeat

 

Note aggiuntive

Henry Cow - produttori

Registrazioni effettuate al The Manor di Shipton-on-Cherwell, Oxfordshire, Inghilterra nel maggio - giugno del 1973

Tom Greasy Patches Newman e Henry Cow - ingegneri delle registrazioni

Mike Oldfield - ingegnere del suono in Nirvana for Mice

Ray Smith – copertina


Gli Henry Cow nel 1973 






lunedì 3 agosto 2026

Porto Antico ProgFest 2026 a Genova-11° edizione: resoconto tra parole e video

 


Porto Antico ProgFest 2026

Una serata che conferma una tradizione e rinnova un linguaggio


Il Porto Antico ProgFest ha raggiunto l’undicesimo anno consecutivo e anche questa edizione, come sempre marchiata Black Widow Records, ha mostrato la capacità del festival di restare fedele alla sua identità pur aprendosi a nuove prospettive. La programmazione ha previsto una sola serata dedicata al prog, quella del sabato, anticipata il venerdì da un appuntamento metal che ha dato energia all’intero weekend.

La serata è stata presentata da Linda Dell e Athos Enrile, che hanno accompagnato il pubblico alternando informazioni oggettive e impressioni di giornata, così da rendere fluidi anche i cambi set.


L’esordio dei Sigmund Freud…

… il debutto genovese di una band storica 

L’apertura è stata affidata ai romani Sigmund Freud, al loro primo concerto a Genova. La band ha portato sul palco una selezione dell’album Risveglio, alternando brani già noti a composizioni che anticipano il loro futuro artistico. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni passaggio, immerso in un clima particolare, sotto un tendone illuminato a giorno e avvolto da un caldo umido che ha accompagnato tutta la serata. L’atmosfera è stata quella dei festival estivi, con una partecipazione viva e una curiosità autentica verso una formazione che ha saputo unire storia e prospettiva. Il video a seguire riuscirà forse a fornire un’idea precisa dell’atmosfera che si è venuta a creare, evidenziando quanto il loro impatto sia stato forte e quanto la band abbia saputo conquistare Genova con naturalezza.


Fertility Cult

L’energia del nord e un pubblico sorprendentemente partecipe… 

Dopo i Sigmund Freud è arrivato il momento dei Fertility Cult, formazione finlandese che ha raggiunto il quinto album, quattro autoprodotti e l’ultimo pubblicato con Black Widow. Il loro set ha portato un cambio di atmosfera immediato, con un suono più ruvido e una tensione ritmica che ha acceso la piazza. Un gruppo di probabili fan finlandesi ha seguito la performance con entusiasmo contagioso, creando un dialogo continuo tra palco e platea. La band ha mostrato una maturità evidente, frutto di un percorso che li ha portati a definire un’identità sonora personale e riconoscibile. Anche per loro il pubblico ha risposto con calore, confermando quanto il prog (e dintorni) contemporaneo possa essere vivo e capace di parlare con linguaggi diversi.


Claudio Simonetti’s Goblin

Il culto, la memoria, il cinema e la potenza del live 

Il momento più atteso della serata è coinciso con l’arrivo dei Claudio Simonetti’s Goblin, una band che vive una vera venerazione di culto. Il largo merchandising presente al banchetto ne è la prova, già molto frequentato durante il concerto e letteralmente preso d’assalto alla fine.

La serata è iniziata con la visione completa del film Tenebre, accompagnata dalla band che ha sostenuto la parte musicale con precisione e intensità. Il pubblico ha seguito con attenzione ogni scena, vivendo un tuffo nel passato che ha risvegliato memorie e paure antiche, quelle che hanno reso il cinema di Dario Argento un riferimento mondiale.

Terminata la proiezione, è iniziato il concerto vero e proprio, un excursus attraverso la storia enorme dei Goblin e dei vari spin off. Claudio Simonetti ha snocciolato aneddoti che hanno dato profondità al racconto, mostrando quanto la loro musica sia diventata parte dell’immaginario collettivo. La band ha confermato una forma straordinaria, pronta a partire ad agosto per il Giappone e successivamente per gli Stati Uniti.

Il pubblico è apparso emozionato e partecipe, con un crescendo continuo che ha trovato il suo culmine nell’ultimo brano, Profondo Rosso, accolto come un rito collettivo. La piazza era piena, la partecipazione alta, il successo evidente.

 

Conclusione

Il Porto Antico ProgFest 2026 ha confermato la forza di un festival che non si limita a celebrare il passato ma costruisce nuove visioni. La serata ha mostrato quanto il progressive sia ancora un linguaggio capace di unire generazioni, immaginari e forme artistiche diverse. Cinema, rock, elettronica, memoria e sperimentazione si sono intrecciati in un percorso che ha lasciato un segno chiaro.

Non è obiettivo di questo articolo entrare nei dettagli tecnici, ma la caratura dei musicisti on stage è risultata evidente.

Un accenno dovuto all’unica donna musicista sul palco, Cecilia Nappo, giovane bassista del gruppo di Simonetti, la cui competenza ha colpito il pubblico.

Linda Dell e Athos Enrile hanno guidato il pubblico attraverso questo viaggio, dando voce a un festival che continua a crescere e a parlare con intensità al presente, in attesa del prossimo appuntamento!


Il flauto magico di un vagabondo: la genesi visiva dei Jethro Tull



Come un abito logoro e una gamba alzata hanno ridefinito l'estetica del rock


Agli albori dei Jethro Tull, Ian Anderson non era la figura carismatica e sicura di sé che conosciamo oggi. Per mascherare un profondo senso di inadeguatezza e per distinguersi dalla massa di chitarristi blues, adottò un'immagine che era l'esatto opposto del glamour dell'epoca: quella di un eccentrico vagabondo scozzese.

Vestito con un cappotto lungo e consunto che sembrava recuperato da un cassonetto, Anderson iniziò a esibirsi in pose plastiche e frenetiche. La celebre postura su una gamba sola nacque quasi per errore: nel tentativo di soffiare con forza estrema nel flauto traverso e mantenere l'equilibrio durante i passaggi più veloci, Anderson sollevò istintivamente una gamba. I fotografi catturarono l'immagine e la stampa la celebrò come un marchio di fabbrica studiato. Insieme alle bizzarre gag sul palco - come le finte interruzioni meteorologiche o la presenza di animali di pezza - questa estetica permise ai Jethro Tull di decostruire la serietà del progressive rock con una dose massiccia di ironia britannica.







domenica 2 agosto 2026

Compie gli anni Joe Lynn Turner, pilastro del Rock AOR e Hard Rock

 

Oggi, 2 agosto, ricordiamo il compleanno di Joe Lynn Turner, una delle voci più riconoscibili e versatili nella storia del rock melodico e dell'hard rock. Con una carriera che abbraccia oltre cinque decadi e include collaborazioni con alcune delle band più influenti del genere, Turner ha lasciato un'impronta tangibile nella musica.

Nato a Hackensack, New Jersey, nel 1951, Joseph Linquito (il suo vero nome) ha mostrato un precoce talento musicale, iniziando con la fisarmonica e poi dedicandosi alla chitarra. Dopo aver brevemente intrapreso la carriera di insegnante di letteratura inglese, la sua passione per la musica lo ha portato a formare i Fandango, una band AOR che ha pubblicato quattro album tra il 1977 e il 1980.

La grande svolta per Turner è arrivata nel 1981, quando il leggendario chitarrista Ritchie Blackmore lo ha chiamato per un'audizione per i Rainbow. Turner ha conquistato immediatamente Blackmore ed è diventato il frontman della band, contribuendo a tre album fondamentali: Difficult to Cure (1981), Straight Between the Eyes (1982) e Bent Out of Shape (1983). In questi anni, i Rainbow hanno raggiunto un notevole successo commerciale, con brani come "I Surrender" e "Stone Cold" che hanno scalato le classifiche.

Dopo lo scioglimento dei Rainbow, Turner ha intrapreso una prolifica carriera solista con l'album Rescue You nel 1985. Tuttavia, la storia si è ripetuta nel 1989, quando è stato invitato a unirsi ai Deep Purple, la band madre di Blackmore. Con i Deep Purple, Turner ha registrato l'album Slaves and Masters (1990) e ha partecipato al tour mondiale del 1991, dimostrando ancora una volta la sua capacità di adattarsi a stili diversi pur mantenendo la sua identità vocale.

Al di là delle sue esperienze con Rainbow e Deep Purple, Joe Lynn Turner ha continuato a pubblicare numerosi album solisti, come il recente Belly of the Beast (2022), dove ha affrontato anche la sua alopecia, decidendo di presentarsi senza parrucca per la prima volta. È stato anche un richiestissimo vocalista per sessioni e collaborazioni con artisti del calibro di Billy Joel, Cher, Michael Bolton e Mick Jones dei Foreigner, ampliando ulteriormente la sua influenza.

Nel corso degli anni, Turner ha partecipato a una miriade di progetti, tra cui Hughes Turner Project con Glenn Hughes, Mother's Army e Brazen Abbot, dimostrando una versatilità e una dedizione alla musica che lo rendono una figura ammirata nel panorama rock.






sabato 1 agosto 2026

Jethro Tull: "Stand Up" compie 57 anni-Commento "easy" e ascolto

 



Jethro Tull-"Stand Up"

Commento e ascolto

 

AVVERTENZE

 

Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.

L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.

 

Titolo: Stand Up

Artista: Jethro Tull

Pubblicazione: 1º agosto 1969

Durata: 41:36

Tracce: 10

Genere: Rock progressivo-Folk rock

Etichetta: Chrysalis-Island Records (UK)-Reprise Records (USA)

Produttore: Ian Anderson, Terry Ellis

Registrazione: aprile 1969, Morgan Studios, Londra, Inghilterra

Note: Ristampato nel 2001 con 4 bonus tracks

 

Stand Up è il secondo album in studio dei Jethro Tull, pubblicato il 1° agosto del 1969. È un album che ha segnato una svolta significativa nel suono della band, introducendo elementi del folk rock e del progressive che sarebbero diventati caratteristici del loro stile.

L'album, diversamente dal precedente This Was, è caratterizzato da un allontanamento dalle sonorità blues a favore di un sound più vicino al rock; ciò è probabilmente dovuto all'abbandono del chitarrista Mick Abrahams - per contrasti con Ian Anderson - che diventerà così leader del gruppo. Il nuovo chitarrista Martin Barre risulterà alla fine il membro più longevo, 42 anni alla corte di Re Ian.

In Stand Up vengono utilizzati strumenti all'epoca inusuali per la musica rock, come la balalaica, il mandolino e l'onnipresente flauto traverso. La copertina dell'album rappresenta i Jethro Tull (Ian Anderson, Martin Barre, Clive Bunker e Glenn Cornick), e al suo interno vi è un pop-up dei membri del gruppo.

Il disco può essere considerato come il "crocevia" nel quale prendono forma i vari stili e generi che i Jethro Tull affronteranno nei decenni successivi. In esso sono contenuti, infatti, i primi abbozzi di musica medievale (Jeffrey Goes to Leicester Square), di rock e progressive rock (Nothing Is Easy o We Used to Know), di musica orientale (Fat Man) e di folk acustico (Look Into the Sun, Reasons for Waiting).

L'album si apre con la celebre traccia A New Day Yesterday, caratterizzata da un riff di chitarra energico e un suono complessivo molto potente, brano che dimostra fin dall'inizio la grande abilità del leader della band, Ian Anderson, sia come cantante che come flautista.

Si passa poi da brani rock come Nothing Is Easy a pezzi più sperimentali come Bourèe, hit storica della band, rifacimento in chiave moderna della Bourrée inserita nel quinto movimento della suite in mi minore per liuto di Johann Sebastian Bach. Il pezzo è strumentale ed esalta i virtuosismi di Ian Anderson al flauto traverso e Glenn Cornick al basso (a seguire esempio video).

Ma tutte le canzoni di Stand Up sono ricche di arrangiamenti complessi e, come già sottolineato, strumenti insoliti. Inoltre, la presenza di testi poetici e profondi conferisce un tocco in più ai brani.

Sintetizzando, prima dell’ascolto a seguire: Stand Up è un must, che ha contribuito a consolidare il suono unico dei Jethro Tull. La combinazione di elementi rock, folk e progressive, insieme alle abilità musicali eccezionali dei membri della band, ha reso questo album un punto di riferimento nella loro carriera.

Imperdibile per gli amanti del rock!

 

TRACKLIST (cliccare sul titolo per ascoltare)

Tutte le canzoni sono state scritte da Ian Anderson, eccetto ove indicato:

 

A New Day Yesterday - 4:10

Jeffrey Goes to Leicester Square - 2:12

Bourée - Johann Sebastian Bach, Ian Anderson - 3:46

Back to the Family - 3:48

Look Into the Sun - 4:20

Nothing Is Easy - 4:25

Fat Man - 2:52

We Used to Know - 3:59

Reasons for Waiting - 4:05

For a Thousand Mothers - 4:13

 


Bonus track presenti nella versione del 2001:

Living in the Past - 3:20

Driving Song - 2:39

Sweet Dream - 4:02

17 - 3:07

 


Formazione

Ian Anderson - voce, chitarra folk, flauto, pianoforte, organo Hammond, mandolino, balalaika

Martin Barre - chitarra elettrica, flauto

Glenn Cornick - basso, voce

Clive Bunker - batteria, percussioni