lunedì 18 maggio 2026

In ricordo di Ian Curtis (Joy Division): l'eterna eco di una voce unica a 46 anni dalla scomparsa


Riflessioni sull'eredità di Ian Curtis: a 46 anni dalla sua scomparsa, la voce dei Joy Division continua a risuonare, svelando la profonda connessione tra genio artistico, malattia e tormento interiore


Oggi, 18 maggio, il mondo della musica commemora il quarantaseiesimo anniversario della tragica scomparsa di Ian Curtis, il carismatico e profondamente tormentato frontman dei Joy Division. A soli 23 anni, la sua vita si è interrotta bruscamente, ma l'impronta lasciata dalla sua arte e l'influenza della sua musica continuano a risuonare con una potenza straordinaria.

Nato il 15 luglio 1956 a Stretford e cresciuto a Macclesfield, Ian Curtis mostrò fin da giovane un'inclinazione per la letteratura e la musica. Affascinato dalla poesia romantica ottocentesca e da icone del rock come Jim Morrison e David Bowie, sviluppò un interesse particolare per il punk, che avrebbe poi plasmato il suo percorso artistico. Nonostante un'intelligenza acuta che gli valse una borsa di studio alla King's School di Macclesfield, la sua vera passione risiedeva nell'arte, nella letteratura e, naturalmente, nella musica.

Nel 1977, Curtis si unì a Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris per formare i Joy Division (inizialmente noti come Warsaw). Dopo l'EP An Ideal for Living, la band iniziò a guadagnare notorietà, culminata con l'acclamato album d'esordio, Unknown Pleasures (1979). La sua voce, profonda, baritonale e intrisa di una palpabile malinconia, si fondeva perfettamente con testi che erano autentiche esplorazioni delle profondità dell'animo umano. Attraverso le sue parole, Curtis dissezionava con cruda onestà temi come l'alienazione, la solitudine, la disperazione e le fragilità esistenziali, trasformando canzoni come “Love Will Tear Us Apart", "Transmission" e "Atmosphere" in inni generazionali.

Tuttavia, dietro la genialità artistica di Curtis si celava una profonda sofferenza. Sofferente di epilessia fotosensibile, la sua malattia divenne un peso insostenibile negli ultimi anni della sua vita, scatenando una depressione cronica intorno ai vent'anni. Le crisi epilettiche, spesso innescate dalle luci stroboscopiche durante i concerti, non solo compromettevano la sua salute fisica, ma incidevano pesantemente sul suo stato psicologico e sulla sua capacità di esibirsi. La sua danza convulsa sul palco, sebbene magnetica, era anche un riflesso di questa lotta interiore ed esteriore.

A complicare ulteriormente il quadro, il suo matrimonio con Deborah Woodruff, sposata nel 1975 e madre della loro unica figlia Nathalie (nata nel 1979), entrò in crisi a causa della sua relazione con la giornalista belga Annik Honoré. La pressione della malattia, le turbolenze personali e le crescenti esigenze di una carriera musicale in rapida ascesa crearono un cocktail devastante di stress.

La tragedia si consumò il 18 maggio 1980. Alla vigilia della prima tournée americana dei Joy Division, un'occasione che avrebbe potuto consacrare definitivamente la band a livello globale, Ian Curtis morì suicida, impiccandosi nella cucina della sua casa a Macclesfield. Si dice che prima di compiere il gesto, avesse guardato il film "La ballata di Stroszek" di Werner Herzog e ascoltato l'album "The Idiot" di Iggy Pop, simboli del suo stato d'animo disperato. Lasciò la moglie Deborah, dalla quale si era ormai separato, e la figlia Nathalie. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri tumulate a Macclesfield, con la lapide che reca inciso il suo verso più famoso: "Love Will Tear Us Apart".

L'impatto dei Joy Division, nonostante una discografia sorprendentemente breve – solo due album in studio, i seminali Unknown Pleasures e Closer – è stato monumentale. La band ha agito da catalizzatore, aprendo la strada a innumerevoli formazioni e definendo l'estetica e il sound di interi sottogeneri musicali come il gothic rock e la cold wave. La loro musica ha rappresentato un ponte cruciale tra la ruvidezza e l'energia del punk e la complessità emotiva e sonora che avrebbe caratterizzato la scena musicale successiva.

La prematura e tragica scomparsa di Ian Curtis ha cristallizzato la sua figura in quella di un'icona. È diventato un simbolo della sensibilità artistica estrema e della fragilità umana di fronte alle sfide più oscure della vita. La sua arte, sebbene permeata da una malinconia innegabile, continua a offrire una forma di catarsi, di conforto e di profonda comprensione a chiunque si riconosca nelle sue parole, nelle sue melodie e nel suo inconfondibile sound.

Oggi, mentre ricordiamo Ian Curtis, non celebriamo solo il genio musicale, ma anche il coraggio di un artista che ha osato esplorare le profondità più oscure dell'animo umano, lasciando un'eredità che continua a ispirare, commuovere e risuonare in eterno.






domenica 17 maggio 2026

Denise Rizzotto, una voce che arriva da lontano

Ci sono percorsi che non nascono da un’accademia, da un talent o da una linea retta, ma da una vita vissuta, da un’ostinazione silenziosa, da un rapporto con la musica che non ha bisogno di essere dichiarato perché semplicemente esiste. Denise Rizzotto appartiene a questa famiglia di interpreti che non inseguono la scena, ma nella scena trovano un modo per respirare. Oggi emerge con una maturità che non chiede clamore, perché è già tutta nella sua storia.

La sua vicenda comincia nei garage di provincia, quando da bambina costruiva piccoli spettacoli per amiche e parenti. Non era imitazione, ma un primo tentativo di dare forma a un’urgenza. I pomeriggi da sola, mentre i genitori lavoravano, diventavano un laboratorio intimo: ascoltare, cantare, tradurre testi inglesi, cercare un senso nelle parole degli altri per trovare il proprio. È lì che nasce la Denise di oggi, quella che riconosce nella musica un luogo identitario, un modo per moltiplicarsi e ritrovarsi.

L’incontro con Massimo Vigone, “Zio Max”, è il primo snodo reale. Non un maestro scolastico, ma una figura che le insegna a scegliere, a interpretare, a capire che la voce non è solo tecnica ma presenza. Con lui affronta concorsi come Castrocaro, ma capisce presto che quel mondo non le appartiene: troppo freddo, troppo codificato, troppo distante da ciò che per lei significa cantare. È la prima presa di coscienza: la musica sì, ma non a qualsiasi prezzo.

Nel 2005 arriva Roma, con il Cinecittà Campus e l’insegnamento di Maria Grazia Fontana. Sono anni intensi, fatti di studio, disciplina, danza hip-hop, prove continue. Un contesto che la prepara a una lunga fase nell’intrattenimento, tra resort, hotel e soprattutto quattro anni sulle navi Costa. Qui Denise diventa presentatrice in cinque lingue, affronta palchi da duemila persone, gestisce situazioni complesse. Eppure, ogni volta che può, torna a cantare. Anche quando la musica non è il centro del lavoro, resta il centro di sé.

Il 2012 è l’anno della svolta: parte da sola per la Cina. Non per un progetto definito, ma per un bisogno di movimento, di scoperta, di vita. Shanghai, Hong Kong, le jam session del lunedì, gli strumenti non convenzionali, i musicisti incontrati per caso e diventati compagni di palco. È un viaggio che la cambia dentro e fuori, che la costringe a misurarsi con culture diverse e con una scena musicale tecnicamente avanzata. Ovunque vada, la musica la trova.

Poi arriva la Spagna, prima Barcellona e poi Benidorm. Tre anni di ascolto, di jam, di immersione nella musica dal vivo, seguiti da un’esperienza complessa come production manager per una produzione inglese. Un ruolo che la mette alla prova, che la costringe a gestire, organizzare, tenere insieme persone e situazioni. Anche questo diventa parte della sua identità artistica: capire cosa significa stare dietro lo spettacolo per poi tornare davanti con più consapevolezza.

Il ritorno ad Albisola è affettivo e insieme professionale. Denise ricomincia a cercare musicisti, a costruire un repertorio, a proporsi nei locali. Non è un percorso lineare, non lo è mai stato, ma è un percorso vero. Ogni collaborazione è un tassello, ogni concerto un passo avanti, ogni prova un modo per capire chi è e chi vuole diventare. È in questa fase che la sua voce, più matura e più consapevole, comincia a emergere con una chiarezza nuova.

A questo si aggiunge un pensiero che Denise ha confidato quasi in punta di piedi: la sua timidezza. Non quella sociale, ma quella che nasce quando il canto diventa un gesto esposto, un frammento di sé che non si può proteggere. Per lei cantare è un atto intimo, qualcosa di profondamente personale. Si riconosce in quella timidezza che apparteneva a figure come Patti Smith, Freddie Mercury, Jimi Hendrix e ad altri artisti che hanno trasformato la vulnerabilità in presenza scenica. Denise sente di appartenere a quella famiglia emotiva, a chi vive la musica come un luogo privato che diventa pubblico solo nel momento in cui la voce esce.

Proprio perché la sua storia non è fatta di scorciatoie, l’intervista che accompagna questo articolo - insieme a un  sample video - permette di ascoltare direttamente la sua voce, non solo quella musicale ma quella interiore, quella che racconta senza filtri il percorso, i dubbi, le scelte, le partenze e i ritorni. È un modo per entrare ancora di più nel suo mondo, per capire come una vita così mobile possa trovare un centro stabile proprio nel canto.

Oggi Denise è un’interprete in evoluzione. Studia di nuovo canto, pensa a una scuola di musica, si mette in discussione. A volte si chiede se sia tardi, ma la risposta è già nella sua storia: non è mai tardi per chi ha una voce che non ha smesso di cercare il proprio spazio. La sua maturazione è lenta, dilatata, costruita fuori dai riflettori ma dentro esperienze reali. È questo che la rende interessante: non la promessa di un talento acerbo, ma la solidità di un talento che ha avuto il coraggio di crescere nei margini.

La sua voce non è solo uno strumento, ma un luogo, un modo per attraversare emozioni, per annullare il resto, per ritrovare un centro. In un panorama che premia la rapidità e la visibilità immediata, Denise rappresenta un’altra possibilità, quella di un’artista che non ha mai smesso di cercare, e che proprio per questo oggi ha qualcosa da dire.


 L'INTERVISTA

Quando ripensi ai tuoi primi anni con la musica, qual è l’immagine che ti rappresenta meglio oggi?

Il profumo dei fiori secchi. La prima canzone che ho registrato in studio è stata Labirinth di Elisa, e nel ritornello c’è quel verso, “Scent of dried flowers”, che mi accompagna ancora. È un’immagine che porto con me, una canzone che continua a risuonare nella mia mente e un’artista, Elisa, che resta una fonte costante di ispirazione.

Nel percorso con Massimo Vigone cosa hai imparato davvero: la tecnica, l’interpretazione o il modo di scegliere i brani?

Con “Zio Massimo” ho imparato soprattutto l’arte dell’interpretazione, il lasciare andare. Ho capito che quando canti, reciti o suoni, ovunque tu sia, diventi un personaggio: indossi una maschera che non è falsità, ma un modo per esprimerti con libertà. L’artista e il tuo “Io” convivono, viaggiano insieme, pur restando due entità distinte.

Castrocaro e i concorsi ti hanno lasciato più insegnamenti o più distacco verso quel mondo?

Mi hanno lasciato soprattutto distacco. Troppa freddezza, poca crescita reale, e io ero troppo giovane per trarne qualcosa di significativo.

L’esperienza al Cinecittà Campus è stata intensa: cosa ti sei portata dietro da quei mesi romani?

Da Cinecittà ho portato con me insegnamenti tecnici, il lavoro sul canto di gruppo, ottimi docenti e amicizie vere che, in un modo o nell’altro, fanno ancora parte della mia vita.

Le navi in cui hai lavorato ti hanno dato un ruolo molto esposto ma non sempre musicale. Come riuscivi a ritagliarti uno spazio per la tua voce?

Sulle navi ho avuto un ruolo versatile e artistico, l’esperienza più significativa della mia vita. Ho presentato in teatro in cinque lingue davanti a duemila persone, affrontato sbarchi complessi e trovato una vera “famiglia” in quei cinque mesi. All’epoca però la musica non era al centro: non credevo abbastanza in me stessa, ero immatura e pensavo soprattutto a lavorare per avere uno stipendio. Quando c’era lo spettacolo dell’equipaggio, però, cantavo sempre una canzone in teatro. La musica, in fondo, non mi ha mai lasciata.

La Cina è un capitolo forte della tua vita. Cosa ti ha cambiata di più: il viaggio, il lavoro o le jam session?

La Cina è stata un viaggio nel viaggio, dentro e fuori di me. Sono partita da sola ed è stata un’esperienza intensissima. Il viaggio mi ha cambiata, le jam session mi hanno fatto crescere musicalmente, ogni incontro mi ha insegnato qualcosa. Per quanto riguarda il lavoro, ho dato solo qualche lezione privata di inglese a Hong Kong, che mi ha permesso di legare con una famiglia del posto. È stato soprattutto un viaggio, nel senso più pieno del termine.

Hong Kong e Barcellona sono due città molto diverse. In che modo hanno influenzato il tuo modo di cantare?

Entrambe mi hanno riportata sul palco nei locali, mi hanno aiutata a lasciarmi andare nell’interpretazione, a ritrovare un po’ di sicurezza e a conoscere musicisti. La scena di Hong Kong era molto più internazionale e variegata, anche negli strumenti. Era il 2012. Barcellona è arrivata cinque anni dopo: ho fatto musica solo nell’ultimo anno, perché prima lavoravo troppo. Ero diversa io, ma la voglia di cantare era sempre lì, pronta a riemergere appena avevo un po’ di tempo.

A Benidorm hai lavorato come production manager: cosa hai scoperto di te stessa stando “dietro” allo spettacolo?

È stata un’esperienza completamente diversa. Gestire un gruppo di ragazzi inglesi molto giovani, con una cultura differente, non era semplice. Ero sia dietro sia davanti allo spettacolo, come presentatrice. Ho scoperto che essere responsabile non è facile: serve polso, ma anche comprensione, e bisogna conciliare tutto con la propria vita quotidiana. A volte ci si sente soli, perché per quanto tu sia flessibile ed “easy”, resti comunque il capo.

Tornare ad Albisola e ricominciare a costruire un repertorio è un gesto di coraggio. Qual è stata la parte più difficile?

Tornare ad Albisola è stata una scelta d’amore verso mio padre. Ed è stato bello potermi dedicare un po’ alla musica. Costruire un repertorio è stato divertente e stimolante.

Oggi stai investendo di nuovo nella formazione. Che tipo di cantante senti di voler diventare nei prossimi anni?

Sento di voler migliorare molto: nella tecnica, nella presenza scenica - che ho affinato soprattutto sulle navi - e nella sicurezza. C’è sempre da imparare. Vorrei diventare una cantante più forte, più consapevole, e soprattutto fare musica sempre: sul palco, in casa, per strada.








Bob Dylan "GIUDA!": Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966


Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "

Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966

Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”

Il più famoso epiteto nella storia della musica venne pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei confronti del rock ad alto volume.


Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una replica carica di fastidio: “Non ti credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che, l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.

Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul “tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.

Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966, dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band) che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.

I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi. Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e drasticamente modificate.


La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del 1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare. Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di una delle sue prime registrazioni, Baby, Let Me FollowYou Down. Verso la fine del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella, quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé notevole entrò nella leggenda.

Da “Io C’ERO”, di Mark Paytress



Curiosità:

Esiste in Italia (e magari ce ne saranno altre nel mondo!) una band denominata "Keith Butler & The Judas", un vero e proprio tributo a Bob Dylan proposto da questi cinque musicisti che suonano versioni al fulmicotone del menestrello di Duluth, dai classicissimi degli anni ‘60 fino a gemme oscure da Dylanologi incalliti, ogni volta in versione diversa, come insegna il maestro. Il leader della band è Giancarlo Frigieri, tutti i componenti sono della zona di Modena e Reggio Emilia.

Questa la formazione nel 2017: Giancarlo Frigeri chitarra e voce, Rigo Righetti basso, Lele Borghi batteria, Gianni Campovecchi tastiere.

sabato 16 maggio 2026

In ricordo di un gigante del Metal: Ronnie James Dio, sedici anni dopo

 


Oggi, 16 maggio, ricorre il sedicesimo anniversario dalla scomparsa di Ronnie James Dio, una delle voci più iconiche e influenti nella storia dell'heavy metal. La sua eredità musicale continua a risuonare potentemente, influenzando generazioni di musicisti e appassionati in tutto il mondo, a testimonianza di un impatto che trascende il tempo.

Nato Ronald James Padavona, Dio ha iniziato la sua carriera musicale negli anni '50, esplorando diversi generi prima di trovare la sua vera vocazione nel rock. È stato con i Rainbow di Ritchie Blackmore che ha raggiunto la notorietà internazionale, grazie alla sua voce potente, ricca di sfumature e al suo stile lirico distintivo, che evocava mondi fantastici e leggende. La sua collaborazione con i Black Sabbath, subentrando a Ozzy Osbourne, ha segnato un'epoca d'oro per la band. Album capolavoro come "Heaven and Hell" e "Mob Rules" hanno ridefinito il sound del metal, introducendo una nuova profondità e complessità tematica che ha elevato il genere. La sua capacità di fondere testi potenti con melodie travolgenti ha lasciato un'impronta indelebile.

Successivamente, Dio ha fondato la sua band eponima, Dio, pubblicando album seminali come "Holy Diver" e "The Last in Line". Questi lavori non solo hanno consolidato la sua fama, ma hanno anche cementato il suo status di leggenda, grazie a brani che sono diventati veri e propri inni per milioni di fan. La sua carriera è stata costellata di successi, caratterizzati da testi epici, atmosfere fantasy e una presenza scenica magnetica che lo rendeva inconfondibile. Non solo un cantante straordinario, Dio è anche universalmente riconosciuto per aver popolarizzato il "segno delle corna", diventato un simbolo iconico del metal e della sua cultura, un gesto che incarna lo spirito ribelle e potente del genere.

Ronnie James Dio non è stato solo un musicista eccezionale, ma anche un professionista instancabile, noto per la sua integrità artistica e la sua dedizione ai fan. La sua influenza si estende ben oltre le sue performance vocali; ha plasmato il genere, contribuendo a definirne l'immaginario e la narrativa, ispirando innumerevoli band e artisti a seguire le sue orme.

Oggi, mentre ricordiamo questo gigante della musica, riflettiamo sull'impatto duraturo che ha avuto sul panorama musicale. La sua voce inconfondibile e il suo spirito leggendario continuano a vivere attraverso la sua vasta discografia, le innumerevoli band che cita come fonte d'ispirazione e l'ammirazione incondizionata dei suoi fan sparsi in ogni angolo del mondo. La sua assenza è ancora sentita, ma la sua musica è immortale.




venerdì 15 maggio 2026

“2014 NYC”, il live newyorkese che apre il nuovo ciclo dei King Crimson

 


I King Crimson hanno reso noto che a luglio uscirà un nuovo album dal vivo, 2014 NYC, pubblicato in doppio vinile da 200 grammi e in doppio CD tramite DGM/Panegyric, con data fissata al 10 luglio.

Il materiale proviene dalle quattro serate newyorkesi del settembre 2014, il primo tour della band dopo sei anni e il debutto della formazione con tre batteristi, ormai diventata iconica. Sul palco c’erano Gavin Harrison e Pat Mastelotto, già parte di precedenti incarnazioni del gruppo, insieme a Bill Rieflin, musicista con trascorsi in Ministry e R.E.M.

Le registrazioni utilizzate per 2014 NYC arrivano dai multitraccia dal vivo catturati tra il 18 e il 21 settembre. Il vinile è stato tagliato da Jason Mitchell ai Loud Mastering e stampato su vinile audiophile da 200 grammi. Il booklet include nuove note firmate da Sid Smith, biografo dei King Crimson.

Questa uscita inaugura una serie di pubblicazioni dedicate all’attività live delle varie formazioni attive tra il 2014 e il 2021, tutte previste in doppio vinile 200g e doppio CD. È inoltre annunciata per l’autunno 2026 una doppia uscita in Blu-ray che raccoglierà l’intero tour statunitense del 2014, comprendendo anche questa selezione.

 


Vinyl

Side A

1.   Introductory Soundscape

2.   Larks’ Tongues in Aspic (Part I)

3.   Pictures of a City

Side B

1.   A Scarcity of Miracles

2.   The Letters

3.   The Sailor’s Tale

4.   The Hell Hounds of Krim

Side C

1.   Red

2.   Improv: Hoodoo

3.   The Talking Drum

4.   Larks’ Tongues in Aspic (Part II)

Side D

1.   VROOOM

2.   Coda: Marine 475

3.   The Light of Day

4.   21st Century Schizoid Man


2CD

CD1

1.   Introductory Soundscape

2.   Larks’ Tongues in Aspic (Part I)

3.   Pictures of a City

4.   A Scarcity of Miracles

5.   Banshee Legs Bell Hassle

6.   Level Five

7.   The Letters

8.   The Sailor’s Tale

9.   Interlude

10.                 The ConstruKction of Light

11.                 Red

CD2

1.   One More Red Nightmare

2.   VROOOM

3.   Coda: Marine 475

4.   The Light of Day

5.   The Talking Drum

6.   Larks’ Tongues in Aspic (Part II)

7.   Starless

8.   The Hell Hounds of Krim

9.   Improv: Hoodoo

10.                 21st Century Schizoid Man




Commento all'album "In ogni giorno vissuto", di Eduardo De Felice

 


Eduardo De Felice – In ogni giorno vissuto

 

In ogni giorno vissuto è un album che arriva dopo un lungo percorso e porta con sé la maturità di chi ha attraversato vent’anni di scrittura senza perdere curiosità. Eduardo De Felice costruisce un lavoro che unisce memoria e presente, con una sensibilità che guarda alla canzone d’autore italiana tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, ma senza imitazioni. Il disco si muove con naturalezza tra atmosfere intime e momenti più ritmici, mantenendo sempre un equilibrio tra eleganza melodica e immediatezza.

Il singolo La soluzione 2.0 introduce bene il respiro del progetto. È un brano che parla di ripartenza e di movimento, un gesto che diventa cura dopo una frattura emotiva. L’album prosegue con una scrittura che alterna introspezione e slancio, sostenuta da una scelta sonora precisa. La registrazione in presa diretta e l’uso di strumenti analogici restituiscono un ascolto caldo e materico, con una dimensione quasi tattile che richiama il vinile, formato centrale nell’immaginario del disco.

Le nove tracce mostrano una varietà che non spezza la coesione. Come stai apre con un pop d’autore dal passo misurato, mentre Amore unilaterale mette a fuoco la fragilità di un sentimento sbilanciato. La title track amplia lo sguardo e diventa una ballad luminosa, costruita sull’idea dell’amore come scoperta quotidiana. Echi di coscienza introduce una tensione più notturna, con un crescendo che accompagna un testo sospeso tra inquietudine e lucidità. Noemi racconta una giovane donna che cerca un modo per proteggersi e allo stesso tempo per aprirsi al mondo, mentre Mio caro professore usa l’ironia per parlare di creatività e sguardi che non sanno vedere. La mia dolce sconfitta riporta a una nostalgia che non si è mai spenta del tutto e Vorrei, vorrei chiude con una ballad ampia, quasi cinematografica, che lascia spazio e respiro.

Il progetto visivo dialoga con la musica in modo naturale. Le fotografie di Aldo De Felice, scattate su diapositive originali degli anni Ottanta, accompagnano il disco con un immaginario coerente fatto di memoria, tempo e vissuto emotivo. Anche la scelta del vinile rafforza questa identità, riportando l’ascolto a una dimensione più fisica e consapevole.

In ogni giorno vissuto è un attraversamento di esperienze, errori, intuizioni e ritorni, raccontati con una scrittura che resta fedele alla propria natura. Un disco pensato per chi ama la canzone d’autore quando sa essere comunicativa e profonda, ricercata ma vicina, capace di parlare al presente senza perdere la sua radice emotiva.


Tracklist

1. Come stai

2.   La soluzione 2.0

3.   Amore unilaterale

4.   In ogni giorno vissuto

5.   Echi di coscienza

6.   Noemi

7.   Mio caro professore

8.   La mia dolce sconfitta

9.   Vorrei, vorrei

         

  

Crediti

Testi e musiche di Eduardo De Felice Echi di coscienza di Eduardo De Felice e Alessandro Gatta

Registrato in presa diretta da Carlo Di Gennaro al Kammermuzak Studio di Soccavo, Napoli

Missato da Giuseppe Innaro Masterizzato da Giovanni Roma presso L’Arte dei Rumori Studio, Marano di Napoli

 

Eduardo De Felice: voce, cori, programming, synth

Roberto Porzio: piano, Rhodes, CP‑80, analog synth

 Alessandro Morlando: chitarra elettrica e acustica

 Vincenzo Lamagna: basso

Salvatore Rainone: batteria

 Michele Signore: mandolino, arrangiamento archi

Paolo Licastro: sax tenore e soprano

Carlo Di Gennaro: percussioni

 

Prodotto e arrangiato da Eduardo De Felice

 Edizioni musicali Suono Libero Music

Foto di Aldo De Felice

Progetto grafico di Eduardo De Felice

Vinile stampato da AMGDISK, Casoria © 2026 







giovedì 14 maggio 2026

Jack Bruce: l'Indomabile urlo del Basso che ha rimodellato il Rock

 


Jack Bruce: quando il basso divenne voce e leggenda


Oggi, 14 maggio, ricorre l'anniversario della nascita di John Symon Asher Bruce, meglio noto come Jack Bruce, un musicista la cui influenza risuona ancora oggi con la stessa potenza del suo leggendario basso.

Nato nel 1943 a Bishopbriggs, in Scozia, Bruce non fu semplicemente un bassista, ma un innovatore, un improvvisatore di rara genialità e una voce soul che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del rock e del blues.

La sua carriera decollò negli anni '60, un periodo di fervente sperimentazione musicale. Dopo aver militato in formazioni seminali come la Graham Bond Organisation, dove affinò le sue abilità e incontrò futuri compagni di avventura, Bruce raggiunse la consacrazione con i Cream. Insieme a Eric Clapton e Ginger Baker, diede vita a un trio di supereroi musicali la cui alchimia esplosiva ridefinì il concetto di power trio.

Il basso di Bruce non era un mero accompagnamento ritmico, ma un protagonista melodico, un fiume in piena di linee complesse, contrappunti audaci e un suono corposo e distorto che divenne il marchio di fabbrica della band. La sua capacità di improvvisare con la stessa libertà e inventiva di un solista lo elevò al di sopra dei suoi contemporanei, influenzando generazioni di bassisti a venire. Brani iconici come "Sunshine of Your Love", "White Room" e "Crossroads" sono intessuti dalle sue intricate e pulsanti linee di basso, che dialogavano con la chitarra di Clapton e la batteria di Baker in un turbine di energia creativa.

Ma Bruce non fu solo un virtuoso strumentista. La sua voce potente e soul aggiunse un'ulteriore dimensione al suono dei Cream, conferendo profondità emotiva a ballate bluesy e grinta rockeggiante ai loro pezzi più energici. La sua collaborazione con il paroliere Pete Brown diede vita a testi evocativi e spesso criptici che si sposavano perfettamente con la complessità musicale della band.

Dopo la breve ma intensa parabola dei Cream, Bruce intraprese una prolifica carriera solista, esplorando una vasta gamma di generi musicali, dal jazz-fusion al blues, dal rock progressivo alla musica sinfonica. Album come "Songs for a Tailor", "Harmony Row" e "Out of the Storm" testimoniano la sua inesauribile creatività e la sua volontà di spingersi sempre oltre i confini musicali. Collaborò con una miriade di artisti di calibro internazionale, dimostrando la sua versatilità e la sua apertura a nuove sfide sonore.

La sua scomparsa nel 2014 ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama musicale, ma l'eredità di Jack Bruce continua a vivere attraverso la sua vasta discografia e l'impatto che ha avuto su innumerevoli musicisti.

Ricordare la sua nascita oggi è celebrare un artista che ha saputo trasformare uno strumento spesso relegato al ruolo di accompagnamento in una forza espressiva di prim'ordine.





David Byrne, l'infaticabile esploratore del suono, compie gli anni


 

David Byrne, il genio eclettico che ha riscritto le regole del pop


Compie gli anni oggi, 14 maggio, David Byrne, un'occasione che ci ricorda quanto questo artista straordinario abbia plasmato e influenzato il panorama musicale e culturale degli ultimi cinquant'anni. Dalle sonorità avanguardistiche dei Talking Heads alle sue innumerevoli incursioni in mondi diversi come il teatro, il cinema e la scrittura, Byrne è un camaleonte creativo la cui curiosità e intelligenza non smettono mai di ispirare.

Nato a Dumbarton, Scozia, nel 1952, e cresciuto in Nord America, David Byrne è universalmente riconosciuto come il fondatore e frontman dei Talking Heads. Formatisi a New York City a metà degli anni '70, in un'epoca di fervore punk e new wave, i Talking Heads si distinsero subito per un sound unico: un'amalgama di art-punk, funk, world music e pop sperimentale. Brani come "Psycho Killer", "Once in a Lifetime" e "Burning Down the House" non erano semplici canzoni, ma narrazioni complesse, spesso surreali, animate dalla voce inconfondibile di Byrne e dalla sua presenza scenica tanto eccentrica quanto magnetica. L'album Remainin Light (1980), in particolare, è considerato un capolavoro che ha esplorato le poliritmie africane, influenzando generazioni di musicisti.

Ma l'arte di Byrne non si è mai confinata ai limiti di una band. La sua carriera è un'odissea attraverso discipline artistiche diverse. È un compositore di colonne sonore acclamato, con lavori per film come "The Last Emperor" (vincitore di un Oscar) e "Married to the Mob". La sua incursione nel cinema come regista con "True Stories" (1986) ha mostrato la sua visione unica del quotidiano americano, trasformandolo in un musical surreale.

Negli anni '90, Byrne ha lanciato la sua etichetta discografica, Luaka Bop, dedicata alla riscoperta e promozione di musica da tutto il mondo, dimostrando la sua passione per le sonorità globali ben prima che diventassero mainstream. Questa avventura discografica è un esempio della sua incessante ricerca di nuove espressioni sonore e culturali.

La sua carriera solista è stata altrettanto prolifica e variegata, con album che spaziano dal pop al funk, dal rock all'elettronica. Ma è forse il suo impegno con progetti multidisciplinari che definisce meglio la sua natura. Spettacoli teatrali come "Here Lies Love" (un musical su Imelda Marcos) e il più recente e acclamato "American Utopia", portato prima a Broadway e poi immortalato in un film concerto diretto da Spike Lee, dimostrano la sua capacità di fondere musica, performance e riflessione sociale in esperienze immersive e trasformative. "American Utopia" in particolare, con la sua orchestra di musicisti che si muovono liberamente sul palco, è un manifesto di gioia, unità e speranza.

David Byrne non è solo un musicista; è un intellettuale, un artista visivo, uno scrittore (il suo libro "How Music Works" è una lettura illuminante) e un pensatore che ha sempre spinto i confini della creatività. La sua arte è un invito a guardare il mondo da prospettive inaspettate, a trovare il sacro nel quotidiano e a celebrare la connessione umana attraverso il ritmo e la melodia.

Anche se in ritardo, colgo l'occasione per celebrare il suo compleanno e l'incredibile impatto che David Byrne continua ad avere. La sua curiosità insaziabile e la sua originalità rimangono un faro per chiunque cerchi di esplorare nuove frontiere artistiche.


Buon compleanno David Byrne!




mercoledì 13 maggio 2026

Popoff del 13 maggio 1974, conduce Carlo Massarini


Popoff del 13 maggio 1974- conduce Carlo Massarini 


Carlo Massarini propone una puntata di Popoff decisamente rock, con ampia presenza di Rolling Stones, Lou Reed impegnato nei suoi rock degli esordi con i Velvet Underground, Johnny Winter, Jimi Hendrix. Rappresentato anche il jazz, o meglio la fusion, con il successo planetario di Herbie Hancock, un estratto da Headhunters.

In quella serata del 13 maggio 1974 non saranno però stati moltissimi i ragazzi italiani in ascolto di questa musica eccellente. È più probabile che fossero per strada a festeggiare i risultati del referendum su divorzio, il cui esito, con la storica vittoria dei laici, era comunicato proprio in quelle ore.

La puntata non è completa (45') e anche in questo caso la cassetta originale presenta alcuni disturbi, in particolare sulle musiche, ma è ascoltabile senza problemi.

Scaletta: Rolling Stones (Sing It All Together e Citadel da Their Satanic Majesties Request, fine 1967), Rascals (People Got To Be Free), Lou Reed (White Light / White Heat Live), Johnny Winter (Blinded By Love), Herbie Hancock (Chameleon), Stevie Wonder (He's Misstra Know-It-All), Procol Harum (The Idol), Jimi Hendrix (1983 ... A Merman I Should Turn To Be).