martedì 10 dicembre 2019

Luca Olmeda - PENSIERINMUSICA


Luca Olmeda propone la sua poesia nel nuovo libro PENSIERINMUSICA, ottanta episodi collegati da un fil rouge - il topic "donna" - che trasforma il tutto in un concept book fatto di inediti e di versi già pubblicati.

Genovese, poeta da sempre, dotato di una sensibilità non comune, Olmeda mette al centro di questo suo nuovo progetto l’elemento femminile, avendo cura di toccare ogni aspetto che lo riguarda, dal primo amore sino alla possibile incomunicabilità, passando per l’idealizzazione del luogo in cui si è nati e si vive, a volte difficile da sopportare, altre da accarezzare e farsi coccolare, in fondo, metafora della vita comune.
Ma accade che nascano nuove esigenze e si senta il bisogno di fare un passo in piu’ verso differenti modelli espressivi, ed ecco che alle parole si aggiungono trame musicali, e con qualche aiuto esterno - nello specifico il chitarrista genovese Giacomo Caliolo - si raggiunge con naturalezza lo status di “canzone”.
Sono quattro le poesie che diventano liriche di brani sonori perché…

Le parole sono sentieri
Che diventano viaggi
Dal profondo di noi raccontano
La melodia di vivere…

“Vorrei ingoiare quel triste sapore,
che sento tra la gola e il cuore
e far vibrare al vento per te,
con la mia voce
petali d’amore…”

A fine articolo propongo il brano “Lupo di mare”.

Abbiamo chiacchierato un po’ e la lettura dell’intervista fornisce l’opportunità di entrare nei dettagli del progetto.


Domanda d’obbligo, chi è Luca Olmeda e da cosa è caratterizzato il suo percorso artistico?

La prima parte della domanda è un quesito che spesso mi pongo anche io.
Potrei dire che Luca Olmeda è un uomo semplice, umile e molto sensibile, che non fa che cercare risposte nel difficile tentativo di interpretare gli eventi e la vita.
Il mio personale percorso artistico è in costante crescita ed evoluzione, e penso di potere datare il suo inizio all’età della ragione, momento in cui ho iniziato a confrontarmi con me stesso.

Dalla tua biografia si evince come la scrittura abbia caratterizzato da subito la tua esistenza: come definiresti la poesia intesa come forma espressiva, in comparazione alle altre che hai conosciuto nel tuo processo di maturazione?

Scrivere una poesia è un po’ come dialogare con sé stessi… ci si interroga su un dato argomento e si cerca di percepirne le sensazioni, i contrasti, i lati oscuri, ma anche quelli positivi… si cerca insomma di dare una libera e sincera interpretazione a tutto.  In fondo si fa presto a scrivere una poesia, basta essere sinceri e buoni osservatori; tuttavia il poeta non basta mai a sé stesso, e la necessità di un confronto rappresenta sempre un valido aiuto; a volte viene dalla lettura di un buon libro, altre da un colloquio diretto con un caro amico, altre ancora dall’accostamento ad altre forme di arte… come la musica ad esempio!

Ho nelle mani il tuo libro “PENSIERINMUSICA”, un contenitore basato sulla proposizione poetica: cosa contiene? Esiste un fil rouge che lega i vari episodi?

Si tratta di una raccolta che comprende sia versi precedentemente pubblicati che altri inediti, inoltre il volume termina con i quattro brani musicali ascoltabili e scaricabili via web. Scegliere ogni testo non è stato facile, ma ho pensato di farlo seguendo un itinerario abbastanza preciso. Nella sinossi del volume indico come fil-rouge la donna, è a lei che dedico i miei pensieri, ma mi riferisco a quell’essenza che può assumere anche forma e sostanza diversa dal consueto… quindi la donna ora rappresentata da questa mia città, con le sue forme frastagliate accarezzate dal mare, oppure diventa un concetto;  desiderio o  libertà… ma poi ritorna ad essere donna, l’essere che vive accanto a noi uomini, con la sua forza, la sua fragilità.

La donna è da sempre primaria fonte di ispirazione artistica, e mi piace pensare che ciò avviene perché è l’essere vivente che più si avvicina alla nostra idea di perfezione, tra estetica e sostanza: che cosa ti spinge a scriverne in modo così importante?

La donna è da sempre fonte di ispirazione del poeta. Purtroppo, non sono io il primo a decantarne lo splendore. Comunque, non vorrei sembrare ipocrita ma la donna conserva alcuni segreti nel suo mondo, che qualche volta ci consente di visitare, che noi uomini possiamo solo immaginare. Più che l’estetica, che non manco comunque di argomentare nelle mie composizioni, ammiro molto certi aspetti del suo carattere, come la forza di volontà, la tenacia, la sensibilità, la fragilità, il coraggio.

Nella seconda parte del book sono presenti testi che hai musicato: da dove nasce questa esigenza di evolvere dalla lirica all’aggiunta musicale?

Capita di scrivere tutti i giorni, come capita anche di non scrivere per intere settimane. È sempre l’anima che suggerisce le parole al cuore e la mano le scrive.  E poi un giorno un amico musicista che apprezza i tuoi versi ti chiede se saresti in grado di scrivere un testo per un brano. Le parole dei tuoi versi allora possono mettere le ali e andare ancora più lontano. Scrivere un testo di una canzone non è proprio come scrivere una poesia… ci si scontra con le note che diventano un po’ come un vestito che le parole devono indossare, ma queste spesso sono di misura diversa e quindi bisogna cercare di adattarle alla musica mantenendo però l’argomento ed il senso della poesia. Ho voluto arricchire i miei pensieri con la musica, cercando di rendere armonioso l’intero progetto e credo sinceramente sia venuto un bel lavoro malgrado io non sia un cantante.

Come è nata la collaborazione con Giacomo Caliolo?

La nostra è un’amicizia recente, ma molto sincera ed intensa perché da subito c’è stata un’intesa quasi magica. Ogni volta che propongo un testo a Giacomo, lui lo legge poi prende la chitarra ed inizia a buttare giù due note di traccia… e quella è già la canzone, così come l’avevo immaginata io. Se questo progetto si è potuto realizzare è soprattutto grazie a Giacomo, alla sua grande esperienza ed al suo estro artistico.

Il processo di creazione di una canzone non è monodirezionale, e la magia si può compiere partendo dal testo e inserendo la musica adatta o viceversa, non esiste una regola precisa. Tu non sei un musicista… che idea ti sei fatta?

Non essere un musicista non ha rappresentato un limite, malgrado lo sia, perché farei molto prima se potessi scrivere da solo la musica dei miei testi, tuttavia, per l’esigenza di un confronto di cui parlavo prima, lavorare con altri artisti mi è stato di grande aiuto, ho imparato molto da ognuno e tanto ancora devo imparare e posso solo che ringraziare la mia umiltà e loro pazienza. Con Giacomo in particolare poi, non ci sono regole, certo nel nostro caso nasce sempre prima il testo della musica, ma il tema musicale è spesso dettato da sensazioni.
Sei nato e vivi a Genova: è stata condizionante - magari a livello inconscio - l’appartenenza ad una città che tanto ha dato a livello artistico?

Genova è una città meravigliosa, che però lotta da sempre contro radicate contraddizioni; nel libro sono presenti diverse poesie che parlano sia della città che dei suoi abitanti in un’alternanza di amore/odio costante…
Gli artisti nati in questa terra di mare sono tanti e tutti molto importanti… posso dire di essere stato profondamente influenzato da alcuni di loro, ma non dimentichiamo che l’Italia è un paese ricco di grandi personaggi, soprattutto in campo artistico e musicale, quindi di esempi da seguire ne ho avuti moltissimi, anche fuori città.

Che effetto fa rileggere le proprie liriche trasformate in brani sonori?

Sapessi che effetto fa sentirli cantare da sé stessi! In verità, considerato il grande lavoro che c’è dietro, che ha richiesto molto tempo - circa tre anni per realizzare il tutto, perché parliamo di qualcosa che si fa per passione -, posso dire che ora guardo con occhi diversi chi è musicista di professione o cantautore. Forse ho imparato qualcosa anche in questa occasione!


Quali sono gli argomenti trattati nei brani?

"Un sasso in mare" è il pezzo su Genova, la mia città natale, che mi permetto di trattare con amore e odio, dove apprezzo ma anche disprezzo i suoi angoli, le sue idee, le sue abitudini.

"Lupo di mare": la libertà, la ricerca interiore rappresentata dalla figura del marinaio, dell'uomo di mare che affida spesso o troppo spesso, la sua vita ai venti, alle stelle...

"Razza di uomini" tratta l'argomento del femminicidio con un'analisi dell'uomo-maschio. Il pezzo descrive nella prima parte, le caratteristiche del tipico uomo violento, per intenderci, mentre nella seconda parte emerge il mio personale punto di vista che andrà sicuramente d'accordo con molti altri uomini come me.
A tale proposito, il libro dovrebbe contenere un progetto benefico di raccolta fondi attraverso le vendite, a favore del Centro antiviolenza Mascherona di Genova/Unione Donne Italiane, ente dal quale sto ancora aspettando il benestare per poter pubblicare il libro.
In questo brano Giacomo Caliolo, con l'arrangiamento e non solo, a mio modesto parere, ha fatto davvero un grande lavoro.

"Onlus-you" è un'ironica metafora sulle unioni, i rapporti di coppia obsoleti e logori, tipici di chi convive ormai da molto tempo e dove si alternano affetto e indifferenza che ormai hanno preso il sopravvento su ogni altro sentimento.

Hai pianificato momenti di condivisione del tuo libro, tra presentazioni e set a base di musica e parole?

Fino ad ora non ho avuto molto tempo per potermi dedicare a questo aspetto, pur sapendo essere forse il più importante in questo momento. Devo dire che si fatica parecchio a farsi dare degli spazi quando non si è conosciuti, comunque, diciamo che ci stiamo lavorando.

Cosa c’è nel futuro prossimo di Luca Olmeda?

Speravo me lo dicessi tu! A parte gli scherzi, fa sempre un po’ paura pensare al futuro, anche perché viviamo tempi difficili, anche dal punto di vista artistico, tempi ardui, ma in realtà per molti aspetti migliori di altri ormai trascorsi; abbiamo più potenzialità e strumenti di prima eppure sembra si fatichi di più. Tuttavia, per quanto mi riguarda, penso che mi piacerebbe continuare a scrivere, il canto sarà stata una piccola parentesi per potermi presentare al mondo come autore (almeno credo). Sì, mi piacerebbe scrivere per me e per altri, soprattutto per altri, fare l’autore insomma, perché in sostanza la mia vera vena artistica sono i pensieri e le parole.



lunedì 25 novembre 2019

Dreaming Madmen- “Ashes of a Diary”: doppia versione, italiana e inglese


Dreaming Madmen- “Ashes of a Diary”

Nel mese di settembre è stato rilasciato un album interessante, frutto del lavoro di due giovani fratelli da molti anni impegnati in ambito musicale, ma che solo in questo 2019 hanno trovato la sintesi delle loro idee, condensata nell’album “Ashes of a Diary”: loro sono i Dreaming Madmen e hanno nelle vene sangue americano e libanese, cosa che sottolineo solo per il piacere derivante dal fatto che la musica progressiva è un genere che riguarda sempre più le nuove leve, e può toccare anche regioni del mondo note per altre tipologia musicali. Austin è in Texas, uno stato noto per passaggi musicali più tradizionali, come quelli di Buddy Holly, Roy Orbison, Janis Joplin o gli ZZ Top. Ma esistono anche i Dreaming Madmen!

Mathew e Christopher realizzano un gioiellino che riporta in via naturale alle loro passioni e alla fede musicale, un pensiero che sviscerano nell’intervista a seguire.
Ciò che propongono è un concept album che si basa sul confronto delle esperienze personali con quelle del protagonista della loro storia, un uomo antico che, riscoprendo un suo vecchio diario, rivive una vita passata fatta di sentimenti e situazioni contrastanti, un vissuto condito da pillole di immaginazione, tema ripreso dall’immagine di copertina che si rifà al tema un po’ malinconico del disco.

Dal punto di vista strettamente musicale i Dreaming Madmen cercano di usare il loro DNA indelebile, fatto di profumo floydiano che si espande sino alla ricerca di una dimensione personale che, attraverso la spinta della tecnologia, realizza un sistema orchestrale che potrebbe rappresentare una perfetta sonorizzazione cinematografica, e che appare il leitmotiv dell’intero progetto.

Treantasette minuti suddivisi su sette tracce, un disco che coinvolge in modo naturale, che trova punti di eccellenza nella lunga “Behind My Wall” – condensato del loro prog moderno e contaminato – e nella title track, pezzo sognante e tendente al rock più tradizionale.

Un esordio confortante, un disco di qualità che non necessita di lunga frequentazione per colpire nel segno, un disco che mi appare anche sufficientemente trasversale e adatto ad ogni palato.


L’INTERVISTA

Chi sono i Dreaming Madmen? Come vi siete formati e come siete arrivati al primo album?

Mathew: i Dreaming Madmen sono un duo progressive rock, composto da me (chitarre, tasti, voce) e mio fratello Christopher (basso, tasti, voce). Suoniamo musica insieme da oltre 12 anni e abbiamo formato ufficialmente i Dreaming Madmen nell'estate del 2019.
Christopher: anche se il lancio del nostro progetto è avvenuto molto tempo fa, abbiamo impiegato anni per scrivere, registrare e produrre in modo soddisfacente, prendendoci tutto il tempo necessario prima di pubblicare un album di tale grandezza e ambizione.

Chi ha contribuito alla vostra formazione musicale? Avete dei musicisti di riferimento?

Mathew: Entrambi abbiamo iniziato a suonare musica in giovane età, rispettivamente a 7 e 9 anni, e lo dobbiamo ai nostri genitori, grazie ai quali abbiamo scelto questo percorso musicale. Le band con cui mi sono plasmato come musicista e scrittore sono i Pink Floyd, Porcupine Tree, Dream Theater, Yes, Genesis, King Crimson, Guthrie Govan, ecc.

Christopher: i Pink Floyd mi hanno dato, nel complesso, un’enorme ispirazione, ma sono stato influenzato anche da molti musicisti singoli che mi hanno aiutato a formare il mio stile e il mio modo di cantare. I più importanti sono Paul McCartney, Geddy Lee, John Paul Jones, Marvin Gaye, Richard Wright, Tony Banks, Colin Greenwood, Bob Dylan e Roger Waters.

Come descrivereste la vostra musica a chi ancora non vi conosce?

La nostra musica è un melange tra rock progressivo classico e contemporaneo, fuso con un'ampia orchestrazione ed elementi cinematografici, ottenuto mescolando tutte le influenze che abbiamo avuto dalla nostra infanzia fino ad ora. Queste includono blues, hard rock, death metal progressivo, sino alla musica classica e orchestrale, che abbiamo incorporato nel nostro stile che riteniamo unico.

È uscito il vostro album di esordio, “Ashes of a Diary”: di cosa parlano le liriche?

Mathew: I testi dell'album ruotano attorno al tema narrativo concettuale, che racconta la storia di un uomo anziano che scopre un suo vecchio diario, pieno di scritti che descrivono una vita fatta di dolore, ossessione, amore, odio e rimpianto. Naturalmente, nel corso del tempo, la maggior parte dei testi sono stati influenzati da esperienze personali che hanno reso davvero divertente creare un alter ego che era per lo più basato su me stesso e la mia vita, lasciando comunque spazio all'immaginazione. Un po' come l'alter ego "Pink" di Roger Water in "The Wall" dei Pink Floyd.

Che cosa potete dire della parte strettamente musicale?

Il lato musicale di questo album ha richiesto un sacco di duro lavoro, considerando che ci piace la stratificazione intricata, e a volte si è arrivati ad avere sino a 16 tracce di chitarra simultanee, e anche 80-90, più in generale, in una canzone. È stata sicuramente una sfida, con un ottimo risultato ottenuto anche grazie all’aiuto del nostro ingegnere capo Russell Tanner, con cui è stato fantastico lavorare.

Mi dite qualcosa a proposito dell’artwork?

L’artwork è legato al significato del disco. Il nostro amico e illustratore Amed Andrea ha fatto un ottimo lavoro nel ritrarre l'umore malinconico e il mood musicale. Il protagonista dell'album è raffigurato sulla copertina come un ragazzo più giovane, che osserva un incendio causato dalla combustione del suo diario. È una metafora che indica che siamo legati ai nostri ricordi, fatti di paure e rimpianti, quindi spesso dolorosi, ma senza i quali non potremmo vivere.

Vi presentate come duo: che cosa avviene nei vostri live? Usate la tecnologia o avete musicisti che completano la band?

Quando si tratta dei nostri spettacoli dal vivo abbiamo un batterista sul palco con noi, Ian Geyer, che ha registrato fantastiche tracce di batteria sull'album con noi in studio. Usiamo anche numerosi pedali e trigger per attivare una pletora di parti extra della tastiera ed effetti audio. Questo rende il nostro set dal vivo più impegnativo, ma anche molto divertente, considerando che la nostra performance live è in totale sincronia con uno spettacolo psichedelico fatto di laser e luci.

I vostri luoghi di appartenenza non sono vicinissimi alla musica progressiva: che cosa vi spinge in quella direzione?

In realtà ci siamo innamorati della musica progressive rock e metal per caso. Siamo diventati grandi fan dei Pink Floyd all'inizio, e questo ci ha aperto gli occhi su un genere così diversificato e aperto. L'idea di creare arte che non rientra nelle norme del rock o della musica commerciale in generale ci eccita. Possiamo infrangere le regole pur scrivendo canzoni e album che sono concisi e raccontano una storia.

Avete già proposto l’album dal vivo? Come pubblicizzerete il progetto?

Al momento stiamo lavorando a un video, presentando i momenti salienti del nostro concerto di debutto a Beirut. Siamo entusiasti perché i fan che non hanno potuto partecipare per la lontananza - e sono tanti e in paesi diversi saranno in grado di vedere come funziona il nostro spettacolo dal vivo. Potremmo anche registrare uno degli spettacoli degli Stati Uniti nella sua interezza e pubblicare un album dal vivo completo, chi lo sa?

Che cosa avete programmato per l’immediato futuro?

Il nostro prossimo obiettivo è sicuramente quello di cercare di eseguire più concerti possibile negli Stati Uniti e in tutto il Medio Oriente. Stiamo pensando di fare un piccolo tour di pubblicizzazione in Texas, nella primavera del 2020. Per quanto riguarda il prossimo album, abbiamo già iniziato a buttare già idee e vogliamo provare a entrare in studio entro la fine del 2020.

Dreaming Madmen:

Mathew Aboujaoude: chitarre, voce, tastiere, synths & programmatore
Christopher Aboujaoude: basso, voce, tastiere nelle tracce 2 e 7

Con l’ausilio di:

Ian Geyer: batteria e percussioni
Rohan Sharma: synth nelle trace 2 e 5
Caelin Tralongo: voce in “Your Possessor”


Track List:

1. Page One - 2:58
2. Behind My Wall - 8:56
3. Your Possesor - 6:50
4. Lock Thyself - 4:32


ENGLISH VERSION

In September an interesting album was released, the result of the work of two young brothers who have been involved in music for many years, but that only in 2019 have they found the synthesis of their ideas, condensed in the album "Ashes of a Diary": they are the Dreaming Madmen and have in their veins American and Lebanese blood, which I emphasize only for the pleasure resulting from the fact that progressive music is a genre that increasingly concerns the new levers, and can also touch regions of the world known for other musical types. Austin is in Texas, a state known for more traditional musical passages, such as those of Buddy Holly, Roy Orbison, Janis Joplin or ZZ Top. But there are also The Dreaming Madmen!


Mathew and Christopher make a little jewel that naturally brings back their passions and musical faith, a thought they explore in the following interview. There's a concept album that is based on the comparison of personal experiences with those of the protagonist of their story, an ancient man who, rediscovering his old diary, relives a past life made of feelings and conflicting situations, a life seasoned with imagination pills, a theme taken from the cover image that refers to the somewhat melancholy theme of the record.


From a strictly musical point of view the Dreaming Madmen try to use their indelible DNA, made of Floydian perfume that expands to the search for a personal dimension that, through the push of technology, creates an orchestral system that could represent a perfect cinematic sounding, and that appears the leitmotif of the entire project.

Three-seven minutes divided into seven tracks, a record that involves in a natural way, which finds points of excellence in the long "Behind My Wall" – condensed of their modern and contaminated prog – and in the title track, a dreamy piece tending to more traditional rock.

A comforting debut, a quality record that does not need long attendance to hit the mark, a record that also seems sufficiently transversal and suitable for every palate.


THE INTERVIEW

Who are the Dreaming Madmen? How did you form and how did you get to the first album?

Mathew: Dreaming Madmen is a progressive rock duo, comprised of myself (guitars, keys, vocals) and my brother Christopher (bass,keys, vocals). We’ve been playing music together for over 12 years, and officially formed Dreaming Madmen in the summer of 2019.

Christopher: Although launching this debut has been in the works for quite a while now and has taken years to fully write, record and produce; we wanted to take our time before releasing an album of such magnitude and ambition.

Who contributed to your musical education? Do you have any reference musicians?

Mathew: Both of us started playing music at a young age, at age 7 and 9 respectively, and we owe it to our parents for being supportive of us choosing this career path from the start. Some of the biggest influences that have shaped me as a musician and a writer are Pink Floyd, Porcupine Tree, Dream Theater, Yes, Genesis, King Crimson, Guthrie Govan, etc.

Christopher: Pink Floyd is the obvious huge inspiration, as a whole, but I also have many different individual musicians who have influenced me and my playing/singing style greatly. Most notable are Paul McCartney, Geddy Lee,John Paul Jones, Marvin Gaye, Richard Wright, Tony Banks, Colin Greenwood, Bob Dylan and Roger Waters.

How would you describe your music to those who don't know you yet?

Our music is a melange of both classic and contemporary progressive rock, fused with expansive orchestration and cinematic elements; blending all the influences we’ve had from our childhood up until now. These include blues, hard rock, progressive death metal to classical and orchestral music which we incorporated to our unique style and sound.

Your debut album, "Ashes of a Diary" has been released: what are the lyrics about?

Mathew: The lyrics of the album revolve around the concept’s narrative theme, which tells the story of an elderly man who discovers an old journal of his, filled with writings detailing a life of pain, obsession, love, hatred and regret. Of course, over time, most of the lyrics were inspired by personal experiences which made it really fun to create an alter ego that was mostly based on myself and my life, while still leaving room for imagination. Kind of like Roger Water’s ’Pink’ alter ego character in Pink Floyd’s “The Wall”.

What can you say about the strictly musical part?

The musical side of this album took a lot of hard work considering we like intricate layering, and sometimes went as far as having 16 simultaneous guitar tracks, and even having 80-90 tracks overall in one song. It was definitely a challenge taking this task on while still having a clean and crisp mix. This was achieved with the help of our chief engineer Russell Tanner, who was a joy work with.

Can you tell me something about the artwork?

The artwork is as accurate to the concept as it gets. Our friend and illustrator Amed Andrea did a wonderful job at portraying the melancholic mood and tone of the music. The protagonist from the album is depicted on the cover as a younger boy, overlooking a wildfire
caused by his diary burning. It’s a metaphor indicating that we are bound to our memories, fears and regret, as we would be in a fire, and live with that burden until death.

You present yourself as a duo: what happens in your concerts? Do you use technology or do you have musicians who complete the band?

When it comes to our live shows, we have a drummer on stage with us, Ian Geyer, who recorded fantastic drum tracks on the album with us in the studio. We also use numerous foot pedals and triggers to activate a plethora of extra keyboard parts and sound FXs. This makes our live set more challenging, but also a lot of fun considering our live performance in entirely synced to a psychedelic laser & light show.

Your places of belonging are not very close to progressive music: what drives you in that direction?

We actually fell in love with progressive rock and metal music by accident. We became huge fans of Pink Floyd early on, and that opened our eyes to such a diverse and open genre. The idea of creating art that is outside the norms of commercial rock or commercial music in general excites us. We can break the rules while still writing songs and albums that are concise and tell a story.

Have you already proposed the live album? How will you publicize the project?

We’re currently working on a video, presenting the highlights of our release concert in Beirut. We’re excited about it because fans that weren’t able to attend and/or live in different countries will be able to see how our live laser & light show looks like! We might also possibly be recording one of the US shows in its entirety and release a full live album, who knows?

What have you planned for the immediate future?

Our next goal is definitely to try and gig as much as we can in the US and around the Middle East. We’re planning on doing a small album release tour in Texas in Spring 2020. As for the next album, we’ve already started writing up ideas and want to try and get in the studio by the end of 2020.


Dreaming Madmen is:

Mathew Aboujaoude: guitars, vocals, keyboards, synths & programming
Christopher Aboujaoude: bass, vocals, keyboard solos (2, 7)

With:

Ian Geyer: drums, percussion
Rohan Sharma: lead synth (2, 5)
Caelin Tralongo: vocals (3)

Tracklist:

1. Page One - 2:58
2. Behind My Wall - 8:56
3. Your Possesor - 6:50
4. Lock Thyself - 4:32
5. Enigma - 5:54
6. Ashes of a Diary - 5:19
7. Final Page (until we meet again) - 4:39

Credits:

Recorded in June & July 2019 at Antimatter Studios - Austin, TX and 
Boombox Studios - Beirut, Lebanon
Music, Lyrics & Production by: Mathew & Christopher Aboujaoude
Orchestral Arrangements: Mathew Aboujaoude & Bonny Baez
Mixing & Engineering: Russell Tanner
Mastering: Andy VanDette
Album Artwork: Andrea Emad
Photography by: Jamil Dally
  
Registrato nei mesi di giugno e luglio 2019 negli Antimatter Studios di Austin, Texas e
Nei Boombox Studios di Beirut, Libano
Musica, Liriche e Produzione di: Mathew e Christopher Aboujaoude
Arrangiamenti: Mathew Aboujaoude & Bonny Baez
Mixing & Engineering: Russell Tanner
Mastering: Andy VanDette
Artwork: Andrea Emad
Fotografie di: Jamil Dally

domenica 24 novembre 2019

Pink Floyd-All Saints Church Hall, Powis Gardens, Londra, 1966


All Saints Church Hall, Powis Gardens, Notting Hill, Londra, 1966

I concerti a Powis Gardens segnarono l’inizio della nostra popolarità”, dice il bassista dei Pink Floyd, Roger Waters.

Fu un periodo esaltante. La testa di Sid Barret funzionava ancora ed eravamo tutti pieni di entusiasmo. Era molto prima che diventassimo professionisti e cominciassimo a incidere.”

Nel gergo del tempo tutto era molto “fuori”.
Le follie psichedeliche britanniche erano certo influenzate dalla West Coast americana, ma quei primi concerti in una modesta chiesa di Notting Hill confermarono che non si trattava di imitazione.

Le nostre luci usavano molto meno l’intermittenza ed erano più legate alle immagini. Questo anche se alla chiesa di All Saints se ne occupava un americano” dice Peter Jenner, uno dei due primi manager dei Pink Floyd. “I nostri spettacoli erano più cupi e allucinati, pieni di grandi ombre espressioniste. Molto Nosferatu”.

Verso l’autunno del 1966 i media britannici cominciarono a interessarsi alla psichedelica, considerata la nuova moda destinata a sostituire beat, mod e minigonne .
Noi non sapevamo cosa fosse la psichedelica” ammette il batterista dei Pink Floyd, Nick Mason.

C’erano le droghe, certo, ma era una filosofia raffazzonata, fatta con le idee in voga all’epoca”. In sostanza cercavamo di allargare i confini”.

Autodefinitisi “un laboratorio suono/luce “ e con il celebre mantra del guru dell’LSD Timothy Leary -“Accenditi, sintonizzati, vai fuori”- citato sui manifesti dei loro concerti, i Pink Floyd rappresentavano al meglio lo spirito onnivoro del periodo. Recensendo una delle performance a Powis Gardens, la rivista alternativa International Times sentenziò soddisfatta che “il loro lavoro è in gran parte basato sull’improvvisazione”.
“Dovevamo far capire che le nostre non erano canzoni pop, erano cose più importanti, erano cultura, cultura rivoluzionaria”, dice Jenner.
L’impresa riuscì. Durante la breve esperienza di concerti a sostegno della London Free School, il progetto di educazione comunitaria condotto da John “Hoppy” Hopkins, il quartetto venne intervistato dal Times e i loro concerti a Notting Hill attirarono l’attenzione di un eterogeneo insieme di studenti, intellettuali e anticonformisti.
Molti arrivarono con l’esplicita intenzione di fornire ai propri viaggi in acido un adeguato sottofondo di suoni e luci.

Non fu una scelta consapevole quella di suonare musica da trip”, insiste Nick Mason. “Semplicemente reagivamo a uno stimolo visuale che non era troppo adatto a ritornelli e incisi.”

Fu così che nacque la versione britannica della psichedelica.

(dalle note di Mark Paytress)

Immagini di repertorio relative al '66...




sabato 23 novembre 2019

Runaway Totem e Il Segno del Comando: live a La Claque


Il 22 novembre è il giorno scelto dalla Black Widow per un evento importante, almeno per quelli che amano la musica progressiva, perché un doppio set così “nobile” non è facile da realizzare.
La Claque è stata ancora una volta testimone della musica di qualità, e nello specifico il contenitore musicale realizzato si è rivelato più forte delle avversità meteorologiche attribuite a Genova in serata - rivelatesi purtroppo realistiche -, e la partecipazione del pubblico è andata oltre le più rosee aspettative.

Il programma prevedeva molta carne al fuoco che cercherò di delineare in modo cronologico, aggiungendo spezzoni video del concerto.
Partiamo dall’elenco degli ingredienti:

-due band, entrambe headliners: Runaway Totem e Il Segno del Comando;
-due libri da proporre al pubblico, con i due autori presenti: Mario Gazzola e Max Rock Polis;
-due esposizioni artistiche, con i due creatori sul pezzo, Danilo Capua e Ksenja Laginja;
Il pubblico ha potuto autonomamente prendere visione e apprezzare l’arte dei due pittori, mentre c’è stato spazio - purtroppo limitatissimo - per un siparietto on stage dedicato ai due book: “FANTAROCK” di Mario Gazzola e “STORIE DI PROG RINASCIMENTO” di Max Rock Polis).

Parlerò prossimamente dei due progetti, sottolineando che “FANTAROCK”, sintetizzato da Gazzola sul palco, si è dimostrato particolarmente in tema col set dei Runaway Totem, e solo la mancanza di tempo ha impedito una probabile gustosa improvvisazione fatta di lettura e sottofondo musicale. Per quanto riguarda il libro di Polis, che dire… l’estremo elogio apparirebbe partigiano, dal momento che ne ho scritto l’introduzione!

A dare il via alla sezione musicale i Runaway Totem, antico ensemble nato nel 1988 a Riva del Garda, divenuto nel tempo band di culto, la cui musica prescinde dai protagonisti, anche se esistono cardini che prendono il nome di Roberto Gottardi e Raffaello Regoli.

Conosco bene la loro musica che un po’ di tempo fa, in occasione del commento al loro album Viaggio Magico”, definivo così: “Ogni volta che mi avvicino a loro sento la necessità di farlo con cautela, con estremo rispetto, avvertendo che la visione generale proposta è qualcosa che supera la musica e racchiude un mondo complesso, dove il risultato, qualora fosse anche un brano da due minuti, ha alle spalle una storia vissuta in lungo e in largo, dove le esperienze, la sperimentazione e il misticismo convivono, si integrano e rilasciano una magia. Mi piace definire il loro status come rappresentativo di una dimensione aulica.”.

Il concerto a cui ho assistito mi ha dato conferma del pensiero antico, anche se nell’occasione ho scoperto un’importante evoluzione della lineup, e parlando con Gottardi e Regoli prima della performance, ho realizzato che, attualmente, la band sono... loro due.
Non è cosa da poco perché la pienezza sonora che hanno regalato al pubblico corrisponde invece ad un gruppo numericamente corposo.
Ovviamente tutto ciò è possibile grazie alla tecnologia, che permette di proporre, anche, un’orchestra, nonostante la minimale presenza fisica, un modus operativo che è parte integrante della ricerca musicale e della sperimentazione, a partire dalle corde vocali di Raffaello Regoli per arrivare alla magia del synth e agli effetti chitarristici di Roberto. Unica concessione al passato l’utilizzo del Theremin - il più antico strumento elettronico esistente, regalato a Gottardi dal francese musicofilo Bruno Cassan Koideneuf, presente nell’occasione -, che permette di realizzare la connessione tra passato, presente e futuro.
Entrambe le band hanno approfittato del concerto per pubblicizzare le loro novità discografiche marchiate Black Widow Records, e per quanto riguarda i R.T. è stata questa l’occasione per l’anteprima di “MULTIVERSAL MATTER”, rilasciato proprio il 22 novembre.

Come raccontato dai protagonisti a fine performance…  MULTIVERSAL MATTER” tratta di un viaggio negli stati della materia di universi multipli. Il viaggio è concepito come nella Divina Commedia con un Viaggiatore e il suo accompagnatore. Il viaggiatore è chiunque di noi e il suo accompagnatore, in questo caso è “IL GUARDIANO DELLA SOGLIA. In questo caso viene concepito il multiverso come un insieme di universi che coesistono nello stesso momento temporale e nello stesso spazio, creando multi-spazi e multi-tempi che si avvolgono come le spire di infiniti serpenti. La materia dei multiversi passa da essere solida (coagula) ad essere etere (solvet) ed ogni universo contiene questa infinita materia.
Dal punto di vista tecnico, si tratta di un ulteriore passo in avanti nella ricerca sonora di Runaway Totem, dove viene sperimentata l'accordatura con l'intonazione del LA a 432 Hz (come auspicava Giuseppe Verdi) invece che a 440 Hz.

Il set dei Runaway Totem non prevedeva spazio per la parola, e credo possa essere considerata un’interessante esperienza di vita, di quelle a cui non è necessario applicare etichette, perchè coinvolgente e spiazzante, bisognosa di concentrazione diffusa, tra video tendenti alla psichedelia e sonorità capaci di provocare scossoni fisici, con la voce utilizzata come strumento, alla ricerca, a volte, delle frequenze registrate direttamente dalla corde vocali, toccando il cuore come solo Demetrio Stratos sapeva fare, un “maestro della voce” che viene omaggiato con la storica “Pugni chiusi” - brano simbolo dei Ribelli di Stratos.

Dimensione onirica, spaziale e fantascientifica si uniscono per dar vita al viaggio di Runaway Totem, quel corso a cui hanno partecipato i fortunati presenti.


Sono le 23,30 quando Il Segno del Comando entra in gioco, con la formazione attuale che è la seguente: Riccardo Morello (voce), Diego Banchero (basso), Roberto Lucanato (chitarra), Davide Bruzzi (chitarra e tastiere), Beppi Menozzi (tastiere) e Fernando Cherchi (batteria).

Band genovese nata nel 1995, ha al suo attivo quattro album - tutti targati Black Widow Records -, e nell’occasione presenta in toto il primo, omonimo, appena ristampato, sia in vinile che in CD, con l’aggiunta di alcuni brani inediti registrati all’epoca.
Di questo disco, e di quello dei Runaway Totem, si occuperà MAT2020 prossimamente, e mi limito a descrivere il profumo del loro concerto, con l’ausilio di una trentina di minuti di video.

Ho evidenziato la formazione attuale perché sul palco si sono susseguiti momenti diversi, che hanno sollecitato la memoria dei presenti, pezzi di vita che si rinnovano, ricordi e suoni che non possono essere accantonati.

E così a un certo punto si mischiano le carte ed entrano in scena ospiti che in realtà sono parti pregresse della band, elementi storici che fornisco lustro al concetto di incontro musicale. Mi riferisco a: Matteo Ricci (chitarra), Gabriele Grixoni (chitarra) e Carlo Opisso (batteria).
Cambiano gli ingredienti ma la miscela resta invariata, una forte trama basica di prog con influenze jazz-rock che sono caratteristica indelebile della band, con reminiscenze che si rifanno a d un dark sound tradizionale.

Il pubblico gradisce incondizionatamente, stemperando la tensione emotiva creatasi con i Runaway Totem, gradendo l’alternanza tra rigore avanguardistico e una buona dinamicità.
Non meno vincente - e convincente - l’episodio che ha visto protagonista il frontman della Fungus Family, Dorian Mino Deminstrel, scatenato nel brano “Il Calice dell'Oblio”.

Questa la scaletta del concerto…


Anche per loro parla la musica, in una serata perfettamente riuscita, più forte del meteo contrario, quello che, ormai tutti lo sanno, detesta il prog!