I Trip – Furio Chirico’s sono appena rientrati dal
Giappone dopo due serate al prestigioso Club Città di Kawasaki, accolti
da un pubblico caloroso e da una produzione impeccabile. A pochi giorni dal
ritorno, Paolo “Silver” Silvestri ha raccontato a MAT2020 com’è andata
questa esperienza intensa, tra concerti sold out, incontri con i fan, lavoro in
studio e nuove idee che stanno già prendendo forma.
Dopo due serate al Club Città di Kawasaki, qual è l’immagine
o l’emozione che ti è rimasta più impressa tornando in Italia?
È stata un’esperienza davvero gratificante. Il pubblico
giapponese ascolta con un’attenzione incredibile: devi essere preciso, perché
loro comprano il CD, poi vengono a sentirti dal vivo e vogliono verificare se
sei all’altezza di ciò che hai registrato in studio. Per fortuna, negli anni,
tutti noi abbiamo imparato che nei live bisogna essere energici e dare il
massimo, e questo loro lo apprezzano molto. Mi ha colpito anche la gente che ci
aspettava in albergo per una foto o per farsi autografare un CD o un LP. Sono
rimasto stupito da tutto questo, lo ammetto. Ero davvero soddisfatto dei due
show. Sono rientrato in Italia dopo una settimana perché ho unito ai concerti
una vacanza con mia moglie, insieme a Marco Rostagno e alla sua compagna.
Mi pare di capire che sei rimasto colpito dalla gentilezza
estrema di pubblico e fonici. C’è stato un momento in cui hai percepito davvero
il legame con la platea?
Sì, sono rimasto molto colpito dalla gentilezza dei fonici e
del pubblico giapponese. Appena arrivati all’aeroporto di Tokyo, la produzione
di Sfera Entertainment, guidata dalla nostra manager Amy Ida, ci ha portati
direttamente in teatro per un incontro tecnico. Dovevamo risolvere alcune
questioni legate alla gestione del palco. L’incontro è durato circa cinque ore
e, dopo 24 ore di viaggio, eravamo esausti. I fonici lavorano anche di notte.
Le due mattine successive entravamo in teatro verso le 9.30 per i vari
soundcheck. Ti dico solo che non mi hanno lasciato collegare nemmeno un cavo:
una gentilezza incredibile, sia da parte degli addetti ai lavori sia del
pubblico, sempre entusiasta e accogliente. Nei giorni successivi, in giro per
Tokyo, sia io sia Marco siamo stati riconosciuti per i concerti di qualche
giorno prima. Pazzesco. In Italia non ci capita mai. La cultura giapponese
considera il musicista una figura importante. A volte penso che dovremmo
trasferirci tutti in Giappone… ovviamente scherzo.
Le due serate avevano scalette diverse. Come avete deciso
cosa portare dal vivo tra Equinox, Atlantide e Caronte?
La produzione giapponese desiderava ascoltare brani sia da
Equinox sia dal nuovo Atlantide 2025, oltre a pezzi storici scritti da Joe
Vescovi per l’album Caronte. Abbiamo quindi deciso di rimettere in scaletta
brani come Two Brothers, Ultima Ora, Ode a Jimi Hendrix e naturalmente Caronte.
Sono pagine fondamentali della storia dei Trip e non potevamo sottrarci a
questa richiesta. Tra le novità c’era anche Corale da Time of Change. Per
l’edizione giapponese dell’LP Atlantide 2025 ho scritto un nuovo intro e un
finale dedicato (Prelude), presenti solo in quella versione.
L’esecuzione dell’inno Kimi Ga Yo e il finale di Nessun Dorma
sono stati momenti speciali. Come è nata l’idea?
Già dallo scorso anno, appena saputo dei due concerti in
Giappone, avevo deciso di omaggiare il pubblico con il loro inno nazionale.
Kimi Ga Yo è forse l’inno più corto al mondo: ho pensato di suonarlo con
l’Hammond e un synth che mi permetteva interventi orchestrali. Di questo avevo
informato la produzione artistica, ma non avevo detto nulla riguardo a Nessun
Dorma: doveva essere una sorpresa anche per Furio, Marco e Alessio. Qualche
giorno prima l’ho confidato a Marco Rostagno, che mi ha risposto: “Figo!”. Dopo
la prima sera Alessio mi ha detto: “Perché non me lo hai detto? L’avrei
cantata”. Così la mattina seguente l’abbiamo provata al volo durante il
soundcheck e la sera era già nello show. Il pubblico giapponese l’ha apprezzata
moltissimo. Per noi è stato un momento di adrenalina pura, uno di quelli che
restano nel cuore.
Mi hai accennato a nuove idee sul pentagramma e al fatto che
anche Rostagno e Trapella stanno scrivendo. Che direzione musicale senti
emergere?
La voglia di immergerci in nuovi brani nasce anche dal cambio
di formazione. L’arrivo di Alessio Trapella, voce e basso, ha dato una spinta
positiva alla band. Sono bastate due prove per preparare i concerti in
Giappone, e questo ci ha fatto venire voglia di scrivere nuovo materiale. Nei
giorni prima della partenza ero ospite da Marco: la sera, prima di dormire,
imbracciando due chitarre abbiamo tirato fuori molte idee, già ben definite.
Anche Alessio sta contribuendo e penso che verrà fuori qualcosa di tosto.
Naturalmente dovremo far ascoltare tutto alla produzione, ma credo che il
progetto possa andare in porto. Sto già scrivendo le mie parti sul pentagramma,
come faccio da sempre: è una cosa che mi affascina profondamente.
Mi hai detto che tutto è stato registrato in multitraccia e
video. Cosa ti piacerebbe vedere in un eventuale vinile o CD?
La produzione italiana, insieme a quella giapponese, ha
registrato entrambi gli show e sembra interessata a pubblicare un live, o forse
più di uno. Bisognerà ascoltare bene tutto il materiale per capire cosa è
venuto meglio. Penso che entrambi i concerti siano di alto livello, anche se
forse il secondo è riuscito meglio: avevamo dormito qualche ora in più ed
eravamo più freschi. Sono state fatte anche riprese video. Non so cosa deciderà
la produzione italo-giapponese, ma un DVD sarebbe fantastico. Ho visto qualche
clip e sono rimasto a bocca aperta: ho pensato “Ma siamo noi?”. I fonici
giapponesi hanno fatto un lavoro incredibile. Anche da un semplice telefonino
sembrava un disco.
Parli di una grande amicizia nata con Marco negli ultimi
mesi. Quanto conta l’intesa personale nel suonare musica così intensa?
L’amicizia con Marco nasce dal nostro amore per la musica.
Abbiamo un grande rispetto reciproco, ma andiamo d’accordo anche su molte altre
cose: non parliamo solo di musica. Lui è molto più giovane di me e mi trasmette
un’energia incredibile, mi spinge a mettermi in gioco. Con lui non riesco mai a
sentirmi “vecchio”. A volte mi guarda e mi dice “Daje sec” o “Meraviglioso”.
Sì, il nostro rapporto è proprio così: meraviglioso.
Portare in giro repertori storici come Caronte comporta
responsabilità e libertà. Come vivi questo equilibrio?
Ho una grande stima per ciò che Joe Vescovi ha creato nella
storia dei Trip. Ho sempre pensato che fosse il vero fulcro della band, e non
mi sbagliavo. Quando suono i suoi brani cerco di farlo con coscienza, senza
buttare note a caso. Allo stesso tempo, col tempo ho imparato a essere me
stesso. Quando incido un nuovo album non ascolto musica per non farmi
influenzare. Ad esempio, in Caronte con Furio eseguo una frase un’ottava sopra
rispetto alla versione originale: non per vantarmi, ma perché è il mio modo di
suonare. Furio lo ha capito e mi ha lasciato “strada libera”, perché il brano
funziona e questo è ciò che conta. Nel rifacimento di Atlantide 2025 ho
aggiunto più parti tastieristiche: tra Hammond e synth sono quattro o cinque
linee. Dal vivo è impegnativo, ma sulle cose difficili mi diverto. Poi, se
riescono sempre, è un altro discorso.
Tra un possibile live, un nuovo album e nuove idee, cosa ti
entusiasma di più del futuro dei Trip – Furio Chirico’s?
Sia i live sia i possibili nuovi album mi entusiasmano, ma
ciò che più mi piace è il rapporto che si è creato tra noi quattro. Ci vediamo
poco, ma quando succede c’è un grande affiatamento. Da quando è arrivato
Alessio la band è cresciuta molto: ci ascoltiamo, lavoriamo con attenzione e
arriviamo rapidamente alla miglior esecuzione possibile. Sono musicisti che non
hanno bisogno di presentazioni, con anni di esperienza e studio alle spalle. E
soprattutto ci divertiamo come quindicenni alla prima prova. In fondo, è questo
ciò che conta.