giovedì 28 maggio 2026

Buon compleanno a Noel Gallagher (in anticipo): l'architetto dietro le canzoni che hanno definito una generazione

 


Il 29 maggio celebriamo il compleanno di Noel Gallagher, una delle figure più influenti e iconiche del rock britannico degli ultimi trent'anni. Spesso al centro di discussioni e aneddoti, ciò che rimane indiscutibile è il suo straordinario talento come autore di canzoni e la sua acuta visione strategica che ha contribuito a scolpire il sound e l'identità di un'intera era musicale.

Come principale compositore, paroliere e chitarrista degli Oasis, Noel Gallagher ha firmato brani che sono diventati veri e propri inni generazionali. Dalle potenti melodie di "Wonderwall" e "Don't Look Back in Anger" alla sfrontatezza energica di "Supersonic" e "Live Forever", le sue canzoni hanno catturato lo spirito di una Gran Bretagna in ebollizione, diventando la colonna sonora di milioni di vite in tutto il mondo. La sua capacità di unire testi malinconici a ritornelli irresistibili ha creato un linguaggio musicale universale, in grado di comunicare con un pubblico vastissimo.

Al di là del successo commerciale e delle leggendarie rivalità che hanno animato gli anni '90, il genio di Noel risiede nella sua intuizione melodica e nella sua abilità di costruire strutture sonore che resistono alla prova del tempo. Ha saputo attingere dalle radici del rock 'n' roll classico, dai Beatles ai Rolling Stones, rielaborandole con una sensibilità moderna che ha saputo parlare a una nuova generazione.

Dopo la fine degli Oasis, Noel ha continuato a dimostrare la sua versatilità e la sua visione artistica con gli High Flying Birds, un progetto che gli ha permesso di esplorare nuove sonorità e di consolidare ulteriormente la sua reputazione come cantautore di prim'ordine. Questi anni recenti hanno evidenziato una maturazione artistica, dove la sua scrittura si è fatta più sfumata e la sperimentazione sonora più audace, pur mantenendo quell'impronta inconfondibile che lo ha reso celebre.

Noel Gallagher non è solo un musicista; è un narratore, un critico sociale a modo suo e, soprattutto, un architetto di canzoni che hanno saputo definire un'epoca. La sua influenza si estende ben oltre le classifiche, permeando la cultura popolare e ispirando innumerevoli aspiranti artisti.

Buon compleanno, Noel!





Nel ricordo di Jeff Buckley


Il 29 maggio del 1997, a Memphis, perdeva la vita, a soli 31 anni, Jeff Buckley, figlio del già famoso Tim, e musicista da un probabile futuro luminoso.
Lo ricordo ripresentando un post di un po’ di tempo fa.

Volendo parlare di una famiglia di musicisti sarebbe corretto iniziare dal capostipite, dal più vecchio, da chi ha aperto la strada.
Non posso farlo, in questo caso, perché attraverso la musica del figlio ho scoperto quella del padre.
Mi riferisco ai Buckley, Jeff il figlio e Tim il padre.

Sono arrivato a Jeff leggendo un’intervista al chitarrista Steve Vai, che diceva, più o meno: L’ultima volta che mi sono emozionato per un disco è stato quando ho ascoltato ”Grace”, di Jeff Buckley".

Incuriosito ho cercato “Grace” e… ne sono rimasto incantato.
Da Jeff a Tim, il passo a ritroso è stato il frutto della curiosità alimentata da un libro che narra la vita di un padre e di un figlio che non si conosceranno mai.
Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco," Grace", destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.

Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966, a Orange County, da Mary Guibert e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre.
Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles.

Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Amp; Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento.
Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Village e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”).
Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club.

" Live at Sin-E'", contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".
Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa.
Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo "Grace", pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo - pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison.

Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre.

"Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.
Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track.

Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (metà dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.
Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di "Sketches" .

La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito.
Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque.
La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati.
Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area.
Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago.
Nel 2001, esce invece "Live à l'Olimpya", ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.





Ricordando Ollie Halsall, immenso chitarrista che ci lasciava il 29 maggio del 1992


Il 29 maggio del 1992, all’età di 43 anni, ci lasciava Ollie Halsall, a causa di un'overdose di eroina.

Chitarrista inglese, è conosciuto per il suo lavoro con i Rutles, con i Patto, con i Timebox, con i Tempest e con i Boxer e per la sua collaborazione con Kevin Ayers. È stato uno dei pochi suonatori di vibrafono nel rock.

Halsall è stato un musicista estremamente talentuoso e versatile, in grado di suonare una vasta gamma di strumenti, tra cui chitarra, basso, pianoforte, tastiere, percussioni e fiati. La sua tecnica era caratterizzata da una grande abilità tecnica e da una creatività eclettica. Era noto per la sua capacità di passare senza sforzo tra generi musicali diversi, includendo rock, jazz, funk, soul e altri.

Nonostante il suo talento, Halsall non ha raggiunto la stessa notorietà di alcuni dei suoi contemporanei. Tuttavia, è tuttora considerato un musicista molto rispettato nella cerchia degli appassionati di musica e tra i suoi colleghi.

Rivediamolo nei PATTO, alle prese con due differenti strumenti…







mercoledì 27 maggio 2026

“C’era un ragazzo” / “There But for Fortune” – Due strade che si incrociano

 

C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” è uno dei momenti più alti della prima fase di Gianni Morandi. Un brano che rompe la cornice leggera dei suoi successi precedenti e apre una finestra su un’Italia che sta cambiando. La melodia è ampia, quasi orchestrale, la voce porta un’urgenza nuova, il testo di Migliacci (musica di Lusini) racconta la guerra senza proclami, con un’immagine semplice: un ragazzo che suonava, poi parte, poi non torna più. 

La sua forza sta nella chiarezza. Nessuna metafora, nessuna ambiguità, solo la storia di un giovane trascinato in un conflitto che non gli appartiene. Morandi la interpreta con una sincerità che sorprende ancora oggi, lontana da ogni posa. È un brano che segna una svolta, per lui e per il pubblico.

La traiettoria si incrocia con Joan Baez, ma in modo meno lineare di quanto si pensi. La sua versione - “C’era un ragazzo…” cantata in italiano - non è un adattamento inglese, non è una riscrittura, ma è la stessa canzone, portata dentro un’altra sensibilità. Baez la affronta con la sua voce limpida, con quel vibrato che sembra aprire lo spazio attorno alle parole. La scelta di cantarla in italiano non è un dettaglio, ma un atto di adesione, non di appropriazione.

Il confronto tra le due interpretazioni è rivelatore. Morandi la vive dall’interno, con un pathos che nasce dalla sua storia di interprete pop italiano degli anni Sessanta. Baez la porta nel suo mondo, quello del folk impegnato, ma senza trasformarla in un manifesto. La sua lettura è più sospesa, più rarefatta, quasi una preghiera laica. La stessa melodia, due modi di respirarla.

La versione di Baez ha un valore particolare, e restituisce al brano una dimensione internazionale senza snaturarlo. Non lo americanizza, non lo piega al folk revival; lo lascia com’è, ma lo illumina da un’altra angolazione. È un caso raro… una canzone italiana che attraversa l’oceano senza cambiare lingua e senza perdere identità.

Riascoltate oggi, le due versioni mostrano come un brano possa vivere più vite senza spezzarsi. Morandi gli dà corpo; Baez gli dà aria. Una più terrena, l’altra più eterea. Entrambe sincere, entrambe necessarie.



Ricordando Gregg Allman nel giorno della sua dipartita.

 


The Allman Brothers Band: tra musica e dolore

 

Il 27 maggio del 2017 ci lasciava Gregg Allman, e almeno il nome dovrebbe essere famigliare a tutti quelli che bazzicano il mondo del rock, seppur episodicamente.

Chi conosce un po’ della sua vita non si sarà meravigliato più di tanto, perché i percorsi carichi di eccessi hanno una conseguenza logica, e poi di Keith Richards ce n’è uno solo al mondo!

Vale la pena tracciare un minimo di storia, un iter che ha accomunato nella disgrazia numerosi membri della The Allman Brothers Band.

Pare che la fiammella si sia accesa nel garage del batterista Butch Trucks - era il 1969 - organizzatore di una jam session che prevedeva la presenza di Duane Allman (voce chitarra), Berry Oakley (basso), Dickey Betts (chitarra) e Jai Johanson (batteria/percussioni). L’entusiasmante performance fece sì che i musicisti si trasformassero repentinamente in band. Il tassello mancante, Gregg, fratello di Duane, si unì subito dopo, con il ruolo di cantante e tastierista.

E nasce la leggenda, una delle band più influenti del rock americano, capace di scavalcare l’approccio al blues dei chitarristi inglesi (Page, Clapton, Beck…), favorendo una strategia jazzistica basata sull’improvvisazione e su una rivoluzionaria sezione ritmica. Definire la Allman Brothers Band una semplice band southern rock appare riduttivo, perchè la loro risonanza nella musica rock è pari a quella esercitata dai Cream, da Jimi Hendrix e dai Grateful Dead, miti che si mantengono freschi nel tempo.

Occorre dire che il “rock sudista” americano prese corpo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, caratterizzato da un colore locale molto radicato, accompagnato spesso da pennellate di tragedia. Gli Allman furono i primi a delineare i contorni di quell’ideologia, tra musica e comportamenti: l’attaccamento ai valori della propria terra, il gusto per le lunghe improvvisazioni e la vita da hippie. Un’intera armata di southern rockers prese d’assalto il rock americano sventolando orgogliosamente la bandiera della Confederazione e conquistando l’attenzione generale del Paese, tanto da indurre un politico potente come Jimmy Carter a interessarsi di loro e a cercarne in qualche modo l’appoggio quando tentò la scalata alla Casa Bianca.

Ma la vita degli Allman fu travagliata e funestata da disgrazie rilevanti, e a poco più di due anni dall’incontro decisivo Duane perse la vita, a soli 24 anni: è il 29 ottobre del 1971 quando il chitarrista di Nasville muore in sella alla sua Harley Davidson, davanti agli occhi della fidanzata che lo segue in auto, sulla via di casa.

E la maledizione che pende sui musicisti della TABB colpisce ancora un anno dopo, quando Berry Oakley trova la stessa sorte e con modalità molto simili: anche lui in moto, a pochi isolati di distanza dall’incidente precedente, e alla stessa età!

Arriviamo ai giorni nostri, l’anno 2017, che ha visto la dipartita di Butch Trucks - a gennaio -, suicida al cospetto della moglie, mentre per Gregg si parla di attacco di cuore, summa di una serie infinita di problemi di salute accumulati nel tempo: avevano entrambi sessantanove anni.

A tenere duro Dickey Betts e Jai Johanson.

Nel corso di cinquant’anni si sono succedute reunion e modifiche alla line up, ma ciò che resta è il marchio indelebile di una formazione che ha disegnato una strada musicale precisa, un blues rock dalle venature psichedeliche che poteva contare su di un formidabile tandem chitarristico e sulla possenza della doppia sezione ritmica, mentre Greg Allman, con la sua caldissima voce da soul man nero e il suo Hammond, sapeva colorare il tutto con intese tinte gospel.

E in quei giorni Macon, la città della Georgia in cui andarono tutti a stabilirsi in una specie di comune artistica, diventò il centro di una nuova scena rock dall’incredibile vitalità e creatività, superando nel ruolo perfino San Francisco.

Il funghetto magico della psylocibe, scelto come logo della band, divenne il simbolo di uno stile di vita comunitario e hippie, pieno di utopie e di “esplorazioni” ad ampio raggio.

Tanti tra i protagonisti di quel movimento se ne sono andati, come logica di vita vuole, ma resta ciò che molti di loro hanno creato, incancellabile, godibile, una musica di cui rimangono pregne quelle terre, arrivata a noi in tempi lontani, quella che i più oculati e attenti hanno afferrato… senza lasciarla più.





martedì 26 maggio 2026

Compie gli anni Stevie Nicks: qualche curiosità e qualche brano caratterizzante

 

Stevie Nicks: l'incanto senza tempo di una regina del rock e della poesia


Oggi, 26 maggio, ricordiamo il compleanno di Stephanie Lynn Nicks, universalmente conosciuta come Stevie Nicks, una delle figure più enigmatiche, influenti e durature nella storia della musica rock.

Nata a Phoenix, Arizona, nel 1948, Nicks ha scolpito il suo nome nell'olimpo musicale non solo come la voce eterea e l'anima poetica dei Fleetwood Mac, ma anche come un'artista solista di straordinario successo, la cui influenza si estende ben oltre l’intero universo scenico.

La carriera di Stevie Nicks è un mosaico di successi, innovazione e resilienza. Entrata nei Fleetwood Mac nel 1975 insieme al compagno Lindsey Buckingham, ha contribuito in modo determinante alla creazione di uno degli album più venduti e acclamati di tutti i tempi, Rumours (1977). Le sue composizioni per la band, come "Dreams", "Rhiannon" e "Landslide", non sono semplici canzoni, ma narrazioni intime e complesse, permeate di lirismo e di una profonda vulnerabilità. La sua voce, un contralto distintivo e malinconico, possiede una capacità unica di evocare immagini e sentimenti, trasportando l'ascoltatore in paesaggi sonori onirici e profondamente emotivi.

La sua transizione verso una carriera solista, iniziata con l'album Bella Donna (1981), ha consolidato ulteriormente il suo status di superstar. Brani come "Edge of Seventeen", "Stand Back" e "Stop Draggin' My Heart Around" (in duetto con Tom Petty) hanno dimostrato la sua versatilità e la sua capacità di mantenere un'identità artistica forte e riconoscibile anche al di fuori del contesto della band.

Stevie Nicks è molto più di una cantante. È un'icona di stile, con i suoi iconici scialli fluttuanti, i vestiti di chiffon e velluto, e gli stivali che hanno definito un'estetica bohémien-chic diventata intramontabile. La sua presenza scenica è sempre stata una fusione di grazia, potenza e un'aura quasi mistica che le ha valso l'appellativo di "strega bianca" del rock. Questa immagine non è stata una mera costruzione, ma un riflesso autentico della sua personalità artistica, profondamente connessa alla narrazione, al simbolismo e a una sensibilità quasi esoterica.

La sua influenza si estende su generazioni di musicisti e artisti, che la citano come fonte d'ispirazione per la sua audacia lirica, la sua integrità artistica e la sua capacità di rimanere fedele a sé stessa in un'industria spesso spietata.

Nicks è stata, ed è tuttora, un faro di indipendenza femminile nel rock, dimostrando che la vulnerabilità può coesistere con una forza inarrestabile. È stata la prima donna a essere inserita due volte nella Rock and Roll Hall of Fame: prima con i Fleetwood Mac nel 1998, e poi come artista solista nel 2019, un testamento inequivocabile della sua grandezza.

Oggi, mentre celebriamo un altro anno nella vita di Stevie Nicks, riflettiamo sulla sua straordinaria longevità artistica e sulla sua inesauribile capacità di affascinare. Le sue canzoni continuano a essere scoperte da nuove generazioni, la sua voce risuona in colonne sonore e la sua immagine popola l'immaginario collettivo, confermando la sua statura di leggenda vivente.

Tanti auguri a una vera musa, la cui magia non smette mai di incantare.





Ricordando Alan White che ci ha lasciato quattro anni fa

 


Il 26 maggio del 2022 ci lasciava Alan White all'età di 72 anni


Alan nacque a Pelton, nella contea di Durham, in Inghilterra, il 14 giugno 1949. Prese lezioni di pianoforte all'età di sei anni mentre iniziò a suonare la batteria a dodici anni, esibendosi in pubblico a partire dai tredici anni.

Nel corso degli anni ’60 affinò il suo “mestiere” suonando con molteplici band, tra cui The Downbeats, The Gamblers, Billy Fury, Alan Price Big Band, Bell and Arc, Terry Reid, Happy Magazine (in seguito chiamato Griffin) e Balls con Trevor Burton (The Move) e Denny Laine (Wings).

Nel 1968, Alan si unì ai Ginger Baker's Airforce, un nuovo gruppo che fu messo insieme dall'ex batterista dei Cream e da altri noti musicisti della scena musicale inglese, tra cui Steve Winwood, ex Traffic.

Nel 1969 ricevette una richiesta che inizialmente pensò potesse essere uno scherzo, perché John Lennon gli chiese di unirsi alla Plastic Ono Band. Il giorno dopo Alan si ritrovò a imparare canzoni nel retro di un aereo di linea diretto a Toronto con Lennon, Yoko Ono, Eric Clapton e Klaus Voormann. L'album che seguì, “Live Peace In Toronto”, vendette milioni di copie, raggiungendo la posizione numero 10 nelle classifiche.

La collaborazione di Alan con Lennon continuò e assieme registrarono singoli come “Instant Karma” e il successivo album di riferimento “Imagine”, con Alan che suonava la batteria in “Jealous Guy” e “How Do You Sleep at Night”. Il lavoro con Lennon diventò per Alan il passepartout per arrivare a George Harrison, che gli chiese di esibirsi nell'album “All Things Must Pass”, incluso il singolo, “My Sweet Lord” pubblicato nel 1970. Successivamente lavorò con molti artisti per l'etichetta Apple, tra cui Billy Preston, Rosetta Hightower e Doris Troy.

Il 27 luglio 1972 si unì agli Yes, avendo a disposizione tre soli giorni per imparare il loro repertorio e partì per un tour negli Stati Uniti dove suonò davanti a 15.000 fan a Dallas, il 30 luglio.

Non si separò più dagli YES, e con la scomparsa del membro fondatore Chris Squire, nel giugno 2015, Alan diventò il membro della band più longevo.

La band ha dedicato ad Alan il 50th Anniversary Close to the Edge UK Tour dello scorso giugno.

Tra le tante testimonianze disponibili in rete scelgo uno stralcio del concerto che vidi il 12 luglio del 2003, evento che cambiò significativamente la mia vita… ma questa è un’altra storia!




REPORTAGE FOTOGRAFICO FORNITO DA WAZZA











lunedì 25 maggio 2026

Cher, 20 maggio 2026. Ottant’anni che sembrano attraversare epoche.

 

Cher ha festeggiato il suo compleanno il 20 maggio 2026, e l’impressione è che non si tratti solo di un traguardo anagrafico. La sua presenza nella cultura pop è talmente vasta da sembrare antica e futuribile allo stesso tempo, come se avesse attraversato secoli invece che decenni. Dire che ha compiuto “890 anni” non è una battuta: è un modo per raccontare quanto la sua figura sia diventata mitologia vivente.

La sua storia inizia nel 1946, ma sembra appartenere a un tempo più ampio, quasi leggendario. Negli anni Sessanta, accanto a Sonny Bono, porta una voce diversa, profonda, in un panorama dominato da tonalità più leggere. Negli anni Settanta trasforma la televisione in un teatro personale, giocando con identità, costumi, ironia. Poi arriva il cinema, e con Stregata dalla luna conquista un Oscar che la consacra come interprete completa, capace di passare dalla leggerezza alla profondità con naturalezza.

Ma Cher non è mai stata un personaggio statico. Ogni volta che il pubblico pensava di averla definita, lei cambiava direzione. Negli anni Novanta riscrive le regole del pop con Believe, un brano che non solo domina le classifiche, ma introduce un uso dell’Auto‑Tune che diventerà un marchio sonoro di un’intera epoca. È un gesto di rottura, un modo per dire che la reinvenzione non ha età.

Oggi, mentre spegne ottanta candeline che sembrano novecento, Cher continua a incarnare un’idea di libertà che va oltre la musica. Libertà di cambiare, di non chiedere permesso, di non farsi definire da un ruolo o da un’etichetta. La sua carriera è un viaggio attraverso stili, linguaggi e trasformazioni che pochi artisti hanno saputo affrontare con la stessa naturalezza.

Cher è un simbolo di resistenza creativa. Ha sfidato pregiudizi, stereotipi, aspettative. Ha dimostrato che una donna può reinventarsi all’infinito, che il tempo può essere un alleato se lo si affronta con coraggio e ironia. Ed è proprio questa ironia, questa capacità di prendersi sul serio e allo stesso tempo di giocare con la propria immagine, che la rende così vicina al pubblico.

Il suo ottantesimo compleanno non è un punto d’arrivo, ma un’altra tappa di un percorso che continua a sorprendere. Perché Cher non appartiene a un’epoca, ma le attraversa tutte, come una figura che sembra venire da lontano e andare ancora più lontano.






Un ricordo personale nel giorno del suo compleanno: Alberto Gaviglio, l'anima poetica della Locanda delle Fate

 


Per me, come per tanti appassionati di progressive rock, Alberto Gaviglio non è stato solo un nome, ma una presenza vivida, dal momento che ho avuto la fortuna di conoscerlo e di osservarlo sul palco più volte, testimone della sua arte e della sua passione che sprigionava in ogni concerto. Vederlo imbracciare la chitarra o suonare il flauto, con quella luce negli occhi, non lasciava indifferenti.

Oggi, 25 maggio, nel giorno in cui avrebbe festeggiato il suo compleanno, ricordo Alberto Gaviglio con un misto di affetto e malinconia. La sua figura di musicista e uomo straordinario, e l'eredità che ha lasciato, rimangono centrali nel panorama del progressive rock italiano.

Gaviglio è stato uno dei fondatori e l'anima poetica di La Locanda delle Fate, storico gruppo astigiano e protagonista indiscusso di una stagione creativa irripetibile alla fine degli anni '70. Il loro album, "Forse le lucciole non si amano più", è un capolavoro intramontabile che ha segnato un'epoca e che, grazie alla sua visione, continua a risplendere nel firmamento del progressive rock.

Flautista, chitarrista e soprattutto autore di quasi tutti i testi della formazione, Gaviglio ha saputo intessere mondi sonori e lirici di rara bellezza. Sua è stata l'invenzione suggestiva delle "lucciole", una metafora di sogni e speranze che ha dato il titolo e il senso profondo all'album che li ha resi celebri.

Oltre al suo fondamentale contributo artistico, Alberto Gaviglio era anche un architetto e ha dedicato molti anni all'insegnamento presso l'Istituto d'Arte "Benedetto Alfieri" di Asti (oggi Liceo Artistico), trasmettendo la sua passione e il suo sapere alle nuove generazioni. La sua versatilità si estendeva anche al di fuori della Locanda delle Fate, come testimonia la pubblicazione del singolo "Qualcosa Resterà / Vacci Piano" nel 1981, un piccolo ma significativo tassello della sua produzione solista. 

Il suo legame con la Locanda delle Fate è rimasto indissolubile. Gaviglio ha partecipato con entusiasmo alle reunion della band, suonando ad Asti Musica nel 2010 e regalando ai fan un'ultima, memorabile performance nel concerto d'addio al Teatro Alfieri nel dicembre 2017. Ogni sua apparizione era un omaggio alla storia e all'amicizia che lo legava ai compagni di viaggio.

Il ricordo di Alberto è intriso di affetto e profonda stima da parte di chi lo ha conosciuto e ha condiviso con lui il percorso musicale. I suoi compagni di band lo descrivono come un "autore-poeta", un amico e un grande artista che ha contribuito a realizzare un sogno. Evocando la sua capacità di "inventare favole" e far "volare" le lucciole della fantasia, sottolineano come la sua figura vada ben oltre il musicista, incarnando la persona che ha reso possibile un album così apprezzato.

Nel giorno in cui avrebbe compiuto gli anni, il ricordo di Alberto Gaviglio resta vivo, un faro di creatività e sensibilità che continua a illuminare il panorama musicale italiano. La sua eredità, intrisa di sogni e melodie, resterà scolpita nel tempo, proprio come le lucciole che, grazie a lui, non smetteranno mai di amarsi.





Compie gli anni Paul Weller

 

 

Paul Weller: il Modfather della musica britannica


Il 25 maggio compie gli anni John William Weller, universalmente noto come Paul Weller, una delle figure più influenti e camaleontiche della musica britannica degli ultimi cinquant'anni. Dalla furia giovanile dei The Jam all'eleganza sofisticata dei The Style Council, fino alla sua acclamata e prolifica carriera solista, Weller ha dimostrato una capacità unica di reinventarsi pur rimanendo fedele a una distintiva "inglesità" e a una profonda passione per la musica.

Nato nel 1958 a Woking, Surrey, Paul Weller ha iniziato il suo viaggio musicale negli anni '70, fondando The Jam nel 1972. La band emerse come punta di diamante del mod revival e del punk rock britannico, distinguendosi per testi acuti che esploravano la società e la politica del Regno Unito, un sound energico e un'immagine impeccabile. Brani come "Going Underground" e "A Town Called Malice" (ispirata dal brano "Heat Wave" di Martha Reeves and The Vandellas) non erano solo successi da classifica, ma inni generazionali che catturavano lo spirito di un'epoca. Weller, in quel periodo, era già riconosciuto come un autore lirico di rara profondità e un chitarrista carismatico.

Alla fine del 1982, nel pieno del successo dei Jam, Weller sorprese il mondo sciogliendo la band per intraprendere una nuova direzione artistica con The Style Council. Questa mossa audace rivelò la sua irrequietezza creativa e il desiderio di esplorare orizzonti musicali più ampi. Con The Style Council, insieme al tastierista Mick Talbot, Weller si immerse in sonorità che spaziavano dal soul al jazz, dal pop sofisticato all'hip-hop e al R&B. Album come Café Bleu e Our Favourite Shop mostravano una sensibilità musicale raffinata e una scrittura che manteneva la sua acutezza sociale, ma con un tocco più agrodolce e introspettivo. Il cambiamento stilistico fu notevole e dimostrò la versatilità di Weller come compositore e arrangiatore.


Dopo lo scioglimento dei The Style Council nel 1989, Weller ha intrapreso una carriera solista che si è rivelata la più longeva e, per molti critici, la più ricca del suo percorso.

Il suo debutto solista nel 1992, seguito da Wild Wood (1993) e Stanley Road (1995), lo ha visto riabbracciare sonorità rock e folk con influenze soul, consolidando la sua reputazione come uno dei più grandi cantautori britannici. La sua musica ha continuato a evolvere, spaziando da arrangiamenti orchestrali a sonorità più sperimentali, ma sempre con la sua voce distintiva e un'autenticità che lo ha reso un punto di riferimento per intere generazioni di artisti, in particolare per la scena Britpop degli anni '90 che lo ha acclamato come il "Modfather".

Paul Weller non è solo un musicista; è un'icona culturale, un simbolo di integrità artistica e di costante ricerca. La sua carriera è un testamento alla capacità di adattarsi e crescere, rifiutando di rimanere confinato in un unico genere o immagine. Con una discografia impressionante e una passione inalterata per l'esibizione dal vivo, Weller continua a essere una forza vitale nella musica contemporanea, ispirando fan e colleghi con ogni nuova uscita.

Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo gli anni di Paul Weller, ma la sua ineguagliabile influenza e il suo straordinario contributo al patrimonio musicale mondiale. La sua musica è un viaggio attraverso il tempo, un'esplorazione costante di suoni e significati che lo rende un artista senza tempo.

Tanti auguri, Paul Weller!





domenica 24 maggio 2026

Delirium: per i 55 anni di attività un nuovo album e d un concerto (con la Fungus Family) al Teatro Govi di Genova (22-5-26)-Un piccolo resoconto

 

Il 22 maggio 2026, il Teatro Govi ha accolto una serata speciale, costruita per celebrare i cinquantacinque anni di attività dei Delirium, una storia che attraversa generazioni e continua a rinnovarsi senza perdere la propria identità. Un pubblico numeroso, fatto di amici, appassionati e volti familiari, ha riempito la sala con quell’attenzione affettuosa che si riserva alle occasioni importanti.

L’evento aveva un valore doppio: la festa per un traguardo che pochi gruppi possono vantare e la presentazione ufficiale del nuovo album, “Sesta Strada Lungo il Tempo”, un lavoro che approfondirò molto presto in un’intervista dedicata e in una recensione specifica. Qui resta il suo debutto dal vivo, inserito nel flusso naturale di una serata pensata per raccontare un percorso lungo mezzo secolo.

A introdurre il concerto è stata una giovane presentatrice, che ha ripercorso la storia della band con leggerezza e rispetto. Più volte, durante la serata, è affiorato il nome di Mauro La Luce, paroliere storico scomparso da pochi mesi, presenza discreta e fondamentale nella loro poetica. Il suo ricordo ha attraversato la sala unendo passato e presente.

Prima di arrivare ai Delirium, la serata ha portato sul palco la Fungus Family, che ha aperto la serata con un set solido e coinvolgente, mostrando una band in piena trasformazione. Il percorso, guidato da Dorian Deminstrel e Carlo Barreca, cuore fondativo del progetto, sta portando il gruppo verso un linguaggio più diretto e incisivo, come dimostra La Morte del Sole, l’ultimo album che segna un passaggio netto rispetto alle radici più visionarie degli esordi.

Le atmosfere psichedeliche e prog restano riconoscibili, ma oggi si intrecciano con un suono più asciutto, una scrittura più concreta e l’uso dell’italiano che aggiunge una diversa intensità espressiva. Non è un paragone con il passato ma solo il sottolineare un cambiamento, che lo stesso Dorian ha raccontato dal palco. Dal vivo questa evoluzione funziona, perché la band appare compatta, attenta alle dinamiche, capace di alternare tensione e aperture melodiche senza perdere fluidità.

Il pubblico ha colto subito questa energia nuova e ha risposto con calore. Un bel momento è arrivato verso la fine, quando Mauro Serpe (Panther & C.) si è aggregato alla formazione, portando il suo flauto dentro il tessuto sonoro con naturalezza, ampliando il respiro melodico e creando un ponte ideale con la tradizione prog ligure.

Nel complesso, la Fungus Family ha m offerto un’apertura intensa e coerente, perfetta per introdurre la serata dedicata ai Delirium.

Delirium – 55 anni di storia

La sala del Teatro Govi era gremita, con molti amici presenti e quell’atmosfera speciale che si crea quando una band non è solo un gruppo musicale, ma una parte viva della storia di una città. I Delirium sono questo per Genova: un’istituzione, un punto di riferimento, un pezzo di memoria collettiva che continua a rinnovarsi senza perdere identità.

Il concerto ha ripercorso musicalmente l’intero arco della loro produzione, riportando sul palco brani storici tratti dai vecchi album, quei passaggi che hanno segnato la loro evoluzione e che il pubblico riconosce fin dalle prime note. È stato un viaggio attraverso le diverse stagioni della band, dalle radici più progressive alle svolte più melodiche, con quella capacità tutta loro di far convivere poesia, teatralità e tensione musicale.

Accanto a questo percorso, la serata ha ospitato anche la presentazione ufficiale del nuovo album, “Sesta Strada Lungo il Tempo”, che approfondirò presto in un’intervista dedicata e in una recensione specifica. Qui resta il suo debutto dal vivo, inserito nel flusso naturale di una celebrazione che guardava avanti senza dimenticare ciò che l’ha resa possibile.


La formazione sul palco era quella attuale, completa e affiatata:

Ettore Vigo – tastiere, cori

Martin Grice – fiati, cori

Fabio Chighini – basso, voci

Alessandro Corvaglia – voce solista, tastiere aggiuntive, chitarra acustica, cori

Michele Cusato – chitarre, cori

Enrico Tixi – batteria, percussioni, cori

Con la presenza di Alice Vigo in un brano

Ettore Vigo, unico presente alla storica performance sanremese di Jesahel, ha portato sul palco la sua consueta eleganza musicale; Martin Grice, inglese ormai genovese d’adozione, ha intrecciato fiati e colori melodici con la naturalezza di chi vive questa storia dall’interno. La sezione ritmica, con Chighini e Tixi, ha dato solidità e dinamica, mentre Corvaglia e Cusato hanno aggiunto intensità vocale e timbrica.

A impreziosire la serata, un intervento del coro di Sant’Olcese, ospite per un momento particolarmente suggestivo che ha ampliato il respiro collettivo del concerto.

Il sound è stato potente, curato, attento alle sfumature. Una concentrazione necessaria soprattutto per affrontare la lunga suite di apertura del nuovo album, Schiavo della viltà, ventidue minuti che richiedono equilibrio, ascolto reciproco e una tenuta espressiva non comune. La band ha mostrato una padronanza totale del materiale, alternando passaggi di virtuosismo a momenti più narrativi, con un coinvolgimento crescente del pubblico.

Il culmine emotivo è arrivato con l’ultimo brano, il loro manifesto: Jesahel. La sala si è alzata in piedi, trasformando il teatro in un unico coro. È il momento che ho scelto di allegare a questo reportage, pur sapendo che il video, girato da lontano e con un cellulare, ha solo il valore semplice e affettuoso di un ricordo. Ma è proprio questo che conta: la partecipazione, la voce condivisa, l’energia che attraversa le generazioni.

Che dire, i Delirium sono tornati, e lo hanno fatto con la forza tranquilla di chi sa ancora parlare al proprio pubblico senza bisogno di effetti. Ma vale la pena tenere d’occhio anche la Fungus Family, perché nelle loro proposte si avverte quella qualità che il mainstream non riesce più a donarci, una libertà che nasce dal basso e cresce solo quando la musica resta viva, curiosa, in movimento.




Paul McCartney nella Piazza Rossa, 24 Maggio 2003


Paul McCartney, Piazza Rossa, Mosca, 24 maggio 2003

Il Moscov Times ci scherzò sopra, parlando della nuova sigla artistica Lenin-McCartney.
Nel 2003, i due vecchi rivoluzionari, Lenin e Lennon, se n’erano ormai andati ed era scomparsa anche l’Unione Sovietica cantata da McCartney in “Back in the USSR” durante gli anni della guerra fredda .
Vivi e vegeti sembravano invece essere i Beatles, al cui repertorio McCartney attinse ampiamente durante il suo primo concerto in terra russa.

Da anni volevo suonare in Russia, ma con i comunisti al potere non avevo mai potuto farlo”, spiegò McCartney nell’annunciare il concerto. “Non ci sono mai stato neppure da turista, quindi trovo esaltante la prospettiva di suonare Back in the USSR e tante altre canzoni davanti a gente che credo non veda l’ora di ascoltarle”.

Per quanto non ufficialmente proibiti, nella vecchia Unione Sovietica i dischi dei Beatles erano molto difficili da reperire. Solo nel 1988, quando le relazioni con l’Occidente avevano cominciato a sgretolarsi, McCartney poté pubblicare per il mercato russo Choba B CCCP  (ovvero Back in the USSR), una raccolta di classici del rock and roll.
La passione di McCartney per la Russia e la sua gente venne ricompensata il 24 maggio 2003, quando una folla di ventimila persone si radunò nella Piazza Rossa per una delle ultime date della lunga tournèe mondiale dell’ex Beatle. Grida di “Will love you, Paul”, riempirono l’aria a pochi metri dalle tombe di Lenin e Stalin.
Inutile dire che un simile accostamento fra sacro e profano aveva suscitato qualche polemica.
Prima del concerto McCartney si era recato al Cremlino per un colloquio privato col presidente russo Vladimir Putin, il quale gli aveva confidato che i Beatles erano stati “ un soffio d’aria fresca, una finestra aperta sul mondo”. Poiché Putin non avrebbe potuto essere presente al concerto serale, “Macca” improvvisò una versione di Let It Be, poi spiegò che era bello poter essere in una terra così piena di spiritualità: ” Ho sempre immaginato che la gente di qui avesse un cuore grande. Ora so che è vero”.

Ma McCartney aveva alle spalle una parete piena di grandi schermi su cui scorrevano immagini dell’epoca d’oro dei Beatles. Aprì il concerto sulle note di “Hello Goodbye” e lo chiuse, una trentina di canzoni dopo, con un medley di “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “The End”.
Suonò anche “Back in the USSR”. Due volte.

(Mark Paytress-"Io c'ero")








sabato 23 maggio 2026

L’ultimo soffio di Dick Parry

 


Dick Parry se n’è andato a 83 anni, lasciando dietro di sé un suono che ha attraversato generazioni. Non era “Dick Party”, come talvolta capita di leggere per errore: il suo nome era Dick Parry, sassofonista britannico legato indissolubilmente ai Pink Floyd e a una stagione irripetibile della musica rock.

Parry apparteneva a quella categoria rara di strumentisti che non hanno bisogno di stare al centro del palco per diventare fondamentali. Il suo sax creava un’atmosfera, una voce parallela a quella della chitarra di David Gilmour, capace di rendere i brani dei Pink Floyd più profondi, più umani, più cinematografici.

Le sue frasi in Money, Us and Them, Shine On You Crazy Diamond e Wish You Were Here sono entrate nella memoria collettiva come elementi strutturali del linguaggio della band.

La notizia della morte è arrivata da David Gilmour, con poche parole, intime e asciutte: “Il mio caro amico Dick Parry è morto questa mattina.”

Un legame nato quando entrambi avevano diciassette anni, molto prima della fama, molto prima dei palchi immensi. Parry e Gilmour avevano suonato insieme in varie formazioni locali di Cambridge, e fu proprio Gilmour a portarlo in studio con i Pink Floyd nei primi anni Settanta.

Parry non era un membro ufficiale della band, ma la sua presenza è stata determinante in momenti cruciali:

The Dark Side of the Moon (1973) - dove il suo sax diventa parte dell’identità stessa dell’album.

Wish You Were Here (1975) - contributi eleganti, intensi, riconoscibili.

The Division Bell (1994) e Pulse (1995) - il ritorno, ormai come firma sonora consolidata.

Live 8 (2005) - una delle ultime apparizioni con la band, in un momento storico. 

Oltre ai Pink Floyd, Parry ha collaborato con artisti come John Entwistle, Rory Gallagher, Bonzo Dog Band, Violent Femmes e persino con gli Who nei tour del 1979 e 1980.

Gilmour lo ha ricordato parlando di un tocco inconfondibile, di una “firma di enorme bellezza conosciuta da milioni di persone”. Ed è forse questo il modo più giusto per salutarlo: non con la retorica, ma con la consapevolezza che certe voci non scompaiono, ma restano sospese, come un assolo che continua a vivere anche quando la band ha già smesso di suonare.