L'utopia di via Vico: la vita
quotidiana nella prima comune milanese
Un viaggio nella stagione del
movimento underground tra sperimentalismo urbano e ritorno alla natura
Nel clima di forte chiusura sociale dell'Italia di fine anni
Settanta, caratterizzato da un diffuso e pervasivo rigore morale e da strutture
familiari ancora profondamente patriarcali, un numero crescente di giovani
cercò di tracciare percorsi di vita alternativi. Sulla scia delle suggestioni
arrivate dalla Beat Generation e dalle esperienze comunitarie statunitensi ed
europee, anche nelle città italiane si assistette alla nascita di spazi
autogestiti basati sul rifiuto del modello borghese tradizionale.
Mentre in ambiti rurali prendevano forma realtà di primaria
importanza per durata e partecipazione, come la comunità fondata tra le cascine
dell'appennino ligure-piemontese, a Milano si sviluppava una tra le primissime
comuni urbane. Fondata nell'ottobre del 1968 in via Giambattista Vico, proprio
accanto al carcere di San Vittore, la struttura nacque dall'iniziativa
spontanea di un gruppo di giovani studenti universitari e di liceo.
Quell'esperimento residenziale si trasformò rapidamente in un punto di riferimento
centrale per la controcultura cittadina, durato per circa un decennio.
Ma le immagini portano in un’altra zona, Ovada per la precisione.
Dice Nico Priano:
"Qui si parla, e le foto parlano come e più del resto, della Comune hippie di Ovada. È stato un episodio importante per la durata e la partecipazione che ha avuto. Le cascine che hanno ospitato i comunardi sono ancora lì, molte sono state ristrutturate ma ce n'è una che è rimasta come allora. Sull'intonaco sbiadito della facciata ancora si legge 'Hare Om, Freedom love".
Ma torniamo a Milano, via Giambattista Vico, attraverso i
ricordi di Dinni Cesoni, ex comunarda, psicologa, e indiana d’adozione:
“L'avvio dell'esperienza di via Vico si concretizzò grazie al contributo di un giovane professionista e conoscente del gruppo, inserito nel mondo del lavoro, che individuò un grande appartamento sfitto all'interno di un palazzo borghese dell'epoca. Nei primi tempi fu proprio la sua disponibilità economica a garantire la copertura delle spese iniziali, consentendo al nucleo originario di insediarsi e organizzare gli spazi. Con il passare dei mesi, l'autosufficienza della comune si consolidò attraverso un sistema di attività precarie e condivise. La vendita serale di gioielli artigianali nei locali della città affiancava i primi passi nel campo della fotografia e del giornalismo di moda, mentre l'espansione negli spazi dello stesso pianerottolo portava il gruppo stabile a crescere fino a undici persone”.
Nel racconto dell'esperienza quotidiana in via Vico emerge
una visione della sessualità lontana dagli stereotipi o dalle interpretazioni
sensazionalistiche. L'approccio dei giovani comunardi rispondeva al desiderio
di esplorare una nuova dimensione affettiva e corporea, in netta controriforma
rispetto al clima sessuofobo dell'epoca.
Il modello relazionale non negava la formazione di coppie all'interno dello spazio abitativo, ma metteva in discussione il concetto di possesso. La gelosia era vista come un retaggio culturale da superare attraverso il dialogo e la ricerca di un'autonomia individuale, trovando riscontro anche nei testi divulgati dalla stampa alternativa del periodo. La gestione delle dinamiche sentimentali richiedeva un confronto costante e la mediazione collettiva delle tensioni emotive, portando in taluni casi alla riorganizzazione dei nuclei affettivi o all'uscita di alcuni membri dalla struttura.
L'appartamento di via Vico funzionava come uno spazio aperto
ad accesso continuo. Con il progressivo e capillare diffondersi di giovani in
fuga da contesti familiari autoritari, la comune divenne un punto d'approdo per
chiunque cercasse ospitalità temporanea, arrivando ad accogliere viaggiatori
dotati solo di chitarra e sacco a pelo.
La trasmissione della cultura e dei principi del movimento
avveniva prevalentemente attraverso la comunicazione orale, la condivisione dei
testi della letteratura Beat e la partecipazione diretta alle lotte sociali.
Tra queste spiccavano le iniziative di protesta legate alla riforma
psichiatrica di Franco Basaglia, l'impegno nei manicomi dell'epoca e la
collaborazione attiva con riviste underground come Re Nudo.
In questo contesto, il consumo di sostanze psicotrope seguì
un'evoluzione precisa. La cannabis, introdotta con la frequentazione del
quartiere artistico di Brera e dei viaggiatori di rientro dall'estero, veniva
vissuta come un momento di condivisione e socialità. L'LSD, scoperto e
sperimentato collettivamente dopo i raduni internazionali, assumeva invece una
funzione d'indagine interiore e di decondizionamento dalle sovrastrutture
sociali. Le sessioni venivano affrontate con la presenza di figure di supporto
interne al gruppo, intese a garantire un clima di tutela reciproca.
Il movimento underground milanese trovò sponda intellettuale
in alcune figure di rilievo del panorama culturale del tempo. Se la cultura
accademica o intellettuale dominante mantenne spesso un atteggiamento di
chiusura nei confronti dei giovani comunardi, personalità come la traduttrice
Fernanda Pivano e il docente universitario Enzo Paci rappresentarono
interlocutori fondamentali, offrendo protezione, sostegno e spazi di dialogo,
affiancati da figure legali impegnate nella tutela dei diritti dei giovani del
movimento.
La parabola delle comuni urbane e del movimento alternativo
andò ad esaurirsi progressivamente verso la fine degli anni Settanta. La
conclusione di questa stagione fu determinata dal concorrere di molteplici
fattori:
-Il mutamento del clima politico e la
radicalizzazione ideologica verso l'estremismo e la lotta armata.
-L'esito problematico dei grandi
eventi di aggregazione giovanile e dei festival popolari, come gli avvenimenti
di Parco Lambro.
-L'ingresso massiccio dell'eroina
all'interno dei contesti giovanili e di controcultura.
-Le dinamiche fisiologiche interne al
gruppo, legate alla crescita individuale, alla nascita di nuovi nuclei
familiari e al naturale affievolirsi delle spinte utopiche originarie.
Crediti e fonti
Testo dell'articolo: tratto
liberamente dall'intervista a Dinni Cesoni firmata da Vincenzo Ligresti per VICE
Italia (16 marzo 2016).
Fotografie: scattate tra il 1970 e il
1971 nella comune di Ovada (AL) da Gigi Respighi, per gentile concessione di
Ignazio Maria Gallino.
Nota di contesto: Contributo e citazione a cura di Nico Priano.






















