domenica 23 agosto 2026

Ricordando Keith Moon, nato il 23 agosto del 1946


Il 23 agosto del 1946 nasceva Keith Moon, leggendario batterista dei The Who, che ci ha lasciato prematuramente il 7 settembre del 1978.

Negli ultimi anni ho avuto l'opportunità di vederli due volte (Verona nel 2007 e Milano nel 2016), con Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, alla batteria, da poco sostituito.
Fantastico Zak, ma come dice Pete Townshend: “Zak non è Keith, per molti versi è meglio, ma non è lui ”.
Ho sempre immaginato il mitico provino a lui concesso dagli Who (allora Detours) già esistenti, dove con grande spavalderia si esibiva devastando lo strumento e convincendo tutti che era la persona giusta per riempire il vuoto lasciato dal batterista precedente.
Lo voglio ricordare oggi e per farlo utilizzo un sunto di quanto “rubato” nel sito “Drum Club”, portale dedicato alla batteria.

Il seguente articolo è tratto da Psycodrummer, una rubrica ideata per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali, ma anche umani e biografici dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito.

Per il mondo della musica rock, Keith Moon non è solo il celebre “batterista pazzo” degli Who, scomparso a causa di una morte prematura.
Sul suo conto circolano ancora oggi numerose leggende al confine tra mito e realtà, molte delle quali alimentate dagli aneddoti fantasiosi riportati dallo stesso Moon.
Un personaggio esplosivo, nato per essere una rock star, un attore, una celebrità, un intrattenitore indiscusso.
Ma quale volto si nascondeva oltre la maschera del clown? E chi era realmente l’uomo dietro ai tamburi degli Who?
Nato il 23 agosto 1946, sotto il segno del Leone, Keith Moon cresce a Wembley, il sobborgo più conosciuto di Londra, in una famiglia benestante ed unita. Anche se trascorre l’infanzia in un ambiente protetto e amorevole (è molto legato alla madre), il piccolo Keith dimostra un temperamento impetuoso e inquieto sin dai primi anni di scuola. Un suo vecchio compagno di classe confessa: “All'epoca, non avrei mai pensato che quel ragazzo sarebbe diventato famoso. Ero più convinto che prima o poi sarebbe finito in prigione, dato che era sempre coinvolto in ogni rissa."
In realtà, la costante agitazione e irrequietezza di Keith sono tipici indicatori di iperattività, un problema che lo accompagna attraverso l’infanzia e l’adolescenza.
I problemi di Keith adulto possono leggersi come le conseguenze di un’iperattività infantile non curata; questi disturbi lo portano alla depressione, all’abuso di alcool e droghe, a comportamenti antisociali e violenti e all’instabilità psicologica (Borderline Personality Disorder).
Su suggerimento medico i genitori decidono di distrarre il ragazzo con la musica.
Lo iscrivono alla banda, dove gli viene affidata la tromba; lo strumento non sembra il più adatto per il ragazzo irrequieto, del tutto mancante della pazienza necessaria per esercitarsi.
I musicisti della banda non gradiscono particolarmente le ilari improvvisazioni di un giovane Moon alla tromba, così: “Mi diedero dei soldi per andarmene” - racconta il batterista con ironia - “e fu lì che scoprii per la prima volta che grazie alla musica si poteva guadagnare del denaro!”.
Gerry Evans è un amico d’infanzia di Keith, vive nel suo stesso quartiere e lavora presso un negozio di musica. E’ un batterista, ed un giorno gli propone di provare il suo drum set. Gerry rilascia una vivida testimonianza di quella occasione: “Non aveva mai suonato la batteria e voleva essere subito come Buddy Rich e Louis Bellson: era come vedere un folle libero dietro ai tamburi. Non aveva nessuna idea di quello che suonava. In pratica colpiva tutto quello che gli capitava a segno, producendo un gran frastuono. Era orribile. Cercai di fermarlo ed insegnargli qualche rudimento, qualche paradiddle, ma era come parlare ad un pazzo. Voleva solo fare un gran casino. Pensai tra me e me che non sarebbe mai diventato un batterista, figuriamoci un batterista professionista”.
Nondimeno, Keith Moon, il ragazzino squilibrato cacciato da scuola a 15 anni, trova quel giorno la sua ragione di vita: suonare la batteria e diventare una rock star.
Si fa acquistare un drum set dai genitori, suona come un pazzo in garage e prende saltuari lezioni da Carlo Little, il potente batterista di Screaming Lord Sutch.
Il suo primo gruppo sono i Beachcombers, e propongono un repertorio di classici rock’n roll e surf.
Quando viene a sapere che i Detours, la formazione emergente più in vista nei club della nascente cultura mod di Londra, sono alla ricerca di un batterista, si presenta ai provini con un vestito sgargiante laminato in oro.
Per nulla intimidito dalla differenza di età (è più giovane di 3 anni rispetto al resto del gruppo), suona con quella violenza, spavalderia ed energia che, negli anni, sarebbero divenute il suo marchio di fabbrica.
Alla fine dell’audizione il pedale della gran cassa è rotto e l’asta di un piatto è rovesciata.
Non è ancora entrato nel gruppo e già ha provocato dei danni. I ragazzi lo confermano per i futuri concerti.
E’ l’inizio della leggenda della band chiamata “The Who”.
Gli Who raggiungono il successo con il singolo “My Generation”, nel quale cantano “Spero di morire prima di diventare vecchio”, profezia che Keith Moon seguirà alla lettera.
Le esibizioni del gruppo sono celebri per intensità e volume.
Townshend e compagni sono i primi a distruggere gli strumenti al termine dei concerti.
Il più delle volte un indiavolato Moon getta i suoi tamburi - grancassa compresa - tra la folla.
Gli Who inaugurano anche lo stile di vita delle rock star, in particolar modo durante le tournée negli States, dove distruggono le camere degli alberghi in cui alloggiano, tanto che vengono banditi a vita dalla catena di hotel “Holiday Inn”.
Proprio Moon si dimostra il più scatenato dei quattro, e si rende protagonista di numerosi esperimenti con delle bombe esplosive.
La leggenda narra anche di una Rolls Royce guidata dal batterista fin dentro alla piscina di un hotel, durante il party del suo ventunesimo compleanno.
Keith diventa presto celebre per i suoi travestimenti, per le bravate e per i continui eccessi: stringe un’intensa amicizia con i Beatles - specialmente con Ringo Starr – e, per la sua natura scherzosa, viene affettuosamente soprannominato “Moon The Loon”.


Durante gli anni del successo, Keith non riesce a vivere lontano dalla batteria e dagli Who.
Per sua natura, si rifiuta di fare esercizio sullo strumento in luoghi che non siano il palco, la sala prove o lo studio di registrazione.
Nelle sue ville sono parcheggiate decine di automobili costose (anche se lui non ha la patente di guida), ci sono giochi e intrattenimenti d’ogni genere, si trovano droghe ed alcolici in abbondanza; ma non c’è una batteria montata.
Per lui la batteria va suonata solo in compagnia: odia studiare o suonare da solo, così i lunghi periodi in cui gli Who non si trovano in tournèe si dimostrano devastanti per il suo allenamento e per la sua forma fisica.
I lunghi show di due ore e più, infatti, nei quali Keith brucia le tossine e suda abbondantemente (fino a perdere 3 kg per volta), sono per lui una vera e propria palestra, che gli consentono di sostenere il ritmo di vita devastante costituito da party notturni e infiniti drink.
L’ombra dell’alcolismo minaccia la vita del ragazzo terribile.
Nella storia di ogni rock star morta giovane, esiste un episodio o un momento cruciale in cui l’ingranaggio del successo si rivolta contro il suo beneficiario, e determina l’inizio di un lento declino verso il baratro della distruzione.
Per Keith, questo avvenimento è rappresentato dalla tragica morte del suo autista ed assistente personale, Neil Boland.
E’ lo stesso batterista ad ucciderlo involontariamente - investendolo maldestramente con la sua lussuosa Bentley - nel tentativo di portarsi fuori da una cerchia di teppisti infuriati e minacciosi.
L’episodio fatale getta sull’animo di Keith - già provato dall’alcool e dalle numerose turbe psichiche - un senso di colpa opprimente e un’ombra di depressione e solitudine che resteranno sempre lontani dalla sua immagine pubblica, ma che saranno evidenti alle persone che gli staranno vicine fino alla sua scomparsa.
In seguito all’interessamento di alcuni medici, lo stato psichico di Moon viene definito “un caso limite di personalità disturbata” (Borderline Personality Disorder).
Questa particolare condizione psicologica, definita dallo psichiatra Adolph Stern nel 1938, designa un paziente che non solo è al limite tra sanità e malattia di mente, ma si trova anche al confine tra neurosi e psicosi.
Senza dubbio le sue relazioni con le persone attorno a lui sono instabili ed intense, caratterizzate da un’alternanza estrema di idealizzazione e svalutazione; più volte tenta il suicidio (in più di un’occasione si taglia i polsi per attirare l’attenzione dei suoi amici); è notoriamente insicuro e afflitto dalla paura di restare solo; è soggetto a scoppi di rabbia incontrollabile e a frequenti periodi di dissociazione.
Kim Kerrigan, che sposa il batterista nel 1966, quando lui ha 19 anni e lei solo 17 (ed è già incinta della figlia Mandy) è una delle poche persone che può dire di avere conosciuto a fondo tutte le diverse personalità di Keith Moon.



Le sue insicurezze di fondo e la sua paura di essere tradito e di restare solo, si manifestano in una forma di assoluta gelosia nei confronti della bellissima moglie, che nel corso degli anni deve anche fare i conti con i suoi violenti attacchi d’ira. “Quando mi innamorai di lui” - ricorda Kim - “Keith era dolcissimo e gentile, spiritoso e affettuoso. Con il passare degli anni, e con il sorgere del problema della dipendenza dall’alcool, il marito e il padre tenero divennero una persona violenta e gelosa. Quando Keith era sobrio, rivedevo in lui la persona di cui mi ero innamorata, ma quando beveva si trasformava in una sorta di mostro”.
Dopo liti furiose, tre nasi rotti e riconciliazioni varie, Kim progetta una fuga da casa (portando con sé la figlia Mandy) quando Keith arriva a minacciarla con un’arma da fuoco, mentre spara in aria e la insegue con gli “occhi insani di un assassino”.
Nel frattempo, la progressione di Moon nel consumo di alcool raggiunge un punto di svolta, passando dall’abuso alla dipendenza.
Nel 1972 consuma due bottiglie di champagne e due bottiglie di brandy al giorno - spesso anche di più - e comincia a miscelare questi due liquori nello stesso bicchiere. Dimostra anche uno dei più gravi segni di dipendenza dall’alcool, il bisogno di cominciare la giornata con un drink.
Gli anni successivi lo vedono impegnato nella lotta contro la bottiglia: nella sua vita si alternano periodi di forzata sobrietà (con ricoveri in cliniche ed ospedali) e periodi di decadenza ed abusi.
Durante la sua residenza in California, nel 1975, dove registra un fallimentare album solista (“Two Sides Of The Moon”) e dove abita insieme alla nuova fidanzata Annette Walter Lax in una casa sull’Oceano, Keith sviluppa anche la dipendenza dalla cocaina.
Proprio quando il batterista, ormai gonfio ed irriconoscibile, decide di dare una svolta definitiva al suo alcolismo, un incidente spezza la sua esistenza a metà.
A stroncarlo sono - per assurdo - proprio dei farmaci prescritti per curare la dipendenza dall’alcol.

Ultima sera

Egli ingerisce in quantità eccessiva delle pastiglie di chlormethiazole, assumendone una manciata in seguito ad un pasto notturno a base di carne e brandy. La morte lo coglie nel sonno il 6 settembre del 1978, all’età di 32 anni.


Keith Moon è passato alla storia per il suo stile unico e indisciplinato, manifestazione della sua personalità deviata e non di tecnica batteristica. Un drumming istintivo, del tutto mancante di chiarezza e coesione, eppure esplosivo, energico e soprattutto inimitabile.
Tanto che, dopo la sua scomparsa, neppure Kenny Jones, Simon Phillips e Zak Starkey (il figlio di Ringo Starr) riusciranno a rimpiazzarlo compiutamente.
Nella sua follia, è un incredibile precursore: già sul finire degli anni ’60, Keith inaugura la mania dei drum set customizzati e personalizzati, pieni di piatti e tamburi.
Adotta la doppia cassa per ripicca nei confronti di un batterista che, in tournèe, esibisce un kit più grande del suo. Abolisce del tutto l’utilizzo dell’hi-hat (fatta eccezione per le registrazioni in studio) e, dal vivo, lo rimpiazza con un crash.
Ogni cosa eseguita da Moon è rivolta al fine di divertire ed intrattenere: dal vivo cattura l’attenzione su di sé e, come un abile alchimista, trasforma la sua incontenibile energia in ottima musica. Suona in piedi, gira le bacchette nelle mani e le lancia in aria, oppure si piega all’indietro sul seggiolino fino a novanta gradi, ancorandosi con le gambe alle casse.
I concerti degli Who sono il suo show personale. Il suo volto è una smorfia continua: linguacce, occhi sbarrati, espressioni da pazzo scatenato.
E poi…entra in apnea e parte in uno di quei suoi irripetibili e continui rulli orchestrali.
Nessuno sa ancora come riuscisse a suonare timpani, piatti, tom e rullante in un solo passaggio.
Quando, a metà degli anni settanta, Zak, il figlio di Ringo, gli chiede indicazioni su come suonare un tipico ed elaborato fill “alla Keith Moon” sul suo piccolo set con soli due tom, Keith risponde regalando al ragazzo uno dei suoi immensi drum set con mille tamburi, dicendo: “Suonali tutti in un passaggio e vedrai”.

Zak Starkey ricorda così il suo eccezionale maestro: “Era assolutamente a corto di tecnica e suonava completamente ad orecchio. Non sapeva cosa fosse un paradiddle, ma quando era in forma lasciava tutti a bocca aperta. Normalmente devi prima conoscere le regole per poi poterle infrangere. Beh, non credo che Keith abbia mai imparato le regole, ma continuava a farle a pezzi”.
John Entwistle, bassista degli Who, ricordava che Keith Moon non aveva un grande senso del tempo. Per stargli dietro, Entwistle doveva "fare una media" tra i colpi di cassa e il resto della batteria. A seconda del suo umore, le canzoni potevano suonare lentissime (se era depresso) o velocissime (se era eccitato).. Se si sentiva depresso le canzoni suonavano lente, se era eccitato le canzoni erano velocissime”.
"Era eccezionale” - conclude Entwistle - “ma credo che lo sarebbe stato ancora di più se solo si fosse seduto dietro ai tamburi ed avesse dato più corda al suo talento. Ma lui non ha mai provato a chiedersi perché fosse così bravo. Era solo un batterista naturale”.

C’è una lezione che i batteristi possono assimilare dai vari aspetti della vita di Keith Moon?
Possiamo forse azzardare un “elogio alla follia”, una lode alla travolgente carica di entusiasmo e talento che in Moon prendeva il sopravvento sulla tecnica e sulla disciplina.
In un’era di drum machines, metodi didattici, batterie campionate e session man con caratteristiche seriali, la speranza è che qualche giovane drummer possa raccogliere anche solo un briciolo della sua eredità e, a distanza di quarant’anni, dimostri l’attitudine e la pazzia necessarie ad infrangere tutte le regole..

Ancora una volta, nel nome di Keith Moon.






sabato 22 agosto 2026

Buon Compleanno a Roland Orzabal, il visionario sonoro dei Tears for Fears

 


Ricordiamo oggi Roland Orzabal, la mente creativa dei 

Tears for Fears


Il 22 agosto del 1961 nasceva Roland Orzabal, il co-fondatore, chitarrista, cantante e principale compositore dei Tears for Fears. La sua figura è stata fondamentale nel definire un sound che ha attraversato generazioni, combinando profondità lirica con una raffinata complessità musicale.

Roland Orzabal, insieme a Curt Smith, ha plasmato i Tears for Fears in una delle band più influenti degli anni '80 e oltre. Ciò che distingue Orzabal è la sua straordinaria capacità di tradurre concetti psicologici e filosofici complessi in testi e melodie che risuonano universalmente. 

Album come The Hurting e il multiplatino Songs from the Big Chair non sono solo successi commerciali, ma veri e propri manifesti artistici che esplorano temi come la terapia primaria, l'alienazione e la ricerca dell'identità. Brani iconici come "Shout", "Everybody Wants to Rule the World" e "Sowing the Seeds of Love" sono esempi lampanti della sua maestria nel creare canzoni che sono al tempo stesso intellettualmente stimolanti e irresistibilmente accattivanti.

Il genio di Orzabal risiede nella sua abilità di orchestrare arrangiamenti complessi, spesso incorporando elementi di synth-pop, new wave, art rock e persino influenze sinfoniche, creando un suono ricco e stratificato. La sua voce, potente e distintiva, si alterna e si fonde con quella di Curt Smith, creando armonie vocali che sono diventate un marchio di fabbrica della band.

Anche dopo le pause e le riunioni, Orzabal ha mantenuto una coerenza artistica e una visione che hanno permesso ai Tears for Fears di rimanere rilevanti e apprezzati.

Orzabal non è solo un musicista eccezionale, ma un pensatore, un innovatore e un maestro nel creare paesaggi sonori che invitano alla riflessione. La sua influenza sulla musica pop e rock è innegabile, e il suo contributo continua a essere una pietra miliare per chiunque apprezzi la musica con sostanza e profondità.

Evidenziamo quindi oggi, nel giorno della sua nascita, il talento e la visione di Roland Orzabal, un artista che ha saputo elevare la musica pop a una forma d'arte profonda e significativa.



venerdì 21 agosto 2026

Cinquant’anni sul palco del Tenco: la mia conversazione con Antonio Silva

 



Ritratto spontaneo del custode del Premio Tenco: il racconto di una vita vissuta al fianco dei più grandi cantautori italiani


La mattina del 19 agosto, in uno stabilimento balneare della Riviera ligure, ho incontrato Antonio Silva, storico presentatore del Premio Tenco, figura centrale della canzone d’autore italiana. Ne è nata una conversazione spontanea, senza scalette né formalità, in cui Silva ha ripercorso cinquant’anni di musica, amicizie, aneddoti e riflessioni sul mondo che ha abitato per una vita intera.


Un profilo tra scuola e canzone d’autore

Docente di lettere e filosofia e a lungo preside di liceo a Cantù, Silva ha condotto una vita parallela divisa tra il ruolo nell’istruzione e quello di presentatore e custode del Premio Tenco. Ha iniziato a condurre la rassegna nel 1976, diventando per quasi cinquant’anni il volto e la voce storica sul palco del Teatro Ariston. Oltre alla conduzione, ha fatto parte del direttivo e del comitato organizzatore del Club Tenco, contribuendo alla selezione dei progetti artistici. La sua impronta è sempre stata caratterizzata da uno stile ironico, colto e asciutto, lontano dai classici toni dello spettacolo televisivo. Nel corso degli anni ha curato interventi satirici e pubblicazioni culturali, mantenendo un profondo legame con la canzone d’impegno narrativo. Nel tardo 2025 ha annunciato l’addio alla conduzione attiva del festival, salutando il pubblico dell’Ariston con la lettura della poesia Itaca di Costantino Kavafis.


La nostra chiacchierata

A.E.-Antonio, da dove nasce questo tuo coinvolgimento? Mi hai fatto capire che non hai mai preso una lira per questo lavoro… quindi dev'essere qualcosa di profondamente autentico.

A.S.-Da ragazzo avevo un gruppo, come tanti. Erano gli inizi degli anni ’70, ci chiamavamo Pan Brumisti. Abbiamo persino inciso un discoUn giorno Amilcare Rambaldi, fondatore del Festival di Sanremo e del Premio Tenco, decise di ascoltarci. Facemmo un concerto nel ’75 e fu un disastro totale. Lui mi si avvicinò e mi disse: “Voi fate schifo, però non ho mai visto nessuno reggere un disastro con tanta faccia tosta. Vieni a darmi una mano al Tenco?” Così nel ’76 arrivai come presentatore. Ho smesso solo l’anno scorso, dopo cinquant’anni.

Pan Brumisti_Tenco_76

Guardando al mezzo secolo di incontri, quali sono stati quelli che non avresti mai immaginato di vivere?

Faccio sempre un parallelo: un appassionato di calcio che si ritrova a cena con Maradona o Messi. Io per cinquant’anni ho frequentato i miei idoli: Guccini, Vecchioni, Paolo Conte, Branduardi, tutti. Qualche mese fa l’editore di Guccini, che si trovava già in precarie condizioni di salute, gli chiese se avesse voglia di vedere qualcuno. Lui rispose: “Vorrei vedere Michele Serra e Antonio Silva.” Siamo partiti da Milano e lo abbiamo raggiunto. Era un’amicizia vera, fuori dal tempo: andavamo in vacanza insieme, mia figlia è amica di sua figlia Teresa. Un rapporto che andava oltre la musica.

Credi che questo livello di amicizia possa impedirti di dare un giudizio oggettivo sull’artista?

Forse sì, ma la sua credibilità è talmente alta e diffusa che non c’è stata una sola voce contraria alla sua figura.

Sui social e sui giornali si è aperta una contesa politica attorno alla figura di Guccini: da una parte chi lo rivendica come simbolo della sinistra, dall’altra chi sostiene che la sua arte appartenesse a tutti. Tu come pensi che avrebbe reagito a questa polarizzazione?

Non seguo i social, ma queste cose succedono sempre con i grandi: appena muore un personaggio importante, ognuno cerca di mettergli il cappello, di tirarlo dalla propria parte, di usarlo per confermare la propria identità politica. A me paiono miserie, da una parte e dall’altra. L’arte vale per sé stessa, non ha colore. Se sei di destra non butti via Gramsci, se sei di sinistra non butti via gli intellettuali di destra; la cultura non funziona per appartenenze, funziona per profondità. Guccini non avrebbe sopportato questa polarizzazione. Si è sempre dichiarato socialista, mai comunista, e non ha mai voluto essere trasformato in un vessillo. E parlo con cognizione di causa: Guccini e Lolli vennero persino al mio matrimonio nel ’75, erano in concerto a Milano e si presentarono lo stesso. Con Francesco era nata un’amicizia vera, fuori dal tempo, che andava ben oltre la musica. Ridurre un musicista così a un simbolo di parte significa non aver capito né l’arte né l’artista. La sua musica parla a tutti, e deve continuare a farlo. L’arte non è un recinto, è un luogo aperto, e chi prova a chiuderlo dentro una bandiera fa un torto all’arte e alla persona.

Quindi confermi che Guccini si dichiarava socialista, ma non comunista.

Esatto. Ho persino un tovagliolo a casa con scritto di suo pugno: “Non sono e non sarò mai comunista.” Questo per dire che Guccini era certamente orientato a sinistra, ma non ha mai voluto essere identificato con un partito o rinchiuso in una categoria politica. Era un uomo libero, e teneva molto a questa libertà: non voleva che la sua musica diventasse un’etichetta o un vessillo. La sua collocazione personale non può essere usata per chiuderlo in un cassetto, perché la sua arte parla a tutti, non a una parte.

Altri incontri memorabili?

Paolo Conte. Quando arrivò al Tenco nel ’76 lo conoscevano in quattro. Io ero emozionatissimo e feci la gaffe del secolo: “Ed ecco a voi Piero Conte.” L’anno dopo, intervistato da La Stampa, disse: “Torno per vedere se il mio amico Antonio Silva ha capito che mi chiamo Paolo.” Ho quell’articolo incorniciato: per me è un simbolo di un rapporto nato sul palco e cresciuto nel tempo.

E Benigni?

Uno dei nostri vanti. Arrivò al Tenco perché voleva fare il cantante. Poi virò sul cabaret. Nel ’86, sul palco con Conte, De Gregori e Fossati, si infilò a cantare anche lui. Conte è precisissimo, e veder spuntare Benigni all’improvviso… puoi immaginare la sua faccia. Il manager di Conte mi disse dietro le quinte: “Vi siete bruciati Paolo Conte per i prossimi cent’anni.” E invece Conte è tornato, eccome se è tornato!

Qual era il tuo stile di conduzione?

Amicale. Non sono un professionista. Avevo sul palco amici, non personaggi da intervistare. Succedevano cose spontanee: Guccini che canta Vecchioni, Vecchioni che canta Guccini… La Rai non mi ha mai considerato, e forse è stata la mia fortuna, perché tale condizione mi ha permesso di restare libero, lontano dalle manfrine televisive.

Come consideri l’evoluzione del Premio Tenco nel corso degli anni?

È tutto più complicato. Una volta venivano per amicizia, adesso se non hanno quella chitarra, quel tecnico, quel suono, tutto si complica. E poi ci sono mille figure intermedie: manager, tecnici personali, consulenti. Il Tenco è nato come un luogo libero, artigianale, quasi domestico. Oggi è inevitabilmente più strutturato.

C’è, secondo te, qualcuno che aveva un grande potenziale, ma che per qualche motivo non è arrivato alla visibilità?

Gli Scraps Orchestra di Mantova: bravissimi. E Mario Panseri, ligure, voce simile a Tenco, e questo per lui fu un handicap. E poi Gianmaria Testa: all’inizio era visto come un emulo di Paolo Conte e ha fatto fatica ad affermarsi.

Chi c’è oggi dietro al Tenco?

Io sono l’unico rimasto del gruppo chiamato da Rambaldi. Oggi ci sono professionisti: giornalisti, direttori artistici, organizzatori. È più difficile trovare convergenza, ma si va avanti.

Recentemente, a Bordighera, hai presentato Scanzi e Morgan, due personaggi, almeno visti dall’esterno, non certo facili!

Sono amici. Scanzi ha una cultura musicale sterminata: l’anno scorso ha riempito un buco di 12 minuti sul palco dell’Ariston, da solo, e alla fine standing ovation. Morgan è un genio musicale. Si fa del male da solo, ma è un genio. Sono personaggi complicati e divisivi, ma con me scatta qualcosa: rispetto, ascolto, amicizia.

Come vedi la musica oggi rispetto ai tuoi inizi?

Non voglio utilizzare la solita frase “ai miei tempi…”, ma è vero che negli anni ‘70 si creò un clima irripetibile. Il successo di quei cantautori dura da sessant’anni. Penso sia stato un impasto culturale, sociale, politico, geografico in grado di determinare una stagione straordinaria. Possiamo dire la stessa cosa se parliamo della musica attuale?

Tre cantautori sul tuo podio personale?

Paolo Conte, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni. E aggiungo un quarto: Massimo Bizzarri, uno dei tanti che non ha sfondato ma che ho amato molto.

Perché non ha funzionato?

Non lo so. Forse non aveva le persone giuste accanto, e spesso la comunicazione conta più dell’arte.


Conclusione 

Un incontro nato per caso, davanti al mare, si è trasformato in un viaggio attraverso mezzo secolo di musica italiana. Antonio Silva racconta senza filtri, con la naturalezza di chi ha vissuto tutto dall’interno, senza mai smettere di considerare la musica un fatto umano prima che artistico. Dalle sue parole emerge una figura rara: non solo il presentatore storico del Premio Tenco, ma un custode discreto e appassionato, capace di attraversare cinquant’anni di canzone d’autore senza mai mettersi al centro, mantenendo uno stile amicale, ironico, colto e lontano da ogni artificio televisivo.

Silva ha incarnato un modo di stare nella musica che oggi quasi non esiste più: la vicinanza autentica agli artisti, la capacità di creare ponti, di far dialogare mondi diversi, di proteggere la libertà del Tenco da pressioni esterne e logiche commerciali. La sua storia dimostra che si può lasciare un’impronta profonda senza mai alzare la voce, semplicemente restando fedeli a un’idea di arte come luogo di incontro, di ascolto e di verità.







giovedì 20 agosto 2026

Phil Collins apre alla possibilità di tornare con nuova musica: “Ci sono brani che potrei completare, e altri già pronti”

 


Phil Collins apre alla possibilità di tornare con nuova musica: “Ci sono brani che potrei completare, e altri già pronti


Phil Collins non pubblica un album da sedici anni, eppure l’idea di un ritorno in studio non è affatto esclusa. Dopo la conclusione del tour di reunion dei Genesis, The Last Domino?, nel marzo 2022, molti avevano interpretato quella serie di concerti come l’ultimo capitolo della sua carriera dal vivo. Le sue condizioni di salute, segnate da problemi ai nervi, difficoltà motorie e una lunga battaglia con l’alcol, sembravano aver chiuso definitivamente la porta a nuovi progetti artistici.

In una sua recente esternaione, però, Collins lascia intendere che la storia potrebbe non essere finita. Alla domanda se abbia intenzione di registrare nuova musica, risponde con una cauta apertura. Collins, il cui ultimo lavoro discografico è la raccolta di cover Going Back del 2010, racconta di avere ancora un piccolo studio personale e la curiosità di rimettersi a sperimentare. Spiega che alcuni brani sono in attesa di essere completati, mentre altri sono già pronti, e che quindi un ritorno non è affatto da escludere.

Nell’intervista affronta anche il tema della ricaduta nell’alcolismo che lo ha colpito dopo anni di sobrietà, episodio che nel 2024 lo ha portato a un ricovero urgente. Collins descrive quel periodo come uno dei più difficili della sua vita: beveva in modo costante e automatico, senza percepire la gravità della situazione, finché il suo corpo non ha ceduto. Racconta che il suo manager ha riunito l’intero team in Svizzera per discutere del suo futuro, perché in quel momento era davvero in pericolo. Reni e fegato stavano collassando, e lui non se ne rendeva conto.

Dopo il ricovero, Collins ha affrontato un lungo percorso di cure, cinque interventi al ginocchio e la gestione del cosiddetto “piede cadente”, motivo per cui oggi utilizza le stampelle per evitare cadute. Nonostante tutto, afferma di essere finalmente in una fase positiva: non beve da tre anni, segue regolarmente la fisioterapia e si sente in condizioni fisiche migliori rispetto al passato recente.

Intanto Face Value, il suo celebre debutto solista, tornerà nei negozi l’8 settembre in una nuova edizione ampliata su quattro LP, pensata per celebrare il quarantacinquesimo anniversario dell’album.



mercoledì 19 agosto 2026

Addio a Frank Beard, il tempo perfetto degli ZZ Top

 


Addio a Frank Beard, il tempo perfetto degli ZZ Top


Il metronomo del Texas blues si è fermato il 17 agosto 2026 all'età di 77 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella storia del rock americano. Frank Lee Beard, per oltre cinquant'anni colonna portante degli ZZ Top dietro le pelli, si è spento serenamente nella sua casa di Richmond, circondato dall'affetto della famiglia.

Insieme a Billy Gibbons e al rimpianto Dusty Hill, Beard ha costituito una delle sezioni ritmiche più affiatate e riconoscibili di sempre. Il suo approccio alla batteria era essenziale ma chirurgico, capace di sorreggere con un tiro inconfondibile brani entrati di diritto nella memoria collettiva come La Grange, Tush, Gimme All Your Lovin’ e Legs. Più che la tecnica virtuosa fine a sé stessa, era la sua padronanza del cosiddetto Texas shuffle a definire l'ossatura del suono della band, quel passo ritmico felpato e potente che spingeva il boogie-rock verso territori irresistibili.

La figura di Beard resta legata anche a un noto paradosso visivo che ha fatto la storia del costume musicale. Sebbene il suo cognome significasse letteralmente "barba", per la gran parte della carriera degli ZZ Top è stato l'unico elemento del trio a non portarne una, limitandosi al massimo a un paio di baffi ben curati mentre Gibbons e Hill sfoggiavano le celebri ed enormi barbe lunghe fino al petto.

Lontano dai riflettori che illuminavano la prima linea del palco, Frank Beard ha preferito far parlare le sue bacchette, lavorando nell'ombra per garantire quell'impalcatura sonica su cui la band ha costruito la propria fortuna.

Con la sua scomparsa non se ne va soltanto un interprete preciso e rigoroso, ma il cuore battente di una formula musicale irripetibile che ha segnato un'epoca.






Ginger Baker: il 19 agosto 1939 nasceva il mago del ritmo, tra rock, jazz e Africa

 


Il 19 agosto 1939 nasceva Peter Edward "Ginger" Baker, un nome destinato a scolpire il suono della batteria nella storia del rock. Ben più che un semplice percussionista, Baker è stato un pioniere, un batterista fusion che ha fuso la potenza del rock con la complessità del jazz e l'anima ritmica dell'Africa, creando uno stile inimitabile e profondamente influente. La sua carriera, segnata da un talento torrenziale e una personalità vulcanica, lo ha reso una figura leggendaria e controversa del panorama musicale.

Prima di diventare una star del rock, Baker era un musicista jazz. Cresciuto a Londra, si immerse nella scena del trad jazz britannico, assorbendo lezioni fondamentali sull'improvvisazione e sulla poliritmia. I suoi primi eroi non furono i batteristi rock, ma giganti del jazz come Max Roach e, soprattutto, Phil Seamen, il suo mentore. Da loro imparò la fluidità, la tecnica e la capacità di raccontare una storia con le percussioni, competenze che portò con sé quando la musica si fece più rumorosa.

Il punto di svolta arrivò con la formazione dei Cream nel 1966, un supergruppo con Eric Clapton alla chitarra e Jack Bruce al basso. Qui, il talento di Baker esplose in tutta la sua potenza. 

Nei Cream, la batteria non era un semplice accompagnamento, ma una voce solista che si intrecciava in intricate conversazioni con gli altri strumenti. Brani come "Toad" non erano solo assoli, ma manifestazioni di un virtuosismo senza precedenti nel rock. Baker introduceva nel genere schemi ritmici complessi e un'improvvisazione che lo distinguevano da tutti i suoi contemporanei.

Dopo la breve ma intensissima avventura con i Cream, Baker seguì una passione che covava da tempo: la musica africana. Il suo viaggio in Nigeria fu una vera e propria epifania. Qui, studiò e collaborò con il leggendario Fela Kuti, immergendosi nelle poliritmie complesse dell'afrobeat. Questa esperienza non fu solo un'ispirazione, ma una trasformazione profonda. Il suo stile si arricchì di nuovi colori e texture, portandolo a fondare la band Ginger Baker's Air Force, un collettivo multiculturale che combinava rock, jazz e ritmi africani in un audace esperimento sonoro.

Il resto della sua carriera fu una continua esplorazione, tra progetti solisti, collaborazioni con artisti del calibro di Fela Kuti e Bill Frisell, e la formazione di diverse band. Nonostante le difficoltà personali e i problemi di salute, Baker ha sempre mantenuto una devozione incrollabile per il suo strumento e per la musica.

Ginger Baker è scomparso il 6 ottobre 2019. Non è stato solo un maestro della batteria, ma un pioniere che ha spinto i confini del suo strumento e ha dimostrato che la tecnica jazz poteva coesistere con l'energia del rock. La sua influenza si ritrova in generazioni di batteristi che hanno cercato di emulare la sua potenza, la sua grazia e la sua inventiva.

La sua musica è un'affermazione del fatto che il ritmo può essere un linguaggio universale, capace di unire stili e culture apparentemente distanti. Ginger Baker rimarrà per sempre uno dei grandi, un vero artigiano del ritmo il cui battito continua a risuonare nella storia della musica.




martedì 18 agosto 2026

Il 18 agosto 2012 ci lasciava Scott McKenzie, voce della generazione Flower Power

 


"Se stai andando a San Francisco, non dimenticare di mettere qualche fiore tra i capelli"


Il 18 agosto 2012, ci lasciava Scott McKenzie. Il cantante, noto in tutto il mondo per l'inno generazionale "San Francisco (Be Sure to Wear Flowers in Your Hair)", si è spento nella sua casa di Los Angeles all'età di 73 anni, una morte è avvenuta dopo una lunga battaglia contro la sindrome di Guillain-Barré, una rara malattia autoimmune che lo aveva afflitto negli ultimi anni.

Nato Philip Wallach Blondheim il 10 gennaio 1939, McKenzie è stato molto più che l'interprete di un'unica canzone. La sua carriera, sebbene brevemente sotto i riflettori globali, è stata un riflesso autentico degli ideali del suo tempo. Amico d'infanzia di John Phillips dei Mamas and the Papas, McKenzie era immerso nella vibrante scena musicale della East Coast prima di diventare una figura di spicco del movimento "flower power".

Il suo successo più grande, "San Francisco", fu scritto da John Phillips per promuovere il Festival del Rock di Monterey del 1967. La canzone, con il suo messaggio di amore, pace e ribellione pacifica, divenne rapidamente un fenomeno mondiale, raggiungendo le vette delle classifiche in molti paesi e incarnando lo spirito della "Summer of Love". Non era solo un brano musicale; era un manifesto. La sua voce dolce e malinconica, accompagnata da un arrangiamento che evocava immagini di libertà e fratellanza, ha reso "San Francisco" un brano immortale.

Sebbene McKenzie non abbia mai replicato quel successo a livello commerciale, la sua influenza e il suo impatto culturale sono rimasti indelebili. Ha continuato a lavorare nella musica, anche con i Mamas and the Papas in tour negli anni '80. La sua vita, lontana dai riflettori che lo avevano illuminato per un breve periodo, è stata un testamento alla sua integrità artistica.

La scomparsa di Scott McKenzie segna la fine di un'era. La sua voce rimarrà per sempre legata a un momento di speranza e idealismo, un'epoca in cui la musica era uno strumento di cambiamento. Oggi, mentre ricordiamo il suo contributo, continuiamo a sentire l'eco di quella melodia e di quel messaggio che ha fatto di San Francisco il cuore di una generazione: "If you're going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair."








lunedì 17 agosto 2026

Deep Purple: Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972


Deep Purple

Osaka e Tokyo, Giappone, 15-17 agosto 1972

Impegnato nell’epico ed esplosivo  crescendo di Child in Time, il bassista dei Deep Purple Roger Glover alzò per un attimo gli occhi dallo strumento e si rese conto che almeno 10000 persone stavano cantando in coro il pezzo. Glover e il suo gruppo si trovavano in Giappone, all’epoca una tappa relativamente insolita per dei musicisti famosi. La folla probabilmente non sapeva bene  il significato di ciò che stava cantando, ma Glover si commosse moltissimo: “Se c’è stato un momento in cui mi sono sentito orgoglioso di far parte dei  Deep Purple, è stato quello”.

Durante il 1972 i Deep Purple trascorsero 44 settimane in torunèe e sarebbe stato proprio quell’iperattività a causare, nella primavera dell’anno seguente, lo scioglimento della formazione. Il soggiorno giapponese fu breve (solo tre concerti, originariamente previsti in maggio e posticipati di tre mesi per inserire un maggior numero di date americane), ma fruttò quello che è in genere considerato il più classico album dal vivo di tutto l’hard rock.
Il gruppo, la cui reputazione si era consolidata per merito di dischi come Deep Purple In Rock, Fireball e Machine Head, era in quel momento una poderosa macchina da spettacolo live, al pari di grandi nomi come Led Zeppelin e Who. Consapevoli dei propri mezzi, i cinque davano il meglio di sé quando dilatavano brani come Space Truckin’ e Highway Star, trasformandoli in epiche e articolate cavalcate sonore. Tanto stupefacente virtuosismo era comunque lontano dall’autocompiacimento dei gruppi Prog del periodo e si manifestava sotto forma di canzoni suonate a velocità vertiginosa.

Il risultato di quei tre straordinari concerti fu un esplosivo doppio dal vivo intitolato Made In Japan. “E’ l’album in cui i nostri pezzi sono suonati meglio”, commentò Ian Gillian all’epoca, confermando che il contesto più consono al gruppo era il palco e non lo studio. La rivista americana Rolling Stone descrisse il disco come ”il perfetto monumento hard dei Deep Purple”. Al ritorno in patria l’esperienza giapponese venne immortalata nella canzone Woman From Tokyo (“In volo verso il Sol Levante /Visi sorridenti ovunque”) e da allora Made In Japan ha sempre consolidato la sua reputazione di album live fra i più riusciti e venduti della storia. Ma molto del merito va anche all’incandescente sintonia creatasi fra musicisti e pubblico. 


Anche io ho un ricordo da “Io C’ero”… il concerto tenuto al Palasport di Genova l’11 marzo del 1973.

I ricordi di quel pomeriggio sono sfuocati, ma conservo ancora il biglietto da 1500 lire.








domenica 16 agosto 2026

Shel Shapiro: compie gli anni un'icona del beat italiano

 


Norman David Shapiro, per tutti semplicemente Shel Shapiro, nasce a Londra il 16 agosto 1943. Figlio di un pugile ebreo e di una casalinga, cresce in un quartiere popolare dove sviluppa la sua passione per la musica, imparando a suonare la chitarra da autodidatta. A metà degli anni '60, arriva in Italia e fonda un gruppo destinato a diventare uno dei nomi più importanti della musica beat: i Rokes.

Con i Rokes, Shel Shapiro si impone come leader carismatico, portando in Italia un sound fresco e innovativo, ispirato ai grandi gruppi britannici come i Beatles e i Rolling Stones. Canzoni come "Che colpa abbiamo noi", "È la pioggia che va" e "C'è una strana espressione nei tuoi occhi" diventano inno di un'intera generazione, scalando le classifiche e conquistando il cuore di milioni di giovani. La loro energia sul palco e il loro look inconfondibile li rendono un fenomeno di costume, capaci di influenzare non solo la musica, ma anche la moda dell'epoca.

Il successo dei Rokes dura fino al 1970, anno del loro scioglimento. A quel punto, Shel decide di rimanere in Italia e intraprendere una carriera da solista. Oltre a continuare a cantare, si dedica a tempo pieno alla produzione musicale, collaborando con artisti del calibro di Mia Martini, Alberto Fortis e Loretta Goggi. La sua sensibilità e la sua esperienza si rivelano fondamentali per la nascita di alcuni dei più grandi successi della musica italiana.

Negli anni '80 e '90, Shel Shapiro continua a lavorare dietro le quinte, componendo colonne sonore per il cinema e il teatro e portando avanti la sua passione per l'arte e la cultura. Negli ultimi anni, è tornato sulle scene, sia con spettacoli teatrali che con nuovi progetti musicali, dimostrando una vitalità e una creatività senza tempo.

La storia di Shel Shapiro è la storia di un artista poliedrico, un'anima rock che ha saputo reinventarsi e rimanere sempre fedele alla sua passione per la musica. Dalla Londra degli anni '60 all'Italia del boom economico, la sua vita è un viaggio affascinante, fatto di successi, cambiamenti e una costante ricerca di nuove espressioni artistiche. Il suo contributo alla musica italiana è indiscusso e la sua figura rimane un punto di riferimento per intere generazioni di artisti.