lunedì 2 novembre 2026

Cherry Wainer e Don Storer, precursori dei tempi

Beat-Club propone una coppia (anche nella vita) di musicisti del passato che non conoscevo ma che vale la pena approfondire.

A vedere una loro immagine dell’epoca sembrerebbero i protagonisti di una di quelle belle trasmissioni in bianco e nero di un tempo, quegli spettacoli definiti “Varietà” che tanto piacevano all’italiano medio a cavallo tra i ’60 e ’70.

In realtà furono due grandi musicisti e lei si può considerare una antesignana della figura di tastierista di organo Hammond.

Vediamo qualche nota biografica.

Cherry Wainer nacque il 2 marzo 1935 in Sudafrica ed è stata una musicista molto conosciuta come membro del Lord Rockingham XI (gruppo jazz di razza mista e di genere misto assemblato come house band nel pionieristico spettacolo pop “Oh Boy!”) e come solista all'organo Hammond.

Wainer sposò il batterista Don Storer con il quale apparve regolarmente come duo durante gli anni Sessanta. 

Viene ricordata in particolare la loro presenza in una serie televisiva tedesca, “Beat! Beat! Beat” (1967).

Wainer pubblicò diversi album solisti e singoli, nessuno dei quali entrò però a far parte delle classifiche del Regno Unito.

Lord Rockingham's XI

Lei e suo marito si trasferirono a Las Vegas nel 1968, dove lavorarono stabilmente nel cabaret.

In seguito, si ritirò dalla musica, ma rimase a Las Vegas e si impiegò in un negozio di articoli da regalo.

Don Storer è morto nel 2006.

Cherry Wainer è mancata il 14 novembre 2014 a Las Vegas, all'età di 79 anni.

Ecco di cosa si tratta…




domenica 1 novembre 2026

Tra il caos e il palco: la traiettoria di Anthony Kiedis che compie oggi gli anni

 

Il compleanno del frontman dei Red Hot Chili Peppers tra le ferite dell'infanzia e la ricerca di un equilibrio attraverso la musica


Il compleanno di Anthony Kiedis, nato il 1° novembre 1962, offre l'occasione per ripercorrere una storia personale che si allontana radicalmente dai cliché della rockstar cresciuta in un contesto ordinato. La sua infanzia è stata segnata da una precoce frammentazione familiare e da un trasferimento a Los Angeles, a soli dodici anni, per andare a vivere con il padre. Quell'ambiente californiano degli anni Settanta, immerso nei margini del mondo dello spettacolo e vissuto a contatto con una prematura maturità, ha rappresentato un terreno fertile ma fortemente instabile, segnato da situazioni di sradicamento che avrebbero potuto compromettere qualsiasi prospettiva futura.

La musica, e in particolare l'incontro con i compagni di liceo a Fairfax con cui avrebbe fondato i Red Hot Chili Peppers, ha funzionato da elemento di ancoraggio e di riscatto. L'energia primordiale del funk-rock non è stata soltanto un veicolo espressivo, ma il mezzo attraverso cui incanalare le inquietudini di un'esistenza complessa. La forza del gruppo è sempre derivata dalla capacità di trasformare le proprie ferite biografiche in un flusso sonoro fortemente identitario, dove il ritmo serrato e la coralità del palco offrivano una via d'uscita al disordine interiore.

Negli anni, il percorso artistico di Kiedis si è evoluto superando momenti di profonda crisi personale e la perdita di compagni di viaggio fondamentali, mantenendo tuttavia intatta quell'urgenza espressiva iniziale. Ripercorrere la sua parabola significa osservare come un vissuto articolato possa tradursi, attraverso la disciplina della scrittura e la condivisione della musica su scala globale, in una forma di autentica resilienza artistica.

Anthony Kiedis celebra oggi un punto di una traiettoria che continua a rinnovarsi. Mentre le sue passate tempeste personali restano sullo sfondo di una vita ormai votata alla stabilità e alla cura di sé, i Red Hot Chili Peppers restano una presenza attiva e vitale sui palchi di tutto il mondo. Il traguardo di oggi non rappresenta un bilancio definitivo, ma un ulteriore capitolo aperto: l'auspicio è che la sua energia e la sua scrittura possano continuare a illuminare il percorso della band e dei suoi ascoltatori ancora a lungo.





Spooky Tooth, i grandi dimenticati del rock britannico



Spooky Tooth, i grandi dimenticati del rock britannico

 

Con il passare degli anni si accumulano ascolti, dischi, concerti, libri e ricordi. Si arriva persino a credere di avere una mappa abbastanza completa del rock degli anni Sessanta e Settanta. Poi, all'improvviso, riaffiora un nome che sembrava disperso in qualche angolo della memoria e ci si rende conto che il viaggio non finisce mai. È quello che mi è successo recentemente con gli Spooky Tooth, un gruppo che conoscevo, certamente, ma che era rimasto sepolto sotto strati di ascolti più frequenti e nomi più celebrati.

Del resto, è uno dei paradossi più affascinanti della musica rock. Accanto ai giganti che occupano stabilmente il centro della scena esistono decine di band che hanno contribuito a costruire quell'epoca straordinaria e che, per qualche motivo, finiscono periodicamente in secondo piano. Gli Spooky Tooth sono tra queste. Eppure, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, furono protagonisti di una stagione creativa intensa, lasciando una serie di album che ancora oggi conservano fascino, personalità e una sorprendente freschezza.

Da questa riscoperta nasce il desiderio di tornare a parlare di loro e di ripercorrere la storia di una delle formazioni più originali e sottovalutate del rock britannico.

Nati nel 1967 dall'incontro tra alcuni membri degli Art e il tastierista americano Gary Wright, gli Spooky Tooth portarono fin dall'inizio un approccio personale alla musica rock. Il nucleo storico della formazione comprendeva Mike Harrison alla voce e al pianoforte, Gary Wright alle tastiere e alla voce, Luther Grosvenor alla chitarra, Greg Ridley al basso e Mike Kellie alla batteria. Cinque musicisti provenienti da esperienze differenti che trovarono rapidamente un equilibrio creativo capace di distinguersi all'interno di una scena musicale in continua evoluzione.

Ciò che rendeva gli Spooky Tooth diversi da molte altre band contemporanee era soprattutto il dialogo vocale tra Harrison e Wright. La voce calda e intensa del primo si intrecciava con quella più morbida del secondo creando un'identità sonora immediatamente riconoscibile. A questo si aggiungeva una miscela di blues, rock duro, psichedelia, gospel e progressive che sfuggiva a qualsiasi classificazione rigida.

L'album di debutto It's All About, pubblicato nel 1968 e distribuito negli Stati Uniti con il titolo Tobacco Road, mostrava già una notevole maturità compositiva. Tuttavia, il vero salto di qualità arrivò l'anno successivo con Spooky Two, ancora oggi considerato il loro capolavoro. Brani come Better By You, Better Than Me, Evil Woman e Waiting For The Wind mettono in evidenza tutta la forza della band, capace di alternare energia e raffinatezza con una naturalezza impressionante.

Riascoltando oggi quelle registrazioni si scopre un gruppo che aveva compreso prima di molti altri come il rock potesse essere contemporaneamente potente e sofisticato. Le tastiere di Wright dialogano continuamente con la chitarra di Grosvenor, mentre la sezione ritmica costruisce un tappeto sonoro robusto ma sempre dinamico.

Nel 1970 gli Spooky Tooth diedero vita a uno dei progetti più audaci della loro carriera pubblicando Ceremony insieme al compositore francese Pierre Henry, uno dei pionieri della musica elettronica. L'album divise il pubblico ma rappresentò una testimonianza della curiosità artistica della band, poco incline a seguire percorsi prevedibili.

Nello stesso anno uscì The Last Puff, disco che segnò la conclusione della prima fase della loro storia. Dopo una temporanea separazione il gruppo tornò sulle scene con una nuova incarnazione che produsse altri lavori di notevole interesse. You Broke My Heart So I Busted Your Jaw del 1973 viene spesso considerato uno dei migliori album della seconda fase, seguito nello stesso anno da Witness e nel 1974 da The Mirror.


La discografia in studio comprende quindi:

It's All About (1968)

Spooky Two (1969)

Ceremony (1970)

The Last Puff (1970)

You Broke MyHeart So I Busted Your Jaw (1973)

Witness (1973)

The Mirror (1974)

A questi si aggiungeranno molti anni più tardi Cross Purpose (1998) e Nomad Poets (2001), testimonianza dell'affetto che musicisti e appassionati continuarono a nutrire per il nome Spooky Tooth.

Forse il destino della band è stato quello di trovarsi sempre accanto ai giganti senza mai diventare uno di essi. Erano contemporanei di Cream, Traffic, Free, Led Zeppelin, Deep Purple e Humble Pie. Condividevano con queste formazioni talento e ambizione, ma non riuscirono mai a raggiungere lo stesso livello di popolarità. Eppure, molti musicisti hanno riconosciuto nel tempo il valore del loro contributo.

La miglior porta d'ingresso per chi desidera scoprirli resta ancora oggi Spooky Two, un album che conserva intatto il fascino di un'epoca in cui il rock cercava continuamente nuove direzioni. Da lì si apre un percorso affascinante tra blues, psichedelia, hard rock e progressive, illuminato da musicisti che avevano scelto di seguire l'ispirazione senza preoccuparsi troppo delle mode.

Gli Spooky Tooth rimangono così una delle perle nascoste della musica britannica. Un gruppo da riscoprire, capace ancora oggi di sorprendere chi crede di conoscere già tutto il meglio che gli anni Sessanta e Settanta hanno saputo offrire.



sabato 31 ottobre 2026

Pink Floyd: il 31 ottobre del 1971 usciva "Meddle"

 


Meddle è il sesto album in studio dei Pink Floyd, pubblicato il 31 ottobre del 1971, e merita un minimo di analisi, essendo un punto di svolta nella discografia della band, un ponte tra il loro sound psichedelico iniziale e le sperimentazioni più mature degli anni a venire.

Il disco rappresenta un passo avanti nella maturazione del sound dei Pink Floyd, con arrangiamenti più complessi e una maggiore attenzione ai dettagli sonori, con l'uso di effetti speciali, strumenti inusuali e paesaggi sonori ambientali. L'atmosfera generale dell'album è onirica, introspettiva e a tratti malinconica, capace di creare un'esperienza d'ascolto unica e coinvolgente.

Vediamo le tracce…

 

Lato A

One of These Days – 5:57

A Pillow of Winds – 5:07

Fearless – 6:05

San Tropez – 3:40

Seamus – 2:15

Lato B

Echoes – 23:31

 


Formazione 

David Gilmour: voce principale, cori, chitarra elettrica, chitarra acustica, lap steel guitar, effetti sonori, armonica

Richard Wright: organo Hammond e Farfisa, pianoforte, voce, effetti sonori

Roger Waters: basso elettrico, chitarra acustica, voce, effetti sonori

Nick Mason: batteria, percussioni, piatti, effetti vocali, effetti sonori

 

Accenno superficialmente ai vari tasselli, nella speranza di stimolare la curiosità o la memoria… cliccare sui titoli blu per ascoltare l'audio.

Echoes: parto dalla fine, la traccia che occupa tutta la seconda facciata, il pezzo forte dell'album, un'epopea sonora di oltre 23 minuti che si snoda attraverso atmosfere oniriche, momenti di intensa emotività e sperimentazioni sonore. È un viaggio introspettivo che invita l'ascoltatore a perdersi nella musica.

One of These Days è un brano più aggressivo e ritmico, con un basso pulsante e la celebre frase di Roger Waters. Un contrasto interessante rispetto alla dolcezza di altri brani.

Pillow of Winds è una delicata ballata con la voce di David Gilmour che si fa strada su un tappeto di armonie vocali e chitarre acustiche.

Fearless, brano sperimentale, con suoni ambientali e effetti sonori che creano un'atmosfera misteriosa.

San Tropez, più ritmato e leggero, con un testo ironico che descrive un'esperienza di vacanza.

Seamus, traccia particolare, un blues, con il cane di Steve Marriott (chitarrista degli Humble Pie) che ulula come strumento musicale.

Meddle è considerato uno dei capolavori del progressive rock, un album che ha influenzato generazioni di musicisti, fondamentale nella discografia dei Pink Floyd, un punto di riferimento per tutti gli appassionati del genere.

L'album ha segnato l'abbandono definitivo delle sperimentazioni psichedeliche più estreme degli esordi, aprendo la strada a un sound che è poi quello che ha caratterizzato il loro periodo più prolifico.

Pur non avendo avuto un successo commerciale immediato come alcuni album successivi, "Meddle" ha contribuito ad accrescere la popolarità della band, soprattutto nel Regno Unito.

Con questo lavoro i Pink Floyd trovano la loro strada, creando un progetto su cui lavorare e spostando la forza creativa dei singoli verso una direzione chiara. Tutti hanno la possibilità di brillare di mettersi in mostra e certificare le loro skills, e ciò che ne esce fuori è, a mio giudizio, un grande album, un must per chiunque apprezzi la musica di qualità all’interno della variegata famiglia del rock. Ma questo è molto di più!


 


venerdì 30 ottobre 2026

Pavlov's Dog, il fascino di una leggenda rimasta nell'ombra

 


Pavlov's Dog, la voce che arrivava da un altro luogo


Confesso che non ascoltavo i Pavlov's Dog da parecchio tempo. La scomparsa di David Surkamp mi ha spinto a tornare sui loro dischi e, fin dalle prime note, mi sono chiesto ancora una volta come sia stato possibile che una proposta musicale tanto originale e affascinante non abbia mai ricevuto il riconoscimento che meritava. Riascoltandoli oggi colpisce soprattutto la voce di Surkamp, unica e immediatamente riconoscibile, capace di trasportare l'ascoltatore in una dimensione sospesa tra fragilità ed emozione. Personalmente mi ha sempre dato una sensazione particolare, quasi fosse una sorta di Roger Chapman dei Family declinato al femminile. Un paragone forse azzardato, ma che rende l'idea di quella timbrica fuori dagli schemi, teatrale, emotiva e impossibile da confondere con qualsiasi altra. Una voce che da sola basterebbe a rendere memorabile una band, ma che nei Pavlov's Dog trovava il sostegno di una scrittura raffinata e di un sound che ancora oggi conserva intatto il proprio fascino.

La loro storia è quella di un gruppo che ha raccolto molto meno di quanto abbia seminato, lasciando però un'impronta profonda nel cuore degli appassionati di rock progressivo.

Nel grande mosaico del rock progressivo degli anni Settanta esistono gruppi che hanno conquistato classifiche, copertine e folle oceaniche. Altri hanno seguito percorsi più appartati, costruendo nel tempo un culto fatto di passione, fedeltà e continue riscoperte. I Pavlov's Dog appartengono senza dubbio a questa seconda categoria.

Nati a St. Louis nel 1972, i Pavlov's Dog svilupparono fin dagli esordi una personalità difficilmente assimilabile a quella di qualsiasi altro gruppo americano dell'epoca. In una scena dominata da hard rock, southern rock e cantautorato elettrico, la band guidata da David Surkamp scelse una strada fatta di violino, mellotron, flauto e atmosfere sospese tra folk, progressive e romanticismo decadente.

L'elemento che più colpiva all'ascolto era proprio la voce di Surkamp. Acuta, vibrante, fragile e intensa al tempo stesso, rappresentava il marchio di fabbrica della formazione. Una voce capace di dividere gli ascoltatori, ma anche di rendere immediatamente riconoscibile qualsiasi brano del gruppo. Per molti appassionati è stata proprio questa unicità a trasformare i Pavlov's Dog in una delle realtà più affascinanti del progressive rock statunitense.

Il debutto arrivò nel 1975 con Pampered Menial, album che ancora oggi viene considerato il loro capolavoro. Brani come "Julia", "Late November" e "Of Once and Future Kings" mostrarono una scrittura raffinata, capace di alternare momenti delicati e passaggi più solenni senza mai perdere il proprio carattere emotivo. Dietro quelle composizioni si percepiva una ricerca espressiva che guardava all'Europa prog senza rinunciare alle radici americane.

L'anno successivo vide la pubblicazione di At the Soundof the Bell, lavoro impreziosito dalla presenza di musicisti di rilievo come Andy Mackay e Bill Bruford. Nonostante la qualità artistica, il momento storico non favorì la band. L'arrivo del punk e il cambiamento dei gusti del pubblico ridussero progressivamente lo spazio dedicato al rock progressivo.

La prima incarnazione del gruppo si concluse nel 1977 dopo la registrazione di un terzo album che rimase inedito per molti anni. Sembrava la fine di una storia durata troppo poco, ma il destino aveva in serbo un'altra possibilità. Negli anni successivi Surkamp continuò a fare musica e, a partire dagli anni Novanta, riportò in vita il nome Pavlov's Dog, dando avvio a una seconda stagione artistica che avrebbe prodotto nuovi album e riportato la band sui palchi internazionali.

Con il passare del tempo il gruppo è diventato uno dei simboli più autentici di quel prog americano rimasto spesso nell'ombra dei grandi nomi britannici. Una formazione che non ha mai rinunciato alla propria identità e che ha saputo trasformare una storia inizialmente incompiuta in una lunga avventura musicale.

L'ottobre 2026 ha segnato un momento particolarmente doloroso per i fan con la scomparsa di David Surkamp, voce, autore e anima creativa della band. La sua eredità resta però custodita in una discografia che continua a essere scoperta da nuove generazioni di ascoltatori.

Ascoltare oggi i Pavlov's Dog significa entrare in un universo dove la tecnica non è mai fine a sè stessa e dove l'emozione guida ogni scelta artistica. Un luogo musicale fatto di malinconia, eleganza e passione, nel quale la voce di Surkamp continua a risuonare come un richiamo lontano, impossibile da confondere con qualsiasi altra.

Da riascoltare senza indugio!





giovedì 29 ottobre 2026

Il debutto del Prog Italiano all'UniSavona: 1° lezione del nuovo corso



Un'aula affollata tra storia, copertine e l'esordio della Premiata Forneria Marconi

 

La sede Stella Maris, a Savona, ha registrato una grande affluenza di pubblico per l'inaugurazione del nuovo anno accademico 2026/2027 di UniSavona, per quanto riguarda il corso 57. Il primo dei sette incontri dedicati al rock progressivo italiano degli anni Settanta si è aperto di fronte a una platea numerosa ed eterogenea, composta per oltre il sessanta per cento da partecipanti che non avevano seguito il precedente percorso focalizzato sulle origini del genere e sulla scena britannica, argomento affrontato un paio di anni fa. Ciò ha comportato un riepilogo di quanto raccontato in precedenza, e quindi la prima parte della lezione - quest’anno della durata di 2 ore - si è concentrata sulla ricostruzione delle coordinate storiche e concettuali del genere. Per garantire una fruizione equilibrata anche a chi si avvicinava al tema per la prima volta, la trattazione ha integrato spiegazioni teoriche, contributi video a carattere divulgativo e ascolti guidati, cercando di creare un percorso fluido tra il contesto sociale dell'epoca e l'evoluzione linguistica della musica. In questo quadro si è inserito anche il contributo di Renata, coautrice insieme allo scrivente di un volume dedicato ai vinili, che ha illustrato la trasformazione del ruolo visivo e concettuale delle copertine degli album in quegli anni.

Nella seconda parte dell'incontro, stabilite le premesse storiografiche e visuali, l'attenzione si è spostata sui protagonisti della scena nazionale. L'introduzione alla storia e al percorso della Premiata Forneria Marconi è stata affidata a Fabrizio, anch'egli coautore del libro e presenze storica dei corsi, avviando così l'analisi del gruppo di riferimento del prog italiano.

Si proseguirà tra un paio settimane con altri due colossi del prog italiano, Orme e Banco del Mutuo Soccorso!







mercoledì 28 ottobre 2026

Il libro nell'era del ritmo visivo - Quando la cura della pagina riaccende il piacere della lettura



 Dall'esperienza dell'autore al layout contemporaneo: quando la forma dell'oggetto stampato diventa sostanza


Pubblico libri dedicati alla musica da ormai quindici anni. In un settore di nicchia come questo, trovare un editore disposto a stipulare un contratto senza chiedere contributi economici, al punto da farsi carico di ogni spesa di produzione, appare già come un piccolo privilegio. In un contesto simile si impara presto ad accettare le regole del gioco: non si guadagna nulla dalle vendite e non si mette bocca sulle scelte della redazione. Le proposte d'impostazione o le idee per le copertine vengono puntualmente bocciate, lasciando all'autore la sensazione che la veste del volume sia un territorio estraneo, un contenitore predefinito su cui non è concesso intervenire.

Con il tempo, questa distanza finisce per riflettersi anche sul ruolo di lettore, portando a una progressiva stanchezza nei confronti delle pagine stampate. L'illuminazione sul motivo di questo affaticamento è arrivata sfogliando California Dreamin' di Ezio Guaitamacchi. La sensazione immediata è stata quella di un meccanismo visivo capace di invogliare alla lettura, grazie a una conformazione interna pensata per accompagnare lo sguardo. Foto ben integrate, variazioni cromatiche, finestre di approfondimento e uno studio attento dei pieni e dei vuoti creano un ritmo narrativo fluido. La pagina cessa di essere un blocco denso di testo e diventa un percorso dinamico.

Questo episodio mette in luce una questione centrale dell'editoria contemporanea. Per lungo tempo, specialmente nella saggistica, la veste grafica interna è stata considerata un elemento secondario, una voce di spesa da ridurre al minimo. Molte realtà indipendenti o di media grandezza, condizionate da risorse limitate e da tempi di lavorazione stringenti, tendono ad adottare griglie d'impaginazione rigide e standardizzate. Il risultato è una forma uniforme che rischia di penalizzare anche i contenuti più interessanti, trasformando la lettura in un'esperienza faticosa.

In un panorama in cui i media digitali abituano a fruizioni rapide e visivamente articolate, il libro cartaceo è chiamato a valorizzare la propria natura di oggetto fisico. Un volume composto solo da righe consecutive, privo di respiro e di pause grafiche, fatica a competere con la frammentazione della nostra attenzione. La scelta di curare il book design con inserti, immagini e dettagli cromatici non rappresenta una concessione alla superficialità, ma un preciso strumento tecnico per facilitare la comprensione e mantenere vivo l'interesse.

Il contrasto tra la grande cura riservata ad alcune pubblicazioni di ampia diffusione e l'impostazione rigida della micro e piccola editoria apre una riflessione profonda per chi scrive e per chi pubblica. Se l'obiettivo finale rimane quello di trasferire idee e storie con efficacia, la forma visiva non può più essere separata dalla sostanza. La qualità della gabbia d'impaginazione e del layout interno è, a tutti gli effetti, parte integrante dell'esperienza di lettura.

Ma sarà così per tutti?



Sex Pistols: il 28 ottobre del 1977 usciva “Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols”


Il 28 ottobre del 1977 usciva per Virgin Records “Never Mind the Bollocks, Here's the Sex Pistols”, unico album in studio dei Sex Pistols.

L’album è considerato uno dei più influenti e controversi della storia del rock. Pubblicato in piena era punk, sconvolse l'establishment musicale e sociale, dando voce a una generazione di giovani arrabbiati e disillusi.

“Never Mind…” debuttò direttamente al primo posto della Official Albums Chart, guadagnando in breve tempo il disco d'oro nel Regno Unito. Nel 2013 è stato certificato doppio disco di platino dalla British Phonographic Industry. La rivista Rolling Stone nel 2004 lo ha inserito alla posizione n. 41 nella lista dei 500 migliori album di sempre. Nel 2006 l'album è stato selezionato dalla rivista Time come uno dei 100 migliori dischi di sempre. Nel 2016 Rolling Stone lo inserisce al terzo posto dei migliori 40 dischi punk della storia.


Cosa c’è alla base di band e album?

La musica dei Sex Pistols è caratterizzata da una semplicità quasi brutale. I riff di chitarra sono essenziali, la batteria martella ritmi incessanti e il basso fornisce una solida base ritmica. La voce di Johnny Rotten è rabbiosa, graffiante e carica di un'energia che trascina l'ascoltatore in un vortice di emozioni contrastanti.

I testi delle canzoni sono un vero e proprio attacco all'establishment, alla monarchia, alla società consumistica e ai valori borghesi. Brani come "God Save the Queen" e "Anarchy in the U.K." sono diventati inni per una generazione che si sentiva esclusa e disillusa.

L'uscita di "Never Mind the Bollocks" scatenò una vera e propria rivoluzione culturale. Il disco ha ispirato la nascita di numerose band punk in tutto il mondo e ha influenzato generi musicali come il post-punk, il grunge e l'alternative rock. La copertina provocatoria e i testi espliciti hanno generato scandalo e polemiche, ma hanno anche attirato l'attenzione dei media e dei giovani.

A distanza di decenni rimane un disco fresco perché i temi affrontati dai Sex Pistols sono ancora oggi molto attuali e la loro musica conserva tutta la sua energia e la sua potenza.

Sintetizzando "Never Mind the Bollocks" è un album fondamentale per capire la storia del rock e la cultura giovanile degli anni '70, un disco che ha sfidato le convenzioni, ha dato voce a una generazione e ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica.

Non resta che ascoltarlo (cliccare sul titolo) per avere un’idea precisa di un movimento che, con la sua entrata in scena, mandava momentaneamente - e rapidamente - in pensione la musica progressiva.

 

Lato A

Holidays in the Sun – 3:19

Bodies – 3:01

No Feelings – 2:48

Liar – 2:39

God Save the Queen – 3:20

Problems – 4:09

 

Lato B

Seventeen -2:01

Anarchy in the U.K. - 3:31

Submission - 4:10

Pretty Vacant - 3:15

New York - 3:03

E.M.I. - 3:09


Formazione

Johnny Rotten - voce

Steve Jones - chitarra, basso, seconda voce

Glen Matlock - basso in Anarchy in the U.K.

Sid Vicious - basso in Bodies e Holidays in the Sun

Paul Cook - batteria 






My Generation-The Who-61 anni ben portati


I hope I die before I get old

(Spero di morire prima di diventare vecchio)

 

Era il 1965 quando The Who scrissero un inno generazionale, “My Generation”. Per l’esattezza era il 28 ottobre, ben 61 anni fa, quando terminarono le registrazioni del terzo singolo del gruppo.

Non voglio ripercorrere la storia della band, più volte presente nei miei spazi in rete, ma evidenziare che Pete Townshend, Roger Daltrey, Keith Moon e John Entwistle, hanno percorso un lungo cammino, a dispetto del loro dichiarato, indecente e provocatorio proposito iniziale.

Keith e John si sono fermati a precedenti tappe temporali, ma continuano a vivere con noi che li abbiamo sempre e incondizionatamente amati. Di certo non avrebbero mai potuto pensare che ciò che stavano per far nascere avrebbe di fatto negato quel pensiero primitivo, perché attraverso la musica, e che musica, hanno trovato il modo per diventare immortali.

“My Generation” è uno degli inni del movimento mod. La canzone è caratterizzata da un riff d'introduzione di due note, seguito da un'alternanza di voce e coro. Fece ovviamente scalpore all'epoca il verso: «I hope I die before I get old» ("Spero di morire prima di diventare vecchio").

Come in molte altre tra le prime composizioni del gruppo, influenzati dalla cultura mod, sono presenti influenze del R&B statunitense, più esplicitamente nella forma a "domanda e risposta" dei versi della canzone con Daltrey che canta arrivando a balbettare dalla frustrazione e la ripetizione ossessiva del coro "Talkin' 'bout my generation".

E il balbettio di Daltrey?

Keith Moon riferì che: «Pete aveva scritto le parole della canzone su un foglio di carta e lo diede a Roger, che non le aveva mai lette prima. Così, mentre le leggeva per la prima volta, balbettò. In studio c'era Kit Lambert, che disse a Roger: "Quando canti continua a balbettare". Così fu, e il risultato lasciò tutti senza fiato. E pensare che tutto accadde solo perché Roger quel giorno aveva il raffreddore!».

Rivoluzionario l’assolo di basso elettrico di John Entwistle.

Quante canzoni contenevano assolti di basso elettrico nel 1965? Le altre band, del resto, non avevano John Entwistle. «Stava diventando il più rivoluzionario bassista del momento» ha scritto Townshend «e volevo fornirgli un mezzo per esprimere il suo incredibile modo di suonare». All’epoca, Entwistle usava bassi Danelectro con corde sottili che tendevano a rompersi ed erano difficili da trovare. Quando si rompevano, cambiava basso. Nel corso delle varie session durante le quali il pezzo fu inciso usò tre diversi bassi Danelectro e per la registrazione definitiva un Fender Jazz.

Non resta che ascoltarla come sottofondo di immagini che riguardano quella generazione!








lunedì 26 ottobre 2026

The Who: usciva il 26 ottobre del 1973 il manifesto generazionale "Quadrophenia"


Titolo: "Quadrophenia"

Artista: The Who

Pubblicazione: 26 ottobre 1973

Durata: 81:36

Dischi: 2

Tracce: 17

Genere: Opera rock

Etichetta: Track, Polydor, MCA

Produttore: The Who, Kit Lambert, Glyn Johns

 

"Quadrophenia" dei The Who è un album rock epico e senza tempo che meriterebbe un'analisi dettagliata. Ma credo che un disegno superficiale - il mio di oggi - unito al completo ascolto, possa essere più utile alla causa, quella che è finalizzata ad avvicinare i neofiti al rock.

Pubblicato nel 1973, l'album rappresenta uno dei punti più alti nella carriera degli Who e un classico intramontabile del genere.

Si tratta della seconda opera rock della band dopo "Tommy", ed è anche l'unico album degli Who interamente scritto dal solo Pete Townshend.

L'opera è un concept album che racconta la storia di Jimmy, un giovane mod nella Londra degli anni '60. La trama esplora le sfide e le frustrazioni che affliggono il ragazzo mentre cerca di trovare la sua identità in un mondo caotico e spesso ostile. L'album affronta temi come l'alienazione, la ribellione giovanile, l'amore, l'autodistruzione e l'accettazione di sé.

Musicalmente, "Quadrophenia" è un tour de force. Gli Who dimostrano la loro abilità straordinaria nel creare brani potenti e coinvolgenti, ma ciò  che rende l’album così speciale è l'abilità della band di trasmettere emozioni attraverso la musica. La voce di Roger Daltrey è piena di passione e intensità, catturando perfettamente il tormento interiore di Jimmy. I testi di Townshend sono ricchi di poesia e offrono una narrazione coinvolgente e la sezione ritmica è uno dei punti di forza del disco.

L'album presenta anche una varietà di stili musicali, che vanno dal rock duro ed energetico di brani come "The Real Me" e "5:15" alla delicata ballata "Love Reign O'er Me". L'uso di strumenti orchestrali e arrangiamenti complessi aggiunge ulteriore profondità e dimensione all'opera.

Uno dei punti salienti di "Quadrophenia" è la produzione impeccabile di Kit Lambert e degli Who stessi, capaci di creare un capolavoro assoluto. 

L'album cattura l'anima e lo spirito di un'intera generazione, offrendo una colonna sonora iconica per l'adolescenza ribelle. La sua combinazione di musica eccezionale, testi profondi e narrativa coinvolgente lo rende un album che merita di essere ascoltato e apprezzato ancora oggi.


È stato detto:

“Tutta la grandezza degli Who è racchiusa qua dentro”

 

A distanza di qualche anno, nel 1979, “Quadrophenia” è divenuto un film - diretto da Franc Roddam -, pellicola che ha contribuito e mettere in risalto una cultura, un modo di vivere, un periodo importante amplificato dalla musica degli Who.


Tracce 

Testi e musiche di Pete Townshend.

 

Lato A

I Am the Sea (strumentale) – 2:08

The Real Me – 3:20

Quadrophenia (strumentale) – 6:15

Cut My Hair– 3:46

The Punk and the Godfather – 5:10

 

Lato B

I'm One – 2:39

The Dirty Jobs – 4:30

Helpless Dancer – 2:32

Is It in my Head – 3:46

I've Had Enough – 6:14

 

Lato C

5:15 – 5:00

Sea and Sand – 5:01

Drowned – 5:28

Bell Boy – 4:56

 

Lato D

Doctor Jimmy – 8:42

The Rock (strumentale) – 6:37

Love, Reign o'er Me – 5:48

Formazione

Roger Daltrey – voce

Pete Townshend – chitarra, sintetizzatore, banjo, effetti sonori, voce

John Entwistle – basso, corno, voce

Keith Moon – batteria, percussioni, voce in Bell Boy

Altri musicisti

Chris Stainton – pianoforte (tracce: B2, B3, C1, C3)

Jon Curle – speaker radiofonico


ASCOLTO


The Who dal vivo nel 1974







domenica 25 ottobre 2026

L'Ombra della Sera apre il 1° Festival Prog d'Autunno al Teatro di Valleggia


Il 1° Festival Prog a Quiliano - Prog Rock d'Autunno - ha inaugurato il suo percorso al Teatro Nuovo di Valleggia, portando sul palco un genere che ancora mancava all'interno di una programmazione annuale già ricca e articolata. La nascita della rassegna rappresenta una vera e propria sfida, guidata dall'amore per una musica di nicchia e scaturita da una naturale comunione di intenti con i membri del direttivo della struttura, uniti dal desiderio di mettersi in gioco e offrire qualcosa di nuovo al territorio.

La macchina organizzativa ha richiesto un intenso lavoro di squadra, articolato in una capillare campagna promozionale sia fisica sia online e nella scelta di formazioni capaci di rappresentare al meglio lo spessore della scena. In questa prima giornata, un contributo determinante per la riuscita dell'evento è arrivato da Eddy Elettroacustica, che ha garantito una resa del service impeccabile, regalando un risultato sonoro di assoluta eccellenza.

Prima dell'esibizione, il pubblico ha potuto assistere a un momento di approfondimento inedito e prezioso. Grazie ai tempi a disposizione, Mauro Selis ha condotto una conversazione di quindici minuti direttamente in sala, con i componenti della band scesi dal palco e seduti di fronte alla prima fila. Questa formula ha permesso di superare la consueta fretta con cui vengono presentati i progetti discografici, offrendo una chiave di lettura immediata e intima prima dell'ascolto.

Sul piano visivo e musicale, la serata ha confermato le attese più alte. L'Ombra della Sera ha portato in scena Segreti nel Nero, un'opera che affonda le radici nella memoria collettiva degli sceneggiati televisivi degli anni Settanta, rielaborando quelle atmosfere cupe, esoteriche e misteriose con una sensibilità contemporanea. Il progetto, nato come costola concettuale e sonora della band d'origine, la Maschera di Cera, si muove con naturalezza tra suggestioni cameristiche, psichedeliche e jazz, trasformando ogni brano in un capitolo di un romanzo sonoro. La proiezione di frammenti visivi originali ha restituito la dimensione del cine-concerto, in cui il suono dialoga direttamente con la pellicola e con l'immaginario di un'epoca.


Resta aperta la sfida della partecipazione: se da un lato la qualità dell'offerta e la cura organizzativa sono state indiscutibili, dall'altro la risposta del pubblico mostra come la costruzione di un nuovo pubblico per il progressive richieda tempo e continuità.

Ora lo sguardo si sposta al secondo appuntamento della rassegna, previsto per il 6 novembre, che vedrà sul palco Paola Tagliaferro e La Compagnia dell'Es. La serata si dividerà tra la presentazione del suo progetto personale e una seconda parte interamente dedicata a un omaggio a Greg Lake, proseguendo il percorso di approfondimento legato alla grande musica d'autore.


I PROTAGONISTI SUL PALCO

Fabio Zuffanti

Alessandro Corvaglia

Andrea Orlando

Agostino Macor

Martin Grice


Fotografie di Fulvio Bava
Riprese Video Fulvio Marella