Basato solo su memorie indirette e
sul racconto di Mauro Gilli
I Perception erano
una band nata tra Genova e Savona all’inizio degli anni Settanta, ricordata
oggi attraverso pochi frammenti, qualche fotografia e le memorie non sempre
nitide di chi ne fece parte. La formazione vedeva Lino alla voce,
genovese, riconoscibile nella foto come l’ultimo a destra; Riccardo Gabutti,
savonese, al basso, il primo a sinistra; Mauro Gilli, savonese, alla
batteria e Mauro, il chitarrista genovese - con gli occhiali - che completava
il gruppo.
Le foto sono state scattate ai giardini del Prolungamento di Savona
Il racconto che emerge non nasce da testimonianze dirette di
concerti o prove, perché non ho mai sentito suonare la band e non esistono
video o registrazioni. Tutto ciò che si può ricostruire proviene da miei vecchi
ricordi di Gabutti e Gilli, impressioni di un’epoca in cui il rock aveva un
ruolo diverso, più istintivo e meno filtrato.
Secondo ciò che Gilli ricorda, i Perception erano spinti da
una passione intensa, quella che porta a scegliere brani potenti e senza
compromessi: Black Sabbath, Led Zeppelin, Jethro Tull, Ten Years After,
Hendrix. Un repertorio che li portò a esibirsi soprattutto fuori dai circuiti
più tranquilli, dove quel suono veniva accolto con maggiore curiosità.
Le foto che oggi riemergono - inviate di recente da Mauro
Gilli, che vive lontano - restituiscono un momento sospeso: quattro ragazzi
seduti sull’erba, con gli abiti dell’epoca, un attimo di pausa che sembra
rubato tra un viaggio, una prova o un concerto. Lino con la naturale presenza
da frontman, Gabutti con la solidità del bassista, Gilli con l’energia del
batterista, e il chitarrista con quella concentrazione silenziosa che
appartiene a chi cerca sempre il suono giusto.
I Perception non hanno lasciato dischi, registrazioni o
tracce ufficiali. Hanno lasciato ricordi, racconti, sensazioni, e la memoria di
una stagione musicale vissuta senza filtri. Un frammento di gioventù che oggi
sopravvive solo nelle parole di chi c’era e nelle poche immagini che il tempo
ha conservato.
Phil Collins pubblica una versione live inedita di You Know
What I Mean e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di Face
Value
Phil Collinscelebra i quarantacinque anni di Face Value con
un annuncio che farà felici gli appassionati. A settembre arriverà un cofanetto
deluxe in vinile da quattro LP che ripercorre la nascita del suo primo album
solista e ne amplia la storia con materiali mai pubblicati prima. In parallelo
è stata condivisa una versione live inedita di You
Know What I Mean, registrata al Perkins Palace di Pasadena nel
1982, un documento prezioso che restituisce l’intimità e la fragilità emotiva
del brano in una veste completamente diversa da quella in studio.
Il cofanetto sarà disponibile dal 18 settembre e offrirà un
viaggio approfondito nell’universo creativo di Collins. Oltre all’album
originale, la raccolta includerà due concerti mai pubblicati, registrati al
Perkins Palace nel 1982 e all’Irvine Meadows nel 1985. Sarà presente anche una
versione scartata e mai resa pubblica della cover di Tomorrow Never Knows
dei Beatles, un brano che Collins aveva già reinterpretato in chiusura
dell’album ma che qui appare in una forma alternativa. Tra le rarità spicca inoltre
la versione integrale di Over The Rainbow, della quale nel disco del
1981 si ascoltava soltanto un breve frammento.
Il materiale dal vivo aggiunge un tassello importante alla
comprensione di Face Value, album nato in un momento personale complesso
e diventato nel tempo una pietra miliare della musica pop e rock degli anni
Ottanta. Nel cofanetto trovano spazio anche due esibizioni acustiche rare,
tratte da The Secret Policeman’s Other Ball, in cui Collins e il
chitarrista Daryl Stuermer propongono In The Air Tonight e The Roof
Is Leaking in una forma essenziale e intensa.
Accanto alla versione in vinile sarà disponibile una edizione
Blu-ray Audio che propone un nuovo mix Dolby Atmos, insieme ai mix 5.1 e stereo
del 2026 curati da Steven Wilson. Il disco includerà anche la versione
rimasterizzata del 2016 del mix originale, offrendo così un panorama completo
delle diverse interpretazioni sonore dell’album.
A quarantacinque anni dalla sua uscita, Face Value continua
a raccontare una storia personale e artistica che non ha perso forza. Il nuovo
cofanetto e la pubblicazione dell’inedito live confermano quanto l’opera di
Collins resti viva, capace di parlare ancora oggi con la stessa sincerità che
l’ha resa un classico.
Sessant'anni di rock 'n' roll e
un'energia inesauribile: come Mick Jagger, l'icona che ha sfidato il tempo,
continua a emozionare il pianeta
Michael Philip Jagger, nato il 26 luglio 1943 a Dartford,
Kent, in Inghilterra, non fu un predestinato alle luci sfavillanti del rock and
roll secondo i canoni convenzionali della sua epoca. Cresciuto in una famiglia
della classe media, con un padre insegnante di educazione fisica e una madre
casalinga, il giovane Michael mostrò presto un’intelligenza vivace e un
interesse per la musica che andava oltre le melodie popolari del momento.
La svolta cruciale nella sua vita avvenne sui binari della
stazione di Dartford, dove un incontro casuale con un ex compagno di scuola, Keith
Richards, riaccese una scintilla sopita. Entrambi condividevano una
profonda passione per il blues americano, artisti come Muddy Waters, Howlin'
Wolf e Chuck Berry fornirono la colonna sonora di una nascente ribellione
giovanile. Questa comune ammirazione fu il terreno fertile su cui germogliarono
i primi semi di quella che sarebbe diventata una delle band più influenti della
storia della musica: i Rolling Stones.
La Londra dei primi anni ’60 era un crogiolo di fermento
culturale, e i Rolling Stones si inserirono in questo contesto con un’energia
grezza e un’attitudine sfrontata che li distingueva dalle band più patinate
dell’epoca. Jagger, fin da subito, si impose come un frontman dirompente. La
sua presenza scenica era inedita: una combinazione di movenze serpentine,
labbra carnose che si spalancavano in un sorriso ora sardonico ora lascivo, e
una voce che poteva passare da un sussurro blues a un urlo potente e graffiante.
Successi come "(I Can't Get No) Satisfaction"
(1965) proiettarono la band e Jagger nell’olimpo della musica mondiale. Il
brano, con il suo riff di chitarra iconico e il testo che esprimeva un senso di
frustrazione giovanile, divenne un inno per un’intera generazione. Jagger
incarnava perfettamente lo spirito di quel momento: un misto di ribellione,
desiderio di libertà e una sensualità ambigua che scandalizzava e affascinava
allo stesso tempo.
Negli anni successivi, Jagger e i Rolling Stones inanellarono
una serie di album e singoli che definirono il suono del rock. "Paint It Black" (1966) con le sue atmosfere oscure e l’uso del sitar, "Sympathy for the Devil" (1968) con i suoi ritmi tribali e l’evocativo testo,
"Gimme Shelter" (1969) con la sua tensione apocalittica, sono
solo alcuni esempi della loro straordinaria produzione. In ognuno di questi
brani, la voce e la presenza di Jagger erano elementi centrali, capaci di
trasmettere una vasta gamma di emozioni e di dare corpo alle narrazioni delle
canzoni.
Dietro l’immagine della rockstar selvaggia, Jagger dimostrò
presto di possedere un acume imprenditoriale non comune. Fu una figura chiave
nel guidare la band attraverso le turbolenze del music business, gestendo con
astuzia le dinamiche interne e le negoziazioni contrattuali. La sua visione
strategica contribuì in modo significativo alla longevità e al successo
duraturo dei Rolling Stones.
La carriera solista di Jagger, pur non eclissando mai il suo
impegno con la band, ha offerto ulteriori sfaccettature del suo talento. Album
come She's the Boss(1985) e Wandering Spirit
(1993) esplorarono sonorità diverse e misero in luce la sua versatilità come
interprete e autore. Tuttavia, è sul palco con i Rolling Stones che la sua
energia primordiale si manifesta in tutta la sua potenza.
Il passare degli anni, lungi dal fiaccare la sua energia,
sembra averla trasformata in una sorta di leggenda vivente. Vederlo ancora oggi
muoversi con la stessa agilità e cantare con la stessa passione di decenni fa è
uno spettacolo che incanta e sorprende. La sua dedizione alla performance live
è leggendaria, e i concerti dei Rolling Stones continuano ad essere eventi di
portata globale.
Oggi, a dispetto di un passato costellato di eccessi e di una
giovinezza vissuta al ritmo frenetico del rock and roll, l'attuale Mick Jagger
incarna una sorprendente metamorfosi, e la sua leggendaria energia sul palco è
alimentata da una disciplina quasi ascetica: allenamenti rigorosi,
un'alimentazione curata e uno stile di vita sorprendentemente salutista. Questa
dedizione al benessere fisico, in netto contrasto con le cronache di un tempo,
non solo gli permette di mantenere intatta la sua vitalità artistica, ma
aggiunge un ulteriore strato di fascino alla sua figura iconica. È come se
l'anima ribelle degli esordi avesse trovato un nuovo modo, paradossalmente più
controllato, per continuare a incendiare il mondo con la sua inesauribile
elettricità.
Mick Jagger non è solo un musicista; è una figura epocale che
ha influenzato generazioni di artisti e ha contribuito a plasmare l’immaginario
collettivo. La sua capacità di rimanere rilevante attraverso i cambiamenti
sociali e musicali testimonia una profonda comprensione del proprio ruolo e
un’instancabile volontà di evolvere senza mai tradire la propria essenza. La
sua è la storia di un’elettricità primordiale, scatenata su un binario
ferroviario e propagatasi in ogni angolo del mondo, continuando a risuonare con
la stessa forza dirompente dei suoi esordi.
Compie gli anni José Octavio "Chepito" Areas
Dávila, nato il 25 luglio 1946 a León, Nicaragua, è un celebre
percussionista il cui stile innovativo è stato fondamentale nel definire il
suono del latin rock. Conosciuto soprattutto per il suo ruolo fondante
nell'iconica band Santana,i contributi di Areas ai timbales e
alle congas hanno permesso di forgiare una fusione unica di rock e musica
latinoamericana, garantendogli un posto d'onore nella Rock and Roll Hall of
Fame.
Il percorso musicale di Areas è iniziato presto, provenendo
da una famiglia di musicisti affermati; il suo bisnonno, José de la Cruz Mena,
era un rinomato compositore. In gran parte autodidatta alle percussioni e alla
tromba, Chepito ha sviluppato un approccio distinto che fondeva ritmi latini
tradizionali con una nascente sensibilità rock. Questa prospettiva unica lo ha
contraddistinto e ha gettato le basi per la sua carriera rivoluzionaria.
Nel 1969, Areas si unì ai Santana, un momento cruciale che
avrebbe cambiato il panorama della musica popolare. La sua abilità
percussionistica divenne un elemento distintivo dei primi e più influenti album
della band, tra cui Santana (1969), Abraxas (1970)
e Santana III(1971). I suoi dinamici assoli di timbales e
l'intricato interscambio ritmico furono cruciali per successi come "Soul Sacrifice", che affascinò il pubblico di Woodstock nel 1969. La
capacità di Areas di integrare senza soluzione di continuità la complessità
delle percussioni latine in una struttura rock fu rivoluzionaria, co-creando
efficacemente il genere latin rock.
Oltre al suo primo periodo con i Santana (1969-1977 e poi
1987-1989), Areas ha anche esplorato progetti da solista. Nel 1974, pubblicò un
album omonimo, José "Chepito" Area, su CBS Records, mettendo in
mostra i suoi talenti in uno stile latin funk. Questo album includeva brani
come "Guarafeo", "Funky Folsom" e "Guaguanco in Japan", consolidando ulteriormente la sua reputazione di artista
versatile e influente. Ha anche partecipato al progetto del 1997 "Abraxas Pool", riunendosi con diversi membri originali dei Santana, tra cui
Gregg Rolie, Neal Schon, Michael Carabello e Michael Shrieve.
Nel 1998, José "Chepito" Areas è stato
meritatamente inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei
Santana, a testimonianza del suo profondo impatto sulla musica. La sua eredità
perdura come uno dei percussionisti più influenti al mondo, il cui genio
ritmico non solo ha spinto i Santana alla fama internazionale, ma ha anche
giocato un ruolo cruciale nell'introdurre il latin rock a un pubblico globale.
Il lavoro di Areas lo segna come un vero pioniere di un genere.
Oggi, 25 luglio 2026, ricorre il sesto anniversario
della morte di Peter Green, un
nome che evoca rispetto e ammirazione nel pantheon dei giganti del blues e del
rock.
Scomparso serenamente nel sonno all'età di 73 anni, Green è
stato molto più di un chitarrista; è stato l'anima e il cuore pulsante dei
primi Fleetwood Mac, un artista la cui musica ha trasceso i generi,
toccando corde profonde nell'animo di milioni.
Nato Peter Allen Greenbaum a Londra nel 1946, il suo viaggio
musicale iniziò nella vibrante scena blues britannica degli anni '60. Dopo un
periodo formativo con i John Mayall's Bluesbreakers, dove raccolse l'eredità di
Eric Clapton, Green fondò i Fleetwood Mac nel 1967 con Mick Fleetwood e John
McVie. Questa formazione originale creò un sound unico, intriso di blues
purissimo, ma con un'inventiva e una sensibilità che andavano oltre i confini
del genere.
La sua chitarra, in particolare la celebre Gibson Les Paul
del 1959 soprannominata "Greeny", produceva un timbro inconfondibile:
caldo, vellutato, ma capace di esprimere una gamma emotiva sorprendente. Non
era un esibizionista tecnico, ma un narratore, un musicista che privilegiava il
sentimento e l'espressività. Brani come la malinconica e atmosferica "Albatross",
l'intensa "Oh Well" e la potente "Black Magic Woman"
(resa celebre in seguito da Santana) sono pietre miliari che dimostrano la sua
genialità compositiva e interpretativa. La sua voce, seppur non di grande
estensione, possedeva una sincerità disarmante, capace di rendere ogni parola
un'emozione palpabile. Peter Green era un bluesman autentico, che incanalava le
sue esperienze e la sua sensibilità in ogni nota.
Tuttavia, il successo travolgente e le pressioni del mondo
musicale ebbero un impatto devastante sulla sua già fragile salute mentale.
L'abuso di droghe e una profonda crisi spirituale lo portarono a lasciare i
Fleetwood Mac nel 1970, un evento che segnò l'inizio di un lungo e tormentato
periodo lontano dai riflettori, segnato dalla lotta contro la schizofrenia.
Nonostante le difficoltà, la musica rimase sempre una parte
intrinseca del suo essere. Negli anni '90 e 2000, Green tornò a esibirsi con la
sua Peter Green Splinter Group, mostrando a tratti la sua inconfondibile magia,
sebbene con una presenza scenica più contenuta e riflessiva. Il mondo della
musica non lo dimenticò mai, e numerosi artisti, da Gary Moore a Joe Bonamassa,
lo hanno sempre citato come una fonte di ispirazione fondamentale.
Cinque anni dopo la sua scomparsa, l'eredità di Peter Green è
più viva che mai. Il suo approccio alla chitarra, la sua capacità di infondere
anima in ogni melodia e la sua onestà artistica continuano a ispirare musicisti
e fan. Il "Greeny tone", quella miscela unica di magia, malinconia e
profondità emotiva, rimane un punto di riferimento per chiunque si avvicini al
blues con il cuore.
Il 25 luglio del 1951, nasceva Verdine
White, una vera leggenda della musica e il cuore pulsante di una
delle band più influenti di tutti i tempi: gli Earth, Wind & Fire. Verdine
non è stato solo il bassista di un gruppo che ha venduto milioni di dischi, ma
un vero innovatore che ha ridefinito il ruolo del basso nella musica funk, soul
e R&B.
Il contributo di Verdine White al sound degli Earth, Wind
& Fire è immenso e inconfondibile. Le sue linee di basso non sono semplici
accompagnamenti, ma vere e proprie melodie danzanti che si intrecciano con la
sezione ritmica, creando un groove inarrestabile. Con una formazione che univa
influenze classiche, jazz e Motown, Verdine ha saputo fondere complessità
tecnica con una sensibilità per il groove che pochi altri bassisti hanno eguagliato.
Ascoltando brani come "September" "Shining Star"
o "Boogie Wonderland" si percepisce immediatamente il suo
tocco magico: basso percussivo, note staccate, e un senso del ritmo che ti fa
muovere il corpo senza pensarci. È stato classificato tra i 50 più grandi
bassisti di tutti i tempi da Rolling Stone, un riconoscimento più che meritato.
Ma Verdine White non è solo un bassista incredibile; è un performer
nato. La sua presenza scenica è leggendaria. Con i suoi abiti scintillanti e i
suoi movimenti energici, Verdine è l'incarnazione del "fuoco" degli
Earth, Wind & Fire. Non si limita a suonare il basso, ma balla, salta e
coinvolge il pubblico con un'energia contagiosa che ha reso ogni concerto della
band un'esperienza indimenticabile. La sua gioia pura e la sua passione per la
musica traspaiono in ogni nota e in ogni passo, dimostrando come la musica sia
anche un'esperienza visiva ed emotiva.
Come co-fondatore degli Earth, Wind & Fire insieme al
fratello Maurice White, Verdine ha contribuito a forgiare un sound unico che
fondeva generi come funk, soul, R&B, jazz e influenze africane. La band, e
con essa il basso di Verdine, ha lasciato un'eredità indelebile nella musica
globale, influenzando generazioni di musicisti e rimanendo una colonna sonora
indispensabile per celebrazioni e momenti di gioia. Verdine è l'unico membro
fondatore che continua a portare avanti la band, mantenendo vivo lo spirito e
il groove che li hanno resi iconici.
Rick Wakemantorna su Marte. Il tastierista inglese ha pubblicato il
trailer del suo nuovo album di progressive rock, Return
To The Red Planet, annunciando l’uscita ufficiale per il 16
ottobre sotto l’etichetta Madfish Records. Il disco rappresenta il seguito
diretto di The Red Planet, pubblicato nel 2020, e riprende il viaggio
immaginifico che Wakeman aveva iniziato sei anni fa.
Per questo nuovo capitolo Wakeman si riunisce con la sua
English Rock Ensemble, la formazione che negli anni ha accompagnato molte delle
sue avventure musicali. La band comprende Lee Pomeroy, Dave Colquhoun, Adam
Falkner e Mollie Marriott, un gruppo affiatato che contribuisce a dare al
progetto un carattere solido e riconoscibile. Il trailer diffuso in queste ore
offre un assaggio delle atmosfere del disco, tra tastiere monumentali,
progressioni narrative e un immaginario fantascientifico che da sempre
appartiene al mondo creativo di Wakeman.
Il musicista ha spiegato che l’idea del nuovo album è nata
analizzando i dati e le fotografie più recenti provenienti da Marte. Ha
raccontato che, osservando quel materiale, ha percepito la presenza di un nuovo
racconto musicale che aspettava soltanto di essere scritto. Ha aggiunto che
c’era molto altro da dire sul pianeta rosso, sia dal punto di vista musicale
sia da quello spirituale, e che questo lo ha spinto a tornare idealmente su
Marte per proseguire la sua esplorazione artistica.
Wakeman aveva già anticipato alcuni dettagli parlando con Prog.
In quell’occasione aveva raccontato di essersi ispirato anche alla sua
esperienza con David Bowie, precedente ai suoi anni con gli Yes. Durante la
registrazione di Life On Mars? i due avevano discusso a lungo del
pianeta rosso. Bowie era incuriosito da Marte, anche se non quanto Wakeman, e
quelle conversazioni hanno lasciato un segno. Da qui è nato Bowie’s Vision,
un brano che Wakeman considera un tributo sincero e di cui si dice molto soddisfatto.
Tra le tracce del nuovo album ci sarà anche una composizione
dedicata alle tre epoche geologiche di Marte. Wakeman ha spiegato che il
pianeta si è formato in tre periodi distinti nell’arco di miliardi di anni e
che questa struttura temporale gli ha suggerito una suite progressiva,
costruita come un viaggio attraverso le fasi della nascita e dell’evoluzione
del pianeta.
Return To The Red Planet si presenta così come un’opera che unisce scienza,
immaginazione e musica, un nuovo tassello nella lunga carriera di un artista
che continua a esplorare mondi reali e mondi interiori con la stessa curiosità.
Il bilancio della rassegna tra
partecipazione di quartiere, approfondimento critico e rigenerazione degli
spazi pubblici
Il ciclo di appuntamenti "Luglio: OltreLetimbro in
Musica, promosso dal Quartiere Oltreletimbro con il patrocinio del Comune
di Savona, si è chiuso lasciando sul campo un risultato che va oltre la
semplice programmazione artistica. L'obiettivo primario della manifestazione
era infatti quello di riattivare le dinamiche di socializzazione nel quartiere,
restituendo vita e fruizione positiva all'area di Piazza Maestri
dell'Artigianato. L'ampia e costante risposta di pubblico, registrata sia nelle
serate all'aperto sia negli incontri in sede, ha confermato la validità di un
progetto capace di coniugare il valore culturale al presidio del territorio.
L'itinerario si è aperto con il recital di chitarra classica
di Renato Procopio, una serata dedicata al mondo iberico attraverso le
opere di Francisco Tárrega, Dionisio Aguado, Isaac Albéniz e Manuel de Falla.
L'acustica della piazza e la risposta della cittadinanza hanno subito mostrato
come lo spazio urbano potesse trasformarsi in un luogo d'ascolto condiviso.
A questa tappaminiziale ha fatto seguito il primo momento di approfondimento nella sede di Via Scarpa,
dove la conferenza di Athos Enrile sulle figure femminili del rock anni
Settanta...
... ha analizzato le dinamiche di resilienza e affermazione artistica
all'interno dell'industria musicale dell'epoca.
Il successivo concerto Journey to the Orient, che ha
visto Silvia Schiaffino al flauto e Renato Procopio alla chitarra impegnati
nella presentazione del loro lavoro discografico, ha rappresentato il punto di
snodo della rassegna.
La grande affluenza in Piazza Maestri dell'Artigianato ha
evidenziato la funzione della musica come strumento di rigenerazione urbana:
l'occupazione temporanea e qualificata dello spazio pubblico ha risposto con i
fatti alle storiche criticità della zona, dimostrando che la presenza attiva
dei cittadini e il presidio comunitario costituiscono l'elemento chiave per
restituire vivibilità ai luoghi.
A chiudere il percorso è stato l'incontro dedicato al Club
dei 27, condotto da Athos Enrile affiancato da Mauro Selis.
Ricostruendo le
parabole umane e artistiche di figure come Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim
Morrison, l'analisi ha superato la retorica del mito per affrontare i temi
della solitudine, della fragilità e delle pressioni sociali, offrendo una
chiave di lettura vicina alle inquietudini giovanili di ogni epoca.
Il bilancio finale della rassegna attesta quindi il successo
di un impianto equilibrato, capace di alternare l'esecuzione dal vivo alla
divulgazione saggistica. Più che un punto d'arrivo, l'esperienza di questo mese
intende porsi come la chiave d'apertura di un percorso a lungo termine, pensato
per consolidare la coesione sociale e continuare a restituire centralità alla
vita di quartiere attraverso nuove occasioni di incontro e confronto condiviso.
Il 23 luglio è una data incisa a fuoco nel calendario
di ogni appassionato di rock, in quanto si celebra il compleanno di Saul Hudson,
universalmente venerato come Slash.
Con il suo distintivo cappello a cilindro, gli occhiali da sole perennemente
calati sul naso e una chitarra Les Paul che sembra un'estensione del suo corpo,
Slash non è solo un musicista, ma una vera e propria icona culturale, un
artigiano del suono che ha plasmato il volto del rock moderno.
Nato a Hampstead, Londra, e cresciuto tra le pulsanti scene
musicali di Stoke-on-Trent e Los Angeles, Slash ha trovato la sua vocazione
nella chitarra fin da giovane, immergendosi nel blues e nell'hard rock che
avrebbero poi infuso il suo stile inconfondibile. La sua ascesa alla fama è
indissolubilmente legata ai Guns N' Roses, la band che ha co-fondato e
con cui ha ridefinito il concetto di rock'n'roll negli anni '80 e '90. I suoi
riff, da quelli incendiari di "Welcome to the Jungle" e "Paradise City" alle melodie struggenti di "Sweet Child o' Mine"
e l'epica chitarra di "November Rain", non sono semplici note,
ma veri e propri inni generazionali. La sua abilità nel fondere l'aggressività
del punk con la profondità del blues e l'immediatezza dell'hard rock lo ha
elevato a un pantheon di chitarristi leggendari, influenzando innumerevoli
musicisti in tutto il mondo.
Dopo aver contribuito a vendere milioni di dischi e a
riempire stadi in ogni angolo del globo con i Guns N' Roses, Slash ha
dimostrato una notevole capacità di reinventarsi. Ha esplorato nuove sonorità
con progetti come gli Slash's Snakepit, dove ha potuto esprimere la sua visione
artistica senza compromessi, e successivamente con i Velvet Revolver, una
superband che ha saputo rivitalizzare il panorama rock dei primi anni 2000,
conquistando un Grammy Award e dimostrando che il suo tocco magico non aveva
perso smalto.
La sua carriera solista, avviata con l'omonimo album Slash
nel 2010, ha ulteriormente cementato il suo status. Collaborando con
un'eclettica schiera di voci straordinarie – da Ozzy Osbourne a Fergie, da
Chris Cornell a Iggy Pop – ha dimostrato la sua versatilità e la sua capacità
di tessere trame sonore che esaltano ogni artista. La collaborazione più
duratura e acclamata è senza dubbio quella con Myles Kennedy & The
Conspirators, con cui ha pubblicato diversi album di successo come Apocalyptic Love e Living the Dream, confermando una sinergia
artistica potente e apprezzatissima dai fan e dalla critica.
Oggi, mentre spegne un'altra candela, Slash è tutt'altro che
fermo. Continua a entusiasmare folle oceaniche con i Guns N' Roses riuniti,
dimostrando una vitalità e una passione per la musica che sembrano
inesauribili. La sua influenza va oltre la musica: è un simbolo di
perseveranza, autenticità e di quella "rock star attitude" che pochi
altri sono riusciti a incarnare con tale carisma. La sua chitarra non è solo
uno strumento, ma una voce che racconta storie di ribellione, amore, perdita e
trionfo.
Il mondo del blues e della musica tutta ricorda oggi la scomparsa
di John Mayall, leggendario musicista
britannico, che ci ha lasciati il 24 luglio 2024 all'età di 90 anni.
Considerato a buon diritto il "Padrino del Blues
Britannico", Mayall non è stato solo un prolifico compositore, cantante,
tastierista e armonicista, ma anche e soprattutto un catalizzatore di talenti,
la cui influenza si è irradiata ben oltre il suo vasto catalogo musicale.
Nato a Macclesfield, Cheshire, nel 1933, John Mayall è
cresciuto immerso nella musica jazz e blues, sviluppando fin da giovane una
profonda passione per artisti americani come Lead Belly, Albert Ammons e Josh
White. Fu questa fascinazione a spingerlo, nei primi anni '60, a fondare i Bluesbreakers,
un gruppo che sarebbe diventato una vera e propria fucina di alcuni dei più
grandi nomi della storia del rock e del blues.
La peculiarità di Mayall non risiedeva solo nella sua
autentica interpretazione del blues americano, ma nella sua straordinaria
capacità di individuare e coltivare giovani musicisti di eccezionale
potenziale. La lista di chi ha militato nei Bluesbreakers è un vero e proprio
pantheon: Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, Jack Bruce, John McVie,
Mick Fleetwood, Harvey Mandel e Walter Trout sono solo alcuni dei
giganti che hanno affinato il loro mestiere sotto l'ala protettrice di Mayall.
Egli forniva loro la libertà e l'ambiente per sperimentare e crescere, fungendo
da mentore e da trampolino di lancio per carriere leggendarie.
Album iconici, come Blues Breakers with John Mayall &
Eric Clapton(1966), spesso citato come uno dei dischi più influenti della
storia del blues-rock, e A Hard Road (1967), con Peter Green alla
chitarra, sono testimonianze della sua visione artistica e della sua capacità
di creare un suono distintivo e duraturo.
Mayall era un purista del blues, ma con una mentalità aperta
che gli permetteva di incorporare elementi di jazz, rock e persino world music
nelle sue composizioni, mantenendo sempre l'anima profonda del genere.
Oltre alla sua instancabile attività di bandleader, Mayall è
stato un artista prolifico, pubblicando decine di album nel corso di sette
decenni di carriera. La sua musica è stata una costante evoluzione, ma sempre
radicata nella sincerità e nell'emozione del blues. Ha continuato a esibirsi e
registrare fino a tarda età, dimostrando una dedizione incrollabile alla sua
arte e al suo pubblico.
La sua eredità non è misurabile solo in termini di dischi
venduti o premi ricevuti. John Mayall ha plasmato il suono del blues britannico
e, di conseguenza, ha avuto un impatto incommensurabile sul rock 'n' roll
globale. Ha insegnato a generazioni di musicisti l'importanza dell'autenticità,
della maestria strumentale e della passione. Il suo studio casalingo e la sua
vita spartana, lontana dai clamori di Hollywood, riflettevano la sua dedizione
alla musica prima di ogni altra cosa.
Con la sua scomparsa, il mondo ha perso non solo un artista
straordinario, ma un pilastro fondamentale della storia della musica. John
Mayall rimarrà per sempre una figura monumentale, la cui influenza continuerà a
risuonare attraverso le generazioni di musicisti che ha ispirato e le
innumerevoli vite che ha toccato con la sua musica senza tempo. La sua
"lunga strada" è giunta al termine, ma il suo blues continuerà a
vivere.
Dal
sound iconico ai testi profondi: ripercorriamo i momenti salienti della
carriera di Rick Davies, la mente dietro gran parte del successo dei
Supertramp, nel giorno in cui avrebbe festeggiato il compleanno
Avrebbe compiuto gli anni oggi, 22 luglio, Rick
Davies, un nome sinonimo di uno dei suoni più distintivi e duraturi
nella storia del rock: i Supertramp. In qualità di co-fondatore,
cantante solista, autore di canzoni e tastierista per la leggendaria band, i
contributi di Davies hanno plasmato un notevole viaggio musicale che dura da
oltre cinquant'anni, lasciando un segno indimenticabile su milioni di fan in
tutto il mondo.
Nato a Swindon, in Inghilterra, il percorso musicale di
Davies è iniziato presto, ma è stata la sua partnership con Roger Hodgson
a forgiare l'identità sonora dei Supertramp. Mentre Hodgson spesso scriveva
testi più fantasiosi e introspettivi, Davies era la forza trainante, con la sua
voce roca e intrisa di blues e il suo sofisticato lavoro al pianoforte che
fornivano il contrappunto perfetto. Le sue canzoni spesso affrontavano temi
della vita quotidiana, commenti sociali e la condizione umana, il tutto
espresso con un'arguzia sardonica e una sensibilità melodica ineguagliabile.
Durante il periodo di maggior successo commerciale dei
Supertramp, album come Crime of the Century, Crisis? What
Crisis?, Even in the Quietest Moments... e il
pluripremiato Breakfast in America hanno messo in mostra
l'immenso talento di Davies. Brani iconici come "Bloody Well Right",
"Goodbye Stranger", "My Kind of Lady" e
"Cannonball" sono esempi lampanti della sua abilità
compositiva e della sua inconfondibile interpretazione vocale. Queste canzoni,
ricche di arrangiamenti complessi, armonie svettanti e melodie indimenticabili,
sono diventate inni per una generazione, fondendo l'ambizione del rock
progressivo con l'accessibilità del pop.
Oltre ai successi, il talento musicale di Davies alle
tastiere, in particolare la sua maestria nel suonare il pianoforte elettrico
Wurlitzer e l'organo Hammond, è diventato un elemento distintivo del suono dei
Supertramp. Il suo modo di suonare non era un semplice accompagnamento, ma
parte integrante del complesso tessuto sonoro della band, spesso alla base
della struttura melodica e armonica delle loro composizioni.
Anche dopo l'uscita di Roger Hodgson, Rick Davies ha
continuato a guidare i Supertramp, pubblicando altri album in studio e
intraprendendo tour di successo, dimostrando il suo incrollabile impegno per
l'eredità della band e la sua devota base di fan. La sua dedizione a mantenere
l'integrità del suono dei Supertramp, esplorando anche nuove strade musicali, è
una testimonianza della sua visione artistica.
Ian Anderson rivela il nome del cantante punk che gli chiese
un autografo: “Non è per me, è per mia madre”
I Jethro Tull hanno sempre avuto fan inattesi, spesso
lontani dal loro universo prog. Nel corso degli anni Ian Andersonha scoperto
che la sua musica ha raggiunto ascoltatori insospettabili, da Stephen King a
Nick Cave. Tra i più sorprendenti ci sono due figure simbolo del punk, un mondo
che sembrerebbe agli antipodi rispetto alla band di Aqualung.
Nel nuovo numero della rivista Prog, Anderson risponde
alle domande di amici e colleghi celebri, tra cui membri di Yes, ELP, Opeth e
altri protagonisti della scena rock. Una delle domande arriva da Hugh Cornwell,
ex cantante degli Stranglers, che chiede ad Anderson se l’ascesa del punk sia
stata un momento epocale nella storia del rock o semplicemente una fase
naturale della sua evoluzione. La risposta apre la porta a un aneddoto che
Anderson non aveva mai raccontato in modo così diretto.
Anderson ricorda che per lui il punk era già presente con gli
MC5, poi con i Ramones, e che a metà degli anni Settanta si era insinuato nella
musica britannica con una forza inevitabile. Racconta poi un episodio che lo ha
colpito per la sua spontaneità. Joey Ramone, icona assoluta del punk americano,
gli si avvicinò timidamente per chiedere un autografo. Anderson ricorda il
momento con un sorriso. Ramone gli disse che la firma non era per lui, ma per
sua madre. Un gesto semplice che rivela quanto la musica dei Jethro Tull avesse
raggiunto ascoltatori molto diversi tra loro.
Joey Ramone non fu l’unico. Rispondendo a una domanda di
Derek Shulman, ex cantante dei Gentle Giant, Anderson racconta di aver
incontrato altri fan improbabili. Il più sorprendente fu John Lydon, l’ex
frontman dei Sex Pistols. Anderson ricorda che Lydon lo avvicinò durante un
evento, visibilmente allegro dopo qualche birra, e gli dichiarò con entusiasmo
quanto amasse l’album Aqualung, in particolare una canzone che non ha
voluto nominare ma che evidentemente aveva lasciato un segno profondo.
Questi episodi mostrano come la musica dei Jethro Tull abbia
attraversato generi, epoche e identità artistiche, conquistando anche chi,
almeno in apparenza, apparteneva a un mondo distante. Anderson li racconta con
naturalezza, come piccoli frammenti di una storia che continua a sorprendere.
Ian
Anderson reveals the name of the punk singer who asked him for an autograph:
"It's not for me, it's for my mother"
Jethro Tull have always had unexpected
fans, often far from their prog universe. Over the years Ian Anderson
has discovered that his music has reached unexpected listeners, from Stephen
King to Nick Cave. Among the most surprising are two symbolic figures of punk,
a world that would seem to be poles apart from the Aqualung band.
In the new
issue of Prog magazine, Anderson answers questions from friends and
celebrity colleagues, including members of Yes, ELP, Opeth and other rock scene
players. One of the questions comes from Hugh Cornwell, former lead singer of
the Stranglers, who asks Anderson if the rise of punk was an epochal moment in
the history of rock or simply a natural phase in its evolution. The answer
opens the door to an anecdote that Anderson had never told so directly.
Anderson
recalls that for him punk was already present with the MC5, then with the
Ramones, and that in the mid-seventies it had crept into British music with an
inevitable force. He then recounts an episode that struck him for its
spontaneity. Joey Ramone, an absolute icon of American punk, approached him
shyly to ask for an autograph. Anderson remembers the moment with a smile.
Ramone told him that the signing was not for him, but for his mother. A simple
gesture that reveals how much Jethro Tull's music had reached very different
listeners.
Joey Ramone
was not the only one. Answering a question from Derek Shulman, former singer of
Gentle Giant, Anderson says he has met other unlikely fans. The most surprising
was John Lydon, the former frontman of the Sex Pistols. Anderson recalls that
Lydon approached him during an event, visibly cheerful after a few beers, and
enthusiastically declared to him how much he loved the Aqualung album,
in particular a song that he did not want to name but which had evidently left
a deep mark.
These
episodes show how Jethro Tull's music has crossed genres, eras and artistic
identities, conquering even those who, at least apparently, belonged to a
distant world. Anderson tells them naturally, like small fragments of a story
that continues to surprise.
Ventun anni senza Long John Baldry. Ricordando il gigante del blues britannico che ha lasciato un'impronta
indelebile nella storia della musica, mentore di intere generazioni…
Vent'anni fa, il 21 luglio 2005, il mondo della musica
perdeva una delle sue figure più imponenti e influenti: John William"Long John" Baldry. Scomparso a
Vancouver all'età di 64 anni a causa di una grave infezione polmonare, Baldry
non era solo un talentuoso cantante e chitarrista, ma un vero pioniere del
blues britannico, un mentore per generazioni di musicisti e una presenza
carismatica che ha lasciato un segno indelebile.
Nato a East Haddon, Northamptonshire, nel 1941, Baldry si
distinse fin da giovane per la sua statura imponente (2 metri e 1 centimetro,
da cui il soprannome "Long John") e per la sua voce potente e roca.
La sua passione per il blues americano, in particolare per artisti come
Leadbelly, Muddy Waters e Howlin' Wolf, lo portò a immergersi nella nascente
scena blues di Londra alla fine degli anni '50.
Fu una figura centrale nello sviluppo del British blues.
All'inizio degli anni '60, Baldry fu uno dei primi vocalisti britannici a
cantare il blues nei club, condividendo il palco con figure che sarebbero
diventate leggende. Fu membro dei Blues Incorporated di Alexis Korner, una band
seminale che vide tra le sue fila artisti come Mick Jagger, Charlie Watts e
Jack Bruce. In seguito, assunse la guida dei Cyril Davies R&B All Stars,
ribattezzandoli Long John Baldry and his Hoochie Coochie Men, dove diede spazio
a un giovane e sconosciuto Rod Stewart. Successivamente, formò i Bluesology, un
gruppo in cui militava un pianista di nome Reg Dwight, che in seguito sarebbe
diventato famoso come Elton John.
L'influenza di Baldry sui suoi contemporanei fu profonda. Non
solo fornì opportunità a molti futuri giganti del rock, ma fu anche un punto di
riferimento per la loro crescita artistica. Rod Stewart ha spesso citato Baldry
come colui che lo introdusse al blues, affermando: "In quei giorni
l'unica musica di cui ci innamorammo era il blues e John, con la sua voce
meravigliosa, fu il primo bianco a cantarla." Elton John, a sua volta,
riconobbe Baldry per averlo aiutato ad accettare la sua identità e per avergli
dato il nome "John" in omaggio a lui. L'episodio in cui Baldry lo
salvò da un tentativo di suicidio ispirò la celebre canzone "Someone Saved My Life Tonight".
Nonostante la sua profonda immersione nel blues, Baldry
raggiunse il suo maggiore successo commerciale nel 1967 con la ballata pop
"Let the Heartaches Begin", che raggiunse il primo posto nelle
classifiche britanniche. Questo dimostrò la sua versatilità e la capacità di
attraversare i generi. Negli anni '70, cercò di tornare alle sue radici blues,
pubblicando album acclamati dalla critica come It Ain't Easy
(prodotto da Elton John e Rod Stewart) e Everything Stops for Tea.
Negli ultimi decenni della sua vita, Baldry si trasferì in
Canada, dove continuò a registrare e ad esibirsi, rimanendo una figura
rispettata nel circuito blues e folk. La sua voce distintiva trovò spazio anche
nel doppiaggio, prestando la sua voce a personaggi animati, tra cui il Dr.
Robotnik in "Sonic the Hedgehog".
Oggi, a vent'anni di distanza, il suo ricordo non è affatto
sbiadito; al contrario, celebra un impatto duraturo e inconfondibile che il
tempo non ha scalfito, un'eredità che continua a vibrare nel cuore del blues e
del rock.
Era il 20 luglio 1974 quando a Cisano Sul Neva, in provincia
di Savona, si teneva il " 1° Rock Festival Del Ponente Ligure".
Fu organizzato dai Trip, praticamente a casa loro, visto che
a Cisano c'era la famosa "Villa Rosso", dove la band viveva e provava il
loro repertorio.
Parteciparono a questa Woodstock ligure, Edoardo Bennato,
Dedalus, Biglietto per l'Inferno, La Corte dei Miracoli e
gli stessi Trip, che in quell'occasione avevano come batterista Nunzio Faviadetto "Cucciolo" degli Osage Tribe, che sostituì
Furio Chirico, che aveva lasciato i Trip.
La Corte dei Miracoli
Ho ricordato più volte la mia esperienza di quel giorno
quando, appena diciottenne, partecipai in solitaria al festival.
Anche io dotato di chitarra sulle spalle, feci il viaggio in treno
da Savona ad Albenga, per poi proseguire in autostop sino a Cisano, dove potei
immergermi nell’atmosfera che all’epoca mi affascinava maggiormente.
Joe Vescovi, con alle spalle il "palco" di Cisano
Ma fornisco un’altra testimonianza, apparsa online su un
portale del ponente…
Di Mary Caridi
Era il 20 luglio del 1974 e Cisano sul Neva si era svegliata
con un popolo arrivato in massa per una festa particolare: il 1° rock festival
del ponente savonese organizzato dalla polisportiva con l’allora presidente
Carlo Ciccione. Un tam tam che aveva fatto arrivare nel borgo ligure oltre
cinquemila persone, come scrivevano i giornali dell’epoca. Erano presenti i
gruppi più importanti del panorama musicale italiano: The Trip, Biglietto per
l’Inferno (il cui frontman era Claudio Canali - diventerà successivamente
monaco eremita nell’eremo di Minucciano), La Corte dei miracoli, Dedalus,
Quella vecchia Locanda e Edoardo Bennato.
Arrivarono da tutta Italia con il sacco a pelo e a piedi
dalla stazione di Albenga. Lo spettacolo, organizzato da Joe Vescovi e Mauro
Scogna e presentato da Eddie Ponti, fu ‘lunico grande evento musicale della
zona, replicato un mese dopo ad Ameglia, nel Levante, dal gruppo da The Trip.
Joe Vescovi e Wegg Andersen ci hanno lasciato: solo Cucciolo
Nunzio Favia grande batterista continua la sua attività. Vanta collaborazioni
passate con Franco Battiato, Herbert Pagani, Umberto Tozzi, Osage Tribe e Dik
Dik.
Non ci furono pubblicazioni discografiche in quel periodo con
lui ma rimane nella storia.