Nick Caveha deciso di raccontare, nei suoi Red Hand Files, un episodio
che gli ha rivelato qual è il vero tormento dell’invecchiare da rockstar. Non
la stanchezza, non le rughe, non i tour infiniti. No: i selfie.
Il racconto parte da una mattina qualunque. Cave, 68 anni, si
sveglia con un’insolita sensazione di leggerezza. Si sistema, si tinge i
capelli di nero, indossa un completo impeccabile e lascia l’hotel convinto di
poter affrontare il mondo con un certo stile.
Poi, all’improvviso, la scena cambia.
Due fan anziani - cardigan coordinati, passo incerto, t-shirt
dei Cure - lo riconoscono. Prima lo sguardo incredulo, poi l’esplosione di
entusiasmo. «È lui. È davvero lui». E giù con i racconti di una vita
passata ad ascoltarlo, di concerti lontani, di ricordi che odorano di vinile e
nostalgia. Finché arriva la domanda inevitabile: «Possiamo fare un selfie?»
Cave accetta, anche se detesta essere fotografato. Ma è qui
che la situazione precipita. I due iniziano a frugare nelle borse, a cercare
telefoni che hanno letteralmente appesi al collo, a ripetere «Oh mio Dio»
come un mantra. E soprattutto… non sanno usarli.
Lui prova ad aiutarli, ma non va meglio. La tecnologia, in
quel momento, sembra una creatura ostile per tutti e tre.
Quando finalmente lo scatto arriva, Cave vede sullo schermo
la sua immagine riflessa: un’espressione tirata, occhi stanchi, sopracciglia
drammatiche. E accanto a lui i due fan, felici come bambini. È lì che gli
arriva la rivelazione.
La differenza tra lui e quei fan non è la fama, né la musica,
né la storia. È solo la tintura nera dei suoi capelli. Che, paradossalmente, lo
fa sembrare ancora più vecchio.
La coppia se ne va soddisfatta, continuando a ripetere il suo
nome come un ritornello. Cave torna in hotel, si siede, e mette su i Cure.
Forse per esorcizzare la giornata. O forse per ricordarsi che, in fondo, anche
le rockstar hanno diritto a un momento di autoironia.
“In realtà si tratta solo di uno specchio
che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della
natura umana”
Alice Cooper a Roy
Carr, Music Scene, 1972.
Andato in scena per la prima volta a New York il 1
dicembre 1971, “Killer” di AliceCooper era uno scioccante
esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione,
del cinema e dell’America“. Con il singolo “School’s Out”
in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo
horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole
decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei
quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e
accesissima fan Simone Stenfors.
“Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla
faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la
solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank
Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del
concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di
sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai
fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati
così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica
convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila.
Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano
arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella,
seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci
trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i
vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una
ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no
si era mai visto. C’era il serpente per “It MyBody”, il
patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che
Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in
giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui
restammo parecchio impressionati.
“Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s
Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a
casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre
lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”
A Deep Dive
in the Colourful and Mysterious Garden of Mr. Taxology - Taxology, 2026 – NOS Records
L’esordio dei Taxology
arriva come un piccolo terremoto creativo. Due ragazzi giovanissimi, Andrea
Rizzi e Giuseppe Bitonte, costruiscono un concept album
sorprendentemente maturo, ricco di immaginazione e di una cura artigianale che
oggi si incontra di rado. Il loro giardino sonoro è un luogo reale e insieme
mentale, un territorio dove botanica, psichedelia e narrazione filosofica
convivono con naturalezza.
L’album si presenta come un viaggio. Quindici tracce che
formano un unico flusso, un percorso ipnagogico guidato dalla voce di Bruno
Vergani, presenza discreta e magnetica che accompagna l’ascoltatore
attraverso un giardino simbolico. La tassonomia diventa un linguaggio poetico.
I nomi delle piante non classificano soltanto, aprono un nuovo pensiero. Ogni
titolo è una soglia che introduce a un organismo musicale autonomo, parte di un
ecosistema coerente.
La scrittura dei Taxology si muove con libertà. Le atmosfere
oscillano tra psichedelia, cinema, retrofuturismo, funk, orchestrazioni leggere
e improvvise aperture luminose. La tavolozza timbrica è ampia. Chitarre,
pianoforte, tastiere, archi, fiati, sitar, mandolino e percussioni orchestrali
convivono senza frizioni. Tutto è registrato in casa, con un approccio che
unisce spontaneità e precisione. Il risultato è un suono organico, vivo, che
respira.
Brani come Mandragora Caulescens, Michelia Aeneao Celtis Australis mostrano la capacità del duo di trasformare la
materia botanica in metafora dell’interiorità. La mandragora, con il suo
confine tra scienza ed esoterismo, diventa simbolo dell’atto creativo che
emerge dal buio. Le piante diventano specchi dell’esistenza umana, presenze che
suggeriscono un rapporto diverso con la natura e con il tempo.
La voce narrante di Vergani aggiunge profondità. I suoi
interventi non interrompono il flusso, lo amplificano. Raccontano una favola
interiore, una visione interiore che invita a osservare, a entrare in relazione
senza forzare. È un gesto poetico che richiama tanto le spiritualità antiche
quanto una sensibilità contemporanea attenta all’eco-appartenenza.
La copertina rafforza l’immaginario. Mr. Taxology appare come
un alchimista ottocentesco che dirige un giardino di bulbi e ampolle luminose.
L’immagine richiama Méliès e il suo stupore infantile. È un invito a lasciarsi
sorprendere, a entrare in un mondo dove la fantasia non è evasione ma strumento
di conoscenza.
Il disco funziona come un erbario musicale. Ogni traccia è
una cellula autonoma, ma il giardino resta uno. La musica scorre con
naturalezza, senza virtuosismi superflui, con una freschezza che appartiene più
all’avanguardia che alla tradizione. Il progressive è presente come idea di
percorso, non come estetica. La psichedelia è un colore, non un recinto.
A Deep Dive in the Colourful and Mysterious Garden of Mr. Taxologyè un debutto sorprendente. Non si limita a presentare un
progetto, ma apre un mondo, invitando ad un ascolto attento, capace di
accogliere le vibrazioni sottili che legano uomo e natura. È un giardino che
cambia a ogni visita, un luogo dove la musica diventa esperienza.
Tim Buckley: il giorno in cui la musica
perse un visionario
29 giugno 1975
Il 29 giugno 1975, il mondo della musica perse una
delle sue voci più originali e innovative: Tim
Buckley. La sua prematura scomparsa, all'età di soli 28 anni, a
causa di un'overdose di eroina e alcool, pose fine bruscamente a una carriera
in continua evoluzione, lasciando dietro di sé un'eredità complessa e
affascinante che continua a risuonare tra gli appassionati di musica a distanza
di decenni.
Nato a Washington D.C. e cresciuto in California, Buckley
emerse dalla scena folk rock della metà degli anni '60, ma la sua musica presto
trascese le etichette convenzionali. Con una gamma vocale straordinaria che
spaziava dal baritono al falsetto, e una propensione per composizioni che
sfidavano le strutture tradizionali delle canzoni, Buckley era un artista che
non temeva di esplorare i confini della forma e dell'espressione.
I suoi primi album, come l'omonimo Tim Buckley
(1966) e Goodbye and Hello (1967), lo consolidarono come un
cantautore di talento, con testi spesso poetici e introspettivi. Tuttavia, fu
con opere successive come Starsailor(1970) che Buckley si spinse
in territori più sperimentali, incorporando elementi di jazz d'avanguardia,
folk progressivo e improvvisazione vocale. Questo album, in particolare, divise
critica e pubblico al momento della sua uscita, ma è stato rivalutato nel corso
degli anni come un capolavoro audace e visionario, un testamento alla sua
volontà di non conformarsi.
La carriera di Buckley fu costellata di sperimentazioni e
cambiamenti stilistici, riflettendo la sua inesauribile ricerca artistica. Dal
folk intimista si mosse verso sonorità più rock e soul nei suoi ultimi lavori,
come Greetings from L.A. (1972) e Sefronia (1973),
dimostrando una versatilità e una curiosità musicale rare. Sebbene non abbia
mai raggiunto un vasto successo commerciale durante la sua vita, Buckley era
venerato dai suoi pari e dai critici per la sua integrità artistica e la sua
innegabile abilità vocale.
Il 29 giugno 1975, la notizia della sua morte scosse il mondo
musicale. Le circostanze della sua scomparsa, un triste epilogo per un artista
così giovane e dotato, misero in evidenza i pericoli e le pressioni spesso
associate all'industria musicale.
È passato mezzo secolo, ma l'impatto di Tim Buckley sulla
musica rimane significativo. La sua influenza può essere rintracciata in
generazioni di artisti che hanno osato spingersi oltre i confini del genere,
dall'art rock al progressive folk, fino al pop sperimentale. Suo figlio, Jeff
Buckley, avrebbe seguito le sue orme, ereditando parte del suo talento vocale e
creando una propria, seppur breve, eredità musicale, rendendo il nome Buckley
sinonimo di profondità emotiva e innovazione.
Il 29 giugno 1975 fu un giorno di lutto per la musica.
Tuttavia, la ricchezza e la complessità del catalogo di Tim Buckley assicurano
che la sua voce, la sua visione e il suo spirito sperimentale continuino a
vivere, ispirando nuove generazioni di ascoltatori e musicisti a esplorare le
infinite possibilità dell'espressione sonora. La sua musica è una testimonianza
eterna di un talento indomito e di una ricerca artistica senza compromessi.
La copertina è formata da un collage
di 13 immagini tra cui figurano alcuni frammenti del fumetto basato sul Dottor
Strange, l’immagine di un alchimista, immagini di ampolle e bottiglie, una
ruota con i segni zodiacali, il sole, alcuni pianeti e una piccola foto del
gruppo sulle rive di un fiume fuori Londra. Sulla copertina si può leggere anche
la scritta “y d pinkfloyd p“. Prima della pubblicazione viene rimosso
l’articolo “The” dal nome Pink Floyd.
"A
Saucerful of Secrets" è il secondo album dei Pink Floyd, pubblicato nel 1968, lavoro che segna una svolta significativa nella loro carriera, introducendo elementi
psichedelici e sperimentali che li avrebbero resi celebri in seguito. È
un'opera che perlustra territori sonori inesplorati e si distingue per la sua
natura innovativa.
Emerge la title track,
"A Saucerful of Secrets", un pezzo epico che dura oltre
undici minuti, dove i Pink Floyd sfoggiano il loro talento nel creare atmosfere
psichedeliche, con un'ampia gamma di suoni ed effetti sonori. La canzone è un
susseguirsi di sezioni che si intrecciano, passando da momenti più riflessivi ad altri più corposi, richiedendo una buona attenzione da parte dell'ascoltatore, ma
riesce a catturare l'immaginazione, con la sua complessità e la sua struttura
avvolgente.
Altro punto forte dell'album è "Set
the Controls for the Heart of the Sun", una traccia che esplora le
atmosfere cosmiche e spaziali. La voce eterea di Roger Waters si sposa
perfettamente con il mood onirico creato dalla strumentazione, conducendo verso una sorta di "trance", portando l'ascoltatore in un viaggio
attraverso dimensioni sonore inimmaginabili.
"A Saucerful of Secrets"
presenta anche pezzi più brevi e immediati, come "Remember a Day"
e "See-Saw", che mostrano la vena melodica della band e, sebbene meno sperimentali, non perdono la loro essenza
psichedelica, grazie all'uso di strumenti come l'organo e le tastiere che
conferiscono loro un suono unico.
Nonostante la grande qualità delle trame sonore, "A Saucerful of Secrets" soffre di alcune
incongruenze e disomogeneità nella produzione. Questo può essere attribuito
alla sua natura sperimentale, che potrebbe non appagare completamente i gusti
di tutti gli ascoltatori. Tuttavia, è proprio questa ricerca del nuovo a renderlo
un disco così affascinante e avvincente per gli appassionati di musica
progressiva e psichedelica.
Artista:
Pink Floyd
Album
(in studio): A Saucerful of Secrets
Pubblicazione: 29 giugno 1968 nel
Regno Unito-27 luglio 1968 negli Stati Uniti
Durata: 38:48
Tracce: 7
Genere: Rock psichedelico
Etichetta: Columbia Graphophone
Company/EMI nel Regno Unito Tower Records/Capitol negli Stati Uniti
Produttore: Norman Smith
Registrazione: agosto–ottobre 1967
gennaio–aprile
1968
Abbey
Road Studios e Sound Techniques Studios, Londra
Ma si possono fare altre
considerazioni legate ad una figura in particolare, perché la nascita
dell'album coincise con il declino dello stato mentale di Syd Barrett, frontman
e chitarra solista del gruppo fino all'ingresso di David Gilmour. Questo è l'ultimo lavoro dei Pink Floyd a cui Barrett prese parte prima
di essere allontanato definitivamente dal gruppo. È proprio in questo periodo
che Barrett cominciò ad accusare problemi di carattere psichiatrico e
psicologico. In sua presenza le registrazioni risultarono lunghe e difficoltose
e divenne impossibile per il gruppo continuare con lui. Le uniche apparizioni
di Barrett in quest'album furono la chitarra su “Remember a Day”,
“Set the Controls for the Heart of the Sun”, “Corporal
Clegg” e “Jugband Blues”, quest'ultimo unico brano
dell'album da lui scritto e cantato.
La versione del brano “Set the
Controls for the Heart of the Sun”, contenuta in quest'album, in
particolare, è l'unica nella loro discografia suonata da tutti e cinque i
membri della band.
"A Saucerful of Secrets" è da considerarsi un'opera imprescindibile nella discografia dei Pink Floyd e un importante tassello nella storia della musica rock.
La mia
partecipazione ai concerti rock ha avuto, nella giovinezza, un termine ben
preciso, e un altrettanto preciso nuovo inizio nella maturità.
Ricordavo bene quella prima conclusione affrettata, perché
coincideva con una grande performance - o almeno la ricordo come tale - dei
Dire Straits, allo stadio comunale di Sanremo. Arrivammo in cinque in auto,
compreso “quella” che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie.
Avevo però la convinzione che fosse un giorno di agosto del
1980, e invece ho scoperto che si trattava del 27 giugno del 1981 (pochi mesi
premi i D.S.erano stati ospiti al Festival di Sanremo).
Non sarei in grado di commentare quella giornata vissuta in
tempi lontanissimi, ma ho casualmente trovato un articolo che la ricorda, e
propongo quindi la mia scoperta estratta dall’archivio de “La Stampa”.
In rete ho trovato un altro “reperto”, l’audio dell’evento, e
lo propongo a fine articolo.
Ecco quindi il commento del giornalista Roberto Basso, poco “musicale”
e molto concentrato sugli aspetti al contorno, quelli corretti per un giornale
generalista come era ed è La Stampa.
Sanremo
presa d'assalto per il concerto dei Dire Straits
SANREMO — Per il primo
concerto nazionale dei Dire Straits, sabato in quindicimila hanno «aggredito»
Sanremo. Tutti giovanissimi, dai 14 ai 25 anni. Sono arrivati in treno, in
auto, in moto, con l'autostop, a piedi, con in spalla variopinti sacchi a pelo.
Un'affluenza di pubblico mai vista in Riviera per uno show musicale. Neppure ai
tempi d'oro del Festival la città è stata così affollata da patiti della
canzone: è il miracolo del nuovo rock, che fa muovere da distanze anche di
200-300 km masse di fans.
Angelo Esposito,
proprietario di un eccentrico ristorante a due passi dal Casinò, ed
organizzatore dello show dei Dire Straits, era raggiante. Ha fatto soldi a
palate, ha incassato più di ogni rosea previsione. Il complesso inglese non ha
deluso. Per quasi due ore con la sua musica esclusiva, ha fatto impazzire il
pubblico. Dagli amplificatori ha «gettato» sui 15.000 spettatori rock a fiumi: “Comunique”,
“Making Movies”, “Dire Straits”, “Sultan of swing”, “Wild West end”, “Sacred
loving”, “Tunnel of love”, “Romeo and Juliet… solo per citare i titoli più
applauditi.
Il campo sportivo - dove
alla domenica gioca la Sanremese Calcio di fronte ad un pubblico che
difficilmente supera le quattromila unità - sembrava un miniconcentrato
dell'isola di Wight. Anche dopo il concerto. Sul prato, sugli spalti, per
strada, cumuli di lattine vuote, sacchetti di plastica, rifiuti di ogni genere.
I netturbini hanno dovuto fare parecchio extra per rimettere tutto a posto.
In soli tre anni i
Dire Straits sono diventati ricchi e famosi in tutto il mondo. Il loro primo album
infatti viene alla luce nel ‘78. Esplodono in America dopo aver inciso alle
Bahamas il loro secondo album, “Comunique”. Nel 79 a Los Angeles incontrano Bob
Dylan e insieme realizzano “Slow Train Coming”. Vincono due dischi d'oro, uno
in Olanda, un altro in Australia. Il disco di platino l'avevano già vinto due
anni fa in America.
Mercoledì saranno allo
stadio di Torino per il loro ultimo concerto. Anche a Torino la prevendita sta
andando fortissimo.
Quale il segreto di tanto successo? «Quello dei Dire
Straits - ha dichiarato a Sanremo Franco Mamone, impresario rock - è
l'unico vero megaconcerto di quest'anno. Logico che gli appassionati non
perdano l'occasione. Il pubblico si è fatto più esigente. Corre e paga il
biglietto solo se ne vale veramente la pena».
Per il concerto
sanremese la polizia aveva predisposto un servizio d'ordine nutritissimo. Sugli
spalti e nel campo parecchi spinelli, ma nessun disordine. In “tilt” invece il
traffico automobilistico. In 15.000 hanno praticamente intasato l'ingresso Est
di Sanremo. Sull'Aurelia, attorno allo stadio, erano parcheggiate file d'auto
lunghe oltre mezzo chilometro, arrivate un po' da dovunque: Milano, Genova,
Savona, Vercelli, Torino, Brescia, Nizza, Montecarlo. Grossi affari hanno fatto
anche bancarelle volanti e abusive che offrivano per cinquemila lire variopinte
magliette e una serie di sei bottoni metallici con sopra stampati i visi dei
cinque magnifici Dire.
Il27 giugno del 2002 moriva, a soli 57 anni,John Entwistle, bassista storico degliWho;il suo corpo viene ritrovato nella
stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas: le cause del decesso riportano ad un attacco
cardiaco aggravato da uso di cocaina.
Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002,
dove viene ricordata la figura di John Entwistle.
Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese
esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The
Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che
balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un
riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un
“prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha
segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a
toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare
tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge,
crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai
sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un
tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.
Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno
di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una
stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo
stabilirà un'autopsia).
Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro
imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la
bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who.Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia
del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni
dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato
nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”,
insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia
divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The
quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del
caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante,
c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile
come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il
chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio
sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava
il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello
fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la
batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite
nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano,
velocissime, sulla tastiera del basso.Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si
sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del
secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione
ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia
della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di
Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile,
sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La
mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo,
voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni
(probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani
scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai
rockers), poi cercando diallargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”.
Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande (a
tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante
il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who
hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un
grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era
sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni
a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani
sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who:
epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey
man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati,
così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head
against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997).
Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick,
sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese,
esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la
partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates,
dove invitò a suonare il suo compagno di scuola PeteTownshend. Poi, sempre
insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso
cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si
decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli
Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente
meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del
gruppo. Ma tutto questo, ormai, è soloricordo.
David Clayton‑Thomasse n’è andato a 84 anni, in un
ospedale di Toronto, dove è morto pacificamente secondo quanto riferito dal suo
storico portavoce Eric Alper. La notizia ha attraversato il mondo della musica
con la stessa forza con cui la sua voce aveva attraversato gli anni d’oro del
jazz‑rock. Non è stata resa nota la causa della morte, ma il
cordoglio è stato immediato e unanime
Clayton‑Thomas era il cantante che aveva
trasformato i Blood, Sweat & Tears in una delle band più
riconoscibili tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.
Brani come Spinning Wheel, You’ve Made Me So Very
Happy e And When I Die sono diventati classici grazie alla sua voce
profonda e teatrale, capace di fondere blues, soul e jazz in un’unica identità
sonora.
Il loro album omonimo del 1968 rimase in vetta per settimane
e vinse il Grammy come Album dell’anno nel 1970, superando giganti come i
Beatles. Fu il momento in cui la band entrò nella storia e Clayton‑Thomas divenne il suo volto più riconoscibile.
Nato in Inghilterra nel 1941 e cresciuto a Toronto, Clayton‑Thomas aveva avuto un’adolescenza complicata.
Tra riformatori e brevi periodi in carcere, trovò una
chitarra abbandonata e iniziò a suonare per gli altri detenuti. Fu l’inizio di
tutto.
Una volta libero, si immerse nella scena musicale di Yonge
Street e poi a New York, dove Judy Collins lo segnalò ai Blood, Sweat &
Tears che cercavano un nuovo cantante. Da lì partì la sua ascesa definitiva.
Clayton‑Thomas non fu solo un interprete.
Scrisse la già citata Spinning Wheel, uno dei brani simbolo della band,
e contribuì a definire un modo nuovo di intendere il rock con gli ottoni in
primo piano.
Nel corso della sua carriera vendette oltre 40 milioni di
dischi e fu inserito nella Canadian Music Hall of Fame, oltre a ricevere un
Juno speciale per il suo contributo alla cultura canadese.
Era anche impegnato nel sociale, sostenendo Peacebuilders
Canada, un’organizzazione dedicata ai giovani a rischio.
Il cantante lascia due figlie, Ashleigh Clayton‑Thomas e Christine Graham, che hanno diffuso la notizia della
sua morte attraverso il suo entourage. È previsto un concerto commemorativo in
sua memoria, che celebrerà una carriera lunga più di sessant’anni e una voce
che ha segnato generazioni.
La notizia della morte improvvisa di Nello D’Anna, ex bassista degli Osanna, lascia
un vuoto difficile da accettare. Aveva cinquant’anni e la sua scomparsa arriva
senza alcun segnale, spezzando un percorso umano e musicale che per me non era
solo un ricordo lontano.
Dal 2009, quando suonò nella mia città, avevamo
mantenuto un rapporto continuo, e nel recete
passato mi ero occupato di alcuni suoi progetti e delle direzioni che voleva
dare alla sua musica. Era sempre disponibile, diretto, senza sovrastrutture.
Sul palco era preciso e affidabile, ma fuori dal palco,
almeno nei miei ricordi, era ancora più autentico. Non cercava attenzioni, non
aveva atteggiamenti da musicista “arrivato”. Preferiva parlare di ciò che stava
creando, dei dettagli tecnici, delle persone con cui collaborava. Era un modo
di vivere la musica che lo rendeva immediatamente vicino.
Sapere che non ci saranno più quei messaggi, quelle
conversazioni sui suoi progetti, fa male. Rimane il ricordo di una persona che
aveva ancora molto da dire e da suonare. E rimane la tristezza di una perdita
che arriva troppo presto e troppo inaspettata.
Un viaggio nell'improvvisazione
estemporanea e nella filosofia della musica
Conosco Claudio Bellatoda molti anni. Condividiamo la stessa città,
Savona, e un percorso che nel tempo mi ha permesso di osservare da vicino
l'evoluzione della sua ricerca espressiva. Questa consuetudine e la comune
radice geometrica dello stesso territorio offrono una chiave di lettura
privilegiata per entrare nel suo mondo sonoro, un ambito in cui la tecnica
rigida si dissolve per fare spazio all'imprevisto strutturato.
L'occasione di questo dialogo nasce da una serie di tappe
fondamentali del suo percorso recente: dalle sessioni radicali di Only for
Few alle architetture più meditate di Waterloo, fino alle
contaminazioni visive di Sette ritratti per sette metamorfosi. Lontano
dalle formule di rito del jazz convenzionale e dai cliché esecutivi, il lavoro
di Bellato si muove lungo il perimetro dell'improvvisazione estemporanea
guidata da un rigore metodologico quasi monacale. Nelle risposte che seguono
emerge non solo il profilo del musicista, ma anche una complessa indagine
filosofica che unisce la pura materia acustica alle riflessioni sulla mente e
sull'essenziale.
L'INTERVISTA
La tua storia recente parte da “Only for Few”, un disco nato
premendo semplicemente il tasto di registrazione e accettando qualsiasi cosa
sarebbe accaduta. Quando ripensi a quel primo gesto - entrare in studio senza
una rete di sicurezza - cosa senti che ha inaugurato davvero nella tua vita
artistica?
Per la prima volta ho suonato musica totalmente improvvisata,
libero dal vincolo di non sbagliare e senza essermi preparato preventivamente
il classico compito a casa. Non mi riferisco alla consueta prassi jazzistica,
in cui si improvvisa insieme agli altri a turno dopo aver esposto una cellula
tematica. La formula ideata da Antonio Marangolo è quella dell'improvvisazione
estemporanea, simile per certi versi ai concerti di conduction di John
Zorn, ma con una differenza sostanziale: abbiamo suonato liberamente, senza
seguire indicazioni di tempo e ritmo, partendo da motivi di otto battute
scritti da Antonio che aprivano e chiudevano il brano. Eravamo liberi di
interpretarli in maniera totalmente aperta. Questa era l'unica indicazione, un
prologo e un finale. Successivamente, uno dei tre musicisti prendeva le redini
e gli altri erano liberi di seguirlo o di contraddirlo. John Cage accennò a un esperimento simile in passato,
sintonizzando tre radio su frequenze diverse; il risultato manteneva una sua
armonia e una sua musicalità. Proprio come i rumori provenienti da diverse
fonti all'interno del nostro quotidiano: non hanno nulla di sbagliato, sono
semplicemente ciò che sono, eventi puri. Riascoltando quelle registrazioni,
anche se non ci si scopre del tutto liberi da pattern e cliché, si notano con
stupore dettagli di sé stessi che prima non si conoscevano, cogliendo sempre
particolari nuovi. Considero Only for Few una delle migliori esperienze
a cui io abbia partecipato. È un peccato che non sia ancora uscito.
Quel progetto avrebbe dovuto essere pubblicato insieme a un
libro di racconti e illustrazioni. Che cosa ti attrae dell'idea di un'opera che
non si limita alla dimensione sonora, ma si espande verso parole e immagini?
Ho sempre amato i fumetti, che ho imparato a leggere prima
ancora dei libri di scuola grazie ai cugini e ai vicini di casa che mi
prestavano Tex e pubblicazioni simili. Qualche anno fa ho frequentato
diversi illustratori e grafici professionali proprio per apprendere le loro
tecniche. Disegnare e dipingere mi rilassa, anche se non lo faccio da tempo. Si
tratta di un'esperienza solitaria, priva di pubblico, in cui il lavoro si
manifesta solo alla fine; ha una dimensione quasi monacale che richiede
silenzio.
L'esperienza al festival Jazz di Acireale vi ha portati in un
contesto più ampio. Come reagisce l'improvvisazione radicale quando incontra un
pubblico che non si aspetta una simile libertà?
La reazione è stata eccellente. Il festival di Acireale è
stato accolto molto bene sia dal pubblico sia dai musicisti, anche se sono
consapevole del fatto che alcuni puristi hanno storto il naso.
Anche il disco successivo nasce con la stessa formula, ma è
stato accolto tra le migliori proposte italiane. Cosa significa per te ricevere
questo riconoscimento proprio per un metodo che rifiuta la prevedibilità?
Waterloo è un disco riuscito, sebbene sia più ragionato rispetto a Only
for Few e contenga anche una composizione scritta in maniera tradizionale.
Sia la rivista Musica Jazz sia il giornalista Alberto Bazzurro hanno
espresso giudizi molto positivi nei nostri confronti, e questo rappresenta per
me un motivo d'onore.
Per il documentario su Alex Mora hai composto una colonna
sonora originale. Come cambia il tuo modo di creare quando devi raccontare la
vita di un altro artista attraverso il suono?
Quando il videomaker Max Billa, che è anche un caro amico, mi
ha proposto questo lavoro, ho voluto prima osservare i quadri di Alex e
dialogare con lui sulla cultura brasiliana, in particolare sulla prospettiva di
un brasiliano che vive in Italia. Da quel confronto sono nati brani con testi e
ritmi che richiamano quel Paese. Ho realizzato l'intero progetto in totale
autonomia, utilizzando chitarre, bassi, sequenze al computer e loop, con il
consueto supporto organizzativo di Alessandro Mazzitelli. Riascoltandoli oggi,
non considero quei pezzi come semplici commenti alle immagini, ma come brani
autonomi che potrebbero essere raccolti in un disco, nonostante non assomiglino
a nulla di ciò che ho composto in precedenza.
Nei tuoi concerti in solo o in duo attraversi il blues, il
soul e la tradizione usando strumenti diversi. Qual è il filo segreto che tiene
insieme tutte queste anime?
Mi piace cambiare spesso argomento e non so se esista un filo
segreto; forse si tratta persino di un difetto. Ricordo che a scuola finivo
sempre fuori tema.
Nel progetto “Sette ritratti per sette metamorfosi” suoni
davanti ai volti che tu stesso hai dipinto. Che cosa ti restituiscono quelle
immagini mentre le attraversi con la musica?
Si tratta dei volti di sette grandi jazzisti. Più che
guardarli mentre suono, queste figure rappresentano l'occasione per slegarmi da
un loro tema celebre, che magari accenno all'inizio dell'improvvisazione per
poi muovermi verso direzioni completamente diverse. In quel contesto può
accadere qualsiasi cosa: lo stimolo può derivare da una mia intuizione sulla
chitarra o da un impulso ritmico impresso da Rodolfo Cervetto, che considero
non solo un batterista straordinario, ma uno dei musicisti più empatici che io
abbia mai frequentato.
Partite da un brano dell'autore e poi lo lasciate andare. Che
cosa rimane di un tema quando lo si abbandona, e cosa invece continua a
guidarvi nel pieno della libertà?
A pensarci bene, non rimane nulla. È un viaggio in cui si
parte e si ritorna; tutto ciò che si trova nel mezzo appartiene all'ignoto.
Avete portato questo spettacolo nei jazz club, nei teatri e
nei festival di poesia. In quale luogo senti che la tua musica respira meglio?
Certamente nei club. Avere il pubblico vicino, spesso immerso
in un silenzio totale - al punto che la caduta di un plettro si avverte
chiaramente - crea una condizione che eleva il livello di concentrazione e la
resa sonora complessiva.
Tra insegnamento, concerti, pittura e progetti
interdisciplinari, qual è oggi la domanda che ti accompagna mentre crei, quella
che ancora non ha trovato risposta?
In realtà non ho un carico di impegni così frammentato; le
attività che hai menzionato rientrano semplicemente tra le cose che amo, anche
se la dimensione che prediligo rimane quella dei concerti. Non ho domande
irrisolte in particolare, quanto piuttosto alcune considerazioni personali. Sto
attraversando un periodo complesso e faticoso della mia vita, forse il più
difficile finora, ma questo non significa che sia impossibile da superare.
Spesso rifletto sul fatto che, anche se le cose migliorassero, la mente per sua
natura non sarebbe comunque appagata; tende a comportarsi come un elemento
estraneo che ha sempre fame di qualcosa. Ultimamente sto leggendo i testi dei maestri vedici, tra cui
Ramana Maharshi. Per l'induismo esiste solo l'atman, l'assoluto che
comprende il tutto. Tuttavia, la mente che lo osserva introduce una condizione
duale che si rivela un inganno. Non esiste dualità, esiste solo l'uno, e
quell'uno comprende ogni cosa, inclusa la musica. Quale sia la sua funzione
precisa non saprei dirlo. La musica dormiva già nell'albero prima che la mano
abile del liutaio imparasse a ricavarne un violino. Di conseguenza, l'albero stesso
è un violino silenzioso: la musica è ovunque, è l'atman.
Riferimenti esecutivi:Sette ritratti per sette metamorfosi — Claudio
Bellato e Rodolfo Cervetto live al Teatro dell'Attrito di Imperia.
“Venus”, il
successo del 1969 firmato dagli Shocking Blue,
nasce con un’identità precisa: un riff di chitarra immediato, la voce di
Mariska Veres che porta un timbro netto, un impianto pop‑rock che avanza con
passo sicuro. La forza del brano sta nella sua compattezza, ogni elemento
sostiene l’altro, senza dispersioni.
Nello stesso anno, in Italia, la canzone prende una strada
diversa. I Dalton realizzano “Venus”
in versione italiana, mantenendo la struttura melodica dell’originale ma
riscrivendo completamente il testo. Il risultato è un adattamento che sposta
l’asse emotivo. Il racconto diventa più interiore, con un protagonista che vive
la figura femminile come un’apparizione ricorrente, quasi un’immagine onirica.
La vocalità di Rolando Belli - insolita per il gruppo, dato che il cantante
abituale era Mimmo Saponaro - porta il brano in una dimensione più morbida,
meno tagliente rispetto alla tensione rock degli Shocking Blue.
Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di
interpretare la stessa scintilla pop. Gli Shocking Blue costruiscono un brano
diretto, con un’energia che resta intatta nel tempo. I Dalton scelgono una via
più narrativa, con un’atmosfera che si avvicina alla sensibilità italiana di
fine anni Sessanta, dove l’adattamento non era solo un passaggio linguistico ma
un vero cambio di prospettiva.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Venus” conserva la sua immediatezza; la versione dei Dalton restituisce una
stagione musicale in cui le canzoni viaggiavano, cambiavano voce e trovavano un
nuovo equilibrio senza perdere la loro identità melodica.
Dagli Yardbirds alla fusion
sperimentale: un viaggio nel suono unico e rivoluzionario di Jeff Beck
Jeff Beck. Il nome evoca un suono inconfondibile, un timbro che ha
attraversato generazioni e generi, plasmando il panorama della musica moderna.
Più che un semplice chitarrista, Beck è stato un innovatore instancabile, un
esploratore sonoro che ha costantemente sfidato i confini dello strumento,
lasciando un'impronta indelebile nella storia della musica.
Nato a Wallington, Surrey, il 24 giugno 1944, la passione di Beck per
la chitarra si manifestò precocemente. Le sue prime influenze, che spaziavano
dal rock and roll di Gene Vincent al blues di B.B. King, gettarono le basi per
uno stile eclettico e in continua evoluzione. L'esperienza formativa negli Yardbirds,
seppur breve ma intensa, lo proiettò sulla scena mondiale, rivelando un talento
grezzo e una visione musicale già distintiva. Il suo approccio dinamico e
imprevedibile alla chitarra solista, caratterizzato da un uso audace del
feedback e della leva del vibrato, contribuì a definire il suono psichedelico
emergente degli anni '60.
L'abbandono degli Yardbirds segnò l'inizio di una prolifica
carriera solista, costellata di album seminali che dimostrarono la sua
straordinaria versatilità. Il Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce
e Ron Wood al basso, sfornò pietre miliari come Truth (1968) e
Beck-Ola(1969), fusioni potenti di blues, hard rock e proto-heavy
metal. Questi lavori non solo misero in luce la sua tecnica chitarristica
innovativa, ma rivelarono anche la sua capacità di circondarsi di musicisti di
talento e di creare un suono di band coeso e dinamico.
Negli anni '70, Beck intraprese un percorso ancora più
sperimentale, abbracciando la fusion e il jazz rock con album come Blow by Blow (1975) e Wired (1976), entrambi prodotti dal
leggendario George Martin. Questi dischi strumentali, caratterizzati da
intricate melodie, ritmi complessi e un virtuosismo chitarristico sbalorditivo,
consolidarono la sua reputazione come uno dei chitarristi più influenti e
rispettati al mondo. La sua capacità di esprimere un'ampia gamma di emozioni attraverso
la sola chitarra, senza il supporto della voce, era semplicemente
rivoluzionaria.
La sua carriera successiva fu un susseguirsi di esplorazioni
sonore, collaborazioni eclettiche e un'incessante ricerca di nuove sonorità.
Album come Flash(1985), con la hit Rough and Ready cantata da Rod Stewart, dimostrarono la sua apertura a sonorità più
pop-oriented, pur mantenendo intatta la sua identità chitarristica unica. Negli
anni successivi, Beck continuò a sorprendere e a ispirare con progetti che
spaziavano dal blues rock più viscerale alla techno-fusion sperimentale,
dimostrando una curiosità musicale insaziabile e una maestria tecnica
ineguagliabile.
L'approccio di Jeff Beck alla chitarra andava oltre la
semplice esecuzione di scale e arpeggi. Era un maestro del suono, capace di
manipolare le dinamiche, il sustain e il timbro con una sensibilità e un
controllo sorprendenti. Il suo uso distintivo della leva del vibrato, spesso
senza plettro, creava effetti sonori unici e inimitabili, conferendo alle sue
linee melodiche un carattere fluido e quasi vocale. La sua capacità di
improvvisare con libertà e inventiva, pur mantenendo una coerenza musicale, lo
distingueva dai suoi contemporanei.
L'eredità di Jeff Beck è vasta e profonda. Ha influenzato
generazioni di chitarristi, dai virtuosi del rock ai pionieri della fusion. Il
suo spirito innovativo, la sua dedizione alla sperimentazione sonora e la sua
instancabile ricerca della perfezione musicale lo hanno consacrato come una
leggenda vivente.
Anche dopo la sua scomparsa nel 2023, la sua musica continua
a ispirare e a meravigliare, testimoniando la genialità di un artista che ha
ridefinito il ruolo della chitarra nella musica contemporanea.