Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
sabato 27 giugno 2026
Dire Straits live a Sanremo il 27 giugno del 1981
Nel ricordo di John Entwistle
venerdì 26 giugno 2026
Ci ha lasciato David Clayton‑Thomas (Blood, Sweat & Tears), la voce che ha dato un’anima al jazz‑rock
David Clayton‑Thomas se n’è andato a 84 anni, in un
ospedale di Toronto, dove è morto pacificamente secondo quanto riferito dal suo
storico portavoce Eric Alper. La notizia ha attraversato il mondo della musica
con la stessa forza con cui la sua voce aveva attraversato gli anni d’oro del
jazz‑rock. Non è stata resa nota la causa della morte, ma il
cordoglio è stato immediato e unanime
Clayton‑Thomas era il cantante che aveva
trasformato i Blood, Sweat & Tears in una delle band più
riconoscibili tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.
Brani come Spinning Wheel, You’ve Made Me So Very Happy e And When I Die sono diventati classici grazie alla sua voce profonda e teatrale, capace di fondere blues, soul e jazz in un’unica identità sonora.
Il loro album omonimo del 1968 rimase in vetta per settimane e vinse il Grammy come Album dell’anno nel 1970, superando giganti come i Beatles. Fu il momento in cui la band entrò nella storia e Clayton‑Thomas divenne il suo volto più riconoscibile.
Nato in Inghilterra nel 1941 e cresciuto a Toronto, Clayton‑Thomas aveva avuto un’adolescenza complicata.
Tra riformatori e brevi periodi in carcere, trovò una
chitarra abbandonata e iniziò a suonare per gli altri detenuti. Fu l’inizio di
tutto.
Una volta libero, si immerse nella scena musicale di Yonge Street e poi a New York, dove Judy Collins lo segnalò ai Blood, Sweat & Tears che cercavano un nuovo cantante. Da lì partì la sua ascesa definitiva.
Clayton‑Thomas non fu solo un interprete.
Scrisse la già citata Spinning Wheel, uno dei brani simbolo della band,
e contribuì a definire un modo nuovo di intendere il rock con gli ottoni in
primo piano.
Nel corso della sua carriera vendette oltre 40 milioni di dischi e fu inserito nella Canadian Music Hall of Fame, oltre a ricevere un Juno speciale per il suo contributo alla cultura canadese.
Era anche impegnato nel sociale, sostenendo Peacebuilders Canada, un’organizzazione dedicata ai giovani a rischio.
Il cantante lascia due figlie, Ashleigh Clayton‑Thomas e Christine Graham, che hanno diffuso la notizia della
sua morte attraverso il suo entourage. È previsto un concerto commemorativo in
sua memoria, che celebrerà una carriera lunga più di sessant’anni e una voce
che ha segnato generazioni.
giovedì 25 giugno 2026
Ricordo di Nello D’Anna, mancato all'improvviso.
La notizia della morte improvvisa di Nello D’Anna, ex bassista degli Osanna, lascia
un vuoto difficile da accettare. Aveva cinquant’anni e la sua scomparsa arriva
senza alcun segnale, spezzando un percorso umano e musicale che per me non era
solo un ricordo lontano.
Dal 2009, quando suonò nella mia città, avevamo
mantenuto un rapporto continuo, e nel recete
passato mi ero occupato di alcuni suoi progetti e delle direzioni che voleva
dare alla sua musica. Era sempre disponibile, diretto, senza sovrastrutture.
Sul palco era preciso e affidabile, ma fuori dal palco,
almeno nei miei ricordi, era ancora più autentico. Non cercava attenzioni, non
aveva atteggiamenti da musicista “arrivato”. Preferiva parlare di ciò che stava
creando, dei dettagli tecnici, delle persone con cui collaborava. Era un modo
di vivere la musica che lo rendeva immediatamente vicino.
Sapere che non ci saranno più quei messaggi, quelle conversazioni sui suoi progetti, fa male. Rimane il ricordo di una persona che aveva ancora molto da dire e da suonare. E rimane la tristezza di una perdita che arriva troppo presto e troppo inaspettata.
Dialogo con Claudio Bellato sull'evoluzione artistica, la libertà esecutiva e la ricerca dell'essenziale
Un viaggio nell'improvvisazione
estemporanea e nella filosofia della musica
Conosco Claudio Bellato da molti anni. Condividiamo la stessa città,
Savona, e un percorso che nel tempo mi ha permesso di osservare da vicino
l'evoluzione della sua ricerca espressiva. Questa consuetudine e la comune
radice geometrica dello stesso territorio offrono una chiave di lettura
privilegiata per entrare nel suo mondo sonoro, un ambito in cui la tecnica
rigida si dissolve per fare spazio all'imprevisto strutturato.
L'occasione di questo dialogo nasce da una serie di tappe fondamentali del suo percorso recente: dalle sessioni radicali di Only for Few alle architetture più meditate di Waterloo, fino alle contaminazioni visive di Sette ritratti per sette metamorfosi. Lontano dalle formule di rito del jazz convenzionale e dai cliché esecutivi, il lavoro di Bellato si muove lungo il perimetro dell'improvvisazione estemporanea guidata da un rigore metodologico quasi monacale. Nelle risposte che seguono emerge non solo il profilo del musicista, ma anche una complessa indagine filosofica che unisce la pura materia acustica alle riflessioni sulla mente e sull'essenziale.
La tua storia recente parte da “Only for Few”, un disco nato premendo semplicemente il tasto di registrazione e accettando qualsiasi cosa sarebbe accaduta. Quando ripensi a quel primo gesto - entrare in studio senza una rete di sicurezza - cosa senti che ha inaugurato davvero nella tua vita artistica?
Per la prima volta ho suonato musica totalmente improvvisata, libero dal vincolo di non sbagliare e senza essermi preparato preventivamente il classico compito a casa. Non mi riferisco alla consueta prassi jazzistica, in cui si improvvisa insieme agli altri a turno dopo aver esposto una cellula tematica. La formula ideata da Antonio Marangolo è quella dell'improvvisazione estemporanea, simile per certi versi ai concerti di conduction di John Zorn, ma con una differenza sostanziale: abbiamo suonato liberamente, senza seguire indicazioni di tempo e ritmo, partendo da motivi di otto battute scritti da Antonio che aprivano e chiudevano il brano. Eravamo liberi di interpretarli in maniera totalmente aperta. Questa era l'unica indicazione, un prologo e un finale. Successivamente, uno dei tre musicisti prendeva le redini e gli altri erano liberi di seguirlo o di contraddirlo. John Cage accennò a un esperimento simile in passato, sintonizzando tre radio su frequenze diverse; il risultato manteneva una sua armonia e una sua musicalità. Proprio come i rumori provenienti da diverse fonti all'interno del nostro quotidiano: non hanno nulla di sbagliato, sono semplicemente ciò che sono, eventi puri. Riascoltando quelle registrazioni, anche se non ci si scopre del tutto liberi da pattern e cliché, si notano con stupore dettagli di sé stessi che prima non si conoscevano, cogliendo sempre particolari nuovi. Considero Only for Few una delle migliori esperienze a cui io abbia partecipato. È un peccato che non sia ancora uscito.
Quel progetto avrebbe dovuto essere pubblicato insieme a un libro di racconti e illustrazioni. Che cosa ti attrae dell'idea di un'opera che non si limita alla dimensione sonora, ma si espande verso parole e immagini?
Ho sempre amato i fumetti, che ho imparato a leggere prima ancora dei libri di scuola grazie ai cugini e ai vicini di casa che mi prestavano Tex e pubblicazioni simili. Qualche anno fa ho frequentato diversi illustratori e grafici professionali proprio per apprendere le loro tecniche. Disegnare e dipingere mi rilassa, anche se non lo faccio da tempo. Si tratta di un'esperienza solitaria, priva di pubblico, in cui il lavoro si manifesta solo alla fine; ha una dimensione quasi monacale che richiede silenzio.
L'esperienza al festival Jazz di Acireale vi ha portati in un contesto più ampio. Come reagisce l'improvvisazione radicale quando incontra un pubblico che non si aspetta una simile libertà?
La reazione è stata eccellente. Il festival di Acireale è stato accolto molto bene sia dal pubblico sia dai musicisti, anche se sono consapevole del fatto che alcuni puristi hanno storto il naso.
Anche il disco successivo nasce con la stessa formula, ma è stato accolto tra le migliori proposte italiane. Cosa significa per te ricevere questo riconoscimento proprio per un metodo che rifiuta la prevedibilità?
Waterloo è un disco riuscito, sebbene sia più ragionato rispetto a Only for Few e contenga anche una composizione scritta in maniera tradizionale. Sia la rivista Musica Jazz sia il giornalista Alberto Bazzurro hanno espresso giudizi molto positivi nei nostri confronti, e questo rappresenta per me un motivo d'onore.
Per il documentario su Alex Mora hai composto una colonna sonora originale. Come cambia il tuo modo di creare quando devi raccontare la vita di un altro artista attraverso il suono?
Quando il videomaker Max Billa, che è anche un caro amico, mi ha proposto questo lavoro, ho voluto prima osservare i quadri di Alex e dialogare con lui sulla cultura brasiliana, in particolare sulla prospettiva di un brasiliano che vive in Italia. Da quel confronto sono nati brani con testi e ritmi che richiamano quel Paese. Ho realizzato l'intero progetto in totale autonomia, utilizzando chitarre, bassi, sequenze al computer e loop, con il consueto supporto organizzativo di Alessandro Mazzitelli. Riascoltandoli oggi, non considero quei pezzi come semplici commenti alle immagini, ma come brani autonomi che potrebbero essere raccolti in un disco, nonostante non assomiglino a nulla di ciò che ho composto in precedenza.
Nei tuoi concerti in solo o in duo attraversi il blues, il soul e la tradizione usando strumenti diversi. Qual è il filo segreto che tiene insieme tutte queste anime?
Mi piace cambiare spesso argomento e non so se esista un filo segreto; forse si tratta persino di un difetto. Ricordo che a scuola finivo sempre fuori tema.
Nel progetto “Sette ritratti per sette metamorfosi” suoni davanti ai volti che tu stesso hai dipinto. Che cosa ti restituiscono quelle immagini mentre le attraversi con la musica?
Si tratta dei volti di sette grandi jazzisti. Più che guardarli mentre suono, queste figure rappresentano l'occasione per slegarmi da un loro tema celebre, che magari accenno all'inizio dell'improvvisazione per poi muovermi verso direzioni completamente diverse. In quel contesto può accadere qualsiasi cosa: lo stimolo può derivare da una mia intuizione sulla chitarra o da un impulso ritmico impresso da Rodolfo Cervetto, che considero non solo un batterista straordinario, ma uno dei musicisti più empatici che io abbia mai frequentato.
Partite da un brano dell'autore e poi lo lasciate andare. Che cosa rimane di un tema quando lo si abbandona, e cosa invece continua a guidarvi nel pieno della libertà?
A pensarci bene, non rimane nulla. È un viaggio in cui si parte e si ritorna; tutto ciò che si trova nel mezzo appartiene all'ignoto.
Avete portato questo spettacolo nei jazz club, nei teatri e nei festival di poesia. In quale luogo senti che la tua musica respira meglio?
Certamente nei club. Avere il pubblico vicino, spesso immerso in un silenzio totale - al punto che la caduta di un plettro si avverte chiaramente - crea una condizione che eleva il livello di concentrazione e la resa sonora complessiva.
Tra insegnamento, concerti, pittura e progetti interdisciplinari, qual è oggi la domanda che ti accompagna mentre crei, quella che ancora non ha trovato risposta?
In realtà non ho un carico di impegni così frammentato; le attività che hai menzionato rientrano semplicemente tra le cose che amo, anche se la dimensione che prediligo rimane quella dei concerti. Non ho domande irrisolte in particolare, quanto piuttosto alcune considerazioni personali. Sto attraversando un periodo complesso e faticoso della mia vita, forse il più difficile finora, ma questo non significa che sia impossibile da superare. Spesso rifletto sul fatto che, anche se le cose migliorassero, la mente per sua natura non sarebbe comunque appagata; tende a comportarsi come un elemento estraneo che ha sempre fame di qualcosa. Ultimamente sto leggendo i testi dei maestri vedici, tra cui Ramana Maharshi. Per l'induismo esiste solo l'atman, l'assoluto che comprende il tutto. Tuttavia, la mente che lo osserva introduce una condizione duale che si rivela un inganno. Non esiste dualità, esiste solo l'uno, e quell'uno comprende ogni cosa, inclusa la musica. Quale sia la sua funzione precisa non saprei dirlo. La musica dormiva già nell'albero prima che la mano abile del liutaio imparasse a ricavarne un violino. Di conseguenza, l'albero stesso è un violino silenzioso: la musica è ovunque, è l'atman.
Riferimenti esecutivi: Sette ritratti per sette metamorfosi — Claudio Bellato e Rodolfo Cervetto live al Teatro dell'Attrito di Imperia.
mercoledì 24 giugno 2026
“Venus” / “Venere” – La scintilla pop che cambia voce con i Dalton
“Venus”, il
successo del 1969 firmato dagli Shocking Blue,
nasce con un’identità precisa: un riff di chitarra immediato, la voce di
Mariska Veres che porta un timbro netto, un impianto pop‑rock che avanza con
passo sicuro. La forza del brano sta nella sua compattezza, ogni elemento
sostiene l’altro, senza dispersioni.
Nello stesso anno, in Italia, la canzone prende una strada
diversa. I Dalton realizzano “Venus”
in versione italiana, mantenendo la struttura melodica dell’originale ma
riscrivendo completamente il testo. Il risultato è un adattamento che sposta
l’asse emotivo. Il racconto diventa più interiore, con un protagonista che vive
la figura femminile come un’apparizione ricorrente, quasi un’immagine onirica.
La vocalità di Rolando Belli - insolita per il gruppo, dato che il cantante
abituale era Mimmo Saponaro - porta il brano in una dimensione più morbida,
meno tagliente rispetto alla tensione rock degli Shocking Blue.
Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di
interpretare la stessa scintilla pop. Gli Shocking Blue costruiscono un brano
diretto, con un’energia che resta intatta nel tempo. I Dalton scelgono una via
più narrativa, con un’atmosfera che si avvicina alla sensibilità italiana di
fine anni Sessanta, dove l’adattamento non era solo un passaggio linguistico ma
un vero cambio di prospettiva.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Venus” conserva la sua immediatezza; la versione dei Dalton restituisce una
stagione musicale in cui le canzoni viaggiavano, cambiavano voce e trovavano un
nuovo equilibrio senza perdere la loro identità melodica.
Nasceva il 24 giugno Jeff Beck, l'innovatore incessante della chitarra
Dagli Yardbirds alla fusion
sperimentale: un viaggio nel suono unico e rivoluzionario di Jeff Beck
Jeff Beck. Il nome evoca un suono inconfondibile, un timbro che ha attraversato generazioni e generi, plasmando il panorama della musica moderna. Più che un semplice chitarrista, Beck è stato un innovatore instancabile, un esploratore sonoro che ha costantemente sfidato i confini dello strumento, lasciando un'impronta indelebile nella storia della musica.
Nato a Wallington, Surrey, il 24 giugno 1944, la passione di Beck per la chitarra si manifestò precocemente. Le sue prime influenze, che spaziavano dal rock and roll di Gene Vincent al blues di B.B. King, gettarono le basi per uno stile eclettico e in continua evoluzione. L'esperienza formativa negli Yardbirds, seppur breve ma intensa, lo proiettò sulla scena mondiale, rivelando un talento grezzo e una visione musicale già distintiva. Il suo approccio dinamico e imprevedibile alla chitarra solista, caratterizzato da un uso audace del feedback e della leva del vibrato, contribuì a definire il suono psichedelico emergente degli anni '60.
L'abbandono degli Yardbirds segnò l'inizio di una prolifica carriera solista, costellata di album seminali che dimostrarono la sua straordinaria versatilità. Il Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce e Ron Wood al basso, sfornò pietre miliari come Truth (1968) e Beck-Ola (1969), fusioni potenti di blues, hard rock e proto-heavy metal. Questi lavori non solo misero in luce la sua tecnica chitarristica innovativa, ma rivelarono anche la sua capacità di circondarsi di musicisti di talento e di creare un suono di band coeso e dinamico.
Negli anni '70, Beck intraprese un percorso ancora più sperimentale, abbracciando la fusion e il jazz rock con album come Blow by Blow (1975) e Wired (1976), entrambi prodotti dal leggendario George Martin. Questi dischi strumentali, caratterizzati da intricate melodie, ritmi complessi e un virtuosismo chitarristico sbalorditivo, consolidarono la sua reputazione come uno dei chitarristi più influenti e rispettati al mondo. La sua capacità di esprimere un'ampia gamma di emozioni attraverso la sola chitarra, senza il supporto della voce, era semplicemente rivoluzionaria.
La sua carriera successiva fu un susseguirsi di esplorazioni sonore, collaborazioni eclettiche e un'incessante ricerca di nuove sonorità. Album come Flash (1985), con la hit Rough and Ready cantata da Rod Stewart, dimostrarono la sua apertura a sonorità più pop-oriented, pur mantenendo intatta la sua identità chitarristica unica. Negli anni successivi, Beck continuò a sorprendere e a ispirare con progetti che spaziavano dal blues rock più viscerale alla techno-fusion sperimentale, dimostrando una curiosità musicale insaziabile e una maestria tecnica ineguagliabile.
L'approccio di Jeff Beck alla chitarra andava oltre la semplice esecuzione di scale e arpeggi. Era un maestro del suono, capace di manipolare le dinamiche, il sustain e il timbro con una sensibilità e un controllo sorprendenti. Il suo uso distintivo della leva del vibrato, spesso senza plettro, creava effetti sonori unici e inimitabili, conferendo alle sue linee melodiche un carattere fluido e quasi vocale. La sua capacità di improvvisare con libertà e inventiva, pur mantenendo una coerenza musicale, lo distingueva dai suoi contemporanei.
L'eredità di Jeff Beck è vasta e profonda. Ha influenzato generazioni di chitarristi, dai virtuosi del rock ai pionieri della fusion. Il suo spirito innovativo, la sua dedizione alla sperimentazione sonora e la sua instancabile ricerca della perfezione musicale lo hanno consacrato come una leggenda vivente.
Anche dopo la sua scomparsa nel 2023, la sua musica continua a ispirare e a meravigliare, testimoniando la genialità di un artista che ha ridefinito il ruolo della chitarra nella musica contemporanea.
martedì 23 giugno 2026
Maurizio Baiata-"Rock Memories" -Volume 3°
Conosco Maurizio Baiata da molti anni e ogni volta che mi avvicino a un
suo libro ho la sensazione di ritrovare un amico che non ha mai smesso di
raccontare il suo percorso. La sua voce è rimasta la stessa che avevo
incontrato per la prima volta sulle pagine di Ciao 2001, quando la
musica era un territorio da esplorare con fame e curiosità. In questi anni ho
imparato che Baiata non scrive soltanto di rock, ma lo vive e lo restituisce
con una sincerità che appartiene a pochi.
Questo terzo volume di Rock
Memories non è soltanto un
nuovo capitolo di una trilogia, ma assomiglia di più ad un viaggio che riprende
da dove ci eravamo lasciati, con la stessa energia, la stessa capacità di
trasformare un ricordo in un’esperienza viva. Leggere Baiata significa entrare
in un mondo dove ogni pagina è un invito a riascoltare, a rivedere, a rivivere.
Il “nuovo” Rock Memories conferma la natura profonda
del progetto di Maurizio Baiata. Non è un semplice libro di storia del rock,
piuttosto un atlante emotivo, un dispositivo narrativo capace di attraversare
decenni di musica e restituirli con una forza che appartiene solo a chi ha
vissuto gli eventi in prima linea.
Il volume si apre con tre prefazioni che non sono meri
apparati introduttivi, ma dichiarazioni di poetica. Monica Felletti, nella
prima, descrive con precisione chirurgica la capacità di Baiata di creare
“parole-bomba”, neologismi che diventano vibrazioni:“…la parola non è altro
che una vibrazione”, e questa affermazione racchiude l’essenza del libro.
La struttura del volume è ampia e articolata. Le sezioni
dedicate alle radici del rock, al Be-Bop, alla Beat Generation e al recupero
del blues costruiscono un contesto storico che non è mai accademico, ma un percorso
che mette in relazione la pulsazione dello swing con la letteratura, il dolore
con la libertà, la strada con il palco. E al lettore non resta che vivere il
viaggio.
La parte dedicata al Need to Know italiano è uno dei
punti più forti del libro. Baiata attraversa gli anni Settanta con lucidità e
partecipazione. Racconta l’esplosione del rock italiano, le contraddizioni
dell’industria discografica, le tensioni sociali, i lacrimogeni ai concerti, la
fame di musica che attraversava una generazione. È un affresco che restituisce
un Paese in trasformazione, dove la musica era un atto politico e un gesto di
libertà.
La sezione Italia Underground & Pop & Prog è
un viaggio dentro un patrimonio spesso trascurato. Agorà, Dedalus, Arti &
Mestieri, Napoli Centrale, Garybaldi, Sensations’ Fix, Claudio Rocchi, Saint
Just, Il Balletto di Bronzo, Osanna, Banco, PFM. Baiata entra nelle pieghe, racconta
le motivazioni, le intuizioni, le fragilità. È un lavoro di scavo che
restituisce dignità e profondità a una scena che ha segnato la storia della
musica italiana.
La parte dedicata all’avanguardia è un capitolo a sé. Stati
Uniti, Francia, Italia, Inghilterra, Germania. Da Robbie Basho a Philip Glass,
da Battiato a Cacciapaglia, da Eno a La Monte Young, da Amon Düül ai Popol Vuh.
Qui Baiata mostra la sua capacità di muoversi tra generi e linguaggi con
naturalezza. L’avanguardia appare come un laboratorio emotivo, un luogo dove la
musica si reinventa.
Gli Artisti Fondamentali rappresentano il focus del
volume. Eric Burdon, Cat Stevens, Ike & Tina Turner, Ringo
Starr, Hot Tuna, King Crimson, Nick Drake, John McLaughlin, Jefferson Air-Ship,
Frank Zappa, Genesis. Ogni
scheda è un racconto autonomo, ogni artista è un mondo a sé.
Le sezioni finali dedicate alla New Wave e al Punk sono un
ritorno alla domanda che attraversa tutto il libro. Perché il rock cambia?
Perché si trasforma? Perché continua a parlare? L’autore risponde con la sua
scrittura, la sua memoria, la sua capacità di far rivivere un’epoca in cui la
musica era un detonatore emotivo e sociale.
Il volume si chiude come era iniziato, con una vibrazione, con
la consapevolezza che la memoria non è un archivio ma un luogo vivo. Rock
Memories, il terzo volume, mi appare come il più maturo, il più completo,
il più necessario.
lunedì 22 giugno 2026
Steve Hackett e Steve Rothery e il nuovo album "The Roaring Waves"
The Roaring Waves
Steve Hackett e Steve Rothery
Steve Hackett e Steve Rothery presentano il loro album insieme.
L’idea che un giorno Steve Hackett potesse diventare un amico
fraterno sarebbe sembrata pura fantasia al Rothery adolescente, quello che
stava scoprendo i Genesis e muoveva i primi passi con la chitarra. E invece
oggi i due storici chitarristi del prog annunciano ufficialmente il loro
progetto comune: The Roaring Waves.
Il disco, completamente strumentale e costruito attorno al
dialogo tra le loro chitarre, arriverà il 28 agosto per InsideOut Music.
Si tratta di una raccolta di sette composizioni unite da un
filo conduttore preciso: il mare e la sua forza evocativa.
Rothery racconta che l’ispirazione nasce anche dai ricordi
della sua Whitby: “D’inverno, durante le tempeste, si poteva sentire il
fragore delle onde. Whitby era un luogo molto suggestivo in cui vivere, un
luogo poetico e potente in cui crescere”.
I due musicisti spiegano che il progetto è nato in modo
naturale, come estensione della loro amicizia. Hackett sottolinea che quando il
rapporto umano viene prima della musica, tutto scorre senza competizione e si
crea un terreno fertile per qualcosa di diverso.
Rothery sorride ricordando quanto sarebbe rimasto incredulo
il sé quindicenne:
«Se aveste detto al me quindicenne… sarei svenuto»,
dice pensando alla passeggiata fatta con Hackett nei luoghi della sua infanzia,
durante una sessione di ricerca creativa.
Sul carattere sonoro dell’album, Rothery aggiunge che ciò che
li unisce è un approccio basato su melodia, atmosfera ed emozione:
“Si riesce a emozionare molto di più il pubblico con poche
note su una bella sequenza di accordi suonata con emozione, piuttosto che con
una tecnica di sweep picking che dura cinque minuti”.
domenica 21 giugno 2026
Il 21 giugno del 1948 nasceva il primo 33 giri della storia della musica
Il 21 giugno del 1948 nasceva il primo 33
giri della storia della musica. L'introduzione del nuovo supporto si deve al
lavoro della Columbia Records che manda di fatto in pensione il vecchio 78
giri, dando il via ad un nuovo capitolo del mercato discografico, che durerà
fino alla fine degli anni Ottanta.
Il 33 giri, rispetto al suo predecessore, ha una migliore qualità del vinile e durata. Sono questi i motivi che fanno sì che il nuovo supporto soppianti progressivamente il 78 giri.
Il nome del 33 giri, conosciuto anche
come Long playing (Lp), deriva dal fatto che la sua velocità di rotazione è di
circa 33 giri al minuto. Per la precisione 33 giri e un terzo, l'equivalente di
100 giri completi ogni tre minuti.
Ogni vinile 33 giri ha due facciate,
ognuna delle quali può riprodurre fino a 30 minuti di contenuto musicale. La
durata può aumentare anche fino a 40 minuti per lato, ma ciò implica una
qualità sonora leggermente inferiore
Gli ingegneri della Columbia Records
cominciano a lavorare al nuovo supporto a partire dal 1939, proprio con
l'obiettivo di estendere la durata del vecchio 78 giri, che ha un tempo di
riproduzione di massimo 20 minuti.
Lo scoppio del secondo conflitto mondiale rallenta per ovvie ragioni lo sviluppo del nuovo supporto musicale, ma la fine della guerra permette al team della Columbia Records guidato dall'ingegner Peter Carl Goldmark di risolvere le ultime criticità tecniche.
Il 33 giri viene, quindi, finalmente
lanciato sul mercato segnando una svolta epocale per il mondo della musica e
mandando in soffitta il 78 giri inventato nel lontano 1894. Con il nuovo
supporto viene anche introdotto l'acronimo Lp (Long playing), che verrà
utilizzato in futuro anche per i Cd.
La presentazione ufficiale del 33
giri va in scena il 21 giugno del 1948 presso il Waldorf Astoria Hotel di New
York City. Sarà un successo che resisterà anche all'uscita del 45 giri di un
anno più tardi.
La diffusione del 33 giri non verrà scalfita nemmeno dall'arrivo delle musicassette nel corso della metà degli anni Sessanta.
Nel 1978 vengono venduti in tutto il mondo circa un miliardo di dischi 33 giri. Si tratta dell'anno che segna il massimo successo di questo supporto.
L'incisione sul disco del 33 giri avviene attraverso la tecnica del microsolco che consente al supporto di contenere più informazione e, di conseguenza, prolungarne la durata.
La riproduzione degli Lp 33 giri avviene tramite una puntina - che può essere in diamante o zaffiro - dei giradischi, che trasmette ad un complesso elettromagnetico le irregolarità del solco sul disco.
Sui 33 giri sono stati incisi alcuni dei più famosi brani nella storia della musica e successi commerciali che hanno segnato intere generazioni, come "Hot Stuff" di Donna Summer del 1979 (nella foto la copertina originale).
La diffusione su larga scala del 33 giri viene progressivamente ridimensionata dall'avvento del compact disc verso la fine degli anni Ottanta.
Gli Lp, pur non essendo più un supporto di massa, sono comunque sopravvissuti come prodotto di nicchia e da collezione per gli appassionati.
Celebrazioni per gli 80 anni di Syd Barret
Celebrazioni per gli 80 anni di Syd
Barrett
Concerti, un nuovo album tributo e
una grande mostra a Cambridge
Per ricordare quello che sarebbe stato l’ottantesimo
compleanno di Syd Barrett, Cambridge
si prepara a una serie di iniziative speciali: un grande concerto nel luogo del
suo ultimo live, un album tributo ricco di ospiti illustri e una mostra
dedicata alla sua arte.
Il cuore delle celebrazioni sarà il 10 ottobre, quando
il Cambridge Corn Exchange – lo stesso palco su cui Barrett si esibì per
l’ultima volta nel 1972 con gli Stars – ospiterà un evento commemorativo. Sul
palco saliranno Kula Shaker, Soft Machine, Men On The Border, Diana Silveira
& The Psychedelic Circus, Radhika, Pünk Floyd e altri ospiti che verranno
rivelati più avanti.
L’iniziativa ha il pieno sostegno della famiglia. La sorella
di Barrett, Rosemary Breen, ha commentato:
“La famiglia sostiene con tutto il cuore questi eventi entusiasmanti a favore di associazioni benefiche per la salute mentale. Syd sarebbe stato così felice e onorato di sapere che la sua musica è ancora apprezzata a Cambridge”.
Un album tributo con Pink Floyd,
Gilmour, Bowie e molti altri
Il giorno precedente, 9 ottobre, uscirà un nuovo album che
celebra la creatività e l’eredità di Barrett. Il disco, disponibile in vinile
colorato e CD, raccoglie nuove registrazioni, materiale raro e performance dal
vivo selezionate con cura. La copertina, che riprende una delle immagini più
celebri di Syd, è firmata da Mark Wilkinson, noto per i suoi lavori con Iron
Maiden, Marillion e Judas Priest.
Il progetto,
intitolato Clowns And Jugglers: The Songs Of Syd Barrett,
includerà contributi di: Pink Floyd, David Gilmour, David Bowie, Nick Mason’s
Saucerful Of Secrets, Soft Machine, Voyage 35, All About Eve, Rosalie
Cunningham, Tim Bowness, Theo Travis, Henge, Robyn Hitchcock con John Paul
Jones, e altri ancora.
Il co-organizzatore Neil Jones sottolinea il valore simbolico
dell’iniziativa:
“Ottant’anni dopo la sua nascita, l’influenza di Syd Barrett rimane forte come sempre. È particolarmente significativo che questa celebrazione si svolga a Cambridge, la città al centro della sua storia”.
Una mostra dedicata alla sua arte
Dal 3 al 9 ottobre, il centro artistico Cambridge Openspace
ospiterà una grande esposizione dedicata alla vita e all’immaginario creativo
di Barrett. Saranno esposti dipinti originali, schizzi, stampe di grande
formato e opere di artisti ospiti. Il programma includerà anche una serie di conferenze
tenute dai principali biografi di Barrett, per approfondire la sua figura e il
suo impatto culturale.
sabato 20 giugno 2026
Paolo "Silver" Silvestri dei The Trip – Furio Chirico’s - Intervista dopo la tournée in Giappone, tra emozioni, omaggi e nuovi progetti
I Trip – Furio Chirico’s sono appena rientrati dal Giappone dopo due serate al prestigioso Club Città di Kawasaki, accolti da un pubblico caloroso e da una produzione impeccabile. A pochi giorni dal ritorno, Paolo “Silver” Silvestri ha raccontato a MAT2020 com’è andata questa esperienza intensa, tra concerti sold out, incontri con i fan, lavoro in studio e nuove idee che stanno già prendendo forma.
Dopo due serate al Club Città di Kawasaki, qual è l’immagine o l’emozione che ti è rimasta più impressa tornando in Italia?
È stata un’esperienza davvero gratificante. Il pubblico giapponese ascolta con un’attenzione incredibile: devi essere preciso, perché loro comprano il CD, poi vengono a sentirti dal vivo e vogliono verificare se sei all’altezza di ciò che hai registrato in studio. Per fortuna, negli anni, tutti noi abbiamo imparato che nei live bisogna essere energici e dare il massimo, e questo loro lo apprezzano molto. Mi ha colpito anche la gente che ci aspettava in albergo per una foto o per farsi autografare un CD o un LP. Sono rimasto stupito da tutto questo, lo ammetto. Ero davvero soddisfatto dei due show. Sono rientrato in Italia dopo una settimana perché ho unito ai concerti una vacanza con mia moglie, insieme a Marco Rostagno e alla sua compagna.
Mi pare di capire che sei rimasto colpito dalla gentilezza estrema di pubblico e fonici. C’è stato un momento in cui hai percepito davvero il legame con la platea?
Sì, sono rimasto molto colpito dalla gentilezza dei fonici e del pubblico giapponese. Appena arrivati all’aeroporto di Tokyo, la produzione di Sfera Entertainment, guidata dalla nostra manager Amy Ida, ci ha portati direttamente in teatro per un incontro tecnico. Dovevamo risolvere alcune questioni legate alla gestione del palco. L’incontro è durato circa cinque ore e, dopo 24 ore di viaggio, eravamo esausti. I fonici lavorano anche di notte. Le due mattine successive entravamo in teatro verso le 9.30 per i vari soundcheck. Ti dico solo che non mi hanno lasciato collegare nemmeno un cavo: una gentilezza incredibile, sia da parte degli addetti ai lavori sia del pubblico, sempre entusiasta e accogliente. Nei giorni successivi, in giro per Tokyo, sia io sia Marco siamo stati riconosciuti per i concerti di qualche giorno prima. Pazzesco. In Italia non ci capita mai. La cultura giapponese considera il musicista una figura importante. A volte penso che dovremmo trasferirci tutti in Giappone… ovviamente scherzo.
Le due serate avevano scalette diverse. Come avete deciso cosa portare dal vivo tra Equinox, Atlantide e Caronte?
La produzione giapponese desiderava ascoltare brani sia da Equinox sia dal nuovo Atlantide 2025, oltre a pezzi storici scritti da Joe Vescovi per l’album Caronte. Abbiamo quindi deciso di rimettere in scaletta brani come Two Brothers, Ultima Ora, Ode a Jimi Hendrix e naturalmente Caronte. Sono pagine fondamentali della storia dei Trip e non potevamo sottrarci a questa richiesta. Tra le novità c’era anche Corale da Time of Change. Per l’edizione giapponese dell’LP Atlantide 2025 ho scritto un nuovo intro e un finale dedicato (Prelude), presenti solo in quella versione.
L’esecuzione dell’inno Kimi Ga Yo e il finale di Nessun Dorma sono stati momenti speciali. Come è nata l’idea?
Già dallo scorso anno, appena saputo dei due concerti in Giappone, avevo deciso di omaggiare il pubblico con il loro inno nazionale. Kimi Ga Yo è forse l’inno più corto al mondo: ho pensato di suonarlo con l’Hammond e un synth che mi permetteva interventi orchestrali. Di questo avevo informato la produzione artistica, ma non avevo detto nulla riguardo a Nessun Dorma: doveva essere una sorpresa anche per Furio, Marco e Alessio. Qualche giorno prima l’ho confidato a Marco Rostagno, che mi ha risposto: “Figo!”. Dopo la prima sera Alessio mi ha detto: “Perché non me lo hai detto? L’avrei cantata”. Così la mattina seguente l’abbiamo provata al volo durante il soundcheck e la sera era già nello show. Il pubblico giapponese l’ha apprezzata moltissimo. Per noi è stato un momento di adrenalina pura, uno di quelli che restano nel cuore.
Mi hai accennato a nuove idee sul pentagramma e al fatto che anche Rostagno e Trapella stanno scrivendo. Che direzione musicale senti emergere?
La voglia di immergerci in nuovi brani nasce anche dal cambio
di formazione. L’arrivo di Alessio Trapella, voce e basso, ha dato una spinta
positiva alla band. Sono bastate due prove per preparare i concerti in
Giappone, e questo ci ha fatto venire voglia di scrivere nuovo materiale. Nei
giorni prima della partenza ero ospite da Marco: la sera, prima di dormire,
imbracciando due chitarre abbiamo tirato fuori molte idee, già ben definite.
Anche Alessio sta contribuendo e penso che verrà fuori qualcosa di tosto.
Naturalmente dovremo far ascoltare tutto alla produzione, ma credo che il
progetto possa andare in porto. Sto già scrivendo le mie parti sul pentagramma,
come faccio da sempre: è una cosa che mi affascina profondamente.
Mi hai detto che tutto è stato registrato in multitraccia e video. Cosa ti piacerebbe vedere in un eventuale vinile o CD?
La produzione italiana, insieme a quella giapponese, ha registrato entrambi gli show e sembra interessata a pubblicare un live, o forse più di uno. Bisognerà ascoltare bene tutto il materiale per capire cosa è venuto meglio. Penso che entrambi i concerti siano di alto livello, anche se forse il secondo è riuscito meglio: avevamo dormito qualche ora in più ed eravamo più freschi. Sono state fatte anche riprese video. Non so cosa deciderà la produzione italo-giapponese, ma un DVD sarebbe fantastico. Ho visto qualche clip e sono rimasto a bocca aperta: ho pensato “Ma siamo noi?”. I fonici giapponesi hanno fatto un lavoro incredibile. Anche da un semplice telefonino sembrava un disco.
Parli di una grande amicizia nata con Marco negli ultimi mesi. Quanto conta l’intesa personale nel suonare musica così intensa?
L’amicizia con Marco nasce dal nostro amore per la musica. Abbiamo un grande rispetto reciproco, ma andiamo d’accordo anche su molte altre cose: non parliamo solo di musica. Lui è molto più giovane di me e mi trasmette un’energia incredibile, mi spinge a mettermi in gioco. Con lui non riesco mai a sentirmi “vecchio”. A volte mi guarda e mi dice “Daje sec” o “Meraviglioso”. Sì, il nostro rapporto è proprio così: meraviglioso.
Portare in giro repertori storici come Caronte comporta
responsabilità e libertà. Come vivi questo equilibrio?
Ho una grande stima per ciò che Joe Vescovi ha creato nella storia dei Trip. Ho sempre pensato che fosse il vero fulcro della band, e non mi sbagliavo. Quando suono i suoi brani cerco di farlo con coscienza, senza buttare note a caso. Allo stesso tempo, col tempo ho imparato a essere me stesso. Quando incido un nuovo album non ascolto musica per non farmi influenzare. Ad esempio, in Caronte con Furio eseguo una frase un’ottava sopra rispetto alla versione originale: non per vantarmi, ma perché è il mio modo di suonare. Furio lo ha capito e mi ha lasciato “strada libera”, perché il brano funziona e questo è ciò che conta. Nel rifacimento di Atlantide 2025 ho aggiunto più parti tastieristiche: tra Hammond e synth sono quattro o cinque linee. Dal vivo è impegnativo, ma sulle cose difficili mi diverto. Poi, se riescono sempre, è un altro discorso.
Tra un possibile live, un nuovo album e nuove idee, cosa ti entusiasma di più del futuro dei Trip – Furio Chirico’s?
Sia i live sia i possibili nuovi album mi entusiasmano, ma
ciò che più mi piace è il rapporto che si è creato tra noi quattro. Ci vediamo
poco, ma quando succede c’è un grande affiatamento. Da quando è arrivato
Alessio la band è cresciuta molto: ci ascoltiamo, lavoriamo con attenzione e
arriviamo rapidamente alla miglior esecuzione possibile. Sono musicisti che non
hanno bisogno di presentazioni, con anni di esperienza e studio alle spalle. E
soprattutto ci divertiamo come quindicenni alla prima prova. In fondo, è questo
ciò che conta.




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