The Marquee, Londra, 24 novembre 1964 – 27
aprile 1965
I TheWho subirono
una radicale trasformazione durante i sei mesi di concerti al Marquee di
Londra. Appena quindici giorni prima che i manager Kit Lambert e Chris
Stamp ottenessero a fatica un ingaggio a partire dal 24 novembre 1964
per le tranquille serate del martedì, il gruppo suonava ancora al Railway Hotel
di Harrow e Wealdstone con il nome di High Numbers.
Alla data di
scadenza del contratto con il locale (27 aprile 1965), i quattro avevano
un 45 giri nei Top Ten britannici, erano volti noti della stampa e della
televisione e avevano iniziato a registrare il loro primo album, My Generation.
Cosa ancora più importante, i Who erano diventati
portabandiera del neonato fenomeno culturale detto mod. Dotati di grande
impatto sonoro e visivo, rappresentavano tutto ciò che ogni giovane mod
aspirava ad essere: impeccabilmente vestito, anfetaminico (anche nel senso
letterale del termine) e, naturalmente, famoso. E così, mentre grazie a loro le
presenze di pubblico nel locale di Wardour Street si moltiplicavano, i Who
regalavano un'estetica al mondo del pop. La loro musica conteneva tutto il
dramma, gli eccessi e le tensioni della vita urbana; la loro immagine era ben
studiata e subito memorizzabile.
Poco dopo aver concluso l'impegno settimanale al
Marquee, il singolo carico di distorsioni Anyway Anyhow Anywhere uscì accompagnato dalla frase: “Un gruppo pop art con un suono pop art”.
Nulla di ciò accadeva per caso: “Sapevamo che per affermarci in tutto il
paese dovevamo prima conquistare il West End”, ricorderà Kit Lambert. Alla
scarsa affluenza di pubblico nella prima serata venne posto rimedio con una
massiccia campagna pubblicitaria, ben esemplificata dal leggendario e
sofisticato poster in bianco e nero con la scritta “Maximun R&B”. Alcuni fan ricordano che nel locale venivano loro offerti gratuitamente
bicchieri di whisky a patto che esprimessero ad alta voce il loro apprezzamento
nei confronti del gruppo. Ma erano espedienti superflui, i Who erano davvero
straordinari e meritavano la fama che si stavano guadagnando.
Il chitarrista Pete Townshend e il bassista John
Entwistle alzavano immancabilmente gli amplificatori al massimo, Keith
Moon reinventava di sana pianta il ruolo del batterista con la sua
instancabile teatralità, mentre il cantante Roger Daltrey spesso necessitava
di un bicchierino di buon distillato per farsi ascoltare al di sopra della
tempesta elettrica. Ma anche un volume tanto terrificante sembrava non bastare.
“Siamo arrivati al punto di finire la
serata spaccando tutto ed è costoso”, spiegò Pete Townshend ai cronisti
dell'epoca. Per fortuna i manager capivano il valore di un coinvolgimento
emotivo così totalizzante. “E' un
investimento” disse con un'alzata di spalle Lambert. L'investimento
cominciò presto a dare frutti. Alla fine del 1965 My Generation di Townshend sintetizzò al meglio i bellicosi
sentimenti della folla del Marquee, rendendoli universali. (Mark Paytress-"Io c'ero")
Il 27 aprile si ricorda la nascita di Gordon
Hionidies, meglio noto come Gordon Haskell,
avvenuta nel 1946 a Verwood. La sua carriera musicale, pur toccando
vertici di notorietà grazie alla sua militanza nei seminali King Crimson
all'inizio degli anni Settanta, ha saputo evolvere verso sonorità più intime e
folk, culminando in un successo popolare inaspettato.
La sua fama iniziale è indissolubilmente legata al suo
periodo con la band di Robert Fripp. Haskell contribuì in maniera significativa
al suono dei King Crimson, prestando la sua elegante voce come seconda voce
solista nel delicato brano "Cadence and Cascade" presente
nell'album In the Wake of Poseidon. Successivamente, in Lizard,
assunse il doppio ruolo di bassista e cantante solista, lasciando un'impronta
distintiva sulle complesse trame sonore dell'album.
Già prima di questa
cruciale esperienza, Haskell aveva collaborato con Fripp in una primordiale
versione della League of Gentlemen, un progetto che tuttavia abbandonò a
causa di divergenze sulla direzione musicale intrapresa.
Dopo la parentesi prog-rock con i King Crimson, Haskell
intraprese una carriera solista che lo vide progressivamente avvicinarsi a
sonorità più folk e cantautorali, distanziandosi dalle sperimentazioni
complesse dei suoi esordi. Questa nuova fase artistica lo portò a pubblicare
album apprezzati da una nicchia di ascoltatori, fino all'inatteso successo del
singolo "How Wonderful You Are", tratto dall'album Look
Out. Questa ballata folk toccante e sincera scalò le classifiche
britanniche, diventando la canzone più richiesta nella storia di BBC Radio 2 e
vendendo ben 400.000 copie, testimoniando la sua capacità di connettersi con un
vasto pubblico attraverso la semplicità e l'autenticità della sua musica.
Nel giorno in cui ricordiamo la sua nascita, avvenuta 79 anni
fa, celebriamo la poliedricità di Gordon Haskell: il bassista e cantante che
contribuì a definire il suono del primo prog rock con i King Crimson, e il
cantautore folk capace di raggiungere un successo popolare con una ballata
intima e sincera. La sua voce calda e avvolgente, capace di trasmettere sia la
malinconia sofisticata del prog che la semplicità emotiva del folk, rimane un
elemento distintivo di un artista che ha saputo lasciare un segno peculiare nel
panorama musicale britannico, scomparso il 18 ottobre 2020. Il suo
percorso artistico, dalle complesse architetture sonore del prog alle melodie
folk dirette al cuore, rappresenta un viaggio musicale affascinante e
meritevole di essere ricordato.
l'incredibile viaggio di David
Bowie sulla Transiberiana
Nella primavera del 1973, mentre il mondo intero
guardava a David Bowie come alla
rockstar aliena caduta sulla Terra, l'uomo dietro la maschera di Ziggy Stardust
stava affrontando una sfida decisamente terrena: tornare a casa dal Giappone
senza mai staccare i piedi dal suolo. Bowie, infatti, viveva allora con una
fobia paralizzante per il volo, un terrore nato da una premonizione e da alcuni
incidenti visti da vicino che lo spingeva a preferire qualsiasi mezzo di
trasporto, purché non avesse le ali. Fu così che, per tornare in Europa dopo il
trionfale tour nipponico, la stella più brillante del glam rock decise di
imbarcarsi in un’impresa epica: attraversare l'Unione Sovietica a bordo della
leggendaria Ferrovia Transiberiana.
Il contrasto visivo doveva essere surreale. Immaginiamo le
stazioni grigie e austere della Russia profonda, immerse nel clima rigido della
Guerra Fredda, improvvisamente illuminate da un uomo con i capelli rosso
fiammante, le sopracciglia rasate e abiti di seta dai colori sgargianti.
Accompagnato dal fotografo Mick Rock e dall'amico Geoff MacCormack, Bowie salì
sul treno a Vladivostok dopo una traversata in nave. Per quasi dieci giorni,
quella carrozza divenne il suo mondo. Lontano dalle luci della ribalta e
dall'isteria dei fan, David si trasformò in un osservatore silenzioso e
curioso. Passava le ore a guardare fuori dal finestrino le distese infinite di
betulle bianche della Siberia, interrotte solo da piccoli villaggi che
sembravano rimasti fermi all'Ottocento.
Nonostante il visto turistico e la presenza costante di
sguardi sospettosi da parte delle autorità sovietiche, Bowie non rimase isolato
nel suo scompartimento. Si narra che acquistò un sassofono durante una sosta e
che passasse il tempo a suonare per i passeggeri e per le inservienti del
treno, le rigide dezhurnaya, che finirono per affezionarsi a quel
bizzarro straniero che beveva tè dal samovar e mangiava yogurt locale con
estrema naturalezza. C'erano momenti di tensione, come quando rischiò l'arresto
per aver filmato dei soldati in una stazione, ma la musica e il suo carisma
sembravano creare un ponte tra mondi che, politicamente, non avrebbero potuto
essere più distanti.
Quel viaggio non fu solo un espediente per evitare un aereo,
ma una vera e propria catarsi creativa. L'estetica spoglia, il senso di
isolamento e la malinconia dei paesaggi russi si impressero nella mente di
Bowie, lasciando tracce profonde che sarebbero riemerse anni dopo. Quel
silenzio ritmato dalle rotaie fu il primo seme di quella ricerca sonora che lo
avrebbe portato, verso la fine del decennio, a trasferirsi a Berlino per
incidere i suoi album più sperimentali. Quando il treno arrivò finalmente alla
stazione di Mosca, David Bowie non era più solo Ziggy Stardust; era un artista
che aveva scoperto quanto può essere vasto e solitario il mondo, portando con
sé un bagaglio di immagini che avrebbero cambiato per sempre la storia della
musica moderna.
Steve Winwood (a sinistra) e Dave Mason dei Traffic durante le prove alla Fairfield Hall di Croydon, nel sud di Londra, nel giugno del 1971
La notizia della scomparsa di Dave
Mason, morto a 79 anni, ha riportato alla memoria una stagione
irripetibile della musica britannica. A ricordarlo è stato Steve Winwood, compagno d’avventura nei Traffic
e unico membro ancora in vita della formazione originaria. Nel suo messaggio,
Winwood ha sottolineato quanto Mason fosse stato decisivo nel definire
l’identità della band, affermando che “la sua capacità di scrivere canzoni,
il suo talento musicale e il suo spirito distintivo hanno contribuito a creare
musica che è durata ben oltre la sua epoca”.
I Traffic nacquero nel 1967, quando Winwood – reduce dal
successo con gli Spencer Davis Group – si unì a Mason, Jim Capaldi e Chris
Wood, musicisti con cui aveva condiviso lunghe jam session notturne
all’Elbow Room di Birmingham. Da quell’incontro prese forma un gruppo capace di
fondere rock, psichedelia e improvvisazione con una libertà creativa che
avrebbe segnato un’intera generazione.
Mason rimase nei Traffic solo per periodi brevi e alternati,
nel 1967, 1968 e poi nel 1971, ma il suo contributo fu determinante: firmò i
primi due grandi successi della band, Hole In My Shoe e Feelin’
Alright?, brani che avrebbero poi trovato nuova vita in decine di
reinterpretazioni. La sua presenza tornò simbolicamente sul palco nel 2004,
quando si riunì a Winwood e Capaldi per l’ingresso dei Traffic nella Rock
and Roll Hall of Fame.
Nel suo ricordo, Winwood ha voluto sottolineare il valore
umano oltre che artistico di Mason, affermando che “il suo posto nella
storia della band sarà sempre ricordato e, attraverso la musica, la sua
presenza continua a vivere”. Parole che assumono un peso ancora maggiore se
si considera che Wood è scomparso nel 1983 e Capaldi nel 2005, lasciando
Winwood come ultimo testimone diretto di quella stagione creativa.
Oggi, la scomparsa di Dave Mason chiude un altro capitolo
della storia dei Traffic, ma la sua musica – e il suo modo di intendere la
canzone – resta un punto fermo per chiunque abbia incrociato quella stagione di
libertà sonora.
Il 25 aprile segna il compleanno di Derek William
Dick, meglio conosciuto come Fish,
una figura imponente non solo per la sua statura ma anche per il suo contributo
fondamentale al panorama del progressive rock, in particolare durante la sua
iconica militanza nei Marillion. La sua voce potente e teatrale, unita
alla sua abilità lirica evocativa e spesso malinconica, ha forgiato per sempre
l'identità della band negli anni Ottanta, vivendo nel cuore di migliaia di
appassionati.
Nato a Dalkeith, in Scozia, nel 1958, Fish si unì ai
Marillion nel 1981, portando con sé un carisma grezzo e un'intensità emotiva
che si sposarono perfettamente con le ambiziose composizioni musicali della
band. Il suo ingresso segnò una svolta per il gruppo, che fino ad allora aveva
faticato a trovare una voce distintiva. Con Fish al microfono, i Marillion
trovarono un frontman capace di interpretare le intricate trame sonore con
passione e teatralità, trasformando i loro concerti in veri e propri eventi.
Gli album realizzati con Fish sono pietre miliari del
progressive rock degli anni Ottanta. Script for a Jester's Tear (1983)
fu l'esordio folgorante, con testi introspettivi e oscuri che risuonavano con
un pubblico alla ricerca di profondità e significato nella musica. Brani come
"He Knows You Know" e la title track rivelarono un talento lirico
capace di dipingere affreschi complessi con parole evocative.
Il successo continuò con Fugazi(1984), un album più
maturo e politicamente consapevole, e raggiunse l'apice con Misplaced
Childhood(1985), un concept album intriso di nostalgia e riflessioni
sull'infanzia perduta. Questo disco, trainato dalla hit "Kayleigh",
consacrò i Marillion a livello internazionale, portando la loro musica a un
pubblico vastissimo. La voce di Fish, ora potente e malinconica, ora rabbiosa e
disperata, si fece interprete perfetto delle emozioni contrastanti che
animavano i testi.
Clutching at Straws(1987), l'ultimo album in studio con Fish, segnò un periodo
di crescente tensione interna alla band, ma rimane un lavoro di grande
intensità emotiva, con testi che esplorano temi di alienazione e disillusione.
Brani come "Incommunicado" e "Sugar Mice" testimoniano
ancora una volta la capacità di Fish di trasformare esperienze personali in
narrazioni universali.
La separazione da Marillion nel 1988 segnò la fine di un'era
per la band e l'inizio di una nuova fase per Fish come artista solista. La sua
carriera successiva ha visto alti e bassi, ma ha confermato la sua versatilità
e la sua continua ricerca di espressione artistica. Album come Vigil in a
Wilderness of Mirrors(1990) e Sunsets on Empire (1997) hanno
mostrato un'evoluzione stilistica e una maturità lirica, pur mantenendo quel
marchio inconfondibile che lo ha reso una voce unica nel panorama musicale.
Al di là della sua voce e dei suoi testi, Fish ha
rappresentato per molti fan un'icona, un artista che non aveva paura di
esprimere le proprie opinioni e di connettersi con il pubblico a un livello
emotivo profondo. La sua presenza scenica, teatrale e coinvolgente, ha reso i
concerti dei Marillion e i suoi show da solista esperienze indimenticabili.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, celebriamo Fish non solo
come l'indimenticabile voce dei Marillion, ma anche come un artista poliedrico
e un'anima sensibile che ha saputo toccare le corde più profonde di chi ha
ascoltato la sua musica. Il suo contributo al progressive rock rimane
fondamentale, e la sua eredità continua a ispirare nuove generazioni di
musicisti e appassionati. Lunga vita al gigante scozzese, all'uomo che ha dato
voce ai sogni e alle malinconie di un'intera generazione.
Pete Ham (Swansea, 27 aprile 1947 –
Surrey, 24 aprile 1975)
La melodia fluttuava nell'aria umida di Londra, un frammento
etereo che sembrava catturare la luce incerta del tramonto. Pete sedeva al
pianoforte nello studio improvvisato di Apple, le dita che danzavano sui tasti
con una delicatezza quasi timida. Era un periodo strano, sospeso tra l'euforia
del successo inaspettato di "No Matter What" e una crescente
inquietudine che serpeggiava sotto la superficie patinata del mondo pop.
I Badfinger erano sulla cresta dell'onda. I concerti
si susseguivano, le interviste, le apparizioni televisive. Pete si ritrovò
catapultato in un vortice di attenzioni che, se da un lato lo lusingavano,
dall'altro lo facevano sentire stranamente disorientato. La sua natura schiva e
introversa mal si adattava ai riflettori costanti, al giudizio implacabile del
pubblico.
La musica, però, era la sua ancora. Quando le dita
scivolavano sulle corde della sua chitarra o accarezzavano i tasti del
pianoforte, ritrovava un senso di pace, un rifugio sicuro dalle tempeste
esterne. Era lì, in quelle note che nascevano dalla sua anima, che Pete si
sentiva veramente se stesso.
"Day After Day" era nata così, da
un'esigenza interiore di esprimere un sentimento di speranza fragile, la
promessa di un nuovo inizio dopo un periodo oscuro. La melodia, semplice ma
toccante, si era insinuata nell'orecchio di George Harrison, che aveva subito
intuito il suo potenziale. La collaborazione con l'ex Beatle aveva aggiunto
un'ulteriore aura magica al brano, proiettandolo in cima alle classifiche di
tutto il mondo.
Pete osservava il successo con un misto di gioia e
incredulità. Era quello che avevano sempre sognato, lui e i ragazzi di
Badfinger. Eppure, una sottile ombra iniziava a oscurare la brillantezza del
momento. Le questioni finanziarie si facevano sempre più intricate, la gestione
del loro manager Stan Polley appariva nebulosa e poco trasparente. Pete, con la
sua onestà e la sua ingenuità, faticava a districarsi in quel labirinto di
contratti e promesse non mantenute.
La tensione all'interno della band cresceva. Le lunghe ore di
lavoro, la pressione costante e la sensazione di non avere il controllo sul
proprio destino stavano logorando gli equilibri. Pete, con il suo ruolo di
leader silenzioso e compositore prolifico, si sentiva sempre più isolato,
stretto nella morsa di responsabilità che non si sentiva in grado di gestire
completamente.
Una sera, dopo un concerto particolarmente estenuante, Pete
si ritrovò da solo nella sua stanza d'albergo. Prese la chitarra, cercando
conforto nelle sei corde amiche. Le dita si mossero quasi da sole, creando una
melodia malinconica, intrisa di una tristezza indefinibile. Era un frammento,
un'eco di un disagio interiore che faticava a trovare le parole.
Guardò fuori dalla finestra, le luci della città che
scintillavano indistinte nella notte. Si sentiva come un arcobaleno, un
fenomeno bellissimo e fragile, capace di incantare il mondo ma destinato a
svanire rapidamente, lasciando dietro di sé solo un vago ricordo di colore. La
paura che quella magia potesse svanire, che la musica potesse spegnersi, lo
stringeva in una morsa fredda.
Non sapeva ancora che quella fragile inquietudine era solo il
preludio di una tempesta ben più violenta, che avrebbe messo a dura prova la
sua anima di musicista sensibile e il suo spirito tormentato. Il successo, con
la sua luce abbagliante e le sue ombre insidiose, stava per rivelare il suo
lato più oscuro.
Nonostante il successo di "No Matter What" e
"Day After Day", la gioia di Pete Ham e dei Badfinger fu gradualmente
offuscata da crescenti problemi finanziari e manageriali, culminati nella
totale mancanza di entrate nel 1975 a causa della gestione opaca del loro
manager Stan Polley.
Profondamente scoraggiato e sentendosi intrappolato, Pete Ham
si tolse tragicamente la vita impiccandosi nel garage della sua abitazione il
24 aprile 1975, appena tre giorni prima del suo ventottesimo compleanno. Il suo
ultimo messaggio scritto accusava direttamente Stan Polley, definendolo un
"bastardo senz'anima" e dichiarando di volerlo portare con sé.
La tragica notizia della sua morte, che precedette di un mese
la nascita di sua figlia Petera, non ricevette un'ampia eco mediatica né
commenti significativi da parte dei Beatles, della Apple o della Warner Bros.,
lasciando un'ombra ancora più cupa sulla fine prematura di un talento musicale
spezzato.
Valerio Billeritorna con lo‑fiscegliendo
una strada che oggi sembra quasi un atto di resistenza. Registra nove brani con
un multitraccia analogico degli anni Novanta, lasciando che scricchiolii,
sospiri e vibrazioni restino nella registrazione come parte del respiro del
disco. Non è un vezzo nostalgico, è una posizione precisa… in un’epoca che
leviga tutto, lui decide di far parlare ciò che solitamente si elimina. Le otto
composizioni originali e la rilettura di un canto folk napoleonico si muovono
dentro un’immagine che diventa la chiave del percorso, l’esilio di Napoleone a Sant’Elena,
non come riferimento storico ma come condizione mentale, un isolamento che
permette di distinguere ciò che resta dal rumore continuo del presente. La
frase di Sara Teasdale che attraversa Distese - lo svanire come forma
diversa di presenza - sintetizza bene il cuore del disco, che procede con passo
lento, senza forzature, lasciando che siano le pause a dare forma alle parole.
La voce e la chitarra sono il centro di tutto, sostenute da
arrangiamenti essenziali che non cercano mai di riempire. È un folk scarno,
diretto, che non ha paura di mostrarsi per quello che è. Lo‑fi, in
uscita il 9 maggio per Moonlight Records, trova la sua forza proprio in questa
nudità sonora, in questa scelta di non proteggersi. La tracklist scorre come un
unico respiro, con brani che alternano introspezione, visioni e una scrittura
che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. I crediti sono
interamente nelle mani dell’autore: voce, chitarra, armonica, registrazione e
direzione artistica, un lavoro costruito in solitudine e restituito con la
stessa essenzialità con cui è nato.
Accanto all’album principale si colloca Arthur Gordon Pym: Lo‑Fi Outtakes, un
digital bonus album che dal 18 aprile sarà scaricabile gratuitamente dal
sito di Appaloosa Records da chi ha già acquistato il disco, mentre chi lo
comprerà da quella data in poi potrà accedere ai brani tramite un codice
personale. Non è un semplice contenuto extra, ma il completamento naturale del
progetto. Otto brani rimasti fuori dalla tracklist originale trovano qui una
loro collocazione, come se il racconto di lo‑fi avesse avuto bisogno di
un taccuino laterale. Le atmosfere sono le stesse: registrazioni in presa
diretta, strumenti ridotti all’osso, una scelta sonora che privilegia
l’immediatezza. In alcuni casi si arriva all’estremo, come nella versione
spoglia di Verso Bisanzio, solo voce e chitarra, registrata dal vivo in
radio nel 2025.
La tracklist delle outtakes intreccia originali e
rivisitazioni. Gli inediti di Billeri sono Arthur Gordon Pym, Electra
Take A, Tempo vuoto, Verso Bisanzio (live) e Thomas (io
sono l’uomo), ispirata a I’m the Man (Thomas) di Ralph Stanley. Le
cover includono Further On (Up the Road) di Bruce Springsteen e Just
Like Tom Thumb’s Blues di Bob Dylan, entrambe tradotte e adattate da
Billeri, oltre a Marabel di Massimo Bubola, registrata dal vivo. Anche
qui i crediti sono limpidi: tutti i brani sono eseguiti da Valerio Billeri a
voce, chitarra e armonica, con registrazioni effettuate tra multitraccia
analogico e digitale, sempre con la stessa filosofia di esposizione totale.
Dentro questo quadro si inserisce anche un dettaglio che
racconta bene lo spirito del progetto: nel brano numero tre delle outtakes,
durante il passaggio da 48 a 44 kHz, compaiono in sottofondo degli usignoli.
Non erano presenti nella registrazione originale, Billeri era chiuso in casa
con la polmonite, in pieno inverno. Eppure, nel trasferimento, qualcosa è
rientrato, come se il mondo esterno avesse trovato una fessura per entrare. È
un episodio minimo, ma dice molto: in un disco che accoglie l’imperfezione,
anche un errore tecnico diventa parte della storia.
I due lavori, ascoltati insieme, disegnano un unico
paesaggio. Lo‑fi è il corpo centrale, il luogo in cui l’idea dell’esilio
interiore trova la sua forma più compiuta. Arthur Gordon Pym è la deriva
laterale, il diario di bordo, le deviazioni che non entravano nella struttura
principale ma che ne condividono lo spirito. Non c’è distanza tra i due: uno
racconta ciò che l’altro lascia intravedere. È un progetto che non si impone, e
chi decide di entrarci scopre un autore che ha scelto di stare nel mondo
abbassando il volume, lasciando che siano le imperfezioni - anche quelle
impreviste, come un canto d’usignolo - a raccontare ciò che spesso sfugge.
Il 22 aprile - libreria Ubik di Savona - Fabio Zuffanti
ha presentato il suo nuovo libro, Alla riscossa stupidi. Quella
che doveva essere una semplice chiacchierata si è trasformata in un dialogo
vivo, un intreccio di voci, con un pubblico partecipativo, con domande, ricordi e riflessioni che hanno arricchito il senso stesso del libro. È stato uno scambio
autentico, quasi una restituzione collettiva. A seguire propongo uno spezzone
video realizzato da Mauro Selis.
“Alla riscossa stupidi” è un romanzo che entra in punta di
piedi e poi resta, scavando con delicatezza nelle zone dove l’infanzia si
incrina e ricomincia.Ambientato nella Genova industriale degli anni ’70
e ’80, racconta le vicende di un bambino che attraversa il buio senza mai
perdere la capacità di vedere la luce. "Fabbio" è un protagonista fragile e
lucidissimo, un narratore che osserva il mondo con occhi spalancati,
registrando ogni dettaglio - la violenza, la paura, la solitudine, ma anche la
musica, l’amicizia, la fantasia.
Il romanzo si distingue per la sua scrittura limpida,
cinematografica, emotivamente precisa. Non indulge mai nel patetico, non cerca
scorciatoie emotive, ma racconta la violenza con pudore, la fragilità con dignità,
la crescita con una sincerità disarmante. La figura del bullo, Vincenzo, è
tratteggiata con una complessità rara... non un mostro, ma un ragazzo abitato da
un “diavolo”, come dice uno dei personaggi, capace di distruggere senza sapere
perché.
Accanto al trauma, il romanzo offre pagine di straordinaria
dolcezza: le corse a Vesima, i gelati, le copertine dei dischi, le prime
scoperte musicali, l’apparizione salvifica di Franco Battiato. La musica
diventa un personaggio, un rifugio, un centro di gravità che tiene insieme un
mondo che altrimenti crollerebbe.
La parte finale è una delle più riuscite: sospesa, poetica,
quasi metafisica, proponendo un rito di passaggio, un taglio simbolico con il
passato, un varco verso una nuova consapevolezza che sorprenderà il lettore.
Il romanzo è anche un atto politico, e senza mai dichiararlo denuncia il silenzio degli adulti, l’indifferenza delle istituzioni
scolastiche, la solitudine dei bambini che non hanno voce. Ma lo fa senza
rabbia, con una maturità che sorprende.
“Alla riscossa stupidi” è un libro quasi necessario di questi tempi, che parla a
chiunque sia stato bambino, a chiunque abbia avuto paura, a chiunque abbia
trovato salvezza in un disco, in un fumetto, in un amico. Un romanzo che resta
addosso.
La mia attenzione si concentra oggi sulla figura del
bassista, spesso silente ma essenziale nell'ossatura del suono di una band. Ma quello
che voglio ricordare oggi è un certo Glenn Cornick,
elemento fondamentale nei primi anni dei Jethro Tull. Il suo basso non era un
semplice accompagnamento ritmico, ma una voce profonda che dava corpo all'anima
della musica. Glenn era nato il 23 aprile 1947.
La sua storia è indissolubilmente legata ai Jethro Tull
della fine degli anni '60, un periodo di contaminazione tra blues-rock,
psichedelia e sperimentazione. In questo contesto, la band guidata da Ian
Anderson si distinse per la sua originalità, e Cornick fornì un'ancora robusta
con il suo basso a quattro corde.
Il suo stile era caratterizzato da un groove potente e
melodico, capace di sostenere le complesse architetture musicali della band.
Nei primi album come This Wase Stand Up, il basso di Cornick non
si limitava a seguire la batteria, ma la incalzava e dialogava con le chitarre,
creando un tessuto ritmico denso e vibrante.
Un giorno gli chiesi quale fosse stato il batterista più
funzionale al suono dei Jethro Tull e lui rispose così: “Scusami, ma per la
musica dei J.T. nessuno è stato meglio di me. Una volta qualcuno mi chiese in
quali canzoni dei Tull avessi suonato ed io risposi che, se ascoltando una loro
canzone avesse sentito il basso cantare, allora… ero io che suonavo!”.
Con Glenn Cornick, Novi Ligure (AL)-2006
Il suo basso solido e concreto contrastava bene con la
varietà della band, dando una base blues alle loro incursioni folk e
proto-progressive. Senza il suo ritmo costante e le linee di basso fluide ma
solide, il primo suono dei J. T. avrebbe perso qualcosa di fondamentale.
Spesso sottovalutato, il ruolo del bassista è fondamentale
come collante ritmico e armonico. Glenn Cornick fu un maestro in questo,
sapendo essere discreto ma anche incisivo con riff e linee melodiche
memorabili.
Dopo i Jethro Tull, proseguì con i Wild Turkey, mantenendo la
sua solidità e il suo groove. Tuttavia, il suo nome rimane principalmente
legato al suo periodo con i Jethro Tull e al suono pionieristico che contribuì
a definire.
Glenn Cornick si è spento il 28 agosto 2014, a sessantasette
anni. Non virtuoso esibizionista, ma architetto delle fondamenta sonore dei
primi Jethro Tull. Il suo basso pulsava, definendo lo spazio per la loro
singolare musica. Ogni ascolto di quei primi album ne rivela l'impronta: la
forza discreta che permetteva al loro suono unico di emergere.
Quando si trattava di Johnnie Ray nomignoli e
definizioni si sprecavano: “il cantante che singhiozza”, “il pianto
cherende tanto”, “la lacrima da un milione di dollari”,
“l’anello mancante tra Frank Sinatra ed Elvis Presley”. Apparecchio
acustico bene in vista sotto capelli abbondantemente spalmati di brillantina,
Ray sapeva spezzare i cuori degli ascoltatori con ballate cariche di passione,
mentre la sua presenza scenica esagitata e un po’ naif scatenava negli
adolescenti le prime vere urla d’entusiasmo.
Nell’aprile del 1955, proprio mentre il suo
ultimo successo strappa lacrime, If You Believe, stava
scalando le classifiche, il cantante volò verso la Gran Bretagna per creare
pathos e turbare le folle. “Il posto acccanto al mioera
vuoto perché un’amica non era potuta venire”, ricorda Erika
Lewis che all’epoca era una studentessa e adorava
Ray. “Così, quando attaccò Walking My Baby Back Home venne
a cantare vicino a me. Ero imbarazzatissima, ma anche molto emozionata.
All’epoca lui era all’apice della popolarità”.
Ma Johnnie Ray non piaceva solo alle ragazze. “Possedeva
una carica che non ho più rivisto in nessun musicista”, ha ricordato Nic
Cohn nella sua celebre storia del rock’ n’ roll intitolata Awopbopaloobop
Alopbamboom
Dave Mason, una vita tra intuizioni luminose e fughe
improvvise
La notizia della morte di Dave
Mason, avvenuta a 79 anni nella sua casa di Garnerville in Nevada,
chiude la parabola di un musicista che ha attraversato il rock con un passo
tutto suo, spesso laterale, sempre riconoscibile. Cantante, chitarrista, autore
di melodie limpide e immediate, Mason è stato uno di quei protagonisti che non
hanno mai cercato il centro della scena, pur lasciando un segno profondo.
Il suo nome resta legato innanzitutto ai Traffic, la
band inglese che contribuì a fondare nella seconda metà degli anni Sessanta
insieme a Steve Winwood, Jim Capaldi e Chris Wood. La sua presenza nel gruppo
fu intermittente, quasi irrequieta: entrò, uscì, tornò per brevi periodi,
lasciò nuovamente. Eppure, in quel continuo movimento, riuscì a portare dentro
la band una sensibilità melodica che avrebbe fatto scuola.
Tra le sue composizioni spicca “Feelin’ Alright?”,
registrata nel 1968 e destinata a diventare un classico assoluto. Il brano,
nato con un’impronta quasi cameristica, si trasformò negli anni in un terreno
fertile per decine di interpreti: Joe Cocker lo rese un inno da palco, i
Jackson 5 lo portarono verso il soul, altri ancora lo piegarono a nuove
letture. È uno di quei rari casi in cui una canzone sembra vivere più vite,
senza perdere la sua identità originaria.
Dopo l’esperienza con i Traffic, Mason intraprese una
carriera solista che gli regalò risultati solidi e continui. “Alone
Together”, il debutto del 1970, rimane uno dei suoi lavori più amati: un
disco caldo, pieno di armonie morbide e chitarre che respirano. Negli anni
successivi arrivarono altri successi, tra cui “Let It Flow”, trainato
dalla ballata “We Just Disagree”, entrata stabilmente nell’immaginario
radiofonico americano degli anni Settanta.
La sua storia è anche un intreccio di collaborazioni
prestigiose. Mason fu uno di quei musicisti capaci di entrare in studio, capire
l’atmosfera e aggiungere la nota giusta: lavorò con Jimi Hendrix, George
Harrison, Paul McCartney, Eric Clapton, i Rolling Stones.
Presenze discrete ma decisive, come accade ai musicisti che sanno ascoltare
prima di suonare.
Nel 2004 il suo percorso con i Traffic è stato riconosciuto
con l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame, un tributo a una
stagione creativa che continua a influenzare generazioni di artisti.
La sua scomparsa lascia l’immagine di un autore che non ha
mai smesso di cercare un equilibrio tra istinto e misura, tra il desiderio di
appartenenza e la necessità di muoversi altrove. Un musicista che ha preferito
la strada laterale, ma che proprio da lì ha saputo illuminare il rock con
alcune delle sue pagine più durature.
Oggi, 22 aprile, ricorre l'anniversario della nascita di Demetrio Stratos, nato Efstratios Demetriou a
Alessandria d'Egitto nel 1945. Anche se la sua vita terrena si interruppe
prematuramente nel 1979, la sua voce e la sua ricerca sonora continuano a
risuonare come un'eco potente e innovativa nel panorama musicale internazionale.
La sua comparsa non avvenne nel cuore pulsante della scena rock o pop, ma in una terra crocevia di culture, un presagio forse della sua
successiva apertura a sonorità e linguaggi musicali eterogenei. L'infanzia
trascorsa in Egitto, con le sue influenze arabe e mediterranee, contribuì a
plasmare un orecchio sensibile alle sfumature timbriche e alle microtonalità
che avrebbero caratterizzato la sua vocalità unica.
L'arrivo in Italia negli anni '60 segnò l'inizio di un
percorso artistico singolare. Lontano dalle convenzioni del canto tradizionale,
Demetrio Stratos intraprese un'esplorazione radicale delle potenzialità della
voce umana. Non si limitò alle parole e alle melodie convenzionali, ma scardinò
le barriere del suono, trasformando la sua gola in uno strumento capace di
emettere un'incredibile gamma di vibrazioni, armoniche e suoni gutturali.
La sua militanza negli Area, una delle band più
innovative e politicamente impegnate del panorama progressive italiano degli
anni '70, fu il terreno fertile per questa sperimentazione vocale. Con gli
Area, Stratos divenne un'icona, un frontman carismatico la cui voce si
intrecciava con le sonorità jazz-rock del gruppo, elevando la loro musica a un
livello di complessità e originalità senza precedenti. Album come Arbeit macht frei, Crac! e Maledetti (maudits)
sono testimonianze di questa alchimia sonora, dove la sua voce non era solo un
veicolo per il testo, ma un elemento strutturale, un colore primario nel
dipinto musicale.
Ma la sua curiosità e la sua insaziabile sete di conoscenza
lo spinsero oltre i confini del rock. Si immerse nello studio delle lingue,
dell'etnomusicologia, delle tecniche di canto provenienti da diverse culture
del mondo. Esplorò le vocalizzazioni dei pigmei, i canti difonici della
Mongolia, le sonorità del Medio Oriente, integrando queste scoperte nel suo
linguaggio vocale unico e inimitabile.
La sua ricerca non era un mero esercizio di virtuosismo
tecnico, ma una profonda indagine sulle capacità espressive della voce come
strumento primordiale di comunicazione e di connessione umana. Credeva nel
potere del suono di trascendere le barriere linguistiche e culturali, di
comunicare emozioni e significati a un livello più profondo.
Il ricordo del giorno della sua nascita, oggi, ci invita a
riflettere sulla brevità della sua esistenza terrena, ma anche sull'immensità
del suo lascito artistico. Demetrio Stratos non fu solo un cantante; fu un
ricercatore, un innovatore, un esploratore delle infinite possibilità del
suono. La sua voce, purtroppo spenta troppo presto, continua a ispirare
musicisti e artisti di tutto il mondo, un monito a non aver paura di spingersi
oltre i limiti convenzionali, di esplorare le frontiere sconosciute del suono e
dell'espressione umana.
In questo giorno di nascita, celebriamo non solo l'uomo, ma
soprattutto l'eredità sonora infinita che perdura
Se chiudo gli occhi e mi concentro forte, l'eco di quel mare
di volti mi travolge ancora. Un'onda umana palpitante sotto un cielo che
minacciava tempesta e, invece, partorì la leggenda. Era il 1970, il buio della
sala cinematografica squarciato dalle immagini del Festival diWoodstock
e lì, in mezzo a quel caos vibrante di corpi e di suoni, su un palco
improvvisato che pareva un'isola fluttuante nell'aria densa di erba e speranza,
vidi per la prima volta Richie Heavens.
Fu in quel momento, seduto nella penombra del cinema, che
compresi quanto quell'evento accaduto un anno prima si fosse inciso nella mia
memoria. Non una semplice cronaca, ma un crocevia di anime e di vibrazioni
sonore che avrebbero plasmato il sentire di un'intera generazione. E Richie,
con la sua chitarra acustica stretta al petto e quella voce capace di graffiare
l'anima per poi cullarti in un abbraccio caldo, divenne una delle prime,
indimenticabili scintille di quella magica follia.
Ricordo ancora quella sua versione dilatata di "Freedom",
trasformata in un'improvvisazione epica che sembrava contenere tutto il dolore
e la speranza del mondo. Le sue dita correvano veloci sul manico, strappando
accordi potenti che si libravano nell'aria, mentre la sua voce si innalzava, un
lamento blues che si faceva preghiera, inno. In quel momento, Richie Heavens
non era solo un musicista su un palco, era un tramite, un canale attraverso cui
passava un'energia primordiale che ci univa tutti.
Non era un dio del rock con la "R" maiuscola, di
quelli che riempivano stadi e facevano tremare le fondamenta del mondo. Richie
era un'altra pasta, un artigiano del suono venuto da un altrove un po'
sbiadito, un pittore di boogie-woogie con pennellate di soul e una voce che
sembrava arrivargli dritta dalle viscere della terra.
Ho sempre avuto un debole per questi spiriti un po' defilati,
per le comete che illuminano il cielo per un attimo prima di perdersi nella
notte. Richie Heavens era una di quelle. La sua storia non è costellata di
scandali ed eccessi da rockstar, ma di una genuina passione per la musica, un
amore viscerale per quelle ottantotto tasti che parlavano una lingua antica e
potente.
Il suo boogie-woogie non era una sterile riproduzione dei
maestri del passato. Ci metteva dentro l'anima, il sudore delle notti passate a
suonare nei bar di periferia, le storie ascoltate tra un bicchiere e l'altro.
C'era il blues malinconico delle strade polverose, il gospel che gli risuonava
dentro fin dall'infanzia, e quel pizzico di soul che gli scaldava la voce e gli
dava un timbro inconfondibile.
Forse non ha scalato le classifiche, forse il suo nome non
campeggia sulle copertine patinate. Ma chi l'ha ascoltato una volta, chi si è
lasciato trascinare dalla furia controllata delle sue mani sul piano, non l'ha
dimenticato. C'era qualcosa di autentico, di non filtrato nella sua musica. Era
come assistere a una conversazione intima tra un uomo e il suo strumento, un
dialogo fatto di note che vibravano nell'aria e ti arrivavano dritte al cuore.
Richie Heavens era un custode di un certo tipo di suono, un
ponte tra le radici del blues e le nuove vibrazioni del rock and roll. Non
cercava la fama a tutti i costi, sembrava contento di suonare la sua musica per
chi aveva orecchie per ascoltarla. E in quel suono c'era un'energia contagiosa,
una gioia di vivere che ti faceva dimenticare per un attimo le grane del mondo.
E se fossero questi i veri custodi della fiamma? Non
abbagliano con fuochi d'artificio, ma la loro luce è costante, un faro nella
notte per chi cerca un suono vero, un'emozione sincera. Richie Heavens era uno
di quelli. Un boogie astrale che continua a risuonare, piano, tra le pieghe del
tempo. E se tendi l'orecchio, forse, lo sentirai ancora.
Un incontro tra poesia e suono che
diventa visione condivisa
Gianni Venturie Felice
Del Gaudiopresentano Sciamantrica, pubblicato da PMS Studio il
15 aprile 2026 per le edizioni BMRG.
È un’opera che si muove come un rito, un attraversamento, un
luogo dove poesia e musica non si limitano a convivere ma si trasformano a
vicenda. L’idea fondante è già nel manifesto che accompagna il progetto,
un’arte che non cerca la massa e non si piega al mercato, ma che invita chi
ascolta a un gesto opposto, quasi iniziatico, quello di lasciarsi educare alla
profondità.
Venturi porta con sé la sua storia gitana, la voce che nasce
in una casa di musicisti, la formazione accanto a Roberto Roversi, la lunga
ricerca sul suono come materia viva. Del Gaudio risponde con un contrabbasso
che non è solo strumento, ma corpo sonoro, memoria di viaggi, collaborazioni,
festival, un percorso che attraversa continenti e generi. L’incontro tra i due
genera un linguaggio che non ha bisogno di definizioni: poesia in musica,
musica poetica, o forse semplicemente Sciamantrica, un territorio dove
la parola diventa respiro e la nota diventa visione.
Il viaggio si apre con Preghiera per Gaza, una
meditazione dolorosa che scivola tra immagini di macerie, soldati, madri
rannicchiate, un buio che diventa armonia dissonante. La voce non denuncia,
osserva, assorbe, restituisce. Del Gaudio costruisce un paesaggio sonoro che
incide il testo, lo attraversa, lo amplifica. È un inizio che chiarisce subito
la postura del disco.
Avrei voluto ridere sposta il baricentro verso l’intimo,
con il contrabbasso e il violoncello di Enrico Guerzoni che sostengono un testo
di memoria ferita, infanzia sottratta, ritorni impossibili. È uno dei brani più
emotivamente esposti, dove la voce sembra quasi incrinarsi mentre cerca un
punto di luce.
La luce arriva, ma in forma complessa, in Fili di luce,
un inno domestico e cosmico insieme, dove la quotidianità – la salvia, il
prezzemolo, la canapa – convive con la tenebra che divora. Il rabab di Del
Gaudio apre un varco mediorientale, come se la luce stessa avesse bisogno di
un’origine antica per farsi ascoltare.
La terra è mia è un ritorno alle radici, alla terra come corpo, come
eredità, come promessa. Venturi la canta come si parla a un genitore, con
gratitudine e malinconia. Del Gaudio costruisce un tappeto sonoro essenziale,
quasi rituale, che lascia spazio al respiro del testo.
La Caverna di Platone e Socrate formano un
dittico filosofico. Nel primo, la società massificata, le famiglie obsolete,
gli Dei del dolore, il burattinaio che è burattino a sua volta: un mondo che si
osserva da dentro la nebbia. Nel secondo, la riflessione diventa più politica,
più tagliente, con la cicuta che ritorna come simbolo eterno dell’ingiustizia.
L’oud di Del Gaudio aggiunge una dimensione arcaica, quasi da tragedia greca.
Caro Hermann è un dialogo immaginario con Hesse, un riconoscersi
lupo della steppa, estraneo al proprio tempo, in cerca della via degli aironi.
È uno dei testi più narrativi, più cinematografici, dove la musica si fa strada
tra immagini di acciaio, macchine pensanti, giardini di cobalto.
Ho paura della pecora sorprende per la sua attualità:
algoritmi, ologrammi, DNA digitale, un futuro che non è distopia ma cronaca.
Venturi rovescia il simbolo, non è il lupo a fare paura, ma la pecora, la massa
che ingloba, che anestetizza.
Chiude L’Amore è un Codice Binario, una
riflessione sull’amore come dualità, come numero primo che cerca il suo
accoppiamento. Paolo Caruso al handpan introduce un ritmo circolare, ipnotico,
che accompagna un testo dove la tenerezza convive con la visione filosofica.
Sciamantrica è un lavoro che non cerca scorciatoie e non concede appigli
facili. È un’opera che chiede tempo, ascolto, disponibilità a lasciarsi
attraversare. La forza del disco sta nella maturità dei due autori, nella loro
capacità di trasformare la parola in gesto sonoro e il suono in visione. Ne
nasce un percorso che resta, che continua a lavorare dentro chi ascolta anche
dopo il silenzio, come una traccia sottile che non si dissolve.
Tracklist
1.Preghiera
per Gaza
2.Avrei
voluto ridere
3.La
terra è mia
4.La
Caverna di Platone
5.Caro
Hermann
6.Fili
di luce
7.Socrate
8.Ho
paura della pecora
9.L’Amore
è un Codice Binario
Crediti
Artisti
Gianni Venturi – voce, testi
Felice Del Gaudio – contrabbasso, basso
elettrico, rabab, oud, arrangiamenti, produzione artistica
Autore dei testi Gianni Venturi
Ospiti Enrico Guerzoni – violoncello in Avrei
voluto ridere Paolo Caruso – handpan in L’Amore è un Codice Binario