Cinque anni dopo Pindaric Flights, Marco Pantozzi torna
con Osmosis, un lavoro che
segna un passaggio netto nella storia di Deception Store, il progetto dell’autore.
Non solo per la scelta dell’italiano al posto dell’inglese, ma soprattutto per
l’allargamento del raggio creativo: un disco nato in Emilia, dentro l’Elfo
Studio Recording di Alberto Callegari, e costruito insieme a una squadra di
musicisti che appartengono alla storia recente del prog italiano. Pubblicato da
Ma.Ra.Cash Records, il progetto trova nell’“osmosi” evocata dal titolo
la sua forma più concreta: una circolazione continua di sensibilità, stili,
esperienze, che porta il progetto a un livello di maturità superiore.
Il soft‑prog di Pantozzi si apre a un ventaglio più ampio di
riferimenti: il sinfonismo melodico, l’ambient strumentale, un certo pop
cantautorale che emerge nei brani più narrativi. L’autore stesso parla di una
predisposizione naturale a muoversi tra generi diversi, e il disco lo conferma:
Osmosis è un lavoro vario, ma non dispersivo, perché tenuto insieme da
un immaginario coerente fatto di fuga, rinascita, introspezione e disincanto.
L’avvio strumentale di Behind the Window stabilisce
subito il tono: un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, che prepara il
terreno a Mare Tranquillitatis, uno dei brani più emblematici del disco.
Qui la scrittura ridotta all’essenziale lascia spazio a un lavoro strumentale
che richiama la scuola floydiana, con un flauto che aggiunge un tocco di
lirismo inatteso. È uno dei punti in cui l’apporto di Vincenzo Ricca si sente
con maggiore evidenza.
Partire è invece il volto più immediato e cantautorale del progetto: un brano
costruito su un’idea melodica forte, sostenuto da un arrangiamento pulito e da
un testo che parla di movimento, desiderio di cambiamento, leggerezza
ritrovata. È uno dei pezzi inediti che meglio rappresentano la nuova direzione
di Pantozzi.
Con Fantasie Pindariche si entra in un territorio più
visionario, quasi un ponte con il passato: il remake esteso di Human Odyssey
mantiene l’impronta originaria ma la amplia, la rende più solida, più definita.
La sezione ritmica di Riccardo Dallagiovanna e Nicolò Magistrali dà al brano un
respiro moderno, mentre i cori di Claudia “Claire” Ursino aggiungono un tocco
di teatralità.
Arrendersi mai è uno dei momenti più autobiografici del disco. Pantozzi lo
descrive come un dialogo immaginario tra padre e figlio, e la canzone funziona
proprio per questa sua sincerità: un invito a non rinunciare al cambiamento,
anche quando sembra tardi. Il duetto con Luca Albertazzi amplifica il senso di
racconto generazionale.
Il cuore concettuale del disco è L’Emporio dell’Inganno,
remake profondo di One More Time. Qui il tema della dipendenza dal gioco
d’azzardo diventa metafora ampia degli inganni quotidiani: “luoghi o situazioni
ove ci vengano offerti sogni e illusioni, venduteci per opportunità”, come
recita il booklet. Il brano è uno dei più riusciti per equilibrio tra testo,
arrangiamento e interpretazione.
La parte finale del disco alterna due strumentali - Norwegian
Fjord e Panta Rei - che mostrano la predilezione dell’autore per la
musica evocativa, e due brani più intimi: La risposta a tutto, costruito
su un crescendo emotivo molto ben calibrato, e Raccontami di te, duetto
con Arianna Caviati che chiude il disco con una malinconia luminosa.
Nel complesso Osmosis è un lavoro maturo, curato,
ricco di dettagli e di partecipazioni di grande livello. Non è un disco che
cerca la complessità fine a sé stessa, ma punta piuttosto alla chiarezza
emotiva, alla costruzione di atmosfere, alla fusione di linguaggi diversi. È un
progetto personale che diventa collettivo senza perdere identità, e questo è
forse il suo risultato più convincente.
L’intervista integrale a Marco Pantozzi, che pubblico a
seguire, permette di entrare ancora più a fondo nelle motivazioni, nelle scelte
e nelle storie che hanno portato alla nascita del disco.
Crediti
Musica e testi di Marco Pantozzi, con
contributi di Max Repetti (3), Vincenzo Ricca (7), Mike
Frajria (8–10).
Registrato all’Elfo Studio
Recording di Tavernago (PC).
Mix & mastering: Alberto
Callegari.
Etichetta: Ma.Ra.Cash Records.
Voci: Marco Pantozzi, Luca Albertazzi,
Arianna Caviati, Daniela Scarlatti
Chitarre: Gian Marco Mento, Mike Frajria
Piano & Tastiere: Vincenzo Ricca, Max Repetti, Joe
Chiericati, Marco Pantozzi, Claudio Buraglio
Basso: Nicolò Magistrali, Tiziano
Boccellari
Batteria: Gigi Cavalli Cocchi, Riccardo
Dallagiovanna, Max Ghioni Flauto traverso: Lorenzo Trecordi
Cori: Claudia “Claire” Ursino
Tracklist
1.
Behind
the Window (strum.)
2.
Mare
Tranquillitatis
3.
Partire
4.
Fantasie
Pindariche
5.
Arrendersi
mai
6.
L’Emporio
dell’Inganno
7.
Norwegian
Fjord (strum.)
8.
Panta
Rei
9.
La
risposta a tutto
10.
Raccontami
di te
IL PENSIERO DELL'AUTORE...
“Osmosis” nasce dall’incontro di sensibilità diverse. Quando
hai capito che questo disco non sarebbe stato solo un progetto solista, ma un
vero processo di osmosi artistica?
“Deception Store” nasce come un mio progetto personale, ma è
ovviamente condizionato ed arricchito dai musicisti che di volta in volta mi è
capitato di coinvolgere. Se nella mia opera prima ho lavorato con soli
professionisti della mia città, Merano, nel caso di “Osmosis” ho allargato il
raggio di azione, trovando l’intesa e il giusto feeling con molti altri
musicisti conosciuti in studio a Piacenza (come Max Repetti e Gianmarco Mento)
o tramite contatti personali di vecchia data, che mi hanno onorato della loro
partecipazione: Gigi Cavalli Cocchi e Vincenzo Ricca.
Estendere la mia visione ad altri musicisti, ognuno con il proprio immaginario
e la propria sensibilità, ha dato vita ad un risultato che è andato oltre le
mie iniziali aspettative.
Nel booklet parli di una “ineluttabile osmosi musicale”. Cosa significa per te mettere insieme musicisti così diversi, e come cambia la tua scrittura quando sai che la interpreteranno mani e teste differenti?
A livello di scrittura, in vero, non molto: a parte due brani che sono stati poi co-firmati da Ricca e Repetti nella parte musicale proprio per il loro grande apporto creativo prodotto a livello di arrangiamento, la maggior parte dei pezzi sono stati da me composti prima di entrare in studio. L’Osmosi, qui, non è però soltanto dovuta alle tante e diverse anime musicali coinvolte, ma anche alla mia personale inclinazione verso generi piuttosto diversi (penso al progressive Rock più melodico e sinfonico, alla Pink Floyd, per intenderci) ma anche alla New Age / Ambient strumentale, per finire al cantautorato Pop più all’italiana: è anche questa mia molteplice predisposizione che ha generato quell’inevitabile Mix di cui parlo nel booklet.
In “Pindaric Flights” cantavi in inglese, mentre per “Osmosis” hai scelto l’italiano. Cosa ti ha spinto a cambiare lingua e come ha influenzato il modo in cui costruisci immagini, ritmo e melodia?
Come tutti sappiamo, l’inglese è certamente lingua più adatta al Rock, ma oltre alla oggettiva difficoltà di scrivere testi in una lingua diversa dalla propria, ho sentito qui l’esigenza di esprimermi senza barriere, abbracciando anche un po’ la sfida di cercare una buona resa dell’italiano nei pezzi sulla carta meno adatti alla nostra lingua. Inoltre, mi risulta che agli stranieri, che è il target cui più mi rivolgo vista la distribuzione internazionale del disco stampato da Ma.ra.cash Records, piace sentir cantare in italiano.
Molti brani del disco sembrano raccontare un viaggio interiore, tra fuga, rinascita e disincanto. Qual è il filo emotivo che lega queste storie e quanto c’è di autobiografico?
Di autobiografico effettivamente c’è molto e, correttamente, il tema della fuga e della rinascita è ricorrente in questo disco, così come anche in parte del primo. L’origine di ciò risiede senz’altro nel mio vissuto antecedente al momento in cui ho cominciato seriamente a fare musica. Avendo fatto dapprima studi umanistici, e poi laureatomi in Giurisprudenza, sono stato inevitabilmente risucchiato in una vita fatta di regole, burocrazia e tanti uffici dalle luci al neon che, per quanto degna di massimo rispetto, non ho mai sentito mia fino in fondo. Si può dire probabilmente che la mia passione per le Arti in generale, e per la Musica in particolare, siano state una mia naturale reazione ad un lavoro molto poco creativo e rigido, dentro al quale mi sentivo ingabbiato. Il brano “Arrendersi mai” è l’esatta fotografia di quanto descritto, sviluppato mediante un immaginario dialogo tra padre e figlio, in cui è il secondo a spronare il genitore a non pensare mai che sia troppo tardi per un cambiamento anche radicale della propria condizione, all’inseguimento dei propri sogni.
Hai lavorato con figure importanti del prog italiano: Cavalli Cocchi, Ricca, Repetti, Frajria. Cosa hai imparato da ciascuno di loro e come hanno trasformato il suono del disco?
La fortuna di poter lavorare con dei veri mostri sacri come Gigi, Vincenzo e Max, per me in definitiva solo poco più che amatore, è stata davvero un’esperienza eccezionale. La professionalità, la meticolosità ed anche la loro grande attenzione a quanto io ricercassi sono state un vero regalo. A sentirli suonare la mia musica mi sono sentito un po’ matricola all’Università e un po’ bimbo felice al Luna Park! Il risultato finale di un disco - dal sound al “tiro”, all’atmosfera generale - non è mai predefinibile né ipotizzabile al 100%: al contrario, il processo di genesi è una alchimia di situazioni, visioni ed estro anche del momento, di tutti i musicisti, che può anche non concretizzarsi in pieno in quanto sperato o immaginato in partenza. Quando invece ciò accade o, come in questo caso, va pure oltre l’aspettativa, la soddisfazione, insieme alla gratitudine, non possono essere che massime.
“L’Emporio dell’Inganno” è uno dei brani più narrativi e simbolici. Da dove nasce quell’immagine e cosa rappresenta oggi per te l’idea di “inganno”?
Questo brano mi è in effetti caro (già contenuto in “Pindaric Flights”, seppur in versione meno estesa) ed è quello che ha dato il nome al mio intero progetto, cinque anni fa. Nello specifico della canzone, il luogo che vende illusioni ed inganni è la sala giochi, dove uomini e donne diventano poco a poco le ombre di sé stesse, rincorrendo la chimera della ricchezza e del successo. È il tema drammatico, e purtroppo più che mai attuale, della dipendenza da Gioco d’Azzardo Patologico (GAP, o molto impropriamente chiamato anche ludopatia), che io ho imparato a conoscere bene, avendo lavorato in una struttura ONLUS che si occupa di recupero e trattamento delle dipendenze comportamentali compulsive. Lì ho toccato con mano tante storie di persone disperate, che mi hanno in vero molto segnato. È il racconto di chi va perdendo i propri affetti e la propria libertà, per rinchiudersi sempre più in una prigione fatta di illusioni e solitudine, rincorrendo vani sogni di ricchezza e rovinando, in definitiva, la propria vita. Ma in verità, di luoghi o situazioni del nostro quotidiano in cui ci vengono propinati inganni spacciati per opportunità, siamo circondati: dalle pubblicità truffaldine alle false promesse e narrazioni dei politici, dagli oroscopi del giorno (enunciati con millantata autorevolezza ogni santo giorno pure sulla TV pubblica) agli amori traditi. Per non parlare, oggigiorno, delle masse oceaniche di balle create dalle fake news, dai Deepfake o dai Video AI stupidi ed inutili che ci ammorbano sui social.
In “Partire" e "Arrendersi mai” emerge un’energia quasi cinematografica. Come costruisci la drammaturgia dei tuoi brani? Parti dal testo, dalla musica o da un’immagine?
Salvo rari casi, parto sempre dalla Musica: nell’anima mi sento senz’altro più musicista che paroliere e nello sviluppo dei testi, a volte, mi lascio anche volentieri aiutare, come è stato qui con l’amico autore e gran chitarrista Mike Frajria, mio primo mentore, che ha scritto e arrangiato con me due brani: “Panta Rei” e “Raccontami di te”. Da amante viscerale dei Floyd, fin da quando ero un ragazzino, credo di avere nel mio Dna musicale la ricerca del momento emozionale, dell’epica, sublimata dai cori e dagli assoli, per cui è probabilmente questo il mio primo fine ultimo, piuttosto che la lirica più o meno poetica, che pur nella forma canzone rimane certo importante. C’è comunque da dire che, spesso, alcune parole chiave di un brano, o il titolo, sorgono già in fase di primissima creazione dello stesso, risuonando in testa mentre si prova: è una sorta di genesi spontanea, un po’ misteriosa e un po’ magica, se vogliamo, per cui la fonetica, o la metrica di una o più parole si radicano talmente bene da venir mantenute fino alla fine, costituendo spunto, a volte, anche per l’intera tematica letteraria del pezzo.
Il disco alterna brani cantati e strumentali. Che ruolo hanno per te i pezzi senza voce e cosa riescono a dire che le parole non possono?
Amo la musica strumentale; è probabilmente la sua forma più pura. Ho amato Morricone e sono un fan di Eric Serra, autore francese di Soundtrack. E dalla musica Classica, in fondo, siamo tutti un po’ partiti. Riuscire ad evocare immagini e atmosfere senza ricorrere alla suggestione forzata delle parole (al netto del titolo) è senz’altro esercizio tanto complesso quanto stimolante. Per i due brani strumentali di “Osmosis” ho trovato poi in Vincenzo Ricca uno straordinario arrangiatore, che ha riversato la sua grandissima esperienza di autore di colonne sonore e musica per documentari. Posso anche aggiungere che la mia predilezione per le parti strumentali si denota anche in altri brani della mia produzione, in cui la parte cantata è ridotta in effetti all’essenziale, come in “Mare Tranquillitatis” o “Panta Rei”, o in “Lifetime" del mio primo Album.
“Osmosis” è un lavoro molto ricco, ma anche molto personale. Qual è stato il momento più complesso della produzione e quale invece quello in cui hai capito che il disco “funzionava”?
L’idea del disco mi è venuta strada facendo, man mano che si aggiungevano brani da lavorare. Ho cominciato col rifare completamente, e in italiano, due pezzi di “Pindaric Flights” che pensavo potessero esprimere ancor più forza di quanto fosse stato in inglese; quando li ho realizzati in studio (all’Elfo Studio di Alberto Callegari) li ho trovati così centrati che mi è venuta voglia di proseguire, producendo e sviluppando in seguito altre vecchie idee e demo che avevo nel cassetto e nel contempo scrivendo delle cose nuove: sono arrivato così ad ottenere del materiale sufficiente per un nuovo CD, che è vario dal punto di vista della scrittura anche perché avvenuta nell’arco di tempi diversi. Momenti particolarmente complessi direi che non ce ne siano stati: potrei semmai parlare della mia costante inquietudine di artista nella perenne ricerca della cosa più valida, della soluzione più bella, in mezzo a mille altre possibili: quando hai infinite soluzioni da scegliere a volte capita di venir affascinati da più proposte e di non saper bene quale scegliere, a scapito dei tempi di realizzo o a rischio di una visione globale meno definita di quanto sarebbe auspicabile avere.
Guardando avanti, che direzione immagini per “Deception Store”? Continuerai a esplorare questa commistione di generi o senti che il prossimo passo sarà diverso?
La voglia di far musica, di condividerne la fase produttiva
con altri musicisti ed infine di proporla ad un pubblico attento quale è quello
degli appassionati del Prog è ancora tanta e credo che tale resterà. I terreni
d’azione di Deception Store credo rimarranno comunque all’interno di questa
terna di generi appena sperimentata, forse con un maggior spostamento verso il
Pop cantautorale, primo genere con cui mi sono cimentato e di cui ho ancora
diverso materiale. Posso dire che ultimamente mi sto parecchio divertendo con
l’Intelligenza Artificiale generativa, che se saputa usare con criterio, e non
come fine a sé stesso, risulta essere davvero di notevole contributo per idee e
arrangiamenti da riprendere poi in Studio: è questo, forse, l’unico Inganno
dell’Emporio che trovo accettabile.

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