Una petizione chiede alla BBC di valorizzare
l’eredità compositiva di Keith Emerson
Una nuova iniziativa lanciata sui social
punta i riflettori su Keith Emerson,
figura centrale del progressive rock e autore di opere che hanno segnato la
storia della musica del Novecento. Il gruppo Facebook Emerson Lake &
Palmer Appreciation Group ha avviato una petizione rivolta alla BBC
affinché l’emittente riconosca in modo più ampio e strutturato il contributo
compositivo del tastierista britannico.
La richiesta arriva in un momento
particolarmente significativo: gli Emerson Lake & Palmer saranno
protagonisti del programma “Prog Rock: A Fanfare For The Common Man”, il
primo festival interamente dedicato al prog all’interno dei BBC Proms,
in scena alla Royal Albert Hall il 18 luglio. Sul palco salirà Carl Palmer,
unico membro superstite della formazione originale, affiancato da Peter
Hammill dei Van der Graaf Generator, Guy Garvey degli Elbow, Jane
Weaver e Gruff Rhys dei Super Furry Animals. A condurre la serata
sarà Stuart Maconie, voce autorevole del progressive e conduttore della Freak
Zone su BBC Radio 6 Music.
Secondo i promotori, Emerson non cercava
semplicemente il successo popolare, ma ambiva a essere ricordato come un compositore
serio, capace di creare opere complesse, stratificate e destinate a durare nel
tempo. Il 2027 segnerà inoltre il cinquantesimo anniversario del Concerto n.1,
scritto nel 1976 e pubblicato l’anno successivo nell’album Works Volume 1,
un traguardo che rende ancora più urgente una riflessione sul suo ruolo nella
musica contemporanea.
La petizione, indirizzata alla BBC e ad altre
istituzioni culturali, propone una serie di azioni concrete:
-Maggiore diffusione delle composizioni
di Emerson e delle sue opere soliste su BBC Radio 3.
-Nuovi documentari e programmi
retrospettivi su BBC Four dedicati alla sua innovazione musicale e al suo
contributo alla cultura del XX secolo.
-Inclusione stabile nelle stagioni
2027/2028 dei BBC Proms, con esecuzioni, approfondimenti e progetti speciali.
La campagna punta a trasformare l’omaggio
degli imminenti Proms in un percorso più ampio, capace di restituire a Emerson
il posto che molti appassionati ritengono gli spetti nella storia della musica.
Ci sono band prolifiche, e poi ci sono The Samurai of Prog.
Da oltre un decennio il collettivo guidato da Marco
Bernarde Kimmo Pörstipubblica
album con una frequenza che sfida ogni logica produttiva, mantenendo però una
qualità che pochi gruppi riescono a sostenere anche in un’intera carriera.
The 7 Voyages of Sinbadè l’ennesima dimostrazione di questa
inesauribile vitalità creativa, un nuovo concept, un nuovo cast internazionale
di musicisti, un nuovo viaggio sonoro che si aggiunge a una discografia già
monumentale.
Come sempre, l’impatto visivo è parte integrante dell’opera.
L’artwork di Ed Unitsky non è semplice decorazione, ma un’estensione
narrativa della musica. Le sue illustrazioni, sospese tra simbolismo, mitologia
e immaginario fantastico, trasformano l’album in un oggetto totale. Unitsky
costruisce mondi, architetture impossibili, paesaggi visionari, figure
archetipiche che amplificano la dimensione epica del concept. È un marchio
estetico che ormai definisce l’identità dei Samurai tanto quanto le loro scelte
musicali.
Il disco racconta le sette avventure di Sinbad, ma lo fa con
un taglio moderno e psicologico. L’introduzione di Marco Grieco lo chiarisce
subito: “Non sono più il marinaio che lasciò il porto”. Il viaggio
diventa così un percorso di trasformazione interiore, un confronto con la
paura, la perdita, la tentazione della ricchezza, la scoperta del limite e,
infine, la rivelazione di sé.
Ogni brano è affidato a un compositore diverso, scelta che
potrebbe generare frammentazione ma che, grazie alla direzione artistica di
Bernard e Pörsti, produce invece un mosaico coerente. La sezione ritmica,
presente in ogni episodio, garantisce continuità timbrica e narrativa.
Analisi
musicale
01. Guided by
the Moon – Beppe Crovella
Apertura sinfonica, con tastiere ampie e un canto narrativo
che introduce il tema del destino. Steve Unruh offre una prova vocale intensa,
mentre il violino aggiunge tensione emotiva. Il brano alterna lirismo e
dinamismo, preparando perfettamente il terreno.
02. The
Valley of Diamonds – Stefano Vicarelli
Primo episodio strumentale, costruito su tappeti elettronici
e un ritmo controllato. Vicarelli crea un paesaggio sonoro sospeso, quasi
ipnotico, che evoca la valle dei serpenti e dei diamanti. È un momento
contemplativo, ma anche inquieto.
03. Mark the Stars – Octavio
Stampalia
Brano energico, con un’impronta prog classica. Steph Honde
porta una vocalità teatrale, mentre Stampalia costruisce un impianto armonico
solido. Il ritornello “Mark the stars, wield his fate” diventa un vero
leitmotiv eroico.
04. End of
the Day – Alessandro Di Benedetti
Uno dei vertici emotivi del disco. Il testo è
cupo e introspettivo: “I’m about to reach the end, there so little to
understand”. La
presenza di Roine Stolt aggiunge eleganza melodica. La struttura alterna quiete
e dramma, riflettendo la storia di cannibali, tombe e rinascita.
05. Trapped
by Old Age – Rafael Pacha
Ricchissimo di strumenti etnici e antichi, è il brano più
simbolico dell’album. Pacha costruisce un episodio quasi rituale, con un
crescendo narrativo che culmina nella rivelazione finale: “This damn man is
me!”. Qui il mito diventa metafora dell’età, del peso del passato, della
lotta con sé stessi.
06. The Isle
of Wonder – Mimmo Ferri
Brano in quattro sezioni, molto narrativo. Le chitarre
acustiche e la voce di Daniel Fäldt creano un clima sospeso tra disperazione e
meraviglia. Il testo alterna immagini dure (“gems, rubies, ambergris and
bones, and death”) a momenti di rinascita. Il solo di Toni Jokinen è uno
dei più intensi del disco.
07. The Last Shore – Marco Grieco
Episodio visionario, con flauto e violino che ampliano lo
spettro timbrico. Il tema ricorrente “Through the sky, where angels sing”
crea un’atmosfera mistica. Il brano racconta la scoperta che gli uomini‑uccello
sono in realtà demoni: un ribaltamento reso con un crescendo drammatico molto
efficace.
08. Sinbad the Sailor – Chris Engels
Chiusura perfetta, quasi una ballata epica. Il testo riassume
l’intero arco narrativo: “I have sailed where maps dissolve”. La voce di
Engels è calda, la chitarra acustica di Sposaro aggiunge intimità. È un ritorno
a casa, ma anche un addio al mare.
Tracklist
1.Guided
by the Moon - 07:08
2.The
Valley of Diamonds - 06:15
3.Mark
the Stars - 05:55
4.End
of the Day - 09:01
5.Trapped
by Old Age - 10:27
6.The
Isle of Wonder - 10:26
7.The
Last Shore - 10:16
8.Sinbad
the Sailor - 06:31
Musicisti (lista unica con
riferimento ai brani)
Sezione ritmica (presente in tutto
l’album)
Marco
Bernard -
Shuker bass (01- 08)
Kimmo
Pörsti - drums
(01- 08)
Compositori / tastieristi
Beppe
Crovella -
keyboards (01)
Stefano
Vicarelli -
keyboards (02)
Octavio
Stampalia -
keyboards (03)
Alessandro
Di Benedetti -
keyboards (04)
Rafael Pacha - keyboards, guitars, percussion, sazs, rehtiz, viola da gamba,
zither, flutes, voice (05)
Marco Grieco - keyboards, acoustic guitar, backing vocals (07)
Chris
Engels -
keyboards, vocals (08)
Voci
Steve Unruh - vocals & violin (01), lead vocals (07)
Steph
Honde - vocals
(03)
Michael
Trew - vocals
(04, 05)
Daniel Fäldt - lead & backing vocals (06)
Chris
Engels - vocals
(08)
Chitarre
Toni
Jokinen -
electric guitar (01, 03, 04, 06, 07, 08)
Roine
Stolt -
electric guitar (04)
Massimo
Sposaro -
acoustic guitar (08)
Strumenti aggiuntivi
Giovanni
Mazzotti -
flute (07)
Beatrice
Birardi -
darbuka (06)
The 7 Voyages of Sinbad conferma una volta di più la natura instancabile dei The
Samurai of Prog, ma allo stesso tempo mette in luce il loro limite più
evidente: la produttività continua rischia talvolta di oscurare la portata
delle singole opere. Questo album, però, riesce a emergere proprio grazie alla
forza del concept e alla qualità dei compositori coinvolti. Non tutto ha lo
stesso peso specifico, alcune sezioni risultano più narrative che realmente
memorabili, ma l’insieme funziona perché mantiene una coerenza interna rara in
un progetto così frammentato per firme e stili.
La presenza costante della sezione ritmica di Bernard e
Pörsti garantisce un’identità sonora riconoscibile, mentre l’artwork di Ed
Unitsky - ancora una volta impeccabile - eleva il disco a oggetto totale,
curato in ogni dettaglio. È un elemento che molti gruppi considerano
accessorio, ma che per i Samurai è parte integrante del linguaggio.
Dal punto di vista musicale, l’album non cerca la sorpresa a
tutti i costi, preferisce consolidare un’estetica che la band padroneggia da
anni. È un lavoro che parla soprattutto agli ascoltatori già dentro l’universo
Seacrest Oy, ma offre abbastanza varietà e profondità da risultare accessibile
anche a chi si avvicina per la prima volta. In definitiva, non è il capitolo
più rivoluzionario della loro discografia, ma è uno dei più compatti, maturi e
narrativamente riusciti. Un altro tassello di una storia che sembra non voler
rallentare.
Il Live Aidfu un evento musicale epocale che si svolse il 13
luglio 1985, caratterizzato da due concerti simultanei di beneficenza di
portata globale: uno allo Wembley Stadium di Londra, e l'altro al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia.
Ideazione e scopo
L'evento fu ideato da Bob Geldof, cantante dei
Boomtown Rats, e dal musicista Midge Ure degli Ultravox, in risposta
alla devastante carestia che colpì l'Etiopia negli anni '80. L'obiettivo
primario era raccogliere fondi per alleviare la fame e le sofferenze nel paese
africano, sensibilizzando al contempo l'opinione pubblica mondiale sulla crisi
umanitaria.
Caratteristiche uniche
La simultaneità dei concerti in due continenti, resa
possibile dalle comunicazioni satellitari, fu un elemento senza precedenti che
sottolineò l'unità globale nella lotta contro la fame.
Il Live Aid vide esibirsi un cast impressionante di artisti
di fama mondiale provenienti da diversi generi musicali, con un forte focus sul
rock e sul pop. Molti di questi artisti si esibirono gratuitamente, animati da
un sincero desiderio di contribuire alla causa.
L'evento fu trasmesso in diretta televisiva in oltre 150
paesi, raggiungendo un'audience stimata di quasi due miliardi di persone.
Questa copertura mediatica senza precedenti amplificò enormemente la
consapevolezza e la raccolta fondi.
Artisti iconici (selezione)
Londra (Wembley Stadium):
Queen (la cui performance è spesso
considerata uno dei momenti più iconici nella storia dei concerti rock)
Il Live Aid non fu solo un grande concerto, ma un vero e
proprio motore di solidarietà. I fondi raccolti per l'Etiopia furono
ingenti, anche se l'efficacia di quegli aiuti nel lungo
periodo è stata spesso messa in discussione. Ma al di là dei numeri, l'evento ebbe un'eco
pazzesca a livello mondiale. Improvvisamente, la carestia in Africa non era più
una notizia lontana, ma qualcosa che toccava le corde di milioni di persone.
Il Live Aid diventò un fenomeno culturale potentissimo, un
momento in cui gente di ogni tipo si sentì unita dalla musica per fare qualcosa
di buono. Il successo fu tale che aprì la strada a un sacco di altri concerti
benefici negli anni a venire.
Lorenzo Rapetti, l’autore del video a seguire, mi ha permesso di ricordare in
modo concreto il concerto che ha cambiato la mia storia recente, quello del 12 luglio 2003,
giorno in cui gli YESsuonarono a Vado Ligure
(SV) e mi segnarono profondamente.
Superfluo evidenziare i
tanti motivi, perché descritti in un articolo qualche anno fa e spesso ricorrenti nei
miei racconti:
Resta la soddisfazione
di aver messo assieme alcune immagini e uno stralcio musicale di quel giorno
magico, dove una band stratosferica si presentò con la miglior formazione
possibile (Jon Anderson, Rick Wakeman, Steve Hove, Chirs Squire e Alan White)
e mi … chiarì le idee.
Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine
Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.
L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.
Artista: Jethro Tull
Titolo: A Passion Play
Data di pubblicazione: 13 luglio 1973
Durata: 45:04
Dischi: 1
Tracce: 2
Genere: Rock progressivo
Etichetta: Chrysalis
Registrazione: Morgan Studios di
Londra
"A Passion Play" è un album
concettuale dei Jethro Tull pubblicato il 13 luglio
del 1973.
Il disco suscitò reazioni contrastanti al momento della sua
uscita, ma è diventato nel corso degli anni un'opera significativa nella
discografia della band. In questa recensione, esploreremo il contenuto musicale
e il concept dell'album.
"A Passion Play" è un'opera
ambiziosa e complessa, che sfida le convenzioni musicali del suo tempo. L'album
è strutturato come una sorta di dramma teatrale, con diverse sezioni che si
susseguono senza soluzione di continuità. La musica dei Jethro Tull in questo
caso è un amalgama di rock progressivo, folk, jazz e influenze classiche,
creando un'esperienza sonora unica.
L'opera narra della storia di un
certo Ronnie Pilgrim il quale, dopo morto, sperimenta il giudizio e l'aldilà,
visitando paradiso e inferno, per poi rinascere. È quindi un'unica storia e per
questo motivo l'album è stato presentato come un movimento unico. Il racconto,
apparentemente banale, nasconde in realtà una miriade di allegorie e allusioni
che fanno di A Passion Play il disco più complesso nella storia della band.
L'album si apre con un'introduzione
strumentale che crea un'atmosfera misteriosa e teatrale. Da lì, la musica si
sviluppa attraverso una serie di movimenti, con cambi di tempo e tonalità che
creano una sensazione di progressione e tensione. La voce di Ian Anderson si fa
strada attraverso le composizioni con il suo timbro distintivo, offrendo una
narrazione intrigante.
The Story of the Hare Who Lost His
Spectacles è il
pezzo centrale dell'album, molto umoristico con gli animali come protagonisti,
recitato (non cantato) da Jeffrey Hammond Hammond, accompagnato da teatro da camera con
gruppo e orchestra. Il testo di questo brano non c'entra assolutamente nulla
con il resto dell'album e molto probabilmente ha la funzione di sdrammatizzare
la seriosità di tutta l'opera nonostante, anche in questo caso (come al solito
da parte di Ian Anderson), le allusioni non manchino.
Le liriche di A Passion
Play sono dense e criptiche, e richiedono un ascolto attento per cogliere
appieno il loro significato. Il concept dell'album ruota attorno a temi come la
vita, la morte, la spiritualità e l'esistenzialismo. Le parole di Anderson sono
intrise di metafore e immagini poetiche, che aggiungono un elemento di
profondità al lavoro complessivo.
Dal punto di vista strumentale, il
talento dei membri di Jethro Tull è evidente. Le linee di flauto di Ian
Anderson sono virtuose e penetranti, mentre le chitarre di Martin Barre creano
solide strutture musicali. Le tastiere di John Evan, unite alla sezione ritmica
composta da Jeffrey Hammond al basso e Barriemore Barlow alla batteria, forniscono
una solida base che tiene insieme l'intero album.
La complessità musicale e concettuale
fanno sì che l’assimilazione dell’album richieda tempo e pazienza per il pieno
apprezzamento, e le lunghe trame proposte senza soluzione di continuità potrebbero
risultare impegnative per chi cerca melodie immediate e orecchiabili.
Sintetizzo: "A Passion Play" è un album
emblematico del periodo di massima sperimentazione dei Jethro Tull. La sua
natura articolata e il concept teatrale lo rendono un'opera affascinante, ma
che richiede impegno da parte dell'ascoltatore.
“The House of the Rising Sun” / “La casa del sole” – Una
ballata antica che cambia volto
“The House of the Rising
Sun”, portata al successo nel 1964 dagli TheAnimals,
è una di quelle canzoni che sembrano arrivare da un luogo senza tempo. La voce
di Eric Burdon entra con un’intensità che non ha bisogno di crescere, è già lì,
piena, diretta. L’arpeggio dell’organo di Alan Price costruisce un movimento
circolare, quasi ipnotico, che sostiene l’intero brano. La melodia affonda le
radici nel folk tradizionale, ma l’arrangiamento degli Animals la trasforma in
una ballata elettrica che segna un’epoca.
La forza del brano sta nella sua essenzialità. Pochi
elementi, tutti necessari: la voce, l’organo, la chitarra che segue senza
invadere. Una storia di cadute e ritorni, lasciata sospesa, come se la canzone
fosse solo un frammento di qualcosa di più grande.
In Italia la melodia prende una strada diversa. I Los Marcellos Ferialrealizzano “La casa del sole”,
adattamento che mantiene la struttura musicale ma cambia completamente il
testo. La vicenda non è più legata all’ombra di New Orleans, né al destino
segnato del protagonista. Il racconto diventa più lineare, più vicino alla
canzone italiana dell’epoca, con un tono che smussa la durezza dell’originale.
La voce porta un calore diverso, più narrativo, meno ruvido.
L’arrangiamento segue questa scelta. Dove gli Animals
costruiscono un clima teso, quasi drammatico, i Los Marcellos Ferial optano per
una lettura più morbida, più melodica. La melodia rimane riconoscibile, ma il
contesto cambia: la ballata folk-blues diventa una canzone pop italiana, con un
colore che appartiene pienamente agli anni Sessanta.
Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di
abitare la stessa linea melodica. Gli Animals trasformano un canto tradizionale
in un brano moderno, con una tensione che rimane costante. I Los Marcellos
Ferial scelgono una via più rassicurante, più vicina al gusto italiano
dell’epoca, senza cercare la stessa profondità emotiva. Non è una questione di
fedeltà: è una diversa interpretazione del materiale di partenza.
Riascoltate oggi, le due letture non si sovrappongono:
convivono come due prospettive su una melodia che attraversa epoche e contesti.
“The House of the Rising Sun” resta una ballata che porta con sé un’ombra
antica; “La casa del sole” conserva il sapore di una stagione italiana che
rileggeva il repertorio internazionale secondo la propria sensibilità. È in
questo scarto che la canzone mostra la sua capacità di adattarsi senza perdere
la sua forza.
Bonnie Tyler si è spenta a 75 anni, nella notte tra l’8 e il 9 luglio
2026, in un ospedale di Faro, in Portogallo, dopo settimane di condizioni
critiche. La famiglia ha diffuso un comunicato in cui chiede rispetto e
privacy, confermando una scomparsa improvvisa legata alle complicazioni della
malattia per cui era ricoverata.
Bonnie Tyler, nata Gaynor Hopkins nel 1951 a Skewen,
Galles, era una delle interpreti più riconoscibili della musica pop-rock
internazionale. La sua voce roca, graffiante, unica, l’ha resa immediatamente
identificabile e amatissima dal pubblico. Brani come Total Eclipse of the
Heart, Holding Out for a Hero e It’s a Heartache hanno
segnato un’epoca e continuano a vivere nell’immaginario collettivo.
A maggio la cantante era stata sottoposta a un intervento
chirurgico d’urgenza all’intestino dopo una perforazione. Le complicazioni
successive avevano richiesto un coma farmacologico e una lunga permanenza in
terapia intensiva. Nonostante un timido miglioramento a giugno, le condizioni
erano rimaste molto gravi.
Bonnie Tyler ha attraversato oltre quarant’anni di carriera,
conquistando classifiche, palcoscenici e pubblico in tutto il mondo:
-è stata la prima artista gallese a
raggiungere il n.1 della Billboard Hot 100 con Total Eclipse of the Heart.
-ha venduto milioni di copie, con
singoli che superano i 6 milioni di unità.
-ha rappresentato il Regno Unito all’Eurovision
2013.
-è stata insignita del titolo di MBE
dalla Corona britannica per il suo contributo alla musica.
La sua morte ha suscitato un’ondata immediata di cordoglio
nel mondo della musica e della cultura. Dalla politica britannica agli artisti
internazionali, tutti hanno ricordato la sua energia, la sua voce irripetibile
e la sua capacità di trasformare ogni canzone in un’esperienza emotiva.
Bonnie Tyler lascia il marito Robert Sullivan, compagno di
una vita, e milioni di fan che continueranno a cantare le sue canzoni.
La sua voce rimane. Resta nei dischi, nei palchi, nei ricordi
di chi l’ha ascoltata e amata.
“Wight
Is Wight” è una canzone di Michel
Delpechuscita nel 1969. La canzone
evoca i Festival dell'Isola di Wight che si sono svolti nell'isola dal 1968 al
1970.
In Francia riscosse un notevole
successo e raggiunse la prima posizione della hit parade. Anche in Italia sfiorò
la vetta, raggiungendo la seconda posizione.
In totale ha venduto oltre un milione
di copie ed è stata premiata con il disco d'oro.
Nella canzone, influenzata dalla
cultura hippy, l'autore menziona Bob Dylan e Donovan in segno di tributo.
Nel 1970 i DIK DIK realizzarono la
loro versione in italiano, con i testi di Claudio Daiano e Alberto Salerno,
intitolata “L'isola di Wight”, e pubblicata nel singolo L'isola di
Wight/Innamorato”.
I Dik Dik avevano da poco interrotto
la collaborazione con Mogol-Battisti. Pietruccio Montalbetti voleva dedicare
una canzone al fenomeno dei raduni pop (cominciati con il Festival di Monterey,
a cui successe Woodstock e, appunto il Festival dell'Isola di Wight) e avendo
casualmente sentito il pezzo di Delpech, pensò di farne una versione in
italiano. I Dik Dik la incisero "in fretta e furia" ottenendo anch’essi
un grande successo.
Una bella canzone - e tanti ricordi - in tutte le
versioni…
Willie Dixon: l’indiscusso pilastro
del Chicago Blues, le cui centinaia di canzoni hanno definito un genere e oltrepassato
i confini, lasciando un'eredità immortale nella storia della musica
William James Dixon (1915-1992), universalmente noto come Willie Dixon, è una figura colossale nella
storia della musica americana, la cui influenza si estende ben oltre il suo
ruolo di musicista. Basso elettrico, cantante, paroliere, arrangiatore e
produttore discografico, Dixon è riconosciuto, accanto a Muddy Waters, come la
mente più influente nella formazione del suono del Chicago blues del dopoguerra
e un ponte cruciale verso l'emergente rock and roll.
Nato a Vicksburg, Mississippi, il 1° luglio 1915,
Dixon fu esposto precocemente alla musica, assorbendo le sonorità del blues
rurale e del gospel. La sua passione per le rime, ereditata dalla madre, si
manifestò presto nella scrittura di canzoni. Trasferitosi a Chicago nel 1936,
intraprese inizialmente una carriera nel pugilato, vincendo il campionato
amatoriale dei pesi massimi Golden Glove dell'Illinois. Tuttavia, la musica era
il suo vero destino. Imparò a suonare il contrabbasso e nel 1939 incontrò il
pianista Leonard "Baby Doo" Caston, con cui formò i Five Breezes e in
seguito i Big Three Trio, un gruppo che introdusse l'armonia vocale nel blues.
Il periodo più significativo della carriera di Dixon fu il
suo ruolo centrale presso la Chess Records, una delle etichette discografiche
più importanti per il blues e il rock and roll. Dal 1948 ai primi anni '60,
Dixon fu un pilastro fondamentale: suonava il basso nelle sessioni di
registrazione, arrangiava brani, produceva artisti e agiva da talent scout. Ma
il suo contributo più duraturo fu come prolifico paroliere. Dixon ha scritto o
co-scritto oltre 500 canzoni, molte delle quali sono diventate standard
intramontabili del blues. Tra le sue composizioni più celebri
figurano "Hoochie Coochie Man", "I Just Want to Make Love to
You", "Little Red Rooster", "My Babe",
"Spoonful" e "You Can't Judge a Book by the Cover". Questi brani, eseguiti da leggende
come Muddy Waters, Howlin' Wolf, Little Walter e Bo Diddley, hanno definito il
sound del Chicago blues e influenzato generazioni di musicisti in tutto il
mondo.
L'impatto di Dixon non si limitò al blues. Il suo lavoro con
artisti come Chuck Berry e Bo Diddley all'inizio degli anni '50 lo rese un
collegamento essenziale tra il blues e i primi suoni del rock and roll. Molte
delle sue canzoni furono successivamente riprese da iconici artisti rock, tra
cui i Rolling Stones, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Elvis Presley e gli Allman
Brothers, consolidando la sua eredità nel pantheon della musica popolare.
Negli anni successivi, Willie Dixon divenne un instancabile
ambasciatore del blues, girando il mondo con la sua band, i Chicago All-Stars.
Fu anche un fervente sostenitore dei diritti degli artisti, fondando la Blues
Heaven Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro dedicata a preservare
l'eredità del blues, proteggere i diritti d'autore e le royalty per gli artisti
più anziani e fornire borse di studio a giovani musicisti.
Willie Dixon è stato insignito di numerosi riconoscimenti per
il suo contributo inestimabile alla musica, tra cui l'introduzione nella Blues
Hall of Fame (1980), nella Rock and Roll Hall of Fame (1994) e nella
Songwriters Hall of Fame. La sua autobiografia, "I Am the Blues",
pubblicata nel 1989, offre una preziosa testimonianza della sua vita e della
sua visione della musica.
Willie Dixon è deceduto il 29 gennaio 1992, ma la sua musica
e la sua influenza continuano a risuonare, confermando il suo status di
"poeta laureato del blues" e di "padre del moderno Chicago
Blues", un vero gigante la cui genialità ha plasmato il panorama musicale
globale.
Il 7 luglio 2006, moriva Roger " Syd"
Barrett, fondatore
dei Pink Floyd.
La lettura di una sua biografia di mi invoglia a
ricordarlo attraverso uno degli episodi divenuti leggenda.
Nel 1975 avvenne probabilmente l’episodio più
famoso della vita di Syd Barrett dopo la fine della sua carriera nel
business musicale, celebre perché coinvolse anche i suoi ex colleghi di lavoro
dei Pink
Floyd. Era
il 5 giugno quando negli studi di Abbey Road, in cui fervevano i preparativi per
“Wish You Were Here”, album successivo al fortunatissimo “The Dark Side Of
The Moon”, si presentò un visitatore totalmente inaspettato. Era Syd, che in un
primo momento non fu riconosciuto dai suoi vecchi compagni di gruppo, tanto era
cambiato fisicamente dall’ultima volta che l’avevano visto, e tanta era
l’incredulità di vederlo ancora una volta negli studi con loro. Il primo a
riconoscerlo fu il suo amico di vecchia data DavidGilmour, che con una certa
commozione lo invitò ad unirsi al gruppo per ascoltare una versione embrionale
di Shine
On You Crazy Diamond, proprio la traccia che nel disco era dedicata alla sua assenza
nel gruppo e che lo ricordava con sentimenti di forte emozione. Anche se non
sembrò essere particolarmente impressionato dal lavoro dei Floyd, e rifiutò di
ascoltare il pezzo una seconda volta, il suo incontro con la band che aveva
guidato fino a qualche anno prima fu determinante per dare al gruppo un
catalizzatore per terminare il pezzo e infondergli quel sentimento particolare
di compassione e rimpianto racchiuso nei versi e nella musica.
Sui motivi che spinsero Syd a irrompere nello
studio in cui i suoi colleghi stavano lavorando, non si potrà mai fare luce, ma
è probabile che fosse venuto a conoscenza della loro presenza da qualche amico
comune e che si fosse introdotto ad Abbey Road sfruttando la sua credibilità
come artista della EMI. Come ha ricordato Nick Mason, quello che lo colpì di più in Syd fu il
suo aspetto, completamente diverso da quello che ricordava: “Ero orripilato dal
suo cambiamento fisico. Avevo in mente il personaggio che avevo conosciuto
sette anni prima, molto più magro, con i capelli neri e crespi e una
personalità trascinante. I miei ricordi erano meno legati al Syd devastato che
aveva lasciato la band nel 1968, ma invece alla persona che avevamo conosciuto
quando si era spostato da Cambridge a Londra, che suonava la sua particolare
Fender Esquire con gli specchi attaccati sulla superficie, e con un guardaroba
pieno di maglie Thea Porter, e con bellissime ragazze bionde che gli giravano
sempre intorno. Ora sembrava essere un uomo che non avesse del tutto degli
amici. La sua conversazione era confusa e non completamente comprensibile,
anche se devo ammettere che nessuno di noi abbia fatto della conversazione
molto brillante in quel caso. Non ho idea del perché fosse lì. Non era stato
invitato e personalmente non lo vedevo da quando lasciò il gruppo, nel 1968,
anche se nel 1970 Roger, Rick e David avevano lavorato ai suoi due album
solisti... “.
Da “Le canzoni di Syd Barrett”,
di Alessandro Bratus.
Led Zeppelin, Velodromo
Vigorelli, Milano, 5 luglio 1971
Ripercorrendo le
antiche vicende legate alla musica e dintorni, si “cade” ripetutamente su
avvenimenti nefasti che, al solo accenno, identificano immediatamente
protagonisti e contesto: il Festival di Altamonto la Family di Charles Manson, tanto per
parlare di fatti di oltreoceano. Anche a casa nostra, in Italia, abbiamo
qualche ricordo negativo. Mark
Paytress ci ha raccontato così, nel libro “Io c’ero”, la
sua versione dei fatti avvenuti a Milano, 53 anni fa.
Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò
in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del gloriosoVelodromoVigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia
deiLedZeppelinin Italia. Con una decisione strana e
infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare
alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare:
la scelta era caduta suAretha
Franklin,Donovan,Moustaki,Leo Ferrè,Charles Aznavoure, per la sola data di Milano, i Led
Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente
declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano,
al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più
caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti
quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non
avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con
l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le
reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan
sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò
di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al
Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls,
considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma
intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini
fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). QuellaGrande Armèedoveva fronteggiare alcune decine di
autoriduttori e “agitatori
politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole delCorriere della Sera,e lo fece con grande impeto, impegnandosi con
ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti,
sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate
di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle
22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco
accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da
pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità eraStairway to Heaven,regolarmente in scaletta nel tour
primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccòBlack Dog.Dopo una versione ridotta diDazed And Confused,passò aI’ve Been Starting Loving Youe lì si udirono distintamente dei botti
violenti: non eraBonhamin azione, ma la polizia che sparava
fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del
palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di
autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento).Robert Plantcercò di metterla sul teatrale e invitò i
ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era
nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli
spiriti, il gruppo attaccòWhole Lotta Love,in medley con il celebre assolo di Bonham,Moby Dick.A quel punto però l’aria si era fatta
irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il
prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo
stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e
pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da
decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di
un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti
alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di
Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di
una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e
tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno
impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla
mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa
sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò
la sua delusione adArmando
Gallo,inviato perCiao 2001: “Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto
nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un
nostro concerto. Venendo al Vigorelliavevamo scherzato tra noi, vedendo tutte
quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico
che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia
intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”. I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero
mai più messo piede dalle nostre parti.