Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
sabato 15 agosto 2026
Shea Stadium, Queens, New York, 15 agosto 1965-Beatles
venerdì 14 agosto 2026
The Who-"Who's Next": un must del rock!
Artista:
The Who
Titolo:
Who's Next
Pubblicazione: 14 agosto 1971
Durata: 43:39
Genere: Rock
Etichetta:
Decca Records
Produttore: The Who, Glyn Johns
Registrazione: marzo - maggio 1971
Ogni tipo di giudizio relativo ad un
progetto musicale è opinabile, tutto passa attraverso sensazioni e preferenze
personali, ma esistono le fondamenta e poi tutto il contorno, e quando mi
riferisco alle “fondamenta” penso a contenitori sonori che mettono tutti d’accordo,
sia per la loro “bellezza specifica” che per la capacità dimostrata nel tempo di
saper influenzare ciò che arriverà dopo, diventando di fatto un “apripista” del
genere di riferimento.
Vorrei descrivere uno di questi
dischi in modo estremamente semplice, immaginando di utilizzare l’articolo per
avvicinare un giovane, un neofita, e provare ad incuriosirlo.
A fine post sarà possibile ascoltare ogni singola traccia dell’album con l’aggiunta di un contributo video.
Il disco in questione è "Who's Next" dei The Who, senza dubbio - e di questo sono certo - uno dei migliori album rock di tutti i tempi. Qualche dettaglio… ma non troppi!
Quinto album in studio della band inglese, fu pubblicato il 14 agosto 1971 dalla Decca Records e contribuì a consolidare la reputazione della band, una delle più influenti e innovative nel panorama musicale dell'epoca.
Una delle caratteristiche distintive
di "Who's Next" è la potenza e l'energia delle performance
musicali.
L'album si apre con la celebre "Baba O'Riley", una canzone iconica caratterizzata dal maestoso synth introduttivo e dai riff di chitarra potenti. La voce di Roger Daltrey è intensa e appassionata, mentre la sezione ritmica composta da John Entwistle al basso e Keith Moon alla batteria fornisce una base solida e dinamica.
Il punto centrale dell'album è la lunga suite "Won't Get Fooled Again", un brano epico - con il suo potente finale di chitarra e le urla strazianti di Daltrey – che cattura l'essenza del rock 'n' roll e la ribellione giovanile dell'epoca: ancora oggi continua ad essere considerata un classico del rock.
Altri brani degni di nota includono "Behind Blue Eyes", una ballata emotiva e struggente che mette in luce il talento vocale di Daltrey, e "My Wife", scritta da John Entwistle e unico brano dell'album che non porta la firma di Pete Townshend. "The Song Is Over" è un altro momento memorabile dell'album, con il suo arrangiamento ricco di strati sonori e le armonie vocali impeccabili.
Un elemento che rende "Who's Next" così speciale è anche la produzione di Glyn Johns, che ha saputo catturare perfettamente l'energia cruda e l'urgenza delle esecuzioni della band. L'album suona fresco e potente anche dopo oltre cinquant'anni dalla sua pubblicazione.
Inoltre, "Who's Next" è un album che ha avuto un impatto significativo sulla musica rock successiva, con l'uso innovativo dei sintetizzatori e degli arrangiamenti strumentali che ha aperto nuove strade per la sperimentazione sonora nel rock, influenzando generazioni di musicisti.
"Who's Next" appare
come album senza tempo, che dimostra la grandezza della band. Le performance
straordinarie, i testi potenti e la produzione impeccabile si combinano per
creare un'esperienza musicale indimenticabile.
Un must per qualsiasi collezione
musicale!
La rivista Rolling Stone lo ha
inserito al 28º posto della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.
Curiosità
Dopo la pubblicazione del precedente
album, “Tommy”, nel 1969, Pete Townshend concepì un'altra opera rock
intitolata “Lifehouse”, che avrebbe dovuto fondere rock e teatro, ma il
progetto non si concretizzò e il chitarrista decise di salvarne comunque le
tracce da pubblicare nel nuovo album del gruppo, “Who's Next” appunto.
L'abbandono del complesso progetto di
“Lifehouse” diede quindi al gruppo maggiore libertà, senza bisogno di mettere
in sequenza i brani per realizzare un concept album (come fatto per “Tommy”).
Ciò permise alla band di concentrarsi sui singoli brani, rifinendoli per bene e
uniformando la sonorità.
La copertina
La copertina è una foto del gruppo
scattata a Easington Colliery, ritratto apparentemente realizzato dopo aver
finito di urinare su un monolite di cemento. Secondo il fotografo Ethan
Russell, la maggior parte degli Who non fu in grado di urinare davvero, e
quindi venne gettata dell'acqua sui lati della costruzione per simularne
l'effetto.
Il monolite presente in copertina
viene spesso visto come un ironico riferimento al celebre monolite del film “2001:
Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, che era uscito nei cinema solo tre
anni prima e per il quale la band avrebbe dovuto comporre alcune delle musiche.
Nel 2003, il canale televisivo americano VH1 ha nominato la copertina di “Who's Next” come una delle migliori di sempre.
Esiste una versione scartata della
copertina dell'album, che avrebbe dovuto raffigurare delle donne nude obese, ma
l'idea venne accantonata quasi subito. Altra copertina alternativa a cui si era
pensato, era una foto del batterista Keith Moon vestito in lingerie nera, con
una frusta in mano e una parrucca da donna in testa.
Tracce edizione originale (cliccare sul titolo per
ascoltare)
Lato
A
Baba
O'Riley - 5:09
Bargain
- 5:34
Love
Ain't For Keeping - 2:11
My Wife - 3:41 (John Entwistle)
The Song Is Over - 6:16
Lato
B
Getting In Tune - 4:50
Going Mobile - 3:43
Behind Blue Eyes - 3:39
Won't Get Fooled Again - 8:38
Formazione
Roger Daltrey - voce
Pete Townshend - chitarra,
pianoforte, sintetizzatore
John
Entwistle - basso
Keith Moon – batteria
Musicisti
aggiuntivi
Nicky
Hopkins – pianoforte in “The Song Is Over” e “Getting in Tune”
Dave Arbus – violino in “Baba O'Riley”
Al Kooper – organo nella versione
alternativa di “Behind Blue Eyes”
Leslie
West – chitarra nella versione estesa di “Baby Don't You Do It” (bonus track
del ‘95
Produzione
Kit
Lambert, Chris Stamp, Pete Kameron – produttori esecutivi
Produzione
musicale: The Who & Glyn Johns
Ingegnere
del suono: Glyn Johns
Fotografie:
Ethan A. Russell
The Who nel 1971
Woodstock 1969: l'anima di una generazione in tre giorni di musica e pace
Musica, fango e un'utopia di pace: il
festival che ha segnato un'epoca
Nel cuore di una tumultuosa estate del 1969, mentre il mondo era scosso da conflitti sociali, tensioni politiche e la guerra del Vietnam, un evento destinato a diventare un'icona culturale si materializzò in un'anonima fattoria a Bethel, nello stato di New York. Il "Woodstock Music & Art Fair", un festival originariamente pensato per attrarre circa 50.000 persone, si trasformò in un raduno spontaneo e pacifico di oltre 500.000 giovani. Questo evento non fu solo un concerto, ma una potente manifestazione di una controcultura che aspirava a ideali di pace, amore, e libertà.
L'idea nacque da quattro giovani intraprendenti: Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. La loro visione era quella di creare un festival che unisse musica, arte e una comunità di persone con visioni simili. Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un'area di 1,2 km² nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto., ma l'opposizione locale costrinse gli organizzatori a cercare in fretta una nuova location. La salvezza arrivò da Max Yasgur, un contadino che offrì il suo terreno di 600 acri a Bethel. La decisione di Yasgur di ospitare il festival, nonostante le proteste dei suoi vicini, è rimasta un simbolo di apertura e tolleranza.
Il cartellone di Woodstock fu una vera e propria enciclopedia
della musica rock, folk e blues dell'epoca. Per tre giorni, dal 15 al 18
agosto, il palco divenne un altare sonoro per artisti leggendari e talenti
emergenti. Richie Havens aprì il festival con una performance improvvisata e
toccante, dando il via a una carrellata di esibizioni memorabili.
Joe Cocker, con la sua interpretazione graffiante di With A Little Help From My Friends dei Beatles, catturò l'anima del pubblico. Janis Joplin, con la sua voce potente e la sua presenza magnetica, si confermò una delle figure più carismatiche del rock. La performance dei Jefferson Airplane incarnò lo spirito psichedelico e ribelle del movimento.
Il clou del festival fu senza dubbio la performance di Jimi Hendrix, che chiuse l'evento la mattina di lunedì. La sua epica e distorta esecuzione dell'inno nazionale americano, "The Star-Spangled Banner", divenne un'iconica protesta contro la guerra del Vietnam, un grido di dolore e speranza che risuonava perfettamente con il sentimento di una generazione.
Oltre alla musica, ciò che rese Woodstock un evento storico
fu l'incredibile esperienza umana che si sviluppò. Le previsioni meteorologiche
avverse, con piogge torrenziali che trasformarono il prato in una palude di
fango, non scoraggiarono i partecipanti. Anzi, la condivisione di cibo, acqua e
rifugi divenne un simbolo di solidarietà e di una comunità che si autogestiva
in modo pacifico.
La logistica crollò sotto il peso della folla inaspettata, ma
la gente si aiutò a vicenda. Nonostante le condizioni spartane e l'assenza di
servizi adeguati, non si registrarono episodi di violenza. L'atmosfera era
permeata da un senso di fratellanza e di utopia.
Woodstock non fu solo un concerto; fu un punto di svolta.
Divenne il manifesto di una generazione che cercava un'alternativa alle
convenzioni sociali e politiche del tempo. L'evento dimostrò che centinaia di
migliaia di persone potevano coesistere in pace, un messaggio potente in
un'epoca di conflitti.
Il festival ha lasciato un'eredità incancellabile nella
musica, nella cultura popolare e nella storia sociale. Ha ispirato innumerevoli
altri festival e ha consolidato l'idea che la musica potesse essere un veicolo
di cambiamento e un potente strumento di espressione collettiva. A distanza di
oltre mezzo secolo, "tre giorni di pace e musica" rimangono un
simbolo di speranza e di un'utopia, per quanto breve, che ha ridefinito il
significato di una generazione.
giovedì 13 agosto 2026
Il 13 agosto del 1970 usciva "Metamorphosis", il cambio di passo degli Iron Butterfly
Album: Metamorphosis
Artista: Iron Butterfly
Pubblicazione: 13 agosto 1970-pubblicato
negli Stati Uniti
Durata: 40:49
Genere:
Rock psichedelico-Acid rock-Hard rock-Proto-metal
Etichetta: ATCO Records
Produttore: Richard Podolor
Arrangiamenti: Iron Butterfly,
Richard Podolor
Registrazione: Studio City al American Recording Company nel maggio/luglio 1970
L'album "Metamorphosis" degli Iron Butterfly fu pubblicato il 13 agosto del 1970 da ATCO Records, ed è stato uno dei loro lavori più sperimentali e diversi rispetto al loro sound tradizionale. È stato il primo album della band ad essere pubblicato dopo l'uscita del cantante originale Doug Ingle, che lasciò la band poco prima delle registrazioni.
"Metamorphosis"
presenta una varietà di stili musicali che spaziano dal rock psichedelico al
blues e al country.
L'album si apre con "Free Flight", una lunga traccia strumentale che mette in mostra l'abilità strumentale dei membri della band. La successiva "New Day" è una canzone dalle sonorità country-rock, che mostra il nuovo stile musicale che gli Iron Butterfly stavano esplorando all’epoca.
Uno dei punti salienti dell'album è
sicuramente la cover di "Easy Rider (Let the Wind Pay the Way)",
originariamente interpretata da Roger McGuinn dei The Byrds. Gli Iron Butterfly
aggiungono la loro impronta alla canzone, creando una versione unica e
coinvolgente.
E poi “Butterfly Bleu” - che propongo in video a seguire - che riporta allo stile della mega-hit del gruppo “In-A-Gadda-Da-Vida”, soprattutto per la durata (17:05 minuti di In-A-Gadda-Da-Vida contro i 14:03 minuti di Butterfly Bleu).
Tuttavia, nonostante la diversità musicale presente in "Metamorphosis", l'album non raggiunse il successo commerciale dei lavori precedenti. Alcuni critici musicali ritennero che la mancanza di un frontman vocale come Doug Ingle avesse influenzato negativamente la ricezione dell'album.
Complessivamente, "Metamorphosis" è un'interessante deviazione dal sound classico degli Iron Butterfly, con una varietà di stili musicali esplorati. Sebbene possa non essere considerato il loro album più riuscito, vale comunque la pena di ascoltarlo, per gli appassionati della band e per coloro che sono curiosi di scoprire un lato diverso degli Iron Butterfly.
Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)
Scritto e arrangiato da Iron Butterfly, eccetto dove indicato.
Lato
A
Free Flight – 0:40
New Day – 3:08
Shady Lady – 3:50 (testo: Robert Woods Edmonson)
Best Years of Our Life – 3:55
– Slower Than Guns 3:37 (testo: Robert Woods Edmonson)
Stone Believer – 5:20
Durata totale: 20:30
Lato
B
Soldier in Our Town – 3:10 (testo: Robert Woods Edmonson)
Easy Rider (Let the Wind Pay the Way) – 3:06 (testo: Robert Woods Edmonson)
Butterfly Bleu – 14:03
Durata totale: 20:19
Formazione
Doug Ingle - voce solista, organo
Mike Pinera - chitarra, voce solista
El Rhino (Larry Reinhardt) - chitarra
Lee Dorman - basso
Ron Bushy – batteria
Musicisti aggiunti:
Richard Podolor - sitar, chitarra a
12 corde
Bill Cooper - chitarra a 12 corde
Note aggiuntive:
Richard Podolor - produttore,
arrangiamenti
Registrazioni effettuate all'American
Recording Company di Studio City, California
Bill Cooper - ingegnere della
registrazione
Woodstock 1994: tra fango, musica e nostalgia
A 25 anni di distanza dall'evento che segnò un'intera generazione, l'estate del 1994 vide un tentativo audace di rivivere la magia di Woodstock. Svoltosi a Saugerties, New York, dal 12 al 14 agosto, il "Woodstock '94" è stato un festival grandioso e caotico, un ponte tra il mito del passato e la realtà commerciale dei decenni successivi.
L'organizzazione del festival, sotto il motto "2
More Days of Peace and Music" (poi esteso a tre), puntò su un mix
di artisti che avevano calcato il palco del '69 e le nuove icone della musica
degli anni '90. Tra i nomi storici spiccavano Joe Cocker, che aveva
regalato una performance memorabile all'originale, e Carlos Santana.
Particolarmente atteso e acclamato è stato il ritorno di Bob Dylan, che
aveva declinato l'invito nel 1969 e che si esibì con una performance intensa e
rinnovata.
Ma il vero cuore del festival era rappresentato dalla scena
musicale degli anni '90. I fan hanno potuto assistere alle esibizioni di band
che stavano dominando le classifiche, come i Metallica, i Nine Inch
Nails, gli Aerosmith, i Red Hot Chili Peppers (famosi per
essersi presentati sul palco in costume da lampadina), e i Green Day, al
culmine della loro popolarità. Il festival ha inoltre dato spazio a band
alternative come The Cranberries, Blind Melon e Cypress Hill,
offrendo una panoramica completa del panorama musicale del tempo.
Il festival, che aveva una capienza prevista per circa
200.000 persone, ha visto un'affluenza ben superiore, con stime che arrivano a
550.000 partecipanti. Inizialmente, i biglietti erano stati venduti in
prevendita, ma l'enorme afflusso di persone ha reso il controllo degli ingressi
praticamente impossibile, trasformando il festival in un evento a ingresso
libero per molti.
Ma la vera protagonista, oltre alla musica, è stata la pioggia. Dopo un primo giorno soleggiato, i giorni successivi sono stati caratterizzati da un diluvio incessante che ha trasformato il sito del festival in un'enorme distesa di fango. Questo ha dato vita al soprannome "Mudstock", un'immagine che è rimasta impressa nella memoria collettiva, con persone che si lanciavano nel fango, si divertivano e celebravano l'evento nonostante le condizioni avverse. Il fango ha cementato un senso di comunità e di euforia, una sorta di rito di passaggio per i partecipanti.
Woodstock '94 è riuscito a replicare, in parte, l'atmosfera
di pace e musica del suo predecessore, anche se in un contesto profondamente
diverso. A differenza dell'originale, che era nato come un'espressione della
controcultura e del "flower power", il festival del '94 è stato un
evento altamente commercializzato, con sponsor e merchandising onnipresenti.
Questo aspetto ha generato alcune critiche, ma non ha impedito a molti di
viverlo come un'esperienza storica e irripetibile.
È stato un successo dal punto di vista dell'affluenza e delle performance musicali, ma la sua eredità è complessa. A distanza di anni, viene ricordato come un festival che ha saputo catturare lo spirito degli anni '90, con la sua energia e la sua diversità musicale, ma che ha anche gettato le basi per gli eccessi e il caos che avrebbero caratterizzato la disastrosa edizione del 1999. In definitiva, il Woodstock del '94 è stato un evento che ha dimostrato come la musica potesse ancora unire le persone, sebbene in un mondo che era ormai molto lontano da quello di venticinque anni prima.
Un ricordo di Nino Ferrer
Nino Agostino
Arturo Maria, noto come Nino Ferrer (Genova, 15 agosto 1934-Montcuq, 13 agosto 1998), è stato
un cantautore e autore francese di origine italiana.
La sua prima soddisfazione da solista arriva nel 1965 con la canzone "Mirza".
Seguirono altri successi, come "Cornichons" e "Oh! hé! Hein! bon!", che trasformarono Ferrer in una sorta di cantante "comico".
Gli
stereotipi e il suo enorme successo finale lo fecero sentire
"intrappolato" e incapace di sfuggire alle costanti richieste di un
vasto pubblico che richiedeva di ascoltare i successi che lui stesso
disprezzava.
Iniziò così a condurre una vita di "vino, donne e canto" mentre dava infinite esibizioni provocatorie nei teatri, in televisione e in tournée.
In Italia, ha avuto un grande successo nel 1967 con "La pelle nera" (la versione francese si chiamava "Je voudrais être noir"); la canzone soul, con il testo quasi rivoluzionario rivolto ad implorare una serie di suoi idoli della musica nera di regalargli la loro pelle come simbolo del "fare buona musica", raggiunse uno status iconico di lunga durata in Italia.
Si è suicidato nel 1998, vittima di un episodio di depressione in seguito alla morte della madre di cui si considerava responsabile, lasciando l'immagine di una personalità arrabbiata, complessa, sensibile, romantica ed esigente con sé stessa.
Nino Ferrer ha composto oltre 200 canzoni con molteplici influenze, ma così si era espresso con un amico: "Ti rendi conto che ho scritto, composto e prodotto quasi duecento canzoni e la gente ne conosce solo tre!"
mercoledì 12 agosto 2026
Mark Knopfler: settantasette anni di chitarra che racconta storie
Il 12 agosto del 1949 nasceva uno dei più grandi
chitarristi e cantautori che la musica rock abbia mai conosciuto: Mark Freuder Knopfler.
Nato a Glasgow, è l'uomo che, con le sue dita e la sua sensibilità unica, ha dato vita a un sound inconfondibile, prima con i Dire Straits e poi nella sua brillante carriera solista.
Knopfler non è mai stato un chitarrista da virtuosismi
roboanti o da esibizioni tecniche fini a sè stesse. Il suo stile è
riconoscibile al primo ascolto: un tocco delicato, suonato senza plettro, che
fa "parlare" le corde della sua chitarra. Con i Dire Straits, ha
creato un'alternativa sofisticata e melodica al punk rock degli anni '70 e '80.
Brani come "Sultans of Swing", "Brothers in Arms"
e "Money for Nothing" sono diventati classici intramontabili,
in cui ogni assolo è una pennellata di genio, una storia raccontata senza
bisogno di parole.
Ma la grandezza di Knopfler non si ferma alla sua chitarra. Le sue canzoni sono affreschi di vita, spesso malinconici e introspettivi, che dipingono personaggi e scenari indimenticabili. Ha la rara capacità di trasformare la quotidianità in poesia, raccontando storie di vite ordinarie con un'intensità straordinaria.
Dopo lo scioglimento dei Dire Straits, Knopfler ha continuato il suo percorso musicale con una carriera solista di grande successo. Ha esplorato con maggiore libertà le sue passioni, mescolando folk, blues e country con un'eleganza innata. Album come Sailing to Philadelphia e Shangri-La hanno dimostrato una maturità artistica che lo ha reso un punto di riferimento per intere generazioni di musicisti.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, celebriamo un artista che ha dimostrato che non serve urlare per farsi sentire.
Buon compleanno, Mark Knopfler.
martedì 11 agosto 2026
Accordature aperte: liberiamo la chitarra (e la nostra fantasia)!
Il "trucco magico" delle accordature aperte: un viaggio affascinante che ha trasformato il suono della chitarra, dal blues primordiale ai riff iconici del rock, offrendo risonanze inaspettate e infinite nuove possibilità creative
Capita di sentire una canzone con la chitarra che suona “diversa”, magari più piena, più risonante, quasi magica. Dietro a ciò è molto probabile che dietro ci siano le accordature aperte, un vero e proprio "trucco magico" che ha cambiato la musica e il modo di suonare la chitarra.
Immaginiamo di avere una chitarra accordata nella modalità standard,
quella a cui fa riferimento chiunque si avvicini allo strumento. Ogni corda ha
una nota specifica, e per ottenere un qualsiasi accordo occorrerà posizionare
le dita sulla tastiera in un modo preciso e sempre diverso a seconda dell’accordo
che si vuole suonare. Nelle accordature aperte, noi cambiamo queste note in
modo che, suonando le corde a vuoto (cioè senza mettere le dita sui tasti), si ottiene
già un accordo. Una magia! È come se la chitarra fosse già pronta a suonare una
melodia!
Ma perché i chitarristi le usano? Perché complicarsi la vita
e cambiare l'accordatura? Beh, ci sono un sacco di motivi super validi:
-Suonare è più facile: questo è il motivo numero uno per i principianti! Se la chitarra è
già accordata per fare un accordo (ad esempio, un Do Maggiore), basterà strimpellare tutte le corde a vuoto e... voilà! Ecco un Do Maggiore
perfetto. Vogliamo un Sol Maggiore? Premiamo tutte le corde al settimo tasto con un
dito solo, e il gioco è fatto! È come avere un "pilota automatico"
per gli accordi.
-Suoni più grandi e risonanti: quando
le corde sono accordate per risuonare insieme, creano un suono molto più pieno,
ricco e "aperto". È come se la chitarra respirasse di più. Questo è
fantastico per creare atmosfere, riempire lo spazio sonoro e far sì che la musica
abbia un impatto maggiore.
La magia dello slide (o bottleneck): esiste un suono
"scivoloso" e lamentoso all’interno dei generi blues e rock, e si
realizza con lo slide (un tubetto di metallo o vetro che si infila al
dito). Nelle accordature aperte, lo slide è il migliore amico. Si può far
scivolare su e giù per le corde e ottenere accordi interi o melodie blues in
modo incredibilmente espressivo. Senza le accordature aperte, lo slide sarebbe
molto meno efficace.
Nuove idee musicali: a volte, cambiare accordatura è come cambiare gli occhiali: si vede il mondo in modo diverso! La chitarra suonerà in modo inaspettato, e questo può inspirare a creare nuove melodie, nuovi accordi e nuove canzoni che non sarebbero mai venute in mente con l'accordatura "normale". È come avere una chitarra completamente nuova!
Le accordature aperte non sono una novità di ieri, anzi!
Hanno una storia lunga e affascinante:
-Le radici antiche: non è una moda recente! Già tantissimo tempo fa, in diverse culture, le
persone accordavano i loro strumenti a corda in modi diversi dal solito. Questo
succedeva per adattarsi a canzoni particolari, per rendere più facile suonare
certi ritmi o semplicemente per avere un suono diverso e più risonante.
-Il blues americano (e la chitarra che "piange"): forse il momento in cui le
accordature aperte sono diventate davvero famose è con il blues rurale,
specialmente nel sud degli Stati Uniti. Grandi del blues come Robert Johnson e
Son House usavano queste accordature (spesso la Open G o la Open D) per suonare
con lo slide. Immaginiamo un chitarrista seduto su una veranda, che con la sua
chitarra "aperta" e lo slide crea quelle melodie malinconiche e
potenti che raccontavano storie di vita e fatica. È qui che il suono distintivo
del blues è nato, in gran parte grazie a queste accordature.
-Dai campi alla città (e oltre): man mano che il blues si evolveva e arrivava nelle città, anche le accordature aperte lo seguivano. Negli anni '60 e '70, musicisti rock e folk hanno iniziato a scoprirle. Band come i Led Zeppelin hanno usato accordature come la DADGAD (un'accordatura aperta specifica) per dare un tocco esotico e potente alle loro canzoni (pensiamo a "Kashmir"!). Artisti come Joni Mitchell sono diventate famose per la quantità di accordature aperte che usavano, creando suoni unici e complessi con la loro chitarra.
Personalizziamo l’argomento: nonostante abbia iniziato a
suonare la chitarra da giovanissimo, quasi da bambino, ho "scoperto"
il mondo delle accordature aperte solo di recente. Per anni, mi sono
concentrato sulle accordature standard, pensando che bastassero per esplorare
la musica. Poi, però, qualcosa è cambiato.
È stato grazie a un amico esperto, che mi ha spinto a provare qualcosa di nuovo, e ho capito che la chitarra aveva altro da offrirmi, al di là di quello che già conoscevo. È stata una vera rivelazione!
E allora tutti possono provare un'accordatura aperta! La più
comune per iniziare è la Open G (D-G-D-G-B-D, partendo dalla corda più
grossa). Basterà un accordatore e dopo qualche minuto sarà facile scoprire un
mondo di nuove possibilità sonore.
Le accordature aperte non sono solo una tecnica, ma una porta
verso nuove sonorità e nuove ispirazioni, e quindi aiutano nello sperimentare.
L’esempio più classico nel rock?
L'accordatura aperta, in particolare quella in Sol (Open G),
ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione di alcuni dei riff più iconici
della storia del rock, grazie anche all'ingegno di chitarristi come Keith
Richards dei Rolling Stones.
Richards, profondamente influenzato dal blues e da
chitarristi leggendari come Robert Johnson e Fred McDowell, adottò
l'accordatura aperta in Sol (D-G-D-G-B-D). Un elemento chiave del suo approccio
fu l'eliminazione della sesta corda (quella più bassa e spessa), un'abitudine
spesso attribuita alla ricerca di maggiore risonanza e di un suono più
percussivo, oltre che alla facilità di creare accordi con un solo dito.
Sfruttando questa configurazione, Richards riuscì a
sviluppare il suo stile distintivo, caratterizzato da un suono pieno e
risonante, quasi pianistico, che gli permetteva di eseguire ritmiche complesse
e riff memorabili. Molti dei brani più celebri dei Rolling Stones, come "Brown Sugar", "Honky Tonk Women" e "Start Me Up",
sono stati concepiti e suonati utilizzando proprio questa accordatura.
L'approccio di Richards non fu solo una scelta tecnica, ma una vera e propria reinterpretazione delle radici blues, adattandole al contesto del rock 'n' roll. Questa innovazione gli permise di creare un linguaggio musicale unico che ha plasmato il suono dei Rolling Stones e influenzato innumerevoli chitarristi.
Forse uscire dalla zona di conforto e virare verso questa “vecchia novità” potrebbe dare nuove soluzioni e rinnovate ispirazioni!
L’accordatura di David Crosby nella sua “Guinnevere” è in
E B D G A D
lunedì 10 agosto 2026
Sergio Leone e la strage di Bel Air, 57 anni fa
Sliding doors… ovvero il futuro nelle
mani della casualità.
Sembra roba da film “leggero”, ma è evidente che non siamo proprio padroni del nostro destino, e sono molti i casi, ad esempio, di persone che, arrivate in ritardo all’appuntamento con il volo prescelto, restano a terra e si salvano la vita!
Qualcosa di simile accadde a Sergio Leone e la mancata presenza nella casa dei coniugi Polanski, a Bel Air, il 9 agosto del 1969, fu essenzialmente legata… alla sua pigrizia.
Sergio Leone si trovava a Hollywood e
con lui lo scrittore Luciano Vincenzoni, suo amico e sceneggiatore storico.
Era in corso la preparazione del mitico film western “Giù la testa”, che
sarebbe uscito due anni dopo, ed era quindi un viaggio di lavoro, utile alla ricerca
dei costumi di scena.
Leone era già molto conosciuto
per aver portato agli onori del mondo gli spaghetti western e per aver lanciato
Clint Eastwood ed era quindi normale bazzicare le feste che contavano: cocktail, aperitivi,
piscine, chiacchiere alla presenza di attori e produttori.
In questa situazione risultò naturale ricevere un invito per il fine settimana da parte di Sharon Tate, che viveva al 10050 di Cielo Drive.
Ciò che accadde quella sera è passato
alla storia come la strage di Bel Air.
Ma che successe a Leone e Vincenzoni?
Più scaltri di Manson?
I due italiani dapprima decidono di accettare, ma alla fine Vincenzoni comunica a Leone che rinuncerà, a causa di un altro invito ricevuto da un amico, a San Francisco, il boss della Transamerica Corporation, ed è un impegno che non si può rifiutare.
A questo punto Leone decide che neanche lui parteciperà alla festa della Tate e la scusa ufficiale è lo scarso livello del suo inglese.
Quando il 10 agosto si scopre quanto accaduto, Vincenzoni teme per il suo amico e lo chiama, terrorizzato, ma viene confortato da una voce conosciuta che chiosa: “A Lucià, stò a guardà le news e me sò cacato sotto". E quando gli chiede perché non è andato al party sente rispondersi: "Nun parlo bene inglese, da solo senza te nun m'annava, faceva pure callo, me so messo a dormì".
Il caso, la pigrizia, magari un po’
di disagio, salvarono la vita ad uno dei più grandi registi della storia del
cinema e senza quel tentennamento, senza quell’indolenza tipica dei romani, “Giù
la testa” e il successivo capolavoro “C'era una volta in America”,
non avrebbero mai visto la luce.
Luciano Vincenzoni ha recentemente dichiarato: "Se fossi stato lì saremmo andati noi tre più l'autista della limousine, e saremmo arrivati proprio quando iniziò la strage, avremmo potuto fare qualcosa e salvare tutti da quelle tre donne esaltate... è un cruccio che mi porto dietro. Da quel momento Leone si convinse che ero il suo angelo protettore!”



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