sabato 18 aprile 2026

L'obiettivo discreto, l'anima gentile: in ricordo di Linda McCartney

 


Il 17 aprile, ricorre l'anniversario della scomparsa di Linda McCartney. Questo scritto vuole essere un omaggio alla sua vita e al suo impatto, ricordando la donna che seppe catturare il mondo con il suo obiettivo e il cuore di un'icona.

La luce fioca del club fumoso si rifletteva pigramente sull'obiettivo della sua Leica. Linda Eastman, con la sua folta chioma scura e uno sguardo acuto nascosto dietro la macchina fotografica, era una presenza discreta ma vibrante nella scena musicale newyorkese degli anni '60. Non era lì per essere la protagonista, non ancora almeno. Il suo occhio curioso catturava frammenti di un mondo in fermento: Jimi Hendrix in un assolo infuocato, Janis Joplin con la sua anima blues straziante, le vibrazioni elettriche di un'epoca che stava per esplodere.

Nata in una famiglia benestante, Linda non aveva seguito il sentiero tracciato per lei. Invece, aveva trovato la sua voce attraverso l'obiettivo, trasformando la sua timidezza in un'abilità unica di osservare e immortalare l'essenza dei suoi soggetti. La sua fotografia non era patinata o artificiale; era cruda, intima, un'istantanea rubata di un momento vero. Catturava la vulnerabilità dietro la fama, l'umanità pulsante sotto i riflettori.

Il rock and roll, con la sua energia selvaggia e la sua promessa di libertà, l'aveva attratta come una falena alla luce. Si muoveva con agilità tra le quinte e il palco, guadagnandosi la fiducia dei musicisti con la sua gentilezza e il suo rispetto. Non era una groupie in cerca di celebrità riflessa, ma un'artista con una sua visione, desiderosa di documentare un fenomeno culturale in divenire.

Fu in uno di questi concerti, in un locale londinese avvolto nel caos sonoro e nel fumo di sigaretta, che i suoi occhi incontrarono quelli di Paul McCartney. Lui, già un'icona mondiale, abituato a folle urlanti e flash accecanti, rimase sorpreso dalla sua quieta attenzione, dalla sua aura di indipendenza. Linda non lo guardava come un Beatle, ma come un uomo.

Quell'incontro casuale fu la scintilla di una connessione inaspettata. Linda, la fotografa americana dallo sguardo gentile, e Paul, il musicista geniale con il peso del mondo sulle spalle. Le loro vite, apparentemente distanti, si intrecciarono in un modo che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Per Linda, Paul non era solo una rockstar. Vedeva la sua sensibilità, la sua vulnerabilità nascosta dietro il sorriso da ragazzo. Per Paul, Linda era un rifugio, un'ancora in un mare di follia. Trovò in lei un'intelligenza acuta, un senso dell'umorismo sottile e, soprattutto, un amore sincero e incondizionato, lontano dalle dinamiche spesso superficiali del suo mondo.

La loro relazione non fu esente da critiche e scetticismo. Molti la vedevano come l'outsider, l'americana che aveva "rubato" il cuore di uno dei Beatles. Ma Linda, con la sua forza tranquilla, seppe farsi strada, dimostrando la profondità del suo amore e la solidità del loro legame.

La macchina fotografica, lo strumento attraverso il quale aveva inizialmente trovato la sua voce, divenne anche un modo per catturare la loro vita insieme, i momenti intimi e quotidiani lontani dai clamori del successo. Le sue foto di Paul e dei loro figli non erano pose studiate, ma frammenti di una vita familiare autentica, piena di calore e spontaneità.

Linda Eastman, la fotografa discreta che si muoveva silenziosamente ai margini della scena musicale, divenne molto più di "la moglie di un Beatle". Diventò una musicista a pieno titolo, una sostenitrice dei diritti degli animali, una madre devota e, soprattutto, l'anima gentile che seppe catturare non solo l'immagine, ma anche il cuore di uno degli uomini più famosi del mondo. La sua storia era la dimostrazione che la vera forza spesso risiede nella discrezione, e che l'amore autentico può fiorire anche sotto i riflettori più intensi.







venerdì 17 aprile 2026

Franck Carducci – Sheeple

 


Franck Carducci – Sheeple 

Tra identità, giudizio e il bisogno di sentirsi nel giusto

 

Sheeple il nuovo lavoro di Franck Carducci. È un album che nasce da un’idea semplice e scomoda: la convinzione di essere nel giusto, sempre. La dinamica del “noi” contro “loro”, la presunta superiorità morale, la facilità con cui etichettiamo, giudichiamo, riduciamo l’altro a una caricatura. Carducci parte da qui, da questa frattura quotidiana, e costruisce un’opera che non cerca risposte ma smonta certezze.

Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Sheeple è un gioco di parole che unisce “sheep” e “people”, un modo per dire che siamo tutti, a turno, gregge di qualcun altro. Non c’è un punto di vista privilegiato, non c’è un pulpito da cui parlare… c’è un’umanità che si osserva allo specchio e scopre che la linea tra ragione e arroganza è più sottile di quanto vorremmo ammettere.

Musicalmente, Carducci torna alle radici che lo hanno formato, il classic rock degli anni Settanta, la teatralità del prog, la scrittura che si prende il tempo di respirare. Ma non c’è nostalgia. L’album è costruito con una sensibilità contemporanea, con una cura del dettaglio che trasforma ogni brano in un piccolo mondo. Le nove tracce alternano rock diretto, suite estese, momenti acustici, aperture orchestrali, senza mai perdere coesione. È un disco che si muove come un racconto, con capitoli che si richiamano e si contraddicono, come accade nelle storie vere.

Il brano d’apertura, Sheeple, è una soglia, un minuto e poco più che introduce il tema e prepara il terreno. Self-Righteousness dà subito corpo al concetto centrale, con un rock teso, quasi nervoso, che riflette la rigidità delle convinzioni assolute. Sweet Cassandra appare come un sollievo melodico, ma è solo un’apparente tregua: la figura di Cassandra, condannata a dire la verità senza essere creduta, diventa metafora perfetta del nostro tempo. La suite in tre parti che attraversa il disco – Sweet Cassandra, Sweet Cassandra (Reprise) e Sweet Cassandra (2019) – è una delle intuizioni più felici dell’album: un personaggio che ritorna, cambia forma, si sposta nel tempo, come un pensiero che non riusciamo a scacciare.

Il cuore prog del disco pulsa in The Betrayal of Blue e Love or Survive, due brani che superano i dieci minuti senza mai perdere tensione. Qui Carducci mostra la sua capacità di costruire architetture sonore complesse senza appesantirle, cambi di atmosfera, strumenti che entrano e scompaiono, voci che si sovrappongono, un uso del Mellotron che richiama la tradizione ma non la imita. The Limits of Freedom è forse il punto più esplicito del discorso: la libertà come concetto fragile, sempre negoziato, sempre in bilico tra desiderio e responsabilità.

Il disco si chiude con Do What You’re Told, bonus track che suona come un sorriso amaro: un invito all’obbedienza che, ovviamente, dice l’esatto contrario. È la chiusura perfetta per un album che non vuole rassicurare, ma far pensare.

Dal punto di vista esecutivo, Sheeple è un lavoro corale. Carducci suona una quantità impressionante di strumenti – chitarre, bassi, pianoforti, synth, percussioni – ma ciò che colpisce è la capacità di lasciare spazio agli altri. Le batterie di Léa Fernandez e Gus Genser, le chitarre di Barth Sky e William Remond, le voci di Mary Reynaud, i fiati di Roy Van Oost, gli organi di Cedric Selzer, Anthony Honnet e Richard Vecchi: ogni presenza è funzionale, mai decorativa. È un disco che vive di intrecci, di equilibri, di scelte misurate.

L’uscita è stata accompagnata da un evento simbolico: il Cavern Club di Liverpool, l’8 aprile 2026, ha ospitato il concerto di lancio. Un luogo che appartiene alla storia del rock e che sembra fatto apposta per accogliere un’opera che guarda al passato per parlare al presente. Il giorno successivo, a Londra, c’è stato un listening party al Harrison Pub, un modo più intimo per entrare nel mondo del disco.

Sheeple è un lavoro maturo, consapevole, costruito con una cura che non si limita alla produzione ma attraversa il pensiero stesso dell’album. È un disco che non chiede di essere capito subito: chiede di essere ascoltato, lasciato sedimentare, ripreso. E ogni volta rivela qualcosa di diverso, come accade con le opere che non cercano l’effetto ma la profondità.

Tracklist

1.   Sheeple

2.   Self-Righteousness

3.   Sweet Cassandra

4.   The Betrayal of Blue

5.   Sweet Cassandra (Reprise)

6.   The Limits of Freedom

7.   Love or Survive

8.   Sweet Cassandra (2019)

9.   Do What You’re Told (bonus track)


Crediti principali 

Franck Carducci – chitarre elettriche e acustiche, bassi, pianoforti, synth, Mellotron, percussioni, voce

Léa Fernandez – batteria

Gus Genser – batteria

Mary Reynaud – voci, Leslie vocals, chitarra acustica 12 corde, theremin

Barth Sky – chitarre elettriche, backing vocals

Cedric Selzer – Hammond, Mellotron, piano, backing vocals Anthony Honnet – Hammond organ

William Remond – chitarra solista

Roy Van Oost – flauti Gilles Carducci – armonica

Richard Vecchi – Hammond organ

 Margot Viotti, Marina Venet – backing vocals




giovedì 16 aprile 2026

Songs of Compassion – Paladino, Moskowitz, Ferrari: un viaggio nelle crepe dell’anima

 


SONGS OF COMPASSION – Viaggio nelle crepe dell’anima

(United States of Alchemy: Dorothy Moskowitz, Francesco Paolo Paladino, Luca Chino Ferrari)

 

Seguo e commento Francesco Paolo Paladino da tempo immemorabile. È una consuetudine che non ho mai interrotto, forse perché ogni volta mi ritrovo davanti a un autore che sembra scegliere la strada più impervia, come se la difficoltà fosse la sua vera bussola. Ogni progetto è un ostacolo nuovo, più complesso del precedente, e ogni volta - puntualmente - Paladino lo supera. Non per ostinazione, ma per natura: come se il limite fosse il luogo stesso in cui la sua musica prende forma.

Con Songs of Compassion questa dinamica diventa quasi vertiginosa… un attraversamento, un’opera che vive nella notte, ma non per nascondersi, piuttosto per amplificare. Una notte che non inghiotte, ma accoglie. Una notte in cui la voce di Dorothy Moskowitz - una voce che appartiene alla storia e al futuro allo stesso tempo - diventa un faro intermittente, un richiamo, un respiro.

La prima sensazione, entrando in questo lavoro, è quella di trovarsi davanti a un oggetto sonoro che non vuole sedurre, non vuole stupire, non vuole intrattenere. Vuole rivelare. Vuole far emergere ciò che normalmente resta sotto la pelle, le crepe, le cicatrici, le memorie che non sappiamo più nominare. È un disco che non ha paura della fragilità, anzi la assume come materia prima, come linguaggio, come architettura.

La voce di Dorothy è il centro emotivo dell’opera. Non canta ma interpreta il mondo. Ha una qualità che non appartiene più alla semplice vocalità, ma alla presenza. È una voce che conosce la sofferenza, la caducità, la memoria, e che proprio per questo riesce a essere luminosa senza essere consolatoria. In alcuni momenti sembra Nina Simone, in altri Nico, in altri ancora Scott Walker, ma in realtà non assomiglia a nessuno, perchè è Dorothy, e basta. Una Dorothy che qui appare più intensa, più consapevole, più “terrena” che mai.

Accanto a lei, Paladino costruisce un paesaggio sonoro che trasfigura. È un alchimista, come suggerisce il nome del progetto. Prende elementi minimi - un oboe, un clarinetto, un synth, un pianoforte virtuale - e li fa reagire tra loro come sostanze instabili. Il risultato non è mai decorativo… è sempre necessario. Ogni suono ha un peso, un ruolo, un significato. Non c’è nulla di superfluo, nulla di compiaciuto, nulla di “bello” nel senso convenzionale del termine. È un’estetica della sottrazione, della precisione, della verità.

E poi c’è Luca Chino Ferrari, che con i suoi testi porta dentro il disco una dimensione poetica e filosofica. Ferrari scrive sentenze, visioni, frammenti di coscienza. La sua lingua è tagliente e tenera allo stesso tempo, capace di passare dalla meditazione metafisica alla memoria storica, dalla fragilità del corpo alla brutalità del potere. È una poesia che cerca la ferita, e la trova sempre.

Il disco si muove così, come un unico grande respiro che attraversa temi diversi ma sempre con la stessa postura, quella di chi guarda il mondo senza filtri, senza illusioni, senza difese. Si passa dalla sofferenza come via alla conoscenza, alla fragilità del corpo, alla memoria dei desaparecidos, alla genealogia dell’odio, alla follia collettiva, alla dolcezza apocalittica di una ninna nanna che vola sopra un mondo in rovina. Ma tutto questo non è mai frammentato, è un flusso, un continuum, un viaggio.

La musica da camera si intreccia con derive elettroniche, la psichedelia con la poesia civile, la meditazione con la denuncia. Eppure, nulla appare forzato, tutto sembra nascere da un’unica sorgente emotiva, come se i tre autori avessero trovato un punto di contatto così profondo da rendere superflua ogni distinzione.

C’è un senso di “opera totale” in Songs of Compassion, un’unità che non deriva dalla coerenza stilistica, ma dalla coerenza interiore. È un lavoro che non cerca il pubblico, ma trova chi è disposto ad ascoltare davvero.

E poi ci sono i video - quasi uno per ogni brano - che amplificano ulteriormente questa dimensione. Non sono semplici accompagnamenti visivi, ma estensioni del disco, stanze aggiuntive di questa casa notturna, immagini che interpretano, aprono, scavano. Tra tutti, ho scelto di accompagnare questo articolo con Pathei Mathos, perché è il punto in cui musica e immagine trovano una risonanza più profonda. Il brano porta già in sé un’idea di attraversamento, di consapevolezza conquistata, e il video ne restituisce la stessa tensione: la sospensione, la memoria, il movimento interiore che si fa forma. Non completa la canzone ma la prolunga, la rende visibile.

Songs of Compassion è un disco che deve sedimentare. Vuole essere ricordato nei momenti in cui la vita si fa più sottile, più fragile, più vera. È un’opera che parla di dolore, memoria, politica, corpo, destino, ma lo fa con una grazia che appartiene solo ai lavori necessari. E Paladino, ancora una volta, supera l’ostacolo più difficile: quello di creare qualcosa che non assomiglia a nulla, se non a sé stesso.


Nota sui crediti

Vale la pena ricordare - perché qui non è un dettaglio, ma una parte viva dell’opera - la complessità umana e artistica che sostiene Songs of Compassion. Dorothy Moskowitz, oltre ad essere la voce è presenza, pianoforte, sintesi emotiva. Francesco Paolo Paladino è il regista invisibile che plasma computer, synth, percussioni, piani virtuali e ogni vibrazione che attraversa il disco. Luca Chino Ferrari è la penna che incide, che scava, che porta dentro queste musiche una poesia che non è ornamento, ma struttura.

Attorno a loro si muove una costellazione di musicisti che abitano il progetto. Gino Ape (oboe, clarinetto), Piero Pandiscia (percussioni, chitarra), Alessandro Fogar (synth), Giampaolo Verga (violino), Riccardo Sinigaglia (flauto), Mauro Sambo (sax), il Trio Cavalazzi (violino, viola, cello). E poi due presenze che da sole basterebbero a definire un orizzonte: Gary Lucas, con la sua chitarra che porta una poesia tagliente, e Joseph Byrd, la cui composizione Charlottesville è un dono che attraversa il disco come una ferita luminosa.

È un’opera collettiva, ma non nel senso tradizionale del termine: qui ogni contributo è un frammento di un’unica coscienza sonora.

 

Tracklist

1.   Páthei Máthos

2.   Pale Wanderer

3.   Through Us

4.   Your Body, My Body

5.   That Afternoon in Santiago

6.   The Saint in Me

7.   Keep Us Green

8.   Ship of Fools

9.   Charlottesville

10.                 People in My Hallway

11.                 A Flying Lullaby





martedì 14 aprile 2026

Aerosmith

 


Gli Aerosmith nascono a Boston nel 1970 e portano subito con sé quell’energia ruvida che arriva dal blues, dal rock e dalla strada. Steven Tyler e Joe Perry diventano il centro magnetico della band, una coppia creativa che la stampa ribattezza “Toxic Twins” per la vita spericolata e per quella chimica musicale che li rende inseparabili. Il loro suono prende qualcosa dai Rolling Stones, ma lo trasforma in un linguaggio americano, fatto di chitarre taglienti, ritornelli immediati e una voce che diventa marchio di fabbrica.

Gli anni Settanta sono il primo periodo d’oro. Dream On, Sweet Emotion, Walk This Way definiscono un’epoca e costruiscono un’identità. Poi arrivano le fratture: tensioni interne, dipendenze, litigi che sembrano irreparabili. Nel 1979 un banale incidente di backstage – una torta lanciata nel momento sbagliato – scatena una lite furibonda che porta Joe Perry a lasciare il gruppo. È l’inizio della fine, almeno così sembra. E invece no. Gli anni Ottanta segnano una rinascita personale e musicale, culminata nella collaborazione con i Run-D.M.C. che riporta Walk This Way in cima alle classifiche e apre un ponte tra rock e hip hop. Negli anni Novanta la band diventa un’istituzione globale con album come Pump, Get a Grip e Nine Lives. Oggi gli Aerosmith sono una leggenda vivente, capaci di attraversare cinque decenni senza perdere la propria identità.

Dentro questa storia lunga e accidentata c’è un brano che precede tutto, quasi un presagio. Dream On nasce quando Steven Tyler ha diciassette anni, seduto al pianoforte nella casa di famiglia. È un ragazzo timido, pieno di dubbi, convinto che la musica sia la sua strada ma senza alcuna certezza. La melodia sospesa, il crescendo che porta alla voce acuta, quel senso di lotta e di speranza arrivano da lì, da un adolescente che cerca il suo posto nel mondo. Quando gli Aerosmith la registrano nel 1973, il brano non esplode subito. Ci vorrà tempo perché il pubblico lo riconosca come un classico, ma è Dream On a dare alla band la prima vera identità, un rock capace di essere potente e vulnerabile allo stesso tempo.

La voce di Tyler nel finale diventa un simbolo. Molti pensano a trucchi di studio, ma lui stesso dirà che quelle note arrivano da anni passati a imitare i cantanti soul e blues che amava da ragazzo. “In Dream On non canto, mi arrampico”, confesserà più tardi. È un momento che diventerà la sua firma. Anche la band, inizialmente, non era convinta di registrare il brano: troppo lento, troppo melodico, troppo distante dal loro stile. Il produttore insiste, Tyler lo difende con tutte le sue forze, e alla fine lo incidono. Anni dopo Joe Perry ammetterà che senza Dream On gli Aerosmith non sarebbero mai esistiti davvero.

Quando si introduce il brano all’ascolto, basta ricordare che è la prima grande dichiarazione degli Aerosmith, scritta da un ragazzo che non sapeva ancora se ce l’avrebbe fatta. Una canzone che parla di sogni, di fatica, di quella voce interiore che ti spinge a non mollare. È il pezzo che ha dato un’identità alla band e che ancora oggi resta uno dei momenti più intensi del rock americano.

Tutto questo nasce da poche righe appuntate da un adolescente, da un pianoforte che nessuno voleva e da una voce che si arrampica fino a diventare storia.







12ª lezione sul rock ’70 alla UniSavona-14 aprile 2026

 

La dodicesima lezione del percorso dedicato al rock degli anni Settanta, UniSavona, ha avuto quella continuità serena che ormai riconosco come un tratto distintivo delle mattinate alla Stella Maris. La partecipazione è stata buona, attenta, con quel clima di ascolto reciproco che permette ai brani di respirare e alle storie di trovare il loro spazio naturale.

Il viaggio è partito dai Golden Earring, con Radar Love (il solito brano del giorno, sganciato dal programma) che ha subito rimesso in moto l’immaginario della strada, del movimento, di quel rock che nasce per essere attraversato più che spiegato. Da lì il passaggio ai Cream è stato quasi un cambio di stanza, un modo per entrare in un’atmosfera più sospesa, dove White Room continua a mostrare la sua architettura elegante e inquieta.

Santana ha portato un’altra luce, un altro modo di far dialogare ritmo e melodia, e Evil Ways ha ricordato quanto quella miscela latina e rock resti ancora oggi un punto di equilibrio raro. I Ten Years After hanno riportato la lezione su un terreno più elettrico, più urgente, con Love Like a Man che ha fatto emergere la velocità e la precisione di Alvin Lee, sempre capace di sorprendere anche chi lo conosce bene.

Il momento dedicato ai Black Sabbath ha segnato un cambio netto, quasi un ingresso in un’altra stagione del rock. Paranoid ha mostrato ancora una volta quanto quel suono, nato all’inizio del decennio, sia rimasto intatto nella sua forza diretta, senza bisogno di spiegazioni. Con i Free l’atmosfera si è aperta di nuovo, e All Right Now ha riportato un sorriso collettivo, come accade ogni volta che un brano diventa parte della memoria comune.

Il capitolo dedicato ai Deep Purple ha trovato un suo ritmo naturale, accompagnato dal ricordo del concerto genovese del 1973 che ha evocato immagini vive e qualche aneddoto condiviso. Highway Star ha chiuso quel segmento con la sua corsa continua, sempre efficace nel restituire l’energia della band.

La parte finale ha attraversato gli Aerosmith con Dream On, i Boston con Don’t Look Back e gli AC/DC con Thunderstruck, un percorso che ha mostrato come il rock americano e quello australiano abbiano continuato a evolversi mantenendo però un filo diretto con le radici degli anni Settanta.

Da segnalare il solito intervento di Giacomo.

La prossima volta avremo ospiti, anzi più di uno, e questo darà alla giornata, probabilmente, un ritmo diverso, forse più imprevedibile, sicuramente più vivo.



The Rolling Stones-Crawdaddy Club, Richmond, Surrey, 14 aprile 1963



The Rolling Stones

Crawdaddy Club, Richmond, Surrey, 14 aprile 1963


“Veri fanatici di R & B, cantano e suonano come ci si aspetterebbe da un gruppo di neri americani. Invece sono ragazzi bianchi, così carichi di sfrenata energia da far urlare i fan.”
Norman Jopling, Record Mirror

Il fine settimana del 13 e 14 aprile 1963 fu decisivo per i Rolling Stones. Da un paio di mesi suonavano ogni domenica sera al Crawdaddy Club, un locale ospitato all’interno dello Station Hotel, alla periferia occidentale di Londra. In breve tempo il loro pubblico era passato da 30 a 300 spettatori ansiosi di ascoltare quei giovani concittadini così bravi a suonare rhythm & blues. Tutto era cominciato con la pubblicazione di un articolo, il primo in assoluto dedicato ai Rolling Stones, sul Richmond And Twickenham Tmes: “Il R & B guadagna seguito di settimana in settimana e in tutto il paese sta soppiantando il pop tradizionale”, aveva scritto Barry May. “Il suono corposo e intenso che si diffonde la domenica sera dal palco dell’hotel comunica a tutti i presenti un irresistibile desiderio di muoversi.” May riconosceva agli Stones anche una notevole efficacia visiva, in particolare per i “capelli spazzolati in avanti come quelli del gruppo pop dei Beatles”.


Secondo il giornalista, il Crawdaddy era una stanza buia e affollata di gente “vestita in modo buffo”. Il 14 aprile quattro giovanotti dall’aspetto doverosamente anticonvenzionale s’immersero in quel buio. Erano i Beatles, venuti a dare un’occhiata alla concorrenza. 

Ad accoglierli all’ingresso c’era Pat Andrews, la fidanzata di Brian Jones, che spiega: “Non si trattava di una visita a sorpresa.”
Il manager dei Rolling Stones, Giorgio Gomelsky, aveva preso accordi qualche ora prima nella poco lontana Twickenham, dove i Beatles erano impegnati sul set. “Brian mi chiese se potevo sistemarli in un posto da dove si vedesse qualcosa”, aggiunge Pat. “Fu uno dei momenti della mia vita in cui ebbi più paura. Ricordo di aver visto un berretto di pelle apparire davanti alla porta e di aver capito che era Ringo. Erano tutti vestiti di pelle nera: li sistemai in un punto un po' appartato.”

Dal palco il bassista Bill Wyman osservò la scena e pensò: “Merda, sono i Beatles”. In realtà non aveva motivo di preoccuparsi. “Era una vera e propria festa”, avrebbe raccontato tempo dopo George Harrison. “Il pubblico urlava e saltava sui tavoli. Era un ballo che nessuno aveva mai visto prima e che ben presto avremmo tutti imparato a chiamare “shake”. Il ritmo degli Stones era così potente da far tremare le pareti e sembrava ti attraversasse dentro la testa. Avevano un suono pazzesco”.

Mark Paytress (“Io c’ero”).


SET LIST

Ain't That Loving You Baby?

Bright Lights, Big City (Jimmy Reed cover) Close Together

Soon Forgotten

Shame Shame Shame (Jimmy Reed cover) I'm Talking About You (Chuck Berry cover) Memphis, Tennessee (Chuck Berry cover) I Just Want To Make Love To You (Muddy Waters cover) I Want You to Know

I'm Bad Like Jesse James (John Lee Hooker cover) Little Egypt (The Coasters cover) I'm All Right

Pretty Thing (Bo Diddley cover) Hey Crawdaddy

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I Rolling Stones di quegli anni..




lunedì 13 aprile 2026

Twenty Four Hours-"At The Edge of Faith"-Commento all'album




Twenty Four Hours - At the Edge of Faith

Quarant’anni sull’orlo: quando la musica diventa sguardo


At the Edge of Faith, decimo album dei Twenty Four Hours, arriva in un momento importante della loro storia e riflette pienamente la maturità raggiunta dalla band. Non è un lavoro pensato per celebrare un anniversario, ma un disco che guarda al presente con attenzione e senza retorica. La “fede” richiamata dal titolo non ha connotazioni religiose: rimanda piuttosto alla fiducia nell’essere umano e nella sua capacità di orientarsi in un periodo complesso e contraddittorio. È una fiducia messa alla prova, ma ancora capace di resistere. La band non cerca rifugi né nostalgie. La psichedelia qui non è evasione, ma strumento d’indagine; il progressive non è citazione, ma materia da reinventare; l’ombra post‑punk è un colore, non un manifesto. Ne nasce un’identità sonora che non si appoggia a modelli: li attraversa, li filtra, li riduce all’essenziale per costruire un linguaggio proprio.

Il disco nasce nel trullo dell’Agriturismo Il Ciliegieto di Locorotondo, durante le sessioni di Pasqua 2025. Lì, tra pietre irregolari e cupole che restituiscono un riverbero naturale unico, la musica trova un habitat che la modifica dall’interno. Il trullo non è un semplice luogo di registrazione: è un corpo acustico che risponde, amplifica, suggerisce. La produzione di Dario Ravelli valorizza questa peculiarità con un’attenzione quasi da liutaio.

Il viaggio sonoro si apre con la sospensione di Kept in Wine, un ingresso morbido che prepara a un percorso tutt’altro che rassicurante. At the Edge of Time allarga l’orizzonte, come se il tempo stesso fosse materia da modellare. DECENZA introduce un taglio netto, quasi un gesto morale. Complimenti affronta il tema del mobbing con un’ironia che graffia più di un’accusa frontale. Gen‑Z chiude il primo lato con un ritratto generazionale inquieto, privo di giudizi ma ricco di domande.

Il secondo lato si apre con la solitudine consapevole di Some Face the Dark Alone, per poi scendere nelle profondità di Holes in the Earth (Kolwezi & Picher), che ha il passo di un racconto documentario. In Cattive Acque scorre come un pensiero che cambia forma, mentre It Eclipses the Sense of Life intreccia voci e tensioni emotive con grande misura. Il Mistero della Vita non è Dio chiude il percorso con una riflessione laica che resta sospesa, come un’eco che non vuole dissolversi.

Le tre tracce bonus del CD e del digitale ampliano il quadro: Applauso al Buio è intima e fragile, Lament (remix) rilegge e approfondisce, La Consapevolezza della Fine porta il discorso verso una maturità quasi meditativa.

 

Tracklist

LP – Side A

1.   Kept in Wine

2.   At the Edge of Time

3.   DECENZA

4.   Complimenti

5.   Gen‑Z

LP – Side B

6.   Some Face the Dark Alone

7.   Holes in the Earth (Kolwezi & Picher)

8.   In Cattive Acque

9.   It Eclipses the Sense of Life

10.                 Il Mistero della Vita non è Dio

Bonus Tracks – CD & Digital

11.                 Applauso al Buio

12.                 Lament (remix)

13.                 La Consapevolezza della Fine

 

Lineup

Paolo Lippe – voce, tastiere, basso, virtual drums, creative mixing Antonio Paparelli – chitarra elettrica

Marco Lippe – batteria, cori su It Eclipses the Sense of Life / Lament Gìo Lombardi – basso elettrico

Dario Ravelli – sound engineer & producer

Ospiti

Ruggero Condò – sassofoni

Paolo Sorcinelli – basso elettrico, chitarra elettrica

Taty Farroni – voce su Il Mistero della Vita non è Dio e Applauso al Buio

 

Il disco porta tre dediche che ne orientano lo spirito: a Nico Colucci, storico bassista, alle vittime di mobbing - con Complimenti come gesto di solidarietà - e a Claudio Lippe, simbolo di rigore e meritocrazia. Non sono pesi, ma luci che guidano l’ascolto.

At the Edge of Faith parla del nostro tempo senza compiacimenti, usando la psichedelia come lente d’ingrandimento e non come fuga. Dopo quarant’anni, i Twenty Four Hours non si limitano a esistere ma continuano a dire qualcosa, e lo fanno con una voce che non assomiglia a nessun’altra.








domenica 12 aprile 2026

Joe Vescovi tra i Dik Dik: un frammento di storia viva

 


 Dalla California all'Isola di Wight!  Medley live da brividi e carico di ricordi per i Dik Dik - e Joe Vescovi - nel 1979 ad Antennatre Lombardia


Un frammento televisivo del 1979, una di quelle apparizioni che oggi sembrano arrivare da un’altra epoca: i Dik Dik ospiti ad Antennatre Lombardia, impegnati in un medley che attraversa la memoria collettiva “dalla California all’Isola di Wight”. È un documento vivo, non solo per la band che ha segnato un pezzo di immaginario italiano, ma anche per la presenza - spesso dimenticata, mai marginale - di Joe Vescovi, figura centrale del progressive nazionale.

Vescovi, fondatore dei The Trip, portava con sé un linguaggio musicale diverso, più visionario, più strutturato, più vicino alle derive sinfoniche e psichedeliche degli anni Settanta. Il suo ingresso nei Dik Dik aggiunse una profondità inattesa, un colore armonico che si percepisce anche in questo medley televisivo, dove la band attraversa i propri successi con una naturalezza che oggi appare quasi artigianale.

Rivedere questo estratto significa ritrovare un pezzo di storia pop italiana, ma anche riconoscere il percorso di un musicista che ha saputo attraversare mondi diversi senza perdere identità. Joe Vescovi rimane una figura di confine, tra rock e canzone, tra ricerca e mainstream, tra Savona e un immaginario internazionale che lui, per primo, aveva intuito.

Un piccolo documento, dunque, ma capace di restituire un’epoca e un talento.






sabato 11 aprile 2026

ENZO CARELLA: un po' di storia

 

Enzo Carella è uno di quegli autori che sfuggono alle definizioni, non perché fosse indecifrabile, ma perché la sua musica viveva in un altrove tutto suo, un equilibrio sottile tra sensualità, ironia, groove mediterraneo e una scrittura che sembrava arrivare da un’altra stanza. Barbara lo porta a Sanremo nel 1979, lo mette sotto i riflettori, lo consegna per un attimo al grande pubblico. Ma Carella non era un artista da riflettori: era un autore da ascolto attento, da scoperta lenta.

Album come Vocazione (1977), Barbara e altri Carella (1979) e Sfinge (1981) mostrano un mondo sonoro che non assomiglia a nessuno. Chitarre sinuose, ritmi che oscillano tra funk e canzone d’autore, testi di Pasquale Panella che aprono spiragli surreali, sensuali, obliqui. Una coppia artistica che anticipa un modo di scrivere canzoni che l’Italia avrebbe capito solo molto più tardi.

Carella non ha sfondato perché non voleva essere semplificato. Non cercava la formula, non cercava il ritornello che si incolla, non cercava la riconoscibilità immediata, preferiva la deviazione, la piega inattesa, la frase che non si lascia afferrare. In un panorama che chiedeva chiarezza, lui offriva ambiguità luminosa.

C’era poi la sua natura schiva, quasi appartata. Nessuna esposizione, nessuna costruzione del personaggio, nessuna volontà di trasformare la propria unicità in un marchio. Carella era un autore puro, uno che lasciava parlare la musica e si ritraeva un passo indietro. Una scelta che lo ha reso meno visibile, ma più vero.

Riascoltandolo oggi, tutto appare sorprendentemente moderno. Le sue armonie, il suo modo di cantare, la sua scrittura che sfiora il teatro dell’assurdo senza mai perdere sensualità, parlano a un presente che ha finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede subito. Carella non è mai stato un fenomeno, è stato un’eleganza, una di quelle che non si spiegano… si riconoscono.

Enzo Carella è morto a Roma il 20 febbraio 2017 in seguito a un arresto cardiaco, dopo alcune settimane trascorse in terapia intensiva.





venerdì 10 aprile 2026

Concert for Linda - Royal Albert Hall, 10 aprile 1999

 


Concert for Linda 

Il Concerto per Linda è stato un tributo benefico nel nome di Linda McCartney, moglie di Paul McCartney, e andò in scena alla Royal Albert Hall di Londra il 10 aprile 1999.

Linda McCartney morì dopo una lunga battaglia contro il cancro quasi un anno prima, quando aveva 56 anni. Linda e Paul sono stati sposati per 29 anni.

L'evento fu organizzato da due delle loro amiche, Chrissie Hynde e Carla Lane, ed i proventi furono destinati a varie associazioni di beneficenza per i diritti degli animali. Hynde e Linda avevano lavorato insieme sostenendo vari gruppi per i diritti degli animali, tra cui PETA.

Per condurre fu scelto il comico Eddie Izzard.

I biglietti per lo spettacolo, con 5.000 persone presenti, andarono esauriti entro un'ora dalla messa in vendita.


Presenze

Oltre alla performance non annunciata di Paul McCartney, lo spettacolo vide una dozzina di artisti cantare le proprie versioni del materiale dei Beatles. Tra gli ospiti c'erano George Michael, The Pretenders (Chrissie Hynde fu una delle organizzatrici), Elvis Costello, Tom Jones, Sinead O'Connor, Des'ree, Heather Small, il chitarrista Johnny Marr, Neil Finn, Marianne Faithfull e Ladysmith Black Mambazo

La Faithfull, che voleva apparire, disse nell'occasione: "Non conoscevo bene Linda, ma ha reso il mio amico molto felice, e questa è la cosa principale".

McCartney non avrebbe dovuto esibirsi, poiché non aveva più fatto spettacoli da quando sua moglie era mancata. Tuttavia, partecipò all'evento con i suoi quattro figli. 

Dopo essere salito sul palco per ringraziare il pubblico, su sollecitazione di Chrissie Hynde, cantò una delle sue canzoni preferite del 1950, "Lonesome Town" di Ricky Nelson. Nell’occasione fu supportato dai membri dei Pretenders, insieme a Costello. La canzone è stata la prima registrata da Paul dopo la morte di Linda.

Proseguì con il suo successo del 1963, "All My Loving", originariamente eseguito dai Beatles. La maggior parte degli artisti della serata si unì a lui sul palco per creare il coro. Costello disse che per questo particolare evento, "c'era qualcosa di incredibilmente toccante" nel testo di apertura della canzone.

Dopo quelle canzoni, Hynde si "precipitò" su McCartney per un abbraccio emozionato. Tutti poi si unirono per la canzone di chiusura, "Let It Be".






giovedì 9 aprile 2026

“I Can’t Let Maggie Go” / “Un angelo blu” – Due identità della stessa canzone

 

I Can’t Let Maggie Go” è il momento in cui gli Honeybus trovano la loro forma più compiuta. Un brano costruito su una melodia limpida, arrangiamenti baroque‑pop e una leggerezza che non scivola mai nella banalità. È il 1968, e la band londinese - Pete Dello, Ray Cane, Colin Hare e Pete Kircher - mette a fuoco un’idea di pop che vive di sottrazione: niente psichedelia, niente eccessi, solo equilibrio.

Il singolo entra nella Top 10 britannica e diventa il loro marchio. La voce morbida, il flauto, l’andamento quasi da filastrocca adulta; tutto funziona con una naturalezza che sembra semplice solo in apparenza. È una canzone che non cerca il colpo di teatro, ma resta impressa per la precisione del gesto.

In Italia il brano prende un’altra strada. Gli Equipe 84, nel pieno della loro fase post‑beat, ne realizzano una versione che diventa uno dei loro titoli più riconoscibili: Un angelo blu. Non è una copia, ma una traduzione culturale. Il gruppo modenese mantiene la struttura melodica ma la porta dentro il proprio linguaggio, più diretto, più emotivo, più vicino alla sensibilità pop italiana di fine anni Sessanta. La voce di Vandelli, più intensa e meno rarefatta rispetto all’originale, sposta il baricentro del brano: da fiaba inglese a ballata italiana.

Il confronto tra le due versioni racconta bene la distanza tra i due mondi. Gli Honeybus lavorano di finezza, di dettagli, di armonie che sfiorano la camera‑music. Gli Equipe 84 puntano sulla linea vocale, sulla chiarezza del testo, su un’immediatezza che parla a un pubblico diverso. La stessa melodia, due identità… una sospesa, l’altra più terrena.

Il resto della storia degli Honeybus è fatto di scelte controcorrente. Pete Dello lascia la band poco dopo il successo, insofferente alla pressione. Story, il loro album più compiuto, esce quando il gruppo è già in frantumi e diventa un oggetto di culto solo molti anni dopo. Gli Equipe 84, al contrario, attraversano gli anni Sessanta e Settanta con continuità, cambiando pelle più volte ma mantenendo un ruolo centrale nella scena italiana.

Riascoltate oggi, le due versioni di “Maggie Go” mostrano come una canzone possa vivere più vite senza perdere la propria natura. Gli Honeybus la trattano come un piccolo gioiello pop; gli Equipe 84 la trasformano in un racconto sentimentale. Due letture diverse, entrambe efficaci, entrambe figlie del proprio tempo.