Athos Enrile
MUSICA... MUSICA... MUSICA... MA NON SOLO.
giovedì 30 luglio 2026
Nel ricordo di Paolo Giaccio
martedì 28 luglio 2026
EmoSuoni e David Jackson al Priamar: una serata che ha unito storia del rock, tecnologia e inclusione (27-7-26)
EmoSuoni e David Jackson al Priamar
27 luglio 2026
Una serata che ha unito storia del
rock, tecnologia e inclusione
La piazza della fortezza del Priamar, che negli anni ha
ospitato artisti come Patty Smith, Steve Hackett, Keith Emerson, Jack Bruce,
John Mayall e Johnny Winter, tanto per citarne qualcuno, ieri sera ha ritrovato
un’atmosfera speciale. Non una celebrazione dei grandi nomi del passato, ma un
appuntamento che guarda avanti e che ormai sta diventando una tradizione: il
ritorno di EmoSuoni, la band nata all’interno della Cooperativa Sociale
Il Faggio, insieme a David Jackson, figura storica del rock progressivo
e sassofonista dei Van der Graaf Generator.
Il pubblico è risultato numeroso e attento, segno che questo progetto ha saputo conquistare la città. E il Priamar, con la sua storia musicale, si è rivelato ancora una volta lo scenario ideale per accogliere Jackson, perfettamente a suo agio in un luogo che ha visto passare tanti protagonisti della scena rock internazionale.
La serata aveva un obiettivo chiaro, mostrare quanto la
musica possa diventare strumento di benessere e inclusione per le persone con
disabilità. EmoSuoni lavora da tempo su questo fronte, grazie all’utilizzo del Soundbeam,
una tecnologia che trasforma il movimento in suono e permette a chiunque di
partecipare alla creazione musicale. Accanto ai sensori e ai sistemi digitali,
gli strumenti tradizionali hanno completato il quadro, dimostrando che
l’inclusione non è un adattamento, ma un modo diverso e più ricco di fare
musica.
Il percorso che ha portato a questa serata è iniziato nel
novembre scorso, sempre al Priamar, nella Sala della Sibilla, con un convegno
dedicato proprio al Soundbeam e alle sue potenzialità. Da allora il progetto è
cresciuto, ha coinvolto nuovi partecipanti e ha trovato nel territorio una
risposta sempre più convinta.
La Cooperativa Il Faggio ha voluto sottolineare come,
in una cornice così suggestiva, la musica sia diventata davvero un linguaggio
che unisce, supera ogni barriera e crea emozioni. EmoSuoni ha dimostrato ancora
una volta che la tecnologia può essere alleata dell’arte e dell’inclusione, e
che un lavoro di squadra competente e appassionato può trasformare un’idea in
un’esperienza condivisa.
Chi vive quotidianamente accanto ai ragazzi ha percepito quella capacità della cooperativa di avvicinarli con naturalezza, con un modo di fare che nasce da un lavoro costante e da una cura che si rinnova ogni giorno. Questo secondo appuntamento ha confermato che non si tratta più di un esperimento, ma di una tradizione che ha tutte le carte in regola per proseguire negli anni. EmoSuoni, Jackson e Il Faggio hanno mostrato come la musica possa essere innovazione, cura e partecipazione. E il Priamàr, ancora una volta, ha fatto da cornice a un momento che unisce storia e futuro.
Un accenno personale. Rivedere Jackson al Priamar ha riportato alla mente le tantissime occasioni in cui ho potuto interagire con David, dai miei sedici anni ad oggi, vedendo scorrere una vita intera nell’arco di un concerto.
Dietro ogni gesto e ogni iniziativa c’è un impegno che permette alle attività di trasformarsi in esperienze capaci di lasciare un segno profondo. È uno sguardo interno, sincero e partecipe, che restituisce con semplicità il valore umano che sostiene EmoSuoni e tutto ciò che ruota attorno al progetto.
In una serata così ricca di emozioni e di impegno, i nomi da
ricordare sarebbero molti, protagonisti più o meno visibili della costruzione
di un evento che vive grazie a tante mani e tante sensibilità. Ma il risultato
di squadra supera sempre la necessità di mettere in evidenza il singolo, perché
dietro ogni momento come questo c’è il lavoro silenzioso e prezioso di molte
anime che, insieme, rendono possibile ciò che accade sul palco.
Tanti Auguri a Steve Morse, un chitarrista senza confini
Compie gli anni oggi Steve
Morse, un nome che per molti chitarristi e appassionati di musica è
sinonimo di versatilità, innovazione e maestria tecnica. La sua carriera, lunga
oltre cinquant'anni, è un'ode alla fusione di generi, all'esplorazione sonora e
a un virtuosismo mai fine a sé stesso.
Nato il 28 luglio 1954, Morse ha iniziato il suo
percorso musicale in giovane età, dimostrando fin da subito un talento
eccezionale. È la sua fondazione della Dixie Dregs alla metà degli anni '70,
tuttavia, a segnare un punto di svolta significativo. Con i Dregs, Morse ha
scolpito un sound unico, mescolando rock, jazz fusion, country e bluegrass in
un amalgama strumentale che ha ridefinito i confini del genere. Album come What
If e Dregs of the Earth sono ancora oggi considerati pietre
miliari per la loro complessità armonica e l'esecuzione impeccabile.
La sua reputazione come strumentista di prim'ordine lo ha
portato a collaborare con artisti di calibro e a intraprendere percorsi solisti
di grande successo. Ma è con i Deep Purple che Steve Morse ha raggiunto
la fama globale. Entrato nella band nel 1994, ha rinvigorito il loro sound
classico con la sua impronta distintiva, portando nuova energia e creatività in
una formazione già leggendaria. Per quasi trent'anni, la sua chitarra ha
contribuito a definire l'era moderna dei Deep Purple, arricchendo il loro
repertorio con riff memorabili e assoli intrisi di passione e tecnica.
Oltre ai Deep Purple e ai Dixie Dregs, Morse ha esplorato numerosi progetti, tra cui la Steve Morse Band, i Kansas e i Flying Colors, dimostrando una costante sete di sperimentazione e una capacità di adattamento a contesti musicali diversi.
La sua influenza si estende ben oltre le note che ha suonato: è un'ispirazione per generazioni di musicisti, un esempio di dedizione e di come l'apertura mentale possa portare a risultati straordinari.
Tanti auguri, Steve!
lunedì 27 luglio 2026
I Perception: un ricordo a distanza
Ricordo dei “Perception”
Basato solo su memorie indirette e
sul racconto di Mauro Gilli
I Perception erano
una band nata tra Genova e Savona all’inizio degli anni Settanta, ricordata
oggi attraverso pochi frammenti, qualche fotografia e le memorie non sempre
nitide di chi ne fece parte. La formazione vedeva Lino alla voce,
genovese, riconoscibile nella foto come l’ultimo a destra; Riccardo Gabutti,
savonese, al basso, il primo a sinistra; Mauro Gilli, savonese, alla
batteria e Mauro, il chitarrista genovese - con gli occhiali - che completava
il gruppo.
Le foto sono state scattate ai giardini del Prolungamento di Savona
Il racconto che emerge non nasce da testimonianze dirette di
concerti o prove, perché non ho mai sentito suonare la band e non esistono
video o registrazioni. Tutto ciò che si può ricostruire proviene da miei vecchi
ricordi di Gabutti e Gilli, impressioni di un’epoca in cui il rock aveva un
ruolo diverso, più istintivo e meno filtrato.
Secondo ciò che Gilli ricorda, i Perception erano spinti da
una passione intensa, quella che porta a scegliere brani potenti e senza
compromessi: Black Sabbath, Led Zeppelin, Jethro Tull, Ten Years After,
Hendrix. Un repertorio che li portò a esibirsi soprattutto fuori dai circuiti
più tranquilli, dove quel suono veniva accolto con maggiore curiosità.
Le foto che oggi riemergono - inviate di recente da Mauro
Gilli, che vive lontano - restituiscono un momento sospeso: quattro ragazzi
seduti sull’erba, con gli abiti dell’epoca, un attimo di pausa che sembra
rubato tra un viaggio, una prova o un concerto. Lino con la naturale presenza
da frontman, Gabutti con la solidità del bassista, Gilli con l’energia del
batterista, e il chitarrista con quella concentrazione silenziosa che
appartiene a chi cerca sempre il suono giusto.
I Perception non hanno lasciato dischi, registrazioni o
tracce ufficiali. Hanno lasciato ricordi, racconti, sensazioni, e la memoria di
una stagione musicale vissuta senza filtri. Un frammento di gioventù che oggi
sopravvive solo nelle parole di chi c’era e nelle poche immagini che il tempo
ha conservato.
Phil Collins pubblica una versione live inedita di "You Know What I Mean" e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di "Face Value"
Phil Collins pubblica una versione live inedita di You Know
What I Mean e annuncia il cofanetto deluxe in vinile per i 45 anni di Face
Value
Phil Collins celebra i quarantacinque anni di Face Value con
un annuncio che farà felici gli appassionati. A settembre arriverà un cofanetto
deluxe in vinile da quattro LP che ripercorre la nascita del suo primo album
solista e ne amplia la storia con materiali mai pubblicati prima. In parallelo
è stata condivisa una versione live inedita di You
Know What I Mean, registrata al Perkins Palace di Pasadena nel
1982, un documento prezioso che restituisce l’intimità e la fragilità emotiva
del brano in una veste completamente diversa da quella in studio.
Il cofanetto sarà disponibile dal 18 settembre e offrirà un
viaggio approfondito nell’universo creativo di Collins. Oltre all’album
originale, la raccolta includerà due concerti mai pubblicati, registrati al
Perkins Palace nel 1982 e all’Irvine Meadows nel 1985. Sarà presente anche una
versione scartata e mai resa pubblica della cover di Tomorrow Never Knows
dei Beatles, un brano che Collins aveva già reinterpretato in chiusura
dell’album ma che qui appare in una forma alternativa. Tra le rarità spicca inoltre
la versione integrale di Over The Rainbow, della quale nel disco del
1981 si ascoltava soltanto un breve frammento.
Il materiale dal vivo aggiunge un tassello importante alla
comprensione di Face Value, album nato in un momento personale complesso
e diventato nel tempo una pietra miliare della musica pop e rock degli anni
Ottanta. Nel cofanetto trovano spazio anche due esibizioni acustiche rare,
tratte da The Secret Policeman’s Other Ball, in cui Collins e il
chitarrista Daryl Stuermer propongono In The Air Tonight e The Roof
Is Leaking in una forma essenziale e intensa.
Accanto alla versione in vinile sarà disponibile una edizione
Blu-ray Audio che propone un nuovo mix Dolby Atmos, insieme ai mix 5.1 e stereo
del 2026 curati da Steven Wilson. Il disco includerà anche la versione
rimasterizzata del 2016 del mix originale, offrendo così un panorama completo
delle diverse interpretazioni sonore dell’album.
A quarantacinque anni dalla sua uscita, Face Value continua
a raccontare una storia personale e artistica che non ha perso forza. Il nuovo
cofanetto e la pubblicazione dell’inedito live confermano quanto l’opera di
Collins resti viva, capace di parlare ancora oggi con la stessa sincerità che
l’ha resa un classico.
domenica 26 luglio 2026
Mick Jagger - L'elettricità primordiale che ha conquistato il mondo
Sessant'anni di rock 'n' roll e un'energia inesauribile: come Mick Jagger, l'icona che ha sfidato il tempo, continua a emozionare il pianeta
Michael Philip Jagger, nato il 26 luglio 1943 a Dartford, Kent, in Inghilterra, non fu un predestinato alle luci sfavillanti del rock and roll secondo i canoni convenzionali della sua epoca. Cresciuto in una famiglia della classe media, con un padre insegnante di educazione fisica e una madre casalinga, il giovane Michael mostrò presto un’intelligenza vivace e un interesse per la musica che andava oltre le melodie popolari del momento.
La svolta cruciale nella sua vita avvenne sui binari della stazione di Dartford, dove un incontro casuale con un ex compagno di scuola, Keith Richards, riaccese una scintilla sopita. Entrambi condividevano una profonda passione per il blues americano, artisti come Muddy Waters, Howlin' Wolf e Chuck Berry fornirono la colonna sonora di una nascente ribellione giovanile. Questa comune ammirazione fu il terreno fertile su cui germogliarono i primi semi di quella che sarebbe diventata una delle band più influenti della storia della musica: i Rolling Stones.
La Londra dei primi anni ’60 era un crogiolo di fermento culturale, e i Rolling Stones si inserirono in questo contesto con un’energia grezza e un’attitudine sfrontata che li distingueva dalle band più patinate dell’epoca. Jagger, fin da subito, si impose come un frontman dirompente. La sua presenza scenica era inedita: una combinazione di movenze serpentine, labbra carnose che si spalancavano in un sorriso ora sardonico ora lascivo, e una voce che poteva passare da un sussurro blues a un urlo potente e graffiante.
Successi come "(I Can't Get No) Satisfaction" (1965) proiettarono la band e Jagger nell’olimpo della musica mondiale. Il brano, con il suo riff di chitarra iconico e il testo che esprimeva un senso di frustrazione giovanile, divenne un inno per un’intera generazione. Jagger incarnava perfettamente lo spirito di quel momento: un misto di ribellione, desiderio di libertà e una sensualità ambigua che scandalizzava e affascinava allo stesso tempo.
Negli anni successivi, Jagger e i Rolling Stones inanellarono una serie di album e singoli che definirono il suono del rock. "Paint It Black" (1966) con le sue atmosfere oscure e l’uso del sitar, "Sympathy for the Devil" (1968) con i suoi ritmi tribali e l’evocativo testo, "Gimme Shelter" (1969) con la sua tensione apocalittica, sono solo alcuni esempi della loro straordinaria produzione. In ognuno di questi brani, la voce e la presenza di Jagger erano elementi centrali, capaci di trasmettere una vasta gamma di emozioni e di dare corpo alle narrazioni delle canzoni.
Dietro l’immagine della rockstar selvaggia, Jagger dimostrò presto di possedere un acume imprenditoriale non comune. Fu una figura chiave nel guidare la band attraverso le turbolenze del music business, gestendo con astuzia le dinamiche interne e le negoziazioni contrattuali. La sua visione strategica contribuì in modo significativo alla longevità e al successo duraturo dei Rolling Stones.
La carriera solista di Jagger, pur non eclissando mai il suo impegno con la band, ha offerto ulteriori sfaccettature del suo talento. Album come She's the Boss (1985) e Wandering Spirit (1993) esplorarono sonorità diverse e misero in luce la sua versatilità come interprete e autore. Tuttavia, è sul palco con i Rolling Stones che la sua energia primordiale si manifesta in tutta la sua potenza.
Il passare degli anni, lungi dal fiaccare la sua energia,
sembra averla trasformata in una sorta di leggenda vivente. Vederlo ancora oggi
muoversi con la stessa agilità e cantare con la stessa passione di decenni fa è
uno spettacolo che incanta e sorprende. La sua dedizione alla performance live
è leggendaria, e i concerti dei Rolling Stones continuano ad essere eventi di
portata globale.
Oggi, a dispetto di un passato costellato di eccessi e di una
giovinezza vissuta al ritmo frenetico del rock and roll, l'attuale Mick Jagger
incarna una sorprendente metamorfosi, e la sua leggendaria energia sul palco è
alimentata da una disciplina quasi ascetica: allenamenti rigorosi,
un'alimentazione curata e uno stile di vita sorprendentemente salutista. Questa
dedizione al benessere fisico, in netto contrasto con le cronache di un tempo,
non solo gli permette di mantenere intatta la sua vitalità artistica, ma
aggiunge un ulteriore strato di fascino alla sua figura iconica. È come se
l'anima ribelle degli esordi avesse trovato un nuovo modo, paradossalmente più
controllato, per continuare a incendiare il mondo con la sua inesauribile
elettricità.
Mick Jagger non è solo un musicista; è una figura epocale che
ha influenzato generazioni di artisti e ha contribuito a plasmare l’immaginario
collettivo. La sua capacità di rimanere rilevante attraverso i cambiamenti
sociali e musicali testimonia una profonda comprensione del proprio ruolo e
un’instancabile volontà di evolvere senza mai tradire la propria essenza. La
sua è la storia di un’elettricità primordiale, scatenata su un binario
ferroviario e propagatasi in ogni angolo del mondo, continuando a risuonare con
la stessa forza dirompente dei suoi esordi.
sabato 25 luglio 2026
Compie gli anni José "Chepito" Areas, il cuore ritmico del latin rock
Compie gli anni José Octavio "Chepito" Areas
Dávila, nato il 25 luglio 1946 a León, Nicaragua, è un celebre
percussionista il cui stile innovativo è stato fondamentale nel definire il
suono del latin rock. Conosciuto soprattutto per il suo ruolo fondante
nell'iconica band Santana, i contributi di Areas ai timbales e
alle congas hanno permesso di forgiare una fusione unica di rock e musica
latinoamericana, garantendogli un posto d'onore nella Rock and Roll Hall of
Fame.
Il percorso musicale di Areas è iniziato presto, provenendo
da una famiglia di musicisti affermati; il suo bisnonno, José de la Cruz Mena,
era un rinomato compositore. In gran parte autodidatta alle percussioni e alla
tromba, Chepito ha sviluppato un approccio distinto che fondeva ritmi latini
tradizionali con una nascente sensibilità rock. Questa prospettiva unica lo ha
contraddistinto e ha gettato le basi per la sua carriera rivoluzionaria.
Nel 1969, Areas si unì ai Santana, un momento cruciale che
avrebbe cambiato il panorama della musica popolare. La sua abilità
percussionistica divenne un elemento distintivo dei primi e più influenti album
della band, tra cui Santana (1969), Abraxas (1970)
e Santana III (1971). I suoi dinamici assoli di timbales e
l'intricato interscambio ritmico furono cruciali per successi come "Soul Sacrifice", che affascinò il pubblico di Woodstock nel 1969. La
capacità di Areas di integrare senza soluzione di continuità la complessità
delle percussioni latine in una struttura rock fu rivoluzionaria, co-creando
efficacemente il genere latin rock.
Oltre al suo primo periodo con i Santana (1969-1977 e poi
1987-1989), Areas ha anche esplorato progetti da solista. Nel 1974, pubblicò un
album omonimo, José "Chepito" Area, su CBS Records, mettendo in
mostra i suoi talenti in uno stile latin funk. Questo album includeva brani
come "Guarafeo", "Funky Folsom" e "Guaguanco in Japan", consolidando ulteriormente la sua reputazione di artista
versatile e influente. Ha anche partecipato al progetto del 1997 "Abraxas Pool", riunendosi con diversi membri originali dei Santana, tra cui
Gregg Rolie, Neal Schon, Michael Carabello e Michael Shrieve.
Nel 1998, José "Chepito" Areas è stato meritatamente inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Santana, a testimonianza del suo profondo impatto sulla musica. La sua eredità perdura come uno dei percussionisti più influenti al mondo, il cui genio ritmico non solo ha spinto i Santana alla fama internazionale, ma ha anche giocato un ruolo cruciale nell'introdurre il latin rock a un pubblico globale. Il lavoro di Areas lo segna come un vero pioniere di un genere.
Ricordando Peter Green a sei anni dalla sua scomparsa
Oggi, 25 luglio 2026, ricorre il sesto anniversario
della morte di Peter Green, un
nome che evoca rispetto e ammirazione nel pantheon dei giganti del blues e del
rock.
Scomparso serenamente nel sonno all'età di 73 anni, Green è
stato molto più di un chitarrista; è stato l'anima e il cuore pulsante dei
primi Fleetwood Mac, un artista la cui musica ha trasceso i generi,
toccando corde profonde nell'animo di milioni.
Nato Peter Allen Greenbaum a Londra nel 1946, il suo viaggio
musicale iniziò nella vibrante scena blues britannica degli anni '60. Dopo un
periodo formativo con i John Mayall's Bluesbreakers, dove raccolse l'eredità di
Eric Clapton, Green fondò i Fleetwood Mac nel 1967 con Mick Fleetwood e John
McVie. Questa formazione originale creò un sound unico, intriso di blues
purissimo, ma con un'inventiva e una sensibilità che andavano oltre i confini
del genere.
La sua chitarra, in particolare la celebre Gibson Les Paul
del 1959 soprannominata "Greeny", produceva un timbro inconfondibile:
caldo, vellutato, ma capace di esprimere una gamma emotiva sorprendente. Non
era un esibizionista tecnico, ma un narratore, un musicista che privilegiava il
sentimento e l'espressività. Brani come la malinconica e atmosferica "Albatross",
l'intensa "Oh Well" e la potente "Black Magic Woman"
(resa celebre in seguito da Santana) sono pietre miliari che dimostrano la sua
genialità compositiva e interpretativa. La sua voce, seppur non di grande
estensione, possedeva una sincerità disarmante, capace di rendere ogni parola
un'emozione palpabile. Peter Green era un bluesman autentico, che incanalava le
sue esperienze e la sua sensibilità in ogni nota.
Tuttavia, il successo travolgente e le pressioni del mondo
musicale ebbero un impatto devastante sulla sua già fragile salute mentale.
L'abuso di droghe e una profonda crisi spirituale lo portarono a lasciare i
Fleetwood Mac nel 1970, un evento che segnò l'inizio di un lungo e tormentato
periodo lontano dai riflettori, segnato dalla lotta contro la schizofrenia.
Nonostante le difficoltà, la musica rimase sempre una parte intrinseca del suo essere. Negli anni '90 e 2000, Green tornò a esibirsi con la sua Peter Green Splinter Group, mostrando a tratti la sua inconfondibile magia, sebbene con una presenza scenica più contenuta e riflessiva. Il mondo della musica non lo dimenticò mai, e numerosi artisti, da Gary Moore a Joe Bonamassa, lo hanno sempre citato come una fonte di ispirazione fondamentale.
Cinque anni dopo la sua scomparsa, l'eredità di Peter Green è
più viva che mai. Il suo approccio alla chitarra, la sua capacità di infondere
anima in ogni melodia e la sua onestà artistica continuano a ispirare musicisti
e fan. Il "Greeny tone", quella miscela unica di magia, malinconia e
profondità emotiva, rimane un punto di riferimento per chiunque si avvicini al
blues con il cuore.
Buon Compleanno a Verdine White, l'anima ritmo di Earth, Wind & Fire
Il 25 luglio del 1951, nasceva Verdine
White, una vera leggenda della musica e il cuore pulsante di una
delle band più influenti di tutti i tempi: gli Earth, Wind & Fire. Verdine
non è stato solo il bassista di un gruppo che ha venduto milioni di dischi, ma
un vero innovatore che ha ridefinito il ruolo del basso nella musica funk, soul
e R&B.
Il contributo di Verdine White al sound degli Earth, Wind & Fire è immenso e inconfondibile. Le sue linee di basso non sono semplici accompagnamenti, ma vere e proprie melodie danzanti che si intrecciano con la sezione ritmica, creando un groove inarrestabile. Con una formazione che univa influenze classiche, jazz e Motown, Verdine ha saputo fondere complessità tecnica con una sensibilità per il groove che pochi altri bassisti hanno eguagliato. Ascoltando brani come "September" "Shining Star" o "Boogie Wonderland" si percepisce immediatamente il suo tocco magico: basso percussivo, note staccate, e un senso del ritmo che ti fa muovere il corpo senza pensarci. È stato classificato tra i 50 più grandi bassisti di tutti i tempi da Rolling Stone, un riconoscimento più che meritato.
Ma Verdine White non è solo un bassista incredibile; è un performer
nato. La sua presenza scenica è leggendaria. Con i suoi abiti scintillanti e i
suoi movimenti energici, Verdine è l'incarnazione del "fuoco" degli
Earth, Wind & Fire. Non si limita a suonare il basso, ma balla, salta e
coinvolge il pubblico con un'energia contagiosa che ha reso ogni concerto della
band un'esperienza indimenticabile. La sua gioia pura e la sua passione per la
musica traspaiono in ogni nota e in ogni passo, dimostrando come la musica sia
anche un'esperienza visiva ed emotiva.
Come co-fondatore degli Earth, Wind & Fire insieme al
fratello Maurice White, Verdine ha contribuito a forgiare un sound unico che
fondeva generi come funk, soul, R&B, jazz e influenze africane. La band, e
con essa il basso di Verdine, ha lasciato un'eredità indelebile nella musica
globale, influenzando generazioni di musicisti e rimanendo una colonna sonora
indispensabile per celebrazioni e momenti di gioia. Verdine è l'unico membro
fondatore che continua a portare avanti la band, mantenendo vivo lo spirito e
il groove che li hanno resi iconici.
Un caloroso buon compleanno a Verdine White!
venerdì 24 luglio 2026
Rick Wakeman pubblica il trailer di "Return To The Red Planet", il nuovo album prog in uscita a ottobre
Rick Wakeman torna su Marte. Il tastierista inglese ha pubblicato il
trailer del suo nuovo album di progressive rock, Return
To The Red Planet, annunciando l’uscita ufficiale per il 16
ottobre sotto l’etichetta Madfish Records. Il disco rappresenta il seguito
diretto di The Red Planet, pubblicato nel 2020, e riprende il viaggio
immaginifico che Wakeman aveva iniziato sei anni fa.
Per questo nuovo capitolo Wakeman si riunisce con la sua
English Rock Ensemble, la formazione che negli anni ha accompagnato molte delle
sue avventure musicali. La band comprende Lee Pomeroy, Dave Colquhoun, Adam
Falkner e Mollie Marriott, un gruppo affiatato che contribuisce a dare al
progetto un carattere solido e riconoscibile. Il trailer diffuso in queste ore
offre un assaggio delle atmosfere del disco, tra tastiere monumentali,
progressioni narrative e un immaginario fantascientifico che da sempre
appartiene al mondo creativo di Wakeman.
Il musicista ha spiegato che l’idea del nuovo album è nata
analizzando i dati e le fotografie più recenti provenienti da Marte. Ha
raccontato che, osservando quel materiale, ha percepito la presenza di un nuovo
racconto musicale che aspettava soltanto di essere scritto. Ha aggiunto che
c’era molto altro da dire sul pianeta rosso, sia dal punto di vista musicale
sia da quello spirituale, e che questo lo ha spinto a tornare idealmente su
Marte per proseguire la sua esplorazione artistica.
Wakeman aveva già anticipato alcuni dettagli parlando con Prog.
In quell’occasione aveva raccontato di essersi ispirato anche alla sua
esperienza con David Bowie, precedente ai suoi anni con gli Yes. Durante la
registrazione di Life On Mars? i due avevano discusso a lungo del
pianeta rosso. Bowie era incuriosito da Marte, anche se non quanto Wakeman, e
quelle conversazioni hanno lasciato un segno. Da qui è nato Bowie’s Vision,
un brano che Wakeman considera un tributo sincero e di cui si dice molto soddisfatto.
Tra le tracce del nuovo album ci sarà anche una composizione
dedicata alle tre epoche geologiche di Marte. Wakeman ha spiegato che il
pianeta si è formato in tre periodi distinti nell’arco di miliardi di anni e
che questa struttura temporale gli ha suggerito una suite progressiva,
costruita come un viaggio attraverso le fasi della nascita e dell’evoluzione
del pianeta.
Return To The Red Planet si presenta così come un’opera che unisce scienza,
immaginazione e musica, un nuovo tassello nella lunga carriera di un artista
che continua a esplorare mondi reali e mondi interiori con la stessa curiosità.
giovedì 23 luglio 2026
La cultura come presidio urbano: il percorso di "Luglio-OltreLetimbro in Musica"
Il bilancio della rassegna tra
partecipazione di quartiere, approfondimento critico e rigenerazione degli
spazi pubblici
Il ciclo di appuntamenti "Luglio: OltreLetimbro in
Musica, promosso dal Quartiere Oltreletimbro con il patrocinio del Comune
di Savona, si è chiuso lasciando sul campo un risultato che va oltre la
semplice programmazione artistica. L'obiettivo primario della manifestazione
era infatti quello di riattivare le dinamiche di socializzazione nel quartiere,
restituendo vita e fruizione positiva all'area di Piazza Maestri
dell'Artigianato. L'ampia e costante risposta di pubblico, registrata sia nelle
serate all'aperto sia negli incontri in sede, ha confermato la validità di un
progetto capace di coniugare il valore culturale al presidio del territorio.
L'itinerario si è aperto con il recital di chitarra classica di Renato Procopio, una serata dedicata al mondo iberico attraverso le opere di Francisco Tárrega, Dionisio Aguado, Isaac Albéniz e Manuel de Falla. L'acustica della piazza e la risposta della cittadinanza hanno subito mostrato come lo spazio urbano potesse trasformarsi in un luogo d'ascolto condiviso.
A questa tappaminiziale ha fatto seguito il primo momento di approfondimento nella sede di Via Scarpa, dove la conferenza di Athos Enrile sulle figure femminili del rock anni Settanta...
... ha analizzato le dinamiche di resilienza e affermazione artistica all'interno dell'industria musicale dell'epoca.
Il successivo concerto Journey to the Orient, che ha visto Silvia Schiaffino al flauto e Renato Procopio alla chitarra impegnati nella presentazione del loro lavoro discografico, ha rappresentato il punto di snodo della rassegna.
La grande affluenza in Piazza Maestri dell'Artigianato ha evidenziato la funzione della musica come strumento di rigenerazione urbana: l'occupazione temporanea e qualificata dello spazio pubblico ha risposto con i fatti alle storiche criticità della zona, dimostrando che la presenza attiva dei cittadini e il presidio comunitario costituiscono l'elemento chiave per restituire vivibilità ai luoghi.
A chiudere il percorso è stato l'incontro dedicato al Club dei 27, condotto da Athos Enrile affiancato da Mauro Selis.
Ricostruendo le parabole umane e artistiche di figure come Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, l'analisi ha superato la retorica del mito per affrontare i temi della solitudine, della fragilità e delle pressioni sociali, offrendo una chiave di lettura vicina alle inquietudini giovanili di ogni epoca.
Il bilancio finale della rassegna attesta quindi il successo
di un impianto equilibrato, capace di alternare l'esecuzione dal vivo alla
divulgazione saggistica. Più che un punto d'arrivo, l'esperienza di questo mese
intende porsi come la chiave d'apertura di un percorso a lungo termine, pensato
per consolidare la coesione sociale e continuare a restituire centralità alla
vita di quartiere attraverso nuove occasioni di incontro e confronto condiviso.
Buon Compleanno Slash!
Il 23 luglio è una data incisa a fuoco nel calendario
di ogni appassionato di rock, in quanto si celebra il compleanno di Saul Hudson,
universalmente venerato come Slash.
Con il suo distintivo cappello a cilindro, gli occhiali da sole perennemente
calati sul naso e una chitarra Les Paul che sembra un'estensione del suo corpo,
Slash non è solo un musicista, ma una vera e propria icona culturale, un
artigiano del suono che ha plasmato il volto del rock moderno.
Nato a Hampstead, Londra, e cresciuto tra le pulsanti scene
musicali di Stoke-on-Trent e Los Angeles, Slash ha trovato la sua vocazione
nella chitarra fin da giovane, immergendosi nel blues e nell'hard rock che
avrebbero poi infuso il suo stile inconfondibile. La sua ascesa alla fama è
indissolubilmente legata ai Guns N' Roses, la band che ha co-fondato e
con cui ha ridefinito il concetto di rock'n'roll negli anni '80 e '90. I suoi
riff, da quelli incendiari di "Welcome to the Jungle" e "Paradise City" alle melodie struggenti di "Sweet Child o' Mine"
e l'epica chitarra di "November Rain", non sono semplici note,
ma veri e propri inni generazionali. La sua abilità nel fondere l'aggressività
del punk con la profondità del blues e l'immediatezza dell'hard rock lo ha
elevato a un pantheon di chitarristi leggendari, influenzando innumerevoli
musicisti in tutto il mondo.
Dopo aver contribuito a vendere milioni di dischi e a
riempire stadi in ogni angolo del globo con i Guns N' Roses, Slash ha
dimostrato una notevole capacità di reinventarsi. Ha esplorato nuove sonorità
con progetti come gli Slash's Snakepit, dove ha potuto esprimere la sua visione
artistica senza compromessi, e successivamente con i Velvet Revolver, una
superband che ha saputo rivitalizzare il panorama rock dei primi anni 2000,
conquistando un Grammy Award e dimostrando che il suo tocco magico non aveva
perso smalto.
La sua carriera solista, avviata con l'omonimo album Slash
nel 2010, ha ulteriormente cementato il suo status. Collaborando con
un'eclettica schiera di voci straordinarie – da Ozzy Osbourne a Fergie, da
Chris Cornell a Iggy Pop – ha dimostrato la sua versatilità e la sua capacità
di tessere trame sonore che esaltano ogni artista. La collaborazione più
duratura e acclamata è senza dubbio quella con Myles Kennedy & The
Conspirators, con cui ha pubblicato diversi album di successo come Apocalyptic Love e Living the Dream, confermando una sinergia
artistica potente e apprezzatissima dai fan e dalla critica.
Oggi, mentre spegne un'altra candela, Slash è tutt'altro che
fermo. Continua a entusiasmare folle oceaniche con i Guns N' Roses riuniti,
dimostrando una vitalità e una passione per la musica che sembrano
inesauribili. La sua influenza va oltre la musica: è un simbolo di
perseveranza, autenticità e di quella "rock star attitude" che pochi
altri sono riusciti a incarnare con tale carisma. La sua chitarra non è solo
uno strumento, ma una voce che racconta storie di ribellione, amore, perdita e
trionfo.
Tanti auguri Slash!
mercoledì 22 luglio 2026
Ricordando John Mayall, mancato due anni fa
In memoria di John Mayall (1933-2024)
Il mondo del blues e della musica tutta ricorda oggi la scomparsa
di John Mayall, leggendario musicista
britannico, che ci ha lasciati il 24 luglio 2024 all'età di 90 anni.
Considerato a buon diritto il "Padrino del Blues
Britannico", Mayall non è stato solo un prolifico compositore, cantante,
tastierista e armonicista, ma anche e soprattutto un catalizzatore di talenti,
la cui influenza si è irradiata ben oltre il suo vasto catalogo musicale.
Nato a Macclesfield, Cheshire, nel 1933, John Mayall è
cresciuto immerso nella musica jazz e blues, sviluppando fin da giovane una
profonda passione per artisti americani come Lead Belly, Albert Ammons e Josh
White. Fu questa fascinazione a spingerlo, nei primi anni '60, a fondare i Bluesbreakers,
un gruppo che sarebbe diventato una vera e propria fucina di alcuni dei più
grandi nomi della storia del rock e del blues.
La peculiarità di Mayall non risiedeva solo nella sua
autentica interpretazione del blues americano, ma nella sua straordinaria
capacità di individuare e coltivare giovani musicisti di eccezionale
potenziale. La lista di chi ha militato nei Bluesbreakers è un vero e proprio
pantheon: Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, Jack Bruce, John McVie,
Mick Fleetwood, Harvey Mandel e Walter Trout sono solo alcuni dei
giganti che hanno affinato il loro mestiere sotto l'ala protettrice di Mayall.
Egli forniva loro la libertà e l'ambiente per sperimentare e crescere, fungendo
da mentore e da trampolino di lancio per carriere leggendarie.
Album iconici, come Blues Breakers with John Mayall &
Eric Clapton (1966), spesso citato come uno dei dischi più influenti della
storia del blues-rock, e A Hard Road (1967), con Peter Green alla
chitarra, sono testimonianze della sua visione artistica e della sua capacità
di creare un suono distintivo e duraturo.
Mayall era un purista del blues, ma con una mentalità aperta
che gli permetteva di incorporare elementi di jazz, rock e persino world music
nelle sue composizioni, mantenendo sempre l'anima profonda del genere.
Oltre alla sua instancabile attività di bandleader, Mayall è
stato un artista prolifico, pubblicando decine di album nel corso di sette
decenni di carriera. La sua musica è stata una costante evoluzione, ma sempre
radicata nella sincerità e nell'emozione del blues. Ha continuato a esibirsi e
registrare fino a tarda età, dimostrando una dedizione incrollabile alla sua
arte e al suo pubblico.
La sua eredità non è misurabile solo in termini di dischi
venduti o premi ricevuti. John Mayall ha plasmato il suono del blues britannico
e, di conseguenza, ha avuto un impatto incommensurabile sul rock 'n' roll
globale. Ha insegnato a generazioni di musicisti l'importanza dell'autenticità,
della maestria strumentale e della passione. Il suo studio casalingo e la sua
vita spartana, lontana dai clamori di Hollywood, riflettevano la sua dedizione
alla musica prima di ogni altra cosa.
Con la sua scomparsa, il mondo ha perso non solo un artista
straordinario, ma un pilastro fondamentale della storia della musica. John
Mayall rimarrà per sempre una figura monumentale, la cui influenza continuerà a
risuonare attraverso le generazioni di musicisti che ha ispirato e le
innumerevoli vite che ha toccato con la sua musica senza tempo. La sua
"lunga strada" è giunta al termine, ma il suo blues continuerà a
vivere.
Riposa in pace, John Mayall.













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