Il 12 agosto del 1949 nasceva uno dei più grandi
chitarristi e cantautori che la musica rock abbia mai conosciuto: Mark Freuder Knopfler.
Nato a Glasgow, è l'uomo che, con le sue dita e la sua
sensibilità unica, ha dato vita a un sound inconfondibile, prima con i Dire
Straits e poi nella sua brillante carriera solista.
Knopfler non è mai stato un chitarrista da virtuosismi
roboanti o da esibizioni tecniche fini a sè stesse. Il suo stile è
riconoscibile al primo ascolto: un tocco delicato, suonato senza plettro, che
fa "parlare" le corde della sua chitarra. Con i Dire Straits, ha
creato un'alternativa sofisticata e melodica al punk rock degli anni '70 e '80.
Brani come "Sultans of Swing", "Brothers in Arms"
e "Money for Nothing" sono diventati classici intramontabili,
in cui ogni assolo è una pennellata di genio, una storia raccontata senza
bisogno di parole.
Ma la grandezza di Knopfler non si ferma alla sua chitarra.
Le sue canzoni sono affreschi di vita, spesso malinconici e introspettivi, che
dipingono personaggi e scenari indimenticabili. Ha la rara capacità di
trasformare la quotidianità in poesia, raccontando storie di vite ordinarie con
un'intensità straordinaria.
Dopo lo scioglimento dei Dire Straits, Knopfler ha continuato
il suo percorso musicale con una carriera solista di grande successo. Ha
esplorato con maggiore libertà le sue passioni, mescolando folk, blues e
country con un'eleganza innata. Album come Sailing to PhiladelphiaeShangri-La hanno dimostrato una maturità artistica che lo ha reso un punto di riferimento
per intere generazioni di musicisti.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, celebriamo un artista
che ha dimostrato che non serve urlare per farsi sentire.
Il "trucco magico" delle
accordature aperte: un viaggio affascinante che ha trasformato il suono della
chitarra, dal blues primordiale ai riff iconici del rock, offrendo risonanze
inaspettate e infinite nuove possibilità creative
Capita di sentire una canzone con la chitarra che suona “diversa”,
magari più piena, più risonante, quasi magica. Dietro a ciò è molto probabile
che dietro ci siano le accordature aperte, un vero e proprio
"trucco magico" che ha cambiato la musica e il modo di suonare la
chitarra.
Immaginiamo di avere una chitarra accordata nella modalità standard,
quella a cui fa riferimento chiunque si avvicini allo strumento. Ogni corda ha
una nota specifica, e per ottenere un qualsiasi accordo occorrerà posizionare
le dita sulla tastiera in un modo preciso e sempre diverso a seconda dell’accordo
che si vuole suonare. Nelle accordature aperte, noi cambiamo queste note in
modo che, suonando le corde a vuoto (cioè senza mettere le dita sui tasti), si ottiene
già un accordo. Una magia! È come se la chitarra fosse già pronta a suonare una
melodia!
Ma perché i chitarristi le usano? Perché complicarsi la vita
e cambiare l'accordatura? Beh, ci sono un sacco di motivi super validi:
-Suonare è più facile: questo è il motivo numero uno per i principianti! Se la chitarra è
già accordata per fare un accordo (ad esempio, un Do Maggiore), basterà strimpellare tutte le corde a vuoto e... voilà! Ecco un Do Maggiore
perfetto. Vogliamo un Sol Maggiore? Premiamo tutte le corde al settimo tasto con un
dito solo, e il gioco è fatto! È come avere un "pilota automatico"
per gli accordi.
-Suoni più grandi e risonanti: quando
le corde sono accordate per risuonare insieme, creano un suono molto più pieno,
ricco e "aperto". È come se la chitarra respirasse di più. Questo è
fantastico per creare atmosfere, riempire lo spazio sonoro e far sì che la musica
abbia un impatto maggiore.
La magia dello slide (o bottleneck): esiste un suono
"scivoloso" e lamentoso all’interno dei generi blues e rock, e si
realizza con lo slide (un tubetto di metallo o vetro che si infila al
dito). Nelle accordature aperte, lo slide è il migliore amico. Si può far
scivolare su e giù per le corde e ottenere accordi interi o melodie blues in
modo incredibilmente espressivo. Senza le accordature aperte, lo slide sarebbe
molto meno efficace.
Nuove idee musicali: a
volte, cambiare accordatura è come cambiare gli occhiali: si vede il mondo in modo
diverso! La chitarra suonerà in modo inaspettato, e questo può inspirare a
creare nuove melodie, nuovi accordi e nuove canzoni che non sarebbero mai
venute in mente con l'accordatura "normale". È come avere una
chitarra completamente nuova!
Le accordature aperte non sono una novità di ieri, anzi!
Hanno una storia lunga e affascinante:
-Le radici antiche: non è una moda recente! Già tantissimo tempo fa, in diverse culture, le
persone accordavano i loro strumenti a corda in modi diversi dal solito. Questo
succedeva per adattarsi a canzoni particolari, per rendere più facile suonare
certi ritmi o semplicemente per avere un suono diverso e più risonante.
-Il blues americano (e la chitarra che "piange"): forse il momento in cui le
accordature aperte sono diventate davvero famose è con il blues rurale,
specialmente nel sud degli Stati Uniti. Grandi del blues come Robert Johnson e
Son House usavano queste accordature (spesso la Open G o la Open D) per suonare
con lo slide. Immaginiamo un chitarrista seduto su una veranda, che con la sua
chitarra "aperta" e lo slide crea quelle melodie malinconiche e
potenti che raccontavano storie di vita e fatica. È qui che il suono distintivo
del blues è nato, in gran parte grazie a queste accordature.
-Dai campi alla città (e oltre): man mano che il blues si evolveva e arrivava nelle città,
anche le accordature aperte lo seguivano. Negli anni '60 e '70, musicisti rock
e folk hanno iniziato a scoprirle. Band come i Led Zeppelin hanno usato
accordature come la DADGAD (un'accordatura aperta specifica) per dare un
tocco esotico e potente alle loro canzoni (pensiamo a "Kashmir"!).
Artisti come Joni Mitchell sono diventate famose per la quantità di
accordature aperte che usavano, creando suoni unici e complessi con la loro
chitarra.
-Oggi e domani: oggi le
accordature aperte sono più vive che mai! Non sono più solo per il blues o il
folk. Si trovano nel rock, nel metal, nella musica acustica moderna e persino nel
jazz. Ci sono chitarristi che passano anni a sperimentare nuove accordature,
creando suoni e stili mai sentiti prima.
Personalizziamo l’argomento: nonostante abbia iniziato a
suonare la chitarra da giovanissimo, quasi da bambino, ho "scoperto"
il mondo delle accordature aperte solo di recente. Per anni, mi sono
concentrato sulle accordature standard, pensando che bastassero per esplorare
la musica. Poi, però, qualcosa è cambiato.
È stato grazie a un amico esperto, che mi ha spinto a provare
qualcosa di nuovo, e ho capito che la chitarra aveva altro da offrirmi, al di
là di quello che già conoscevo. È stata una vera rivelazione!
E allora tutti possono provare un'accordatura aperta! La più
comune per iniziare è la Open G (D-G-D-G-B-D, partendo dalla corda più
grossa). Basterà un accordatore e dopo qualche minuto sarà facile scoprire un
mondo di nuove possibilità sonore.
Le accordature aperte non sono solo una tecnica, ma una porta
verso nuove sonorità e nuove ispirazioni, e quindi aiutano nello sperimentare.
L’esempio più classico nel rock?
L'accordatura aperta, in particolare quella in Sol (Open G),
ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione di alcuni dei riff più iconici
della storia del rock, grazie anche all'ingegno di chitarristi come Keith
Richards dei Rolling Stones.
Richards, profondamente influenzato dal blues e da
chitarristi leggendari come Robert Johnson e Fred McDowell, adottò
l'accordatura aperta in Sol (D-G-D-G-B-D). Un elemento chiave del suo approccio
fu l'eliminazione della sesta corda (quella più bassa e spessa), un'abitudine
spesso attribuita alla ricerca di maggiore risonanza e di un suono più
percussivo, oltre che alla facilità di creare accordi con un solo dito.
Sfruttando questa configurazione, Richards riuscì a
sviluppare il suo stile distintivo, caratterizzato da un suono pieno e
risonante, quasi pianistico, che gli permetteva di eseguire ritmiche complesse
e riff memorabili. Molti dei brani più celebri dei Rolling Stones, come "Brown Sugar", "Honky Tonk Women" e "Start Me Up",
sono stati concepiti e suonati utilizzando proprio questa accordatura.
L'approccio di Richards non fu solo una scelta tecnica, ma
una vera e propria reinterpretazione delle radici blues, adattandole al
contesto del rock 'n' roll. Questa innovazione gli permise di creare un
linguaggio musicale unico che ha plasmato il suono dei Rolling Stones e
influenzato innumerevoli chitarristi.
Forse uscire dalla zona di conforto e virare verso questa “vecchia
novità” potrebbe dare nuove soluzioni e rinnovate ispirazioni!
L’accordatura di David Crosby nella sua “Guinnevere” è in
Sliding doors… ovvero il futuro nelle
mani della casualità.
Sembra roba da film “leggero”, ma è
evidente che non siamo proprio padroni del nostro destino, e sono molti i casi,
ad esempio, di persone che, arrivate in ritardo all’appuntamento con il volo
prescelto, restano a terra e si salvano la vita!
Qualcosa di simile accadde a Sergio
Leone e la mancata presenza nella casa dei coniugi Polanski, a Bel
Air, il 9 agosto del 1969, fu
essenzialmente legata… alla sua pigrizia.
Roman Polański e Sharon Tate
Sergio Leone si trovava a Hollywood e
con lui lo scrittore Luciano Vincenzoni, suo amico e sceneggiatore storico.
Era in corso la preparazione del mitico film western “Giù la testa”, che
sarebbe uscito due anni dopo, ed era quindi un viaggio di lavoro, utile alla ricerca
dei costumi di scena.
Leone era già molto conosciuto
per aver portato agli onori del mondo gli spaghetti western e per aver lanciato
Clint Eastwood ed era quindi normale bazzicare le feste che contavano: cocktail, aperitivi,
piscine, chiacchiere alla presenza di attori e produttori.
In questa situazione risultò naturale
ricevere un invito per il fine settimana da parte di Sharon Tate, che viveva al
10050 di Cielo Drive.
Ciò che accadde quella sera è passato
alla storia come la strage di Bel Air.
Ma che successe a Leone e Vincenzoni?
Più scaltri di Manson?
I due italiani dapprima decidono di
accettare, ma alla fine Vincenzoni comunica a Leone che rinuncerà, a causa di un altro invito ricevuto da un amico, a San Francisco, il boss della
Transamerica Corporation, ed è un impegno che non si può rifiutare.
A questo
punto Leone decide che neanche lui parteciperà alla festa della Tate e la scusa ufficiale è lo
scarso livello del suo inglese.
Quando il 10 agosto si scopre quanto
accaduto, Vincenzoni teme per il suo amico e lo chiama, terrorizzato, ma viene
confortato da una voce conosciuta che chiosa: “A Lucià, stò a guardà le news
e me sò cacato sotto". E quando gli chiede perché non è andato al
party sente rispondersi: "Nun parlo bene inglese, da solo senza te nun
m'annava, faceva pure callo, me so messo a dormì".
Il caso, la pigrizia, magari un po’
di disagio, salvarono la vita ad uno dei più grandi registi della storia del
cinema e senza quel tentennamento, senza quell’indolenza tipica dei romani, “Giù
la testa” e il successivo capolavoro “C'era una volta in America”,
non avrebbero mai visto la luce.
Sul set di "Giù la testa"
Luciano Vincenzoni ha recentemente
dichiarato: "Se fossi stato lì saremmo andati noi tre più l'autista
della limousine, e saremmo arrivati proprio quando iniziò la strage, avremmo
potuto fare qualcosa e salvare tutti da quelle tre donne esaltate... è un
cruccio che mi porto dietro. Da quel momento Leone si convinse che ero il suo
angelo protettore!”
Il 9 agosto del 1969 accadeva qualcosa destinato a rimanere
tristemente nella storia...
Ricordando il
Festival diWoodstock,ho collegato che in contemporanea (una
settimana prima) avvenne lastrage di Bel Air.
Ero rimasto molto
impressionato, all’epoca, dall’intera storia, ma non l’avevo collocata nel
giusto periodo, anche perché passarono due anni dal momento della strage alla
scoperta della verità.
Le immagini di allora
erano piene di dettagli dolorosi e i nomi di “personaggi” comeLindaKasabian,
Susan Atkins o Charles «Tex» Watsondivennero familiari e stimolarono una
curiosità morbosa negli adolescenti dell’epoca.
Tra quegli
adolescenti c’ero anche io e ricordo che l’evento fu accostato in qualche modo
al mondo hippie , quello che tanto ci affascinava agli albori degli anni '70.
Ovviamente le
filosofie di vita erano opposte e la non violenza dei figli dei fiori era anni
luce lontana dalla ferocia dellaManson’s Family, ma il
semplice fatto che quella macabra tribù vivesse in piena comunione, favorì la
similitudine.
Un pò di storia trovata in rete.
Ne ho lette molte,
con sfumature diverse, ma tutte evidenziano il percorso di vita drammatico che
ha portato Charles Manson a diventare una delle menti più “feroci” e assassine
di tutti i tempi, e quella che può sembrare una sorta di tentativo di
giustificazione, credo sia in realtà la voglia di indagare e capire come si
possa arrivare a tanta violenza gratuita, come si riesca ad abusare e infierire
sul corpo di una giovane donna prossima alla maternità, come si possa pensare
di uccidere ed essere nel giusto.
Uno dei più famosi assassini della
storia, lo psicopatico che ha dato adito a una serie innumerevole di leggende e
di falsi resoconti sulla sua vita: Charles Manson è il prodotto malato di
quello che furono gli sconvolgenti e irrefrenabili anni '60, il frutto marcio
di una falsa idea di libertà partorito dalla frustrazione di non essere
nessuno, mentre molti "nessuno" diventavano qualcuno.
Seguace dei Beatles e dei Rolling
Stones, voleva diventare famoso: non riuscendoci con la musica, nel suo delirio
ha scelto un'altra e ben più trasgressiva strada.
Nato il 12 novembre 1934 a
Cincinnati, Ohio, l'infanzia del futuro mostro è stata assai squallida e
segnata da continui abbandoni da parte della giovane madre, una prostituta
alcolizzata, finita poi in carcere con lo zio per rapina. Il giovane Charles
Manson imbocca ben presto la carriera del criminale, tanto che all'età di
trent'anni, dopo una vita passata fra vari riformatori, ha già un curriculum da
record, completo di contraffazioni, violazioni di libertà vigilata, furti
d'auto, tentate fughe dalle carceri, aggressioni, stupri di donne e uomini.
Nel 1967, rilasciato definitivamente
dopo anni di violentissime detenzioni in galera, in cui conobbe stupri ed abusi
di ogni genere, sia fatti che subiti, comincia a frequentare la zona di
Haight-Sansbury a San Francisco. Nel pieno della cultura hippy fonda una
comune, poi ribattezzata in seguito con il nome di "Famiglia Manson".
Nel suo periodo di punta, la Famiglia contava qualcosa come cinquanta membri,
tutti naturalmente soggiogati dal carisma violento e fanatico di Charles. Il
gruppo presto si trasferisce in un ranch nella valle di Simi dove si dedica
alle attività più varie, tra la musica dei Beatles (Manson era convinto di
essere il quinto Beatle mancato), il consumo di LSD e altre droghe
allucinogene. Essendo sostanzialmente un gruppo di sbandati (Manson aveva
raccolto intorno a sé tutte persone con gravi difficoltà di inserimento sociale
o giovani dal passato difficile), la Famiglia si dedicava inoltre ai furti e
agli scassi. Charles Manson intanto profetizza la cultura satanica e
l'olocausto razziale che avrebbe dovuto portare la razza bianca al dominio
totale su quella nera. E' in questo periodo che si consumano i primi bagni di
sangue.
La notte del 9 agosto 1969 avviene il
primo massacro. Un gruppo di quattro dei ragazzi di Manson irrompe nella villa
dei coniugi Polanski a "Cielo Drive". Qui ha luogo la tristemente
nota carneficina che vede coinvolta, come povera vittima sacrificale, anche
l'attrice Sharon Tate: la compagna del regista all'ottavo mese di gravidanza,
viene accoltellata ed uccisa. Con lei vengono trucidate altre cinque persone, tutti
amici di Polanski o semplici conoscenti. Roman Polanski si salva per puro caso
perchè assente per impegni di lavoro. La strage non risparmia comunque il
guardiano della villa e lo sfortunato giovane cugino capitato sul luogo del
delitto. Il giorno dopo stessa sorte tocca ai coniugi La Bianca, anch'essi
assassinati nella loro casa con più di quaranta coltellate nel petto. E
l'eccidio continua con l'uccisione di Gary Hinman, un insegnante di musica che
precedentemente aveva ospitato Manson e la famiglia. Sono le scritte
"morte ai maiali" e "Helter skelter" (nota canzone dei
Beatles il cui significato simboleggiava la fine del mondo) tracciate con il
sangue delle vittime sulle pareti della casa a condurre l'avvocato Vincent T.
Bugliosi sulla pista di Charles Manson.
E' l'avvocato stesso a portare avanti
la maggior parte delle indagini che durano oltre due anni. Convinto che a
tirare i fili di questi macabri delitti vi sia proprio Manson, Bugliosi visita
più volte il ranch "comune" dove intervista i ragazzi per cercare di
capire come dei giovani innocenti si siano potuti trasformare in assassini
spietati.
A poco a poco il puzzle viene
assemblato: gli omicidi Tate-La Bianca-Hinman, e gli altri fino a quel momento
rimasti estranei alle piste di indagine seguite dall'avvocato, sono tutti
collegati. Gli autori sono proprio questi ragazzi appena ventenni che agiscono
sotto i poteri allucinogeni delle droghe e, soprattutto, sotto l'influsso di
Charles Manson. Arrivano anche le confessioni che inchiodano il loro mandante
supremo. E' in particolare Linda Kasabian, un'adepta della Famiglia, la quale
aveva fatto da palo all'omicidio di Sharon Tate, a divenire il più importante
testimone d'accusa.
Nel giugno del 1970 comincia il
processo contro Manson, poi ricordato come il più lungo mai svolto negli Stati
Uniti, con oltre nove mesi di dibattimento. Il glaciale Manson, nella sua
follia, confessa tutto e anche di più. Rivela che fra gli obiettivi della
Famiglia, improntati alla sua filosofia malata, vi era quello di eliminare
quanti più personaggi famosi possibile, fra cui emergono, tra i primi, i nome
di Liz Taylor, Frank Sinatra, Richard Burton, Steve McQueen e Tom Jones.
Il 29 marzo 1971 Charles Manson e i
suoi compagni di strage vengono condannati alla pena di morte. Nel 1972 lo
stato della California abolisce la pena capitale e la condanna viene
trasformata in carcere a vita.
Il 1º gennaio 2017, nella prigione di
Corcoran, Manson fu trovato sofferente di perdite di sangue gastrointestinali e
trasportato d'urgenza presso il Mercy Hospital di Bakersfield. Una fonte
interna disse al Los Angeles Times che Manson era seriamente malato, e TMZ
diffuse la notizia che i medici lo consideravano "troppo debole" per
essere operato. Fu riportato in carcere il 6 gennaio, e sottoposto a cure che
non gli giovarono. Il 15 novembre 2017, un portavoce non autorizzato
dall'autorità carceraria confermò che Manson era stato riportato in ospedale a
Bakersfield. In ottemperanza alle leggi federali sulla privacy medica, il
California Department of Corrections and Rehabilitation non confermò la
notizia. Il 19 novembre 2017, dopo essere stato ricoverato pochi giorni prima
in seguito a un'emorragia intestinale, Manson morì a causa di un arresto
cardiaco a 83 anni, al Kern County Hospital di Bakersfield. Soffriva da tempo
per un cancro al colon.
Oggi, 10 agosto, ricorre l'anniversario della
scomparsa di Isaac Lee Hayes Jr., una
delle figure più imponenti e influenti della musica soul e R&B.
Nato a Covington, Tennessee, il 20 agosto 1942, Hayes ci ha
lasciato il 10 agosto 2008, all'età di 65 anni.
La carriera di Hayes decollò come autore di canzoni per la
leggendaria etichetta Stax Records di Memphis, dove, insieme al suo partner
David Porter, divenne uno dei team di compositori più prolifici e di successo
degli anni '60. Insieme, firmarono classici intramontabili per artisti come Sam
& Dave (tra cui il celeberrimo "Soul Man"), Carla Thomas e
Johnnie Taylor, definendo il "sound di Memphis" che ha dominato le
classifiche.
Tuttavia, è come artista solista che Isaac Hayes ha lasciato
un segno definitivo. Con il suo stile unico, fatto di lunghi intro strumentali,
arrangiamenti orchestrali e una voce profonda e vellutata, ha rivoluzionato il
concetto di album soul. Il suo lavoro più iconico, quello che lo ha consacrato
alla fama mondiale, è senza dubbio la colonna sonora del film del 1971 "Shaft".
Il tema principale, con il suo irresistibile groove di chitarra wah-wah, gli
valse un Academy Award per la migliore canzone originale, rendendolo il primo
afroamericano a vincere un Oscar in una categoria non recitativa.
Oltre alla sua carriera musicale, Hayes si è distinto anche
come attore, prestando il suo carisma a numerosi film e serie televisive. La
sua voce profonda e inconfondibile gli ha anche valso il ruolo del personaggio
"Chef" nella popolare serie animata "South Park",
che lo ha fatto conoscere a una nuova generazione di fan.
Isaac Hayes non è stato solo un cantante o un compositore, ma
un vero e proprio architetto del suono, un innovatore che ha spinto i confini
della musica popolare. La sua influenza è evidente in generi come il R&B
moderno, l'hip-hop (i suoi brani sono stati campionati da innumerevoli artisti)
e la neo-soul. La sua figura, imponente e carismatica, con i suoi occhiali da
sole e la sua testa rasata, è diventata un'icona culturale. A 17 anni dalla sua
scomparsa, la sua stella brilla ancora, e la sua "Hot Buttered Soul"
non smette di scaldare i cuori.
Dal sodalizio con Bob Dylan alla
magia dei The Band, fino alle colonne sonore di Scorsese. Robbie Robertson, a
tre anni dalla sua morte, ci ha lasciato un'eredità di storie e melodie che
hanno dipinto l'anima del rock 'n' roll
Oggi, 9 agosto, a tre anni esatti dalla sua scomparsa,
il mondo della musica ricorda una delle sue figure più influenti e visionarie: Robbie Robertson. Chitarrista leggendario,
cantautore, produttore e compositore, Robertson non è stato solo il cuore
pulsante dei The Band, ma anche un artista la cui opera ha ridefinito il
suono e la narrazione del rock 'n' roll, lasciando un'impronta indelebile nella
cultura americana e oltre.
Nato a Toronto, in Canada, nel 1943, Robertson ha radici che
si estendono ben oltre i confini del suo paese natale. Con un padre di origini
ebraiche e una madre dei Six Nations of the Grand River, Robertson portava in
sé un'eredità culturale complessa e ricca, che ha permeato in modo sottile ma
profondo la sua musica. Questa dualità, tra l'immaginario del Sud degli Stati
Uniti che avrebbe poi raccontato e le sue origini indigene, ha reso la sua
prospettiva unica.
La sua ascesa alla fama iniziò con Ronnie Hawkins e gli
Hawks, dove incontrò quelli che sarebbero diventati i suoi compagni di una
vita: Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson. Insieme,
diventarono la band di supporto di Bob Dylan nel suo tour storico
del 1965-66, un periodo di transizione epocale in cui Dylan passò dalla
chitarra acustica a quella elettrica, suscitando la disapprovazione di molti
puristi. Robertson e i suoi compagni si trovarono al centro di questa
rivoluzione sonora, affinando il loro stile in condizioni di
"pressione" estrema.
Dopo l'esperienza con Dylan, il gruppo si ritirò in una casa
a Saugerties, New York, nota come "Big Pink", dando vita a The Band.
Fu qui che nacque una delle discografie più celebrate della storia del rock.
Album come Music from Big Pink (1968) e The Band
(1969) non erano semplici dischi, ma affreschi sonori che dipingevano
un'America rurale e arcaica, fatta di personaggi malinconici, di lotte
quotidiane e di storie di guerra civile. Brani come "The Weight",
"The Night They Drove Old Dixie Down" e "Up on Cripple Creek" non erano solo canzoni, ma racconti vividi, quasi come brevi
film musicali. La voce di Robertson come principale autore e compositore del
gruppo fu fondamentale in questa narrazione.
Il suono dei The Band, caratterizzato da un'interplay vocale
e strumentale unico, era un mix di folk, country, blues, gospel e R&B.
Robertson, con il suo stile chitarristico, inconfondibile e mai ridondante,
serviva la canzone con maestria, usando la sua Stratocaster per creare
atmosfere piuttosto che per sfoggiare virtuosismi. Non era il chitarrista più
veloce, ma era uno dei più espressivi e intelligenti.
L'ultimo concerto di The Band, "The Last Waltz",
nel 1976, fu un evento epocale, un addio grandioso che vide la partecipazione
di un parterre di stelle come Bob Dylan, Neil Young, Joni
Mitchell, Eric Clapton e Van Morrison. Diretto da Martin
Scorsese, divenne uno dei film-concerto più iconici di sempre, un
testamento all'importanza della band e al genio di Robertson, che fu il
principale artefice dell'evento.
Dopo lo scioglimento di The Band, Robertson iniziò una
carriera solista di successo e una proficua collaborazione con il cinema, in
particolare con il suo amico di lunga data Martin Scorsese. Ha curato le
colonne sonore di molti dei film più celebri del regista, tra cui Toro
scatenato, Casinò, The Wolf of Wall Street e, più
recentemente, Killers of the Flower Moon. Il suo lavoro per il cinema ha
dimostrato la sua capacità di tradurre emozioni e storie in musica, un talento
che aveva già affinato con i The Band.
La sua opera solista, che include album come Robbie Robertson (1987) e Storyville (1991), ha esplorato nuove
sonorità, incorporando elementi etnici e tecnologici, ma mantenendo sempre il
suo inconfondibile tocco narrativo.
Robbie Robertson non è stato solo un chitarrista, un
compositore o un produttore. È stato un narratore, un pittore di suoni che ha
saputo catturare l'anima di un'epoca e di un'America mitica. A due anni
dalla sua morte, la sua musica continua a risuonare, le sue storie
continuano a essere raccontate e la sua eredità vive in ogni accordo di
chitarra che cerca di raccontare una storia. Il suo genio, la sua sensibilità e
la sua visione rimangono una fonte d'ispirazione per generazioni di artisti.
Addio, Robbie, e grazie per la musica.
Struttura & Forma, il percorso continuo tra studio e
palcoscenico
L'evoluzione di "Uno di noi", dalle
sessioni in studio alla dimensione live in attesa del vinile
Avere l'opportunità di osservare un gruppo dal vivo e di
ritrovarne la precisa resa esecutiva sui rispettivi lavori discografici
facilita notevolmente il compito di chi analizza la materia musicale. Questa
prospettiva diretta e ravvicinata permette infatti di cogliere con estrema
chiarezza l'evoluzione strutturale di un repertorio nato anni prima, osservando
come le composizioni originali riescano a rigenerarsi nel tempo senza mai
snaturare la propria matrice genetica. Già nel 2017 l'uscita dell'album One
of us aveva mostrato la naturale inclinazione di Struttura & Formanel muoversi lungo i confini e le intersezioni tra prog classico,
sonorità jazz-rock e articolazioni fusion, affidandosi a una veste sonora
caratterizzata dal cantato prevalentemente in lingua inglese. A distanza di nove anni, quel medesimo impianto concettuale
torna al centro di un articolato progetto curato congiuntamente dalle etichette
Maracash Records e antisopore, una operazione discografica inaugurata
il 10 luglio 2026 dalla pubblicazione dell'EP in studioUno di noi,
arricchito dalla completa trasposizione del testo in lingua italiana e da un
accurato lavoro di masterizzazione, a cui ha fatto seguito il 31 luglio
il secondo capitolo Uno di noi - dal vivo,
registrato durante le esibizioni sul palco. Entrambe le pubblicazioni,
visivamente collegate dalle illustrazioni di copertina realizzate da Roberto
Leoni - storico tecnico del suono del gruppo fin dal 1972 -, rappresentano il
naturale prologo alla successiva stesura su supporto vinilico.
La sequenza dei brani che compone l'EP in studio si apre con Mitica Amsterdam, proseguendo in un flusso coerente attraverso Maestosa sinfonia, Domani, Indios, Sonda cosmica e la
conclusiva Spes ultima dea. L'ossatura fondamentale della band nella
dimensione di studio vede Joe Tortorelli alla voce, Marco Porritiello alla
batteria, Stefano Gatti al basso elettrico e Beppe Crovella alle tastiere e al
mellotron, affiancati dal fitto intreccio chitarristico sviluppato dalla coppia
composta da Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo. A questo nucleo di base si
affiancano mirati contributi esecutivi: Mattia Frassinetti alla chitarra acustica,
Giuseppe Zuppone alle tastiere e Stefano Colombo al basso elettrico
intervengono specificamente nelle tracce Spes ultima dea e Domani.
Un'ulteriore variazione nell'assetto di studio caratterizza il brano Sonda
cosmica, che registra la presenza di Sergio Colombo al basso e di Pierluigi
Genduso Arrighi alle tastiere. Il lavoro svolto sulla traduzione dei testi
restituisce a pezzi come Mitica Amsterdam (in origine Amsterdam)
e Maestosa sinfonia (derivata da Symphony) una trasparenza
narrativa inedita, consentendo al canto di adagiarsi sulla trama armonica con
grande naturalezza e facendo risaltare il bilanciamento dinamico del recente
mastering.
Il secondo capitolo del progetto, Uno di noi - dal vivo,
sposta la prospettiva sull'impatto e sull'interazione diretta con il pubblico,
selezionando quattro tracce emblematiche: Amsterdam, Complici, Sonda cosmica e Symphony. Sul palcoscenico l'organico trova un nuovo
assetto con la presenza costante di Pierluigi Genduso Arrighi alle tastiere ad
affiancare Tortorelli, Porritiello, Frassinetti, Caliolo e Stefano Gatti al
basso elettrico, con la sola eccezione di Sonda cosmica, eseguita in
sede live con Stefano Colombo alle linee di basso. La prova dal vivo evidenzia
come la complessa architettura dei brani e i loro passaggi metrici non perdano
rigore o stabilità nell'esecuzione istantanea, mettendo in luce l'energia e la
coesione del gruppo. Il confronto ravvicinato tra la rifinitura di studio e la
spontaneità della resa da concerto offre una visione globale del percorso
compiuto, delineando con precisione la maturità artistica raggiunta da
Struttura & Forma.
Il percorso tracciato da Struttura & Forma con questa
doppia uscita dimostra una vitalità artistica che va ben oltre la semplice
operazione nostalgica. La capacità di rinnovare brani nati anni fa,
restituendoli con l'incisività della lingua italiana e la freschezza
dell'impatto dal vivo, conferma il valore di un collettivo capace di far
evolvere la propria identità senza perdere un grammo di coesione. L'attesa per
la futura edizione in vinile non fa che avvalorare la bontà di un progetto
solido, raffinato e ancora pienamente proiettato nel presente della grande
musica d'autore e di ricerca.
Il leggendario bassista degli UFO avrebbe compiuto oggi 75 anni
Il 7 agosto 1951 nasceva a Enfield, in Inghilterra,
una delle figure più carismatiche e influenti del rock britannico: Pete Way. Oggi, nel giorno in cui avrebbe
compiuto 75 anni, ricordiamo la vita e la carriera di un bassista che ha un
posto di rilevo nella storia della musica, soprattutto come membro fondatore
degli UFO.
Pete Way non era un bassista come tutti gli altri. Il suo
stile era potente, grintoso e, a tratti, quasi anarchico. Non si limitava a
tenere il tempo, ma usava il suo strumento per aggiungere melodia e spessore,
creando un'identità sonora unica per gli UFO. I suoi riff di basso sono
diventati la spina dorsale di classici come "Doctor Doctor" e
"Lights Out", brani che ancora oggi risuonano con la stessa
energia di allora.
Oltre al suo talento musicale, Pete Way era un'autentica
rockstar nel senso più puro del termine. Il suo look, l'atteggiamento da
"bad boy" e la sua vita al limite lo hanno reso un'icona per
generazioni di fan. Non si può parlare di lui senza menzionare il suo
leggendario basso Fender Thunderbird, un vero e proprio prolungamento della sua
personalità sul palco.
La sua carriera, sebbene segnata da alti e bassi e da una
vita turbolenta, è stata ricca di collaborazioni importanti e di progetti
paralleli, come i Waysted e il supergruppo Fastway. Ma il suo
cuore è sempre rimasto legato agli UFO, la band che ha contribuito a creare e a
portare alla fama mondiale.
Pete Way ci ha lasciati il 14 agosto 2020. Oggi, nel giorno
del suo compleanno, lo ricordiamo non solo come un grande bassista, ma come un
artista che ha incarnato lo spirito del rock and roll: ribelle, passionale e
senza compromessi.
La prima volta che vidi Francesco
Gucciniera il 1973. Millesimo,
un pomeriggio d’estate, un campo verde che sembrava non finire mai. Lui arrivò
da solo, senza scenografie, senza amplificazioni imponenti, con quella
naturalezza che appartiene solo ai musicisti che non hanno bisogno di nulla per
essere ascoltati. Il pubblico era seduto sull’erba, attento, partecipe, quasi
raccolto. Io ero adolescente, e quella scena - un uomo con una chitarra, un
campo aperto, la voce che si alzava come un racconto - è rimasta impressa come
una fotografia che non scolorisce.
Guccini è stato uno dei narratori più profondi della canzone
italiana. Nato nel 1940, cresciuto tra l’Appennino e Modena, ha portato nella
musica una lingua che non somigliava a nessun’altra: concreta, letteraria,
ironica, malinconica. Le sue canzoni hanno attraversato decenni senza perdere
peso, perché parlavano di persone reali, di luoghi vissuti, di fragilità e di
scelte che tutti, prima o poi, si trovano a fare.
Per molti è stato un maestro involontario, anche se non
cercava di esserlo; non costruiva personaggi, non inseguiva mode, preferiva la
verità delle storie, la lentezza dei ricordi, la dignità delle cose semplici.
Nei suoi album si incontrano la provincia, la politica vissuta come
responsabilità civile, l’amicizia, la memoria, la disillusione e la tenacia. Ha
scritto come si parla, e ha parlato come si pensa quando si è sinceri.
La sua scomparsa ha lasciato un silenzio particolare. Non
quello rumoroso delle celebrazioni, ma un vuoto più discreto, più intimo.
Guccini era diventato negli anni una presenza familiare, non solo un
cantautore, ma un punto di riferimento culturale, un modo di guardare il mondo
con ironia e con misura. La sua morte ha chiuso una stagione della musica
italiana, quella in cui le parole contavano più degli arrangiamenti, e in cui
un concerto poteva essere davvero un uomo in mezzo a un campo verde, circondato
da persone che ascoltavano.
Molti hanno ricordato la sua voce, altri la sua scrittura,
altri ancora la sua umanità. Ma per chi lo ha visto in quegli anni, quando la
musica era ancora un gesto semplice, rimane soprattutto l’immagine di un
artista che non aveva bisogno di apparire per essere importante.
Guccini ha lasciato canzoni che continueranno a essere
cantate, studiate, discusse. Ha lasciato un modo di raccontare che ha
influenzato scrittori, musicisti, insegnanti, studenti. Ha lasciato un’idea di
autenticità che oggi sembra quasi un lusso. E ha lasciato ricordi personali,
come quello di Millesimo nel ’73: un campo verde, un ragazzo che ascolta, un
uomo che canta senza fretta.
La sua storia non si chiude con la sua morte. Continua nelle
persone che hanno trovato nelle sue parole un pezzo di sé, e in chi, come te,
conserva un’immagine che vale più di qualsiasi commemorazione.
Il 6 agosto del 1928 nasceva Andy Warhol, un nome che risuona con l'audacia,
l'innovazione e una certa dose di enigma.
Il mio ricordo personale...
Era il 1996 quando ebbi l'opportunità
di visitare il museo dedicato ad Andy Warhol nella sua città natale,
Pittsburgh. Ricordo ancora vividamente la sorpresa e il profondo interesse che
provai di fronte alle sue opere. L'impatto visivo delle serigrafie, la
ripetizione ossessiva dei soggetti, la sua capacità di trasformare oggetti
banali in icone: tutto mi catturò. Tra le opere esposte, rimasi particolarmente
colpito da alcune tele realizzate con l'urina, un'audace e provocatoria
esplorazione dei materiali e dei confini dell'espressione artistica. Quella
visita accentuò la mia curiosità verso questo artista enigmatico e la sua
influenza sulla cultura contemporanea…
Nato Andrew Warhola a Pittsburgh, questo artista americano ha
lasciato un'impronta indelebile sul mondo dell'arte e sulla cultura popolare.
La sua Factory, un vivace studio d'arte a New York, divenne un epicentro per
artisti, musicisti, drag queen e celebrità, riflettendo il suo fascino per la
cultura underground e il glamour.
L'ascesa di Warhol negli anni '60 coincise con l'esplosione
della Pop Art, un movimento che sfidava le convenzioni artistiche tradizionali
incorporando immagini della cultura di massa. Le sue serigrafie di lattine di
zuppa Campbell e ritratti di icone come Marilyn Monroe ed Elvis Presley non
erano semplici riproduzioni; erano commenti audaci sulla mercificazione
dell'arte e sulla celebrità nella società contemporanea. Attraverso la
ripetizione e la produzione in serie, Warhol ha messo in discussione l'idea di
unicità e autorialità nell'arte.
Ma Warhol era molto più di un pittore. Era un regista
sperimentale, produttore musicale (pensate ai Velvet Underground), autore e
personaggio pubblico. I suoi film, spesso lunghi e non narrativi, come
"Sleep" ed "Empire", sfidavano le nozioni convenzionali di
narrazione cinematografica. La sua filosofia, espressa nel suo famoso aforisma
sulla "fifteen minutes of fame", rimane sorprendentemente attuale
nell'era dei social media.
La sua influenza si estende ben oltre il mondo dell'arte.
Warhol ha anticipato e plasmato molti aspetti della cultura contemporanea,
dalla nostra ossessione per la celebrità alla fluidità dei confini tra arte
alta e bassa. Anche dopo la sua morte, avvenuta il 22 febbraio del 1987, il suo
lavoro ha continuato a ispirare, provocare e affascinare.
Esplorare il mondo di Andy Warhol significa immergersi in un
universo di colori vibranti, idee provocatorie e una riflessione acuta sulla
società moderna. Che siate attratti dalla sua estetica audace o incuriositi
dalla sua complessa personalità, l'eredità di Warhol è un invito a
riconsiderare il nostro rapporto con l'arte, la cultura e la fama. Leggere di
lui è un viaggio affascinante nel cuore del XX secolo e nelle sue continue
risonanze nel nostro presente.
“Nights in White Satin”,
pubblicata nel 1967 dai Moody Blues,
appartiene a quella stagione in cui il pop inglese si apre verso forme più
ampie. La voce di Justin Hayward entra con un timbro che sembra già portare un
racconto, gli archi disegnano un orizzonte che non si chiude, la melodia
procede con un passo lento e costante. Il brano vive di sospensioni, di respiri
lunghi, di un’intensità che non cerca l’effetto, ma costruisce un’atmosfera che
rimane.
La forza della canzone sta proprio in questo equilibrio: una
confessione intima che si allarga fino a diventare paesaggio sonoro. La voce
rimane vicina, quasi fragile, mentre l’arrangiamento apre uno spazio più
grande, come se due piani emotivi camminassero affiancati senza sovrapporsi.
In Italia la stessa melodia prende una direzione diversa. I Nomadi, con testo di Daniele Pace, realizzano “Ho difeso il mio amore”, un brano che non
traduce l’originale: lo reinventa. Il racconto diventa più diretto, più
terreno. La voce di Augusto Daolio porta un’intensità che appartiene alla
canzone italiana di quegli anni, con un calore narrativo che si distacca dalla
dimensione sospesa dei Moody Blues. Qui non c’è contemplazione… c’è una storia,
un sentimento che si difende, un’emozione che prende forma concreta.
Anche l’arrangiamento segue questa traiettoria. Dove i Moody
Blues costruiscono un orizzonte orchestrale ampio, i Nomadi scelgono una linea
più raccolta, più vicina alla loro identità. La melodia rimane, ma il senso
cambia. È un esempio raro di come una stessa struttura possa generare due mondi
che non si escludono, semplicemente non parlano la stessa lingua emotiva.
Il confronto tra le due versioni non riguarda la fedeltà, ma
l’intenzione. I Moody Blues guardano oltre il pop, verso una dimensione quasi
visionaria. I Nomadi trasformano quella stessa melodia in un racconto
sentimentale che appartiene pienamente alla loro epoca e alla loro voce. Due
traiettorie che si incrociano solo per un istante, giusto il tempo di
condividere una linea melodica.
Riascoltate oggi, le due letture non cercano un punto
d’incontro ma mantengono la loro distanza. “Nights in White Satin” continua a
muoversi in uno spazio ampio e contemplativo; “Ho difeso il mio amore” conserva
il colore di una stagione italiana che trasformava melodie straniere in storie
proprie. È proprio in questa distanza che la melodia rivela la sua capacità di
adattarsi, mantenendo intatta la sua impronta.
Musica visionaria e poco ortodossa… in quale
pianeta siamo?
Per chiunque conosca
la scena di Canterbury i britannici Henry Cowrimangono una delle anomalie più preziose e non
richiedono alcuna presentazione specifica. Oppure saranno familiari a chi in
qualche modo è al corrente dell’esistenza del "Rock In Oposition",
che ha prosperato per tutti gli anni Settanta. E ancora, potrebbero essere
conosciuti a chi si è occupato di "Avant-Prog", ovvero musica
sperimentale che fonde generi diversi, come jazz, folk e musica classica, uniti
ad una buona dose di improvvisazione realizzata da musicisti colti, perseguendo
la sperimentazione e un modus propositivo anticonvenzionale.
Gli Henry Cow hanno
rappresentato un modello unico e impossibile da etichettare e inserire
nell’ortodossia dei generi.
“Leg End” (talvolta chiamato anche “Legend”) è
il primo loro album e fu pubblicato nell'agosto 1973.
Le origini della band risalgono
al 1968, quando fu fondata da due universitari di Cambridge, i polistrumentisti
Fred Frith e Tim Hodgkinson.
Il periodo di maggior
splendore del prog e la vicinanza geografica al fulcro di quel genere non li
attrae particolarmente, mentre sono forti le influenze della musica
sperimentale, contemporanea e del jazz. L’esordio discografico ne è un chiaro
segnale.
Nessun limite, nessuna
barriera, ma dando uno sguardo alla produzione futura “Leg End” appare, forse,
come il loro album più facile, o almeno il più catalogabile.
Però risulta, anche a
distanza di tempo, un viaggio musicale impegnativo, composto da ritmi variabili,
poco ortodossi, e presenza contemporanea di strumenti multipli che culminano in
un mix sonoro attraente ma complesso.
Al debutto della band,
sia Fred Frith che Geoff Leigh non si trattengono in nulla, creando movimenti
jazz eclettici e d'avanguardia senza alcuna direzione pianificata, o almeno
così può sembrare all’ascoltatore, spiazzato al cospetto di tanta diversità.
Non l’ho ancora detto
ma questo è un album strumentale, con l'eccezione di "Nine Funerals of the
Citizen King", che l'intero gruppo canta, e qualche voce di sottofondo in
"Nirvana for Mice", "Teenbeat" e "The Tenth
Chaffinch”.
Profumo di jazz e invenzione
di un suono unico e caratterizzante, questa la mia sintesi.
Attraverso brani come
"Amygdala", "Teenbeat" e "The Tenth Chaffinch",
emerge tutta la creatività, e anche se le musiche sono particolarmente
difficili da seguire ed eseguire, la miscela che emerge tra pianoforte,
chitarra, flauto e percussioni produce un’unica risultante che fa perdere i
connotati al singolo strumento, ma nel suo insieme suona piacevole.
Quindi, come si
potrebbe definire l’esordio degli Henry Cow? Rock? Jazz? Improvvisazione
libera? Ambient? Avanguardia?
Questi paladini del
RIO scivolano e sguazzano senza paura dentro e intorno ai concetti musicali
moderni, producendo sin dalle origini un ascolto molto impegnativo, ma
raramente ostico, con aperture verso una fruizione più leggera, seppur inframezzata
da sentieri intricati.
Riflettendo sul
concetto di musica proposto dagli Henry Cow, si potrebbe dire che pochissimi
album possono raggiungere l'equilibrio di “Leg End”, un faro di creatività,
pieno di energia, per molti ineguagliato da una qualsiasi delle band coeve.
La copertina fu
realizzata dall'artista Ray Smith, la prima di tre delle sue "calze di
vernice" ad entrare negli album di Henry Cow. Smith era apparso con la
band in molti dei loro primi concerti degli anni ‘70, eseguendo una varietà di
attività, tra cui stirare, leggere testi e mimare con marionette a guanti.
Suggerì un calzino intrecciato sulla copertina di “Leg End”, e insistette sul
fatto che il nome della band non dovesse apparire. Chris Cutler affermò in
un'intervista del 2011 che Smith ha continuato il tema nei successivi due album
di Henry Cow, con il cambio di calzino "per adattarsi al temperamento
della musica".
“Leg End” appare a
distanza di 50 anni un’aggiunta necessaria alla collezione di qualsiasi
appassionato di prog. Non importa quale siano le preferenze di stile e genere,
un riascolto od un nuovo ascolto potrebbero risultare sorprendenti.