venerdì 15 maggio 2026

“2014 NYC”, il live newyorkese che apre il nuovo ciclo dei King Crimson

 


I King Crimson hanno reso noto che a luglio uscirà un nuovo album dal vivo, 2014 NYC, pubblicato in doppio vinile da 200 grammi e in doppio CD tramite DGM/Panegyric, con data fissata al 10 luglio.

Il materiale proviene dalle quattro serate newyorkesi del settembre 2014, il primo tour della band dopo sei anni e il debutto della formazione con tre batteristi, ormai diventata iconica. Sul palco c’erano Gavin Harrison e Pat Mastelotto, già parte di precedenti incarnazioni del gruppo, insieme a Bill Rieflin, musicista con trascorsi in Ministry e R.E.M.

Le registrazioni utilizzate per 2014 NYC arrivano dai multitraccia dal vivo catturati tra il 18 e il 21 settembre. Il vinile è stato tagliato da Jason Mitchell ai Loud Mastering e stampato su vinile audiophile da 200 grammi. Il booklet include nuove note firmate da Sid Smith, biografo dei King Crimson.

Questa uscita inaugura una serie di pubblicazioni dedicate all’attività live delle varie formazioni attive tra il 2014 e il 2021, tutte previste in doppio vinile 200g e doppio CD. È inoltre annunciata per l’autunno 2026 una doppia uscita in Blu-ray che raccoglierà l’intero tour statunitense del 2014, comprendendo anche questa selezione.

 


Vinyl

Side A

1.   Introductory Soundscape

2.   Larks’ Tongues in Aspic (Part I)

3.   Pictures of a City

Side B

1.   A Scarcity of Miracles

2.   The Letters

3.   The Sailor’s Tale

4.   The Hell Hounds of Krim

Side C

1.   Red

2.   Improv: Hoodoo

3.   The Talking Drum

4.   Larks’ Tongues in Aspic (Part II)

Side D

1.   VROOOM

2.   Coda: Marine 475

3.   The Light of Day

4.   21st Century Schizoid Man


2CD

CD1

1.   Introductory Soundscape

2.   Larks’ Tongues in Aspic (Part I)

3.   Pictures of a City

4.   A Scarcity of Miracles

5.   Banshee Legs Bell Hassle

6.   Level Five

7.   The Letters

8.   The Sailor’s Tale

9.   Interlude

10.                 The ConstruKction of Light

11.                 Red

CD2

1.   One More Red Nightmare

2.   VROOOM

3.   Coda: Marine 475

4.   The Light of Day

5.   The Talking Drum

6.   Larks’ Tongues in Aspic (Part II)

7.   Starless

8.   The Hell Hounds of Krim

9.   Improv: Hoodoo

10.                 21st Century Schizoid Man




Commento all'album "In ogni giorno vissuto", di Eduardo De Felice

 


Eduardo De Felice – In ogni giorno vissuto

 

In ogni giorno vissuto è un album che arriva dopo un lungo percorso e porta con sé la maturità di chi ha attraversato vent’anni di scrittura senza perdere curiosità. Eduardo De Felice costruisce un lavoro che unisce memoria e presente, con una sensibilità che guarda alla canzone d’autore italiana tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, ma senza imitazioni. Il disco si muove con naturalezza tra atmosfere intime e momenti più ritmici, mantenendo sempre un equilibrio tra eleganza melodica e immediatezza.

Il singolo La soluzione 2.0 introduce bene il respiro del progetto. È un brano che parla di ripartenza e di movimento, un gesto che diventa cura dopo una frattura emotiva. L’album prosegue con una scrittura che alterna introspezione e slancio, sostenuta da una scelta sonora precisa. La registrazione in presa diretta e l’uso di strumenti analogici restituiscono un ascolto caldo e materico, con una dimensione quasi tattile che richiama il vinile, formato centrale nell’immaginario del disco.

Le nove tracce mostrano una varietà che non spezza la coesione. Come stai apre con un pop d’autore dal passo misurato, mentre Amore unilaterale mette a fuoco la fragilità di un sentimento sbilanciato. La title track amplia lo sguardo e diventa una ballad luminosa, costruita sull’idea dell’amore come scoperta quotidiana. Echi di coscienza introduce una tensione più notturna, con un crescendo che accompagna un testo sospeso tra inquietudine e lucidità. Noemi racconta una giovane donna che cerca un modo per proteggersi e allo stesso tempo per aprirsi al mondo, mentre Mio caro professore usa l’ironia per parlare di creatività e sguardi che non sanno vedere. La mia dolce sconfitta riporta a una nostalgia che non si è mai spenta del tutto e Vorrei, vorrei chiude con una ballad ampia, quasi cinematografica, che lascia spazio e respiro.

Il progetto visivo dialoga con la musica in modo naturale. Le fotografie di Aldo De Felice, scattate su diapositive originali degli anni Ottanta, accompagnano il disco con un immaginario coerente fatto di memoria, tempo e vissuto emotivo. Anche la scelta del vinile rafforza questa identità, riportando l’ascolto a una dimensione più fisica e consapevole.

In ogni giorno vissuto è un attraversamento di esperienze, errori, intuizioni e ritorni, raccontati con una scrittura che resta fedele alla propria natura. Un disco pensato per chi ama la canzone d’autore quando sa essere comunicativa e profonda, ricercata ma vicina, capace di parlare al presente senza perdere la sua radice emotiva.


Tracklist

1. Come stai

2.   La soluzione 2.0

3.   Amore unilaterale

4.   In ogni giorno vissuto

5.   Echi di coscienza

6.   Noemi

7.   Mio caro professore

8.   La mia dolce sconfitta

9.   Vorrei, vorrei

         

  

Crediti

Testi e musiche di Eduardo De Felice Echi di coscienza di Eduardo De Felice e Alessandro Gatta

Registrato in presa diretta da Carlo Di Gennaro al Kammermuzak Studio di Soccavo, Napoli

Missato da Giuseppe Innaro Masterizzato da Giovanni Roma presso L’Arte dei Rumori Studio, Marano di Napoli

 

Eduardo De Felice: voce, cori, programming, synth

Roberto Porzio: piano, Rhodes, CP‑80, analog synth

 Alessandro Morlando: chitarra elettrica e acustica

 Vincenzo Lamagna: basso

Salvatore Rainone: batteria

 Michele Signore: mandolino, arrangiamento archi

Paolo Licastro: sax tenore e soprano

Carlo Di Gennaro: percussioni

 

Prodotto e arrangiato da Eduardo De Felice

 Edizioni musicali Suono Libero Music

Foto di Aldo De Felice

Progetto grafico di Eduardo De Felice

Vinile stampato da AMGDISK, Casoria © 2026 







giovedì 14 maggio 2026

Jack Bruce: l'Indomabile urlo del Basso che ha rimodellato il Rock

 


Jack Bruce: quando il basso divenne voce e leggenda


Oggi, 14 maggio, ricorre l'anniversario della nascita di John Symon Asher Bruce, meglio noto come Jack Bruce, un musicista la cui influenza risuona ancora oggi con la stessa potenza del suo leggendario basso.

Nato nel 1943 a Bishopbriggs, in Scozia, Bruce non fu semplicemente un bassista, ma un innovatore, un improvvisatore di rara genialità e una voce soul che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del rock e del blues.

La sua carriera decollò negli anni '60, un periodo di fervente sperimentazione musicale. Dopo aver militato in formazioni seminali come la Graham Bond Organisation, dove affinò le sue abilità e incontrò futuri compagni di avventura, Bruce raggiunse la consacrazione con i Cream. Insieme a Eric Clapton e Ginger Baker, diede vita a un trio di supereroi musicali la cui alchimia esplosiva ridefinì il concetto di power trio.

Il basso di Bruce non era un mero accompagnamento ritmico, ma un protagonista melodico, un fiume in piena di linee complesse, contrappunti audaci e un suono corposo e distorto che divenne il marchio di fabbrica della band. La sua capacità di improvvisare con la stessa libertà e inventiva di un solista lo elevò al di sopra dei suoi contemporanei, influenzando generazioni di bassisti a venire. Brani iconici come "Sunshine of Your Love", "White Room" e "Crossroads" sono intessuti dalle sue intricate e pulsanti linee di basso, che dialogavano con la chitarra di Clapton e la batteria di Baker in un turbine di energia creativa.

Ma Bruce non fu solo un virtuoso strumentista. La sua voce potente e soul aggiunse un'ulteriore dimensione al suono dei Cream, conferendo profondità emotiva a ballate bluesy e grinta rockeggiante ai loro pezzi più energici. La sua collaborazione con il paroliere Pete Brown diede vita a testi evocativi e spesso criptici che si sposavano perfettamente con la complessità musicale della band.

Dopo la breve ma intensa parabola dei Cream, Bruce intraprese una prolifica carriera solista, esplorando una vasta gamma di generi musicali, dal jazz-fusion al blues, dal rock progressivo alla musica sinfonica. Album come "Songs for a Tailor", "Harmony Row" e "Out of the Storm" testimoniano la sua inesauribile creatività e la sua volontà di spingersi sempre oltre i confini musicali. Collaborò con una miriade di artisti di calibro internazionale, dimostrando la sua versatilità e la sua apertura a nuove sfide sonore.

La sua scomparsa nel 2014 ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama musicale, ma l'eredità di Jack Bruce continua a vivere attraverso la sua vasta discografia e l'impatto che ha avuto su innumerevoli musicisti.

Ricordare la sua nascita oggi è celebrare un artista che ha saputo trasformare uno strumento spesso relegato al ruolo di accompagnamento in una forza espressiva di prim'ordine.





David Byrne, l'infaticabile esploratore del suono, compie gli anni


 

David Byrne, il genio eclettico che ha riscritto le regole del pop


Compie gli anni oggi, 14 maggio, David Byrne, un'occasione che ci ricorda quanto questo artista straordinario abbia plasmato e influenzato il panorama musicale e culturale degli ultimi cinquant'anni. Dalle sonorità avanguardistiche dei Talking Heads alle sue innumerevoli incursioni in mondi diversi come il teatro, il cinema e la scrittura, Byrne è un camaleonte creativo la cui curiosità e intelligenza non smettono mai di ispirare.

Nato a Dumbarton, Scozia, nel 1952, e cresciuto in Nord America, David Byrne è universalmente riconosciuto come il fondatore e frontman dei Talking Heads. Formatisi a New York City a metà degli anni '70, in un'epoca di fervore punk e new wave, i Talking Heads si distinsero subito per un sound unico: un'amalgama di art-punk, funk, world music e pop sperimentale. Brani come "Psycho Killer", "Once in a Lifetime" e "Burning Down the House" non erano semplici canzoni, ma narrazioni complesse, spesso surreali, animate dalla voce inconfondibile di Byrne e dalla sua presenza scenica tanto eccentrica quanto magnetica. L'album Remainin Light (1980), in particolare, è considerato un capolavoro che ha esplorato le poliritmie africane, influenzando generazioni di musicisti.

Ma l'arte di Byrne non si è mai confinata ai limiti di una band. La sua carriera è un'odissea attraverso discipline artistiche diverse. È un compositore di colonne sonore acclamato, con lavori per film come "The Last Emperor" (vincitore di un Oscar) e "Married to the Mob". La sua incursione nel cinema come regista con "True Stories" (1986) ha mostrato la sua visione unica del quotidiano americano, trasformandolo in un musical surreale.

Negli anni '90, Byrne ha lanciato la sua etichetta discografica, Luaka Bop, dedicata alla riscoperta e promozione di musica da tutto il mondo, dimostrando la sua passione per le sonorità globali ben prima che diventassero mainstream. Questa avventura discografica è un esempio della sua incessante ricerca di nuove espressioni sonore e culturali.

La sua carriera solista è stata altrettanto prolifica e variegata, con album che spaziano dal pop al funk, dal rock all'elettronica. Ma è forse il suo impegno con progetti multidisciplinari che definisce meglio la sua natura. Spettacoli teatrali come "Here Lies Love" (un musical su Imelda Marcos) e il più recente e acclamato "American Utopia", portato prima a Broadway e poi immortalato in un film concerto diretto da Spike Lee, dimostrano la sua capacità di fondere musica, performance e riflessione sociale in esperienze immersive e trasformative. "American Utopia" in particolare, con la sua orchestra di musicisti che si muovono liberamente sul palco, è un manifesto di gioia, unità e speranza.

David Byrne non è solo un musicista; è un intellettuale, un artista visivo, uno scrittore (il suo libro "How Music Works" è una lettura illuminante) e un pensatore che ha sempre spinto i confini della creatività. La sua arte è un invito a guardare il mondo da prospettive inaspettate, a trovare il sacro nel quotidiano e a celebrare la connessione umana attraverso il ritmo e la melodia.

Anche se in ritardo, colgo l'occasione per celebrare il suo compleanno e l'incredibile impatto che David Byrne continua ad avere. La sua curiosità insaziabile e la sua originalità rimangono un faro per chiunque cerchi di esplorare nuove frontiere artistiche.


Buon compleanno David Byrne!




mercoledì 13 maggio 2026

Popoff del 13 maggio 1974, conduce Carlo Massarini


Popoff del 13 maggio 1974- conduce Carlo Massarini 


Carlo Massarini propone una puntata di Popoff decisamente rock, con ampia presenza di Rolling Stones, Lou Reed impegnato nei suoi rock degli esordi con i Velvet Underground, Johnny Winter, Jimi Hendrix. Rappresentato anche il jazz, o meglio la fusion, con il successo planetario di Herbie Hancock, un estratto da Headhunters.

In quella serata del 13 maggio 1974 non saranno però stati moltissimi i ragazzi italiani in ascolto di questa musica eccellente. È più probabile che fossero per strada a festeggiare i risultati del referendum su divorzio, il cui esito, con la storica vittoria dei laici, era comunicato proprio in quelle ore.

La puntata non è completa (45') e anche in questo caso la cassetta originale presenta alcuni disturbi, in particolare sulle musiche, ma è ascoltabile senza problemi.

Scaletta: Rolling Stones (Sing It All Together e Citadel da Their Satanic Majesties Request, fine 1967), Rascals (People Got To Be Free), Lou Reed (White Light / White Heat Live), Johnny Winter (Blinded By Love), Herbie Hancock (Chameleon), Stevie Wonder (He's Misstra Know-It-All), Procol Harum (The Idol), Jimi Hendrix (1983 ... A Merman I Should Turn To Be).









 

UniSavona e il rock ’70: un percorso che si è chiuso il 12 maggio, tra musica italiana e comunione di intenti

 


L’ultima giornata del corso sul rock anni Settanta, all’interno del programma di UniSavona, ha avuto l’aria delle chiusure che non chiudono davvero, perché lasciano qualcosa in sospeso, un filo che continua a vivere. Dopo quattordici incontri iniziati a ottobre, dodici “di aula” e due con ospiti - prima Michele, poi il duo Elisa Montaldo e Barbara Rubin - ci si è ritrovati ancora una volta nella Sala Stella Maris, con la stessa curiosità di sempre, ma con un clima diverso, più leggero, quasi festoso.

Per rompere il ghiaccio, o forse per ricordare che la musica è anche gioco, è partito un piccolo test collettivo. Dieci brani, un minuto ciascuno, gruppi formati sul momento, il compito di riconoscere artista e titolo. Un modo semplice per misurare quanto fosse rimasto in testa, ma soprattutto per ridere insieme degli errori, delle intuizioni fulminanti, dei “ce l’ho sulla punta della lingua” che hanno attraversato la sala.

Da lì si è scivolati verso l’Italia, perché era giusto chiudere guardando in casa nostra, pur sapendo che nel campo del puro rock non esistevano all’epoca equivalenti italiani dei Led Zeppelin o dei Deep Purple. È stato un modo per ribadire che la nostra storia segue traiettorie diverse, non meno affascinanti. Si è parlato di Eugenio Finardi, ascoltando una sua intervista del ’79 che conserva ancora oggi una valenza sorprendente. Poi Ivan Graziani, con quella sua capacità di essere rock senza imitare nessuno. La prima Formula 3, con Alberto Radius che piega la canzone italiana verso l’elettricità. I primi New Trolls, accompagnati da un’intervista ad Aldo De Scalzi, fratello di Vittorio, che ha aggiunto un tono affettuoso e familiare al racconto.

Poi l’aria è cambiata di nuovo. Un po’ di festa, un po’ di programmi per il futuro e, infine, il brindisi nel giardino, con cibo e bevande portati da tutti, come si fa nelle comunità vere, quelle che non hanno bisogno di dichiararsi tali. Il sole, le chiacchiere, i saluti che non sembravano saluti. È stato il modo più naturale per chiudere un percorso che, più che un corso, è diventato un luogo.

La soddisfazione finale non è venuta solo dai contenuti, ma dal tempo passato insieme. E forse il senso di tutto sta proprio nelle parole che mi sono arrivate la mattina dopo, e che meritano di essere riportate integralmente:

Caro Athos, forse alla fine è davvero questo ciò di cui abbiamo più bisogno: ritrovarci insieme, in mezzo a tante persone, con la scusa di ascoltare buona musica. Nella vita ho seguito molti corsi, anche ben fatti, ma spesso più simili a lezioni scolastiche e, alla lunga, non ti lasciano molto. Qui invece resta qualcosa di diverso, più umano.”

E chissà cosa accadrà il prossimo anno!

Un ringraziamento particolare a Giorgio, Giacomo e a Sergio.

È una chiusura che non chiude, appunto. Una promessa più che un commiato.







martedì 12 maggio 2026

12 maggio 1981: lo start a Mister Fantasy

Mister Fantasy - Musica da vedere” è stata una trasmissione televisiva andata in onda su Rai 1 in quattro edizioni, dal 12 maggio 1981 al 17 luglio 1984.

Sorta di rotocalco televisivo dedicato alla musica rock, è stata la prima trasmissione italiana riservata interamente ai videoclip musicali.

Fu ideata da Paolo Giaccio e condotta da Carlo Massarini con la partecipazione di Mario Luzzatto Fegiz.

Oltre a trasmettere in anteprima video musicali provenienti dall'estero, il programma produsse i videoclip di numerosi artisti italiani.

A maggio 2021, sei puntate della prima edizione ed uno “Speciale Franco Battiato” sono state pubblicate sulla piattaforma RaiPlay.

Nei primi anni Ottanta iniziavano a circolare in Italia video musicali per la promozione discografica di artisti stranieri, ma a parte alcuni utilizzi all'interno di trasmissioni dedicate ai giovani non esisteva nessuno spazio nella TV italiana espressamente dedicato a tali prodotti; trasmissioni di varietà, come Domenica in, prevedevano esclusivamente la presenza dell'artista in studio.

Paolo Giaccio ricordava che:

«Dissi a Brando Giordani che utilizzando questi supporti videomusicali si poteva fare un programma dal taglio molto visuale, legato all'immaginazione; raccontammo l'idea al direttore di rete di allora, Emanuele Milano, e il programma fu approvato; Brando Giordani suggerì il sottotitolo “Musica da vedere”.»

Il programma utilizzava uno studio interamente bianco con schermi che rimandavano immagini dei video musicali; anche il conduttore, Carlo Massarini, vestiva interamente di bianco. L'innovativa grafica del programma fu affidata a Mario Convertino. Ogni puntata, della durata di cinquanta minuti, era messa in onda il martedì sera attorno alle 23.

Il titolo del programma fu preso dal brano musicale “Dear Mr. Fantasy” (1967) contenuto nell'album di esordio del gruppo rock britannico Traffic, uno dei gruppi preferiti di Carlo Massarini.


LA PUNTATA N° 6







L'anima eclettica di Steve Winwood: tanti Auguri!

 


La voce che ha attraversato i generi: l'incredibile viaggio sonoro di Steve Winwood, che compie gli anni il 12 maggio


Il nome di Steve Winwood (12-5-48) risuona attraverso i decenni come un marchio di autenticità e talento multiforme. Non un semplice cantante o tastierista, ma un vero e proprio artigiano del suono, Winwood ha intrapreso un viaggio musicale eclettico, spaziando con disinvoltura dal rhythm and blues viscerale al rock psichedelico, dal folk britannico al sofisticato pop-soul degli anni Ottanta. La sua voce, un timbro caldo e potente intriso di un’anima blues profonda, è stata la colonna sonora di generazioni, mentre la sua maestria all’organo Hammond, alla chitarra e al basso ha arricchito innumerevoli paesaggi sonori.

La sua storia inizia in un’epoca d’oro per la musica britannica. Ancora adolescente, Winwood irrompe sulla scena come la voce bianca e l’anima musicale dello Spencer Davis Group. Era il 1963, e la Gran Bretagna era in fermento, cullata dall’onda del British Invasion. Canzoni come "Keep on Running" e l'inconfondibile "Gimme Some Lovin'" portano l'impronta indelebile del giovane Winwood: un talento precoce che sembrava incarnare lo spirito del blues americano trapiantato nel cuore dell'Inghilterra. La sua interpretazione intensa e la sua abilità strumentale, nonostante la giovane età, lo proiettarono immediatamente sotto i riflettori.

The Spencer Davis Group

Ma l'inquietudine creativa di Winwood non poteva essere confinata a un solo genere. Nel 1967, con un coraggio artistico ammirevole, lascia lo Spencer Davis Group per co-fondare i Traffic. Questa nuova avventura segnò una svolta stilistica radicale. I Traffic erano un crogiolo di influenze, mescolando rock, jazz, psichedelia e sonorità folk con una libertà espressiva che li rese unici nel panorama musicale. Album come Mr. Fantasy e Traffic sono pietre miliari di un’epoca, intrisi di atmosfere sognanti, improvvisazioni strumentali sofisticate e testi evocativi. La voce di Winwood si fece più sfumata, capace di navigare con agilità tra le intricate trame sonore create dalla band.

Traffic

Ancora una volta, l'insaziabile sete di esplorazione musicale spinse Winwood verso nuovi orizzonti. Alla fine degli anni Sessanta, diede vita ai Blind Faith, un supergruppo effimero ma leggendario che vedeva la partecipazione di Eric Clapton, Ginger Baker e Rick Grech. Sebbene la loro esistenza sia stata breve, il loro unico album omonimo lasciò un segno indelebile, con brani come "Can't Find My Way Home" che mettevano in risalto la vena melodica e malinconica della voce di Winwood in un contesto rock più diretto.

Blind Faith

Gli anni Settanta videro un ritorno, seppur intermittente, dei Traffic, con album che continuavano a esplorare nuove sfumature sonore. Contemporaneamente, Winwood intraprese una prolifica carriera solista, che lo portò a pubblicare album acclamati dalla critica come Steve Winwood e Arc of a Diver. Questi lavori rivelarono un artista maturo, capace di fondere elementi soul, funk e jazz in un suono personale e riconoscibile.

Ma fu negli anni Ottanta che Steve Winwood conobbe un successo commerciale planetario con album come Back in the High Life e Roll with It. Brani come "Higher Love" e la title track "Roll with It" scalarono le classifiche di tutto il mondo, portando la sua voce inconfondibile e il suo talento compositivo a un pubblico ancora più vasto. Queste canzoni incarnavano uno stile pop sofisticato, intriso di influenze soul e R&B, che dimostrava la sua capacità di evolversi senza perdere la sua anima musicale.

Anche negli anni successivi, Winwood ha continuato a creare musica di alta qualità, esplorando le sue radici blues e soul con una saggezza e una profondità che solo un artista con la sua esperienza può possedere. La sua carriera è una testimonianza di una curiosità musicale insaziabile e di un talento poliedrico che lo ha reso una figura iconica e rispettata nel panorama musicale internazionale.

Steve Winwood non è solo un musicista; è un camaleonte sonoro che ha saputo reinventarsi rimanendo fedele alla sua essenza. La sua voce, la sua abilità strumentale e la sua capacità di attraversare generi con naturalezza lo rendono un artista unico, la cui eredità continua a ispirare musicisti e appassionati di tutto il mondo. La sua musica è un viaggio attraverso le sfumature dell'anima, un’esplorazione continua di suoni e ritmi che testimoniano la vitalità e la ricchezza di un talento senza tempo.





lunedì 11 maggio 2026

Dalle fucine di Newcastle al mito del rock: il timbro inconfondibile di Eric Burdon, che oggi compie gli anni...



Nell'epoca d'oro del rock britannico, un talento grezzo e potente emerse dalle ceneri industriali: Eric Burdon, il bluesman che con la sua voce inconfondibile diede un'anima intensa e ribelle alla musica degli anni '60


Nel panorama effervescente del British Invasion degli anni '60, tra le chitarre distorte e i ritmi incalzanti, emergeva una voce inconfondibile, roca e potente come il carbone della sua città natale: Eric Burdon. Nato l'11 maggio 1941 a Newcastle, in Inghilterra, Burdon non era il tipico belloccio da copertina pop. La sua forza risiedeva in un'intensità emotiva cruda, in un timbro bluesy che affondava le radici nelle difficili realtà della classe operaia e in un carisma magnetico che catturava l'essenza di un'epoca di cambiamenti radicali.

La Newcastle della sua giovinezza, con i suoi cantieri navali e la sua atmosfera industriale, forgiò in Burdon un'anima inquieta e un desiderio di esprimere le proprie emozioni in modo viscerale. Il blues americano divenne la sua prima grande passione, un linguaggio musicale che parlava direttamente al suo cuore e che trovava eco nelle durezze della vita quotidiana. Artisti come Bessie Smith, Muddy Waters e Howlin' Wolf furono le sue prime guide, instillando in lui un rispetto profondo per la tradizione e un desiderio di infondere quella stessa autenticità nella propria musica.

Il vero trampolino di lancio per Eric Burdon fu la formazione dei The Animals nei primi anni '60. Insieme a musicisti talentuosi come Alan Price, Chas Chandler, Hilton Valentine e John Steel, Burdon diede vita a un suono che fondeva l'energia del rock and roll con la visceralità del blues e un tocco di R&B. Il loro successo planetario con "House of the Rising Sun", nel 1964, non fu solo un trionfo commerciale, ma anche una dichiarazione d'intenti. La voce intensa e dolente di Burdon, che narrava la storia di una vita perduta a New Orleans, catturò l'immaginario di un'intera generazione, elevando una ballata folk tradizionale a un inno rock senza tempo.

Gli anni con gli Animals furono un periodo di intensa creatività ed evoluzione. Burdon, con la sua forte personalità e la sua inquietudine artistica, guidò la band attraverso una serie di successi che spaziavano dal blues-rock ("Don't Let Me Be Misunderstood") alla psichedelia ("When I Was Young", "Sky Pilot"). La sua voce divenne il marchio distintivo del gruppo, capace di trasmettere rabbia, malinconia, gioia e ribellione con una naturalezza disarmante.

Tuttavia, l'anima blues di Burdon lo spinse presto verso nuove esplorazioni sonore. Alla fine degli anni '60, formò gli Eric Burdon & The New Animals, una formazione più sperimentale che incorporava elementi di psichedelia, funk e jazz, creando brani che riflettevano lo spirito controculturale dell'epoca e la crescente influenza della musica californiana.

Anche negli anni successivi, attraverso cambi di formazione e progetti solisti, Eric Burdon rimase fedele alla sua essenza di bluesman, un artista che non ha mai avuto paura di sperimentare e di confrontarsi con le proprie radici. La sua voce, pur con il passare del tempo, ha mantenuto quella grinta e quell'autenticità che lo hanno reso unico.

Oggi, nell'anniversario della sua nascita, rendiamo omaggio a Eric Burdon, un artista che ha saputo incarnare lo spirito indomito del blues in un contesto rock in continua evoluzione. La sua voce, graffiante e passionale, rimane una pietra miliare della musica popolare, un ponte sonoro tra le fumose bettole di Chicago e i grandi palcoscenici del mondo.

Buon compleanno a un vero leone del rock e del blues, la cui eredità continua a ispirare musicisti e appassionati ovunque.




Nel ricordo di Noel Redding, mancato l'11 maggio di 23 anni fa.


Sono passati 23 anni dalla scomparsa di Noel Redding. Aveva solo 58 anni quell’’11 maggio del 2003.

Redding (nato a Folkestone il 25 dicembre del 1945) è stato un bassista e chitarrista britannico noto soprattutto per aver fatto parte del trio musicale Jimi Hendrix Experience.
Inizia a suonare il violino all'età di 9 anni e in seguito si avvicina al mandolino, alla chitarra e infine al basso.
Nel 1962, Redding entra a far parte del gruppo The Burnettes, cambiando il nome successivamente in The Loving King.
Con questo gruppo realizza tre singoli. Il gruppo si scioglierà poi nel 1966. In quello stesso anno, nel corso di un’audizione, incontra Chas Chandler che gli propone di suonare il basso in un gruppo che avrebbe dovuto nascere attorno ad un giovane chitarrista americano di nome Jimi Hendrix. Ai due si aggiunge il batterista Mitch Mitchell. Nel mese di ottobre nasceva così il trio Jimi Hendrix Experience.
Con gli Experience ebbe un grande successo e realizzò tre album considerati dei classici del rock: Are You Experienced?, Axis: Bold as Love e Electric Ladyland. Inoltre partecipò al Pop Festival di Monterey, considerato l'apice del successo del trio.
Nel 1969 Noel lascia la Band a causa di dissidi vari con Hendrix e realizza due album con un suo proprio gruppo: Fat Mattress.
Nel 1971 forma il trio Road, con Les Sampson alla batteria e Rod Richard alla chitarra.
Tornato a vivere in Irlanda forma la Noel Redding Band, gruppo che restò unito fino al 1980, cui seguì un progetto acustico insieme a Carol Appleby (divenuta sua moglie) fino al 1990.
In seguito ha partecipato a numerosi festival e ricorrenze, ricevendo numerose riconoscenze per il contributo dato a Hendrix ed agli Experience.
l'11 maggio del 2003 Noel scompare. La notizia, resa nota da Ian Grant della Trackrecords, e confermata dalla famiglia Hendrix qualche giorno dopo, non recava indicazioni ne sulla causa ne sul luogo del decesso.
Gli insuccessi artistici e i problemi economici avevano spinto Noel a ritirarsi a vita privata in un piccolo villaggio dell’Irlanda del nord. Qui Noel aveva trovato la tranquillità per portare a termine un desiderio covato a lungo: scrivere un libro sugli anni della Jimi Hendrix Experience.

Il libro, che (guarda caso) s’intitola “Are You Experienced?” è stato pubblicato nel 1996 da una piccola casa editrice londinese.
Ricordiamolo così…