Il Concerto
per Linda è stato un tributo benefico nel nome di Linda McCartney, moglie di Paul McCartney, e andò
in scena alla Royal Albert Hall di Londra il 10 aprile 1999.
Linda
McCartney morì dopo una lunga battaglia contro il cancro quasi un anno prima,
quando aveva 56 anni. Linda e Paul sono stati sposati per 29 anni.
L'evento fu organizzato
da due delle loro amiche, Chrissie Hynde e Carla Lane, ed i proventi
furono destinati a varie associazioni di beneficenza per i diritti degli
animali. Hynde e Linda avevano lavorato insieme sostenendo vari gruppi per i
diritti degli animali, tra cui PETA.
Per condurre fu scelto il comico Eddie Izzard.
I biglietti
per lo spettacolo, con 5.000 persone presenti, andarono esauriti entro un'ora
dalla messa in vendita.
Presenze
Oltre alla
performance non annunciata di Paul McCartney, lo spettacolo vide una dozzina di
artisti cantare le proprie versioni del materiale dei Beatles. Tra
gli ospiti c'erano George Michael, The Pretenders (Chrissie Hynde fu una delle organizzatrici), Elvis Costello, Tom Jones,
Sinead O'Connor, Des'ree, Heather Small, il chitarrista Johnny Marr, Neil Finn,
Marianne Faithfull e Ladysmith Black Mambazo.
La Faithfull,
che voleva apparire, disse nell'occasione: "Non conoscevo bene Linda, ma ha reso il
mio amico molto felice, e questa è la cosa principale".
McCartney non
avrebbe dovuto esibirsi, poiché non aveva più fatto spettacoli da quando sua moglie
era mancata. Tuttavia, partecipò all'evento con i suoi quattro figli.
Dopo
essere salito sul palco per ringraziare il pubblico, su sollecitazione di
Chrissie Hynde, cantò una delle sue canzoni preferite del 1950, "Lonesome
Town" di Ricky Nelson. Nell’occasione fu supportato dai membri dei
Pretenders, insieme a Costello. La canzone è stata la prima registrata da Paul
dopo la morte di Linda.
Proseguì con
il suo successo del 1963, "All My Loving", originariamente
eseguito dai Beatles. La maggior parte degli artisti della serata si unì a lui
sul palco per creare il coro. Costello disse che per questo particolare evento,
"c'era qualcosa di incredibilmente toccante" nel testo di
apertura della canzone.
Dopo quelle
canzoni, Hynde si "precipitò" su McCartney per un abbraccio emozionato. Tutti poi
si unirono per la canzone di chiusura, "Let It Be".
“I Can’t Let Maggie Go”
è il momento in cui gli Honeybus
trovano la loro forma più compiuta. Un brano costruito su una melodia limpida,
arrangiamenti baroque‑pop e una leggerezza che non scivola mai nella banalità.
È il 1968, e la band londinese - Pete Dello, Ray Cane, Colin
Hare e Pete Kircher - mette a fuoco un’idea di pop che vive di
sottrazione: niente psichedelia, niente eccessi, solo equilibrio.
Il singolo entra nella Top 10 britannica e diventa il loro
marchio. La voce morbida, il flauto, l’andamento quasi da filastrocca adulta;
tutto funziona con una naturalezza che sembra semplice solo in apparenza. È una
canzone che non cerca il colpo di teatro, ma resta impressa per la precisione
del gesto.
In Italia il brano prende un’altra strada. Gli Equipe 84, nel pieno della loro fase post‑beat,
ne realizzano una versione che diventa uno dei loro titoli più riconoscibili: “Un angelo blu”. Non è una copia, ma una
traduzione culturale. Il gruppo modenese mantiene la struttura melodica ma la
porta dentro il proprio linguaggio, più diretto, più emotivo, più vicino alla
sensibilità pop italiana di fine anni Sessanta. La voce di Vandelli, più
intensa e meno rarefatta rispetto all’originale, sposta il baricentro del
brano: da fiaba inglese a ballata italiana.
Il confronto tra le due versioni racconta bene la distanza
tra i due mondi. Gli Honeybus lavorano di finezza, di dettagli, di armonie che
sfiorano la camera‑music. Gli Equipe 84 puntano sulla linea vocale, sulla
chiarezza del testo, su un’immediatezza che parla a un pubblico diverso. La
stessa melodia, due identità… una sospesa, l’altra più terrena.
Il resto della storia degli Honeybus è fatto di scelte
controcorrente. Pete Dello lascia la band poco dopo il successo, insofferente
alla pressione. Story, il loro album più compiuto, esce quando il
gruppo è già in frantumi e diventa un oggetto di culto solo molti anni dopo.
Gli Equipe 84, al contrario, attraversano gli anni Sessanta e Settanta con
continuità, cambiando pelle più volte ma mantenendo un ruolo centrale nella
scena italiana.
Riascoltate oggi, le due versioni di “Maggie Go” mostrano
come una canzone possa vivere più vite senza perdere la propria natura. Gli
Honeybus la trattano come un piccolo gioiello pop; gli Equipe 84 la trasformano
in un racconto sentimentale. Due letture diverse, entrambe efficaci, entrambe
figlie del proprio tempo.
Il 9 aprile del 1932 nasceva Carl Lee Perkins, influente
chitarrista, cantante e cantautore statunitense, riconosciuto come una figura
chiave del rockabilly e un pioniere del rock and roll. La sua carriera
discografica decollò nel 1954 presso il Sun Studio di Memphis.
Perkins è
celebre per brani iconici come "Blue Suede Shoes", "Honey
Don't", "Matchbox" ed "Everybody's Trying to Be My
Baby".
Considerato da colleghi come Charlie Daniels l'incarnazione
dell'era rockabilly, il suo stile musicale inconfondibile ha influenzato
profondamente il genere. La sua importanza nella storia della musica popolare è
ulteriormente sottolineata dal fatto che le sue canzoni sono state
reinterpretate da artisti di fama mondiale come Elvis Presley, i Beatles, Jimi
Hendrix, Johnny Cash, Ricky Nelson ed Eric Clapton.
Soprannominato il "Re del Rockabilly", Perkins ha
ricevuto numerosi riconoscimenti postumi e in vita, tra cui l'inserimento nella
Rock and Roll Hall of Fame, nella Rockabilly Hall of Fame, nella Memphis Music
Hall of Fame e nella Nashville Songwriters Hall of Fame. La sua registrazione
di "Blue Suede Shoes" è stata onorata con l'ingresso nella Grammy
Hall of Fame.
La biografia ripercorre la sua infanzia modesta nel
Tennessee, segnata dal lavoro nei campi di cotone e dalle prime influenze
musicali che spaziavano dal gospel al country e al blues, quest'ultimo appreso
direttamente da musicisti afroamericani. La sua passione precoce per la
chitarra, inizialmente autocostruita e poi acquisita con difficoltà, lo portò a
sviluppare uno stile unico caratterizzato dal bending delle note.
Negli anni '40, insieme ai fratelli Jay e Clayton, formò i
Perkins Brothers, esibendosi in locali e ottenendo una certa notorietà
regionale, culminando in apparizioni radiofoniche. Il matrimonio con Valda
Crider nel 1953 lo spinse a dedicarsi alla musica a tempo pieno, con l'aggiunta
del batterista WS "Fluke" Holland alla band.
La svolta arrivò nel 1954 con l'ascolto di "Blue Moon of
Kentucky" di Elvis Presley, che lo convinse a cercare un'opportunità a
Memphis presso la Sun Records di Sam Phillips. Dopo un'audizione positiva,
pubblicò i suoi primi singoli nel 1955, ottenendo un successo regionale con
"Turn Around". Seguirono esibizioni con Presley e Johnny Cash,
consolidando la sua presenza nella nascente scena rockabilly.
Nell'autunno del 1955 scrisse "Blue Suede Shoes",
ispirato a un aneddoto casuale. La canzone, registrata nel dicembre dello
stesso anno, divenne un successo clamoroso nel 1956, raggiungendo la vetta
delle classifiche country e ottimi piazzamenti in quelle pop e R&B,
diventando il primo disco di un artista Sun a vendere un milione di copie.
Un grave incidente stradale nel marzo 1956 durante un tour
compromise la sua ascesa iniziale, causandogli gravi ferite e la morte del
conducente del pick-up coinvolto. Anche suo fratello Jay riportò ferite
significative che contribuirono alla sua prematura scomparsa nel 1958.
Nonostante le difficoltà, Perkins tornò a esibirsi e a registrare, ma non
riuscì a replicare il successo di "Blue Suede Shoes".
Negli anni successivi, Perkins continuò a pubblicare musica
per la Sun e poi per la Columbia Records, sperimentando anche nel cinema.
Tuttavia, la sua carriera subì un declino fino agli anni '60, quando la
reinterpretazione delle sue canzoni da parte dei Beatles ("Matchbox",
"Honey Don't", "Everybody's Trying to Be My Baby") gli
diede una nuova ondata di popolarità e riconoscimento internazionale.
Negli anni '70 e '80, Perkins collaborò con Johnny Cash,
partecipando al suo tour e suonando nel suo singolo di successo "A Boy
Named Sue". Lottò anche con problemi di dipendenza, superati grazie al
sostegno reciproco con Cash.
Il revival rockabilly degli anni '80 lo riportò in auge,
culminando nella registrazione di "Get It" con Paul McCartney nel
1981 e nello speciale televisivo del 1985 "Blue Suede Shoes: A Rockabilly
Session" con la partecipazione di George Harrison, Eric Clapton e Ringo
Starr.
Negli anni '80 e '90, ricevette numerosi riconoscimenti, tra
cui l'inserimento nelle varie Hall of Fame. Collaborò con artisti country
contemporanei e registrò il suo ultimo album, "Go Cat Go!" (1996),
con duetti di leggende della musica.
Carl Perkins morì il 19 gennaio del 1998 a causa di
complicazioni dovute a ictus. Il suo funerale fu un tributo alla sua influenza,
con la partecipazione di numerosi artisti di spicco. La sua eredità musicale
continua a vivere attraverso le sue canzoni e l'impatto che ha avuto sul rock
and roll e sul rockabilly. La sua tecnica chitarristica innovativa e il suo
stile vocale distintivo lo hanno consacrato come una figura fondamentale nella
storia della musica popolare.
Monkeyism non nasce per caso. Nasce in una pausa forzata,
quando Marcello Abucci - musicista e produttore di Cairo Montenotte - si
ritrova a trasformare un periodo di recupero dopo un incidente in un territorio
creativo. I testi arrivano prima della musica, e da lì prende forma un concept
che ruota attorno a una storia d’amore che si spezza e al dolore che resta. Non
c’è dramma esibito ma un lavoro lento, sedimentato, che attraversa anni diversi
tra registrazioni (2020-21) e post‑produzione (dal 2022 a oggi).
Il risultato è un 45 giri virtuale con “Queen of Lies”
e “WAYWA (What Are You Worried About)”, due brani che mostrano bene la
doppia anima del progetto: forma tradizionale e improvvisazione, struttura e
materia libera, crossover anni Novanta e aperture più sperimentali.
Abucci firma chitarre, tastiere, elettronica, voci e
intermezzi strumentali. Ma Monkeyism non è un monologo: è un progetto solista
che respira come un collettivo. Il basso di William Nicastro, presente
in tutti i sette brani registrati, dà continuità e profondità. Le batterie di Antonio
“Tato” Vastola (cinque tracce), Marco Quarantotto e Massimo Di
Cresce costruiscono un terreno dinamico, capace di passare dal groove al
rumore controllato. Su alcune tracce più improvvisate compaiono anche il basso
di Francesco Tripodi e, nel finale di “WAYWA”, il sax baritono e tenore
di Fiello, che apre una finestra inattesa, quasi cinematografica.
“Queen of Lies” vive di un contrasto netto: strofe semi‑rappate,
un ritornello che si apre grazie alla voce di Umberto Provenzani, un
andamento che mescola tensione e melodia senza forzare mai la mano. “WAYWA” è
più ampia, più stratificata: le seconde voci di Marco Francia e Di
Cresce aggiungono un colore caldo, mentre il finale con i sax sposta il brano
verso una dimensione quasi rituale.
Le influenze sono tante, stratificate, e non cercano
un’etichetta. C’è il crossover anni Novanta, c’è il gusto per
l’improvvisazione, c’è un’idea di suono che non teme il rumore e non rinuncia
alla melodia. È un progetto che alterna forma e libertà, senza mai perdere
coerenza.
Monkeyism non ha avuto un’esecuzione live - mettere insieme
così tanti musicisti sarebbe complicato - ma conserva comunque la natura di un
incontro. È un lavoro nato in solitudine e diventato corale, un luogo dove
sensibilità diverse si riconoscono senza sovrapporsi.
Un blues urbano che diventa trance, un rito minimo e
magnetico raccontato da chi non era presente ma ha visto un video toccante
Electra nasce in presa diretta, senza filtri. Un live in studio che
non concede riparo; niente pubblico, niente rumore di fondo, solo quattro
musicisti chiusi in una stanza che fanno esistere un brano come se fosse un
respiro unico. Billeri lo scrive nelle sue note: “una presa diretta di vita”.
Il video lo conferma.
Il quartetto lavora raccolto, concentrato. Valerio Billeri
- voce e chitarra - non guida, orienta, lascia che il pezzo si apra da solo,
con un tempo largo, quasi ipnotico. Damiano Minucci intreccia linee
chitarristiche sottili, precise, mai decorative. Andrea Nebbiai tiene il
terreno con un basso che pulsa come un battito regolare. Fabio Romani
costruisce spazio più che ritmo: colpi larghi, aria, pause che diventano parte
del fraseggio.
Le note parlano di “folk urbano che si espande”, di
“improvvisazione scarna”, di “blues ipnotico”. Il video è esattamente questo,
un suono che cresce per accumulo, senza mai esplodere. Un mantra elettrico che
avanza per micro‑variazioni, come se cercasse un varco dentro la ripetizione.
La ripresa è ravvicinata, asciutta. Si sente il legno, la
corda, la pelle. Nessun trucco, nessuna patina. È la stessa poetica dichiarata:
“ritorno alla materia: legno, corde, pelli e voce”. La voce di Billeri arriva
ruvida, vissuta, con quelle crepe che non chiedono di essere levigate. Sembra
parlare a qualcuno che è lì, a un metro.
La cosa più evidente è l’interplay. Non c’è un leader e tre
accompagnatori, ma un organismo unico che respira insieme. La dimensione “lo‑fi”
non è un limite, è un’estetica. Una scelta precisa, togliere tutto ciò che non
serve, lasciare solo ciò che regge.
L’atmosfera è quella di un piccolo rito elettrico. Luci
calde, ombre morbide, un’intimità che avvolge. Non c’è pubblico, ma c’è
tensione. Sembra una prova aperta, ma con la densità emotiva di un concerto
vero.
Electra è un frammento di verità musicale, un blues urbano che sfuma nel
psichedelico, un gesto minimo che diventa trance. Un documento che restituisce
l’essenza di Billeri e della sua banda: onestà, materia, presenza.
La storia di Mauro Pelosiscorre lontano dalle rotte principali. Non per
mancanza di talento, anzi, i suoi primi album - La stagione per morire
(1972), Mauro Pelosi (1973), Al mercato degli uomini piccoli
(1977) - rivelano un autore già compiuto, inquieto, capace di un lirismo che
sfiora la letteratura. C’è un’intensità fuori dal comune, una scrittura che non
si accontenta della superficie.
Eppure, nonostante la qualità evidente, Pelosi non è mai
diventato un nome centrale della canzone d’autore italiana. Le ragioni sono
molte, e nessuna riduce il valore della sua opera.
La prima riguarda la sua natura artistica: Pelosi non cercava
la semplificazione. I suoi brani non inseguivano il ritornello, non cercavano
la presa immediata, ma piuttosto la pretesa di un ascolto lento, quasi meditativo. In un’epoca in cui
la canzone d’autore stava diventando un genere riconoscibile, Pelosi sceglieva
la strada più impervia, quella della complessità emotiva, della parola che
pesa, dell’arrangiamento che non consola.
C’è poi la questione della scena. Pelosi non apparteneva a
nessuna “famiglia” musicale. Non era parte della scuola genovese, non gravitava
attorno ai cantautori romani, non aveva un gruppo di riferimento. Era un
solitario, e la solitudine, nel mondo discografico, è spesso un limite più che
una virtù. Senza un contesto, senza un movimento, senza un’etichetta narrativa
che ti preceda, diventa difficile essere riconosciuti.
Il carattere schivo ha fatto il resto. Pelosi non ha mai
cercato la visibilità, non ha mai costruito un personaggio, non ha mai
trasformato la sua musica in un mestiere mediatico. Preferiva la verità alla
strategia, una scelta che oggi appare quasi eroica, ma che allora lo ha tenuto
lontano dai riflettori.
Riascoltandolo oggi, però, tutto appare più chiaro. La sua
voce, così particolare, così fragile e insieme autorevole, sembra parlare a un
presente che ha finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede
subito. Un album come La stagione per morire, ad esempio,rivela una modernità sorprendente: armonie oblique, testi che sfiorano la
poesia visionaria, un modo di raccontare il mondo che non assomiglia a nessun
altro.
Forse non ha sfondato perché non voleva essere addomesticato.
O forse perché la sua musica chiedeva un ascolto diverso, più intimo, più
disposto a lasciarsi ferire. Ma proprio in questa mancata esplosione sta la sua
forza: Pelosi è rimasto un autore integro, non piegato, non semplificato.
E oggi, mentre i suoi brani tornano a circolare tra
appassionati e nuovi ascoltatori, si ha la sensazione che il tempo stia
finalmente facendo il suo lavoro. Pelosi non è mai stato un fenomeno. È stato -
ed è una rivelazione, una di quelle che arrivano tardi, ma quando arrivano
restano.
Un lavoro che scava nelle zone più
quiete dell’emozione
C’è un filo emotivo che attraversa tutto il nuovo lavoro
degli ELLE, una ricerca costante di
autenticità, un modo di raccontare l’essere umano mentre attraversa le proprie
paure e tenta di trasformarle in un gesto di verità. Silent search of springnasce così, come un percorso che non ha bisogno
di alzare la voce per farsi ascoltare.
Il viaggio comincia con “Babylon”, il singolo che ha
anticipato il disco. Parte come una ballata morbida, quasi timida, poi
si apre in una coda satura, un intreccio di voci che sembra voler travolgere
l’ascoltatore con un’energia improvvisa. È il primo indizio di un disco che non
teme di espandersi, di lasciare che le emozioni si allarghino fino a diventare
suono.
Da lì si entra in territori più frastagliati con “Ravine”,
una suite che procede per movimenti, cambi di prospettiva, aperture improvvise.
La coda, che omaggia Interstellar di Christopher Nolan, porta dentro
l’attualità: la pace come condizione naturale dell’essere umano, sporcata da
guerre crudeli e insensate. È uno dei momenti più intensi del disco, perché la
musica accompagna, suggerisce, lascia spazio.
“Truth” sposta ancora l’asse. Qui gli ELLE sembrano suonare in un locale di
Chicago negli anni del post‑rock: una voce che si fa fragile, una struttura che
si apre in una coda strumentale senza melodia, fatta di feedback e saturazioni
che richiamano i primi Sonic Youth. È un brano che non cerca la perfezione, ma
la sincerità del gesto.
Il percorso trova un equilibrio diverso nella title track, “Silent
search of spring”.Le chitarre acustiche intrecciate richiamano i
primi Kings of Convenience, mentre le due voci - Danilo RamonGiannini e Miriam
Fornari - si avvolgono in un dialogo continuo, quasi un abbraccio. È qui che il
disco rivela la sua natura più intima… un rapporto d’amore silenzioso,
profondo, che non ha bisogno di dichiarazioni.
Il finale arriva con “Meeting of skins”, un brano che
rischia e funziona proprio per questo: una struttura rock che accoglie
armonizzazioni dolcissime, un equilibrio che non dovrebbe stare in piedi e
invece regge, come se il disco volesse chiudersi mostrando tutte le sue
possibilità.
Il tutto è sostenuto da un suono che si è fatto più pieno
grazie all’ingresso di Giovanni Lafavia alla batteria, e soprattutto dal
nuovo ruolo di Miriam Fornari, finalmente in prima linea, in un dialogo
vocale che diventa la vera novità del disco.
L’album è disponibile su Spotifye conferma una maturità raggiunta senza perdere
la delicatezza degli inizi.
Nella storia della musica, ci sono canzoni che richiedono
mesi di lavoro meticoloso e altre che sembrano semplicemente "scendere dal
cielo". "Dreams" dei Fleetwood
Mac appartiene a questa seconda, magica categoria. È il brano che ha
definito un’era, nato in un momento di profonda crisi personale e creativa,
nell'arco di appena un terzo d'ora.
Era il 1976. I Fleetwood Mac si trovavano ai Record Plant di
Sausalito, in California, per registrare quello che sarebbe diventato l'album
dei record: Rumours. L'atmosfera in studio era carica di
tensione: le coppie storiche della band (Stevie Nicks e Lindsey Buckingham,
Christine e John McVie) si stavano sfaldando sotto il peso di tradimenti e
silenzi.
In una giornata particolarmente pesante, Stevie decise di
prendersi una pausa. Vagando per lo studio, trovò una stanza che era stata
usata da Sly Stone. Era un ambiente eccentrico: un grande letto a
baldacchino in velluto nero, tende scure e un'atmosfera soffusa che sembrava
sospesa nel tempo.
"Mi sono seduta sul letto con la mia tastiera Rhodes e
ho iniziato a suonare un beat dance", ha ricordato Stevie Nicks anni dopo.
"In circa 20 minuti, 'Dreams' era finita."
La forza di "Dreams" risiede nella sua apparente
semplicità. Mentre Lindsey Buckingham tendeva a stratificare le canzoni con
armonie complesse, Stevie costruì il brano su soli due accordi: Fa maggiore (F)
e Sol maggiore (G).
Il testo era un messaggio diretto e agrodolce rivolto proprio
a Lindsey. Mentre lui scriveva la rabbiosa "Go Your Own Way",
Stevie rispondeva con una riflessione eterea sulla libertà e sulla perdita:
"Thunder
only happens when it's raining"
"Players
only love you when they're playing"
Era una profezia e un addio, sussurrato con la voce
graffiante e vellutata che l'avrebbe resa una leggenda.
Incredibilmente, quando Stevie presentò la demo alla band,
l'accoglienza fu tiepida. Lindsey Buckingham inizialmente la trovò
"noiosa" proprio per la sua struttura a due accordi. Tuttavia, fu lui
stesso a trasformarla nel gioiello che conosciamo oggi, aggiungendo quelle
linee di chitarra riverberate e curando gli intrecci vocali che rendono il
brano ipnotico.
Il risultato? "Dreams" divenne l'unico singolo dei
Fleetwood Mac a raggiungere la posizione numero 1 della Billboard Hot 100,
trasformando il dolore privato di una donna in un inno universale.
Bob Hite, affettuosamente soprannominato "The Bear"
per la sua imponente stazza e la sua voce potente, è stato una figura centrale
nella scena blues-rock degli anni '60 e '70. La sua voce inconfondibile e la
sua passione per il blues hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia
della musica.
Nato negli Stati Uniti, Hite è diventato famoso come
co-cantante e membro fondatore dei Canned Heat nel 1965, insieme ad Alan
Wilson e Henry Vestine. La band ha rapidamente guadagnato popolarità
per le loro interpretazioni di classici blues e per i loro brani originali,
diventando una delle band di punta del movimento blues-rock.
I Canned Heat hanno calcato i palchi dei festival più iconici
dell'epoca, tra cui il Monterey Pop Festival nel 1967 e il
leggendario Woodstock nel 1969, consolidando la loro reputazione
come una delle band più influenti del periodo. La voce rauca e appassionata di
Hite era un elemento distintivo del loro sound, un mix esplosivo di blues, rock
e boogie-woogie.
Oltre al suo talento musicale, Hite era un appassionato
collezionista di dischi, con una conoscenza enciclopedica del blues. La sua
dedizione alla musica era totale, ma purtroppo la sua vita è stata tragicamente
interrotta il 5 aprile 1981, all'età di 38 anni.
Ricorre oggi il 45° anniversario della sua scomparsa. Durante
un tour, infatti, Hite morì a causa di un'overdose accidentale di eroina. Il
silenzio calato con la sua scomparsa, un'assenza che ha scosso le fondamenta
del blues-rock, è stato riempito dalla risonanza della sua voce, viva e
pulsante nella musica dei Canned Heat, una band che ha definito un'epoca e
trasmesso l'eredità del blues alle generazioni future.
Bob "The Bear" Hite non era solo un cantante, ma un
vero e proprio ambasciatore del blues, un appassionato collezionista e un'anima
vibrante che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica. La
sua eredità musicale è un tesoro da custodire, un ricordo di un'epoca in cui il
blues e il rock si fondevano in un'esplosione di energia e passione.
Layne Staley,nato
il 22 agosto 1967, è stato un cantante statunitense, famoso come leader del
gruppo Alice in Chains.
É ricordato soprattutto per la sua
voce carica di emotività, nonché per la sua personalità chiusa e tormentata.
I suoi problemi esistenziali, uniti
alla sua dipendenza da eroina, lo logorarono lentamente fino ad ucciderlo.
Layne
nasce a Kirkland, Washington, da Nancy Elizabeth e Philip Blair Staley. L'equilibrio e la serenità della
famiglia sono messi a dura prova dal comportamento del padre.
Layne manifestò precocemente una spiccata intelligenza e una vasta gamma di interessi, tra cui la musica. Già all'età di cinque anni, partecipava a cori infantili. Il divorzio dei genitori, Nancy e Philip, avvenuto quando Layne aveva sette anni, segnò profondamente il bambino. La separazione, causata dalle attività illecite del padre legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata, ebbe un impatto traumatico su Layne, lasciando un'impronta indelebile sulla sua vita.
Durante le scuole superiori, Layne
iniziò a manifestare segni di disagio: amava dipingere, amava la musica, ma erano evidenti i suoi problemi relazionali.
La scuola decise quindi di mandarlo
in un istituto per giovani affetti da problemi sociali e questo causò a Layne
una grave perdita di fiducia nei confronti della società.
Questi stimoli negativi portarono il giovane a scrivere i primi frammenti di poesie e pensieri.
Amava ascoltare gruppi come Anthrax,
Van Halen, Black Sabbath, Judas Priest, e aveva iniziato a suonare la batteria con un complesso di coetanei, gli Sleeze.
In questo periodo iniziò anche ad
avvicinarsi all'alcol e alle sostanze stupefacenti.
Layne conobbe Jerry Cantrell durante
una serata presso la Music Bank di Seattle; lasciati gli Sleze, si unì a
lui per formare gli Alice in Chains (nome scelto dal cantante stesso): era il 1987. Alla neonata band si unirono il
bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney, e da allora gli Alice in Chains - assieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden - diventarono una delle band di maggior successo del cosiddetto Seattle Sound.
Dopo aver negoziato con varie case
discografiche, nel 1989 gli Alice in Chains firmarono un contratto con la
Columbia Records; realizzeranno tre album (Facelift, Dirte Alice in Chains),
due EP (Sap e Jar of Flies) e un Unplugged, ultima apparizione in pubblico di
Layne Staley.
Gli anni del successo degli Alice in
Chains coincisero con il periodo più difficile per Layne; l'uso di eroina era
sempre più elevato e frequente e faticava a reggere le tournée del gruppo (gli
ultimi due album non furono supportati da un tour a causa dei problemi di
salute del leader).
Entrò più volte in clinica per
disintossicarsi, ma non uscì mai completamente pulito.
Il 29 ottobre 1996 morì quello che
per lui fu l'unico vero grande amore della sua vita: Demri Lara Parrot, che fu
uccisa da un'endocardite batterica e Layne non resse più. Smise definitivamente
di farsi vedere in pubblico; distrutto dal dolore dei tragici eventi che lo
avevano accompagnato per tutta la vita, dalla delusione e dalla rabbia verso un
mondo ipocrita come quello della musica, Layne si rinchiuse nel suo appartamento
a Seattle, ormai logorato psicologicamente e fisicamente dall'eroina.
Dopo aver rilasciato un'ultima
intervista nel febbraio 2002, fu trovato cadavere nel suo appartamento il 19
aprile 2002, ucciso da una micidiale mistura di droga, la speedball, a due
settimane di distanza dalla morte, avvenuta il 5 aprile.
Successivamente la madre fondò la
"Layne Staley Fund", una comunità no-profit che si occupa nella
prevenzione e nel recupero dei tossicodipendenti.
Bob Burns: l'impronta indelebile di un pioniere del southern
rock
Il 3 aprile 2015, il mondo della musica perdeva Bob Burns, il batterista originale dei Lynyrd
Skynyrd, una delle band più influenti del southern rock. La sua scomparsa,
avvenuta in un tragico incidente automobilistico all'età di 64 anni, suscitò un'ondata di cordoglio tra i fan e i
musicisti di tutto il mondo.
Bob Burns è stato uno dei membri fondatori dei L.S.,
contribuendo in modo determinante alla creazione del loro suono distintivo fin
dalla nascita della band. Il suo drumming, caratterizzato da potenza,
precisione e un'impronta blues-rock, ha svolto un ruolo cruciale nella
definizione del sound del southern rock.
La sua impronta musicale è evidente in alcuni degli album più
iconici della band, tra cui Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd', che
contiene classici intramontabili come "Free Bird" e "Simple Man". La sua abilità nel creare ritmi energici e coinvolgenti ha
contribuito a rendere i Lynyrd Skynyrd una delle band più amate e rispettate
del genere.
La musica senza tempo dei Lynyrd Skynyrd mantiene viva
l'eredità di Bob Burns, il cui stile di batteria, pilastro del southern rock, è
tuttora oggetto di studio e ammirazione per molti batteristi.
Ci sono album che sorprendono non per l’effetto speciale, ma
per la sincerità con cui si presentano. Carvada,
di Paco Vescovi, appartiene a questa categoria: un disco giovane,
diretto, costruito con una cura che non ostenta nulla e lascia parlare la
musica.
Paco Vescovi arriva da una storia familiare che molti
appassionati di prog conoscono bene. È il nipote di Joe Vescovi,
tastierista dei The Trip, figura centrale della scena italiana degli
anni Settanta e, per noi savonesi, un riferimento affettivo oltre che
artistico. Non è un’eredità da esibire come un marchio, né un confronto da
evocare, ma piuttosto un’ombra luminosa, un tratto genetico che forse ha
lasciato una traccia, quella naturalezza nel muoversi tra armonie, quella
curiosità timbrica che non si insegna.
Paco, però, non imita nessuno. Carvada è un lavoro
personale, costruito su un linguaggio che guarda più al presente che alla
nostalgia. Certo che, osservandolo da lontano, ritorna alla mente un certo... Claudio Rocchi!
L’album si muove tra atmosfere intime e aperture più ampie,
con una scrittura che privilegia la fluidità. Le melodie scorrono senza
rigidità, gli arrangiamenti sono essenziali ma mai poveri, e c’è una
sensibilità ritmica che dà coesione all’intero lavoro.
La voce è trattata con misura, senza artifici inutili, e
lascia emergere una timbrica giovane ma già riconoscibile, mentre la parte strettamente musicale è la sintesi di mandolino,
harmonium, piano, synth, e il gusto che emerge sorprende, considerando l'età di Paco.
C’è un equilibrio interessante tra spontaneità e controllo,
nulla sembra messo lì per caso, ma nulla suona costruito. È un disco che
respira, che si prende il suo tempo, che non ha paura di essere semplice quando
serve e più articolato quando la musica lo chiede.
Carvada è un primo passo, ma già molto consapevole. Paco Vescovi dimostra di
avere una voce propria, una direzione chiara e una sensibilità che merita
attenzione. Se la genetica ha dato una mano, è stata discreta, il resto è
frutto di ascolto, curiosità e lavoro.
In un panorama spesso affollato di progetti effimeri, questo
debutto ha qualcosa di raro, la sincerità.
Sarah Vaughan: l'eredità immortale di una voce divina
Il 3 aprile 1990, il mondo della musica jazz perdeva una
delle sue figure più iconiche: Sarah Vaughan, all'età di 66 anni. Conosciuta
affettuosamente come "Sassy" o "The Divine", la sua voce
straordinaria e il suo talento musicale hanno lasciato un'impronta indelebile,
consolidandola come una delle più grandi cantanti jazz del XX secolo.
Cresciuta in un ambiente familiare profondamente radicato
nella passione per la musica, Sarah Vaughan mostrò fin da giovane un talento
eccezionale. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età e affinò le sue
abilità vocali nel coro della chiesa.
Il 1942 segnò una svolta cruciale nella
sua carriera, quando la vittoria a un concorso di talenti all'Apollo Theater di
Harlem le aprì le porte al mondo della musica professionale.
La voce di Sarah Vaughan, dotata di una gamma eccezionale e
di una tecnica impeccabile, la rese una delle cantanti più influenti del bebop.
Le sue collaborazioni con leggende del jazz come Dizzy Gillespie e Charlie
Parker sono testimonianza del suo impatto sul genere. La sua capacità di
improvvisare e la sua interpretazione emotiva delle canzoni la distinsero come
un'artista unica e inimitabile.
La carriera di Sarah fu lunga e prolifica, costellata di
numerosi album acclamati dalla critica. Il suo talento fu riconosciuto con
diversi Grammy Awards e con il NEA Jazz Masters Award nel 1989.
La sua
dedizione alla musica la portò a esibirsi fino a poco prima della sua scomparsa,
lasciando un'eredità musicale che continua a ispirare generazioni di musicisti
e appassionati di jazz.
Non fu solo una cantante straordinaria, ma anche
un'innovatrice che contribuì a plasmare il panorama del jazz. La sua voce,
capace di spaziare con disinvoltura tra note basse e alte, e la sua capacità di
infondere emozione in ogni interpretazione, la rendono una figura immortale
nella storia della musica.
"Decisi di distruggere la mia chitarra alla fine di 'Wild Thing' come un sacrificio. Si sacrificano le cose che si amano. Io amo la mia chitarra."
Il 18 giugno 1967, il Monterey Pop Festival non
fu solo il primo grande raduno della controcultura hippy, ma il palcoscenico di
una delle epifanie più violente e poetiche della storia della musica. Quella
sera, un chitarrista mancino di Seattle, fino ad allora quasi ignorato in
patria, trasformò un’esibizione rock in un rito sacrificale che avrebbe
ridefinito per sempre il rapporto tra l’uomo e il suo strumento.
Nonostante fosse americano, Jimi
Hendrix arrivò a Monterey con lo status di "importazione
britannica". Era stato Paul McCartney a fare pressione sugli
organizzatori, dichiarando che il festival non sarebbe stato completo senza
quel fenomenale chitarrista che stava sconvolgendo la scena londinese. Hendrix
era volato nel Regno Unito l'anno precedente come un illustre sconosciuto; tornava
negli Stati Uniti come il segreto meglio custodito del rock d'oltreoceano,
pronto a dimostrare il proprio valore davanti a un pubblico che ancora non
sapeva di aver bisogno di lui.
L'atmosfera nel backstage era elettrica, e non solo per la
musica. Esisteva una rivalità latente tra la Jimi Hendrix Experience e i
The Who. Entrambe le band erano famose per la loro irruenza scenica e
nessuna delle due voleva esibirsi dopo l'altra, temendo di apparire
"ordinaria".
Si narra che Pete Townshend e Jimi litigarono su chi dovesse
salire sul palco per primo. Dopo un lancio di moneta vinto dai The Who, Pete e
compagni misero a ferro e fuoco il palco, distruggendo chitarre e batteria
durante il finale di My Generation.
Hendrix, osservando la scena con una
calma quasi inquietante, disse ai presenti: "Ok, io allora darò fuoco
alla mia". Sembrava una spacconata; era una promessa.
Quando la Experience salì sul palco, il pubblico fu investito
da un muro di suono mai sentito prima. Hendrix non si limitava a suonare la
chitarra: la dominava, la seduceva, la violentava. Brani come Foxy Lady
e Hey Joe vennero eseguiti con un mix di erotismo e distorsione, con
Jimi che utilizzava il feedback degli amplificatori Marshall non come un errore
tecnico, ma come una voce supplementare.
Il chitarrista utilizzava ogni parte del corpo: suonava con i
denti, dietro la schiena, strofinava le corde contro l'asta del microfono
producendo suoni interstellari. Era la dimostrazione vivente che la chitarra
elettrica non era più solo uno strumento melodico, ma un generatore di
frequenze ed emozioni pure.
Il momento culminante arrivò durante l’esecuzione di Wild
Thing. Hendrix portò il brano verso un caos controllato, poi si inginocchiò
davanti alla sua Fender Stratocaster dipinta a mano con motivi floreali. Con la
precisione di un celebrante, la cosse di liquido infiammabile e le diede fuoco.
Mentre le fiamme lambivano il corpo dello strumento, Jimi
iniziò a muovere le mani sopra il fuoco, come a invocare uno spirito o a
dirigere una danza invisibile. Non c’era rabbia nel suo gesto, ma una sorta di
estasi mistica.
L'immagine di Hendrix inginocchiato davanti alle fiamme
divenne istantaneamente l'icona della Summer of Love. Dopo aver
frantumato i resti dello strumento contro il palco, Jimi lasciò la scena nel
silenzio attonito di 7.000 persone che avevano appena assistito alla nascita di
una leggenda.
Monterey fu lo spartiacque. Da quel momento, Jimi Hendrix
divenne la rockstar più pagata e richiesta al mondo. Ma oltre al mito, rimase
la lezione musicale: aveva insegnato al mondo che il rock poteva essere teatro,
rito e avanguardia allo stesso tempo. La chitarra bruciata a Monterey non fu
solo un atto di vandalismo spettacolare, ma il segnale che una nuova era era
cominciata: quella in cui la musica non veniva più solo ascoltata, ma vissuta
come un'esperienza totale e bruciante.