Dall'esperienza dell'autore al layout
contemporaneo: quando la forma dell'oggetto stampato diventa sostanza
Pubblico libri dedicati alla musica da ormai quindici anni.
In un settore di nicchia come questo, trovare un editore disposto a stipulare
un contratto senza chiedere contributi economici, al punto da farsi carico di
ogni spesa di produzione, appare già come un piccolo privilegio. In un contesto
simile si impara presto ad accettare le regole del gioco: non si guadagna nulla
dalle vendite e non si mette bocca sulle scelte della redazione. Le proposte
d'impostazione o le idee per le copertine vengono puntualmente bocciate,
lasciando all'autore la sensazione che la veste del volume sia un territorio
estraneo, un contenitore predefinito su cui non è concesso intervenire.
Con il tempo, questa distanza finisce per riflettersi anche
sul ruolo di lettore, portando a una progressiva stanchezza nei confronti delle
pagine stampate. L'illuminazione sul motivo di questo affaticamento è arrivata
sfogliando California Dreamin' di Ezio Guaitamacchi. La sensazione
immediata è stata quella di un meccanismo visivo capace di invogliare alla
lettura, grazie a una conformazione interna pensata per accompagnare lo
sguardo. Foto ben integrate, variazioni cromatiche, finestre di approfondimento
e uno studio attento dei pieni e dei vuoti creano un ritmo narrativo fluido. La
pagina cessa di essere un blocco denso di testo e diventa un percorso dinamico.
Questo episodio mette in luce una questione centrale
dell'editoria contemporanea. Per lungo tempo, specialmente nella saggistica, la
veste grafica interna è stata considerata un elemento secondario, una voce di
spesa da ridurre al minimo. Molte realtà indipendenti o di media grandezza,
condizionate da risorse limitate e da tempi di lavorazione stringenti, tendono
ad adottare griglie d'impaginazione rigide e standardizzate. Il risultato è una
forma uniforme che rischia di penalizzare anche i contenuti più interessanti,
trasformando la lettura in un'esperienza faticosa.
In un panorama in cui i media digitali abituano a fruizioni
rapide e visivamente articolate, il libro cartaceo è chiamato a valorizzare la
propria natura di oggetto fisico. Un volume composto solo da righe consecutive,
privo di respiro e di pause grafiche, fatica a competere con la frammentazione
della nostra attenzione. La scelta di curare il book design con inserti,
immagini e dettagli cromatici non rappresenta una concessione alla
superficialità, ma un preciso strumento tecnico per facilitare la comprensione
e mantenere vivo l'interesse.
Il contrasto tra la grande cura riservata ad alcune
pubblicazioni di ampia diffusione e l'impostazione rigida della micro e piccola
editoria apre una riflessione profonda per chi scrive e per chi pubblica. Se
l'obiettivo finale rimane quello di trasferire idee e storie con efficacia, la
forma visiva non può più essere separata dalla sostanza. La qualità della
gabbia d'impaginazione e del layout interno è, a tutti gli effetti, parte
integrante dell'esperienza di lettura.
"Quadrophenia"
dei The Who è un album rock epico e senza
tempo che meriterebbe un'analisi dettagliata. Ma credo che un disegno superficiale - il mio di oggi - unito al completo ascolto, possa essere più utile alla causa, quella che è finalizzata ad avvicinare i neofiti al rock.
Pubblicato nel 1973, l'album
rappresenta uno dei punti più alti nella carriera degli Who e un classico
intramontabile del genere.
Si tratta della seconda opera rock
della band dopo "Tommy", ed è anche l'unico album degli Who
interamente scritto dal solo Pete Townshend.
L'opera è un concept album che
racconta la storia di Jimmy, un giovane mod nella Londra degli anni '60. La
trama esplora le sfide e le frustrazioni che affliggono il ragazzo mentre cerca di
trovare la sua identità in un mondo caotico e spesso ostile. L'album affronta
temi come l'alienazione, la ribellione giovanile, l'amore, l'autodistruzione e
l'accettazione di sé.
Musicalmente, "Quadrophenia"
è un tour de force. Gli Who dimostrano la loro abilità straordinaria nel creare
brani potenti e coinvolgenti, ma ciò che
rende l’album così speciale è l'abilità della band di trasmettere emozioni
attraverso la musica. La voce di Roger Daltrey è piena di passione e intensità,
catturando perfettamente il tormento interiore di Jimmy. I testi di Townshend
sono ricchi di poesia e offrono una narrazione coinvolgente e la sezione
ritmica è uno dei punti di forza del disco.
L'album presenta anche una varietà di
stili musicali, che vanno dal rock duro ed energetico di brani come "The
Real Me" e "5:15" alla delicata ballata "Love
Reign O'er Me". L'uso di strumenti orchestrali e arrangiamenti
complessi aggiunge ulteriore profondità e dimensione all'opera.
Uno dei punti salienti di "Quadrophenia"
è la produzione impeccabile di Kit Lambert e degli Who stessi, capaci di creare un
capolavoro assoluto.
L'album cattura l'anima e lo spirito di un'intera
generazione, offrendo una colonna sonora iconica per l'adolescenza ribelle. La
sua combinazione di musica eccezionale, testi profondi e narrativa coinvolgente
lo rende un album che merita di essere ascoltato e apprezzato ancora oggi.
È stato detto:
“Tutta la grandezza degli Who è
racchiusa qua dentro”
A distanza di qualche anno, nel 1979,
“Quadrophenia” è divenuto un film - diretto da Franc Roddam -, pellicola che ha
contribuito e mettere in risalto una cultura, un modo di vivere, un periodo
importante amplificato dalla musica degli Who.
Tracce
Testi e musiche di Pete Townshend.
Lato A
I Am the Sea
(strumentale) – 2:08
The Real Me – 3:20
Quadrophenia (strumentale) – 6:15
Cut My Hair–
3:46
The Punk and
the Godfather – 5:10
Lato B
I'm One –
2:39
The Dirty
Jobs – 4:30
Helpless
Dancer – 2:32
Is It in my
Head – 3:46
I've Had
Enough – 6:14
Lato C
5:15 – 5:00
Sea and Sand
– 5:01
Drowned –
5:28
Bell Boy –
4:56
Lato D
Doctor Jimmy
– 8:42
The Rock
(strumentale) – 6:37
Love, Reign o'er Me – 5:48
Formazione
Roger Daltrey – voce
Pete Townshend – chitarra,
sintetizzatore, banjo, effetti sonori, voce
John Entwistle – basso, corno, voce
Keith Moon – batteria, percussioni,
voce in Bell Boy
Altri musicisti
Chris Stainton – pianoforte (tracce:
B2, B3, C1, C3)
Il 1° Festival Prog a Quiliano - Prog Rock d'Autunno - ha inaugurato il
suo percorso al Teatro Nuovo di Valleggia, portando sul palco un genere
che ancora mancava all'interno di una programmazione annuale già ricca e
articolata. La nascita della rassegna rappresenta una vera e propria sfida,
guidata dall'amore per una musica di nicchia e scaturita da una naturale comunione
di intenti con i membri del direttivo della struttura, uniti dal desiderio di
mettersi in gioco e offrire qualcosa di nuovo al territorio.
La macchina organizzativa ha richiesto un intenso
lavoro di squadra, articolato in una capillare campagna promozionale sia fisica
sia online e nella scelta di formazioni capaci di rappresentare al meglio lo
spessore della scena. In questa prima giornata, un contributo determinante per
la riuscita dell'evento è arrivato da Eddy Elettroacustica, che ha
garantito una resa del service impeccabile, regalando un risultato sonoro di
assoluta eccellenza.
Prima dell'esibizione, il pubblico ha potuto
assistere a un momento di approfondimento inedito e prezioso. Grazie ai tempi a
disposizione, Mauro Selis ha condotto una conversazione di quindici
minuti direttamente in sala, con i componenti della band scesi dal palco e
seduti di fronte alla prima fila. Questa formula ha permesso di superare la
consueta fretta con cui vengono presentati i progetti discografici, offrendo
una chiave di lettura immediata e intima prima dell'ascolto.
Sul piano visivo e musicale, la serata ha
confermato le attese più alte. L'Ombra della
Seraha portato in scena Segreti nel Nero, un'opera che affonda le
radici nella memoria collettiva degli sceneggiati televisivi degli anni
Settanta, rielaborando quelle atmosfere cupe, esoteriche e misteriose con una
sensibilità contemporanea. Il progetto, nato come costola concettuale e sonora
della band d'origine, la Maschera di Cera, si muove con naturalezza tra
suggestioni cameristiche, psichedeliche e jazz, trasformando ogni brano in un
capitolo di un romanzo sonoro. La proiezione di frammenti visivi originali ha
restituito la dimensione del cine-concerto, in cui il suono dialoga
direttamente con la pellicola e con l'immaginario di un'epoca.
Resta aperta la sfida della partecipazione: se da un lato la
qualità dell'offerta e la cura organizzativa sono state indiscutibili,
dall'altro la risposta del pubblico mostra come la costruzione di un nuovo
pubblico per il progressive richieda tempo e continuità.
Ora lo sguardo si sposta al secondo appuntamento
della rassegna, previsto per il 6 novembre, che vedrà sul palco Paola
Tagliaferroe La Compagnia dell'Es. La serata si dividerà tra la
presentazione del suo progetto personale e una seconda parte interamente
dedicata a un omaggio a Greg Lake, proseguendo il percorso di
approfondimento legato alla grande musica d'autore.
For Everyman pubblicato nell'ottobre
del 1973, è il secondo album del cantautore statunitense Jackson Browne
È considerato uno dei suoi migliori lavori e un punto di
svolta nella sua carriera, segnando il passaggio da un folk-rock più
tradizionale a un sound più maturo e introspettivo.
“For Everyman”
ha segnato il debutto della lunga collaborazione del polistrumentista David
Lindley con Jackson Browne. Tra gli
artisti ospiti vi furono David Crosby, Glenn, Elton John, Don Henley, Joni
Mitchell e Bonnie Raitt.
"For Everyman" è un album ricco di
riflessioni sulla società e sulla condizione umana. Browne affronta temi come
la guerra, la politica, l'amore e la perdita con una sensibilità e una
profondità che lo rendono uno dei cantautori più apprezzati della sua generazione.
Il disco contiene alcuni dei brani più celebri di Browne,
come "These Days", "Running on Empty" e
"Lawyers in Love", canzoni sono caratterizzate da una
scrittura poetica, da arrangiamenti raffinati e da una voce intensa e
coinvolgente.
La produzione è di alto livello, con un sound raffinato e
maturo che mette in evidenza le qualità compositive di Browne. L'album è
caratterizzato da un mix di folk-rock, country e rock progressivo, con
influenze che vanno da Bob Dylan a Joni Mitchell.
"For Everyman" è un disco che ha influenzato
generazioni di cantautori e continua ad essere apprezzato per la sua qualità
artistica e per la sua rilevanza sociale. È un album essenziale per chiunque
voglia conoscere la musica di Jackson Browne e la storia del folk-rock
americano.
L'album arrivò alla posizione numero 43 nella classifica
Billboard 200 e il singolo "Redneck Friend" raggiunse la posizione
numero 85 nella classifica Billboard Hot 100. Nel 2012, l'album è stato
classificato al numero 450 nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi
della rivista Rolling Stone.
Origine e adattamento di Sailing e della versione
italiana Volando dei Dik Dik
Sailing nasce nel 1972 dalla penna di Gavin
Sutherland come una ballata essenziale e quasi meditativa. Non è una canzone
sul mare in senso realistico ma un viaggio interiore verso un luogo di pace. La
melodia procede lenta e aperta, costruita su pochi accordi che sembrano
accompagnare un cammino silenzioso. Quando Rod
Stewart la interpreta nel 1975 il brano cambia dimensione. La sua
voce intensa trasforma Sailing in un inno universale che parla di nostalgia e
di ricerca. L’arrangiamento orchestrale e il coro che entra come un’onda
emotiva amplificano il senso di vastità che il testo suggerisce. È una canzone
che descrive un sentimento profondo.
In Italia gli anni Settanta sono un periodo di grande
attenzione verso la musica anglosassone e i Dik
Dikscelgono di reinterpretare Sailing
con un titolo che ne sposta l’immaginario. Volando
non guarda più al mare ma al cielo. Il viaggio non è più una navigazione ma un
volo. La metafora cambia ma il significato resta intatto. La vocalità dei Dik
Dik è più morbida e meno drammatica rispetto a quella di Stewart e porta la
canzone in una dimensione più melodica e più vicina alla sensibilità italiana.
L’arrangiamento conserva la lentezza contemplativa dell’originale ma introduce
una tessitura sonora più pop con chitarre acustiche e armonie vocali che
richiamano la tradizione del gruppo.
Le differenze tra Sailing e Volando sono evidenti ma
non tradiscono il nucleo del brano. L’immaginario si sposta dal mare al cielo
ma il tema del viaggio verso un luogo di pace rimane. Il tono emotivo cambia
perché Stewart canta con una tensione quasi drammatica mentre i Dik Dik scelgono
una via più dolce e rassicurante. L’arrangiamento dell’originale è costruito su
un crescendo orchestrale mentre la versione italiana preferisce una struttura
più lineare. Il testo non è una traduzione letterale ma un adattamento che
conserva il cuore simbolico della canzone.
Volando non ha l’impatto internazionale dell’originale ma
svolge un ruolo importante nel panorama italiano e permette al pubblico di
avvicinarsi a una ballata che parla di introspezione e di ricerca interiore. I
Dik Dik rendono il brano più accessibile senza snaturarne la profondità. Oggi Volando
è un esempio di come un grande successo internazionale possa essere
reinterpretato con rispetto trasformandosi in qualcosa di nuovo ma
riconoscibile.
In conclusione, Sailing e Volando sono due modi
diversi di raccontare la stessa emozione. Cambia il paesaggio cambia la
metafora cambia la voce ma resta intatto il cuore del brano. È un viaggio verso
la libertà e verso un luogo dove sentirsi finalmente a casa, un ponte tra la
ballata britannica dei Sutherland Brothers e la sensibilità melodica italiana
dei Dik Dik.
L'utopia di via Vico: la vita
quotidiana nella prima comune milanese
Un viaggio nella stagione del
movimento underground tra sperimentalismo urbano e ritorno alla natura
Nel clima di forte chiusura sociale dell'Italia di fine anni
Settanta, caratterizzato da un diffuso e pervasivo rigore morale e da strutture
familiari ancora profondamente patriarcali, un numero crescente di giovani
cercò di tracciare percorsi di vita alternativi. Sulla scia delle suggestioni
arrivate dalla Beat Generation e dalle esperienze comunitarie statunitensi ed
europee, anche nelle città italiane si assistette alla nascita di spazi
autogestiti basati sul rifiuto del modello borghese tradizionale.
Mentre in ambiti rurali prendevano forma realtà di primaria
importanza per durata e partecipazione, come la comunità fondata tra le cascine
dell'appennino ligure-piemontese, a Milano si sviluppava una tra le primissime
comuni urbane. Fondata nell'ottobre del 1968 in via Giambattista Vico, proprio
accanto al carcere di San Vittore, la struttura nacque dall'iniziativa
spontanea di un gruppo di giovani studenti universitari e di liceo.
Quell'esperimento residenziale si trasformò rapidamente in un punto di riferimento
centrale per la controcultura cittadina, durato per circa un decennio.
Ma le immagini portano in un’altra zona, Ovada per la precisione.
Dice Nico Priano:
"Qui si parla, e le foto parlano come e più del
resto, della Comune hippie di Ovada. È stato un episodio importante per la
durata e la partecipazione che ha avuto. Le cascine che hanno ospitato i
comunardi sono ancora lì, molte sono state ristrutturate ma ce n'è una che è
rimasta come allora. Sull'intonaco sbiadito della facciata ancora si legge 'Hare
Om, Freedom love".
Ma torniamo a Milano, via Giambattista Vico, attraverso i
ricordi di Dinni Cesoni, ex comunarda, psicologa, e indiana d’adozione:
“L'avvio dell'esperienza di via Vico si concretizzò grazie
al contributo di un giovane professionista e conoscente del gruppo, inserito
nel mondo del lavoro, che individuò un grande appartamento sfitto all'interno
di un palazzo borghese dell'epoca. Nei primi tempi fu proprio la sua
disponibilità economica a garantire la copertura delle spese iniziali,
consentendo al nucleo originario di insediarsi e organizzare gli spazi. Con il passare dei mesi, l'autosufficienza della comune si
consolidò attraverso un sistema di attività precarie e condivise. La vendita
serale di gioielli artigianali nei locali della città affiancava i primi passi
nel campo della fotografia e del giornalismo di moda, mentre l'espansione negli
spazi dello stesso pianerottolo portava il gruppo stabile a crescere fino a
undici persone”.
Nel racconto dell'esperienza quotidiana in via Vico emerge
una visione della sessualità lontana dagli stereotipi o dalle interpretazioni
sensazionalistiche. L'approccio dei giovani comunardi rispondeva al desiderio
di esplorare una nuova dimensione affettiva e corporea, in netta controriforma
rispetto al clima sessuofobo dell'epoca.
Il modello relazionale non negava la formazione di coppie
all'interno dello spazio abitativo, ma metteva in discussione il concetto di
possesso. La gelosia era vista come un retaggio culturale da superare
attraverso il dialogo e la ricerca di un'autonomia individuale, trovando
riscontro anche nei testi divulgati dalla stampa alternativa del periodo. La
gestione delle dinamiche sentimentali richiedeva un confronto costante e la
mediazione collettiva delle tensioni emotive, portando in taluni casi alla
riorganizzazione dei nuclei affettivi o all'uscita di alcuni membri dalla
struttura.
L'appartamento di via Vico funzionava come uno spazio aperto
ad accesso continuo. Con il progressivo e capillare diffondersi di giovani in
fuga da contesti familiari autoritari, la comune divenne un punto d'approdo per
chiunque cercasse ospitalità temporanea, arrivando ad accogliere viaggiatori
dotati solo di chitarra e sacco a pelo.
La trasmissione della cultura e dei principi del movimento
avveniva prevalentemente attraverso la comunicazione orale, la condivisione dei
testi della letteratura Beat e la partecipazione diretta alle lotte sociali.
Tra queste spiccavano le iniziative di protesta legate alla riforma
psichiatrica di Franco Basaglia, l'impegno nei manicomi dell'epoca e la
collaborazione attiva con riviste underground come Re Nudo.
In questo contesto, il consumo di sostanze psicotrope seguì
un'evoluzione precisa. La cannabis, introdotta con la frequentazione del
quartiere artistico di Brera e dei viaggiatori di rientro dall'estero, veniva
vissuta come un momento di condivisione e socialità. L'LSD, scoperto e
sperimentato collettivamente dopo i raduni internazionali, assumeva invece una
funzione d'indagine interiore e di decondizionamento dalle sovrastrutture
sociali. Le sessioni venivano affrontate con la presenza di figure di supporto
interne al gruppo, intese a garantire un clima di tutela reciproca.
Il movimento underground milanese trovò sponda intellettuale
in alcune figure di rilievo del panorama culturale del tempo. Se la cultura
accademica o intellettuale dominante mantenne spesso un atteggiamento di
chiusura nei confronti dei giovani comunardi, personalità come la traduttrice
Fernanda Pivano e il docente universitario Enzo Paci rappresentarono
interlocutori fondamentali, offrendo protezione, sostegno e spazi di dialogo,
affiancati da figure legali impegnate nella tutela dei diritti dei giovani del
movimento.
La parabola delle comuni urbane e del movimento alternativo
andò ad esaurirsi progressivamente verso la fine degli anni Settanta. La
conclusione di questa stagione fu determinata dal concorrere di molteplici
fattori:
-Il mutamento del clima politico e la
radicalizzazione ideologica verso l'estremismo e la lotta armata.
-L'esito problematico dei grandi
eventi di aggregazione giovanile e dei festival popolari, come gli avvenimenti
di Parco Lambro.
-L'ingresso massiccio dell'eroina
all'interno dei contesti giovanili e di controcultura.
-Le dinamiche fisiologiche interne al
gruppo, legate alla crescita individuale, alla nascita di nuovi nuclei
familiari e al naturale affievolirsi delle spinte utopiche originarie.
Crediti e fonti
Testo dell'articolo: tratto
liberamente dall'intervista a Dinni Cesoni firmata da Vincenzo Ligresti per VICE
Italia (16 marzo 2016).
Fotografie: scattate tra il 1970 e il
1971 nella comune di Ovada (AL) da Gigi Respighi, per gentile concessione di
Ignazio Maria Gallino.
Nota di contesto: Contributo e
citazione a cura di Nico Priano.
Tra vicinanza con i grandi del rock,
ripescaggi di repertorio e lo sguardo da dietro le quinte per i trent'anni del
fan club italiano
Una certa e fortunata abitudine a vedere da vicino le figure
che hanno fondato la storia del rock mondiale rischia talvolta di anestetizzare
la percezione del momento. Eppure, trovarsi a pochi passi da chi ha marcato
tappe storiche - dal festival dell'Isola di Wight fino ai palcoscenici
internazionali - restituisce ogni volta il peso e l'importanza di questi
incontri. A colpire non è soltanto il valore tecnico o la rilevanza storica, ma
un'attitudine fatta di pacatezza e disponibilità: musicisti di questo calibro
si muovono dietro le quinte e sul palco dialogando con i colleghi più giovani,
dispensando consigli e confrontandosi senza mai assumere pose da celebrità.
Questa naturalezza si è riflessa chiaramente nella sedicesima
convention di Itullians, andata in
scena al Teatro Sociale di Valenza per celebrare i trent'anni del fan
club ufficiale italiano dedicati all'universo dei Jethro Tull. L'evento,
patrocinato dalle istituzioni locali e legato a una finalità benefica in
collaborazione con la LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) per
sostenere la prevenzione oncologica, si è trasformato in un punto di ritrovo
aperto già dal tardo pomeriggio.
Nel foyer, tra banchetti di memorabilia ed edizioni rare
curati da figure storiche del club come Wazza e Alessandro Gaglione,
pubblico e appassionati arrivati da ogni parte d'Italia, dall'Inghilterra e
dalla Spagna si sono ritrovati per condividere memorie e collezionismo.
A documentare la serata saranno due distinte prospettive
video: da un lato le riprese frontali di alta qualità effettuate da Fulvio
Bava, per restituire l'impatto visivo e sonoro vissuto dalla platea...
...dall'altro i contributi da me girati di lato o dalle spalle dei musicisti,
pensati per mostrare la dinamica intima e non filtrata di quanto accade a pochi
passi da strumentazione e amplificatori. In quest’ultimo caso il valore della documentazione
supera, ovviamente, la qualità del video.
Assistere anche alle prove pomeridiane ha permesso di
cogliere la complessa macchina organizzativa che sta dietro a una
manifestazione del genere. Una convention, infatti, supera la dimensione del
semplice concerto: è la somma di percorsi condivisi, di compagni di viaggio
ritrovati, di ricordi di serate storiche - come la celebre edizione di
Alessandria del 2008 con otto membri ed ex membri della band madre - e di
un'affinità d'intenti che annulla le distanze tra palco e platea.
La serata si è aperta con gli interventi delle autorità
locali e con un momento dedicato alla ricostruzione storica del fan club,
ripercorrendo le tappe principali dal 1996 a oggi. Salito sul palco subito dopo
il presidente Aldo Tagliaferro, punto di riferimento dell'associazione
fin dai primi passi, ho provato a sviluppare un racconto che evidenziasse il
valore di una continuità che ha saputo resistere al tempo e ai cambiamenti.
Dalle 21 alle 24 la scena è passata interamente alla musica,
trasformandosi anche nell'occasione per festeggiare i settant'anni di Franco
Taulino, mente e motore operativo di queste manifestazioni. La vera colonna
portante di questo percorso resta la sua Beggar's Farm. Nata come
progetto tributo molti anni fa, la formazione si è evoluta e modificata nel
tempo, trasformandosi nel punto di riferimento per eccellenza e nella base
d'appoggio per grandissimi nomi della musica, ben oltre i soli membri dei
Jethro Tull. Al tempo stesso, la Beggar's Farm è diventata una vera fucina di
talenti, offrendo spazio e visibilità a un numero importante di giovani
musicisti cresciuti negli anni al seguito del loro mentore.
Sul palco del Teatro Sociale, Taulino ha gestito la regia
dell'evento direttamente dall'interno, coordinando l'ingresso dei tanti
compagni di viaggio coinvolti. La struttura dello spettacolo si è articolata
attraverso un avvicendamento continuo delle varie formazioni della Beggar's
Farm, denominate 1, 2, 3 e 4. Nonostante la rapidità e la frequenza dei cambi di
linea, la scaletta si è sviluppata con assoluta fluidità e precisione tecnica.
Uno degli elementi più apprezzati della serata è stata la
scelta di proporre brani poco affrontati dai Jethro Tull nel nuovo millennio,
una peculiarità che riprende la sensibilità che Martin Barre - tra i
protagonisti principali della serata - dimostra abitualmente anche con la
propria band (come già apprezzato al festival di Veruno lo scorso settembre).
La sequenza dei tre set iniziali ha toccato pagine di grande
spessore: la prima formazione si è concentrata su A Song for Jeffrey, Wond'ring
Aloud e Wind Up; la seconda ha proposto Intro / No Lullaby, Cross-Eyed
Mary e With You There to Help Me; la terza ha rispolverato Black
Sunday, Life Is a Long Song e Hunting Girl.
L'ingresso dei due ospiti d'eccezione ha offerto momenti di
grande intensità, con vertici toccati proprio quando Martin Barree Clive Bunker hanno condiviso direttamente la
scena. È accaduto ad esempio durante l'esecuzione di Serenade to a Cuckoo,
con Barre impegnato al flauto traverso a dialogare con le trame ritmiche del
primo batterista dei Tull, e nel finale travolgente del bis Locomotive
Breath, impreziosito da un assolo di batteria di Bunker che ha scatenato
l'entusiasmo del teatro.
Il set di Bunker ha ripercorso le origini con My Sunday
Feeling, Bourée e To Cry You a Song, mentre l'intervento di
Barre ha spaziato da Minstrel in the Gallery, Back Door Angels e Something's
on the Move a brani della sua produzione solista, come Back to Steel,
fino a Farm on the Freeway, Teacher e The Whistler. Un
articolato medley composto da Songs from the Wood, Too Old to Rock
'n' Roll: Too Young to Die! e Heavy Horses ha preceduto Seal
Driver, My God, Thick as a Brick e Aqualung, prima
dell'esplosione finale di Locomotive Breath.
L'energia sul palco dei due protagonisti, entrambi vicini al
traguardo degli ottant'anni, rappresenta un riscontro tangibile di come la
pratica e l'esercizio diretto della musica - non soltanto l'ascolto passivo -
possano offrire una forma di tenuta fisica e mentale non comune a molti
coetanei, confermando al tempo stesso la freschezza di un repertorio che non
perde efficacia. Quella che sulla carta doveva rappresentare una tappa
conclusiva si è rivelata nei fatti la prova di una comunità coesa, capace di
rinnovarsi senza rifugiarsi nella sola nostalgia.
Superati gli ultimi applausi e i saluti nel backstage,
l'impressione prevalente è che il percorso avviato trent'anni fa possieda
ancora margini di continuità. Nonostante la complessità organizzativa e le
intenzioni iniziali di chiusura, la partecipazione intergenerazionale e il
lavoro svolto sul campo dimostrano che la struttura creata attorno a questi
appuntamenti mantiene una sua vitalità intrinseca. La sedicesima convention non
segna un confine definitivo, ma lascia aperto il campo all'ipotesi di un nuovo
capitolo.
I musicisti sul palco
In tutte le formazioni è risultato presente Franco Taulino.
Formazione n°1: Massimo Faletti (flauto e chitarra acustica), Andrea
Desimone (basso elettrico), Enzo Garlando (tastiere), Brian
Belloni (chitarra), Andrea Civini (batteria).
Garlando, Belloni e Civini hanno sostituito i componenti
originali che non erano presenti per vari motivi.
Uno di questi è Renzo Ceroni e ricordiamo soprattutto Fausto
Coscia, scomparso lo scorso anno che inizialmente si alternava a De Simone
al basso. Da non dimenticare Sergio Ponti, pilastro ritmico per 18 anni, che all’ultimo
momento ha dovuto dare forfait.
Formazione 3: Kenny Valle (tastiere), Andrea Garavelli (basso),
Andrea Vercesi (chitarra acustica), Gigi Graziano (chitarra
elettrica), Riccardo Marchese (in sostituzione di Sergio Ponti).
Formazione 4 (attuale) Kenny Valle tastiere, Mauro Mugiati
(chitarra acustica, tastiere, voce), Brian Belloni (chitarra elettrica),
Riccardo Marchese (batteria).
Ospiti: Arianna
De Lucrezia (basso) e Giacomo Viola (chitarra).
Ospiti speciali: Martin Barre (chitarra,
flauto traverso), Clive Bunker (batteria).
I Roxy Music svelano una prima
versione inedita di "Pyjamarama" e annunciano la riedizione di “For Your Pleasure”
I Roxy Musichanno reso pubblica una rara registrazione
embrionale di Pyjamarama,
celebre singolo uscito nel 1973. Questo materiale inedito farà parte
della nuova riedizione per il cinquantenario dell'album For Your Pleasure,
proposta in una ricca versione multiformato comprensiva di CD, vinile, Blu-ray
e DVD, la cui uscita è programmata per l'inizio di novembre tramite UMR/Island
EMI.
Oltre al brano, è stato recuperato anche il filmato della
loro storica apparizione a Top of the Pops del marzo 1973. La
registrazione video, a lungo considerata irreperibile negli archivi storici
della BBC, è riemersa di recente all'interno dell'archivio privato del DJ Roger
Hill.
Uno scatto d'epoca firmato da Ian Dickson ritrae Bryan Ferry
insieme al chitarrista Phil Manzanera mentre esplorano la struttura del pezzo
su una Hagstrom blu. Si trattava di uno dei primi tentativi di composizione
alla chitarra da parte del cantante. Manzanera ricorda infatti come, per
assecondare la volontà di Ferry di imbracciare lo strumento, decise di
ricorrere a un'accordatura aperta che gli permettesse di eseguire l'armonia
spostandosi semplicemente lungo quattro posizioni sul manico.
Questo stratagemma pratico pose tuttavia diverse sfide in
fase di incisione. Le tensioni ridotte delle corde rendevano estremamente
complessa la tenuta dell'intonazione negli studi di registrazione, costringendo
poi Manzanera a sviluppare contromelodie, assoli e sovraincisioni partendo da
una base strutturalmente atipica.
La riscoperta di questo materiale offre uno sguardo
ravvicinato sul processo creativo dei Roxy Music, dove l'ingegno artigianale
delle prime fasi si intreccia con le sfide tecniche dello studio di
registrazione. Tra registrazioni video fortunate ed esperimenti d'accordatura
azzardati, emerge il ritratto di una band che muoveva i suoi primi passi
fondamentali nel definire l'estetica e la storia del rock degli anni Settanta.
Mezzo secolo di Tales Of Mystery & Imagination: in
arrivo una riedizione speciale
A cinquant'anni dal suo debutto sul mercato discografico,
l'opera prima dell'Alan Parsons Project,
Tales Of Mystery & Imagination,
si appresta a tornare nei negozi in una serie di formati da collezione.
Pubblicato originariamente nel 1976 e ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe,
il disco verrà riproposto in versioni fisiche pensate per ripercorrerne sia
l'impatto storico sia il processo creativo.
Tra le uscite principali spicca un cofanetto in triplo vinile
da 180 grammi, confezionato in un formato libro e limitato a soli 1.976
esemplari numerati. Curata da Miles Showell negli studi di Abbey Road, questa
tiratura include un certificato di autenticità, la versione del 1976, il remix
realizzato nel 1987 e il disco Work in Progress, incentrato su provini,
bozze di missaggio e riprese alternative. A completare il pacchetto, un volume
illustrato raccoglie i testi, note critiche sul materiale inedito e
conversazioni con Alan Parsons, con la famiglia di Eric Woolfson e con i
musicisti coinvolti nelle sessioni dell'epoca.
Parallelamente, la versione su tre CD propone il medesimo
lavoro di rimasterizzazione ad opera di Showell, affiancando ai due mix storici
ben 34 brani extra, una dozzina dei quali mai pubblicati prima. Per gli
appassionati di supporti collezionabili è prevista anche un'edizione in vinile
sagomato a figura, accompagnata da una riproduzione dell'inserto informativo
originale.
Infine, l'edizione su disco Blu-ray punta sugli aspetti
puramente tecnici del suono, introducendo un nuovo missaggio in Dolby Atmos
curato nel 2026 e recuperando la configurazione surround 5.1 allestita nel 2016
da Parsons sulle tracce analogiche di partenza. Oltre alle versioni ad alta
definizione dell'album e dei contenuti di approfondimento, questa uscita
include un opuscolo di sedici pagine corredato da note di copertina e
considerazioni dell'autore sulla lavorazione audio.