Se dovessimo compilare una lista delle persone che hanno
vissuto più vite in una sola, Keith Richardssarebbe senza dubbio in cima. Il chitarrista dei Rolling
Stones non è solo un monumento vivente al rock 'n' roll, ma è anche il
protagonista di alcuni degli aneddoti più incredibili della storia della
musica. Eppure, tra trasfusioni di sangue leggendarie e cadute dagli alberi di
cocco, ce n’è uno che supera tutti per audacia e assurdità: il giorno in cui
decise di "inalare" le ceneri di suo padre.
Tutto ha inizio nel 2002, quando Bert Richards, il padre di
Keith, scompare all'età di 84 anni. Tra i due, dopo anni di silenzio e
lontananza, si era creato un legame fortissimo negli ultimi tempi, fatto di
complicità e di quel tipo di affetto ruvido che solo certi uomini sanno
scambiarsi. Quando arrivò il momento di dirgli addio definitivamente, Keith
decise di piantare una quercia nella sua proprietà, con l'idea di spargere le
ceneri del genitore ai piedi dell'albero per nutrirne le radici.
Ma è qui che la realtà supera la finzione. Mentre Keith
apriva l’urna, una sottile scia di polvere finì sul tavolo. In quel momento, il
chitarrista si trovò davanti a un dilemma: pulire con uno straccio quello che
tecnicamente era suo padre, oppure trovare un modo più "onorevole"
per non sprecare nemmeno un briciolo di quell'essenza.
Come ha raccontato lui stesso con la sua inimitabile voce
roca, decise che non poteva semplicemente spazzare via Bert. Così, quasi per
istinto, stese una riga di cocaina, ci mescolò sopra quella manciata di ceneri
e... beh, fece quello che Keith Richards sapeva fare meglio.
Quando la notizia venne fuori anni dopo, durante
un’intervista esplosiva a NME, il mondo rimase a bocca aperta. Molti
pensarono a una delle sue solite provocazioni, a una boutade lanciata per
alimentare il mito dell'immortale pirata del rock. Persino il suo ufficio
stampa cercò freneticamente di ritrattare, parlando di uno scherzo mal
interpretato. Ma Keith, fedele a sé stesso, non fece mai marcia indietro. Nella
sua autobiografia Life, ha confermato ogni dettaglio, descrivendo il
gesto non come un atto di follia, ma come un rituale intimo, un modo per tenere
il padre dentro di sé, letteralmente, per un ultimo viaggio insieme.
Oggi quella quercia nel Sussex è alta e robusta, cresciuta
sul resto delle ceneri di Bert. E Keith, dal canto suo, continua a sorridere al
mondo con quel ghigno di chi sa di aver infranto ogni tabù possibile,
trasformando persino il lutto in una performance leggendaria. In fondo, se sei
Keith Richards, anche un addio può diventare la storia più rock 'n' roll di
sempre.
Cinque anni dopo Pindaric Flights, Marco Pantozzitorna
con Osmosis, un lavoro che
segna un passaggio netto nella storia di Deception Store, il progetto dell’autore.
Non solo per la scelta dell’italiano al posto dell’inglese, ma soprattutto per
l’allargamento del raggio creativo: un disco nato in Emilia, dentro l’Elfo
Studio Recording di Alberto Callegari, e costruito insieme a una squadra di
musicisti che appartengono alla storia recente del prog italiano. Pubblicato da
Ma.Ra.Cash Records, il progetto trova nell’“osmosi” evocata dal titolo
la sua forma più concreta: una circolazione continua di sensibilità, stili,
esperienze, che porta il progetto a un livello di maturità superiore.
Il soft‑prog di Pantozzi si apre a un ventaglio più ampio di
riferimenti: il sinfonismo melodico, l’ambient strumentale, un certo pop
cantautorale che emerge nei brani più narrativi. L’autore stesso parla di una
predisposizione naturale a muoversi tra generi diversi, e il disco lo conferma:
Osmosis è un lavoro vario, ma non dispersivo, perché tenuto insieme da
un immaginario coerente fatto di fuga, rinascita, introspezione e disincanto.
L’avvio strumentale di Behind the Window stabilisce
subito il tono: un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, che prepara il
terreno a Mare Tranquillitatis, uno dei brani più emblematici del disco.
Qui la scrittura ridotta all’essenziale lascia spazio a un lavoro strumentale
che richiama la scuola floydiana, con un flauto che aggiunge un tocco di
lirismo inatteso. È uno dei punti in cui l’apporto di Vincenzo Ricca si sente
con maggiore evidenza.
Partire è invece il volto più immediato e cantautorale del progetto: un brano
costruito su un’idea melodica forte, sostenuto da un arrangiamento pulito e da
un testo che parla di movimento, desiderio di cambiamento, leggerezza
ritrovata. È uno dei pezzi inediti che meglio rappresentano la nuova direzione
di Pantozzi.
Con Fantasie Pindariche si entra in un territorio più
visionario, quasi un ponte con il passato: il remake esteso di Human Odyssey
mantiene l’impronta originaria ma la amplia, la rende più solida, più definita.
La sezione ritmica di Riccardo Dallagiovanna e Nicolò Magistrali dà al brano un
respiro moderno, mentre i cori di Claudia “Claire” Ursino aggiungono un tocco
di teatralità.
Arrendersi mai è uno dei momenti più autobiografici del disco. Pantozzi lo
descrive come un dialogo immaginario tra padre e figlio, e la canzone funziona
proprio per questa sua sincerità: un invito a non rinunciare al cambiamento,
anche quando sembra tardi. Il duetto con Luca Albertazzi amplifica il senso di
racconto generazionale.
Il cuore concettuale del disco è L’Emporio dell’Inganno,
remake profondo di One More Time. Qui il tema della dipendenza dal gioco
d’azzardo diventa metafora ampia degli inganni quotidiani: “luoghi o situazioni
ove ci vengano offerti sogni e illusioni, venduteci per opportunità”, come
recita il booklet. Il brano è uno dei più riusciti per equilibrio tra testo,
arrangiamento e interpretazione.
La parte finale del disco alterna due strumentali - Norwegian
Fjord e Panta Rei - che mostrano la predilezione dell’autore per la
musica evocativa, e due brani più intimi: La risposta a tutto, costruito
su un crescendo emotivo molto ben calibrato, e Raccontami di te, duetto
con Arianna Caviati che chiude il disco con una malinconia luminosa.
Nel complesso Osmosis è un lavoro maturo, curato,
ricco di dettagli e di partecipazioni di grande livello. Non è un disco che
cerca la complessità fine a sé stessa, ma punta piuttosto alla chiarezza
emotiva, alla costruzione di atmosfere, alla fusione di linguaggi diversi. È un
progetto personale che diventa collettivo senza perdere identità, e questo è
forse il suo risultato più convincente.
L’intervista integrale a Marco Pantozzi, che pubblico a
seguire, permette di entrare ancora più a fondo nelle motivazioni, nelle scelte
e nelle storie che hanno portato alla nascita del disco.
Crediti
Musica e testi di Marco Pantozzi, con
contributi di Max Repetti (3), Vincenzo Ricca (7), Mike
Frajria (8–10).
Registrato all’Elfo Studio
Recording di Tavernago (PC).
Mix & mastering: Alberto
Callegari.
Etichetta: Ma.Ra.Cash Records.
Voci: Marco Pantozzi, Luca Albertazzi,
Arianna Caviati, Daniela Scarlatti
Chitarre: Gian Marco Mento, Mike Frajria
Piano & Tastiere: Vincenzo Ricca, Max Repetti, Joe
Chiericati, Marco Pantozzi, Claudio Buraglio
Basso: Nicolò Magistrali, Tiziano
Boccellari
Batteria: Gigi Cavalli Cocchi, Riccardo
Dallagiovanna, Max Ghioni Flauto traverso: Lorenzo Trecordi
Cori: Claudia “Claire” Ursino
Tracklist
1.Behind
the Window (strum.)
2.Mare
Tranquillitatis
3.Partire
4.Fantasie
Pindariche
5.Arrendersi
mai
6.L’Emporio
dell’Inganno
7.Norwegian
Fjord (strum.)
8.Panta
Rei
9.La
risposta a tutto
10.Raccontami
di te
IL PENSIERO DELL'AUTORE...
“Osmosis” nasce dall’incontro di sensibilità diverse. Quando
hai capito che questo disco non sarebbe stato solo un progetto solista, ma un
vero processo di osmosi artistica?
“Deception Store” nasce come un mio progetto personale, ma è
ovviamente condizionato ed arricchito dai musicisti che di volta in volta mi è
capitato di coinvolgere. Se nella mia opera prima ho lavorato con soli
professionisti della mia città, Merano, nel caso di “Osmosis” ho allargato il
raggio di azione, trovando l’intesa e il giusto feeling con molti altri
musicisti conosciuti in studio a Piacenza (come Max Repetti e Gianmarco Mento)
o tramite contatti personali di vecchia data, che mi hanno onorato della loro
partecipazione: Gigi Cavalli Cocchi e Vincenzo Ricca.
Estendere la mia visione ad altri musicisti, ognuno con il proprio immaginario
e la propria sensibilità, ha dato vita ad un risultato che è andato oltre le
mie iniziali aspettative.
Nel booklet parli di una “ineluttabile osmosi musicale”. Cosa
significa per te mettere insieme musicisti così diversi, e come cambia la tua
scrittura quando sai che la interpreteranno mani e teste differenti?
A livello di scrittura, in vero, non molto: a parte due brani
che sono stati poi co-firmati da Ricca e Repetti nella parte musicale proprio
per il loro grande apporto creativo prodotto a livello di arrangiamento, la
maggior parte dei pezzi sono stati da me composti prima di entrare in studio.
L’Osmosi, qui, non è però soltanto dovuta alle tante e diverse anime musicali
coinvolte, ma anche alla mia personale inclinazione verso generi piuttosto
diversi (penso al progressive Rock più melodico e sinfonico, alla Pink Floyd,
per intenderci) ma anche alla New Age / Ambient strumentale, per finire al
cantautorato Pop più all’italiana: è anche questa mia molteplice
predisposizione che ha generato quell’inevitabile Mix di cui parlo nel booklet.
In “Pindaric Flights” cantavi in inglese, mentre per “Osmosis”
hai scelto l’italiano. Cosa ti ha spinto
a cambiare lingua e come ha influenzato il modo in cui costruisci immagini,
ritmo e melodia?
Come tutti sappiamo, l’inglese è certamente lingua più adatta
al Rock, ma oltre alla oggettiva difficoltà di scrivere testi in una lingua
diversa dalla propria, ho sentito qui l’esigenza di esprimermi senza barriere,
abbracciando anche un po’ la sfida di cercare una buona resa
dell’italiano nei pezzi sulla carta meno adatti alla nostra lingua.
Inoltre, mi risulta che agli stranieri, che è il target cui più mi rivolgo
vista la distribuzione internazionale del disco stampato da Ma.ra.cash Records,
piace sentir cantare in italiano.
Molti brani del disco sembrano raccontare un viaggio
interiore, tra fuga, rinascita e disincanto. Qual è il filo emotivo che lega
queste storie e quanto c’è di autobiografico?
Di autobiografico effettivamente c’è molto e, correttamente,
il tema della fuga e della rinascita è ricorrente in questo disco, così come
anche in parte del primo. L’origine di ciò risiede senz’altro nel mio vissuto
antecedente al momento in cui ho cominciato seriamente a fare musica. Avendo
fatto dapprima studi umanistici, e poi laureatomi in Giurisprudenza, sono stato
inevitabilmente risucchiato in una vita fatta di regole, burocrazia e tanti
uffici dalle luci al neon che, per quanto degna di massimo rispetto, non ho mai
sentito mia fino in fondo. Si può dire probabilmente che la mia passione per le
Arti in generale, e per la Musica in particolare, siano state una mia naturale
reazione ad un lavoro molto poco creativo e rigido, dentro al quale mi sentivo
ingabbiato. Il brano “Arrendersi mai” è l’esatta fotografia di quanto
descritto, sviluppato mediante un immaginario dialogo tra padre e figlio, in
cui è il secondo a spronare il genitore a non pensare mai che sia troppo tardi
per un cambiamento anche radicale della propria condizione, all’inseguimento
dei propri sogni.
Hai lavorato con figure importanti del prog italiano: Cavalli
Cocchi, Ricca, Repetti, Frajria. Cosa hai imparato da ciascuno di loro e come
hanno trasformato il suono del disco?
La fortuna di poter lavorare con dei veri mostri sacri come
Gigi, Vincenzo e Max, per me in definitiva solo poco più che amatore, è stata
davvero un’esperienza eccezionale. La professionalità, la meticolosità ed anche
la loro grande attenzione a quanto io ricercassi sono state un vero regalo. A
sentirli suonare la mia musica mi sono sentito un po’ matricola all’Università
e un po’ bimbo felice al Luna Park! Il risultato finale di un disco - dal sound
al “tiro”, all’atmosfera generale - non è mai predefinibile né ipotizzabile al
100%: al contrario, il processo di genesi è una alchimia di situazioni, visioni
ed estro anche del momento, di tutti i musicisti, che può anche non
concretizzarsi in pieno in quanto sperato o immaginato in partenza. Quando
invece ciò accade o, come in questo caso, va pure oltre l’aspettativa, la
soddisfazione, insieme alla gratitudine, non possono essere che massime.
“L’Emporio dell’Inganno” è uno dei brani più narrativi e
simbolici. Da dove nasce quell’immagine e cosa rappresenta oggi per te l’idea
di “inganno”?
Questo brano mi è in effetti caro (già contenuto in “Pindaric
Flights”, seppur in versione meno estesa) ed è quello che ha dato il nome al
mio intero progetto, cinque anni fa. Nello specifico della canzone, il luogo
che vende illusioni ed inganni è la sala giochi, dove uomini e donne diventano
poco a poco le ombre di sé stesse, rincorrendo la chimera della ricchezza e del
successo. È il tema drammatico, e purtroppo più che mai attuale, della
dipendenza da Gioco d’Azzardo Patologico (GAP, o molto impropriamente chiamato
anche ludopatia), che io ho imparato a conoscere bene, avendo lavorato in una
struttura ONLUS che si occupa di recupero e trattamento delle dipendenze
comportamentali compulsive. Lì ho toccato con mano tante storie di persone
disperate, che mi hanno in vero molto segnato. È il racconto di chi va perdendo i propri affetti e la
propria libertà, per rinchiudersi sempre più in una prigione fatta di illusioni
e solitudine, rincorrendo vani sogni di ricchezza e rovinando, in
definitiva, la propria vita. Ma in verità, di luoghi o situazioni del nostro
quotidiano in cui ci vengono propinati inganni spacciati per opportunità, siamo
circondati: dalle pubblicità truffaldine alle false promesse e narrazioni dei
politici, dagli oroscopi del giorno (enunciati con millantata autorevolezza
ogni santo giorno pure sulla TV pubblica) agli amori traditi. Per non parlare,
oggigiorno, delle masse oceaniche di balle create dalle fake news, dai Deepfake
o dai Video AI stupidi ed inutili che ci ammorbano sui social.
In “Partire" e "Arrendersi mai” emerge un’energia quasi
cinematografica. Come costruisci la drammaturgia dei tuoi brani? Parti dal
testo, dalla musica o da un’immagine?
Salvo rari casi, parto sempre dalla Musica: nell’anima mi
sento senz’altro più musicista che paroliere e nello sviluppo dei testi, a
volte, mi lascio anche volentieri aiutare, come è stato qui con l’amico autore
e gran chitarrista Mike Frajria, mio primo mentore, che ha scritto e arrangiato
con me due brani: “Panta Rei” e “Raccontami di te”. Da amante viscerale
dei Floyd, fin da quando ero un ragazzino, credo di avere nel mio Dna musicale
la ricerca del momento emozionale, dell’epica, sublimata dai cori e dagli
assoli, per cui è probabilmente questo il mio primo fine ultimo, piuttosto che
la lirica più o meno poetica, che pur nella forma canzone rimane certo
importante. C’è comunque da dire che, spesso, alcune parole chiave di un
brano, o il titolo, sorgono già in fase di primissima creazione dello stesso,
risuonando in testa mentre si prova: è una sorta di genesi spontanea, un po’
misteriosa e un po’ magica, se vogliamo, per cui la fonetica, o la metrica di
una o più parole si radicano talmente bene da venir mantenute fino alla fine,
costituendo spunto, a volte, anche per l’intera tematica letteraria del pezzo.
Il disco alterna brani cantati e strumentali. Che ruolo hanno
per te i pezzi senza voce e cosa riescono a dire che le parole non possono?
Amo la musica strumentale; è probabilmente la sua forma più
pura. Ho amato Morricone e sono un fan di Eric Serra, autore francese di
Soundtrack. E dalla musica Classica, in fondo, siamo tutti un po’ partiti.
Riuscire ad evocare immagini e atmosfere senza ricorrere alla suggestione
forzata delle parole (al netto del titolo) è senz’altro esercizio tanto
complesso quanto stimolante. Per i due brani strumentali di “Osmosis” ho trovato poi in
Vincenzo Ricca uno straordinario arrangiatore, che ha riversato la sua
grandissima esperienza di autore di colonne sonore e musica per documentari. Posso
anche aggiungere che la mia predilezione per le parti strumentali si denota
anche in altri brani della mia produzione, in cui la parte cantata è ridotta in
effetti all’essenziale, come in “Mare Tranquillitatis” o “Panta Rei”, o in
“Lifetime" del mio primo Album.
“Osmosis” è un lavoro molto ricco, ma anche molto personale.
Qual è stato il momento più complesso della produzione e quale invece quello in
cui hai capito che il disco “funzionava”?
L’idea del disco mi è venuta strada facendo, man mano che si
aggiungevano brani da lavorare. Ho cominciato col rifare completamente, e in
italiano, due pezzi di “Pindaric Flights” che pensavo potessero esprimere ancor
più forza di quanto fosse stato in inglese; quando li ho realizzati in studio
(all’Elfo Studio di Alberto Callegari) li ho trovati così centrati che mi è
venuta voglia di proseguire, producendo e sviluppando in seguito altre vecchie
idee e demo che avevo nel cassetto e nel contempo scrivendo delle cose nuove:
sono arrivato così ad ottenere del materiale sufficiente per un nuovo CD, che è
vario dal punto di vista della scrittura anche perché avvenuta nell’arco di
tempi diversi. Momenti particolarmente complessi direi che non ce ne siano
stati: potrei semmai parlare della mia costante inquietudine di artista
nella perenne ricerca della cosa più valida, della soluzione più bella, in
mezzo a mille altre possibili: quando hai infinite soluzioni da scegliere a
volte capita di venir affascinati da più proposte e di non saper bene quale
scegliere, a scapito dei tempi di realizzo o a rischio di una visione globale
meno definita di quanto sarebbe auspicabile avere.
Guardando avanti, che direzione immagini per “Deception Store”?
Continuerai a esplorare questa commistione di generi o senti che il prossimo
passo sarà diverso?
La voglia di far musica, di condividerne la fase produttiva
con altri musicisti ed infine di proporla ad un pubblico attento quale è quello
degli appassionati del Prog è ancora tanta e credo che tale resterà. I terreni
d’azione di Deception Store credo rimarranno comunque all’interno di questa
terna di generi appena sperimentata, forse con un maggior spostamento verso il
Pop cantautorale, primo genere con cui mi sono cimentato e di cui ho ancora
diverso materiale. Posso dire che ultimamente mi sto parecchio divertendo con
l’Intelligenza Artificiale generativa, che se saputa usare con criterio, e non
come fine a sé stesso, risulta essere davvero di notevole contributo per idee e
arrangiamenti da riprendere poi in Studio: è questo, forse, l’unico Inganno
dell’Emporio che trovo accettabile.
L'interprete che viveva ogni nota:
nel giorno della sua nascita, omaggio alla passione di Joe Cocker.
Oggi, il vento che accarezza le colline dello Yorkshire, dove
tutto ebbe inizio, porta con sé un'eco potente, un timbro inconfondibile che ha
segnato la storia del rock e del blues: quello di Joe
Cocker.
Nato a Sheffield il 20 maggio del 1944, la sua voce
roca, intensa, capace di trasformare ogni canzone in un'esperienza viscerale,
continua a risuonare nei cuori di milioni di persone.
In questo giorno che avrebbe dovuto celebrare un altro anno
della sua esistenza, ricordiamo non solo il cantante dalla gestualità intensa e
quasi convulsa, ma l'interprete capace di spogliare le canzoni fino all'osso,
rivelandone l'anima più profonda. Da "With a Little Help from MyFriends", trasformata in un urlo liberatorio e disperato, a "You Are So Beautiful", resa una ballata soul struggente e sincera, Joe
Cocker non cantava semplicemente: viveva ogni parola, la masticava, la sputava
fuori con un'autenticità disarmante.
La sua carriera è stata un viaggio tortuoso, fatto di vette
artistiche indimenticabili, come la leggendaria esibizione a Woodstock sotto la
pioggia battente, e di momenti bui. Ma la sua voce, quella voce graffiante e
potente, è sempre rimasta un faro, un punto di riferimento per chi amava la
musica vera, quella che nasce dalle viscere e arriva dritta al cuore.
Ricordare Joe Cocker oggi non è solo un omaggio a un grande
artista scomparso troppo presto (il 22 dicembre del 2014), ma anche una
celebrazione di un modo di interpretare la musica senza filtri, con un'energia
contagiosa e un'emozione palpabile.
Le sue cover diventavano una proprietà privata, marchiate a
fuoco dal suo timbro unico e dalla sua interpretazione intensa.
Joe Cocker non è più con noi, ma la sua voce, la sua
passione, la sua capacità di emozionare con un semplice graffio sonoro
continuano a vivere nelle sue canzoni, nei nostri ricordi, nell'anima di ogni
appassionato di musica.
Buon compleanno, Joe. La tua voce ruvida e meravigliosa ci
manca, ma continua a cantare dentro di noi.
La storia recente degli Ologram
segue un percorso chiaro, una ricerca continua di un linguaggio personale
dentro la grande tradizione del progressive. Con EVADERE,il singolo pubblicato il 9 maggio 2026,
questo percorso trova una nuova direzione, più luminosa e più aperta. Il brano
nasce da un’urgenza emotiva, un bisogno di respirare e ritrovare un centro, e
la band lo traduce in una scrittura che si allarga e si muove con naturalezza.
La voce di Fabio Speranza cattura subito l’attenzione.
Le stratificazioni vocali richiamano l’immaginario degli YES più
melodici, con quella verticalità che porta verso l’alto e crea un’atmosfera
sospesa. La voce diventa guida e colore allo stesso tempo, un elemento che
definisce il carattere del brano.
Attorno a questo nucleo vocale, gli Ologram costruiscono un
ambiente sonoro che riflette la loro identità. Il basso di Dario Giannì
dà solidità, le tastiere di Roberto Giannì scorrono come linee liquide,
le chitarre di Lorenzo Giannì aprono e chiudono spazi con delicatezza,
mentre la batteria di Giovanni Spadaro sostiene il movimento con
precisione. È un equilibrio che arriva dall’esperienza maturata con La
Nebbia e La Mia Scia, e che in questo singolo assume una forma più
diretta e immediata.
EVADERE parla di identità e di confini interiori, di quella spinta che porta a
superare ciò che trattiene. È un tassello che conferma la crescita della band,
già apprezzata dalla stampa italiana e internazionale per la capacità di unire
tradizione prog e sensibilità contemporanea.
Il brano cerca la verità del momento e la restituisce con
sincerità.
Conosciamo meglio il mondo di
OLOGRAM…
Come si è formato il nucleo degli Ologram nel 2022 e quale
visione vi ha guidati fin dall’inizio?
Gli Ologram nascono come progetto solista di Dario Giannì, bassista e
compositore della band. La cesura data dalla fine del progetto Anèma, nel quale
era precedentemente coinvolto insieme a Lorenzo Giannì (chitarrista e autore di
gran parte dei testi per Ologram), ha elicitato la volontà di sperimentare più
liberamente rispondendo a un’esigenza unica e personale di far musica. Sin da
allora, il proposito è stato rivisitare gli stilemi del prog e del neo-prog
alla luce di un’esigenza melodica accessibile – molto spesso entro i ranghi
della forma canzone propriamente detta.
Dopo “La Nebbia”, accolto molto bene anche all’estero, quali
elementi del vostro linguaggio musicale sono cresciuti o cambiati?
Come già espresso in precedenza, la voglia di proporre un’idea di prog adeguato
al fluire melodico del pop colto è stata dirimente. In questo senso può
leggersi il passaggio a La Mia Scia: ci siamo concentrati maggiormente
sulla sintesi tra i topoi classici della musica progressiva e quelli
della “spontaneità” della musica leggera.
Le recensioni internazionali hanno evidenziato maturità e
identità. Quale aspetto di “La Mia Scia” sentite più rappresentativo della
vostra direzione attuale?
Ne La Mia Scia il salto di qualità è stato sostanziale – soprattutto
dal punto di vista dell’omogeneità dei suoni in fase di produzione e
registrazione. Siamo riusciti ad evocare un ambiente che univocamente si dipana
nel corso del disco, imperniando anche la scrittura degli arrangiamenti su
questo proposito.
Nella vostra musica emergono richiami al prog storico e
internazionale: come integrate queste influenze senza perdere la vostra voce?
Crediamo che ripresentare in maniera pedissequa le forme del progressive
tradizionale serva a ben poco: è già stato fatto magistralmente da moltissime
formazioni storiche. Ciò che riteniamo interessante, invece, è il “nomadismo”
di quelle forme laddove si contaminino con linguaggi contemporanei e con la
musica d’autore italiana.
Nel nuovo singolo, “Evadere”, le voci creano un’atmosfera
che, personalmente, riporta agli YES più melodici. Come avete lavorato sulle
stratificazioni vocali e sul timbro?
Gli Yes – soprattutto quelli di “90125” – sono certamente un riferimento
rilevante per la nostra scrittura. Ci piace lavorare sulle armonie vocali: è un
espediente per evidenziare alcune successioni di accordi interessanti sicché
consente di metterne in rilievo il modo o le estensioni, contribuendo a quella
natura “orchestrale” del prog.
EVADERE parla di confini interiori e di una spinta verso la
liberazione. Come nasce questo tema e come si riflette nella scrittura
musicale?
Il tema delle profondità interiori e dei loro equivoci è sempre stato
dominante nella nostra scrittura. Nel caso di “Evadere”, l’idea è più in
generale – rispetto al futuro disco – quella di sviluppare un concept sul film Angel
Heart del 1987. Ci affascina l’idea di un’indagine su un mistero che si
rivela poi essere foriera di rivelazioni su sé stessi.
Il vostro suono vive dell’equilibrio tra basso, tastiere,
chitarre e batteria. Come si sviluppa il processo creativo all’interno del
gruppo?
Dario si occupa di scrivere la musica e dà una prima conformazione
all’arrangiamento. Successivamente interviene, di solito, Lorenzo per le
chitarre, i testi e le linee vocali (insieme a Dario). A cascata, poi, il
processo si apre alle “perturbazioni” degli altri membri che arricchiscono la
visione originale.
Le recensioni mostrano attenzione crescente verso di voi.
Come percepite oggi la scena prog italiana e internazionale?
Ci sono moltissime novità sul fronte del progressive: è una scena musicale
molto florida e ricca di connessioni – anche squisitamente umane – tra persone
e progetti pure molto distanti tra loro. Questa è, in generale, una prerogativa
affascinante della musica rock in relazione alle sue comunità. Siamo contenti
di farne parte.
Questo singolo apre una nuova fase? State già lavorando a un
progetto più ampio?
Sì, come menzionato precedentemente. L’idea è produrre il nuovo album, di
cui abbiamo già quasi la totalità delle demo, entro l’anno prossimo.
Siete molto presenti su social e piattaforme varie. Che tipo
di relazione cercate con chi vi segue?
La più spontanea possibile: non ci interessano le sovrastrutture delle
tecniche comunicative, desideriamo invece una connessione autentica con i
nostri ascoltatori – e sempre basata sulla musica.
Contatti ufficiali Ologram
Per informazioni, interviste,
recensioni, collaborazioni
Il concerto di mercoledì 15 maggio dei The Cost Of Freedomha chiuso il percorso annuale dei corsi di musica alla
UniSavona, un cammino che quest’anno ha intrecciato quattordici lezioni, due
incontri con ospiti esterni e sei serate tematiche molto diverse tra loro.
Questa era l’ultima, quella che raccoglieva tutto: lo studio, le prove, le
conversazioni, le scoperte condivise lungo mesi di lavoro.
La sala era piena, nonostante un clima quasi invernale che
avrebbe potuto scoraggiare molti. E invece il pubblico c’era, con quella
qualità di ascolto che si crea solo quando la musica diventa parte di un
percorso comune. I The Cost Of Freedom hanno portato sul palco il loro
repertorio ormai ampio, costruito negli anni a partire dalle prime esperienze
legate alle presentazioni di libri sul rock e poi cresciuto fino a diventare un
linguaggio personale, un equilibrio tra acustico ed elettrico che appartiene
solo a loro.
La formazione era al completo, e questo ha dato alla serata
un valore in più. Lo scorso anno, quando il concerto conclusivo si era tenuto
in marzo, mancava il bassista. Questa volta invece c’era Ivo Bologna,
nuovo arrivo al basso e ai cori, presenza che ha completato in modo naturale il
suono del gruppo. Accanto a lui Marco Biano alle chitarre e ai cori, Fabrizio
Cruciani alla voce, ai cori e alle percussioni, Athos Enrile alla
chitarra, alle percussioni, ai cori e alla voce, e Roberto Storace alla
voce, alle chitarre, all’armonica e agli arrangiamenti.
Il repertorio, ormai vasto, ha dato vita a una serata fluida,
ricca di passaggi, di rimandi, di brani che il pubblico riconosce e sente
propri. Qualcuno, alla fine, ha scherzato dicendo che presto si potrà fare come
i Grateful Dead, con quattro ore di concerto. Un’iperbole affettuosa che
però coglie un punto reale: la capacità di tenere insieme tanti pezzi senza
perdere coerenza, grazie anche ai medley che sono diventati una delle firme più
riconoscibili.
Tra i messaggi arrivati dopo la serata, uno racconta bene il
clima emotivo che si è creato, descrivendo la forza di un gruppo che cresce
insieme e che porta sul palco un’amicizia musicale fatta di ascolto reciproco,
con la musica che “arriva al cuore”.
Il concerto del 15 maggio non è stato solo un’esibizione, ma
un probabile punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio. Una
conferma che il percorso fatto vive soprattutto nei momenti in cui la musica
diventa esperienza condivisa, e la risposta del pubblico lo ha reso evidente.
Fetus: la meccanica della vita, come memoria per il domani
Un “nuovo” incontro col brano “Fetus”
è avvenuto quasi per caso, guardando il film Battiato, il lungo viaggio.
Vedere l’attore Dario Aitainterpretare un giovane Franco Battiatoe
riproporre in modo così fedeleil pezzoha riacceso un ricordo
che era rimasto sopito per decenni. Fa parte di un mio passato lontano: nel
1974, durante il festival di Altare (SV), assistetti a una esecuzione di
Battiato quando era nella sua fase più sperimentale. Allora, da adolescente, la
trovai una musica… complicata, ed io ero del tutto impreparato a quelle
sonorità così aspre. Ho dovuto attendere il 1980, con L’era del cinghiale
bianco, per iniziare ad amarlo davvero, e solo successivamente, dopo aver
assimilato il mio amato prog, sentii di avere la formazione adatta per
apprezzare l’avanguardia di un disco del 1972.
Dietro quei suoni apparentemente freddi, ho ritrovato un
senso profondo che riguarda l'essenza stessa dell'esistenza, la solitudine che
ogni essere umano vive nei suoi primi nove mesi. È il racconto di un isolamento
sensoriale, di una vita che si forma nel silenzio e di una comunicazione che
resta necessariamente imperfetta per molto tempo, anche dopo la nascita.
Conoscere questo lato meno noto di un artista che ha segnato la mia storia
diventa un modo per riflettere sul mistero meccanico e biologico dell'inizio di
tutto.
Il silenzio della mente e la
meccanica della vita
Il brano si apre con una sequenza sonora che non lascia
spazio al sentimentalismo. Un battito cardiaco regolare e cupo agisce da
metronomo, mentre le oscillazioni del sintetizzatore VCS3 creano un ambiente
asettico, quasi spaziale. La frase introduttiva, "Non ero ancora nato
che già sentivo il cuore", definisce immediatamente la prospettiva:
non è il racconto di una madre, ma la cronaca interna di un’entità in divenire.
Battiato osserva la gestazione come un processo biomeccanico, dove l'energia si
trasforma seguendo leggi fisiche precise.
L’analisi del testo rivela un vocabolario asciutto, fatto di
termini come "fenomeni d'orientamento", "spazio",
"tempo" e "meccanica del pensiero". L'autore
evita accuratamente gli aggettivi iperbolici per concentrarsi sulla
trasformazione molecolare. L'evoluzione viene definita un mistero non in senso
mistico, ma come un complesso sistema di dati e impulsi che iniziano a
strutturarsi nel silenzio della mente. Qui emerge il concetto di "immagine
latente", un termine mutuato dalla fotografia che descrive
perfettamente qualcosa che esiste già ma non si è ancora manifestato alla luce.
Non ero ancora nato
Che già sentivo il cuore
Che la mia vita
Nasceva senza amore
Mi trascinavo adagio
Dentro il corpo umano
Già per le vene
Verso il mio destino
La parte musicale accompagna questa visione attraverso
sonorità tipiche del progressive più d'avanguardia. Le esplosioni strumentali e
i tappeti sintetici non sono semplici virtuosismi, ma rappresentano il muro
sensoriale che circonda il feto. Si percepisce una solitudine profonda, un
isolamento che dura nove mesi in cui la comunicazione è forzatamente imperfetta
e unilaterale. È un dialogo limitato che proseguirà anche dopo la nascita,
durante il primo anno di vita, quando il bambino percepisce il mondo senza
possedere ancora gli strumenti logici e linguistici per decodificarlo o
interagire appieno.
Battiato intendeva esplorare il confine tra l'uomo e la
macchina, tra il biologico e il sintetico. La sua ricerca non puntava a
emozionare nel senso classico del termine, ma a documentare il passaggio dalla
materia alla coscienza. Riconsiderare oggi questo brano significa riconoscere
la lucidità di un artista che aveva già individuato nella tecnologia non un
semplice strumento, ma una chiave di lettura della natura umana.
Rimane un pensiero legato alla forza di questo messaggio. Mi
chiedo se avrei il coraggio di proporre questo brano nel momento in cui, un
giorno lontano, qualcuno a me caro scoprisse di diventare genitore. Lo farei
certamente se sapessi che è pronto a cogliere la bellezza insita nella
complessità, superando l'impatto di una sonorità inizialmente ostica per
abbracciare l'idea che la vita, nel suo farsi, è un evento tanto meraviglioso
quanto rigorosamente tecnico.
Riflessioni sull'eredità di Ian
Curtis: a 46 anni dalla sua scomparsa, la voce dei Joy Division continua a
risuonare, svelando la profonda connessione tra genio artistico, malattia e
tormento interiore
Oggi, 18 maggio, il mondo della musica commemora il
quarantaseiesimo anniversario della tragica scomparsa di Ian Curtis, il carismatico e profondamente
tormentato frontman dei Joy Division. A soli 23 anni, la sua vita si è
interrotta bruscamente, ma l'impronta lasciata dalla sua arte e l'influenza
della sua musica continuano a risuonare con una potenza straordinaria.
Nato il 15 luglio 1956 a Stretford e cresciuto a
Macclesfield, Ian Curtis mostrò fin da giovane un'inclinazione per la
letteratura e la musica. Affascinato dalla poesia romantica ottocentesca e da
icone del rock come Jim Morrison e David Bowie, sviluppò un interesse
particolare per il punk, che avrebbe poi plasmato il suo percorso artistico.
Nonostante un'intelligenza acuta che gli valse una borsa di studio alla King's
School di Macclesfield, la sua vera passione risiedeva nell'arte, nella
letteratura e, naturalmente, nella musica.
Nel 1977, Curtis si unì a Bernard Sumner, Peter Hook e
Stephen Morris per formare i Joy Division (inizialmente noti come Warsaw). Dopo
l'EP An Ideal for Living, la band iniziò a guadagnare notorietà,
culminata con l'acclamato album d'esordio, Unknown Pleasures
(1979). La sua voce, profonda, baritonale e intrisa di una palpabile
malinconia, si fondeva perfettamente con testi che erano autentiche
esplorazioni delle profondità dell'animo umano. Attraverso le sue parole,
Curtis dissezionava con cruda onestà temi come l'alienazione, la solitudine, la
disperazione e le fragilità esistenziali, trasformando canzoni come “Love Will Tear Us Apart", "Transmission" e "Atmosphere"
in inni generazionali.
Tuttavia, dietro la genialità artistica di Curtis si celava
una profonda sofferenza. Sofferente di epilessia fotosensibile, la sua
malattia divenne un peso insostenibile negli ultimi anni della sua vita,
scatenando una depressione cronica intorno ai vent'anni. Le crisi
epilettiche, spesso innescate dalle luci stroboscopiche durante i concerti, non
solo compromettevano la sua salute fisica, ma incidevano pesantemente sul suo
stato psicologico e sulla sua capacità di esibirsi. La sua danza convulsa sul
palco, sebbene magnetica, era anche un riflesso di questa lotta interiore ed
esteriore.
A complicare ulteriormente il quadro, il suo matrimonio con
Deborah Woodruff, sposata nel 1975 e madre della loro unica figlia Nathalie
(nata nel 1979), entrò in crisi a causa della sua relazione con la giornalista
belga Annik Honoré. La pressione della malattia, le turbolenze personali e le
crescenti esigenze di una carriera musicale in rapida ascesa crearono un
cocktail devastante di stress.
La tragedia si consumò il 18 maggio 1980. Alla vigilia
della prima tournée americana dei Joy Division, un'occasione che avrebbe potuto
consacrare definitivamente la band a livello globale, Ian Curtis morì suicida,
impiccandosi nella cucina della sua casa a Macclesfield. Si dice che prima di
compiere il gesto, avesse guardato il film "La ballata di Stroszek"
di Werner Herzog e ascoltato l'album "The Idiot" di Iggy Pop, simboli
del suo stato d'animo disperato. Lasciò la moglie Deborah, dalla quale si era
ormai separato, e la figlia Nathalie. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri
tumulate a Macclesfield, con la lapide che reca inciso il suo verso più famoso:
"Love Will Tear Us Apart".
L'impatto dei Joy Division, nonostante una discografia
sorprendentemente breve – solo due album in studio, i seminali Unknown Pleasures e Closer – è stato monumentale. La band ha
agito da catalizzatore, aprendo la strada a innumerevoli formazioni e definendo
l'estetica e il sound di interi sottogeneri musicali come il gothic rock e la
cold wave. La loro musica ha rappresentato un ponte cruciale tra la ruvidezza e
l'energia del punk e la complessità emotiva e sonora che avrebbe caratterizzato
la scena musicale successiva.
La prematura e tragica scomparsa di Ian Curtis ha
cristallizzato la sua figura in quella di un'icona. È diventato un simbolo
della sensibilità artistica estrema e della fragilità umana di fronte alle
sfide più oscure della vita. La sua arte, sebbene permeata da una malinconia
innegabile, continua a offrire una forma di catarsi, di conforto e di profonda
comprensione a chiunque si riconosca nelle sue parole, nelle sue melodie e nel
suo inconfondibile sound.
Oggi, mentre ricordiamo Ian Curtis, non celebriamo solo il
genio musicale, ma anche il coraggio di un artista che ha osato esplorare le
profondità più oscure dell'animo umano, lasciando un'eredità che continua a
ispirare, commuovere e risuonare in eterno.
Ci sono percorsi che non nascono da un’accademia, da un
talent o da una linea retta, ma da una vita vissuta, da un’ostinazione
silenziosa, da un rapporto con la musica che non ha bisogno di essere
dichiarato perché semplicemente esiste. Denise
Rizzottoappartiene a questa
famiglia di interpreti che non inseguono la scena, ma nella scena trovano un
modo per respirare. Oggi emerge con una maturità che non chiede clamore, perché
è già tutta nella sua storia.
La sua vicenda comincia nei garage di provincia, quando da
bambina costruiva piccoli spettacoli per amiche e parenti. Non era imitazione,
ma un primo tentativo di dare forma a un’urgenza. I pomeriggi da sola, mentre i
genitori lavoravano, diventavano un laboratorio intimo: ascoltare, cantare,
tradurre testi inglesi, cercare un senso nelle parole degli altri per trovare
il proprio. È lì che nasce la Denise di oggi, quella che riconosce nella musica
un luogo identitario, un modo per moltiplicarsi e ritrovarsi.
L’incontro con Massimo Vigone, “Zio Max”, è il primo snodo
reale. Non un maestro scolastico, ma una figura che le insegna a scegliere, a
interpretare, a capire che la voce non è solo tecnica ma presenza. Con lui
affronta concorsi come Castrocaro, ma capisce presto che quel mondo non le
appartiene: troppo freddo, troppo codificato, troppo distante da ciò che per
lei significa cantare. È la prima presa di coscienza: la musica sì, ma non a
qualsiasi prezzo.
Nel 2005 arriva Roma, con il Cinecittà Campus e
l’insegnamento di Maria Grazia Fontana. Sono anni intensi, fatti di studio,
disciplina, danza hip-hop, prove continue. Un contesto che la prepara a una
lunga fase nell’intrattenimento, tra resort, hotel e soprattutto quattro anni
sulle navi Costa. Qui Denise diventa presentatrice in cinque lingue, affronta
palchi da duemila persone, gestisce situazioni complesse. Eppure, ogni volta
che può, torna a cantare. Anche quando la musica non è il centro del lavoro, resta
il centro di sé.
Il 2012 è l’anno della svolta: parte da sola per la Cina. Non
per un progetto definito, ma per un bisogno di movimento, di scoperta, di vita.
Shanghai, Hong Kong, le jam session del lunedì, gli strumenti non
convenzionali, i musicisti incontrati per caso e diventati compagni di palco. È
un viaggio che la cambia dentro e fuori, che la costringe a misurarsi con
culture diverse e con una scena musicale tecnicamente avanzata. Ovunque vada,
la musica la trova.
Poi arriva la Spagna, prima Barcellona e poi Benidorm. Tre
anni di ascolto, di jam, di immersione nella musica dal vivo, seguiti da
un’esperienza complessa come production manager per una produzione inglese. Un
ruolo che la mette alla prova, che la costringe a gestire, organizzare, tenere
insieme persone e situazioni. Anche questo diventa parte della sua identità
artistica: capire cosa significa stare dietro lo spettacolo per poi tornare
davanti con più consapevolezza.
Il ritorno ad Albisola è affettivo e insieme professionale.
Denise ricomincia a cercare musicisti, a costruire un repertorio, a proporsi
nei locali. Non è un percorso lineare, non lo è mai stato, ma è un percorso
vero. Ogni collaborazione è un tassello, ogni concerto un passo avanti, ogni
prova un modo per capire chi è e chi vuole diventare. È in questa fase che la
sua voce, più matura e più consapevole, comincia a emergere con una chiarezza
nuova.
A questo si aggiunge un pensiero che Denise ha confidato
quasi in punta di piedi: la sua timidezza. Non quella sociale, ma quella che
nasce quando il canto diventa un gesto esposto, un frammento di sé che non si
può proteggere. Per lei cantare è un atto intimo, qualcosa di profondamente
personale. Si riconosce in quella timidezza che apparteneva a figure come Patti
Smith, Freddie Mercury, Jimi Hendrix e ad altri artisti che hanno trasformato
la vulnerabilità in presenza scenica. Denise sente di appartenere a quella
famiglia emotiva, a chi vive la musica come un luogo privato che diventa
pubblico solo nel momento in cui la voce esce.
Proprio perché la sua storia non è fatta di scorciatoie,
l’intervista che accompagna questo articolo - insieme a un sample video -
permette di ascoltare direttamente la sua voce, non solo quella musicale ma
quella interiore, quella che racconta senza filtri il percorso, i dubbi, le
scelte, le partenze e i ritorni. È un modo per entrare ancora di più nel suo
mondo, per capire come una vita così mobile possa trovare un centro stabile
proprio nel canto.
Oggi Denise è un’interprete in evoluzione. Studia di nuovo
canto, pensa a una scuola di musica, si mette in discussione. A volte si chiede
se sia tardi, ma la risposta è già nella sua storia: non è mai tardi per chi ha
una voce che non ha smesso di cercare il proprio spazio. La sua maturazione è
lenta, dilatata, costruita fuori dai riflettori ma dentro esperienze reali. È
questo che la rende interessante: non la promessa di un talento acerbo, ma la
solidità di un talento che ha avuto il coraggio di crescere nei margini.
La sua voce non è solo uno strumento, ma un luogo, un modo per
attraversare emozioni, per annullare il resto, per ritrovare un centro. In un
panorama che premia la rapidità e la visibilità immediata, Denise rappresenta
un’altra possibilità, quella di un’artista che non ha mai smesso di cercare, e
che proprio per questo oggi ha qualcosa da dire.
L'INTERVISTA
Quando ripensi ai tuoi primi anni con la musica, qual è
l’immagine che ti rappresenta meglio oggi?
Il profumo dei fiori secchi. La prima canzone che ho
registrato in studio è stata Labirinth di Elisa, e nel ritornello c’è
quel verso, “Scent of dried flowers”, che mi accompagna ancora. È
un’immagine che porto con me, una canzone che continua a risuonare nella mia
mente e un’artista, Elisa, che resta una fonte costante di ispirazione.
Nel percorso con Massimo Vigone cosa hai imparato davvero: la
tecnica, l’interpretazione o il modo di scegliere i brani?
Con “Zio Massimo” ho imparato soprattutto l’arte
dell’interpretazione, il lasciare andare. Ho capito che quando canti, reciti o
suoni, ovunque tu sia, diventi un personaggio: indossi una maschera che non è
falsità, ma un modo per esprimerti con libertà. L’artista e il tuo “Io”
convivono, viaggiano insieme, pur restando due entità distinte.
Castrocaro e i concorsi ti hanno lasciato più insegnamenti o
più distacco verso quel mondo?
Mi hanno lasciato soprattutto distacco. Troppa freddezza,
poca crescita reale, e io ero troppo giovane per trarne qualcosa di
significativo.
L’esperienza al Cinecittà Campus è stata intensa: cosa ti sei
portata dietro da quei mesi romani?
Da Cinecittà ho portato con me insegnamenti tecnici, il
lavoro sul canto di gruppo, ottimi docenti e amicizie vere che, in un modo o
nell’altro, fanno ancora parte della mia vita.
Le navi in cui hai lavorato ti hanno dato un ruolo molto
esposto ma non sempre musicale. Come riuscivi a ritagliarti uno spazio per la
tua voce?
Sulle navi ho avuto un ruolo versatile e artistico,
l’esperienza più significativa della mia vita. Ho presentato in teatro in
cinque lingue davanti a duemila persone, affrontato sbarchi complessi e trovato
una vera “famiglia” in quei cinque mesi. All’epoca però la musica non era al
centro: non credevo abbastanza in me stessa, ero immatura e pensavo soprattutto
a lavorare per avere uno stipendio. Quando c’era lo spettacolo dell’equipaggio,
però, cantavo sempre una canzone in teatro. La musica, in fondo, non mi ha mai
lasciata.
La Cina è un capitolo forte della tua vita. Cosa ti ha
cambiata di più: il viaggio, il lavoro o le jam session?
La Cina è stata un viaggio nel viaggio, dentro e fuori di me.
Sono partita da sola ed è stata un’esperienza intensissima. Il viaggio mi ha
cambiata, le jam session mi hanno fatto crescere musicalmente, ogni incontro mi
ha insegnato qualcosa. Per quanto riguarda il lavoro, ho dato solo qualche
lezione privata di inglese a Hong Kong, che mi ha permesso di legare con una
famiglia del posto. È stato soprattutto un viaggio, nel senso più pieno del
termine.
Hong Kong e Barcellona sono due città molto diverse. In che
modo hanno influenzato il tuo modo di cantare?
Entrambe mi hanno riportata sul palco nei locali, mi hanno
aiutata a lasciarmi andare nell’interpretazione, a ritrovare un po’ di
sicurezza e a conoscere musicisti. La scena di Hong Kong era molto più
internazionale e variegata, anche negli strumenti. Era il 2012. Barcellona è
arrivata cinque anni dopo: ho fatto musica solo nell’ultimo anno, perché prima
lavoravo troppo. Ero diversa io, ma la voglia di cantare era sempre lì, pronta
a riemergere appena avevo un po’ di tempo.
A Benidorm hai lavorato come production manager: cosa hai
scoperto di te stessa stando “dietro” allo spettacolo?
È stata un’esperienza completamente diversa. Gestire un
gruppo di ragazzi inglesi molto giovani, con una cultura differente, non era
semplice. Ero sia dietro sia davanti allo spettacolo, come presentatrice. Ho
scoperto che essere responsabile non è facile: serve polso, ma anche
comprensione, e bisogna conciliare tutto con la propria vita quotidiana. A
volte ci si sente soli, perché per quanto tu sia flessibile ed “easy”, resti
comunque il capo.
Tornare ad Albisola e ricominciare a costruire un repertorio
è un gesto di coraggio. Qual è stata la parte più difficile?
Tornare ad Albisola è stata una scelta d’amore verso mio
padre. Ed è stato bello potermi dedicare un po’ alla musica. Costruire un
repertorio è stato divertente e stimolante.
Oggi stai investendo di nuovo nella formazione. Che tipo di
cantante senti di voler diventare nei prossimi anni?
Sento di voler migliorare molto: nella tecnica, nella
presenza scenica - che ho affinato soprattutto sulle navi - e nella sicurezza.
C’è sempre da imparare. Vorrei diventare una cantante più forte, più
consapevole, e soprattutto fare musica sempre: sul palco, in casa, per strada.
“Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con
calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "
Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966
Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”
Il più famoso epiteto nella storia della musica venne
pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei
confronti del rock ad alto volume.
Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le
proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una
replica carica di fastidio: “Non ti
credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla
da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che,
l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.
Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul
“tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del
musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi
versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi
di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un
accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era
stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli
arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse
più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.
Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966,
dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band)
che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento
ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e
puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più
indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che
stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.
I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti
coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente
influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva
solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse
importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi.
Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di
Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in
scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una
performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e
drasticamente modificate.
La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva
caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation
Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del
1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare.
Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo
gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si
ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben
visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti
precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da
uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da
brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del
pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un
motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di
una delle sue prime registrazioni, Baby,
Let Me FollowYou Down. Verso la fine
del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella,
quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé
notevole entrò nella leggenda.
Da “Io
C’ERO”, di Mark Paytress
Curiosità:
Esiste in Italia (e
magari ce ne saranno altre nel mondo!) una band denominata "Keith
Butler & The Judas", un vero e proprio tributo a Bob Dylan
proposto da questi cinque musicisti che suonano versioni al fulmicotone del
menestrello di Duluth, dai classicissimi degli anni ‘60 fino a gemme oscure da
Dylanologi incalliti, ogni volta in versione diversa, come insegna il maestro.
Il leader della band è Giancarlo Frigieri, tutti i componenti sono della zona
di Modena e Reggio Emilia.
Questa la formazione
nel 2017: Giancarlo Frigeri chitarra e voce, Rigo Righetti basso, Lele Borghi
batteria, Gianni Campovecchi tastiere.