mercoledì 15 luglio 2026

Gli Strawbs pubblicano il video live di Benedictus mentre “Grave New World” torna in una nuova edizione limitata dal vivo

 


Gli Strawbs pubblicano il video live di Benedictus mentre “Grave New World” torna in una nuova edizione limitata dal vivo


Gli Strawbs celebrano uno dei capitoli più importanti della loro storia con l’uscita di Grave New World Live, la prima e unica versione dal vivo del celebre album del 1972. La registrazione, catturata negli Stati Uniti nel 2019, verrà pubblicata in edizione limitata su vinile il prossimo ottobre da Witchwood Records, come parte delle iniziative per il cinquantesimo anniversario della band.

Il 13 luglio si è ricordato anche il primo anniversario della scomparsa di Dave Cousins, anima e guida degli Strawbs. Per ricordarlo, l’etichetta ha diffuso un video live di Benedictus, brano che Cousins considerava tra i più rappresentativi della loro produzione e dell’album a cui era più legato.

La versione proposta proviene dal concerto al Lakewood Theatre nel New Jersey, datato 27 aprile 2019. Sul palco, accanto a Cousins, ritornano John Ford e Blue Weaver, già presenti nell’album originale, insieme a Brian Willoughby, Cathryn Craig, Tony Fernandez, Eric Bazilian e con Wesley Stace nel ruolo di narratore. Un ensemble che restituisce la complessità e la profondità di un disco che, nel 1972, segnò una svolta artistica per la band.

Grave New World Live è stato prodotto da Larry Fast, noto per il lavoro con Peter Gabriel, Foreigner, Nektar e Hall & Oates, mentre il mastering è stato affidato a Geoff Pesche degli Abbey Road Studios, già al fianco di Dire Straits, Coldplay e Mike Oldfield. Una squadra che conferma l’intento di rendere omaggio a un album considerato un punto fermo del folk-progressive britannico.

Secondo le volontà espresse nel testamento di Cousins, tutti i proventi dei suoi diritti d’autore legati a questo progetto saranno destinati all’Università di Leicester e all’Università di Bangor, con l’obiettivo di sostenere giovani musicisti meritevoli. Un gesto che riflette la sua visione della musica come strumento di crescita e possibilità.

L’album sarà pubblicato in sole 1.000 copie in tutto il mondo, in formato LP gatefold con libretto, riprendendo la presentazione originale del disco in studio. Un oggetto pensato per i collezionisti e per chi desidera riscoprire l’opera in una veste nuova, ma fedele allo spirito degli Strawbs.





Peter Banks: nasceva il 15 luglio il silenzioso pioniere del prog rock

 


Peter Banks, l'architetto silenzioso del Prog Rock e l'eredità di un nascita di mezza estate

 

Nel pantheon del progressive rock, le stelle più luminose spesso monopolizzano la narrazione, lasciando nell'ombra figure ugualmente cruciali la cui impronta è meno appariscente ma non meno profonda. Peter Banks, il chitarrista originale e co-fondatore degli Yes, rientra pienamente in questa categoria.

Nato il 15 luglio 1947, proprio nel cuore dell'estate inglese, Banks ha incarnato uno spirito di innovazione che, sebbene non sempre celebrato con la dovuta enfasi, ha gettato le basi per uno dei generi più complessi e affascinanti della storia della musica.

Il 15 luglio 1947 vedeva l'Europa ancora alle prese con le cicatrici della Seconda Guerra Mondiale, ma era anche un'epoca di fermento culturale e sociale che avrebbe di lì a poco dato vita al rock'n'roll e, successivamente, alle sue evoluzioni più audaci. In questo contesto di rinascita, Peter Banks iniziò il suo percorso musicale, affinando un talento che lo avrebbe portato a distinguersi ben presto. La sua chitarra non era solo uno strumento per l'esecuzione di melodie, ma un mezzo per esplorare textures, armonizzazioni complesse e strutture compositive che andavano ben oltre la semplicità del pop dell'epoca.

Già nelle sue prime esperienze con band come i Syn e i Mabel Greer's Toyshop, Banks mostrava una versatilità e una profondità rare. Era un musicista che pensava "oltre", anticipando le tendenze che avrebbero definito il progressive rock. Il suo stile era una fusione eclettica di influenze: l'energia del blues e del rock, la sofisticazione armonica del jazz, e la costruzione formale mutuata dalla musica classica. Non cercava la velocità fine a sé stessa, ma la precisione, l'espressività e la capacità di contribuire in modo organico al tessuto sonoro complessivo.

Fu con la fondazione degli Yes nel 1968, al fianco di Jon Anderson, Chris Squire, Tony Kaye e Bill Bruford, che il genio di Banks trovò la sua prima, grande piattaforma. I primi due album della band, Yes (1969) e Time and a Word (1970), sono testimonianze indelebili del suo contributo. In questi lavori, Banks non si limitava a fornire accompagnamenti; le sue linee di chitarra erano intricate, spesso in un dialogo contrappuntistico con il basso virtuoso di Chris Squire, e i suoi assoli erano concisi ma densi di significato, mai banali o ridondanti. Brani come "Beyond and Before", la versione originale di "Yours Is No Disgrace" (seppur non sull'album in studio), e "No Opportunity Necessary, NoExperience Needed" mostrano la sua capacità di tessere trame complesse e di aggiungere un'impronta distintiva al sound embrionale degli Yes.

Il suo sound era caratterizzato da una brillantezza cristallina, spesso arricchita dall'uso giudizioso di effetti come il wah-wah e il fuzz, applicati con un'intelligenza musicale che li elevava oltre la mera novità tecnologica. Banks era un esploratore del suono, capace di alternare passaggi acustici delicati a esplosioni elettriche potenti, integrando armonie jazz in un contesto rock innovativo. Era un architetto, capace di costruire fondamenta solide e di elevarsi in strutture complesse e sorprendenti.

Purtroppo, le frizioni creative e personali portarono alla sua separazione dagli Yes dopo Time and a Word. Questo evento, pur aprendo le porte all'era di Steve Howe e al grande successo commerciale degli Yes, segnò per Banks l'inizio di un percorso musicale più tortuoso ma non meno significativo. Nonostante non abbia mai più raggiunto la stessa visibilità, Peter Banks continuò a creare musica di alta qualità.

Con i Flash, da lui fondati, produsse album come l'omonimo Flash (1972) e In the Can (1972), dove poté esplorare ulteriormente le sue idee compositive e il suo stile chitarristico, dimostrando una visione artistica coerente e audace. La sua carriera post-Yes fu un susseguirsi di collaborazioni e progetti meno noti, ma sempre animati da una profonda onestà artistica e dalla ricerca di nuove espressioni sonore. La sua discografia solista, seppur limitata, offre ulteriori insight sulla sua evoluzione.

Peter Banks ci ha lasciati il 7 marzo 2013, ma la sua eredità musicale rimane un faro per chiunque voglia comprendere le radici del progressive rock. È stato un innovatore, un musicista la cui profonda comprensione armonica e la capacità di creare atmosfere uniche hanno contribuito in modo sostanziale a definire un genere. Nonostante la sua figura non sia sempre stata al centro dei riflettori, il suo contributo è innegabile e merita di essere riscoperto e celebrato. La nascita di Peter Banks, in quella mezza estate di quasi ottant'anni fa, ha segnato l'inizio di un viaggio musicale che, pur con i suoi alti e bassi, ha arricchito profondamente il panorama del rock, lasciando un'impronta indelebile e silenziosa ma potente.






martedì 14 luglio 2026

Una petizione chiede alla BBC di valorizzare l’eredità compositiva di Keith Emerson

Una petizione chiede alla BBC di valorizzare l’eredità compositiva di Keith Emerson

Una nuova iniziativa lanciata sui social punta i riflettori su Keith Emerson, figura centrale del progressive rock e autore di opere che hanno segnato la storia della musica del Novecento. Il gruppo Facebook Emerson Lake & Palmer Appreciation Group ha avviato una petizione rivolta alla BBC affinché l’emittente riconosca in modo più ampio e strutturato il contributo compositivo del tastierista britannico.

La richiesta arriva in un momento particolarmente significativo: gli Emerson Lake & Palmer saranno protagonisti del programma “Prog Rock: A Fanfare For The Common Man”, il primo festival interamente dedicato al prog all’interno dei BBC Proms, in scena alla Royal Albert Hall il 18 luglio. Sul palco salirà Carl Palmer, unico membro superstite della formazione originale, affiancato da Peter Hammill dei Van der Graaf Generator, Guy Garvey degli Elbow, Jane Weaver e Gruff Rhys dei Super Furry Animals. A condurre la serata sarà Stuart Maconie, voce autorevole del progressive e conduttore della Freak Zone su BBC Radio 6 Music.

Secondo i promotori, Emerson non cercava semplicemente il successo popolare, ma ambiva a essere ricordato come un compositore serio, capace di creare opere complesse, stratificate e destinate a durare nel tempo. Il 2027 segnerà inoltre il cinquantesimo anniversario del Concerto n.1, scritto nel 1976 e pubblicato l’anno successivo nell’album Works Volume 1, un traguardo che rende ancora più urgente una riflessione sul suo ruolo nella musica contemporanea.

La petizione, indirizzata alla BBC e ad altre istituzioni culturali, propone una serie di azioni concrete:

-Maggiore diffusione delle composizioni di Emerson e delle sue opere soliste su BBC Radio 3.

-Nuovi documentari e programmi retrospettivi su BBC Four dedicati alla sua innovazione musicale e al suo contributo alla cultura del XX secolo.

-Inclusione stabile nelle stagioni 2027/2028 dei BBC Proms, con esecuzioni, approfondimenti e progetti speciali. 

La campagna punta a trasformare l’omaggio degli imminenti Proms in un percorso più ampio, capace di restituire a Emerson il posto che molti appassionati ritengono gli spetti nella storia della musica. 





The Samurai of Prog - The 7 Voyages of Sinbad

 


The Samurai of Prog - The 7 Voyages of Sinbad

Seacrest Oy, 2026 


Ci sono band prolifiche, e poi ci sono The Samurai of Prog. Da oltre un decennio il collettivo guidato da Marco Bernard e Kimmo Pörsti pubblica album con una frequenza che sfida ogni logica produttiva, mantenendo però una qualità che pochi gruppi riescono a sostenere anche in un’intera carriera.

The 7 Voyages of Sinbad è l’ennesima dimostrazione di questa inesauribile vitalità creativa, un nuovo concept, un nuovo cast internazionale di musicisti, un nuovo viaggio sonoro che si aggiunge a una discografia già monumentale.

Come sempre, l’impatto visivo è parte integrante dell’opera. L’artwork di Ed Unitsky non è semplice decorazione, ma un’estensione narrativa della musica. Le sue illustrazioni, sospese tra simbolismo, mitologia e immaginario fantastico, trasformano l’album in un oggetto totale. Unitsky costruisce mondi, architetture impossibili, paesaggi visionari, figure archetipiche che amplificano la dimensione epica del concept. È un marchio estetico che ormai definisce l’identità dei Samurai tanto quanto le loro scelte musicali.

Il disco racconta le sette avventure di Sinbad, ma lo fa con un taglio moderno e psicologico. L’introduzione di Marco Grieco lo chiarisce subito: “Non sono più il marinaio che lasciò il porto”. Il viaggio diventa così un percorso di trasformazione interiore, un confronto con la paura, la perdita, la tentazione della ricchezza, la scoperta del limite e, infine, la rivelazione di sé.

Ogni brano è affidato a un compositore diverso, scelta che potrebbe generare frammentazione ma che, grazie alla direzione artistica di Bernard e Pörsti, produce invece un mosaico coerente. La sezione ritmica, presente in ogni episodio, garantisce continuità timbrica e narrativa.


Analisi musicale

01. Guided by the Moon – Beppe Crovella

Apertura sinfonica, con tastiere ampie e un canto narrativo che introduce il tema del destino. Steve Unruh offre una prova vocale intensa, mentre il violino aggiunge tensione emotiva. Il brano alterna lirismo e dinamismo, preparando perfettamente il terreno.

02. The Valley of Diamonds – Stefano Vicarelli

Primo episodio strumentale, costruito su tappeti elettronici e un ritmo controllato. Vicarelli crea un paesaggio sonoro sospeso, quasi ipnotico, che evoca la valle dei serpenti e dei diamanti. È un momento contemplativo, ma anche inquieto.

03. Mark the Stars – Octavio Stampalia

Brano energico, con un’impronta prog classica. Steph Honde porta una vocalità teatrale, mentre Stampalia costruisce un impianto armonico solido. Il ritornello “Mark the stars, wield his fate” diventa un vero leitmotiv eroico.

04. End of the Day – Alessandro Di Benedetti

Uno dei vertici emotivi del disco. Il testo è cupo e introspettivo: “I’m about to reach the end, there so little to understand”. La presenza di Roine Stolt aggiunge eleganza melodica. La struttura alterna quiete e dramma, riflettendo la storia di cannibali, tombe e rinascita.

05. Trapped by Old Age – Rafael Pacha

Ricchissimo di strumenti etnici e antichi, è il brano più simbolico dell’album. Pacha costruisce un episodio quasi rituale, con un crescendo narrativo che culmina nella rivelazione finale: “This damn man is me!”. Qui il mito diventa metafora dell’età, del peso del passato, della lotta con sé stessi.

06. The Isle of Wonder – Mimmo Ferri

Brano in quattro sezioni, molto narrativo. Le chitarre acustiche e la voce di Daniel Fäldt creano un clima sospeso tra disperazione e meraviglia. Il testo alterna immagini dure (“gems, rubies, ambergris and bones, and death”) a momenti di rinascita. Il solo di Toni Jokinen è uno dei più intensi del disco.

07. The Last Shore – Marco Grieco

Episodio visionario, con flauto e violino che ampliano lo spettro timbrico. Il tema ricorrente “Through the sky, where angels sing” crea un’atmosfera mistica. Il brano racconta la scoperta che gli uomini‑uccello sono in realtà demoni: un ribaltamento reso con un crescendo drammatico molto efficace.

08. Sinbad the Sailor – Chris Engels

Chiusura perfetta, quasi una ballata epica. Il testo riassume l’intero arco narrativo: “I have sailed where maps dissolve”. La voce di Engels è calda, la chitarra acustica di Sposaro aggiunge intimità. È un ritorno a casa, ma anche un addio al mare.


Tracklist

1.   Guided by the Moon - 07:08

2.   The Valley of Diamonds - 06:15

3.   Mark the Stars - 05:55

4.   End of the Day - 09:01

5.   Trapped by Old Age - 10:27

6.   The Isle of Wonder - 10:26

7.   The Last Shore - 10:16

8.   Sinbad the Sailor - 06:31


Musicisti (lista unica con riferimento ai brani)

Sezione ritmica (presente in tutto l’album)

Marco Bernard - Shuker bass (01- 08)

Kimmo Pörsti - drums (01- 08)


Compositori / tastieristi

Beppe Crovella - keyboards (01)

Stefano Vicarelli - keyboards (02)

Octavio Stampalia - keyboards (03)

Alessandro Di Benedetti - keyboards (04)

Rafael Pacha - keyboards, guitars, percussion, sazs, rehtiz, viola da gamba, zither, flutes, voice (05)

Mimmo Ferri - keyboards, 12‑string acoustic guitar, electric guitar, backing vocals (06)

Marco Grieco - keyboards, acoustic guitar, backing vocals (07)

Chris Engels - keyboards, vocals (08)


Voci

Steve Unruh - vocals & violin (01), lead vocals (07)

Steph Honde - vocals (03)

Michael Trew - vocals (04, 05)

Daniel Fäldt - lead & backing vocals (06)

Chris Engels - vocals (08)

 

Chitarre

Toni Jokinen - electric guitar (01, 03, 04, 06, 07, 08)

Roine Stolt - electric guitar (04)

Massimo Sposaro - acoustic guitar (08)

Strumenti aggiuntivi

Giovanni Mazzotti - flute (07)

Beatrice Birardi - darbuka (06)


The 7 Voyages of Sinbad conferma una volta di più la natura instancabile dei The Samurai of Prog, ma allo stesso tempo mette in luce il loro limite più evidente: la produttività continua rischia talvolta di oscurare la portata delle singole opere. Questo album, però, riesce a emergere proprio grazie alla forza del concept e alla qualità dei compositori coinvolti. Non tutto ha lo stesso peso specifico, alcune sezioni risultano più narrative che realmente memorabili, ma l’insieme funziona perché mantiene una coerenza interna rara in un progetto così frammentato per firme e stili.

La presenza costante della sezione ritmica di Bernard e Pörsti garantisce un’identità sonora riconoscibile, mentre l’artwork di Ed Unitsky - ancora una volta impeccabile - eleva il disco a oggetto totale, curato in ogni dettaglio. È un elemento che molti gruppi considerano accessorio, ma che per i Samurai è parte integrante del linguaggio.

Dal punto di vista musicale, l’album non cerca la sorpresa a tutti i costi, preferisce consolidare un’estetica che la band padroneggia da anni. È un lavoro che parla soprattutto agli ascoltatori già dentro l’universo Seacrest Oy, ma offre abbastanza varietà e profondità da risultare accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta. In definitiva, non è il capitolo più rivoluzionario della loro discografia, ma è uno dei più compatti, maturi e narrativamente riusciti. Un altro tassello di una storia che sembra non voler rallentare.







lunedì 13 luglio 2026

13 luglio 1985-Il giorno in cui la musica unì il mondo: l'epopea del Live Aid


Il Live Aid fu un evento musicale epocale che si svolse il 13 luglio 1985, caratterizzato da due concerti simultanei di beneficenza di portata globale: uno allo Wembley Stadium di Londra, e l'altro al John F. Kennedy Stadium di Philadelphia.


Ideazione e scopo 

L'evento fu ideato da Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats, e dal musicista Midge Ure degli Ultravox, in risposta alla devastante carestia che colpì l'Etiopia negli anni '80. L'obiettivo primario era raccogliere fondi per alleviare la fame e le sofferenze nel paese africano, sensibilizzando al contempo l'opinione pubblica mondiale sulla crisi umanitaria.


Caratteristiche uniche

La simultaneità dei concerti in due continenti, resa possibile dalle comunicazioni satellitari, fu un elemento senza precedenti che sottolineò l'unità globale nella lotta contro la fame.

Il Live Aid vide esibirsi un cast impressionante di artisti di fama mondiale provenienti da diversi generi musicali, con un forte focus sul rock e sul pop. Molti di questi artisti si esibirono gratuitamente, animati da un sincero desiderio di contribuire alla causa.

L'evento fu trasmesso in diretta televisiva in oltre 150 paesi, raggiungendo un'audience stimata di quasi due miliardi di persone. Questa copertura mediatica senza precedenti amplificò enormemente la consapevolezza e la raccolta fondi.


Artisti iconici (selezione)

Londra (Wembley Stadium):

Queen (la cui performance è spesso considerata uno dei momenti più iconici nella storia dei concerti rock)

David Bowie

U2

Elton John

Paul McCartney

The Who

Dire Straits

Sting

Phil Collins (che si esibì anche a Philadelphia nello stesso giorno grazie al Concorde)

Bob Geldof (con i Boomtown Rats e come solista)


Philadelphia (John F. Kennedy Stadium):

Madonna

Michael Jackson (che partecipò al coro di "We Are the World" ma non si esibì singolarmente)

Bob Dylan

Eric Clapton

Led Zeppelin (con Phil Collins e Tony Thompson alla batteria)

Lionel Richie

Tina Turner

Hall & Oates

Neil Young

 

Impatto e eredità

Il Live Aid non fu solo un grande concerto, ma un vero e proprio motore di solidarietà. I fondi raccolti per l'Etiopia furono ingenti, anche se l'efficacia di quegli aiuti nel lungo periodo è stata spesso messa in discussione. Ma al di là dei numeri, l'evento ebbe un'eco pazzesca a livello mondiale. Improvvisamente, la carestia in Africa non era più una notizia lontana, ma qualcosa che toccava le corde di milioni di persone.

Il Live Aid diventò un fenomeno culturale potentissimo, un momento in cui gente di ogni tipo si sentì unita dalla musica per fare qualcosa di buono. Il successo fu tale che aprì la strada a un sacco di altri concerti benefici negli anni a venire.







domenica 12 luglio 2026

YES a Vado Ligure (SV): era il 12 luglio del 2003


Lorenzo Rapetti, l’autore del video a seguire, mi ha permesso di ricordare in modo concreto il concerto che ha cambiato la mia storia recente, quello del 12 luglio 2003, giorno in cui gli YES suonarono a Vado Ligure (SV) e mi segnarono profondamente.
Superfluo evidenziare i tanti motivi, perché descritti in un articolo qualche anno fa e spesso ricorrenti nei miei racconti:



Resta la soddisfazione di aver messo assieme alcune immagini e uno stralcio musicale di quel giorno magico, dove una band stratosferica si presentò con la miglior formazione possibile (Jon Anderson, Rick Wakeman, Steve Hove, Chirs Squire e Alan White) e mi … chiarì le idee.

Un grazie anche a Gianmaria Zanier per per avermi fornito qualche immagine







sabato 11 luglio 2026

Nel luglio 1973 (6 o 13?) usciva "A Passion Play", il capolavoro controverso dei Jethro Tull

 


AVVERTENZE 

Nelle righe a seguire propongo un commento minimale, con ascolto allegato, di un album storico dei Jethro Tull.

L’intento è quello di rimanere in superficie a favore dei neofiti curiosi, e quindi più che una recensione trattasi di una presentazione, poco utile per gli esperti del genere.


Artista: Jethro Tull

Titolo: A Passion Play

Data di pubblicazione: 13 luglio 1973

Durata: 45:04

Dischi: 1

Tracce: 2

Genere: Rock progressivo

Etichetta: Chrysalis

Registrazione: Morgan Studios di Londra

 

"A Passion Play" è un album concettuale dei Jethro Tull pubblicato il 13 luglio del 1973

Il disco suscitò reazioni contrastanti al momento della sua uscita, ma è diventato nel corso degli anni un'opera significativa nella discografia della band. In questa recensione, esploreremo il contenuto musicale e il concept dell'album.

"A Passion Play" è un'opera ambiziosa e complessa, che sfida le convenzioni musicali del suo tempo. L'album è strutturato come una sorta di dramma teatrale, con diverse sezioni che si susseguono senza soluzione di continuità. La musica dei Jethro Tull in questo caso è un amalgama di rock progressivo, folk, jazz e influenze classiche, creando un'esperienza sonora unica.

L'opera narra della storia di un certo Ronnie Pilgrim il quale, dopo morto, sperimenta il giudizio e l'aldilà, visitando paradiso e inferno, per poi rinascere. È quindi un'unica storia e per questo motivo l'album è stato presentato come un movimento unico. Il racconto, apparentemente banale, nasconde in realtà una miriade di allegorie e allusioni che fanno di A Passion Play il disco più complesso nella storia della band.

L'album si apre con un'introduzione strumentale che crea un'atmosfera misteriosa e teatrale. Da lì, la musica si sviluppa attraverso una serie di movimenti, con cambi di tempo e tonalità che creano una sensazione di progressione e tensione. La voce di Ian Anderson si fa strada attraverso le composizioni con il suo timbro distintivo, offrendo una narrazione intrigante.

The Story of the Hare Who Lost His Spectacles è il pezzo centrale dell'album, molto umoristico con gli animali come protagonisti, recitato (non cantato) da Jeffrey Hammond Hammond, accompagnato da teatro da camera con gruppo e orchestra. Il testo di questo brano non c'entra assolutamente nulla con il resto dell'album e molto probabilmente ha la funzione di sdrammatizzare la seriosità di tutta l'opera nonostante, anche in questo caso (come al solito da parte di Ian Anderson), le allusioni non manchino.

Le liriche di A Passion Play sono dense e criptiche, e richiedono un ascolto attento per cogliere appieno il loro significato. Il concept dell'album ruota attorno a temi come la vita, la morte, la spiritualità e l'esistenzialismo. Le parole di Anderson sono intrise di metafore e immagini poetiche, che aggiungono un elemento di profondità al lavoro complessivo.

Dal punto di vista strumentale, il talento dei membri di Jethro Tull è evidente. Le linee di flauto di Ian Anderson sono virtuose e penetranti, mentre le chitarre di Martin Barre creano solide strutture musicali. Le tastiere di John Evan, unite alla sezione ritmica composta da Jeffrey Hammond al basso e Barriemore Barlow alla batteria, forniscono una solida base che tiene insieme l'intero album.

La complessità musicale e concettuale fanno sì che l’assimilazione dell’album richieda tempo e pazienza per il pieno apprezzamento, e le lunghe trame proposte senza soluzione di continuità potrebbero risultare impegnative per chi cerca melodie immediate e orecchiabili.

Sintetizzo: "A Passion Play" è un album emblematico del periodo di massima sperimentazione dei Jethro Tull. La sua natura articolata e il concept teatrale lo rendono un'opera affascinante, ma che richiede impegno da parte dell'ascoltatore.

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare) 

A Passion Play (Parte 1) - 21:36 (Anderson)

A Passion Play (Parte 2) - 23:31 (Anderson), contenente:

The Story of the Hare Who Lost His Spectacles (Anderson / Hammond / Evan)


 

Formazione: 

Ian Anderson: voce, flauto, chitarra acustica, sassofono

Martin Barre: chitarra elettrica

Jeffrey Hammond: basso, voce narrante in "The Story of the Hare Who Lost His Spectacles"

Barriemore Barlow: batteria

John Evan: tastiere, voce




venerdì 10 luglio 2026

Origine e adattamento: The House of the Rising Sun / La casa del sole

 


“The House of the Rising Sun” / “La casa del sole” – Una ballata antica che cambia volto


The House of the Rising Sun”, portata al successo nel 1964 dagli The Animals, è una di quelle canzoni che sembrano arrivare da un luogo senza tempo. La voce di Eric Burdon entra con un’intensità che non ha bisogno di crescere, è già lì, piena, diretta. L’arpeggio dell’organo di Alan Price costruisce un movimento circolare, quasi ipnotico, che sostiene l’intero brano. La melodia affonda le radici nel folk tradizionale, ma l’arrangiamento degli Animals la trasforma in una ballata elettrica che segna un’epoca.

La forza del brano sta nella sua essenzialità. Pochi elementi, tutti necessari: la voce, l’organo, la chitarra che segue senza invadere. Una storia di cadute e ritorni, lasciata sospesa, come se la canzone fosse solo un frammento di qualcosa di più grande.

In Italia la melodia prende una strada diversa. I Los Marcellos Ferial realizzano La casa del sole, adattamento che mantiene la struttura musicale ma cambia completamente il testo. La vicenda non è più legata all’ombra di New Orleans, né al destino segnato del protagonista. Il racconto diventa più lineare, più vicino alla canzone italiana dell’epoca, con un tono che smussa la durezza dell’originale. La voce porta un calore diverso, più narrativo, meno ruvido.

L’arrangiamento segue questa scelta. Dove gli Animals costruiscono un clima teso, quasi drammatico, i Los Marcellos Ferial optano per una lettura più morbida, più melodica. La melodia rimane riconoscibile, ma il contesto cambia: la ballata folk-blues diventa una canzone pop italiana, con un colore che appartiene pienamente agli anni Sessanta.

Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di abitare la stessa linea melodica. Gli Animals trasformano un canto tradizionale in un brano moderno, con una tensione che rimane costante. I Los Marcellos Ferial scelgono una via più rassicurante, più vicina al gusto italiano dell’epoca, senza cercare la stessa profondità emotiva. Non è una questione di fedeltà: è una diversa interpretazione del materiale di partenza.

Riascoltate oggi, le due letture non si sovrappongono: convivono come due prospettive su una melodia che attraversa epoche e contesti. “The House of the Rising Sun” resta una ballata che porta con sé un’ombra antica; “La casa del sole” conserva il sapore di una stagione italiana che rileggeva il repertorio internazionale secondo la propria sensibilità. È in questo scarto che la canzone mostra la sua capacità di adattarsi senza perdere la sua forza.





giovedì 9 luglio 2026

Addio a Bonnie Tyler, icona senza tempo

 


Bonnie Tyler si è spenta a 75 anni, nella notte tra l’8 e il 9 luglio 2026, in un ospedale di Faro, in Portogallo, dopo settimane di condizioni critiche. La famiglia ha diffuso un comunicato in cui chiede rispetto e privacy, confermando una scomparsa improvvisa legata alle complicazioni della malattia per cui era ricoverata.

Bonnie Tyler, nata Gaynor Hopkins nel 1951 a Skewen, Galles, era una delle interpreti più riconoscibili della musica pop-rock internazionale. La sua voce roca, graffiante, unica, l’ha resa immediatamente identificabile e amatissima dal pubblico. Brani come Total Eclipse of the Heart, Holding Out for a Hero e It’s a Heartache hanno segnato un’epoca e continuano a vivere nell’immaginario collettivo.

A maggio la cantante era stata sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza all’intestino dopo una perforazione. Le complicazioni successive avevano richiesto un coma farmacologico e una lunga permanenza in terapia intensiva. Nonostante un timido miglioramento a giugno, le condizioni erano rimaste molto gravi.

Bonnie Tyler ha attraversato oltre quarant’anni di carriera, conquistando classifiche, palcoscenici e pubblico in tutto il mondo:

-è stata la prima artista gallese a raggiungere il n.1 della Billboard Hot 100 con Total Eclipse of the Heart.

-ha venduto milioni di copie, con singoli che superano i 6 milioni di unità.

-ha rappresentato il Regno Unito all’Eurovision 2013.

-è stata insignita del titolo di MBE dalla Corona britannica per il suo contributo alla musica.

La sua morte ha suscitato un’ondata immediata di cordoglio nel mondo della musica e della cultura. Dalla politica britannica agli artisti internazionali, tutti hanno ricordato la sua energia, la sua voce irripetibile e la sua capacità di trasformare ogni canzone in un’esperienza emotiva.

Bonnie Tyler lascia il marito Robert Sullivan, compagno di una vita, e milioni di fan che continueranno a cantare le sue canzoni.

La sua voce rimane. Resta nei dischi, nei palchi, nei ricordi di chi l’ha ascoltata e amata.






“Wight Is Wight”-"L'isola di Wight", tra Michel Delpech e Dik Dik

Wight Is Wight” è una canzone di Michel Delpech uscita nel 1969. La canzone evoca i Festival dell'Isola di Wight che si sono svolti nell'isola dal 1968 al 1970.

In Francia riscosse un notevole successo e raggiunse la prima posizione della hit parade. Anche in Italia sfiorò la vetta, raggiungendo la seconda posizione.

In totale ha venduto oltre un milione di copie ed è stata premiata con il disco d'oro.

Nella canzone, influenzata dalla cultura hippy, l'autore menziona Bob Dylan e Donovan in segno di tributo.



Nel 1970 i DIK DIK realizzarono la loro versione in italiano, con i testi di Claudio Daiano e Alberto Salerno, intitolata “L'isola di Wight”, e pubblicata nel singolo L'isola di Wight/Innamorato”.

I Dik Dik avevano da poco interrotto la collaborazione con Mogol-Battisti. Pietruccio Montalbetti voleva dedicare una canzone al fenomeno dei raduni pop (cominciati con il Festival di Monterey, a cui successe Woodstock e, appunto il Festival dell'Isola di Wight) e avendo casualmente sentito il pezzo di Delpech, pensò di farne una versione in italiano. I Dik Dik la incisero "in fretta e furia" ottenendo anch’essi un grande successo.

Una bella canzone - e tanti ricordi -  in tutte le versioni…






mercoledì 8 luglio 2026

William James Dixon


 

Willie Dixon: l’indiscusso pilastro del Chicago Blues, le cui centinaia di canzoni hanno definito un genere e oltrepassato i confini, lasciando un'eredità immortale nella storia della musica


William James Dixon (1915-1992), universalmente noto come Willie Dixon, è una figura colossale nella storia della musica americana, la cui influenza si estende ben oltre il suo ruolo di musicista. Basso elettrico, cantante, paroliere, arrangiatore e produttore discografico, Dixon è riconosciuto, accanto a Muddy Waters, come la mente più influente nella formazione del suono del Chicago blues del dopoguerra e un ponte cruciale verso l'emergente rock and roll.

Nato a Vicksburg, Mississippi, il 1° luglio 1915, Dixon fu esposto precocemente alla musica, assorbendo le sonorità del blues rurale e del gospel. La sua passione per le rime, ereditata dalla madre, si manifestò presto nella scrittura di canzoni. Trasferitosi a Chicago nel 1936, intraprese inizialmente una carriera nel pugilato, vincendo il campionato amatoriale dei pesi massimi Golden Glove dell'Illinois. Tuttavia, la musica era il suo vero destino. Imparò a suonare il contrabbasso e nel 1939 incontrò il pianista Leonard "Baby Doo" Caston, con cui formò i Five Breezes e in seguito i Big Three Trio, un gruppo che introdusse l'armonia vocale nel blues.

Il periodo più significativo della carriera di Dixon fu il suo ruolo centrale presso la Chess Records, una delle etichette discografiche più importanti per il blues e il rock and roll. Dal 1948 ai primi anni '60, Dixon fu un pilastro fondamentale: suonava il basso nelle sessioni di registrazione, arrangiava brani, produceva artisti e agiva da talent scout. Ma il suo contributo più duraturo fu come prolifico paroliere. Dixon ha scritto o co-scritto oltre 500 canzoni, molte delle quali sono diventate standard intramontabili del blues. Tra le sue composizioni più celebri figurano "Hoochie Coochie Man", "I Just Want to Make Love to You", "Little Red Rooster", "My Babe", "Spoonful" e "You Can't Judge a Book by the Cover". Questi brani, eseguiti da leggende come Muddy Waters, Howlin' Wolf, Little Walter e Bo Diddley, hanno definito il sound del Chicago blues e influenzato generazioni di musicisti in tutto il mondo.

L'impatto di Dixon non si limitò al blues. Il suo lavoro con artisti come Chuck Berry e Bo Diddley all'inizio degli anni '50 lo rese un collegamento essenziale tra il blues e i primi suoni del rock and roll. Molte delle sue canzoni furono successivamente riprese da iconici artisti rock, tra cui i Rolling Stones, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Elvis Presley e gli Allman Brothers, consolidando la sua eredità nel pantheon della musica popolare.

Negli anni successivi, Willie Dixon divenne un instancabile ambasciatore del blues, girando il mondo con la sua band, i Chicago All-Stars. Fu anche un fervente sostenitore dei diritti degli artisti, fondando la Blues Heaven Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro dedicata a preservare l'eredità del blues, proteggere i diritti d'autore e le royalty per gli artisti più anziani e fornire borse di studio a giovani musicisti.

Willie Dixon è stato insignito di numerosi riconoscimenti per il suo contributo inestimabile alla musica, tra cui l'introduzione nella Blues Hall of Fame (1980), nella Rock and Roll Hall of Fame (1994) e nella Songwriters Hall of Fame. La sua autobiografia, "I Am the Blues", pubblicata nel 1989, offre una preziosa testimonianza della sua vita e della sua visione della musica.

Willie Dixon è deceduto il 29 gennaio 1992, ma la sua musica e la sua influenza continuano a risuonare, confermando il suo status di "poeta laureato del blues" e di "padre del moderno Chicago Blues", un vero gigante la cui genialità ha plasmato il panorama musicale globale.