giovedì 7 febbraio 2019

The Who al Superbowl il 7 febbraio del 2010



Accadeva nel 2010...

Grande performance al Superbowl il 7 febbraio degli Who di Roger Daltrey e Pete Townshend, al Sun Life Stadium di Miami, nell’intervallo della partita che ha visto vincitori i Saints di New Orleans, al suono di Pinball Wizard e Baba O' Riley!

Suonare nell’intervallo della finale del Superbowl, in diretta nazionale, è un onore riservato solo a grandi artisti dal calibro di Paul McCartney, Prince e Bruce Springsteen. Quest’anno è toccato agli Who, leggende del rock inglese, che sono tornati in auge negli States grazie alle sigle TV dei vari CSI.
Il loro set s’è aperto in modo maestoso con Pinball Wizard, tra giochi di luce e raggi laser, seguito dalla monumentale Baba O’ Riley, in cui Townshend nel break urla, con la grinta di un tempo “It’s Only Teenage Wasteland!”. Non rinuncia a far roteare le braccia, roba da far invidia ai giovani colleghi. Daltrey sembra più compassato ma sempre carismatico.
Dietro i due rocker ultra-sessantenni si agita alla batteria il figlio d’arte Zak Starkey, classe '65, con una giacca rossa degna di Sgt Pepper’s, e il simbolo Mod del bersaglio sui piatti. E ancora in scaletta altri classici immortali come Who Are You Won’t Get Fooled Again.

La partita ha visto lo scontro tra i Saints di New Orleans e gli Indianapolis Colts. Si dice che Obama abbia puntato sui Colts, per scaramanzia. Ha avuto ragione. E’ arrivata la storica vittoria per i Santi di New Orleans, la città del jazz, del Mardi Gras che dopo l’uragano Katrina ha finalmente rialzato la testa.

venerdì 1 febbraio 2019

Fist Of Rage-“Black Water”

Fist Of Rage-“Black Water”
Andromeda Relix

I friulani Fist Of Rage hanno una storia consolidate, nonostante la giovane età.
L’inizio risale al 2004, con la proposizione degli iniziali amori rock, sfociata nel 2010 con il rilascio del primo album di inediti, “Iterations To Reality”, frutto dell’incontro con la Andromeda Relix di Gianni Della Cioppa.
La fortunata collaborazione porta ora all’uscita di un secondo capitolo, “Black Water”, a una distanza temporale ragguardevole, ma è probabile che la maturazione interna alla band, che passa anche attraverso modifiche alla line up, abbia richiesto riflessioni, o più semplicemente l’attesa del momento giusto. E anche questa situazione, vista con occhio esterno, ha significato preciso, in tempi in cui la tecnologia permette di “costruire” qualsiasi cosa, e in tempi minimi.
Per chi non conosce il gruppo, la semplice lettura della formazione suggerisce un potenziale genere - la doppia chitarra, il vocalist puro, sezione ritmica e tastiere -, un’immagine che traccia il percorso del rock tradizionale. Il primo ascolto chiarisce le idee: un frontman dalla voce incredibile (per rimanere entro i nostri confini ho trovato in Piero Pattay similitudini con Roberto Tiranti), un tappeto tastieristico di estrema qualità (Stefano Alessandrini), una percussione ritmica imponente (Saverio Gaglianese al basso e Alfredo Macuz alla batteria), e un caratteristico rimbalzo tra le due elettriche (Marco Onofri e Davide Alessandrini).

Hard rock con venature metal e qualche spruzzata di prog sono il mix proposto, condensato in un album che presenta il classico bilanciamento tra ritmo forsennato e ballad, e parlando di queste ultime occorre sottolineare la bellezza melodica di “Lost” e la chiusura perfetta, “September Tears”, caratterizzata dal duetto vocale tra Pattay e Giada Etro dei Frozen Crown.
I restanti brani sono energia allo stato puro, potenza espressa anche attraverso testi che urlano le problematiche della quotidianità che, sparate ad alta velocità nell’etere, diventano, almeno uno sfogo, per chi crea e per chi ascolta, e mi immagino che i live dei Fist Of Rage siano il condensato micidiale di tale idea.
Il brano che presento a seguire, “New Beginning”, mi pare perfetto per evidenziare il progetto della band, sintesi della loro musica e probabilmente dello status attuale: un nuovo inizio, qualche speranza, musicale e oltre!
Un disco da ascoltare attentamente, non solo per gli amanti specifici del genere.


Tracklist:
01. Just For A While
02. New Beginning
03. Between Love & Hate
04. Black Water
05. Mudman
06. Lost  
07. These Days
08. Awake
09. Set Me Free
10. September Tears

Line-Up:
Piero Pattay – Vocals
Marco Onofri – Guitar
Davide Alessandrini – Guitar
Saverio Gaglianese – Bass
Stefano Alessandrini – Keyboards
Alfredo Macuz – Drums

Link:

domenica 27 gennaio 2019

Neil Young – Roxy: "Tonight’s the Night Live"


Neil Young – Roxy: Tonight’s the Night Live
Articolo già apparso sul portale faremusic.it


Roxy: Tonight's the Night Live” rappresenta il sunto di una serie di concerti realizzati da Neil Young assieme ai suoi collaboratori del momento (Ben Keith alla pedal steel, Nils Lofgren al piano, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria), ovvero i Santa Monica Flyers, band con cui Young aprì le serate del Roxy Theatre di Los Angeles in un lontano settembre, con molteplici set in cui veniva proposto tutto l’album, da poco registrato. Era il 1973, ma ci sarebbero voluti altri due anni prima che “Tonight's the Night” esplodesse, perché percepito all’epoca come eccessivamente “buio” (anche dalla stessa Reprise Records, l’etichetta discografica), nei suoni e nelle atmosfere - partendo dai colori di copertina per approdare alle sonorità “tetre”-, ed è considerato il momento topico di quella che è considerata la “Trilogia del dolore”.

Racconta a questo proposito lo stesso Young nelle note di copertina:


Avevamo perso da poco Danny Whitten e il nostro roadie Bruce Berry per overdose di eroina, ci mancavano e li sentivamo nella musica ogni sera che suonavamo. Le tracce sono state registrate dal vivo, senza ripulirle. Per quasi un mese abbiamo registrato iniziando alle undici e suonando fino alle prime ore del mattino. Qualche volta avevamo un piccolo pubblico. Una volta venne Mel Brooks con alcuni amici. Abbiamo bevuto un sacco di tequila e ho scritto le canzoni di “Tonight's the night”. Avevamo nove canzoni e le abbiamo suonate un paio di volte tutte le sere per molto tempo fino a che non abbiamo pensato di averle imparate. Abbiamo finito di registrare e abbiamo deciso di festeggiare con un concerto in un nuovo locale aperto sul Sunset Strip, il Roxy. Siamo andati lì e abbiamo registrato per alcune sere, aprendo il Roxy. Conoscevamo davvero le canzoni di “Tonight's the night” dopo averle suonate per un mese. Quindi le abbiamo suonate di nuovo, dall'inizio alla fine, due set a notte per alcuni giorni. E’ stato grande."


Sul palco, dal vivo, gli stessi brani si ammorbidivano e, nel processo evolutivo, assumevano un tocco più leggero e abbordabile.
L’ascolto dell’album in studio provocava la sensazione che, a volte, Young e il suo team rodassero le canzoni mentre le registravano, una sorta di working in progress creativo, ma in questa testimonianza live i timbri cambiano ed emerge l’umore giusto, un buon compromesso tra arte e aspetti ludici, necessario quando si propone la propria musica.
Per chiunque abbia ascoltato l’album originale è sorprendente catturare in questo live Young e il suo gruppo che scherzano sul palco, evitando ogni riferimento al lutto di cui sopra.

E alla fine la registrazione diventa la testimonianza di come la musica di Neil Young abbia subito una costante evoluzione, caratterizzata da tragedie personali, da cadute e riprese che hanno determinato per il pubblico la creazione di un brand fascinoso, un’etichetta che è rimasta appiccicato al cantautore canadese.

Il disco è prodotto da Young e dall’indimenticato collaboratore di una vita, David Briggs, ed è uscito come esclusiva del Record Store Day il 21 aprile, per poi arrivare nei negozi in un’edizione standard in vinile, CD e digitale, a partire dalla settimana successiva.
Ma quali sono le considerazioni ufficiali relative al “Tonight's The Night” originale?
Può bastare per incuriosire il fato che nel 2003 la rivista Rolling Stone abbia inserito al 331º posto della sua lista dei 500 migliori album di sempre?

Io lo consiglio vivamente in questo “abito sconosciuto” ai più!

mercoledì 23 gennaio 2019

Eric Clapton The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973


Eric Clapton
The Raimbow, Londra, 13 gennaio 1973

All’inizio degli anni ’70 le sparizioni improvvise delle rock star non erano più una novità. Bob Dylan sfruttò un incidente motociclistico come pretesto per tre anni di assenza dalle scene tra il 1966 e il 1969.
I Beatles sfuggirono alle pressioni della celebrità post Sgt. Pepper per ritirarsi in un eremo alle pendici dell’Himalaya con il Maharishi. Ma la fuga dalla notorietà che Eric Clapton si era autoimposto era sfociata nell’incubo di una tossicodipendenza che minacciava di distruggergli non solo la carriera ma anche l’esistenza. “Entrare nel buio fu una necessità”, avrebbe spiegato tempo dopo.
L’amico chitarrista dei Who, Pete Townshend, molto colpito dalle recenti morti di Brian Jones e Jimi Hendrix, si rese ben presto conto della piega che stava prendendo la situazione e lo stesso fece Lord Harlech, padre di Alice Ormsby Gore, all’epoca fidanzata di Clapton. Insieme i due elaborarono un piano per far sì che “Dio” ritornasse al lavoro.

Dopo una settimana di prove nella casa di Ron Wood a Hampton Court, Eric Clapton si presentò sul palco del Raimbow di Londra insieme a uno strepitoso cast di accompagnatori fra cui Jim Capaldi, Steve Winwood, Ric Grech e Rebop, oltre naturalmente a Townshend e Wood. Anche fra il pubblico spiccavano volti noti come quelli di Paul e Linda McCartney, Elton John, Joe Cocker e Jimmy Page, ansiosi come gli altri 2000 spettatori di rivedere all’opera il guru della chitarra.


Date le precarie condizioni del protagonista della serata, sempre sul punto di dare forfait, venne deciso di battezzare l’improvvisato gruppo di musicisti con il nome di Palpitations. E le palpitazioni ci furono davvero, visto che Clapton si presentò in teatro pochi secondi prima di andare in scena. Barbuto e appesantito rispetto all’ultima apparizione in pubblico, il chitarrista esordì sulle note di Layla e a quel punto tutti cominciarono a rilassarsi.

Fu un concerto storico ma non strepitoso, come riconobbe anche l’interessato, che lo avrebbe poi definito “molto sotto la media”. L’abbondanza di chitarre sul palco appiattì un po' le parti strumentali di Clapton, mentre minori attenzioni ricevette al voce, divenuta più calda e sommessa.

In quel momento la cosa più importante era averlo recuperato alla musica!

Da “Io c’ero”, di Mark Paytress


La scaletta (o parte di essa)

Layla - 6:24 - (Clapton, Gordon)
Badge - 3:18 - (Clapton, Harrison)
Blues Power - 5:20 - (Clapton, Russell)
Roll It Over - 4:11 - (Clapton, Whitlock)
Little Wing - 4:36 - (Hendrix)
Bottle Of Red Wine - 3:51 - (Bramlett, Clapton)
After Midnight - 4:25 - (Cale)
Bell Bottom Blues - 5:26 - (Clapton)
Presence Of The Lord - 5:18 - (Clapton)
Tell The Truth - 5:52 - (Clapton, Whitlock)
Pearly Queen - 4:55 - (Capaldi, Winwood)
Key To The Highway - 5:46 - (Broonzy, Segar)
Let It Rain - 7:11 - (Bramlett, Clapton)
Crossroads - 4:18 - (Johnson)

Sul palco…
Eric Clapton - chitarra, voce
Pete Townshend - chitarra, voce
Ronnie Wood - chitarra, voce
Ric Grech - basso
Steve Winwood - sintetizzatore, voce
Jim Capaldi - batteria
Jimmy Karstein - batteria
Rebop Kwaku Baah - percussioni

venerdì 18 gennaio 2019

Claudio Sottocornola- "SAGGI POP Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo"




Claudio Sottocornola
SAGGI POP
Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo
(Marna, 2018)

Claudio Sottocornola propone un nuovo progetto letterario a distanza di due anni dall’uscita di “Varietà”. Ho tra le mani “Saggi Pop-Indagini sull'effimero essenziale alla vita e non solo”, quasi 600 pagine che, alla soglia dei 60 anni - limite anagrafico che, solitamente, richiede sforzo di accettazione e necessità di bilanci - rappresenta, almeno per l’osservatore esterno, un perfetto sunto della vita e dell’opera del “Filosofo del Pop”. Sì, è questo l’appellativo ormai incollato al nome di Sottocornola, una sottolineatura che unisce caratteristiche e skills professionali ad aspetti apparentemente ludici - trattar di musica, spesso, appare come attività minore -, il tutto affrontato con approccio olistico, sino al calarsi nella parte, a mettersi in gioco in prima persona trasformandosi in narratore, artista, performer ed educatore specifico.
Il racconto storico musicale che impegna seriamente e quotidianamente l’autore - forse inizialmente corollario dell’attività principale - è diventato didattica e, mi spingo oltre, missione… non importa l’elemento anagrafico degli eventuali discenti, qualunque sia l’età resta forte l’esigenza di dare nobiltà e significato a una musica che per molti pseudo esperti è relegata al concetto di leggerezza estrema, di quell’effimero essenziale di cui Sottocornola ci racconta. E se queste “canzonette” - quelle “facili” da canticchiare, tanto amate dal popolo - vengono inserite nel contesto storico, sviscerate e accompagnate da un’analisi approfondita, si realizza che brani molto criticati per la loro semplicità - anche se di grande successo di vendita - si impregnano di nobiltà, magari indotta, che giustifica la grande considerazione dovuta a posteriori.
La razionalità che è tipica dell’età adulta è condizionata, se parliamo di musica, dal nostro vissuto, quello adolescenziale e precedente, quell’inzupparsi dell'atmosfera del momento, assorbendo ogni tipo di evento e profumo, un accostamento di immagini ed elementi sonori che ci seguiranno per sempre, stimolando memorie piacevoli e non, sviluppando odori e sentimenti, costruendo la nostra colonna sonora della vita.
Claudio Sottocornola ha vissuto la sua giovinezza in un periodo storico di grande rivoluzione musicale, influenzato da ciò che arrivava dal resto del mondo, vivendolo dall’interno per effetto della sua condizione  - occasionale - di studente decentrato (negli USA): il rock & roll, il blues, il beat, il prog, generi musicali molto diversi e apparentemente distanti dalla tradizionale canzone italiana, quella su cui maggiormente si concentra l’autore, quella raccontata in questo libro, quella che propone nelle sue famose “Lezioni-Concerto”.
In realtà i “Saggi Pop” di cui scrivo sono molto più completi e complessi, e gli argomenti affrontati diventano accerchianti, avvolgenti, elementi di riflessione che, uniti tutti i punti periferici, portano al focus, a una conclusione, e nonostante il book appaia a tratti una sorta di riepilogo di idee ed esperienze, rimane alla fine una specie di “trama da romanzo”, con un porto di arrivo ben definito. Che cosa troviamo all’attracco della nostra nave? Rubo tracce del commento finale di Marco Bracci: “Un libro che parla di noi, di noi che conosciamo il mondo attraverso l’arte, nelle sue accezioni e diramazioni più impreviste, e attraverso di essa impariamo che l’effimero è essenziale alla vita.”
Mi piace anche citare l’idea di “riconciliazione di opposti”, quella che nel libro è attribuita a titolo esemplificativo alla simbolica Marylin Monroe, donna meravigliosa in cui convivevano innocenza e seduttività. Dovendo fare opera di esemplificazione questa ricerca di armonia tra elementi contrapposti - tra vissuto e musica, tra cultura ed esperienza - trova soluzione nelle pagine di “Saggi Pop”.
Ermeneutica: è questo uno dei termini più utilizzato nel testo e nei commenti di presentazione, termine di origine filosofica che porta a interpretare l’esistenza umana attraverso l’analisi dei testi. Sottocornola ci conduce per mano in questo percorso, a tratti non semplice, e lungo la strada sviscera l’elemento canzone, soffermandosi sul ruolo della donna, sugli aspetti religiosi, sul divismo e sull’immagine, sul cinema, sul festival italiano per antonomasia, sull’evoluzione delle mode. Ad incrementare l’icasticità del suo pensiero l’autore propone interviste di cui è stato protagonista, la trasposizione delle sue famose “lezioni musicali”, e mette in mostra aspetti meno conosciuti del suo proporsi, le "Pop Ideas", disegni da lui realizzati di cui la copertina del libro è primo esempio.
La dedica con cui l’autore apre il suo lavoro è la seguente: “Agli educatori che hanno contribuito a formarmi come pensiero, volontà e cuore”. Il discepolo Sottocornola ha, da tempo, raccolto il testimone, e il suo status di studioso, intellettuale e pensatore, incrementa di valore per effetto della sua propensione alla condivisione, all’insegnamento, alla capacità di rendere evidente l’importanza di quel sottobosco culturale che si nasconde, ad esempio, dietro a pochi minuti di una canzonetta divenuta ormai insopportabile.
Insopportabile… sì, anche questo è lecito, perché se mettiamo da parte l’elemento razionale e ci lasciamo andare nel mondo fantastico dell’effimero, esaltazione e distruzione sono facce della stessa medaglia, quella riconciliazione degli opposti a cui accennavo che porta allo stato di entropia a cui il mondo tende in modo naturale.
Conoscendo personalmente Claudio Sottocornola ho apprezzato incondizionatamente “Saggi Pop…”, un libro che consiglio vivamente, anche se la musica non fa parte dl vostro quotidiano.


Ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, poeta, giornalista e scrittore, Claudio Sottocornola ha pubblicato saggi, opere poetiche, multimediali e musicali. Studioso del popular, tiene corsi presso la Terza Università di Bergamo, collabora con varie riviste e realizza ricerche di carattere interdisciplinare fra musica, filosofia e immagine, che propone a un pubblico trasversale attraverso le sue famose lezioni-concerto, nelle scuole, nei teatri e nei più svariati luoghi del quotidiano, che lo vedono in azione come eclettico performer. Si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di “interpretazione”, alla cui luce indaga il mondo del contemporaneo, e per un approccio olistico e interdisciplinare al sapere.


Claudio Sottocornola:

Saggi Pop:

Synpress44 Ufficio stampa:

domenica 30 dicembre 2018

Patti Smith Group Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979


Patti Smith Group
Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979

“Ne ho abbastanza. E’ finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.



Firenze fu il nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il nostro ultimo lavoro. In uno stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”


Patti Smith ricorda bene quello show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000 persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi. Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adorato Rembaud, e Rilke, e Jean Genet, un posto lo riservava anche a Papa Luciani, l’effimero Papa del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco(Wave) in foto e parole: “La musica è riconciliazione con Dio”.

Il giorno prima del concerto di Bologna Patty Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”. Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.

(Myke Paytress, “Io c’ero”)




domenica 16 dicembre 2018

The Samurai Of Prog-"OMNIBUS-The Early Years”


Se mi fosse chiesto di spiegare in termini concreti e sintetici che cosa sia la musica progressiva, il sontuoso cofanetto che mi trovo tra le mani rappresenterebbe il mezzo ideale per raggiungere l’obiettivo. I protagonisti musicali di questa opera sono i The Samurai Of Prog, una famiglia allargata di cui ho scritto più volte su queste pagine. 

Per dare una collocazione geografica ai TSOP si potrebbe immaginare una sede finlandese e una serie infinita di collaborazioni mondiali, ma basterà leggere a fondo articolo il cospicuo elenco degli “aiuti” per chiarirsi le idee.



Sono partito dal cofanetto perché è davvero emozionante rimirarlo, aprirlo, leggerlo, anche solo guardarlo, un piacere molto simile a quanto provavamo al cospetto del "rito del vinile". E qui l’artista, responsabile dell’artwork, è quel genio di Ed Unitsky, legato a doppio filo alla storia dei Samurai, un talento creativo capace di tradurre liriche in immagini di grande effetto evocativo.

Il titolo del nuovo progetto è “OMNIBUS-The Early Years”.

Racconta Marco Bernard, bassista e motore della band: “Si tratta dei  nostri primi tre album che sono andati esauriti (“UNDERCOVER”, SECRETS OF DISGUISE” e “THE IMPERIAL HOTEL”), li abbiamo rimissati, abbiamo aggiunto e/o tolto parti, voci e strumenti e per ogni album abbiamo incluso delle bonus tracks ad hoc (in fin dei conti solo le bonus track potevano essere pubblicate come nuovo CD ma abbiamo optato per includerle in questo opus di oltre cinque ore di musica)”.

Già, stiamo parlando  di cinque ore di musica che rivisitano album della band già noti, con qualche novità.
La storia dei TSOP nasce dal grande amore per la musica progressiva, che inizialmente si concretizza con il dare nuovo volto ad alcune cover dei mostri sacri del prog: nascono così "UNDERCOVER" (2011) e il doppio album “Secrets Of Diguise” (2013) che ripropongono la musica dei Genesis, YES, Marillon, ELP, Pink Floyd, Gentle Giant, PFM, King Crimson, Van der Graaf Generator. Ma il grande accordo compositivo di Bernard (italiano, ma residente in Finlandia) con l’americano Steve Unruh e il finlandese Kimmo Pörsti produce la voglia di innestare musica inedita, sino ad arrivare a “The Imperial Hotel” (2014), primo album di musiche totalmente originali.
Per la cronaca, dal quel 2014 la produzione discografica è andata avanti a spron battuto e di fatto ogni anno si è registrato un nuovo rilascio, ed è già ufficiale un nuovo capitolo previsto per la prossima primavera.
Quindi, il grande pregio di “Omnibus” è quello di riproporre la musica immortale del prog, migliorata dall’intervento tecnologico, con la miscela vincente fatta di brani storici (“Dogs”, “Jerusalem”, “Assassing”, “The Lamia”, “Starship Trooper”, “Dancing With The Moonlit Knight”, “Traveler”,Aspirations”, “Darkness”, “Karn Evil 9”, “Time And A Word”,” One More Red Nightmare”) uniti a brani nuovi inseriti nella sezione “bonus tracks”, che vediamo nel dettaglio:

Allegato ad “UNDERCOVER” troviamo “Journey to the Island”, realizzato con l’intervento di Octavio Stampalia, mentre “Indictment Ever After” è una registrazione di molti anni fa, già comparsa su “Decameron parte 3” (2016).

L’appendice di “Secret of Disguise” è rappresentata da “This Side” e “The Other Side (of me)” - vecchie registrazioni fatte con Lalo Huber e Carlos Lucerna, mai rilasciate - e da “Karn Evil 9 - Second Impression”, brano di Keith Emerson rivitalizzato da Kerry Shacklett  con aggiunta di basso e batteria.

Alcune bonus di “The Imperial Hotel” ci portano in Italia...



Un Respiro e Tutto Cambia” è una totale creazione di Luca Scherani impreziosita dalla vocalità di Stefano “Lupo” Galifi, mentre “La Magia è la Realtà” propone musica e testo di Elisa Montaldo (che nel brano suona le tastiere e canta), un pezzo che comparirà in lingua giapponese nel prossimo album dei TSOP, “TOKI NO KAZE”.

A completare la sezione ligure la traccia “Rimani nella Mia Vita”, vecchio brano dei Latte & Miele (musica di Oliviero Lacagnina e liriche di Giancarlo Dellacasa) tratto dall’album “Papillon”(1973).



Il pezzo “Anatta” rappresenta la prima collaborazione dei TSOP con  Christian Bideau.

Per chi non conoscesse i TSOP occorre dire che si tratta di una vera multinazionale della musica, e la lettura dei collaboratori - oltre 60 - inserita a seguire, sarà chiarificatrice.
Ma vorrei soffermarmi sugli aspetti emozionali, quelli suscitati da una raccolta artistica incredibile, una gioia per gli amanti della musica progressiva, un concentrato di storia e buoni propositi, un melange di tecnica ai massimi livelli e idee innovative, elementi che rendono il cofanetto come il massimo della rappresentatività prog, sunto di immagini passate e nuove luci, contenitore potenzialmente didattico e comunque di facile fruizione.

Un gran bel regalo di Natale questo OMNIBUS-The Early Years”, e anche il prezzo è allettante, solo 23 € (compreso spese di spedizione) in Europa: www.seacrestoy.com

 Ecco l’anticipazione video:


Songs / Tracks Listing

"UNDERCOVER"


1. Before the Lamia (2:09)
2. The Lamia (7:19)
3. Starship Trooper (10:28)
4. World of Adventures (9:47)
5. Assassing (7:04)
6. Gravità 9.81 (4:59)
7. Jerusalem (2:46)
8. Dogs (11:49)
9. The Promise (9:47)

Bonus tracks:
10. Journey to the Island (5:20)
11. Indictment Ever After (6:56)

Total time 78:27

"SECRETS OF DISGUISE"


CD 1 (75:57)
1. Three Piece Suite (12:40)
2. Sweet Iphigenia (7:32)
3. Descenso En El Maelstrom (5:29)
4. Before The Dance (2:50)
5. Dancing With The Moonlit Knight (8:28)
6. Aspirations (6:37)
7. Traveler (5:16)
8. Sameassa Vedessa (5:10)
9. One More Red Nightmare (7:29)
10. To Take Him Away (7:11)
11. Time And A Word (7:11)

CD 2 (72:52)
1. Singring And The Glass Guitar (22:57)
2. Darkness (8:10)
3. Jacob's Ladder (7:20)
4. The Case Of Charles Dexter Ward (definitive mix) (14:45)

Bonus tracks:
5. This Side (5:13)
6. The Other Side (of me) (7:16)
7. Karn Evil 9 - Second Impression (7:07)

"THE IMPERIAL HOTEL"


1. After The Echoes (8:43)
2. Limoncello (7:57)
3. Victoria's Summer Home (2:53)
4. The Imperial Hotel (28:10)
5. Into The Lake (7:52)

Bonus tracks:
6. Un Respiro e Tutto Cambia (5:22)
7. Anatta (3:55)
8. La Magia è la Realtà (6:21)
9. Rimani nella Mia Vita (4:10)

Total time 75:27

Line-up / Musicians
- Steve Unruh / vocals, guitars, flute, violin
- Marco Bernard / Rickenbacker and Dingwall basses
- Kimmo Pörsti / drums, percussion


With:
- Jon Davison / vocals & acoustic guitar & arrangements
- Roine Stolt / guitar
- Bogáti-Bokor Akos / acoustic & electric guitars, vocals
- Thomas Berglund / guitar
- Srdjan Brankovic / guitar
- Jaan Jaanson / guitar
- David Myers / grand piano & keyboards
- Stefano Vicarelli / keyboards
- Richard Marichal / keyboards
- Guy Le Blanc / keyboards
- Eduardo García Salueña / keyboards
- Juha Sipilä / keyboards
- Alfio Costa / Mellotron
- Risto Salmi / saxophone
- Esa Lehtinen / flute
                 - Anita Aronen / bowed harp
                 -  Christian Bideau-keyboards
- Elina Sipilä / cello
- Tommi Varjola / lute
- Jan-Olof Strandberg / bass
- Michael Manring / bass
- Virginia Splendore / Chapman stick
- Marc Papeghin / French horn, trumpet
- Mirja Lassila / vocals
- Mark Trueack / vocals
- Phideaux Xavier / vocals
- Kristofer Eng Radjabi / guitar
- Israel Sánchez / guitar
- Kamran Alan Shikoh / guitar
- Alan Shoesmith / 12-string guitar
- Andrew Marshall / 12-string guitar
- Carlos Lucena / guitar
- Robert Webb / keyboards & vocals
- Linus Kåse / keyboards & sax & vocals
- Kimmo Tapanainen / keyboards
- Stefan Renström / keyboards
- Mimmo Ferri / electric piano
- Enyedi Zsolt / keyboards
- Matthijs Herder / keyboards
- Octavio Stampalia / keyboards
- Guy LeBlanc / keyboards
- Lalo Huber / keyboards & additional bass
- Richard Wileman / keyboards
- Vertti Tapanainen / bassoon
- Peter Turnbull / oboe
- Jukka Pitkänen / fluegelhorn
- Mento Hevia / electric cello
- Helen Dearnley / violin
- Beatrice Birardi / vibraphone
- Richard Maddocks / narrator
- Kerry Shacklett / keyboards
- Michelle Young / vocals
- Marek Arnold / sax
- Johan Öijen / guitar
- Yoshihisa Shimuzu / guitar, synth
- Martin Henderson / backing vocals
- Marie Kvist / backing vocals
- Luca Scherani / keyboards
- Stefano Galifi / vocals
- Elisa Montaldo / keyboards, vocals
- Oliviero Lacagnina / keyboards
- Nevena Racic / vocals
- Rubén Álvarez / guitar
- Josè Manuel Medina / orchestration

Artwork: Ed Unitsky