domenica 14 giugno 2026

Dave Greenslade, maestro delle tastiere e figura centrale del progressive rock britannico, è scomparso a 83 anni

 

La comunità musicale internazionale piange la scomparsa di Dave Greenslade, tastierista, compositore e autore tra i più influenti della scena progressive rock inglese. Aveva 83 anni. La notizia è stata condivisa con grande dolore dalla famiglia, che ha chiesto che venisse diffusa con rispetto e sensibilità.

Greenslade è stato un musicista capace di lasciare un’impronta profonda e riconoscibile in ogni progetto a cui ha preso parte. La sua carriera, lunga oltre sei decenni, ha attraversato alcune delle stagioni più creative del rock britannico, contribuendo a definire un linguaggio musicale che ancora oggi ispira generazioni di artisti.

Nato a Londra nel 1943, Dave Greenslade divenne noto al grande pubblico come membro fondatore dei Colosseum, una delle band più innovative della fine degli anni Sessanta, capaci di fondere jazz, rock e blues in un linguaggio nuovo e sorprendente. Con il suo stile pianistico e organistico, ricco di sfumature e di una sensibilità melodica fuori dal comune, Greenslade contribuì in modo decisivo al carattere unico del gruppo.

Negli anni Settanta diede vita alla sua formazione, i Greenslade, con cui esplorò sonorità più sinfoniche e immaginifiche, diventando un punto di riferimento per gli appassionati del progressive rock. Parallelamente portò avanti una carriera solista e un’intensa attività come compositore per la televisione, ampliando ulteriormente il suo raggio creativo.

La famiglia Hiseman – legata da una lunga storia di amicizia e collaborazione con Dave – ha ricordato come i loro percorsi si siano intrecciati in momenti fondamentali della vita di entrambi i nuclei familiari. «Lo rimpiangeremo profondamente», hanno dichiarato, sottolineando non solo il valore dell’artista, ma anche quello dell’uomo: un compagno affettuoso, un padre presente, un amico generoso.

Il messaggio diffuso dalla famiglia invita a condividere la notizia «con cura e rispetto», ringraziando tutti coloro che negli anni hanno ascoltato, amato e custodito la musica di Dave Greenslade.

L’opera di Greenslade rimane un tassello fondamentale nella storia del rock progressivo. Album come Valentyne Suite, Bedside Manners Are Extra o le sue colonne sonore televisive testimoniano una creatività inesauribile e una capacità rara di fondere tecnica, immaginazione e profondità emotiva.

E per chi lo ha conosciuto, collaborato con lui o semplicemente amato le sue note, Dave Greenslade resterà per sempre una presenza luminosa.






Dee Palmer, arrangiatrice ed ex membro dei Jethro Tull, è morta a 88 anni

 

Dee Palmer, compositrice, arrangiatrice e storica collaboratrice dei Jethro Tull, è morta il 13 giugno 2026 nella sua casa nello Shropshire. Aveva 88 anni. La famiglia ha confermato la notizia con una breve comunicazione.

Palmer contribuì in modo decisivo al suono della band molto prima di entrarne ufficialmente a far parte nel 1976. I suoi primi arrangiamenti per brani come A Christmas Song, Move On Alone e le sezioni orchestrali di Aqualung aiutarono a definire la miscela caratteristica di rock, folk e influenze classiche che rese unico il gruppo. Il suo lavoro forniva profondità strutturale e non semplice decorazione, un aspetto spesso sottolineato da appassionati e studiosi del progressive rock.

Nata David Palmer nel 1937, studiò alla Royal Academy of Music e lavorò come compositrice e arrangiatrice per vari artisti negli anni Sessanta. La collaborazione con i Jethro Tull durò più di un decennio e comprendeva album in studio, tournée e progetti successivi con il chitarrista Martin Barre.

Dopo la morte della moglie nel 2004, Palmer intraprese il percorso di transizione e abbracciò pubblicamente la propria identità come Dee. Il periodo che seguì segnò una rinnovata stagione creativa, culminata nel 2018 con l’album Through Darkened Glass, accolto positivamente per il tono introspettivo e la raffinatezza degli arrangiamenti.

Negli ultimi anni era tornata a esibirsi, apparendo regolarmente con la band di Martin Barre e partecipando a incontri e interviste dedicate alla storia dei Jethro Tull. Ian Anderson, in un tributo diffuso poco dopo la notizia, l’ha ricordata come una compagna creativa e una presenza fondamentale nella storia del gruppo.

Dee Palmer lascia un patrimonio musicale che ha contribuito in modo essenziale alla definizione del suono di una delle band più influenti del progressive rock britannico. Il suo lavoro continua a essere riconosciuto come parte integrante dell’evoluzione del genere.





Nel 1971 usciva "Tarkus": riascoltiamolo nell'articolo


 

Il 14 giugno del 1971 veniva rilasciato dalla Island Records l’album “Tarkus”, il secondo in studio di Emerson, Lake & Palmer.

Fu inciso in soli sei giorni, nel gennaio 1971, appena due mesi dopo la pubblicazione del loro primo album.

Tre mesi prima dell'uscita di “Tarkus”, nel marzo 1971, il trio aveva già registrato anche l'album dal vivo “Pictures at an Exhibition”, tuttavia, essendo quest'ultimo la rielaborazione di un'opera di Musorgskij, la sua pubblicazione fu posticipata dal gruppo stesso alla fine dell'anno, per dare precedenza proprio a “Tarkus” che, al contrario, conteneva prevalentemente materiale originale.

Anche quest'album, come quello d'esordio, fu prodotto da Greg Lake che è anche autore di tutti i testi.

 


I brani 

Tarkus

La prima facciata del LP è interamente occupata dalla suite che dà il titolo all'album, suddivisa in sette sezioni musicalmente composte da Keith Emerson, ad eccezione di Battlefield, accreditata a Lake.

Tarkus è anche il nome del mostro immaginario raffigurato sulla copertina dell'album, disegnata da William Neal: una sorta di gigantesco armadillo con cingoli e cannoni da carro armato, creatura metà animale e metà macchina, la cui storia è narrata per disegni dallo stesso Neal nell'interno copertina: nato da un uovo schiusosi durante un'eruzione vulcanica, il mostro affronta e distrugge altri mostri mutanti che incontra sulla sua strada: una sorta di locusta armata di missili ed uno pterodattilo con mitragliatrici sulle ali, fino ad imbattersi nella manticora, unico essere classicamente mitologico nonché interamente animale, senza parti meccaniche: un leone con testa d'uomo e coda di scorpione. Questi ha la meglio sul protagonista, che sconfitto si ritira nelle acque.

Delle sette parti che compongono la suite, solo tre - interamente strumentali - fanno diretto riferimento nel titolo alla "storia" di copertina (Eruption, Manticore e Aquatarkus); i testi delle sezioni cantate parrebbero invece trattare temi differenti: la cecità dell'uomo di fronte ai propri misfatti (Stones of Years), i membri di una sorta di anti-chiesa malvagia e corrotta (Mass) e l'assurda tendenza umana a voler preservare pace e prosperità attraverso le armi e la guerra (Battlefield).

Lo stesso William Neal, in un suo libro, fornì la spiegazione del legame concettuale fra la storia illustrata ed i testi del brano, oltre a rivelare il significato del titolo inventato da Emerson: una crasi tra Tartarus (sinonimo latino, sia pagano che neo-testamentario, dell'Inferno) e carcass (carcassa di animale):

«Il nome Tarkus derivò in parte da Tartarus (Seconda lettera di Pietro, 2:4). [Il Tartaro] è un luogo di profonda oscurità spirituale, svuotato di misericordia, simbolo appropriato per la futilità della guerra efficacemente ritratta nel testo di Stones of Years. Distruzione e morte sono rispecchiate nel termine carcass. Keith e gli altri concordarono all'unanimità che il nome dovesse apparire scritto con delle ossa - l'amalgama di 'tartaro' e 'carcassa' diede una spinta ulteriore al possente nome

Il mostro cingolato è dunque metafora dell'umanità stessa, costantemente cieca e sorda alle conseguenze distruttive della propria condotta (il "non vedere" e il "non sentire" ricorrono nel testo) poiché intenta a combattere una guerra dopo l'altra, lungo il cammino della Storia.

 

Jeremy Bender

La facciata B si apre con una canzone brevissima, meno di due minuti, caratterizzata dall'uso del pianoforte honky tonk: essa inaugura una serie di brani del medesimo genere, molto amato da Emerson, il quale d'ora in poi ne inserirà almeno uno in quasi tutti gli album in studio del trio. Il testo, piuttosto esplicito (il titolo significa letteralmente: «Jeremy il finocchio»), narra di un tale che, camuffato da suora, tenta di possedere la superiora di un convento, la quale a sua volta si rivela un travestito.

 

Bitches Crystal

Canzone in stile vagamente jazz su un veloce tempo in 6/8, dal testo sulla stregoneria, le eresie e relativi roghi dell'epoca buia dell'Inquisizione.

 

The Only Way (Hymn) / Infinite Space (Conclusion)

Traccia divisa in due parti: la prima, The Only Way, prende spunto dal tema iniziale della Toccata e Fuga in Fa Maggiore BWV 540 di J. S. Bach, eseguito da Emerson sull'organo della chiesa di San Marco a Londra, e sfocia in un'altra rilettura bachiana in chiave jazz, stavolta dal Clavicembalo ben temperato (per l'esattezza, le battute iniziali del Preludio in Re minore BWV 851).

Nel testo, Lake argomenta il proprio ateismo col "silenzio di Dio" di fronte alla Shoah, ed invita a vivere obbedendo solo a se stessi e alla propria capacità di giudizio, liberi dall'inganno di falsi credi.

La seconda parte, intitolata Infinite Space da un verso del cantato precedente, è una coda jazz strumentale, firmata da Emerson e Carl Palmer.

 

A Time and a Place

Brano rock dall'incedere pesante, simile in questo a The Barbarian dall'album precedente, sorretto dall'inconfondibile stile di Emerson all'organo Hammond. Il testo, piuttosto ermetico, esprime l'anelito a "un tempo e un luogo" in cui regnino pace e silenzio, lontani dall'ira propria o altrui (take me out of temper's hands / drag me out of burning sands / show me those who understand).

 

Are You Ready Eddy?

Il disco si chiude con un'estemporanea jam rock & roll, registrata in presa diretta, con la quale il gruppo rende omaggio all'ingegnere del suono Eddie Offord. Anche il testo è totalmente improvvisato e ad ogni verso cantato da Lake rispondono in coro Emerson e Palmer, caso unico in tutta la discografia del gruppo.

 


Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Testi di Greg Lake.

 

Lato A

Tarkus– 20:42

Eruption – 2:44 (musica: Keith Emerson)

Stones of Years – 3:45 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Iconoclast – 1:15 (musica: Keith Emerson)

Mass – 3:13 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Manticore – 1:52 (musica: Keith Emerson)

Battlefield – 4:06 (musica: Greg Lake)

Aquatarkus – 3:47 (musica: Keith Emerson)

Lato B

Jeremy Bender – 1:50 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Bitches Crystal – 3:58 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

 The Only Way  (Hymn) – 3:48 (musica: Keith Emerson, Greg Lake)

Infinite Space (Conclusion) – 3:20 (musica: Keith Emerson, Carl Palmer)

A Time and a Place – 3:01 (musica: Keith Emerson, Greg Lake, Carl Palmer)

AreYou Ready Eddy? – 2:10 (musica: Keith Emerson, Greg Lake, Carl Palmer)

 

Formazione

Keith Emerson – tastiera

Greg Lake – basso, voce, chitarra

Carl Palmer – batteria, percussioni

 




Rory Gallagher: ritratto dell'artista mancato il 14 giugno 1995



Parlando di British Blues… Rory Gallagher/Taste

Carattere schivo ma sincero, poco avvezzo ai compromessi commerciali, Rory Gallagher è stato uno dei chitarristi più idolatrati in Europa. Irlandese del Donegal, appassionato fin da ragazzo al blues di Muddy Warters e B.B. King ma senza mai perdere di vista il rock ‘n’roll tradizionale di Presley, Berry e Jerry Lee Lewis, ha mescolato sapientemente le vecchie sonorità con il nuovo, devastante impatto della Stratocaster, manipolata con tecnica sopraffina. Definitosi “chitarrista per il popolo”, ha sempre insistito con gli organizzatori dei concerti perché tenessero bassi i prezzi, e raramente le sue esibizioni duravano meno di tre ore. Il pubblico, dal canto suo, lo ha sempre ricambiato amandolo e rispettandolo con una devozione speciale.

La sua carriera si divide tra la sua carriera con i Taste e i dischi solisti. I Taste li costituisce nella seconda metà degli anni ’60. Con il bassista Charlie McCracken e il batterista John Wilson dà vita a un potente trio di rock blues sull’esempio dei Cream e della Jimi Hendrix Experience, che dura fino all’inizio del 1971. Quando McCracken e Wilson si uniscono a Jim Cregan (Family) negli Stud, Per Gallagher ha inizio la carriera solista, che già l’anno successivo lo porta a essere votato Top Musician of the Year” dai lettori di Melody Maker.
Nel 1975 i Rolling Stones lo scelgono come naturale sostituto di Mick Taylor, ma l’ingresso nel gruppo dura appena lo spazio di un mattino: dopo aver registrato alcuni demo con loro, abbandona senza rimpianti l’idea di diventare uno Stones.

La sua carriera continua negli anni ’80; ma sono tempi difficili, segnati dai problemi di alcolismo e incomprensioni con il mondo discografico.
Muore il 14 giugno del 1995.

(Tratto da “Rock Blues”, di Mauro Zambellini)



Qualche immagine fornita da Wazza















sabato 13 giugno 2026

Il 13 giugno del 2017 ci lasciava Anita Pallenberg


Il 13 giugno del 2017, all’età di 75 anni, a causa di complicazioni dovute alla epatite C, ci lasciava Anita Pallenberg.

Anita nasce a Roma il 25 gennaio 1944.
È stata una modella, attrice e stilista di moda, ma soprattutto è ricordata come compagna del chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards, dal ‘67 al ‘77.
È nota principalmente per le storie sentimentali che l'hanno vista legata a tre dei membri della band: dapprima Brian Jones (che la incontrò nel 1965), in seguito lasciato per Richards nel 1967.
Con Richards ha avuto tre figli, uno di nome Marlon Richards (nato nel 1969), una figlia, Dandelion (nata nel 1972) che è nota col nome di Angela Richards, ed infine Tara Richards, nato nel 1976, ma morto per problemi di salute poco dopo la nascita.
Ha avuto inoltre una breve relazione con il cantante degli Stones Mick Jagger, durante le riprese del film "Performance".
Ha ricoperto il ruolo della Black Queen in "Barbarella" (1967) e della moglie di Michel Piccoli nel film " Dillinger è morto" (1968), diretto da Marco Ferreri.
Dopo la fine del rapporto con Richards è divenuta una stilista di moda.

Nella leggenda è entrata nel '65. Da allora Anita Pallenberg, alter ego femminile dei Rolling Stones e icona dell'epoca psichedelica insieme a Jagger, Richards e Jones, ha rappresentato uno dei pochi testimoni in grado di poter svelare aneddoti sull'affascinante vita delle pietre rotolanti che, se ieri era fatta di sesso, droga e rock'n'roll, oggi resta incagliata in bottigliette di Evian e in uno status ingiallito da star. Certo, Jagger e compagnia sono sempre capaci di ribaltare ogni pronostico, e di sopravvivere ai loro stessi vizi. Non fosse così gli Stones non sarebbero la più grande rock band esistente, l'unica ancora in piedi su un palco in grado di riportare a un tempo passato.
All'era mitica dei fiori e della rivoluzione.

Ecco cosa ne pensava a proposito Anita Pallenberg, intervistata da Massimiliano Leva, nel luglio 2006.

Quando conobbe i Rolling Stones?
Li incontrai nel 1964, in Germania. All'epoca ero ancora una modella, avevo letto di loro in una rivista e quando un fotografo di moda mi chiese di accompagnarlo a un loro concerto accettai incuriosita. Li raggiungemmo nei camerini e mi presentai a tutta la band.
Fui subito colpita da Brian Jones, il più gentile, quello con più fascino. Sembrava un dandy e fu l'unico a rivolgersi a me in tedesco, visto che ancora non parlavo bene l'inglese. Fu un colpo di fulmine. Poco tempo dopo  vivevo a Londra con lui.

Che ritratto farebbe di loro a quell'epoca?
Charlie Watts e Bill Wyman non erano ancora degli Stones. Nel senso che conducevano una vita ben diversa dagli altri tre.
Brian era un uomo affascinante ma anche estremamente fragile, volubile.
Mick Jagger era indubbiamente il più sicuro di tutti. Ha sempre saputo cosa fare e come ottenerlo.
Keith è Keith: lo definirei un pirata. Se fosse per lui, ancora oggi appenderebbe la bandiera con il teschio fuori dalla porta di casa. Di certo, non gli è mai interessato essere nominato baronetto.

Si drogavano molto Jagger, Richards e Jones?
Come tutti a quell'epoca. Però erano dei professionisti, quindi si facevano solo quando non dovevano registrare. Noi comunque non ci preoccupavamo molto. Tanto per dire, quando arrestarono per droga tre quarti della band nel '67, un mese dopo partimmo in gruppo per il Marocco.

In una parola, qual è il segreto degli Stones?
Passione. La loro è sempre stata una vera passione per la musica e per il blues. Oggi sembrano persino ridicoli con quelle rughe, nonni di famiglia, a dimenarsi su un palco. Ma per me sono stati anche meglio dei Beatles.

Quali erano i rapporti tra Beatles e Rolling Stones?
Erano ovviamente amici, a dispetto di quello che ha sempre detto la stampa. Ognuno con diverse simpatie o legami più stretti.
Brian, per esempio, era particolarmente amico di George Harrison e John Lennon.
Ma c'era comunque stima reciproca tra loro.

Chi frequentavano maggiormente gli Stones?
Abbiamo conosciuto così tanta gente che forse ci vorrebbero settimane per ricordarmi di tutti.
La nostra era una vita in continuo movimento. Poteva capitare di andare a Roma e fermarsi giorni a casa di amici come Mario Schifano o Marco Ferreri. Oppure di girare un filmino in Super 8 nel pieno di una sbronza a New York con Andy Warhol. Soprattutto negli anni Sessanta si respirava un'aria in cui niente pareva un limite. Vivevamo sempre ogni cosa come se fosse l'ultima.

Come sono stai i suoi rapporti con le altre donne, Marianne Faithfull in particolare?
Tra di noi c'era solidarietà e spesso ci sentivamo abbandonate a noi stesse in quel turbinio di eccessi. In ogni caso non frequentavo molto Marianne. E ancora meno c'è stato tra me e Bianca Jagger. Poi, da quando io e Keith ci siamo lasciati, l'amicizia con la Faithfull si è rafforzata.

E' vero che Brian venne estromesso dalla band da Jagger e Richards?
Brian era il primo ad amare il blues. Così quando gli Stones dirottarono la loro musica verso il pop psichedelico con Their Satanic Majesties Request, in un certo senso lui si sentì tradito. Era comunque un artista estremamente vulnerabile, con poca fiducia in se stesso.
A volte gli capitava di scrivere anche canzoni molto belle che magari il giorno distruggeva in preda a raptus. E dire che Keith e Mick erano quasi degli studentelli in confronto a Brian.

Nel senso che Jones era meglio di loro?
Brian era un musicista con un talento incredibile, nei primi anni sicuramente meglio di Mick e Keith. Gli Stones degli esordi furono davvero il gruppo di Brian Jones. Ma poi non ebbe sufficiente carattere per reggere il confronto con il successo e cominciò a perdere via via il contatto con la realtà.

Si dice anche però che Jones si ammalò definitivamente dopo che lei lo lasciò per Richards.
In realtà Brian fece tutto da solo. Stava davvero peggiorando in quel periodo. Era stato arrestato e diventava sempre più paranoico. Nel '67, stavamo per partire per Marrakech, quando Brian cominciò a fare storie. Keith mi disse: "Io non lo sopporto più, se vuoi vieni con me". E io accettai, anche se in fondo ero ancora innamorata di Brian.

Quando seppe della sua morte?
Ci chiamò alle tre di notte il suo autista. Fu una botta. Brian si drogava molto da solo ormai.
Fosse sopravvissuto avrebbe fatto grandi cose.

Come gestivate lei e Keith i rapporti con i figli?

Cercavamo di fare del nostro meglio, ma per questo i nostri figli erano continuamente sballottati a destra e a sinistra. Ci siamo comunque sempre sforzati di essere genitori premurosi.


Seguiva il gruppo in tournée?
No, noi eravamo le mogli e loro i Rolling Stones.
In quindici anni di vita con Keith, sommando i momenti in comune, con lui penso di averne trascorsi cinque.

Era questo il prezzo per essere una donna degli Stones?
Il vero prezzo da pagare erano i fan. Mi rincorrevano ovunque per aggredirmi, una volta chiamai persino la polizia altrimenti mi avrebbero fatto a pezzi.

Ha mai assistito in diretta alla nascita di qualche canzone?
Sì, Mick e Keith scrissero "Honky Tonk Women" in poche ore, davanti a me, a Positano.
Poi anni dopo ci portarono con loro in Giamaica, per la registrazione di "Goat's Head Soup".

Lei era però con Keith in Francia quando gli Stones registrarono "Exile on Main Street".
In Francia fu davvero un momento terribile. Gli Stones registravano nella cantina della villa dove io e Keith vivevamo. Era un continuo via vai di persone. Per questo, avevamo fatto costruire anche un passaggio segreto per scappare nel caso la polizia fosse arrivata all'improvviso per cercare la droga.

Oggi rivede spesso Keith?
Ci vediamo a volte per il Natale.

Rifarebbe tutto da capo?
Sì. Ma solo con lo steso spirito degli anni Sessanta.


La Famiglia Richards



venerdì 12 giugno 2026

Delirium I.P.G. – "Sesta Strada Lungo il Tempo": commento all'album e intervista alla band

 


Delirium I.P.G. – Sesta Strada Lungo il Tempo

 

L’uscita di un nuovo album dei Delirium I.P.G. porta sempre con sé un senso di continuità e di rinnovamento. La band attraversa cinquantacinque anni di attività con una presenza che resta viva e riconoscibile, capace di parlare a generazioni diverse mantenendo intatta la propria voce. Sesta Strada Lungo il Tempo arriva in questo percorso come un lavoro maturo, presentato in una serata intensa al Teatro Govi di Genova che ha riunito amici, appassionati e una comunità che considera i Delirium una parte della propria storia.

Il ricordo di Mauro La Luce, paroliere storico e figura centrale nella loro poetica, ha attraversato la serata con una delicatezza che ha unito passato e presente. La sua eredità resta un filo affettivo che continua a dialogare con la musica della band, anche quando i testi sono firmati dai musicisti stessi.

Il mio rapporto critico con i Delirium nasce da lontano. La mia prima recensione discografica, nel 2009, fu dedicata proprio a Il Nome del Vento. Ritrovare oggi un nuovo album in studio crea un ponte naturale con quel momento e rende questo ascolto ancora più significativo.

Il tema del "Tempo" emerge con naturalezza dalla scrittura dei singoli musicisti. Ogni brano porta un personaggio, un luogo o un frammento di vita che si colloca in un punto diverso di questo viaggio. Ettore Vigo lo descrive come un non luogo in cui convivono memoria e immaginazione, un territorio che permette alla band di intrecciare storie diverse dentro una cornice comune.

La “Sesta Strada” suggerisce un livello simbolico che resta aperto all’interpretazione. Alessandro Corvaglia preferisce che sia il pubblico a coglierne il significato e questa scelta rafforza il carattere evocativo del titolo.

Schiavo della Viltà apre il disco con una struttura imponente. Ventidue minuti che richiedono equilibrio, ascolto reciproco e una visione precisa. La suite nasce da un processo compositivo rapido, quasi istintivo, e l’arrangiamento segue un principio di essenzialità che permette al brano di respirare senza sovraccarichi. Il risultato è un racconto musicale che alterna tensione e aperture, con una coesione che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il percorso.

Dal vivo la suite ha mostrato tutta la sua forza. La band ha affrontato il brano con una concentrazione che ha valorizzato ogni passaggio, confermando la solidità del materiale.

Il disco prosegue con una varietà che resta sempre dentro una cornice riconoscibile.

Io Clochard porta una scrittura più diretta, arricchita dalla viola di Giulia Ermirio e dalla voce di Alice Vigo. Il Riposo del Pirata si apre grazie alla voce recitante di Andrea Bottesini, che aggiunge un livello narrativo ulteriore. Della Strada il Ritorno nasce da un’intuizione improvvisa e si sviluppa con una naturalezza che ne definisce il carattere. Parole nel Vento chiude il disco con un lavoro corale che amplia la dimensione emotiva.

La varietà dei brani trova una sintesi grazie alla scrittura, agli arrangiamenti e al lavoro di produzione.

Le registrazioni e i missaggi di Jonathan Grice e il mastering di Emanuele Cioncoloni danno al disco un suono pulito, dinamico e attento ai dettagli. Ogni brano ha una sua veste precisa, nata in momenti diversi ma sorprendentemente coerente. La produzione di Black Widow Records completa il quadro con una cura grafica che valorizza il progetto.

I Delirium mantengono un equilibrio che appartiene solo a loro. Restano fedeli alla propria identità prog senza trasformarla in un limite. Non cercano svolte radicali e non ripropongono formule già percorse. Trovano invece una presenza attuale, concreta, che si inserisce con naturalezza nella loro storia.

La presentazione dal vivo al Teatro Govi ha confermato la solidità del nuovo materiale. La sala gremita, il calore del pubblico, il coro di Sant’Olcese, la suite eseguita integralmente, la chiusura con Jesahel. È stata una celebrazione collettiva, un momento che ha unito generazioni diverse e che ha mostrato una band in piena forma.

Sesta Strada Lungo il Tempo è un album che unisce maturità e freschezza, un lavoro che guarda avanti con lucidità e che conferma la vitalità di una band capace di attraversare un periodo lunghissimo mantenendo intatta la propria voce. È un disco che apre nuove possibilità e che mostra una formazione consapevole del proprio linguaggio.

I Delirium I.P.G. continuano a camminare. E questa nuova strada ha ancora molto da raccontare.


I brani (cliccare per ascoltare)

Schiavo della Viltà - 21.56

Io Clochard - 5.45

Il Riposo del Pirata - 6.00

Della Strada il Ritorno - 5.33

Parole nel Vento  - 6.02

 

Formazione

Ettore Vigo — tastiere e cori

Martin Grice — fiati e cori

Fabio Chighini — basso e voci

Alessandro Corvaglia — voce solista, tastiere aggiuntive, chitarra acustica, cori

Michele Cusato — chitarre e cori

Enrico Tixi — batteria, percussioni, cori

 


Ospiti

Andrea Bottesini - voce recitante in Schiavo della Viltà e Il Riposo del Pirata

Giulia Ermirio - viola in Schiavo della Viltà e Io Clochard

Alice Vigo - voce in Io Clochard e Il Riposo del Pirata

Enrico Bianchi e Raffaella Izzo - cori in Parole nel Vento

Banda Deliranti Cantù - supporto corale in Il Riposo del Pirata

 

INTERVISTA ALLA BAND 

Qual è stato il momento in cui avete percepito che la serata del 22 maggio stava diventando una celebrazione collettiva, quasi un abbraccio lungo 55 anni?

Martin Grice-Quando abbiamo fissato la data del concerto, si trattava fondamentalmente di presentare il nuovo album. Con il passare delle settimane e l'intensificarsi delle prove, abbiamo iniziato a renderci conto dell'importanza dell'evento imminente. Personalmente, ho partecipato alle prove con il coro di 18 elementi, sulla cui presenza ho insistito per onorare Mauro con "Tremori Antichi". Un momento molto toccante per me, e certamente non solo per me. Tra l'altro, il coro è il "Coro di Sant'Olcese", di cui faccio parte da oltre 20 anni. Quindi "sì", immagino che sia diventata una celebrazione collettiva senza nemmeno rendercene conto.

Il calore della sala è stato evidente: come vi è arrivata questa energia mentre suonavate?

Enrico Tixi - Vedere tanta gente è sempre emozionante, e pensare che dopo 55 anni il nostro pubblico partecipa sempre in questo modo viscerale, ha creato questa comunione emotiva che è un tratto distintivo del pubblico dei Delirium.

Come nasce l’idea di costruire un album che attraversa personaggi, luoghi e momenti legati allo scorrere del Tempo?

E.T. - In realtà tutto si è sviluppato in modo piuttosto naturale. Ognuno ha portato le proprie canzoni e le proprie idee e man mano che il tutto prendeva forma musicale compiuta ci è apparso in modo netto il filo conduttore dello scorrere del Tempo che accomunava i personaggi raccontati e che si raccontano in prima persona nei brani.

La “Sesta Strada” sembra un luogo simbolico: cosa rappresenta per voi dentro la vostra storia e dentro questo disco?

Alessandro Corvaglia - Se si pensa un attimo profondamente si capisce il principio ispirativo del titolo, al di là di essere “banalmente” il sesto disco in studio della band. Per cui mi piacerebbe che fosse la gente a comprendere che cosa simboleggi. Sarebbe curioso vedere cosa ci vedono gli altri (qualcuno al di fuori delle nostre conoscenze, in realtà, lo ha già capito!).

Il Tempo è il filo rosso del progetto: come si riflette nella vostra identità artistica e nel vostro modo di comporre oggi?

E.T. - Il Tempo è un “non luogo” dove abbiamo accomunato la storia dei Delirium con quelle nuove raccontate nel disco ed è denominatore comune dei personaggi che raccontano in prima persona se stessi. A volte il Tempo assolve, in altre condanna.

"Schiavo della Viltà” apre l’album con una struttura imponente: come si costruisce una suite così lunga, 22 minuti, e quanto è difficile proporla live?

A.C. - Strano a dirsi ma le tessere che hanno formato questo collage sono venute tutte in tempi brevissimi, quasi che ad un mio mentale “e adesso?” partisse l’impulso per una risposta immediata. Per altro verso, di solito, quando compongo, il processo strettamente parallelo dell’arrangiamento coinvolge anche ciò che definisco la “fattibilità sul palco”. Non solo questo mi preserva da stratificazioni in studio spesso inutili ma tende a creare uno scenario in cui non siano richieste performances tentacolari e, per quanto possibile, fedeli all’originale anche se va da sé che non possono esserlo al 100% (e non è neanche avvincente che lo siano, sembra un trito playback), come ogni versione live che si rispetti. In un brano di 22 minuti la difficoltà esisterà sempre, ma con un buon allenamento diventa una… maratona sostenibile!

La resa vocale appare particolarmente intensa: come si è evoluto il lavoro sulla voce e sui cori in questo nuovo capitolo?

A.C. - Chi mi conosce sa che, da sempre, io ho inserito delle caratterizzazioni emotive in ciò che canto. La mia (ormai quasi sepolta) esperienza teatrale o i trascorsi nelle tribute band c’entrano poco, di fatto io devo “sentire” ciò che eseguo, come se lo sentissi eseguito in un’opera cinematografica o teatrale. Questo ne fa seguire i colori con cui io tento di pennellare ogni frase, ogni verso, ogni ritornello e via dicendo. Per altro verso, ho tenuto fortemente a non essere la sola voce di questo disco, l’affresco - anche vocale - doveva essere il più composito possibile. Ecco, pertanto, la presenza dei miei compagni, di Andrea Bottesini e di Alice Vigo.

I cinque brani hanno caratteri molto diversi: come si è sviluppato il processo di scrittura e arrangiamento?

E.T. - Volevamo un prodotto eterogeneo ma le cui sonorità fossero ben radicate nella “tradizione Delirium”. Ognuno ha portato il proprio pezzo di puzzle che una volta assemblato e arrangiato ci ha mostrato una figura musicale logica ed omogenea. Il che non era scontato ma alla fine l’alchimia ha funzionato alla grande, direi!

Quali scelte di arrangiamento, registrazione e produzione hanno definito il suono dell’album?

A.C. - Il fatto che le varie composizioni sono venute alla luce in tempi molto diversi fra di loro ha fatto sì che assumessero da sole la propria veste. A nostro giudizio “buona da subito”, nessuna preoccupazione di continuità o coerenza stilistica (eppure c’è). Dove mi sono occupato io degli arrangiamenti, come detto sopra, è un processo parallelo alla scrittura, io “vedo” ciò che scrivo in una ben precisa cornice. Credo sia lo stesso anche per Ettore.
Ed in assoluto Jonathan Grice, che ha profuso un impegno continuo, professionale e attento, ha contribuito non poco all’evoluzione dei suoni presenti in “Sesta Strada”. I compagni di Black Widow Records hanno fatto il resto, eccellendo soprattutto quanto alla grafica dei supporti.

In che modo “Sesta Strada lungo il Tempo” dialoga con la vostra storia musicale e con le vostre radici prog?

A.C. - Direi con perfetta aderenza. Come è stato notato in alcune fra le prime recensioni dell’album, i Delirium non hanno affatto tentato di rinnovarsi in modo rivoluzionario ma neanche si sono “autocitati”. Dal mio punto di vista era decisamente importante che la band riacquistasse una presenza concreta e precisa nel mondo Prog, dopo una parentesi che sembrava averli confinati in una sorta di “limbo” e ciò che leggo sembra confermare che abbiamo centrato il bersaglio.

Il ricordo di Mauro La Luce è parte della vostra identità: come la sua eredità ha influenzato questo disco?

E.V. - Mauro La Luce (purtroppo mancato recentemente) è stato il nostro paroliere fin dal 1972, scrisse tutti i testi dgli album a partire da Lo scemo e il Villaggio seguendo sempre le nostre idee di conept album, per quello venne denominato il sesto Delirium (in quegli anni eravamo in cinque); i brani che lui amava in particolare sono “Tremori Antichi” (per il quale vinse anche un premio) e “Luci lontane” dall'album “Il NomeDel Vento”. In quest'ultimo album i testi furono scritti dagli autori stessi, non si tratta di un album concept ma racconti di vita tra realtà e fantasia descritti da ognuno degli stessi.

M.G.- Voglio solo aggiungere a ciò che ha scritto Ettore che Mauro non era solamente un autore di testi di grande talento, ma anche un caro amico. Ci mancherà moltissimo.

Portare per la prima volta sul palco i brani del nuovo album ha cambiato il vostro modo di percepirli?

A.C. - Chi conosce le fatiche che stanno dietro alla realizzazione di un disco sa che si arriva ad uno stato psico-fisico paragonabile ad una gestazione e ad un parto. Si guarda alla creatura come ad un qualcosa che ancora deve definirsi completamente nei suoi lineamenti concreti. Ma quando si è sul palco diventa “una di famiglia”, senti ciò che hai creato “addosso” e ti preoccupi solo di presentarlo al pubblico, con quella differenza dinamica - data anche dall’emozione - che ne esalta i colori e la potenza.

Come avete costruito il ponte tra i brani storici e quelli nuovi nella scaletta?

M.G. - Avendo deciso fin dall'inizio che durante i concerti (nei teatri) la suite sarebbe stata eseguita integralmente e dato che ciò significava utilizzare 22 minuti di tempo di concerto per un solo brano abbiamo dovuto essere molto attenti nella scelta dei classici da suonare. In pratica, abbiamo optato per il materiale tratto dai primi 3 album più qualcosa dall'"Era della menzogna". E poi, naturalmente, abbiamo dovuto trovare momenti e modalità giusti per mescolare il vecchio con il nuovo.

La scelta del Teatro Govi è stata naturale o cercavate proprio un luogo con questa atmosfera?

E.T. - Tutto si è svolto in modo naturale. Il Teatro Govi ha visto diversi concerti che potremmo ritenere “storici” nella vita della band e oltre a ciò ben si adattava sia ad iniziare un anno importante (quello dei 55 anni di storia dei Delirium) che a creare l'ambientazione giusta per raccontare le nuove storie di “Sesta Strada” dando loro una cornice migliore di quella di una tradizionale venue rock. E la scelta si è rivelata assolutamente vincente.

Dopo un’accoglienza così forte, cosa vi portate verso il prossimo capitolo artistico?

A.C. - Chi può saperlo? Dieci anni fa non avrei mai pensato che il disco successivo a “L’Era della menzogna” avrebbe contenuto una suite, men che mai scritta da me. È questo il bello del vivere la Musica, dopo la nascita di un nuovo figlio lo si porta in giro, lo si fa vedere a quanta più gente possibile e poi - ma spesso anche durante ciò - nascono ispirazioni, idee, prospettive, storie che diventano quadri inediti. Ironicamente “Della strada il ritorno” nasce da un mio improvviso canticchiare mentre appunto tornavamo da un concerto tenuto fuori Genova di cui memorizzai il riff col mio cellulare! Senz’altro porteremo anche il frutto di ciò che questo nuovo LP ci ha fatto sperimentare, assieme a tutti i mattoni messi su in 55 anni. La cosa affascinante è che non sappiamo minimamente che forma avrà!