martedì 12 maggio 2026

L'anima eclettica di Steve Winwood: tanti Auguri!

 


La voce che ha attraversato i generi: l'incredibile viaggio sonoro di Steve Winwood, che compie gli anni il 12 maggio


Il nome di Steve Winwood (12-5-48) risuona attraverso i decenni come un marchio di autenticità e talento multiforme. Non un semplice cantante o tastierista, ma un vero e proprio artigiano del suono, Winwood ha intrapreso un viaggio musicale eclettico, spaziando con disinvoltura dal rhythm and blues viscerale al rock psichedelico, dal folk britannico al sofisticato pop-soul degli anni Ottanta. La sua voce, un timbro caldo e potente intriso di un’anima blues profonda, è stata la colonna sonora di generazioni, mentre la sua maestria all’organo Hammond, alla chitarra e al basso ha arricchito innumerevoli paesaggi sonori.

La sua storia inizia in un’epoca d’oro per la musica britannica. Ancora adolescente, Winwood irrompe sulla scena come la voce bianca e l’anima musicale dello Spencer Davis Group. Era il 1963, e la Gran Bretagna era in fermento, cullata dall’onda del British Invasion. Canzoni come "Keep on Running" e l'inconfondibile "Gimme Some Lovin'" portano l'impronta indelebile del giovane Winwood: un talento precoce che sembrava incarnare lo spirito del blues americano trapiantato nel cuore dell'Inghilterra. La sua interpretazione intensa e la sua abilità strumentale, nonostante la giovane età, lo proiettarono immediatamente sotto i riflettori.

The Spencer Davis Group

Ma l'inquietudine creativa di Winwood non poteva essere confinata a un solo genere. Nel 1967, con un coraggio artistico ammirevole, lascia lo Spencer Davis Group per co-fondare i Traffic. Questa nuova avventura segnò una svolta stilistica radicale. I Traffic erano un crogiolo di influenze, mescolando rock, jazz, psichedelia e sonorità folk con una libertà espressiva che li rese unici nel panorama musicale. Album come Mr. Fantasy e Traffic sono pietre miliari di un’epoca, intrisi di atmosfere sognanti, improvvisazioni strumentali sofisticate e testi evocativi. La voce di Winwood si fece più sfumata, capace di navigare con agilità tra le intricate trame sonore create dalla band.

Traffic

Ancora una volta, l'insaziabile sete di esplorazione musicale spinse Winwood verso nuovi orizzonti. Alla fine degli anni Sessanta, diede vita ai Blind Faith, un supergruppo effimero ma leggendario che vedeva la partecipazione di Eric Clapton, Ginger Baker e Rick Grech. Sebbene la loro esistenza sia stata breve, il loro unico album omonimo lasciò un segno indelebile, con brani come "Can't Find My Way Home" che mettevano in risalto la vena melodica e malinconica della voce di Winwood in un contesto rock più diretto.

Blind Faith

Gli anni Settanta videro un ritorno, seppur intermittente, dei Traffic, con album che continuavano a esplorare nuove sfumature sonore. Contemporaneamente, Winwood intraprese una prolifica carriera solista, che lo portò a pubblicare album acclamati dalla critica come Steve Winwood e Arc of a Diver. Questi lavori rivelarono un artista maturo, capace di fondere elementi soul, funk e jazz in un suono personale e riconoscibile.

Ma fu negli anni Ottanta che Steve Winwood conobbe un successo commerciale planetario con album come Back in the High Life e Roll with It. Brani come "Higher Love" e la title track "Roll with It" scalarono le classifiche di tutto il mondo, portando la sua voce inconfondibile e il suo talento compositivo a un pubblico ancora più vasto. Queste canzoni incarnavano uno stile pop sofisticato, intriso di influenze soul e R&B, che dimostrava la sua capacità di evolversi senza perdere la sua anima musicale.

Anche negli anni successivi, Winwood ha continuato a creare musica di alta qualità, esplorando le sue radici blues e soul con una saggezza e una profondità che solo un artista con la sua esperienza può possedere. La sua carriera è una testimonianza di una curiosità musicale insaziabile e di un talento poliedrico che lo ha reso una figura iconica e rispettata nel panorama musicale internazionale.

Steve Winwood non è solo un musicista; è un camaleonte sonoro che ha saputo reinventarsi rimanendo fedele alla sua essenza. La sua voce, la sua abilità strumentale e la sua capacità di attraversare generi con naturalezza lo rendono un artista unico, la cui eredità continua a ispirare musicisti e appassionati di tutto il mondo. La sua musica è un viaggio attraverso le sfumature dell'anima, un’esplorazione continua di suoni e ritmi che testimoniano la vitalità e la ricchezza di un talento senza tempo.





lunedì 11 maggio 2026

Dalle fucine di Newcastle al mito del rock: il timbro inconfondibile di Eric Burdon, che oggi compie gli anni...



Nell'epoca d'oro del rock britannico, un talento grezzo e potente emerse dalle ceneri industriali: Eric Burdon, il bluesman che con la sua voce inconfondibile diede un'anima intensa e ribelle alla musica degli anni '60


Nel panorama effervescente del British Invasion degli anni '60, tra le chitarre distorte e i ritmi incalzanti, emergeva una voce inconfondibile, roca e potente come il carbone della sua città natale: Eric Burdon. Nato l'11 maggio 1941 a Newcastle, in Inghilterra, Burdon non era il tipico belloccio da copertina pop. La sua forza risiedeva in un'intensità emotiva cruda, in un timbro bluesy che affondava le radici nelle difficili realtà della classe operaia e in un carisma magnetico che catturava l'essenza di un'epoca di cambiamenti radicali.

La Newcastle della sua giovinezza, con i suoi cantieri navali e la sua atmosfera industriale, forgiò in Burdon un'anima inquieta e un desiderio di esprimere le proprie emozioni in modo viscerale. Il blues americano divenne la sua prima grande passione, un linguaggio musicale che parlava direttamente al suo cuore e che trovava eco nelle durezze della vita quotidiana. Artisti come Bessie Smith, Muddy Waters e Howlin' Wolf furono le sue prime guide, instillando in lui un rispetto profondo per la tradizione e un desiderio di infondere quella stessa autenticità nella propria musica.

Il vero trampolino di lancio per Eric Burdon fu la formazione dei The Animals nei primi anni '60. Insieme a musicisti talentuosi come Alan Price, Chas Chandler, Hilton Valentine e John Steel, Burdon diede vita a un suono che fondeva l'energia del rock and roll con la visceralità del blues e un tocco di R&B. Il loro successo planetario con "House of the Rising Sun", nel 1964, non fu solo un trionfo commerciale, ma anche una dichiarazione d'intenti. La voce intensa e dolente di Burdon, che narrava la storia di una vita perduta a New Orleans, catturò l'immaginario di un'intera generazione, elevando una ballata folk tradizionale a un inno rock senza tempo.

Gli anni con gli Animals furono un periodo di intensa creatività ed evoluzione. Burdon, con la sua forte personalità e la sua inquietudine artistica, guidò la band attraverso una serie di successi che spaziavano dal blues-rock ("Don't Let Me Be Misunderstood") alla psichedelia ("When I Was Young", "Sky Pilot"). La sua voce divenne il marchio distintivo del gruppo, capace di trasmettere rabbia, malinconia, gioia e ribellione con una naturalezza disarmante.

Tuttavia, l'anima blues di Burdon lo spinse presto verso nuove esplorazioni sonore. Alla fine degli anni '60, formò gli Eric Burdon & The New Animals, una formazione più sperimentale che incorporava elementi di psichedelia, funk e jazz, creando brani che riflettevano lo spirito controculturale dell'epoca e la crescente influenza della musica californiana.

Anche negli anni successivi, attraverso cambi di formazione e progetti solisti, Eric Burdon rimase fedele alla sua essenza di bluesman, un artista che non ha mai avuto paura di sperimentare e di confrontarsi con le proprie radici. La sua voce, pur con il passare del tempo, ha mantenuto quella grinta e quell'autenticità che lo hanno reso unico.

Oggi, nell'anniversario della sua nascita, rendiamo omaggio a Eric Burdon, un artista che ha saputo incarnare lo spirito indomito del blues in un contesto rock in continua evoluzione. La sua voce, graffiante e passionale, rimane una pietra miliare della musica popolare, un ponte sonoro tra le fumose bettole di Chicago e i grandi palcoscenici del mondo.

Buon compleanno a un vero leone del rock e del blues, la cui eredità continua a ispirare musicisti e appassionati ovunque.




Nel ricordo di Noel Redding, mancato l'11 maggio di 23 anni fa.


Sono passati 23 anni dalla scomparsa di Noel Redding. Aveva solo 58 anni quell’’11 maggio del 2003.

Redding (nato a Folkestone il 25 dicembre del 1945) è stato un bassista e chitarrista britannico noto soprattutto per aver fatto parte del trio musicale Jimi Hendrix Experience.
Inizia a suonare il violino all'età di 9 anni e in seguito si avvicina al mandolino, alla chitarra e infine al basso.
Nel 1962, Redding entra a far parte del gruppo The Burnettes, cambiando il nome successivamente in The Loving King.
Con questo gruppo realizza tre singoli. Il gruppo si scioglierà poi nel 1966. In quello stesso anno, nel corso di un’audizione, incontra Chas Chandler che gli propone di suonare il basso in un gruppo che avrebbe dovuto nascere attorno ad un giovane chitarrista americano di nome Jimi Hendrix. Ai due si aggiunge il batterista Mitch Mitchell. Nel mese di ottobre nasceva così il trio Jimi Hendrix Experience.
Con gli Experience ebbe un grande successo e realizzò tre album considerati dei classici del rock: Are You Experienced?, Axis: Bold as Love e Electric Ladyland. Inoltre partecipò al Pop Festival di Monterey, considerato l'apice del successo del trio.
Nel 1969 Noel lascia la Band a causa di dissidi vari con Hendrix e realizza due album con un suo proprio gruppo: Fat Mattress.
Nel 1971 forma il trio Road, con Les Sampson alla batteria e Rod Richard alla chitarra.
Tornato a vivere in Irlanda forma la Noel Redding Band, gruppo che restò unito fino al 1980, cui seguì un progetto acustico insieme a Carol Appleby (divenuta sua moglie) fino al 1990.
In seguito ha partecipato a numerosi festival e ricorrenze, ricevendo numerose riconoscenze per il contributo dato a Hendrix ed agli Experience.
l'11 maggio del 2003 Noel scompare. La notizia, resa nota da Ian Grant della Trackrecords, e confermata dalla famiglia Hendrix qualche giorno dopo, non recava indicazioni ne sulla causa ne sul luogo del decesso.
Gli insuccessi artistici e i problemi economici avevano spinto Noel a ritirarsi a vita privata in un piccolo villaggio dell’Irlanda del nord. Qui Noel aveva trovato la tranquillità per portare a termine un desiderio covato a lungo: scrivere un libro sugli anni della Jimi Hendrix Experience.

Il libro, che (guarda caso) s’intitola “Are You Experienced?” è stato pubblicato nel 1996 da una piccola casa editrice londinese.
Ricordiamolo così…







45 anni senza il leone: il mondo continua a celebrare Bob Marley


 

Il ritmo non si ferma: a 45 anni dalla sua morte, Bob Marley vive nella sua musica


Kingston, Giamaica: quarantacinque anni fa, l'11 maggio 1981, il mondo perdeva Robert Nesta Marley, per sempre inciso nella storia come Bob Marley, l'icona indiscussa del reggae. Oggi, nel 2025, il suo spirito, la sua musica e il suo messaggio di pace, amore e ribellione pacifica continuano a risuonare con la stessa forza, se non maggiore, in ogni angolo del globo.

La sua prematura scomparsa, all'età di soli 36 anni, non ha fatto altro che amplificare la portata del suo impatto culturale. Marley non fu semplicemente un musicista; fu un profeta moderno, la voce degli emarginati, un simbolo di speranza che trascendeva i confini geografici e le barriere linguistiche. Le sue canzoni, con le loro ritmiche avvolgenti e i testi intrisi di coscienza sociale e spirituale, sono diventate l'inno di generazioni, mantenendo intatta la loro rilevanza nel corso dei decenni.

Dalle umili origini a Nine Mile, in Giamaica, Marley, insieme ai leggendari Wailers (Peter Tosh e Bunny Wailer), creò un suono inconfondibile che conquistò il mondo. Hit come "No Woman, No Cry", "Redemption Song", "One Love" e "Get Up, Stand Up" non sono solo brani musicali, ma veri e propri manifesti di un'epoca, capaci ancora oggi di emozionare e ispirare.

Il suo impegno sociale fu inscindibile dalla sua arte. Attraverso la sua musica, Marley denunciò le ingiustizie, il razzismo e la povertà, schierandosi con i movimenti di liberazione e promuovendo un messaggio di unità e fratellanza ispirato dalla sua profonda fede Rastafari. La sua visione di un mondo più equo e pacifico continua a essere un faro per molti.

A distanza di oltre quattro decenni dalla sua morte, l'influenza di Bob Marley sulla cultura popolare rimane innegabile. Il suo stile unico, il suo carisma e la sua spiritualità lo hanno consacrato come un'icona globale, un simbolo di resistenza pacifica e di lotta per i diritti umani. La sua immagine con i dreadlocks è un'icona intramontabile.

Nel 2025, la sua musica vive ancora nelle radio, nelle piattaforme di streaming e nei cuori di milioni di persone. Nuove generazioni scoprono la potenza del suo messaggio, la bellezza delle sue melodie e la profondità delle sue parole. Il ricordo di Bob Marley non si è affievolito; anzi, si è trasformato in una celebrazione continua di un'eredità musicale e spirituale che continua a plasmare il nostro mondo.

La Giamaica, la sua terra natale, lo onora costantemente, mantenendo viva la sua memoria attraverso eventi e iniziative che tramandano il suo messaggio. Oggi, come ogni anno l'11 maggio, il mondo si ferma per ricordare il Leone del Reggae, un artista che, nonostante la sua breve vita, ha lasciato un'impronta indelebile nella storia dell'umanità. La sua musica, ieri come oggi, è un inno alla speranza e un invito costante all'"One Love".




domenica 10 maggio 2026

Donovan: quando il vento si fece musica

 


Il menestrello psichedelico: Donovan Leitch, la voce flautata che plasmò il suono degli anni '60, tra ballate folk e sogni lisergici


Il vento gelido che sferzava le coste frastagliate della Scozia aveva plasmato il carattere di Donovan Philips Leitch fin dalla sua infanzia. Nato a Glasgow il 10 maggio del 1946, in un’epoca di austerità post-bellica, Donovan non conobbe subito la dolcezza delle melodie che un giorno avrebbero incantato il mondo. La sua infanzia fu segnata dalla malattia, una forma di poliomielite che lo costrinse a un lungo periodo di convalescenza. Fu in quel letto d’ospedale, tra le pagine di libri illustrati e il sussurro dei racconti materni, che il seme della sua immaginazione germogliò rigoglioso.

Trasferitosi con la famiglia a Hatfield, in Inghilterra, la sua salute migliorò gradualmente, ma l’inquietudine di un’anima artistica cominciava a farsi sentire. La scuola non lo attraeva quanto le strade, i caffè fumosi dove risuonavano le prime note del folk revival britannico. Donovan, un ragazzo dagli occhi sognanti e la chitarra sempre a portata di mano, si immerse in quel fermento culturale, assorbendo le ballate tradizionali, il blues ruvido e le nascenti sonorità del rock and roll.

La sua vera educazione avvenne sui palchi improvvisati, nei locali fumosi dove si esibiva per pochi scellini e per la passione di condividere la sua musica. La sua voce, morbida e flautata, si sposava perfettamente con le melodie acustiche della sua chitarra, creando un’atmosfera intima e sognante. Le sue prime canzoni, spesso intessute di immagini bucoliche e di un lirismo ingenuo ma sincero, riflettevano le sue radici scozzesi e il suo sguardo curioso sul mondo.

Il 1965 fu l’anno della svolta. A soli diciannove anni, Donovan fece la sua prima apparizione televisiva nel popolare programma “Ready Steady Go!”. La sua esibizione, con la sua chitarra acustica e il suo stile da menestrello moderno, catturò immediatamente l’attenzione del pubblico britannico. La sua immagine, con il cappello a tesa larga e l’aria da folletto malinconico, lo distinse subito dalla folla dei nascenti rocker.

Il suo primo singolo, “Catch the Wind, pubblicato nello stesso anno, divenne un successo immediato, scalando le classifiche e consacrandolo come una delle voci più promettenti della scena musicale britannica. La canzone, con la sua melodia orecchiabile e il testo poetico, incarnava lo spirito di un’epoca in fermento, un desiderio di libertà e di cambiamento che si diffondeva tra i giovani.

Nei mesi successivi, Donovan sfornò una serie di singoli di successo, tra cui “Colours”, "Mellow Yellow", “Universal Soldier” (una potente ballata pacifista scritta da Buffy Sainte-Marie), "Season of the Witche “Sunshine Superman”. Quest’ultima, con il suo arrangiamento psichedelico e i riferimenti onirici, segnò una svolta nel suo stile musicale, aprendo le porte a sonorità più sperimentali e influenzate dalla cultura hippie che stava esplodendo.

La sua ascesa fu rapida e vertiginosa. Donovan divenne un’icona della Swinging London, frequentando artisti del calibro dei Beatles e dei Rolling Stones. Il suo stile eclettico, che mescolava folk, pop e influenze psichedeliche, lo rese una figura unica nel panorama musicale dell’epoca. I suoi concerti erano eventi magici, dove la sua voce incantava il pubblico e le sue canzoni creavano un’atmosfera di sognante evasione.

La sua carriera, tuttavia, conobbe anche momenti controversi. L'uso di marijuana e alcune sue dichiarazioni lo posero in contrasto con una parte dell’establishment e della stampa. Ma Donovan, con la sua indole pacifica e il suo spirito libero, continuò a seguire la sua musa, creando un corpus di opere che avrebbero influenzato generazioni di musicisti.

Questo era Donovan Leitch negli anni del suo fulgore, un menestrello moderno che, con la sua chitarra e la sua voce incantata, aveva catturato il vento di un’epoca e lo aveva trasformato in canzoni indimenticabili. La sua storia, come una ballata senza tempo, ha continuato a risuonare, portando con sé l’eco di un’era di sogni e di rivoluzioni musicali.



sabato 9 maggio 2026

Il cajón che cambia tutto: un set essenziale per concerti acustici

 


Da un paio d’anni ho acquistato un cajón e da lì è iniziato un percorso che non pensavo così naturale: costruire un piccolo drum set portatile, leggero, adatto ai concerti acustici ma comunque elettrificati che faccio con il mio gruppo. All’inizio c’era solo il cajón, poi è arrivato il pedale per usarlo come cassa, e da quel momento il set ha iniziato a crescere in modo spontaneo.

Ho aggiunto un rullante in legno, costruito con la stessa logica del cajón e dotato di cordiera, un charleston compatto e un piatto che completa il quadro. È un set minimale, ma sorprendentemente versatile. 

Dentro questa ricerca personale ho incontrato la storia di Alma Cajon, il progetto artigianale di Mauro Morini, che nasce da un’idea semplice e precisa: costruire strumenti che abbiano un’anima sonora riconoscibile, non solo un’estetica curata. Morini lavora il legno con un’attenzione quasi meditativa, cercando un equilibrio tra risposta dinamica, timbro e sensibilità al tocco.

Il tratto distintivo della sua produzione è il concetto di cajón “2 in 1”, reso possibile da una cordiera interna attivabile tramite leva. Con un gesto si passa da un suono più asciutto e tradizionale a un timbro vicino al rullante, senza cambiare strumento e senza aggiungere accessori. È una soluzione che parla direttamente a chi suona live e ha bisogno di flessibilità immediata.

Alma Cajon

La scelta dei materiali è altrettanto centrale: Morini utilizza legni selezionati con cura, spesso provenienti da filiere controllate, con un’attenzione reale all’impatto ambientale. Ogni tavola viene valutata per la sua resa sonora, non solo per l’aspetto. Il risultato è uno strumento che vibra in modo uniforme, con una gamma dinamica ampia e una risposta precisa.

Talento

Il catalogo Alma è ricco e vario. Accanto ai modelli professionali ci sono strumenti pensati per chi inizia, come Ostro e Talento, quest’ultimo progettato per i più giovani. C’è poi Scirocco, il modello signature di Gennaro Scarpato, che porta dentro la sua esperienza di session man e la ricerca di un suono definito ma flessibile.

Mediterraneo

Il mondo Alma non si limita al cajón: ci sono Bongo Cajon, StompBox BigFoot, shaker di diverse forme e materiali, e la Sea Drum Mediterraneo, che riproduce il suono delle onde grazie a un sistema interno di microsfere. Sono strumenti che ampliano il vocabolario ritmico senza appesantire il setup, perfetti per chi cerca soluzioni portatili ma espressive.

Bongo Cajon

Chi ha incontrato Morini nei festival o nei workshop racconta spesso la stessa impressione: la sua è una liuteria percussiva che nasce dall’ascolto. Ogni strumento viene calibrato finché non restituisce esattamente ciò che lui immagina. È un modo di lavorare che non punta all’effetto, ma alla sostanza: strumenti che invitano a suonare con attenzione, a cercare sfumature, a trovare un proprio equilibrio tra ritmo e timbro.

Stompbox

In un panorama dove molti cajón sembrano simili, Alma propone una strada diversa: artigianato vero, idee chiare, soluzioni intelligenti. E per chi, come me, sta costruendo un setup acustico portatile, è un mondo che vale la pena esplorare.






Alessandro Seravalle: commento all'album “Quaderni”


In Quaderni, Alessandro Seravalle apre una serie di taccuini interiori e li trasforma in un percorso sonoro che non ha nulla di illustrativo e nulla di narrativo nel senso tradizionale. È un attraversamento fatto di materiali minimi, di elettroniche che respirano, di rumori che sembrano provenire dal corpo più che dagli strumenti. L’origine del progetto è un incontro fortuito: nel 2022, durante la trasmissione La voce di Calliope, alcuni testi di Seravalle vengono letti da Marzia Postogna. Riascoltando quel podcast, l’autore intuisce che quella voce può diventare materia musicale, non per ciò che dice, ma per come abita lo spazio. Da qui nasce un lavoro che non cerca mai la forma canzone, non cerca melodia, non cerca canto. Cerca presenza.

Il disco, pubblicato da Zeit Interference insieme a Lizard Records, si sviluppa in sette brani che funzionano come aperture successive di un diario sonoro. Bambino introduce subito il clima dell’opera, non c’è descrizione, non c’è racconto, ma un insieme di suoni che evocano un ricordo senza mai nominarlo. L’elettronica è rarefatta, i rumori sono trattati come frammenti di memoria, e la voce recitante appare come una presenza che attraversa la scena senza mai trasformarsi in canto o melodia.

In Ancora Zwischen Dasein la voce torna come esposizione, non come interpretazione. Le parole vengono offerte allo spazio, mentre l’elettronica costruisce un ambiente sospeso, fatto di onde sinusoidali, chitarre trasformate e organi che emergono come tracce di una lingua interiore. È un brano che non vuole spiegare nulla, ma lasciare aperta una soglia.

Arbui ta fumata è invece completamente privo di voce. Il titolo friulano suggerisce un’origine emotiva, ma il brano vive solo di suono. È un piccolo rito elettronico, costruito con materiali minimi, vibrazioni, movimenti che sembrano provenire da un luogo interno. Qui Seravalle lavora sulla qualità del timbro, sulla sua capacità di suggerire senza dichiarare.

In Pachea a Sarvignan la voce recitante torna, ma sempre come presenza e mai come narrazione. Il riferimento territoriale rimane nel titolo, mentre la musica costruisce un paesaggio che non descrive nulla e non imita nulla. È un modo di evocare un luogo senza rappresentarlo, lasciando che siano le frequenze e le pause a costruire la memoria.

Saggezza vegetale e Skepsis rappresentano due modi diversi di procedere. Il primo segue un percorso più definito, come se avesse una direzione interna già tracciata. Il secondo è un’improvvisazione solitaria, un gesto libero che non chiede permesso. In entrambi si percepisce la volontà di Seravalle di lasciare convivere forma e intuizione senza mai forzarle. È un equilibrio che si regge sulla capacità di ascoltare ciò che il suono suggerisce.

Io? chiude l’album con una domanda che non cerca risposta. La voce recitante torna come presenza fragile, mentre l’elettronica costruisce un ambiente che sembra guardare indietro e avanti nello stesso momento. Il brano non conclude, sospende. Lascia aperto un varco, come se il quaderno non fosse finito, ma semplicemente chiuso per un momento.

La presenza di Gian Pietro Seravalle al missaggio e alla costruzione dei ritmi spezzati dà al disco un respiro interno che accompagna tutto il percorso. Non è un ruolo tecnico: è una partecipazione che definisce il movimento dell’opera. I ritmi non sono mai regolari, ma seguono un impulso che sembra nascere dal corpo più che dalla macchina.

Quaderni è un’opera che appare come un attraversamento della memoria, dei silenzi, delle lingue interiori. È un lavoro che chiede tempo e disponibilità, perché non offre scorciatoie. Si ascolta come si sfoglia un diario che non è stato scritto per essere pubblicato, ma per non perdere ciò che rischiava di svanire. Seravalle costruisce un luogo dove la musica torna a essere un gesto umano, fragile, necessario. Un luogo che si può abitare.


Crediti

Quaderni è un progetto di Alessandro Seravalle, autore delle musiche, delle elettroniche, delle onde sinusoidali, delle manipolazioni sonore e delle chitarre trasformate.

Voce recitante: Marzia Postogna.

Ritmi spezzati, missaggio e mastering: Gian Pietro Seravalle.

Testi: Alessandro Seravalle.

Produzione artistica e registrazioni: Alessandro Seravalle. Etichette: Zeit Interference / Lizard Records.

Catalogo: ZEIT CD 020.

Formati: CD e digitale.

Tracklist

1.   Bambino

2.   Ancora Zwischen Dasein

3.   Arbui ta fumata

4.   Pachea a Sarvignan

5.   Saggezza vegetale

6.   Skepsis

7.   Io?

 




venerdì 8 maggio 2026

Graham Bond: una vita breve, un'esistenza che ha lasciato il segno...



Ci lasciava l'8 maggio del 1974, a soli 37 anni, Graham Bond...

Burbera e corpulenta presenza della scena pop inglese dei primi anni ’60, Graham Bond è anche uno dei padri fondatori del british R&B.

Dopo aver iniziato come sassofonista jazz, mostrando una particolare devozione per Charles Mingus (Don Rendell Quintet), passa a cantare e a suonare l’organo quando si unisce al batterista Ginger Baker, al contrabbassista Jack Bruce e al chitarrista John McLaughlin (tutti usciti dalla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner) nella Graham Bond Organisation.
Sull’esempio del gruppo di Korner, il nuovo ensemble diventa una sorta di formazione aperta, in cui passano Jon Hiseman e Dick Heckstall-Smith, mentre Bond diventa il catalizzatore sia dei Cream che dei Colosseum.

Album come The Sound Of ’65 e There’s  A Bond Between Us impongono il R&B caotico e vitale della Graham Bond Organisation, mentre un’immagine più chiara del leader si trova in Solid Bond, dove il nostro si cimenta con il piano e l’organo, nonché con il sax alto, in reminiscenze jazzistiche (Doxy, di Sonny Rollins) e un focoso R&B da club. 
Il suo set dal vivo è rappresentato invece da Live At The Klook’s Kleek, registrato nella mecca del blues e del R&B londinese dell’epoca: un album dalla produzione primitiva e un sound crudo e sporco per un blues tinto di soul e jazz in grado di ammaliare l’ascoltatore.

Tecnicamente Bond è un innovatore: è il primo inglese a usare, in un contesto R&B, la combinazione di organo Hammond e speacker Leslie, ed è anche il primo ad usare una tastiera elettronica e a sperimentare con il Mellotron. Ma svela anche di avere una personalità inquietante e “demoniaca”, come dimostrano la passione per occulto e sette sataniche, e l’affermazione di essere figlio dell’anticristo Aleister Crowley.

Sciolta definitivamente la Organisation nel 1969, dopo aver lavorato per Ginger Baker come session man, Bond se ne va in America, sposa la cantante Diane Stewart e ritorna in Inghilterra, dove forma con Pete Brown i Bond & Brown, con cui incide Two Heads Are Better Than One (1972). 
Il flirt con l’occulto coinvolge anche la moglie, con la quale realizza, sotto il nome di Holy Magick, il disco omonimo e We Put Our Magick On You.

Ma intanto vita privata e attività professionale sono sempre più contrassegnate dal caos. Il satanismo si accompagna all’eroina, il matrimonio va a rotoli e gli affari finanziari sono nel marasma più totale.

Nel gennaio del 1973 Bond finisce in ospedale con un grave esaurimento nervoso, poi, l’8 maggio dell’anno successivo, muore in circostanze misteriose sotto le ruote di un treno alla Finsbury Park Station di Londra: aveva 37 anni, e il giorno precedente aveva telefonato a “Melody Maker” per annunciare di essere definitivamente “ripulito”dalle droghe e pronto a lavorare di nuovo nella musica.

Tratto da “Rock Blues”, Mauro Zambellini




giovedì 7 maggio 2026

Malibran – Remastered Collection (Ma.Ra.Cash Records, 2025)

 


Una sintesi che restituisce la continuità di una storia


Remastered Collection arriva in un momento in cui i Malibran non hanno più nulla da dimostrare, ma molto da rimettere in circolo. Pubblicata il 5 settembre 2025, in parallelo al festival prog di Veruno, la raccolta condensa in un solo CD più di trent’anni di attività, senza seguire un ordine cronologico e senza cercare l’effetto antologico. È un modo per ascoltare la band nella sua interezza, senza la mediazione del tempo.

Il disco si apre con “The Wood of Tales”, unico estratto dal debutto del 1990. È un ritorno alle origini: un prog sinfonico che guarda ai Settanta senza nostalgia, con un flauto che non imita ma dialoga con la tradizione. Quando conobbi Giuseppe Scaravilli, era il 2006, a Novi Ligure, durante una convention dedicata ai Jethro Tull. Lui al flauto, Andrea Vercesi alla chitarra. Non era un episodio isolato ma la conferma che i Malibran, già allora, avevano una storia solida alle spalle e una naturalezza nel muoversi dentro quel linguaggio. Questa raccolta lo ribadisce con chiarezza.

La selezione prosegue con “Nuvole di Vetro”, poi “I Know Your Soul”, quindi “Si Dirà di Me”. È un percorso che non ricostruisce una cronologia, ma una coerenza: la capacità della band di attraversare gli anni mantenendo un’identità riconoscibile. “Trasparenze”, premiata nel 2009 come miglior brano prog italiano, è il punto in cui la scrittura si fa più ampia, più luminosa. “La Città sul Lago” e “Magica Attesa” riportano al 1998, a un suono più narrativo, mentre “In Viaggio” (da Oltre l’Ignoto, 2001) mostra il lato più melodico e diretto.

Il nuovo missaggio di “Livin’ Alone”, tratto da Le Porte del Silenzio (1993), è l’unico intervento realmente inedito. Non è un’aggiunta cosmetica: è un modo per rimettere a fuoco un brano che appartiene a uno dei momenti più alti della band, un disco considerato tra i dieci migliori del prog italiano secondo Prog Italia.

La raccolta funziona perché restituisce la doppia anima dei Malibran: la componente sinfonica, ampia, costruita su flauto, chitarre e tastiere, e quella più narrativa, dove la melodia guida senza appesantire. La line‑up storica emerge con chiarezza, senza sovrastrutture. È un suono che non cerca la perfezione, ma la presenza.

Remastered Collection non è un “best of”... è una mappa. Mostra come i Malibran abbiano attraversato il prog italiano con una coerenza rara: romantici senza essere leziosi, tecnici senza ostentazione, fedeli a un’idea di suono che guarda ai Settanta ma non vive di citazioni. È una raccolta che non chiude un percorso: lo rende leggibile.

Scaravilli, nelle sue parole, dice di esserne molto fiero. E il concetto di fiera consapevolezza appare come la giusta cifra.


Tracklist – Remastered Collection (clicca sul brano per ascoltare)

1.   The Wood of Tales – da The Wood of Tales (1990)

2.   Nuvole di Vetro – da Nuvole di Vetro (1998)

3.   I Know Your Soul – da I Know Your Soul (1993)

4.   Si Dirà di Me – da Si Dirà di Me (2001)

5.   Trasparenze – Prog Award 2009

6.   La Città sul Lago – da La Città sul Lago (1998)

7.   Magica Attesa – da La Città sul Lago (1998)

8.   In Viaggio – da Oltre l’Ignoto (2001)

9.   Livin’ Alone (nuovo missaggio) – da Le Porte del Silenzio (1993)

 

Crediti principali

Malibran – formazione storica coinvolta nei brani originali

Giuseppe Scaravilli – voce, chitarre, flauto, tastiere

Giancarlo Cutuli – flauto, sax

Jerry Litrico – chitarra solista

Benny Torrisi – pianoforte, tastiere

Angelo Messina – basso

Alessio Scaravilli – batteria

 

Produzione

Ma.Ra.Cash Records

Supervisione artistica in collaborazione con Giuseppe Scaravilli




mercoledì 6 maggio 2026

“Happy Together” / “Per vivere insieme” – Dai Turtles ai Quelli

 

Happy Together” esce nel 1967 e diventa il brano più riconoscibile dei Turtles. La struttura è limpida, la linea vocale procede con sicurezza, il ritornello si apre con naturalezza. La canzone vive di un equilibrio semplice, un’idea melodica chiara, un arrangiamento compatto, un andamento costante che resta efficace anche dopo molti ascolti. È un pop che scorre senza sforzo.

In Italia prende forma come “Per vivere insieme”, interpretata dai Quelli, la formazione che qualche anno più tardi diventerà la Premiata Forneria Marconi. Il testo italiano non riproduce quello originale e costruisce un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto si sposta verso una dimensione più narrativa, più legata alla vita quotidiana che al sogno romantico dell’originale. La voce e l’arrangiamento portano il brano dentro il linguaggio del pop italiano della fine degli anni Sessanta, con un tono diretto e una luminosità che appartiene a quel periodo.

Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di leggerezza controllata, con un andamento che procede in modo uniforme. I Quelli trasformano quella linea in un racconto più vicino alla sensibilità italiana, con un’attenzione maggiore al testo e alla sua funzione narrativa. La canzone americana ha un respiro più ampio; quella italiana si concentra sul rapporto tra le voci e la storia che costruiscono.

Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza. “Happy Together” mantiene la sua eleganza pop, “Per vivere insieme” conserva quella chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.