venerdì 8 maggio 2026

Graham Bond: una vita breve, un'esistenza che ha lasciato il segno...



Ci lasciava l'8 maggio del 1974, a soli 37 anni, Graham Bond...

Burbera e corpulenta presenza della scena pop inglese dei primi anni ’60, Graham Bond è anche uno dei padri fondatori del british R&B.

Dopo aver iniziato come sassofonista jazz, mostrando una particolare devozione per Charles Mingus (Don Rendell Quintet), passa a cantare e a suonare l’organo quando si unisce al batterista Ginger Baker, al contrabbassista Jack Bruce e al chitarrista John McLaughlin (tutti usciti dalla scuola dei Blues Incorporated di Alexis Korner) nella Graham Bond Organisation.
Sull’esempio del gruppo di Korner, il nuovo ensemble diventa una sorta di formazione aperta, in cui passano Jon Hiseman e Dick Heckstall-Smith, mentre Bond diventa il catalizzatore sia dei Cream che dei Colosseum.

Album come The Sound Of ’65 e There’s  A Bond Between Us impongono il R&B caotico e vitale della Graham Bond Organisation, mentre un’immagine più chiara del leader si trova in Solid Bond, dove il nostro si cimenta con il piano e l’organo, nonché con il sax alto, in reminiscenze jazzistiche (Doxy, di Sonny Rollins) e un focoso R&B da club. 
Il suo set dal vivo è rappresentato invece da Live At The Klook’s Kleek, registrato nella mecca del blues e del R&B londinese dell’epoca: un album dalla produzione primitiva e un sound crudo e sporco per un blues tinto di soul e jazz in grado di ammaliare l’ascoltatore.

Tecnicamente Bond è un innovatore: è il primo inglese a usare, in un contesto R&B, la combinazione di organo Hammond e speacker Leslie, ed è anche il primo ad usare una tastiera elettronica e a sperimentare con il Mellotron. Ma svela anche di avere una personalità inquietante e “demoniaca”, come dimostrano la passione per occulto e sette sataniche, e l’affermazione di essere figlio dell’anticristo Aleister Crowley.

Sciolta definitivamente la Organisation nel 1969, dopo aver lavorato per Ginger Baker come session man, Bond se ne va in America, sposa la cantante Diane Stewart e ritorna in Inghilterra, dove forma con Pete Brown i Bond & Brown, con cui incide Two Heads Are Better Than One (1972). 
Il flirt con l’occulto coinvolge anche la moglie, con la quale realizza, sotto il nome di Holy Magick, il disco omonimo e We Put Our Magick On You.

Ma intanto vita privata e attività professionale sono sempre più contrassegnate dal caos. Il satanismo si accompagna all’eroina, il matrimonio va a rotoli e gli affari finanziari sono nel marasma più totale.

Nel gennaio del 1973 Bond finisce in ospedale con un grave esaurimento nervoso, poi, l’8 maggio dell’anno successivo, muore in circostanze misteriose sotto le ruote di un treno alla Finsbury Park Station di Londra: aveva 37 anni, e il giorno precedente aveva telefonato a “Melody Maker” per annunciare di essere definitivamente “ripulito”dalle droghe e pronto a lavorare di nuovo nella musica.

Tratto da “Rock Blues”, Mauro Zambellini




giovedì 7 maggio 2026

Malibran – Remastered Collection (Ma.Ra.Cash Records, 2025)

 


Una sintesi che restituisce la continuità di una storia


Remastered Collection arriva in un momento in cui i Malibran non hanno più nulla da dimostrare, ma molto da rimettere in circolo. Pubblicata il 5 settembre 2025, in parallelo al festival prog di Veruno, la raccolta condensa in un solo CD più di trent’anni di attività, senza seguire un ordine cronologico e senza cercare l’effetto antologico. È un modo per ascoltare la band nella sua interezza, senza la mediazione del tempo.

Il disco si apre con “The Wood of Tales”, unico estratto dal debutto del 1990. È un ritorno alle origini: un prog sinfonico che guarda ai Settanta senza nostalgia, con un flauto che non imita ma dialoga con la tradizione. Quando conobbi Giuseppe Scaravilli, era il 2006, a Novi Ligure, durante una convention dedicata ai Jethro Tull. Lui al flauto, Andrea Vercesi alla chitarra. Non era un episodio isolato ma la conferma che i Malibran, già allora, avevano una storia solida alle spalle e una naturalezza nel muoversi dentro quel linguaggio. Questa raccolta lo ribadisce con chiarezza.

La selezione prosegue con “Nuvole di Vetro”, poi “I Know Your Soul”, quindi “Si Dirà di Me”. È un percorso che non ricostruisce una cronologia, ma una coerenza: la capacità della band di attraversare gli anni mantenendo un’identità riconoscibile. “Trasparenze”, premiata nel 2009 come miglior brano prog italiano, è il punto in cui la scrittura si fa più ampia, più luminosa. “La Città sul Lago” e “Magica Attesa” riportano al 1998, a un suono più narrativo, mentre “In Viaggio” (da Oltre l’Ignoto, 2001) mostra il lato più melodico e diretto.

Il nuovo missaggio di “Livin’ Alone”, tratto da Le Porte del Silenzio (1993), è l’unico intervento realmente inedito. Non è un’aggiunta cosmetica: è un modo per rimettere a fuoco un brano che appartiene a uno dei momenti più alti della band, un disco considerato tra i dieci migliori del prog italiano secondo Prog Italia.

La raccolta funziona perché restituisce la doppia anima dei Malibran: la componente sinfonica, ampia, costruita su flauto, chitarre e tastiere, e quella più narrativa, dove la melodia guida senza appesantire. La line‑up storica emerge con chiarezza, senza sovrastrutture. È un suono che non cerca la perfezione, ma la presenza.

Remastered Collection non è un “best of”... è una mappa. Mostra come i Malibran abbiano attraversato il prog italiano con una coerenza rara: romantici senza essere leziosi, tecnici senza ostentazione, fedeli a un’idea di suono che guarda ai Settanta ma non vive di citazioni. È una raccolta che non chiude un percorso: lo rende leggibile.

Scaravilli, nelle sue parole, dice di esserne molto fiero. E il concetto di fiera consapevolezza appare come la giusta cifra.


Tracklist – Remastered Collection (clicca sul brano per ascoltare)

1.   The Wood of Tales – da The Wood of Tales (1990)

2.   Nuvole di Vetro – da Nuvole di Vetro (1998)

3.   I Know Your Soul – da I Know Your Soul (1993)

4.   Si Dirà di Me – da Si Dirà di Me (2001)

5.   Trasparenze – Prog Award 2009

6.   La Città sul Lago – da La Città sul Lago (1998)

7.   Magica Attesa – da La Città sul Lago (1998)

8.   In Viaggio – da Oltre l’Ignoto (2001)

9.   Livin’ Alone (nuovo missaggio) – da Le Porte del Silenzio (1993)

 

Crediti principali

Malibran – formazione storica coinvolta nei brani originali

Giuseppe Scaravilli – voce, chitarre, flauto, tastiere

Giancarlo Cutuli – flauto, sax

Jerry Litrico – chitarra solista

Benny Torrisi – pianoforte, tastiere

Angelo Messina – basso

Alessio Scaravilli – batteria

 

Produzione

Ma.Ra.Cash Records

Supervisione artistica in collaborazione con Giuseppe Scaravilli




mercoledì 6 maggio 2026

“Happy Together” / “Per vivere insieme” – Dai Turtles ai Quelli

 

Happy Together” esce nel 1967 e diventa il brano più riconoscibile dei Turtles. La struttura è limpida, la linea vocale procede con sicurezza, il ritornello si apre con naturalezza. La canzone vive di un equilibrio semplice, un’idea melodica chiara, un arrangiamento compatto, un andamento costante che resta efficace anche dopo molti ascolti. È un pop che scorre senza sforzo.

In Italia prende forma come “Per vivere insieme”, interpretata dai Quelli, la formazione che qualche anno più tardi diventerà la Premiata Forneria Marconi. Il testo italiano non riproduce quello originale e costruisce un’altra immagine. La melodia resta riconoscibile, ma il racconto si sposta verso una dimensione più narrativa, più legata alla vita quotidiana che al sogno romantico dell’originale. La voce e l’arrangiamento portano il brano dentro il linguaggio del pop italiano della fine degli anni Sessanta, con un tono diretto e una luminosità che appartiene a quel periodo.

Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due modi di abitare la stessa struttura melodica. I Turtles lavorano su un’idea di leggerezza controllata, con un andamento che procede in modo uniforme. I Quelli trasformano quella linea in un racconto più vicino alla sensibilità italiana, con un’attenzione maggiore al testo e alla sua funzione narrativa. La canzone americana ha un respiro più ampio; quella italiana si concentra sul rapporto tra le voci e la storia che costruiscono.

Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza. “Happy Together” mantiene la sua eleganza pop, “Per vivere insieme” conserva quella chiarezza che ha segnato una stagione della musica italiana. Due interpretazioni che condividono la stessa melodia e la vivono in modi diversi.




Popoff del 6 maggio 1974-L'ascolto all'interno dell'articolo

Popoff - 6 maggio 1974

Condotto da Carlo Massarini


"Popoff, la violenza del rock nel cuore della notte", così esordisce Carlo Massarini nella tarda serata di un lunedì della primavera avanzata del 1974, il 6 di maggio, e partono infatti gli Steppenwolf con il loro cavallo di battaglia Born To Be Wild.

Non era propriamente il "cuore della notte" perché erano le 21 e 30, ma bisogna ricordare che eravamo ancora in periodo di austerity, dopo la guerra del Kippur di pochi mesi prima e l'embargo del petrolio da parte dei paesi arabi, e per decreto, spettacoli, ritrovi e programmi televisivi, dovevano chiudere prima di mezzanotte, per risparmiare energia elettrica. La movida era lontanissima.

Per il resto Carlo Massarini propone una scaletta piuttosto varia, che spazia dai Rolling Stones a Lou Reed a Frank Zappa, con perfino una incursione del cabaret di Cochi e Renato, senza trascurare la prediletta West Coast.

Pezzo forte della serata sicuramente l'estratto dal disco solista della "beautiful dark lady" Grace Slick, Manhole, pubblicato pochi mesi prima (gennaio '74), con il visionario "tema per un western immaginario". Arriva proprio nel cambio tra facciata A e B di una cassetta originale in questo caso con qualche disturbo, ma ascoltabile.

Scaletta: Steppenwolf (Born To Be Wild), Frank Zappa (Apostrophe'), Steve Miller Band (Your Saving Grace), Beatles (In My Life), Stevie Wonder (Keep On Running), Janis Joplin (One Good Man), Cochi e Renato (Come porti i capelli bella bionda), Rolling Stones (Hide Your Love), Lou Reed (Rock 'n Roll), Byrds (So You Wanna Be a Rock 'n Roll Star), Eagles (Nightingale), Grace Slick (Theme From The Movie Manhole), Eagles (Chug All Night), Rick Derringer (Teenage Love Affair)

 

 



L'anima rock 'n' roll con radici folk: Bob Seger, il poeta della working class, compie gli anni

 


Mentre il folk americano degli anni '60 si faceva portavoce di ideali di cambiamento sociale e di un ritorno alle radici della tradizione musicale, un fermento parallelo covava nel cuore industriale del Midwest. Da Ann Arbor, Michigan, emergeva una voce roca e potente, un cantautore destinato a diventare la colonna sonora della classe operaia americana: Bob Seger. Sebbene la sua carriera sia indissolubilmente legata al rock 'n' roll muscoloso e alle ballate anthemiche, le fondamenta della sua narrazione affondano profondamente nel terreno fertile del folk, raccontando storie di vita quotidiana, di sogni modesti e di resilienza di fronte alle avversità.

Robert Clark Seger nacque il 6 maggio 1945, in un periodo di trasformazione per l'America. Crescendo nel Michigan, un'area fortemente influenzata dall'industria automobilistica, Seger fu testimone diretto delle gioie e delle difficoltà della vita della classe lavoratrice. Questa realtà divenne il nucleo pulsante della sua poetica. Le sue prime influenze musicali spaziavano dal rock and roll pionieristico di Elvis Presley e Chuck Berry al soul graffiante di James Brown, ma nel suo approccio narrativo si percepiva un'eco delle ballate folk tradizionali, quelle che narravano storie di gente comune e delle loro lotte.

Negli anni '60, mentre artisti come Bob Dylan e Joan Baez dominavano la scena folk con le loro canzoni di protesta e introspezione sociale, Seger iniziava il suo percorso musicale con band locali come i The Decibels e i The Town Criers. Già in queste prime fasi, la sua capacità di osservare e trasmettere le emozioni della vita ordinaria era evidente. Sebbene il suono fosse più orientato al garage rock e al rhythm and blues, i testi spesso riflettevano le preoccupazioni e le aspirazioni della gente che lo circondava.

Con la formazione dei The Silver Bullet Band nei primi anni '70, il suono di Seger si definì in maniera più netta, unendo la potenza del rock con la sua innata capacità di storytelling. Canzoni come "Turn the Page" (1973) non erano semplici rock ballad; erano narrazioni crude e malinconiche sulla vita on the road di un musicista, con una vulnerabilità che richiamava la sincerità del folk. Allo stesso modo, brani come "Night Moves" (1976) e "Mainstreet" (1977) dipingevano vividi ritratti di giovinezza, di amori fugaci e del desiderio di evasione, temi universali che risuonavano con l'autenticità delle migliori ballate popolari.

Anche quando il suo sound divenne più robusto e orientato all'arena rock con successi come "Old Time Rock and Roll" e "Like a Rock", la sua attenzione per i dettagli della vita quotidiana e la sua empatia per le persone comuni rimasero costanti. Le sue canzoni celebravano la dignità del lavoro, la forza della comunità e la persistenza dello spirito umano di fronte alle sfide. In questo senso, Bob Seger si poneva come un moderno cantastorie folk, utilizzando il linguaggio del rock per raggiungere un pubblico vastissimo, ma mantenendo intatta la sua capacità di connettersi con le esperienze più genuine e universali.

La sua musica, pur non etichettata come folk, condivide con essa l'anima narrativa e l'attenzione per le storie umane. Bob Seger ha saputo elevare le vite ordinarie a materia poetica, proprio come i cantautori folk hanno sempre fatto, ma con la potenza e l'energia di un'era musicale in evoluzione. Nel giorno del suo compleanno, celebriamo non solo un'icona del rock, ma anche un narratore che ha saputo dare voce al cuore pulsante dell'America popolare, un erede spirituale, seppur in chiave rock, della tradizione del folk storytelling.



martedì 5 maggio 2026

ZAT – Dieci come Sette

 


ZAT – Dieci come Sette


La mia “carriera” di recensore iniziò molti anni fa con un paio di entità musicali, i Delirium e Giorgio C. Neri, che nel 2009 propose il suo progetto Logos. Negli anni successivi ebbi occasione di assistere a un paio di sue performance dal vivo, poi il silenzio, un’assenza lunga, quasi sospesa. L’ho ritrovato solo di recente, per caso, durante la presentazione di un progetto editoriale. E quando un musicista resta nell’ombra per molto tempo, spesso significa che qualcosa sta maturando, che un nuovo momento creativo sta cercando la sua forma. Lascio quindi che sia la sua musica a svelare l’anima di un progetto che ha appena visto la luce.

ZAT è un trio che lavora per sottrazione, un modo di intendere la musica che rinuncia all’idea di prodotto per restituire ciò che accade davvero quando tre persone si incontrano e suonano senza rete. Dieci come Sette nasce da una scelta precisa, quella di rinunciare all’editing e di affidarsi completamente al momento dell’esecuzione. È un disco che non punta a costruire un’immagine levigata, ma a mostrare ciò che accade davvero. Non cerca la perfezione, preferisce la presenza.

Giorgio Cesare Neri, Luciano Susto e Alessio Panni si muovono come un unico organismo. La chitarra e la tastiera aprono varchi, il basso li attraversa con linee essenziali, la batteria respira più che scandire. La registrazione e il mastering di Marco Biggi all’MB Studio conservano ogni sfumatura di questo equilibrio, lasciando che la dinamica naturale diventi parte del discorso. Anche la fotografia di Luigi Cerati e la copertina di Massimo Cerruti seguono la stessa logica, una sobrietà che non sottrae ma chiarisce.

Il percorso dei quattro brani è breve e denso. Voodoo apre con un’energia trattenuta, un richiamo che non esplode ma si insinua. Cattedrale di Suono - jam rappresenta il centro del lavoro, un’improvvisazione che cerca risonanze, come se i tre musicisti si muovessero dentro un’architettura invisibile. Kashmir è un attraversamento, un tema che riaffiora come un’eco lontana e viene rimodellato secondo la grammatica del trio. Stagioni chiude con un passo più narrativo, una sorta di ritorno alla terra dopo aver esplorato zone più sospese.

Nel booklet compare una frase di Hazrat Inayat Khan che sembra riassumere l’intento del disco, un’idea di Vita Assoluta come origine e destino di tutto ciò che percepiamo. Non è un ornamento, è una chiave di lettura discreta che accompagna l’ascolto senza appesantirlo.

La Vita Assoluta è l’origine e il destino di tutto ciò che percepiamo.”

Dieci come Sette è un lavoro che non chiede interpretazioni, ma disponibilità. È un disco che vive nel suo stesso atto di nascere, e proprio per questo rimane. I ZAT scelgono la via più fragile e più autentica, quella di registrare ciò che sono, senza filtri. E in questa scelta c’è la forza del progetto, la sua verità più semplice.







Bickershaw Festival Festival-5/7 maggio 1972 - Un po' di storia ...

 


Il Bickershaw Festival, tenutosi dal 5 al 7 maggio 1972, fu un evento musicale rock che si svolse a Bickershaw, una zona rurale del Lancashire, in Inghilterra, vicino a Wigan. Nonostante non abbia raggiunto la fama di Woodstock o del festival dell'Isola di Wight del 1970, rimane un evento significativo per diversi motivi.


Organizzazione e contesto 

Il festival fu organizzato in un periodo in cui i grandi raduni musicali stavano diventando più comuni, ma anche più difficili da gestire. Bickershaw cercò di presentarsi come un'alternativa più tranquilla e meno caotica rispetto ad alcuni dei festival più grandi. L'organizzazione fu in parte curata da Jeremy Beadle, che in seguito divenne un noto presentatore televisivo nel Regno Unito.


Line-up

Nonostante le ambizioni di un evento più "rilassato", il Bickershaw Festival vantava una line-up di artisti di tutto rispetto, tra cui:


Grateful Dead: la loro esibizione è particolarmente ricordata e registrazioni del loro concerto circolano ancora oggi tra i fan. Suonarono per diverse ore nella giornata conclusiva del festival.

The Kinks: una delle band britanniche più influenti, portarono il loro rock distintivo sul palco di Bickershaw.

Captain Beefheart and His Magic Band: con la loro musica sperimentale e fuori dagli schemi, rappresentarono una proposta artistica unica all'interno del festival.

Hawkwind: pionieri dello space rock, la loro performance psichedelica creò un'atmosfera particolare.

The Incredible String Band: il loro folk psichedelico e le loro atmosfere mistiche offrirono un contrasto con le sonorità più rock del festival.

Family: con la potente voce di Roger Chapman, la band offrì un set di progressive rock.

New Riders of the Purple Sage: gruppo country rock americano con membri dei Grateful Dead.

Country Joe McDonald: figura iconica della controcultura e noto per le sue canzoni di protesta.

Dr. John: il musicista di New Orleans portò il suo sound blues, funk e jazz.

Wishbone Ash: con le loro iconiche armonie di chitarra gemella, furono un'attrazione per gli amanti del rock melodico.

Linda Lewis: una giovane cantante con una notevole estensione vocale.

Brinsley Schwarz: band di pub rock che anticipò il movimento punk.


Atmosfera e logistica

Il festival fu caratterizzato da un tempo piovoso e da un terreno fangoso, condizioni che spesso affliggevano i festival britannici dell'epoca. Nonostante ciò, i partecipanti ricordano un'atmosfera generalmente positiva e un senso di comunità, forse anche grazie alle dimensioni leggermente più contenute rispetto ai mega-festival.


Ricordo e importanza

Sebbene non abbia raggiunto la fama dei suoi predecessori o successori più grandi, il Bickershaw Festival del 1972 è ricordato come un evento con una solida line-up e un'atmosfera particolare. La presenza dei Grateful Dead, in particolare, lo ha reso un punto di riferimento per i fan della band. Il festival rappresenta anche uno spaccato della scena musicale britannica e della cultura dei festival nei primi anni '70, un periodo di transizione e di evoluzione per questi grandi raduni musicali.

Il Bickershaw Festival del 1972 durò tre giorni: la sua importanza risiede nell'aver rappresentato un tassello nel mosaico della storia dei festival musicali britannici e nell'aver ospitato performance significative di band iconiche.


Reportage fotografico fornito da Wazza

















lunedì 4 maggio 2026

In ricordo di Paul Butterfield


Ricorre l’anniversario della morte di Paul Butterfield, armonicista e cantante nato a Chicago il 17 dicembre del 1942 e scomparso il 4 maggio del 1987 all'età di 45 anni.
È stato uno dei primi esponenti bianchi del Chicago Blues. Il suo stile incisivo e rivoluzionario è ancora oggi un punto di riferimento per grandi armonicisti moderni, come Mark Ford e Andy Just.
Sebbene sia stato uno dei musicisti più innovativi e significativi del suo tempo, e pur avendo suonato con personaggi del calibro di, John MayallEric ClaptonSteve Ray Vaughan, Muddy Waters e Bob Dylan, è un artista relativamente poco conosciuto.
Figlio di un avvocato, dopo aver studiato flauto da giovane, sviluppò un amore per l'armonica blues, e a lui si unì uno studente di fisica dell'Università di Chicago, Elvin Bishop, anch'egli amante del blues. I due riuscirono ad entrare nel giro dei grandi musicisti blues.
Butterfield e Bishop formeranno presto un gruppo insieme a Jerome ArnoldSam Lay (entrambi della band di Howlin' Wolf) e Mark Naftalin. Su consiglio del loro produttore discografico, i quattro aggiunsero alla band il promettente chitarrista Mike Bloomfield, il cui lavoro ispirò l'allora ragazzino Robben Ford.
Nel 1963, avverrà un fatto mai accaduto prima, e cioè che il gruppo formato da Butterfield, che includeva anche elementi di colore, diventerà il gruppo di casa al club Big John's'' di Chicago, club notoriamente frequentato da americani bianchi.
La ormai consolidata Paul Butterfield Blues Band nel 1965 registra il primo album, con composizioni proprie e classici, suonati fedelmente al Chicago Blues style tradizionale, seppur con introduzioni stilistiche nuove ed affascinanti. Diventano conosciuti nell'ambiente folk e blues; accompagnano infatti Dylan al Newport Folk Festival nella famosa svolta elettrica, e lì si trovano a contatto con leggende del blues come Son House.



Nel 1966 il batterista Sam Lay lascia il gruppo per far posto a Billy Davenport, dal tocco più jazzistico. Con Davenport registrano East-West, album in cui Butterfield e compagni sperimentano un nuovo sound, che strizza l'occhio a sonorità esotiche e meno blues. Significativi sono pezzi come Work Song e East-West, entrambi strumentali.
L'anno successivo avviene un nuovo cambio di formazione nella band: Bloomfield se ne va per fondare gli Electric Flag con Nick Gravenites e Buddy Miles, e si ritroverà a suonare poi con Dr. John (Mac Rebennack) e Al Cooper; alla band di Butterfield si aggiunge una sezione di fiati, per emulare il sound del suo idolo Junior Parker.
Nello stesso anno esce The Resurrection of Pigboy Crabshaw, dove Butterfield si concentra soprattutto sul canto, prediligendo un suono di armonica acustico.
Con la stessa formazione suona al Montery Pop Festival (1967); nel 1969 partecipa al festival di Woodstock, e in quello stesso anno si reicontra con Bloomfield e Sam Lay per registrare con Muddy Waters l'album Fathers & Sons, con Otis Spann al piano e Donald Duck Dunn al basso.
Passati alcuni anni, cambia nuovamente formazione e con i Better Days registra 2 album nel 1973. Nel 1976 suona con i The Band al loro concerto d'addio immortalato nel film The Last Waltz.
Gli anni seguenti vedono Butterfield apparire in programmi televisivi e interviste; suona infatti con B.B.King, Clapton, Ray Vaughan e tanti altri nel concerto B.B.King: Blues Session.
L'anno prima della sua morte esce il disco The Legendary Paul Butterfield Rides Again.
Butterfield viene trovato morto, probabilmente a causa di un infarto dovuto all'assunzione di droga negli anni precedenti, nella sua casa di North Hollywood, il 4 maggio 1987.




4 maggio 1973 – Usciva Yessongs

 


Qualche nota personale su Yessongs, uscito il 4 maggio del 1973. Non c’è nulla di museale in queste registrazioni live degli YES, perché propongono una musica che si muove, che si allunga, che si lascia attraversare dal pubblico e dalla tensione dei palchi enormi. La voce di Jon Anderson è una corrente che tiene insieme tutto, un modo di respirare dentro le strutture. Rick Wakeman non arriva mai come un colore aggiunto, ma come una forza che apre varchi, che illumina passaggi, che spinge le armonie verso zone che in studio restavano solo accennate.

Chris Squire e Bill Bruford costruiscono un terreno che non è mai statico. Il basso di Squire è una seconda chitarra, una linea melodica che sostiene e provoca, mentre Bruford porta quella sua asciuttezza irregolare che rende ogni transizione più viva. Steve Howe si muove dentro questo flusso con una chitarra che non cerca protagonismo, ma dialogo continuo, come se ogni frase fosse un modo per rimettere in circolo l’energia degli altri.

Il cuore del disco è Close to the Edge non è una riproposizione poco fedele al disco. Le sezioni si dilatano, si aprono, diventano un rito collettivo in cui il pubblico non è un contorno ma un elemento della forma. Siberian Khatru acquista una fisicità che in studio restava compressa, Heart of the Sunrise diventa un corpo pulsante, con le dinamiche che si allargano e si restringono come se la band stesse cercando continuamente un nuovo equilibrio.

I momenti acustici di Howe e le traiettorie tastieristiche di Wakeman non interrompono il flusso, lo ampliano. Sono aperture che mostrano la radice del linguaggio del gruppo, la loro capacità di passare da una dimensione sinfonica a una più intima senza perdere coerenza. Tutto resta parte dello stesso respiro.

Yessongs non è un documento perfetto, e proprio per questo è prezioso. Porta con sé il rumore dell’epoca, le imperfezioni dei grandi spazi, la volontà di spingere il rock sinfonico oltre la sua stessa definizione. Non fotografa un concerto, racconta un modo di stare nella musica. È un disco che ancora oggi si muove, cambia, respira. Un organismo che non ha mai smesso di vivere.


Crediti

Registrato tra il 1972 e il 1973 durante il tour di Close to the Edge Pubblicato il 4 maggio 1973

 

Formazione

 Jon Anderson voce

Chris Squire basso, cori

Steve Howe chitarre, voce

Rick Wakeman tastiere

 Bill Bruford batteria (parte del tour)

 Alan White batteria (subentra nel tour e appare in parte del materiale)

 

Tracklist

Opening (Excerpt from Firebird Suite)

 Siberian Khatru

Heart of the Sunrise

Perpetual Change

And You and I

Mood for a Day

Excerpts from The Six Wives of Henry VIII

Roundabout

I've Seen All Good People

Long Distance Runaround/The Fish 

Close to the Edge

Yours Is No Disgrace

Starship Trooper 








domenica 3 maggio 2026

Il Padrino del Soul - L'esplosione di James Brown


 James Brown: il 3 maggio 1933 nasceva la forza primordiale che incendiò il soul e funk


Il terzo giorno di maggio del 1933 il mondo fu graziato dall'arrivo di un'energia primordiale, una forza inarrestabile che avrebbe ridefinito il panorama musicale per sempre: James Brown.

Nato in una capanna di legno nella Carolina del Sud, la sua infanzia fu segnata dalla povertà e dall'abbandono, ma in quel contesto difficile germogliò un talento vulcanico, una scintilla che presto si sarebbe trasformata in un incendio soul-funk capace di incendiare le platee di tutto il globo.

James Brown non fu semplicemente un cantante, fu un'incarnazione ritmica, un maestro del movimento, un predicatore laico che attraverso il sudore, l'urlo e il passo di danza ipnotizzò generazioni di ascoltatori e musicisti. La sua musica era un'esplosione di vitalità, un concentrato di groove pulsante che affondava le radici nel gospel, nel blues e nel rhythm and blues, per poi trascenderli in qualcosa di completamente nuovo e dirompente.

Gli anni '50 videro la sua ascesa con i Famous Flames, un gruppo che divenne presto sinonimo di performance incendiarie e di un sound inconfondibile. Canzoni come "Please, Please, Please" rivelarono una voce potente e carica di pathos, capace di trasmettere un'emozione viscerale. Ma fu negli anni '60 che James Brown si trasformò nel "Padrino del Soul", codificando un linguaggio musicale che avrebbe influenzato il funk, la disco e persino l'hip-hop.

Il suo mantra "The One" divenne la sua filosofia musicale e performativa: un ritmo ossessivo e sincopato, un groove implacabile che costringeva all'abbandono e al movimento. Brani come "Papa's Got a Brand New Bag", "I Got You (I Feel Good)", "Sex Machine" e "Super Bad" sono pietre miliari della storia della musica, esempi perfetti di un'energia contagiosa e di un'innovazione ritmica senza precedenti.

Le sue esibizioni dal vivo erano leggendarie, veri e propri rituali di sudore e passione. Ogni passo, ogni urlo, ogni movimento del suo corpo era studiato per infiammare il pubblico, creando un'esperienza catartica e indimenticabile. Il suo controllo del palco era totale, la sua energia inesauribile.

Ma James Brown fu anche un'icona culturale, una voce per la comunità afroamericana in un periodo di profonde trasformazioni sociali. La sua musica divenne una colonna sonora per il movimento per i diritti civili, un inno all'orgoglio e all'affermazione di sé. Canzoni come "Say It Loud – I'm Black and I'm Proud" risuonarono come un grido di battaglia, un'affermazione potente di identità e dignità.

Ricordare la nascita di James Brown il 3 maggio non è solo celebrare un musicista straordinario, ma onorare un'energia vitale che ha scosso le fondamenta della musica popolare. La sua influenza è ancora palpabile oggi, nel sound di innumerevoli artisti che hanno raccolto la sua eredità ritmica e la sua carica performativa.

James Brown ci ha lasciato un patrimonio musicale inestimabile, un'esplosione di soul e funk che continua a far ballare e a emozionare il mondo. La sua nascita fu l'inizio di una rivoluzione sonora, un'onda d'urto che ha cambiato per sempre il modo di sentire e di vivere la musica. Il Padrino del Soul vive ancora nel groove inarrestabile delle sue creazioni, un'eredità che continuerà a farci muovere e sentire per sempre.





sabato 2 maggio 2026

L'orchestra dei cinque: l'equilibrismo strumentale dei Gentle Giant



Quando il virtuosismo diventa uno sport estremo: 46 strumenti per sei musicisti


Se il prog è sinonimo di complessità, i Gentle Giant sono stati i suoi matematici più folli. La loro bizzarria non risiedeva nei costumi o nelle scenografie, ma in una versatilità tecnica che rasentava l'impossibile. Durante un tipico concerto della band, il pubblico assisteva a una sorta di "musical chairs" (il gioco delle sedie) strumentale.

I membri della band erano tutti polistrumentisti di livello accademico. Non era raro vedere il bassista Ray Shulman posare lo strumento per imbracciare un violino, mentre il cantante Derek Shulman passava al sassofono e il batterista John Weathers si spostava alle tastiere o allo xilofono. In brani come "Knots", la band eseguiva complessi intrecci vocali a cappella che richiedevano una coordinazione cerebrale assoluta. Questa dedizione totale alla polifonia e al cambio continuo di ruolo ha reso i Gentle Giant la band più rispettata dai colleghi musicisti, ma anche una delle più "strane" da seguire per un pubblico abituato a ruoli fissi.