mercoledì 29 aprile 2026

Un angelo blu e I Can’t Let Maggie Go

 


Un angelo blu e I Can’t Let Maggie Go


Due canzoni, una stessa radice: come un brano inglese del 1968 diventa un classico dell’Equipe 84

 

La storia di queste due canzoni corre parallela e poi si intreccia. Da una parte c’è I Can’t Let Maggie Go, pubblicata dagli Honeybus nel 1968, una piccola gemma del pop barocco inglese, costruita su un equilibrio delicato tra voce, archi e un senso di malinconia luminosa. Dall’altra c’è Un angelo blu, che nello stesso anno l’Equipe 84 ricava proprio da quel brano, trasformandolo in qualcosa di nuovo, più narrativo, più aderente alla sensibilità italiana di fine anni Sessanta.

Il punto di partenza è la versione originale degli Honeybus, che vive di una leggerezza quasi sospesa. La voce di Pete Dello si muove con naturalezza, senza forzature, lasciando che siano gli archi a dare respiro e profondità. Il ritmo rimane costante, morbido, come se la canzone fosse costruita per non spezzare mai l’incanto. È un brano che cerca la continuità, la dolcezza, la trasparenza emotiva.

Quando l’Equipe 84 decide di reinterpretarlo, non si limita a tradurre il testo, ma lo lo riscrive, lo ricolloca, gli dà un’altra direzione. L’immaginario inglese, legato a una figura femminile concreta, diventa in italiano una presenza quasi simbolica, “un angelo blu” che non è più soltanto una persona ma un’idea, un ricordo, una proiezione. La melodia rimane riconoscibile, ma cambia il modo in cui viene abitata: la voce di Maurizio Vandelli porta un’intensità diversa, più teatrale, più emotiva, con una linea vocale che si apre e si chiude come se seguisse un racconto.

Anche l’arrangiamento si sposta. Dove gli Honeybus puntavano su un’eleganza cameristica, l’Equipe 84 introduce un suono più pieno, più pop, con una presenza ritmica più marcata e un uso degli archi che non è più soltanto decorativo ma narrativo. È come se la canzone, passando dall’Inghilterra all’Italia, cambiasse colore… dalla trasparenza pastello alla saturazione emotiva.

Il testo italiano, poi, compie un’operazione interessante. Non traduce letteralmente, ma rilegge. L’oggetto del desiderio non è più Maggie, con la sua concretezza quotidiana, ma una figura che appartiene a un altrove quasi onirico. Questo spostamento permette alla canzone di funzionare in un contesto diverso, più vicino alla sensibilità melodica italiana, dove l’immagine simbolica spesso conta più della descrizione diretta.

Eppure, nonostante le differenze, le due versioni restano legate da un filo sottile. La struttura melodica conserva la sua grazia originaria, e quel senso di dolcezza malinconica attraversa entrambe le interpretazioni. È come se la canzone avesse due vite: una più intima e leggera, l’altra più emotiva e narrativa. Due modi diversi di raccontare lo stesso nucleo affettivo.

Dietro le quinte del glamour: il genio musicale di Mick Ronson, mancato il 29 aprile del 1993

 

Il 29 aprile segna un giorno di malinconico ricordo per gli amanti del rock'n'roll: l'anniversario della scomparsa di Michael "Mick" Ronson. Chitarrista dalla presenza scenica magnetica e dal tocco inconfondibile, Ronson non fu semplicemente un sideman, ma l'architetto sonoro che diede forma all'era glam di David Bowie e un musicista di talento cristallino, capace di illuminare ogni progetto in cui si immerse.

Nato nello Yorkshire nel 1946, la passione di Ronson per la musica sbocciò presto. Dopo aver militato in diverse band locali, il suo destino si incrociò con quello di David Bowie nei primi anni '70. Questo incontro fu una scintilla creativa che avrebbe infiammato la scena musicale per anni.

L'apporto di Mick Ronson al suono di Bowie fu semplicemente trasformativo. Dalle riff taglienti e iconici di "Ziggy Stardust" e "Suffragette City" alle tessiture orchestrali di "Life on Mars?" e "Lady Stardust", la sua chitarra non era solo uno strumento, ma una voce narrante che dialogava con quella camaleontica di Bowie. La sua presenza sul palco, con quella chioma bionda platino e l'atteggiamento da eroe glam-rock, incarnava perfettamente l'immaginario androgino e alieno che Bowie stava plasmando.

La formazione dei The Spiders from Mars, con Ronson alla chitarra, Trevor Bolder al basso e Woody Woodmansey alla batteria, divenne una delle band di supporto più iconiche della storia del rock. Insieme, crearono album seminali come The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, Hunky Dory e Aladdin Sane, dischi che non solo definirono un'epoca ma continuano a influenzare generazioni di musicisti.

Ma il talento di Ronson andava ben oltre il ruolo di chitarrista di Bowie. La sua abilità come arrangiatore fu cruciale nel dare profondità e ricchezza alle composizioni. Le sue orchestrazioni, spesso caratterizzate da archi lussureggianti e arrangiamenti sofisticati, elevarono brani rock a vere e proprie sinfonie pop.

Dopo la fine della sua collaborazione con Bowie nella metà degli anni '70, Ronson intraprese una carriera solista, pubblicando album come Slaughteron 10th Avenue e Play Don't Worry. Sebbene questi lavori non raggiunsero lo stesso successo commerciale dei suoi anni con Bowie, rivelarono un artista con una sua visione musicale distintiva, capace di fondere il rock grintoso con elementi melodici raffinati.

La sua versatilità lo portò a collaborare con una miriade di altri artisti di spicco, tra cui Lou Reed (nell'influente album Transformer), Mott the Hoople, Ian Hunter e Bob Dylan (nella leggendaria “Rolling Thunder Revue”). In ogni progetto, il tocco di Ronson era inconfondibile: un suono di chitarra potente ma melodico, un senso innato per l'arrangiamento e una dedizione totale alla musica.

Negli anni '90, nonostante la malattia lo stesse minando, Ronson continuò a suonare e produrre, dimostrando una tenacia e una passione incrollabili. La sua prematura scomparsa nel 1993 lasciò un vuoto incolmabile nel mondo della musica.

Oggi, nel giorno in cui lo ricordiamo, celebriamo Mick Ronson non solo per i suoi riff iconici e la sua presenza scenica indimenticabile, ma anche per la sua profonda musicalità, la sua capacità di elevare ogni canzone che toccava e la sua influenza duratura su generazioni di chitarristi. Un vero eroe della chitarra che ci manca profondamente.







martedì 28 aprile 2026

Elisa Montaldo e Barbara Rubin alla UniSavona (28-4-26)

 


Resoconto della mattinata 

 UniSavona, Sala Stella Maris, 28 aprile 2026


Penultima lezione dei corsi UniSavona, seconda con ospiti, e forse la più sorprendente per naturalezza e intensità. La Sala Stella Maris, abituata a contesti più “classici”, ha accolto una mattinata a metà strada tra concerto intimo e racconto condiviso, con una qualità sonora e un’attenzione del pubblico che hanno reso tutto particolarmente fluido.

L’entusiasmo delle due artiste era evidente fin dall’arrivo: Elisa Montaldo, in viaggio dalla Svizzera, e Barbara Rubin, dalla Lombardia, hanno portato con sé non solo professionalità ma un desiderio autentico di incontro. Nel documento di presentazione si parla di “una galassia visionaria” per Elisa e di “eleganti tessiture di archi” per Barbara, e questa definizione ha trovato piena conferma nella pratica.

Gli strumenti indicati nelle loro biografie sono stati il punto di partenza, ma la mattinata ha preso presto una piega più libera. A un certo punto i ruoli si sono invertiti: Barbara al pianoforte, Elisa con un flauto cinese, in un gioco di scambi che ha divertito e coinvolto i presenti. L’episodio più scenografico è stato l’utilizzo del ROLI Airwave da parte di Elisa, sospeso tra tecnologia avanzata e suggestione da Theremin, capace di creare un’atmosfera quasi ipnotica.

C’è stato spazio per ascoltare brani tratti dai loro percorsi individuali e alcuni estratti dal progetto comune che presto confluirà in un album. Il pubblico ha percepito immediatamente il loro affiatamento: un’amicizia evidente, fatta di sguardi, sorrisi, complicità musicale. Una relazione che rispecchia ciò che il documento definisce come “l’intersezione tra i loro diversi mondi… per trasportare i presenti dentro alle loro visioni oniriche”.

Fondamentale la consulenza tecnica (service) di Fulvio Marella, con il supporto di Maddalena la sera precedente: senza il loro impegno, la costruzione di un evento così particolare - né concerto tradizionale né semplice lezione - non sarebbe stata possibile. La sala, predisposta con cura, ha sostenuto perfettamente la dimensione narrativa e musicale dell’incontro.

A seguire, propongo un medley video che restituisce il profumo della giornata, le sue sfumature, i passaggi più intensi e quella leggerezza condivisa che ha accompagnato ogni momento.

Una grande giornata, davvero.


ELISA MONTALDO

Pianista, cantante compositrice Genovese. Fondatrice e tastierista del gruppo prog italiano Il Tempio delle Clessidre, attiva in svariate collaborazioni discografiche con artisti italiani e internazionali. Attualmente vive in Svizzera dove lavora come musicista di piano bar in hotel deluxe e produce la propria musica ricercando sempre evoluzioni sonore e compositive. 

Fistful of Planets è il suo personale progetto artistico che unisce musica immagini e sperimentazioni sensoriali. Si tratta di una galassia visionaria in cui l’ispirazione musicale è votata ad esprimere un forte messaggio di riconnessione con il puro istinto umano e di liberazione delle emozioni per una visione più’ consapevole della realtà.

BARBARA RUBIN

Violinista, cantante e compositrice Lombarda, attiva dai primi anni 2000 su palchi e collaborazioni discografiche rock e prog (Arcansiel, Loreweaver).  Vincitrice di diversi concorsi nazionali di cantautori, si dedica alla produzione dei propri album solisti Under the ice, Luna Nuova e The Shadows Playground occupandosi di ogni processo lavorativo. 

Attiva da anni come docente di archi, canto, musica d’insieme nel Pavese, lavora anche come musicista solista per eventi culturali e privati. La sua particolarità è creare eleganti tessiture di archi (viola e violino) in armonia con l’uso della voce in brani melodici ricchi di emozioni e raffinati.

Elisa e Barbara si incontrano con le rispettive band nei primi anni '10, su diversi palchi piemontesi. In quel periodo duettano in brevi ma non dimenticate occasioni, che segnano un « promemoria » nel il futuro della loro musica. Il ritorno alle scene di Barbara con l'album The Shadows Playground coincide con l'uscita di Dèvoiler, il secondo lavoro da solista di Elisa, questo porta le musiciste a ritrovarsi nel corso di interviste ed emissioni internet, tra le pagine delle stesse riviste specializzate e tra le onde delle stesse emittenti radiofoniche. La pubblicazione del singolo Sarah's Theme suona finalmente come un concreto invito ad intraprendere un viaggio musicale, invito che si rivolge anche al pubblico per incontrare, interpretare e trovare i punti in comune di questi due « Universi musicali », dove la straordinarietà della Musica entra nell'ordinario del vivere quotidiano. Questo concerto sarà l’intersezione tra i loro diversi mondi con l’intento di trasportare i presenti dentro alle loro visioni oniriche con sonorità ora classiche ora sperimentali e trasmettere emozioni sfaccettate attraverso luci ed ombre, tempo e spazo, realtà e sogno.

 

 


"Carnivora": il debutto dei Taxi to Vega (intervista alla band).


 

Taxi to Vega-Carnivora

EP

I Taxi to Vega arrivano da Roma e dai Castelli Romani con un’idea di band che oggi sembra quasi controcorrente: quattro persone che si incontrano, si riconoscono, si ascoltano, e decidono di costruire un suono insieme, senza strategie, senza etichette, senza la necessità di collocarsi in un sottogenere. È un progetto nato nel 2023, ma la sua origine reale nasce molto prima, attraverso l’amicizia fra Andrea e Roberto, basso e batteria, cresciuti insieme e abituati a capirsi con un gesto. È da quella intesa che si è formato il nucleo del gruppo, poi completato dall’arrivo di Federico, chitarrista con una cultura hard rock inglese, e di Anna, la voce più giovane, portatrice di una sensibilità moderna e post‑2000.

La loro storia recente è fatta di tre anni quasi interamente dedicati alla composizione, con una selezionata attività live tra Roma e provincia. Non una rincorsa ai palchi, ma un lavoro lento, continuo, che ha permesso alla band di trovare un’identità condivisa. La sala prove è il loro vero centro, un luogo dove un’idea grezza entra e ne esce trasformata, dove nessuno porta un brano “finito”, dove ogni pezzo è il risultato di un processo collettivo. È un metodo che si sente subito ascoltando Carnivora, il loro primo EP, composto da quattro brani scelti per rappresentare le diverse anime del gruppo.

Spirale apre il lavoro con un blues in 3/4 che conserva il sapore delle origini. È il primo pezzo scritto, e si percepisce quella fase in cui una band sta ancora cercando la propria forma ma ha già un’intenzione chiara. Carnivora, il brano che dà il titolo all’EP, è invece la parte più dura e diretta del quartetto: riff asciutti, un impatto immediato, un’energia che richiama le influenze metal e grunge senza mai scivolare nella citazione. Pioggia di China porta un’altra luce, più melodica, più aperta, più narrativa, è il brano che la band stessa definisce “il più divertente da realizzare”, forse perché permette un respiro diverso, una morbidezza che non contraddice l’identità del gruppo ma la completa. In chiusura Sinapsi, un pezzo veloce, frenetico, tecnicamente impegnativo, che restituisce la compattezza della band e la sua capacità di muoversi su terreni più complessi senza perdere immediatezza.

Quello che colpisce, in Carnivora, è la naturalezza con cui convivono influenze molto diverse: metal, funk, grunge, prog, punk. Non c’è la volontà di mostrare un catalogo di riferimenti, né di dimostrare versatilità. È piuttosto un modo di suonare che nasce dall’ascolto reciproco, dal lasciare spazio, dal non irrigidire il processo creativo.

I Taxi to Vega parlano spesso delle loro canzoni come di un “flusso di coscienza”, e questa immagine descrive bene anche il loro rapporto con i testi: non cercano spiegazioni, non vogliono imporre un significato, preferiscono che ogni ascoltatore trovi il proprio. È un approccio che restituisce libertà sia a chi scrive sia a chi ascolta.

Dal vivo hanno scelto finora contesti condivisi, rassegne e serate con altre band, più per costruire una comunità che per inseguire visibilità immediata. È un modo di stare nella musica che rispecchia la loro identità, niente tabelle di marcia, niente programmi a lungo termine, solo la volontà di lavorare un pezzo alla volta e di godersi il tempo passato insieme.

Carnivora è il risultato di questo percorso. Un EP che racconta con sincerità chi sono i Taxi to Vega oggi… una band che ha trovato un equilibrio raro, un suono che nasce dall’intesa e un’idea di rock che non ha bisogno di definizioni.

L’intervista che segue permette di entrare ancora più a fondo nel loro modo di lavorare, nelle dinamiche interne, nelle scelte che hanno portato alla nascita dell’EP e nella visione che li accompagna. È un completamento naturale all’ascolto, perché mostra la stessa autenticità che si percepisce nei brani.

Il vostro progetto nasce tra Roma e i Castelli Romani nel 2023. Come si è formato il nucleo iniziale e cosa vi ha fatto capire che poteva diventare una band vera e propria.

Conosco Roberto dai tempi del liceo e abbiamo condiviso altri progetti musicali. Dopo il periodo del covid, spinti da una “voglia di ricominciare a suonare” incontenibile, ci siamo messi alla ricerca di altri musicisti. Non è stato affatto facile e ha richiesto parecchio tempo, ma, alla fine, abbiamo incontrato Anna e Federico. La vera forza della nostra band è l’affiatamento tra noi quattro: abbiamo scoperto un’unione e un’intesa profonda che sta alla base di qualsiasi cosa facciamo e rende tutto più semplice. (Andrea).

Andrea e Roberto suonano insieme dai tempi della scuola. Quanto pesa questa lunga amicizia nel modo in cui costruite il vostro suono.

Tutti sanno che, in ogni formazione musicale, una buona intesa tra bassista e batterista, rende ogni cosa più semplice. Come detto, conosco Andrea da una vita e siamo affiatati, basta uno sguardo per capirci.  Pensiamo che questa intesa emerga nelle nostre canzoni. (Roberto).

Federico porta un background hard rock inglese, Anna una sensibilità più moderna e post 2000. Come convivono queste due anime nella scrittura dei brani.

Non c'è una ricetta, quando c'è intesa ognuno mette il suo e si fa influenzare dall'altro, quando arriva la nota giusta mette tutti d'accordo. (Anna).

Dite che non volete etichette, solo “rock e basta”. Cosa significa per voi oggi rivendicare questa semplicità in un panorama pieno di sottogeneri.

Mi fanno un po’ sorridere le numerose categorie in cui è stato suddiviso il rock, basta aggiungere un effetto particolare alla chitarra ed è nato un nuovo sottogenere. Noi… siamo noi, non sappiamo dove posizionarci, sicuramente siamo rock e tanto ci basta. (Andrea).

Le vostre influenze spaziano dal Metal al Funk, dal Grunge al Prog fino al Punk. Qual è il punto in cui queste strade si incontrano e diventano Taxi to Vega.

Il punto in cui si incontrano è semplicemente… Carnivora! Il nostro EP! (Roberto).

Ogni brano nasce in sala prove, da un’idea grezza che si trasforma collettivamente. Come funziona davvero questo processo: chi porta cosa, come si decide la direzione, quando capite che un pezzo è “finito”.

La musica che abbiamo scritto fino ad ora ha dentro la personalità di ognuno di noi quattro. Quando uno di noi pensa di avere l’idea giusta, la propone agli altri e si sviluppa insieme aggiungendo, cambiando e modificando in base alle sperimentazioni che facciamo in saletta. Anche per questo abbiamo voluto firmare i nostri pezzi come “Taxi to Vega” e non individualmente. Dentro ci siamo “noi quattro” e sarebbe impossibile definire chi ha contribuito di più o di meno. A stabilire che un pezzo sia pronto lo dice… il pezzo stesso ! Te ne accorgi suonandolo che è pronto! (Andrea).

Parlate delle canzoni come di un “flusso di coscienza”. Che rapporto avete con il significato dei testi e con l’interpretazione personale dell’ascoltatore.

Secondo noi, i testi non si devono spiegare: partono da dentro e devono arrivare dentro, non devono vedere la luce della spiegazione per non bruciarsi. (Federico).

Dopo tre anni di lavoro quasi esclusivo sulla composizione avete scelto quattro brani per il vostro primo EP. Perché proprio questi quattro e cosa rappresentano del vostro percorso.

Tra i nostri brani, abbiamo scelto quelli che, secondo noi, sono più rappresentativi della nostra varietà espressiva: “Spirale” è il primo pezzo che abbiamo scritto, un blues in 3/4. “Carnivora” è il nostro brano più duro e diretto. “Pioggia di China” è più melodico. È stato il più divertente da realizzare. Infine, “Sinapsi” è un brano veloce, frenetico e impegnativo tecnicamente. (Anna).

Avete già fatto una selezionata attività live tra Roma e provincia. Che tipo di pubblico avete incontrato e cosa vi interessa trasmettere dal palco.

Fino ad ora abbiamo preferito contesti come rassegne ed eventi con altre band per espandere le nostre conoscenze e trovare un nostro posto nella comunità musicale. (Federico).

Guardando avanti: cosa vi piacerebbe esplorare nel prossimo capitolo, sia come suono sia come identità di band.

Non abbiamo tabelle di marcia, né progetti a lungo termine. Lavoriamo un pezzo alla volta alle idee che ci vengono, cercando di goderci ogni minuto del tempo che passiamo insieme. (Federico).



POSSIBILITA' DI ASCOLTO








Eddie Jobson compie gli anni

 


Il 28 aprile celebriamo il compleanno di un musicista visionario e polistrumentista d'eccezione: Edwin "Eddie" Jobson. La sua impronta nel panorama del progressive rock e della fusion è tanto profonda quanto sofisticata, unendo virtuosismo tecnico, audacia sperimentale e una rara sensibilità melodica. Jobson non è stato semplicemente un esecutore, ma un architetto del suono, capace di plasmare paesaggi sonori complessi e affascinanti con i suoi violini elettrici, le sue tastiere all'avanguardia e la sua mente musicale acuta.

Nato a Middlesbrough, in Inghilterra, nel 1955, il talento precoce di Jobson si manifestò fin dalla giovane età. La sua formazione classica al violino gli fornì una base tecnica impeccabile, ma fu la sua apertura mentale e la sua curiosità verso le nuove sonorità elettroniche a spingerlo verso territori musicali inesplorati.

La sua carriera decollò rapidamente negli anni '70, un decennio d'oro per il progressive rock. Il suo ingresso nei Curved Air nel 1972 portò una ventata di freschezza e sperimentazione al suono della band, come testimoniato dall'album Air Cut. Tuttavia, fu con i Roxy Music che Jobson raggiunse una maggiore visibilità. Sostituire Brian Eno nel 1973 non era un compito facile, ma Jobson non solo colmò il vuoto, ma aggiunse una dimensione strumentale inedita al sound elegante e art-rock della band, contribuendo a capolavori come Stranded, Country Life e Siren. Il suo uso distintivo del sintetizzatore e del violino elettrico divenne un marchio di fabbrica del periodo più acclamato dei Roxy Music.

Dopo quell’esperienza, Jobson continuò a esplorare nuove frontiere musicali. La sua collaborazione con Frank Zappa nel 1975 fu un banco di prova per la sua incredibile versatilità e la sua capacità di improvvisazione. Suonare al fianco di un genio musicale come Zappa richiese una padronanza tecnica e una prontezza intellettuale fuori dal comune, qualità che Jobson dimostrò ampiamente.

Gli anni successivi lo videro protagonista in progetti seminali come gli UK, una superband progressive che vedeva la partecipazione di John Wetton, Bill Bruford e Allan Holdsworth. Gli album UK e Danger Money sono considerati pietre miliari del prog rock degli anni '70, caratterizzati da composizioni intricate, virtuosismo strumentale e l'inconfondibile tocco di Jobson alle tastiere e al violino.

Un altro capitolo significativo nella sua illustre carriera fu la sua partecipazione ai Jethro Tull per l'album A del 1980. In quel periodo, Ian Anderson, leader dei Jethro Tull, dichiarò: "Eddy portò con sé una brillantezza elettronica e una sofisticazione armonica che diedero al disco un sapore decisamente moderno per i Jethro Tull. La sua capacità di creare trame sonore complesse con i sintetizzatori fu fondamentale per definire il suono di quell'album."

Questa breve ma intensa collaborazione evidenziò ancora una volta la capacità di Jobson di integrarsi perfettamente in contesti musicali diversi, arricchendoli con il suo talento unico.

La sua carriera solista, seppur meno prolifica, ha regalato gemme come Zinc: The Green Album, un lavoro interamente strumentale che mette in luce la sua abilità compositiva e la sua maestria nell'integrare elementi classici ed elettronici.

Negli anni '80, Jobson continuò a sperimentare con le nuove tecnologie musicali, dimostrando una costante evoluzione e un rifiuto di rimanere confinato in un unico genere. La sua influenza si estende ben oltre i confini del progressive rock, toccando la fusion e la musica elettronica.

Nel 2019 viene inserito nella Rock and Roll Hall of Fame come membro dei Roxy Music.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, ricordiamo Eddy Jobson non solo come un virtuoso strumentista, ma come un vero innovatore, un artista che ha saputo fondere tecnica e creatività in un linguaggio musicale unico e inconfondibile. La sua capacità di spaziare dal lirismo del violino alle sonorità futuristiche dei sintetizzatori lo ha reso una figura leggendaria per chiunque apprezzi la musica che sfida i confini e celebra l'ingegno artistico. Lunga vita a questo straordinario architetto del suono!






lunedì 27 aprile 2026

THE WHO: The Marquee, Londra, 24 novembre 1964 – 27 aprile 1965


THE WHO
The Marquee, Londra, 24 novembre 1964 – 27 aprile 1965

I The Who subirono una radicale trasformazione durante i sei mesi di concerti al Marquee di Londra. Appena quindici giorni prima che i manager Kit Lambert e Chris Stamp ottenessero a fatica un ingaggio a partire dal 24 novembre 1964 per le tranquille serate del martedì, il gruppo suonava ancora al Railway Hotel di Harrow e Wealdstone con il nome di High Numbers


Alla data di scadenza del contratto con il locale (27 aprile 1965), i quattro avevano un 45 giri nei Top Ten britannici, erano volti noti della stampa e della televisione e avevano iniziato a registrare il loro primo album, My Generation.
Cosa ancora più importante, i Who erano diventati portabandiera del neonato fenomeno culturale detto mod. Dotati di grande impatto sonoro e visivo, rappresentavano tutto ciò che ogni giovane mod aspirava ad essere: impeccabilmente vestito, anfetaminico (anche nel senso letterale del termine) e, naturalmente, famoso. E così, mentre grazie a loro le presenze di pubblico nel locale di Wardour Street si moltiplicavano, i Who regalavano un'estetica al mondo del pop. La loro musica conteneva tutto il dramma, gli eccessi e le tensioni della vita urbana; la loro immagine era ben studiata e subito memorizzabile.
Poco dopo aver concluso l'impegno settimanale al Marquee, il singolo carico di distorsioni Anyway Anyhow Anywhere uscì accompagnato dalla frase: “Un gruppo pop art con un suono pop art”.
Nulla di ciò accadeva per caso: “Sapevamo che per affermarci in tutto il paese dovevamo prima conquistare il West End”, ricorderà Kit Lambert. Alla scarsa affluenza di pubblico nella prima serata venne posto rimedio con una massiccia campagna pubblicitaria, ben esemplificata dal leggendario e sofisticato poster in bianco e nero con la scritta “Maximun R&B”. 
Alcuni fan ricordano che nel locale venivano loro offerti gratuitamente bicchieri di whisky a patto che esprimessero ad alta voce il loro apprezzamento nei confronti del gruppo. Ma erano espedienti superflui, i Who erano davvero straordinari e meritavano la fama che si stavano guadagnando.
Il chitarrista Pete Townshend e il bassista John Entwistle alzavano immancabilmente gli amplificatori al massimo, Keith Moon reinventava di sana pianta il ruolo del batterista con la sua instancabile teatralità, mentre il cantante Roger Daltrey spesso necessitava di un bicchierino di buon distillato per farsi ascoltare al di sopra della tempesta elettrica. Ma anche un volume tanto terrificante sembrava non bastare. “Siamo arrivati al punto di finire la serata spaccando tutto ed è costoso”, spiegò Pete Townshend ai cronisti dell'epoca. Per fortuna i manager capivano il valore di un coinvolgimento emotivo così totalizzante. “E' un investimento” disse con un'alzata di spalle Lambert. L'investimento cominciò presto a dare frutti. Alla fine del 1965 My Generation di Townshend sintetizzò al meglio i bellicosi sentimenti della folla del Marquee, rendendoli universali.
(Mark Paytress-"Io c'ero")



Gordon Haskell: un ricordo nel giorno della sua nascita, tra prog e intima ballata

 


Il 27 aprile si ricorda la nascita di Gordon Hionidies, meglio noto come Gordon Haskell, avvenuta nel 1946 a Verwood. La sua carriera musicale, pur toccando vertici di notorietà grazie alla sua militanza nei seminali King Crimson all'inizio degli anni Settanta, ha saputo evolvere verso sonorità più intime e folk, culminando in un successo popolare inaspettato.

La sua fama iniziale è indissolubilmente legata al suo periodo con la band di Robert Fripp. Haskell contribuì in maniera significativa al suono dei King Crimson, prestando la sua elegante voce come seconda voce solista nel delicato brano "Cadence and Cascade" presente nell'album In the Wake of Poseidon. Successivamente, in Lizard, assunse il doppio ruolo di bassista e cantante solista, lasciando un'impronta distintiva sulle complesse trame sonore dell'album. 

Già prima di questa cruciale esperienza, Haskell aveva collaborato con Fripp in una primordiale versione della League of Gentlemen, un progetto che tuttavia abbandonò a causa di divergenze sulla direzione musicale intrapresa.

Dopo la parentesi prog-rock con i King Crimson, Haskell intraprese una carriera solista che lo vide progressivamente avvicinarsi a sonorità più folk e cantautorali, distanziandosi dalle sperimentazioni complesse dei suoi esordi. Questa nuova fase artistica lo portò a pubblicare album apprezzati da una nicchia di ascoltatori, fino all'inatteso successo del singolo "How Wonderful You Are", tratto dall'album Look Out. Questa ballata folk toccante e sincera scalò le classifiche britanniche, diventando la canzone più richiesta nella storia di BBC Radio 2 e vendendo ben 400.000 copie, testimoniando la sua capacità di connettersi con un vasto pubblico attraverso la semplicità e l'autenticità della sua musica.

 

Nel giorno in cui ricordiamo la sua nascita, avvenuta 79 anni fa, celebriamo la poliedricità di Gordon Haskell: il bassista e cantante che contribuì a definire il suono del primo prog rock con i King Crimson, e il cantautore folk capace di raggiungere un successo popolare con una ballata intima e sincera. La sua voce calda e avvolgente, capace di trasmettere sia la malinconia sofisticata del prog che la semplicità emotiva del folk, rimane un elemento distintivo di un artista che ha saputo lasciare un segno peculiare nel panorama musicale britannico, scomparso il 18 ottobre 2020. Il suo percorso artistico, dalle complesse architetture sonore del prog alle melodie folk dirette al cuore, rappresenta un viaggio musicale affascinante e meritevole di essere ricordato.




domenica 26 aprile 2026

1973: L'odissea russa di David Bowie, l'alieno che attraversò la Siberia in treno

 


In carrozza con l'alieno: 

l'incredibile viaggio di David Bowie sulla Transiberiana

 

Nella primavera del 1973, mentre il mondo intero guardava a David Bowie come alla rockstar aliena caduta sulla Terra, l'uomo dietro la maschera di Ziggy Stardust stava affrontando una sfida decisamente terrena: tornare a casa dal Giappone senza mai staccare i piedi dal suolo. Bowie, infatti, viveva allora con una fobia paralizzante per il volo, un terrore nato da una premonizione e da alcuni incidenti visti da vicino che lo spingeva a preferire qualsiasi mezzo di trasporto, purché non avesse le ali. Fu così che, per tornare in Europa dopo il trionfale tour nipponico, la stella più brillante del glam rock decise di imbarcarsi in un’impresa epica: attraversare l'Unione Sovietica a bordo della leggendaria Ferrovia Transiberiana.

Il contrasto visivo doveva essere surreale. Immaginiamo le stazioni grigie e austere della Russia profonda, immerse nel clima rigido della Guerra Fredda, improvvisamente illuminate da un uomo con i capelli rosso fiammante, le sopracciglia rasate e abiti di seta dai colori sgargianti. Accompagnato dal fotografo Mick Rock e dall'amico Geoff MacCormack, Bowie salì sul treno a Vladivostok dopo una traversata in nave. Per quasi dieci giorni, quella carrozza divenne il suo mondo. Lontano dalle luci della ribalta e dall'isteria dei fan, David si trasformò in un osservatore silenzioso e curioso. Passava le ore a guardare fuori dal finestrino le distese infinite di betulle bianche della Siberia, interrotte solo da piccoli villaggi che sembravano rimasti fermi all'Ottocento.

Nonostante il visto turistico e la presenza costante di sguardi sospettosi da parte delle autorità sovietiche, Bowie non rimase isolato nel suo scompartimento. Si narra che acquistò un sassofono durante una sosta e che passasse il tempo a suonare per i passeggeri e per le inservienti del treno, le rigide dezhurnaya, che finirono per affezionarsi a quel bizzarro straniero che beveva tè dal samovar e mangiava yogurt locale con estrema naturalezza. C'erano momenti di tensione, come quando rischiò l'arresto per aver filmato dei soldati in una stazione, ma la musica e il suo carisma sembravano creare un ponte tra mondi che, politicamente, non avrebbero potuto essere più distanti.

Quel viaggio non fu solo un espediente per evitare un aereo, ma una vera e propria catarsi creativa. L'estetica spoglia, il senso di isolamento e la malinconia dei paesaggi russi si impressero nella mente di Bowie, lasciando tracce profonde che sarebbero riemerse anni dopo. Quel silenzio ritmato dalle rotaie fu il primo seme di quella ricerca sonora che lo avrebbe portato, verso la fine del decennio, a trasferirsi a Berlino per incidere i suoi album più sperimentali. Quando il treno arrivò finalmente alla stazione di Mosca, David Bowie non era più solo Ziggy Stardust; era un artista che aveva scoperto quanto può essere vasto e solitario il mondo, portando con sé un bagaglio di immagini che avrebbero cambiato per sempre la storia della musica moderna.




sabato 25 aprile 2026

Steve Winwood ricorda Dave Mason: un tributo alla storia dei Traffic

 

Steve Winwood (a sinistra) e Dave Mason dei Traffic durante le prove alla Fairfield Hall di Croydon, nel sud di Londra, nel giugno del 1971

La notizia della scomparsa di Dave Mason, morto a 79 anni, ha riportato alla memoria una stagione irripetibile della musica britannica. A ricordarlo è stato Steve Winwood, compagno d’avventura nei Traffic e unico membro ancora in vita della formazione originaria. Nel suo messaggio, Winwood ha sottolineato quanto Mason fosse stato decisivo nel definire l’identità della band, affermando che “la sua capacità di scrivere canzoni, il suo talento musicale e il suo spirito distintivo hanno contribuito a creare musica che è durata ben oltre la sua epoca”.

I Traffic nacquero nel 1967, quando Winwood – reduce dal successo con gli Spencer Davis Group – si unì a Mason, Jim Capaldi e Chris Wood, musicisti con cui aveva condiviso lunghe jam session notturne all’Elbow Room di Birmingham. Da quell’incontro prese forma un gruppo capace di fondere rock, psichedelia e improvvisazione con una libertà creativa che avrebbe segnato un’intera generazione.

Mason rimase nei Traffic solo per periodi brevi e alternati, nel 1967, 1968 e poi nel 1971, ma il suo contributo fu determinante: firmò i primi due grandi successi della band, Hole In My Shoe e Feelin’ Alright?, brani che avrebbero poi trovato nuova vita in decine di reinterpretazioni. La sua presenza tornò simbolicamente sul palco nel 2004, quando si riunì a Winwood e Capaldi per l’ingresso dei Traffic nella Rock and Roll Hall of Fame.

Nel suo ricordo, Winwood ha voluto sottolineare il valore umano oltre che artistico di Mason, affermando che “il suo posto nella storia della band sarà sempre ricordato e, attraverso la musica, la sua presenza continua a vivere”. Parole che assumono un peso ancora maggiore se si considera che Wood è scomparso nel 1983 e Capaldi nel 2005, lasciando Winwood come ultimo testimone diretto di quella stagione creativa.

Oggi, la scomparsa di Dave Mason chiude un altro capitolo della storia dei Traffic, ma la sua musica – e il suo modo di intendere la canzone – resta un punto fermo per chiunque abbia incrociato quella stagione di libertà sonora.







La voce del gigante: Fish e gli anni d'oro dei Marillion

 

Il 25 aprile segna il compleanno di Derek William Dick, meglio conosciuto come Fish, una figura imponente non solo per la sua statura ma anche per il suo contributo fondamentale al panorama del progressive rock, in particolare durante la sua iconica militanza nei Marillion. La sua voce potente e teatrale, unita alla sua abilità lirica evocativa e spesso malinconica, ha forgiato per sempre l'identità della band negli anni Ottanta, vivendo nel cuore di migliaia di appassionati.

Nato a Dalkeith, in Scozia, nel 1958, Fish si unì ai Marillion nel 1981, portando con sé un carisma grezzo e un'intensità emotiva che si sposarono perfettamente con le ambiziose composizioni musicali della band. Il suo ingresso segnò una svolta per il gruppo, che fino ad allora aveva faticato a trovare una voce distintiva. Con Fish al microfono, i Marillion trovarono un frontman capace di interpretare le intricate trame sonore con passione e teatralità, trasformando i loro concerti in veri e propri eventi.

Gli album realizzati con Fish sono pietre miliari del progressive rock degli anni Ottanta. Script for a Jester's Tear (1983) fu l'esordio folgorante, con testi introspettivi e oscuri che risuonavano con un pubblico alla ricerca di profondità e significato nella musica. Brani come "He Knows You Know" e la title track rivelarono un talento lirico capace di dipingere affreschi complessi con parole evocative.

Il successo continuò con Fugazi (1984), un album più maturo e politicamente consapevole, e raggiunse l'apice con Misplaced Childhood (1985), un concept album intriso di nostalgia e riflessioni sull'infanzia perduta. Questo disco, trainato dalla hit "Kayleigh", consacrò i Marillion a livello internazionale, portando la loro musica a un pubblico vastissimo. La voce di Fish, ora potente e malinconica, ora rabbiosa e disperata, si fece interprete perfetto delle emozioni contrastanti che animavano i testi.

Clutching at Straws (1987), l'ultimo album in studio con Fish, segnò un periodo di crescente tensione interna alla band, ma rimane un lavoro di grande intensità emotiva, con testi che esplorano temi di alienazione e disillusione. Brani come "Incommunicado" e "Sugar Mice" testimoniano ancora una volta la capacità di Fish di trasformare esperienze personali in narrazioni universali.

La separazione da Marillion nel 1988 segnò la fine di un'era per la band e l'inizio di una nuova fase per Fish come artista solista. La sua carriera successiva ha visto alti e bassi, ma ha confermato la sua versatilità e la sua continua ricerca di espressione artistica. Album come Vigil in a Wilderness of Mirrors (1990) e Sunsets on Empire (1997) hanno mostrato un'evoluzione stilistica e una maturità lirica, pur mantenendo quel marchio inconfondibile che lo ha reso una voce unica nel panorama musicale.

Al di là della sua voce e dei suoi testi, Fish ha rappresentato per molti fan un'icona, un artista che non aveva paura di esprimere le proprie opinioni e di connettersi con il pubblico a un livello emotivo profondo. La sua presenza scenica, teatrale e coinvolgente, ha reso i concerti dei Marillion e i suoi show da solista esperienze indimenticabili.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, celebriamo Fish non solo come l'indimenticabile voce dei Marillion, ma anche come un artista poliedrico e un'anima sensibile che ha saputo toccare le corde più profonde di chi ha ascoltato la sua musica. Il suo contributo al progressive rock rimane fondamentale, e la sua eredità continua a ispirare nuove generazioni di musicisti e appassionati. Lunga vita al gigante scozzese, all'uomo che ha dato voce ai sogni e alle malinconie di un'intera generazione.









venerdì 24 aprile 2026

Pete Ham: la fragilità di un arcobaleno

 


La Fragilità di un Arcobaleno

Pete Ham (Swansea, 27 aprile 1947 – Surrey, 24 aprile 1975)


La melodia fluttuava nell'aria umida di Londra, un frammento etereo che sembrava catturare la luce incerta del tramonto. Pete sedeva al pianoforte nello studio improvvisato di Apple, le dita che danzavano sui tasti con una delicatezza quasi timida. Era un periodo strano, sospeso tra l'euforia del successo inaspettato di "No Matter What" e una crescente inquietudine che serpeggiava sotto la superficie patinata del mondo pop.

I Badfinger erano sulla cresta dell'onda. I concerti si susseguivano, le interviste, le apparizioni televisive. Pete si ritrovò catapultato in un vortice di attenzioni che, se da un lato lo lusingavano, dall'altro lo facevano sentire stranamente disorientato. La sua natura schiva e introversa mal si adattava ai riflettori costanti, al giudizio implacabile del pubblico.

La musica, però, era la sua ancora. Quando le dita scivolavano sulle corde della sua chitarra o accarezzavano i tasti del pianoforte, ritrovava un senso di pace, un rifugio sicuro dalle tempeste esterne. Era lì, in quelle note che nascevano dalla sua anima, che Pete si sentiva veramente se stesso.

"Day After Day" era nata così, da un'esigenza interiore di esprimere un sentimento di speranza fragile, la promessa di un nuovo inizio dopo un periodo oscuro. La melodia, semplice ma toccante, si era insinuata nell'orecchio di George Harrison, che aveva subito intuito il suo potenziale. La collaborazione con l'ex Beatle aveva aggiunto un'ulteriore aura magica al brano, proiettandolo in cima alle classifiche di tutto il mondo.

Pete osservava il successo con un misto di gioia e incredulità. Era quello che avevano sempre sognato, lui e i ragazzi di Badfinger. Eppure, una sottile ombra iniziava a oscurare la brillantezza del momento. Le questioni finanziarie si facevano sempre più intricate, la gestione del loro manager Stan Polley appariva nebulosa e poco trasparente. Pete, con la sua onestà e la sua ingenuità, faticava a districarsi in quel labirinto di contratti e promesse non mantenute.

La tensione all'interno della band cresceva. Le lunghe ore di lavoro, la pressione costante e la sensazione di non avere il controllo sul proprio destino stavano logorando gli equilibri. Pete, con il suo ruolo di leader silenzioso e compositore prolifico, si sentiva sempre più isolato, stretto nella morsa di responsabilità che non si sentiva in grado di gestire completamente.

Una sera, dopo un concerto particolarmente estenuante, Pete si ritrovò da solo nella sua stanza d'albergo. Prese la chitarra, cercando conforto nelle sei corde amiche. Le dita si mossero quasi da sole, creando una melodia malinconica, intrisa di una tristezza indefinibile. Era un frammento, un'eco di un disagio interiore che faticava a trovare le parole.

Guardò fuori dalla finestra, le luci della città che scintillavano indistinte nella notte. Si sentiva come un arcobaleno, un fenomeno bellissimo e fragile, capace di incantare il mondo ma destinato a svanire rapidamente, lasciando dietro di sé solo un vago ricordo di colore. La paura che quella magia potesse svanire, che la musica potesse spegnersi, lo stringeva in una morsa fredda.

Non sapeva ancora che quella fragile inquietudine era solo il preludio di una tempesta ben più violenta, che avrebbe messo a dura prova la sua anima di musicista sensibile e il suo spirito tormentato. Il successo, con la sua luce abbagliante e le sue ombre insidiose, stava per rivelare il suo lato più oscuro.

Nonostante il successo di "No Matter What" e "Day After Day", la gioia di Pete Ham e dei Badfinger fu gradualmente offuscata da crescenti problemi finanziari e manageriali, culminati nella totale mancanza di entrate nel 1975 a causa della gestione opaca del loro manager Stan Polley.

Profondamente scoraggiato e sentendosi intrappolato, Pete Ham si tolse tragicamente la vita impiccandosi nel garage della sua abitazione il 24 aprile 1975, appena tre giorni prima del suo ventottesimo compleanno. Il suo ultimo messaggio scritto accusava direttamente Stan Polley, definendolo un "bastardo senz'anima" e dichiarando di volerlo portare con sé.

La tragica notizia della sua morte, che precedette di un mese la nascita di sua figlia Petera, non ricevette un'ampia eco mediatica né commenti significativi da parte dei Beatles, della Apple o della Warner Bros., lasciando un'ombra ancora più cupa sulla fine prematura di un talento musicale spezzato.