La notizia della morte improvvisa di Nello D’Anna, ex bassista degli Osanna, lascia
un vuoto difficile da accettare. Aveva cinquant’anni e la sua scomparsa arriva
senza alcun segnale, spezzando un percorso umano e musicale che per me non era
solo un ricordo lontano.
Dal 2009, quando suonò nella mia città, avevamo
mantenuto un rapporto continuo, e nel recete
passato mi ero occupato di alcuni suoi progetti e delle direzioni che voleva
dare alla sua musica. Era sempre disponibile, diretto, senza sovrastrutture.
Sul palco era preciso e affidabile, ma fuori dal palco,
almeno nei miei ricordi, era ancora più autentico. Non cercava attenzioni, non
aveva atteggiamenti da musicista “arrivato”. Preferiva parlare di ciò che stava
creando, dei dettagli tecnici, delle persone con cui collaborava. Era un modo
di vivere la musica che lo rendeva immediatamente vicino.
Sapere che non ci saranno più quei messaggi, quelle
conversazioni sui suoi progetti, fa male. Rimane il ricordo di una persona che
aveva ancora molto da dire e da suonare. E rimane la tristezza di una perdita
che arriva troppo presto e troppo inaspettata.
Un viaggio nell'improvvisazione
estemporanea e nella filosofia della musica
Conosco Claudio Bellatoda molti anni. Condividiamo la stessa città,
Savona, e un percorso che nel tempo mi ha permesso di osservare da vicino
l'evoluzione della sua ricerca espressiva. Questa consuetudine e la comune
radice geometrica dello stesso territorio offrono una chiave di lettura
privilegiata per entrare nel suo mondo sonoro, un ambito in cui la tecnica
rigida si dissolve per fare spazio all'imprevisto strutturato.
L'occasione di questo dialogo nasce da una serie di tappe
fondamentali del suo percorso recente: dalle sessioni radicali di Only for
Few alle architetture più meditate di Waterloo, fino alle
contaminazioni visive di Sette ritratti per sette metamorfosi. Lontano
dalle formule di rito del jazz convenzionale e dai cliché esecutivi, il lavoro
di Bellato si muove lungo il perimetro dell'improvvisazione estemporanea
guidata da un rigore metodologico quasi monacale. Nelle risposte che seguono
emerge non solo il profilo del musicista, ma anche una complessa indagine
filosofica che unisce la pura materia acustica alle riflessioni sulla mente e
sull'essenziale.
L'INTERVISTA
La tua storia recente parte da “Only for Few”, un disco nato
premendo semplicemente il tasto di registrazione e accettando qualsiasi cosa
sarebbe accaduta. Quando ripensi a quel primo gesto - entrare in studio senza
una rete di sicurezza - cosa senti che ha inaugurato davvero nella tua vita
artistica?
Per la prima volta ho suonato musica totalmente improvvisata,
libero dal vincolo di non sbagliare e senza essermi preparato preventivamente
il classico compito a casa. Non mi riferisco alla consueta prassi jazzistica,
in cui si improvvisa insieme agli altri a turno dopo aver esposto una cellula
tematica. La formula ideata da Antonio Marangolo è quella dell'improvvisazione
estemporanea, simile per certi versi ai concerti di conduction di John
Zorn, ma con una differenza sostanziale: abbiamo suonato liberamente, senza
seguire indicazioni di tempo e ritmo, partendo da motivi di otto battute
scritti da Antonio che aprivano e chiudevano il brano. Eravamo liberi di
interpretarli in maniera totalmente aperta. Questa era l'unica indicazione, un
prologo e un finale. Successivamente, uno dei tre musicisti prendeva le redini
e gli altri erano liberi di seguirlo o di contraddirlo. John Cage accennò a un esperimento simile in passato,
sintonizzando tre radio su frequenze diverse; il risultato manteneva una sua
armonia e una sua musicalità. Proprio come i rumori provenienti da diverse
fonti all'interno del nostro quotidiano: non hanno nulla di sbagliato, sono
semplicemente ciò che sono, eventi puri. Riascoltando quelle registrazioni,
anche se non ci si scopre del tutto liberi da pattern e cliché, si notano con
stupore dettagli di sé stessi che prima non si conoscevano, cogliendo sempre
particolari nuovi. Considero Only for Few una delle migliori esperienze
a cui io abbia partecipato. È un peccato che non sia ancora uscito.
Quel progetto avrebbe dovuto essere pubblicato insieme a un
libro di racconti e illustrazioni. Che cosa ti attrae dell'idea di un'opera che
non si limita alla dimensione sonora, ma si espande verso parole e immagini?
Ho sempre amato i fumetti, che ho imparato a leggere prima
ancora dei libri di scuola grazie ai cugini e ai vicini di casa che mi
prestavano Tex e pubblicazioni simili. Qualche anno fa ho frequentato
diversi illustratori e grafici professionali proprio per apprendere le loro
tecniche. Disegnare e dipingere mi rilassa, anche se non lo faccio da tempo. Si
tratta di un'esperienza solitaria, priva di pubblico, in cui il lavoro si
manifesta solo alla fine; ha una dimensione quasi monacale che richiede
silenzio.
L'esperienza al festival Jazz di Acireale vi ha portati in un
contesto più ampio. Come reagisce l'improvvisazione radicale quando incontra un
pubblico che non si aspetta una simile libertà?
La reazione è stata eccellente. Il festival di Acireale è
stato accolto molto bene sia dal pubblico sia dai musicisti, anche se sono
consapevole del fatto che alcuni puristi hanno storto il naso.
Anche il disco successivo nasce con la stessa formula, ma è
stato accolto tra le migliori proposte italiane. Cosa significa per te ricevere
questo riconoscimento proprio per un metodo che rifiuta la prevedibilità?
Waterloo è un disco riuscito, sebbene sia più ragionato rispetto a Only
for Few e contenga anche una composizione scritta in maniera tradizionale.
Sia la rivista Musica Jazz sia il giornalista Alberto Bazzurro hanno
espresso giudizi molto positivi nei nostri confronti, e questo rappresenta per
me un motivo d'onore.
Per il documentario su Alex Mora hai composto una colonna
sonora originale. Come cambia il tuo modo di creare quando devi raccontare la
vita di un altro artista attraverso il suono?
Quando il videomaker Max Billa, che è anche un caro amico, mi
ha proposto questo lavoro, ho voluto prima osservare i quadri di Alex e
dialogare con lui sulla cultura brasiliana, in particolare sulla prospettiva di
un brasiliano che vive in Italia. Da quel confronto sono nati brani con testi e
ritmi che richiamano quel Paese. Ho realizzato l'intero progetto in totale
autonomia, utilizzando chitarre, bassi, sequenze al computer e loop, con il
consueto supporto organizzativo di Alessandro Mazzitelli. Riascoltandoli oggi,
non considero quei pezzi come semplici commenti alle immagini, ma come brani
autonomi che potrebbero essere raccolti in un disco, nonostante non assomiglino
a nulla di ciò che ho composto in precedenza.
Nei tuoi concerti in solo o in duo attraversi il blues, il
soul e la tradizione usando strumenti diversi. Qual è il filo segreto che tiene
insieme tutte queste anime?
Mi piace cambiare spesso argomento e non so se esista un filo
segreto; forse si tratta persino di un difetto. Ricordo che a scuola finivo
sempre fuori tema.
Nel progetto “Sette ritratti per sette metamorfosi” suoni
davanti ai volti che tu stesso hai dipinto. Che cosa ti restituiscono quelle
immagini mentre le attraversi con la musica?
Si tratta dei volti di sette grandi jazzisti. Più che
guardarli mentre suono, queste figure rappresentano l'occasione per slegarmi da
un loro tema celebre, che magari accenno all'inizio dell'improvvisazione per
poi muovermi verso direzioni completamente diverse. In quel contesto può
accadere qualsiasi cosa: lo stimolo può derivare da una mia intuizione sulla
chitarra o da un impulso ritmico impresso da Rodolfo Cervetto, che considero
non solo un batterista straordinario, ma uno dei musicisti più empatici che io
abbia mai frequentato.
Partite da un brano dell'autore e poi lo lasciate andare. Che
cosa rimane di un tema quando lo si abbandona, e cosa invece continua a
guidarvi nel pieno della libertà?
A pensarci bene, non rimane nulla. È un viaggio in cui si
parte e si ritorna; tutto ciò che si trova nel mezzo appartiene all'ignoto.
Avete portato questo spettacolo nei jazz club, nei teatri e
nei festival di poesia. In quale luogo senti che la tua musica respira meglio?
Certamente nei club. Avere il pubblico vicino, spesso immerso
in un silenzio totale - al punto che la caduta di un plettro si avverte
chiaramente - crea una condizione che eleva il livello di concentrazione e la
resa sonora complessiva.
Tra insegnamento, concerti, pittura e progetti
interdisciplinari, qual è oggi la domanda che ti accompagna mentre crei, quella
che ancora non ha trovato risposta?
In realtà non ho un carico di impegni così frammentato; le
attività che hai menzionato rientrano semplicemente tra le cose che amo, anche
se la dimensione che prediligo rimane quella dei concerti. Non ho domande
irrisolte in particolare, quanto piuttosto alcune considerazioni personali. Sto
attraversando un periodo complesso e faticoso della mia vita, forse il più
difficile finora, ma questo non significa che sia impossibile da superare.
Spesso rifletto sul fatto che, anche se le cose migliorassero, la mente per sua
natura non sarebbe comunque appagata; tende a comportarsi come un elemento
estraneo che ha sempre fame di qualcosa. Ultimamente sto leggendo i testi dei maestri vedici, tra cui
Ramana Maharshi. Per l'induismo esiste solo l'atman, l'assoluto che
comprende il tutto. Tuttavia, la mente che lo osserva introduce una condizione
duale che si rivela un inganno. Non esiste dualità, esiste solo l'uno, e
quell'uno comprende ogni cosa, inclusa la musica. Quale sia la sua funzione
precisa non saprei dirlo. La musica dormiva già nell'albero prima che la mano
abile del liutaio imparasse a ricavarne un violino. Di conseguenza, l'albero stesso
è un violino silenzioso: la musica è ovunque, è l'atman.
Riferimenti esecutivi:Sette ritratti per sette metamorfosi — Claudio
Bellato e Rodolfo Cervetto live al Teatro dell'Attrito di Imperia.
“Venus”, il
successo del 1969 firmato dagli Shocking Blue,
nasce con un’identità precisa: un riff di chitarra immediato, la voce di
Mariska Veres che porta un timbro netto, un impianto pop‑rock che avanza con
passo sicuro. La forza del brano sta nella sua compattezza, ogni elemento
sostiene l’altro, senza dispersioni.
Nello stesso anno, in Italia, la canzone prende una strada
diversa. I Dalton realizzano “Venus”
in versione italiana, mantenendo la struttura melodica dell’originale ma
riscrivendo completamente il testo. Il risultato è un adattamento che sposta
l’asse emotivo. Il racconto diventa più interiore, con un protagonista che vive
la figura femminile come un’apparizione ricorrente, quasi un’immagine onirica.
La vocalità di Rolando Belli - insolita per il gruppo, dato che il cantante
abituale era Mimmo Saponaro - porta il brano in una dimensione più morbida,
meno tagliente rispetto alla tensione rock degli Shocking Blue.
Il confronto tra le due versioni mette in luce due modi di
interpretare la stessa scintilla pop. Gli Shocking Blue costruiscono un brano
diretto, con un’energia che resta intatta nel tempo. I Dalton scelgono una via
più narrativa, con un’atmosfera che si avvicina alla sensibilità italiana di
fine anni Sessanta, dove l’adattamento non era solo un passaggio linguistico ma
un vero cambio di prospettiva.
Riascoltate oggi, le due letture convivono con naturalezza.
“Venus” conserva la sua immediatezza; la versione dei Dalton restituisce una
stagione musicale in cui le canzoni viaggiavano, cambiavano voce e trovavano un
nuovo equilibrio senza perdere la loro identità melodica.
Dagli Yardbirds alla fusion
sperimentale: un viaggio nel suono unico e rivoluzionario di Jeff Beck
Jeff Beck. Il nome evoca un suono inconfondibile, un timbro che ha
attraversato generazioni e generi, plasmando il panorama della musica moderna.
Più che un semplice chitarrista, Beck è stato un innovatore instancabile, un
esploratore sonoro che ha costantemente sfidato i confini dello strumento,
lasciando un'impronta indelebile nella storia della musica.
Nato a Wallington, Surrey, il 24 giugno 1944, la passione di Beck per
la chitarra si manifestò precocemente. Le sue prime influenze, che spaziavano
dal rock and roll di Gene Vincent al blues di B.B. King, gettarono le basi per
uno stile eclettico e in continua evoluzione. L'esperienza formativa negli Yardbirds,
seppur breve ma intensa, lo proiettò sulla scena mondiale, rivelando un talento
grezzo e una visione musicale già distintiva. Il suo approccio dinamico e
imprevedibile alla chitarra solista, caratterizzato da un uso audace del
feedback e della leva del vibrato, contribuì a definire il suono psichedelico
emergente degli anni '60.
L'abbandono degli Yardbirds segnò l'inizio di una prolifica
carriera solista, costellata di album seminali che dimostrarono la sua
straordinaria versatilità. Il Jeff Beck Group, con Rod Stewart alla voce
e Ron Wood al basso, sfornò pietre miliari come Truth (1968) e
Beck-Ola(1969), fusioni potenti di blues, hard rock e proto-heavy
metal. Questi lavori non solo misero in luce la sua tecnica chitarristica
innovativa, ma rivelarono anche la sua capacità di circondarsi di musicisti di
talento e di creare un suono di band coeso e dinamico.
Negli anni '70, Beck intraprese un percorso ancora più
sperimentale, abbracciando la fusion e il jazz rock con album come Blow by Blow (1975) e Wired (1976), entrambi prodotti dal
leggendario George Martin. Questi dischi strumentali, caratterizzati da
intricate melodie, ritmi complessi e un virtuosismo chitarristico sbalorditivo,
consolidarono la sua reputazione come uno dei chitarristi più influenti e
rispettati al mondo. La sua capacità di esprimere un'ampia gamma di emozioni attraverso
la sola chitarra, senza il supporto della voce, era semplicemente
rivoluzionaria.
La sua carriera successiva fu un susseguirsi di esplorazioni
sonore, collaborazioni eclettiche e un'incessante ricerca di nuove sonorità.
Album come Flash(1985), con la hit Rough and Ready cantata da Rod Stewart, dimostrarono la sua apertura a sonorità più
pop-oriented, pur mantenendo intatta la sua identità chitarristica unica. Negli
anni successivi, Beck continuò a sorprendere e a ispirare con progetti che
spaziavano dal blues rock più viscerale alla techno-fusion sperimentale,
dimostrando una curiosità musicale insaziabile e una maestria tecnica
ineguagliabile.
L'approccio di Jeff Beck alla chitarra andava oltre la
semplice esecuzione di scale e arpeggi. Era un maestro del suono, capace di
manipolare le dinamiche, il sustain e il timbro con una sensibilità e un
controllo sorprendenti. Il suo uso distintivo della leva del vibrato, spesso
senza plettro, creava effetti sonori unici e inimitabili, conferendo alle sue
linee melodiche un carattere fluido e quasi vocale. La sua capacità di
improvvisare con libertà e inventiva, pur mantenendo una coerenza musicale, lo
distingueva dai suoi contemporanei.
L'eredità di Jeff Beck è vasta e profonda. Ha influenzato
generazioni di chitarristi, dai virtuosi del rock ai pionieri della fusion. Il
suo spirito innovativo, la sua dedizione alla sperimentazione sonora e la sua
instancabile ricerca della perfezione musicale lo hanno consacrato come una
leggenda vivente.
Anche dopo la sua scomparsa nel 2023, la sua musica continua
a ispirare e a meravigliare, testimoniando la genialità di un artista che ha
ridefinito il ruolo della chitarra nella musica contemporanea.
Conosco Maurizio Baiatada molti anni e ogni volta che mi avvicino a un
suo libro ho la sensazione di ritrovare un amico che non ha mai smesso di
raccontare il suo percorso. La sua voce è rimasta la stessa che avevo
incontrato per la prima volta sulle pagine di Ciao 2001, quando la
musica era un territorio da esplorare con fame e curiosità. In questi anni ho
imparato che Baiata non scrive soltanto di rock, ma lo vive e lo restituisce
con una sincerità che appartiene a pochi.
Questo terzo volume di Rock
Memoriesnon è soltanto un
nuovo capitolo di una trilogia, ma assomiglia di più ad un viaggio che riprende
da dove ci eravamo lasciati, con la stessa energia, la stessa capacità di
trasformare un ricordo in un’esperienza viva. Leggere Baiata significa entrare
in un mondo dove ogni pagina è un invito a riascoltare, a rivedere, a rivivere.
Il “nuovo” Rock Memories conferma la natura profonda
del progetto di Maurizio Baiata. Non è un semplice libro di storia del rock,
piuttosto un atlante emotivo, un dispositivo narrativo capace di attraversare
decenni di musica e restituirli con una forza che appartiene solo a chi ha
vissuto gli eventi in prima linea.
Il volume si apre con tre prefazioni che non sono meri
apparati introduttivi, ma dichiarazioni di poetica. Monica Felletti, nella
prima, descrive con precisione chirurgica la capacità di Baiata di creare
“parole-bomba”, neologismi che diventano vibrazioni:“…la parola non è altro
che una vibrazione”, e questa affermazione racchiude l’essenza del libro.
La struttura del volume è ampia e articolata. Le sezioni
dedicate alle radici del rock, al Be-Bop, alla Beat Generation e al recupero
del blues costruiscono un contesto storico che non è mai accademico, ma un percorso
che mette in relazione la pulsazione dello swing con la letteratura, il dolore
con la libertà, la strada con il palco. E al lettore non resta che vivere il
viaggio.
La parte dedicata al Need to Know italiano è uno dei
punti più forti del libro. Baiata attraversa gli anni Settanta con lucidità e
partecipazione. Racconta l’esplosione del rock italiano, le contraddizioni
dell’industria discografica, le tensioni sociali, i lacrimogeni ai concerti, la
fame di musica che attraversava una generazione. È un affresco che restituisce
un Paese in trasformazione, dove la musica era un atto politico e un gesto di
libertà.
La sezione Italia Underground & Pop & Prog è
un viaggio dentro un patrimonio spesso trascurato. Agorà, Dedalus, Arti &
Mestieri, Napoli Centrale, Garybaldi, Sensations’ Fix, Claudio Rocchi, Saint
Just, Il Balletto di Bronzo, Osanna, Banco, PFM. Baiata entra nelle pieghe, racconta
le motivazioni, le intuizioni, le fragilità. È un lavoro di scavo che
restituisce dignità e profondità a una scena che ha segnato la storia della
musica italiana.
La parte dedicata all’avanguardia è un capitolo a sé. Stati
Uniti, Francia, Italia, Inghilterra, Germania. Da Robbie Basho a Philip Glass,
da Battiato a Cacciapaglia, da Eno a La Monte Young, da Amon Düül ai Popol Vuh.
Qui Baiata mostra la sua capacità di muoversi tra generi e linguaggi con
naturalezza. L’avanguardia appare come un laboratorio emotivo, un luogo dove la
musica si reinventa.
Gli Artisti Fondamentali rappresentano il focus del
volume. Eric Burdon, Cat Stevens, Ike & Tina Turner, Ringo
Starr, Hot Tuna, King Crimson, Nick Drake, John McLaughlin, Jefferson Air-Ship,
Frank Zappa, Genesis. Ogni
scheda è un racconto autonomo, ogni artista è un mondo a sé.
Le sezioni finali dedicate alla New Wave e al Punk sono un
ritorno alla domanda che attraversa tutto il libro. Perché il rock cambia?
Perché si trasforma? Perché continua a parlare? L’autore risponde con la sua
scrittura, la sua memoria, la sua capacità di far rivivere un’epoca in cui la
musica era un detonatore emotivo e sociale.
Il volume si chiude come era iniziato, con una vibrazione, con
la consapevolezza che la memoria non è un archivio ma un luogo vivo. Rock
Memories, il terzo volume, mi appare come il più maturo, il più completo,
il più necessario.
Steve Hackette Steve Rotherypresentano il loro album insieme.
L’idea che un giorno Steve Hackett potesse diventare un amico
fraterno sarebbe sembrata pura fantasia al Rothery adolescente, quello che
stava scoprendo i Genesis e muoveva i primi passi con la chitarra. E invece
oggi i due storici chitarristi del prog annunciano ufficialmente il loro
progetto comune: The Roaring Waves.
Il disco, completamente strumentale e costruito attorno al
dialogo tra le loro chitarre, arriverà il 28 agosto per InsideOut Music.
Si tratta di una raccolta di sette composizioni unite da un
filo conduttore preciso: il mare e la sua forza evocativa.
Rothery racconta che l’ispirazione nasce anche dai ricordi
della sua Whitby: “D’inverno, durante le tempeste, si poteva sentire il
fragore delle onde. Whitby era un luogo molto suggestivo in cui vivere, un
luogo poetico e potente in cui crescere”.
I due musicisti spiegano che il progetto è nato in modo
naturale, come estensione della loro amicizia. Hackett sottolinea che quando il
rapporto umano viene prima della musica, tutto scorre senza competizione e si
crea un terreno fertile per qualcosa di diverso.
Rothery sorride ricordando quanto sarebbe rimasto incredulo
il sé quindicenne:
«Se aveste detto al me quindicenne… sarei svenuto»,
dice pensando alla passeggiata fatta con Hackett nei luoghi della sua infanzia,
durante una sessione di ricerca creativa.
Sul carattere sonoro dell’album, Rothery aggiunge che ciò che
li unisce è un approccio basato su melodia, atmosfera ed emozione:
“Si riesce a emozionare molto di più il pubblico con poche
note su una bella sequenza di accordi suonata con emozione, piuttosto che con
una tecnica di sweep picking che dura cinque minuti”.
Il 21 giugno del 1948 nasceva il primo 33
giri della storia della musica. L'introduzione del nuovo supporto si deve al
lavoro della Columbia Records che manda di fatto in pensione il vecchio 78
giri, dando il via ad un nuovo capitolo del mercato discografico, che durerà
fino alla fine degli anni Ottanta.
Il 33 giri, rispetto al suo
predecessore, ha una migliore qualità del vinile e durata. Sono questi i motivi
che fanno sì che il nuovo supporto soppianti progressivamente il 78 giri.
Il nome del 33 giri, conosciuto anche
come Long playing (Lp), deriva dal fatto che la sua velocità di rotazione è di
circa 33 giri al minuto. Per la precisione 33 giri e un terzo, l'equivalente di
100 giri completi ogni tre minuti.
Ogni vinile 33 giri ha due facciate,
ognuna delle quali può riprodurre fino a 30 minuti di contenuto musicale. La
durata può aumentare anche fino a 40 minuti per lato, ma ciò implica una
qualità sonora leggermente inferiore
Gli ingegneri della Columbia Records
cominciano a lavorare al nuovo supporto a partire dal 1939, proprio con
l'obiettivo di estendere la durata del vecchio 78 giri, che ha un tempo di
riproduzione di massimo 20 minuti.
Lo scoppio del secondo conflitto
mondiale rallenta per ovvie ragioni lo sviluppo del nuovo supporto musicale, ma
la fine della guerra permette al team della Columbia Records guidato
dall'ingegner Peter Carl Goldmark di risolvere le ultime criticità
tecniche.
Il 33 giri viene, quindi, finalmente
lanciato sul mercato segnando una svolta epocale per il mondo della musica e
mandando in soffitta il 78 giri inventato nel lontano 1894. Con il nuovo
supporto viene anche introdotto l'acronimo Lp (Long playing), che verrà
utilizzato in futuro anche per i Cd.
La presentazione ufficiale del 33
giri va in scena il 21 giugno del 1948 presso il Waldorf Astoria Hotel di New
York City. Sarà un successo che resisterà anche all'uscita del 45 giri di un
anno più tardi.
La diffusione del 33 giri non verrà
scalfita nemmeno dall'arrivo delle musicassette nel corso della metà degli anni
Sessanta.
Nel 1978 vengono venduti in tutto il
mondo circa un miliardo di dischi 33 giri. Si tratta dell'anno che segna il
massimo successo di questo supporto.
L'incisione sul disco del 33 giri
avviene attraverso la tecnica del microsolco che consente al supporto di
contenere più informazione e, di conseguenza, prolungarne la durata.
La riproduzione degli Lp 33 giri
avviene tramite una puntina - che può essere in diamante o zaffiro - dei
giradischi, che trasmette ad un complesso elettromagnetico le irregolarità del
solco sul disco.
Sui 33 giri sono stati incisi alcuni
dei più famosi brani nella storia della musica e successi commerciali che hanno
segnato intere generazioni, come "Hot Stuff" di Donna Summer del 1979
(nella foto la copertina originale).
La diffusione su larga scala del 33
giri viene progressivamente ridimensionata dall'avvento del compact disc verso
la fine degli anni Ottanta.
Gli Lp, pur non essendo più un
supporto di massa, sono comunque sopravvissuti come prodotto di nicchia e da
collezione per gli appassionati.
Concerti, un nuovo album tributo e
una grande mostra a Cambridge
Per ricordare quello che sarebbe stato l’ottantesimo
compleanno di Syd Barrett, Cambridge
si prepara a una serie di iniziative speciali: un grande concerto nel luogo del
suo ultimo live, un album tributo ricco di ospiti illustri e una mostra
dedicata alla sua arte.
Il cuore delle celebrazioni sarà il 10 ottobre, quando
il Cambridge Corn Exchange – lo stesso palco su cui Barrett si esibì per
l’ultima volta nel 1972 con gli Stars – ospiterà un evento commemorativo. Sul
palco saliranno Kula Shaker, Soft Machine, Men On The Border, Diana Silveira
& The Psychedelic Circus, Radhika, Pünk Floyd e altri ospiti che verranno
rivelati più avanti.
L’iniziativa ha il pieno sostegno della famiglia. La sorella
di Barrett, Rosemary Breen, ha commentato:
“La famiglia sostiene con tutto il cuore questi eventi
entusiasmanti a favore di associazioni benefiche per la salute mentale. Syd
sarebbe stato così felice e onorato di sapere che la sua musica è ancora
apprezzata a Cambridge”.
Un album tributo con Pink Floyd,
Gilmour, Bowie e molti altri
Il giorno precedente, 9 ottobre, uscirà un nuovo album che
celebra la creatività e l’eredità di Barrett. Il disco, disponibile in vinile
colorato e CD, raccoglie nuove registrazioni, materiale raro e performance dal
vivo selezionate con cura. La copertina, che riprende una delle immagini più
celebri di Syd, è firmata da Mark Wilkinson, noto per i suoi lavori con Iron
Maiden, Marillion e Judas Priest.
Il progetto,
intitolato Clowns And Jugglers: The Songs Of Syd Barrett,
includerà contributi di: Pink Floyd, David Gilmour, David Bowie, Nick Mason’s
Saucerful Of Secrets, Soft Machine, Voyage 35, All About Eve, Rosalie
Cunningham, Tim Bowness, Theo Travis, Henge, Robyn Hitchcock con John Paul
Jones, e altri ancora.
Il co-organizzatore Neil Jones sottolinea il valore simbolico
dell’iniziativa:
“Ottant’anni dopo la sua nascita, l’influenza di Syd
Barrett rimane forte come sempre. È particolarmente significativo che questa
celebrazione si svolga a Cambridge, la città al centro della sua storia”.
Una mostra dedicata alla sua arte
Dal 3 al 9 ottobre, il centro artistico Cambridge Openspace
ospiterà una grande esposizione dedicata alla vita e all’immaginario creativo
di Barrett. Saranno esposti dipinti originali, schizzi, stampe di grande
formato e opere di artisti ospiti. Il programma includerà anche una serie di conferenze
tenute dai principali biografi di Barrett, per approfondire la sua figura e il
suo impatto culturale.
I Trip – Furio Chirico’s sono appena rientrati dal
Giappone dopo due serate al prestigioso Club Città di Kawasaki, accolti
da un pubblico caloroso e da una produzione impeccabile. A pochi giorni dal
ritorno, Paolo “Silver” Silvestriha raccontato a MAT2020 com’è andata
questa esperienza intensa, tra concerti sold out, incontri con i fan, lavoro in
studio e nuove idee che stanno già prendendo forma.
Dopo due serate al Club Città di Kawasaki, qual è l’immagine
o l’emozione che ti è rimasta più impressa tornando in Italia?
È stata un’esperienza davvero gratificante. Il pubblico
giapponese ascolta con un’attenzione incredibile: devi essere preciso, perché
loro comprano il CD, poi vengono a sentirti dal vivo e vogliono verificare se
sei all’altezza di ciò che hai registrato in studio. Per fortuna, negli anni,
tutti noi abbiamo imparato che nei live bisogna essere energici e dare il
massimo, e questo loro lo apprezzano molto. Mi ha colpito anche la gente che ci
aspettava in albergo per una foto o per farsi autografare un CD o un LP. Sono
rimasto stupito da tutto questo, lo ammetto. Ero davvero soddisfatto dei due
show. Sono rientrato in Italia dopo una settimana perché ho unito ai concerti
una vacanza con mia moglie, insieme a Marco Rostagno e alla sua compagna.
Mi pare di capire che sei rimasto colpito dalla gentilezza
estrema di pubblico e fonici. C’è stato un momento in cui hai percepito davvero
il legame con la platea?
Sì, sono rimasto molto colpito dalla gentilezza dei fonici e
del pubblico giapponese. Appena arrivati all’aeroporto di Tokyo, la produzione
di Sfera Entertainment, guidata dalla nostra manager Amy Ida, ci ha portati
direttamente in teatro per un incontro tecnico. Dovevamo risolvere alcune
questioni legate alla gestione del palco. L’incontro è durato circa cinque ore
e, dopo 24 ore di viaggio, eravamo esausti. I fonici lavorano anche di notte.
Le due mattine successive entravamo in teatro verso le 9.30 per i vari
soundcheck. Ti dico solo che non mi hanno lasciato collegare nemmeno un cavo:
una gentilezza incredibile, sia da parte degli addetti ai lavori sia del
pubblico, sempre entusiasta e accogliente. Nei giorni successivi, in giro per
Tokyo, sia io sia Marco siamo stati riconosciuti per i concerti di qualche
giorno prima. Pazzesco. In Italia non ci capita mai. La cultura giapponese
considera il musicista una figura importante. A volte penso che dovremmo
trasferirci tutti in Giappone… ovviamente scherzo.
Le due serate avevano scalette diverse. Come avete deciso
cosa portare dal vivo tra Equinox, Atlantide e Caronte?
La produzione giapponese desiderava ascoltare brani sia da
Equinox sia dal nuovo Atlantide 2025, oltre a pezzi storici scritti da Joe
Vescovi per l’album Caronte. Abbiamo quindi deciso di rimettere in scaletta
brani come Two Brothers, Ultima Ora, Ode a Jimi Hendrix e naturalmente Caronte.
Sono pagine fondamentali della storia dei Trip e non potevamo sottrarci a
questa richiesta. Tra le novità c’era anche Corale da Time of Change. Per
l’edizione giapponese dell’LP Atlantide 2025 ho scritto un nuovo intro e un
finale dedicato (Prelude), presenti solo in quella versione.
L’esecuzione dell’inno Kimi Ga Yo e il finale di Nessun Dorma
sono stati momenti speciali. Come è nata l’idea?
Già dallo scorso anno, appena saputo dei due concerti in
Giappone, avevo deciso di omaggiare il pubblico con il loro inno nazionale.
Kimi Ga Yo è forse l’inno più corto al mondo: ho pensato di suonarlo con
l’Hammond e un synth che mi permetteva interventi orchestrali. Di questo avevo
informato la produzione artistica, ma non avevo detto nulla riguardo a Nessun
Dorma: doveva essere una sorpresa anche per Furio, Marco e Alessio. Qualche
giorno prima l’ho confidato a Marco Rostagno, che mi ha risposto: “Figo!”. Dopo
la prima sera Alessio mi ha detto: “Perché non me lo hai detto? L’avrei
cantata”. Così la mattina seguente l’abbiamo provata al volo durante il
soundcheck e la sera era già nello show. Il pubblico giapponese l’ha apprezzata
moltissimo. Per noi è stato un momento di adrenalina pura, uno di quelli che
restano nel cuore.
Mi hai accennato a nuove idee sul pentagramma e al fatto che
anche Rostagno e Trapella stanno scrivendo. Che direzione musicale senti
emergere?
La voglia di immergerci in nuovi brani nasce anche dal cambio
di formazione. L’arrivo di Alessio Trapella, voce e basso, ha dato una spinta
positiva alla band. Sono bastate due prove per preparare i concerti in
Giappone, e questo ci ha fatto venire voglia di scrivere nuovo materiale. Nei
giorni prima della partenza ero ospite da Marco: la sera, prima di dormire,
imbracciando due chitarre abbiamo tirato fuori molte idee, già ben definite.
Anche Alessio sta contribuendo e penso che verrà fuori qualcosa di tosto.
Naturalmente dovremo far ascoltare tutto alla produzione, ma credo che il
progetto possa andare in porto. Sto già scrivendo le mie parti sul pentagramma,
come faccio da sempre: è una cosa che mi affascina profondamente.
Mi hai detto che tutto è stato registrato in multitraccia e
video. Cosa ti piacerebbe vedere in un eventuale vinile o CD?
La produzione italiana, insieme a quella giapponese, ha
registrato entrambi gli show e sembra interessata a pubblicare un live, o forse
più di uno. Bisognerà ascoltare bene tutto il materiale per capire cosa è
venuto meglio. Penso che entrambi i concerti siano di alto livello, anche se
forse il secondo è riuscito meglio: avevamo dormito qualche ora in più ed
eravamo più freschi. Sono state fatte anche riprese video. Non so cosa deciderà
la produzione italo-giapponese, ma un DVD sarebbe fantastico. Ho visto qualche
clip e sono rimasto a bocca aperta: ho pensato “Ma siamo noi?”. I fonici
giapponesi hanno fatto un lavoro incredibile. Anche da un semplice telefonino
sembrava un disco.
Parli di una grande amicizia nata con Marco negli ultimi
mesi. Quanto conta l’intesa personale nel suonare musica così intensa?
L’amicizia con Marco nasce dal nostro amore per la musica.
Abbiamo un grande rispetto reciproco, ma andiamo d’accordo anche su molte altre
cose: non parliamo solo di musica. Lui è molto più giovane di me e mi trasmette
un’energia incredibile, mi spinge a mettermi in gioco. Con lui non riesco mai a
sentirmi “vecchio”. A volte mi guarda e mi dice “Daje sec” o “Meraviglioso”.
Sì, il nostro rapporto è proprio così: meraviglioso.
Portare in giro repertori storici come Caronte comporta
responsabilità e libertà. Come vivi questo equilibrio?
Ho una grande stima per ciò che Joe Vescovi ha creato nella
storia dei Trip. Ho sempre pensato che fosse il vero fulcro della band, e non
mi sbagliavo. Quando suono i suoi brani cerco di farlo con coscienza, senza
buttare note a caso. Allo stesso tempo, col tempo ho imparato a essere me
stesso. Quando incido un nuovo album non ascolto musica per non farmi
influenzare. Ad esempio, in Caronte con Furio eseguo una frase un’ottava sopra
rispetto alla versione originale: non per vantarmi, ma perché è il mio modo di
suonare. Furio lo ha capito e mi ha lasciato “strada libera”, perché il brano
funziona e questo è ciò che conta. Nel rifacimento di Atlantide 2025 ho
aggiunto più parti tastieristiche: tra Hammond e synth sono quattro o cinque
linee. Dal vivo è impegnativo, ma sulle cose difficili mi diverto. Poi, se
riescono sempre, è un altro discorso.
Tra un possibile live, un nuovo album e nuove idee, cosa ti
entusiasma di più del futuro dei Trip – Furio Chirico’s?
Sia i live sia i possibili nuovi album mi entusiasmano, ma
ciò che più mi piace è il rapporto che si è creato tra noi quattro. Ci vediamo
poco, ma quando succede c’è un grande affiatamento. Da quando è arrivato
Alessio la band è cresciuta molto: ci ascoltiamo, lavoriamo con attenzione e
arriviamo rapidamente alla miglior esecuzione possibile. Sono musicisti che non
hanno bisogno di presentazioni, con anni di esperienza e studio alle spalle. E
soprattutto ci divertiamo come quindicenni alla prima prova. In fondo, è questo
ciò che conta.
Il 19 giugno 1948 segna la nascita di Nicholas Rodney Drake, un artista il cui
impatto sulla musica folk e rock è, a decenni di distanza dalla sua prematura
scomparsa, ancora profondo e risonante.
Nick Drake è stato un cantautore britannico la cui breve ma
intensissima carriera ha lasciato in eredità tre album che, pur non avendo
riscosso successo commerciale ai tempi, sono oggi considerati capolavori
imprescindibili.
Drake era un musicista di rara sensibilità, capace di tessere
melodie intricate e testi poetici che esploravano temi di malinconia,
solitudine e bellezza. La sua musica, spesso caratterizzata da accordature
aperte e un fingerpicking virtuosistico alla chitarra acustica, creava
atmosfere intime e contemplative, quasi eteree. Brani come "Pink Moon" "Northern Sky" e "River Man"
sono esempi emblematici della sua arte, capaci di evocare immagini vivide e
stati d'animo complessi con una delicatezza sorprendente.
Nonostante il riconoscimento sia arrivato postumo,
l'influenza di Nick Drake è innegabile. Artisti di generi diversi, dal folk al
rock alternativo, hanno citato la sua opera come fonte d'ispirazione, ammirando
la sua originalità e la sua integrità artistica. La sua musica è stata
riscoperta e valorizzata da nuove generazioni di ascoltatori, grazie anche
all'inclusione in colonne sonore di film e spot pubblicitari che ne hanno
ampliato la notorietà.
La vita di Drake fu segnata da una profonda introversione e
da una battaglia con la depressione, che lo portò a isolarsi progressivamente.
La sua morte, avvenuta nel 1974 a soli 26 anni, ha avvolto la sua figura in un
alone di tragica leggenda, alimentando il mito del "poeta maledetto"
della musica.
A dispetto della sua breve esistenza, Nick Drake ha creato
un'opera senza tempo, un tesoro nascosto che continua a svelare nuove sfumature
ad ogni ascolto.
Dalle leggendarie melodie dei Beatles
a un'incessante carriera solista: un viaggio nel cuore pulsante della musica
con Paul McCartney
Compie 84 anni oggi Sir James Paul McCartney,
un nome che risuona con riverenza nel panorama musicale globale, incarna più di
mezzo secolo di innovazione, melodia indimenticabile e un impatto culturale
duraturo. Dalle umili origini a Liverpool fino al suo status di leggenda
vivente, la sua traiettoria artistica è una narrazione avvincente di talento
grezzo, incessante creatività e una capacità unica di connettersi con il cuore
e l'anima di milioni di persone.
La sua ascesa alla fama come membro fondatore dei Beatles
ha segnato una svolta nella storia della musica popolare. Insieme a John
Lennon, George Harrison e Ringo Starr, McCartney ha
ridefinito i confini della composizione, dell'arrangiamento e della performance
musicale. Il suo innato talento melodico, la sua versatilità strumentale e la
sua abilità lirica hanno contribuito in modo significativo al catalogo
rivoluzionario della band, che continua a influenzare generazioni di musicisti
e appassionati. Canzoni come "Yesterday", "Let It Be"
e "Hey Jude" non sono solo successi commerciali, ma anche
pietre miliari culturali che testimoniano la sua genialità compositiva.
Dopo lo scioglimento dei Beatles, un evento che scosse il
mondo della musica, McCartney non si adagiò sugli allori. La sua carriera
post-Beatles è stata un'esplorazione audace e prolifica di diversi generi
musicali e collaborazioni artistiche. La formazione dei Wings, insieme
alla sua compianta moglie Linda McCartney, ha dimostrato la sua capacità
di reinventarsi e di raggiungere nuove vette di successo. Album come Band
on the Rune Venus and Mars hanno consolidato il suo
status di forza creativa indipendente, sfornando ulteriori successi che sono
entrati nell'immaginario collettivo.
Oltre al rock e al pop, McCartney ha dimostrato una notevole
apertura mentale e curiosità artistica, avventurandosi nel mondo della musica
classica, della musica elettronica e delle colonne sonore cinematografiche. Le
sue collaborazioni con rinomati direttori d'orchestra e altri artisti
testimoniano la sua versatilità e il suo desiderio costante di superare i
confini creativi.
L'impatto di Paul McCartney trascende la sua produzione
musicale. Il suo impegno per i diritti degli animali, la conservazione
ambientale e l'educazione musicale lo hanno reso una figura influente anche al
di fuori del palcoscenico. La sua longevità nella musica, mantenendo una
rilevanza artistica e un'energia performativa sorprendenti, è una fonte di
ispirazione per artisti di tutte le età.
In definitiva, Paul McCartney non è solo un musicista; è
un'istituzione culturale. La sua musica ha fornito la colonna sonora a
innumerevoli vite, le sue melodie sono diventate parte del tessuto della nostra
esistenza e la sua eredità continua a evolversi con ogni nuova generazione di
ascoltatori. Esplorare la sua carriera attraverso un libro significa
intraprendere un viaggio affascinante attraverso la storia della musica
moderna, testimoniando la genialità di un artista che ha plasmato il suono del
nostro tempo e che continua a incantarci con la sua inesauribile creatività.
Paul McCartneyfesteggia oggi il suo compleanno e la
ricorrenza offre l’occasione per tornare a riflettere sul percorso di un
artista che ha segnato in modo profondo la storia della musica contemporanea.
La sua figura unisce generazioni diverse e continua a parlare a un pubblico
vasto, un pubblico che riconosce nelle sue melodie un patrimonio condiviso e
sempre vivo.
Ci sono artisti che attraversano il tempo come se il tempo
stesso fosse un loro collaboratore. Paul McCartney appartiene a questa
categoria rara. Ogni suo compleanno diventa un momento collettivo, quasi un
rito, in cui la storia della musica torna a farsi presente e viva.
McCartney non è soltanto l’ex Beatle che ha scritto melodie
entrate nella memoria del mondo. È un autore che ha saputo reinventarsi più
volte, passando dalla spinta creativa degli anni Sessanta alla libertà degli
Wings, fino alle esplorazioni più intime degli ultimi decenni. La sua voce ha
cambiato forma, il suo modo di scrivere si è trasformato, ma la sua capacità di
trovare una linea melodica che sembra esistere da sempre rimane intatta.
Ogni anno che passa aggiunge un nuovo strato alla sua figura.
Non un monumento, ma un artista che continua a muoversi. I suoi concerti
recenti mostrano un’energia che sorprende chiunque lo osservi dal vivo. La sua
presenza sul palco ha qualcosa di familiare e allo stesso tempo di
irripetibile. È come assistere a un dialogo continuo tra passato e presente,
tra ciò che è stato e ciò che ancora può essere.
Il suo compleanno diventa allora un’occasione per guardare
indietro senza nostalgia. Yesterday, Let It
Be, Maybe I’m Amazed, Blackbird non sono soltanto canzoni. Sono punti cardinali di un linguaggio
musicale che ha cambiato il modo di ascoltare e di scrivere. Ogni generazione
trova in quei brani un riflesso diverso, un’emozione che si rinnova.
McCartney ha sempre avuto un rapporto speciale con la
semplicità. Le sue melodie sembrano immediate, ma dietro quella immediatezza
c’è un lavoro minuzioso, un’attenzione al dettaglio che pochi compositori
possiedono. La sua forza sta proprio in questo equilibrio tra naturalezza e
precisione, tra istinto e artigianato.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, la sua figura appare più
che mai luminosa. Non come un’icona distante, ma come un artista che continua a
parlare al presente. La sua musica accompagna i momenti quotidiani, entra nelle
case, attraversa le città, resta nelle cuffie di chi cammina per strada. È una
presenza discreta e costante.
Festeggiare Paul McCartney significa riconoscere quanto la
musica possa essere un ponte tra epoche diverse. Significa ricordare che una
melodia può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. Significa celebrare un
uomo che ha dato forma a emozioni che ancora oggi ci sorprendono.
E mentre il calendario segna un altro anno, la sua musica
continua a scorrere come un fiume che non smette di trovare nuove direzioni. Un
fiume che porta con sé la storia del pop, del rock, della canzone d’autore. Un
fiume che continua a fluire grazie alla sua inesauribile curiosità.
Buon compleanno, Paul. La tua musica continua a insegnarci
che la bellezza può essere semplice, profonda e sempre nuova.
Il 18 giugno del
2013, all'età di 62 anni, ci lasciava Claudio
Rocchi, a causa di una malattia degenerativa.
A lui ho dedicato molte pagine, utilizzando spesso il
pensiero di chi lo ha conosciuto bene da vicino.
Oggi, per ricordarlo, lascio che sia la musica a condurre il
gioco e ripropongo per intero Volo Magico n.1,
suo secondo album, del ‘71, considerato dalla critica il migliore, in virtù di
una sorprendente maturazione sul piano musicale, con qualche equilibrata
concessione a stilemi tipicamente rock, e con un valido gruppo di musicisti,
tra cui spicca alla chitarra elettrica un giovanissimo Alberto Camerini, allora
semplice session-man.
L’album conteneva una suite, che occupava l’intero lato A,
caratterizzata da un ipnotico sapientissimo crescendo per certi versi
(inconsciamente?) ispirato dalla coeva Stairway to Heaven dei Led Zeppelin,
mentre la seconda facciata presentava, tra gli altri, forse il suo
brano-manifesto, il brevissimo ma pregnante La Realtà Non Esiste.