martedì 31 agosto 2021

Le ultime dal "mondo Genesis"


Mentre sta per partire il primo tour dal 2007, i Genesis pubblicheranno la raccolta "The Last Domino?" che uscirà nelle versioni doppio CD e quadruplo vinile.

In Gran Bretagna sarà disponibile a partire dal 17 settembre, mentre negli Stati Uniti dal 19 novembre.

La band comunica ufficialmente: “Quando Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford hanno annunciato l’evento, il tour si è trasformato in uno dei più venduti dell'anno.

Avrà inizio il 20 settembre con due serate alla Birmingham Utilita Arena e suoneranno un totale di 16 spettacoli nelle arene del Regno Unito, seguiti da un tour nelle arene del Nord America.

"The Last Domino?" è il compagno perfetto per il tour. Include 27 brani selezionati con la band e la maggior parte verranno eseguiti durante il tour; è un pacchetto che rappresenta il loro incredibile viaggio dall'essere una delle band pioniere del rock fino al successo globale che li ha visti suonare in stadi sold-out in tutto il mondo per decenni.

Il set presentato su quattro vinili è proposto in una confezione cartonata apribile come un libro, che include immagini rare e inedite della band dal loro archivio e immagini delle prove del 'The Last Domino? Tour'.

L'evoluzione dei Genesis è unica; il loro suono si è sviluppato e progredito durante la loro carriera con molteplici variazioni di formazione nei primi anni.

La line-up formata da Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford ha preso forma nel 1976”.

 

Tracklist: 

CD1 

1. Dukes End 

2. Turn It On Again 

3. Mama 

4. Land Of Confusion 

5. Home By The Sea 

6. Second Home By The Sea 

7. Fading Lights

8. The Cinema Show

9. Afterglow

10. Hold On My Heart 

11. Jesus He Knows Me

12. That’s All

13. The Lamb Lies Down On Broadway

14. In Too Deep 

15. Follow You Follow Me 

CD2 

1. Duchess

2. No Son Of Mine

3. Firth Of Fifth

4. I Know What I Like 

5. Domino Medley 

6. Throwing It All Away 

7. Tonight, Tonight, Tonight 

8. Invisible Touch 

9. I Can’t Dance 

10. Dancing With The Moonlight Knight 

11. Carpet Crawlers 

12. Abacab 

LP1 

1.Dukes End 

2.Turn It On Again 

3.Mama 

4.Land Of Confusion 

5.Home By The Sea 

6.Second Home By The Sea 

7.Fading Lights 

LP2 

1.The Cinema Show 

2.Afterglow 

3.Hold On My Heart 

4.Jesus He Knows Me 

5.That's All 

6.The Lamb Lies Down On Broadway 

7.In Too Deep 

8.Follow You Follow Me 

LP3 

1.Duchess 

2.No Son Of Mine 

3.Firth Of Fifth 

4.I Know What I Like 

5.Domino Medley 

6.Throwing It All Away 

LP4 

1.Tonight, Tonight, Tonight 

2.Invisible Touch 

3.I Can’t Dance 

4.Dancing With The Moonlight Knight 

5.Carpet Crawlers 

6.Abacab







lunedì 30 agosto 2021

Il batterista degli Iron Butterfly Ron Bushi ci ha lasciato all'età di 79 anni.


 Il batterista degli Iron Butterfly Ron Bushi è mancato all'età di 79 anni

 

Il gruppo ha confermato la morte di Bush in un post su facebook il 29 agosto. Sebbene la causa della morte non sia stata ancora determinata, pare che lottasse da tempo contro una malattia incurabile.

"Il nostro amato batterista Ron Bush è morto pacificamente, con al suo fianco la moglie Nancy, al Santa Monica Hospital il 29 agosto alle 12:05 p.m" - comunica la band -, tutte e tre le figlie erano con lui. Era un vero guerriero.

Dal 1968 al 1975, la band pubblicò sei album, e Bushi fu l'unico membro del gruppo ad apparire in tutti e sei.

Nel 1968 furono pubblicati l’album di debutto degli Iron Butterfly, “Heavy”, e il famoso “In-A-Gadda-Da-Vida”. La title track di quest'ultimo diventò un successo mondiale e il disco raggiunse la quarta posizione nella classifica Billboard 200.

Imperdibile l’assolo di batteria di Bush.

“In-A-Gadda-Da-Vida” ha venduto più di otto milioni di copie nel suo primo anno negli Stati Uniti.

Bushi si era ritirato dalla musica a tempo pieno nel 2010.







domenica 29 agosto 2021

Luciano Boero ricorda Alberto Gaviglio

Quando ho appreso della prematura dipartita di Alberto Gaviglio non sono rimasto sorpreso, sapevo della sua malattia, ma a certe perdite non ci si riesce ad abituare, anche se, come nel nostro caso, il rapporto personale era di relativa recente costruzione, paradossalmente legato alla fine della Locanda delle fate e all'epilogo del 2017.

Da allora sono rimasto in contatto con lui e ho seguito alcuni suoi passi, rivedendolo dal vivo col fido Luciano Boero nel corso di una esibizione ligure nell’agosto del 2019.

Ma i ricordi personali non mi sembravano adeguati per una ricostruzione fedele dell’uomo e dell’artista, qualcosa che gli rendesse il giusto merito, e nell’immediato la frase sintetica più rappresentativa l’ho catturata dal suo stesso pensiero: 


"Architetto per necessità, Musicista & Autore per vocazione".


Ho quindi pensato di lasciare il passo a chi con lui ha vissuto e mi sono rivolto all’amico - di entrambi - Boero, che oltre ad essere un grande musicista è scrittore, ed è stato il collante che ha permesso di far nascere e coltivare un progetto durato 40 anni.


Ma i rapporti personali non vanno mai in pensione, a discapito dell’età che avanza e dell’evoluzione della vita.

Luciano ha accettato di buon grado il mio invito - come da sempre fa - e mi ha inviato il suo toccante mood a caldo.

Non mi sono quindi accontentato della dichiarazione ufficiale a seguire, ma ho cercato la profondità che è frutto di un percorso fatto fianco a fianco, condividendo gioie e dolori, sino alla fine:

 

Dopo lunga malattia, ieri sera Alberto ci ha lasciati. Con lui se ne va il musicista, ma soprattutto l’amico che ha contribuito a realizzare il sogno di sette ragazzi: uno dei più apprezzati album prog dei ‘70. Sua l’invenzione delle lucciole, suoi quasi tutti i testi. Che tu possa, Alberto, continuare a inventare favole volando su quei prati della fantasia dove, grazie a te, le lucciole vivranno per sempre".

 

Ecco come Luciano si rivolge al suo amico Alberto…

 


MENTRE VOLI IN ALTO

(lettera all’amico Alberto Gaviglio)

 

“Mentre voli in alto, in braccio a comete venute per te…”

 

Non son passate ventiquattr’ore dall’ultimo saluto e già mi tormenti per le frasi che avrei potuto dirti e che invece non ti ho detto. Ultimo saluto per modo di dire, tra l’altro, perché mentre fissavo quello scrigno di legno che ti racchiudeva, già lo sentivo vuoto. La tua presenza l’avvertivo ormai eterea e fluttuante oltre i bei coppi d’argilla del quartiere romano della tua Acqui.

Ne hai fatto di casino. Hai radunato tanta bella gente. Persino ex locandieri scomparsi da anni dall’orizzonte ottico. Ne sono stato oltremodo felice.

Per non parlare poi dei social, dove ancor ora ti starai stupendo di quanta popolarità godessi.


Siamo due gemelli separati alla nascita”. Me l’hai detto tu infinite volte quando scoprivamo per l’ennesima volta che nelle questioni più disparate avevamo lo stesso punto di vista, che entrambi avevamo avuto un trascorso giovanile impastato con gli stessi tormenti, le stesse emozioni.

Anche l’aspetto religioso ci ha sempre visto collimanti: entrambi agnostici. Non atei, giammai. Ateismo è presunzione, assoluta certezza al pari della fede. Tutti e due col rammarico di non essere riusciti a trovare il bandolo che portasse illuminazione alle domande senza risposta.

Ti ho sempre detto che ti invidiavo il testo di Molecole, che in punta di piedi muoveva un passo nell’infinito alla ricerca di Dio.

 

“Molecole di Dio

Nell’universo, nell’eternità

Dai nostri sogni sparsi in tutti gli angoli

Al grande volo verso l’aldilà…

Molecole di noi

Noi che facciamo la Sua volontà

Noi particelle micro-indispensabili

Del gran disegno che Lui solo sa…”

 

Ne parlavamo sovente, di queste cose ed altre, nella telefonata del lunedì pomeriggio, che per me coincideva col momento in cui la lavasciuga sfornava il bucato. Col telefono nella tasca posteriore, indossati gli auricolari, era un piacere stirare parlando con te del più e del meno.

Sì, è vero, si partiva sempre con l’acciacco del giorno, ma non durava tantissimo. Era facilissimo slittare su altri argomenti. La musica in primo piano. Magari annunciavi la nascita dell’ultima creatura, il brano “perfetto” - lo facevi spesso -, quello che avrebbe scalato le classifiche di mezzo mondo. Mi leggevi la frase “clou”, quello che in gergo chiamavamo slogan, quello che, se non c’è, il tuo testo rimane anonimo e non “funziona”.


Eri facile agli entusiasmi. Forse mi raccontavi le tue cose perché sapevi che io, altrettanto sognatore, godevo però di un pizzico di pragmatismo in più che faceva da giusto contrappeso alla tua maggior spregiudicatezza artistica. Come me, hai sempre preferito una critica sincera a un falso complimento.

Sai cosa pensavo proprio ieri mentre ascoltavo osservando lo scrigno di legno a centro navata? Che in un’occasione così si tende a pensare al passato, a ciò che di buono la persona appena scomparsa ha fatto nella vita.

E lì ci sono stati fiumi di parole: Architetto, Musicista, Compositore… Alberto, eccellevi in tantissimi campi e un libro non sarebbe bastato a descriverti in toto.

Nella mia testa, mi veniva però di sovvertire lo scontato - ti ricordi, lo facevamo spesso per gioco durante le nostre conversazioni telefoniche - prendere il microfono e parlare invece di futuro.

Perché, se è vero che nessuno di noi muore veramente finché rimane nei pensieri di chi resta, allora tu vivrai ancora a lungo.


Sai Alberto, prima di ogni insegnamento artistico - e tu mi hai insegnato come ci si destreggia con le parole coniugando il bel suono con un buon significato - con te ho imparato il valore della lealtà e dell’amicizia. Valori imprescindibili, se ci si trova all’interno di un gruppo.

Sembra semplice, scontato, ma non lo è affatto e tu lo sai bene.

Vabbè, in campo artistico succede che le parole a volte scappino di bocca, magari persino per augurarsi la morte, per poi finire abbracciati dieci minuti dopo con un pace-carote-patate. L’importante è ciò che si intuisce esserci “dentro” all’altro. La bella gente la si fiuta e la si riconosce. Se la si perde, prima o poi la si ritrova.

Ebbene, in futuro, son certo continuerai ad ispirarmi questi valori. Son certo che sarà lo stesso anche per le persone a cui hai voluto - e che ti hanno voluto - bene.

Sarà il tuo modo di continuare a vivere con noi, di seguirci dalla stanza accanto.


Sempre parlando di futuro, dato l’agnosticismo che ci accomuna - il che equivale a un “non si sa mai” - se per caso ti capitasse il brano perfetto, che può scalare le classifiche di mezzo mondo, i piedi tirali pure a me. Non stare lì a disturbare nessun altro.

Ciao. Ci vediamo.

Lucky

 

A conclusione ho preparato un medley a lui dedicato, un estratto dei due concerti di fine 2017: sarà facile afferrare l’atmosfera che avvolge i “Locandieri”, e sarà altrettanto naturale immaginare l’attuale dolore legato ad un percorso materiale che si è interrotto, mentre il legame affettivo proseguirà nel tempo, indissolubile, sentimento che solo le persone virtuose e sensibili possono provare.

 

Ecco la mia ricostruzione, con l’intenzione di ricordarlo sul palco, immaginando che ci resterà per un tempo infinito…

 






venerdì 27 agosto 2021

Ricordando Stevie Ray Vaughan


La notte del 27 agosto 1990, dopo aver partecipato ad un grande concerto all'Alpine Valley Music Theater di Alpine Valley Resort, con Eric ClaptonRobert CrayBuddy Guy e il fratello JimmieStephen "Stevie" Ray Vaughan sale su un elicottero per tornare al suo albergo di Chicago. Come dichiarato in seguito dallo stesso Clapton, Vaughan, stanco per il concerto, chiede di prendere il posto di Clapton e partire per primo. Poco dopo il decollo però il velivolo si schianta contro una collina a causa della fitta nebbia e della poca esperienza del pilota in simili condizioni atmosferiche. Nell'impatto oltre allo stesso Stevie Ray Vaughan muoiono il pilota Jeff Brown e i membri dello staff di Eric Clapton, Bobby Brooks, Nigel Browne e Colin Smythee. Nessuno si accorge dell'incidente fino alla mattina seguente, quando l'elicottero non giunge a destinazione.

Stevie Ray Vaughan viene sepolto il 31 agosto 1990 al Laurel Land Memorial Park di Dallas, accanto al padre, morto quattro anni prima nello stesso giorno del figlio. Aveva 36 anni.
Era nato a Dallas il 3 ottobre del 1954, ed è stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana. Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere. Nel 2003, la rivista Rolling Stone lo mette al 7º posto nella Lista dei 100 migliori chitarristi e Classic Rock Magazine lo mette al 3º posto nella lista dei 100 Wildest Guitar Heroes del 2007.

Stevie Ray Vaughan è il miglior chitarrista che abbia mai sentito suonare
(Eric Clapton)
Questo disse Eric prima della sua scomparsa prematura.

Il nome da solo vale una leggenda, in ambito blues, ed è così che l’ho sempre considerato.
Ma conoscere un nome, sapere magari a quale viso sia abbinato, non significa inquadrare il personaggio, e soprattutto non fornisce indicazioni sul suo effettivo "lavoro".
Ciò che riesce ad uscire dalla sua Fender è quello che normalmente abbiniamo a musicisti di colore, perfettamente a loro agio nella semplicità di struttura del blues e nell’infinita complicatezza che deriva dal far emergere gioia e dolore attraverso le sei corde.
Si dice che per fare il blues occorra avere sofferto, aver vissuto la strada, e l’accostamento porta quasi sempre al popolo di colore, anche se i casi opposti abbondano.
E Stevie Ray Vaughan ne è un esempio… purtroppo non più fisicamente presente.

Hanno detto di lui: 

È stato uno dei più grandi esponenti della chitarra blues americana.
Benché durante la sua breve vita abbia pubblicato solo quattro album in studio e uno live, è noto come uno dei musicisti più dotati e influenti del suo genere
.”


Ho trovato nel sito ufficiale Fender una descrizione esaustiva...

La leggenda di Stevie Ray Vaughan ha squassato gli anni '80 con la forza di un tornado: il suo talento purissimo, il suo playing caratteristico, la forte matrice blues hanno portato a dischi d'oro e tour "tutto esaurito", prima del suo tragico decesso all'età di 35 anni. La sua fama giunge comunque inalterata ai giorni nostri attraverso i puristi del blues e i fan del rock, che parlano di lui come uno dei più influenti bluesman elettrici della storia.Vaughan ebbe il merito di fondere il blues puro delle origini, di Albert King, Otis Rush e Muddy Waters, con la vena rock della chitarra di Jimi Hendrix per creare uno stile nuovo, sconvolgente, in grado di lasciare l'ascoltatore letteralmente senza fiato, in un periodo storico, tra l'altro, in cui il blues non era decisamente all'apice della sua popolarità come genere musicale. Nato e cresciuto a Dallas, Vaughan cominciò a suonare da bambino, ispirato dal fratello più grande, Jimmie. All'età di 17 anni abbandonò la scuola per concentrarsi esclusivamente sulla musica e suonare in una notevole moltitudine di gruppi, che servirono da embrione alla formazione, a fine anni '70, dei Double Trouble, chiamati così da un brano di Otis Rush. A quel tempo, Stevie cominciò anche a cantare, e i Double Trouble si ritrovarono a regnare sul fertile territorio musicale di Austin, Texas. Nel 1982, la performance al Montreux Festival catturò l'attenzione della leggenda del rock David Bowie, che arruolò Stevie Ray per le registrazioni del disco di quell'anno, "Let's Dance". I Double Trouble firmarono quindi con la Epic, e l'anno successivo vide la pubblicazione del primo album, "Texas Flood". Quell'album ebbe un successo immenso, riportò il blues nelle classifiche per la prima volta dalla fine degli anni '60; inevitabilmente, fu immediatamente registrato un nuovo album, e Couldn't Stand the Weather raggiunse posizioni ancora più alte in classifica e un più grande successo, in generale, di "Texas Flood". Il terzo album, "Soul to Soul", vide la luce nell'estate del 1985 e, nel 1987, dopo un intensissimo tour americano, fu pubblicato il live doppio "Live Alive". L'abuso di alcol e droghe minarono pesantemente la salute di Stevie, e lo costrinsero a un lungo periodo di disintossicazione. Nel 1989 finalmente, i Double Trouble tornarono più in forma che mai con "In Step", raggiunsero il 33° posto in classifica, e vinsero un Grammy per il miglior disco di blues contemporaneo, ottenendo il disco d'oro a soli sei mesi dall'uscita della nuova fatica discografica. Il 26 agosto 1990 i Double Trouble suonarono a East Troy con Eric Clapton, Buddy Guy, Robert Cray e Jimmie, il fratello di Stevie Ray. Al termine del concerto, Vaughan si imbarcò su un elicottero per Chicago, ma il velivolo si schiantò pochi minuti dopo il decollo, uccidendo il chitarrista e altri quattro passeggeri.Un disco di duetti col fratello Jimmie era stato registrato poco prima della sua morte e, quando fu pubblicato quello stesso ottobre, entro direttamente al numero 7 in classifica. Successivamente, le numerose uscite discografiche postume e le collezioni di inediti giunsero alla stessa popolarità dei dischi pubblicati da Vaughan da vivo. La Fender, nel 2002, riprodusse la famosa Stratocaster Number One di Stevie e ne fece un modello Signature.


Curiosità - Lo stile

Il caratteristico stile di Stevie Ray Vaughan è spesso paragonato a quello di Jimi Hendrix, dal quale Vaughan ha, per sua stessa ammissione, tratto grande ispirazione. Altre influenze molto evidenti derivano da Albert King,Chuck Berry, Buddy Guy, B.B. King, e da Kenny Burrel, per i brani dalle atmosfere jazz. Lo stile è scandito da fraseggi veloci e movimentati spesso ripetuti, con grande precisione ritmica, ma anche di assoli lenti e melodici. Durante il corso degli anni il sound di Vaughan è variato dall'uso di suoni e riff brillanti e taglienti (stile Albert King) dei primi anni 80, a figurazioni più melodiche e corpose (stile Eric Clapton) all'inizio del 1990. Una particolarità del suono di Vaughan derivava dall'uso di corde di dimensioni a volte molto superiori alla norma, di scalatura 0.13 e talvolta 0.14 fino ad arrivare a scalature estreme come la 0.18/0.74. Renè Martinez, suo tecnico, lo convinse ad abbandonare queste corde in favore di altre di dimensioni più convenzionali per evitare danni alle dita (per ovviare a questi inconvenienti ricopriva i polpastrelli di colla "Superglue", usata anche dai soldati americani in Vietnam per chiudere le ferite in attesa di soccorsi).








mercoledì 25 agosto 2021

Charlie Watts, gli Stones e un pensiero... impopolare!

Sta nella logica delle cose veder appassire e poi morire le persone che ci circondano, consci che prima o poi anche noi arriveremo alla meta non desiderata, ma è grande l’effetto e il disagio quando la dipartita riguarda un volto noto, storico, mitico, che da tutta la vita ti accompagna, nel mio caso dalle scuole medie in poi.

In realtà il mio amore per i Rolling Stones è finito presto e attorno a metà degli anni ’70 ho iniziato a perdere interesse per quella che, credo giustamente, è stata definita la più grande Rock and Roll band mai esistita.

Sino a quel momento ricordo bene come i loro singoli rappresentassero per me la rivoluzione rock contrapposta alle meravigliose melodie dei Beatles, brani - di entrambi i gruppi - che tutt’ora fanno parte della mia playlist… inutile elencarli.

In quella fantastica e primitiva formazione c’erano un paio di artisti illuminati e dal 1969, dopo la morte di Brian Jones, ne rimase uno solo, Mick Jagger.

Ovviamente è solo il mio pensiero e so già che molti non saranno d’accordo; ho già avuto prova che i miti non si possono contestare né scalfire ma solo osservare da lontano e ringraziare, e quando si avanza qualche cauta critica il mondo intero si mobilita per riportare al centro il pensiero ortodosso, quello che prevede un solo punto di vista che ha a che fare con l’approvazione incondizionata, spesso immotivata.

Negli Stones non ho mai riconosciuto elementi geniali, salvo il già citato polistrumentista Jones e il frontman e autore Jagger, ma in ogni caso la miscela è sempre risultata esplosiva e vincente: non è un caso se sono ancora in pista dopo tutti questi lustri.

Ma il valore di un musicista deve tener conto della sua capacità innovativa, del suo saper creare un modello nuovo, inesistente in precedenza.

Prendiamo Keith Richards, chitarrista dalla dimensione - e dalla vita - molto… criticata.

In tanti hanno descritto con veemenza la sua pochezza tecnica ma se abbiamo potuto godere di brani come “(I Can't Get No) Satisfaction”,Brown Sugar” o “Honky Tonk Women” il merito è proprio di Richards che, contaminato dai "suoi" musicisti blues, elimina da subito il “MI” dalla sua Telecaster - divenuta così a 5 corde - e imposta una accordatura aperta in “SOL”, aprendo la strada verso un mondo nuovo, quello che gli ha permesso di inventare i suoi famosi licks.

L’uomo giusto al posto giusto, senza poi parlare della sua significativa capacità autorale.

Dopo Jones (mancato nel '69) arriva un grande bluesman, il chitarrista Mick Taylor - che non resisterà molto in quel circuito pericoloso - seguito a ruota da Ronnie Wood, il perfetto compagno di Richards, il pittore, da sempre amico degli Stones.

Non dimentico un certo... Bill Wyman, per oltre trent'anni parte della sezione ritmica della band, un bassista "regolare" e poco avvezzo alla teatralità. 

E poi c’è…. c’era… Charlie Watts, silenzioso, elegante, moderato, fuori dalla cornice maledetta che circonda la super band inglese.

Oddio, anche lui passa dei brutti momenti negli anni ’80, e l’alcol e l’eroina non lo risparmiano, ma ne esce fuori e mantiene il contegno, con la regolarità che lo ha sempre contraddistinto.

Ha origini umili, è un autodidatta intelligente e appassionato di jazz e blues.

Sembrerebbe sempre sullo sfondo, defilato, ma il suo carattere forte e la sua leadership sono evidenti e dichiarati dai compagni di viaggio, e i suoi continui ammiccamenti da palco con l’amico Keith fanno pensare a rapporti solidi, coltivati e rafforzati nel tempo, oltre gli obblighi professionali.

Lo tsunami da performance, quello che spesso va on onda quando gli Stones sono in concerto, sembra non toccarlo, perché in qualunque direzione vada la nave ci vuole sempre qualcuno capace di raddrizzare la barra e tenere il tempo giusto, dall’inizio alla fine.

Ecco, Charlie Watts era, a mio giudizio, l’unico batterista possibile in un gruppo di pazzi scatenati, un buon batterista a cui non era richiesto di esagerare, di accelerare, di sorpassare, ma solo di mantenere la rotta.

Insomma, dalle mie parole è facile capire come Watts non mi abbia mai toccato più di tanto e, pur riconoscendone il ruolo fondamentale, vederlo al dodicesimo posto tra i migliori batteristi di tutti i tempi (classifica stilata dalla rivista “Rolling Stones”) mi pare azzardato.

Se invece discutiamo di funzionalità rispetto al progetto, beh… Charlie Watts appare unico e insostituibile.

Ma parlare di skills davanti a chi ha fatto la storia del rock è inutile e sicuramente impopolare ed è probabile che i nuovi Stones, con un altro drummer, non avranno molta vita. Ma certamente verrò smentito, e un po' me lo auguro.

Charlie Watts non era quindi il mio batterista del cuore, ma sicuramente l'elemento che più ho apprezzato tra gli Stones, perché la visibilità comporta enormi responsabilità e l’immagine che la band ha sempre regalato dal palco, fatta di trasgressione ad ogni costo, mi ha sempre infastidito.

Cosa c’entra tutto questo con la musica? Lascio ad ogni lettore la propria valutazione.

Ciao Charlie, batterista di una band che ho amato alla follia sino … al 1975, o giù di lì!

 





martedì 24 agosto 2021

Dave Dee, I Dozy, Beaky, Mick &Tich-Il pop/rock britannico degli anni Sessanta


Dave Dee, I Dozy, Beaky, Mick &Tich fu un gruppo pop/rock britannico degli anni Sessanta. Due dei loro singoli vendettero più di un milione di copie ciascuno, e raggiunsero il numero uno nella UK Singles Chart con il secondo di loro, "The Legend of Xanadu".


Un po' di storia…

Un giorno del 1961, cinque amici di Wiltshire (contea inglese) - David John Harman (Dave Dee), Trevor Leonard Ward-Davies (Dozy), John Dymond (Beaky), Michael Wilson (Mick) e Ian Frederick Stephen Amey (Tich) -, decisero di formare un gruppo, originariamente chiamato “Dave Dee and the Bostons”.  Presto rinunciarono al loro lavoro reale (ad esempio Dave Dee era un poliziotto) per provare a guadagnarsi da vivere con la musica. Oltre ad esibirsi nel Regno Unito, occasionalmente suonavano ad Amburgo (Star-Club, Top Ten Club) e a Colonia (Storyville).

Nell'estate del 1964, i cantautori britannici Ken Howard e Alan Blaikley si interessarono al loro lavoro, dopo che la band aveva iniziato a operare in studio con con Joe Meek (produttore discografico, tecnico del suono e compositore inglese), ma con scarsi risultati, e le sessioni di registrazione non decollavano. Dave Dee raccontò un episodio significativo: “Meek aveva tecniche di registrazione molto strane. Voleva che suonassimo la canzone a metà velocità e poi incrementava e inseriva tutti i suoi trucchetti, e così non riuscivamo a far quadrare le cose. Un giorno esplose, lanciò lontano il caffè sporcando le pareti dello studio e se ne andò nella sua stanza. Il suo assistente - Patrick Pink - entrò e disse che Meek non avrebbe più fatto registrazioni per quel giorno. Finì così, prendemmo tutta la nostra attrezzatura e tornammo a casa".

Il gruppo alla fine ottenne un contratto discografico con la Fontana Records.

Ken Howard, iniziando a seguire il quintetto, dichiarò che: "Abbiamo cambiato il loro nome in Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick e Tich perché erano i veri soprannomi e perché volevamo sottolineare le loro personalità molto distinte tra loro, in un clima che tendeva a considerare le band esistenti solo come entità collettive”.

Il nuovo nome, unito alle canzoni ben prodotte e orecchiabili di Howard e Blaikley, catturò rapidamente l'immaginazione del pubblico britannico, e i loro dischi cominciarono a vendere in abbondanza. In effetti, tra il 1965 e il 1969, il gruppo trascorse più settimane nella UK Singles Chart rispetto alle Beatles e fece un tour in Australia e In Nuova Zelanda, paesi dove avevano avuto ottenuto un notevole successo di classifica.

Con "The Legend of Xanadu" superarono il milione di copie vendute, ma realizzarono altre hits, come "Hideaway", "Hold Tight!", "Bend It!", "Save Me!", "Touch Me, Touch Me", "Okay!", "Abadak!" e "Last Night in Soho".

La canzone "Bend It!" diventò un grande successo in Europa, numero uno in Germania. La canzone fu ispirata dalla musica della colonna sonora del film “Zorba il Greco”, e per ottenere un suono simile al bouzouki fu utilizzato un mandolino elettrificato.


Le vendite combinate nel Regno Unito e in Europa furono notevoli, tuttavia, nell'ottobre 1966, la rivista musicale britannica NME commentò che decine di stazioni radio statunitensi avevano vietato il disco perché il testo era considerato troppo… suggestivo. Il gruppo rispose registrando una nuova versione, a Londra, con un diverso insieme di parole, e il disco fu rilasciato negli Stati Uniti, poiché il singolo originale era stato ritirato dalla vendita.

Negli Stati Uniti, il gruppo non riuscì a sfondare in modo uniforme, anche se ebbero affermazioni regionali, in particolare nelle città nord-orientali come Cleveland, Buffalo, Syracuse, Albany e Boston, dove sia "Bend It" che "Hold Tight" ottennero un notevole ascolto ed entrarono nella top 10 delle stazioni radio locali. Durante l'inverno 1967-68 incrementarono la loro presenza americana, ma non raggiunsero mai il consenso di massa.


Nel settembre 1969 Dave Dee lasciò il gruppo per una breve carriera solista, e il resto della band, rinominato D, B, M e T, continuò a pubblicare dischi fino a quando non si sciolsero nel 1972.
Negli anni Ottanta il gruppo si riformò, sempre senza Dave Dee, che nel frattempo era diventato produttore discografico per la Magnet Records.

Negli anni Novanta il gruppo si ripropone dal vivo, questa volta con Dave Dee, che ha in ogni caso continuato le sue attività sino al 2008, nonostante il precario stato di salute dovuto ad una brutta malattia diagnosticata nel 2001

Nel 2013, John Dymond (l'originale Beaky) è tornato nella band e nel 2014 Tich si è ritirato dopo 50 anni.

Con Ray Frost come nuovo "Tich", la band, che includeva ancora due membri originali, si è impegnata a continuare, almeno sino alla morte di Trevor Ward-Davies (Dozy), mancato il 13 gennaio 2015, all'età di 70 anni, dopo una breve malattia.

Una storia che vale la pena ricordare!


Discografia:

Albums
Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich (1966) – UK #11
If Music Be the Food of Love ... Then Prepare for Indigestion (1966) – UK #27
Golden Hits of Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich (1967) (solo UK )
Greatest Hits (1967) (solo US) – US #155
What's in a Name (1967) (Netherlands release)
If No One Sang, Time to Take Off (US Title) (1968)
Together (1969)
Attention (1971)
The BBC Sessions (live) (2008)