martedì 28 giugno 2022

Il Giro Strano-“Il Pianeta Della Verità”

 


Primi anni Settanta, sono un adolescente che sente nell’aria il profumo della musica, attratto da quanto sta nascendo intorno, affascinato da ogni aspetto collaterale.

Non può sfuggirmi quel ragazzo che ogni giorno esce dal portone vicino al negozio di alimentari dei miei zii, con il “permesso” di portare lunghi capelli ed una “valigia” che suggerisce che all’interno è presente uno strumento a corda, che successivamente scoprirò sia un basso elettrico. E i suoi colleghi di avventura sono come lui, molto… alternativi!

Quel bassista era ed è (anche se ha da tempo appeso lo strumento al chiodo) Mario Pignata, e ha fatto parte di uno dei gruppi più importanti del prog rock savonese. Mi capitò anche di fare una piccola jam con lui (e Beppe Aleo alla batteria), ma questa è un’altra storia.

Ho ritrovato Mario in altri ambiti in periodi recenti, ma questo ricordo mi permette di proporre quella band e introdurre la fermatura del cerchio, perché il sestetto Il Giro Strano - era questo il nome - non riuscì mai a pubblicare un Lp durante la piena attività, come già sottolineato temporalmente focalizzata nei primi anni ’70.

Black Widow Records, come spesso accade, pone rimedio e colma la lacuna, facendo opera di giustizia musicale e pubblicando un album storico, “Il Pianeta Della Verità”.

Tutta la storia de Il Giro Strano, analizzata nei dettagli, è fruibile al seguente link:

https://athosenrile.blogspot.com/2022/03/il-giro-strano-la-vera-storia.html

A seguire propongo una chiacchierata con Alessio Feltri, che rispolvera aneddoti del tempo e ci permette di approfondite maggiormente una storia nata molti anni fa, che ora appare delineata in tutti i suoi contorni e la cui analisi, immagino, sia diventata bilancio di una vita, quel sentiero percorso dai protagonisti di questo racconto nell'arco di 50 anni e oltre.

L’album è costituito da 11 tracce a cui si aggiungono 2 bonus tracks, mp3 download card, in cui viene proposta anche una cover dei Led Zeppelin, la famosa “Since I’ve Been Loving You”.

Nella track list di fine articolo, cliccando sul titolo, è possibile ascoltare i singoli brani.

Savona è la città di riferimento, bagnata dal mare, un elemento che mi propone una metafora comparativa con la musica.

Il mare si può ammirare da lontano, oppure navigare/nuotare in superficie. Esiste poi chi decide di immergersi nel profondo facendosi avvolgere.

La musica de Il Giro Strano - una proposta quasi rivoluzionaria per l’epoca - è quella che realizzarono giovani visionari vogliosi di una full immersion in un mondo/mare infinito, tra contaminazioni ed esempi “stranieri”, incuranti dell’ortodossia che da sempre propone modelli di facile fruizione.

Il rock del Giro si miscela al jazz, al blues, e passa attraverso una frantumazione delle regole, tanto che i tre minuti utili un tempo per proporre la canzone potenzialmente da hit parade si dilatano senza alcuno sguardo al “buon comportamento”, e affibbiare alla band lo status di "iconoclasta" potrebbe essere azzeccato.

Fantastici musicisti, carichi di idee sposate alla pazzia giovanile, presentano oggi un contenitore storico, forse difficile da comprendere per le nuove leve, ma capace di liberare un profumo unico, quello che consente di toccare in un attimo momenti che riconducono ad un cambio culturale epocale, e alla fine ci si accorge che la musica diventa veicolo per scatenare sentimenti, ricordi e momenti significativi del nostro percorso personale.

Mi sono emozionato nell’ascoltare le tracce de “Il Pianeta Della Verità” e sono certo che il valore intrinseco verrà a galla all’impatto. Certo, come racconta Feltri nel corso dell’intervista, il tutto resta nell’ambito di una nicchia di fruitori, ieri come oggi, e quindi lasciamo al mainstream l’ortodossia e teniamoci la qualità, fatta di idee, competenze e voglia di osare.

Buona lettura e buon ascolto…

 

Intervista ad Alessio Feltri

 


Vorrei partire dall’attualità, dal disco appena uscito, dalla realizzazione di qualcosa che forse è arrivato in ritardo rispetto alla vostra storia: come siete giunti alla conclusione di questo nuovo e impegnativo progetto?

Tutto è nato da un’iniziativa di Pino Pintabona della Black Widow. Mi ha contattato e mi ha riferito della sua volontà di ristampare i brani di Il Giro Strano, per cui ho iniziato un laborioso periodo di “recupero” degli stessi.

 “Il pianeta della verità” è stato prodotto e distribuito da Black Widow Records: come è nato il matrimonio tra le parti?

De Il Giro Strano esisteva solo un CD edito in precedenza (1992) dalla Mellow Records. Pintabona ne ha acquistato i diritti e ci ha contattato per acquisire quanto più materiale originale possibile.

So che per tracciare la lunga biografia che è inserita nel booklet avete riunito pensieri e persone ormai molto distanti tra loro, anche dal punto di vista geografico: quali sono state le difficoltà e quali i piaceri? 

Difficoltà enormi, però superabili grazie all’attuale connessione globale, che consente di mettere in relazione i ricordi di ciascuno, minimizzando imprecisioni inevitabili per via della distanza cronologica. Comunque ci siamo molto divertiti a correggere talvolta anche i nostri stessi ricordi…

La raccolta del materiale avrà richiesto tempo e impegno da parte di tutti, ma immagino che sarà stata una spinta verso il ricordo e la memoria della gioventù: qualche rammarico per una strada che, forse, poteva essere, musicalmente parlando, più gratificante?

Se non abbiamo potuto arrivare in quel tempo a rendere la nostra musica in grado di sostenerci economicamente, in parte è stato colpa del mercato ma in parte è stata colpa

nostra. Non abbiamo avuto il coraggio di fare quei sacrifici che si richiedono a chi opera scelte artistiche indipendenti dal contesto. A nostra discolpa devo però dire che molti di noi non avevano possibilità economiche sufficienti.

Che cosa ha cementato quel gruppo di musicisti formidabili?

Non eravamo colleghi, eravamo amici e in certi momenti pure conviventi. Dato che molti di noi all’epoca dovevano lavorare nelle sale da ballo per vivere, ci univa il fatto che tra di noi si doveva fare la musica che ci piaceva, indipendentemente da questioni mercantili. Per questo si lavorava molto sulla tecnica individuale e si cercavano influenze da gruppi stranieri che all’epoca in Italia erano misconosciuti.

Che ricordi hai del movimento musicale savonese dei primi seventies? C’era fermento oltre a voi?

A sentire oggi molti della nostra età sembrerebbe che allora fossero tutti rockettari convinti. In realtà solo in minima parte il pubblico rispondeva positivamente, specialmente quando si trovava di fronte a scelte musicali piuttosto “spinte”. Non esisteva un vero e proprio movimento culturale. Noi seguivamo il nostro percorso, sapevamo che c’erano altri, ma ci eravamo scelti e tanto bastava.

Riascoltando oggi la vostra musica, come la trovi rispetto al momento che stiamo vivendo? Possibile fare avvicinare la nuova generazione al rock di 50 anni fa?

Su questo argomento esistono molte opinioni diverse, per cui non posso che esprimere il mio parere personale. La nostra musica era “strana” allora e lo è ancora di più oggi. Non a caso ci chiamammo Il Giro Strano. Mescolare jazz, blues e rock non porta di certo a coinvolgere grandi masse di pubblico, allora come oggi. Per rispondere ad una domanda di tipo sociologico farei un’analogia con il fenomeno Måneskin. Miriadi di musicisti rock delusi si sono scatenati contro di loro accusandoli di non essere abbastanza rock, di non essere virtuosi dei loro strumenti e di essere immeritatamente spinti dalle multinazionali. In realtà vedendo i loro filmati su Instagram devo dire che vivono esattamente come vivevamo noi ed hanno conquistato il successo proprio perché non si sono vergognati di suonare per strada o di partecipare ad un talent. Quindi sì, i giovani possono riscoprire l’emozione che si prova a seguire dal vivo un gruppo rock e dopo tanti decenni di computer-music questo è importante. Poi di certo alcuni di loro andranno a riscoprire il materiale di 50 anni fa, ma sarà sempre un’esigua minoranza, visto che quanto più la musica si specializza, tanto più si riduce la presa sul pubblico. Alla fine, la musica universale è sempre “orecchiabile” mentre noi dovevamo combattere con la musica melodica tradizionale e quindi tendevamo sempre a forzare gli aspetti culturali e intellettuali a scapito della fruibilità tout court, finendo spesso a suonare dietro la rete di protezione mentre ci tiravano le birre come ai Blues Brothers.

Mi racconti un aneddoto dell’epoca che ti è rimasto impresso?

Di aneddoti ce ne sarebbero molti. Purtroppo per loro natura potrebbero urtare la sensibilità di alcuni dei miei amici, per cui devo appellarmi al quinto emendamento. Parlando di me, io passavo molti pomeriggi nella sala d’aspetto dell’impresario Morelli di Genova, sempre nella vana attesa di una scrittura per il nostro gruppo. Poi finalmente, era la fine di gennaio 1972, qualcosa accadde. Mi ricordo che quel giorno c’era Ivano Fossati nell’ufficio di Morelli ed io ero nella sala d’aspetto, mi pare con Maurizio Arcieri ex-New Dada e Antonella Ruggiero, che allora non era ancora famosa. Improvvisamente Morelli mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che dovevo sbrigarmi perché una cantante emergente aveva bisogno di un gruppo di supporto immediatamente per un tour importante. La cantante era Mia Martini, che io avevo conosciuto come Mimì, compagna del mio amico Joe Vescovi dei Trip, recentemente scomparso. Alquanto eccitato dalla novità accettai, tornai a casa e riferii ai miei la mia decisione. Purtroppo, inaspettatamente i miei non gradirono affatto l’idea che abbandonassi gli studi universitari, anche se temporaneamente, anzi mio padre arrivò a minacciare di tagliarmi ogni aiuto economico se avessi preso quella strada. Non ne fui più di tanto spaventato, ma per quieto vivere decisi comunque di rinunciare, visto che in fondo quello non era comunque il genere musicale che preferivo. Naturalmente fui molto criticato dagli altri membri del gruppo e pure Morelli non la prese bene, anche perché si era impegnato con un altro impresario, comunque fece buon viso a cattivo gioco e informò Mia Martini della situazione. La cantante convocò il suo gruppo storico, La Macchina, che partì dal sud col furgone e nella notte si scontrò con un camion. Era il primo febbraio 1972 e due ragazzi persero la vita. I musicisti sono notoriamente superstiziosi e quando l’anno dopo Mia Martini ebbe a che fare con un incendio durante il suo tour purtroppo la sua fama di jettatrice cominciò a perseguitarla. Come nel film “sliding doors” la mia decisione apparentemente innocua finì invece per scatenare una catena di eventi di cui fui purtroppo incolpevole protagonista. Anni dopo, andando in montagna con Joe Vescovi (Peppino per noi amici) gli chiesi scherzosamente, visto che li avevo conosciuti entrambi, se per caso avesse avuto disgrazie durante la sua relazione con Mimì, ma lui col suo solito humour mi disse che i fidanzati erano esclusi…

Pensi possa esserci un futuro per la band o questo atto è quello che corona la vostra storia e la conclude?

Considerando che cantante e sassofonista sono purtroppo deceduti, che io per un banale incidente ho perso parzialmente l’uso della mano sinistra, che il chitarrista vive a Londra e un batterista in Thailandia, direi che questo disco ha una finalità per così dire “storica” e quindi conclude degnamente, a mio parere, un capitolo importante della musica ligure.

Avete previsto qualche presentazione del disco?

Al momento non ancora, ma per questo aspetto bisognerebbe chiedere alla Black Widow, che cura per noi ogni aspetto promozionale.

 


 

FORMAZIONI 

 

(luglio 1971 - marzo 1972)

Mirko Ostinet - voce

Mariano Maio - sax, flauto

Valentino Vecchio - chitarra

Alessio Feltri - tastiere

Mario Pignata - basso

Giovanni “Peo” Guazzotti – batteria

 

(aprile - ottobre 1972)

Mirko Ostinet - voce

Mariano Maio - sax, flauto

Valentino Vecchio - chitarra

Alessio Feltri - tastiere

Riccardo Gabutti - basso

Delio Sismondo – batteria

 

(novembre 1972 - aprile 1973)

Mirko Ostinet - voce

Mariano Maio - sax, flauto

Valentino Vecchio - chitarra

Alessio Feltri - tastiere

Mario Pignata - basso

Delio Sismondo – batteria

 

TRACK LIST (cliccare sul titolo per ascoltare)

XIII TRANSISTOR

IL CORRIDOIO NERO

LA DIVINA COMMEDIA

VECCHIO OLDSEA

IL PIANETA DELLA VERITA’

YOU’REGONNA FIND

SHADOWOF A DREAM

LO STRANO GIRO

SUNSHINE! SUNSHINE!

TRASMUTAZIONE PT. 1

TRASMUTAIZONE PT. 2

IL CALVARIO

SINCE I’VE BEEN LOVING YOU

 

Disponibile nelle seguenti versioni:

-Doppio Lp - copertina apribile + libretto 24 pagg. versione “standard”

-Doppio Lp - copertina apribile “Unipack” con disegno “nativo” di Armando Mancini e interno differente + libretto 24 pagg. + Poster +

compact Disc – versione limitata 100 copie

- Compact Disc


Frammenti di Il Giro Strano dopo mezzo secolo





lunedì 27 giugno 2022

Dire Straits live a Sanremo il 27 giugno del 1981


La mia partecipazione ai concerti rock ha avuto, nella giovinezza, un termine ben preciso, e un altrettanto preciso nuovo inizio nella maturità.
Ricordavo bene quella prima conclusione affrettata, perché coincideva con una grande performance - o almeno la ricordo come tale - dei Dire Straits, allo stadio comunale di Sanremo. Arrivammo in cinque in auto, compreso “quella” che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie.
Avevo però la convinzione che fosse un giorno di agosto del 1980, e invece ho scoperto che si trattava del 27 giugno del 1981 (pochi mesi premi i D.S.erano stati ospiti al Festival di Sanremo).
Non sarei in grado di commentare quella giornata vissuta in tempi lontanissimi, ma ho casualmente trovato un articolo che la ricorda, e propongo quindi la mia scoperta estratta dall’archivio de “La Stampa”.

In rete ho trovato un altro “reperto”, l’audio dell’evento, e lo propongo a fine articolo.
Ecco quindi il commento del giornalista Roberto Basso, poco “musicale” e molto concentrato sugli aspetti al contorno, quelli corretti per un giornale generalista come era ed è La Stampa.
In ogni caso un bel ricordo!

Stampa Sera 29/06/1981 - numero 174 pagina 7


Dire Straits strepitosi
Sanremo presa d'assalto per il concerto dei Dire Straits

SANREMO — Per il primo concerto nazionale dei Dire Straits, sabato in quindicimila hanno «aggredito» Sanremo. Tutti giovanissimi, dai 14 ai 25 anni. Sono arrivati in treno, in auto, in moto, con l'autostop, a piedi, con in spalla variopinti sacchi a pelo. Un'affluenza di pubblico mai vista in Riviera per uno show musicale. Neppure ai tempi d'oro del Festival la città è stata così affollata da patiti della canzone: è il miracolo del nuovo rock, che fa muovere da distanze anche di 200-300 km masse di fans.
Angelo Esposito, proprietario di un eccentrico ristorante a due passi dal Casinò, ed organizzatore dello show dei Dire Straits, era raggiante. Ha fatto soldi a palate, ha incassato più di ogni rosea previsione. Il complesso inglese non ha deluso. Per quasi due ore con la sua musica esclusiva, ha fatto impazzire il pubblico. Dagli amplificatori ha «gettato» sui 15.000 spettatori rock a fiumi: “Comunique”, “Making Movies”, “Dire Straits”, “Sultan of swing”, “Wild West end”, “Sacred loving”, “Tunnel of love”, “Romeo and Juliet… solo per citare i titoli più applauditi.
Il campo sportivo - dove alla domenica gioca la Sanremese Calcio di fronte ad un pubblico che difficilmente supera le quattromila unità - sembrava un miniconcentrato dell'isola di Wight. Anche dopo il concerto. Sul prato, sugli spalti, per strada, cumuli di lattine vuote, sacchetti di plastica, rifiuti di ogni genere. I netturbini hanno dovuto fare parecchio extra per rimettere tutto a posto.

In soli tre anni i Dire Straits sono diventati ricchi e famosi in tutto il mondo. Il loro primo album infatti viene alla luce nel ‘78. Esplodono in America dopo aver inciso alle Bahamas il loro secondo album, “Comunique”. Nel 79 a Los Angeles incontrano Bob Dylan e insieme realizzano “Slow Train Coming”. Vincono due dischi d'oro, uno in Olanda, un altro in Australia. Il disco di platino l'avevano già vinto due anni fa in America.
Mercoledì saranno allo stadio di Torino per il loro ultimo concerto. Anche a Torino la prevendita sta andando fortissimo. 

Quale il segreto di tanto successo? «Quello dei Dire Straits - ha dichiarato a Sanremo Franco Mamone, impresario rock - è l'unico vero megaconcerto di quest'anno. Logico che gli appassionati non perdano l'occasione. Il pubblico si è fatto più esigente. Corre e paga il biglietto solo se ne vale veramente la pena».

Per il concerto sanremese la polizia aveva predisposto un servizio d'ordine nutritissimo. Sugli spalti e nel campo parecchi spinelli, ma nessun disordine. In “tilt” invece il traffico automobilistico. In 15.000 hanno praticamente intasato l'ingresso Est di Sanremo. Sull'Aurelia, attorno allo stadio, erano parcheggiate file d'auto lunghe oltre mezzo chilometro, arrivate un po' da dovunque: Milano, Genova, Savona, Vercelli, Torino, Brescia, Nizza, Montecarlo. Grossi affari hanno fatto anche bancarelle volanti e abusive che offrivano per cinquemila lire variopinte magliette e una serie di sei bottoni metallici con sopra stampati i visi dei cinque magnifici Dire. 


LA SCALETTA

Once Upon a Time in the West
Expresso Love
Down to the Waterline
Lions
Skateaway
Romeo and Juliet
News
(dedicated to John Lennon and Bob Marley)
Sultans of Swing
Portobello Belle
Angel of Mercy
Tunnel of Love
Telegraph Road
Where Do You Think You're Going?
Solid Rock




Nel ricordo di John John Entwistle



Il 27 giugno del 2002  moriva, a soli 57 anni, John Entwistle, bassista storico degli Who; il suo corpo viene ritrovato nella stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas: le cause del decesso riportano ad un attacco cardiaco aggravato da uso di cocaina.
Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002, dove viene ricordata la figura di John Entwistle.

Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un “prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge, crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.

Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo stabilirà un'autopsia).

Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who. Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”, insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante, c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano, velocissime, sulla tastiera del basso. Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile, sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo, voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni (probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai rockers), poi cercando di allargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”. Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande (a tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who: epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati, così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997). Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick, sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese, esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates, dove invitò a suonare il suo compagno di scuola Pete Townshend. Poi, sempre insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del gruppo. Ma tutto questo, ormai, è solo ricordo.




giovedì 23 giugno 2022

Ricordando "Per voi giovani"



Prendo in prestito questo articolo apparso su "Ciao 2001", n. 41 del 13 ottobre 1971, per ricordare una delle poche trasmissioni che informavano noi adolescenti, affamati di musica, ad inizio anni '70, "Per voi giovani".
Nel filmato a seguire, del 1973, la voce di Carlo Massarini è coadiuvata da un sottofondo di qualità, Gentle Giant e Yes.

Aria di ringiovanimento alla trasmissione radiofonica "Per voi giovani": la popolare rubrica di musica leggera e dibattiti dedicata ai giovani ascoltatori ha cambiato volto e si presenta al loro giudizio piena di importanti innovazioni destinate a renderla più interessante e più rispondente alle loro esigenze sempre più numerose. Molta strada è stata fatta e molte cose sono cambiate da quando Renzo Arbore ricevette l'incarico di tenere a battesimo la trasmissione. Soprattutto, quello che è andato maggiormente evolvendosi è il desiderio dei giovani, il loro bisogno di essere resi più partecipi di tutto ciò che li circonda. Parlare della musica leggera e di alcuni problemi di tutti i giorni può esser fatto diversamente e con toni meno cattedratici di quelli usati negli altri programmi: questo, in sintesi, il ragionamento da cui si è partiti a viale Mazzini ed attraverso il quale si sono, via via, dipanate le successive edizioni della rubrica. Ma rivolgersi ad un pubblico come quello di "Per voi giovani" richiede anche e soprattutto una semplicità di linguaggio che solo i giovani possiedono in misura spontanea; da qui la decisione di affidare ad alcuni di essi il compito di rivolgersi ai loro coetanei dai microfoni di via Asiago. La decisione, probabilmente non mancò di sollecitare polemiche alla Rai, polemiche che divennero addirittura furiose allorché questi neo-presentatori "sgarrarono". Come ricorderete, nel novembre scorso, l'intera redazione di "Per voi giovani" fu posta sotto accusa poiché, dissero, i microfoni compilavano un vero e proprio "bollettino di guerra" con la scusa di informare sulla situazione delle scuole italiane occupate dagli studenti. Dopo numerose censure ed imposizioni "dall'alto", i collaboratori della trasmissione si dimisero in blocco con l'intento di far cessare il clima di terrore che si era venuto ad instaurare, ma non poterono evitare che Paolo Giaccio, con la scusa ufficiale dei "motivi di servizio", fosse mandato in castigo in Inghilterra per un certo periodo di tempo. Questi sono comunque episodi appartenenti al passato e che viale Mazzini cerca probabilmente di farsi perdonare donando alla trasmissione una nuova e più organica struttura che, siamo certi, non dovrebbe dispiacere egli affezionati del programma.
Ma vediamo insieme in cosa consistono, in pratica, le innovazioni di cui stiamo parlando: innanzi tutto le "voci"; allo scopo di eliminare quei toni "professionali" che per forza maggiore anche un dilettante viene ad assumere inconsapevolmente dopo un certo periodo di tempo, si è pensato di inserire nuovi personaggi, nuove "voci" nella trasmissione. Ai due vecchi presentatori Paolo Giaccio e Mario Fegiz sarà lasciato l'incarico di curare una rubrica il primo, e di dirigere una redazione a Milano il secondo. Il programma risulterà suddiviso in rubriche, ciascuna affidata ad una persona, riguardanti gli argomenti più interessanti legati all'attualità ed al mondo musicale. Queste rubriche saranno chiamate "spazi" - ed anzi Spazio-Giovani doveva esser il nuovo titolo della trasmissione, ma poi non se ne è più fatto nulla - e saranno in numero di sette. Eccole di seguito:
POP-CLUB: è senza dubbio destinato a ricoprire l'angolo più interessante per gli appassionati della pop music; curato da Carlo Massarini, lo "spazio" si ripromette di guadagnare il tempo perduto dalla radio in fatto di pop negli ultimi cinque anni. In sostanza, poiché la trasmittente italiana ha cominciato con sensibile ritardo ad interessarsi di questo importantissimo filone musicale, si cercherò di sopperire a questa carenza portando a conoscenza del pubblico i long playing di questo periodo scelti fra quelli dei Cream, dei Traffic, dei Procol Harum prima maniera, di Joe Cocker, ecc.
LA POSTA: va da sé che non poteva essere soppresso questo angolino di dialogo diretto con gli ascoltatori. Questa volta vi provvederà la giovane Mariù Safier che provvederà anche a presentare alcuni brevi brani ritmati dalla melodia particolarmente facile e distensiva.
SPAZIO-ROCCHI: prende il nome dal suo curatore, Claudio Rocchi. Claudio è un cantautore milanese di vent'anni ottimo conoscitore della produzione internazionale del folk e del pop. Suo compito sarà quello di scegliere e proporre agli ascoltatori brani dal repertorio folk e country americano ed inglese.
SERVIZIO PARLATO: riguarderà argomenti tra i più diversi ma tutti di grande interesse ed attualità. Si occuperà di tempo libero, delle nuove esperienze didattiche di alcune scuole del Nord commentate dagli stessi studenti, delle comunicazioni di massa, del mondo del lavoro e delle difficoltà di inserimento in esso da parte dei giovani, di consumi e merceologia, di incontri e ritratti di ascoltatori. Allo "spazio" collaborerà da Milano Mario Luzzatto Fegiz.
CANZONI ITALIANE: la rubrica è curata da Paolo Giaccio ed ha l'intento di rivalutare, nel piano della trattazione, questo settore precedentemente un po' trascurato. Proporrà brani che godono di una certa validità autonoma (Battisti, Mina, De André, Formula 3 e altri) non senza precludersi però la possibilità di polemizzare con questo o quel cantante o complesso.
SEGNALAZIONE LIBRO O SPETTACOLO: curato ancora da Mariù Safier, questo "spazio" si propone di tornare in chiave di recensione su alcuni fatti di attualità legati a qualche libro o spettacolo.
NOVITA' 33 GIRI: se ne occupa un giovane beat inglese Richard Benson, che presenterà di volta in volta un nuovo 33 giri legato all'immediata attualità del pop.
Queste, dunque, le novità che trovano la loro ragion d'essere in una più impegnata ricerca del contatto con l'ascoltatore. Ad esso, quindi, il giudizio definitivo.

Rolando Gimero




mercoledì 22 giugno 2022

Chicken Shack: sulla scena del British Blues


L’effetto domino mi ha condotto verso i Chicken Shack, gruppo musicale britannico tra i protagonisti della scena del British blues, di cui mi ero completamente dimenticato. 

La formazione, che si rifaceva ad una miscela tra Chicago blues e sonorità rock, attraverso la  sensibilità inglese, ha goduto di buona popolarità in patria sul finire degli anni Sessanta.

La genesi conduce ai Sound of Blue, un gruppo di rock & roll nato a Stourbridge nel 1964, che raccoglieva fra gli altri Christine Perfect, il bassista Andy Silvester e Chris Wood ai fiati (quest'ultimo sarebbe poi entrato nei Traffic). 

L'anno successivo il chitarrista Stan Webb prese con sé Andy Silvester dei Sound of Blue e radunò Alan Morley, Al Sykes, Hughie Flint e Dave Bidwell, formando così i Chicken Shack. Il gruppo fece i primi passi andando a suonare per un paio d'anni nei locali di Amburgo, fra i quali lo Star-Club.

Al rientro in patria, nel 1967, si aggregò alla formazione la tastierista Christine Perfect, e con lei fu registrato il primo album con l'etichetta Blue Horizon; il gruppo inoltre partecipò all'ottavo National Jazz & Blues Festival.


Nel 1969 i Chicken Shack divennero popolari con il loro singolo “I'd Rather Go Blind” (https://www.youtube.com/watch?v=lU5tfYYNyY4), ma proprio allora la Perfect, dopo il matrimonio con John McVie e il suo passaggio nelle file dei Fleetwood Mac, lasciò il gruppo e venne sostituita da Paul Raymond, proveniente dai Plastic Penny.

Sempre con la Blue Horizon incisero altri due album, ma l'ultimo dei due, “Accept Chicken Shack”, fece emergere dei dissidi musicali insanabili fra Webb e il produttore Mike Vernon, divergenze che portarono al divorzio fra il gruppo e la casa discografica. Inoltre, la perdita di Christine Perfect si rivelò un colpo da cui i Chicken Shack non si sarebbero più ripresi.


La rottura con la Blue Horizon ebbe come conseguenza lo scioglimento temporaneo dei Chicken Shack, che però l'anno successivo si ritrovarono in forma di trio, con una nuova line up composta da Stan Webb, il batterista Paul Hancox e il bassista John Glascock. Glascock passò poi ai Jethro Tull, sostituito da Bob Daisley, e i mutamenti si susseguirono finché Webb non sciolse i Chicken Shack per confluire, assieme a Kim Simmons e Miller Anderson, in una rinnovata formazione dei Savoy Brown.

Dopo due anni, i Chicken Shack risorsero con una nuova line up che ruotava attorno al chitarrista Stan Webb. La formazione comprendeva Paul Martinez, Steve York al basso, Robbie Blunt alla chitarra, Ed Spivock alle percussioni e Dave Winthrop ai sassofoni.
Il gruppo partecipò a tour in patria e in Europa e registrò un album.
Nell'ottobre del 1979 i Chicken Shack attraversarono di nuovo profondi cambiamenti. Paul Butler subentrò alla chitarra, Keef Hartley alla batteria e Bob Daisley fu richiamato per dare il suo contributo al basso.

Negli anni che seguirono il gruppo andò incontro a diversi rimaneggiamenti, con l'apporto di elementi provenienti dall'ambiente del blues inglese. Fra di essi, il bassista Andy Pyle, ex membro dei Juicy Lucy, dei Savoy Brown, dei Colosseum II, dei Kinks e di altre formazioni.


Album principali

1968 – 40 Blue Fingers, Freshly Packed and Ready to Serve
1969 – 100 Ton Chicken
1969 – O.K. Ken?
1970 – Accept Chicken Shack
1972 – Imagination Lady
1973 – Unlucky Boy
1974 – Goodbye
1977 – Double
1977 – Stan the Man
1978 – The Creeper
1978 – That's the Way We Are
1979 – Chicken Shack
1980 – In the Can
1981 – Roadies Concerto
1998 – On Air
1999 – Chicken Shack Go Alive
2006 – I'd Rather Go Live
2008 – Stan Would Rather Go Live

domenica 19 giugno 2022

Monterey Pop



Da "Rock e Martello", di Gianni Lucini

"Il 16 giugno 1967 con il brano Enter the young gli Association aprono il Monterey Pop Festival, destinato a restare nella storia, oltre che come l'antesignano dei grandi raduni di massa della generazione hippy, come un primo segnale evidente di un'epoca di grandi cambiamenti. 

Organizzato da un singolare trio composto da John Philips dei Mamas & Papas, Paul Simon e Lou Adler per un pubblico stimato, alla vigilia, intorno alle settemila persone, attirerà, invece, oltre cinquantamila giovani e con la sua svolta musicale progressista contribuirà, nonostante i dubbi degli esperti di mercato, a far uscire il rock dai ristretti recinti delle musiche di culto. Farà conoscere al mondo, anche grazie al film realizzato nei tre giorni della manifestazione dal regista D.A. Pennebaker, la chitarra lancinante di Jimi Hendrix, la carica devastante degli Who e gli innovativi suoni delle band nate nel movimento hippy di San Francisco, prima fra tutte Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company. Segnerà anche la consacrazione di Otis Redding, profeta di un soul che, senza rompere con le sue radici nere, abbatte le barriere razziali per parlare ai giovani di tutti i colori. 

A Monterey la generazione hippy sceglie poi i suoi nuovi eroi e li acclama sul campo, come accade ai Buffalo Springfield, a Simon & Garfunkel e alla Paul Butterfield Band, arrivati in punta di piedi e ripartiti con l'investitura ufficiale. La kermesse inizia nel primo pomeriggio del 16 giugno. Dopo gli Association salgono sul palco Lou Rawls e Johnny Rivers, cui seguono gli Animals di Eric Burdon riformatisi quasi per l'occasione. La chiusura della giornata celebra la santificazione di Simon &Garfunkel. 

Tra le curiosità del secondo giorno di Festival, dedicata al blues, ci sarà l'improvvisa defezione di vari artisti neri, sostituiti in tutta fretta dai bianchissimi Canned Heat e Janis Joplin, ma a rimettere le cose a posto ci penserà, a notte inoltrata, l'esplosivo Otis Redding. Nel terzo e ultimo giorno le note di Jimi Hendrix infiammeranno la platea a tal punto che i Buffalo Springfield, incaricati della chiusura, faticheranno non poco a convincere tutti della necessità di sgombrare l'area prima dell'alba. Alla fine, tirate le somme, gli organizzatori potranno contare su un utile di duecentomila dollari che verranno immediatamente devolute in beneficenza, come annunciato da tempo. Agli artisti, invece, non toccherà un soldo, perché i patti erano chiari fin dall'inizio: «A Monterey si suona gratis».


Performances from the Monterey Pop Festival not released on the original documentary by D.A. Pennebaker. Nearly two hours of bonus footage from the Criterion Collection release of Monterey. The Festival that marked the beginning of the summer of love and spurred one of musics most creative and influential era's. This includes performances by:

The Association- "Along Comes Mary"
Simon and Garfunkel- "Homeward Bound" 3:55 "Sound of Silence" 6:46
Country Joe and the Fish- "Not So Sweet Martha Lorraine" 10:00
Al Kooper- "Wake Me, Shake Me" 15:20
The Butterfield Blues Band- "Driftin' Blues" 22:50
Quicksilver Messenger Service- "Dino's Song" 27:34
The Electric Flag- "Wine" 30:51"
The Byrds- "Chimes of Freedom" 33:40 "He Was A Friend of Mine" 37:36 "Hey Joe" 40:30
Laura Nyro- "Poverty Train" 42:55
Jefferson Airplane- "Somebody To Love" 48:24
The Blues Project- "Flute Thing" 52:29
Big Brother and the Holding Co. w/ Janis Joplin "Combination of the Two" 1:03:07
The Buffalo Springfield- "For What It's Worth" 1:08:57
The Who- "Substitute" 1:12:30 "Summertime Blues" 1:16:19 "A Quick One" 1:19:57
The Mamas and The Papas- "Straight Shooter" 1:28:14 "Somebody Groovy" 1:32:00 "I Call Your Name" 1:34:53
(Hilarious antics of Mama Cass) 1:38:46 "Monday, Monday" 1:40:36
Scott McKenzie- "San Francisco" 1:44:30
The Mamas and The Papas and Scott McKenzie- "Dancin' in the Street" 1:48:05




sabato 18 giugno 2022

Ricordo di Claudio Rocchi: Volo Magico n.1


 
Il 18 giugno del 2013, all'età di 62 anni, ci lasciava Claudio Rocchi, a causa di una malattia degenerativa.

A lui ho dedicato molte pagine, “utilizzando” spesso il pensiero di chi lo ha conosciuto bene da vicino.

Oggi, per ricordarlo, lascio che sia la musica a condurre il gioco e ripropongo per intero Volo Magico n.1, suo secondo album, del ‘71, considerato dalla critica il migliore, in virtù di una sorprendente maturazione sul piano musicale, con qualche equilibrata concessione a stilemi tipicamente rock, e con un valido gruppo di musicisti, tra cui spicca alla chitarra elettrica un giovanissimo Alberto Camerini, allora semplice session-man.

L’album conteneva una suite, che occupava l’intero lato A, caratterizzata da un ipnotico sapientissimo crescendo per certi versi (inconsciamente?) ispirato dalla coeva Stairway to heaven dei Led Zeppelin, mentre la seconda facciata presentava, tra gli altri, forse il suo brano-manifesto, il brevissimo ma pregnante La Realtà Non Esiste.

Ascoltiamolo…


1.    "Volo magico n.1" - [18:33]
2.    "La realtà non esiste" - [2:11]
3.    "Giusto amore" - [10:59]
4.    "Tutto quello che ho da dire" - [4:06]

MUSICISTI
·         Claudio Rocchi - voce, chitarra 12 corde, chitarra acustica & chitarra elettrica + tubo, cori
·        Alberto Camerini- chitarra 6 corde, chitarra acustica & chitarra elettrica, cori
·        Ricky Belloni - chitarra elettrica, cori
·         Eno Bruce - chitarra 6 corde, chitarra acustica, basso, cori
·       Lorenzo Vassallo- batteria, percussioni
·         Eugenio Pezza - pianoforte, organo, mellotron, campanelli
·       Donatella Bardi - voce, cori
·         Gigi Belloni - cori
·         Michel Kanah - cori
·       Gianfranco Lombardi – cori

Suonano in La realtà non esiste:
·         Eugenio Pezza - pianoforte
·         Claudio Rocchi - voce
Suonano in Tutto quello che ho da dire:
·         Claudio Rocchi - pianoforte, voce
·         Eugenio Pezza - mellotron