giovedì 24 maggio 2018

Paul McCartney nella Piazza Rossa, 24 Maggio 2003


Paul McCartney, Piazza Rossa, Mosca, 24 maggio 2003

Il Moscov Times ci scherzò sopra, parlando della nuova sigla artistica Lenin-McCartney.
Nel 2003, i due vecchi rivoluzionari, Lenin e Lennon, se n’erano ormai andati ed era scomparsa anche l’Unione Sovietica cantata da McCartney in “Back in the USSR” durante gli anni della guerra fredda .
Vivi e vegeti sembravano invece essere i Beatles, al cui repertorio McCartney attinse ampiamente durante il suo primo concerto in terra russa.
Da anni volevo suonare in Russia, ma con i comunisti al potere non avevo mai potuto farlo”, spiegò McCartney nell’annunciare il concerto. “Non ci sono mai stato neppure da turista, quindi trovo esaltante la prospettiva di suonare Back in the USSR e tante altre canzoni davanti a gente che credo non veda l’ora di ascoltarle”.
Per quanto non ufficialmente proibiti, nella vecchia Unione Sovietica i dischi dei Beatles erano molto difficili da reperire. Solo nel 1988, quando le relazioni con l’Occidente avevano cominciato a sgretolarsi, McCartney poté pubblicare per il mercato russo Choba B CCCP ( ovvero Back in the USSR), una raccolta di classici del rock and roll.
La passione di McCartney per la Russia e la sua gente venne ricompensata il 24 maggio 2003, quando una folla di ventimila persone si radunò nella Piazza Rossa per una delle ultime date della lunga tournèe mondiale dell’ex Beatle. Grida di “Will love you, Paul”, riempirono l’aria a pochi metri dalle tombe di Lenin e Stalin.
Inutile dire che un simile accostamento fra sacro e profano aveva suscitato qualche polemica.
Prima del concerto McCartney si era recato al Cremlino per un colloquio privato col presidente russo Vladimir Putin, il quale gli aveva confidato che i Beatles erano stati “ un soffio d’aria fresca, una finestra aperta sul mondo”. Poiché Putin non avrebbe potuto essere presente al concerto serale, “Macca” improvvisò una versione di Let It Be, poi spiegò che era bello poter essere in una terra così piena di spiritualità: ” Ho sempre immaginato che la gente di qui avesse un cuore grande. Ora so che è vero”.


Ma McCartney aveva alle spalle una parete piena di grandi schermi su cui scorrevano immagini dell’epoca d’oro dei Beatles. Aprì il concerto sulle note di “Hello Goodbye” e lo chiuse, una trentina di canzoni dopo, con un medley di “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “The End”.
Suonò anche “Back in the USSR”. Due volte.

(Mark Paytress-"Io c'ero")








martedì 15 maggio 2018

Ben Harper & Charlie Musselwhite - “No Mercy In This Land”


Ben Harper & Charlie Musselwhite 
 “No Mercy In This Land”

Articolo già pubblicato nel portale faremusic.it

Il chitarrista e cantante Ben Harper e l'armonicista Charlie Musselwhite si ritrovano e propongono il prosieguo di una formidabile collaborazione che conduce all’album “No Mercy In This Land”, un disco blues che unisce l'eccezionale abilità tecnica di Musselwhite - e la sua enorme conoscenza specifica - con la più moderna sensibilità di Harper; le melodie soul e la melanconica narrazione dell'album legano insieme questi due musicisti e trasportano gli ascoltatori verso il periodo d'oro della musica blues.

L’album è il 15° in studio per Harper e il 37° di Musselwhite… di certo l’esperienza non manca!
Charlie divenne famoso come armonicista blues elettrico negli anni '60 insieme a Howling Wolf e Muddy Waters, ed è spesso considerato uno dei pochi musicisti a possedere il pedigree del musicista blues, status ambito e non facile da ottenere; non ci vuole una particolare preparazione tecnica per essere conquistati dalle sue modulazioni tematiche e dalla sua abilità palese, elementi che emergono chiaramente anche in questa occasione.
Ben Harper non è al contrario catalogabile in un genere preciso, e nel disco giustifica questo mio giudizio proponendo un intrigante mix di tecniche tradizionali e di suoni tendenti al pop e al folk.


No Mercy In This Land” rappresenta l’immagine di uno spaccato blues con un tocco di modernità. I temi lirici sono tipici del genere: alcolismo, cuori spezzati e spiritualità.
La voce di Harper è a tratti “ruvida” e riporta alla tradizione di cantanti storici, tuttavia, come accade ad esempio in “When Love Is Not Enough” e “Nothing at All”, emerge la versatilità del suo “strumento” che sa essere dolce e regalare accenni di falsetto, andando a fondersi piacevolmente con le melodie di chitarra, mentre la qualità dell'armonica di Musselwhite sottolinea gli stilemi del blues - insieme ad una profondità e consistenza sonora.
Mi soffermo su “Movin 'On”, un brano che fotografa il meglio che questo album ha da offrire, con una progressione blues classica ma sufficientemente coinvolgente e divertente, dove Musselwhite propone un assolo di armonica tecnicamente sbalorditivo.

No Mercy In This Land” si può collocare in uno spazio compreso tra i classici dischi blues di BB King e le melodie più popolari, un lavoro che può tranquillamente uscire dalla nicchia dei fruitori del genere, perché capace di donare un forte impatto emotivo che può colpire gli amanti della musica, tutti, senza distinzione alcuna.
Album da ascoltare.


Versione digitale deluxe:

1. When I Go
2. Bad Habits
3. Love And Trust
4. The Bottle Wins Again
5. Found The One
6. When Love Is Not Enough
7. Trust You To Dig My Grave
8. No Mercy In This Land
9. Movin' On
10. Nothing At All
11. The Bottle Wins Again (Live Machine Shop)
12.  Trust You To Dig My Grave (Live Machine Shop)
13.  No Mercy In This Land (Live Machine Shop)


venerdì 11 maggio 2018

Fabio Zuffanti: presentazione del libro "Battiato..." a La Feltrinelli Point di Savona



Fabio Zuffanti
BATTIATO
LA VOCE DEL PADRONE
1945-1982: nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno
Arcana edizioni 



Parte da La Feltrinelli Point di Savona il ciclo di presentazioni del libro “BATTIATO: LA VOCE DEL PADRONE”, scritto da Fabio Zuffanti.
Conosco da molto tempo l’autore e quindi non sono rimasto sorpreso più di tanto dalla scelta del “protagonista” del book, il musicista siciliano che Fabio, da sempre, considera un punto di riferimento personale, un esempio da seguire per creatività e qualità di idee.

Occorre dire che il lavoro sintetizzato nelle oltre 300 pagine piene - cioè prive di documentazione fotografica - è enorme, perché allo sforzo creativo personale se ne aggiunge uno altrettanto importante, quello documentale, con una ricerca capillare delle informazioni oggettive e il coinvolgimento di parti terze.
Lo spazio temporale analizzato descrive il periodo che va dal 1945 a 1982, cioè dalla nascita musicale sino alla consacrazione, coincidente con l’uscita dell’album “LA VOCE DEL PADRONE”.
Le fasi di vita di Franco Battiato propongono cambiamenti importanti, radicali, e probabilmente chi bazzica la musica in modo marginale - e le ultime generazioni - non potrà immaginare un giovane artista in erba che sciorina canzonette senza pretese, passando abbastanza rapidamente ad una fase sperimentale di difficile comprensione per il pubblico dell’epoca e di improbabile fruizione: sono i tempi di album seminali, come “Fetus”, “Pollution”, “Sulle Corde di Aries”, divenuti successivamente pilastri della sua discografia e valutati correttamente con il passare del tempo.

Zuffanti ci accompagna nell’opera di decodifica di aspetti e circostanze mai venute a galla, situazione a cui ha probabilmente contribuito l’alone protettivo, condito di misticismo e rispetto, che da sempre accompagna la figura di Battiato.
Il profilo che prende corpo evidenzia una certa vena provocatoria - musicale e comportamentale - un tempo cercata e costruita a tavolino, ma l’insofferenza rispetto alle situazioni istituzionali fa emergere un disagio spontaneo ed un atteggiamento mutevole a seconda dell’interlocutore e dell’ambiente circostante. Tutto questo è ancora palpabile nei suoi recenti interventi.
Il suo percorso è tutto un crescendo, e i riconoscimenti e la stima di chi conta arriveranno copiosi, come quelli di Frank Zappa, che gli apre le porte che delimitano i confini nazionali, o quelli del guru della “contemporanea”, Stockhausen, che si rivelerà fondamentale per alcune scelte future.
E nella nuova vita di Battiato nasce la voglia di provare a concentrare la qualità in pochi minuti, accantonando l’estrema tecnologia per inventare un pop nobile che vede la luce con il disco spartiacque “L’era del cinghiale bianco” e prosegue con “Patriots” e “La voce del padrone”.

Del periodo di riferimento Zuffanti ci racconta dettagli di vita succosi che permettono di scoprire incontri determinanti, caratterizzanti della vita dell’artista.
Tutto questo percorso è presentato in modo esaustivo e piacevole, in bilico tra aspetti tecnici e la narrazione, con il recupero di aneddoti che aiutano nella creazione di un’idea realistica che supera l’elemento storico musicale e riesce a fornire un’immagine dell’uomo Battiato, da sempre misterioso e inavvicinabile ai più.

Forse un racconto così poteva essere solo il frutto del lavoro di un artista, Zuffanti, in grado di arrivare alla sostanza per effetto, anche, di un bagaglio musicale personale molto ampio, che unito ad amore e stima immensa porta alla sintesi ottimale di una prima tranche di vita.

Il libro termina con una dichiarazione di intenti, “continua”, e aspettiamo quindi una nuova porzione di storia.

Ecco uno stralcio della presentazione realizzato da Mauro Selis.

lunedì 7 maggio 2018

Annie Barbazza e Max Repetti – "MOONCHILD"


Annie Barbazza e Max Repetti  MOONCHILD
Un viaggio profondo nella musica e nella poesia di Greg Lake

Il 28 novembre del 2012, a Piacenza, ebbi l’occasione di conoscere personalmente Greg Lake e la moglie Regina, dopo averlo visto sul palco con ELP da adolescente. Parlare con lui, brevemente - ma a distanza di due giorni avrei avuto maggiori possibilità in quel di Zoagli grazie a Paola Tagliaferro - rappresenta uno dei momenti gratificanti della mia vita, e sono certo che qualche mio coetaneo potrà capirmi al volo. Quel giorno conobbi anche Max Marchini con cui, un paio di anni dopo a Genova, ricordo di aver concordato una domanda per Greg legata alla Manticore Italia, nome magico per gli appassionati del prog, ma quasi inimmaginabile da veder riproposto a distanza di molti anni. Sempre a Piacenza vidi per la prima volta Annie Barbazza sul palco con Lake, Aldo Tagliapetra e Bernardo Lanzetti, per un “Luky Man” indimenticabile. 

Avevo già sentito parlare di lei da Lanzetti che l'aveva descritta "una talentuosa diciannovenne", ma faticavo nell’immaginare un palco che metteva sullo stesso piano la storia della musica con la giovinezza e l’ovvia inesperienza, e ricordo che il mio commento scritto dedicato all’evento proponeva la seguente chiosa: “…con l’aggiunta sul palco di una giovane artista...”.

Questa premessa era doverosa perché il fil rouge tra Annie e Lake si è consolidato nel tempo, tanto da resistere anche dopo la prematura dipartita dell’ex King Crimson ed ELP, e la Manticore è una realtà che produce e propone musica di qualità, in un periodo difficile, certamente lontano dai fasti dei seventies.
Ma qual era la nuova filosofia di Greg Lake, bilancio di una vita dedicata alla musica?
Dice Max Marchini: “Ricordo che Greg divenne un sostenitore del nuovo concetto "meno è più”, e spesso ci ha ricordato che "la semplicità è la massima sofisticazione".

Questo amore e gratitudine nei confronti del grande vocalist - e molto altro! - si sintetizza nel progetto Moonchild”, un omaggio alla musica e alla poesia di Greg realizzato in modo minimalista, puro, basico, lontano dagli orpelli suggeriti dalla tecnologia e dai suoni elettrificati.
Protagonista un duo, quello composto dalla cantante e polistrumentista Annie Barbazza e dal pianista e arrangiatore Max Rapetti.



Disse Lake dopo aver sentito la registrazione del tributo: “Annie e Max hanno registrato un omaggio meraviglioso e  toccante alla musica che ho realizzato nella mia vita. Gli arrangiamenti di Max sono assolutamente superbi, un tocco magico che si unisce alla voce di Annie, allo stesso tempo bella e coraggiosa; è stata per me un'esperienza emozionante sentirli proporre le mie canzoni con tale passione e qualità”.

Racconta Annie in una recente intervista a Mat2020: “Sarebbe dovuto essere un album di Lake, ed è diventato il mio primo vero album, prodotto da Greg e Max Marchini”.

Una rapida occhiata alla tracklist riconduce ad un repertorio che brilla di luce propria, trasversale e capace di superare qualsiasi connotazione di nicchia, in bilico tra il  proto-prog dei KC e il neo classico di ELP.
Ma occorre resettare la memoria e il feeling provato in giorni antichi, cercando di considerare i brani come nuovi, perché la loro rivisitazione in chiave acustica non rappresenta la mera proposizione di un differente punto di vista musicale - fatto di per sé insito in qualsiasi tributo -, ma la ricerca dell’essenza della musica e del valore aggiunto proveniente da liriche perfette.
L’ascolto di “Take A Pebble” o “C’est La Vie” - prendendo due tracce a caso - provoca forti emozioni, che derivano da ingredienti primari eccezionali corroborati da una voce “completa” e dal tocco pianistico sorprendente, un team minimale che non va alla ricerca della platealità sonora ma propone l’essenza, il cuore dei brani e la tendenza personale - almeno in questo caso - al sussurro, all’autocontrollo, al rispetto del mito.
Troppo facile parlare di talento… il mondo ne è pieno, ma la rivisitazione al contempo asettica - intesa come rispetto del copione -  e contaminata - e mi riferisco alla capacità di creare brani totalmente nuovi - rende “Moonchild” un album pregiato e da condividere.
Il mentore Greg, da lassù, proverà grande soddisfazione!

Immagini di repertorio


Tracklist
01. In The Court of the Crimson King - 21st Century
Schizoid Man
02. Trilogy - The Endless Enigma part II
03. Moonchild
04. The Stones Of Years - Take A Pebble
05. C’est La Vie
06. Battlefield including Epitaph
07. Karn Evil 9 1st impression, part 2
08. Memories Of An Officer And A Gentleman
09. In The Wake Of Poseidon
10. Lucky Man
11. The Sage / The Great Gates Of Kiev

Produced by Greg Lake and Max Marchini
music arranged by Max Repetti
Project coordination: Regina Lake
Recorded by Alberto Callegari @ Elfo Studios
© 2018 Manticore Records Ltd.
Release Date: 18 april 2018


sabato 5 maggio 2018

Turn of the Century



Scrivevo un pò di tempo fa...

Girovagando su youtube ho scoperto una versione al piano di un capolavoro targato "YES", "Turn of the Century".

La mano è di tal Michael Kuhlmannartista forse famoso, ma a me sconosciuto.

Mi è piaciuta moltissimo, e riproporla nella doppia versione, YES e Kuhlmann, mi fornisce l'occasione per ricordare un gruppo immenso, una canzone senza tempo e oltre ogni etichetta, e dei musicisti impareggiabili.

Mi lascia uno strano sapore il rifacimento di un brano prog per la delizia di un maturo e attento pubblico, in un contesto serioso e classico. 

E' indubbio che molti artisti, nati musicalmente parlando a cavallo tra gli anni '60 e '70, avevano davvero qualcosa in più, un mix di idee e coraggio, e uno straordinario talento!

YES-Turn of the Century


Michael Kuhlmann-Turn of the Century

venerdì 4 maggio 2018

In ricordo di Paul Butterfield


Ricorre oggi l’anniversario della morte di Paul Butterfield, armonicista e cantante nato a Chicago il 17 dicembre del 1942 e scomparso il 4 maggio del 1987 all'età di 45 anni.
È stato uno dei primi esponenti bianchi del Chicago Blues. Il suo stile incisivo e rivoluzionario è ancora oggi un punto di riferimento per grandi armonicisti moderni, come Mark Ford e Andy Just.
Sebbene sia stato uno dei musicisti più innovativi e significativi del suo tempo, e pur avendo suonato con personaggi del calibro di, John MayallEric ClaptonSteve Ray Vaughan, Muddy Waters e Bob Dylan, è un artista relativamente poco conosciuto.
Figlio di un avvocato, dopo aver studiato flauto da giovane, sviluppò un amore per l'armonica blues, e a lui si unì uno studente di fisica dell'Università di Chicago, Elvin Bishop, anch'egli amante del blues. I due riuscirono ad entrare nel giro dei grandi musicisti blues.
Butterfield e Bishop formeranno presto un gruppo insieme a Jerome ArnoldSam Lay (entrambi della band di Howlin' Wolf) e Mark Naftalin. Su consiglio del loro produttore discografico, i quattro aggiunsero alla band il promettente chitarrista Mike Bloomfield, il cui lavoro ispirò l'allora ragazzino Robben Ford.
Nel 1963, avverrà un fatto mai accaduto prima, e cioè che il gruppo formato da Butterfield, che includeva anche elementi di colore, diventerà il gruppo di casa al club Big John's'' di Chicago, club notoriamente frequentato da americani bianchi.
La ormai consolidata Paul Butterfield Blues Band nel 1965 registra il primo album, con composizioni proprie e classici, suonati fedelmente al Chicago Blues style tradizionale, seppur con introduzioni stilistiche nuove ed affascinanti. Diventano conosciuti nell'ambiente folk e blues; accompagnano infatti Dylan al Newport Folk Festival nella famosa svolta elettrica, e lì si trovano a contatto con leggende del blues come Son House.



Nel 1966 il batterista Sam Lay lascia il gruppo per far posto a Billy Davenport, dal tocco più jazzistico. Con Davenport registrano East-West, album in cui Butterfield e compagni sperimentano un nuovo sound, che strizza l'occhio a sonorità esotiche e meno blues. Significativi sono pezzi come Work Song e East-West, entrambi strumentali.
L'anno successivo avviene un nuovo cambio di formazione nella band: Bloomfield se ne va per fondare gli Electric Flag con Nick Gravenites e Buddy Miles, e si ritroverà a suonare poi con Dr. John (Mac Rebennack) e Al Cooper; alla band di Butterfield si aggiunge una sezione di fiati, per emulare il sound del suo idolo Junior Parker.
Nello stesso anno esce The Resurrection of Pigboy Crabshaw, dove Butterfield si concentra soprattutto sul canto, prediligendo un suono di armonica acustico.
Con la stessa formazione suona al Montery Pop Festival (1967); nel 1969 partecipa al festival di Woodstock, e in quello stesso anno si reicontra con Bloomfield e Sam Lay per registrare con Muddy Waters l'album Fathers & Sons, con Otis Spann al piano e Donald Duck Dunn al basso.
Passati alcuni anni, cambia nuovamente formazione e con i Better Days registra 2 album nel 1973. Nel 1976 suona con i The Band al loro concerto d'addio immortalato nel film The Last Waltz.
Gli anni seguenti vedono Butterfield apparire in programmi televisivi e interviste; suona infatti con B.B.King, Clapton, Ray Vaughan e tanti altri nel concerto B.B.King: Blues Session.
L'anno prima della sua morte esce il disco The Legendary Paul Butterfield Rides Again.
Butterfield viene trovato morto, probabilmente a causa di un infarto dovuto all'assunzione di droga negli anni precedenti, nella sua casa di North Hollywood, il 4 maggio 1987.
(Notizie catturate dalla rete ).

mercoledì 2 maggio 2018

Stefano Orlando Puracchio: "“Manuale Minimo del Rock Progressivo”

Stefano Orlando Puracchio propone un nuovo scritto focalizzato sul Rock Progressivo.
E’ il quarto suo book che ho la possibilità di leggere, e dopo la “progressione evolutiva” rappresentata dai primi tre (i sottotitoli forniscono le corrette indicazioni: “Una guida”,Linee di confine” e “A gentile richiesta”), arriva il momento di tirare le somme.
Il “Manuale Minimo del Rock Progressivo” rappresenta molte cose: un sunto delle puntate precedenti - con annesso materiale inedito -, una semplificazione di ciò che appare di difficile presa per la pomposità della denominazione - peraltro sviluppatasi nel tempo -, un aiuto a rispolverare la memoria, un diverso punto di vista che permette il confronto per chi è già introdotto e una via di iniziazione per chi fosse incuriosito dai termini e dal “sentito dire” di genitori e di conoscenti.

Il libro si presenta diviso in differenti sezioni e, partendo dallo splendore degli albori arriva ai tempi recenti, passando per lunghi anni di fasi alterne.
Il prog ha avuto un solo lustro di piena luce, basti pensare che proporre ad un’etichetta discografica un nuovo album all’interno di quel genere, ad esempio nel 1976, poteva significare quasi sicuramente un rifiuto e, soprattutto, il successivo oblio totale, quel buio che troverà riscatto quasi sempre nel nuovo millennio attraverso le reunion sollecitate dal ritorno al prog e dallo sviluppo tecnologico. Eppure sarebbe bastato “concepire il disco” un anno prima e il corso della storia avrebbe seguito altri percorsi.
Ma se appare doveroso fornire date di inizio e fine - la storia lo richiede - sembra altrettanto evidente come siano esistite importanti anticipazioni, quel proto-prog che nasce con i Procol Harum, i Moody Blues e i Vanilla Fudge, senza dimenticare il patrimonio dell’Unesco rappresentato da Sgt. Pepper.

SOP racconta la nascita del movimento e il suo progredire, esponendo il suo pensiero personale, tra elementi tecnici e idee innovative, ma non dimenticando la testimonianza diretta, quella dei protagonisti - gli attori presenti, sul palco e non - di un’era irripetibile: “Dalla genesi alla fine dell’età dell’oro”, tanto per usare parole di Puracchio.

Esiste poi una seconda fase dove vengono analizzati album particolari di gruppi precisi, stranieri e italiani, fornendo anche gli strumenti per poter essere autonomi, ovvero per diventare commentatori - di solito si usa il termine “recensori” - e fornire un giudizio critico.
Non esistono più figure che, in generico ambito rock, possano determinare le sorti di un album con la propria analisi, ma confrontare le idee, dopo attento ascolto, mi pare cosa saggia e utile.
L’elenco degli album - e delle band - stilato da SOP appare sufficientemente obiettivo, ma la presentazione di album e brani da parte di un musicofilo passa obbligatoriamente per le proprie passioni, e quindi appare difficile realizzare una perfetta dicotomia tra elementi oggettivi e soggettivi: sviscerare un album degli YES o dei Genesis, volendo sceglierne il più rappresentativo, impone a mio giudizio un intervento - più o meno conscio - della percezione personale, del periodo in cui è avvenuto il contatto, dell’atmosfera del momento, della capacità da parte di certe sonorità di evocare memorie/odori/immagini.
Insisto. E’ meglio raccontare in modo perfetto ciò che l’ortodossia musicale ritiene significativo o è anche bene evidenziare qualcosa che, magari ha meno “numeri” storici, ma propone attimi capaci di scatenare forti brividi, anche a distanza di anni?
Puracchio possiede un modo naturale di realizzare il compromesso tra le due cose, sposando professionalità - che da sola potrebbe risultare noiosa, o solo per pochi - e cuore, unendo gli aspetti informativi/formativi alla descrizione di un mondo che, obtorto collo, gli avrà procurato un bene interiore che decide di mettere a disposizione di terzi.
Giusto per stimolare la curiosità, sottolineo che, nella fase dedicata all’analisi storica delle band e dei loro dischi, troviamo mostri sacri stranieri (Genesis, Yes, Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Gentle Giant, Van der Graaf Generator, ELP…) miscelati a quelli di “casa nostra” (PFM, ORME, BMS, Osanna…), passando per gruppi altrettanto importanti ma di minore visibilità, magari arrivati al traguardo qualche secondo dopo, a volte a tempo scaduto.
Quali i titoli scelti da SOP? Beh, forse è meglio scoprirlo leggendo il libro! Nell’indice a fine articolo fornisco comunque elementi decisivi per… saperne di più e lasciare spazio all’immaginazione.

Una terza sezione è dedicata a una fetta di “Europa Settentrionale”, dove accanto ai popolari Focus troviamo Bo Hanson, Embryo e Secret Oyster, realtà da indagare maggiormente.

Si arriva poi oltre cortina, con artisti di cui sapevo poco (Mini, Solaris e SBB), e che ho iniziato ad approfondire (ecco uno dei pregi di questo tipo di letture: l’effetto domino).

La quinta parte è nobile, ancora più delle altre quattro, per la denominazione che mette in allarme il neofita: “Livello Avanzato”.
Beh, Magma e Gong necessitano realmente di una fase di preparazione perché l’impatto, soprattutto con i primi, potrebbe essere devastante.
Qui diventa complesso dare definizioni legate alla musica progressiva, un contenitore che - in ambito italiano e trattato nel book - vede al suo interno ensemble come La Locanda delle Fate e Perigeo o Area, proposte musicali molto diverse tra loro; ma non mi voglio soffermare su tali significati, evidenzio invece - banalizzando - il concetto valido per tutte le stagioni, che fa riferimento all’estrema libertà espressiva - tra musica classica, rock jazz - traducibile con la chiosa “apertura ad ogni tipo di contaminazione”.
I Gong non sono paragonabili ai Magma e Puracchio aiuta nella decodificazione del loro ingegno, introducendo il possibile curioso ad un micro cosmo tutto da scoprire.

Si conclude con “Il Consiglio dei Saggi”, ovvero quatto saggi brevi di cui non vorrei svelare molto, ma che ci permettono, ad esempio, di focalizzarci su “tre Peter” storici: Sinfield, Hammill e Gabriel.

Come dice Stefano Orlando Puracchio, il suo intento non era quello di realizzare un lavoro estremamente tecnico, ma bensì un “manuale divulgativo”.

I libri sulla musica progressiva si moltiplicano e pare difficile inventare o scoprire novità, anche se la mia esperienza personale riporta al racconto, non mio, di musica progressiva che arriva da ogni parte del mondo e che in pochi conoscono; ma ancor più mi stupisce trovare del “nuovo” (cioè “vecchio” ma a me non noto) proprio in quel periodo magico individuato nei primi ’70, e che mi porta spesso a dire, tra stupore e indignazione: “Ma come ho fatto a non accorgermi di loro?”.

Aggiungo un suggerimento ai lettori di questo libro, ai più giovani e a quelli che tutto sanno: ci vuole un pò di umiltà e voglia di allargare la propria mente, aperti al nuovo, aperti al vecchio, pur sapendo che la perfezione di “Selling England By The Pound” è irraggiungibile e può essere usata come punto di riferimento, il “peso campione” con cui tutti devono fare i conti quanto si sbilanciano nel parlare di un bell’album.

Stefano Orlando Puracchio facilita il compito, con la sua scrittura che è compendio di didattica, documento e passione, e regalandoci il suo punto di vista prova ad osare, riuscendo a “inventare” qualcosa che, in questi termini, non esisteva ancora.
Lettura piacevole.


martedì 1 maggio 2018

Mamas and Papas


I Mamas and Papas furono protagonisti e testimoni di quell’epoca culminata con la “Summer of Love”.
Ma che accadeva in quei giorni dalle nostre parti?
In Italia, la fine degli anni Sessanta è caratterizzata dalle cover dei successi inglesi ed americani, e i meno “introdotti” nella materia musicale arrivano ai M&P per induzione, attraverso la canzone “Sognando la California” cantata dai DIK DIK.
L’originale aveva come titolo “California Dreamin”, proposta nel filmato a seguire.

Il gruppo nacque nel settembre del '65 dall'unione tra John Phillips e la moglie, Michelle Gilliam, Cass Elliot, che come John aveva lavorato a New York nel giro del Village, e Denny Doherty. Riuscirono a spuntare un contratto con una nuova etichetta, la Dunhill e cominciarono a fare concerti.

È del 1966 il loro primo disco "If You Can Believe Your Eyes and Ears", contenente la canzone "California Dreamin", che ebbe un grande successo per tutti gli States. Ma fu con "Monday Monday" che diventarono n°1 negli USA.
Da lì arrivò una serie di successi, uno dopo l’altro, come "Ceeque Alley", "Dedicated to the one I love", "Dancing in the street "e "I saw her again".
I pezzi, scritti dai Phillips, erano di prim’ordine, gli arrangiamenti vocali estremamente curati e i musicisti che li accompagnavano tra i più quotati session men del circuito Hollywoodiano: di conseguenza ebbero un importante seguito tra i giovani guadagnandosi numerosi fan.
Nel 1967, nel pieno periodo di popolarità, comincia il declino del gruppo, in parte dovuto alle liti coniugali tra John e Michelle, e lo scioglimento arriva nel 1968. La casa discografica fa ristampare tutti i loro dischi e nel '71 c’è un tentativo di riunione che produce l’album "People like us" che non è comunque all’altezza dei precedenti lavori.
John cerca fortuna come produttore cinematografico, Michelle come attrice e Mama Cass inizia una carriera da solista; quest'ultima morirà di infarto a soli 32, anni a Londra, nel 1974.
I Mamas & Papas, con i loro abiti stravaganti, l’aria da eterni vagabondi e con le loro canzoni di matrice folk, dalle melodie spensierate e nello stesso tempo per niente scontate,  cavalcarono l’ondata hippy in voga in quegli anni e riuscirono ad imporre un sound tutt'ora  indimenticato. Grazie all’utilizzo di "Make Your Own Kind Of Music" in un episodio fondamentale di tutta  la saga  del telefilm di gran successo Lost, la canzone si è  rapidamente diffusa fra gli amanti  di quel  movie e ha portato a un grandissimo incremento delle vendite dei greatest hits di  Mamas  Cass e del gruppo stesso.