mercoledì 28 dicembre 2016

Sergio d’Alesio: "GEORGE HARRISON- MY SWEET LORD: LA VIA DELLA SPIRITUALITA’ ”


Sergio d’Alesio ci regala un altro capitolo che lega la grande musica ai frammenti di storia e ai personaggi che hanno avuto il coraggio, la forza e il talento per incidere e aprire una via da seguire.
George Harrison non ha bisogno di presentazioni, neppure tra le nuove generazioni, e la sua figura intrisa di spiritualità è sempre emersa anche in momenti in cui parlare della coppia Lennon/McCartney pareva spiegare meglio certi fenomeni musicali.
Ma il talento di George, le sue abilità di compositore e di artista completo si sono ben presto rivelate al mondo, così come il progressivo distacco verso la materia, a favore dello spirito.
L’autore, nel libro “GEORGE HARRISON- MY SWEET LORD: LA VIA DELLA SPIRITUALITA’ ”, ci descrive, soprattutto, questa seconda immagine, toccando i punti salienti, gli incontri, le motivazioni e le relazioni fondamentali della vita di “The Quiet One”.
Ne emerge un quadro illuminante, quasi didattico se si pensa alle scelte descritte che hanno a che fare con la qualità dell’esistenza, una picture che permette di unire vite e musiche che intersecano occidente e oriente, creando una sintesi culturale che appare alla fine come documento di riferimento.
Una vita straordinaria, un uomo predestinato, un musicista di enorme talento che verrà ricordato per la sua arte e per la capacità di ritagliarsi in modo naturale un ruolo quasi mistico, non per moda o convenienza ma per profondo credo.
Sergio d’Alesio ci racconta magistralmente l’iter evolutivo di Harrison, a quindici anni dalla sua scomparsa e in contemporanea con la distribuzione di “Eight Days A Week: The Touring Years”, il film documentario diretto da Ron Howard con la collaborazione di Paul McCartney, Ringo Starr, Olivia Harrison e Yoko Ono.
Allegato al book un CD edito dalla CAPITANATART RECORDS, “In the garden of George Harrison”, dieci brani “tributo” composti da Rino Capitanata e interpretati da artisti indiani, tedeschi e italo finlandesi, che diventano strumento per ogni terapia olistica e rientrano appieno nel progetto musicale e spirituale voluto dall’autore, che nell’intervista a seguire racconta nei dettagli la sua opera, suggerendo alla fine le modalità di fruizione.


L’INTERVISTA

Partiamo dall’essenza del tuo nuovo libro dedicato a George Harrison: che cosa contiene, in che cosa si differenzia da tutti quelli che hanno sino ad oggi trattato il “mondo Beatles”?

Innanzitutto, al pari del mio libro Eagles la leggenda del country-rock, il libro inizia con una prospettiva panoramica circolare che approfondisce il legame fra la religione e il rock’n’roll dedicata a musicisti carismatici come Leonard Cohen, Carlos Santana, Roger McGuinn, Dan Peek, Richie Furay, Cat Stevens, John McLaughlin, Prince e cento altri la cui carriera è stata, fra virgolette “benedetta” dal rapporto con Dio e si chiude con la citazione di album e canzoni in tema. Detto questo, My Sweet Lord: la via della spiritualità non è una biografia su Harrison e tantomeno sui Beatles, quanto una sorta di diario di viaggio di un artista che, a soli 22 anni, si trova nella posizione di diventare un esempio folgorante per la sua generazione stimolando centinaia di migliaia di giovani a partire per un viaggio di sola andata per l’India dalla quale non fanno più ritorno. Grazie al connubio fra musica e spiritualità, George non assume solo il ruolo di padre putativo della world music, ma introduce il mondo occidentale ai mantra, allo yoga, alla meditazione e soprattutto alla lettura dei sacri testi dell’induismo, inclusa la famosa Autobiografia di uno yogi di Paramahansa Yogananda. In realtà, nel giro di poche stagioni dal 1965 al 1969, grazie a compagni di viaggio virtuali (Swami Vivekananda, Paramahansa Yogananda e Caitanya Mahaprabhu) e reali  (Swami Vishnu-Devananda, Maharishi Mahesh Yogi, Ravi Shankar, Sri Swami Satchidananda e A.C. Bhaktivedānta Swāmī Prabhupāda) acquisisce in progressione la piena consapevolezza del vero significato dell’esistenza, contagiando nella sua ricerca anche John Lennon, Paul McCartney e Ringo Starr. Del resto è a George che si deve la presenza di Yogananda sulla cover di Sgt. Pepper.

Harrison aveva un ruolo atipico all’interno della band, non il leader ma sicuramente capace di emergere anche come autore e singer: come giudichi il suo lavoro musicale nelle due fasi distinte, con i Beatles e “solo”?

Lavorando con due geni come Lennon & McCartney, in seno ai Beatles la sua verve compositiva è sempre rimasta in ombra sino ai suoi capolavori inclusi nel doppio White Album: da Long, Long, Long a Piggies, Savoy Truffle e l’incredibile riff chitarristico di While My Guitar Gently Weeps. Con un degno seguito, targato Here Comes The Sun e Something che, all’epoca, Frank Sinatra definì la migliore canzone d’amore mai scritta. Tutto quello che ha fatto dopo emerge in oltre 30 anni di carriera, dove centinaia di brani, anche in parte esclusi dalla selezione degli album dei Beatles, viene finalmente alla luce in arrangiamenti contemplativi, intrisi di misticismo che non rinunciano ad esaltarne la melodia e la coralità tipica dei Fab Four. Canzoni che il grande pubblico ha conosciuto solo in parte e meritano una riscoperta. Una annotazione degna di nota, riguarda proprio la stesura del libro, dove George, al pari della narrazione degli eventi, parla sempre al presente. In questo senso non è una biografia, ma un diario di bordo delle sue esperienze e riflessioni spirituali e artistiche.


Tu hai avuto modo di incontrarlo: che cosa ti ha maggiormente colpito dell’uomo Harrison?

Come diceva Ravi Shankar e io ripeto nell’introduzione e nella backcover del libro:Ho incontrato George Harrison in molte occasioni nel corso della sua carriera. Oltre al talento, ogni volta ero sorpreso dalla sua apertura mentale perchè mostrava il “tyagi”, un totale distacco dalla popolarità, come se lui fosse profondamente differente da quello che la gente ascolta nella sua musica. In realtà, ancor oggi, mi chiedo quali requisiti debba avere una persona per trascorrere su questo pianeta “una vita straordinaria”. George appartiene a quel novero, quasi fosse un fiore che germoglia, una pianta che si rigenera di stagione in stagione o un peepal l’albero di lungo corso che prospera in India…

Sarebbe esistito un Harrison “mito” senza l’incontro con la spiritualità?

Quando lui ha iniziato a suonare non c’erano ancora i grandi alla Jimmy Page, Jimi Hendrix o Eric Clapton e ha dovuto creare il suo stile senza emulare nessuno. Ovviamente la sua ricerca spirituale dona colori, anima e profondità alla sua musica. Nel libro, l’artista ribadisce più volte la sua visione della vita affermando: “Appena sono arrivato in India, Ravi e suo fratello Raju mi hanno dato un mucchio di libri da leggere. Uno era di Swami Vivekenanda che fra l’altro dice: < - ribadendo il concetto nel corso degli anni in maniera sempre più personale -; partecipare ai corsi di meditazione per lunghi periodi in profondità, mi offre la possibilità di collegarmi direttamente all’energia divina ed elevare il mio stato di consapevolezza privandomi della materialità del mio corpo. Per una persona che vive in occidente e fa le follie da rockstar, non è mai facile raggiungere questa connessione. In realtà, ho cominciato seriamente a riflettere sul fatto che il mio stile di vita andava cambiato perché in totale conflitto con tutto ciò che ho imparato in India… Leggere e rileggere le pagine di Autobiografia di uno Yogi è illuminante e ti fa crescere ogni volta. E’ come riconoscersi nelle sue parole. Di riflesso, i miei genitori sono in ansia per il fatto che io rinneghi gli insegnamenti della religione cristiana, ma io li rassicuro spesso al riguardo. Dio ha molti nomi, ma è Uno solo… Per tanti può essere intesa come una moda, per me è una cosa del tutto differente. Ovviamente esiste una forte contraddizione tra la ricerca spirituale di Dio e la vita materiale, fatta di lusso, castelli, auto da corsa e donne in vestito da sera. Ma c’è solo una realtà. Dio è tutto. Dio è in ognuno di noi. La vita è assolutamente eterna ed anche in questo passaggio terreno il Divino può essere colto in pieno, capito e vissuto in maniera totale La morale della storia è che, se accetti gli alti, dovrai passare anche attraverso i bassi. Nel corso della mia vita sto imparando a conoscere l'amore e l'odio, il bene e il male, le sconfitte e le vittorie. Pur reputandomi una persona fortunata, la mia esperienza è semplicemente una versione amplificata di quello che vive chiunque altro. Qualsiasi cosa sia accaduta è positiva se ci ha insegnato qualcosa, ed è negativa solo se non abbiamo ancora imparato a rispondere a tre semplici domande: ‘Chi sono? Dove sto andando? Da dove vengo?’. Non esiste altra verità. L’unica cosa importante è connettersi con il divino, tutto il resto è relativo e non ha alcun significato>>.

Qual era il suo rapporto con la “materia”, necessaria comunque nel quotidiano?

Sin dalla nascita del figlio Dhani, il suo rapporto con il quotidiano è rappresentato dalla sua famiglia e dalla natura che lo circonda. “Dhani ha bisogno di me. Se non fosse per lui, avrei abbandonato questo mondo da molto tempo…” ha sempre ricordato l’artista nel corso della sua esistenza.

Nel contenitore che hai realizzato è inserito anche un CD che propone un tributo all’artista: me ne parli?

Al pari di poche altre etichette italiane, la CapitanArt Records è una casa editrice indipendente (in seno alla quale ho già realizzato una trilogia dedicata a Il Potere Curativo della Musica in versione audiolibro ndr.) gestita in prima persona dal polivalente artista e compositore Rino Capitanata, che vanta prestigiose collaborazioni con artisti in tutto il mondo e preziose produzioni musicali dedicate alla meditazione, allo yoga ed altre discipline olistiche. Concettualmente perfettamente allineata ai principi della Meditazione Trascendentale del Maharishi Manesh Yogi e alla fusione sonora fra occidente e oriente proposta Harrison & Shankar sin dal 1974 con il rivoluzionario show “Music Festival from India”, oggi l’etichetta propone il George Harrison Music Tribute un vero e proprio omaggio strumentale di 10 brani musicali originali composti da Capitanata che attraversano quella sottile linea sonora che permette al corpo, alla mente e soprattutto all’anima umana di instaurare un rapporto diretto con il Trascendente. Contrariamente al sentito omaggio del Concert for George alla Royal Albert Hall e del George Fest di Los Angeles, il CD propone una colonna sonora reale/virtuale che ripercorre tutte le esperienze spirituali della sua vita come singolo individuo, con ovvie reminescenze condivise insieme ai Beatles descritte in Rishikesh e Maharishi. Il CD interpretato dalla vocalist Deja Raja e il sitarista Hariprasad entrambi originari dell’India, il tedesco Swami, l’italofinlandese Thea Crudi e lo stesso Capitanata spazia in ogni più recondita e segreta dimensione spirituale del pianeta Terra, donando all’ascoltatore la chance di portare alla luce la scintilla divina che plasma l’anima umana.


Può essere, anche, un aiuto, una agevolazione per arrivare a momenti di riflessione e a una buona introspezione?

L’atmosfera sonora dell’album è metafisica, surreale, quasi pronta ad elevare un ponte virtuale fra la vita e il divino. Il tributo s’allinea perfettamente alle parole dell’artista: “Tutte le religioni sono parte di un grande albero. Non è importante che Dio venga chiamato Cristo o Krishna o Buddha, quello che è veramente importante è entrare in contatto con Lui. Grazie al supporto delle nostre guide spirituali, noi possiamo eludere il male. Questo è il motivo per cui i mantra della fede induista ripetono all’infinito “Hare Krishna, Hare Krishna” invocando la sua protezione”. In questa prospettiva, leggere il libro ascoltando il CD può donare a chiunque momenti di pace e di benefica autoriflessione.

Qual è il ruolo in cui ha più apprezzato Harrison, tra i tanti da lui recitati?

Negli anni sessanta nessuno pensava a lui come ad un santone tipo il Maharishi, Osho o Sai Baba, ma più che altro come ad uno sperimentatore, precursore di un futuro così denso di promesse. Questo è il suo ruolo che apprezzo maggiormente anche se il suo rapporto con la musica resta l’elemento emotivo trainante anche nella splendida avventura con il supergruppo dei Traveling Wilburys, condiviso con Bob Dylan, Tom Petty, Jeff Lynne e Roy Orbison che pochi in Italia conoscono.


Esiste a tuo avviso qualcuno che possa raccogliere la sua eredità?

Sinceramente non credo che possa nascere un altro George Harrison. Se ogni persona è unica e irripetibile, penso che il The Quiet One sia davvero unico.

Hai avuto modo di vedere “Eight Days A Week”, il film di Ron Howard?

Certo e mi sono molto emozionato perché considero quelle immagini davvero vive e pulsanti ancor oggi, ma nulla credo sia paragonabile al film Living in the Material World di Martin Scorsese che giudico il migliore film-documentario musicale mai portato sul grande schermo.


Per concludere la chiacchierata… mi dai un giudizio di quell’epoca irripetibile che a volte fa pensare che essere “antichi” hai i sui pregi, avendo potuto vedere in diretta ciò che accadeva?

Personalmente, penso che gli ultimi grandi nomi del rock siano stati gente come Police, Dire Straits, Eurythmics, Costello, Springsteen e forse Lucinda Williams. Il resto è poca cosa, inclusi i Coldplay che a me dicono poco. Perché? Tutto il resto è accaduto “prima” e “dopo” non è accaduto più nulla. Non a caso nel recente raduno a Indio, California, i dinosauri del rock sono ancora loro: Rolling Stones, McCartney (leggi Beatles), Neil Young (leggi CSN&Y), Dylan, Who e Roger Waters (leggi Pink Floyd). Forse mancavano e aggiungerei i Led Zeppelin, Paul Weller, Van Morrison, i Fleetwood Mac di Rumours e quel che resta degli Eagles e dei Genesis originari. Ma si sa, oggi se citi i Byrds o i Kinks la gente ti guarda storto e pensa che sei un vecchio trombone dinosauro, ancora ancorato al passato. Ma se hai vissuto quegli anni in prima persona, dietro e sotto il palco, non puoi dimenticarli… Non essendo al momento distribuito in libreria, chiunque fosse interessato a leggere il mio libro ed ascoltare il CD può contattarmi via facebook. E’ un modo simpatico e diretto per ritrovarsi e continuare a sognare, in barba ai mali del mondo.



martedì 27 dicembre 2016

Storie di musica e amicizia...


Un bel regalo natalizio di Andrea Vercesi… una storia di musica e amicizia!

Dice Andrea:
Ho aspettato cinque anni prima di decidermi a fare qualcosa con questa canzone... Appunto cinque anni fa io ed il mio grande compianto amico Gary Pickford-Hopkins stavamo programmando di scrivere a quattro mani delle canzoni per un CD che avesse come tema il Natale. Ci fermammo a due pezzi pronti perchè da lì a poco un male (che purtroppo non lascia scampo) ci avrebbe portato via Gary per sempre, lasciando così un vuoto incolmabile. Natale è alla porte ed ho preso coraggio... voglio regalare a tutti questa "Inspired By Angels". Gary scrisse il testo sulla mia musica e sul mio arrangiamento... tubular bells, cornamusa, mandolino, chitarre, cori angelici... tutti ingredienti per ottenere un pezzo natalizio... ma Rock... come piaceva a Gary e come piace anche a me. Decisi di registrare tutto in casa, compresa una batteria acustica montata nella mia piccola sala prove (ci stavamo a malapena)... batteria suonata in questa occasione dal mio amico Giulio Balice, che ringrazio dal profondo del cuore per aver partecipato a questa fantastica esperienza. Io suonai tutto il resto e Gary registrò a casa mia la voce principale e la seconda voce dopo una bella cena e dopo "qualche" bicchiere di vino rosso dell'Oltrepò Pavese. Fu tutto emozionante... e mi emoziono ancora oggi nel pensare a Gary e alla nostra amicizia. Resterà sempre nel mio cuore. Per chi non conoscesse Gary lui era un grande uomo e un grande artista di origini Gallesi. Cantante degli Eyes Of Blue negli anni '60, cantante dei Wild Turkey (il gruppo formato dal bassista Glenn Cornick dopo che Ian Anderson lo allontanò dai suoi Jethro Tull), vocalist di Rick Wakeman (tastierista degli Yes) per i suoi dischi solisti. Collaborò con decine di grandissimi artisti in tutto il mondo e nientemeno gli AC/DC lo volevano come nuovo cantante dopo la morte di Bon Scott. Provò con loro per un breve periodo ma Gary non accettò la loro proposta alla fine perchè non voleva essere costretto a vivere una vita condizionato dalla droga e dagli eccessi (come gli stessi membri degli AC/DC gli avevano chiesto...) preferendo partire per una tourneè in Giappone con Tetsu Yamauchi (primo bassista dei Free). Gary si divertiva moltissimo a ricordare che i primissimi ZZ Top (quando i fratelli Gibbons non avevano ancora la barba che li ha resi famosi oltre alla loro musica) suonarono "da spalla" ai Wild Turkey dove cantava Gary. Su un volo aereo fu proprio uno dei fratelli Gibbons a rimirare la lunghissima barba che aveva Gary all'epoca. Gibbons avrebbe esclamato a Gary: "Quasi quasi me la faccio crescere anche io!"... e così è stato e non se la sono MAI più tagliata rifiutando anche 1.000.000 di dollari dalla Gillette (famosa produttrice di lamette da barba) per uno spot in cui dovevano tagliarsela. Sono tanti gli aneddoti di quegli anni assaporati nei racconti di Gary davanti al camino di casa sua, comprese delle Polaroid scattate dalla stesso Gary da sotto il palco a Ian Anderson nella tourneè dei Jethro Tull in America, quella di Thick As A Brick (quando i Wild Turkey facevano loro "da spalla"...)... e potrei andare avanti all'infinito…
Il video (molto semplice) è per completare l'esperienza di ascolto con qualcosa di visivo... immagini di Natale e qualche foto mia e di Gary... nella speranza di suscitare qualche emozione positiva…
Buon Natale!”




lunedì 19 dicembre 2016

Fabio Biale-“La gravità senza peso"


Conosco Fabio Biale da molto tempo: era forse un 24 dicembre di qualche anno fa, solita eccitante vigilia di Natale, e nelle vie intestine della nostra città lo vidi esibirsi in gruppo, in modo itinerante, con uno strumento inusuale, un paio di cucchiai! E poi assieme a Zibba, Liguriani… protagonista di tanti progetti in cui lui emerge sempre come impareggiabile violinista e “uomo da palco”.
Quando tre anni fa uscì il suo primo album solista, La sostenibile essenza della leggera, si evidenziarono le sue doti compositive e il suo status di polistrumentista, e in quel contenitore Fabio iniziò a riassumere i fatti salienti della prima parte del suo percorso.
Ciò che propone oggi Fabio Biale è il secondo step, quello della prima maturità, legato a cambiamenti personali importanti e a un’evoluzione musicale che, vivaddio, non abbandona mai, almeno chi si mette sempre in gioco e affronta il futuro professionale con umiltà e voglia di incidere sul proprio destino.
Il nuovo disco si presenta, ancora, con un titolo carico di significati, che lui stesso spiega nello scambio di battute a seguire: La gravità senza peso". Se la curiosità iniziale è lecita, lo scorrere delle parole e delle note illuminano ciò che si nasconde tra le righe, e l’intestazione assume un peso rilevante, un “romanzo in quattro parole”, seguendo più o meno volontariamente l’insegnamento di Hemingway, che tracciò una linea guida con la sua storica sintesi: “Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate”: in quel caso il capolavoro necessitava di sei parole, classico esempio di pathos e brevità. Non è accostamento irriguardoso, dai grandi occorre prendere esempio!
Fabio Biale diventa direttore d’orchestra, scrive ogni partitura a tavolino e consegna il compito scritto ai suoi incredibili compagni di viaggio - è lui stesso che li nomina nel corso dell’intervista - dettando regole e modus operandi.
Ne esce fuori un buon numero di tracce, 13 - con l’aggiunta della ghost track “Rock ‘n’ Roll”, del 1992 - che  dipingono un altro spicchio di vita, più attuale, con il vezzo di chi scrive di sé pensando di osservarsi dall’alto e in qualche modo giudicare, o trarre conclusioni. Ci sono tutti nel racconto - chi si incontra per caso o con continuità -, quelli che espongono il fianco senza controllo, anche quando sono attori secondari, perché anche il loro silenzio arriva al cuore e al cervello, certamente più di un discorso prolisso. E così il diario in cui Fabio ha annotato il suo vissuto/sognato/desiderato diventa un album che è molto più di somma di canzoni, con cui si può… si deve sorridere, cercando di immaginare di più di quello che viene mostrato; entrando un po’ in profondità, magari aiutandosi con la lettura dei testi, ci si fa un’idea chiarissima dell’arte di Fabio Biale e del suo essere musicista, sensibile e virtuoso, non solo portatore di alte capacità musicali, ma interessato e impegnato nel regalare messaggi personali che diventano universali, assumendo il ruolo di didascalia di alcuni momenti di vita.
Certo, è un disco di cui si può godere in modo diverso, più “leggero”, ma se ci si spinge oltre, quel concetto di estrema gravità che attanaglia le nostre vite, accomunato all’assenza di peso, porta a pensare a quale sia il nostro comportamento rispetto alle insoddisfazioni del quotidiano, momenti difficile a cui spesso non si può trovare soluzione, che si superano solo con un diverso atteggiamento. E chiudendo tutti i cerchi.
Un bellissimo lavoro quello dell’ormai saggio Fabio Biale.


L’INTERVISTA


Quando tre anni fa è uscito il tuo album di esordio, “La sostenibile essenza della leggera”, pensai potesse essere episodio isolato, solo perché avevo l’abitudine a vederti in gruppo, strumentista virtuoso che ama cesellare per altri, e invece… che è accaduto nella tua vita da allora?


Nonostante “La sostenibile essenza della leggera” sia stata un’esperienza alquanto inaspettata anche per me - registrato un pò per caso, un pò per gioco, un pò per sfida - non ho mai pensato che sarebbe stato un episodio isolato. E’ anche vero che, dopo quel disco, sono accadute tantissime cose: ho lasciato la band di Zibba e Almalibre e, almeno per un pò, il mondo del rock e del pop, sono tornato a fare l’insegnante di italiano abbandonando la nobile arte della pizzicagnoleria, mi sono sposato, ho un figlio. Tutte queste vicende hanno avuto sicuramente un peso. Indubbiamente mi hanno responsabilizzato; mi hanno consegnato una coscienza di personalità autonoma, maggiormente centrifuga rispetto alla realtà del gruppo. In un certo senso l’album d’esordio chiudeva la fase della giovinezza: raccontava la mia storia dai sedici ai trentuno anni. Questo secondo capitolo, “La gravità senza peso”, fotografa esattamente il mezzo del cammin di nostra vita. E’ come un grosso serpente sonnacchioso, arrotolato sui  trentacinque anni. Si guarda intorno, ride del prima e irride il dopo. Ma dopotutto non si sente cambiato e teme che non cambierà. Ho letto da qualche parte che quando nasce un figlio una parte dell’uomo che sei muore e devi elaborare il lutto di quel te stesso. Allo stesso tempo ritorni bambino: Babbo Natale ricomincia a farti visita, giochi, racconti favole. Quindi allo stesso tempo è una scoperta individualistica, una riflessione sul giro di boa, un requiem edipico, un inno alla seconda fanciullezza. 


Anche in questa caso giochi con le parole a partire dal titolo: se nel primo album c’era bisogno di una sorta di traduzione per i “non liguri”, l’ossimoro contenuto ne “La gravità senza peso” non mi pare da meno e richiede qualche spiegazione da parte dell’autore…

La gravità senza peso è un regalo di Italo Calvino. Nelle Lezioni americane si proponeva di trovare sei valori per la letteratura del millennio successivo, questo millennio. La leggerezza è il primo di essi. Calvino, ad un certo punto, scrive che dal sangue della Medusa, che trasformava chiunque la osservasse in pietra, era nato il cavallo alato Pegaso. La pesantezza si rovescia nel suo contrario. Una leggerezza pensosa che prende parte all'amara commedia della vita e che sola la può alleviare. Una leggerezza che non è frivola perché è, appunto, gravità senza peso. 


Possiamo considerare questo nuovo album collegato al lavoro precedente?

Assolutamente. Lo definisco sempre come il secondo capitolo della trilogia della leggerezza ma non aggiungerò altro. (Ti sto già confessando che ci sarà un terzo album, che vuoi di più?).

Sono 13 i brani contenuti: qual è l’essenza del disco, dal punto di vista del messaggio? Esistono concettualità e tratti biografici?

La leggerezza, come si diceva. Racconto storie la cui gravità ne insegue il segreto: ci sono eroi, innamorati, assassini, mendicanti; i disillusi e gli indomabili. Sono tutti racconti che hanno un legame autobiografico diretto. Fatti accaduti, visioni, deduzioni. In una canzone dico: “Quando il tono è piuttosto sincero/e ti mostra per quello che sei/e il racconto non è tutto vero/ma tu sei quello lì e lei è lei.” Giusto per fare un esempio: il bolo isterico ce l’ho davvero.

Non posso dimenticare il tuo valore come polistrumentista: cosa si trova dal punto di vista strettamente musicale dentro al tuo nuovo contenitore?

Intanto è un disco interamente di composizione. Non c’è stato lavoro di squadra o work in progress nella creazione dei brani. Mi sono sfidato nello scrivere tutte le parti a tavolino: ho somministrato la partitura ai musicisti che ritenevo più adatti i quali la hanno meravigliosamente arricchita con la loro personale sensibilità e interpretazione. E’ stato davvero emozionante sentire che la carta scritta pian piano cominciava a suonare davvero. Come polistrumentista mi sono occupato di cantare, suonare il violino, registrare qualche chitarra acustica, il bodhran e le tastiere. Una bella sfida e una bella fatica. Mai più! (Scherzo!)

Tu dici che non c’è stato lavoro di squadra a livello compositivo, ma presenti un team al lavoro ricco di elementi importanti: come l’hai composto… con quali criteri?

Il suono del disco era già tutto in testa prima di entrare in studio. Il timore più grande durante tutte le registrazioni è stato quello di mancare quel suono. Il raggiungimento di quell’obiettivo mi ha fatto comporre la squadra. Di grande aiuto sono stati i suggerimenti di Rossano Villa, espertissimo conoscitore della realtà musicale ligure. Super professionisti, amici di lunga data e musicisti incredibili ecco tutta la banda: Fabio Vernizzi al pianoforte, Stefano Cabrera al violoncello, Stefano Ronchi, Luca Falomi e Marco Vescovi alle chitarre, Saverio Malaspina alla batteria, Riccardo Barbera al basso e contrabbasso, Giorgia Mammi al clarinetto. E poi gli ospiti: Dario Canossi dei Luf, l’attore Mauro Pirovano e Zibba (che è presente in Albergo zot nella versione digitale dell’album). Con quale criterio li ho scelti? Ma hai sentito come suonano? Come fai a non sceglierli?

L’album è stato registrato agli Hilary Studio del già citato Rox Villa: quanto ha inciso la sua professionalità nella realizzazione delle tue idee?

Rox è un amico e un giudice inflessibile. Ha ottime orecchie e sa ascoltare quello che gli proponi come riferimento per il tuo sound. Quanto ha contato? Forse senza di lui questo album non ci sarebbe stato. In parte perché la scintilla per pubblicare un secondo album è scoccata dalle sue pressioni e dal suo entusiasmo dopo La sostenibile essenza della leggera, e inoltre perché ha saputo cogliere le non poche follie musicali che mi correvano per la testa. Abbracciare l’aria sottile e farne un mazzo non è roba da tutti.

Come pubblicizzerai l’album? Hai previsto presentazioni e concerti di pubblicizzazione?

Il disco è uscito ufficialmente il 13 dicembre e sto concludendo ora gli accordi promozionali e di ufficio stampa. Fino a qui mi sono occupato personalmente della promozione. Per quanto riguarda il live uscirà presto un calendario del tour di presentazione. C’è stata una data numero zero il 17 dicembre a Laigueglia a Le Malebolge, in duo con Ivano Vigo alla chitarra.

Come ti si può seguire in rete?

Ho un sito freschissimo, www.fabiobiale.com, e una pagina sia su Facebook sia su Instagram. Cercate e seguite Fabio Biale per avere aggiornamenti costanti!

Guardiamo oltre: che cosa farà Fabio Biale dal 1 gennaio 2017?

Suonare, scrivere, studiare. Le tre S che mi fanno compagnia da una vita. Poi c’è la scuola, la quarta S. Passare un po’ di tempo con mio figlio e mia moglie. Che ha un nome che comincia per S, guarda caso. Temporeggio nella risposta perché tutto sommato non lo so. La sesta S.  Stop.





domenica 18 dicembre 2016

Tanti auguri a Keith Richards e alla sua... accordatura aperta


Compie oggi 73 anni Keith Richards, nato a Dartford il 18 dicembre del 1943.
Per ricordarlo propongo un mio post di qualche tempo fa, incentrato su di un aspetto tecnico, per evidenziare quanto Keith sia stato innovativo, fatto su cui non tutti sono d’accordo.

Nel corso della lettura di life”, il racconto della vita di Keith Richards, sono rimasto colpito dalla storia riguardante il suo modo di suonare la chitarra, delle cinque corde e dell’accordatura aperta in SOL da lui utilizzata nel corso degli ultimi quarant'anni. Non credo abbia fatto proseliti, ma di sicuro è stato un innovatore. Richards non piace a molti, musicalmente parlando, e molti lo detestano per il suo stile di vita mentre altri pensano che non sia tecnicamente degno di nota e che sia impropriamente inserito nella lista dei migliori chitarristi esistenti. Ciò che descrivo a seguire mi pare dimostri almeno la condizione oggettiva di archetipo del chitarrista elettrico, e ciò non mi pare fatto privo di significato.


Tratto liberamente da “life”, autobiografia di Keith Richards.

La grande scoperta che feci alla fine del 1968 o nei primi mesi del ’69 fu l’accordatura aperta a cinque corde. Mi cambiò la vita. E’ così che suono i riff e le canzoni per cui gli Stones sono più conosciuti - Honkey Tonk Woman, Brown Sugar, Tumbling Dice, Start Me Up e Satisfaction.
Ero giunto a un punto morto ed ero convinto di non fare progressi con l’accordatura standard, da concerto. Non imparavo più e certi sound che cercavo non riuscivo ad ottenerli. Era da un pò che facevo esperimenti con le accordature. Il più delle volte le cambiavo perché avevo in testa una canzone, eppure, per quanto mi impegnassi, non ero in grado di tradurla in accordi con l’impostazione tradizionale. In più volevo riprendere alcune cose tipiche dei vecchi chitarristi blues e trasporle sull’elettrica mantenendone la semplicità di base e la purezza. Fu allora che venni a sapere tutta quella roba sul banjo.
Di solito l’accordatura del banjo veniva impiegata sulla chitarra per eseguire la tecnica slide o utilizzare il collo di bottiglia. “Accordatura aperta” significa semplicemente che la chitarra è stata impostata, in precedenza, su un accordo maggiore (ma esistono modalità diverse).
Io avevo lavorato sul RE e sul Mi aperti. Ero venuto a sapere che Don Everly usava un’accordatura aperta in alcuni brani. Si limitava a fare il barrè, a far scorrere il dito sulla tastiera. Il primo a suonare un SOL aperto davanti ai miei occhi fu Ry Cooder, malgrado se ne servisse esclusivamente per la tecnica slide, ancora con il MI basso. Io decisi che era troppo limitante, e che il MI basso mi stava tra i piedi. Mi accorsi che non ne avevo bisogno, non stava mai accordato e mi era d’intralcio rispetto a ciò che volevo fare, così lo tolsi, e la 5° corda, e il LA, divenne la nota più bassa. Se per caso colpivo quella corda non dovevo più preoccuparmi, né dovevo regolare gli armonici e tutte quelle cose che neppure mi servivano.
Cominciai a strimpellare con l’accordatura aperta… territorio inesplorato. Cambi una corda e d’un tratto ti ritrovi con un universo completamente nuovo sotto le dita. Tutto ciò che pensavi di sapere è volato fuori dalla finestra. Nessuno aveva mai pensato di suonare accordi minori su un’accordatura aperta maggiore, perché sei costretto ad usare degli espedienti. Devi ripensare tutto, come se il tuo pianoforte fosse stato capovolto, e i tasti neri fossero diventati bianchi, e quelli bianchi neri. Oltre alla chitarra devi riaccordare la testa e le dita. E abbandoni il regno della musica comune. La maestosità dell’accordatura aperta in SOL su una chitarra elettrica a cinque corde è che ci sono solo tre note - le altre due sono doppioni disposti su ottave diverse - .
La sequenza è: SOL- RE- SOL – SI- RE.
Certe corde risuonano, quindi, per l’intera canzone tenendo sempre bordone, e dato che sei su un’elettrica, producono un riverbero. Solo tre note, ma grazie a quei doppioni su ottave diverse, la distanza tra note alte e basse è colmata dal suono, con una magnifica risonanza squillante. A forza di suonare con le accordature aperte mi sono reso conto che ci sono un milione di posti dove non devi mettere le dite. Le note ci sono già. L’accordatura aperta funziona se riesci a individuare i punti dove posizionare le dita, e se azzecchi l’accordo giusto ne puoi sentire un altro sottostante che vibra anche se non lo stai suonando. Eppure c’è, e sfida ogni logica. Ciò che conta è ciò che lasci fuori. Fai risuonare tutto in modo che una nota si armonizzi con l’altra, e vedrai che, se hai cambiato posizione delle dita, quella nota riecheggerà ancora. Lascia che continui. Si chiama bordone, o almeno io la chiamo così. Da un punto di vista logico sembra senza senso, ma quando stai suonando e ti accorgi che la nota prosegue nonostante tu abbia cambiato accordo, ecco, quella è la fondamentale della canzone, è il bordone. Imparare di nuovo a suonare la chitarra mi appassionò e mi diede vigore. Era uno strumento diverso. Feci costruire delle chitarre a cinque corde per me. Non ho mai voluto suonare come qualcun altro, e dopo quella fase ho voluto scoprire ciò che la chitarra o il piano avevano da insegnarmi. Le cinque corde fecero piazza pulita del disordine. Mi consentirono di trovare nuovi lick e intessere trame più ricche. Potevo quasi sovrapporre la linea melodica agli accordi, grazie alla possibilità di aggiungere note qua è là.
E tutto a un tratto, anziché avere due chitarre, era come se avessi un’intera orchestra. Non sapevi più chi suonasse cosa… era fantastico.
Ian Stewart ci chiamava affettuosamente i suoi “prodigi da tre corde”, ma era un titolo onorevole. Che cosa puoi fare con quei tre accordi? Chiedete a John Lee Hooker, la maggior parte delle sue canzoni ne aveva solo uno, così come i pezzi di  Howlin’Wolf e Bob Didley… solo un accordo. Fu ascoltando loro che compresi che la tela a mia disposizione era il silenzio. Il genere di musica in cui si tappano tutti i buchi in modo frenetico non era certo la mia passione, né ciò che ascoltavo volentieri. Con cinque corde potevo essere sobrio, lasciando un vuoto tra un accordo e un altro. Ecco cosa mi ha insegnato “Heart-break Hotel. Quella fu la prima volta in cui sentii qualcosa di così spoglio. Allora non ragionavo come adesso, ma quello mi rimase impresso, quell’incredibile profondità al posto di un proliferare di fronzoli. Per un ragazzo della mia età fu una rivelazione.
Passare alla cinque corde fu come voltare pagina: là iniziava un’altra storia e.. sto ancora esplorando!

Editore: Feltrinelli
Collana: Varia
Data uscita:  03/11/2010

Ed ecco qualche spiegazione in lingua italiana.

giovedì 15 dicembre 2016

Decameron: Ten Days in 100 Novellas – Part III



Decameron: Ten Days in 100 Novellas – Part III

Adoro tutto quanto proposto dalla Colossus, l’associazione progressive rock finlandese capace di opere monumentali che sono il frutto del coinvolgimento di artisti dislocati nei vari luoghi del pianeta.
Sono realmente impressionato dal lavoro di Marco Bernard, capace di proporre progetti complessi da definire, perché frutto di connessioni tra tessuti lontani nello spazio, e capace di accorciare ere differenti, come è accaduto recentemente con il lavoro di restyling di mondi passati con i suoi The Samurai Of Prog, propositori del magnifico “Lost And Found”.
Sono 4 i CD che compongono la terza e ultima parte del Decameron, accompagnati da un booklet sontuoso e di grande effetto - 64 pagine a colori - curato da Ed Unitsky. Il mastering è di Tommi Liuhala.
Qualche fatto oggettivo rilevato dal comunicato ufficiale: sono 35 le band progressive che partecipano, provenienti da 13 differenti paesi. I brani realizzati sono 36, circa 278 minuti di musica che vedono Bernard come regista principe.
Cospicuo il contributo italiano, rilevabile all’interno dei partecipanti: 

Queste le band che hanno preso parte a Decameron III: Robert Webb, Ageness, Ellesmere & Pericle Sponzilli, JPL, Willowglass, Trion, Stella Lee Jones, Nexus, The Nova Mob, Elephants of Scotland, Jinetes Negros, Mauro Mulas, Latte e Miele, Oceanic Legion, Interpose, Court, Ars Ephemera, United Progressive Fraternity, Alex Grata, Il Tempio Delle Clessidre, The Rebel Wheel, Taproban, D’AccorD, Phoenix Again, Castle Canyon, S.A.L.U.E.N.A, Il Castello di Atlante, Fran Turner, Blank Manuscript, Ozone Player, Faveravola, Cirrus Bay, Marchesi ScamorzaBornidolLocus Amoenus, Castle Canyon.

Proviamo a dare una dimensione della copertura geografica dei partecipanti: Finlandia, Italia, Giappone, Francia, Inghilterra, Olanda, Argentina, USA, Canada, Austria, Russia, Norvegia, Spagna: una multinazionale al lavoro!
Ho ascoltato una prima volta le oltre 4 ore e mezza di musica tutto d’un fiato, approfittando di un lungo viaggio al volante, senza quindi poter leggere alcun credito, e ho così goduto della sintesi del mio mondo musicale preferito, quello che cambia ritmo e atmosfera ad ogni angolo, dove le cesellature classiche ammorbidiscono il duro rock e dove arpeggi acustici guidano cavalcate elettriche, e in questo piccolo/grande contenitore ho scoperto attori di cui non conoscevo l’esistenza che, in occasione di ulteriore ascolto, mi hanno portato alla ricerca di terre sconosciute, per effetto della curiosità e di quel sacro effetto domino che permette di scoprire ciò che è sconosciuto, realizzando immediatamente che la musica di cui non si sa è superiore a quella incamerata.
E così si incontra la classe e la qualità dei giapponesi Stella Lee Jones o il prog sorprendente degli americani The Nova Mob, così come la freschezza dei canadesi Ars Ephemera e la genialità espressiva degli argentini Jinetes Negros.
Massiccia, come già scritto la presenza italiana - 12 band - che vede gruppi storici e consolidati nel tempo alternati ad esperienze più recenti.
Un lavoro di squadra incredibile e una proposta di estrema qualità che assume aspetti didascalici per chi si avvicina solo ora a questo genere musicale, ma che può rappresentare una grande sorpresa anche per i più navigati.
Marco Bernard, all’interno della Colossus, ha una prerogativa, quella di far apparire semplici progetti dalle dimensioni gigantesche contraddistinte dalla grande qualità musicale, e la sua capacità aggregativa appare una competenza da cui occorrerebbe attingere.
Questa parte finale del Decameron dovrebbe essere nelle case di ogni amanti della musica - non solo progressiva -  e di chi volesse avvicinarsi a qualcosa da scoprire.
Un tempo accadeva proprio così… chi comprava l’ultimo vinile uscito lo metteva a disposizione della sua comunità, e la musica prendeva il volo, e per quell’ora di ascolto eravamo un tutt’uno.
Cofanetto da non perdere!


Decameron III è disponibile su www.seacrestoy.com e su vari distributori di musica progressiva in tutto il mondo.



venerdì 9 dicembre 2016

Banda Tziga, la presentazione ufficiale di "Belinke Swing, alla Ubik di Savona, l'8 dicembre


Giovedì 8 dicembre è stato presentato ufficialmente l’album “Belinke Swing”, della Banda Tziga.
Ho commentato il disco e ho dato un piccolo contributo in fase di completamento del contenitore fisico, lavoro che mi ha “obbligato” ad esprimere un giudizio succinto e quindi a fare opera di sintesi (http://athosenrile.blogspot.it/2016/11/banda-tziga-belinke-swing.html), fatto davvero gratificante.
La location scelta è ancora una volta la libreria Ubik di Savona, sempre pronta a raccogliere e a promuovere le occasioni di condivisione.
Pubblico folto, oltre le più rosee aspettative, attratto anche dalla possibilità di una mini performance live.
Luciano Puppo - contrabbasso -, Luca Pesenti - violino - Fabio Pesenti - chitarra e Eros Crippa - chitarra e voce -, arrivano infatti armati dei loro strumenti, abbigliati in modo tematico, pronti a riproporre una musica fatta di swing, capace di catapultare verso ere antiche.
Ma è questa musica immortale, certamente di nicchia, capace di risvegliare i ricordi e, a mio giudizio, pronta a diventare un ipotetico “testo scolastico”, propositrice di cultura e tradizione, merito supplementare da attribuire a Banda Tziga, ensemble costituito da artisti virtuosi, capaci di fare squadra, suonando divertendosi.
Il pubblico ha apprezzato e il susseguirsi dei brani è stato intercalato da informazioni oggettive e da qualche gustoso siparietto che ha fatto trasparire lo spirito alla base della band, tra battute e ospiti immaginari, tra ammiccamenti e pseudo potenti sezioni di fiati (kazoo!).
Molte le tracce dell’album eseguite e della parte strettamente musicale propongo un brano atipico, un valzer fatto con un tempo composto (5/4), che darà bene l’idea dell’atmosfera che si è venuta a creare, e di cosa possano "inventare" quattro artisti uniti da brillanti intenti.



Un album da ascoltare, da regalare e condividere, e per chi volesse vedere la Banda Tziga su di un palco, a pieno regime, gratuitamente, l’occasione buona arriva l’11 dicembre, quando Il Teatro di Valleggia, a Savona, ospiterà musicisti di talento, pronti a disegnare la loro idea di musica, e alla fine verrà quasi naturale, almeno per i liguri, esclamare: "belin che swing!



mercoledì 7 dicembre 2016

DALLE SLOT NON NASCE NIENTE: LA GABBIA DELL’AZZARDOPATIA: quando la musica incontra il sociale


E alla fine, dopo tante peripezie, si è riusciti ad organizzare “DALLE SLOT NON NASCE NIENTE: LA GABBIA DELL’AZZARDOPATIA”, evento formativo organizzato dalla ASL 2 Savonese, con in prima fila il responsabile scientifico Mauro Selis, coadiuvato da una serie di collaboratori che non sono in grado di elencare.
Sono stato attirato sul posto dagli aspetti musicali e dagli amici presenti, ma vale la pena sottolineare il mio feeling generale, tenendo conto che ho vissuto in diretta la sola seconda parte, quella che nel pomeriggio prevedeva la commistione di musica, parole e momenti visual.

La cornice è la migliore possibile, la Sala della Sibilla, all’interno della Fortezza del Priamar di Savona, perfettamente attrezzata per le conferenze e nell’occasione proposta al pubblico nella sua massima possibilità di ricezione, circa 260 posti a sedere.
Pubblico folto, non solo per merito degli addetti ai lavori - l’incontro rappresentava anche la possibilità di incrementare crediti formativi per differenti ruoli professionali -, e larga partecipazione delle figure a mio giudizio più importanti, gli alunni… i giovani.
La mia banale e consolidata idea è che alcuni problemi sociali - e ovviamente l’azzardopatia rientra in questa famiglia - debbano essere aggrediti alla base, considerando la terapia curativa una sorta di ultima spiaggia, ma focalizzandosi sull’elemento culturale, quindi su tutto ciò che rientra sotto il termine di “prevenzione”.
In tutto questo la scuola dovrebbe avere un ruolo fondamentale, e qui emerge la gravità della situazione: lo Stato - e non importa il colore politico che spesso si alterna - da un lato non ritiene, evidentemente, che alcuni argomenti possano rientrare nell’educazione scolastica - fatta salva l’intraprendenza di alcuni singoli insegnanti illuminati - e dall’altro rincara la dose, permettendo - e traendone vantaggio - azioni definite “criminali” da uno dei relatori, Stefano Casarino - coautore con Selis del libro “La posta in palio” -, che vedono in primo piano testimonial di alto rango e visibilità, impegnati con decisione nel pubblicizzare il gioco d’azzardo, quasi sempre definito, erroneamente, “ludopatia”. Le parole hanno peso decisivo e in questo caso appare inutile smussare gli angoli vivi e addolcire le asperità, meglio la cruda realtà: non è un “gioco” quello di cui si parla!
E’ sempre Casarino, a cui è affidato l’atto conclusivo, che racconta aneddoti del passato remoto, per sottolineare, attraverso la letteratura e la storia, come l’azzardopatia non sia un male del nostro tempo, confortando e confermando il mio pensiero che i cambiamenti culturali vadano perseguiti avendo cura delle radici, prima che il frutto si trasformi in potenziale albero malato.

Un passo indietro. Il pomeriggio inizia con un filmato shock proposto da Selis, una situazione “impossibile”, dove però emergono ben chiare linee di comportamento usuali per chi è attanagliato dal problema “gioco d’azzardo”, non solo “l’attore principale”, ma tutto ciò che lo circonda, famiglia in primis.


Ma la parte più toccante è quella delle testimonianze dirette, commoventi, per chi si mette in gioco e per chi ascolta: un ex giocatore compulsivo racconta la sua storia drammatica, la sua ricaduta e la ripresa della buona strada, e lo fa con dignità e coraggio, e probabilmente la sua testimonianza diventa atto liberatorio.
Altro momento topico è quello in cui una “moglie” racconta la disperazione di un’intera famiglia, per una vita fatta di difficoltà e nessuna speranza, dove un uomo inizia il suo percorso involutivo per caso, sino a cadere nel buco nero più profondo.
Ma la luce oltre al tunnel esiste, e i “giocatori anonimi” e gli affetti che li circondano propongono un esempio da seguire, fatto di associazioni e momenti dedicati al recupero all’interno di strutture che funzionano e che danno risultati concreti.

E arriva il momento musicale, assolutamente collegato all’argomento, sipario davvero riuscito e gradito dal pubblico.
“Sul palco” due musicisti dal passato straordinario, Silvana Aliotta - vocalist - e Marcello Capra - chitarrista. La collaborazione tra Mauro Selis e i due musicisti torinesi è casuale e risale a molto tempo fa, quando un testo di Mauro vinse il primo premio ad un concorso, e il riconoscimento tangibile fu l’aggiunta dell’elemento sonoro e quindi la trasformazione in “canzone”: così nacque “Aspettando Jackpot”, proposto ovviamente nella set list di giornata.
Ma è in corso il sequel musicale, presentato anch’esso durante l’incontro, con gli arrangiamenti di Danilo Ballo, collaboratore dei Pooh: pezzo incredibile dal punto di vista musicale, che affronta un altro aspetto della dipendenza, quella derivante dall’abuso di alcol. Imminente, si spera, la realizzazione definitiva.
La voce di Silvana sembra migliorare col passare del tempo e la sua intensità, miscelata al messaggio e al virtuosismo di Marcello, hanno catturato l’audience, probabilmente non preparata musicalmente a ciò che si stava materializzando davanti ai loro occhi, ma è questo il “potere” che risiede nelle mani dei bravi musicisti, quelli che oltre a dare dimostrazione di grande tecnica riescono a toccare il cuore della gente.
Non è casuale “Shape of My Heart”, di Sting: “E puoi perdere al gioco la tua vita - Secondo dopo secondo - E giorno dopo giorno - Giochi o te ne vai - E' un nuovo turno di gioco in un giorno blu - E una distribuzione di vita per me -Ed è tutto a posto”.
Non è casuale “The House of the Rising Sun” - proposta nel tempo in mille salse -, la probabile storia di un “bordello” di New Orleans nella prima metà dell’ottocento, che nella visione/versione femminile disegna la condizione di una ragazza pentita di essere entrata nel giro della prostituzione e costretta a rimanere in quella casa per poter vivere: argomento attualissimo e legato al pieno disagio, oggetto del tema di giornata.
Non è casuale “I’m so glad”, super conosciuta nella versione dei Cream, ma scritta da Skip James nel 1931, brano urlante lo stato di felicità, nonostante le avversità e il grigiore quotidiano. E qualche volta i propositi urlati, le cose desiderate con tenacia, conducono a risultati inaspettati.
E poi il giusto epilogo, casuale ma significativo dello spirito venutosi a creare, uno stato di coinvolgimento che, partendo dai musicisti, arriva al pubblico; per quello che viene normalmente definito “bis” - non può mai mancare in un concerto - Silvana e Marcello chiedono l’ausilio del pubblico ma… il palco si arricchisce. Sono infatti presenti Gino e Giuseppe Terribile, musicisti savonesi con un lungo passato dedicato, anche, ai Beatles, e chi meglio di loro potrebbe partecipare alla conclusiva “Let it be”? Il coro nasce spontaneo e l’audience si aggiunge con un battimani spesso difficile da trovare nei concerti specifici:

Quando mi ritrovo in momenti d’angustia
Madre Maria viene da me
Proferendo parole sagge, lascia correre
E nei miei momenti bui
Lei si mette proprio davanti a me
Proferendo parole sagge, lascia correre

E quando qualcuno chiede - o si chiede - se la musica sia un riempitivo, qualcosa di “leggero”, capace di ridimensionare solo temporaneamente ansie e tensioni, arriva sempre chi ci ricorda che i messaggi, uniti a doppio filo a trame musicali, possono diventare mezzo per scardinare porte di cui si ha buttato via la chiave… un po' di cuore, razionalità, cervello, amicizia e comprensione sono ingredienti vincenti, e se la fede esiste aggrappiamoci anche a quella! E la musica diventa così un potente veicolo che consente di arrivare al risultato desiderato.

Un pomeriggio che non dimenticherò e che riassumo a seguire per quanto riguarda la sezione musicale…