Nick Cave ha deciso di raccontare, nei suoi Red Hand Files, un episodio
che gli ha rivelato qual è il vero tormento dell’invecchiare da rockstar. Non
la stanchezza, non le rughe, non i tour infiniti. No: i selfie.
Il racconto parte da una mattina qualunque. Cave, 68 anni, si
sveglia con un’insolita sensazione di leggerezza. Si sistema, si tinge i
capelli di nero, indossa un completo impeccabile e lascia l’hotel convinto di
poter affrontare il mondo con un certo stile.
Poi, all’improvviso, la scena cambia.
Due fan anziani - cardigan coordinati, passo incerto, t-shirt
dei Cure - lo riconoscono. Prima lo sguardo incredulo, poi l’esplosione di
entusiasmo. «È lui. È davvero lui». E giù con i racconti di una vita
passata ad ascoltarlo, di concerti lontani, di ricordi che odorano di vinile e
nostalgia. Finché arriva la domanda inevitabile: «Possiamo fare un selfie?»
Cave accetta, anche se detesta essere fotografato. Ma è qui
che la situazione precipita. I due iniziano a frugare nelle borse, a cercare
telefoni che hanno letteralmente appesi al collo, a ripetere «Oh mio Dio»
come un mantra. E soprattutto… non sanno usarli.
Lui prova ad aiutarli, ma non va meglio. La tecnologia, in
quel momento, sembra una creatura ostile per tutti e tre.
Quando finalmente lo scatto arriva, Cave vede sullo schermo
la sua immagine riflessa: un’espressione tirata, occhi stanchi, sopracciglia
drammatiche. E accanto a lui i due fan, felici come bambini. È lì che gli
arriva la rivelazione.
La differenza tra lui e quei fan non è la fama, né la musica,
né la storia. È solo la tintura nera dei suoi capelli. Che, paradossalmente, lo
fa sembrare ancora più vecchio.
La coppia se ne va soddisfatta, continuando a ripetere il suo
nome come un ritornello. Cave torna in hotel, si siede, e mette su i Cure.
Forse per esorcizzare la giornata. O forse per ricordarsi che, in fondo, anche
le rockstar hanno diritto a un momento di autoironia.
