mercoledì 1 luglio 2026

Nick Cave e l’epifania dei selfie: «La vera tragedia dell’età è vedere come ci fotografano»



Nick Cave ha deciso di raccontare, nei suoi Red Hand Files, un episodio che gli ha rivelato qual è il vero tormento dell’invecchiare da rockstar. Non la stanchezza, non le rughe, non i tour infiniti. No: i selfie.

Il racconto parte da una mattina qualunque. Cave, 68 anni, si sveglia con un’insolita sensazione di leggerezza. Si sistema, si tinge i capelli di nero, indossa un completo impeccabile e lascia l’hotel convinto di poter affrontare il mondo con un certo stile.

Poi, all’improvviso, la scena cambia.

Due fan anziani - cardigan coordinati, passo incerto, t-shirt dei Cure - lo riconoscono. Prima lo sguardo incredulo, poi l’esplosione di entusiasmo. «È lui. È davvero lui». E giù con i racconti di una vita passata ad ascoltarlo, di concerti lontani, di ricordi che odorano di vinile e nostalgia. Finché arriva la domanda inevitabile: «Possiamo fare un selfie?»

Cave accetta, anche se detesta essere fotografato. Ma è qui che la situazione precipita. I due iniziano a frugare nelle borse, a cercare telefoni che hanno letteralmente appesi al collo, a ripetere «Oh mio Dio» come un mantra. E soprattutto… non sanno usarli.

Lui prova ad aiutarli, ma non va meglio. La tecnologia, in quel momento, sembra una creatura ostile per tutti e tre.

Quando finalmente lo scatto arriva, Cave vede sullo schermo la sua immagine riflessa: un’espressione tirata, occhi stanchi, sopracciglia drammatiche. E accanto a lui i due fan, felici come bambini. È lì che gli arriva la rivelazione.

La differenza tra lui e quei fan non è la fama, né la musica, né la storia. È solo la tintura nera dei suoi capelli. Che, paradossalmente, lo fa sembrare ancora più vecchio.

La coppia se ne va soddisfatta, continuando a ripetere il suo nome come un ritornello. Cave torna in hotel, si siede, e mette su i Cure. Forse per esorcizzare la giornata. O forse per ricordarsi che, in fondo, anche le rockstar hanno diritto a un momento di autoironia.