“Homburg” arriva nel 1967, un anno dopo l’impatto di “A
Whiter Shade of Pale”. I Procol Harum scelgono di non replicare la formula dell’organo
bachiano e si muovono verso un pop più raccolto, quasi cameristico. Gary
Brooker canta con una malinconia trattenuta, Keith Reid costruisce immagini
sospese, Matthew Fisher colora senza invadere. È un brano che vive di
chiaroscuri, un passo lento, un’atmosfera da fine giornata, una malinconia che
non chiede spiegazioni.
La forza di “Homburg” sta proprio lì, nel non cercare il
colpo di scena, nel non voler superare il proprio predecessore. Si limita a
essere sé stessa, con una grazia che oggi appare ancora più evidente. Una
canzone che sembra scritta per restare ai margini e che invece continua a
risuonare per la sua delicatezza.
In Italia prende una direzione diversa. I Camaleonti la
trasformano in “L’ora dell’amore”,
uno dei loro successi più riconoscibili. La melodia resta, ma cambia la
temperatura emotiva. La versione italiana abbandona l’ambiguità poetica di Reid
e si concentra su un sentimento più diretto, più narrativo, più vicino alla
sensibilità pop del pubblico italiano. La voce di Tonino Cripezzi porta il
brano verso una dimensione più calda, più immediata.
Il confronto tra le due letture è rivelatore. I Procol Harum
lavorano su un equilibrio fragile, quasi impressionista; i Camaleonti scelgono
una linea più definita, più luminosa. L’originale è un quadro in penombra, la
versione italiana una stanza aperta alla luce. La stessa melodia, due modi
opposti di abitarla.
“Homburg” resta uno dei momenti più sottovalutati della prima
fase dei Procol Harum, un brano che non ha bisogno di alzare la voce per
lasciare il segno. “L’ora dell’amore”, al contrario, diventa un tassello
importante nella storia dei Camaleonti, confermando la loro capacità di
trasformare materiale anglosassone in pop italiano senza perdere identità.
Riascoltate oggi, le due versioni mostrano come una canzone
possa cambiare pelle senza perdere la propria anima. Una malinconica, l’altra
sentimentale. Una sfumata, l’altra più netta. Due destini diversi, entrambi
coerenti.
