giovedì 30 ottobre 2025

Quattro Racconti – L’epopea prog di Lars Fredrik Frøislie e Stefano Lupo Galifi

 


Un viaggio tra le atmosfere del prog nordico e la voce leggendaria di Stefano "Lupo" Galifi: la rinascita in italiano dell’acclamato album di Lars Fredrik Frøislie


Con Quattro Racconti, Lars Fredrik Frøislie firma il suo terzo lavoro solista in poco più di ventiquattro mesi, confermandosi tra i più prolifici e visionari compositori della scena progressive contemporanea. Fondatore e tastierista dei Wobbler, Frøislie reinterpreta il suo acclamato debutto Fire Fortellinger (2023) in una nuova veste: quella italiana, affidando la voce a una leggenda vivente del prog tricolore, Stefano “Lupo” Galifi, storico frontman del Museo Rosenbach.

Questa nuova incarnazione dell’album non è una semplice traduzione: è una rinascita. L’apporto vocale di Galifi è travolgente, capace di fondersi con le complesse architetture sinfoniche come se fosse stato parte integrante del progetto sin dall’inizio. La sua voce, potente e carismatica, dona profondità e pathos alle composizioni, elevandole a un livello espressivo superiore rispetto alla versione originale cantata da Frøislie stesso.

Dietro le quinte, un altro nome illustre del prog scandinavo: Jacob Holm-Lupo (White Willow), che ha curato il mastering e che da tempo sostiene il percorso artistico di Frøislie. Il risultato è un disco che unisce il rigore nordico alla passione mediterranea, in un connubio che sa di magia.

L’album si articola in quattro movimenti, ciascuno con una propria identità sonora e narrativa, come capitoli di un racconto epico. 

Si parte con una composizione dal respiro ampio e drammatico, Il Cavaliere dell’Apocalisse, che affonda le radici nella mitologia nordica e ci conduce in scenari oscuri e solenni, dove la musica evoca battaglie cosmiche e paesaggi ghiacciati.

Il secondo brano, Un posto sotto il cielo, apre una parentesi più luminosa e contemplativa, con melodie che sembrano sbocciare in un giardino incantato. Qui l’atmosfera si fa più intima, quasi sospesa, e la scrittura musicale si tinge di colori rinascimentali, offrendo un momento di respiro e meraviglia.

Il terzo episodio, Presagio, ci riporta in territori più inquieti, dove il senso di presagio e tensione si fa palpabile. Le immagini evocate sono potenti e suggestive: carrozze fantasma, cieli boreali, anime erranti. La musica si fa intensa, con passaggi che colpiscono per forza espressiva e profondità emotiva.

A chiudere il cerchio è una lunga composizione, Cattedrale della Natura, che celebra la natura selvaggia e il senso di isolamento. Qui la musica si espande come un paesaggio nordico, dominato da suoni caldi e avvolgenti, con momenti di sorprendente originalità che arricchiscono ulteriormente l’esperienza d’ascolto.

Frøislie non si limita a comporre e produrre: suona una vasta gamma di tastiere vintage, canta, dipinge la copertina e si cimenta anche alla batteria. L’unico altro musicista coinvolto è il bassista Nikolai Hængsle (Needlepoint, Elephant9), che completa il quadro sonoro con eleganza e precisione.

Il lavoro di adattamento dei testi italiani è stato meticoloso, con un nuovo mix e master che valorizzano ogni sfumatura. Il risultato è un album che non solo conserva l’anima dell’originale, ma la espande, grazie alla voce di Galifi e alla cura artigianale di ogni dettaglio.

Quattro Racconti è destinato a conquistare gli amanti del prog classico e dei suoni analogici, ma anche chi cerca emozioni autentiche e interpretazioni vocali memorabili. Galifi regala una performance da antologia, capace di commuovere e stupire anche chi conosce già “Fire Fortellinger”.

Disponibile dal 24 ottobre 2025 su Karisma Records e sulla pagina Bandcamp di Lars Fredrik Frøislie, questo album rappresenta uno dei vertici del progressive italo-scandinavo contemporaneo. Un’opera che merita di essere ascoltata, vissuta e celebrata.



mercoledì 29 ottobre 2025

Un addio al sax che parlava napoletano: l'eredità di James Senese


Con profondo dolore, il mondo della musica saluta James Senese, pseudonimo di Gaetano Senese, scomparso a Napoli oggi, 29 ottobre 2025, all'età di 80 anni.

Sassofonista, compositore, cantante e attore, Senese è stato una figura iconica e un pioniere nella contaminazione sonora italiana, un vero "nero a metà" che ha saputo fondere jazz, rock, soul e funky con il cuore e l'anima partenopea.

Nato nel quartiere Miano di Napoli il 6 gennaio 1945, figlio di un soldato afroamericano e di una ragazza napoletana, James Senese ha trovato nella musica il suo linguaggio universale. Fin dai suoi esordi negli anni '60 con i Gigi e i suoi Aster e poi con i celebri The Showmen, ha contribuito a dare forma a quel movimento che sarebbe stato battezzato "Neapolitan Power", una rivoluzione musicale che ha rinnovato la tradizione partenopea.

La sua impronta più marcata arriva però con la fondazione dei Napoli Centrale nel 1975, insieme all'amico Franco Del Prete. La band è stata un crocevia di generi, mescolando progressive rock e jazz, portando l'improvvisazione e la sperimentazione nel panorama italiano.

Amico e collaboratore storico di Pino Daniele (che lo definì, appunto, "nero a metà"), Senese ha partecipato a dischi fondamentali e tour memorabili, contribuendo a definire il suono di un'intera generazione di musicisti.

La sua carriera solista, che lo ha visto protagonista dai primi anni Ottanta in poi, pur tra alti e bassi, non ha mai smesso di essere autentica. Nel 2016 ha vinto la prestigiosa Targa Tenco con l'album 'O Sanghe, a testimonianza della sua costante rilevanza artistica e del suo impegno sociale. Il suo sax tenore e soprano non era solo uno strumento; era la voce graffiante e melodica di Napoli, capace di raccontare gioie, dolori e contraddizioni della vita.

Ricoverato all'Ospedale Cardarelli di Napoli dal 24 settembre per le complicazioni di una polmonite, James Senese ci lascia un'eredità inestimabile, un corpus di brani che sono un inno alla libertà e all'identità. Il suo impegno nel trovare un linguaggio personale e nel non copiare mai nessuno, ispirato da giganti come John Coltrane e Miles Davis, lo ha reso uno dei sassofonisti italiani più stimati a livello mondiale.

Il "sax che parlava napoletano" si è spento, ma la sua musica rivoluzionaria e la sua verità sonora continueranno a far ballare e riflettere intere generazioni. Ciao James.








lunedì 27 ottobre 2025

Max Salari ospite di Autovelox


Max Salari ospite di Autovelox


AUTOVELOX è un podcast registrato al teatro Don Bosco di Fabriano (AN) e successivamente visibile su YouTube, dove in ogni puntata si tratta un ospite. Sono stati analizzati nel tempo Luca Mastrangelo, Francesco Pannofino, Giorgia Cardinaletti, Francesco Repice e molti altri ancora.

Questa volta è toccato a Massimo Max Salari, critico musicale e scrittore.

Nella puntata viene messa in luce la vita dell’ospite, con aneddoti e battute da parte di Giorgio Stroppa (Motozzappa). Richiami alla vita passata e odierna, oltre che approfondimenti sul genere Progressive Rock e musica in generale.

Analizzati alcuni libri dell’autore e dischi fondamentali. Non mancano scherzosi giochi e frasi da lasciare ad un eventuale popolo fra cento anni.

Conducono Fabio Bernacconi e Mauro “Wikimaps” Mori. 

Dove avrà accelerato Max e invece rallentato? Curiosi? Lo scoprirete guardando il video a seguire…








Wolverine: il ritorno dei prog rocker svedesi con un nuovo album dopo dieci anni

 

La band svedese Wolverine, nota per il suo stile prog rock, ha annunciato l’uscita di un nuovo album in studio, il primo dopo dieci anni di silenzio discografico. Il disco, intitolato Anomalies, sarà pubblicato a febbraio tramite l’etichetta Music Theories Recordings.

Il cantante Stefan Zell ha spiegato che il nuovo brano presentato dalla band rappresenta la prima parte di una trilogia all’interno dell’album: la seconda parte sarà Circuit, mentre la terza coinciderà con la traccia di apertura, A Sudden Demise. Il batterista Marcus Losbjer ha aggiunto che l’idea originale della canzone risale a circa vent’anni fa, pensata per un concept album mai realizzato. Il pezzo si distingue per diverse sezioni in tempo 5/4, che si intrecciano e si armonizzano nel corso della composizione.

Anomalies sarà composto da nove tracce e la band ha già condiviso il primo singolo, il cupo A Perfect Alignment. Secondo Zell, uno dei temi ricorrenti nell’album è l’invecchiamento e la ricerca di significato nella vita: “Mi sentivo perso, non sapevo dove stessi andando o cosa avrei dovuto fare per dare un senso al futuro. Oggi, otto anni dopo, sono in un posto migliore. Ogni nostra canzone è come un frammento di diario, e guardando indietro al nostro catalogo, si può leggere la mia vita di scrittore. Ora ci sono molte più domande su vita, invecchiamento e valori, cose a cui non pensavamo quando avevamo vent’anni. Si evolve.”

Wolverine aveva già raggiunto una certa notorietà con album come Still (2006) e Communication Lost (2011). Dopo aver firmato con l’etichetta americana Laser’s Edge, hanno pubblicato Machina Viva nel 2016 e l’EP A Darkened Sun nel 2021, ma negli ultimi anni la loro attività è stata piuttosto limitata.


Wolverine: Anomalies

1 - A Sudden Demise
2 - My Solitary Foe
3 - Circuits
4 - Nightfall
5 - This World And All Its Dazzling Lights
6 - Automaton
7 - A Perfect Alignment
8 - Losing Game
9 - Scarlet Tide





sabato 25 ottobre 2025

Martin Barre: in arrivo l’autobiografia dell’ex chitarrista dei Jethro Tull


 

Martin Barre: in arrivo l’autobiografia dell’ex chitarrista dei Jethro Tull

 

Il prossimo 6 novembre, tramite l’editore McNidder & Grace, uscirà A Trick of The Memory: The Autobiography Of Jethro Tull's Guitarist, l’attesa autobiografia di Martin Barre, storico chitarrista dei Jethro Tull.

Barre non ha bisogno di presentazioni per gli appassionati di rock progressivo: è stato il chitarrista della band britannica per oltre quarant’anni, dal 1968 al 2012, contribuendo in modo decisivo al sound e al successo internazionale del gruppo. Nel libro, Barre condivide riflessioni sincere sulla vita “on the road”, sugli alti e bassi dell’industria musicale e sulla creatività dietro alcuni dei momenti più memorabili del rock.

Il volume, in edizione con copertina rigida, ripercorre il suo percorso musicale dagli esordi a Birmingham, dove suonava flauto e sassofono prima di trovare la sua vera voce nella chitarra, fino alle tournée mondiali e agli album classici incisi con i Jethro Tull. Il libro include anche 16 pagine di fotografie a colori, che documentano momenti salienti della sua carriera.

“La storia del percorso musicale di Martin Barre, dai suoi esordi a Birmingham fino al successo mondiale con i Jethro Tull e come artista solista, è qualcosa che attendevamo da tempo”, ha dichiarato Pat Kent, fondatore del gruppo Facebook Jethro Tull Group.

In concomitanza con l’uscita del libro, Barre sarà impegnato in una tournée nel Regno Unito con lo spettacolo “An Acoustic Evening With Martin Barre And Friends”, in programma per tutto dicembre. Ad aprile 2026 porterà in giro per l’Europa il suo show “A Brief History Of Tull”, dedicato alla storia musicale della band.

Inoltre, il chitarrista parteciperà al festival letterario Louder Than Words di Manchester il 16 novembre, e terrà sessioni di autografi in librerie selezionate, i cui dettagli saranno annunciati prossimamente.

Un’occasione imperdibile per i fan del prog e per chi vuole scoprire il dietro le quinte di una carriera leggendaria.


Martin Barre UK and EU tour dates

Nov 6: Alnwick Playhouse
Nov 7: Lytham St. Annes Lowther Pavilion
Nov 8: Edinburgh Voodoo Rooms
Nov 10: Barnoldswick Arts Centre
Nov 11: Barnoldswick Arts Centre
Nov 12: Barnoldswick Arts Centre
Nov 18: Shrewsbury Theatre Seven
Nov 20: Exeter Phoenix
Nov 21: London Bush Hall
Nov 27: Stourbridge Town Hall
Nov 28: Shoreham By Sea Ropetackle Arts Centre
Nov 29: Southampton The 1865

A Brief History Of Tull

Apr 7: NOR Oslo Herr Neilsen
Apr 8: NOR Oslo Herr Neilsen
Apr 10: SWE Gothenberg Musikens Hus
Apr 11: DEN Copenhagen Hotel Cecil
Apr 14: GER Bonn Harmonie
Apr 15: GER Isernhagen Blues Garage
Apr 16: GER Dortmnd Das Piano
Apr 17: NED Sneek Het Bolwerk
Apr 18: NED Bergen op Zoom Gebouw-T
Apr 19: NED Helmond Cacaokade
Apr 20: BEL Veviers Spirit Of 66





venerdì 24 ottobre 2025

"ICARO", un nuovo capitolo per Alessio Trapella



Recensione di un volo interiore tra rock, poesia e verità sonora


Ci sono dischi che si ascoltano, altri che si vivono. ICARO, il nuovo lavoro di Alessio Trapella, appartiene alla seconda categoria. Un progetto ambizioso e stratificato, che nasce da una riflessione profonda sul tema della dipendenza e si trasforma in un racconto universale, poetico e visionario. Trapella sceglie di non descrivere, ma di evocare. E lo fa con una narrazione musicale che mescola rock progressivo, sensibilità classica e una voce capace di guidare l’ascoltatore in un viaggio interiore.

Il titolo richiama il mito greco, ma qui Icaro non vola con ali di cera: il suo slancio è alimentato da un razzo, simbolo di una fuga moderna, di un’ascesa che è anche isolamento. L’album si muove su questa tensione: il desiderio di elevarsi e il rischio di perdersi. Ogni brano è una tappa di questo percorso, dove la musica diventa specchio e strumento di introspezione.

Avevo già avuto modo di recensire l’esordio solista di Trapella nel 2023, La ricerca dell’imperfezione, e già allora era chiaro che ci trovavamo di fronte a un artista con una visione precisa e non convenzionale. ICARO ne è la naturale evoluzione: più maturo, più profondo, più rischioso. Ma anche più libero.

Trapella, musicista e produttore polesano, ha alle spalle una formazione accademica solida (Contrabbasso e Composizione al Conservatorio di Adria) e collaborazioni di prestigio con Riccardo Muti, Aldo Tagliapietra, UT New Trolls e Le Orme. Ma è nel suo percorso solista che emerge la sua vera voce artistica: libera, intransigente, capace di unire rigore e sperimentazione.

In ICARO, la produzione è curata in ogni dettaglio, con un approccio quasi artigianale. La copertina, ad esempio, è una scultura in gesso realizzata da Bruno Martinuzzi, fotografata per diventare immagine. Niente scorciatoie digitali, niente artifici: tutto è tangibile, vissuto, reale.

Musicalmente, l’album si muove tra ballad intimistiche e momenti più strutturati, con spruzzate di jazz, richiami classici e una base melodica che sostiene testi importanti. Trapella non cerca la prova di tecnica, né la seduzione immediata: la sua musica non nasce per far ballare, ma per far pensare. E se emoziona — come spesso accade — lo fa senza forzature.

Il brano “Il gesto”, inizialmente pensato come titolo dell’album, è il nucleo tematico da cui tutto si sviluppa. Da lì, la storia di chi si allontana dagli affetti, dalla terra, dalla realtà, prende forma attraverso metafore e immagini che ogni ascoltatore può reinterpretare secondo la propria esperienza.

La scelta dei collaboratori è altrettanto significativa: Luca Chiari e Filippo Dallamagnana portano personalità e audacia, rispondendo al “guizzo” creativo di Trapella con libertà e competenza. Il risultato è un disco che non si limita a raccontare, ma invita a guardare oltre, oltre i gesti quotidiani, oltre le maschere, oltre il rumore.

ICARO è un’opera che non si consuma in un ascolto. Richiede tempo, attenzione, predisposizione. Ma chi accetta la sfida, scopre un mondo sonoro coerente, profondo, capace di lasciare il segno.

 

Ma al di là dei miei pensieri risulterà probabilmente icastico ciò che emerge dall’intervista che ho realizzato con l’autore…

Per iniziare, ci racconti in sintesi il tuo percorso musicale? Quali tappe lo hanno definito e trasformato nel tempo?

Ho iniziato da bambino studiando tromba con il Maestro della banda paesana. Poi con l’esplosione dei “karaoke”, verso i 16 anni mi sono messo a cantare e sono stato reclutato nella mia prima band. Di lì a poco il bassista mollò tutto e fu da quel momento che il legame basso-voce divenne indissolubile! A seguire gli studi accademici di contrabbasso e composizione e il periodo “classico” fino al 2012 dove ho militato nell’orchestra giovanile L. Cherubini diretta dal Maestro Riccardo Muti. Da lì in poi sono ritornato sulla strada del rock lavorando con Aldo Tagliapietra, UT New Trolls e poi Le Orme. Dal 2022 ho intrapreso un percorso solista sia artistico che di produzione.

ICARO è un progetto ambizioso e visionario. Qual è stata la scintilla iniziale che ti ha spinto a crearlo?

Tutto è nato da una conversazione con un carissimo amico. Mi spiegava come le persone riescano a celare in maniera incredibile le loro dipendenze e come gli abusi diventino dei gesti quotidiani. Da qui nasce “Il gesto” che inizialmente doveva essere il titolo dell’album. Poi andando più a fondo ho preso in considerazione l’idea di raccontare l’intera storia di queste persone che purtroppo si allontanano sempre di più dalla famiglia, dagli affetti e “dalla terra”. Infine, per far sì che ogni ascoltatore facesse propria questa storia, in base alle proprie esperienze, e anche per rendere i testi meno espliciti e più poetici, ho accostato il tutto ad un moderno Icaro che riesce a volare non con un paio di ali ma con un razzo.

Hai collaborato con artisti e professionisti di altissimo livello. Come scegli i tuoi compagni di viaggio creativi?

I musicisti che collaborano con me devono sapere cogliere il guizzo che do loro mentre siamo al lavoro su nuovo materiale, meglio ancora se osano e mantengono la propria personalità. Tutto questo al netto di preparazione e professionalità. Luca Chiari e Filippo Dallamagnana ne sono un chiaro esempio!

La tua biografia racconta un percorso ricco e trasversale. Qual è stato il momento più trasformativo della tua carriera, finora?

Il vero cambiamento è arrivato dopo aver lasciato Le Orme, quando nel 2021 ho deciso di prendere la mia strada. Prima di allora credo di essere stato un bravo musicista ma questo non aveva molto a che fare con la mia parte artistica perché comunque, sia in orchestra che con le band sopra citate, per la maggior parte eseguivo e non creavo. Mettendomi in gioco con le mie composizioni e anche come produttore tutta la mia visione della musica è cambiata completamente!

ICARO è anche un’esperienza immersiva. Che ruolo ha la tecnologia nel tuo modo di fare arte?

Diciamo che ha un ruolo abbastanza limitato, cerco più che altro di utilizzare strumenti tangibili. La copertina ad esempio: ho fatto fare un’opera in gesso dallo scultore Bruno Martinuzzi e l’ho fatta fotografare. Sarebbe stato più facile e forse più accattivante fare una bella copertina fantasy con l’AI ma non è il mio stile. Dietro alle cose che faccio c’è molta ricerca. Certo se poi parliamo di macchine per registrare, ad esempio, utilizzo un moderno computer ma a parte le molteplici sovraincisioni dietro non c’è nulla che non si potesse fare 50 anni fa, tecnologicamente parlando.

C’è un messaggio che speri arrivi al pubblico dopo aver vissuto ICARO?

Ci isoliamo sempre di più dentro noi stessi e in questo modo non ci rendiamo conto che molte persone a noi vicine ci chiedono aiuto. Ecco il messaggio è sicuramente guardare oltre i gesti quotidiani e provare a cogliere questa richiesta di aiuto. 

Come si bilancia la tua identità di compositore, performer e regista in un progetto così complesso?

La parte compositiva è un lampo che arriva e va fotografato quindi si consuma in breve tempo. Anche il fatto di incidere le mie composizioni, sia strumentalmente che vocalmente, in realtà è solo gioia. Il restante 99% viene divorato dalla fase di produzione che seguo nella sua totalità! Sono una persona molto intransigente e questo mi porta a fare la maggior parte del lavoro da solo, a volte commettendo errori certo, ma la maggior parte delle volte che mi sono affidato ad altri non sono riuscito ad avere quello che volevo. Forse non erano le persone giuste… 

Hai vissuto e lavorato in contesti internazionali. Quanto ha influenzato il tuo linguaggio artistico?

Se parliamo di linguaggio artistico sicuramente lavorare con Gianni Belleno e Maurizio Salvi degli UT è stata l’esperienza più significativa. Ho attinto molto riguardo la composizione e l’armonizzazione dei cori. Il resto del mio modo di fare musica viene dai miei ascolti più o meno lontani nel tempo.

Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Preferisci provocare, emozionare o far riflettere?

Direi un mix fra provocare e riflettere. Emozionare lo spero ma non è un obbiettivo prefissato diciamo.

Punto molto sull’importanza dei testi e la tematica del brano. Essendo più schietti: la mia musica non nasce per far ballare (ma se succede ben venga) e ancora meno per dare prova di tecnica.

Guardando al futuro: cosa sogni per Alessio Trapella e per ICARO nei prossimi anni?

Come ti dicevo è solo da qualche anno che ho voltato pagina e mi sono messo a produrre la mia musica. Per ora questo mi basta e mi appaga, ma certamente se un messaggio importante come quello di ICARO potesse arrivare a tantissime persone grazie alla mia musica questo sarebbe un trionfo.

 


giovedì 23 ottobre 2025

Gianni Leone e Runaway Totem feat AndromacA: un viaggio sonoro a La Claque

 


Musica visionaria e pubblico attento: Genova accoglie un doppio set tra elettronica cosmica e prog d’autore, sfidando orari insoliti e distrazioni calcistiche


Domenica 19 ottobre, Genova ha ospitato un evento musicale che sfidava le logiche consuete della programmazione concertistica. Un orario insolito — le 18.30 — una proposta artistica di nicchia, e una partita del Genoa nel pomeriggio: tutto sembrava, a mio giudizio, remare contro. Eppure, il pubblico ha risposto con entusiasmo, presenza qualificata e attenzione partecipe. Ma su quest’ultimo aspetto, francamente, non avevo dubbi.

Il teatro La Claque, spazio genovese dove spesso nascono collaborazioni con la Black Widow Records, si è trasformato in un laboratorio sonoro, un crocevia di esperienze musicali che hanno saputo dialogare con il tempo, lo spazio e la memoria.

Ad aprire la serata, i Runaway Totem di Roberto Gottardi, con la partecipazione degli AndromacA. Sul palco, oltre a Gottardi (tastiere, chitarra e voce), Stefano Bertoli (tastiere e percussioni varie) e il soprano Antonella Suella. Il trio ha presentato l’opera Metaphorm Tetraphirm, registrata dal vivo nel 2024 all’Abbazia di San Bernardino: un set incredibile, con richiami al krautrock più autentico (Neu, Can, Amon Düül, Tangerine Dream, Popol Vuh), e un’elettronica presente in dose massiccia.

Più che la descrizione dei singoli passaggi, ciò che mi ha colpito è stato il prodotto d’insieme: un muro di suoni, effetti e atmosfere che hanno trasportato in mondi da esplorare. Certo, serve predisposizione alla concentrazione, alla sospensione del giudizio, al “lasciarsi coinvolgere”, ma le competenze specifiche dei tre musicisti, miscelate tra loro, hanno disegnato una musica trasversale, adatta all’immedesimazione e alla necessità di viaggiare - con la mente, lo spirito, il corpo.

Dopo un set così immersivo, l’attesa era tutta per Gianni Leone, figura mitica del prog italiano, tastierista e leader de Il Balletto di Bronzo. Leone ha presentato il suo album solista Monitor, finalmente ristampato con l’aggiunta di brani inediti, e ha ripercorso la sua storia musicale con piglio da autentico showman: estratti da YS, Lemures, Vero, e omaggi ai suoi artisti di riferimento - Todd Rundgren, Brian Eno, Marianne Faithfull, Patty Smith.

La cosa sconvolgente? Due ore di spettacolo senza alcun ausilio umano, solo lui, le sue tastiere e la sua inseparabile batteria elettronica. Nessun supporto esterno, nessuna distrazione: Leone ha catalizzato il pubblico con la sola forza del suo talento e della  presenza scenica. Un compendio di virtuosismo e passione, che ha entusiasmato i presenti in modo incondizionato.

Il suo set non è stato solo una sequenza di brani, ma una narrazione musicale che ha attraversato decenni, influenze, esperienze. Ogni nota sembrava raccontare un frammento di storia, ogni passaggio una riflessione sul tempo e sull’identità artistica. E in questo, Leone si è confermato non solo come musicista, ma come interprete e narratore.

In definitiva, una serata che ha dimostrato come la musica, quando è autentica e vissuta, possa superare ogni barriera: di orario, di genere, di contesto. E Genova, ancora una volta, ha risposto con cuore e intelligenza.




mercoledì 22 ottobre 2025

Ritorno alle origini: l'evoluzione del Rock, dalla British Invasion ai grandi festival (corso UniSavona)

 


Con l'avvio del nuovo anno accademico presso l'UniSavona, il tema della musica riemerge con rinnovato interesse nell'offerta formativa.

Il corso precedentemente dedicato al rock progressivo, che ha costituito la base di lavoro dello scorso anno, effettua ora un'analisi a ritroso, focalizzandosi sulle radici, le fondamenta e il DNA musicale che hanno condotto alla genesi dei grandi capolavori degli anni Settanta.

Sarà quindi la musica degli anni '70 l'oggetto centrale di questo ciclo di quattordici incontri, in programma da ottobre a maggio. L'obiettivo primario è quello di evidenziare l'intrinseca bellezza e l'immortalità di artisti virtuosi che, pur essendo emersi in un contesto spazio-temporale propizio, hanno indiscutibilmente agito come linee guida e riferimenti per intere generazioni successive.

Il percorso didattico è iniziato con un'analisi approfondita del rock 'n' roll di metà anni Cinquanta. Dopo aver esaminato il difficile periodo che ha caratterizzato la fine di quel decennio sul lato americano, si è affrontato l'avvento dei Beatles e il fenomeno della British Invasion.

E l’italia? In quegli anni si mostrava molto distante dai fenomeni musicali americani e britannici, privilegiando ancora la fruizione della sola musica melodica tradizionale.

Il programma proseguirà con la trattazione dei grandi festival della fine degli anni Sessanta, da Monterey a Isle of Wight, approfondendo quanto accaduto a Woodstock.

Cospicua la partecipazione dei corsisti e tante le speranze di fare un buono percorso, in una location fantastica, la Sala Stella Maris.



martedì 21 ottobre 2025

L'eredità sinfonica: intervista a Roberto Giuliani, mente dei Maxophone e critico della Musica Contemporanea

 

Roberto Giuliani, polistrumentista, compositore e mente creativa, è una figura chiave nella storia del rock progressivo italiano. La sua firma è indissolubilmente legata ai Maxophone, la band milanese che, con il loro unico e omonimo album del 1975, ha lasciato un segno indelebile nel panorama prog nazionale e internazionale. L'opera, un crocevia di influenze classiche, operistiche e del rock sinfonico d'oltremanica, è oggi considerata un'autentica gemma di culto. Sciolta prematuramente per ragioni discografiche, la band ha consegnato alla storia un lascito di straordinaria raffinatezza compositiva. Dopo l'esperienza Maxophone, Giuliani ha intrapreso un percorso eclettico che lo ha visto spaziare dall'insegnamento alla carriera accademica come professore universitario e direttore editoriale, dimostrando una versatilità e una profondità culturale che vanno ben oltre il pentagramma. In questa intervista, Giuliani ci accompagna attraverso i ricordi di quegli anni d'oro, riflette sull'evoluzione del panorama musicale e condivide la sua lucida visione sul rapporto tra arte, cultura e società.


L'intervista... 

Come hai scoperto la tua passione per la musica e quali sono stati i primi passi che ti hanno portato a fondare i Maxophone?

La musica era in casa fin dalla culla. Mio padre è stato direttore d'orchestra, nel periodo d'oro della rivista... Wanda Osiris, Walter Chiari, Dapporto... e mia madre era violoncellista. Io avevo cominciato a studiare pianoforte a 5 anni, poi con la scuola avevo smesso, ma a 12 anni sulla scia dei Beatles e dei Rolling Stones comprai una chitarra acustica con le paghette e i soldini ricevuti a Natale.

Quali sono i ricordi più vivi e significativi di quel periodo? C'è un aneddoto particolare che vorresti raccontare?

Un aneddoto particolare c’è: ci capitò di affittare uno stanzone in una cascina appena fuori Milano, ad Assago, per le prime prove dei Maxophone. Poco distante vi era una stalla con una trentina di mucche. Ci accorgemmo fin da subito che mentre suonavamo gli animali cominciavano a muggire quasi a voler fare da coro. L'allevatore era contento perché diceva che il giorno dopo le vacche facevano più latte.

Il vostro album, "Maxophone", è un'opera di culto nel rock progressivo italiano. Quali sono state le principali influenze musicali e artistiche che hanno plasmato quel sound unico?

Le influenze musicali principali che posso identificare sono nell'ambito classico la musica del Novecento... Debussy, Bartok, oltre alla tradizione operistica italiana, e poi i gruppi prog inglesi, soprattutto Genesis e Gentle Giant.

C'è una canzone o un brano in particolare che, a distanza di anni, senti ancora più tuo o che ha un significato speciale per te?

Riascolto spesso "C'è un paese al mondo"... in questo brano si condensano tutte le influenze musicali che citavo precedentemente. Introduzione classica con riferimento a Bartok, solo di clarinetto su ritmica swing, solo di corno su base Verdiana, e nel finale il mio solo di chitarra, che diversi critici definirono il più "poetico" nel panorama del prog internazionale.

Quali sono stati i motivi che hanno portato allo scioglimento del gruppo dopo un solo album?

Dopo un tour nel quale facevamo da apertura ai concerti di Finardi e degli Area, ci accingevamo a registrare il secondo album. Avevamo già registrato e mixato un paio di brani: "Il fischio del vapore" e un altro, che vennero pubblicati come singoli, che dovevano precedere la pubblicazione dall'album. Come un fulmine a ciel sereno ci giunse la notizia che la "Produttori Associati" era in fallimento e che tutte le produzioni discografiche erano bloccate. Ci ritrovammo così senza etichetta discografica, con i brani già provinati e pronti per essere registrati e con un contratto di ferro che ci legava alle sorti dell'etichetta. Fu questo il motivo che ci portò a sciogliere la band.

Pensando a quel periodo, c'è qualcosa che, con il senno di poi, avresti fatto in modo diverso, sia a livello musicale che personale?

No, avrei fatto esattamente la stessa cosa. Il sound che volevo era proprio quello e lo stile compositivo, credo, si distingueva da tutti gli altri.

Dopo l'esperienza con i Maxophone, hai intrapreso una carriera nel mondo accademico e della cultura, diventando professore universitario e direttore editoriale. Come è avvenuta questa importante transizione?

Dopo Maxophone ho insegnato Educazione Musicale nelle scuole, dal '76 al '79, con dei ricordi bellissimi, e parallelamente ho proseguito la professione di musicista come arrangiatore e produttore. Ho avuto il piacere di lavorare con grandi Artisti e cantautori italiani.

Il rock progressivo ha visto un rinnovato interesse negli ultimi anni. Come giudichi questo "revival" e come si posiziona il suono dei Maxophone nel panorama musicale odierno?

Evidentemente una discreta fetta di pubblico, sempre crescente, insoddisfatta dalle proposte musicali più recenti, che non si è fatta ingoiare dal mainstream imperante, ha guardato indietro, al passato, e ha riscoperto tutto il rock, dagli inizi del beat fino al progressive. In questa ricerca il sound Maxophone è evidentemente piaciuto. Numerose etichette italiane, tedesche, giapponesi e coreane hanno ripubblicato il disco su CD e su vinile. Posso affermare che da metà anni Novanta ad oggi sono state vendute oltre 30.000 copie a fronte delle 3000 scarse vendute all'epoca dall'etichetta originale.

Qual è la tua opinione sull'evoluzione dell'industria musicale, dalla distribuzione dei dischi fisici allo streaming? Pensi che la musica abbia perso qualcosa nel processo?

Parlerei più di involuzione. Credo che l'industria discografica sia moribonda se non già morta. Distrutta dalla tecnologia sempre più dominante e dalla scarsa qualità delle proposte musicali. Da anni ormai si rincorre più il personaggio che l'artista, chi ha più follower, e così siamo subissati da pseudo-cantanti tutti uguali, rappettari che blaterano stronzate su ritmiche fatte dal computer o recentemente dalla "deficienza artificiale". Non si suona più e non si crea più qualcosa di originale

Ci sono artisti o band della scena musicale attuale che apprezzi o che segui con interesse?

Ascolto volentieri Elisa, Giorgia e Fiorella Mannoia, e tra gli uomini Mengoni, Cristicchi e Jovanotti. Tutto il resto è pattume e provoca il cambio canale.

Oltre alla musica, quali sono le tue passioni o i tuoi interessi attuali?

Leggo qualcosa, guardo qualche film o serie televisiva (Montalbano, Gomorra) e insegno come volontario matematica nelle medie, dando ripetizioni ai ragazzini più in difficoltà.

Qual è la tua visione del rapporto tra arte e società, e come credi che la cultura (in tutte le sue forme) possa contribuire a migliorare il mondo?

Qualche stupido ha detto che con la cultura non si mangia. Affermazione che denota immensa ignoranza. La cultura in tutte le sue forme è il biglietto da visita di un paese, di un popolo, dell'umanità tutta, di una generazione. Nell'ambito musicale, dove il nostro Paese ha la enorme tradizione del melodramma (Rossini, Verdi, Puccini, Donizetti), della canzone popolare e dei cantautori, si assiste oggi alla desertificazione dei valori musicali e testuali. I giovani, soprattutto loro, sembrano anestetizzati dai media e dai social e subiscono e nuotano ignavi nel mainstream imperante. Ma io voglio "pensare positivo" e come insegna la storia dopo periodi bui arrivano sempre epoche luminose. Un risveglio delle coscienze critiche si è visto già nelle manifestazioni per Gaza, e spero che questo risveglio si estenderà alla riappropriazione della coscienza, per distinguere il reale dal virtuale, il vero dal falso, la cultura dal ciarpame, la bellezza dallo squallore che questo neocapitalismo tecnocratico di merda sta imponendo sul pianeta.

Che messaggio ti sentiresti di dare ai giovani musicisti che sognano di intraprendere una carriera nel mondo della musica, tenendo conto delle difficoltà e dei cambiamenti del settore?

Il consiglio è di studiare, ascoltare tanto e di tutto, e poi di suonare e cantare con gli altri, la musica è da sempre arte condivisa. Tra coloro che la eseguono e quelli che la ascoltano. È questa la sua grande forza.

 


La parabola artistica e professionale di Roberto Giuliani è una testimonianza della forza della passione e dell'importanza di una solida base culturale. Dalle sperimentazioni sinfoniche dei Maxophone, interrotte bruscamente dal fallimento discografico, a una carriera di successo nel mondo accademico e della produzione, Giuliani ha saputo mantenere un legame indissolubile con l'arte e l'educazione. La riscoperta e il successo postumo dell'album "Maxophone" ne confermano la qualità atemporale, dimostrando come la ricerca di originalità e la fusione di generi possano resistere all'erosione del tempo. La sua critica all'attuale involuzione dell'industria musicale, dominata da logiche di mainstream e da una presunta "deficienza artificiale", si bilancia con un messaggio di speranza rivolto alle nuove generazioni: studiare, ascoltare e soprattutto condividere la musica. L'impegno volontario nell'insegnamento della matematica ai ragazzi in difficoltà è un ulteriore segno di come l'eredità di Giuliani non sia solo musicale, ma profondamente etica e sociale, un invito costante a distinguere la vera cultura dal "ciarpame" e a lottare per un risveglio delle coscienze critiche.








lunedì 20 ottobre 2025

Intervista a Simone Galassi, tra rock, blues e storie personali

 


Nonostante la musica sia da sempre parte integrante della mia vita, devo ammettere che la storia di Simone Galassi mi era sfuggita. È stato solo grazie alla segnalazione di Francesco Pullè – che ha recensito l’ultimo album omonimo di Galassi (https://mat2020.blogspot.com/2025/10/maledetto-simone-che-fece-cantare-la.html) – che ho scoperto questo artista e il suo percorso. La curiosità è stata immediata, e ho sentito il bisogno di approfondire, di capire meglio l’uomo e il musicista, e cosa lo muovesse artisticamente. Così è nata questa intervista, pensata per soddisfare la mia curiosità e, spero, anche quella di chi leggerà.

Il tuo nuovo album è un viaggio sonoro tra rock-blues, psichedelia e funk. Qual è stato il filo conduttore emotivo e musicale che ti ha guidato nella composizione?

Un filo conduttore emotivo che mi ha guidato nella composizione è la grande passione per la musica rock e blues degli anni 60/70, sono cresciuto con quella e ne sono sempre rimasto fedele, l’ho suonata per anni ed è stato un passaggio doveroso cercare di prenderla per portarla ai giorni nostri, creando qualcosa di personale, parlando attraverso i testi un po’ del mio vissuto

Hai registrato il disco con Carlo Poddighe, utilizzando strumentazione vintage e missaggio analogico. Quanto è importante per te preservare quel calore “old school” nella produzione musicale contemporanea?

Penso che il suono sia importante tanto quanto l’esecuzione, forse ancor di più! Da appassionato di vintage ho dedicato la vita alla ricerca di strumenti d’epoca per studiare e cercare di ottenere quelle sonorità, di conseguenza ho voluto imprimere quei vecchi suoni nel mio album. Penso che in un mondo sempre più orientato verso la digitalizzazione e la tecnologia sia molto importante tener vivo e preservare quel sapere old school!

Nel tuo percorso ci sono tributi a Hendrix e Gallagher, ma anche influenze di Page, Clapton, Deep Purple. Come riesci a far convivere questi giganti nel tuo stile personale senza cadere nella semplice imitazione?

C’è un grande insegnamento che tutti questi artisti ci tramandano ma che molti ignorano, cadendo nella semplice imitazione; ognuno di essi aveva le proprie di influenze musicali (come noi abbiamo le nostre verso altri artisti) ma ne catturavano linguaggi e stili per poi farli propri, creando così un proprio stile personale, una identità in musica. Quindi ho cercato anche io di creare il mio stile, miscelando principalmente il sound di Jimi col mood di Rory e viceversa, inserendo le varie contaminazioni dagli altri artisti e aggiungendo sfumature funk.

“Hazy Nights” e “95” vedono la collaborazione con Martin Lee, mentre “Shooting Stars” è firmata con Alda Lolli. Come scegli i tuoi collaboratori per la scrittura dei testi e che ruolo ha la parola nella tua musica?

Non li ho proprio scelti, sono più cose che nascono in modo spontaneo e genuino dal nulla. Martin Lee è un carissimo amico di Ballyshannon, dove Rory nacque, ed è stato uno tra i primi a spronarmi nel comporre brani originali durante i miei tour irlandesi, scrivendo per me i testi da utilizzare. “Shooting stars” invece è stato buttato giù di pugno da Alda, la mia partner, quindi, averli immortalati nelle mie canzoni ha un significato particolare.

Hai calcato palchi in tutta Europa, dalla Germania all’Irlanda. Qual è stato il concerto che ti ha lasciato il segno più profondo e perché?

Difficile scegliere, in ogni posto citato trovo sempre persone meravigliose, un’accoglienza unica e tante belle emozioni su ogni palco, ma se devo sceglierne uno quello è il “Rory Gallagher festival” di Ballyshannon, forse perché è stato proprio lì che mi son fatto notare dall’Europa, ed è stato un po’ lo start di ciò che faccio oggi.

Nel tuo arsenale di chitarre c’è una Stratocaster che ha fatto innamorare anche chi non si sentiva all’altezza dello strumento. Qual è la chitarra che consideri la tua “compagna di vita” e perché?

Anche qua difficile scegliere, possiedo diverse Stratocaster che possono sembrare tutte uguali, ma ognuna di esse ha una propria voce e personalità, quindi a ritmi alterni sono un po’ tutte compagne di vita; ora la mia preferita è una Fiesta Red del 64, per via del tono più caldo e un look estremamente vissuto.

Sei anche insegnante di musica. Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi oltre alla tecnica? C’è un consiglio che ripeti spesso?

Ho insegnato per 5/6 anni ma negli ultimi tempi mi sono fermato per potermi dedicare totalmente alla mia musica, comunque ai miei allievi ho sempre cercato di dar loro gli strumenti necessari per muoversi liberamente attraverso la musica, piuttosto che copiarla e ricalcarla con tutorial online.

Il tuo album è disponibile anche in vinile, con una versione blu limited edition. Che rapporto hai con il formato fisico della musica e con il collezionismo sonoro?

Il mio rapporto col formato fisico della musica, e quindi con il collezionismo sonoro, è fondamentale; ho fortemente voluto stampare anche un lotto di 100 musicassette in tre colorazioni, numerate a mano, e penso che potrebbero essere un bell’oggetto da collezione. Da ragazzino poi la musica si ascoltava tutta su MC, dallo stereo portatile al walkman sino alle autoradio,quindi è stata una bella emozione avere tra le mani la mia musicassetta!

Nel brano “I Have to Tell You” emerge una forte intensità emotiva. C’è una storia personale dietro quel pezzo che ti va di condividere?

Sì, quel brano parla a un amico che cade nel tunnel della droga, quindi c’è una certa emotività. Non a caso il videoclip è stato registrato dentro le rovine del Kiwi, una discoteca storica delle nostre zone Emiliane, dove da ragazzi si andava per divertirci spensieratamente. Il locale, andato poi in rovina, si accosta esattamente al senso del testo, raccontando come sono andate le cose.

Come già evidenziato in una domanda precedente, nel tuo album c’è un brano intitolato “95”, scritto con Martin Lee. Cosa rappresenta per te quell’anno e come ha influenzato la tua evoluzione musicale?

Il brano parla di Rory Gallagher e della sua Ballyshannon, raccontata da Martin Lee, un abitante del posto. Il 1995 è l’’anno in cui Rory ci ha lasciati, e per coincidenza anche l’anno in cui ho formato la mia prima band, e l’anno in cui ho assistito ad una serata tributo a Jimi Hendrix col suo bassista originale, momento che mi ha cambiato letteralmente la vita. 95 è pure l’anno in cui mi sono comprato la mia prima vera chitarra, una Gibson Les Paul cherry sunburst. Insomma “95” è un anno molto significativo per me.

Non resta che seguirlo...

 

venerdì 17 ottobre 2025

Scompare Ace Frehley, l'”Asso dello Spazio” e co-fondatore dei Kiss, all’età di 74 anni


Il mondo del rock è in lutto per la scomparsa di Ace Frehley, chitarrista solista e co-fondatore dell'iconica band rock Kiss, deceduto giovedì in un ospedale del New Jersey all'età di 74 anni. Il musicista è morto in seguito alle complicazioni dovute alle ferite riportate in una caduta accidentale avvenuta nel suo studio di registrazione il mese scorso.

La famiglia di Frehley ha rilasciato una dichiarazione congiunta, esprimendo il proprio "devastato e incomprensibile dolore". Il comunicato sottolinea come "la portata della sua scomparsa sia di proporzioni epiche", ma assicura che "riflettendo su tutti i suoi incredibili successi, il ricordo di Ace continuerà a vivere per sempre".

Nato Paul Daniel Frehley a New York City nel 1951, Frehley è stato una figura fondamentale nella genesi e nell'ascesa dei Kiss. Nel 1973, fondò la band insieme al cantante Paul Stanley, al bassista Gene Simmons e al batterista Peter Criss. Con la sua caratteristica maschera dell'Astronauta – o "Asso dello Spazio" – e il suo stile chitarristico distintivo e viscerale, Frehley ha contribuito a definire l'immagine e il suono che avrebbero reso i Kiss una delle band più influenti della storia del rock.

 (Da sinistra a destra) Paul Stanley, Peter Criss, Ace Frehley (in ginocchio) e Gene Simmons dei Kiss posano al RAI Congrescentrum nel 1976 ad Amsterdam,


I suoi contributi sono presenti nei primi nove album dei Kiss. Il suo approccio autodidatta alla chitarra è stato leggendario; in un'intervista del 2009, dichiarò: "Sono un'anomalia, sono un musicista senza istruzione... ma sono uno dei chitarristi più famosi al mondo, quindi immaginatevelo". La sua Les Paul modificata, da cui emergeva fumo durante gli assoli, divenne un marchio di fabbrica, incarnando la teatralità scatenata che rese i loro spettacoli dal vivo celebri.

Nel 1978, quando tutti e quattro i membri dei Kiss pubblicarono i loro album da solisti, fu quello di Frehley a registrare il maggior successo commerciale, spinto dalla sua cover del brano di Russ Ballard, New York Groove.

La notizia della sua morte ha generato un'ondata di commozione tra i suoi ex compagni di band e l'intera comunità rock. Paul Stanley e Gene Simmons hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, definendo Frehley un "soldato del rock essenziale e insostituibile durante alcuni dei capitoli più formativi e fondativi della band e della sua storia. È e sarà sempre parte dell'eredità dei Kiss". Peter Criss, anch'egli tra i fondatori, ha espresso il suo dolore su X (precedentemente Twitter): "Sono scioccato!!! Amico mio... ti amo!".

Musicisti di generazioni successive hanno immediatamente riconosciuto il debito artistico nei confronti del chitarrista. Mike McCready dei Pearl Jam ha ricordato Frehley come un eroe che gli ha "cambiato la vita" e senza il quale non avrebbe mai preso in mano una chitarra. Bret Michaels, frontman dei Poison, ha espresso gratitudine per gli anni di musica e per l'apporto di Frehley nel brano Nothing But A Good Time.

Dopo aver lasciato i Kiss nel 1982 per intraprendere una carriera solista – un periodo in cui ha apertamente lottato contro l'abuso di sostanze – Frehley è tornato per la fortunata reunion dei membri originali nel 1996, rimanendo con il gruppo fino al 2002. Nonostante le controversie pubbliche con Simmons negli ultimi anni riguardo alle sue passate dipendenze, Frehley aveva ribadito di aver raggiunto la sobrietà e di aver lasciato i Kiss in passato "di sua spontanea volontà".

Secondo quanto riportato, l'incidente che gli è costato la vita è avvenuto a fine settembre, causandogli un trauma cranico e una conseguente emorragia cerebrale che lo ha costretto a diverse settimane di terapia intensiva. Le sue condizioni di salute avevano portato alla cancellazione di tutte le date del suo tour solista del 2025.

Ace Frehley lascia la moglie Jeanette e la figlia Monique. La sua eredità, intesa non solo come il sound inimitabile dei Kiss, ma come fonte di ispirazione per innumerevoli chitarristi, rimane un pilastro indelebile nella storia del rock and roll.







giovedì 16 ottobre 2025

DIASPRO: il ritorno con il brano PER SALIRE SU

 


Avevo già incontrato i Diaspro nella loro fase embrionale, precovid, quando Marcello Chiaraluce mi aveva presentato il progetto come una “oldfashioneditalian prog band” in cerca di una narrazione musicale autentica e dal vivo. Ne avevo scritto qui: 

https://athosenrile.blogspot.com/2019/04/diaspro-il-nuovo-progetto-prog-di.html

Oggi, a distanza di anni, e dopo una lunga gestazione interrotta dalla pandemia, i Diaspro tornano con un’identità rinnovata e un singolo potente: “Per Salire Su”, in uscita oggi, 16 ottobre 2025 per Guit-AL Records. Il brano è parte di un concept album che fonde suite e motivi musicali in un viaggio catartico, dove il protagonista deve liberarsi dalle zavorre mentali per elevarsi oltre la sua comfort zone.

Racconta Chiaraluce: "Musicalmente, è il pezzo più heavy del disco, con richiami al prog metal, inserti funk e vibrazioni rock americano".

E a proposito di prog, genere per cui conobbi il giovin Chiaraluce nel 2006, sono stato catturato al primo ascolto dalla parte centrale del brano, quella strumentale, che riporta, all’impatto, alla nobiltà del suond anni ’70. Ma il testo, in lingua italiana, è un messaggio da veicolare, e quindi la parte vocale, in questo contesto, deve essere funzionale e non sovrastante le dinamiche gruppali, cosa che mi pare riesca bene a Dante Campora, che denota un coinvolgimento emotivo profondo, esprimendo urgenza e introspezione, bilanciando momenti confessionali e drammatici.

La lirica, visionaria e allegorica, descrive una salita interiore tra nausea purificatrice e ingranaggi arrugginiti, con immagini potenti come “mi aggrappo alla griglia come ad una maniglia che si spezzerà”.

La produzione è curata da Marcello Chiaraluce, che ha registrato presso il BDM Studio di Acqui Terme e affidato il mix e mastering a Claudio Cattero.

La band attuale è composta da musicisti di grande spessore e sensibilità prog: Dante Campora alla voce, Giovanni Giordano e Marcello Chiaraluce alle chitarre, Andrea Manuelli alle tastiere vintage, Bruce Muirhead al basso e Luca Grosso alla batteria.

Il progetto grafico di Patrizia Comino racchiude l’anima del concept: un orso di diaspro rosso come spirito guida e un lupo nero dagli occhi azzurri come antagonista.

I Diaspro non usano sequenze o elettronica: ogni traccia è suonata, pensata per essere riprodotta dal vivo, in linea con la loro filosofia di autenticità. Il loro prog italiano si nutre di sinfonismo britannico anni ’70 e cantautorato nostrano, con l’ambizione di raccontare storie che si vivano a 360°.

Un ritorno che è anche una rinascita. E questa volta, si spera, Per Salire davvero!