Un viaggio tra le atmosfere del prog
nordico e la voce leggendaria di Stefano "Lupo" Galifi: la rinascita
in italiano dell’acclamato album di Lars Fredrik Frøislie
Con Quattro Racconti,Lars Fredrik Frøisliefirma il suo terzo lavoro solista in poco più di
ventiquattro mesi, confermandosi tra i più prolifici e visionari compositori
della scena progressive contemporanea. Fondatore e tastierista dei Wobbler,
Frøislie reinterpreta il suo acclamato debutto Fire Fortellinger
(2023) in una nuova veste: quella italiana, affidando la voce a una leggenda
vivente del prog tricolore, Stefano “Lupo”
Galifi, storico frontman del Museo Rosenbach.
Questa nuova incarnazione dell’album non è una semplice
traduzione: è una rinascita. L’apporto vocale di Galifi è travolgente, capace
di fondersi con le complesse architetture sinfoniche come se fosse stato parte
integrante del progetto sin dall’inizio. La sua voce, potente e carismatica,
dona profondità e pathos alle composizioni, elevandole a un livello espressivo
superiore rispetto alla versione originale cantata da Frøislie stesso.
Dietro le quinte, un altro nome illustre del prog scandinavo:
Jacob Holm-Lupo (White Willow), che ha curato il mastering e che da
tempo sostiene il percorso artistico di Frøislie. Il risultato è un disco che
unisce il rigore nordico alla passione mediterranea, in un connubio che sa di
magia.
L’album si articola in quattro movimenti, ciascuno con una
propria identità sonora e narrativa, come capitoli di un racconto epico.
Si
parte con una composizione dal respiro ampio e drammatico,Il Cavaliere dell’Apocalisse, che affonda le radici nella
mitologia nordica e ci conduce in scenari oscuri e solenni, dove la musica
evoca battaglie cosmiche e paesaggi ghiacciati.
Il secondo brano, Un posto sotto il cielo, apre una
parentesi più luminosa e contemplativa, con melodie che sembrano sbocciare in
un giardino incantato. Qui l’atmosfera si fa più intima, quasi sospesa, e la
scrittura musicale si tinge di colori rinascimentali, offrendo un momento di
respiro e meraviglia.
Il terzo episodio, Presagio, ci riporta in territori
più inquieti, dove il senso di presagio e tensione si fa palpabile. Le immagini
evocate sono potenti e suggestive: carrozze fantasma, cieli boreali, anime
erranti. La musica si fa intensa, con passaggi che colpiscono per forza espressiva
e profondità emotiva.
A chiudere il cerchio è una lunga composizione, Cattedrale della Natura, che celebra la natura selvaggia e il senso di isolamento. Qui
la musica si espande come un paesaggio nordico, dominato da suoni caldi e
avvolgenti, con momenti di sorprendente originalità che arricchiscono
ulteriormente l’esperienza d’ascolto.
Frøislie non si limita a comporre e produrre: suona una vasta
gamma di tastiere vintage, canta, dipinge la copertina e si cimenta anche alla
batteria. L’unico altro musicista coinvolto è il bassista Nikolai Hængsle
(Needlepoint, Elephant9), che completa il quadro sonoro con eleganza e
precisione.
Il lavoro di adattamento dei testi italiani è stato
meticoloso, con un nuovo mix e master che valorizzano ogni sfumatura. Il
risultato è un album che non solo conserva l’anima dell’originale, ma la
espande, grazie alla voce di Galifi e alla cura artigianale di ogni dettaglio.
Quattro Racconti è destinato a conquistare gli amanti del prog classico e dei
suoni analogici, ma anche chi cerca emozioni autentiche e interpretazioni
vocali memorabili. Galifi regala una performance da antologia, capace di
commuovere e stupire anche chi conosce già “Fire Fortellinger”.
Disponibile dal 24 ottobre 2025 su Karisma Records e sulla
pagina Bandcamp di Lars Fredrik Frøislie, questo album rappresenta uno dei
vertici del progressive italo-scandinavo contemporaneo. Un’opera che merita di
essere ascoltata, vissuta e celebrata.
Con profondo dolore, il mondo della musica saluta James Senese, pseudonimo di Gaetano Senese,
scomparso a Napoli oggi, 29 ottobre 2025, all'età di 80 anni.
Sassofonista, compositore, cantante e attore, Senese è stato
una figura iconica e un pioniere nella contaminazione sonora italiana, un vero
"nero a metà" che ha saputo fondere jazz, rock, soul e funky con il
cuore e l'anima partenopea.
Nato nel quartiere Miano di Napoli il 6 gennaio 1945, figlio
di un soldato afroamericano e di una ragazza napoletana, James Senese ha
trovato nella musica il suo linguaggio universale. Fin dai suoi esordi negli
anni '60 con i Gigi e i suoi Aster e poi con i celebri The
Showmen, ha contribuito a dare forma a quel movimento che sarebbe stato
battezzato "Neapolitan Power", una rivoluzione musicale
che ha rinnovato la tradizione partenopea.
La sua impronta più marcata arriva però con la fondazione
dei Napoli Centrale nel 1975, insieme all'amico Franco Del
Prete. La band è stata un crocevia di generi, mescolando progressive rock e
jazz, portando l'improvvisazione e la sperimentazione nel panorama italiano.
Amico e collaboratore storico di Pino Daniele (che
lo definì, appunto, "nero a metà"), Senese ha partecipato a dischi
fondamentali e tour memorabili, contribuendo a definire il suono di un'intera
generazione di musicisti.
La sua carriera solista, che lo ha visto protagonista dai
primi anni Ottanta in poi, pur tra alti e bassi, non ha mai smesso di essere
autentica. Nel 2016 ha vinto la prestigiosa Targa Tenco con
l'album 'O Sanghe, a testimonianza della sua costante rilevanza artistica e del
suo impegno sociale. Il suo sax tenore e soprano non era solo uno strumento;
era la voce graffiante e melodica di Napoli, capace di raccontare gioie, dolori
e contraddizioni della vita.
Ricoverato all'Ospedale Cardarelli di Napoli dal 24 settembre
per le complicazioni di una polmonite, James Senese ci lascia un'eredità
inestimabile, un corpus di brani che sono un inno alla libertà e all'identità.
Il suo impegno nel trovare un linguaggio personale e nel non copiare mai
nessuno, ispirato da giganti come John Coltrane e Miles Davis, lo ha reso uno
dei sassofonisti italiani più stimati a livello mondiale.
Il "sax che parlava napoletano" si è spento, ma la
sua musica rivoluzionaria e la sua verità sonora continueranno a far ballare e
riflettere intere generazioni. Ciao James.
AUTOVELOX è un podcast
registrato al teatro Don Bosco di Fabriano (AN) e successivamente visibile su
YouTube, dove in ogni puntata si tratta un ospite. Sono stati analizzati nel
tempo Luca Mastrangelo, Francesco Pannofino, Giorgia Cardinaletti, Francesco
Repice e molti altri ancora.
Questa volta è
toccato a Massimo Max Salari, critico
musicale e scrittore.
Nella puntata viene
messa in luce la vita dell’ospite, con aneddoti e battute da parte di Giorgio
Stroppa (Motozzappa). Richiami alla vita passata e odierna, oltre che
approfondimenti sul genere Progressive Rock e musica in generale.
Analizzati alcuni
libri dell’autore e dischi fondamentali. Non mancano scherzosi giochi e frasi
da lasciare ad un eventuale popolo fra cento anni.
Conducono Fabio
Bernacconi e Mauro “Wikimaps” Mori.
Dove avrà
accelerato Max e invece rallentato? Curiosi? Lo scoprirete guardando il video a
seguire…
La band svedese Wolverine,
nota per il suo stile prog rock, ha annunciato l’uscita di un nuovo album in
studio, il primo dopo dieci anni di silenzio discografico. Il disco, intitolato
Anomalies, sarà pubblicato a
febbraio tramite l’etichetta Music Theories Recordings.
Il cantante Stefan Zell ha spiegato che il nuovo
brano presentato dalla band rappresenta la prima parte di una trilogia
all’interno dell’album: la seconda parte sarà Circuit, mentre la terza
coinciderà con la traccia di apertura, A Sudden Demise. Il batterista
Marcus Losbjer ha aggiunto che l’idea originale della canzone risale a circa
vent’anni fa, pensata per un concept album mai realizzato. Il pezzo si
distingue per diverse sezioni in tempo 5/4, che si intrecciano e si armonizzano
nel corso della composizione.
Anomalies sarà composto da nove tracce e la band ha già
condiviso il primo singolo, il cupo A Perfect Alignment. Secondo Zell,
uno dei temi ricorrenti nell’album è l’invecchiamento e la ricerca di
significato nella vita: “Mi sentivo perso, non sapevo dove stessi andando o
cosa avrei dovuto fare per dare un senso al futuro. Oggi, otto anni dopo, sono
in un posto migliore. Ogni nostra canzone è come un frammento di diario, e
guardando indietro al nostro catalogo, si può leggere la mia vita di scrittore.
Ora ci sono molte più domande su vita, invecchiamento e valori, cose a cui non
pensavamo quando avevamo vent’anni. Si evolve.”
Wolverine aveva già raggiunto una certa notorietà
con album come Still (2006) e Communication Lost (2011). Dopo
aver firmato con l’etichetta americana Laser’s Edge, hanno pubblicato Machina
Viva nel 2016 e l’EP A Darkened Sun nel 2021, ma negli ultimi anni
la loro attività è stata piuttosto limitata.
Wolverine: Anomalies
1 - A Sudden Demise
2 - My Solitary Foe
3 - Circuits
4 - Nightfall
5 - This World And All Its Dazzling Lights
6 - Automaton
7 - A Perfect Alignment
8 - Losing Game
9 - Scarlet Tide
Martin Barre: in arrivo
l’autobiografia dell’ex chitarrista dei Jethro Tull
Il prossimo 6 novembre, tramite l’editore McNidder &
Grace, uscirà A Trick of The Memory: The
Autobiography Of Jethro Tull's Guitarist, l’attesa autobiografia
di Martin Barre, storico chitarrista
dei Jethro Tull.
Barre non ha bisogno di presentazioni per gli appassionati di
rock progressivo: è stato il chitarrista della band britannica per oltre
quarant’anni, dal 1968 al 2012, contribuendo in modo decisivo al sound e al
successo internazionale del gruppo. Nel libro, Barre condivide riflessioni
sincere sulla vita “on the road”, sugli alti e bassi dell’industria musicale e
sulla creatività dietro alcuni dei momenti più memorabili del rock.
Il volume, in edizione con copertina rigida, ripercorre il
suo percorso musicale dagli esordi a Birmingham, dove suonava flauto e
sassofono prima di trovare la sua vera voce nella chitarra, fino alle tournée
mondiali e agli album classici incisi con i Jethro Tull. Il libro include anche
16 pagine di fotografie a colori, che documentano momenti salienti della sua
carriera.
“La storia del percorso musicale di Martin Barre, dai suoi
esordi a Birmingham fino al successo mondiale con i Jethro Tull e come artista
solista, è qualcosa che attendevamo da tempo”, ha dichiarato Pat Kent,
fondatore del gruppo Facebook Jethro Tull Group.
In concomitanza con l’uscita del libro, Barre sarà impegnato
in una tournée nel Regno Unito con lo spettacolo “An Acoustic Evening With
Martin Barre And Friends”, in programma per tutto dicembre. Ad aprile 2026
porterà in giro per l’Europa il suo show “A Brief History Of Tull”,
dedicato alla storia musicale della band.
Inoltre, il chitarrista parteciperà al festival letterario Louder
Than Words di Manchester il 16 novembre, e terrà sessioni di autografi in
librerie selezionate, i cui dettagli saranno annunciati prossimamente.
Un’occasione imperdibile per i fan del prog e per chi vuole
scoprire il dietro le quinte di una carriera leggendaria.
Martin Barre
UK and EU tour dates
Nov 6:
Alnwick Playhouse
Nov 7: Lytham St. Annes Lowther Pavilion
Nov 8: Edinburgh Voodoo Rooms
Nov 10: Barnoldswick Arts Centre
Nov 11: Barnoldswick Arts Centre
Nov 12: Barnoldswick Arts Centre
Nov 18: Shrewsbury Theatre Seven
Nov 20: Exeter Phoenix
Nov 21: London Bush Hall
Nov 27: Stourbridge Town Hall
Nov 28: Shoreham By Sea Ropetackle Arts Centre
Nov 29: Southampton The 1865
A Brief
History Of Tull
Apr 7: NOR
Oslo Herr Neilsen
Apr 8: NOR Oslo Herr Neilsen
Apr 10: SWE Gothenberg Musikens Hus
Apr 11: DEN Copenhagen Hotel Cecil
Apr 14: GER Bonn Harmonie
Apr 15: GER Isernhagen Blues Garage
Apr 16: GER Dortmnd Das Piano
Apr 17: NED Sneek Het Bolwerk
Apr 18: NED Bergen op Zoom Gebouw-T
Apr 19: NED Helmond Cacaokade
Apr 20: BEL Veviers Spirit Of 66
Recensione di un volo interiore tra
rock, poesia e verità sonora
Ci sono dischi che si ascoltano, altri che si vivono. ICARO, il nuovo lavoro di Alessio Trapella, appartiene alla seconda
categoria. Un progetto ambizioso e stratificato, che nasce da una riflessione
profonda sul tema della dipendenza e si trasforma in un racconto universale,
poetico e visionario. Trapella sceglie di non descrivere, ma di evocare. E lo
fa con una narrazione musicale che mescola rock progressivo, sensibilità
classica e una voce capace di guidare l’ascoltatore in un viaggio interiore.
Il titolo richiama il mito greco, ma qui Icaro non vola con
ali di cera: il suo slancio è alimentato da un razzo, simbolo di una fuga
moderna, di un’ascesa che è anche isolamento. L’album si muove su questa
tensione: il desiderio di elevarsi e il rischio di perdersi. Ogni brano è una
tappa di questo percorso, dove la musica diventa specchio e strumento di
introspezione.
Avevo già avuto modo di recensire l’esordio solista di
Trapella nel 2023, La ricerca dell’imperfezione, e già allora era chiaro
che ci trovavamo di fronte a un artista con una visione precisa e non
convenzionale. ICARO ne è la naturale evoluzione: più maturo, più
profondo, più rischioso. Ma anche più libero.
Trapella, musicista e produttore polesano, ha alle spalle una
formazione accademica solida (Contrabbasso e Composizione al Conservatorio di
Adria) e collaborazioni di prestigio con Riccardo Muti, Aldo
Tagliapietra, UT New Trolls e Le Orme. Ma è nel suo percorso
solista che emerge la sua vera voce artistica: libera, intransigente, capace di
unire rigore e sperimentazione.
In ICARO, la produzione è curata in ogni dettaglio,
con un approccio quasi artigianale. La copertina, ad esempio, è una scultura in
gesso realizzata da Bruno Martinuzzi, fotografata per diventare
immagine. Niente scorciatoie digitali, niente artifici: tutto è tangibile,
vissuto, reale.
Musicalmente, l’album si muove tra ballad intimistiche e
momenti più strutturati, con spruzzate di jazz, richiami classici e una base
melodica che sostiene testi importanti. Trapella non cerca la prova di tecnica,
né la seduzione immediata: la sua musica non nasce per far ballare, ma per far
pensare. E se emoziona — come spesso accade — lo fa senza forzature.
Il brano “Il gesto”, inizialmente pensato come titolo
dell’album, è il nucleo tematico da cui tutto si sviluppa. Da lì, la storia di
chi si allontana dagli affetti, dalla terra, dalla realtà, prende forma
attraverso metafore e immagini che ogni ascoltatore può reinterpretare secondo
la propria esperienza.
La scelta dei collaboratori è altrettanto significativa: Luca
Chiari e Filippo Dallamagnana portano personalità e audacia,
rispondendo al “guizzo” creativo di Trapella con libertà e competenza. Il
risultato è un disco che non si limita a raccontare, ma invita a guardare oltre, oltre i gesti quotidiani, oltre le maschere, oltre il rumore.
ICARO è un’opera che non si consuma in un ascolto. Richiede tempo, attenzione,
predisposizione. Ma chi accetta la sfida, scopre un mondo sonoro coerente,
profondo, capace di lasciare il segno.
Ma al di là dei miei pensieri risulterà probabilmente icastico ciò
che emerge dall’intervista che ho realizzato con l’autore…
Per iniziare, ci racconti in sintesi il tuo percorso
musicale? Quali tappe lo hanno definito e trasformato nel tempo?
Ho iniziato da bambino studiando tromba con il Maestro della
banda paesana. Poi con l’esplosione dei “karaoke”, verso i 16 anni mi sono
messo a cantare e sono stato reclutato nella mia prima band. Di lì a poco il
bassista mollò tutto e fu da quel momento che il legame basso-voce divenne
indissolubile! A seguire gli studi accademici di contrabbasso e composizione e
il periodo “classico” fino al 2012 dove ho militato nell’orchestra giovanile L.
Cherubini diretta dal Maestro Riccardo Muti. Da lì in poi sono ritornato sulla
strada del rock lavorando con Aldo Tagliapietra, UT New Trolls e poi Le Orme.
Dal 2022 ho intrapreso un percorso solista sia artistico che di produzione.
ICARO è un progetto ambizioso e visionario. Qual è stata la
scintilla iniziale che ti ha spinto a crearlo?
Tutto è nato da una conversazione con un carissimo amico. Mi
spiegava come le persone riescano a celare in maniera incredibile le loro
dipendenze e come gli abusi diventino dei gesti quotidiani. Da qui nasce “Il
gesto” che inizialmente doveva essere il titolo dell’album. Poi andando più a
fondo ho preso in considerazione l’idea di raccontare l’intera storia di queste
persone che purtroppo si allontanano sempre di più dalla famiglia, dagli
affetti e “dalla terra”. Infine, per far sì che ogni ascoltatore facesse
propria questa storia, in base alle proprie esperienze, e anche per rendere i
testi meno espliciti e più poetici, ho accostato il tutto ad un moderno Icaro
che riesce a volare non con un paio di ali ma con un razzo.
Hai collaborato con artisti e professionisti di altissimo
livello. Come scegli i tuoi compagni di viaggio creativi?
I musicisti che collaborano con me devono sapere cogliere il
guizzo che do loro mentre siamo al lavoro su nuovo materiale, meglio ancora se
osano e mantengono la propria personalità. Tutto questo al netto di
preparazione e professionalità. Luca Chiari e Filippo Dallamagnana ne sono un
chiaro esempio!
La tua biografia racconta un percorso ricco e trasversale.
Qual è stato il momento più trasformativo della tua carriera, finora?
Il vero cambiamento è arrivato dopo aver lasciato Le Orme,
quando nel 2021 ho deciso di prendere la mia strada. Prima di allora credo di
essere stato un bravo musicista ma questo non aveva molto a che fare con la mia
parte artistica perché comunque, sia in orchestra che con le band sopra citate,
per la maggior parte eseguivo e non creavo. Mettendomi in gioco con le mie
composizioni e anche come produttore tutta la mia visione della musica è
cambiata completamente!
ICARO è anche un’esperienza immersiva. Che ruolo ha la
tecnologia nel tuo modo di fare arte?
Diciamo che ha un ruolo abbastanza limitato, cerco più che
altro di utilizzare strumenti tangibili. La copertina ad esempio: ho fatto fare
un’opera in gesso dallo scultore Bruno Martinuzzi e l’ho fatta fotografare.
Sarebbe stato più facile e forse più accattivante fare una bella copertina
fantasy con l’AI ma non è il mio stile. Dietro alle cose che faccio c’è molta
ricerca. Certo se poi parliamo di macchine per registrare, ad esempio, utilizzo
un moderno computer ma a parte le molteplici sovraincisioni dietro non c’è
nulla che non si potesse fare 50 anni fa, tecnologicamente parlando.
C’è un messaggio che speri arrivi al pubblico dopo aver
vissuto ICARO?
Ci isoliamo sempre di più dentro noi stessi e in questo modo
non ci rendiamo conto che molte persone a noi vicine ci chiedono aiuto. Ecco il
messaggio è sicuramente guardare oltre i gesti quotidiani e provare a cogliere
questa richiesta di aiuto.
Come si bilancia la tua identità di compositore, performer e
regista in un progetto così complesso?
La parte compositiva è un lampo che arriva e va fotografato
quindi si consuma in breve tempo. Anche il fatto di incidere le mie
composizioni, sia strumentalmente che vocalmente, in realtà è solo gioia. Il
restante 99% viene divorato dalla fase di produzione che seguo nella sua
totalità! Sono una persona molto intransigente e questo mi porta a fare la
maggior parte del lavoro da solo, a volte commettendo errori certo, ma la
maggior parte delle volte che mi sono affidato ad altri non sono riuscito ad
avere quello che volevo. Forse non erano le persone giuste…
Hai vissuto e lavorato in contesti internazionali. Quanto ha
influenzato il tuo linguaggio artistico?
Se parliamo di linguaggio artistico sicuramente lavorare con
Gianni Belleno e Maurizio Salvi degli UT è stata l’esperienza più
significativa. Ho attinto molto riguardo la composizione e l’armonizzazione dei
cori. Il resto del mio modo di fare musica viene dai miei ascolti più o meno
lontani nel tempo.
Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Preferisci provocare,
emozionare o far riflettere?
Direi un mix fra provocare e riflettere. Emozionare lo spero
ma non è un obbiettivo prefissato diciamo.
Punto molto sull’importanza dei testi e la tematica del
brano. Essendo più schietti: la mia musica non nasce per far ballare (ma se
succede ben venga) e ancora meno per dare prova di tecnica.
Guardando al futuro: cosa sogni per Alessio Trapella e per
ICARO nei prossimi anni?
Come ti dicevo è solo da qualche anno che ho voltato pagina e
mi sono messo a produrre la mia musica. Per ora questo mi basta e mi appaga, ma
certamente se un messaggio importante come quello di ICARO potesse arrivare a
tantissime persone grazie alla mia musica questo sarebbe un trionfo.
Musica visionaria e pubblico attento:
Genova accoglie un doppio set tra elettronica cosmica e prog d’autore, sfidando
orari insoliti e distrazioni calcistiche
Domenica 19 ottobre, Genova ha ospitato un evento musicale che sfidava le
logiche consuete della programmazione concertistica. Un orario insolito — le
18.30 — una proposta artistica di nicchia, e una partita del Genoa nel
pomeriggio: tutto sembrava, a mio giudizio, remare contro. Eppure, il pubblico
ha risposto con entusiasmo, presenza qualificata e attenzione partecipe. Ma su
quest’ultimo aspetto, francamente, non avevo dubbi.
Il teatro La Claque, spazio genovese dove spesso
nascono collaborazioni con la Black Widow Records, si è trasformato in
un laboratorio sonoro, un crocevia di esperienze musicali che hanno saputo
dialogare con il tempo, lo spazio e la memoria.
Ad aprire la serata, i Runaway
Totemdi Roberto Gottardi,
con la partecipazione degli AndromacA. Sul palco, oltre a Gottardi
(tastiere, chitarra e voce), Stefano Bertoli (tastiere e percussioni
varie) e il soprano Antonella Suella. Il trio ha presentato l’opera Metaphorm
Tetraphirm, registrata dal vivo nel 2024 all’Abbazia di San Bernardino: un
set incredibile, con richiami al krautrock più autentico (Neu, Can, Amon Düül,
Tangerine Dream, Popol Vuh), e un’elettronica presente in dose massiccia.
Più che la descrizione dei singoli passaggi, ciò che mi ha
colpito è stato il prodotto d’insieme: un muro di suoni, effetti e atmosfere
che hanno trasportato in mondi da esplorare. Certo, serve predisposizione alla
concentrazione, alla sospensione del giudizio, al “lasciarsi coinvolgere”, ma
le competenze specifiche dei tre musicisti, miscelate tra loro, hanno disegnato
una musica trasversale, adatta all’immedesimazione e alla necessità di
viaggiare - con la mente, lo spirito, il corpo.
Dopo un set così immersivo, l’attesa era tutta per Gianni Leone, figura mitica del prog italiano,
tastierista e leader de Il Balletto di Bronzo. Leone ha presentato il suo album
solista Monitor, finalmente ristampato con l’aggiunta di brani inediti,
e ha ripercorso la sua storia musicale con piglio da autentico showman:
estratti da YS, Lemures, Vero, e omaggi ai suoi artisti di
riferimento - Todd Rundgren, Brian Eno, Marianne Faithfull, Patty Smith.
La cosa sconvolgente? Due ore di spettacolo senza alcun
ausilio umano, solo lui, le sue tastiere e la sua inseparabile batteria
elettronica. Nessun supporto esterno, nessuna distrazione: Leone ha catalizzato
il pubblico con la sola forza del suo talento e della presenza scenica. Un
compendio di virtuosismo e passione, che ha entusiasmato i presenti in modo
incondizionato.
Il suo set non è stato solo una sequenza di brani, ma una
narrazione musicale che ha attraversato decenni, influenze, esperienze. Ogni
nota sembrava raccontare un frammento di storia, ogni passaggio una riflessione
sul tempo e sull’identità artistica. E in questo, Leone si è confermato non
solo come musicista, ma come interprete e narratore.
In definitiva, una serata che ha dimostrato come la musica,
quando è autentica e vissuta, possa superare ogni barriera: di orario, di
genere, di contesto. E Genova, ancora una volta, ha risposto con cuore e
intelligenza.
Con
l'avvio del nuovo anno accademico presso l'UniSavona, il tema della musica
riemerge con rinnovato interesse nell'offerta formativa.
Il
corso precedentemente dedicato al rock progressivo, che ha costituito la base
di lavoro dello scorso anno, effettua ora un'analisi a ritroso, focalizzandosi
sulle radici, le fondamenta e il DNA musicale che hanno condotto alla genesi
dei grandi capolavori degli anni Settanta.
Sarà
quindi la musica degli anni '70 l'oggetto centrale di questo ciclo di
quattordici incontri, in programma da ottobre a maggio. L'obiettivo primario è
quello di evidenziare l'intrinseca bellezza e l'immortalità di artisti virtuosi
che, pur essendo emersi in un contesto spazio-temporale propizio, hanno
indiscutibilmente agito come linee guida e riferimenti per intere generazioni
successive.
Il
percorso didattico è iniziato con un'analisi approfondita del rock 'n' roll di
metà anni Cinquanta. Dopo aver esaminato il difficile periodo che ha
caratterizzato la fine di quel decennio sul lato americano, si è affrontato l'avvento
dei Beatles e il fenomeno della British Invasion.
E l’italia?
In quegli anni si mostrava molto distante dai fenomeni musicali americani e
britannici, privilegiando ancora la fruizione della sola musica melodica
tradizionale.
Il
programma proseguirà con la trattazione dei grandi festival della fine degli
anni Sessanta, da Monterey a Isle of Wight, approfondendo quanto accaduto a
Woodstock.
Cospicua
la partecipazione dei corsisti e tante le speranze di fare un buono percorso, in una location fantastica, la Sala Stella Maris.
Roberto Giuliani, polistrumentista, compositore e
mente creativa, è una figura chiave nella storia del rock progressivo italiano.
La sua firma è indissolubilmente legata ai Maxophone, la band milanese
che, con il loro unico e omonimo album del 1975, ha lasciato un segno
indelebile nel panorama prog nazionale e internazionale. L'opera, un crocevia
di influenze classiche, operistiche e del rock sinfonico d'oltremanica, è oggi
considerata un'autentica gemma di culto. Sciolta prematuramente per ragioni
discografiche, la band ha consegnato alla storia un lascito di straordinaria
raffinatezza compositiva. Dopo l'esperienza Maxophone, Giuliani ha intrapreso
un percorso eclettico che lo ha visto spaziare dall'insegnamento alla carriera
accademica come professore universitario e direttore editoriale, dimostrando
una versatilità e una profondità culturale che vanno ben oltre il pentagramma.
In questa intervista, Giuliani ci accompagna attraverso i ricordi di quegli
anni d'oro, riflette sull'evoluzione del panorama musicale e condivide la sua
lucida visione sul rapporto tra arte, cultura e società.
L'intervista...
Come hai scoperto la tua passione per la musica e quali sono
stati i primi passi che ti hanno portato a fondare i Maxophone?
La musica era in casa fin dalla culla. Mio padre è stato
direttore d'orchestra, nel periodo d'oro della rivista... Wanda Osiris, Walter
Chiari, Dapporto... e mia madre era violoncellista. Io avevo cominciato a
studiare pianoforte a 5 anni, poi con la scuola avevo smesso, ma a 12 anni
sulla scia dei Beatles e dei Rolling Stones comprai una chitarra acustica con
le paghette e i soldini ricevuti a Natale.
Quali sono i ricordi più vivi e significativi di quel
periodo? C'è un aneddoto particolare che vorresti raccontare?
Un aneddoto particolare c’è: ci capitò di affittare uno
stanzone in una cascina appena fuori Milano, ad Assago, per le prime prove dei
Maxophone. Poco distante vi era una stalla con una trentina di mucche. Ci
accorgemmo fin da subito che mentre suonavamo gli animali cominciavano a
muggire quasi a voler fare da coro. L'allevatore era contento perché diceva che
il giorno dopo le vacche facevano più latte.
Il vostro album, "Maxophone", è un'opera di culto
nel rock progressivo italiano. Quali sono state le principali influenze
musicali e artistiche che hanno plasmato quel sound unico?
Le influenze musicali principali che posso identificare sono
nell'ambito classico la musica del Novecento... Debussy, Bartok, oltre alla
tradizione operistica italiana, e poi i gruppi prog inglesi, soprattutto
Genesis e Gentle Giant.
C'è una canzone o un brano in particolare che, a distanza di
anni, senti ancora più tuo o che ha un significato speciale per te?
Riascolto spesso "C'è un paese al mondo"... in
questo brano si condensano tutte le influenze musicali che citavo
precedentemente. Introduzione classica con riferimento a Bartok, solo di
clarinetto su ritmica swing, solo di corno su base Verdiana, e nel finale il
mio solo di chitarra, che diversi critici definirono il più "poetico"
nel panorama del prog internazionale.
Quali sono stati i motivi che hanno portato allo scioglimento
del gruppo dopo un solo album?
Dopo un tour nel quale facevamo da apertura ai concerti di
Finardi e degli Area, ci accingevamo a registrare il secondo album. Avevamo già
registrato e mixato un paio di brani: "Il fischio del vapore" e un
altro, che vennero pubblicati come singoli, che dovevano precedere la
pubblicazione dall'album. Come un fulmine a ciel sereno ci giunse la notizia
che la "Produttori Associati" era in fallimento e che tutte le
produzioni discografiche erano bloccate. Ci ritrovammo così senza etichetta
discografica, con i brani già provinati e pronti per essere registrati e con un
contratto di ferro che ci legava alle sorti dell'etichetta. Fu questo il motivo
che ci portò a sciogliere la band.
Pensando a quel periodo, c'è qualcosa che, con il senno di
poi, avresti fatto in modo diverso, sia a livello musicale che personale?
No, avrei fatto esattamente la stessa cosa. Il sound che
volevo era proprio quello e lo stile compositivo, credo, si distingueva da
tutti gli altri.
Dopo l'esperienza con i Maxophone, hai intrapreso una
carriera nel mondo accademico e della cultura, diventando professore
universitario e direttore editoriale. Come è avvenuta questa importante
transizione?
Dopo Maxophone ho insegnato Educazione Musicale nelle scuole,
dal '76 al '79, con dei ricordi bellissimi, e parallelamente ho proseguito la
professione di musicista come arrangiatore e produttore. Ho avuto il piacere di
lavorare con grandi Artisti e cantautori italiani.
Il rock progressivo ha visto un rinnovato interesse negli
ultimi anni. Come giudichi questo "revival" e come si posiziona il
suono dei Maxophone nel panorama musicale odierno?
Evidentemente una discreta fetta di pubblico, sempre
crescente, insoddisfatta dalle proposte musicali più recenti, che non si è
fatta ingoiare dal mainstream imperante, ha guardato indietro, al passato, e ha
riscoperto tutto il rock, dagli inizi del beat fino al progressive. In questa
ricerca il sound Maxophone è evidentemente piaciuto. Numerose etichette
italiane, tedesche, giapponesi e coreane hanno ripubblicato il disco su CD e su
vinile. Posso affermare che da metà anni Novanta ad oggi sono state vendute
oltre 30.000 copie a fronte delle 3000 scarse vendute all'epoca dall'etichetta
originale.
Qual è la tua opinione sull'evoluzione dell'industria
musicale, dalla distribuzione dei dischi fisici allo streaming? Pensi che la
musica abbia perso qualcosa nel processo?
Parlerei più di involuzione. Credo che l'industria
discografica sia moribonda se non già morta. Distrutta dalla tecnologia sempre
più dominante e dalla scarsa qualità delle proposte musicali. Da anni ormai si
rincorre più il personaggio che l'artista, chi ha più follower, e così siamo
subissati da pseudo-cantanti tutti uguali, rappettari che blaterano stronzate
su ritmiche fatte dal computer o recentemente dalla "deficienza
artificiale". Non si suona più e non si crea più qualcosa di originale
Ci sono artisti o band della scena musicale attuale che
apprezzi o che segui con interesse?
Ascolto volentieri Elisa, Giorgia e Fiorella Mannoia, e tra
gli uomini Mengoni, Cristicchi e Jovanotti. Tutto il resto è pattume e provoca
il cambio canale.
Oltre alla musica, quali sono le tue passioni o i tuoi
interessi attuali?
Leggo qualcosa, guardo qualche film o serie televisiva
(Montalbano, Gomorra) e insegno come volontario matematica nelle medie, dando
ripetizioni ai ragazzini più in difficoltà.
Qual è la tua visione del rapporto tra arte e società, e come
credi che la cultura (in tutte le sue forme) possa contribuire a migliorare il
mondo?
Qualche stupido ha detto che con la cultura non si mangia.
Affermazione che denota immensa ignoranza. La cultura in tutte le sue forme è
il biglietto da visita di un paese, di un popolo, dell'umanità tutta, di una
generazione. Nell'ambito musicale, dove il nostro Paese ha la enorme tradizione
del melodramma (Rossini, Verdi, Puccini, Donizetti), della canzone popolare e
dei cantautori, si assiste oggi alla desertificazione dei valori musicali e
testuali. I giovani, soprattutto loro, sembrano anestetizzati dai media e dai
social e subiscono e nuotano ignavi nel mainstream imperante. Ma io voglio
"pensare positivo" e come insegna la storia dopo periodi bui arrivano
sempre epoche luminose. Un risveglio delle coscienze critiche si è visto già
nelle manifestazioni per Gaza, e spero che questo risveglio si estenderà alla
riappropriazione della coscienza, per distinguere il reale dal virtuale, il
vero dal falso, la cultura dal ciarpame, la bellezza dallo squallore che questo
neocapitalismo tecnocratico di merda sta imponendo sul pianeta.
Che messaggio ti sentiresti di dare ai giovani musicisti che
sognano di intraprendere una carriera nel mondo della musica, tenendo conto
delle difficoltà e dei cambiamenti del settore?
Il consiglio è di
studiare, ascoltare tanto e di tutto, e poi di suonare e cantare con gli altri,
la musica è da sempre arte condivisa. Tra coloro che la eseguono e quelli che
la ascoltano. È questa la sua grande forza.
La parabola artistica e professionale di Roberto Giuliani è
una testimonianza della forza della passione e dell'importanza di una solida
base culturale. Dalle sperimentazioni sinfoniche dei Maxophone, interrotte
bruscamente dal fallimento discografico, a una carriera di successo nel mondo
accademico e della produzione, Giuliani ha saputo mantenere un legame
indissolubile con l'arte e l'educazione. La riscoperta e il successo postumo
dell'album "Maxophone" ne confermano la qualità atemporale, dimostrando
come la ricerca di originalità e la fusione di generi possano resistere
all'erosione del tempo. La sua critica all'attuale involuzione dell'industria
musicale, dominata da logiche di mainstream e da una presunta
"deficienza artificiale", si bilancia con un messaggio di speranza
rivolto alle nuove generazioni: studiare, ascoltare e soprattutto condividere
la musica. L'impegno volontario nell'insegnamento della matematica ai ragazzi
in difficoltà è un ulteriore segno di come l'eredità di Giuliani non sia solo
musicale, ma profondamente etica e sociale, un invito costante a distinguere la
vera cultura dal "ciarpame" e a lottare per un risveglio delle
coscienze critiche.
Nonostante la musica sia da sempre parte integrante della mia
vita, devo ammettere che la storia di Simone
Galassimi era sfuggita. È stato
solo grazie alla segnalazione di Francesco Pullè – che ha recensito l’ultimo
album omonimo di Galassi (https://mat2020.blogspot.com/2025/10/maledetto-simone-che-fece-cantare-la.html)– che ho scoperto questo
artista e il suo percorso. La curiosità è stata immediata, e ho sentito il
bisogno di approfondire, di capire meglio l’uomo e il musicista, e cosa lo
muovesse artisticamente. Così è nata questa intervista, pensata per soddisfare
la mia curiosità e, spero, anche quella di chi leggerà.
Il tuo nuovo album è un viaggio sonoro tra rock-blues,
psichedelia e funk. Qual è stato il filo conduttore emotivo e musicale che ti
ha guidato nella composizione?
Un filo conduttore emotivo che mi ha guidato nella
composizione è la grande passione per la musica rock e blues degli anni 60/70,
sono cresciuto con quella e ne sono sempre rimasto fedele, l’ho suonata per
anni ed è stato un passaggio doveroso cercare di prenderla per portarla ai
giorni nostri, creando qualcosa di personale, parlando attraverso i testi un
po’ del mio vissuto
Hai registrato il disco con Carlo Poddighe, utilizzando
strumentazione vintage e missaggio analogico. Quanto è importante per te
preservare quel calore “old school” nella produzione musicale contemporanea?
Penso che il suono sia importante tanto quanto l’esecuzione,
forse ancor di più! Da appassionato di vintage ho dedicato la vita alla ricerca
di strumenti d’epoca per studiare e cercare di ottenere quelle sonorità, di
conseguenza ho voluto imprimere quei vecchi suoni nel mio album. Penso che in un
mondo sempre più orientato verso la digitalizzazione e la tecnologia sia molto
importante tener vivo e preservare quel sapere old school!
Nel tuo percorso ci sono tributi a Hendrix e Gallagher, ma
anche influenze di Page, Clapton, Deep Purple. Come riesci a far convivere
questi giganti nel tuo stile personale senza cadere nella semplice imitazione?
C’è un grande insegnamento che tutti questi artisti ci
tramandano ma che molti ignorano, cadendo nella semplice imitazione; ognuno di essi
aveva le proprie di influenze musicali (come noi abbiamo le nostre verso altri
artisti) ma ne catturavano linguaggi e stili per poi farli propri, creando così
un proprio stile personale, una identità in musica. Quindi ho cercato anche io
di creare il mio stile, miscelando principalmente il sound di Jimi col mood di
Rory e viceversa, inserendo le varie contaminazioni dagli altri artisti e
aggiungendo sfumature funk.
“Hazy Nights” e “95” vedono la collaborazione con Martin Lee,
mentre “Shooting Stars” è firmata con Alda Lolli. Come scegli i tuoi
collaboratori per la scrittura dei testi e che ruolo ha la parola nella tua
musica?
Non li ho proprio scelti, sono più cose che nascono in modo spontaneo
e genuino dal nulla. Martin Lee è un carissimo amico di Ballyshannon, dove Rory
nacque, ed è stato uno tra i primi a spronarmi nel comporre brani originali
durante i miei tour irlandesi, scrivendo per me i testi da utilizzare. “Shooting
stars” invece è stato buttato giù di pugno da Alda, la mia partner, quindi,
averli immortalati nelle mie canzoni ha un significato particolare.
Hai calcato palchi in tutta Europa, dalla Germania
all’Irlanda. Qual è stato il concerto che ti ha lasciato il segno più profondo
e perché?
Difficile scegliere, in ogni posto citato trovo sempre
persone meravigliose, un’accoglienza unica e tante belle emozioni su ogni palco,
ma se devo sceglierne uno quello è il “Rory Gallagher festival” di
Ballyshannon, forse perché è stato proprio lì che mi son fatto notare
dall’Europa, ed è stato un po’ lo start di ciò che faccio oggi.
Nel tuo arsenale di chitarre c’è una Stratocaster che ha
fatto innamorare anche chi non si sentiva all’altezza dello strumento. Qual è
la chitarra che consideri la tua “compagna di vita” e perché?
Anche qua difficile scegliere, possiedo diverse Stratocaster che
possono sembrare tutte uguali, ma ognuna di esse ha una propria voce e
personalità, quindi a ritmi alterni sono un po’ tutte compagne di vita; ora la
mia preferita è una Fiesta Red del 64, per via del tono più caldo e un look
estremamente vissuto.
Sei anche insegnante di musica. Cosa cerchi di trasmettere ai
tuoi allievi oltre alla tecnica? C’è un consiglio che ripeti spesso?
Ho insegnato per 5/6 anni ma negli ultimi tempi mi sono
fermato per potermi dedicare totalmente alla mia musica, comunque ai miei
allievi ho sempre cercato di dar loro gli strumenti necessari per muoversi liberamente
attraverso la musica, piuttosto che copiarla e ricalcarla con tutorial online.
Il tuo album è disponibile anche in vinile, con una versione
blu limited edition. Che rapporto hai con il formato fisico della musica e con
il collezionismo sonoro?
Il mio rapporto col formato fisico della musica, e quindi con
il collezionismo sonoro, è fondamentale; ho fortemente voluto stampare anche un
lotto di 100 musicassette in tre colorazioni, numerate a mano, e penso che potrebbero
essere un bell’oggetto da collezione. Da ragazzino poi la musica si ascoltava
tutta su MC, dallo stereo portatile al walkman sino alle autoradio,quindi è
stata una bella emozione avere tra le mani la mia musicassetta!
Nel brano “I Have to Tell You” emerge una forte intensità
emotiva. C’è una storia personale dietro quel pezzo che ti va di condividere?
Sì, quel brano parla a un amico che cade nel tunnel della
droga, quindi c’è una certa emotività. Non a caso il videoclip è stato
registrato dentro le rovine del Kiwi, una discoteca storica delle nostre zone
Emiliane, dove da ragazzi si andava per divertirci spensieratamente. Il locale,
andato poi in rovina, si accosta esattamente al senso del testo, raccontando
come sono andate le cose.
Come già evidenziato in una domanda precedente, nel tuo album
c’è un brano intitolato “95”, scritto con Martin Lee. Cosa rappresenta per te
quell’anno e come ha influenzato la tua evoluzione musicale?
Il brano parla di Rory Gallagher e della sua Ballyshannon, raccontata
da Martin Lee, un abitante del posto. Il 1995 è l’’anno in cui Rory ci ha
lasciati, e per coincidenza anche l’anno in cui ho formato la mia prima band, e
l’anno in cui ho assistito ad una serata tributo a Jimi Hendrix col suo
bassista originale, momento che mi ha cambiato letteralmente la vita. 95 è pure
l’anno in cui mi sono comprato la mia prima vera chitarra, una Gibson Les Paul cherry
sunburst. Insomma “95” è un anno molto significativo per me.
Il mondo del rock è in lutto per la scomparsa di Ace Frehley, chitarrista solista e
co-fondatore dell'iconica band rock Kiss, deceduto giovedì in un
ospedale del New Jersey all'età di 74 anni. Il musicista è morto in
seguito alle complicazioni dovute alle ferite riportate in una caduta
accidentale avvenuta nel suo studio di registrazione il mese scorso.
La famiglia di Frehley ha rilasciato una dichiarazione
congiunta, esprimendo il proprio "devastato e incomprensibile dolore".
Il comunicato sottolinea come "la portata della sua scomparsa sia di
proporzioni epiche", ma assicura che "riflettendo su tutti i
suoi incredibili successi, il ricordo di Ace continuerà a vivere per sempre".
Nato Paul Daniel Frehley a New York City nel 1951, Frehley è
stato una figura fondamentale nella genesi e nell'ascesa dei Kiss. Nel 1973,
fondò la band insieme al cantante Paul Stanley, al bassista Gene Simmons
e al batterista Peter Criss. Con la sua caratteristica maschera
dell'Astronauta – o "Asso dello Spazio" – e il suo stile
chitarristico distintivo e viscerale, Frehley ha contribuito a definire
l'immagine e il suono che avrebbero reso i Kiss una delle band più influenti della
storia del rock.
(Da sinistra a destra) Paul Stanley,
Peter Criss, Ace Frehley (in ginocchio) e Gene Simmons dei Kiss posano al RAI
Congrescentrum nel 1976 ad Amsterdam,
I suoi contributi sono presenti nei primi nove album dei
Kiss. Il suo approccio autodidatta alla chitarra è stato leggendario; in
un'intervista del 2009, dichiarò: "Sono un'anomalia, sono un musicista
senza istruzione... ma sono uno dei chitarristi più famosi al mondo, quindi
immaginatevelo". La sua Les Paul modificata, da cui emergeva fumo
durante gli assoli, divenne un marchio di fabbrica, incarnando la teatralità
scatenata che rese i loro spettacoli dal vivo celebri.
Nel 1978, quando tutti e quattro i membri dei Kiss
pubblicarono i loro album da solisti, fu quello di Frehley a registrare il
maggior successo commerciale, spinto dalla sua cover del brano di Russ Ballard,New York Groove.
La notizia della sua morte ha generato un'ondata di
commozione tra i suoi ex compagni di band e l'intera comunità rock. Paul
Stanley e Gene Simmons hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, definendo
Frehley un "soldato del rock essenziale e insostituibile durante alcuni
dei capitoli più formativi e fondativi della band e della sua storia. È e sarà
sempre parte dell'eredità dei Kiss". Peter Criss, anch'egli tra i
fondatori, ha espresso il suo dolore su X (precedentemente Twitter): "Sono
scioccato!!! Amico mio... ti amo!".
Musicisti di generazioni successive hanno immediatamente
riconosciuto il debito artistico nei confronti del chitarrista. Mike McCready
dei Pearl Jam ha ricordato Frehley come un eroe che gli ha "cambiato la
vita" e senza il quale non avrebbe mai preso in mano una chitarra.
Bret Michaels, frontman dei Poison, ha espresso gratitudine per gli anni di
musica e per l'apporto di Frehley nel brano Nothing But A Good Time.
Dopo aver lasciato i Kiss nel 1982 per intraprendere una
carriera solista – un periodo in cui ha apertamente lottato contro l'abuso di
sostanze – Frehley è tornato per la fortunata reunion dei membri originali nel
1996, rimanendo con il gruppo fino al 2002. Nonostante le controversie
pubbliche con Simmons negli ultimi anni riguardo alle sue passate dipendenze,
Frehley aveva ribadito di aver raggiunto la sobrietà e di aver lasciato i Kiss
in passato "di sua spontanea volontà".
Secondo quanto riportato, l'incidente che gli è costato la
vita è avvenuto a fine settembre, causandogli un trauma cranico e una
conseguente emorragia cerebrale che lo ha costretto a diverse settimane di
terapia intensiva. Le sue condizioni di salute avevano portato alla
cancellazione di tutte le date del suo tour solista del 2025.
Ace Frehley lascia la moglie Jeanette e la figlia Monique. La
sua eredità, intesa non solo come il sound inimitabile dei Kiss, ma come fonte
di ispirazione per innumerevoli chitarristi, rimane un pilastro indelebile
nella storia del rock and roll.
Avevo già incontrato i Diaspro
nella loro fase embrionale, precovid, quando Marcello Chiaraluce mi aveva
presentato il progetto come una “oldfashioneditalian prog band” in cerca di una
narrazione musicale autentica e dal vivo. Ne avevo scritto qui:
Oggi, a distanza di anni, e dopo una lunga gestazione
interrotta dalla pandemia, i Diaspro tornano con un’identità rinnovata e un
singolo potente: “Per Salire Su”, in
uscita oggi, 16 ottobre 2025 per Guit-AL Records. Il brano è parte di un
concept album che fonde suite e motivi musicali in un viaggio catartico, dove
il protagonista deve liberarsi dalle zavorre mentali per elevarsi oltre la sua comfort zone.
Racconta Chiaraluce: "Musicalmente, è il pezzo più heavy del disco, con richiami al
prog metal, inserti funk e vibrazioni rock americano".
E a proposito di prog, genere per cui conobbi il giovin Chiaraluce
nel 2006, sono stato catturato al primo ascolto dalla parte centrale del brano,
quella strumentale, che riporta, all’impatto, alla nobiltà del suond anni ’70.
Ma il testo, in lingua italiana, è un messaggio da veicolare, e quindi la parte
vocale, in questo contesto, deve essere funzionale e non sovrastante le
dinamiche gruppali, cosa che mi pare riesca bene a Dante Campora, che denota un coinvolgimento
emotivo profondo, esprimendo urgenza e introspezione, bilanciando momenti
confessionali e drammatici.
La lirica, visionaria e allegorica, descrive una salita
interiore tra nausea purificatrice e ingranaggi arrugginiti, con immagini
potenti come “mi aggrappo alla griglia come ad una maniglia che si spezzerà”.
La produzione è curata da Marcello Chiaraluce, che ha
registrato presso il BDM Studio di Acqui Terme e affidato il mix e mastering a
Claudio Cattero.
La band attuale è composta da musicisti di grande spessore e
sensibilità prog: Dante Campora alla voce, Giovanni Giordano e Marcello
Chiaraluce alle chitarre, Andrea Manuelli alle tastiere vintage, Bruce
Muirhead al basso e Luca Grosso alla batteria.
Il progetto grafico di Patrizia Comino racchiude l’anima del
concept: un orso di diaspro rosso come spirito guida e un lupo nero dagli occhi
azzurri come antagonista.
I Diaspro non usano sequenze o elettronica: ogni traccia è
suonata, pensata per essere riprodotta dal vivo, in linea con la loro filosofia
di autenticità. Il loro prog italiano si nutre di sinfonismo britannico anni
’70 e cantautorato nostrano, con l’ambizione di raccontare storie che si vivano
a 360°.
Un ritorno che è anche una rinascita. E questa volta, si
spera, Per Salire davvero!