venerdì 3 luglio 2026

Il 3 luglio del '69 ci lasciava Brian Jones, un caleidoscopio di suoni, un'anima inquieta

 

Brian Jones sul palco alle 4 del mattino, all'All-Nighter, Alexandra Palace, Londra, 1964


Il 3 luglio segna una data indelebile nella storia del rock: l'anniversario della prematura scomparsa di Lewis Brian Hopkins Jones, meglio noto come Brian Jones, il polistrumentista che diede vita ai Rolling Stones. La sua figura, spesso avvolta in un'aura di tragica bellezza e incomprensione, merita di essere celebrata e approfondita al di là delle semplificazioni e dei luoghi comuni.  

Jones fu molto più di un semplice membro fondatore. Negli albori della band, era lui il leader carismatico, il motore creativo, l'innovatore musicale. Il suo talento poliedrico lo portava a padroneggiare un'ampia gamma di strumenti: chitarra, armonica, pianoforte, mellotron, sitar, dulcimer, marimba, fiati...

Questa versatilità gli permise di arricchire il sound dei primi Stones con sfumature blues, rock'n'roll, ma anche con influenze esotiche e sperimentazioni psichedeliche.  

Chi ascolta attentamente brani come "Paint It Black" o "Ruby Tuesday" può percepire l'impronta precisa di Jones, il suo gusto per l'arrangiamento, la sua capacità di creare atmosfere uniche.  Purtroppo, la sua parabola artistica fu tanto fulgida quanto breve.  Le tensioni interne alla band, i problemi personali e l'abuso di sostanze lo portarono ai margini del gruppo, fino al tragico epilogo.  

La sua scomparsa, avvenuta il 3 luglio 1969, gettò un'ombra sulla scena musicale. Appena due giorni dopo, il 5 luglio, i Rolling Stones tennero un concerto gratuito a Hyde Park, a Londra, che si trasformò in un tributo a Jones. Questo evento, Nato in origine per celebrare il nuovo corso della band - con l’introduzione del nuovo chitarrista Mick Taylor - rappresentò anche un momento di commossa memoria per il suo fondatore.

Con Nico, spettatori, al festival di Monterey

A cinquantacinque anni dalla sua scomparsa, Brian Jones continua a essere una figura enigmatica e affascinante.

Non è questa l’occasione per ripercorrere morbosamente le circostanze della sua morte, ma pare opportuno celebrare la sua musica, la sua creatività, il suo spirito pionieristico. 

Brian Jones è stato un caleidoscopio di suoni e colori, un artista che ha contribuito in modo fondamentale a definire l'identità dei Rolling Stones e a plasmare il volto della musica rock. 

A distanza di decenni, la sua abilità polistrumentale e la sua visione musicale rimangono uniche...






Nel ricordo di Jim Morrison, mancato il 3 luglio del 1971


Qualcuno ha scritto: “Era il 3 luglio del 1971 quando James Marshall Morrison, cantante dei Doors e icona pop dei tardi anni Sessanta, fu ritrovato morto dopo una breve vita di folli eccessi, nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi. E nessuno come lui si può dire che viva ancora nella memoria dei suoi fan, la maggior parte dei quali non era ancora nata quando morì.

Io lo ricordo con uno dei momenti più “caldi” della sua purtroppo breve carriera. Quattro mesi dopo sarebbe scomparso per sempre!

Ciò che accadde il 1º marzo del 1969 è rimasto nella storia del rock...

The Doors erano impegnati in un concerto a Miami quando, stordito dagli stupefacenti e con spirito provocatorio, Jim Morrison “avrebbe” mostrato i genitali al pubblico. 
Sia i Doors superstiti che numerosi fan presenti al concerto testimoniarono di non aver visto nulla, seppure il tasso alcolico di Morrison fosse effettivamente molto alto e giustificasse un comportamento del genere, a tal punto che gli altri della band gli chiesero se fosse effettivamente in grado di salire sul palco. Quella notte Jim interruppe lo show a metà concerto e iniziò una specie di discorso contro l’autorità, rubando anche un cappello di un poliziotto per lanciarlo sulla folla. Successivamente Morrison arrivò al culmine citato. Nessuno saprà mai la verità sino in fondo, forse neanche Morrison lo sapeva. A seguito di ciò, tuttavia, Jim subì un processo e venne liberato su cauzione, ma l’immagine della band ne uscì gravemente macchiata, al punto che furono annullati tutti i concerti che i Doors avevano iniziato in quel periodo. In seguito a ciò decisero di comune accordo di non partecipare al Festival di Woodstock ritenuto dalla band uno spazio molto vasto per la loro esibizione e che diminuiva notevolmente l’energia e l’intimità che ambienti più raccolti sono invece in grado di dare !
Jim Morrison fu condannato500 dollari e sei mesi di prigione, ma non andò mai in carcere. Si trasferì infatti a Parigi quando la sentenza era in appello e mori nel 1971.

A distanza di 41 anni Jim Morrison fu graziato dallo stato della Florida dalle accuse di esibizionismo; il governatore democratico uscente dello stato della Florida, Charlie Crist insieme ai membri del consiglio di grazia dello stato, considerarono decadute le accuse mosse ai tempi a Morrison. 
Secondo fonti ben informate il Governatore da tempo aveva dubbi sul fatto che Morrison avesse effettivamente commesso reato e aveva in mente sin dal 2007 di concedergli la grazia, dopo che i fan si erano messi in moto per sottoporre il caso all’ufficio del Governatore.




giovedì 2 luglio 2026

Zeroth: la rinascita di una “band senza band” che torna a raccontare Genova

 

Negli ultimi mesi il nome Zeroth è tornato a circolare con insistenza tra gli appassionati di hard rock e alternative rock della scena ligure. Non è un caso: il progetto fondato nel 2018 da un gruppo di amici della provincia di Genova sta vivendo una nuova stagione creativa, più matura, più consapevole e soprattutto più personale.

La storia racconta di un primo album, The Age of Mechanical Machines, poi una lunga pausa forzata dovuta agli impegni dei membri. A non arrendersi è il bassista Mattia Calcagno (VX Matthew), che negli anni prova più volte a ricostruire la band senza riuscire a trovare una formazione stabile. Da qui la svolta: Zeroth diventa una “bandless band”, un progetto autoriale in cui Mattia compone musica e testi e coinvolge musicisti esterni solo per registrazioni e produzione. Una metamorfosi confermata anche dalle fonti online.

Il 2026 segna la ripartenza: Zeroth pubblica tre nuovi brani, che si aggiungono al singolo del 2021 Throw in the Towel. È una produzione che consolida un linguaggio musicale a cavallo tra hard rock, alternative e una scrittura sempre più narrativa, quasi cinematografica.

Tra queste nuove uscite spicca The Storm, pubblicata nel giugno 2026, accompagnata da un video ufficiale, che riporta al novembre 2011, giorni in cui l’alluvione colpì Genova. Mattia la scrive poco dopo quei giorni drammatici, ma decide di pubblicarla solo ora.

La canzone è un omaggio agli “angeli del fango”, ai volontari che aiutarono la città a rialzarsi. È un pezzo che unisce riff duri, atmosfere cupe e un messaggio di speranza.

Oltre a The Storm, Zeroth ha pubblicato altri brani nel 2026, tutti raccolti nella playlist ufficiale YouTube.

La playlist permette di seguire l’evoluzione del progetto, dal sound più diretto e graffiante alle atmosfere più introspettive.

Il ritorno di Zeroth si inserisce in un momento vivace per la scena rock genovese, che negli ultimi mesi ha visto nuove uscite anche da parte di altri progetti locali, come Il Segno del Comando e Zat. Non è un dettaglio secondario, significa che Genova continua a essere un laboratorio musicale fertile, e Zeroth ne rappresenta una delle voci più personali, capace di unire memoria, identità e rock contemporaneo.

Zeroth non è più una band nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto un progetto che vive della visione di un autore, e che riesce a mantenere un suono pieno, vivo, collettivo. Con The Storm e le altre uscite del 2026, Zeroth dimostra che anche dopo anni di silenzio si può tornare con qualcosa da dire. E quando la musica nasce da una storia vera, da una ferita condivisa, da un ricordo che appartiene a una città intera, allora diventa testimonianza.





L'ultima di Ziggy Stardust: era il 3 luglio 1973


David Bowie And The Spiders From Mars
Hammersmith Odeon, Londra, 3 luglio 1973

Il drammatico annuncio:

“Questa è stata una delle più belle tournèe della nostra vita. Vorrei ringraziare il gruppo. Vorrei ringraziare chi ha lavorato per noi. Vorrei ringraziare gli addetti alle luci… Quello di stasera è il concerto di cui ci ricorderemo più a lungo… perché non solo è l’ultimo della tournèe, ma è il nostro ultimo concerto in assoluto. Grazie.”

Quando, nell’estate precedente, David Bowie aveva raggiunto il grande successo commerciale, si era subito scatenato il dibattito sulla sua identità sessuale. Nessun dubbio poteva invece esserci quella artistica. 

Il 3 luglio 1973 la sua tournèe nei panni di Ziggy Stardust era approdata all’Hammersmith Odeon dopo 18 mesi di concerti. A quel punto, la straordinaria vividezza del personaggio aveva conquistato i fan, gli amici e persino il suo creatore che, tempo dopo, avrebbe spiegato: “Era molto più facile vivere dentro Ziggy che dentro Bowie.” 

Dunque Ziggy doveva uscire di scena e, all’insaputa di tutti (tranne il manager Tony Defries e il chitarrista Mick Ronson), l’annuncio sarebbe stato dato dal palco. In un periodo in cui i gesti plateali non mancavano, una decisione tanto sorprendente, comunicata subito prima di un pezzo dal titolo emblematico quale Rock’n’Roll Suicide, era destinata a lasciare il segno: all’apice della notorietà ecco David Bowie annunciare il suo clamoroso ritiro suscitando gli stupiti “no-o-o-o!” della folla. 

Ma se Bowie pensava di aver chiuso Ziggy fuori dalla porta si sbagliava di grosso: “Non mi stavo liberando di lui, anzi, mi stavo alleando con lui. Il mio doppio e io stavamo diventando una persona sola. E’ una strada che porta al caos e alla distruzione della psiche.”

BOWIE SI RITIRA!”, strillarono il giorno dopo i quotidiani. In realtà il concerto segnò solo la fine di un’epoca, visto che, nemmeno due mesi dopo, David Bowie era sul palco del Marquee Club per le riprese di uno special televisivo a lui dedicato.

Tratto da “Io c’ero”, di Mark Paytress


Uno Spider from Mars racconta…
Ecco come il batterista Woody Woodmansey ricordava la sua ultima serata sul palco con Bowie:

Vi aspettavate qualcosa al di fuori del normale?
No, non particolarmente.

Il pubblico fu più isterico del solito?
Il pubblico era sempre isterico!

Il concerto?
Molto emozionante. Era l’ultimo della tournèe.

Sentisti l’annuncio di David?
Sì.

I commenti nei camerini a fine concerto?
Irriferibili.

Il tuo stato d’animo il giorno dopo?
Ottimo, mi sono sposato!

Quando capiste che gli Spiders erano finiti?
Quando sul palco la mia bacchetta mancò la testa di David!



mercoledì 1 luglio 2026

Nick Cave e l’epifania dei selfie: «La vera tragedia dell’età è vedere come ci fotografano»



Nick Cave ha deciso di raccontare, nei suoi Red Hand Files, un episodio che gli ha rivelato qual è il vero tormento dell’invecchiare da rockstar. Non la stanchezza, non le rughe, non i tour infiniti. No: i selfie.

Il racconto parte da una mattina qualunque. Cave, 68 anni, si sveglia con un’insolita sensazione di leggerezza. Si sistema, si tinge i capelli di nero, indossa un completo impeccabile e lascia l’hotel convinto di poter affrontare il mondo con un certo stile.

Poi, all’improvviso, la scena cambia.

Due fan anziani - cardigan coordinati, passo incerto, t-shirt dei Cure - lo riconoscono. Prima lo sguardo incredulo, poi l’esplosione di entusiasmo. «È lui. È davvero lui». E giù con i racconti di una vita passata ad ascoltarlo, di concerti lontani, di ricordi che odorano di vinile e nostalgia. Finché arriva la domanda inevitabile: «Possiamo fare un selfie?»

Cave accetta, anche se detesta essere fotografato. Ma è qui che la situazione precipita. I due iniziano a frugare nelle borse, a cercare telefoni che hanno letteralmente appesi al collo, a ripetere «Oh mio Dio» come un mantra. E soprattutto… non sanno usarli.

Lui prova ad aiutarli, ma non va meglio. La tecnologia, in quel momento, sembra una creatura ostile per tutti e tre.

Quando finalmente lo scatto arriva, Cave vede sullo schermo la sua immagine riflessa: un’espressione tirata, occhi stanchi, sopracciglia drammatiche. E accanto a lui i due fan, felici come bambini. È lì che gli arriva la rivelazione.

La differenza tra lui e quei fan non è la fama, né la musica, né la storia. È solo la tintura nera dei suoi capelli. Che, paradossalmente, lo fa sembrare ancora più vecchio.

La coppia se ne va soddisfatta, continuando a ripetere il suo nome come un ritornello. Cave torna in hotel, si siede, e mette su i Cure. Forse per esorcizzare la giornata. O forse per ricordarsi che, in fondo, anche le rockstar hanno diritto a un momento di autoironia.







martedì 30 giugno 2026

The Alice Cooper Show: era il 30 giugno del 1972



Alice Cooper
Empire Pool, Wembley, Londra, 30 giugno 1972
The Alice Cooper Show

In realtà si tratta solo di uno specchio che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della natura umana

Alice Cooper a Roy Carr, Music Scene, 1972.

Andato in scena per la prima volta a New York il 1 dicembre 1971, “Killer di Alice Cooper era uno scioccante esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione, del cinema e dell’America“. 
Con il singolo “School’s Out” in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e accesissima fan Simone Stenfors.

Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila. Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella, seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no si era mai visto. C’era il serpente per “It My Body”, il patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui restammo parecchio impressionati.
Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”

Immagini di repertorio...







lunedì 29 giugno 2026

L'esordio sorprendente dei Taxology: A Deep Dive in the Colourful and Mysterious Garden of Mr.

 


A Deep Dive in the Colourful and Mysterious Garden of Mr. Taxology - Taxology, 2026 – NOS Records

 

L’esordio dei Taxology arriva come un piccolo terremoto creativo. Due ragazzi giovanissimi, Andrea Rizzi e Giuseppe Bitonte, costruiscono un concept album sorprendentemente maturo, ricco di immaginazione e di una cura artigianale che oggi si incontra di rado. Il loro giardino sonoro è un luogo reale e insieme mentale, un territorio dove botanica, psichedelia e narrazione filosofica convivono con naturalezza.

L’album si presenta come un viaggio. Quindici tracce che formano un unico flusso, un percorso ipnagogico guidato dalla voce di Bruno Vergani, presenza discreta e magnetica che accompagna l’ascoltatore attraverso un giardino simbolico. La tassonomia diventa un linguaggio poetico. I nomi delle piante non classificano soltanto, aprono un nuovo pensiero. Ogni titolo è una soglia che introduce a un organismo musicale autonomo, parte di un ecosistema coerente.

La scrittura dei Taxology si muove con libertà. Le atmosfere oscillano tra psichedelia, cinema, retrofuturismo, funk, orchestrazioni leggere e improvvise aperture luminose. La tavolozza timbrica è ampia. Chitarre, pianoforte, tastiere, archi, fiati, sitar, mandolino e percussioni orchestrali convivono senza frizioni. Tutto è registrato in casa, con un approccio che unisce spontaneità e precisione. Il risultato è un suono organico, vivo, che respira.

Brani come Mandragora Caulescens, Michelia Aenea o Celtis Australis mostrano la capacità del duo di trasformare la materia botanica in metafora dell’interiorità. La mandragora, con il suo confine tra scienza ed esoterismo, diventa simbolo dell’atto creativo che emerge dal buio. Le piante diventano specchi dell’esistenza umana, presenze che suggeriscono un rapporto diverso con la natura e con il tempo.

La voce narrante di Vergani aggiunge profondità. I suoi interventi non interrompono il flusso, lo amplificano. Raccontano una favola interiore, una visione interiore che invita a osservare, a entrare in relazione senza forzare. È un gesto poetico che richiama tanto le spiritualità antiche quanto una sensibilità contemporanea attenta all’eco-appartenenza.

La copertina rafforza l’immaginario. Mr. Taxology appare come un alchimista ottocentesco che dirige un giardino di bulbi e ampolle luminose. L’immagine richiama Méliès e il suo stupore infantile. È un invito a lasciarsi sorprendere, a entrare in un mondo dove la fantasia non è evasione ma strumento di conoscenza.

Il disco funziona come un erbario musicale. Ogni traccia è una cellula autonoma, ma il giardino resta uno. La musica scorre con naturalezza, senza virtuosismi superflui, con una freschezza che appartiene più all’avanguardia che alla tradizione. Il progressive è presente come idea di percorso, non come estetica. La psichedelia è un colore, non un recinto.

A Deep Dive in the Colourful and Mysterious Garden of Mr. Taxology è un debutto sorprendente. Non si limita a presentare un progetto, ma apre un mondo, invitando ad un ascolto attento, capace di accogliere le vibrazioni sottili che legano uomo e natura. È un giardino che cambia a ogni visita, un luogo dove la musica diventa esperienza.

Un inizio incoraggiante...



Tim Buckley: un giorno tragico, un'eredità immortale (29 giugno 1975)



Tim Buckley: il giorno in cui la musica perse un visionario 

 29 giugno 1975


Il 29 giugno 1975, il mondo della musica perse una delle sue voci più originali e innovative: Tim Buckley. La sua prematura scomparsa, all'età di soli 28 anni, a causa di un'overdose di eroina e alcool, pose fine bruscamente a una carriera in continua evoluzione, lasciando dietro di sé un'eredità complessa e affascinante che continua a risuonare tra gli appassionati di musica a distanza di decenni.

Nato a Washington D.C. e cresciuto in California, Buckley emerse dalla scena folk rock della metà degli anni '60, ma la sua musica presto trascese le etichette convenzionali. Con una gamma vocale straordinaria che spaziava dal baritono al falsetto, e una propensione per composizioni che sfidavano le strutture tradizionali delle canzoni, Buckley era un artista che non temeva di esplorare i confini della forma e dell'espressione.

I suoi primi album, come l'omonimo Tim Buckley (1966) e Goodbye and Hello (1967), lo consolidarono come un cantautore di talento, con testi spesso poetici e introspettivi. Tuttavia, fu con opere successive come Starsailor (1970) che Buckley si spinse in territori più sperimentali, incorporando elementi di jazz d'avanguardia, folk progressivo e improvvisazione vocale. Questo album, in particolare, divise critica e pubblico al momento della sua uscita, ma è stato rivalutato nel corso degli anni come un capolavoro audace e visionario, un testamento alla sua volontà di non conformarsi.

La carriera di Buckley fu costellata di sperimentazioni e cambiamenti stilistici, riflettendo la sua inesauribile ricerca artistica. Dal folk intimista si mosse verso sonorità più rock e soul nei suoi ultimi lavori, come Greetings from L.A. (1972) e Sefronia (1973), dimostrando una versatilità e una curiosità musicale rare. Sebbene non abbia mai raggiunto un vasto successo commerciale durante la sua vita, Buckley era venerato dai suoi pari e dai critici per la sua integrità artistica e la sua innegabile abilità vocale.

Il 29 giugno 1975, la notizia della sua morte scosse il mondo musicale. Le circostanze della sua scomparsa, un triste epilogo per un artista così giovane e dotato, misero in evidenza i pericoli e le pressioni spesso associate all'industria musicale.

È passato mezzo secolo, ma l'impatto di Tim Buckley sulla musica rimane significativo. La sua influenza può essere rintracciata in generazioni di artisti che hanno osato spingersi oltre i confini del genere, dall'art rock al progressive folk, fino al pop sperimentale. Suo figlio, Jeff Buckley, avrebbe seguito le sue orme, ereditando parte del suo talento vocale e creando una propria, seppur breve, eredità musicale, rendendo il nome Buckley sinonimo di profondità emotiva e innovazione.

Il 29 giugno 1975 fu un giorno di lutto per la musica. Tuttavia, la ricchezza e la complessità del catalogo di Tim Buckley assicurano che la sua voce, la sua visione e il suo spirito sperimentale continuino a vivere, ispirando nuove generazioni di ascoltatori e musicisti a esplorare le infinite possibilità dell'espressione sonora. La sua musica è una testimonianza eterna di un talento indomito e di una ricerca artistica senza compromessi.




domenica 28 giugno 2026

Pink Floyd: il 28 giugno 1968 usciva "A Saucerful of Secrets", l'ultimo album con Syd Barrett-Riascoltiamolo nell'articolo

 

La copertina è formata da un collage di 13 immagini tra cui figurano alcuni frammenti del fumetto basato sul Dottor Strange, l’immagine di un alchimista, immagini di ampolle e bottiglie, una ruota con i segni zodiacali, il sole, alcuni pianeti e una piccola foto del gruppo sulle rive di un fiume fuori Londra. Sulla copertina si può leggere anche la scritta “y d pinkfloyd p“. Prima della pubblicazione viene rimosso l’articolo “The” dal nome Pink Floyd.


"A Saucerful of Secrets" è il secondo album dei Pink Floyd, pubblicato nel 1968,  lavoro che segna una svolta significativa nella loro carriera, introducendo elementi psichedelici e sperimentali che li avrebbero resi celebri in seguito. È un'opera che perlustra territori sonori inesplorati e si distingue per la sua natura innovativa.

Emerge la title track, "A Saucerful of Secrets", un pezzo epico che dura oltre undici minuti, dove i Pink Floyd sfoggiano il loro talento nel creare atmosfere psichedeliche, con un'ampia gamma di suoni ed effetti sonori. La canzone è un susseguirsi di sezioni che si intrecciano, passando da momenti più riflessivi ad altri più corposi, richiedendo una buona attenzione da parte dell'ascoltatore, ma riesce a catturare l'immaginazione, con la sua complessità e la sua struttura avvolgente.

Altro punto forte dell'album è "Set the Controls for the Heart of the Sun", una traccia che esplora le atmosfere cosmiche e spaziali. La voce eterea di Roger Waters si sposa perfettamente con il mood onirico creato dalla strumentazione, conducendo verso una sorta di "trance", portando l'ascoltatore in un viaggio attraverso dimensioni sonore inimmaginabili.

"A Saucerful of Secrets" presenta anche pezzi più brevi e immediati, come "Remember a Day" e "See-Saw", che mostrano la vena melodica della band e,  sebbene meno sperimentali, non perdono la loro essenza psichedelica, grazie all'uso di strumenti come l'organo e le tastiere che conferiscono loro un suono unico.

Nonostante la grande qualità delle trame sonore, "A Saucerful of Secrets" soffre di alcune incongruenze e disomogeneità nella produzione. Questo può essere attribuito alla sua natura sperimentale, che potrebbe non appagare completamente i gusti di tutti gli ascoltatori. Tuttavia, è proprio questa ricerca del nuovo a renderlo un disco così affascinante e avvincente per gli appassionati di musica progressiva e psichedelica.


Artista: Pink Floyd

Album (in studio): A Saucerful of Secrets

Pubblicazione: 29 giugno 1968 nel Regno Unito-27 luglio 1968 negli Stati Uniti

Durata: 38:48

Tracce: 7

Genere: Rock psichedelico

Etichetta: Columbia Graphophone Company/EMI nel Regno Unito Tower Records/Capitol negli Stati Uniti

Produttore: Norman Smith

Registrazione: agosto–ottobre 1967

gennaio–aprile 1968

Abbey Road Studios e Sound Techniques Studios, Londra


Ma si possono fare altre considerazioni legate ad una figura in particolare, perché la nascita dell'album coincise con il declino dello stato mentale di Syd Barrett, frontman e chitarra solista del gruppo fino all'ingresso di David Gilmour. Questo è l'ultimo lavoro dei Pink Floyd a cui Barrett prese parte prima di essere allontanato definitivamente dal gruppo. È proprio in questo periodo che Barrett cominciò ad accusare problemi di carattere psichiatrico e psicologico. In sua presenza le registrazioni risultarono lunghe e difficoltose e divenne impossibile per il gruppo continuare con lui. Le uniche apparizioni di Barrett in quest'album furono la chitarra su “Remember a Day”, “Set the Controls for the Heart of the Sun”, “Corporal Clegg” e “Jugband Blues”, quest'ultimo unico brano dell'album da lui scritto e cantato.

La versione del brano “Set the Controls for the Heart of the Sun”, contenuta in quest'album, in particolare, è l'unica nella loro discografia suonata da tutti e cinque i membri della band.

"A Saucerful of Secrets" è da considerarsi un'opera imprescindibile nella discografia dei Pink Floyd e un importante tassello nella storia della musica rock.


Tracce (cliccare sul titolo per ascoltare)

Lato A

Let There Be More Light – 5:39 (Roger Waters)

Remember a Day – 4:33 (Rick Wright)

Set the Controls for the Heart of the Sun – 5:28 (Roger Waters)

Corporal Clegg – 4:13 (Roger Waters)

Lato B

A Saucerful of Secrets – 11:57 (Roger Waters, Rick Wright, Nick Mason, David Gilmour)

See-Saw – 4:36 (Richard Wright)

Jugband Blues – 2:56 (Syd Barrett)

 

Formazione

David Gilmour – chitarra (tracce 1, 3-5), kazoo (traccia 4), voce (tracce 1, 4 e 5)

Roger Waters – basso, percussioni, voce

Rick Wright – pianoforte, organo, mellotron, vibrafono, xilofono, voce, tin whistle (traccia 7)

Nick Mason – batteria, percussioni, voce (traccia 4), kazoo (traccia 7)

Syd Barrett – chitarra acustica e slide guitar (traccia 2), chitarra (tracce 3, 4 e 6), cori (traccia 6), voce solista (traccia 7) 

Altri musicisti

Norman Smith – batteria, percussioni (traccia 2), voce parlata (traccia 4)

The Salvation Army (The International Staff Band) (traccia 7):

Ray Bowes – cornetta

Terry Camsey – cornetta

Mac Carter – trombone

Les Condon – tuba in Mi

Maurice Cooper – eufonio

Ian Hankey – trombone

George Whittingham – tuba in Si bemolle






sabato 27 giugno 2026

Dire Straits live a Sanremo il 27 giugno del 1981


La mia partecipazione ai concerti rock ha avuto, nella giovinezza, un termine ben preciso, e un altrettanto preciso nuovo inizio nella maturità.
Ricordavo bene quella prima conclusione affrettata, perché coincideva con una grande performance - o almeno la ricordo come tale - dei Dire Straits, allo stadio comunale di Sanremo. Arrivammo in cinque in auto, compreso “quella” che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie.
Avevo però la convinzione che fosse un giorno di agosto del 1980, e invece ho scoperto che si trattava del 27 giugno del 1981 (pochi mesi premi i D.S.erano stati ospiti al Festival di Sanremo).
Non sarei in grado di commentare quella giornata vissuta in tempi lontanissimi, ma ho casualmente trovato un articolo che la ricorda, e propongo quindi la mia scoperta estratta dall’archivio de “La Stampa”.

In rete ho trovato un altro “reperto”, l’audio dell’evento, e lo propongo a fine articolo.
Ecco quindi il commento del giornalista Roberto Basso, poco “musicale” e molto concentrato sugli aspetti al contorno, quelli corretti per un giornale generalista come era ed è La Stampa.
In ogni caso un bel ricordo!

Stampa Sera 29/06/1981 - numero 174 pagina 7


Dire Straits strepitosi
Sanremo presa d'assalto per il concerto dei Dire Straits

SANREMO — Per il primo concerto nazionale dei Dire Straits, sabato in quindicimila hanno «aggredito» Sanremo. Tutti giovanissimi, dai 14 ai 25 anni. Sono arrivati in treno, in auto, in moto, con l'autostop, a piedi, con in spalla variopinti sacchi a pelo. Un'affluenza di pubblico mai vista in Riviera per uno show musicale. Neppure ai tempi d'oro del Festival la città è stata così affollata da patiti della canzone: è il miracolo del nuovo rock, che fa muovere da distanze anche di 200-300 km masse di fans.
Angelo Esposito, proprietario di un eccentrico ristorante a due passi dal Casinò, ed organizzatore dello show dei Dire Straits, era raggiante. Ha fatto soldi a palate, ha incassato più di ogni rosea previsione. Il complesso inglese non ha deluso. Per quasi due ore con la sua musica esclusiva, ha fatto impazzire il pubblico. Dagli amplificatori ha «gettato» sui 15.000 spettatori rock a fiumi: “Comunique”, “Making Movies”, “Dire Straits”, “Sultan of swing”, “Wild West end”, “Sacred loving”, “Tunnel of love”, “Romeo and Juliet… solo per citare i titoli più applauditi.
Il campo sportivo - dove alla domenica gioca la Sanremese Calcio di fronte ad un pubblico che difficilmente supera le quattromila unità - sembrava un miniconcentrato dell'isola di Wight. Anche dopo il concerto. Sul prato, sugli spalti, per strada, cumuli di lattine vuote, sacchetti di plastica, rifiuti di ogni genere. I netturbini hanno dovuto fare parecchio extra per rimettere tutto a posto.

In soli tre anni i Dire Straits sono diventati ricchi e famosi in tutto il mondo. Il loro primo album infatti viene alla luce nel ‘78. Esplodono in America dopo aver inciso alle Bahamas il loro secondo album, “Comunique”. Nel 79 a Los Angeles incontrano Bob Dylan e insieme realizzano “Slow Train Coming”. Vincono due dischi d'oro, uno in Olanda, un altro in Australia. Il disco di platino l'avevano già vinto due anni fa in America.
Mercoledì saranno allo stadio di Torino per il loro ultimo concerto. Anche a Torino la prevendita sta andando fortissimo. 

Quale il segreto di tanto successo? «Quello dei Dire Straits - ha dichiarato a Sanremo Franco Mamone, impresario rock - è l'unico vero megaconcerto di quest'anno. Logico che gli appassionati non perdano l'occasione. Il pubblico si è fatto più esigente. Corre e paga il biglietto solo se ne vale veramente la pena».

Per il concerto sanremese la polizia aveva predisposto un servizio d'ordine nutritissimo. Sugli spalti e nel campo parecchi spinelli, ma nessun disordine. In “tilt” invece il traffico automobilistico. In 15.000 hanno praticamente intasato l'ingresso Est di Sanremo. Sull'Aurelia, attorno allo stadio, erano parcheggiate file d'auto lunghe oltre mezzo chilometro, arrivate un po' da dovunque: Milano, Genova, Savona, Vercelli, Torino, Brescia, Nizza, Montecarlo. Grossi affari hanno fatto anche bancarelle volanti e abusive che offrivano per cinquemila lire variopinte magliette e una serie di sei bottoni metallici con sopra stampati i visi dei cinque magnifici Dire. 


LA SCALETTA

Once Upon a Time in the West
Expresso Love
Down to the Waterline
Lions
Skateaway
Romeo and Juliet
News
(dedicated to John Lennon and Bob Marley)
Sultans of Swing
Portobello Belle
Angel of Mercy
Tunnel of Love
Telegraph Road
Where Do You Think You're Going?
Solid Rock




Nel ricordo di John Entwistle



Il 27 giugno del 2002  moriva, a soli 57 anni, John Entwistle, bassista storico degli Who; il suo corpo viene ritrovato nella stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas: le cause del decesso riportano ad un attacco cardiaco aggravato da uso di cocaina.
Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002, dove viene ricordata la figura di John Entwistle.

Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un “prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge, crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.

Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo stabilirà un'autopsia).

Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who. Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”, insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante, c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano, velocissime, sulla tastiera del basso. Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile, sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo, voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni (probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai rockers), poi cercando di allargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”. Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande (a tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who: epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati, così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997). Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick, sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese, esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates, dove invitò a suonare il suo compagno di scuola Pete Townshend. Poi, sempre insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del gruppo. Ma tutto questo, ormai, è solo ricordo.




venerdì 26 giugno 2026

Ci ha lasciato David Clayton‑Thomas (Blood, Sweat & Tears), la voce che ha dato un’anima al jazz‑rock

 

David ClaytonThomas se n’è andato a 84 anni, in un ospedale di Toronto, dove è morto pacificamente secondo quanto riferito dal suo storico portavoce Eric Alper. La notizia ha attraversato il mondo della musica con la stessa forza con cui la sua voce aveva attraversato gli anni d’oro del jazzrock. Non è stata resa nota la causa della morte, ma il cordoglio è stato immediato e unanime

ClaytonThomas era il cantante che aveva trasformato i Blood, Sweat & Tears in una delle band più riconoscibili tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.

Brani come Spinning Wheel, You’ve Made Me So Very Happy e And When I Die sono diventati classici grazie alla sua voce profonda e teatrale, capace di fondere blues, soul e jazz in un’unica identità sonora.

Il loro album omonimo del 1968 rimase in vetta per settimane e vinse il Grammy come Album dell’anno nel 1970, superando giganti come i Beatles. Fu il momento in cui la band entrò nella storia e ClaytonThomas divenne il suo volto più riconoscibile.

Nato in Inghilterra nel 1941 e cresciuto a Toronto, ClaytonThomas aveva avuto un’adolescenza complicata.

Tra riformatori e brevi periodi in carcere, trovò una chitarra abbandonata e iniziò a suonare per gli altri detenuti. Fu l’inizio di tutto.

Una volta libero, si immerse nella scena musicale di Yonge Street e poi a New York, dove Judy Collins lo segnalò ai Blood, Sweat & Tears che cercavano un nuovo cantante. Da lì partì la sua ascesa definitiva.

ClaytonThomas non fu solo un interprete. Scrisse la già citata Spinning Wheel, uno dei brani simbolo della band, e contribuì a definire un modo nuovo di intendere il rock con gli ottoni in primo piano.

Nel corso della sua carriera vendette oltre 40 milioni di dischi e fu inserito nella Canadian Music Hall of Fame, oltre a ricevere un Juno speciale per il suo contributo alla cultura canadese.

Era anche impegnato nel sociale, sostenendo Peacebuilders Canada, un’organizzazione dedicata ai giovani a rischio.

Il cantante lascia due figlie, Ashleigh ClaytonThomas e Christine Graham, che hanno diffuso la notizia della sua morte attraverso il suo entourage. È previsto un concerto commemorativo in sua memoria, che celebrerà una carriera lunga più di sessant’anni e una voce che ha segnato generazioni.