



Dick Parry se n’è andato a 83 anni, lasciando dietro di sé un suono che
ha attraversato generazioni. Non era “Dick Party”, come talvolta capita di
leggere per errore: il suo nome era Dick Parry, sassofonista britannico
legato indissolubilmente ai Pink Floyd e a una stagione irripetibile della
musica rock.
Parry apparteneva a quella categoria rara di strumentisti che
non hanno bisogno di stare al centro del palco per diventare fondamentali. Il
suo sax creava un’atmosfera, una voce parallela a quella della chitarra di
David Gilmour, capace di rendere i brani dei Pink Floyd più profondi, più
umani, più cinematografici.
Le sue frasi in Money, Us and Them, Shine On
You Crazy Diamond e Wish You Were Here sono entrate nella memoria
collettiva come elementi strutturali del linguaggio della band.
La notizia della morte è arrivata da David Gilmour,
con poche parole, intime e asciutte: “Il mio caro amico Dick Parry è morto
questa mattina.”
Un legame nato quando entrambi avevano diciassette anni,
molto prima della fama, molto prima dei palchi immensi. Parry e Gilmour avevano
suonato insieme in varie formazioni locali di Cambridge, e fu proprio Gilmour a
portarlo in studio con i Pink Floyd nei primi anni Settanta.
Parry non era un membro ufficiale della band, ma la sua presenza è stata determinante in momenti cruciali:
The Dark Side of the Moon (1973) - dove il suo sax diventa
parte dell’identità stessa dell’album.
Wish You Were Here (1975) - contributi eleganti,
intensi, riconoscibili.
The Division Bell (1994) e Pulse (1995) - il
ritorno, ormai come firma sonora consolidata.
Live 8 (2005) - una delle ultime apparizioni con la band, in un momento storico.
Oltre ai Pink Floyd, Parry ha collaborato con artisti come John Entwistle, Rory Gallagher, Bonzo Dog Band, Violent Femmes e persino con gli Who nei tour del 1979 e 1980.
Gilmour lo ha ricordato parlando di un tocco inconfondibile,
di una “firma di enorme bellezza conosciuta da milioni di persone”. Ed è forse
questo il modo più giusto per salutarlo: non con la retorica, ma con la
consapevolezza che certe voci non scompaiono, ma restano sospese, come un
assolo che continua a vivere anche quando la band ha già smesso di suonare.
Il compleanno di Morrissey, la voce iconica che ha segnato la musica con i The Smiths e da solista, esplorando malinconia e ironia
Il 22 maggio segna il compleanno di Steven Patrick
Morrissey, universalmente noto come Morrissey,
una delle figure più singolari, controverse e influenti nella storia della
musica britannica.
Con una carriera che spazia per oltre quattro decenni,
Morrissey ha lasciato un'impronta indelebile, prima come frontman dei
leggendari The Smiths e poi come artista solista.
Morrissey è celebrato per la sua lirica incisiva, poetica e
spesso pungente, che ha affrontato temi universali come la solitudine,
l'alienazione, la malinconia, la critica sociale e la sessualità in modi che
raramente erano stati esplorati nella musica pop e rock. Con
gli Smiths, ha co-scritto brani che sono diventati inni per una
generazione, come "There Is a Light That Never Goes Out",
"This Charming Man" e "How Soon Is Now?". La sua capacità di trasformare
l'angoscia giovanile e le osservazioni quotidiane in poesia cantata ha creato
un legame profondo e duraturo con il suo pubblico.
La sua presenza scenica, spesso definita teatrale e
drammatica, e il suo stile vocale distintivo – un baritono risonante capace di
esprimere una vasta gamma di emozioni, dalla vulnerabilità all'ironia – hanno
contribuito a renderlo un'icona riconoscibile. Lontano dalle figure rock
stereotipate, Morrissey ha coltivato un'immagine intellettuale e
anticonformista, influenzando non solo la musica ma anche la moda e il pensiero
di molti.
Come artista solista, Morrissey ha continuato a produrre
album di successo e tour mondiali, mantenendo la sua cifra stilistica pur
esplorando nuove sonorità. Album come Viva Hate, Bona Drag
e You Are the Quarry hanno dimostrato la sua capacità di
evolversi pur rimanendo fedele alla sua visione artistica.
Nonostante le polemiche che hanno occasionalmente circondato
le sue dichiarazioni pubbliche, l'impatto di Morrissey sulla musica e sulla
cultura rimane innegabile. Ha ispirato innumerevoli band, scrittori e artisti,
dimostrando che la musica può essere un veicolo potente per la riflessione
intellettuale e l'espressione emotiva profonda. La sua voce ha dato forma a
sentimenti e pensieri che molti provavano ma non sapevano come articolare.
Oggi, mentre Morrissey festeggia il suo compleanno, celebriamo il suo genio artistico e la sua influenza duratura. La sua musica continua a parlare a chiunque cerchi profondità, onestà e una voce unica nel panorama musicale.
Se dovessimo compilare una lista delle persone che hanno
vissuto più vite in una sola, Keith Richards sarebbe senza dubbio in cima. Il chitarrista dei Rolling
Stones non è solo un monumento vivente al rock 'n' roll, ma è anche il
protagonista di alcuni degli aneddoti più incredibili della storia della
musica. Eppure, tra trasfusioni di sangue leggendarie e cadute dagli alberi di
cocco, ce n’è uno che supera tutti per audacia e assurdità: il giorno in cui
decise di "inalare" le ceneri di suo padre.
Tutto ha inizio nel 2002, quando Bert Richards, il padre di
Keith, scompare all'età di 84 anni. Tra i due, dopo anni di silenzio e
lontananza, si era creato un legame fortissimo negli ultimi tempi, fatto di
complicità e di quel tipo di affetto ruvido che solo certi uomini sanno
scambiarsi. Quando arrivò il momento di dirgli addio definitivamente, Keith
decise di piantare una quercia nella sua proprietà, con l'idea di spargere le
ceneri del genitore ai piedi dell'albero per nutrirne le radici.
Ma è qui che la realtà supera la finzione. Mentre Keith
apriva l’urna, una sottile scia di polvere finì sul tavolo. In quel momento, il
chitarrista si trovò davanti a un dilemma: pulire con uno straccio quello che
tecnicamente era suo padre, oppure trovare un modo più "onorevole"
per non sprecare nemmeno un briciolo di quell'essenza.
Come ha raccontato lui stesso con la sua inimitabile voce
roca, decise che non poteva semplicemente spazzare via Bert. Così, quasi per
istinto, stese una riga di cocaina, ci mescolò sopra quella manciata di ceneri
e... beh, fece quello che Keith Richards sapeva fare meglio.
Quando la notizia venne fuori anni dopo, durante
un’intervista esplosiva a NME, il mondo rimase a bocca aperta. Molti
pensarono a una delle sue solite provocazioni, a una boutade lanciata per
alimentare il mito dell'immortale pirata del rock. Persino il suo ufficio
stampa cercò freneticamente di ritrattare, parlando di uno scherzo mal
interpretato. Ma Keith, fedele a sé stesso, non fece mai marcia indietro. Nella
sua autobiografia Life, ha confermato ogni dettaglio, descrivendo il
gesto non come un atto di follia, ma come un rituale intimo, un modo per tenere
il padre dentro di sé, letteralmente, per un ultimo viaggio insieme.
Oggi quella quercia nel Sussex è alta e robusta, cresciuta
sul resto delle ceneri di Bert. E Keith, dal canto suo, continua a sorridere al
mondo con quel ghigno di chi sa di aver infranto ogni tabù possibile,
trasformando persino il lutto in una performance leggendaria. In fondo, se sei
Keith Richards, anche un addio può diventare la storia più rock 'n' roll di
sempre.
Cinque anni dopo Pindaric Flights, Marco Pantozzi torna
con Osmosis, un lavoro che
segna un passaggio netto nella storia di Deception Store, il progetto dell’autore.
Non solo per la scelta dell’italiano al posto dell’inglese, ma soprattutto per
l’allargamento del raggio creativo: un disco nato in Emilia, dentro l’Elfo
Studio Recording di Alberto Callegari, e costruito insieme a una squadra di
musicisti che appartengono alla storia recente del prog italiano. Pubblicato da
Ma.Ra.Cash Records, il progetto trova nell’“osmosi” evocata dal titolo
la sua forma più concreta: una circolazione continua di sensibilità, stili,
esperienze, che porta il progetto a un livello di maturità superiore.
Il soft‑prog di Pantozzi si apre a un ventaglio più ampio di
riferimenti: il sinfonismo melodico, l’ambient strumentale, un certo pop
cantautorale che emerge nei brani più narrativi. L’autore stesso parla di una
predisposizione naturale a muoversi tra generi diversi, e il disco lo conferma:
Osmosis è un lavoro vario, ma non dispersivo, perché tenuto insieme da
un immaginario coerente fatto di fuga, rinascita, introspezione e disincanto.
L’avvio strumentale di Behind the Window stabilisce
subito il tono: un’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, che prepara il
terreno a Mare Tranquillitatis, uno dei brani più emblematici del disco.
Qui la scrittura ridotta all’essenziale lascia spazio a un lavoro strumentale
che richiama la scuola floydiana, con un flauto che aggiunge un tocco di
lirismo inatteso. È uno dei punti in cui l’apporto di Vincenzo Ricca si sente
con maggiore evidenza.
Partire è invece il volto più immediato e cantautorale del progetto: un brano
costruito su un’idea melodica forte, sostenuto da un arrangiamento pulito e da
un testo che parla di movimento, desiderio di cambiamento, leggerezza
ritrovata. È uno dei pezzi inediti che meglio rappresentano la nuova direzione
di Pantozzi.
Con Fantasie Pindariche si entra in un territorio più
visionario, quasi un ponte con il passato: il remake esteso di Human Odyssey
mantiene l’impronta originaria ma la amplia, la rende più solida, più definita.
La sezione ritmica di Riccardo Dallagiovanna e Nicolò Magistrali dà al brano un
respiro moderno, mentre i cori di Claudia “Claire” Ursino aggiungono un tocco
di teatralità.
Arrendersi mai è uno dei momenti più autobiografici del disco. Pantozzi lo
descrive come un dialogo immaginario tra padre e figlio, e la canzone funziona
proprio per questa sua sincerità: un invito a non rinunciare al cambiamento,
anche quando sembra tardi. Il duetto con Luca Albertazzi amplifica il senso di
racconto generazionale.
Il cuore concettuale del disco è L’Emporio dell’Inganno,
remake profondo di One More Time. Qui il tema della dipendenza dal gioco
d’azzardo diventa metafora ampia degli inganni quotidiani: “luoghi o situazioni
ove ci vengano offerti sogni e illusioni, venduteci per opportunità”, come
recita il booklet. Il brano è uno dei più riusciti per equilibrio tra testo,
arrangiamento e interpretazione.
La parte finale del disco alterna due strumentali - Norwegian
Fjord e Panta Rei - che mostrano la predilezione dell’autore per la
musica evocativa, e due brani più intimi: La risposta a tutto, costruito
su un crescendo emotivo molto ben calibrato, e Raccontami di te, duetto
con Arianna Caviati che chiude il disco con una malinconia luminosa.
Nel complesso Osmosis è un lavoro maturo, curato,
ricco di dettagli e di partecipazioni di grande livello. Non è un disco che
cerca la complessità fine a sé stessa, ma punta piuttosto alla chiarezza
emotiva, alla costruzione di atmosfere, alla fusione di linguaggi diversi. È un
progetto personale che diventa collettivo senza perdere identità, e questo è
forse il suo risultato più convincente.
L’intervista integrale a Marco Pantozzi, che pubblico a
seguire, permette di entrare ancora più a fondo nelle motivazioni, nelle scelte
e nelle storie che hanno portato alla nascita del disco.
Crediti
Musica e testi di Marco Pantozzi, con
contributi di Max Repetti (3), Vincenzo Ricca (7), Mike
Frajria (8–10).
Registrato all’Elfo Studio
Recording di Tavernago (PC).
Mix & mastering: Alberto
Callegari.
Etichetta: Ma.Ra.Cash Records.
Voci: Marco Pantozzi, Luca Albertazzi,
Arianna Caviati, Daniela Scarlatti
Chitarre: Gian Marco Mento, Mike Frajria
Piano & Tastiere: Vincenzo Ricca, Max Repetti, Joe
Chiericati, Marco Pantozzi, Claudio Buraglio
Basso: Nicolò Magistrali, Tiziano
Boccellari
Batteria: Gigi Cavalli Cocchi, Riccardo
Dallagiovanna, Max Ghioni Flauto traverso: Lorenzo Trecordi
Cori: Claudia “Claire” Ursino
Tracklist
1.
Behind
the Window (strum.)
2.
Mare
Tranquillitatis
3.
Partire
4.
Fantasie
Pindariche
5.
Arrendersi
mai
6.
L’Emporio
dell’Inganno
7.
Norwegian
Fjord (strum.)
8.
Panta
Rei
9.
La
risposta a tutto
10.
Raccontami
di te
IL PENSIERO DELL'AUTORE...
“Osmosis” nasce dall’incontro di sensibilità diverse. Quando
hai capito che questo disco non sarebbe stato solo un progetto solista, ma un
vero processo di osmosi artistica?
“Deception Store” nasce come un mio progetto personale, ma è
ovviamente condizionato ed arricchito dai musicisti che di volta in volta mi è
capitato di coinvolgere. Se nella mia opera prima ho lavorato con soli
professionisti della mia città, Merano, nel caso di “Osmosis” ho allargato il
raggio di azione, trovando l’intesa e il giusto feeling con molti altri
musicisti conosciuti in studio a Piacenza (come Max Repetti e Gianmarco Mento)
o tramite contatti personali di vecchia data, che mi hanno onorato della loro
partecipazione: Gigi Cavalli Cocchi e Vincenzo Ricca.
Estendere la mia visione ad altri musicisti, ognuno con il proprio immaginario
e la propria sensibilità, ha dato vita ad un risultato che è andato oltre le
mie iniziali aspettative.
Nel booklet parli di una “ineluttabile osmosi musicale”. Cosa significa per te mettere insieme musicisti così diversi, e come cambia la tua scrittura quando sai che la interpreteranno mani e teste differenti?
A livello di scrittura, in vero, non molto: a parte due brani che sono stati poi co-firmati da Ricca e Repetti nella parte musicale proprio per il loro grande apporto creativo prodotto a livello di arrangiamento, la maggior parte dei pezzi sono stati da me composti prima di entrare in studio. L’Osmosi, qui, non è però soltanto dovuta alle tante e diverse anime musicali coinvolte, ma anche alla mia personale inclinazione verso generi piuttosto diversi (penso al progressive Rock più melodico e sinfonico, alla Pink Floyd, per intenderci) ma anche alla New Age / Ambient strumentale, per finire al cantautorato Pop più all’italiana: è anche questa mia molteplice predisposizione che ha generato quell’inevitabile Mix di cui parlo nel booklet.
In “Pindaric Flights” cantavi in inglese, mentre per “Osmosis” hai scelto l’italiano. Cosa ti ha spinto a cambiare lingua e come ha influenzato il modo in cui costruisci immagini, ritmo e melodia?
Come tutti sappiamo, l’inglese è certamente lingua più adatta al Rock, ma oltre alla oggettiva difficoltà di scrivere testi in una lingua diversa dalla propria, ho sentito qui l’esigenza di esprimermi senza barriere, abbracciando anche un po’ la sfida di cercare una buona resa dell’italiano nei pezzi sulla carta meno adatti alla nostra lingua. Inoltre, mi risulta che agli stranieri, che è il target cui più mi rivolgo vista la distribuzione internazionale del disco stampato da Ma.ra.cash Records, piace sentir cantare in italiano.
Molti brani del disco sembrano raccontare un viaggio interiore, tra fuga, rinascita e disincanto. Qual è il filo emotivo che lega queste storie e quanto c’è di autobiografico?
Di autobiografico effettivamente c’è molto e, correttamente, il tema della fuga e della rinascita è ricorrente in questo disco, così come anche in parte del primo. L’origine di ciò risiede senz’altro nel mio vissuto antecedente al momento in cui ho cominciato seriamente a fare musica. Avendo fatto dapprima studi umanistici, e poi laureatomi in Giurisprudenza, sono stato inevitabilmente risucchiato in una vita fatta di regole, burocrazia e tanti uffici dalle luci al neon che, per quanto degna di massimo rispetto, non ho mai sentito mia fino in fondo. Si può dire probabilmente che la mia passione per le Arti in generale, e per la Musica in particolare, siano state una mia naturale reazione ad un lavoro molto poco creativo e rigido, dentro al quale mi sentivo ingabbiato. Il brano “Arrendersi mai” è l’esatta fotografia di quanto descritto, sviluppato mediante un immaginario dialogo tra padre e figlio, in cui è il secondo a spronare il genitore a non pensare mai che sia troppo tardi per un cambiamento anche radicale della propria condizione, all’inseguimento dei propri sogni.
Hai lavorato con figure importanti del prog italiano: Cavalli Cocchi, Ricca, Repetti, Frajria. Cosa hai imparato da ciascuno di loro e come hanno trasformato il suono del disco?
La fortuna di poter lavorare con dei veri mostri sacri come Gigi, Vincenzo e Max, per me in definitiva solo poco più che amatore, è stata davvero un’esperienza eccezionale. La professionalità, la meticolosità ed anche la loro grande attenzione a quanto io ricercassi sono state un vero regalo. A sentirli suonare la mia musica mi sono sentito un po’ matricola all’Università e un po’ bimbo felice al Luna Park! Il risultato finale di un disco - dal sound al “tiro”, all’atmosfera generale - non è mai predefinibile né ipotizzabile al 100%: al contrario, il processo di genesi è una alchimia di situazioni, visioni ed estro anche del momento, di tutti i musicisti, che può anche non concretizzarsi in pieno in quanto sperato o immaginato in partenza. Quando invece ciò accade o, come in questo caso, va pure oltre l’aspettativa, la soddisfazione, insieme alla gratitudine, non possono essere che massime.
“L’Emporio dell’Inganno” è uno dei brani più narrativi e simbolici. Da dove nasce quell’immagine e cosa rappresenta oggi per te l’idea di “inganno”?
Questo brano mi è in effetti caro (già contenuto in “Pindaric Flights”, seppur in versione meno estesa) ed è quello che ha dato il nome al mio intero progetto, cinque anni fa. Nello specifico della canzone, il luogo che vende illusioni ed inganni è la sala giochi, dove uomini e donne diventano poco a poco le ombre di sé stesse, rincorrendo la chimera della ricchezza e del successo. È il tema drammatico, e purtroppo più che mai attuale, della dipendenza da Gioco d’Azzardo Patologico (GAP, o molto impropriamente chiamato anche ludopatia), che io ho imparato a conoscere bene, avendo lavorato in una struttura ONLUS che si occupa di recupero e trattamento delle dipendenze comportamentali compulsive. Lì ho toccato con mano tante storie di persone disperate, che mi hanno in vero molto segnato. È il racconto di chi va perdendo i propri affetti e la propria libertà, per rinchiudersi sempre più in una prigione fatta di illusioni e solitudine, rincorrendo vani sogni di ricchezza e rovinando, in definitiva, la propria vita. Ma in verità, di luoghi o situazioni del nostro quotidiano in cui ci vengono propinati inganni spacciati per opportunità, siamo circondati: dalle pubblicità truffaldine alle false promesse e narrazioni dei politici, dagli oroscopi del giorno (enunciati con millantata autorevolezza ogni santo giorno pure sulla TV pubblica) agli amori traditi. Per non parlare, oggigiorno, delle masse oceaniche di balle create dalle fake news, dai Deepfake o dai Video AI stupidi ed inutili che ci ammorbano sui social.
In “Partire" e "Arrendersi mai” emerge un’energia quasi cinematografica. Come costruisci la drammaturgia dei tuoi brani? Parti dal testo, dalla musica o da un’immagine?
Salvo rari casi, parto sempre dalla Musica: nell’anima mi sento senz’altro più musicista che paroliere e nello sviluppo dei testi, a volte, mi lascio anche volentieri aiutare, come è stato qui con l’amico autore e gran chitarrista Mike Frajria, mio primo mentore, che ha scritto e arrangiato con me due brani: “Panta Rei” e “Raccontami di te”. Da amante viscerale dei Floyd, fin da quando ero un ragazzino, credo di avere nel mio Dna musicale la ricerca del momento emozionale, dell’epica, sublimata dai cori e dagli assoli, per cui è probabilmente questo il mio primo fine ultimo, piuttosto che la lirica più o meno poetica, che pur nella forma canzone rimane certo importante. C’è comunque da dire che, spesso, alcune parole chiave di un brano, o il titolo, sorgono già in fase di primissima creazione dello stesso, risuonando in testa mentre si prova: è una sorta di genesi spontanea, un po’ misteriosa e un po’ magica, se vogliamo, per cui la fonetica, o la metrica di una o più parole si radicano talmente bene da venir mantenute fino alla fine, costituendo spunto, a volte, anche per l’intera tematica letteraria del pezzo.
Il disco alterna brani cantati e strumentali. Che ruolo hanno per te i pezzi senza voce e cosa riescono a dire che le parole non possono?
Amo la musica strumentale; è probabilmente la sua forma più pura. Ho amato Morricone e sono un fan di Eric Serra, autore francese di Soundtrack. E dalla musica Classica, in fondo, siamo tutti un po’ partiti. Riuscire ad evocare immagini e atmosfere senza ricorrere alla suggestione forzata delle parole (al netto del titolo) è senz’altro esercizio tanto complesso quanto stimolante. Per i due brani strumentali di “Osmosis” ho trovato poi in Vincenzo Ricca uno straordinario arrangiatore, che ha riversato la sua grandissima esperienza di autore di colonne sonore e musica per documentari. Posso anche aggiungere che la mia predilezione per le parti strumentali si denota anche in altri brani della mia produzione, in cui la parte cantata è ridotta in effetti all’essenziale, come in “Mare Tranquillitatis” o “Panta Rei”, o in “Lifetime" del mio primo Album.
“Osmosis” è un lavoro molto ricco, ma anche molto personale. Qual è stato il momento più complesso della produzione e quale invece quello in cui hai capito che il disco “funzionava”?
L’idea del disco mi è venuta strada facendo, man mano che si aggiungevano brani da lavorare. Ho cominciato col rifare completamente, e in italiano, due pezzi di “Pindaric Flights” che pensavo potessero esprimere ancor più forza di quanto fosse stato in inglese; quando li ho realizzati in studio (all’Elfo Studio di Alberto Callegari) li ho trovati così centrati che mi è venuta voglia di proseguire, producendo e sviluppando in seguito altre vecchie idee e demo che avevo nel cassetto e nel contempo scrivendo delle cose nuove: sono arrivato così ad ottenere del materiale sufficiente per un nuovo CD, che è vario dal punto di vista della scrittura anche perché avvenuta nell’arco di tempi diversi. Momenti particolarmente complessi direi che non ce ne siano stati: potrei semmai parlare della mia costante inquietudine di artista nella perenne ricerca della cosa più valida, della soluzione più bella, in mezzo a mille altre possibili: quando hai infinite soluzioni da scegliere a volte capita di venir affascinati da più proposte e di non saper bene quale scegliere, a scapito dei tempi di realizzo o a rischio di una visione globale meno definita di quanto sarebbe auspicabile avere.
Guardando avanti, che direzione immagini per “Deception Store”? Continuerai a esplorare questa commistione di generi o senti che il prossimo passo sarà diverso?
La voglia di far musica, di condividerne la fase produttiva
con altri musicisti ed infine di proporla ad un pubblico attento quale è quello
degli appassionati del Prog è ancora tanta e credo che tale resterà. I terreni
d’azione di Deception Store credo rimarranno comunque all’interno di questa
terna di generi appena sperimentata, forse con un maggior spostamento verso il
Pop cantautorale, primo genere con cui mi sono cimentato e di cui ho ancora
diverso materiale. Posso dire che ultimamente mi sto parecchio divertendo con
l’Intelligenza Artificiale generativa, che se saputa usare con criterio, e non
come fine a sé stesso, risulta essere davvero di notevole contributo per idee e
arrangiamenti da riprendere poi in Studio: è questo, forse, l’unico Inganno
dell’Emporio che trovo accettabile.
L'interprete che viveva ogni nota:
nel giorno della sua nascita, omaggio alla passione di Joe Cocker.
Oggi, il vento che accarezza le colline dello Yorkshire, dove
tutto ebbe inizio, porta con sé un'eco potente, un timbro inconfondibile che ha
segnato la storia del rock e del blues: quello di Joe
Cocker.
Nato a Sheffield il 20 maggio del 1944, la sua voce roca, intensa, capace di trasformare ogni canzone in un'esperienza viscerale, continua a risuonare nei cuori di milioni di persone.
In questo giorno che avrebbe dovuto celebrare un altro anno della sua esistenza, ricordiamo non solo il cantante dalla gestualità intensa e quasi convulsa, ma l'interprete capace di spogliare le canzoni fino all'osso, rivelandone l'anima più profonda. Da "With a Little Help from MyFriends", trasformata in un urlo liberatorio e disperato, a "You Are So Beautiful", resa una ballata soul struggente e sincera, Joe Cocker non cantava semplicemente: viveva ogni parola, la masticava, la sputava fuori con un'autenticità disarmante.
La sua carriera è stata un viaggio tortuoso, fatto di vette artistiche indimenticabili, come la leggendaria esibizione a Woodstock sotto la pioggia battente, e di momenti bui. Ma la sua voce, quella voce graffiante e potente, è sempre rimasta un faro, un punto di riferimento per chi amava la musica vera, quella che nasce dalle viscere e arriva dritta al cuore.
Ricordare Joe Cocker oggi non è solo un omaggio a un grande
artista scomparso troppo presto (il 22 dicembre del 2014), ma anche una
celebrazione di un modo di interpretare la musica senza filtri, con un'energia
contagiosa e un'emozione palpabile.
Le sue cover diventavano una proprietà privata, marchiate a fuoco dal suo timbro unico e dalla sua interpretazione intensa.
Joe Cocker non è più con noi, ma la sua voce, la sua
passione, la sua capacità di emozionare con un semplice graffio sonoro
continuano a vivere nelle sue canzoni, nei nostri ricordi, nell'anima di ogni
appassionato di musica.
Buon compleanno, Joe. La tua voce ruvida e meravigliosa ci manca, ma continua a cantare dentro di noi.
EVADERE – Ologram
La storia recente degli Ologram
segue un percorso chiaro, una ricerca continua di un linguaggio personale
dentro la grande tradizione del progressive. Con EVADERE, il singolo pubblicato il 9 maggio 2026,
questo percorso trova una nuova direzione, più luminosa e più aperta. Il brano
nasce da un’urgenza emotiva, un bisogno di respirare e ritrovare un centro, e
la band lo traduce in una scrittura che si allarga e si muove con naturalezza.
La voce di Fabio Speranza cattura subito l’attenzione.
Le stratificazioni vocali richiamano l’immaginario degli YES più
melodici, con quella verticalità che porta verso l’alto e crea un’atmosfera
sospesa. La voce diventa guida e colore allo stesso tempo, un elemento che
definisce il carattere del brano.
Attorno a questo nucleo vocale, gli Ologram costruiscono un
ambiente sonoro che riflette la loro identità. Il basso di Dario Giannì
dà solidità, le tastiere di Roberto Giannì scorrono come linee liquide,
le chitarre di Lorenzo Giannì aprono e chiudono spazi con delicatezza,
mentre la batteria di Giovanni Spadaro sostiene il movimento con
precisione. È un equilibrio che arriva dall’esperienza maturata con La
Nebbia e La Mia Scia, e che in questo singolo assume una forma più
diretta e immediata.
EVADERE parla di identità e di confini interiori, di quella spinta che porta a
superare ciò che trattiene. È un tassello che conferma la crescita della band,
già apprezzata dalla stampa italiana e internazionale per la capacità di unire
tradizione prog e sensibilità contemporanea.
Il brano cerca la verità del momento e la restituisce con
sincerità.
Come si è formato il nucleo degli Ologram nel 2022 e quale
visione vi ha guidati fin dall’inizio?
Gli Ologram nascono come progetto solista di Dario Giannì, bassista e
compositore della band. La cesura data dalla fine del progetto Anèma, nel quale
era precedentemente coinvolto insieme a Lorenzo Giannì (chitarrista e autore di
gran parte dei testi per Ologram), ha elicitato la volontà di sperimentare più
liberamente rispondendo a un’esigenza unica e personale di far musica. Sin da
allora, il proposito è stato rivisitare gli stilemi del prog e del neo-prog
alla luce di un’esigenza melodica accessibile – molto spesso entro i ranghi
della forma canzone propriamente detta.
Dopo “La Nebbia”, accolto molto bene anche all’estero, quali
elementi del vostro linguaggio musicale sono cresciuti o cambiati?
Come già espresso in precedenza, la voglia di proporre un’idea di prog adeguato
al fluire melodico del pop colto è stata dirimente. In questo senso può
leggersi il passaggio a La Mia Scia: ci siamo concentrati maggiormente
sulla sintesi tra i topoi classici della musica progressiva e quelli
della “spontaneità” della musica leggera.
Le recensioni internazionali hanno evidenziato maturità e
identità. Quale aspetto di “La Mia Scia” sentite più rappresentativo della
vostra direzione attuale?
Ne La Mia Scia il salto di qualità è stato sostanziale – soprattutto
dal punto di vista dell’omogeneità dei suoni in fase di produzione e
registrazione. Siamo riusciti ad evocare un ambiente che univocamente si dipana
nel corso del disco, imperniando anche la scrittura degli arrangiamenti su
questo proposito.
Nella vostra musica emergono richiami al prog storico e
internazionale: come integrate queste influenze senza perdere la vostra voce?
Crediamo che ripresentare in maniera pedissequa le forme del progressive
tradizionale serva a ben poco: è già stato fatto magistralmente da moltissime
formazioni storiche. Ciò che riteniamo interessante, invece, è il “nomadismo”
di quelle forme laddove si contaminino con linguaggi contemporanei e con la
musica d’autore italiana.
Nel nuovo singolo, “Evadere”, le voci creano un’atmosfera
che, personalmente, riporta agli YES più melodici. Come avete lavorato sulle
stratificazioni vocali e sul timbro?
Gli Yes – soprattutto quelli di “90125” – sono certamente un riferimento
rilevante per la nostra scrittura. Ci piace lavorare sulle armonie vocali: è un
espediente per evidenziare alcune successioni di accordi interessanti sicché
consente di metterne in rilievo il modo o le estensioni, contribuendo a quella
natura “orchestrale” del prog.
EVADERE parla di confini interiori e di una spinta verso la
liberazione. Come nasce questo tema e come si riflette nella scrittura
musicale?
Il tema delle profondità interiori e dei loro equivoci è sempre stato
dominante nella nostra scrittura. Nel caso di “Evadere”, l’idea è più in
generale – rispetto al futuro disco – quella di sviluppare un concept sul film Angel
Heart del 1987. Ci affascina l’idea di un’indagine su un mistero che si
rivela poi essere foriera di rivelazioni su sé stessi.
Il vostro suono vive dell’equilibrio tra basso, tastiere,
chitarre e batteria. Come si sviluppa il processo creativo all’interno del
gruppo?
Dario si occupa di scrivere la musica e dà una prima conformazione
all’arrangiamento. Successivamente interviene, di solito, Lorenzo per le
chitarre, i testi e le linee vocali (insieme a Dario). A cascata, poi, il
processo si apre alle “perturbazioni” degli altri membri che arricchiscono la
visione originale.
Le recensioni mostrano attenzione crescente verso di voi.
Come percepite oggi la scena prog italiana e internazionale?
Ci sono moltissime novità sul fronte del progressive: è una scena musicale
molto florida e ricca di connessioni – anche squisitamente umane – tra persone
e progetti pure molto distanti tra loro. Questa è, in generale, una prerogativa
affascinante della musica rock in relazione alle sue comunità. Siamo contenti
di farne parte.
Questo singolo apre una nuova fase? State già lavorando a un
progetto più ampio?
Sì, come menzionato precedentemente. L’idea è produrre il nuovo album, di
cui abbiamo già quasi la totalità delle demo, entro l’anno prossimo.
Siete molto presenti su social e piattaforme varie. Che tipo
di relazione cercate con chi vi segue?
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tecniche comunicative, desideriamo invece una connessione autentica con i
nostri ascoltatori – e sempre basata sulla musica.
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Il concerto di mercoledì 15 maggio dei The Cost Of Freedom ha chiuso il percorso annuale dei corsi di musica alla
UniSavona, un cammino che quest’anno ha intrecciato quattordici lezioni, due
incontri con ospiti esterni e sei serate tematiche molto diverse tra loro.
Questa era l’ultima, quella che raccoglieva tutto: lo studio, le prove, le
conversazioni, le scoperte condivise lungo mesi di lavoro.
La sala era piena, nonostante un clima quasi invernale che
avrebbe potuto scoraggiare molti. E invece il pubblico c’era, con quella
qualità di ascolto che si crea solo quando la musica diventa parte di un
percorso comune. I The Cost Of Freedom hanno portato sul palco il loro
repertorio ormai ampio, costruito negli anni a partire dalle prime esperienze
legate alle presentazioni di libri sul rock e poi cresciuto fino a diventare un
linguaggio personale, un equilibrio tra acustico ed elettrico che appartiene
solo a loro.
La formazione era al completo, e questo ha dato alla serata
un valore in più. Lo scorso anno, quando il concerto conclusivo si era tenuto
in marzo, mancava il bassista. Questa volta invece c’era Ivo Bologna,
nuovo arrivo al basso e ai cori, presenza che ha completato in modo naturale il
suono del gruppo. Accanto a lui Marco Biano alle chitarre e ai cori, Fabrizio
Cruciani alla voce, ai cori e alle percussioni, Athos Enrile alla
chitarra, alle percussioni, ai cori e alla voce, e Roberto Storace alla
voce, alle chitarre, all’armonica e agli arrangiamenti.
Il repertorio, ormai vasto, ha dato vita a una serata fluida,
ricca di passaggi, di rimandi, di brani che il pubblico riconosce e sente
propri. Qualcuno, alla fine, ha scherzato dicendo che presto si potrà fare come
i Grateful Dead, con quattro ore di concerto. Un’iperbole affettuosa che
però coglie un punto reale: la capacità di tenere insieme tanti pezzi senza
perdere coerenza, grazie anche ai medley che sono diventati una delle firme più
riconoscibili.
Tra i messaggi arrivati dopo la serata, uno racconta bene il
clima emotivo che si è creato, descrivendo la forza di un gruppo che cresce
insieme e che porta sul palco un’amicizia musicale fatta di ascolto reciproco,
con la musica che “arriva al cuore”.
Il concerto del 15 maggio non è stato solo un’esibizione, ma
un probabile punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio. Una
conferma che il percorso fatto vive soprattutto nei momenti in cui la musica
diventa esperienza condivisa, e la risposta del pubblico lo ha reso evidente.
Fetus: la meccanica della vita, come memoria per il domani
Un “nuovo” incontro col brano “Fetus”
è avvenuto quasi per caso, guardando il film Battiato, il lungo viaggio.
Vedere l’attore Dario Aita interpretare un giovane Franco Battiato e
riproporre in modo così fedele il pezzo ha riacceso un ricordo
che era rimasto sopito per decenni. Fa parte di un mio passato lontano: nel
1974, durante il festival di Altare (SV), assistetti a una esecuzione di
Battiato quando era nella sua fase più sperimentale. Allora, da adolescente, la
trovai una musica… complicata, ed io ero del tutto impreparato a quelle
sonorità così aspre. Ho dovuto attendere il 1980, con L’era del cinghiale
bianco, per iniziare ad amarlo davvero, e solo successivamente, dopo aver
assimilato il mio amato prog, sentii di avere la formazione adatta per
apprezzare l’avanguardia di un disco del 1972.
Dietro quei suoni apparentemente freddi, ho ritrovato un senso profondo che riguarda l'essenza stessa dell'esistenza, la solitudine che ogni essere umano vive nei suoi primi nove mesi. È il racconto di un isolamento sensoriale, di una vita che si forma nel silenzio e di una comunicazione che resta necessariamente imperfetta per molto tempo, anche dopo la nascita. Conoscere questo lato meno noto di un artista che ha segnato la mia storia diventa un modo per riflettere sul mistero meccanico e biologico dell'inizio di tutto.
Il silenzio della mente e la
meccanica della vita
Il brano si apre con una sequenza sonora che non lascia
spazio al sentimentalismo. Un battito cardiaco regolare e cupo agisce da
metronomo, mentre le oscillazioni del sintetizzatore VCS3 creano un ambiente
asettico, quasi spaziale. La frase introduttiva, "Non ero ancora nato
che già sentivo il cuore", definisce immediatamente la prospettiva:
non è il racconto di una madre, ma la cronaca interna di un’entità in divenire.
Battiato osserva la gestazione come un processo biomeccanico, dove l'energia si
trasforma seguendo leggi fisiche precise.
L’analisi del testo rivela un vocabolario asciutto, fatto di termini come "fenomeni d'orientamento", "spazio", "tempo" e "meccanica del pensiero". L'autore evita accuratamente gli aggettivi iperbolici per concentrarsi sulla trasformazione molecolare. L'evoluzione viene definita un mistero non in senso mistico, ma come un complesso sistema di dati e impulsi che iniziano a strutturarsi nel silenzio della mente. Qui emerge il concetto di "immagine latente", un termine mutuato dalla fotografia che descrive perfettamente qualcosa che esiste già ma non si è ancora manifestato alla luce.
Non ero ancora nato
Che già sentivo il cuore
Che la mia vita
Nasceva senza amore
Mi trascinavo adagio
Dentro il corpo umano
Già per le vene
Verso il mio destino
La parte musicale accompagna questa visione attraverso
sonorità tipiche del progressive più d'avanguardia. Le esplosioni strumentali e
i tappeti sintetici non sono semplici virtuosismi, ma rappresentano il muro
sensoriale che circonda il feto. Si percepisce una solitudine profonda, un
isolamento che dura nove mesi in cui la comunicazione è forzatamente imperfetta
e unilaterale. È un dialogo limitato che proseguirà anche dopo la nascita,
durante il primo anno di vita, quando il bambino percepisce il mondo senza
possedere ancora gli strumenti logici e linguistici per decodificarlo o
interagire appieno.
Battiato intendeva esplorare il confine tra l'uomo e la
macchina, tra il biologico e il sintetico. La sua ricerca non puntava a
emozionare nel senso classico del termine, ma a documentare il passaggio dalla
materia alla coscienza. Riconsiderare oggi questo brano significa riconoscere
la lucidità di un artista che aveva già individuato nella tecnologia non un
semplice strumento, ma una chiave di lettura della natura umana.
Rimane un pensiero legato alla forza di questo messaggio. Mi chiedo se avrei il coraggio di proporre questo brano nel momento in cui, un giorno lontano, qualcuno a me caro scoprisse di diventare genitore. Lo farei certamente se sapessi che è pronto a cogliere la bellezza insita nella complessità, superando l'impatto di una sonorità inizialmente ostica per abbracciare l'idea che la vita, nel suo farsi, è un evento tanto meraviglioso quanto rigorosamente tecnico.
Riflessioni sull'eredità di Ian Curtis: a 46 anni dalla sua scomparsa, la voce dei Joy Division continua a risuonare, svelando la profonda connessione tra genio artistico, malattia e tormento interiore
Oggi, 18 maggio, il mondo della musica commemora il
quarantaseiesimo anniversario della tragica scomparsa di Ian Curtis, il carismatico e profondamente
tormentato frontman dei Joy Division. A soli 23 anni, la sua vita si è
interrotta bruscamente, ma l'impronta lasciata dalla sua arte e l'influenza
della sua musica continuano a risuonare con una potenza straordinaria.
Nato il 15 luglio 1956 a Stretford e cresciuto a
Macclesfield, Ian Curtis mostrò fin da giovane un'inclinazione per la
letteratura e la musica. Affascinato dalla poesia romantica ottocentesca e da
icone del rock come Jim Morrison e David Bowie, sviluppò un interesse
particolare per il punk, che avrebbe poi plasmato il suo percorso artistico.
Nonostante un'intelligenza acuta che gli valse una borsa di studio alla King's
School di Macclesfield, la sua vera passione risiedeva nell'arte, nella
letteratura e, naturalmente, nella musica.
Nel 1977, Curtis si unì a Bernard Sumner, Peter Hook e
Stephen Morris per formare i Joy Division (inizialmente noti come Warsaw). Dopo
l'EP An Ideal for Living, la band iniziò a guadagnare notorietà,
culminata con l'acclamato album d'esordio, Unknown Pleasures
(1979). La sua voce, profonda, baritonale e intrisa di una palpabile
malinconia, si fondeva perfettamente con testi che erano autentiche
esplorazioni delle profondità dell'animo umano. Attraverso le sue parole,
Curtis dissezionava con cruda onestà temi come l'alienazione, la solitudine, la
disperazione e le fragilità esistenziali, trasformando canzoni come “Love Will Tear Us Apart", "Transmission" e "Atmosphere"
in inni generazionali.
Tuttavia, dietro la genialità artistica di Curtis si celava
una profonda sofferenza. Sofferente di epilessia fotosensibile, la sua
malattia divenne un peso insostenibile negli ultimi anni della sua vita,
scatenando una depressione cronica intorno ai vent'anni. Le crisi
epilettiche, spesso innescate dalle luci stroboscopiche durante i concerti, non
solo compromettevano la sua salute fisica, ma incidevano pesantemente sul suo
stato psicologico e sulla sua capacità di esibirsi. La sua danza convulsa sul
palco, sebbene magnetica, era anche un riflesso di questa lotta interiore ed
esteriore.
A complicare ulteriormente il quadro, il suo matrimonio con
Deborah Woodruff, sposata nel 1975 e madre della loro unica figlia Nathalie
(nata nel 1979), entrò in crisi a causa della sua relazione con la giornalista
belga Annik Honoré. La pressione della malattia, le turbolenze personali e le
crescenti esigenze di una carriera musicale in rapida ascesa crearono un
cocktail devastante di stress.
La tragedia si consumò il 18 maggio 1980. Alla vigilia
della prima tournée americana dei Joy Division, un'occasione che avrebbe potuto
consacrare definitivamente la band a livello globale, Ian Curtis morì suicida,
impiccandosi nella cucina della sua casa a Macclesfield. Si dice che prima di
compiere il gesto, avesse guardato il film "La ballata di Stroszek"
di Werner Herzog e ascoltato l'album "The Idiot" di Iggy Pop, simboli
del suo stato d'animo disperato. Lasciò la moglie Deborah, dalla quale si era
ormai separato, e la figlia Nathalie. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri
tumulate a Macclesfield, con la lapide che reca inciso il suo verso più famoso:
"Love Will Tear Us Apart".
L'impatto dei Joy Division, nonostante una discografia
sorprendentemente breve – solo due album in studio, i seminali Unknown Pleasures e Closer – è stato monumentale. La band ha
agito da catalizzatore, aprendo la strada a innumerevoli formazioni e definendo
l'estetica e il sound di interi sottogeneri musicali come il gothic rock e la
cold wave. La loro musica ha rappresentato un ponte cruciale tra la ruvidezza e
l'energia del punk e la complessità emotiva e sonora che avrebbe caratterizzato
la scena musicale successiva.
La prematura e tragica scomparsa di Ian Curtis ha
cristallizzato la sua figura in quella di un'icona. È diventato un simbolo
della sensibilità artistica estrema e della fragilità umana di fronte alle
sfide più oscure della vita. La sua arte, sebbene permeata da una malinconia
innegabile, continua a offrire una forma di catarsi, di conforto e di profonda
comprensione a chiunque si riconosca nelle sue parole, nelle sue melodie e nel
suo inconfondibile sound.
Oggi, mentre ricordiamo Ian Curtis, non celebriamo solo il genio musicale, ma anche il coraggio di un artista che ha osato esplorare le profondità più oscure dell'animo umano, lasciando un'eredità che continua a ispirare, commuovere e risuonare in eterno.