martedì 14 aprile 2026

The Rolling Stones-Crawdaddy Club, Richmond, Surrey, 14 aprile 1963



The Rolling Stones

Crawdaddy Club, Richmond, Surrey, 14 aprile 1963


“Veri fanatici di R & B, cantano e suonano come ci si aspetterebbe da un gruppo di neri americani. Invece sono ragazzi bianchi, così carichi di sfrenata energia da far urlare i fan.”
Norman Jopling, Record Mirror

Il fine settimana del 13 e 14 aprile 1963 fu decisivo per i Rolling Stones. Da un paio di mesi suonavano ogni domenica sera al Crawdaddy Club, un locale ospitato all’interno dello Station Hotel, alla periferia occidentale di Londra. In breve tempo il loro pubblico era passato da 30 a 300 spettatori ansiosi di ascoltare quei giovani concittadini così bravi a suonare rhythm & blues. Tutto era cominciato con la pubblicazione di un articolo, il primo in assoluto dedicato ai Rolling Stones, sul Richmond And Twickenham Tmes: “Il R & B guadagna seguito di settimana in settimana e in tutto il paese sta soppiantando il pop tradizionale”, aveva scritto Barry May. “Il suono corposo e intenso che si diffonde la domenica sera dal palco dell’hotel comunica a tutti i presenti un irresistibile desiderio di muoversi.” May riconosceva agli Stones anche una notevole efficacia visiva, in particolare per i “capelli spazzolati in avanti come quelli del gruppo pop dei Beatles”.


Secondo il giornalista, il Crawdaddy era una stanza buia e affollata di gente “vestita in modo buffo”. Il 14 aprile quattro giovanotti dall’aspetto doverosamente anticonvenzionale s’immersero in quel buio. Erano i Beatles, venuti a dare un’occhiata alla concorrenza. 

Ad accoglierli all’ingresso c’era Pat Andrews, la fidanzata di Brian Jones, che spiega: “Non si trattava di una visita a sorpresa.”
Il manager dei Rolling Stones, Giorgio Gomelsky, aveva preso accordi qualche ora prima nella poco lontana Twickenham, dove i Beatles erano impegnati sul set. “Brian mi chiese se potevo sistemarli in un posto da dove si vedesse qualcosa”, aggiunge Pat. “Fu uno dei momenti della mia vita in cui ebbi più paura. Ricordo di aver visto un berretto di pelle apparire davanti alla porta e di aver capito che era Ringo. Erano tutti vestiti di pelle nera: li sistemai in un punto un po' appartato.”

Dal palco il bassista Bill Wyman osservò la scena e pensò: “Merda, sono i Beatles”. In realtà non aveva motivo di preoccuparsi. “Era una vera e propria festa”, avrebbe raccontato tempo dopo George Harrison. “Il pubblico urlava e saltava sui tavoli. Era un ballo che nessuno aveva mai visto prima e che ben presto avremmo tutti imparato a chiamare “shake”. Il ritmo degli Stones era così potente da far tremare le pareti e sembrava ti attraversasse dentro la testa. Avevano un suono pazzesco”.

Mark Paytress (“Io c’ero”).


SET LIST

Ain't That Loving You Baby?

Bright Lights, Big City (Jimmy Reed cover) Close Together

Soon Forgotten

Shame Shame Shame (Jimmy Reed cover) I'm Talking About You (Chuck Berry cover) Memphis, Tennessee (Chuck Berry cover) I Just Want To Make Love To You (Muddy Waters cover) I Want You to Know

I'm Bad Like Jesse James (John Lee Hooker cover) Little Egypt (The Coasters cover) I'm All Right

Pretty Thing (Bo Diddley cover) Hey Crawdaddy

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I Rolling Stones di quegli anni..




lunedì 13 aprile 2026

Twenty Four Hours-"At The Edge of Faith"-Commento all'album




Twenty Four Hours - At the Edge of Faith

Quarant’anni sull’orlo: quando la musica diventa sguardo


At the Edge of Faith, decimo album dei Twenty Four Hours, arriva in un momento importante della loro storia e riflette pienamente la maturità raggiunta dalla band. Non è un lavoro pensato per celebrare un anniversario, ma un disco che guarda al presente con attenzione e senza retorica. La “fede” richiamata dal titolo non ha connotazioni religiose: rimanda piuttosto alla fiducia nell’essere umano e nella sua capacità di orientarsi in un periodo complesso e contraddittorio. È una fiducia messa alla prova, ma ancora capace di resistere. La band non cerca rifugi né nostalgie. La psichedelia qui non è evasione, ma strumento d’indagine; il progressive non è citazione, ma materia da reinventare; l’ombra post‑punk è un colore, non un manifesto. Ne nasce un’identità sonora che non si appoggia a modelli: li attraversa, li filtra, li riduce all’essenziale per costruire un linguaggio proprio.

Il disco nasce nel trullo dell’Agriturismo Il Ciliegieto di Locorotondo, durante le sessioni di Pasqua 2025. Lì, tra pietre irregolari e cupole che restituiscono un riverbero naturale unico, la musica trova un habitat che la modifica dall’interno. Il trullo non è un semplice luogo di registrazione: è un corpo acustico che risponde, amplifica, suggerisce. La produzione di Dario Ravelli valorizza questa peculiarità con un’attenzione quasi da liutaio.

Il viaggio sonoro si apre con la sospensione di Kept in Wine, un ingresso morbido che prepara a un percorso tutt’altro che rassicurante. At the Edge of Time allarga l’orizzonte, come se il tempo stesso fosse materia da modellare. DECENZA introduce un taglio netto, quasi un gesto morale. Complimenti affronta il tema del mobbing con un’ironia che graffia più di un’accusa frontale. Gen‑Z chiude il primo lato con un ritratto generazionale inquieto, privo di giudizi ma ricco di domande.

Il secondo lato si apre con la solitudine consapevole di Some Face the Dark Alone, per poi scendere nelle profondità di Holes in the Earth (Kolwezi & Picher), che ha il passo di un racconto documentario. In Cattive Acque scorre come un pensiero che cambia forma, mentre It Eclipses the Sense of Life intreccia voci e tensioni emotive con grande misura. Il Mistero della Vita non è Dio chiude il percorso con una riflessione laica che resta sospesa, come un’eco che non vuole dissolversi.

Le tre tracce bonus del CD e del digitale ampliano il quadro: Applauso al Buio è intima e fragile, Lament (remix) rilegge e approfondisce, La Consapevolezza della Fine porta il discorso verso una maturità quasi meditativa.

 

Tracklist

LP – Side A

1.   Kept in Wine

2.   At the Edge of Time

3.   DECENZA

4.   Complimenti

5.   Gen‑Z

LP – Side B

6.   Some Face the Dark Alone

7.   Holes in the Earth (Kolwezi & Picher)

8.   In Cattive Acque

9.   It Eclipses the Sense of Life

10.                 Il Mistero della Vita non è Dio

Bonus Tracks – CD & Digital

11.                 Applauso al Buio

12.                 Lament (remix)

13.                 La Consapevolezza della Fine

 

Lineup

Paolo Lippe – voce, tastiere, basso, virtual drums, creative mixing Antonio Paparelli – chitarra elettrica

Marco Lippe – batteria, cori su It Eclipses the Sense of Life / Lament Gìo Lombardi – basso elettrico

Dario Ravelli – sound engineer & producer

Ospiti

Ruggero Condò – sassofoni

Paolo Sorcinelli – basso elettrico, chitarra elettrica

Taty Farroni – voce su Il Mistero della Vita non è Dio e Applauso al Buio

 

Il disco porta tre dediche che ne orientano lo spirito: a Nico Colucci, storico bassista, alle vittime di mobbing - con Complimenti come gesto di solidarietà - e a Claudio Lippe, simbolo di rigore e meritocrazia. Non sono pesi, ma luci che guidano l’ascolto.

At the Edge of Faith parla del nostro tempo senza compiacimenti, usando la psichedelia come lente d’ingrandimento e non come fuga. Dopo quarant’anni, i Twenty Four Hours non si limitano a esistere ma continuano a dire qualcosa, e lo fanno con una voce che non assomiglia a nessun’altra.








domenica 12 aprile 2026

Joe Vescovi tra i Dik Dik: un frammento di storia viva

 


 Dalla California all'Isola di Wight!  Medley live da brividi e carico di ricordi per i Dik Dik - e Joe Vescovi - nel 1979 ad Antennatre Lombardia


Un frammento televisivo del 1979, una di quelle apparizioni che oggi sembrano arrivare da un’altra epoca: i Dik Dik ospiti ad Antennatre Lombardia, impegnati in un medley che attraversa la memoria collettiva “dalla California all’Isola di Wight”. È un documento vivo, non solo per la band che ha segnato un pezzo di immaginario italiano, ma anche per la presenza - spesso dimenticata, mai marginale - di Joe Vescovi, figura centrale del progressive nazionale.

Vescovi, fondatore dei The Trip, portava con sé un linguaggio musicale diverso, più visionario, più strutturato, più vicino alle derive sinfoniche e psichedeliche degli anni Settanta. Il suo ingresso nei Dik Dik aggiunse una profondità inattesa, un colore armonico che si percepisce anche in questo medley televisivo, dove la band attraversa i propri successi con una naturalezza che oggi appare quasi artigianale.

Rivedere questo estratto significa ritrovare un pezzo di storia pop italiana, ma anche riconoscere il percorso di un musicista che ha saputo attraversare mondi diversi senza perdere identità. Joe Vescovi rimane una figura di confine, tra rock e canzone, tra ricerca e mainstream, tra Savona e un immaginario internazionale che lui, per primo, aveva intuito.

Un piccolo documento, dunque, ma capace di restituire un’epoca e un talento.






sabato 11 aprile 2026

ENZO CARELLA: un po' di storia

 

Enzo Carella è uno di quegli autori che sfuggono alle definizioni, non perché fosse indecifrabile, ma perché la sua musica viveva in un altrove tutto suo, un equilibrio sottile tra sensualità, ironia, groove mediterraneo e una scrittura che sembrava arrivare da un’altra stanza. Barbara lo porta a Sanremo nel 1979, lo mette sotto i riflettori, lo consegna per un attimo al grande pubblico. Ma Carella non era un artista da riflettori: era un autore da ascolto attento, da scoperta lenta.

Album come Vocazione (1977), Barbara e altri Carella (1979) e Sfinge (1981) mostrano un mondo sonoro che non assomiglia a nessuno. Chitarre sinuose, ritmi che oscillano tra funk e canzone d’autore, testi di Pasquale Panella che aprono spiragli surreali, sensuali, obliqui. Una coppia artistica che anticipa un modo di scrivere canzoni che l’Italia avrebbe capito solo molto più tardi.

Carella non ha sfondato perché non voleva essere semplificato. Non cercava la formula, non cercava il ritornello che si incolla, non cercava la riconoscibilità immediata, preferiva la deviazione, la piega inattesa, la frase che non si lascia afferrare. In un panorama che chiedeva chiarezza, lui offriva ambiguità luminosa.

C’era poi la sua natura schiva, quasi appartata. Nessuna esposizione, nessuna costruzione del personaggio, nessuna volontà di trasformare la propria unicità in un marchio. Carella era un autore puro, uno che lasciava parlare la musica e si ritraeva un passo indietro. Una scelta che lo ha reso meno visibile, ma più vero.

Riascoltandolo oggi, tutto appare sorprendentemente moderno. Le sue armonie, il suo modo di cantare, la sua scrittura che sfiora il teatro dell’assurdo senza mai perdere sensualità, parlano a un presente che ha finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede subito. Carella non è mai stato un fenomeno, è stato un’eleganza, una di quelle che non si spiegano… si riconoscono.

Enzo Carella è morto a Roma il 20 febbraio 2017 in seguito a un arresto cardiaco, dopo alcune settimane trascorse in terapia intensiva.





venerdì 10 aprile 2026

Concert for Linda - Royal Albert Hall, 10 aprile 1999

 


Concert for Linda 

Il Concerto per Linda è stato un tributo benefico nel nome di Linda McCartney, moglie di Paul McCartney, e andò in scena alla Royal Albert Hall di Londra il 10 aprile 1999.

Linda McCartney morì dopo una lunga battaglia contro il cancro quasi un anno prima, quando aveva 56 anni. Linda e Paul sono stati sposati per 29 anni.

L'evento fu organizzato da due delle loro amiche, Chrissie Hynde e Carla Lane, ed i proventi furono destinati a varie associazioni di beneficenza per i diritti degli animali. Hynde e Linda avevano lavorato insieme sostenendo vari gruppi per i diritti degli animali, tra cui PETA.

Per condurre fu scelto il comico Eddie Izzard.

I biglietti per lo spettacolo, con 5.000 persone presenti, andarono esauriti entro un'ora dalla messa in vendita.


Presenze

Oltre alla performance non annunciata di Paul McCartney, lo spettacolo vide una dozzina di artisti cantare le proprie versioni del materiale dei Beatles. Tra gli ospiti c'erano George Michael, The Pretenders (Chrissie Hynde fu una delle organizzatrici), Elvis Costello, Tom Jones, Sinead O'Connor, Des'ree, Heather Small, il chitarrista Johnny Marr, Neil Finn, Marianne Faithfull e Ladysmith Black Mambazo

La Faithfull, che voleva apparire, disse nell'occasione: "Non conoscevo bene Linda, ma ha reso il mio amico molto felice, e questa è la cosa principale".

McCartney non avrebbe dovuto esibirsi, poiché non aveva più fatto spettacoli da quando sua moglie era mancata. Tuttavia, partecipò all'evento con i suoi quattro figli. 

Dopo essere salito sul palco per ringraziare il pubblico, su sollecitazione di Chrissie Hynde, cantò una delle sue canzoni preferite del 1950, "Lonesome Town" di Ricky Nelson. Nell’occasione fu supportato dai membri dei Pretenders, insieme a Costello. La canzone è stata la prima registrata da Paul dopo la morte di Linda.

Proseguì con il suo successo del 1963, "All My Loving", originariamente eseguito dai Beatles. La maggior parte degli artisti della serata si unì a lui sul palco per creare il coro. Costello disse che per questo particolare evento, "c'era qualcosa di incredibilmente toccante" nel testo di apertura della canzone.

Dopo quelle canzoni, Hynde si "precipitò" su McCartney per un abbraccio emozionato. Tutti poi si unirono per la canzone di chiusura, "Let It Be".






giovedì 9 aprile 2026

“I Can’t Let Maggie Go” / “Un angelo blu” – Due identità della stessa canzone

 

I Can’t Let Maggie Go” è il momento in cui gli Honeybus trovano la loro forma più compiuta. Un brano costruito su una melodia limpida, arrangiamenti baroque‑pop e una leggerezza che non scivola mai nella banalità. È il 1968, e la band londinese - Pete Dello, Ray Cane, Colin Hare e Pete Kircher - mette a fuoco un’idea di pop che vive di sottrazione: niente psichedelia, niente eccessi, solo equilibrio.

Il singolo entra nella Top 10 britannica e diventa il loro marchio. La voce morbida, il flauto, l’andamento quasi da filastrocca adulta; tutto funziona con una naturalezza che sembra semplice solo in apparenza. È una canzone che non cerca il colpo di teatro, ma resta impressa per la precisione del gesto.

In Italia il brano prende un’altra strada. Gli Equipe 84, nel pieno della loro fase post‑beat, ne realizzano una versione che diventa uno dei loro titoli più riconoscibili: Un angelo blu. Non è una copia, ma una traduzione culturale. Il gruppo modenese mantiene la struttura melodica ma la porta dentro il proprio linguaggio, più diretto, più emotivo, più vicino alla sensibilità pop italiana di fine anni Sessanta. La voce di Vandelli, più intensa e meno rarefatta rispetto all’originale, sposta il baricentro del brano: da fiaba inglese a ballata italiana.

Il confronto tra le due versioni racconta bene la distanza tra i due mondi. Gli Honeybus lavorano di finezza, di dettagli, di armonie che sfiorano la camera‑music. Gli Equipe 84 puntano sulla linea vocale, sulla chiarezza del testo, su un’immediatezza che parla a un pubblico diverso. La stessa melodia, due identità… una sospesa, l’altra più terrena.

Il resto della storia degli Honeybus è fatto di scelte controcorrente. Pete Dello lascia la band poco dopo il successo, insofferente alla pressione. Story, il loro album più compiuto, esce quando il gruppo è già in frantumi e diventa un oggetto di culto solo molti anni dopo. Gli Equipe 84, al contrario, attraversano gli anni Sessanta e Settanta con continuità, cambiando pelle più volte ma mantenendo un ruolo centrale nella scena italiana.

Riascoltate oggi, le due versioni di “Maggie Go” mostrano come una canzone possa vivere più vite senza perdere la propria natura. Gli Honeybus la trattano come un piccolo gioiello pop; gli Equipe 84 la trasformano in un racconto sentimentale. Due letture diverse, entrambe efficaci, entrambe figlie del proprio tempo.




Ricordando Carl Perkins, nato il 9 aprile

 


Il 9 aprile del 1932 nasceva Carl Lee Perkins, influente chitarrista, cantante e cantautore statunitense, riconosciuto come una figura chiave del rockabilly e un pioniere del rock and roll. La sua carriera discografica decollò nel 1954 presso il Sun Studio di Memphis.

Perkins è celebre per brani iconici come "Blue Suede Shoes", "Honey Don't", "Matchbox" ed "Everybody's Trying to Be My Baby".

Considerato da colleghi come Charlie Daniels l'incarnazione dell'era rockabilly, il suo stile musicale inconfondibile ha influenzato profondamente il genere. La sua importanza nella storia della musica popolare è ulteriormente sottolineata dal fatto che le sue canzoni sono state reinterpretate da artisti di fama mondiale come Elvis Presley, i Beatles, Jimi Hendrix, Johnny Cash, Ricky Nelson ed Eric Clapton.

Soprannominato il "Re del Rockabilly", Perkins ha ricevuto numerosi riconoscimenti postumi e in vita, tra cui l'inserimento nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Rockabilly Hall of Fame, nella Memphis Music Hall of Fame e nella Nashville Songwriters Hall of Fame. La sua registrazione di "Blue Suede Shoes" è stata onorata con l'ingresso nella Grammy Hall of Fame.

La biografia ripercorre la sua infanzia modesta nel Tennessee, segnata dal lavoro nei campi di cotone e dalle prime influenze musicali che spaziavano dal gospel al country e al blues, quest'ultimo appreso direttamente da musicisti afroamericani. La sua passione precoce per la chitarra, inizialmente autocostruita e poi acquisita con difficoltà, lo portò a sviluppare uno stile unico caratterizzato dal bending delle note.

Negli anni '40, insieme ai fratelli Jay e Clayton, formò i Perkins Brothers, esibendosi in locali e ottenendo una certa notorietà regionale, culminando in apparizioni radiofoniche. Il matrimonio con Valda Crider nel 1953 lo spinse a dedicarsi alla musica a tempo pieno, con l'aggiunta del batterista WS "Fluke" Holland alla band.

La svolta arrivò nel 1954 con l'ascolto di "Blue Moon of Kentucky" di Elvis Presley, che lo convinse a cercare un'opportunità a Memphis presso la Sun Records di Sam Phillips. Dopo un'audizione positiva, pubblicò i suoi primi singoli nel 1955, ottenendo un successo regionale con "Turn Around". Seguirono esibizioni con Presley e Johnny Cash, consolidando la sua presenza nella nascente scena rockabilly.

Nell'autunno del 1955 scrisse "Blue Suede Shoes", ispirato a un aneddoto casuale. La canzone, registrata nel dicembre dello stesso anno, divenne un successo clamoroso nel 1956, raggiungendo la vetta delle classifiche country e ottimi piazzamenti in quelle pop e R&B, diventando il primo disco di un artista Sun a vendere un milione di copie.

Un grave incidente stradale nel marzo 1956 durante un tour compromise la sua ascesa iniziale, causandogli gravi ferite e la morte del conducente del pick-up coinvolto. Anche suo fratello Jay riportò ferite significative che contribuirono alla sua prematura scomparsa nel 1958. Nonostante le difficoltà, Perkins tornò a esibirsi e a registrare, ma non riuscì a replicare il successo di "Blue Suede Shoes".

Negli anni successivi, Perkins continuò a pubblicare musica per la Sun e poi per la Columbia Records, sperimentando anche nel cinema. Tuttavia, la sua carriera subì un declino fino agli anni '60, quando la reinterpretazione delle sue canzoni da parte dei Beatles ("Matchbox", "Honey Don't", "Everybody's Trying to Be My Baby") gli diede una nuova ondata di popolarità e riconoscimento internazionale.

Negli anni '70 e '80, Perkins collaborò con Johnny Cash, partecipando al suo tour e suonando nel suo singolo di successo "A Boy Named Sue". Lottò anche con problemi di dipendenza, superati grazie al sostegno reciproco con Cash.

Il revival rockabilly degli anni '80 lo riportò in auge, culminando nella registrazione di "Get It" con Paul McCartney nel 1981 e nello speciale televisivo del 1985 "Blue Suede Shoes: A Rockabilly Session" con la partecipazione di George Harrison, Eric Clapton e Ringo Starr.

Negli anni '80 e '90, ricevette numerosi riconoscimenti, tra cui l'inserimento nelle varie Hall of Fame. Collaborò con artisti country contemporanei e registrò il suo ultimo album, "Go Cat Go!" (1996), con duetti di leggende della musica.

Carl Perkins morì il 19 gennaio del 1998 a causa di complicazioni dovute a ictus. Il suo funerale fu un tributo alla sua influenza, con la partecipazione di numerosi artisti di spicco. La sua eredità musicale continua a vivere attraverso le sue canzoni e l'impatto che ha avuto sul rock and roll e sul rockabilly. La sua tecnica chitarristica innovativa e il suo stile vocale distintivo lo hanno consacrato come una figura fondamentale nella storia della musica popolare.





mercoledì 8 aprile 2026

Monkeyism – “Queen of Lies” / “WAYWA”




Monkeyism – “Queen of Lies” / “WAYWA”

Un concept nato nel silenzio, costruito come un lavoro collettivo


Ascolto Spotify

Queen of Lies / WAYWA https://open.spotify.com/album/1JaJPS1Tjpaj0NA90ceGnC?si=mx2I4wEFTG-9jc_3qWcElA


Monkeyism non nasce per caso. Nasce in una pausa forzata, quando Marcello Abucci - musicista e produttore di Cairo Montenotte - si ritrova a trasformare un periodo di recupero dopo un incidente in un territorio creativo. I testi arrivano prima della musica, e da lì prende forma un concept che ruota attorno a una storia d’amore che si spezza e al dolore che resta. Non c’è dramma esibito ma un lavoro lento, sedimentato, che attraversa anni diversi tra registrazioni (2020-21) e post‑produzione (dal 2022 a oggi).

Il risultato è un 45 giri virtuale con “Queen of Lies” e “WAYWA (What Are You Worried About)”, due brani che mostrano bene la doppia anima del progetto: forma tradizionale e improvvisazione, struttura e materia libera, crossover anni Novanta e aperture più sperimentali.

Abucci firma chitarre, tastiere, elettronica, voci e intermezzi strumentali. Ma Monkeyism non è un monologo: è un progetto solista che respira come un collettivo. Il basso di William Nicastro, presente in tutti i sette brani registrati, dà continuità e profondità. Le batterie di Antonio “Tato” Vastola (cinque tracce), Marco Quarantotto e Massimo Di Cresce costruiscono un terreno dinamico, capace di passare dal groove al rumore controllato. Su alcune tracce più improvvisate compaiono anche il basso di Francesco Tripodi e, nel finale di “WAYWA”, il sax baritono e tenore di Fiello, che apre una finestra inattesa, quasi cinematografica.

“Queen of Lies” vive di un contrasto netto: strofe semi‑rappate, un ritornello che si apre grazie alla voce di Umberto Provenzani, un andamento che mescola tensione e melodia senza forzare mai la mano. “WAYWA” è più ampia, più stratificata: le seconde voci di Marco Francia e Di Cresce aggiungono un colore caldo, mentre il finale con i sax sposta il brano verso una dimensione quasi rituale.

Le influenze sono tante, stratificate, e non cercano un’etichetta. C’è il crossover anni Novanta, c’è il gusto per l’improvvisazione, c’è un’idea di suono che non teme il rumore e non rinuncia alla melodia. È un progetto che alterna forma e libertà, senza mai perdere coerenza.

Monkeyism non ha avuto un’esecuzione live - mettere insieme così tanti musicisti sarebbe complicato - ma conserva comunque la natura di un incontro. È un lavoro nato in solitudine e diventato corale, un luogo dove sensibilità diverse si riconoscono senza sovrapporsi.






Valerio Billeri & Banda de Vicolo der Bottino – Electra (Live at Acme Studios, 2026)

 


Un blues urbano che diventa trance, un rito minimo e magnetico raccontato da chi non era presente ma ha visto un video toccante

 

Electra nasce in presa diretta, senza filtri. Un live in studio che non concede riparo; niente pubblico, niente rumore di fondo, solo quattro musicisti chiusi in una stanza che fanno esistere un brano come se fosse un respiro unico. Billeri lo scrive nelle sue note: “una presa diretta di vita”. Il video lo conferma.

Il quartetto lavora raccolto, concentrato. Valerio Billeri - voce e chitarra - non guida, orienta, lascia che il pezzo si apra da solo, con un tempo largo, quasi ipnotico. Damiano Minucci intreccia linee chitarristiche sottili, precise, mai decorative. Andrea Nebbiai tiene il terreno con un basso che pulsa come un battito regolare. Fabio Romani costruisce spazio più che ritmo: colpi larghi, aria, pause che diventano parte del fraseggio.

Le note parlano di “folk urbano che si espande”, di “improvvisazione scarna”, di “blues ipnotico”. Il video è esattamente questo, un suono che cresce per accumulo, senza mai esplodere. Un mantra elettrico che avanza per micro‑variazioni, come se cercasse un varco dentro la ripetizione.

La ripresa è ravvicinata, asciutta. Si sente il legno, la corda, la pelle. Nessun trucco, nessuna patina. È la stessa poetica dichiarata: “ritorno alla materia: legno, corde, pelli e voce”. La voce di Billeri arriva ruvida, vissuta, con quelle crepe che non chiedono di essere levigate. Sembra parlare a qualcuno che è lì, a un metro.

La cosa più evidente è l’interplay. Non c’è un leader e tre accompagnatori, ma un organismo unico che respira insieme. La dimensione “lo‑fi” non è un limite, è un’estetica. Una scelta precisa, togliere tutto ciò che non serve, lasciare solo ciò che regge.

L’atmosfera è quella di un piccolo rito elettrico. Luci calde, ombre morbide, un’intimità che avvolge. Non c’è pubblico, ma c’è tensione. Sembra una prova aperta, ma con la densità emotiva di un concerto vero.

Electra è un frammento di verità musicale, un blues urbano che sfuma nel psichedelico, un gesto minimo che diventa trance. Un documento che restituisce l’essenza di Billeri e della sua banda: onestà, materia, presenza.






martedì 7 aprile 2026

MAURO PELOSI. UNA VOCE CHE RESTA FUORI DAL CORO



La storia di Mauro Pelosi scorre lontano dalle rotte principali. Non per mancanza di talento, anzi, i suoi primi album - La stagione per morire (1972), Mauro Pelosi (1973), Al mercato degli uomini piccoli (1977) - rivelano un autore già compiuto, inquieto, capace di un lirismo che sfiora la letteratura. C’è un’intensità fuori dal comune, una scrittura che non si accontenta della superficie.

Eppure, nonostante la qualità evidente, Pelosi non è mai diventato un nome centrale della canzone d’autore italiana. Le ragioni sono molte, e nessuna riduce il valore della sua opera.

La prima riguarda la sua natura artistica: Pelosi non cercava la semplificazione. I suoi brani non inseguivano il ritornello, non cercavano la presa immediata, ma piuttosto la pretesa di un ascolto lento, quasi meditativo. In un’epoca in cui la canzone d’autore stava diventando un genere riconoscibile, Pelosi sceglieva la strada più impervia, quella della complessità emotiva, della parola che pesa, dell’arrangiamento che non consola.

C’è poi la questione della scena. Pelosi non apparteneva a nessuna “famiglia” musicale. Non era parte della scuola genovese, non gravitava attorno ai cantautori romani, non aveva un gruppo di riferimento. Era un solitario, e la solitudine, nel mondo discografico, è spesso un limite più che una virtù. Senza un contesto, senza un movimento, senza un’etichetta narrativa che ti preceda, diventa difficile essere riconosciuti.

Il carattere schivo ha fatto il resto. Pelosi non ha mai cercato la visibilità, non ha mai costruito un personaggio, non ha mai trasformato la sua musica in un mestiere mediatico. Preferiva la verità alla strategia, una scelta che oggi appare quasi eroica, ma che allora lo ha tenuto lontano dai riflettori.

Riascoltandolo oggi, però, tutto appare più chiaro. La sua voce, così particolare, così fragile e insieme autorevole, sembra parlare a un presente che ha finalmente imparato ad apprezzare ciò che non si concede subito. Un album come La stagione per morire , ad esempio, rivela una modernità sorprendente: armonie oblique, testi che sfiorano la poesia visionaria, un modo di raccontare il mondo che non assomiglia a nessun altro.

Forse non ha sfondato perché non voleva essere addomesticato. O forse perché la sua musica chiedeva un ascolto diverso, più intimo, più disposto a lasciarsi ferire. Ma proprio in questa mancata esplosione sta la sua forza: Pelosi è rimasto un autore integro, non piegato, non semplificato.

E oggi, mentre i suoi brani tornano a circolare tra appassionati e nuovi ascoltatori, si ha la sensazione che il tempo stia finalmente facendo il suo lavoro. Pelosi non è mai stato un fenomeno. È stato - ed è una rivelazione, una di quelle che arrivano tardi, ma quando arrivano restano.





lunedì 6 aprile 2026

ELLE – Silent search of spring


 

Un lavoro che scava nelle zone più quiete dell’emozione

 

C’è un filo emotivo che attraversa tutto il nuovo lavoro degli ELLE, una ricerca costante di autenticità, un modo di raccontare l’essere umano mentre attraversa le proprie paure e tenta di trasformarle in un gesto di verità. Silent search of spring nasce così, come un percorso che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.

Il viaggio comincia con “Babylon”, il singolo che ha anticipato il disco. Parte come una ballata morbida, quasi timida, poi si apre in una coda satura, un intreccio di voci che sembra voler travolgere l’ascoltatore con un’energia improvvisa. È il primo indizio di un disco che non teme di espandersi, di lasciare che le emozioni si allarghino fino a diventare suono.

Da lì si entra in territori più frastagliati con “Ravine”, una suite che procede per movimenti, cambi di prospettiva, aperture improvvise. La coda, che omaggia Interstellar di Christopher Nolan, porta dentro l’attualità: la pace come condizione naturale dell’essere umano, sporcata da guerre crudeli e insensate. È uno dei momenti più intensi del disco, perché la musica accompagna, suggerisce, lascia spazio.

“Truth” sposta ancora l’asse. Qui gli ELLE sembrano suonare in un locale di Chicago negli anni del post‑rock: una voce che si fa fragile, una struttura che si apre in una coda strumentale senza melodia, fatta di feedback e saturazioni che richiamano i primi Sonic Youth. È un brano che non cerca la perfezione, ma la sincerità del gesto.

Il percorso trova un equilibrio diverso nella title track, “Silent search of spring”. Le chitarre acustiche intrecciate richiamano i primi Kings of Convenience, mentre le due voci - Danilo Ramon Giannini e Miriam Fornari - si avvolgono in un dialogo continuo, quasi un abbraccio. È qui che il disco rivela la sua natura più intima… un rapporto d’amore silenzioso, profondo, che non ha bisogno di dichiarazioni.

Il finale arriva con “Meeting of skins”, un brano che rischia e funziona proprio per questo: una struttura rock che accoglie armonizzazioni dolcissime, un equilibrio che non dovrebbe stare in piedi e invece regge, come se il disco volesse chiudersi mostrando tutte le sue possibilità.

Il tutto è sostenuto da un suono che si è fatto più pieno grazie all’ingresso di Giovanni Lafavia alla batteria, e soprattutto dal nuovo ruolo di Miriam Fornari, finalmente in prima linea, in un dialogo vocale che diventa la vera novità del disco. 

L’album è disponibile su Spotify e conferma una maturità raggiunta senza perdere la delicatezza degli inizi.


Crediti

Marco Calderano – chitarre

Danilo Ramon Giannini – voce e testi

Miriam Fornari – synth e voce

Giovanni Lafavia – batteria

Artwork: Iacopo Callisti

Label: Urtovox Records


Tracklist

1.   Ravine

2.   Pillows

3.   Truth

4.   Babylon

5.   Another Water

6.   Freedom Symphony

7.   Meeting of Skins

8.   Silent Search of Spring

 





Stevie Nicks e il miracolo di "Dreams": un capolavoro scritto in soli 20 minuti

 


STORIA DI UN CAPOLAVORO

Nella storia della musica, ci sono canzoni che richiedono mesi di lavoro meticoloso e altre che sembrano semplicemente "scendere dal cielo". "Dreams" dei Fleetwood Mac appartiene a questa seconda, magica categoria. È il brano che ha definito un’era, nato in un momento di profonda crisi personale e creativa, nell'arco di appena un terzo d'ora.

Era il 1976. I Fleetwood Mac si trovavano ai Record Plant di Sausalito, in California, per registrare quello che sarebbe diventato l'album dei record: Rumours. L'atmosfera in studio era carica di tensione: le coppie storiche della band (Stevie Nicks e Lindsey Buckingham, Christine e John McVie) si stavano sfaldando sotto il peso di tradimenti e silenzi.

In una giornata particolarmente pesante, Stevie decise di prendersi una pausa. Vagando per lo studio, trovò una stanza che era stata usata da Sly Stone. Era un ambiente eccentrico: un grande letto a baldacchino in velluto nero, tende scure e un'atmosfera soffusa che sembrava sospesa nel tempo.

"Mi sono seduta sul letto con la mia tastiera Rhodes e ho iniziato a suonare un beat dance", ha ricordato Stevie Nicks anni dopo. "In circa 20 minuti, 'Dreams' era finita."

La forza di "Dreams" risiede nella sua apparente semplicità. Mentre Lindsey Buckingham tendeva a stratificare le canzoni con armonie complesse, Stevie costruì il brano su soli due accordi: Fa maggiore (F) e Sol maggiore (G).

Il testo era un messaggio diretto e agrodolce rivolto proprio a Lindsey. Mentre lui scriveva la rabbiosa "Go Your Own Way", Stevie rispondeva con una riflessione eterea sulla libertà e sulla perdita:

"Thunder only happens when it's raining"

"Players only love you when they're playing" 

Era una profezia e un addio, sussurrato con la voce graffiante e vellutata che l'avrebbe resa una leggenda.

Incredibilmente, quando Stevie presentò la demo alla band, l'accoglienza fu tiepida. Lindsey Buckingham inizialmente la trovò "noiosa" proprio per la sua struttura a due accordi. Tuttavia, fu lui stesso a trasformarla nel gioiello che conosciamo oggi, aggiungendo quelle linee di chitarra riverberate e curando gli intrecci vocali che rendono il brano ipnotico.

Il risultato? "Dreams" divenne l'unico singolo dei Fleetwood Mac a raggiungere la posizione numero 1 della Billboard Hot 100, trasformando il dolore privato di una donna in un inno universale.







domenica 5 aprile 2026

Bob "The Bear" Hite: l'anima blues-rock dei Canned Heat, a 45 anni dalla scomparsa

 


Bob Hite, affettuosamente soprannominato "The Bear" per la sua imponente stazza e la sua voce potente, è stato una figura centrale nella scena blues-rock degli anni '60 e '70. La sua voce inconfondibile e la sua passione per il blues hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica.

Nato negli Stati Uniti, Hite è diventato famoso come co-cantante e membro fondatore dei Canned Heat nel 1965, insieme ad Alan Wilson e Henry Vestine. La band ha rapidamente guadagnato popolarità per le loro interpretazioni di classici blues e per i loro brani originali, diventando una delle band di punta del movimento blues-rock.

I Canned Heat hanno calcato i palchi dei festival più iconici dell'epoca, tra cui il Monterey Pop Festival nel 1967 e il leggendario Woodstock nel 1969, consolidando la loro reputazione come una delle band più influenti del periodo. La voce rauca e appassionata di Hite era un elemento distintivo del loro sound, un mix esplosivo di blues, rock e boogie-woogie.

Oltre al suo talento musicale, Hite era un appassionato collezionista di dischi, con una conoscenza enciclopedica del blues. La sua dedizione alla musica era totale, ma purtroppo la sua vita è stata tragicamente interrotta il 5 aprile 1981, all'età di 38 anni.

Ricorre oggi il 45° anniversario della sua scomparsa. Durante un tour, infatti, Hite morì a causa di un'overdose accidentale di eroina. Il silenzio calato con la sua scomparsa, un'assenza che ha scosso le fondamenta del blues-rock, è stato riempito dalla risonanza della sua voce, viva e pulsante nella musica dei Canned Heat, una band che ha definito un'epoca e trasmesso l'eredità del blues alle generazioni future.

Bob "The Bear" Hite non era solo un cantante, ma un vero e proprio ambasciatore del blues, un appassionato collezionista e un'anima vibrante che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della musica. La sua eredità musicale è un tesoro da custodire, un ricordo di un'epoca in cui il blues e il rock si fondevano in un'esplosione di energia e passione.