Brian Jones sul
palco alle 4 del mattino, all'All-Nighter, Alexandra Palace, Londra, 1964
Il 3 lugliosegna una data indelebile nella storia del rock:
l'anniversario della prematura scomparsa di Lewis Brian Hopkins Jones, meglio
noto come Brian Jones, il
polistrumentista che diede vita ai Rolling Stones. La sua figura, spesso
avvolta in un'aura di tragica bellezza e incomprensione, merita di essere
celebrata e approfondita al di là delle semplificazioni e dei luoghi comuni.
Jones fu molto più di un semplice membro fondatore. Negli
albori della band, era lui il leader carismatico, il motore creativo,
l'innovatore musicale. Il suo talento poliedrico lo portava a padroneggiare
un'ampia gamma di strumenti: chitarra, armonica, pianoforte, mellotron, sitar,
dulcimer, marimba, fiati...
Questa versatilità gli permise di arricchire il sound dei
primi Stones con sfumature blues, rock'n'roll, ma anche con influenze esotiche
e sperimentazioni psichedeliche.
Chi ascolta attentamente brani come "Paint It Black"
o "Ruby Tuesday" può percepire l'impronta precisa di Jones, il
suo gusto per l'arrangiamento, la sua capacità di creare atmosfere uniche.Purtroppo, la sua parabola artistica fu tanto
fulgida quanto breve.Le tensioni
interne alla band, i problemi personali e l'abuso di sostanze lo portarono ai
margini del gruppo, fino al tragico epilogo.
La sua scomparsa, avvenuta il 3 luglio 1969, gettò un'ombra
sulla scena musicale. Appena due giorni dopo, il 5 luglio, i Rolling Stones
tennero un concerto gratuito a Hyde Park, a Londra, che si trasformò in un
tributo a Jones. Questo evento, Nato in origine per celebrare il nuovo corso
della band - con l’introduzione del nuovo chitarrista Mick Taylor - rappresentò
anche un momento di commossa memoria per il suo fondatore.
Con Nico, spettatori, al festival di Monterey
A cinquantacinque anni dalla sua scomparsa, Brian Jones
continua a essere una figura enigmatica e affascinante.
Non è questa l’occasione per ripercorrere morbosamente le
circostanze della sua morte, ma pare opportuno celebrare la sua musica, la sua
creatività, il suo spirito pionieristico.
Brian Jones è stato un caleidoscopio di suoni e colori, un
artista che ha contribuito in modo fondamentale a definire l'identità dei
Rolling Stones e a plasmare il volto della musica rock.
A distanza di decenni, la sua abilità polistrumentale e la
sua visione musicale rimangono uniche...
Qualcuno
ha scritto: “Era il 3
luglio del 1971 quando James Marshall Morrison, cantante dei Doors e icona pop
dei tardi anni Sessanta, fu ritrovato morto dopo una breve vita di folli
eccessi, nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi. E nessuno come lui
si può dire che viva ancora nella memoria dei suoi fan, la maggior parte dei
quali non era ancora nata quando morì.”
Io lo
ricordo con uno dei momenti più “caldi” della sua purtroppo breve carriera.
Quattro mesi dopo sarebbe scomparso per sempre!
Ciò che
accadde il 1º marzo del 1969 è rimasto nella storia del rock...
I The Doors erano impegnati in un concerto
a Miami quando, stordito dagli stupefacenti e con spirito
provocatorio, Jim
Morrison “avrebbe”
mostrato i genitali al pubblico. Sia i Doors superstiti che numerosi fan
presenti al concerto testimoniarono di non aver visto nulla, seppure il tasso
alcolico di Morrison fosse effettivamente molto alto e giustificasse un
comportamento del genere, a tal punto che gli altri della band gli chiesero se
fosse effettivamente in grado di salire sul palco. Quella notte Jim interruppe
lo show a metà concerto e iniziò una specie di discorso contro l’autorità,
rubando anche un cappello di un poliziotto per lanciarlo sulla folla.
Successivamente Morrison arrivò al culmine citato. Nessuno saprà mai la verità
sino in fondo, forse neanche Morrison lo sapeva. A seguito di ciò, tuttavia,
Jim subì un processo e venne liberato su cauzione, ma l’immagine della band ne
uscì gravemente macchiata, al punto che furono annullati tutti i concerti che i
Doors avevano iniziato in quel periodo. In seguito a ciò decisero di comune
accordo di non partecipare al Festival di Woodstock ritenuto dalla band uno
spazio molto vasto per la loro esibizione e che diminuiva notevolmente
l’energia e l’intimità che ambienti più raccolti sono invece in grado di dare !
Jim
Morrison fu condannato: 500 dollari e sei mesi di prigione, ma
non andò mai in carcere. Si trasferì infatti a Parigi quando la sentenza era in
appello e mori nel 1971.
A
distanza di 41 anni Jim Morrison fu graziato dallo stato della Florida
dalle accuse di esibizionismo; il governatore democratico uscente dello
stato della Florida, Charlie Crist insieme ai membri del consiglio di grazia
dello stato, considerarono decadute le accuse mosse ai tempi a Morrison. Secondo fonti ben informate il Governatore da tempo aveva dubbi sul fatto che
Morrison avesse effettivamente commesso reato e aveva in mente sin dal 2007 di
concedergli la grazia, dopo che i fan si erano messi in moto per sottoporre il
caso all’ufficio del Governatore.
Negli ultimi mesi il nome Zeroth
è tornato a circolare con insistenza tra gli appassionati di hard rock e
alternative rock della scena ligure. Non è un caso: il progetto fondato nel
2018 da un gruppo di amici della provincia di Genova sta vivendo una nuova
stagione creativa, più matura, più consapevole e soprattutto più personale.
La storia racconta di un primo album, The Age of Mechanical Machines, poi una lunga pausa forzata dovuta agli impegni dei
membri. A non arrendersi è il bassista Mattia Calcagno (VX Matthew), che
negli anni prova più volte a ricostruire la band senza riuscire a trovare una
formazione stabile. Da qui la svolta: Zeroth diventa una “bandless band”, un
progetto autoriale in cui Mattia compone musica e testi e coinvolge musicisti
esterni solo per registrazioni e produzione. Una metamorfosi confermata anche
dalle fonti online.
Il 2026 segna la ripartenza: Zeroth pubblica tre nuovi brani,
che si aggiungono al singolo del 2021Throw in the Towel. È una
produzione che consolida un linguaggio musicale a cavallo tra hard rock,
alternative e una scrittura sempre più narrativa, quasi cinematografica.
Tra queste nuove uscite spicca The Storm,
pubblicata nel giugno 2026, accompagnata da un video ufficiale, che riporta al
novembre 2011, giorni in cui l’alluvione colpì Genova. Mattia la scrive poco
dopo quei giorni drammatici, ma decide di pubblicarla solo ora.
La canzone è un omaggio agli “angeli del fango”, ai volontari
che aiutarono la città a rialzarsi. È un pezzo che unisce riff duri, atmosfere
cupe e un messaggio di speranza.
Oltre a The Storm, Zeroth ha pubblicato altri brani
nel 2026, tutti raccolti nella playlist ufficiale YouTube.
La playlist permette di seguire l’evoluzione del progetto, dal sound più diretto e
graffiante alle atmosfere più introspettive.
Il ritorno di Zeroth si inserisce in un momento vivace per la
scena rock genovese, che negli ultimi mesi ha visto nuove uscite anche da parte
di altri progetti locali, come Il Segno del Comando e Zat. Non è un dettaglio
secondario, significa che Genova continua a essere un laboratorio musicale
fertile, e Zeroth ne rappresenta una delle voci più personali, capace di unire
memoria, identità e rock contemporaneo.
Zeroth non è più una band nel senso tradizionale del termine,
ma piuttosto un progetto che vive della visione di un autore, e che riesce a
mantenere un suono pieno, vivo, collettivo. Con The Storm e le altre
uscite del 2026, Zeroth dimostra che anche dopo anni di silenzio si può tornare
con qualcosa da dire. E quando la musica nasce da una storia vera, da una
ferita condivisa, da un ricordo che appartiene a una città intera, allora diventa
testimonianza.
“Questa è stata una delle più belle tournèe
della nostra vita. Vorrei ringraziare il gruppo. Vorrei ringraziare chi ha
lavorato per noi. Vorrei ringraziare gli addetti alle luci… Quello di stasera è
il concerto di cui ci ricorderemo più a lungo… perchénon
solo è l’ultimo dellatournèe, ma è il nostro ultimo concerto in
assoluto. Grazie.”
Quando, nell’estate precedente, David Bowie
aveva raggiunto il grande successo commerciale, si era subito scatenato il
dibattito sulla sua identità sessuale. Nessun dubbio poteva invece esserci quella
artistica.
Il 3 luglio 1973 la sua tournèe nei panni di Ziggy Stardust era
approdata all’HammersmithOdeon dopo 18 mesi di concerti. A quel punto, la
straordinaria vividezza del personaggio aveva conquistato i fan, gli amici e persino
il suo creatore che, tempo dopo, avrebbe spiegato: “Era molto più facile vivere
dentro Ziggy che dentro Bowie.” Dunque Ziggy doveva uscire di scena e, all’insaputa
di tutti (tranne il manager Tony Defries e il chitarrista Mick Ronson), l’annuncio
sarebbe stato dato dal palco. In un periodo in cui i gesti plateali non
mancavano, una decisione tanto sorprendente, comunicata subito prima di un
pezzo dal titolo emblematico quale Rock’n’Roll Suicide, era destinata a
lasciare il segno: all’apice della notorietà ecco David Bowie annunciare il suo
clamoroso ritiro suscitando gli stupiti “no-o-o-o!” della folla. Ma se Bowie
pensava di aver chiuso Ziggy fuori dalla porta si sbagliava di grosso: “Non mi
stavo liberando di lui, anzi, mi stavo alleando con lui. Il mio doppio e io
stavamo diventando una persona sola. E’ una strada che porta al caos e alla
distruzione della psiche.”
“BOWIE SI RITIRA!”, strillarono il giorno
dopo i quotidiani. In realtà il concerto segnò solo la fine di un’epoca, visto
che, nemmeno due mesi dopo, David Bowie era sul palco del Marquee Club per le
riprese di uno special televisivo a lui dedicato.
Tratto da “Io c’ero”, di Mark Paytress
Uno
Spider from Mars racconta…
Ecco come il batterista Woody Woodmansey
ricordava la sua ultima serata sul palco con Bowie:
Vi
aspettavate qualcosa al di fuori del normale?
No,
non particolarmente.
Il
pubblico fu più isterico del solito?
Il
pubblico era sempre isterico!
Il
concerto?
Molto
emozionante. Era l’ultimo della tournèe.
Sentisti
l’annuncio di David?
Sì.
I
commenti nei camerini a fine concerto?
Irriferibili.
Il
tuo stato d’animo il giorno dopo?
Ottimo,
mi sono sposato!
Quando
capiste che gli Spiders erano finiti?
Quando
sul palco la mia bacchetta mancò la testa di David!
Nick Caveha deciso di raccontare, nei suoi Red Hand Files, un episodio
che gli ha rivelato qual è il vero tormento dell’invecchiare da rockstar. Non
la stanchezza, non le rughe, non i tour infiniti. No: i selfie.
Il racconto parte da una mattina qualunque. Cave, 68 anni, si
sveglia con un’insolita sensazione di leggerezza. Si sistema, si tinge i
capelli di nero, indossa un completo impeccabile e lascia l’hotel convinto di
poter affrontare il mondo con un certo stile.
Poi, all’improvviso, la scena cambia.
Due fan anziani - cardigan coordinati, passo incerto, t-shirt
dei Cure - lo riconoscono. Prima lo sguardo incredulo, poi l’esplosione di
entusiasmo. «È lui. È davvero lui». E giù con i racconti di una vita
passata ad ascoltarlo, di concerti lontani, di ricordi che odorano di vinile e
nostalgia. Finché arriva la domanda inevitabile: «Possiamo fare un selfie?»
Cave accetta, anche se detesta essere fotografato. Ma è qui
che la situazione precipita. I due iniziano a frugare nelle borse, a cercare
telefoni che hanno letteralmente appesi al collo, a ripetere «Oh mio Dio»
come un mantra. E soprattutto… non sanno usarli.
Lui prova ad aiutarli, ma non va meglio. La tecnologia, in
quel momento, sembra una creatura ostile per tutti e tre.
Quando finalmente lo scatto arriva, Cave vede sullo schermo
la sua immagine riflessa: un’espressione tirata, occhi stanchi, sopracciglia
drammatiche. E accanto a lui i due fan, felici come bambini. È lì che gli
arriva la rivelazione.
La differenza tra lui e quei fan non è la fama, né la musica,
né la storia. È solo la tintura nera dei suoi capelli. Che, paradossalmente, lo
fa sembrare ancora più vecchio.
La coppia se ne va soddisfatta, continuando a ripetere il suo
nome come un ritornello. Cave torna in hotel, si siede, e mette su i Cure.
Forse per esorcizzare la giornata. O forse per ricordarsi che, in fondo, anche
le rockstar hanno diritto a un momento di autoironia.
“In realtà si tratta solo di uno specchio
che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della
natura umana”
Alice Cooper a Roy
Carr, Music Scene, 1972.
Andato in scena per la prima volta a New York il 1
dicembre 1971, “Killer” di AliceCooper era uno scioccante
esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione,
del cinema e dell’America“. Con il singolo “School’s Out”
in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo
horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole
decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei
quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e
accesissima fan Simone Stenfors.
“Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla
faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la
solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank
Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del
concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di
sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai
fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati
così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica
convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila.
Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano
arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella,
seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci
trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i
vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una
ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no
si era mai visto. C’era il serpente per “It MyBody”, il
patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che
Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in
giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui
restammo parecchio impressionati.
“Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s
Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a
casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre
lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”
A Deep Dive
in the Colourful and Mysterious Garden of Mr. Taxology - Taxology, 2026 – NOS Records
L’esordio dei Taxology
arriva come un piccolo terremoto creativo. Due ragazzi giovanissimi, Andrea
Rizzi e Giuseppe Bitonte, costruiscono un concept album
sorprendentemente maturo, ricco di immaginazione e di una cura artigianale che
oggi si incontra di rado. Il loro giardino sonoro è un luogo reale e insieme
mentale, un territorio dove botanica, psichedelia e narrazione filosofica
convivono con naturalezza.
L’album si presenta come un viaggio. Quindici tracce che
formano un unico flusso, un percorso ipnagogico guidato dalla voce di Bruno
Vergani, presenza discreta e magnetica che accompagna l’ascoltatore
attraverso un giardino simbolico. La tassonomia diventa un linguaggio poetico.
I nomi delle piante non classificano soltanto, aprono un nuovo pensiero. Ogni
titolo è una soglia che introduce a un organismo musicale autonomo, parte di un
ecosistema coerente.
La scrittura dei Taxology si muove con libertà. Le atmosfere
oscillano tra psichedelia, cinema, retrofuturismo, funk, orchestrazioni leggere
e improvvise aperture luminose. La tavolozza timbrica è ampia. Chitarre,
pianoforte, tastiere, archi, fiati, sitar, mandolino e percussioni orchestrali
convivono senza frizioni. Tutto è registrato in casa, con un approccio che
unisce spontaneità e precisione. Il risultato è un suono organico, vivo, che
respira.
Brani come Mandragora Caulescens, Michelia Aeneao Celtis Australis mostrano la capacità del duo di trasformare la
materia botanica in metafora dell’interiorità. La mandragora, con il suo
confine tra scienza ed esoterismo, diventa simbolo dell’atto creativo che
emerge dal buio. Le piante diventano specchi dell’esistenza umana, presenze che
suggeriscono un rapporto diverso con la natura e con il tempo.
La voce narrante di Vergani aggiunge profondità. I suoi
interventi non interrompono il flusso, lo amplificano. Raccontano una favola
interiore, una visione interiore che invita a osservare, a entrare in relazione
senza forzare. È un gesto poetico che richiama tanto le spiritualità antiche
quanto una sensibilità contemporanea attenta all’eco-appartenenza.
La copertina rafforza l’immaginario. Mr. Taxology appare come
un alchimista ottocentesco che dirige un giardino di bulbi e ampolle luminose.
L’immagine richiama Méliès e il suo stupore infantile. È un invito a lasciarsi
sorprendere, a entrare in un mondo dove la fantasia non è evasione ma strumento
di conoscenza.
Il disco funziona come un erbario musicale. Ogni traccia è
una cellula autonoma, ma il giardino resta uno. La musica scorre con
naturalezza, senza virtuosismi superflui, con una freschezza che appartiene più
all’avanguardia che alla tradizione. Il progressive è presente come idea di
percorso, non come estetica. La psichedelia è un colore, non un recinto.
A Deep Dive in the Colourful and Mysterious Garden of Mr. Taxologyè un debutto sorprendente. Non si limita a presentare un
progetto, ma apre un mondo, invitando ad un ascolto attento, capace di
accogliere le vibrazioni sottili che legano uomo e natura. È un giardino che
cambia a ogni visita, un luogo dove la musica diventa esperienza.
Tim Buckley: il giorno in cui la musica
perse un visionario
29 giugno 1975
Il 29 giugno 1975, il mondo della musica perse una
delle sue voci più originali e innovative: Tim
Buckley. La sua prematura scomparsa, all'età di soli 28 anni, a
causa di un'overdose di eroina e alcool, pose fine bruscamente a una carriera
in continua evoluzione, lasciando dietro di sé un'eredità complessa e
affascinante che continua a risuonare tra gli appassionati di musica a distanza
di decenni.
Nato a Washington D.C. e cresciuto in California, Buckley
emerse dalla scena folk rock della metà degli anni '60, ma la sua musica presto
trascese le etichette convenzionali. Con una gamma vocale straordinaria che
spaziava dal baritono al falsetto, e una propensione per composizioni che
sfidavano le strutture tradizionali delle canzoni, Buckley era un artista che
non temeva di esplorare i confini della forma e dell'espressione.
I suoi primi album, come l'omonimo Tim Buckley
(1966) e Goodbye and Hello (1967), lo consolidarono come un
cantautore di talento, con testi spesso poetici e introspettivi. Tuttavia, fu
con opere successive come Starsailor(1970) che Buckley si spinse
in territori più sperimentali, incorporando elementi di jazz d'avanguardia,
folk progressivo e improvvisazione vocale. Questo album, in particolare, divise
critica e pubblico al momento della sua uscita, ma è stato rivalutato nel corso
degli anni come un capolavoro audace e visionario, un testamento alla sua
volontà di non conformarsi.
La carriera di Buckley fu costellata di sperimentazioni e
cambiamenti stilistici, riflettendo la sua inesauribile ricerca artistica. Dal
folk intimista si mosse verso sonorità più rock e soul nei suoi ultimi lavori,
come Greetings from L.A. (1972) e Sefronia (1973),
dimostrando una versatilità e una curiosità musicale rare. Sebbene non abbia
mai raggiunto un vasto successo commerciale durante la sua vita, Buckley era
venerato dai suoi pari e dai critici per la sua integrità artistica e la sua
innegabile abilità vocale.
Il 29 giugno 1975, la notizia della sua morte scosse il mondo
musicale. Le circostanze della sua scomparsa, un triste epilogo per un artista
così giovane e dotato, misero in evidenza i pericoli e le pressioni spesso
associate all'industria musicale.
È passato mezzo secolo, ma l'impatto di Tim Buckley sulla
musica rimane significativo. La sua influenza può essere rintracciata in
generazioni di artisti che hanno osato spingersi oltre i confini del genere,
dall'art rock al progressive folk, fino al pop sperimentale. Suo figlio, Jeff
Buckley, avrebbe seguito le sue orme, ereditando parte del suo talento vocale e
creando una propria, seppur breve, eredità musicale, rendendo il nome Buckley
sinonimo di profondità emotiva e innovazione.
Il 29 giugno 1975 fu un giorno di lutto per la musica.
Tuttavia, la ricchezza e la complessità del catalogo di Tim Buckley assicurano
che la sua voce, la sua visione e il suo spirito sperimentale continuino a
vivere, ispirando nuove generazioni di ascoltatori e musicisti a esplorare le
infinite possibilità dell'espressione sonora. La sua musica è una testimonianza
eterna di un talento indomito e di una ricerca artistica senza compromessi.
La copertina è formata da un collage
di 13 immagini tra cui figurano alcuni frammenti del fumetto basato sul Dottor
Strange, l’immagine di un alchimista, immagini di ampolle e bottiglie, una
ruota con i segni zodiacali, il sole, alcuni pianeti e una piccola foto del
gruppo sulle rive di un fiume fuori Londra. Sulla copertina si può leggere anche
la scritta “y d pinkfloyd p“. Prima della pubblicazione viene rimosso
l’articolo “The” dal nome Pink Floyd.
"A
Saucerful of Secrets" è il secondo album dei Pink Floyd, pubblicato nel 1968, lavoro che segna una svolta significativa nella loro carriera, introducendo elementi
psichedelici e sperimentali che li avrebbero resi celebri in seguito. È
un'opera che perlustra territori sonori inesplorati e si distingue per la sua
natura innovativa.
Emerge la title track,
"A Saucerful of Secrets", un pezzo epico che dura oltre
undici minuti, dove i Pink Floyd sfoggiano il loro talento nel creare atmosfere
psichedeliche, con un'ampia gamma di suoni ed effetti sonori. La canzone è un
susseguirsi di sezioni che si intrecciano, passando da momenti più riflessivi ad altri più corposi, richiedendo una buona attenzione da parte dell'ascoltatore, ma
riesce a catturare l'immaginazione, con la sua complessità e la sua struttura
avvolgente.
Altro punto forte dell'album è "Set
the Controls for the Heart of the Sun", una traccia che esplora le
atmosfere cosmiche e spaziali. La voce eterea di Roger Waters si sposa
perfettamente con il mood onirico creato dalla strumentazione, conducendo verso una sorta di "trance", portando l'ascoltatore in un viaggio
attraverso dimensioni sonore inimmaginabili.
"A Saucerful of Secrets"
presenta anche pezzi più brevi e immediati, come "Remember a Day"
e "See-Saw", che mostrano la vena melodica della band e, sebbene meno sperimentali, non perdono la loro essenza
psichedelica, grazie all'uso di strumenti come l'organo e le tastiere che
conferiscono loro un suono unico.
Nonostante la grande qualità delle trame sonore, "A Saucerful of Secrets" soffre di alcune
incongruenze e disomogeneità nella produzione. Questo può essere attribuito
alla sua natura sperimentale, che potrebbe non appagare completamente i gusti
di tutti gli ascoltatori. Tuttavia, è proprio questa ricerca del nuovo a renderlo
un disco così affascinante e avvincente per gli appassionati di musica
progressiva e psichedelica.
Artista:
Pink Floyd
Album
(in studio): A Saucerful of Secrets
Pubblicazione: 29 giugno 1968 nel
Regno Unito-27 luglio 1968 negli Stati Uniti
Durata: 38:48
Tracce: 7
Genere: Rock psichedelico
Etichetta: Columbia Graphophone
Company/EMI nel Regno Unito Tower Records/Capitol negli Stati Uniti
Produttore: Norman Smith
Registrazione: agosto–ottobre 1967
gennaio–aprile
1968
Abbey
Road Studios e Sound Techniques Studios, Londra
Ma si possono fare altre
considerazioni legate ad una figura in particolare, perché la nascita
dell'album coincise con il declino dello stato mentale di Syd Barrett, frontman
e chitarra solista del gruppo fino all'ingresso di David Gilmour. Questo è l'ultimo lavoro dei Pink Floyd a cui Barrett prese parte prima
di essere allontanato definitivamente dal gruppo. È proprio in questo periodo
che Barrett cominciò ad accusare problemi di carattere psichiatrico e
psicologico. In sua presenza le registrazioni risultarono lunghe e difficoltose
e divenne impossibile per il gruppo continuare con lui. Le uniche apparizioni
di Barrett in quest'album furono la chitarra su “Remember a Day”,
“Set the Controls for the Heart of the Sun”, “Corporal
Clegg” e “Jugband Blues”, quest'ultimo unico brano
dell'album da lui scritto e cantato.
La versione del brano “Set the
Controls for the Heart of the Sun”, contenuta in quest'album, in
particolare, è l'unica nella loro discografia suonata da tutti e cinque i
membri della band.
"A Saucerful of Secrets" è da considerarsi un'opera imprescindibile nella discografia dei Pink Floyd e un importante tassello nella storia della musica rock.
La mia
partecipazione ai concerti rock ha avuto, nella giovinezza, un termine ben
preciso, e un altrettanto preciso nuovo inizio nella maturità.
Ricordavo bene quella prima conclusione affrettata, perché
coincideva con una grande performance - o almeno la ricordo come tale - dei
Dire Straits, allo stadio comunale di Sanremo. Arrivammo in cinque in auto,
compreso “quella” che l’anno successivo sarebbe diventata mia moglie.
Avevo però la convinzione che fosse un giorno di agosto del
1980, e invece ho scoperto che si trattava del 27 giugno del 1981 (pochi mesi
premi i D.S.erano stati ospiti al Festival di Sanremo).
Non sarei in grado di commentare quella giornata vissuta in
tempi lontanissimi, ma ho casualmente trovato un articolo che la ricorda, e
propongo quindi la mia scoperta estratta dall’archivio de “La Stampa”.
In rete ho trovato un altro “reperto”, l’audio dell’evento, e
lo propongo a fine articolo.
Ecco quindi il commento del giornalista Roberto Basso, poco “musicale”
e molto concentrato sugli aspetti al contorno, quelli corretti per un giornale
generalista come era ed è La Stampa.
Sanremo
presa d'assalto per il concerto dei Dire Straits
SANREMO — Per il primo
concerto nazionale dei Dire Straits, sabato in quindicimila hanno «aggredito»
Sanremo. Tutti giovanissimi, dai 14 ai 25 anni. Sono arrivati in treno, in
auto, in moto, con l'autostop, a piedi, con in spalla variopinti sacchi a pelo.
Un'affluenza di pubblico mai vista in Riviera per uno show musicale. Neppure ai
tempi d'oro del Festival la città è stata così affollata da patiti della
canzone: è il miracolo del nuovo rock, che fa muovere da distanze anche di
200-300 km masse di fans.
Angelo Esposito,
proprietario di un eccentrico ristorante a due passi dal Casinò, ed
organizzatore dello show dei Dire Straits, era raggiante. Ha fatto soldi a
palate, ha incassato più di ogni rosea previsione. Il complesso inglese non ha
deluso. Per quasi due ore con la sua musica esclusiva, ha fatto impazzire il
pubblico. Dagli amplificatori ha «gettato» sui 15.000 spettatori rock a fiumi: “Comunique”,
“Making Movies”, “Dire Straits”, “Sultan of swing”, “Wild West end”, “Sacred
loving”, “Tunnel of love”, “Romeo and Juliet… solo per citare i titoli più
applauditi.
Il campo sportivo - dove
alla domenica gioca la Sanremese Calcio di fronte ad un pubblico che
difficilmente supera le quattromila unità - sembrava un miniconcentrato
dell'isola di Wight. Anche dopo il concerto. Sul prato, sugli spalti, per
strada, cumuli di lattine vuote, sacchetti di plastica, rifiuti di ogni genere.
I netturbini hanno dovuto fare parecchio extra per rimettere tutto a posto.
In soli tre anni i
Dire Straits sono diventati ricchi e famosi in tutto il mondo. Il loro primo album
infatti viene alla luce nel ‘78. Esplodono in America dopo aver inciso alle
Bahamas il loro secondo album, “Comunique”. Nel 79 a Los Angeles incontrano Bob
Dylan e insieme realizzano “Slow Train Coming”. Vincono due dischi d'oro, uno
in Olanda, un altro in Australia. Il disco di platino l'avevano già vinto due
anni fa in America.
Mercoledì saranno allo
stadio di Torino per il loro ultimo concerto. Anche a Torino la prevendita sta
andando fortissimo.
Quale il segreto di tanto successo? «Quello dei Dire
Straits - ha dichiarato a Sanremo Franco Mamone, impresario rock - è
l'unico vero megaconcerto di quest'anno. Logico che gli appassionati non
perdano l'occasione. Il pubblico si è fatto più esigente. Corre e paga il
biglietto solo se ne vale veramente la pena».
Per il concerto
sanremese la polizia aveva predisposto un servizio d'ordine nutritissimo. Sugli
spalti e nel campo parecchi spinelli, ma nessun disordine. In “tilt” invece il
traffico automobilistico. In 15.000 hanno praticamente intasato l'ingresso Est
di Sanremo. Sull'Aurelia, attorno allo stadio, erano parcheggiate file d'auto
lunghe oltre mezzo chilometro, arrivate un po' da dovunque: Milano, Genova,
Savona, Vercelli, Torino, Brescia, Nizza, Montecarlo. Grossi affari hanno fatto
anche bancarelle volanti e abusive che offrivano per cinquemila lire variopinte
magliette e una serie di sei bottoni metallici con sopra stampati i visi dei
cinque magnifici Dire.
Il27 giugno del 2002 moriva, a soli 57 anni,John Entwistle, bassista storico degliWho;il suo corpo viene ritrovato nella
stanza dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas: le cause del decesso riportano ad un attacco
cardiaco aggravato da uso di cocaina.
Raccolgo stralci di un articolo di Roberto Brunelli, del 2002,
dove viene ricordata la figura di John Entwistle.
Rimasero tutti di stucco, in quel 1965, quando dalle radio inglese
esplose per la prima volta My Generation, l'esordio fulminante targato The
Who: due accordi perentori implacabili, una batteria selvaggia, la voce che
balbetta (sì, balbetta) “voglio morire prima di diventare vecchio”, e un
riff di basso imponente, di quelli che segnano la linea di confine tra un
“prima” ed un “dopo” nella storia della musica. Un marchio di fuoco che ha
segnato la storia del rock in eterno, attraverso i roaring sixties, fino a
toccare la rivoluzione punk nel '77, e che ancora oggi continua a riecheggiare
tra i solchi degli emuli rockettari più giovani, che siano post grunge,
crossover, post-punk o neo-psichedelici che si voglia. Quell'incredibile, mai
sentita e irripetibile linea di basso elettrico era firmata da un
tranquillissimo ragazzo che si chiamava John Entwistle.
Non è diventato vecchio, John Entwistle. Era nato lo stesso giorno
di John Lennon, l'8 ottobre, ed è morto a 57 anni a Las Vegas, in una
stanza d'albergo, l'Hard Rock Café. Problemi di cuore, quasi certamente (lo
stabilirà un'autopsia).
Trentasette anni anni dopo quell'esordio fulmicotonico di quattro
imberbi ragazzetti sovente e provocatoriamente avvolti nell'Union Jack, la
bandiera britannica, doveva partire da Los Angeles l'ennesima tournée degli Who.Gli Who sono uno dei quattro o cinque gruppi-pilastri della storia
del rock, insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin. A 24 anni
dalla morte del batterista Keith Moon (overdose di farmaci), si è archiviato
nei meandri della memoria un altro capitolo della sezione “Olimpo del rock”,
insieme a Elvis, Hendrix, Morrison, Joplin, Lennon, Moon, Harrison e compagnia
divina. Lo chiamavano “The Ox”, il virtuoso Entwistle, il bue, oppure “The
quit one”: al centro della rock revolution degli anni sessanta, al centro del
caos, quando tutto era nuovo, sconcertante, inusitato, febbrilmente eccitante,
c'erano gli Who. E loro stessi erano una tempesta al cui centro stava, immobile
come una sfinge, John Entwistle. C'era Pete Townshend (il
chitarrista, il gran maestro delle cerimonie, la mente, che mulinava il braccio
sopra la sua Gibson), c'era Roger Daltrey (la voce, colui che roteava
il microfono come un lazo verso il cielo), c'era Keith Moon (quello
fulmicotonico e portentosissimo, quello che alla fine del concerto spaccava la
batteria in mille pezzettini). E c'era “The Ox”: una roccia, un monolite
nell'occhio del ciclone, impassibile, marmoreo. Solo le sue dita correvano,
velocissime, sulla tastiera del basso.Il rock, si sa, ama l'iperbole. Molte riviste specializzate si
sono sbizzarrite, nei decenni, a nominarlo, di volta in volta, “bassista del
secolo” o, financo, “del millennio”. Certo era un grandissimo: la sezione
ritmica Entwistle – Moon era davvero una delle più formidabili della storia
della musica, una chimica esplosiva, che – accoppiate al chitarrismo furente di
Townshend – hanno fatto gli Who un “live act” inimitabile, insuperabile,
sconvolgente e sciamanico. Ovvio che i britannicismi Who sono stati molto più di questo. La
mente febbrile di Townshend non poteva rimanere ferma al rock pelvico, impulsivo,
voluminoso, adolescente e bastardo degli inizi: prima mettendosi i panni
(probabilmente senza eccessiva convinzione) di eroi dei “mod” (giovani
scicchettosi della working class che si opponevano, nei primi anni sessanta, ai
rockers), poi cercando diallargare i confini del rock “oltre l'immaginazione”.
Nacque così Tommy (1969), la prima opera rock, nacque così quella grande (a
tratti eccessiva) partitura fantastica che era Quadrophenia (1973). Nonostante
il loro impatto violento degli esordi (mai completamente abbandonato), gli Who
hanno sempre incarnato l'ala intellettuale del rock, senza perderne di un
grammo l'energia vitalistica: l'ambizione musicale di Townshend e soci era
sfrenata, e quel monumento musicale e concettuale che è Tommy sta lì da 33 anni
a dimostrarlo. John “the quiet one” era uno strumento formidabile nelle mani
sapienti di Townshend. Di canzoni sue non se ne contano molte nel catalogo Who:
epperò sono tutti pezzi proverbiali, da Boris the spider a My Wife, a Whiskey
man. Pezzi venati di un sarcasmo oscuro, spiritosi, splendidamente arrangiati,
così com'erano sempre curiosi e atipici i suoi album solisti (Smash your head
against the wall, 1971, Wistle Rymes, 1972, Rock, 1996, John Entwistle, 1997).
Perché John era uno atipico nel mondo del rock: nato nel '44 a Cheswick,
sobborgo di Londra, aveva studiato pianoforte, tromba e corno francese,
esperienza che gli tornò utile quando si ritrovò ad arrangiare tutte la
partiture di fiati per gli Who. Aveva cominciato in un gruppo jazz, The Confederates,
dove invitò a suonare il suo compagno di scuola PeteTownshend. Poi, sempre
insieme a Pete, formò i Detours, nei quali venne assunto un giovane e rissoso
cantante, Roger Daltrey. Dopo poco, su consiglio del produttore Kit Lambert, si
decise di cambiare nome al gruppo in The Who. Come i Beatles e gli Stones, gli
Who erano soprattutto un incontro tra personalità straordinarie: ovviamente
meno appariscente degli altri tre, Entwistle rappresentava la spina dorsale del
gruppo. Ma tutto questo, ormai, è soloricordo.
David Clayton‑Thomasse n’è andato a 84 anni, in un
ospedale di Toronto, dove è morto pacificamente secondo quanto riferito dal suo
storico portavoce Eric Alper. La notizia ha attraversato il mondo della musica
con la stessa forza con cui la sua voce aveva attraversato gli anni d’oro del
jazz‑rock. Non è stata resa nota la causa della morte, ma il
cordoglio è stato immediato e unanime
Clayton‑Thomas era il cantante che aveva
trasformato i Blood, Sweat & Tears in una delle band più
riconoscibili tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.
Brani come Spinning Wheel, You’ve Made Me So Very
Happy e And When I Die sono diventati classici grazie alla sua voce
profonda e teatrale, capace di fondere blues, soul e jazz in un’unica identità
sonora.
Il loro album omonimo del 1968 rimase in vetta per settimane
e vinse il Grammy come Album dell’anno nel 1970, superando giganti come i
Beatles. Fu il momento in cui la band entrò nella storia e Clayton‑Thomas divenne il suo volto più riconoscibile.
Nato in Inghilterra nel 1941 e cresciuto a Toronto, Clayton‑Thomas aveva avuto un’adolescenza complicata.
Tra riformatori e brevi periodi in carcere, trovò una
chitarra abbandonata e iniziò a suonare per gli altri detenuti. Fu l’inizio di
tutto.
Una volta libero, si immerse nella scena musicale di Yonge
Street e poi a New York, dove Judy Collins lo segnalò ai Blood, Sweat &
Tears che cercavano un nuovo cantante. Da lì partì la sua ascesa definitiva.
Clayton‑Thomas non fu solo un interprete.
Scrisse la già citata Spinning Wheel, uno dei brani simbolo della band,
e contribuì a definire un modo nuovo di intendere il rock con gli ottoni in
primo piano.
Nel corso della sua carriera vendette oltre 40 milioni di
dischi e fu inserito nella Canadian Music Hall of Fame, oltre a ricevere un
Juno speciale per il suo contributo alla cultura canadese.
Era anche impegnato nel sociale, sostenendo Peacebuilders
Canada, un’organizzazione dedicata ai giovani a rischio.
Il cantante lascia due figlie, Ashleigh Clayton‑Thomas e Christine Graham, che hanno diffuso la notizia della
sua morte attraverso il suo entourage. È previsto un concerto commemorativo in
sua memoria, che celebrerà una carriera lunga più di sessant’anni e una voce
che ha segnato generazioni.