giovedì 29 settembre 2022

His Majesty The Baby-“Hope for madness”


Da molti anni provo a commentare i lavori di Francesco Paolo Paladino, un artista poliedrico a suo completo agio nel mondo dell’espressione inusuale, poco ortodossa, controcorrente, decisamente di nicchia.

Che sia musica, cinepresa, pittura o immagini, il suo mondo - e quello dei suoi compagni di viaggio del momento - ha caratteristiche ben precise che in ogni caso si basano su una certa imprevedibilità, e anche se è un mio pallino quello di ricercare ad ogni costo la concettualità e il legame con il pregresso, Francesco mi prende sempre in contropiede, stupendomi in ogni occasione.

Quello che all’impatto può sembrare uno sfoggio di sapienza/conoscenza, proposizione di un modello culturale di livello superiore, è in realtà il trovare sfogo ad una necessità basica, un bisogno di esprimere in tutti i modi possibili idee e pensieri in assoluta libertà, sperimentando, senza curarsi minimamente di compiacere un’ipotetica audience, perché il bello è creare, creare in compagnia, creare e condividere con chi accetta le regole del gioco, ovvero accettare che tali regole non esistano.

Il nuovo progetto prende il nome di His Majesty The Baby, e prevede Paladino alle tastiere e alla parte creativa musicale, mentre le liriche sono dell’amico di lungo corso Luca Ferrari. E poi un nugolo di collaboratori che vengono definiti entusiasticamente “pazzeschi”.

Porre qualche domanda ad entrambi mi ha facilitato le cose e aiuterà il lettore alla miglior comprensione possibile, a partire dal nome del gruppo - catturato dalla denominazione di un quadro del 1898, opera del pittore inglese Arthur Drummond - arrivando poi a tutti i dettagli, passando ovviamente per il significato del titolo dell’album, “Hope for madness”, che prende spunto dal primo pezzo del primo disco dei Soft Machine, del 1968.

Sono quattordici gli episodi che compongono l'album, con pillole strumentali contorniate da tracce in lingua inglese, con qualche divagazione.

I già citati Soft Machine sono il punto di partenza e allo stesso tempo una certezza, un’idea musicale che accompagnerà poi per tutta la vita, un percorso che si arricchirà nel tempo della pura follia e del genio di Frank Zappa, così come si avvertono i semi dell’inaccessibilità del primo Battiato, artista al quale viene dedicata la conclusiva “Final”.

Lo smell che mi deriva dall’ascolto e dal tentativo di visione olistica del progetto mi porta a pensare ad un rimescolare nel contenitore dei ricordi/esperienze, estraendo alla fine la gioia del vissuto e la consapevolezza che il passato sia stato pregno di cose da afferrare e fare proprie, mentre arriva oggi il tempo della restituzione aumentata dagli interessi (grandi), una situazione non calcolata a tavolino ma spontanea, coinvolgente, dal falso sapore elitario, perché disponibile per qualsiasi anima pensante e sensibile.

Qualche sensazione a seguito dell’ascolto, senza la pretesa di sviscerare i vari brani.

Si parte dalla magnifica “Summer Mind”, un brano dove l’elemento ritmico predomina e l’atmosfera “world” sintetizza la tradizione e la musica popolare, mentre un loop ipnotico interviene fornendo dimensioni festaiole dal profumo orientaleggiante.

To Yma” appare la logica continuazione, con una decisa propensione alla sperimentazione in totale libertà, con suoni percussivi e un approccio elettronico e rock che si trasforma in didascalia sonora di una lirica sintetica quanto efficacie.

Segue la breve “Western Santeria”, un recitato accompagnato da sottofondo magnetico, un frammento iconoclasta da cui è possibile estrarre bellezza estetica nel superamento di un testo breve ma intenso nel suo significato.

To Maria Luisa, whatever you are” è il primo strumentale, il pezzo più breve, dedicato ad una madre che non c‘è più, argomento trattato nell’intervista a seguire: emozionante!

Reality Show” propone un duetto surreale tra la voce di Serena Nono e le tastiere magiche di Paladino. Un minuto e mezzo molto suggestivo che sottolinea come lo scorrere del tempo sia spesso rappresentato attraverso parole vuote che si conformano a regole consolidate e formali.

The invisible power of decay” propone Maria Assunta Karini nel ruolo inusuale, almeno per me, di vocalist, e la sua voce si miscela magicamente ad una puntina da giradischi consumata, con in sottofondo un’atmosfera triste ma felice, antica e festosa, con gli idiomi che si intersecano e… alla fine del brano resta la sensazione di un sicuro dejà vu. 

Il settimo brano si intitola “Dust in my mouth”. “Nasciamo dalla polvere, non è uno scherzo… ed è il cuore che capisce, non la mente!

Il primo intervento di Fiorella Gentile regala un nuovo tocco e propone un parlato tra inglese e italiano che tocca nel profondo per il suo colore intenso. Ma a colpire è il mood che pervade gli oltre quattro minuti di suoni, mentre archi e percussioni disegnano lo scenario perfetto.

E arriva “Dadaraga”, un insieme di voci e sonorità in loop che disegnano scenari distopici, mentre le parole di Luca Ferrari puntano il dito sugli errori dell’umanità, con una sorta di esortazione a prenderne coscienza.

Durante l’ascolto mi è apparso davanti agli occhi Daevid Allen, e alla fine non mi pare un’eresia accostare alcuni passaggi al mondo dei Gong. Ma questo mi pare sia un fatto dichiarato dai protagonisti.

Disenchantment Blues” è uno dei momenti che più mi hanno colpito.

Una voce che diventa strumento e tanti strumenti che diventano voci con cui raccontare e riempire una tela che da bianca diventa improvvisamente carica di significati e dettagli decisivi.

Il dialogo continuo tra le tastiere elettroniche di Paladino e l’ortodossia acustica degli archi produce magia pura.

E arriviamo a “Oblivion on a drizzing afternoon”, la traccia più lunga (6:39) e la voce di Alison O’Donnel porta serenità e regolarità, sino all’incontro con onde sonore imperfette, che si ricompongono nella rappresentazione dell’oblio di un pomeriggio piovviginoso.  Geniale!

La traccia n. 11 prende il nome di “The after”.

Il dopo è per sempre, senza limiti, ovunque, nessun peso, nessun concetto, sofferenze e rimpianti, emozioni raccolte come coordinate nel diagramma del tempo e dello spazio.

Tra world music e la ripetitività del primo Mike Oldfield, il pezzo si snoda su di un binario vocale e percussivo inusuale che riporta a immagini ancestrali. Wow!

Con “Wooley” arriva il secondo strumentale: trame di un tempo andato, mentre un oboe disegna melodia e sollecita cuore e memoria. E intanto il treno prosegue nel suo costante incedere.

L’ultimo, lungo, episodio senza liriche è “Viridiana”: magie pianistiche fuoriescono dal genio di Francesco Paladino, che si mette in proprio, in versione autarchica, allestendo un palcoscenico che rappresenta la rottura e il rinnovamento rispetto alle logiche artistiche tradizionali.

La chiusura è affidata all’omaggio a Franco Battiato, intitolata “Final”.

Cinquantacinque secondi che propongono nuovamente la voce magnetica di Fiorella Gentile che, in duplice lingua - italiano e inglese -, omaggia Battiato con la complicità di Paladino.

Sinteticamente. Un lavoro unico, capace di rompere gli schemi - ma questa non è una novità quando la mente portante del progetto - o una delle menti - corrisponde al nome di Francesco Paolo Paladino. Pazzia… controllata, libertà espressiva, contenuti lirici, sperimentazione, avanguardia, rotture di rigidi schemi dalle solide basi… tutto questo è contenuto in “Hope for the madness”. Ma c’è tanta bellezza estetica e una serie di sentimenti ed emozioni conseguenti che risultano difficili da spiegare a parole, perché la musica - e i benefici che da essa possono derivare - non è spiegabile nei rivoli e negli anfratti, la si cattura, la si trattiene, la si assorbe e la si fa propria, sapendo che andando a ritoccare certi tasti le stesse emozioni iniziali ritorneranno, dando un vero significato al concetto di tempo in divenire, di unità di misura dello scorrere degli eventi.

Mi rendo conto che commentare un lavoro come questo può avere il solo scopo di aiutare nella pubblicizzazione, giacché tale musica non può essere giudicata se non descrivendo le emozioni che è in grado di suscitare, diventando alla fine un fatto estremamente personale, di cui non è corretto discutere.

Un plauso a chi si è occupato dell’artwork - Maria Assunta Karini e Stefano Canepari - e a tutta la magnifica “orchestra”, fatta di amici artisti, capaci di inserirsi e parlare la stessa lingua dei creatori, fatto non certo scontato.

Voto massimo a His Majesty The Baby e al loro album “Hope for the madness”.

 


E ora approfondiamo con i due autori… partendo da Luca:

 

Puoi spiegarmi il titolo dell’album e il messaggio che vuoi/volete veicolare? Insomma, qualche dettaglio per entrare meglio nel progetto…

Il titolo dell’album prende spunto e si riferisce al leggendario (almeno per noi) brano dei Soft Machine “Hope for Happiness”, primo pezzo del primo disco della band di Canterbury uscito nel 1968. La prima volta che lo ascoltai, ormai molti anni fa, rimasi assolutamente folgorato dall’assoluta libertà espressiva della band - una caotica, selvaggia, irrefrenabile invocazione della felicità… la stessa di cui sentivamo, io e Francesco, un bisogno incoercibile nei mesi bui del 2020, segnati da tante privazioni… felicità che per noi è sinonimo di follia, libertà di espressione fuori da ogni regola e controllo, da ogni dittatura del marketing culturale… Una “speranza di follia” per un mondo che vorremmo popolato da più menti aperte, da uomini “a più dimensioni”, per contrastare il pensiero unico dominante.

Trattasi di lavoro concettuale?

In un certo senso sì, anche se non è nato con l’idea che dovesse esserlo. Si è definito progressivamente, partendo proprio dal pezzo che apre il lavoro, “Summer Mind”. Francesco aveva preparato il suo “magico tappeto volante” di suoni e serviva un testo che esprimesse il bisogno che sentivamo in quei giorni di tornare a vivere con una mente ‘leggera’. Da lì, si sono definiti via via gli altri pezzi, partendo invariabilmente dalle strutture sonore di Francesco: l’idea di fondo è stata quella di scrivere parole in prosa o in versi sciolti che interpretassero questo sentimento di libertà e follia, senza preclusione a tematiche in genere poco frequentate dalla ‘popular music’… Non si è trattato di  un progetto pensato a tavolino, dunque, ma del risultato di un processo alchemico di compenetrazione di musiche, parole e voci… Un lavoro corale, collettivo, come credo dovrebbe essere la cultura oggi.

Come nasce la collaborazione tra te e Francesco?

Considera che io e Francesco ci conosciamo da più di trent’anni, abbiamo condiviso interessi e passioni nel tempo, tra musica, letteratura e cinema (oltre al calcio e alla buona cucina). Ha iniziato lui qualche anno fa a chiedermi di collaborare alle sue produzioni ed è nato un forte sodalizio artistico che fondamentalmente considero prima di tutto espressione della nostra amicizia, il piacere di ideare e realizzare cose insieme a prescindere dalla loro destinazione. Dopo tanti anni di scrittura musicale (da freelance lavoro nell’editoria dal 1985 dopo alcuni anni di fanzinato), è solo grazie a lui se ho avuto modo di cimentarmi nella scrittura di testi poetici e in prosa da musicare. Il fatto che nel disco siano cantati e recitati da voci così belle e importanti non può che riempirmi di orgoglio, consapevole che tutto nasce dalla mente-geyser di Francesco, un irrefrenabile talento che meriterebbe maggiore considerazione, almeno nel panorama, certamente paludoso, italiano.

L’artwork si presta come sempre accade a interpretazioni personali: cosa vi ha spinto a utilizzare quella sequenza di immagini e qual è la decodificazione ufficiale, quella che nel vostro pensiero unisce liriche, musica e aspetti visivi?

Il nome del gruppo è preso dal titolo di un oscuro quadro del 1898, opera del pittore inglese Arthur Drummond, e la sequenza fotografica del booklet vorrebbe interpretare, attualizzandola, la scena del dipinto: “sua maestà il bambino” cammina per la strada seguito dalla bambinaia mentre un vigile costringe la folla a spostarsi per farlo passare. Sigmund Freud citò il quadro nel suo famoso saggio “Introduzione al narcisismo” del 1914, come metafora delle pulsioni genitoriali nei confronti dei figli che diventano una proiezione narcisistica di loro stessi. È evidente, almeno a noi, che si tratta di un nome autoironico, perché come duo ci sentiamo dei bambini-adulti narcisisticamente impegnati a chiedere attenzione al mondo per il nostro primo ‘figlio’: ma, a parte te, qualcun altro ascolterà questo disco?

In un mondo che necessita di etichette per la facile comprensione, come definiresti la musica che dà vita a “His Majesty the Baby…”?

“Non credo sia facile definirla, dovresti chiedere a Francesco che l’ha creata. In questo momento mi verrebbe un “musica free-form psichedelico-dadaista”… mah… Chiedimelo domani e ti darò una definizione diversa...”.

E ora te Francesco:

Come si aggancia il disco ai tuoi lavori precedenti?

In questo lavoro suono le tastiere virtuali, tutte, dall’inizio alla fine. Negli altri lavori non succedeva con questa intensità e mi occupavo maggiormente delle pozioni, essenze, intrugli che ottenevo attraverso il mixaggio, sovrapponendo musiche altrui, testi e storie. Qui cambia completamente la prospettiva. E ho capito quella “gioia e rivoluzione” che insegnavano gli Area nel lontano 1975. “Hope For Madness” è un album di gioia, di idee stratificate, di fili della memoria che cancellano il tempo facendoci improvvisamente immergere nelle sperimentazioni di Zappa, negli aneliti di Glass, nelle nenie spiraliformi dei Gong e nelle raffinate fantasie dei Soft Machine e del primo Battiato. È come se un altro Francesco Paladino fosse emerso e ora iniziasse ad ambientarsi insieme a quello da tempo persistente (esistente) rubandogli la marmellata della colazione… come guardarsi allo specchio (cosa che faccio raramente) e scoprire espressioni di me sconosciute ma che mi affascinano. Ovvio che tutto avviene insieme a Luca Chino Ferrari che scrivendo di “Third Ear Band, Syd Barrett e Ctp Beefheart” inocula in noi i germi migliori per un esperimento musicale!

Mi racconti come chi ti accompagna in questo progetto e come è avvenuta la scelta dei collaboratori?

Oltre a Luca con il quale ormai condividiamo gioia e dolori, ho invitato in Gowan Ring, Martyn Bates, Alan Davidson, Edward Ka-Spel, Alison O’Donnell e tutti i musicisti italiani Tiziano Popoli, Trio Cavalazzi, Giannotti, Sambo, Scala etc. compresi non-musicisti come Serena Nono, Maria Assunta Karini, Shiaron Carolina Moncaleano, Fiorella Gentile, seguendo una duplice logica: disporre di ospiti di lingua madre inglese o che la conoscessero così bene da evitare spiacevoli paragoni e (seconda modalità) che potessero comprendere profondamente lo spirito di questo progetto. Ritrovare con allegria le radici, dimostrare la gioia di immergersi in colori dimenticati per realizzare qualcosa di nuovo. Se Vittore Baroni ha scritto di noi: “…in definitiva una somma d'ingredienti rari e pregiati, ad ottenere un impasto a dir poco peculiare” …  beh… se un critico così importante e che prende in considerazione migliaia e migliaia di proposte ci descrive come “un impasto a dir poco peculiare” mi sento davvero soddisfatto. Insomma, siamo strani anche per lui! Abbiamo raggiunto lo scopo che ci prefiggevamo.

L’ultimo episodio del disco è una dedica a Battiato: cosa ti lega alla sua musica?

C’è un sottilissimo filo rosso che devo ancora decriptare e che, inconsciamente, mi lega a Battiato, musicista - diciamolo senza preamboli - assolutamente geniale e irraggiungibile: nel 2016 prima mi viene proposto di girare un documentario su Juri Camisasca, amico intimo di Franco, poi compongo il “De Musica” con l’aiuto di Juri e Gaetano Galli, il magnifico oboe che suona in “Da Oriente ad Occidente” su “Le Corde di Aries”; infine la magnifica voce e l’entusiasmo di Fiorella Gentile, giornalista storica della RAI (da Popof a Renzo Arbore) che in questo lavoro ha accettato di cantare/recitare in ben due pezzi come faceva in “M.lle Le Gladiateur”. Amo la musica del primo Battiato e apprezzo le sue magnifiche opere e colonne sonore; condivido con grande rispetto la sua evoluzione attraverso la sua critica di genere che lo ha accompagnato fino agli ultimi dischi. È forse il più grande musicista italiano dal 1960 in poi. Quel che mi lega a lui è lo stupore entusiasta di sperimentare, la risata ironica taumaturgica, la disponibilità. Ripeto, io qui e lui là nell’empireo.

Mi puoi spiegare la dedica a Maria Luisa, traccia numero 4?

Volentieri. Maria Luisa è mia mamma, anzi era, è deceduta il 30 luglio dell’anno scorso. Ero molto legato a lei, anche se in modo molto diverso dal solito. Negli ultimi tempi aveva ascoltato HOPE e incredibilmente le era piaciuto un sacco. Ho voluto dedicare a lei un istante di questo lavoro, un flash, perché mia mamma non era quella che accettava salamelecchi. Un flash alla sua memoria. Un piccolo brano di piano lasciato lì a fluttuare nell’universo.

L’ultima domanda posta a Luca fa riferimento ad una definizione della musica proposta, ma a te chiedo di spiegarmi l’evoluzione rispetto al passato…

Dalla musica sperimentale allo sperimentare la musica. Non saprei dirti di meglio. Ho ripensato alle estati della musica, alle “summer mind” che affollavano i nostri cantieri creativi; ho ripensato alle gioie sbruffone di Zappa, alle punture di genio di Robert Wyatt e soci nel loro primo disco, all’immensità dell’album bianco dei Beatles. Immodestia? Non ho mai considerato la modestia come un difetto né un pregio: o le cose si fanno o non si fanno. Io e Luca ci siamo trovati perfettamente allineati a sfidare il mondo non certo con un carrarmato ma con una risata a forma di arcobaleno.

Probabilmente te l’ho già chiesto in occasione del rilascio dei progetti precedenti ma… ci sono possibilità di vedere “His Majesty The Baby” in proposizione live?

Sarebbe troppo bello! Ma impossibile. Invece, ti segnalo, ho iniziato a fare live io e Alessandro Fogar, esattamente il 3 luglio scorso a Topolò, con un piccolo spettacolo dedicato alla trasformazione delle lucciole in stelle. È stato molto bello e se ci chiamassero ancora su qualche palco, arriviamo.



 

mercoledì 28 settembre 2022

Delaney e Bonnie


Eric Clapton, Bonnie Bramlett, Delaney Bramlett e George Harrison

Leggendo l'autobiografia di Eric Clapton emerge l'enorme importanza che Delaney e Bonnie hanno avuto nella vita del chitarrista, tanto che Eric attribuisce a loro "la colpa" del fallimento del supergruppo dei Blind Faith.

Ecco alcuni passaggi del libro, che fanno emergere il senso di frustrazione di Clapton, che confronta la qualità della musica di Delaney e Bonnie con la "perfetta freddezza" del suo gruppo, fatto da singoli non amalgamati:

"Per me, andare sul palco dopo Delaney a Bonnie era molto duro, perchè pensavo che fossero parecchio più bravi di noi."; "... il loro approccio musicale era contagioso. Tiravano fuori le chitarre sul bus e suonavano per tutto il viaggio, mentre noi tendevamo a isolarci di più... cominciai a viaggiare e suonare con loro, e io ne ero irresistibilmente attratto, anche se sapevo che questo avrebbe distrutto la band nella quale avevamo riposto tanta ‘fiducia cieca’.... se Delanie e Bonnie non avessero mai suonato ai nostri concerti forse i Blind Faith sarebbero sopravvissuti, ma la tentazione rappresentata da Delanye era irresitibile...".


Le note trovate su wikipedia, inserite da chissà quale "critico" musicale, fornisco un'immagine diversa:

Delaney e Bonnie, marito e moglie, godono di una fama ben superiore al loro reale valore. Le loro canzoni, classificabili all'interno del genere "Southern Rock" anni '70, risultano in realtà una combinazione di gospel, country, funk e soul. Sono più che altro celebri per le prestigiose collaborazioni che rendono i loro dischi piccoli gioielli di un R'n'B ben costruito: fra le tante, vanno senz'altro ricordate quelle di Eric Clapton, Leon Russell, Dave Mason, George Harrison e Duane Allman. La voce di Bonnie ricorda molto quella di Janis Joplin e lo stesso Delaney può vantare precedenti collaborazioni di rilievo, fra cui si segnala quella col celebre bluesman dell'Oklahoma J.J. Cale. Ingaggiati come gruppo spalla dei Blind Faith di Eric Clapton e Steve Winwood per l'infruttuosa tournée americana del 1969, si trasferiscono in Inghilterra per la realizzazione di "On Tour", il loro album più famoso.

Qualunque sia la verità le parole di Clapton, scritte a distanza di anni regalano un'immagine precisa, che lascia poco spazio all'immaginazione.





giovedì 22 settembre 2022

Manfred Mann


Manfred Mann è stato un gruppo musicale rock britannico attivo negli anni Sessanta nell'ambito del fenomeno musicale della British invasion.

È conosciuto soprattutto per alcune cover di particolare interesse, come quelle dei brani di Bob Dylan Just Like a Woman, del 1966, incluso nell'album Blonde on Blonde, e Quinn the Eskimo (Mighty Quinn), composto nell'anno successivo e inserito in The Basement Tapes, che nella loro versione raggiunse i primi posti nelle hit parade (segnatamente raggiunse il primo posto nelle Official Singles Chart il 14 febbraio 1968 rimanendovi per due settimane).


Presero il nome dal loro fondatore, il tastierista di origine sudafricana Manfred Mann.

Band in origine conosciuta con il nome di Mann-Hugg Blues Brothers, incise per diverse etichette discografiche: HMV, EMI Records, Capitol Records, Fontana Records, Ascot e Mercury Records, negli Stati Uniti.

Ospiti nel 1964 e nel 1965 del Festival di Reading e Leeds, sono fra gli artisti che hanno partecipato allo spettacolo televisivo Top of the Pops.

Dal gruppo originale sono derivate negli anni Settanta altre band conosciute con nomi diversi: Manfred Mann Chapter Three, Manfred Mann's Earth Band, The Blues Band, The Manfreds.

Hanno collaborato, fra gli altri, con la cantante Carole King, con il chitarrista e compositore Trevor Rabin, con il batterista Gavin Harrison e con gli Uriah Heep (il solo Manfred Mann, nel 1971, per l'album Look at Yourself).


Questi i musicisti che si sono alternati nella formazione dei Manfred Mann:

Manfred Mann - tastiere (1962-1969)
Mike Hugg - batteria, vibrafono, tastiere (1962-1969)
Dave Richmond - basso elettrico (1962-1964)
Mike Vickers - chitarra elettrica, sax alto, flauto - (1962-1965)
Paul Jones - canto, armonica a bocca (1962-1966)
Tom McGuinness - chitarra, basso (1964-1969)
Jack Bruce - basso (1965-1966)
Klaus Voorman - basso (1966-1969)
Mike d'Abo - canto, tastiere (1966-1969)
Glyn Thomas - batteria (nei Mann Hugg Blues Brothers 1960 - 1962)
Tony Smith - basso (nei Mann Hugg Blues Brothers 1960 - 1962)


martedì 20 settembre 2022

The Lords


Grazie a Beat-Club sono risalito ai The Lords, una band rock tedesca, formatasi a Berlino nel 1959.

È stato uno dei gruppi beat più longevi della Germania, attivo nell'ultimo mezzo secolo.

Sono molto conosciuti per la loro attività durante gli anni Sessanta e i primi anni Settanta e sono noti per il loro approccio a volte umoristico e irriverente.



Tra il 1965 e il 1969, i The Lords hanno avuto ben dodici brani nelle classifiche tedesche, principalmente prodotti da Heinz Gietz.

Il loro più grande successo fu il classico, "Gloryland", del settembre 1967, che raggiunse il numero 5.

Il loro ultimo successo fu "Three-Five-Zero-Zero" nell'agosto del 1969.

Nel 1989 i The Lords potevano contare sulla pubblicazione di oltre trenta singoli, e raggiunsero sette milioni di copie vendute, un vero record per una rock band tedesca nel proprio paese.



Discografia

 

In Black and White – In Beat and Sweet (1965)

Shakin' All Over (1966)

Some Folks by the Lords (1967)

Good Side of June (1968)

Deutschlands Beatband Nr. 1 Die Volksplatte (1968)

Ulleogamaxbe (1969)

Shakin' All Over '70 (1970)

Inside Out (1971)

1964–1971 (1971)

Birthday Album – 15 years (1974)

20 Jahre Lords (1979)

The Lords '88 (1988)

Stormy (1989)

The Very Best (1992)

The Original Singles – Collection/The A & B-Sides (1999)

Live 1999 (1999)

Spitfire Lace (2002)

Lords 50 (2009)

Reloaded (2014)

Now More Than Ever! (2015)


lunedì 19 settembre 2022

Canzoni senza tempo: “Trilogy”, tratto dall'album omonimo di ELP

Capolavori senza tempo: “Trilogy” (il brano)


Questo articolo rientra in un’ipotetica rubrica che potrebbe avere come titolo… “Guida all’ascolto“, o “Alla scoperta di...”, momenti capaci di indirizzare gusti e acquisti dei giovani di un epoca lontana, cercando di sfatare qualche luogo comune ribadendo che esiste musica che tocca nel profondo del cuore, qualunque sia la provenienza.
Vivo il presente musicale, e la grande quantità di nuove musiche che superano l’uscio di casa, anche contro la mia volontà, fa sì che io resti abbastanza aggiornato, nondimeno sono convinto che esistano perle musicali che, ancor oggi, risultano insuperabili, qualunque sia il loro DNA.
Sono stato testimone, casualmente, della nascita e della crescita di quella che col tempo avrebbe assunto il nome di Musica Progressiva. Troppo complicato spiegare in poche righe quali siano le linee guida di questo genere, in grande evidenza solo per pochi e remoti anni, ma tutt’oggi molto amato, seppur da una nicchia di persone, non necessariamente costituita da nostalgici.
Di certo si può affermare come il prog, sin dagli inizi, abbia utilizzato un repertorio classico, grazie anche alla presenza di musicisti super virtuosi. The Nice, e il prolungamento ELP (
Emerson, Lake & Palmer) furono maestri assoluti e archetipi del genere.
Ed è proprio su 
ELP che mi vorrei soffermare oggi, nella speranza che qualche lettore di passaggio, non dentro all’argomento, possa trovare affascinante un branoTrilogy, tratto dal loro album omonimo, del 1972, traccia che normalmente innesca una reazione che conduce al ricordo e al senso di tristezza, per la cupezza di atmosfera e l’utilizzo particolare della voce (quella di Lake è una delle più belle che io conosca).



Brano molto lungo – quasi 9 minuti – come è tipico del prog, con una seconda parte a tratti strumentale che sfocia nel rock jazz e che potrebbe provocare, quella sì, una crisi di rigetto nei neofiti, ma sarebbe buona cosa appropriarsi almeno dei primi 3 minuti, cercando di cogliere l’attimo in cui parte l’attacco vocale… momento magico!
Ho tradotto la lirica, con interpretazione personale, e la storia che ne deriva è molto comune, ma rispecchia perfettamente il mood del brano.
“Ho provato a mettere a posto le cose, l’amore che è finito molto tempo fa, e anche se abbiamo continuato a fingere il nostro amore sta volgendo al termine. Non sprecare il tempo che hai, devi poter amare ancora. Abbiamo cercato di nasconderlo, ma io e te sapevamo bene cosa stava accadendo. Il pensiero di mentirti mi fa piangere, e penso al tempo che abbiamo passato assieme. Ho inviato questa lettera nella speranza che possa raggiungere la tua mano, e se accadrà spero che capirai che devo lasciarti in un istante, e se io sorrido sai che il sorriso è lì solo per nascondere quello che mi sento davvero nel profondo, e vedo in te solo un volto in cui posso appendere il mio orgoglio. Arrivederci… Parleremo dei luoghi in cui siamo stati, e del il tempo passato insieme, senza un soldo ma liberi. Ora vedrai il giorno in un altro modo, e ti sveglierai con il sole che  scende in basso e illumina il luogo in cui giaci. Ti innamorerai ancora, anche se non so quando, ma se accadrà lo saprò, e alla fine vedrò la tua felicità”.
E dopo le parole spazio alla musica…





venerdì 9 settembre 2022

Patti Smith Group Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979


Patti Smith Group
Stadio Comunale, Bologna, Firenze, 9-10 settembre 1979

“Ne ho abbastanza. E’ finita”. Sono le parole che Patti Smith, la sera del 10 settembre 1979, pronuncia tornando in albergo dopo il concerto tenuto allo stadio di Firenze.



Firenze fu il nostro ultimo lavoro. Arrivammo e io battei le strade, alla ricerca degli schiavi di Michelangelo. C’erano migliaia di ragazzi accampati nelle strette vie del centro. Che cazzo stava succedendo? Passai davanti a un‘edicola e vidi la mia faccia sulla copertina di ogni rivista. Seguita da orde di ragazze urlanti in camicia e cravatta, cercai di raggiungere per vie secondarie l’hotel Minerva. Mi rintanai là per ore, ingurgitando un espresso dopo l’altro. Il nostro ultimo lavoro. In uno stadio di calcio. Chilometri da Michelangelo.”


Patti Smith ricorda bene quello show italiano di fine estate ’79. Lo ricorda per la spropositata folla, 70000 persone (e 50000 il giorno prima al Comunale di Bologna), quando il pubblico medio dei suoi show era di 5-10000 spettatori; lo ricorda per le roventi polemiche e le passioni contrapposte; ma soprattutto lo ricorda perché fu l’ultimo per molti anni, un ultimo walzer eccitato e tormentato, un addio alle scene ritrattato solo nel 1988. Patty Smith era un nome popolare in Italia fin dai giorni di “Horses”, ma le decine di migliaia di giovani convenuti a Bologna e Firenze non era li solo per onorare una donna di musica. Erano li piuttosto per testimoniare, con velleità e passione, la loro fede in un rock taumaturgico, capace di interferire con la storia, la politica, i tempi nuovi. Avevano impresso in mente la Patty Smith rivoluzionaria punk, la guerriera con l’aureola di “vive l’anarchie”, e sbandarono nello scoprire che quel personaggio che si erano dipinti non erra vero, forse non era mai esistito. La Patti Smith che trovarono in carne e ossa parlava si di cambiamenti, ma soprattutto spirituali, e se citava ancora l’adorato Rembaud, e Rilke, e Jean Genet, un posto lo riservava anche a Papa Luciani, l’effimero Papa del sorriso, che aveva voluto nel suo ultimo disco(Wave) in foto e parole: “La musica è riconciliazione con Dio”.

Il giorno prima del concerto di Bologna Patty Smith lo trascorse a Venezia, ospite di Enzo Ungari e della Mostra Internazionale del Cinema. Visitò la città in motoscafo, come una turista, e la sera al Lido fece un’apparizione a sorpresa(in effetti non così segreta) dopo la proiezione in anteprima del film "American Graffiti 2”. Fu un happening abbastanza velleitario di un’ora circa, in duo, lei con il clarinetto e Richard Sohl al pianoforte.

(Myke Paytress, “Io c’ero”)




mercoledì 7 settembre 2022

UNDER 20: programmi Tv per i giovani degli anni '70

AREA

La fame di musica dei giovani degli anni ’70 è la stessa che ha caratterizzato i periodi successivi, con una differenza fondamentale a vantaggio delle nuove leve: la possibilità di comunicare e di informarsi in modo capillare.

I primi seventies portarono musica nuova dall’estero - britannica e americana - e la contaminazione provocò una rivoluzione musicale nel nostro paese che partì da chi era più vicino al “mestiere” - musicisti e operatori del settore - e che avvolse i fan che avevano già abbandonato il mangiadischi dei genitori - quello con Villa, Ranieri e Morandi - a favore del beat, e che stavano per essere contagiati dalla musica progressiva e, subito dopo, dal fenomeno del cantautorato.

I soli canali informativi, ai tempi in cui stava nascendo ARPANET (la rete di dialogo tra computer pensata per scopi militari statunitensi durante la guerra fredda), sintetizzando, si potevano individuare nella radio - “Per Voi Giovani” -, nella stampa cartacea - “Ciao 2001” - e nella televisione, di cui mi appresto a fare accenno.
Esistevano poi i fortunati, quelli che avevano fratelli maggiori e viaggianti che potevano riportare in patria le novità del momento: una nicchia fortunata!

La televisione dicevo: l’unica trasmissione di cui ho memoria, a dire il vero pochissima, è “UNDER 20”.
Andò in onda nel momento in cui il giovane ascoltatore e fruitore di concerti aveva imparato a conoscere il meglio del prog inglese, e le band italiane dedite al rock avevano trovato il coraggio per imboccare una nuova strada, simile a quella dei cugini d’Oltremanica.

Ho immagini sfuocate, ma mi è rimasta addosso l’emozione, l’attesa spasmodica delle ore 19 - mi pare -, momento designato per vedere i miei miti, per almeno un’ora - anche qui… mi pare.
Solo playback, sfacciato in alcuni casi, ma era importante vedere ascoltare la musica proposta dai “capelloni” - era questa la definizione preferita dai genitori!

Ho trovato un commento in rete di un mio probabile coetaneo, che modifica la mia sensazione relativa all’orario!

“Bel programma musicale che andò in onda nel 1973-74, il sabato alle 18.30 su Raidue per la regia di Enzo Trapani, curata da Paolo Giaccio e con la voce fuori campo di Raffaele Cascone. Fu un programma innovativo che portò in Tv i nuovi cantautori e gruppi italiani oltre che filmati di musica straniera, però dovette sottostare a dei compromessi, invitando anche personaggi della vecchia scuola e per questo su Ciao 2001 ci fu una sorta di processo al programma a cui Paolo Giaccio replicò.

Purtroppo, Paolo Giaccio non può più ricordare con noi, potrebbe farlo però Raffaele Cascone, e chissà che questo articolo non possa arrivare dalle sue parti e spingerlo a inviarci qualche memoria interessante!

Intano godiamoci un’ampia sintesi di quel programma che permette di scoprire alcuni dei protagonisti dell’epoca…





martedì 6 settembre 2022

The Doors/Jefferson Airplane: The Roundhouse, Londra, 6-7 settembre 1968


The Doors/Jefferson Airplane
The Roundhouse, Londra, 6-7 settembre 1968

Un deposito ferroviario in disuso poteva sembrare uno spazio insolito per ospitare la prima esibizione sul suolo britannico dei due principali gruppi della scena Americana alternative (e non solo). E’ vero però che nel 1968 l’ampio edificio circolare della Roundhouse aveva sostituito l’UFO quale principale luogo di ritrovo degli Hippie londinesi. Date le notevoli dimensioni dell’ambiente, oltre 10.000 appassionati poterono accorrere alle attese esibizioni dei due gruppi, ma molti di più furono coloro che rimasero fuori dai cancelli senza biglietto. All’appuntamento si presentarono anche le telecamere di Granada TV, ansiose di immortalare l’inedito incontro con il rock acido della West Coast, soprattutto, di vedere all’opera il cantante dei Doors, Jim Morrison.

La rivista Rave aveva definito Morrison una superstar (all’epoca il termine non era ancora inflazionato) sulla spinta dei resoconti giornalistici d’oltreoceano che lo definivano poeta e uomo di spettacolo originale e travolgente, autentico sciamano pop che fondeva la sessualità con una debordante teatralità. Morrison, che si autodefiniva “un politico erotico”, appariva un miracoloso ibrido fra Elvis Presley e una divinità greca e le esibizioni del gruppo, come spiegò il chitarrista Robbie Krieger, somigliavano a “esperienze religiose”.
Nel buio, seduti a gambe incrociate in mezzo al pubblico, c’erano Paul McCartney, Arthur Brown e i Traffic. Di fronte a loro un Jim Morrison vestito di cuoio crollò a terra dopo un balzo, emise urla da far gelare il sangue e poi rincuorò la platea con la lettura sussurrata di un sonetto. Ogni parola, ogni movimento sembravano carichi di significati.

Jim Morrison vive nell’esagerazione”, scrisse entusiasta Mike Grant su Rave. “Il passo incerto e quasi strascicato, la strana indolenza, l’espressione imbronciata, gli occhi semichiusi rivolti verso l’alto, la recitazione ampollosa ma nitida”.

Anche la folla ebbe un ruolo importante. “Uno dei migliori pubblici che ci siano mai capitati”, disse Morrison a Grant dopo gli spettacoli. “Sembravano tutti così sereni… questo ci ha aiutato ad esprimerci al meglio”.

Tratto da “Io c’ero”, di Mark Paytress





domenica 4 settembre 2022

Andrea Pavoni-“Canzoni in Verticale”


Andrea Pavoni-“Canzoni in Verticale”

(Filibusta Records)

 

Facendo uso di ermetismo estremo, ovvero dando un giudizio di un album musicale utilizzando una sola parola, voglio oggi ricorrere alla lingua inglese che viene in mio soccorso con l’esclamazione positiva “amazing”, un termine che riporta allo stupore al cospetto di una bellezza assoluta, estetica e di contenuti.

L’album in questione si intitola Canzoni in Verticale”, disco di esordio di Andrea Pavoni.

Un paio di considerazioni conseguenti.

La prima riporta al termine “esordio”, che potrebbe far pensare ad un musicista in erba, magari talentuoso, ma dal curriculum working in progress.

Tanto per fugare ogni dubbio, consiglio di cliccare sul link a seguire per avere un’idea del percorso di Pavone, con cui entrai in contatto circa otto anni fa, quando era parte dei Greenwall, che all’epoca erano al quattordicesimo anno di vita e proponevano un mix creativo a base di rock progressive.


BIOGRAFIA ANDREA PAVONI


La seconda riflessione che nasce spontanea mi porterebbe ad allargare il perimetro di pensiero sino alla divagazione personale estrema, ma provo a gettare pillole e frammenti che si trasformano nel paradigma della mia attuale idea del periodo musicale che stiamo vivendo.

Non vedo musica di qualità che mi gira intorno in modo naturale, e se la vado a cercare negli anfratti del panorama attuale, nei luoghi più reconditi, il risultato non cambia. Nondimeno riconosco che la mia musica di riferimento, quella con cui sono cresciuto negli anni ’70 e che ancora mi emoziona, non sia di possibile comprensione immediata per i giovani d’oggi, e la fruizione non può quindi essere rivolta che ad una nicchia di appassionati.

Per mettere tutti d’accordo servirebbe una musica universale, trasversale, capace di toccare l’anima di chi l’ascolta, a patto che non esistano pregiudizi e la presenza di onestà intellettuale accompagnata da sensibilità e virtuosismo personale.

Ecco, “Canzoni in Verticale” rappresenta in questo senso la perfezione, contenitore entro il quale troviamo profondità di liriche, musiche prive di un riferimento certo capace di etichettarle, arrangiamenti vincenti, melodie caratterizzanti, miscela di differenti sonorità che fuggono dalla definizione di genere, una sorta di cantautorato di pregio che sposa ogni tipo di musica colta e popolare, ma mai snob.

Andrea Pavoni è autore in toto di musica e testi, tranne in un caso (“Sabato Sera”, coautore del testo Sergio Migliorati) mentre appare determinante la collaborazione - e coproduzione - con Phil Mer, batterista e compagno di viaggio da molto tempo.

Sono diciassette le tracce proposte, suddivise idealmente in un “Volume I” e “Volume II”, ed è bello immaginare la ripartizione sulle due facciate di un vinile.

Per ogni traccia cantata esiste una differente proposizione vocale (eccezion fatta per il brano “Stella Stellina” cantato dall’autore), con l’obiettivo di abbinare le particolarità timbriche al tema della canzone proposta.

Canzoni in Verticale” appare anche la chiusura di un cerchio e il probabile inizio di un nuovo corso.

Dice l’autore: “Il disco nasce da un percorso molto lungo, dalla rielaborazione di alcuni brani e temi composti negli anni, ai quali ho dato vita portandoli dal passato al presente, rielaborandoli, aggiornandoli, in parte ricreandoli.

In questo percorso ho avuto l'onore e la fortuna di essere insieme a grandissimi personaggi del panorama musicale italiano, primo fra tutti Phil Mer, che mi ha accompagnato in questo percorso sia come musicista, ma anche e soprattutto nella Produzione Artistica, e poi tantissimi altri musicisti eccezionali, che mi hanno aiutato a vestire al meglio le mie idee”.

Le origini del titolo? Pavoni ci viene ancora in aiuto: “Rappresenta al meglio l’estetica di un lavoro curato nei minimi dettagli, l’uno sull’altro”.

Andrea Pavoni si ritaglia quindi un nuovo ruolo, quello di pianista/autore/ cantautore, superando - ma non rinnegando nei fatti - l’esperienza in ambito prog, mettendo al centro l’importanza del messaggio e realizzando un blog dinamico, cartoline che immortalano le esperienze quotidiane, fatte di vita vissuta, tra dolori, serenità e prodotti di relazioni umane.

Proverò ora a commentare il disco brano per brano, anticipando che la track list a fine articolo permette, attraverso un click, di ascoltare la traccia e leggere il testo.

 


Apre il disco “La discussione” e il primo vocalist è Big Tia.

Un rapporto di coppia, un pensiero che sa di incomprensione, di solitudine, di insoddisfazione, un manifesto dell’incomunicabilità nonostante l’assidua presenza, un amore che può essere Paradiso, ma a volte prigione.

Un pianoforte e la giusta melodia possono alleviare lo spiacevole stato di spleen.


Tu ora dormi, forse sognerai,

forse al tuo risveglio mi vorresti cancellare,

ed io suono pensandoci, chissà tra queste ore

se ti sarà passata la tua voglia di capire.

 

Quadretto sonoro magnifico, con una vocalità che si sposa perfettamente al testo, un’atmosfera vagamente settantiana che prende il volo nei due minuti strumentali finali che riportano al proto prog dei Procol Harum.

Segue “Parole dal mare”, con l’intervento vocale di Oliviero Malaspina.


Nel caso tu ti accorgessi di me, sapresti che io non ero lì a difendere, non ero lì a disgregare gli attimi della tua vita, non ero lì, non cercarmi, troveresti un guscio vuoto.


Un senso di drammaticità pervade la canzone, le parole - cantate e parlate - seguono l’andamento delle onde, mentre il movimento delle acque riporta in superficie ricordi e disagio.

Un esempio di come musica, arrangiamenti e interpretazione potrebbero evocare gli stessi sentimenti anche se non accompagnati da una lirica.

Con “Il campo di battaglia” entra in gioco Massimo Leoni.


Com’è triste stare

in questo campo di battaglia desolato,

dove ci sono milioni di persone

che aspettano la guerra e non ce l’hanno,

e gli occhi di piccoli bambini aspettano sgranati

di incontrare un giorno o l’altro quello dei padri.

 

Il tema della guerra è sempre presente, purtroppo, nelle nostre vite, ma il periodo contingente avrà sicuramente condizionato e toccato l’autore.

Angolo di estrema qualità, una sorta di duetto tra racconto e pianoforte, con l’evoluzione finale di ampio respiro, un’orchestrazione che regala sapore aulico e tocca la sensibilità personale.

Interludio #1” è la traccia più corta (meno di due minuti) e rappresenta il primo strumentale dell’album.

Un po’ di virtuosismo e di avanguardia, senza sfociare nel narcisismo ma mettendo il tutto al servizio della concettualità dell’album che, seppur non dichiarata, appare evidente, almeno nella forma compositiva.

Quadretto godibile senza molti commenti.

La prima voce femminile è quella di Loredana Maiuri, al servizio del pezzo “Se Non Dovessi Tornare”. 


Se questa notte non dovessi tornare

coglierò da solo fiori sulla strada,

e pregherò che m’inghiotta il vento…


Ci sono molto modi per raccontare una separazione, magari inaspettata, ma la forza evocativa che fuoriesce da questa creazione mette in ombra il tradizionale modo di proporre l’argomento, perché il racconto diventa poesia, la realtà si mischia all’onirico, e quando alla fine si lascia spazio alla sola musica resta un’amarezza che, a ben vedere, tutti hanno provato.

Buongiorno! (La Notte E La Collina)” è uno strumentale di quasi cinque minuti.

Ampio respiro e band in evidenza (a seguire elenco tutti i protagonisti) per la descrizione paesaggistica in un particolare momento del giorno con la delineazione dell’ambiente circostante: musica globale, contaminata, carica di elementi “popular” che pescano nella tradizione e nella cultura specifica in cui l’autore ha da sempre navigato.

Con “La Casa Al Sole” ritornano due vocalist già ascoltati, Leoni e Maiuri, che assumo due ruoli distinti e dialogano…


Mi piaceva parlare con te in pomeriggi calmi,

e sognare caldi anni fatti per diventare più grandi.

E ho dipinto le mura in vernice arancione...

Ma perché sono grigie?


Ambiente descritto in un modus bucolico, ma la tristezza di contenuto non ci abbandona, perché è questa la vita, raccontata attraverso una sorta di cantilena di stampo quasi orientale, mentre il percorso scorre rapidamente e ricordare i momenti salienti non provoca quasi mai un sorriso.

Joe Balluzzo canta in “Un tuo ritratto”.


Troppi film e poi troppi progetti

per poterli realizzare,

ma quante volte vorresti vivere?


Utilizzo le parole di Pavone per una descrizione efficace: “Rappresenta un tentativo di applicare alla musica i procedimenti tipici della pittura, descrivendo una persona attraverso una canzone, con musica e parole…”.

Impossibile rimanere indifferenti nel corso dell’ascolto e le parole di Pavone ci aiutano ad entrare in piena sintonia con la sua creazione, facendo nascere l’idea del pennello sonoro che si muove in modo autonomo e dipinge su di una tela immaginaria sentimenti impalpabili ed elementi materiali. Magnifico!

Stella Stellina” è l’unica traccia in cui ascoltiamo la voce di Pavone.


Stella stellina, prima mia sola amica,

dimmi se poi

ci sarà un'altra vita…

scenderà mai la notte?

Splenderai sempre tu

tra persone sconfitte?

 

Un sentimento mai sbocciato completamente? Una storia d’amicizia e d’amore mai completata?

Struggente nel cantato, nell’arrangiamento, nel finale solo musicale, qualche lacrimuccia può cadere, e non c’è da vergognarsi!

A terminare il “Volume I” troviamo un altro strumentale, “L’Ascensione di Cristo”.

Altro pezzo di bravura che mette in risalto le doti compositive e strumentistiche dell’autore; da ascoltare ad occhi chiusi, immaginando l'ultimo episodio della presenza materiale di Gesù.

Una sorta di necessità di trascendenza a completamento di racconti ed episodi molto… terreni e comuni.

Il “Volume II” si apre conIl Castello Di Sabbia”, suddiviso in due parti, con la compartecipazione di un altro duetto vocale, quello tra Big Tia e Loredana Maiuri.


L’acqua scorre sulle mani ed il mio castello ancora

si erge solo sulla prora della spiaggia abbandonata,

non so più se tu ci sei, io non vedo, credo,

mentre io non posso immaginare

che il castello regga sempre…

 

Un fluire corposo di immagini, il mare in sottofondo, utile a raccontare storie del passato, evidenziando sentimenti basici e fondamentali.

Le percussioni disegnano situazioni folk dal profumo mediterraneo, mentre la proposta vocale esce dalla metrica tradizionale e inventa cambi di rotta che si evolvono a spirale - in verticale! - in un crescendo quasi distopico e molto scenico.

“Con “Sonia non esiste” riprende il timone della voce Massimo Leoni.


Sonia non esiste, è frutto della mia fantasia

quando vola nel cielo, varca le nuvole,

si posa sul mare…

 

Una ballata triste, una voce, un pianoforte e una fisarmonica ci portano indietro nel tempo, magari in un bar fumoso del passato, mentre qualcuno balla e nascono amori e storie da lasciare per i posteri.

È bello sognare ad occhi aperti, tutto ci è concesso e anche la perfezione diventa un elemento a portata di mano, modellato tirando le leve della fantasia, salvo poi realizzare che non c’è nulla di reale, avendo la certezza che un nuovo sogno è sempre lì, a portata di mano…

Ancora Joe Balluzzo si rende driver vocale di “La Tua e La Mia Vita” …


Ieri per la prima volta ti ho vista, dopo settimane di silenzi

e all’inizio non riuscivo a guardarti negli occhi,

e forse vuoi troppo dalla vita,

e nei tuoi silenzi, e nelle parole calme

covi la voglia di una vita diversa…


Due vite apparentemente vicine ma distanti mille miglia, perché l’incomprensione e l’incomunicabilità realizzano enormi distanze, anche se è solo un pianerottolo il simbolo della divisione.

Brano acustico e intimistico, caratterizzato dall’arpeggio di chitarra, un altro elemento di riflessione che potrebbe trovare facile rotazione radiofonica… in un mondo normale!


La voce di Big Tia introduce “Sabato Sera” … 


Sabato a casa, a non pensare…

Sento una voglia di respirare,

Sabato a casa… devo scappare.


Brano più “leggero”, quasi divertente, nonostante un topic davvero serioso.

Samba e jazz per raccontare il giorno più bello della settimana in modo ironico.

 

“Mai Viene La Notte” coincide con il ritorno di Loredana Maiuri.


Mai viene la notte,

inutile illusione,

velo non si tesse mai sul mondo,

e sulla pace, e sulla guerra,

ed aspettare è inutile…


Non esiste una fine per i dolori e le disavventure che la vita ci prospetta, è un’illusione pensare che, prima o poi, arriverà una notte che farà calare il sipario su ciò che mai avremmo pensato di dover vivere.

Una pillola dominata dall’interpretazione della vocalist, un rincorrersi tra voce, piano e archi… un sogno!

E si termina con due tessere strumentali. La prima è “Music For Piano & Cello #1”.

Bellezza infinita per questo abbinamento strumentale che va vissuto senza fiatare, lasciandosi andare alimentando voli pindarici sconfinati. Un bene per l’anima!

Si chiude con quella che è definita “bonus track”, ovvero la title track “Canzoni in Verticale”.

Riemerge l’amore per il prog, che permette alla traccia di diventare il paradigma, l’estrema sintesi di un disco meraviglioso. Sonorità floydiane, tempi composti, melodia mediterranea.

Non posso aggiungere altro se non consigliare l’ascolto che, come già evidenziato, può avvenire anche qui, cliccando sul singolo brano.

Complimenti ad Andrea Pavoni e a tutti i musicisti che hanno contribuito alla riuscita di un album unico, che sicuramente potrà mettere d’accordo i palati più fini. 


I TESTI


TRACKLIST

 

1. La Discussione (6'56")

2. Parole Dal Mare (6'08")

3. Il Campo Di Battaglia (4'27")

4a. Interludio#1 (1'42")

4b. Se Non Dovessi Tornare (5'48")

5. Buongiorno! (La Notte E LaCollina) (4'54")

6. La Casa Al Sole (4'45")

7. Un Tuo Ritratto (5'00")

8. Stella Stellina (4'33")

9. L'ascensione Di Cristo (4'45")

10. Il Castello Di Sabbia (6'51")

11. Sonia Non Esiste (3'55")

12. La Tua e La Mia Vita (4'16")

13. Sabato Sera (4'30")

14. Mai Viene La Notte (2'12")

15. Music For Piano & Cello #1 (3'59")

16. Canzoni In Verticale (Bonus Track)(4'09")

 

Testi e Musiche di Andrea Pavoni

ad eccezione di "Sabato Sera", musica di Andrea Pavoni, testo di Andrea Pavoni e Sergio Migliorati

 

MUSICISTI E AMICI


ANDREA PAVONI

Tastiere, Pianoforti, Percussioni, Programming, Arrangiamenti,

Voce su “Stella Stellina”, pianoforte aggiunto su “L’Ascensione di Cristo”, Effetti, Rumori vari

PHIL MER

Batteria, Percussioni, Produzione Artistica

ANDREA LOMBARDINI

Bassi

ALBERTO MILANI

Chitarre

OLIVIERO MALASPINA, MASSIMO LEONI, JOE BALLUZZO, LOREDANA MAIURI, BIG TIA

Voci principali e Cori

 

ALESSANDRO TOMEI - sassofoni, solo su “Sabato Sera”

MARC PAPEGHIN – corni, trombe, solo su “Buongiorno!”

PIETRO GIURA LONGO, CORRADO VECCHI, MINO CURIANO’ – trombe

ANDREA CAVALLO - pianoforte su “L’Ascensione di Cristo” e “Music for Piano & Cello #1”

ALFREDO DE DONNO – pianoforte aggiunto su “L’Ascensione di Cristo”

REBECCA RAIMONDI – violini

MARIO GENTILI, GIUSEPPE TORTORA (LAYER BOWS) - violini, viole, violoncelli

MICAELA GALAMINI - oboe

GIULIO COSTANTINO – corno inglese

WILLIAM PERSICHILLI - flauto

GIULIA STENTI, LORENA COSSU – cori

TOBIA LELI è il bambino recitante su “Stella Stellina”

 

Registrato a Roma, “La Miniera” recording studio e Music Village Institute, da Andrea Pavoni e Gianluca Siscaro, e a Milano “Studio Q” da Antonio Nappo.

Mixed and Mastered a Roma, Music Village, da Gianluca Siscaro.

Artwork – Serena Riglietti


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