giovedì 29 aprile 2021

ANDREA CERVETTO-"HORIZON"


ANDREA CERVETTO-"HORIZON"

 

(Videoradio e Videoradio Channel edizioni musicali)

 

L’inattività forzata, quella live intendo, è stata messa a frutto da molti artisti per produrre “materiale” che riassume i sentimenti e le riflessioni derivanti da un momento drammatico e senza precedenti.




Possiamo dire che, tecnicamente, il lavoro a distanza per i musicisti è diventato la normalità e gli spazi fatti di oceani e migliaia di chilometri sono ormai annullati dalla tecnologia.

Ma il DNA di chi da sempre si esprime attraverso la musica porta alla ricerca costante della socializzazione e della presenza fisica, sia in fase di creazione che di successiva proposizione.

Andrea Cervetto presenta il risultato del suo momento di assenza da palco e sforna “Horizon”, un album che propone 10 tracce suddivise su 37 minuti di sonorità variegate, ovviamente incentrate sul suo strumento di riferimento, la chitarra.

Un po' di tempo fa, ad una mia domanda specifica atta a stabilire il rapporto con la sei corde Andrea rispose: “La chitarra rappresenta una parte fisica del mio corpo, mi sento fisicamente unito allo strumento ed è uno dei mezzi attraverso il quale esterno le mie emozioni.

Ecco, le emozioni, quelle che Cervetto ci regala, in questo caso, attraverso tracce strumentali, con l’eccezione di due brani cantati - in italiano - che hanno il compito di aprire e chiudere l’album.

Andrea può vantare una lunga e nobile esperienza, tra Italia e States, e collaborazioni stellari, ma realizzare un disco in proprio significa aumentare il grado di rischio e la responsabilità delle scelte; però, penso che un lavoro come “Horizon” possa mettere d’accordo un pubblico vario, purché amante del rock, perché gli ingredienti ci sono tutti.

E poi quel tocco in più che contraddistingue l’espressione italiana, qualunque sia il genere in cui ci si riconosce e si agisce… la capacità di utilizzo dell’elemento melodico - peculiarità di cui vantarsi - che il chitarrista genovese mette in campo, anche, nelle sole parti strumentali.

In apertura troviamo “Uno di questi giorni”, uscito anche come anticipazione in video e che propongo a seguire. 

Traccia struggente dove il cantato è accompagnato da una ritmica sostenuta e dalla “slide” che colora e riempie una tela adatta alla facilità di ascolto, un pezzo che, usato in rotazione radio, arriverebbe facilmente al pubblico.

Con “Missing” si parte nel viaggio strumentale e provare a collegare i titoli alla musica permette di cercare la sintonia con l’autore.

Andamento lento con conduzione chitarristica che riporta ai maestri sacri dello strumento, almeno alcuni, quelli che solitamente Andrea cita come punti di riferimento e che lascio scoprire all'ascoltatore.

Nonostante il virtuosismo solistico e la divagazione, la linea melodica colpisce e non svanisce.

Rock n roll will never die” ci ricorda cosa sia il rock, quello che, appunto, non morirà mai, e l’omaggio finale a Hendrix - un frammento di pochi secondi di “Hey Joe” - è un segnale preciso.

Con “Guitar Or Not Guitar” ci si sposta sul versante funk, con una bella dimostrazione di team work, dove la sezione ritmica formata da Alex e Paolo Polifrone - caratterizzante dell’intero lavoro - dà il meglio di sé.

Metropolitan blues” fornisce nel titolo l’idea basica e rispolvera il concetto di “blues”, che nella sua origine rappresenta un mezzo per urlare e denunciare il disagio, e al contempo la cura per alleviare le sofferenze… di questi tempi avremmo tutti bisogno di blues…

Ecletticità e probabili ricordi di trascorsi musicali lontani e felici.

E si arriva alla title track, “Horizon”, un brano che appare come descrizione gioiosa, molto veloce e capace di fornire immagini e positività di ascolto.

Ma cosa rappresenterà quell’orizzonte… una meta irraggiungibile o la visibilità dopo che la nebbia è scomparsa? A ciascuno la propria interpretazione.

Con “Water flux” va in scena la musica immaginifica e Cervetto & friends riescono a fornire il senso del fluire, dell’incedere inarrestabile dell’acqua, un movimento non sempre “amico” ma in questo caso confortante.

Irish Storm” vede la presenza di Francesco Moneti, violinista dei Modena City Ramblers, che lascia impronta indelebile e caratterizza un “tempesta” che sintetizza il rock tradizionale unito al folk irlandese; dalla miscela scaturisce una traccia godibile che, oltre a mettere in risalto le skills di Moneti, permette di realizzare un piccolo paradigma musicale, quello che vede accostare strumenti e generi differenti con la piena soddisfazione di tutte le “parti in causa”.

Stay” è l’ultimo strumentale, dal mood decisamente melanconico, con la chitarra di Andrea che parla, canta, urla, conduce la danza ricordandoci che anche la sola musica può esprimere icasticamente sentimenti e pensieri.

La conclusiva e acustica “Un Amore Da Vivere”, come anticipato, è la seconda canzone in cui Cervetto usa la voce e ancora una volta gli aspetti sentimentali emergono e suggellano la fine delle riflessioni. Dice Andrea a proposito dei due pezzi: “Sono in netta contrapposizione, sono le due facce della stessa medaglia…”.

Si segnala in questo caso la presenza di Dario Tanghetti alle percussioni.

Un album davvero piacevole, adatto a tutti, non solo agli appassionati della chitarra; una sorta di viaggio concettuale che mette in rilevo le grandi competenze di Cervetto e della sua squadra ma, soprattutto, la capacità di “nascondere” il virtuosismo a favore del racconto di una trama che può essere messa in comune, per essere assimilata, certamente, ma anche reinterpretata a piacimento.


TRACKLIST:

 

1-Uno Dio Questi Giorni (4:40) 

2-Missing (4:02) 

3-Rock n roll will never die (3:20)

4-Guitar Or Not Guitar (4:03) 

5-Metropolitan blues (3:45) 

6-Horizon (3:41) 

7-Water Flux (3:18) 

8-Irish Storm (3:40) 

9-Stay  (3:13)

10-Un Amore Da Vivere (4:30) 



Un po’ di storia di Andrea Cervetto


Chitarrista/Cantante/Corista/Produttore/Arrangiatore, fa parte ufficialmente della band Il Mito NEW TROLLS dal 2005.

Scelto personalmente da Brian May dei Queen per prendere parte al musical “We will rock you” per un tour lungo due anni, ha collaborato inoltre con Ronnie Jones, Alberto Radius, Bernardo Lanzetti, Luisa Corna, Phil Palmer, Enzo Iachetti (nel CD“Acqua di Natale” che vede come ospiti grandi artisti italiani tra i quali Mina, Vecchioni, Baglioni, Ruggeri, Dalla, solo per citarne alcuni).

Ha scritto insieme a Giancarlo Berardi (fumettista, scrittore e regista) uno spettacolo teatrale su Jimi Hendrix del quale esegue i brani insieme a Alex Polifrone (batteria) e Fausto Ciapica (basso); presente sul palco oltre a Berardi nel ruolo di narratore e regista anche Franco Ori (pittore di fama), che in tempo reale dipinge tele di notevoli dimensioni con varie tecniche pittoriche raffiguranti il genio della chitarra di Seattle.

Collabora con Jack Sonni (ex Dire Straits) per un progetto che vedrà i due artisti protagonisti di un tour.


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mercoledì 28 aprile 2021

15 novembre 1986: i Genesis suonano in un hangar dell'Alitalia (in playback)-Il video

Non sono un fan dei Genesis votati al pop, quelli guidati da Phil Collins, tanto per intenderci, ma penso valga la pena presentare un aneddoto che risale a metà anni ’80 e che riguarda, anche, la storia di casa nostra.

Non è un reperto importante come quello che ho pubblicato qualche giorno fa, relativo ad un concerto parigino al Bataclan, nel ’73, ma la storia dei Genesis come si sa, presenta importanti cambiamenti - certamente discutibili per i fan originali - e questa ne è una valida testimonianza, seppur in playback.

Estrapolo in toto lo scritto pubblicato sul sito ufficiale dell’Alitalia, spazio in cui si possono trovare altre curiosità di carattere musicale. 


Cliccare a seguire per trovare la pagina originale:

ALITALIA IN MUSICA


Una delle trasmissioni di varietà di maggior successo nella storia della televisione italiana è stata Fantastico: un programma di punta della prima rete RAI andato in onda in tredici edizioni dal 1979 al 1998. Nell’autunno del 1986 Pippo Baudo era il conduttore di Fantastico 7 (coadiuvato da Lorella Cuccarini e Alessandra Martines) e aveva espresso il desiderio di avere come ospite il gruppo britannico dei Genesis, all’epoca sulla cresta dell’onda dopo la virata sul genere pop impressa dal cantante e batterista Phil Collins. Purtroppo, il gruppo era già impegnato in un tour promozionale del proprio disco Invisible Touch e non aveva fisicamente il tempo di trascorrere un’intera giornata al Teatro delle Vittorie di Roma, sede della trasmissione TV. Tuttavia, le insistenze di Baudo e la piena collaborazione di Alitalia permisero di ottenere la quadratura del cerchio. I Genesis in tutto potevano concedere circa tre ore di tempo e dovendo transitare di passaggio a Fiumicino, lo staff di Fantastico e di Alitalia pensarono di allestire un set di ripresa all’interno dell’hangar adibito al lavaggio e alla verniciatura dei velivoli. Come ben sa chi frequenta lo scalo romano, l’hangar Avio 6 è impressionante, con i suoi 8000 metri quadri per 25 metri di altezza, e in quei giorni l’ambiente non era affatto sgombro: al suo interno era presente infatti l’Airbus A300 I-BUSH “Mantegna”, in manutenzione.

 


I tecnici Alitalia e RAI fecero miracoli: enormi rotoli di plastica trasparente usati per le operazioni di lavaggio e verniciatura vennero adattati a foggia di quinte e le luci di scena e le macchine del fumo furono posizionate in modo da non interferire con il materiale già presente in loco. I tre componenti del gruppo musicale si sistemarono sotto la semiala sinistra – con l’indicazione di muoversi il meno possibile dalle rispettive posizioni – e i cameramen vennero istruiti affinché seguissero percorsi obbligati al di sotto dell’aereo, per evitare contatti diretti con il velivolo o le strutture dell’hangar, scongiurando possibili incidenti. Lo sfasamento tra gli orari della trasmissione TV e la disponibilità del gruppo imposero riprese in differita; Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford si esibirono in playback, senza alcuna possibilità di interazione in diretta con Pippo Baudo.

La trasmissione andò in onda su RAI Uno il 15 novembre 1986 e i tre componenti dei Genesis suonarono due canzoni: Invisible Touch e In Too Deep.

Nel corso della breve conferenza stampa tenutasi lo stesso giorno delle registrazioni, il tastierista Tony Banks affermò: «Non veniamo spesso in Italia, però qui abbiamo molte radici: è uno dei primi Paesi che ha ascoltato la musica dei Genesis». E il cantante e batterista Phil Collins aggiunse: «Il primo grosso concerto della nostra carriera è stato proprio al Palasport di Roma, ed il modo col quale il pubblico ha reagito ci ha dato molta fiducia». Chissà se i Genesis si ricordano ancora di quel loro inusuale concerto sotto l’ala di un Airbus a Fiumicino? Noi per l’occasione abbiamo restaurato il filmato RAI, gentilmente fornitoci da Alessandro Carmassi, caposcalo Alitalia e grande appassionato dei Genesis.


martedì 27 aprile 2021

Quella volta che la Regina incontrò la nobiltà del rock: il video

Jeff Beck, Eric Clapton, Jimmy Page e Brian May

Parlare dei reali di Inghilterra è di piena attualità, visti i recenti avvenimenti funesti. In particolare la Regina Elisabetta provoca all’osservatore esterno una simpatia incondizionata, una sorta di rispetto che prescinde da ogni altro tipo di giudizio che potrebbe portare a criticare un mondo che appare poco legato alla realtà attuale; eppure, è proprio la sacralità di quell’ambiente irraggiungibile e bazzicato da una precisa e limitata cerchia di persone che ne incrementa il profumo aulico e immaginare che la porta del castello possa aprirsi per lasciar spazio a persone, certamente importanti nei rispettivi settori, ma di un sangue blu divenuto tale nel tempo per meriti acquisiti, spinge alla curiosità.

E se parliamo di rock... che ci azzecca la Regina?

Il Principe Carlo sì che se ne intende e il suo amore per certa musica è pieno di testimonianze, ma … “Lilibeth”?

Ho scovato un video interessante, in cui alcune delle più influenti e iconiche personalità del rock incontrano Sua Altezza Reale.

Il fatto risale al 2005, quando Buckingham Palace fu teatro di un evento davvero eccezionale, il momento in cui la vera nobiltà incontrò le divinità del rock.

In quella occasione la Regina Elisabetta II accolse quattro miti mondiali della chitarra: Brian May dei Queen, Jimmy Page dei Led Zeppelin, Eric Clapton e Jeff Beck.

I primi tre si presentarono a sua Altezza seguiti da Jeff Beck che, come Page e Clapton, aveva suonato nei The Yardbirds.

Al grande evento erano presenti oltre 500 persone.

Brian May - rappresentante dei Queen e quindi il più… vicino alla regina - poté finalmente incontrare Elisabetta II e ricorda: “Vale la pena notare che è considerato improprio parlare alla Regina prima che lei parli con te, ma in assenza di una vera e propria introduzione e di fronte ad un potenziale momento di imbarazzante silenzio, sono stato spinto a prendere in mano la situazione e a dire qualcosa per rompere il ghiaccio…”

Qualche gaffe? Non certo da parte dei chitarristi!

L’occasione dell’evento era il conferimento di un’onorificenza alla leggenda della chitarra Eric Clapton, appunto, un nome che poche persone nel mondo non conoscono. Eppure, la Regina, al momento di presentarsi con il musicista gli chiese: “E’ molto che suoni la chitarra?

Poco prima invece, a Brian May che le aveva detto quale onore fosse stato suonare l’inno nazionale in occasione del “Golden Jubilee Weekend” che si svolse nel giugno del 2002 a Londra, aveva risposto: “Ah perché eri tu?”.

L’ultima stoccata infine è toccata a Jimmy Page, che ha dovuto rispondere alla domanda: “Anche tu sei un chitarrista?”.

Ah… poter essere presente!





lunedì 26 aprile 2021

Franco Giaffreda-“Apologia di un destino comune”


Sono passati due anni dall’uscita di "Glistrani giorni di NOInessUNO”, secondo album di Franco Giaffreda, ed ecco il suo ritorno all’atto discografico, in un momento certamente tra i più difficile per chi ha un ruolo in ambito musicale, qualunque sia la sua dimensione.

Il nuovo progetto si intitola “Apologia di un destino comune” e trae spunto dal drammatico momento in cui stiamo vivendo, fatto di rinunce, preoccupazioni, limitazioni e precarietà di ogni tipo di socializzazione.

Ma i momenti difficili forniscono stimoli alla creatività, o almeno alla riflessione spinta, e se si vive lo status di artista il passo successivo sarà quello di fissare per sempre i sentimenti che conducono alla creazione.

Nello specifico, Giaffreda elabora e racconta il disagio personale attraverso la storia di tre persone comuni, analizzando la loro vita prima e dopo l’avvento del Covid-19.

Recentemente mi è stato chiesto cosa mi stesse maggiormente pesando dell’attuale proposta musicale, nella mia veste di commentatore e ascoltatore: in primis la musica suonata a distanza, quegli pseudo concerti che prevedono che ognuno se ne stia sul proprio divano, musicisti e fruitori della musica. La seconda è l’impegno su di una produzione legata al singolo brano. Elementi probabilmente necessari alla sopravvivenza ma di cui farei a meno, conscio però del mio ruolo privilegiato.

Franco Giaffreda esce dalla logica su scritta e mi stupisce nuovamente, come avvenuto nella precedente occasione.

Abituato a vederlo in equilibrio tra il lavoro chitarristico nel Biglietto per l’Inferno e quello di frontman e flautista dei genesisiani Get'em out, ero rimasto spiazzato dalla genuinità e dalla varietà della sua proposta del 2019 e mi pare che sia proprio questo il fil rouge che permette di legare gli ultimi due suoi lavori.

Apologia di un destino comune” è un album di rock puro, tradizionale, con tanto di ballad annesse. Esistono le sfumature prog - un DNA che non si può cancellare - ma l’immagine prevalente è quella del pop rock fatto, anche, di virtuosismo strumentale.

La cura delle liriche e del messaggio da veicolare supera la dimensione dello sfogo e della denuncia personale e descrive la perfetta situazione in cui identificarsi, perché a differenza di altre occasioni le esperienze che stimolano la creazione del musicista sono in comune con chi svolge il solo ruolo di “spettatore” e appare quindi più facile la comprensione e l’immedesimazione.

Tredici tracce suddivise su quasi 42 minuti di musica, con attimi strumentali - “2020”, durissimo rock che apre l’album e il frammento chitarristico (48 secondi) “Re-legati - e una serie di episodi che seguono la durata della forma canzone, eccezion fatta per la lunga “Sospeso fra le stelle” (7:39), viaggio onirico dal ritmo contenuto, dosaggio di atmosfera musicale, melodia e conduzione chitarrista “dolorosa” nei toni.

Difficile estrapolare un brano perché trattasi di album concettuale e ogni tessera del puzzle appare funzionale al progetto.

Si segnala un guest importante in “Incredibile realtà”, Michael Manring, che con il suo hyperbass impreziosisce brano e album.

In sintesi, un album che va goduto nel suo insieme, cercando di entrare in sintonia con musica e parole, seguendo l’iter evolutivo e trovando punti di contatto con le storie proposte.

E poi esiste la fruizione più libera e spontanea, quella che prevede la mera gioia di ascolto, quella piacevolezza che caratterizza l’intero disco.

Franco Giaffreda è artista poliedrico, polistrumentista, compositore e ha una bella voce: il suo “Apologia di un destino comune” attende solo la prova del live… perché prima o poi la nebbia sparirà!



DOVE ASCOLTARE IL DISCO: 


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LINK UTILI

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venerdì 23 aprile 2021

Johnnie Ray, London Palladium, Londra, aprile 1955


Johnnie Ray
London Palladium, Londra, aprile 1955

Quando si trattava di Johnnie Ray nomignoli e definizioni si sprecavano: “il cantante che singhiozza”, “il pianto che rende tanto”, “la lacrima da un milione di dollari”, “l’anello mancante tra Frank Sinatra ed Elvis Presley”. Apparecchio acustico bene in vista sotto capelli abbondantemente spalmati di brillantina, Ray sapeva spezzare i cuori degli ascoltatori con ballate cariche di passione, mentre la sua presenza scenica esagitata e un po’ naif scatenava negli adolescenti le prime vere urla d’entusiasmo.

Nell’aprile del 1955, proprio mentre il suo ultimo successo strappa lacrime, If You Believe, stava scalando le classifiche, il cantante volò verso la Gran Bretagna per creare pathos e turbare le folle. “Il posto acccanto al mio era vuoto perché un’amica non era potuta venire”, ricorda Erika Lewis che all’epoca era una studentessa e adorava Ray. “Così, quando attaccò Walking My Baby Back Home venne a cantare vicino a me. Ero imbarazzatissima, ma anche molto emozionata. All’epoca lui era all’apice della popolarità”.

Ma Johnnie Ray non piaceva solo alle ragazze. “Possedeva una carica che non ho più rivisto in nessun musicista”, ha ricordato Nic Cohn nella sua celebre storia del rock’ n’ roll intitolata Awopbopaloobop Alopbamboom

Tratto dal libro “IO C’ERO”, di Mark Paytress

Immagini di repertorio




giovedì 22 aprile 2021

The Samurai Of Prog - “The Lady And The Lyon” (And Other Grimm Tales-I)


The Samurai Of Prog

 “The Lady And The Lyon” (And Other Grimm Tales-I)

 

Non mi sovvengono band o musicisti come i The Samurai Of Prog, capaci di sfornare musica a getto continuo, una prolificità inusuale, simbolo di passione sconfinata e capacità organizzativa.

Attenzione, non parlo di “costruzioni” semplici e lineari ma di un’architettura elaborata, che richiede tempo, cura dei dettagli e un utilizzo spinto della tecnologia, non perdendo mai di vista l’idea del team work e la fusione tra gli antichi stilemi del prog e la modernità richiesta oggigiorno, all’interno di un contesto dove il tempo sembra scorrere a velocità incontrollabile.

In questo spazio ho scritto a ripetizione dei TSOP, commentando ogni loro lavoro ma vale la pena ricordare che la band ruota attorno ad un nucleo fisso formato da Marco Bernard (italiano trapiantato in Finlandia, bassista), Kimmo Pörsti (finlandese, batterista) e l’americano Steve Unruh (violino, flauto e voce).

Per questo nuovo capitolo musicale appare come sempre nutrito il numero di collaboratori sparsi per il mondo: Ton Scherpenzeel, Bart Schwertmann (Kayak), Octavio Stampalía (Jinetes Negros), Cam Blokland (Southern Empire), Valerie Gracious (Phideaux), Alessandro Di Benedetti (Mad Crayon), Rafael Pacha (Last Knight), Jaime Rosas (Entrance), Kari Riihimäki, Carmine Capasso, Marc Papeghin, Marcelo Ezcurra, e David Myers.

Nel loro continuo gioco, in bilico tra passato e attualità, tra sonorità classiche e melodie tradizionali, i TSOP propongono questa volta una rilettura di una fiaba dei fratelli Grimm, “The Lady And The Lyon”, una prima parte a cui seguirà a breve un seguito, tanto per non smentire il concetto di prolificità!

Non ho ancora avuto la possibilità di toccare con mano involucro e contenuto ma so che gli aspetti che riguardano artwork e packaging sono solitamente il top, valore aggiunto al prodotto musicale che riesce a mitigare la nostalgia da vinile.

Però, mi sono fatto un’idea scorrendo il booklet digitale e penso che sia questo il modo corretto per poter usufruire al meglio “The Lady And The Lyon”: un ascolto combinato alla lettura, con tutte le didascalie, i riassunti e i credits del singolo brano.

I fratelli Grimm - e il titolo di una delle loro fiabe più famose - vengono utilizzati per molteplici storie, una sorta di “libro musicale” che unisce differenti arti, come vedremo a seguire.

Una quarantina di minuti di musica suddivisa su sei episodi, una produzione quantitativamente ridotta rispetto allo standard TSOP, che solitamente supera l’ora di ascolto, ma se consideriamo questo come “primo atto” tutto si spiega.

Apre l’album “Into the Woods” (3:06) che vede i Samurai affiancati da Alessandro Di Benedetti alle tastiere (autore) e Raphael Pacha alle chitarre.

Traccia strumentale che prepara la strada agli avvenimenti da raccontare e termina col recitato “Once upon a time”, preludio all’apertura del “book sonoro”.

Atmosfere magiche create dal mix tra strumentazione classica ed una “elettrica” lancinante.

Pianoforte e violino disegnano una natura protettiva e l’oscurità caratteristica di “certe storie”. L’inizio di molteplici fiabe… dentro al bosco!

The Three Snake-Leaves” (9:43) è musicata da Jaime Rosas con il contributo lirico di Unruh.

Una strana storia fatta di amore, dolore e giustizia, dove il concetto di rinascita passa attraverso la simbologia fornita dal serpente, fatto a pezzi ma poi tornato alla vita dopo … la cura delle foglie, le stesse che salveranno il principe naufrago, dopo il tradimento della sua principessa, che pagherà per la sua azione.

I TSOP sono coadiuvati nell’occasione dal già citato Rosas alle tastiere e da Cam Blokland alla chitarra elettrica.

La sezione ritmica appare decisiva per lo sviluppo del brano così come la conduzione vocale di Unruh, un colore timbrico unico, anche nel recitato.

Prog allo stato puro con cambio continuo di ritmo e mood, con riferimenti al passato che diventano spontanei; sottolineo una rara dote della band - che metto in relazione alla traccia - che è quella di far rivivere il racconto attraverso la proposta sonora ovvero, la lirica e la musica potrebbero raccontare la stessa storia senza mai incontrarsi.

A seguire lo strumentale “Iron John” (5:57) del tastierista Ton Scherpenzeel, ospite assieme al chitarrista Carmine Capasso.

La lettura del booklet ci aiuta a comprendere il pensiero creativo, basato su una storia di amicizia e fiducia, e sul concetto che gli errori commessi hanno un prezzo e che esiste la possibilità di rimediare per poi perseguire la rotta migliore.

Marcette e trame ariose fanno da sottofondo ad una melodia particolarmente coinvolgente, tanto da proporsi come colonna sonora da film. Una tensione positiva pervade l’ascoltatore mentre si sviluppa in via naturale il connubio tra rock sinfonico e racconto fiabesco.

Con “A Queen's Wish” (11:36) si rivive la favola di “Biancaneve e i sette nani”.

Musica di Alessandro Di Benedetti (che partecipa come tastierista) e liriche di Unruh; a coadiuvare il gruppo Rafael Pacha (chitarra acustica e altri strumenti “popolari” discendenti dalla cetra), Kari Riihimäki all’elettrica e Valerie Gracious alla voce.

Ed è proprio il duetto tra Valerie e Steve la variante, il dialogo continuo tra il recitato e il cantato, necessario per racchiudere in una mini suite una delle fiabe più conosciute nel mondo.

Traccia molto articolata, con modulazione continua di stati d’animo, come richiede la variazione tematica.

Musicalmente parlando perfetta per l’ascoltatore prog esigente, una sintesi di ortodossia e tradizione.

Una menzione particolare a Valerie Gracious, la cui voce mi ha riportato alla “nostrana” Silvana Aliotta ai tempi dei Circus 2000.

The Lady and the Lion” (3:58) propone all’interno del booklet il sunto della storia, ma essendo uno strumentale il suggerimento è quello di lasciarsi andare e reinventare il contenuto. È quello che immagino abbia fatto David Myers, l’autore del pezzo, che si propone in piena autonomia con il suo pianoforte a coda e disegna un “solo” che si assimila in un lampo e alimenta la voglia di viaggiare nel tempo e sognare

Magnifico!

A concludere la prima parte di questo progetto troviamo “The Blue Light” (6:48), musica di Octavio Stampalia (tastiere) e testo di Marcelo Ezcurra (backing vocals); gioco vocale fondamentale, in bilico tra Unruh, Gracious e il lead vocals Bart Schwertmann.

Team completato con Kari Riihimäki (chitarra elettrica), Rafael Pacha (chitarra acustica) e Marc Papeghin (corno francese e tromba).

Un’altra storia a lieto fine, in cui si mischiano situazioni e sentimenti e dove metafora e didascalia condiscono messaggi a cui ci si abitua già in tenera età, ma che solo la maturità aiuta a comprendere appieno.

Un altro frammento di prog complesso (nella costruzione, non nella fruizione), dove la voce dei differenti personaggi diventa protagonista, mentre il puzzle si completa con ritmi di puro rock alternati a godibilissimi attimi onirici.

I The Samurai Of Prog intraprendono una strada che mi piace immaginare didattica, ovvero una proposta che nei contenuti lirici è solitamente dedicata, anche, ai bambini, ma che unita ad una musica immaginifica fortifica la storia e modella i differenti stati d’animo.

Marco Bernard, Kimmo Pörsti e Steve Unruh appaiono mostruosi, carichi di idee (molto chiare…) e con enormi capacità realizzative.

Anche questo progetto mi pare vincente e adatto ad un pubblico sempre più vasto.

Non resta che ascoltare e aspettare il prossimo step che, sicuramente, ci aspetta dietro l’angolo!

 




mercoledì 21 aprile 2021

Tanti auguri Marcello Todaro...



Compie gli anni oggi, 21 aprile, Marcello Todaro, chitarrista storico del Banco del Mutuo Soccorso fino al 1973. Successivamente fa parte di una sorta di supergruppo assieme all'ex PFM Giorgio Piazza, ma il progetto ha vita breve.
Continua a collaborare con il Banco come fonico, per qualche anno, poi diventa un apprezzato produttore.

Da anni vive in America, e torna spesso come collaboratore di Umbria Jazz.
Molto amato dai fans del Banco, soprattutto perché ha suonato nei primi tre "capolavori" del gruppo, l'ultimo in ordine cronologico, " Io sono nato libero", che non deve mancare in nessuna discografia e collezione di musica degna di questo nome. 
Buon compleanno Marcello!





martedì 20 aprile 2021

Proporre i Genesis...


Ecco alcuni modi originali, supportati dal talento, con cui si può suonare e condividere il mondo dei Genesis, oltre la musica ufficiale…

Con la commistione tra musica e immagini



Con il DNA del metallaro



Con la cultura più classica


In ogni caso, mi pare, il successo è assicurato!

mercoledì 14 aprile 2021

The Rolling Stones-Crawdaddy Club, Richmond, Surrey, 14 aprile 1963



The Rolling Stones

Crawdaddy Club, Richmond, Surrey, 14 aprile 1963


“Veri fanatici di R & B, cantano e suonano come ci si aspetterebbe da un gruppo di neri americani. Invece sono ragazzi bianchi, così carichi di sfrenata energia da far urlare i fan.”
Norman Jopling, Record Mirror

Il fine settimana del 13 e 14 aprile 1963 fu decisivo per i Rolling Stones. Da un paio di mesi suonavano ogni domenica sera al Crawdaddy Club, un locale ospitato all’interno dello Station Hotel, alla periferia occidentale di Londra. In breve tempo il loro pubblico era passato da 30 a 300 spettatori ansiosi di ascoltare quei giovani concittadini così bravi a suonare rhythm & blues. Tutto era cominciato con la pubblicazione di un articolo, il primo in assoluto dedicato ai Rolling Stones, sul Richmond And Twickenham Tmes: “Il R & B guadagna seguito di settimana in settimana e in tutto il paese sta soppiantando il pop tradizionale”, aveva scritto Barry May. “Il suono corposo e intenso che si diffonde la domenica sera dal palco dell’hotel comunica a tutti i presenti un irresistibile desiderio di muoversi.” May riconosceva agli Stones anche una notevole efficacia visiva, in particolare per i “capelli spazzolati in avanti come quelli del gruppo pop dei Beatles”.


Secondo il giornalista, il Crawdaddy era una stanza buia e affollata di gente “vestita in modo buffo”. Il 14 aprile quattro giovanotti dall’aspetto doverosamente anticonvenzionale s’immersero in quel buio. Erano i Beatles, venuti a dare un’occhiata alla concorrenza. 

Ad accoglierli all’ingresso c’era Pat Andrews, la fidanzata di Brian Jones, che spiega: “Non si trattava di una visita a sorpresa.”
Il manager dei Rolling Stones, Giorgio Gomelsky, aveva preso accordi qualche ora prima nella poco lontana Twickenham, dove i Beatles erano impegnati sul set. “Brian mi chiese se potevo sistemarli in un posto da dove si vedesse qualcosa”, aggiunge Pat. “Fu uno dei momenti della mia vita in cui ebbi più paura. Ricordo di aver visto un berretto di pelle apparire davanti alla porta e di aver capito che era Ringo. Erano tutti vestiti di pelle nera: li sistemai in un punto un po' appartato.”

Dal palco il bassista Bill Wyman osservò la scena e pensò: “Merda, sono i Beatles”. In realtà non aveva motivo di preoccuparsi. “Era una vera e propria festa”, avrebbe raccontato tempo dopo George Harrison. “Il pubblico urlava e saltava sui tavoli. Era un ballo che nessuno aveva mai visto prima e che ben presto avremmo tutti imparato a chiamare “shake”. Il ritmo degli Stones era così potente da far tremare le pareti e sembrava ti attraversasse dentro la testa. Avevano un suono pazzesco”.

Mark Paytress (“Io c’ero”).


SET LIST

Ain't That Loving You Baby?

Bright Lights, Big City (Jimmy Reed cover) Close Together

Soon Forgotten

Shame Shame Shame (Jimmy Reed cover) I'm Talking About You (Chuck Berry cover) Memphis, Tennessee (Chuck Berry cover) I Just Want To Make Love To You (Muddy Waters cover) I Want You to Know

I'm Bad Like Jesse James (John Lee Hooker cover) Little Egypt (The Coasters cover) I'm All Right

Pretty Thing (Bo Diddley cover) Hey Crawdaddy

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I Rolling Stones di quegli anni..




martedì 13 aprile 2021

Genesis - Live Bataclan - France - January 10, 1973


Genesis - Live Bataclan France 16mm January 10, 1973 

 

Il 10 gennaio del 1973 i Genesis sono di scena al Bataclan di Parigi.

Il The Genesis Museum mette gentilmente a disposizione su youtube un filmato del concerto - girato su un film in 16mm - restaurato in 4k, della durata di 38 minuti.

L’album di riferimento era Foxtrot, pubblicato tre mesi prima. 


Note tratte liberamente dal video concesso dal The Genesis Museum


È stato un lavoro davvero grandioso. Non che la fonte fosse cattiva, anzi, il contrario, tuttavia, aveva molte anomalie, ma c'era abbastanza margine per modellare il materiale e trasformarlo in qualcosa di ancora migliore. L'intero processo è stato aiutato immensamente da Ikhnaton, che ha fornito materiale, suggerimenti e molte anteprime.

Il primo passo è stato quello di lavorare sul suono, poiché mancava per la prima parte di The Musical Box. Sfortunatamente, non c'erano molte registrazioni adeguate dell’epoca da poter abbinare al video. Il miglior match possibile si è trovato con “Genesis Live”, l’album live ufficiale del ’73.

Si è poi rimasterizzato il resto dell'audio per dargli un po’ più di vita, un po’ di compressione, riverbero ed effetti stereo, anche se non troppo perché il Bataclan è un piccolo club e sarebbe sembrato strano percepire un suono da Giants Stadium.

Il video è stato molto più di un processo. La tecnologia è molto utile e veloce, ma spesso peggiora le cose se usata in modo improprio.

Per la produzione si è deciso di spostare le interviste alla fine, in quanto fastidiose se proposte durante lo spettacolo.

C'era anche una qualità inferiore per la bobina finale di The Knife, quindi la luminosità e i dettagli sono notevolmente ridotti durante l'ultimo minuto circa.

Come sempre, i benefici di ogni processo devono essere soppesati rispetto agli svantaggi e in questo caso si è ritenuto che ne valesse la pena.

C’è ancora molto materiale su cui lavorare e i risultati potrebbero essere ancora più importanti, ma questo “Genesis Live Bataclan France 16mm January 10” si può classificare tra i migliori dei Genesis dell’era Gabriel.

 

Tracklist:

00:00 The Musical Box

10:03 Supper's Ready

21:22 Return Of The Giant Hogweed

26:48 The Knife

33:21 Interviews




domenica 11 aprile 2021

Noisy Diners-The Princess of the allen keys

Noisy Diners-The Princess of the allen keys

Videoradio


La versione delle origini di Mantova, fondata per opera di Ocno figlio di Manto trova sostegno in Virgilio, il sommo poeta mantovano di origine che nell’Eneide, canto X, recita:

“Anche lui, Ocno, chiama una truppa dalle patrie terre, figlio della fatidica Manto e del fiume Tosco, che diede a te, Mantova, le mura ed il nome della madre Virgilio Eneide"

 

Rubo questa citazione per evidenziare che “The Princess of the allen keys” è un racconto, tra storico e mitologico, alla ricerca delle radici, un omaggio alla città di adozione di Fabrizio Dossena, musicista di lungo corso, amante del prog, genere a cui ha guardato per molto tempo con devozione e rispetto, sino a quando, trovata la giusta motivazione/maturazione e i corretti compagni di viaggio, si è messo in proprio e oggi ci regala questo splendido paradigma del prog.

In realtà il progetto ha avuto lenta maturazione e mi pare siano passati un paio di anni da quando ascoltai la prima versione.

Le difficoltà che Dossena ha trovato sulla sua strada sono tante e legate al momento difficile che relega certa musica allo status di “prodotto poco vendibile”, perché la maggior parte dei giovani sceglie percorsi più “dentro al nostro tempo” e diventa quasi impossibile trovare chi decide di avventurarsi in produzioni così articolate.

Ma proprio nel momento più complicato, quello in cui la musica di cui maggiormente usufruisce la massa si concentra su di un solo singolo alla volta, ecco che Fabrizio vede premiata la sua tenacia e la “fede” nel proprio progetto.

L’incontro risolutivo è quello con Beppe Aleo, patron di Videoradio, etichetta non certo focalizzata sul prog, anche se il vecchio amore di Beppe - storico batterista degli anni ’70 - potrebbe essere stato decisivo per raggiungere un rapido accordo. Oppure potrebbe trattarsi solo di solidarietà tra ex savonesi!

Ma ciò che più importa è il risultato, una sorta di “Rock Opera” che non può lasciare indifferenti.

La lunga intervista a seguire realizzata con Dossena permette di fornire spiegazioni e dettagli utili alla comprensione di un album concettuale che propone la storia di Mantova e il mito della sua fondazione, collegato alle vicende della profetessa Manto che la tradizione greca vuole figlia dell'indovino tebano Tiresia.

La musica diventa quindi il mezzo per tracciare la leggenda, uno scenario in cui entrano in gioco i vari personaggi: Tiresia, Manto, Virgilio, Charon, La principessa delle chiavi a brugola.

Lunga la lista dei musicisti, così come quella degli ospiti, anche se si sottolinea la nobile presenza del genesisiano Nad Sylvan ma, soprattutto, quella di Cristiano Roversi, a cui Dossena attribuisce i massimi meriti per la riuscita del progetto.

The Princess of the allen keys” - che uscirà in formato CD il 21 maggio e successivamente in vinile - va ascoltato senza soluzione di continuità, anche se è proposto come una suddivisione in sette tracce, per un totale di cinquantacinque minuti.

Ovunque profumo di Genesis, ma è questo un DNA dichiarato da Dossena e a me appare un gran pregio.

Per chi è sempre alla ricerca della novità all’interno di un “mondo prog” in cui difficilmente si potrà ancora “inventare”, catturare un disco che presenta tutti gli stilemi del genere significa rinforzare dei paletti che ogni tanto vacillano, e ricordare quale sia stato il punto di partenza appare al contempo saggio e difficile.

C’è una storia che lega i vari brani, tra immagini oniriche e concrete; esiste la lunga suite, quella che si dovrebbe ascoltare tra amici conniventi in un modus agiografico, seduti con complicità su di un comodo divano; ci sono poi tutti gli strumenti “magici”, quelli che la tecnologia ha semplificato ma che danno lo stesso risultato sonoro di un tempo glorioso, contribuendo a realizzare arrangiamenti maestosi e trame ad ampio respiro, e l’atmosfera che viene a crearsi inventa una certa sacralità musicale che soddisfa a pieno pancia e mente, almeno per i nostalgici - come me - che hanno potuto vivere il bello e il meglio della rivoluzione musicale di fine anni ’70. 

La conseguenza è che credo sia impossibile rimanere insensibili al cospetto di questo lavoro, giovani e meno giovani, purché open mind e pronti nel lasciarsi contaminare.

Musicisti fantastici dicevo, ma vorrei sottolineare il risalto vocale prodotto da Donata Luani (Manto), spesso in duetto con Silvan (Virgilio).

L’effetto che mi ha provocato l’album dei Noisy Diners va oltre il piacere d’ascolto - peraltro elevatissimo -, la bellezza estetica, l’apprezzamento per le idee e per i musicisti, e mi ha permesso di verificare ancora una volta il ruolo fondamentale della musica, una sorta di unità di misura del tempo in movimento, concetto antico, ma che fa piacere rimarcare quando si riesce a verificare sulla propria pelle la veridicità delle citazioni dei saggi del passato: “The Princess of the allen keys” è rappresentativa del mio concetto di musica di qualità e il suo ascolto mi ha condotto verso un felice viaggio nel tempo, trip che nulla ha a che fare con l’elemento nostalgico, ma reca in sé un rammarico, quello che oltrepassare certi confini e arrivare al neofita sarà impresa titanica.

Eppure… che tipo di variazione didattica sarebbe la proposizione di "The Princess of the allen keys” per qualche docente “aperto”?!

I tempi sono difficili, l’incertezza non vede una fine, ma conoscendo un po’ la determinazione di movimento di Fabrizio Dossena, immagino che non sarà impossibile delineare un prossimo futuro fatto di live, magari in uno o più teatri!

A fine articolo propongo un esempio musicale, anticipato dalle quattro chiacchiere fatte con Fabrizio… 


Partiamo dalla tua storia e risaliamo ai giorni nostri: come si è sviluppata la vita musicale di Fabrizio Dossena, in buona sintesi?

La mia vita musicale ha avuto tre inizi:

-in quel di Finale Ligure nel 1973 quando mi è stata regalata la mia prima chitarra.

-quando qualche anno dopo ho scoperto i Beatles.

-quando dopo essermi trasferito a Spotorno ho iniziato a conoscere persone che la musica l'avevano dentro davvero e che non ringrazierò mai abbastanza: in ordine di apparizione Daniele De Bernardi, Ezio Secomandi con i Total Crash e poi Insieme a Riccardo Giudice con i Black Out, Fabrizio Cruciani e Joe Vescovi periodo Knife Edge. Grazie a loro decisi di studiare musica arrivando a preparare e non dare l'esame per il 5° anno di chitarra classica.

Dopo un lunghissimo periodo di pausa, ed essendo passato alla scrittura teatrale decidendo di mettere in scena Storia di un Impiegato di Fabrizio De André, ho ripreso a suonare (grazie al Maestro Guido Rizzo di Alassio) e così sono nati i Clan Destino fondati insieme a Guido Dellapietra e che quest'ultimo sta egregiamente portando a risultati e traguardi davvero eccellenti.

Trasferitomi a Roma nel 2008 ho proseguito la mia "educazione artistica" collaborando in svariate situazioni per rientrare in Liguria dopo tre anni.

Nel 2012 la chiave di volta, il mio trasferimento a Mantova.

Dopo aver annusato un po’ l'aria, nel 2017 l'incontro con Cristiano Roversi, il resto è il presente e soprattutto il futuro.

Mi pare di capire che la musica progressiva, quella su cui è basato il tuo nuovo lavoro, sia per te una novità: come sei arrivato a costituire i Noisy Diners e conseguentemente l’opera rock “THE PRINCESS OF THE ALLEN KEYS”?

La musica progressive è sempre stata una mia grande passione, che però mi ha sempre intimorito dal punto di vista tecnico e per una forma di rispetto ho cercato di non offenderla sino a che non mi sono sentito in grado di approcciarmi a questo mondo nella maniera che merita.

Per quanto riguarda i Noisy Diners, dopo aver fatto leggere a Cristiano Roversi il testo della "Principessa delle chiavi a brugola" è stato tutto succedersi di idee che in un tempo ragionevole ci hanno portato sino qui.

L’album è di tipo concettuale, come è tipico del prog, e certamente l’idea di “opera” racchiude in sé il concetto di “storia”, con un inizio e una fine: come mai hai pensato alla leggenda di Manto e alla nascita della città di Mantova, quella in cui tu vivi? Gesto di riconoscimento o qualcosa di più articolato?

È iniziato dalla fine, The Princess esiste (è la mia compagna) e leggendo di Manto e nata tutta la storia: "The Princess of the Allen keys" è la prima uscita di una trilogia, inizia con la fuga di Tiresia (padre di Manto) da Tebe e termina con la comparsa della Principessa, che poi è una giovane Gattara diretta discendente di Manto. Sicuramente anche una forma di riconoscimento alla città che mi ha accolto.

So che per realizzarlo hai pensato a collaboratori del luogo, quasi a rafforzare l’idea di gruppo locale al lavoro: chi sono i tuoi compagni di viaggio?

Lo zoccolo duro dei Noisy Diners, oltre a me, sono Cristiano Roversi, Ezio Secomandi, Donata Luani e Davide Jori, ma credo che la magia ed il grande merito di questo progetto vada a Cristiano, bravissimo come era nella mia immaginazione a coniugare tre modi di sentire la propria musica completamente diversi, un batterista hard rock, un chitarrista (Davide Jori) con chiare influenze acide alla Sid Barret, un progger puro come Cristiano Roversi ed un fanatico della chitarra folk 12 corde come il sottoscritto. A questo si sono aggiunti musicisti straordinari come Mirko Tagliasacchi (basso), Erik Montanari (chitarra) e le voci di Stefano Boccafoglia (Tiresias), Beatrice Cotifava (The Princess), Aran Bertetto (Caronte), Antonio De Sarno (voce narrante, traduzioni, e linee melodiche) e soprattutto Nad Sylvan nei panni di Virgilio.

In due brani tanto per non farci mancare nulla abbiamo anche Mauro Negri al Sax.

Tra tanta italianità - musicisti e storia - spicca il contrasto delle liriche in lingua inglese: da dove arriva la scelta?

La scelta della lingua inglese deriva dal semplice fatto che la nostra intenzione è quella di rivolgerci da subito anche al mercato estero.

Quali sono le peculiarità delle trame musicali?

Che profumano di Genesis!

Quali sono le difficoltà tecniche che vi hanno maggiormente impegnato?

Legare gli stili diversi dei vari musicisti e l'attenzione maniacale alla pronuncia inglese.

Mi racconti qualcosa a proposito dell’artwork?

La copertina è un'opera di un artista argentino, Daniel E. Dank; l'idea era un'altra, ma dopo aver visto il dipinto raffigurato sulla copertina ho deciso immediatamente di contattare Daniel. La cosa divertente è che il dipinto originale è in casa di un collezionista di Las Vegas; per la cronaca Daniel nel novembre del 2019 ha esposto in piccolo museo di Parigi che viene chiamato… Louvre.

Vorrei saperne di più degli aspetti realizzativi e distributivi: a quale etichetta vi siete affidati e chi curerà la diffusione dell’album?

Diciamo che siamo stati fortunati, grazie a Ezio (il batterista) sono entrato in contatto con Giuseppe Aleo di Videoradio Channel e Videoradio Edizioni Musicali; prima solo tante parole, con lui ci siamo sentiti il lunedì pomeriggio e il giorno dopo eravamo già al contratto. Cose d'altri tempi.

Per quanto riguarda la distribuzione siamo presenti già da qualche settimana su tutte le piattaforme digitali, mentre tramite Self Distribuzione il CD uscirà il 21 maggio e sarà possibile acquistarlo in tutto il mondo anche tramite IBS e Amazon, ma saremo presenti anche nei cataloghi di Feltrinelli ed altri.

In quali formati è prevista l’uscita del disco?

Uscirà prima in cd, ma è chiaramente previsto anche il vinile. Visti i tempi abbiamo dovuto temporeggiare e credo che verso il prossimo autunno potrebbe esserci il vinile.

Sono programmati momenti di promulgazione (concerti o incontri)?

Sì, ma di sicuro non nel 2021, perché non è facile proporre dal vivo una vera e propria Rock Opera, tanto per usare le parole di Nad Sylvan!