mercoledì 30 giugno 2021

The Alice Cooper Show: era il 30 giugno del 1972



Alice Cooper
Empire Pool, Wembley, Londra, 30 giugno 1972
The Alice Cooper Show

In realtà si tratta solo di uno specchio che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della natura umana

Alice Cooper a Roy Carr, Music Scene, 1972.

Andato in scena per la prima volta a New York il 1 dicembre 1971, “Killer di Alice Cooper era uno scioccante esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione, del cinema e dell’America“. 
Con il singolo “School’s Out” in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e accesissima fan Simone Stenfors.

Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila. Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella, seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no si era mai visto. C’era il serpente per “It My Body”, il patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui restammo parecchio impressionati.
Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”

Da “Io C’ero”, di Myke Paytress.

Immagini di repertorio...



martedì 29 giugno 2021

Jethro Tull-Crest of a Knave


Jethro Tull-Crest of a Knave
Chrysalis-1987

Crest of a Knave è considerato dai seguaci dei Jethro Tull come l’album della rinascita, arrivato a tre anni dal precedente “Under Wraps”, culmine dell’innamoramento elettronico di Ian Anderson, influenzato dalla presenza del compositore Peter-John Vettese.

È un “punto e a capo” che passa attraverso una diversa line up, che vede oltre al sacro vate Ian - è lui che nell’occasione si occupa della parte tastieristica - e all’immancabile Martin Barre alla chitarra, Dave Pegg al basso e il doppio drummer, con l’esperto “fairportiano” Gerry Conway pronto ad alternarsi con il giovane americano Doane Perry, futura colonna portante dei Tull per il ventennio a seguire. Da segnalare la presenza di Ric Sanders al violino nel lungo “Budapest”, il brano più amato da Anderson. In realtà lo stacco rispetto al passato lascia alcuni strascichi di rigidità tecnologica - “Steel Monkey” e “Dogs In The Midwinter” -, ma è indubbio il cambio di direzione, o meglio, un ritorno al suono caratteristico della band, dove l’elemento acustico prevale in ogni contesto. Il brano di maggior visibilità è “Said She Was a Dancer”, aiutato da un video che leva ogni dubbio sul vocalist: è Ian Anderson e non Mark Knopfler!

Se “Raising Steam” profuma ancora di corso precedente, l’equilibrio - e il nuovo orizzonte - si ristabilisce con la bellissima “Farm on the Freeway”, la dinamica “Jump Start”, la drammaticità atmosferica di “Mountain Men” e la compassata e affascinante “The Waking Edge”. Le liriche di Anderson sono lo specchio delle riflessioni derivanti dal suo momentaneo allontanamento dalla scena, immerso nel lavoro “industriale”, giorni in cui è stato più facile, forse, pensare alle diversità sociali e agli aspetti ambientali del mondo contemporaneo.

Una curiosità, nel 1989 il disco vinse sorprendentemente il Grammy Award per il miglior prodotto hard rock/heavy metal davanti a nomi più autorevoli nel genere: i fans dei Metallica non gradirono la scelta! 





sabato 26 giugno 2021

YES-The Ladder


YES-The Ladder
Eagle Records-1999

Se la musica prog ha chiuso presto i battenti dell’alta visibilità, non si può dire che gli YES, tra i massimi esponenti del genere, abbiano avuto soste creative: The Ladder è il 6° album in studio degli anni ’90, e rappresenta un forte aggancio con il passato, un superamento di certe armonie pop che, negli ultimi tempi, avevano garantito la sopravvivenza. 

Parlando di YES occorre sempre citare la line up, vista la tendenza alla dinamicità: oltre agli ovvi Jon Anderson - che firma tutti i testi -, Chris Squire, Steve Howe e Alan White, troviamo Billy Sherwood alle chitarre e Igor Khoroshev alle tastiere.

L’iniziale “Homeworld” vale da sola il prezzo dell’album: colonna sonora di un videogame, è tra i brani più citati -dai fan- e coverizzati- dai musicisti. Tracce come “Finally “e “New Language” propongono un rock intriso dalla classicità del russo Igor, mentre si ritorna alle ballad tanto amate da Anderson con “It Will Be a Good Day” e “Nine Voices”; tipico gioco vocale per “To Be Alive” e struggente la trama di “If only you knew”, dedicata da Jon alla moglie. Convince meno la fuga nella world music - “Lightning Strikes” e “Can I? “- e il reggae di “The Messenger”. “Face To Face” è un altro pilastro che verrà riproposto dal vivo con buona frequenza.

Tutti i brani sono firmati dalla band, che si riunì presso gli Armoury Studios di Vancouver, in Canada, affidando la produzione a Bruce Fairbairn, Sound Engineer indipendente di fama internazionale. Purtroppo si arrivò a un epilogo drammatico che segnò la lavorazione, perché proprio nella fase finale Fairbairn venne a mancare, giovanissimo.

Copertina affidata alla sapiente mano di Roger Dean che realizza uno dei suoi capolavori.
Un grande album per gli YES, che ci hanno abituato nel tempo all’alternanza tra perfezione e sufficienza. E’ anche l’occasione per vedere all’opera, da “titolare”, Igor Khoroshev, un talento naturale di cui si perderà traccia dopo “House of Yes”, dell’anno successivo.



venerdì 25 giugno 2021

Buon Vecchio Charlie



Buon Vecchio Charlie è un gruppo Progressive Rock nato a Roma nel 1970, che ebbe una vita breve - un paio di anni -, periodo che permise un’attività che, nel tempo, diede vita ad un bell’album, omonimo.
La band lo incise nel 1972 per una piccola etichetta discografica indipendente, la veneziana “Suono”, ma non venne mai rilasciato, finché nel 1990 la Melos lo pubblicò come CD, seguita dalla Akarma che lo proporrà anche come LP nel 1999, con l'aggiunta di due brani.
Il titolo è “Buon Vecchio Charlie”, e contiene tre dei brani registrati durante il 1971.
L’album, con questa conformazione, fu distribuito anche in Giappone.

Qualche nota sul disco:

Brani

Venite giù al fiume – 12:09 (Luigi Calabrò)
Evviva la contea di Lane – 6:35 (Richard Benson)
All'uomo che raccoglie i cartoni – 15:00 (Luigi Calabrò)
I. Prima stanza
II. All'uomo che raccoglie i cartoni
III. Terza stanza
IV. Beffa
V. Ripresa

Tracce bonus nella riedizione del 1999

Rosa – 4:33 (Beppe Palomba) – originariamente interpretata da Beppe Palomba
Il guardiano della valle – 2:39 (Beppe Palomba) – originariamente interpretata da Beppe Palomba


Formazione

Richard Benson – voce solista, chitarra a 12 corde
Luigi Calabrò – chitarra acustica, chitarra elettrica, voce
Paolo Damiani – basso
Alessandro Centofanti – tastiera
Rino Sangiorgio – batteria
Sandro "Cicero" Cesaroni – sassofono tenore, flauto

Altri componenti

Walter Bernardi - basso
Carlo Visca - percussioni

Le sonorità del gruppo, appoggiate da una grande capacità tecnica, affondavano nel jazz/fusion e progressive/rock, e la loro eredità discografica appare davvero significativa.

L’elemento più in vista era il chitarrista e cantante Richard Benson, che raggiungerà una buona notorietà entrando nello staff della trasmissione radiofonica “Per voi giovani - avviata qualche anno prima da Renzo Arbore -, e successivamente diventerà figura storica delle emittenti private romane, passando poi per differenti esperienze tra il metal e il trash.


In un articolo di “Ciao 2001” (n.41, 13 ottobre) dedicato alla nuova redazione di PVG, viene semplicemente descritto come “un giovane beat inglese”, ma qualche piccola ricerca in rete potrà evidenziare la sua storia bizzarra ed esagerata, fatta di eccessi e fatti tutti da verificare.

Ascoltiamo il frutto del loro lavoro…




mercoledì 23 giugno 2021

LA NEVICATA DELL'85 - “FRONTIERE/CONFINI”


LA NEVICATA DELL'85 - “FRONTIERE/CONFINI”

CD/DIGITALE 


È da poco uscito “Frontiere/Confini”, terzo album di La Nevicata dell’85, quaranta minuti di musica suddivisa su dieci tracce.

La band nasce dodici anni fa e il cuore pulsante rimane nel tempo lo stesso, perché idee e proposizione arrivano dal duo formato da Ivan Cortesi (parole, voce e chitarre) e Andrea Ardigò (voce, batteria e pad).

A fine articolo presento una sintetica biografia del gruppo.

È quest’ultimo un progetto dove il forte messaggio viene amplificato a dismisura da sonorità che faccio fatica ad etichettare, ammesso che sia importante farlo.

Un suono minimalista alimentato da sperimentazione ed effetti, una mescolanza di distorsioni sonore che per semplicità inserisco nell’ambito della psichedelia rock, con richiami all’ambient ma a base “metallica”, mentre la voce resta in bilico tra il modus cantato e il parlato.

L’impatto porta ad una atmosfera distopica, anche se la denuncia dei contenuti lirici fornisce un’immagine positiva, una riflessione sui significati dei termini “frontiera/confine” quanto mai necessaria nell’attuale periodo di vita.

La frontiera, solitamente concepita come striscia di territorio a ridosso del confine - e ufficialmente riconosciuta -, viene qui intesa come un luogo immaginario, un posto da scoprire per conoscere - sé stessi e gli altri -  e migliorare.


Tratto dal brano “Frontiera”: 

hai occupato uno spazio

hai definito il confine

lo hai chiamato per nome

in una mappa interiore

tracciata nella carne e

Intrecciata nel tuo palmo

ora strappa le erbe

le radici e pianta le tue

tu sarai forte

Resisterai nelle alluvioni e alle siccità

Ti curerai

conterrai i tuoi orizzonti e

ti spingerai oltre

Perché sarai FRONTIERA e

ti eleggerai ad un mondo nuovo


Il concetto di “confine” presuppone la volontarietà, un’azione che porta a marcare il territorio, regalandogli un’identità nel momento in cui lo si separa dal resto, con l’idea di proteggerlo ma di esaltare al contempo le differenze, a volte per egoismo, altre per paura, quasi mai in buona fede.

L’esortazione insita del racconto è quella di abbracciare ed affrontare con coraggio il cambiamento, andare metaforicamente “oltre”, accantonare luoghi comuni e pregiudizi, perseguendo l’idea allettante che ciò che non conosciamo può riservare enormi sorprese positive, muovendo dalla zona di conforto verso il non conosciuto, andando incontro a quella larghissima fascia di anime caratterizzate dall’invisibilità.

Difficile arrivare ad un ascolto completo e soddisfacente senza un minimo di preparazione e il booklet di accompagnamento, addizionato dei testi, sarà un buon ausilio per lo svolgimento brano dopo brano.

Un disco che ho apprezzato dopo il primo giro di giostra.

A titolo esemplificativo aggiungo l’ascolto di “Mediterraneo”.



Tracklist:

01. 7 Messaggeri

02. Frontiera

03. Maglio

04. Solco

05. Recinto

06. Rialto

07. Roggia

08. Oltre

09. Mediterraneo

10. Feroce

 

Ivan Cortesi: parole, voce, chitarre

Andrea Ardigò: voce, batteria, pad

Su cinque dei dieci brani, Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz).

Registrazioni, mix e mastering

a cura di Daniele Cocca.

“Frontiere/Confini” è stato registrato

fra settembre e ottobre 2020

 

Artwork:

La Nevicata dell'85

Foto:

Ivan Cortesi 


Un po’ di storia… 

La Nevicata Dell'85, nata nel 2009 come progetto a due composto da Ivan Cortesi e Andrea Ardigò, diventa rapidamente trio grazie all'ingresso in formazione di Davide Catoggio (basso e chitarra).

Il primo album, omonimo, viene pubblicato nel 2011 per Fumaio Records, mentre “Secolo”, il secondo disco, vede la luce due anni più tardi, grazie alla collaborazione tra Fumaio Records e DreaminGorilla Records.

Il momento di successo è intenso ma breve: nonostante i buoni riscontri da parte della critica e l'intensa attività live, la band entrerà rapidamente in un lungo periodo di silenzio.

Sette anni passano in silenzio, ma La Nevicata Dell'85, nuovamente progetto a due sole teste, continua a lavorare sottotraccia, focalizzando l'attenzione su pezzi sempre più asciutti e d'impatto.

Il risultato di questo cambio di direzione è “Frontiere/Confini”, album del ritorno, in cui il suono, decisamente più pesante e grezzo, ben si combina con il cantato/parlato e con le tematiche affrontate.

 

CONTATTI:

E-mail: lanevicatadell85@hotmail.it 

Facebook: https://www.facebook.com/La-Nevicata-Dell-85-254409834606844/ 

Bandcamp: https://lanevicatadell85.bandcamp.com/

 


lunedì 21 giugno 2021

FLAVIO OREGLIO E STAFFORA BLUZER - "MILANO OLTRE POP"


MILANO OLTRE POP-FLAVIO OREGLIO E STAFFORA BLUZER 


Il titolo e il nome dell’autore/conduttore del progetto forniscono buone indicazioni a chiunque sia avvezzo all’ascolto della musica, senza fare grandi distinzioni tra esperti e occasionali: sarà facile immaginare un contenuto a base di sarcasmo e una certa concentrazione regionale, o forse cittadina, perché le scuole di pensiero e le “correnti” esistono e le attitudini locali si sono trasformante, nel tempo, peculiarità distintive.

Nelle note ufficiali Flavio Oreglio esorta ad allontanare la nostalgia, perché le linee guida non risiedono nella voglia di aggrapparsi al passato rivivendo in qualche modo la giovinezza ormai alle spalle: lo spirito e lo sguardo sono rivolti al futuro.

Non me ne vorrà l’autore se mi soffermo sul subbuglio dei ricordi che, brano dopo brano, mi hanno pervaso mente e cuore.

Milano e il cabaret, comicità e musica, ritrovi esclusivi e stelle luminose che prendono il via splendendo poi per sempre. Anni lontani, Trenta, Sessanta, Settanta…

Non era la mia musica, non era il mio mondo, eppure… le sonorità ti entrano dentro, i motivi trainanti diventano tormentoni, le scenette e i loro protagonisti si trasformano in immagini culto da venerare.

E mentre gli anni passano, si scioglie la rigidità giovanile, si incrementa l’onestà intellettuale e non si fa fatica a riconoscere che, oltre all’amato rock, esiste una musica che è diventata DNA, anche se non si è nati, come nel mio caso, a Milano, e nemmeno in Lombardia.

L’ascolto di “Oltre Pop” mi ha davvero toccato e, accanto alla bellezza intrinseca di ogni singolo atto, ho vissuto un’avventura itinerante, un viaggio nel tempo che mi ha riportato, ahimè, ad un mondo in bianco e nero che inesorabilmente ritorna, sollecitato da trame sonore assassine, che ci ricordano che la Musica è l’unità di misura del tempo che scorre.

Ma mettiamo da parte questa mia attitudine al ricordo nostalgico e proviamo a delineare un progetto molto partecipato che… rappresenta il secondo step di “Anima Popolare”, un work in progress coltivato sin dal 2017 con gli Staffora Bluzer.

Lunga la lista delle persone coinvolte, tutte visibili nell’immagine di fine articolo - così come titoli e autori - ma appare doverosa una citazione, quella rivolta a Roberto Brivio, mancato recentemente a causa del covid e a cui l’album è idealmente dedicato.

Flavio Oreglio ci tiene a evidenziare che non siamo al cospetto di un “tributo”, ma ad una rilettura di un repertorio che ripropone la tradizione milanese, partendo dagli inizi dello scorso secolo, sino al crepuscolo dei Settanta.

Trattasi quindi un’opera di studio e di ricerca che mette in mostra una liason tra cabaret e canzone d’autore, tra comicità e coraggio propositivo.

Un altro forte ingrediente è estrapolato da un mondo che contiene uno dei forti amori di Oreglio - aspetto forse meno conosciuto -, quello per la musica progressiva, e per chi è abituato ad una sua veste televisiva precisa, risulterà una sorpresa trovarlo, ad esempio, nel fan club dei Jethro Tull.

Ma andiamo con ordine e proviamo a snocciolare i circa cinquantaquattro minuti di musica suddivisi in quattordici episodi.

Apre il disco “La canzone intelligente”, ricordata soprattutto per le performance televisive settantiane di Cochi e Renato.

Un nuovo volto per un indiscusso tormentone, con una intro molto “popular” a cui segue un modus più fedele alle origini che prevede, anche, la voce di Cochi Ponzoni; ma l’armonica del bluesman Fabio Treves ridisegna i contorni di una delle canzoni più iconiche scritte dal duo milanese e da Jannacci.

Con “Il Riccardo” (Gaber-Simonetta), la contaminazione diventa più evidente, perché accanto al nocciolo conosciuto - tra lirica e suoni - si inserisce l’ariosità delle trame prog, per merito in primis del “Maestro” Lucio “Violino” Fabbri, che spruzza profumo di PFM (in questo caso quella abbinata al nome di De Andrè). Tra gli ospiti l’autorevole Ricky Gianco.

Non ricordavo invece “Ma poi”, di Walter Valdi, artista, autore di pièces teatrali e musicali in dialetto milanese.

Una chicca con una base jazzata che mantiene un certo rigore antico e fedeltà verso il prototipo, riportandoci alle originali interpretazioni del mai dimenticato Fred Buscaglione. Poco importante il fatto che non fosse lombardo!

E che dire di “El purtava i scarp del tennis” di Jannacci?

Lungo parlato introduttivo dal sapore didascalico, una perfetta apertura che, attraverso il dialogo tra Oreglio ed Enrico Intra, indica il percorso che, utilizzando il ricordo del Derby Club, ripropone un brano storico ma con l’abito jazz, con una esilerante “traduzione simultanea” dal dialetto milanese.

Meraviglioso sarebbe un ascolto live!

Tra i guests Germano Lanzoni e Luca Bonaffini.

Dalla coppia “Jannacci-Valdi” nasce “Faceva il palo”, brano proposto con certa coralità, tra jazz e dixie, che ci riporta alla New Orleans degli anni Venti.

Maestosità orchestrale che crea atmosfera e allegria.

Ospite Paolo Tomelleri.

El me gat”, di Ivan Della Mea, è una delle più famose canzoni della mala in dialetto milanese e vede la partecipazione del già citato Brivio, indimenticato membro de I Gufi.

Altro cambio di passo, con una spiccata commistione tra folk e prog che reinventa, musicalmente parlando, una canzone scritta negli anni Sessanta.

Se l’è un cojon”, di Brassens/Svampa/Amodei, è definita da Oreglio tendente ad una “filosofia minimalista”, quella capace di regalare storia/giudizio/sentenza in un attimo di ermetismo puro.

Godibile senza tanti commenti!

Sorrisi e lacrime” vede l’intervento dell’autore, Umberto Faini, che, stimolato da Oreglio, racconta la genesi della canzone e l’importanza di un titolo, rappresentativo del sentiero della vita.

Sullo sfondo il Derby, locale in cui le lacrime diventavano, probabilmente, conseguenze dei sorrisi… le occasioni non mancavano di certo.

Il dialogo diventa siparietto e preludio di una versione un po’ ska, con una forte atmosfera gioiosa e da balera che sollecita fortemente la memoria.

El biscella” (D’Anzi-Bracchi) trova ancora l’ausilio di Faini ed è strettamente legata alla tradizione popolare, sia attraverso il folklore musicale che per le perle di saggezza che ne riempiono il tratto.

La povera Rosetta” riporta all’antica milanesità e, ancora una volta alla malavita locale. Brano scritto ad inizio ‘900, narra la triste e reale vicenda di una giovane prostituta morta a diciotto anni.

Arrangiamento meraviglioso per una canzone la cui essenza resta pura, nonostante l’iniezione di novità, capace comunque di mantenere la seriosità richiesta dal contesto.

Arriva ancora dalla tradizione popolare “El magnan”, pregno di nobili ospiti (Treves, Brivio, Alberto Patrucco e David Riondino), il disegno di una figura scomparsa, quella del riparatore di pentole in rame, a contatto costante con le casalinghe dell'epoca e col rischio di pagare spiacevoli conseguenze per le sue “divagazioni”.

Canzone antica che prende corpo e vitalità attraverso arrangiamenti curati nei dettagli, e occorre pensare che trame come queste potevano nascere dal minimalismo legato a chitarra/voce - o piano e voce - e l'evoluzione proposta da Oreglio impreziosisce senza smarrire lo spirito iniziale.

Proprio “El magnan” avrebbe dovuto essere l’inizio di una collaborazione tra gli artisti succitati e Oreglio, tendente a riproporre “I Gufi”, ma la dipartita di Brivio ha ovviamente arrestato il progetto.

Con “La radio” arriviamo a metà dei seventies, una bandiera della mia generazione creata da Eugenio Finardi e Lucio Fabbri.

Pezzo sufficientemente modificato, con un corale alpino nella intro e una sostituzione del violino originale con la fisarmonica.

Comunque lo si proponga un must, per contenuto innovativo - almeno all’epoca - e variazioni sonore.

Stranamore” è un brano del ’78 di Roberto Vecchioni, che partecipa anche a questa nuova stesura, raccontandoci che sono tanti i tipi di amore - e i modi di amare - e anche comportamenti incomprensibili ai più possono essere a loro volta una forma di amore.

Non mi è dato di conoscere la motivazione della scelta delle varie tessere del puzzle ma questo penultimo atto dell’album appare molto attuale e particolarmente adatto al contenitore ideato da Flavio Oreglio.

A conclusione “Non c'è Milano” (Covri-Canciani) che include la poesia di Alberto Fortis “Il sorriso del Duomo” da lui declamata.

La celebrazione di una metropoli del mondo proposta nell’essenza, nella semplicità, nei luoghi comuni, sbruffona, nobile, popolare, in fondo bonacciona nonostante l’enorme - e per questo a volte pericolosa - autostima.

Un disegno, un fumetto, un quadretto bucolico e poetico che rappresenta il miglior epilogo ad un disco emozionante.

Quando la musica finisce viene da immaginare cosa sarebbe vivere l’ascolto di “Milano Oltre Pop” nel locale giusto, con la gente adeguata, magari in una periferia dove il Derby possa essere clonato, mentre Jannacci, Gaber e Brivio, dall’alto, con fare critico, osservano attenti e chiosano che, probabilmente, loro avrebbero fatto diversamente, non meglio, non peggio, ma in altro modo.

A me è piaciuto questo - di modo - l’ho assaporato goccia a goccia, leggendo e rivivendo ogni singola storia.

Ho speso poche parole per Oreglio e la band, privilegiando il progetto in toto, o forse dando per scontato che le competenze in gioco siano altissime.

L’immagine di Flavio Oreglio è probabilmente legata alla comicità televisiva, quella per cui è diventato famoso e molti sanno del suo passato da biologo; skills varie, dunque, ma il ruolo da musicista è preminente e pervade la sua vita sin dagli inizi e “Oltre Pop” ne è una piena dimostrazione.

Massimo voto per un progetto imperdibile.





domenica 20 giugno 2021

The Flower Pot Men


The Flower Pot Men, noto anche come The Flower Pot Men and Their Garden, è stato un gruppo musicale inglese formatosi nel 1967, in occasione dell'incisione del singolo Let's Go to San Francisco (hit sia nella Top 20 inglese che nelle classifiche musicali continentali), e caratterizzato dall'utilizzo di armonie a quattro voci.


I suoi componenti iniziali erano Tony Burrows, Neil Landon e Robin Shaw, provenienti dal trio vocale The Ivy League attivo dal 1964, ed il cantante Pete Nelson, accompagnati da Ged Peck alla chitarra, Carlo Little alla batteria e, per un breve periodo, da Nick Simper al basso e Jon Lord all'organo Hammond, entrambi poi confluiti nei Deep Purple.

Con l'abbandono di Lord e Simper nel 1968, e di Landon nel 1969, i tre cantanti rimasti aggiunsero nuovi musicisti al gruppo e cambiarono il loro nome in White Plains, ottenendo un discreto successo nel 1970 con la hit My Baby Loves Lovin'. Poco dopo, i Flower Pot Men si sciolsero.

Anche loro hanno lasciato un traccia...





giovedì 17 giugno 2021

The Samurai Of Prog - “The White Snake and Other Grimm Tales II”

 




The Samurai Of Prog - “The White Snake and Other Grimm Tales II”

 





Sono passati solo un paio di mesi dal rilascio di “The Lady And The Lyon (And Other Grimm Tales-I)" e i The Samurai Of Prog, come promesso, ritornano con lo svolgimento in musica di un’altra fiaba dei Fratelli Grimm, “The White Snake and Other Grimm Tales II”.

L’incredibile prolificità di questa multinazionale del prog non può trovare sola giustificazione nella tecnologia, che sicuramente accorcia i tempi di composizioni che coinvolgono persone che vivono sparse nel mondo, ma esiste una forte motivazione che permette al nucleo centrale - Marco Bernard, Kimmo Pörsti e Steve Unruh - di raccogliere musicisti di varie nazionalità per condividere progetti dal forte sapore di prog sinfonico, mai fermo alla celebrazione del passato ma proiettato verso il nuovo che si miscela con la storia.

Il gruppo degli artisti è ormai fidelizzato ma in questa occasione la partecipazione italiana è davvero cospicua.

Provo ad elencare la lunga lista dei partecipanti:

Marco Grieco, Marcel Singor, Alessandro Di Benedetti, Mimmo Ferri, Rafael Pacha, Marco Vincini, Elisa Montaldo, Luca Scherani, Marcella Arganese, Stefano Galifi, Alessio Calandriello, Daniel Fäldt, Alessandro Corvaglia, Camilla Rinaldi, Carmine Capasso e Oliviero Lacagnina.

I fratelli Grimm hanno deliziato generazioni di bambini rielaborando le fiabe della tradizione popolare tedesca e la trasposizione in musica ad ampio respiro realizzata dai TSOP fornisce un nuovo volto ad una cultura specifica che diventa approfondimento popolare, un quasi elemento didattico in un mondo ideale fatto di persone “open mind”, a cui tende la musica dei Samurai.

Per ogni traccia proposta esiste una storia da raccontare (immagino contenuta nel booklet non ancora in mio possesso) e ciò rafforza il mio concetto precedente di “musica con un fine preciso”, rivolta ad un pubblico il più ampio possibile.

L’atto di apertura è lo strumentale “The Tricky Fiddler”, composto da Marco Grieco, presente alle tastiere. A completamento della lineup le chitarre elettriche di Marcel Singor e Carmine Capasso, che si aggiungono alla sezione ritmica (Bernard e Pörsti) e alla versatilità di Unruh (violino e flauto).

Sei minuti di atmosfere immaginifiche, perfetta miscela di classico abbinato al rock, con il violino in primo piano capace di disegnare sonorità struggenti, una sintesi ideale del concetto di musica progressiva.

Segue “Searching For the Fear”, altro strumentale, scritto da Alessandro Di Benedetti, che partecipa in qualità di tastierista coadiuvato ancora dalla chitarra di Marcel Singor e dai tre musicisti di riferimento attorno ai quali ruota il progetto.

Un lungo brano di quasi dieci minuti per descrivere la storia di un giovane uomo che non conosce la paura e vorrebbe imparare a “rabbrividire”.

Anche in questo caso la trama portante - quasi aulica - pennellata dal violino, si sposa con gli stilemi del prog, tra tempi composti e contaminazione spinta, una chicca che non lascia indifferenti.

Il terzo pezzo si intitola “The Devil With the Three Golden Hairs”, musica e testo di Mimmo Ferri, che interviene con tastiere e chitarra.

È questo il primo “cantato” che disegna una storia che si snoda nel dialogo tra il Re (Steve Unruh), il diavolo (Daniel Fäldt), il ragazzo (Marco Vincini) e la madre (Elisa Montaldo). Si uniscono Carmine Capasso all’elettrica e Rafael Pacha al mandolino.

Un mini-suite ben definita che propone un altalenare di movimenti dal basico sapore folk, ma aperta al cambiamento ritmico e sonoro, un viaggio nel tempo che riesce ad esaltare il concetto di “racconto musicale” adatto ad ogni orecchio.

Luca Scherani ci regala “The Travelling Musicians” (in cui suona le tastiere), un’altra fiaba che farebbe la felicità, anche, di tanti bambini.

Anche in questo caso l’iter prevede differenti personaggi/vocalist, e così troviamo oltre al solito Unruh (l’asino), Stefano “Lupo” Galifi (il cane), Elisa Montaldo (il gatto) e Alessio Calandriello (il gallo), Daniel Fäldt (1° ladro) e Alessandro Corvaglia (2° ladro). A completare la formazione Marcella Arganese alle chitarre e i Samurai al completo.

Superfluo sottolineare le competenze di questo pugno di artisti ma credo non sia in ogni caso facile rendere efficace un dialogo a più voci fornendo il senso del racconto fluido, e l'idioma usato nella doppia lingua si trasforma in peculiarità.

Undici minuti in cui il senso di maestosità diventa lo sfondo per un fitto scambio di battute tra i protagonisti, una situazione molto articolata che riporta a tratti ai miti prog dei seventies.

E si arriva alla title track, “The White Snake”, in cui interviene pesantemente una fetta importante di Latte e Miele, in quanto le musiche sono di Oliviero Lacagnina (tastierista nel brano) con le liriche di Massimo Gori (ex bassista della band genovese).

Partecipano inoltre i tre fondatori con i loro strumenti (basso, batteria, flauto/ violino/voce), Camilla Rinaldi alla voce, Rafael Pacha (chitarra acustica e flauto irlandese), Marc Papeghin (tromba e corno francese) e Marcel Singor all’elettrica.

Un brano che vale la facciata di un LP (17:30), lo sviluppo di un’altra storia magica disegnata dalla solennità musicale che, almeno inizialmente, ci regala il profumo di quel “Tarkus” che compie in questi giorni 50 anni. Ma gli snodi immaginati dai TSOP sono improvvisi e non prevedibili e il gioco delle parti produce sonorità che realizzano il bridge tra il passato e il nuovo, tra ciò che rimane sotto forma di DNA e il cambiamento.

Sono cinque i movimenti ideati dal “Maestro” Lacagnina: “Prologue”-“The White Snake”-The Trial”-“A Ring In The Water”-“The Wedding”.

Meraviglioso!

Ancora un paio di minuti per riannodare il filo della storia ed ecco, a conclusione, “The Tricky Fiddler – Reprise”.

 


Cinquantacinque minuti di musica che scorrono con la consapevolezza di essere all’ascolto di musica di qualità, il cui valore aggiunto risiede nel raggiungimento dell’obiettivo attraverso un iter condiviso, proponendo storie antiche a cui viene data sede e modo per la rivisitazione, tanta manna per i cultori del genere prog, tanta manna per i curiosi, tanta manna -potrebbe essere- per i giovanissimi a cui viene proposto l’abbinamento tra fiabe e loro colonne sonore. Ma in fondo, basterebbe solo lasciarsi andare, aprire la mente e il cuore eliminando pregiudizi e luoghi comuni, e la difficoltà di creazione, assieme alla facilità di ascolto, troverebbero il prefetto paradigma.

Musicisti mostruosi, team pazzesco, attività intensa dei TSOP diventati ormai un saldo punto di riferimento nel panorama prog mondiale.

Artwork fantastico affidato, come spesso accade, a Ed Unitsky, il  realizzatore di copertine che preferisco tra i contemporanei.

Il CD è disponibile in un package a tre pannelli in stile mini-LP di alta qualità e comprende ancora una volta un ampio ed esaustivo opuscolo.

Info disponibili sul sito di riferimento:

info@seacrestoy.com

PRE-ORDERS

Un assaggio video...






mercoledì 16 giugno 2021

Paola Tagliaferro sings Greg Lake - La Compagnia dell'Es: 14 giugno 2021, Palazzo Ducale di Genova-Commento al concerto

Il 14 giugno del 2021 mi riporta alla musica live dopo nove mesi.

L’occasione è nobile, nel senso della proposta, dei ricordi e della location.

Parto da quest’ultima, il Palazzo Ducale di Genova, spazio in cui vidi una performance solista di Greg Lake il 21 giugno del 2013. E qui mi aggancio alle tantissime memorie di una serata indimenticabile, oggi come allora inserita in un contesto specifico denominato…

FESTIVAL INTERNAZIONALE DI POESIA DI GENOVA, PAROLE SPALANCATE

Greg Lake non è più tra noi ma la sua musica resta, e in questo caso si rinnova attraverso la proposta di Paola Tagliaferro e La Compagnia dell’Es, in questo caso in formazione ridotta e adeguata all’occasione.

Riannodiamo il filo della storia recente e registriamo l’uscita di un album particolare che Paola, spinta e appoggiata da Regina Lake - moglie di Greg e coproduttrice del progetto - ha dedicato alla “voce e basso” di King Crimson e ELP.

Il titolo è “Paola Tagliaferro sings Greg Lake” e per chi se lo fosse perso fornisco un link utile alla comprensione:

https://athosenrile.blogspot.com/2021/02/paola-tagliaferro-sings-greg-lake-la.html

I commenti della stampa specializzata, italiana ed estera, sono andati oltre le più rosee aspettative, fatto non certo scontato se si pensa alla “pericolosità” di una proposta che poteva essere interpretata come mera coverizzazione.

Al contrario, i brani di Lake sono stati reinterpretati, rimodellati e proposti sotto una nuova luce ed ero quindi curioso di ascoltarli in veste acustica, un modus che potrebbe tornare utile nelle situazioni che richiedono una atmosfera fatta di intimità e contatto ravvicinato con il pubblico.

La Compagnia dell’Es, nella sua conformazione completa, conta sette elementi, ma in questa occasione la formazione era così composta:

Paola Tagliaferro-voce e chitarra

Pier Gonella-chitarra

Giulia Ermirio-viola

Pierangelo Pandiscia di Henten Hitti- chitarra, tamburo, pin metallici, lira e campanelle

L’ambiente aulico ha favorito la rivisitazione acustica di alcuni capolavori scritti da Lake, una celebrazione all’uomo e al musicista con cui Paola Tagliaferro stabilì un rapporto di estrema vicinanza, spirituale e musicale.

Ad ogni brano un commento, ad ogni arpeggio un ricordo, con la voce di Paola che si mischia idealmente a quella di Greg e regala momenti di pura emozione.

La scaletta prevede tracce estrapolate dal disco ma anche qualche novità:

Si parte da “Luky Man”, tratta dall’album di esordio eponimo e si prosegue con “Still... You Turn Me On”, da “Brain Salad Surgery”.

A seguire “C’est la vie”, da “Works Volume 1”, brano che precede l’intermezzo poetico performato da Claudio Pozzani, direttore artistico del “Festival internazionale di poesia di Genova Parole spalancate”.

Le sue letture faranno riferimento ai tre “pezzi” che seguiranno, “Promenade” e “The Sage” (“Pictures at an Exhibition”) e “Moonchild”, dall’esordio dei King Crimson (“In The Court Of The Crimson King”).

Il set prosegue e si conclude con due momenti celebrativi, “Battlefield” - che permette di ricordare che sono passati cinquant’anni dall’uscita di “Tarkus” - e “La Cura”, nel ricordo di Franco Battiato.

Una serata emozionante, che ha visto la “conduzione” perfetta e ispirata di Paola Tagliaferro, affiancata dalle enormi skills di Pier Gonella - a suo agio con ogni tipo di genere musicale -, Giulia Ermirio - elemento classico perfettamente inserito in contesto “rock” - e Pierangelo Pandiscia, il tocco world, tra etnia e larga contaminazione.

Del concerto propongo un medley che termina con un paio di novità, la prima riguardante l’annuncio di Paola relativo alla sua entrata in Manticore - la storica etichetta fondata dagli ELP nel ’73 - e la seconda è lo stralcio di video di “C’est la vie” (catturato dallo schermo sul palco), realizzato in un contesto da favola.

 

Lascio in coda una nota relativa alle performance che hanno preceduto il concerto, ovvero l’angolo del Reading Internazionale, che ha visto sul palco la poetessa Donatella Bisutti - davvero toccanti le sue liriche - e un duo formato da Aleš Šteger - poeta e scrittore sloveno - e dal fisarmonicista Jure Tori, che hanno saputo creare un momento godibilissimo, al di là dell’intento poetico.

Voto massimo per un concerto  carico di significati, si spera preludio a nuovi eventi live.