martedì 22 giugno 2021

Ricordando "Per voi giovani"



Prendo in prestito questo articolo apparso su "Ciao 2001", n. 41 del 13 ottobre 1971, per ricordare una delle poche trasmissioni che informavano noi adolescenti, affamati di musica, ad inizio anni 70, "Per voi giovani".
Nel filmato a seguire, del 1973, la voce di Carlo Massarini è coadiuvata da un sottofondo di qualità, Gentle Giant e Yes.

Aria di ringiovanimento alla trasmissione radiofonica "Per voi giovani": la popolare rubrica di musica leggera e dibattiti dedicata ai giovani ascoltatori ha cambiato volto e si presenta al loro giudizio piena di importanti innovazioni destinate a renderla più interessante e più rispondente alle loro esigenze sempre più numerose. Molta strada è stata fatta e molte cose sono cambiate da quando Renzo Arbore ricevette l'incarico di tenere a battesimo la trasmissione. Soprattutto, quello che è andato maggiormente evolvendosi è il desiderio dei giovani, il loro bisogno di essere resi più partecipi di tutto ciò che li circonda. Parlare della musica leggera e di alcuni problemi di tutti i giorni può esser fatto diversamente e con toni meno cattedratici di quelli usati negli altri programmi: questo, in sintesi, il ragionamento da cui si è partiti a viale Mazzini ed attraverso il quale si sono, via via, dipanate le successive edizioni della rubrica. Ma rivolgersi ad un pubblico come quello di "Per voi giovani" richiede anche e soprattutto una semplicità di linguaggio che solo i giovani possiedono in misura spontanea; da qui la decisione di affidare ad alcuni di essi il compito di rivolgersi ai loro coetanei dai microfoni di via Asiago. La decisione, probabilmente non mancò di sollecitare polemiche alla Rai, polemiche che divennero addirittura furiose allorché questi neo-presentatori "sgarrarono". Come ricorderete, nel novembre scorso, l'intera redazione di "Per voi giovani" fu posta sotto accusa poiché, dissero, i microfoni compilavano un vero e proprio "bollettino di guerra" con la scusa di informare sulla situazione delle scuole italiane occupate dagli studenti. Dopo numerose censure ed imposizioni "dall'alto", i collaboratori della trasmissione si dimisero in blocco con l'intento di far cessare il clima di terrore che si era venuto ad instaurare, ma non poterono evitare che Paolo Giaccio, con la scusa ufficiale dei "motivi di servizio", fosse mandato in castigo in Inghilterra per un certo periodo di tempo. Questi sono comunque episodi appartenenti al passato e che viale Mazzini cerca probabilmente di farsi perdonare donando alla trasmissione una nuova e più organica struttura che, siamo certi, non dovrebbe dispiacere egli affezionati del programma.
Ma vediamo insieme in cosa consistono, in pratica, le innovazioni di cui stiamo parlando: innanzi tutto le "voci"; allo scopo di eliminare quei toni "professionali" che per forza maggiore anche un dilettante viene ad assumere inconsapevolmente dopo un certo periodo di tempo, si è pensato di inserire nuovi personaggi, nuove "voci" nella trasmissione. Ai due vecchi presentatori Paolo Giaccio e Mario Fegiz sarà lasciato l'incarico di curare una rubrica il primo, e di dirigere una redazione a Milano il secondo. Il programma risulterà suddiviso in rubriche, ciascuna affidata ad una persona, riguardanti gli argomenti più interessanti legati all'attualità ed al mondo musicale. Queste rubriche saranno chiamate "spazi" - ed anzi Spazio-Giovani doveva esser il nuovo titolo della trasmissione, ma poi non se ne è più fatto nulla - e saranno in numero di sette. Eccole di seguito:
POP-CLUB: è senza dubbio destinato a ricoprire l'angolo più interessante per gli appassionati della pop music; curato da Carlo Massarini, lo "spazio" si ripromette di guadagnare il tempo perduto dalla radio in fatto di pop negli ultimi cinque anni. In sostanza, poiché la trasmittente italiana ha cominciato con sensibile ritardo ad interessarsi di questo importantissimo filone musicale, si cercherò di sopperire a questa carenza portando a conoscenza del pubblico i long playing di questo periodo scelti fra quelli dei Cream, dei Traffic, dei Procol Harum prima maniera, di Joe Cocker, ecc.
LA POSTA: va da sé che non poteva essere soppresso questo angolino di dialogo diretto con gli ascoltatori. Questa volta vi provvederà la giovane Mariù Safier che provvederà anche a presentare alcuni brevi brani ritmati dalla melodia particolarmente facile e distensiva.
SPAZIO-ROCCHI: prende il nome dal suo curatore, Claudio Rocchi. Claudio è un cantautore milanese di vent'anni ottimo conoscitore della produzione internazionale del folk e del pop. Suo compito sarà quello di scegliere e proporre agli ascoltatori brani dal repertorio folk e country americano ed inglese.
SERVIZIO PARLATO: riguarderà argomenti tra i più diversi ma tutti di grande interesse ed attualità. Si occuperà di tempo libero, delle nuove esperienze didattiche di alcune scuole del Nord commentate dagli stessi studenti, delle comunicazioni di massa, del mondo del lavoro e delle difficoltà di inserimento in esso da parte dei giovani, di consumi e merceologia, di incontri e ritratti di ascoltatori. Allo "spazio" collaborerà da Milano Mario Luzzatto Fegiz.
CANZONI ITALIANE: la rubrica è curata da Paolo Giaccio ed ha l'intento di rivalutare, nel piano della trattazione, questo settore precedentemente un po' trascurato. Proporrà brani che godono di una certa validità autonoma (Battisti, Mina, De André, Formula 3 e altri) non senza precludersi però la possibilità di polemizzare con questo o quel cantante o complesso.
SEGNALAZIONE LIBRO O SPETTACOLO: curato ancora da Mariù Safier, questo "spazio" si propone di tornare in chiave di recensione su alcuni fatti di attualità legati a qualche libro o spettacolo.
NOVITA' 33 GIRI: se ne occupa un giovane beat inglese Richard Benson, che presenterà di volta in volta un nuovo 33 giri legato all'immediata attualità del pop.
Queste, dunque, le novità che trovano la loro ragion d'essere in una più impegnata ricerca del contatto con l'ascoltatore. Ad esso, quindi, il giudizio definitivo.

Rolando Gimero

lunedì 21 giugno 2021

FLAVIO OREGLIO E STAFFORA BLUZER - "MILANO OLTRE POP"


MILANO OLTRE POP-FLAVIO OREGLIO E STAFFORA BLUZER 


Il titolo e il nome dell’autore/conduttore del progetto forniscono buone indicazioni a chiunque sia avvezzo all’ascolto della musica, senza fare grandi distinzioni tra esperti e occasionali: sarà facile immaginare un contenuto a base di sarcasmo e una certa concentrazione regionale, o forse cittadina, perché le scuole di pensiero e le “correnti” esistono e le attitudini locali si sono trasformante, nel tempo, peculiarità distintive.

Nelle note ufficiali Flavio Oreglio esorta ad allontanare la nostalgia, perché le linee guida non risiedono nella voglia di aggrapparsi al passato rivivendo in qualche modo la giovinezza ormai alle spalle: lo spirito e lo sguardo sono rivolti al futuro.

Non me ne vorrà l’autore se mi soffermo sul subbuglio dei ricordi che, brano dopo brano, mi hanno pervaso mente e cuore.

Milano e il cabaret, comicità e musica, ritrovi esclusivi e stelle luminose che prendono il via splendendo poi per sempre. Anni lontani, Trenta, Sessanta, Settanta…

Non era la mia musica, non era il mio mondo, eppure… le sonorità ti entrano dentro, i motivi trainanti diventano tormentoni, le scenette e i loro protagonisti si trasformano in immagini culto da venerare.

E mentre gli anni passano, si scioglie la rigidità giovanile, si incrementa l’onestà intellettuale e non si fa fatica a riconoscere che, oltre all’amato rock, esiste una musica che è diventata DNA, anche se non si è nati, come nel mio caso, a Milano, e nemmeno in Lombardia.

L’ascolto di “Oltre Pop” mi ha davvero toccato e, accanto alla bellezza intrinseca di ogni singolo atto, ho vissuto un’avventura itinerante, un viaggio nel tempo che mi ha riportato, ahimè, ad un mondo in bianco e nero che inesorabilmente ritorna, sollecitato da trame sonore assassine, che ci ricordano che la Musica è l’unità di misura del tempo che scorre.

Ma mettiamo da parte questa mia attitudine al ricordo nostalgico e proviamo a delineare un progetto molto partecipato che… rappresenta il secondo step di “Anima Popolare”, un work in progress coltivato sin dal 2017 con gli Staffora Bluzer.

Lunga la lista delle persone coinvolte, tutte visibili nell’immagine di fine articolo - così come titoli e autori - ma appare doverosa una citazione, quella rivolta a Roberto Brivio, mancato recentemente a causa del covid e a cui l’album è idealmente dedicato.

Flavio Oreglio ci tiene a evidenziare che non siamo al cospetto di un “tributo”, ma ad una rilettura di un repertorio che ripropone la tradizione milanese, partendo dagli inizi dello scorso secolo, sino al crepuscolo dei Settanta.

Trattasi quindi un’opera di studio e di ricerca che mette in mostra una liason tra cabaret e canzone d’autore, tra comicità e coraggio propositivo.

Un altro forte ingrediente è estrapolato da un mondo che contiene uno dei forti amori di Oreglio - aspetto forse meno conosciuto -, quello per la musica progressiva, e per chi è abituato ad una sua veste televisiva precisa, risulterà una sorpresa trovarlo, ad esempio, nel fan club dei Jethro Tull.

Ma andiamo con ordine e proviamo a snocciolare i circa cinquantaquattro minuti di musica suddivisi in quattordici episodi.

Apre il disco “La canzone intelligente”, ricordata soprattutto per le performance televisive settantiane di Cochi e Renato.

Un nuovo volto per un indiscusso tormentone, con una intro molto “popular” a cui segue un modus più fedele alle origini che prevede, anche, la voce di Cochi Ponzoni; ma l’armonica del bluesman Fabio Treves ridisegna i contorni di una delle canzoni più iconiche scritte dal duo milanese e da Jannacci.

Con “Il Riccardo” (Gaber-Simonetta), la contaminazione diventa più evidente, perché accanto al nocciolo conosciuto - tra lirica e suoni - si inserisce l’ariosità delle trame prog, per merito in primis del “Maestro” Lucio “Violino” Fabbri, che spruzza profumo di PFM (in questo caso quella abbinata al nome di De Andrè). Tra gli ospiti l’autorevole Ricky Gianco.

Non ricordavo invece “Ma poi”, di Walter Valdi, artista, autore di pièces teatrali e musicali in dialetto milanese.

Una chicca con una base jazzata che mantiene un certo rigore antico e fedeltà verso il prototipo, riportandoci alle originali interpretazioni del mai dimenticato Fred Buscaglione. Poco importante il fatto che non fosse lombardo!

E che dire di “El purtava i scarp del tennis” di Jannacci?

Lungo parlato introduttivo dal sapore didascalico, una perfetta apertura che, attraverso il dialogo tra Oreglio ed Enrico Intra, indica il percorso che, utilizzando il ricordo del Derby Club, ripropone un brano storico ma con l’abito jazz, con una esilerante “traduzione simultanea” dal dialetto milanese.

Meraviglioso sarebbe un ascolto live!

Tra i guests Germano Lanzoni e Luca Bonaffini.

Dalla coppia “Jannacci-Valdi” nasce “Faceva il palo”, brano proposto con certa coralità, tra jazz e dixie, che ci riporta alla New Orleans degli anni Venti.

Maestosità orchestrale che crea atmosfera e allegria.

Ospite Paolo Tomelleri.

El me gat”, di Ivan Della Mea, è una delle più famose canzoni della mala in dialetto milanese e vede la partecipazione del già citato Brivio, indimenticato membro de I Gufi.

Altro cambio di passo, con una spiccata commistione tra folk e prog che reinventa, musicalmente parlando, una canzone scritta negli anni Sessanta.

Se l’è un cojon”, di Brassens/Svampa/Amodei, è definita da Oreglio tendente ad una “filosofia minimalista”, quella capace di regalare storia/giudizio/sentenza in un attimo di ermetismo puro.

Godibile senza tanti commenti!

Sorrisi e lacrime” vede l’intervento dell’autore, Umberto Faini, che, stimolato da Oreglio, racconta la genesi della canzone e l’importanza di un titolo, rappresentativo del sentiero della vita.

Sullo sfondo il Derby, locale in cui le lacrime diventavano, probabilmente, conseguenze dei sorrisi… le occasioni non mancavano di certo.

Il dialogo diventa siparietto e preludio di una versione un po’ ska, con una forte atmosfera gioiosa e da balera che sollecita fortemente la memoria.

El biscella” (D’Anzi-Bracchi) trova ancora l’ausilio di Faini ed è strettamente legata alla tradizione popolare, sia attraverso il folklore musicale che per le perle di saggezza che ne riempiono il tratto.

La povera Rosetta” riporta all’antica milanesità e, ancora una volta alla malavita locale. Brano scritto ad inizio ‘900, narra la triste e reale vicenda di una giovane prostituta morta a diciotto anni.

Arrangiamento meraviglioso per una canzone la cui essenza resta pura, nonostante l’iniezione di novità, capace comunque di mantenere la seriosità richiesta dal contesto.

Arriva ancora dalla tradizione popolare “El magnan”, pregno di nobili ospiti (Treves, Brivio, Alberto Patrucco e David Riondino), il disegno di una figura scomparsa, quella del riparatore di pentole in rame, a contatto costante con le casalinghe dell'epoca e col rischio di pagare spiacevoli conseguenze per le sue “divagazioni”.

Canzone antica che prende corpo e vitalità attraverso arrangiamenti curati nei dettagli, e occorre pensare che trame come queste potevano nascere dal minimalismo legato a chitarra/voce - o piano e voce - e l'evoluzione proposta da Oreglio impreziosisce senza smarrire lo spirito iniziale.

Proprio “El magnan” avrebbe dovuto essere l’inizio di una collaborazione tra gli artisti succitati e Oreglio, tendente a riproporre “I Gufi”, ma la dipartita di Brivio ha ovviamente arrestato il progetto.

Con “La radio” arriviamo a metà dei seventies, una bandiera della mia generazione creata da Eugenio Finardi e Lucio Fabbri.

Pezzo sufficientemente modificato, con un corale alpino nella intro e una sostituzione del violino originale con la fisarmonica.

Comunque lo si proponga un must, per contenuto innovativo - almeno all’epoca - e variazioni sonore.

Stranamore” è un brano del ’78 di Roberto Vecchioni, che partecipa anche a questa nuova stesura, raccontandoci che sono tanti i tipi di amore - e i modi di amare - e anche comportamenti incomprensibili ai più possono essere a loro volta una forma di amore.

Non mi è dato di conoscere la motivazione della scelta delle varie tessere del puzzle ma questo penultimo atto dell’album appare molto attuale e particolarmente adatto al contenitore ideato da Flavio Oreglio.

A conclusione “Non c'è Milano” (Covri-Canciani) che include la poesia di Alberto Fortis “Il sorriso del Duomo” da lui declamata.

La celebrazione di una metropoli del mondo proposta nell’essenza, nella semplicità, nei luoghi comuni, sbruffona, nobile, popolare, in fondo bonacciona nonostante l’enorme - e per questo a volte pericolosa - autostima.

Un disegno, un fumetto, un quadretto bucolico e poetico che rappresenta il miglior epilogo ad un disco emozionante.

Quando la musica finisce viene da immaginare cosa sarebbe vivere l’ascolto di “Milano Oltre Pop” nel locale giusto, con la gente adeguata, magari in una periferia dove il Derby possa essere clonato, mentre Jannacci, Gaber e Brivio, dall’alto, con fare critico, osservano attenti e chiosano che, probabilmente, loro avrebbero fatto diversamente, non meglio, non peggio, ma in altro modo.

A me è piaciuto questo - di modo - l’ho assaporato goccia a goccia, leggendo e rivivendo ogni singola storia.

Ho speso poche parole per Oreglio e la band, privilegiando il progetto in toto, o forse dando per scontato che le competenze in gioco siano altissime.

L’immagine di Flavio Oreglio è probabilmente legata alla comicità televisiva, quella per cui è diventato famoso e molti sanno del suo passato da biologo; skills varie, dunque, ma il ruolo da musicista è preminente e pervade la sua vita sin dagli inizi e “Oltre Pop” ne è una piena dimostrazione.

Massimo voto per un progetto imperdibile.





domenica 20 giugno 2021

The Flower Pot Men


The Flower Pot Men, noto anche come The Flower Pot Men and Their Garden, è stato un gruppo musicale inglese formatosi nel 1967, in occasione dell'incisione del singolo Let's Go to San Francisco (hit sia nella Top 20 inglese che nelle classifiche musicali continentali), e caratterizzato dall'utilizzo di armonie a quattro voci.


I suoi componenti iniziali erano Tony Burrows, Neil Landon e Robin Shaw, provenienti dal trio vocale The Ivy League attivo dal 1964, ed il cantante Pete Nelson, accompagnati da Ged Peck alla chitarra, Carlo Little alla batteria e, per un breve periodo, da Nick Simper al basso e Jon Lord all'organo Hammond, entrambi poi confluiti nei Deep Purple.

Con l'abbandono di Lord e Simper nel 1968, e di Landon nel 1969, i tre cantanti rimasti aggiunsero nuovi musicisti al gruppo e cambiarono il loro nome in White Plains, ottenendo un discreto successo nel 1970 con la hit My Baby Loves Lovin'. Poco dopo, i Flower Pot Men si sciolsero.

Anche loro hanno lasciato un traccia...





sabato 19 giugno 2021

Monterey Pop



Da "Rock e Martello", di Gianni Lucini

"Il 16 giugno 1967 con il brano Enter the young gli Association aprono il Monterey Pop Festival, destinato a restare nella storia, oltre che come l'antesignano dei grandi raduni di massa della generazione hippy, come un primo segnale evidente di un'epoca di grandi cambiamenti. 

Organizzato da un singolare trio composto da John Philips dei Mamas & Papas, Paul Simon e Lou Adler per un pubblico stimato, alla vigilia, intorno alle settemila persone, attirerà, invece, oltre cinquantamila giovani e con la sua svolta musicale progressista contribuirà, nonostante i dubbi degli esperti di mercato, a far uscire il rock dai ristretti recinti delle musiche di culto. Farà conoscere al mondo, anche grazie al film realizzato nei tre giorni della manifestazione dal regista D.A. Pennebaker, la chitarra lancinante di Jimi Hendrix, la carica devastante degli Who e gli innovativi suoni delle band nate nel movimento hippy di San Francisco, prima fra tutte Janis Joplin con i suoi Big Brother & The Holding Company. Segnerà anche la consacrazione di Otis Redding, profeta di un soul che, senza rompere con le sue radici nere, abbatte le barriere razziali per parlare ai giovani di tutti i colori. 

A Monterey la generazione hippy sceglie poi i suoi nuovi eroi e li acclama sul campo, come accade ai Buffalo Springfield, a Simon & Garfunkel e alla Paul Butterfield Band, arrivati in punta di piedi e ripartiti con l'investitura ufficiale. La kermesse inizia nel primo pomeriggio del 16 giugno. Dopo gli Association salgono sul palco Lou Rawls e Johnny Rivers, cui seguono gli Animals di Eric Burdon riformatisi quasi per l'occasione. La chiusura della giornata celebra la santificazione di Simon &Garfunkel. 

Tra le curiosità del secondo giorno di Festival, dedicata al blues, ci sarà l'improvvisa defezione di vari artisti neri, sostituiti in tutta fretta dai bianchissimi Canned Heat e Janis Joplin, ma a rimettere le cose a posto ci penserà, a notte inoltrata, l'esplosivo Otis Redding. Nel terzo e ultimo giorno le note di Jimi Hendrix infiammeranno la platea a tal punto che i Buffalo Springfield, incaricati della chiusura, faticheranno non poco a convincere tutti della necessità di sgombrare l'area prima dell'alba. Alla fine, tirate le somme, gli organizzatori potranno contare su un utile di duecentomila dollari che verranno immediatamente devolute in beneficenza, come annunciato da tempo. Agli artisti, invece, non toccherà un soldo, perché i patti erano chiari fin dall'inizio: «A Monterey si suona gratis».


Performances from the Monterey Pop Festival not released on the original documentary by D.A. Pennebaker. Nearly two hours of bonus footage from the Criterion Collection release of Monterey. The Festival that marked the beginning of the summer of love and spurred one of musics most creative and influential era's. This includes performances by:

The Association- "Along Comes Mary"
Simon and Garfunkel- "Homeward Bound" 3:55 "Sound of Silence" 6:46
Country Joe and the Fish- "Not So Sweet Martha Lorraine" 10:00
Al Kooper- "Wake Me, Shake Me" 15:20
The Butterfield Blues Band- "Driftin' Blues" 22:50
Quicksilver Messenger Service- "Dino's Song" 27:34
The Electric Flag- "Wine" 30:51"
The Byrds- "Chimes of Freedom" 33:40 "He Was A Friend of Mine" 37:36 "Hey Joe" 40:30
Laura Nyro- "Poverty Train" 42:55
Jefferson Airplane- "Somebody To Love" 48:24
The Blues Project- "Flute Thing" 52:29
Big Brother and the Holding Co. w/ Janis Joplin "Combination of the Two" 1:03:07
The Buffalo Springfield- "For What It's Worth" 1:08:57
The Who- "Substitute" 1:12:30 "Summertime Blues" 1:16:19 "A Quick One" 1:19:57
The Mamas and The Papas- "Straight Shooter" 1:28:14 "Somebody Groovy" 1:32:00 "I Call Your Name" 1:34:53
(Hilarious antics of Mama Cass) 1:38:46 "Monday, Monday" 1:40:36
Scott McKenzie- "San Francisco" 1:44:30
The Mamas and The Papas and Scott McKenzie- "Dancin' in the Street" 1:48:05




giovedì 17 giugno 2021

The Samurai Of Prog - “The White Snake and Other Grimm Tales II”

 




The Samurai Of Prog - “The White Snake and Other Grimm Tales II”

 





Sono passati solo un paio di mesi dal rilascio di “The Lady And The Lyon (And Other Grimm Tales-I)" e i The Samurai Of Prog, come promesso, ritornano con lo svolgimento in musica di un’altra fiaba dei Fratelli Grimm, “The White Snake and Other Grimm Tales II”.

L’incredibile prolificità di questa multinazionale del prog non può trovare sola giustificazione nella tecnologia, che sicuramente accorcia i tempi di composizioni che coinvolgono persone che vivono sparse nel mondo, ma esiste una forte motivazione che permette al nucleo centrale - Marco Bernard, Kimmo Pörsti e Steve Unruh - di raccogliere musicisti di varie nazionalità per condividere progetti dal forte sapore di prog sinfonico, mai fermo alla celebrazione del passato ma proiettato verso il nuovo che si miscela con la storia.

Il gruppo degli artisti è ormai fidelizzato ma in questa occasione la partecipazione italiana è davvero cospicua.

Provo ad elencare la lunga lista dei partecipanti:

Marco Grieco, Marcel Singor, Alessandro Di Benedetti, Mimmo Ferri, Rafael Pacha, Marco Vincini, Elisa Montaldo, Luca Scherani, Marcella Arganese, Stefano Galifi, Alessio Calandriello, Daniel Fäldt, Alessandro Corvaglia, Camilla Rinaldi, Carmine Capasso e Oliviero Lacagnina.

I fratelli Grimm hanno deliziato generazioni di bambini rielaborando le fiabe della tradizione popolare tedesca e la trasposizione in musica ad ampio respiro realizzata dai TSOP fornisce un nuovo volto ad una cultura specifica che diventa approfondimento popolare, un quasi elemento didattico in un mondo ideale fatto di persone “open mind”, a cui tende la musica dei Samurai.

Per ogni traccia proposta esiste una storia da raccontare (immagino contenuta nel booklet non ancora in mio possesso) e ciò rafforza il mio concetto precedente di “musica con un fine preciso”, rivolta ad un pubblico il più ampio possibile.

L’atto di apertura è lo strumentale “The Tricky Fiddler”, composto da Marco Grieco, presente alle tastiere. A completamento della lineup le chitarre elettriche di Marcel Singor e Carmine Capasso, che si aggiungono alla sezione ritmica (Bernard e Pörsti) e alla versatilità di Unruh (violino e flauto).

Sei minuti di atmosfere immaginifiche, perfetta miscela di classico abbinato al rock, con il violino in primo piano capace di disegnare sonorità struggenti, una sintesi ideale del concetto di musica progressiva.

Segue “Searching For the Fear”, altro strumentale, scritto da Alessandro Di Benedetti, che partecipa in qualità di tastierista coadiuvato ancora dalla chitarra di Marcel Singor e dai tre musicisti di riferimento attorno ai quali ruota il progetto.

Un lungo brano di quasi dieci minuti per descrivere la storia di un giovane uomo che non conosce la paura e vorrebbe imparare a “rabbrividire”.

Anche in questo caso la trama portante - quasi aulica - pennellata dal violino, si sposa con gli stilemi del prog, tra tempi composti e contaminazione spinta, una chicca che non lascia indifferenti.

Il terzo pezzo si intitola “The Devil With the Three Golden Hairs”, musica e testo di Mimmo Ferri, che interviene con tastiere e chitarra.

È questo il primo “cantato” che disegna una storia che si snoda nel dialogo tra il Re (Steve Unruh), il diavolo (Daniel Fäldt), il ragazzo (Marco Vincini) e la madre (Elisa Montaldo). Si uniscono Carmine Capasso all’elettrica e Rafael Pacha al mandolino.

Un mini-suite ben definita che propone un altalenare di movimenti dal basico sapore folk, ma aperta al cambiamento ritmico e sonoro, un viaggio nel tempo che riesce ad esaltare il concetto di “racconto musicale” adatto ad ogni orecchio.

Luca Scherani ci regala “The Travelling Musicians” (in cui suona le tastiere), un’altra fiaba che farebbe la felicità, anche, di tanti bambini.

Anche in questo caso l’iter prevede differenti personaggi/vocalist, e così troviamo oltre al solito Unruh (l’asino), Stefano “Lupo” Galifi (il cane), Elisa Montaldo (il gatto) e Alessio Calandriello (il gallo), Daniel Fäldt (1° ladro) e Alessandro Corvaglia (2° ladro). A completare la formazione Marcella Arganese alle chitarre e i Samurai al completo.

Superfluo sottolineare le competenze di questo pugno di artisti ma credo non sia in ogni caso facile rendere efficace un dialogo a più voci fornendo il senso del racconto fluido, e l'idioma usato nella doppia lingua si trasforma in peculiarità.

Undici minuti in cui il senso di maestosità diventa lo sfondo per un fitto scambio di battute tra i protagonisti, una situazione molto articolata che riporta a tratti ai miti prog dei seventies.

E si arriva alla title track, “The White Snake”, in cui interviene pesantemente una fetta importante di Latte e Miele, in quanto le musiche sono di Oliviero Lacagnina (tastierista nel brano) con le liriche di Massimo Gori (ex bassista della band genovese).

Partecipano inoltre i tre fondatori con i loro strumenti (basso, batteria, flauto/ violino/voce), Camilla Rinaldi alla voce, Rafael Pacha (chitarra acustica e flauto irlandese), Marc Papeghin (tromba e corno francese) e Marcel Singor all’elettrica.

Un brano che vale la facciata di un LP (17:30), lo sviluppo di un’altra storia magica disegnata dalla solennità musicale che, almeno inizialmente, ci regala il profumo di quel “Tarkus” che compie in questi giorni 50 anni. Ma gli snodi immaginati dai TSOP sono improvvisi e non prevedibili e il gioco delle parti produce sonorità che realizzano il bridge tra il passato e il nuovo, tra ciò che rimane sotto forma di DNA e il cambiamento.

Sono cinque i movimenti ideati dal “Maestro” Lacagnina: “Prologue”-“The White Snake”-The Trial”-“A Ring In The Water”-“The Wedding”.

Meraviglioso!

Ancora un paio di minuti per riannodare il filo della storia ed ecco, a conclusione, “The Tricky Fiddler – Reprise”.

 


Cinquantacinque minuti di musica che scorrono con la consapevolezza di essere all’ascolto di musica di qualità, il cui valore aggiunto risiede nel raggiungimento dell’obiettivo attraverso un iter condiviso, proponendo storie antiche a cui viene data sede e modo per la rivisitazione, tanta manna per i cultori del genere prog, tanta manna per i curiosi, tanta manna -potrebbe essere- per i giovanissimi a cui viene proposto l’abbinamento tra fiabe e loro colonne sonore. Ma in fondo, basterebbe solo lasciarsi andare, aprire la mente e il cuore eliminando pregiudizi e luoghi comuni, e la difficoltà di creazione, assieme alla facilità di ascolto, troverebbero il prefetto paradigma.

Musicisti mostruosi, team pazzesco, attività intensa dei TSOP diventati ormai un saldo punto di riferimento nel panorama prog mondiale.

Artwork fantastico affidato, come spesso accade, a Ed Unitsky, il  realizzatore di copertine che preferisco tra i contemporanei.

Il CD è disponibile in un package a tre pannelli in stile mini-LP di alta qualità e comprende ancora una volta un ampio ed esaustivo opuscolo.

Info disponibili sul sito di riferimento:

info@seacrestoy.com

PRE-ORDERS

Un assaggio video...






mercoledì 16 giugno 2021

Paola Tagliaferro sings Greg Lake - La Compagnia dell'Es: 14 giugno 2021, Palazzo Ducale di Genova-Commento al concerto

Il 14 giugno del 2021 mi riporta alla musica live dopo nove mesi.

L’occasione è nobile, nel senso della proposta, dei ricordi e della location.

Parto da quest’ultima, il Palazzo Ducale di Genova, spazio in cui vidi una performance solista di Greg Lake il 21 giugno del 2013. E qui mi aggancio alle tantissime memorie di una serata indimenticabile, oggi come allora inserita in un contesto specifico denominato…

FESTIVAL INTERNAZIONALE DI POESIA DI GENOVA, PAROLE SPALANCATE

Greg Lake non è più tra noi ma la sua musica resta, e in questo caso si rinnova attraverso la proposta di Paola Tagliaferro e La Compagnia dell’Es, in questo caso in formazione ridotta e adeguata all’occasione.

Riannodiamo il filo della storia recente e registriamo l’uscita di un album particolare che Paola, spinta e appoggiata da Regina Lake - moglie di Greg e coproduttrice del progetto - ha dedicato alla “voce e basso” di King Crimson e ELP.

Il titolo è “Paola Tagliaferro sings Greg Lake” e per chi se lo fosse perso fornisco un link utile alla comprensione:

https://athosenrile.blogspot.com/2021/02/paola-tagliaferro-sings-greg-lake-la.html

I commenti della stampa specializzata, italiana ed estera, sono andati oltre le più rosee aspettative, fatto non certo scontato se si pensa alla “pericolosità” di una proposta che poteva essere interpretata come mera coverizzazione.

Al contrario, i brani di Lake sono stati reinterpretati, rimodellati e proposti sotto una nuova luce ed ero quindi curioso di ascoltarli in veste acustica, un modus che potrebbe tornare utile nelle situazioni che richiedono una atmosfera fatta di intimità e contatto ravvicinato con il pubblico.

La Compagnia dell’Es, nella sua conformazione completa, conta sette elementi, ma in questa occasione la formazione era così composta:

Paola Tagliaferro-voce e chitarra

Pier Gonella-chitarra

Giulia Ermirio-viola

Pierangelo Pandiscia di Henten Hitti- chitarra, tamburo, pin metallici, lira e campanelle

L’ambiente aulico ha favorito la rivisitazione acustica di alcuni capolavori scritti da Lake, una celebrazione all’uomo e al musicista con cui Paola Tagliaferro stabilì un rapporto di estrema vicinanza, spirituale e musicale.

Ad ogni brano un commento, ad ogni arpeggio un ricordo, con la voce di Paola che si mischia idealmente a quella di Greg e regala momenti di pura emozione.

La scaletta prevede tracce estrapolate dal disco ma anche qualche novità:

Si parte da “Luky Man”, tratta dall’album di esordio eponimo e si prosegue con “Still... You Turn Me On”, da “Brain Salad Surgery”.

A seguire “C’est la vie”, da “Works Volume 1”, brano che precede l’intermezzo poetico performato da Claudio Pozzani, direttore artistico del “Festival internazionale di poesia di Genova Parole spalancate”.

Le sue letture faranno riferimento ai tre “pezzi” che seguiranno, “Promenade” e “The Sage” (“Pictures at an Exhibition”) e “Moonchild”, dall’esordio dei King Crimson (“In The Court Of The Crimson King”).

Il set prosegue e si conclude con due momenti celebrativi, “Battlefield” - che permette di ricordare che sono passati cinquant’anni dall’uscita di “Tarkus” - e “La Cura”, nel ricordo di Franco Battiato.

Una serata emozionante, che ha visto la “conduzione” perfetta e ispirata di Paola Tagliaferro, affiancata dalle enormi skills di Pier Gonella - a suo agio con ogni tipo di genere musicale -, Giulia Ermirio - elemento classico perfettamente inserito in contesto “rock” - e Pierangelo Pandiscia, il tocco world, tra etnia e larga contaminazione.

Del concerto propongo un medley che termina con un paio di novità, la prima riguardante l’annuncio di Paola relativo alla sua entrata in Manticore - la storica etichetta fondata dagli ELP nel ’73 - e la seconda è lo stralcio di video di “C’est la vie” (catturato dallo schermo sul palco), realizzato in un contesto da favola.

 

Lascio in coda una nota relativa alle performance che hanno preceduto il concerto, ovvero l’angolo del Reading Internazionale, che ha visto sul palco la poetessa Donatella Bisutti - davvero toccanti le sue liriche - e un duo formato da Aleš Šteger - poeta e scrittore sloveno - e dal fisarmonicista Jure Tori, che hanno saputo creare un momento godibilissimo, al di là dell’intento poetico.

Voto massimo per un concerto  carico di significati, si spera preludio a nuovi eventi live.


lunedì 14 giugno 2021

Ricordando gli Argent


Gli Argent furono un gruppo rock inglese fondato nel 1968 dal tastierista Rod Argent, ex componente dei The Zombies.

I primi tre demo degli Argent furono registrati nel 1968 e si avvalsero del bassista Mac MacLeod, il quale però non divenne mai componente della band.

La formazione originaria vedeva come bassista Jim RodfordBob Henrit alla batteria e Russ Ballard nel ruolo di chitarrista e tastierista. Alla voce si alternavano Ballard e Rod Argent.

Nel 1974 Ballard lasciò la band e fu sostituito da John Verity e dal chitarrista John Grimaldi. Lo scioglimento del gruppo avvenne due anni dopo, nel 1976, quando Rodford, Henrit e Verity fondarono la band Phoenix (la quale durò pochi anni).

Il maggiore successo degli Argent fu "Hold Your Head Up", contenuto nel disco All Together Now. Raggiunse la posizione numero 5 negli Stati Uniti, vendendo oltre un milione di copie e assicurando il disco d'oro alla band.


Il sound della band, propriamente progressive, si avvaleva anche di influenze spiccatamente rock e pop.

Gli Argent proseguirono la strada tracciata dagli Zombies e dal suo tastierista Rod Argent, protagonisti di un rilevante successo negli Stati Uniti tale da farli considerare appieno appartenenti al fenomeno della British Invasion. Ma quando gli Zombies si sciolsero, Rod Argent scelse la via di un gruppo con nuovi elementi che gli dessero la possibilità di sterzare, lasciandosi alle spalle il profilo sino a quel momento delineato per inserirsi nella dimensione musicale del rock progressivo, dilagante nell’Inghilterra di fine anni Sessanta. 

La nuova tendenza si appoggiava anche sugli innovativi e complementari metodi compositivi di Argent e del chitarrista Russ Ballard e sulla formazione musicale del tastierista che si era cimentato in esperienze di musica classica, jazz e rock, influenze che confluirono nelle sonorità progressive del gruppo e che culminarono nell’album Nexus, ricco di passaggi di rock sinfonico; ma nonostante la cifra musicale gli Argent non riuscirono mai a raggiungere la popolarità di altre formazioni progressive coeve rimanendo in seconda fila.

L’abbandono di Ballard portò il gruppo alla perdita delle miscele sonore originarie in favore di improvvisazioni solistiche strumentali, e tuttavia il gruppo non mancò in seguito di avere un buon successo commerciale.

La formazione originale della band si è riunita nel 2010 all'High Voltage Festival di Victoria Park, il 25 luglio. Ha poi proseguito con una serie di date nel dicembre dello stesso anno.


Discografia:

Argent (Epic, 1970)
Ring of Hands (Epic, 1971)
All Together Now (Epic, 1972) UK numero 13
In Deep (Epic, 1973) UK numero 49
Nexus (Epic, 1974)
Encore: Live in Concert (Epic, 1974)
Circus (Epic, 1975)
Counterpoints (United Artists, 1975)
The Best of Argent - An Anthology [Compilation] (Epic, 1976)
Hold Your Head Up [Compilation] (1978)
Music from the Spheres [Compilation] (1991)
BBC Radio 1 In Concert [Live] (1995)
The Complete BBC Sessions [Live] (1997)
Greatest: The Singles Collection [Compilation] (2008)

Singoli:

"Sweet Mary" (1971) U.S. numero 102
"Hold Your Head Up" (1972) UK numero 5; US numero 5
"Tragedy" (1972) U.S. numero 106, UK numero 34
"God Gave Rock and Roll to You" (1973) U.S. numero 114, UK 18

14 giugno 1979-Il Concerto per Demetrio Stratos


Il Concerto per Demetrio

Arena Civica, Milano, 14 giugno 1979

Non fu solo la fame di esibizioni live (una fame da lupi, in quegli ultimi ’70) a spingere 40.000 persone e forse più all’Arena di Milano, alle soglie dell’estate 1979. Furono piuttosto la commozione, il trasporto, l’ammirazione per un grande artista come Demetrio Stratos, morto da poche ore dopo una fulminante e crudele malattia. Demetrio era stato in gioventù il “soulman” bianco di “Pugni chiusi”, dei Ribelli, e più da grande l’intransigente imperioso leader degli Area, il più coraggioso gruppo italiano di nuovo rock degli anni ’70. A un certo punto si era staccato anche da loro e come solista aveva intrapreso una più impervia strada, “cantando la voce”, come voleva un suo disco famoso, sperimentando diplofonie, triplofonie, flautofonie e straordinari intrecci di etnica e avanguardia. Il suo lavoro era stato interrotto, all’inizio di quella primavera, dalla scoperta di un’aplasia midollare che lo aveva portato, dopo rapidi e drammatici consulti di specialisti, al Memorial Hospital di New York, una delle poche cliniche in grado di assicurare adeguata assistenza.

Demetrio non era ricco e le cure di cui abbisognava erano molto costose (circa 5 milioni di lire alla settimana, per 8/10 settimane, minimo di degenza). Così Gianni Sassi, suo discografico e mentore, pensò di raccogliere fondi chiedendoli “a quel pubblico a cui Demetrio, in questi anni di attività musicale, ha fornito spunto di notevole crescita culturale, di confronto e ricerca nel campo di nuovo utilizzo dei mezzi vocali quale strumento sonoro”. Non era un’elemosina, sottolineava fieramente il comunicato ufficiale della Cramps: “… non si chiede pietismo ma partecipazione corretta e leale”. Si costituì un comitato di garanti, di cui facevano parte ex compagni di gruppo come Patrizio Fariselli e Paolo Tofani, più responsabili delle radio libere, e si organizzò un primo show a Milano, non escludendone altri se la situazione lo avesse richiesto.


Il destino fu crudele: il giorno prima della data fissata, il 13 giugno 1979, Demetrio Stratos moriva a New York. Lo show di solidarietà si trasformò così in una dolorosa celebrazione, un’elegia funebre sospesa tra amarezza, rimpianto e orgoglio per il prezioso messaggio di musica consegnato dall’artista nel corso degli anni. Fu una festa comunque, e una fotografia della ribollente scena italiana di quella stagione. I “vecchi” Area salirono sul palco accanto ai “nuovi” Kaos Rock e Skiantos, il Prog della PFM e del Banco del Mutuo Soccorso affiancò la canzone di autore di Francesco Guccini, di Antonello Venditti, fino al blues di Roberto Ciotti e Fabio Treves, al jazz tarantato di Gaetano Liguori e Tullio de Piscopo, alla colta avanguardia di Giancarlo Cardini. Mancava Demetrio, ma il suo spirito originale e curioso era rimasto: e ce n’è traccia ancora in un doppio album in vinile, diventato con gli anni doppio CD, “1979-Il concerto”, dove si possono recuperare i momenti salienti di quel lungo pomeriggio di dolore e passione, di “gioia e rivoluzione”.

Mark Paytress( “Io c’ero”)



lunedì 7 giugno 2021

LA JUNTA ESCONDIDA-IRACUNDO


LA JUNTA ESCONDIDA-IRACUNDO

Promu Label 


L’album che mi appresto a commentare non rientra nella cerchia dei miei usuali ascolti e questa premessa serve solo a sottolineare che, non essendo un esperto del genere, non sono in grado di fornire particolari che solitamente sono afferrati al volo da chi si muove a proprio agio in questo particolare mondo sonoro, fatto di musicisti, ascoltatori e ballerini. 

Nondimeno riesco ad apprezzare tutta la musica che, secondo i miei criteri, possa essere denominata di “qualità”.

L’età che avanza aiuta una operazione del tutto naturale che permette la sostituzione della rigidità giovanile a favore di una maggior apertura mentale e l’esercizio di onestà intellettuale, quando esiste, completa l’opera.

Potrà quindi avere una valenza il punto di vista “vergine”, del profano in tema specifico, di colui che prova emozioni e cerca la condivisione, avendo bene in testa che “… parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi…”.

Ma sveliamo l’arcano, nella fattispecie un album intitolato “IRACUNDO” dell’ensemble LA JUNTA ESCONDIDA, che rilascia il primo disco ufficiale attraverso l’etichetta Promu Label.


Il gruppo è composto da:

Giampaolo Costantini-bandoneon

Leonardo Spinedi-violino e chitarra

Franco González Bertolino-viola

Riccardo Balsamo-pianoforte

Hector Faustini-contrabbasso


Le indicazioni che derivano dalla lineup ci portano in ambientazione classica, tra archi e solennità strumentale, quella in cui La Junta Escondida si troverebbe a proprio agio, indipendentemente dalla musica di riferimento, ammesso che parlare di “etichette” possa ancora avere un senso.

Ma la proposta è mirata, incentrata sul TANGO, un genere che tutti, ma proprio tutti, conoscono, anche chi non ha mai bazzicato una milonga o non si è mai trovato a contatto con gli aspetti più aulici legati a proposizioni meno popolari.

Nell’immaginario collettivo il tango è danza, festa, passione, eleganza, azione scenografica, contatto fisico, filosofia di vita, un modo di essere e si può affermare che siano note a tutti le origini argentine di un’espressione popolare e artistica che è diventa cultura  espandendosi in ogni luogo.

L’ascolto di IRACUNDO permette di viaggiare, di oltrepassare oceani e vette montuose, visualizzare un altro mondo in tempi in cui le note costrizioni ci hanno permesso di volare solo se dotati di fantasia e propensione al sogno; ma uno dei mezzi più potenti per stimolare la dinamicità è proprio la musica, attraverso la quale le barriere spaziali e temporali si sciolgono come neve al sole.

La Junta Escondida ha utilizzato il tempo di inattività live per far opera di sperimentazione e ricerca e il paradigma derivante è racchiuso nelle loro parole:

Con Iracundo abbiamo voluto urlare il bisogno di fare un tango diverso, pur rimanendo fedeli allo stile, abbiamo urlato il bisogno di uscire da qualcosa pur rimanendoci dentro, reagire in maniera decisa al tempo che viviamo, provando ad alzare la voce da una realtà fortemente fossilizzata ed etichettata.

Molti sono gli stereotipi e le definizioni attribuite al tango da almeno un secolo a questa parte. Tutte vere e tutte false allo stesso tempo. Alcune poetiche, altre meno, alcune serie, alcune ridicole. La realtà è che una forma artistica non si può ingabbiare nel recinto di un’unica definizione. Nel momento in cui lo facciamo la soffochiamo e ci priviamo noi stessi della possibilità di capirne l’evoluzione. Quante volte ci è stato chiesto cosa è il tango… Più passa il tempo e più la risposta migliore è “per fortuna ancora non lo so”. Può essere una tela, un melodramma, un pensiero, può essere odio, amore o ira, ma è comunque sempre lo spirito dell’interprete”.

 

Sono 10 le tracce che fanno parte dell’album, per un totale di quasi 48 minuti di grande musica…

 

1.     NOSTALGICO - 3.27

2.     MATO Y VOY - 3.58

3.     VIEJO BARRACAS AL SUR-3.00

4.     SOLEDAD-7.46

5.     TANGO-3.37

6.     CONCERTO PER QUATTRO VIOLINI-3.40

7.     CONCIERTO PARA QUINTETO 9.21

8.     CORALLERA-2.19

9.     I AMIGO CHOLO-4.13

10. ADIOS NONINO-8.17

 

La perlustrazione degli anfratti sonori è al contempo un omaggio/celebrazione verso autori di riferimento, come si evince dal comunicato ufficiale:

 

Julian Plaza, Ernesto Baffa, Hector Mele, Anselmo Aieta e Atilio Stampone, passando sorprendentemente per Antonio Vivaldi e Igor Stravinskij, fino ad arrivare al più grande e innovativo esponente del genere, Astor Piazzolla, nell’anno in cui ricorre il centenario della sua nascita.

 

Personalmente sono rimasto molto colpito dalla bellezza “estetica” di un progetto davvero unico e sono testimone del fatto che certe atmosfere sofisticate (nel senso della produzione mai banale e frutto di lavoro e sperimentazione), quelle che purtroppo arrivano soltanto ad una nicchia di appassionati, possano dare benessere - fisico e spirituale - anche nei momenti apparentemente meno adatti, quelli in cui non si ha a disposizione la stanza in cui ci si può isolare dal mondo, l’impianto stereo giusto, magari la compagnia corretta.

Luogo comune vuole che certa seriosità propositiva debba avere spazi e momenti deputati, ma ciò che La Junta Escondida realizza con questo progetto rappresenta un’alchimia, un modus magico che potrebbe attecchire ovunque… in un teatro ammutolito, in una balera affollata, in una stanza protetta, su di un marciapiede trafficato.

Al di là delle motivazioni del quintetto, alcune probabilmente molto tecniche, esiste la risposta di chi riceve, di chi interiorizza, elabora e reagisce, mentre la memoria propone immagini a getto continuo spinte dai ricordi potenti stimolati da note che sembra siano dotazione personale di ognuno di noi, sino dalla nascita.

Le grandi skills di questa band sono una garanzia, ma da sole non potrebbero giustificare tale risultato.

A seguire propongo un video significativo e, successivamente, la possibilità di ascoltare l’intero album nonché il concerto di presentazione del progetto, quindi tutti gli elementi oggettivi per una valutazione in proprio.

 

Una musica ideale, anche, come colonna sonora da film e, per molti ascoltatori antichi, probabile tessera del puzzle della vita.

Qualche lacrimuccia mi è scesa… vorrà pur dire qualcosa!

 



Il disco è stato presentato in anteprima in diretta streaming dal Teatro dell’Unione di Viterbo.

Il concerto è fruibile cliccando sul sito MUSICA DI RAI CULTURA


Link e contatti:

Ascolta l’album su Apple Music

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