mercoledì 30 giugno 2021

The Alice Cooper Show: era il 30 giugno del 1972



Alice Cooper
Empire Pool, Wembley, Londra, 30 giugno 1972
The Alice Cooper Show

In realtà si tratta solo di uno specchio che metto di fronte a un pubblico per riflettere il lato più oscuro della natura umana

Alice Cooper a Roy Carr, Music Scene, 1972.

Andato in scena per la prima volta a New York il 1 dicembre 1971, “Killer di Alice Cooper era uno scioccante esempio di teatro rock che, secondo il cantante, “era figlio della televisione, del cinema e dell’America“. 
Con il singolo “School’s Out” in procinto di sbancare le classifiche britanniche, lo spaventoso spettacolo horror, con tanto di boa constrictor vivo, ghigliottina portatile e bambole decapitate, andò in scena a Londra guadagnandosi i titoli a tutta pagina dei quotidiani. Fra i presenti in sala quella sera c’era anche la giovane e accesissima fan Simone Stenfors.

Ero la più grande fan di Alice Cooper sulla faccia della terra. Tutto in lui era originale. Era un film dell’orrore, non la solita cosetta carina. Come Captain Beefhart e Frank Zappa, si trattava di musica per fuori di testa. Più o meno all’epoca del concerto, il gruppo suonò a “Top Of The Pops” e il pubblico era pieno di sosia di Alice Cooper e di ragazzine che urlavano in prima fila. Provai fastidio perché quello era il mio gruppo e mi disturbava che fossero diventati così famosi. Avevamo due posti molto indietro , ma io e la mia amica convincemmo due tipi a venderci i loro che erano all’incirca in decima fila. Quando il gruppo di spalla, i Roxy Music, finì di suonare, erano arrivati anche tutti i miei amici e mi ritrovai ai bordi della passerella, seduta in braccio a un ragazzo. Così, quando Alice si sedette lì a cantare ci trovammo alla stessa altezza. E quando cantò “Dead Babies” strappando i vestiti alla bambola i suoi occhi guardavano diritti nei miei.
“Non so dire se facesse paura o meno. Ero una ragazzina molto presa da quel tipo di cose. All’epoca uno spettacolo simile no si era mai visto. C’era il serpente per “It My Body”, il patibolo per “Killer” e tante capsule piene di sangue. Si diceva che Alice stesso avesse rischiato di finire decapitato. Credo fossero voci messe in giro ad arte, ma noi del pubblico avevamo tutti tra i 15 e i 18 anni per cui restammo parecchio impressionati.
Quando Alice, quasi alla fine, cantò “School’s Out”, lanciò gladioli al pubblico e me ne mise uno in mano. Arrivata a casa lo sistemai con la massima cura in un bicchiere pieno d’acqua. Mia madre lo buttò via: non aveva capito quanto importante fosse per me!”

Da “Io C’ero”, di Myke Paytress.

Immagini di repertorio...



martedì 29 giugno 2021

Jethro Tull-Crest of a Knave


Jethro Tull-Crest of a Knave
Chrysalis-1987

Crest of a Knave è considerato dai seguaci dei Jethro Tull come l’album della rinascita, arrivato a tre anni dal precedente “Under Wraps”, culmine dell’innamoramento elettronico di Ian Anderson, influenzato dalla presenza del compositore Peter-John Vettese.

È un “punto e a capo” che passa attraverso una diversa line up, che vede oltre al sacro vate Ian - è lui che nell’occasione si occupa della parte tastieristica - e all’immancabile Martin Barre alla chitarra, Dave Pegg al basso e il doppio drummer, con l’esperto “fairportiano” Gerry Conway pronto ad alternarsi con il giovane americano Doane Perry, futura colonna portante dei Tull per il ventennio a seguire. Da segnalare la presenza di Ric Sanders al violino nel lungo “Budapest”, il brano più amato da Anderson. In realtà lo stacco rispetto al passato lascia alcuni strascichi di rigidità tecnologica - “Steel Monkey” e “Dogs In The Midwinter” -, ma è indubbio il cambio di direzione, o meglio, un ritorno al suono caratteristico della band, dove l’elemento acustico prevale in ogni contesto. Il brano di maggior visibilità è “Said She Was a Dancer”, aiutato da un video che leva ogni dubbio sul vocalist: è Ian Anderson e non Mark Knopfler!

Se “Raising Steam” profuma ancora di corso precedente, l’equilibrio - e il nuovo orizzonte - si ristabilisce con la bellissima “Farm on the Freeway”, la dinamica “Jump Start”, la drammaticità atmosferica di “Mountain Men” e la compassata e affascinante “The Waking Edge”. Le liriche di Anderson sono lo specchio delle riflessioni derivanti dal suo momentaneo allontanamento dalla scena, immerso nel lavoro “industriale”, giorni in cui è stato più facile, forse, pensare alle diversità sociali e agli aspetti ambientali del mondo contemporaneo.

Una curiosità, nel 1989 il disco vinse sorprendentemente il Grammy Award per il miglior prodotto hard rock/heavy metal davanti a nomi più autorevoli nel genere: i fans dei Metallica non gradirono la scelta! 





sabato 26 giugno 2021

YES-The Ladder


YES-The Ladder
Eagle Records-1999

Se la musica prog ha chiuso presto i battenti dell’alta visibilità, non si può dire che gli YES, tra i massimi esponenti del genere, abbiano avuto soste creative: The Ladder è il 6° album in studio degli anni ’90, e rappresenta un forte aggancio con il passato, un superamento di certe armonie pop che, negli ultimi tempi, avevano garantito la sopravvivenza. 

Parlando di YES occorre sempre citare la line up, vista la tendenza alla dinamicità: oltre agli ovvi Jon Anderson - che firma tutti i testi -, Chris Squire, Steve Howe e Alan White, troviamo Billy Sherwood alle chitarre e Igor Khoroshev alle tastiere.

L’iniziale “Homeworld” vale da sola il prezzo dell’album: colonna sonora di un videogame, è tra i brani più citati -dai fan- e coverizzati- dai musicisti. Tracce come “Finally “e “New Language” propongono un rock intriso dalla classicità del russo Igor, mentre si ritorna alle ballad tanto amate da Anderson con “It Will Be a Good Day” e “Nine Voices”; tipico gioco vocale per “To Be Alive” e struggente la trama di “If only you knew”, dedicata da Jon alla moglie. Convince meno la fuga nella world music - “Lightning Strikes” e “Can I? “- e il reggae di “The Messenger”. “Face To Face” è un altro pilastro che verrà riproposto dal vivo con buona frequenza.

Tutti i brani sono firmati dalla band, che si riunì presso gli Armoury Studios di Vancouver, in Canada, affidando la produzione a Bruce Fairbairn, Sound Engineer indipendente di fama internazionale. Purtroppo si arrivò a un epilogo drammatico che segnò la lavorazione, perché proprio nella fase finale Fairbairn venne a mancare, giovanissimo.

Copertina affidata alla sapiente mano di Roger Dean che realizza uno dei suoi capolavori.
Un grande album per gli YES, che ci hanno abituato nel tempo all’alternanza tra perfezione e sufficienza. E’ anche l’occasione per vedere all’opera, da “titolare”, Igor Khoroshev, un talento naturale di cui si perderà traccia dopo “House of Yes”, dell’anno successivo.



venerdì 25 giugno 2021

Buon Vecchio Charlie



Buon Vecchio Charlie è un gruppo Progressive Rock nato a Roma nel 1970, che ebbe una vita breve - un paio di anni -, periodo che permise un’attività che, nel tempo, diede vita ad un bell’album, omonimo.
La band lo incise nel 1972 per una piccola etichetta discografica indipendente, la veneziana “Suono”, ma non venne mai rilasciato, finché nel 1990 la Melos lo pubblicò come CD, seguita dalla Akarma che lo proporrà anche come LP nel 1999, con l'aggiunta di due brani.
Il titolo è “Buon Vecchio Charlie”, e contiene tre dei brani registrati durante il 1971.
L’album, con questa conformazione, fu distribuito anche in Giappone.

Qualche nota sul disco:

Brani

Venite giù al fiume – 12:09 (Luigi Calabrò)
Evviva la contea di Lane – 6:35 (Richard Benson)
All'uomo che raccoglie i cartoni – 15:00 (Luigi Calabrò)
I. Prima stanza
II. All'uomo che raccoglie i cartoni
III. Terza stanza
IV. Beffa
V. Ripresa

Tracce bonus nella riedizione del 1999

Rosa – 4:33 (Beppe Palomba) – originariamente interpretata da Beppe Palomba
Il guardiano della valle – 2:39 (Beppe Palomba) – originariamente interpretata da Beppe Palomba


Formazione

Richard Benson – voce solista, chitarra a 12 corde
Luigi Calabrò – chitarra acustica, chitarra elettrica, voce
Paolo Damiani – basso
Alessandro Centofanti – tastiera
Rino Sangiorgio – batteria
Sandro "Cicero" Cesaroni – sassofono tenore, flauto

Altri componenti

Walter Bernardi - basso
Carlo Visca - percussioni

Le sonorità del gruppo, appoggiate da una grande capacità tecnica, affondavano nel jazz/fusion e progressive/rock, e la loro eredità discografica appare davvero significativa.

L’elemento più in vista era il chitarrista e cantante Richard Benson, che raggiungerà una buona notorietà entrando nello staff della trasmissione radiofonica “Per voi giovani - avviata qualche anno prima da Renzo Arbore -, e successivamente diventerà figura storica delle emittenti private romane, passando poi per differenti esperienze tra il metal e il trash.


In un articolo di “Ciao 2001” (n.41, 13 ottobre) dedicato alla nuova redazione di PVG, viene semplicemente descritto come “un giovane beat inglese”, ma qualche piccola ricerca in rete potrà evidenziare la sua storia bizzarra ed esagerata, fatta di eccessi e fatti tutti da verificare.

Ascoltiamo il frutto del loro lavoro…




giovedì 24 giugno 2021

Herman's Hermits


Herman's Hermits è stato un gruppo musicale inglese in auge negli anni Sessanta.
Specializzata nella musica beat, nel pop e nel rock and roll, la band si era formata a Manchester nel 1964.

Nel 1965 il singolo Mrs. Brown, You've Got a Lovely Daughter raggiunge la prima posizione nella Billboard Hot 100 per tre settimane, e in Canada il singolo I'm Henry VIII, I Am, riporta il gruppo in prima posizione nella Billboard Hot 100.


Hanno fatto parte della cosiddetta British Invasion e si sciolsero una prima volta nel 1967, per tornare a suonare insieme nel 1970. Soltanto un anno dopo si sciolsero definitivamente.

Il loro più grande singolo di successo è stato il brano I'm Into Something Good (scritta da Gerry Goffin e Carole King) che nel 1964 raggiunse la prima posizione nelle classifiche di vendita in Gran Bretagna. Ottenne molto successo anche in altri paesi fu inserito nella colonna sonora del film Una pallottola spuntata.


Il cantante Peter Noone (Herman) è stato un grande amico di John Lennon, dei Beatles.


Formazione originale:

Peter Noone (1947, voci, chitarra, tastiera)
Karl Green (1947, voci, basso)
Keith Hopwood (1946, voci, chitarra)
Derek Leckenby (1945-1994, voci, chitarra)
Barry Whitwam (1946, batteria)


Discografia:

Herman's Hermits (1965)
When the Boys Meet the Girls (Original Soundtrack) (1965)
Both Sides of Herman's Hermits (1966)
There's a Kind of Hush All Over the World (1967)
Mrs. Brown, You've Got a Lovely Daughter (1968)
The Best of Herman's Hermits (1969)
The Most of Herman's Hermits (1971)
The Most of Herman's Hermits Volume 2 (1972)
Herman's Hermits' Greatest Hits (1977)
The Very Best of Herman's Hermits (1984)

L'ATTUALITA'

mercoledì 23 giugno 2021

LA NEVICATA DELL'85 - “FRONTIERE/CONFINI”


LA NEVICATA DELL'85 - “FRONTIERE/CONFINI”

CD/DIGITALE 


È da poco uscito “Frontiere/Confini”, terzo album di La Nevicata dell’85, quaranta minuti di musica suddivisa su dieci tracce.

La band nasce dodici anni fa e il cuore pulsante rimane nel tempo lo stesso, perché idee e proposizione arrivano dal duo formato da Ivan Cortesi (parole, voce e chitarre) e Andrea Ardigò (voce, batteria e pad).

A fine articolo presento una sintetica biografia del gruppo.

È quest’ultimo un progetto dove il forte messaggio viene amplificato a dismisura da sonorità che faccio fatica ad etichettare, ammesso che sia importante farlo.

Un suono minimalista alimentato da sperimentazione ed effetti, una mescolanza di distorsioni sonore che per semplicità inserisco nell’ambito della psichedelia rock, con richiami all’ambient ma a base “metallica”, mentre la voce resta in bilico tra il modus cantato e il parlato.

L’impatto porta ad una atmosfera distopica, anche se la denuncia dei contenuti lirici fornisce un’immagine positiva, una riflessione sui significati dei termini “frontiera/confine” quanto mai necessaria nell’attuale periodo di vita.

La frontiera, solitamente concepita come striscia di territorio a ridosso del confine - e ufficialmente riconosciuta -, viene qui intesa come un luogo immaginario, un posto da scoprire per conoscere - sé stessi e gli altri -  e migliorare.


Tratto dal brano “Frontiera”: 

hai occupato uno spazio

hai definito il confine

lo hai chiamato per nome

in una mappa interiore

tracciata nella carne e

Intrecciata nel tuo palmo

ora strappa le erbe

le radici e pianta le tue

tu sarai forte

Resisterai nelle alluvioni e alle siccità

Ti curerai

conterrai i tuoi orizzonti e

ti spingerai oltre

Perché sarai FRONTIERA e

ti eleggerai ad un mondo nuovo


Il concetto di “confine” presuppone la volontarietà, un’azione che porta a marcare il territorio, regalandogli un’identità nel momento in cui lo si separa dal resto, con l’idea di proteggerlo ma di esaltare al contempo le differenze, a volte per egoismo, altre per paura, quasi mai in buona fede.

L’esortazione insita del racconto è quella di abbracciare ed affrontare con coraggio il cambiamento, andare metaforicamente “oltre”, accantonare luoghi comuni e pregiudizi, perseguendo l’idea allettante che ciò che non conosciamo può riservare enormi sorprese positive, muovendo dalla zona di conforto verso il non conosciuto, andando incontro a quella larghissima fascia di anime caratterizzate dall’invisibilità.

Difficile arrivare ad un ascolto completo e soddisfacente senza un minimo di preparazione e il booklet di accompagnamento, addizionato dei testi, sarà un buon ausilio per lo svolgimento brano dopo brano.

Un disco che ho apprezzato dopo il primo giro di giostra.

A titolo esemplificativo aggiungo l’ascolto di “Mediterraneo”.



Tracklist:

01. 7 Messaggeri

02. Frontiera

03. Maglio

04. Solco

05. Recinto

06. Rialto

07. Roggia

08. Oltre

09. Mediterraneo

10. Feroce

 

Ivan Cortesi: parole, voce, chitarre

Andrea Ardigò: voce, batteria, pad

Su cinque dei dieci brani, Osvaldo Arioldi Schwartz (Officine Schwartz).

Registrazioni, mix e mastering

a cura di Daniele Cocca.

“Frontiere/Confini” è stato registrato

fra settembre e ottobre 2020

 

Artwork:

La Nevicata dell'85

Foto:

Ivan Cortesi 


Un po’ di storia… 

La Nevicata Dell'85, nata nel 2009 come progetto a due composto da Ivan Cortesi e Andrea Ardigò, diventa rapidamente trio grazie all'ingresso in formazione di Davide Catoggio (basso e chitarra).

Il primo album, omonimo, viene pubblicato nel 2011 per Fumaio Records, mentre “Secolo”, il secondo disco, vede la luce due anni più tardi, grazie alla collaborazione tra Fumaio Records e DreaminGorilla Records.

Il momento di successo è intenso ma breve: nonostante i buoni riscontri da parte della critica e l'intensa attività live, la band entrerà rapidamente in un lungo periodo di silenzio.

Sette anni passano in silenzio, ma La Nevicata Dell'85, nuovamente progetto a due sole teste, continua a lavorare sottotraccia, focalizzando l'attenzione su pezzi sempre più asciutti e d'impatto.

Il risultato di questo cambio di direzione è “Frontiere/Confini”, album del ritorno, in cui il suono, decisamente più pesante e grezzo, ben si combina con il cantato/parlato e con le tematiche affrontate.

 

CONTATTI:

E-mail: lanevicatadell85@hotmail.it 

Facebook: https://www.facebook.com/La-Nevicata-Dell-85-254409834606844/ 

Bandcamp: https://lanevicatadell85.bandcamp.com/

 


martedì 22 giugno 2021

Ricordando "Per voi giovani"



Prendo in prestito questo articolo apparso su "Ciao 2001", n. 41 del 13 ottobre 1971, per ricordare una delle poche trasmissioni che informavano noi adolescenti, affamati di musica, ad inizio anni 70, "Per voi giovani".
Nel filmato a seguire, del 1973, la voce di Carlo Massarini è coadiuvata da un sottofondo di qualità, Gentle Giant e Yes.

Aria di ringiovanimento alla trasmissione radiofonica "Per voi giovani": la popolare rubrica di musica leggera e dibattiti dedicata ai giovani ascoltatori ha cambiato volto e si presenta al loro giudizio piena di importanti innovazioni destinate a renderla più interessante e più rispondente alle loro esigenze sempre più numerose. Molta strada è stata fatta e molte cose sono cambiate da quando Renzo Arbore ricevette l'incarico di tenere a battesimo la trasmissione. Soprattutto, quello che è andato maggiormente evolvendosi è il desiderio dei giovani, il loro bisogno di essere resi più partecipi di tutto ciò che li circonda. Parlare della musica leggera e di alcuni problemi di tutti i giorni può esser fatto diversamente e con toni meno cattedratici di quelli usati negli altri programmi: questo, in sintesi, il ragionamento da cui si è partiti a viale Mazzini ed attraverso il quale si sono, via via, dipanate le successive edizioni della rubrica. Ma rivolgersi ad un pubblico come quello di "Per voi giovani" richiede anche e soprattutto una semplicità di linguaggio che solo i giovani possiedono in misura spontanea; da qui la decisione di affidare ad alcuni di essi il compito di rivolgersi ai loro coetanei dai microfoni di via Asiago. La decisione, probabilmente non mancò di sollecitare polemiche alla Rai, polemiche che divennero addirittura furiose allorché questi neo-presentatori "sgarrarono". Come ricorderete, nel novembre scorso, l'intera redazione di "Per voi giovani" fu posta sotto accusa poiché, dissero, i microfoni compilavano un vero e proprio "bollettino di guerra" con la scusa di informare sulla situazione delle scuole italiane occupate dagli studenti. Dopo numerose censure ed imposizioni "dall'alto", i collaboratori della trasmissione si dimisero in blocco con l'intento di far cessare il clima di terrore che si era venuto ad instaurare, ma non poterono evitare che Paolo Giaccio, con la scusa ufficiale dei "motivi di servizio", fosse mandato in castigo in Inghilterra per un certo periodo di tempo. Questi sono comunque episodi appartenenti al passato e che viale Mazzini cerca probabilmente di farsi perdonare donando alla trasmissione una nuova e più organica struttura che, siamo certi, non dovrebbe dispiacere egli affezionati del programma.
Ma vediamo insieme in cosa consistono, in pratica, le innovazioni di cui stiamo parlando: innanzi tutto le "voci"; allo scopo di eliminare quei toni "professionali" che per forza maggiore anche un dilettante viene ad assumere inconsapevolmente dopo un certo periodo di tempo, si è pensato di inserire nuovi personaggi, nuove "voci" nella trasmissione. Ai due vecchi presentatori Paolo Giaccio e Mario Fegiz sarà lasciato l'incarico di curare una rubrica il primo, e di dirigere una redazione a Milano il secondo. Il programma risulterà suddiviso in rubriche, ciascuna affidata ad una persona, riguardanti gli argomenti più interessanti legati all'attualità ed al mondo musicale. Queste rubriche saranno chiamate "spazi" - ed anzi Spazio-Giovani doveva esser il nuovo titolo della trasmissione, ma poi non se ne è più fatto nulla - e saranno in numero di sette. Eccole di seguito:
POP-CLUB: è senza dubbio destinato a ricoprire l'angolo più interessante per gli appassionati della pop music; curato da Carlo Massarini, lo "spazio" si ripromette di guadagnare il tempo perduto dalla radio in fatto di pop negli ultimi cinque anni. In sostanza, poiché la trasmittente italiana ha cominciato con sensibile ritardo ad interessarsi di questo importantissimo filone musicale, si cercherò di sopperire a questa carenza portando a conoscenza del pubblico i long playing di questo periodo scelti fra quelli dei Cream, dei Traffic, dei Procol Harum prima maniera, di Joe Cocker, ecc.
LA POSTA: va da sé che non poteva essere soppresso questo angolino di dialogo diretto con gli ascoltatori. Questa volta vi provvederà la giovane Mariù Safier che provvederà anche a presentare alcuni brevi brani ritmati dalla melodia particolarmente facile e distensiva.
SPAZIO-ROCCHI: prende il nome dal suo curatore, Claudio Rocchi. Claudio è un cantautore milanese di vent'anni ottimo conoscitore della produzione internazionale del folk e del pop. Suo compito sarà quello di scegliere e proporre agli ascoltatori brani dal repertorio folk e country americano ed inglese.
SERVIZIO PARLATO: riguarderà argomenti tra i più diversi ma tutti di grande interesse ed attualità. Si occuperà di tempo libero, delle nuove esperienze didattiche di alcune scuole del Nord commentate dagli stessi studenti, delle comunicazioni di massa, del mondo del lavoro e delle difficoltà di inserimento in esso da parte dei giovani, di consumi e merceologia, di incontri e ritratti di ascoltatori. Allo "spazio" collaborerà da Milano Mario Luzzatto Fegiz.
CANZONI ITALIANE: la rubrica è curata da Paolo Giaccio ed ha l'intento di rivalutare, nel piano della trattazione, questo settore precedentemente un po' trascurato. Proporrà brani che godono di una certa validità autonoma (Battisti, Mina, De André, Formula 3 e altri) non senza precludersi però la possibilità di polemizzare con questo o quel cantante o complesso.
SEGNALAZIONE LIBRO O SPETTACOLO: curato ancora da Mariù Safier, questo "spazio" si propone di tornare in chiave di recensione su alcuni fatti di attualità legati a qualche libro o spettacolo.
NOVITA' 33 GIRI: se ne occupa un giovane beat inglese Richard Benson, che presenterà di volta in volta un nuovo 33 giri legato all'immediata attualità del pop.
Queste, dunque, le novità che trovano la loro ragion d'essere in una più impegnata ricerca del contatto con l'ascoltatore. Ad esso, quindi, il giudizio definitivo.

Rolando Gimero

lunedì 21 giugno 2021

FLAVIO OREGLIO E STAFFORA BLUZER - "MILANO OLTRE POP"


MILANO OLTRE POP-FLAVIO OREGLIO E STAFFORA BLUZER 


Il titolo e il nome dell’autore/conduttore del progetto forniscono buone indicazioni a chiunque sia avvezzo all’ascolto della musica, senza fare grandi distinzioni tra esperti e occasionali: sarà facile immaginare un contenuto a base di sarcasmo e una certa concentrazione regionale, o forse cittadina, perché le scuole di pensiero e le “correnti” esistono e le attitudini locali si sono trasformante, nel tempo, peculiarità distintive.

Nelle note ufficiali Flavio Oreglio esorta ad allontanare la nostalgia, perché le linee guida non risiedono nella voglia di aggrapparsi al passato rivivendo in qualche modo la giovinezza ormai alle spalle: lo spirito e lo sguardo sono rivolti al futuro.

Non me ne vorrà l’autore se mi soffermo sul subbuglio dei ricordi che, brano dopo brano, mi hanno pervaso mente e cuore.

Milano e il cabaret, comicità e musica, ritrovi esclusivi e stelle luminose che prendono il via splendendo poi per sempre. Anni lontani, Trenta, Sessanta, Settanta…

Non era la mia musica, non era il mio mondo, eppure… le sonorità ti entrano dentro, i motivi trainanti diventano tormentoni, le scenette e i loro protagonisti si trasformano in immagini culto da venerare.

E mentre gli anni passano, si scioglie la rigidità giovanile, si incrementa l’onestà intellettuale e non si fa fatica a riconoscere che, oltre all’amato rock, esiste una musica che è diventata DNA, anche se non si è nati, come nel mio caso, a Milano, e nemmeno in Lombardia.

L’ascolto di “Oltre Pop” mi ha davvero toccato e, accanto alla bellezza intrinseca di ogni singolo atto, ho vissuto un’avventura itinerante, un viaggio nel tempo che mi ha riportato, ahimè, ad un mondo in bianco e nero che inesorabilmente ritorna, sollecitato da trame sonore assassine, che ci ricordano che la Musica è l’unità di misura del tempo che scorre.

Ma mettiamo da parte questa mia attitudine al ricordo nostalgico e proviamo a delineare un progetto molto partecipato che… rappresenta il secondo step di “Anima Popolare”, un work in progress coltivato sin dal 2017 con gli Staffora Bluzer.

Lunga la lista delle persone coinvolte, tutte visibili nell’immagine di fine articolo - così come titoli e autori - ma appare doverosa una citazione, quella rivolta a Roberto Brivio, mancato recentemente a causa del covid e a cui l’album è idealmente dedicato.

Flavio Oreglio ci tiene a evidenziare che non siamo al cospetto di un “tributo”, ma ad una rilettura di un repertorio che ripropone la tradizione milanese, partendo dagli inizi dello scorso secolo, sino al crepuscolo dei Settanta.

Trattasi quindi un’opera di studio e di ricerca che mette in mostra una liason tra cabaret e canzone d’autore, tra comicità e coraggio propositivo.

Un altro forte ingrediente è estrapolato da un mondo che contiene uno dei forti amori di Oreglio - aspetto forse meno conosciuto -, quello per la musica progressiva, e per chi è abituato ad una sua veste televisiva precisa, risulterà una sorpresa trovarlo, ad esempio, nel fan club dei Jethro Tull.

Ma andiamo con ordine e proviamo a snocciolare i circa cinquantaquattro minuti di musica suddivisi in quattordici episodi.

Apre il disco “La canzone intelligente”, ricordata soprattutto per le performance televisive settantiane di Cochi e Renato.

Un nuovo volto per un indiscusso tormentone, con una intro molto “popular” a cui segue un modus più fedele alle origini che prevede, anche, la voce di Cochi Ponzoni; ma l’armonica del bluesman Fabio Treves ridisegna i contorni di una delle canzoni più iconiche scritte dal duo milanese e da Jannacci.

Con “Il Riccardo” (Gaber-Simonetta), la contaminazione diventa più evidente, perché accanto al nocciolo conosciuto - tra lirica e suoni - si inserisce l’ariosità delle trame prog, per merito in primis del “Maestro” Lucio “Violino” Fabbri, che spruzza profumo di PFM (in questo caso quella abbinata al nome di De Andrè). Tra gli ospiti l’autorevole Ricky Gianco.

Non ricordavo invece “Ma poi”, di Walter Valdi, artista, autore di pièces teatrali e musicali in dialetto milanese.

Una chicca con una base jazzata che mantiene un certo rigore antico e fedeltà verso il prototipo, riportandoci alle originali interpretazioni del mai dimenticato Fred Buscaglione. Poco importante il fatto che non fosse lombardo!

E che dire di “El purtava i scarp del tennis” di Jannacci?

Lungo parlato introduttivo dal sapore didascalico, una perfetta apertura che, attraverso il dialogo tra Oreglio ed Enrico Intra, indica il percorso che, utilizzando il ricordo del Derby Club, ripropone un brano storico ma con l’abito jazz, con una esilerante “traduzione simultanea” dal dialetto milanese.

Meraviglioso sarebbe un ascolto live!

Tra i guests Germano Lanzoni e Luca Bonaffini.

Dalla coppia “Jannacci-Valdi” nasce “Faceva il palo”, brano proposto con certa coralità, tra jazz e dixie, che ci riporta alla New Orleans degli anni Venti.

Maestosità orchestrale che crea atmosfera e allegria.

Ospite Paolo Tomelleri.

El me gat”, di Ivan Della Mea, è una delle più famose canzoni della mala in dialetto milanese e vede la partecipazione del già citato Brivio, indimenticato membro de I Gufi.

Altro cambio di passo, con una spiccata commistione tra folk e prog che reinventa, musicalmente parlando, una canzone scritta negli anni Sessanta.

Se l’è un cojon”, di Brassens/Svampa/Amodei, è definita da Oreglio tendente ad una “filosofia minimalista”, quella capace di regalare storia/giudizio/sentenza in un attimo di ermetismo puro.

Godibile senza tanti commenti!

Sorrisi e lacrime” vede l’intervento dell’autore, Umberto Faini, che, stimolato da Oreglio, racconta la genesi della canzone e l’importanza di un titolo, rappresentativo del sentiero della vita.

Sullo sfondo il Derby, locale in cui le lacrime diventavano, probabilmente, conseguenze dei sorrisi… le occasioni non mancavano di certo.

Il dialogo diventa siparietto e preludio di una versione un po’ ska, con una forte atmosfera gioiosa e da balera che sollecita fortemente la memoria.

El biscella” (D’Anzi-Bracchi) trova ancora l’ausilio di Faini ed è strettamente legata alla tradizione popolare, sia attraverso il folklore musicale che per le perle di saggezza che ne riempiono il tratto.

La povera Rosetta” riporta all’antica milanesità e, ancora una volta alla malavita locale. Brano scritto ad inizio ‘900, narra la triste e reale vicenda di una giovane prostituta morta a diciotto anni.

Arrangiamento meraviglioso per una canzone la cui essenza resta pura, nonostante l’iniezione di novità, capace comunque di mantenere la seriosità richiesta dal contesto.

Arriva ancora dalla tradizione popolare “El magnan”, pregno di nobili ospiti (Treves, Brivio, Alberto Patrucco e David Riondino), il disegno di una figura scomparsa, quella del riparatore di pentole in rame, a contatto costante con le casalinghe dell'epoca e col rischio di pagare spiacevoli conseguenze per le sue “divagazioni”.

Canzone antica che prende corpo e vitalità attraverso arrangiamenti curati nei dettagli, e occorre pensare che trame come queste potevano nascere dal minimalismo legato a chitarra/voce - o piano e voce - e l'evoluzione proposta da Oreglio impreziosisce senza smarrire lo spirito iniziale.

Proprio “El magnan” avrebbe dovuto essere l’inizio di una collaborazione tra gli artisti succitati e Oreglio, tendente a riproporre “I Gufi”, ma la dipartita di Brivio ha ovviamente arrestato il progetto.

Con “La radio” arriviamo a metà dei seventies, una bandiera della mia generazione creata da Eugenio Finardi e Lucio Fabbri.

Pezzo sufficientemente modificato, con un corale alpino nella intro e una sostituzione del violino originale con la fisarmonica.

Comunque lo si proponga un must, per contenuto innovativo - almeno all’epoca - e variazioni sonore.

Stranamore” è un brano del ’78 di Roberto Vecchioni, che partecipa anche a questa nuova stesura, raccontandoci che sono tanti i tipi di amore - e i modi di amare - e anche comportamenti incomprensibili ai più possono essere a loro volta una forma di amore.

Non mi è dato di conoscere la motivazione della scelta delle varie tessere del puzzle ma questo penultimo atto dell’album appare molto attuale e particolarmente adatto al contenitore ideato da Flavio Oreglio.

A conclusione “Non c'è Milano” (Covri-Canciani) che include la poesia di Alberto Fortis “Il sorriso del Duomo” da lui declamata.

La celebrazione di una metropoli del mondo proposta nell’essenza, nella semplicità, nei luoghi comuni, sbruffona, nobile, popolare, in fondo bonacciona nonostante l’enorme - e per questo a volte pericolosa - autostima.

Un disegno, un fumetto, un quadretto bucolico e poetico che rappresenta il miglior epilogo ad un disco emozionante.

Quando la musica finisce viene da immaginare cosa sarebbe vivere l’ascolto di “Milano Oltre Pop” nel locale giusto, con la gente adeguata, magari in una periferia dove il Derby possa essere clonato, mentre Jannacci, Gaber e Brivio, dall’alto, con fare critico, osservano attenti e chiosano che, probabilmente, loro avrebbero fatto diversamente, non meglio, non peggio, ma in altro modo.

A me è piaciuto questo - di modo - l’ho assaporato goccia a goccia, leggendo e rivivendo ogni singola storia.

Ho speso poche parole per Oreglio e la band, privilegiando il progetto in toto, o forse dando per scontato che le competenze in gioco siano altissime.

L’immagine di Flavio Oreglio è probabilmente legata alla comicità televisiva, quella per cui è diventato famoso e molti sanno del suo passato da biologo; skills varie, dunque, ma il ruolo da musicista è preminente e pervade la sua vita sin dagli inizi e “Oltre Pop” ne è una piena dimostrazione.

Massimo voto per un progetto imperdibile.





domenica 20 giugno 2021

The Flower Pot Men


The Flower Pot Men, noto anche come The Flower Pot Men and Their Garden, è stato un gruppo musicale inglese formatosi nel 1967, in occasione dell'incisione del singolo Let's Go to San Francisco (hit sia nella Top 20 inglese che nelle classifiche musicali continentali), e caratterizzato dall'utilizzo di armonie a quattro voci.


I suoi componenti iniziali erano Tony Burrows, Neil Landon e Robin Shaw, provenienti dal trio vocale The Ivy League attivo dal 1964, ed il cantante Pete Nelson, accompagnati da Ged Peck alla chitarra, Carlo Little alla batteria e, per un breve periodo, da Nick Simper al basso e Jon Lord all'organo Hammond, entrambi poi confluiti nei Deep Purple.

Con l'abbandono di Lord e Simper nel 1968, e di Landon nel 1969, i tre cantanti rimasti aggiunsero nuovi musicisti al gruppo e cambiarono il loro nome in White Plains, ottenendo un discreto successo nel 1970 con la hit My Baby Loves Lovin'. Poco dopo, i Flower Pot Men si sciolsero.

Anche loro hanno lasciato un traccia...