martedì 31 maggio 2022

Rick Wakeman: Empire Pool, Wembley, Londra, 30-31 maggio 1975


Rick Wakeman
Empire Pool, Wembley, Londra, 30-31 maggio 1975


Dopo aver siglato due magniloquenti sinfonie progressive come “The Six Wives of Henry VIII” e “Journey To The Centre Of The Earth”, Rick Wakeman decise che il suo terzo colossal, “Myths And Legendes Of King Arthur And The  Knights Of The Round Table”, avrebbe meritato un allestimento scenico davvero grandioso...

Il mio management voleva la Royal Albert Hall, ma io volevo Wembley, dove una settimana dopo ci sarebbe stato uno spettacolo sul ghiaccio e quindi non se ne poteva fare nulla. Avevo un diavolo per capello. Mi capitò di incontrare Chris Welch nella redazione di Melody Maker e, chissà perché, gli dissi che avrei fatto “King Arthur” a Wembley e sul ghiaccio! Il giornale ci ricamò sopra e a quel punto non potei più tirarmi indietro. Visto che investivo soldi miei, avevo il controllo totale dell’evento e cercai di ottenere il meglio. I pattinatori arrivarono da ogni parte del mondo, l’amplificazione fu trasportata in aereo dagli Stai Uniti e per la prima volta venne sospesa tramite delle reti. Il cast era enorme: 45 orchestrali, 48 cantanti divisi in due cori, cinquanta pattinatori, cinquanta cavalieri, un gruppo di accompagnamento di sette elementi e non ricordo più che altro. Fu divertente, ma i problemi non mancarono".

“Una serata da vedere per credere. Sul serio.”
Paul Gambaccini, Rolling Stones, 1975

“Una delle due sere, appena salito sul palco, il mio mantello si impigliò in una delle tastiere che venivano sollevate dal suolo e mi ritrovai a penzolare a mezz’aria. Mi toccò uscire di scena in totale imbarazzo e cercando di non scivolare sul ghiaccio. Poi c’era il ghiaccio secco che in una situazione di quelle dimensioni era difficile da gestire. La prima sera la nebbia restò per un pò a livello dei cavalieri, poi cominciò a salire. Nessuno sapeva come spegnere l’apparecchiatura e, verso la fine di “Lady Of The Lake”, la ballerina che interpretava la regina Ginevra scomparve insieme alla parte bassa dell’orchestra e al primo ordine di posti della platea. Era come guardare dal finestrino di un aereo!".


“Quella fu la sera delle nuvole. Poi ci fu la sera del cavaliere suicida. Nella battaglia finale 25 cavalieri per parte dovevano sfidarsi a singolar tenzone e cadere morti in mezzo al ghiaccio secco. Ma uno dei cavalieri si ammalò e diede forfait. Pensai che, con tanta gente sul palco, non fosse un problema. Ma, naturalmente, alla fine del pezzo c’era un cavaliere che andava alla ricerca di qualcuno che lo uccidesse. Il direttore di orchestra mi guardava con la faccia disperata, ma il tipo se la cavò bene. Dopo aver vagato per un po' senza sapere che fare ebbe un colpo di genio e si suicidò: spettacolo allo stato puro!”
(Mark Paytress-“Io c’ero”)



lunedì 30 maggio 2022

30 maggio 1972: VDGG a Genova... il mio primo concerto

VdGG-fotografia fornita da Oliviero Lacagnina, tastierista dei Latte e Miele


Esattamente 50 anni fa, a sedici anni e un giorno, assistevo al mio primo concerto, quello dei Van Der Graaf Generator, preceduti dalla “spalla” Latte e Miele.

Era il pomeriggio del 30 maggio del 1972 e mi trovavo a Genova, al Teatro Alcione.
Ripropongo - ancora una volta - il mio ricordo di quel felice attimo lontano...
A fine post, presento una lunga lista di concerti che la band, e il solo Hammill, tennero in Italia in quell’anno.
Aggiungo anche un prezioso reperto audio, che riporta alla presentazione originale di quel giorno (un grazie a Claudio Milano).


IL RICORDO
(2010)

Sono riuscito a risalire a una data importante. Importantissima per chi è cresciuto a pane e musica: mi riferisco al primo concerto a cui ho assistito.
Mi sono “formato”, da tutti punti di vista, nei primi anni '70 però… non ero abbastanza grande per possedere una buona autonomia di movimento, e tutti i concerti a cui ho avuto la fortuna di assistere erano realmente “sudati”.

Ricostruire il primo concerto è cosa emozionante, ma pressoché impossibile, perché sto parlando del 1972 , trentotto anni fa.
Non esistevano le videocamere e l’ultima cosa che poteva venirci in mente era quella di utilizzare ingombranti apparecchi fotografici e quindi… l’archivio è la mia sola memoria.

Leggendo “Codice Zena”, di Riccardo Storti, ho anche scoperto che quel mio iniziale approccio è anche considerato il primo passaggio del prog internazionale da Genova.
Sto parlando dei Van Der Graaf Generator, Teatro Alcione, 30 maggio 1972. 
Sarebbe stato bello avere coscienza di ciò che stava accadendo, avere l’idea che si stava vivendo in prima persona un pezzettino di storia.
Tutto è relativo, e il termine “pezzettino” si può ingigantire a dismisura, a seconda del punto di vista.

Avevo 16 anni, ed ero impregnato e invaso da quella musica che ascolto ancora oggi.
I veicoli informativi erano per me Ciao 2001 e “Per Voi Giovani”.
Indimenticabile quel pomeriggio in cui ascoltai la recensione radiofonica di Pawn Hearts, un racconto talmente efficace che arrivai al concerto con le idee già chiare su cosa dovessi aspettarmi.
Sino a quel 30 maggio non avevo mai pensato che ciò che ascoltavo sul vinile poteva trasformarsi in un concerto.
Sottolineo il 30 maggio, perché la proposta mi venne fatta all’uscita da scuola, con poche ore davanti per convincere i genitori.
Lo spettacolo iniziava alle 16. Eh sì, pomeriggio e sera a quei tempi!
Non so perché ma ottenni il permesso facilmente: ”... dai mamma, siamo in tanti…”
Con 2000 lire in tasca (mi pare che l’entrata fosse 1500) mi ritrovai in nutrita compagnia sul treno che da Savona portava a Genova. Ricordo una grande emozione.
Ora è relativamente facile avere contatti e pseudo amicizie con miti musicali, ma in quei giorni lo spazio esistente tra un ascoltatore e un artista che “girava” su vinile e splendeva su Ciao 2001 era abissale.

Dalla stazione Brignole al teatro, forse un paio di chilometri, l’agitazione aumentò e questo stato d’animo mi ritorna al solo pensiero di quel giorno. Ricordo persino che indossavo una maglietta verde, girocollo e… capelli lunghissimi.
Non ho memoria invece dell’ambiente, di quelli che allora venivano definiti “capelloni”, termine negativo per chi lo adoperava, elemento di vanto per chi invece lo subiva.

La pittoresca ”corte dei miracoli”, che tanto avrebbe colpito successivamente un ragazzetto come me, quel giorno fu nascosta dall’essenza, dal significato profondo della partecipazione ad un evento da brividi.
Forse i biglietti non erano numerati, ma le poltrone erano molto comode, niente a che vedere con la vita hippie che stava prendendo forma anche in Italia.
Ma a ben vedere i V.D.G.G. non sono stati per me i primi.
A fare la spalla - si diceva così un tempo - c’erano i Latte e Miele, e la prima immagine che ho di quel palco è un batterista giovanissimo, capelli lunghi, occhialini tondi e denti sporgenti. Era Alfio Vitanza, ovviamente.


Latte e Miele-fotografia fornita da Oliviero Lacagnina, tastierista dei Latte e Miele


Ricordo solo di aver pensato all’accostamento con ELP, per effetto di un trio dallo stampo classicheggiante. Poi il teatro si oscurò.
Un fascio di luce fu proiettato al centro del palco dove c’era una sedia su cui era seduto Peter Hammill con la sua chitarra appoggiata alla gamba destra.
Partì l’arpeggio di "Lemmings" e ancora ora, mentre scrivo, mi sembra di sentirlo.
Non mi sono rimasti altri dettagli di quel pomeriggio, solo le atmosfere rarefatte create dai sax di David Jackson, fuse alla perfezione con le tastiere (e il basso) di Hugh Banton, e la particolarissima ritmica di Guy Evans.
Impossibile spiegare cosa volesse dire sentire la voce di Hammill in quei giorni, qualcosa di irreale, capace di condurre ad un’involontaria introspezione. Già di per sé uno strumento globale.

E se ora mi fosse chiesto quale immagine idealizzo immediatamente, pensando a quel 30 maggio lontano, beh, mi vengono alla mente i colori azzurro e nero, delle stelle, degli omini sospesi nel vuoto… ecco la copertina di un disco in vinile aveva questa capacità, dare la forma e il colore a uno dei momenti significativi della vita.
Esagerazione? Sopravvalutazione di fatti in realtà insignificanti?
Forse, ma sono contento di poterlo in qualche modo raccontare.


Il 5 agosto dello stesso anno assistetti ad una nuova performance dei Van der Graaf Generator, questa volta al Palazzetto dello Sport di Albenga, nell’entroterra savonese: un altro grande evento che, oltre alla musica, mi permise di vivere alcuni momenti per me significativi precedenti all’evento, in particolare l'osservazione di una partitella di calcio della band e dei tecnici al seguito.

È stata anche l’occasione in cui “scontrai” David Jackson e la mano rimase intrisa del suo sudore legato al post-concerto, e quando in tempi recenti ho ricordato l'aneddoto a David abbiamo riso insieme delle manie di un sedicenne pieno di amore per la musica!


Van Der Graaf in Italia nel 1972 


08 FEB 72 Italy, Milan, Teatro Massimo (2 shows)
09 FEB 72 Italy, Rome, Piper Club
10 FEB 72 Italy, Turin, College Club
11 FEB 72 Italy, Reggio Emilia, Fifty Fifty Club
12 FEB 72 Italy, Novara (Prato Sesia), The Pipa
13 FEB 72 Italy, Verona (San Martino Buonalbergo), Lem Club (2 shows)
14 FEB 72 Italy, Florence, Space Electronic
15 FEB 72 Italy, Ravenna (Lugo di Romagna), Hit Parade Club (2 shows)

20 MAY 72 Italy, Pesaro, Palasport
21 MAY 72 Italy, Brescia, Travagliato, Super Tivoli (2 shows)
22 MAY 72 Italy, Treviso, Teatro Garibaldi
23 MAY 72 Italy, Alessandria (Sale), Teatro Sociale
24 MAY 72 Italy, Reggio Emilia, Palasport
25 MAY 72 Italy, Ravenna, Teatro Astoria
26 MAY 72 Italy, Rome, Festival Villa Pamphili
27 MAY 72 Italy, Naples, Mostra D'Oltremare, Teatro Mediterraneo (2 shows)
28 MAY 72 Italy, Naples, Mostra D'Oltremare, Teatro Mediterraneo (2 shows)
30 MAY 72 Italy, Genoa, Teatro Alcione (2 shows)
31 MAY 72 Italy, Novara (Suno), Parco Meulia

01 JUN 72 Italy, Siena, Palazzetto Virtus
02 JUN 72 Italy, Viareggio, Piper 2000 (2 shows)
03 JUN 72 Italy, Verona, Lem Club
04 JUN 72 Italy, Venice (Sottomarina), Ciquito Club


29 JUL 72 Italy, Ravenna, Jolly Club (2 shows)
30 JUL 72 Italy, Viserba, Club dell'Estate
(30 JUL 72 Italy, Milano Marittima (2 shows)
31 JUL 72 Italy, Monselice, Lago Delle Rose

01 AUG 72 Italy, Cardano al Campo, Nautilus Club (2 shows)
04 AUG 72 Italy, Viareggio, Piper 2000 (2 shows)
05 AUG 72 Italy, Albenga, Palazzo dello Sport (2 shows)
06 AUG 72 Italy, Rimini, La Locanda del Lupo (2 shows) 

PETER HAMMILL SOLO

08 DEC 72 Italy, Bologna, Palazzo dello Sport (2 shows)
09 DEC 72 Italy, Finale Emilia, Teatro Sociale
11 DEC 72 Italy, Padova, Teatro Corso (2 shows)
12 DEC 72 Italy, Verona, Teatro Ristori (2 shows)
13 DEC 72 Italy, Ferrara, Teatro Verdi (2 shows)
14 DEC 72 Italy, Latina, Teatro Giacobini (2 shows)
15 DEC 72 Italy, Terracina, Teatro Traiano (2 shows)
16 DEC 72 Italy, Naples, Teatro Mediterraneo (2 shows)
17 DEC 72 Italy, Naples, Teatro Mediterraneo (2 shows)
18 DEC 72 Italy, Piombino, Teatro Metropolitan (2 shows)
19 DEC 72 Italy, Arezzo, Teatro Politeano (2 shows)
20 DEC 72 Italy, Foligno, Teatro Clarici (2 shows)
21 DEC 72 Italy, Prato, Teatro Politeano (2 shows)
22 DEC 72 Italy, Lucca, Teatro Moderno (2 shows)

domenica 29 maggio 2022

Nel ricordo di Jeff Buckley


Il 29 maggio del 1997, a Memphis, perdeva la vita, a soli 31 anni, Jeff Buckley, figlio del già famoso Tim, e musicista da un probabile futuro luminoso.
Lo ricordo ripresentando un post di un po’ di tempo fa.

Volendo parlare di una famiglia di musicisti sarebbe corretto iniziare dal capostipite, dal più vecchio, da chi ha aperto la strada.
Non posso farlo, in questo caso, perché attraverso la musica del figlio ho scoperto quella del padre.
Mi riferisco ai Buckley, Jeff il figlio e Tim il padre.

Sono arrivato a Jeff leggendo un’intervista al chitarrista Steve Vai, che diceva, più o meno: L’ultima volta che mi sono emozionato per un disco è stato quando ho ascoltato ”Grace”, di Jeff Buckley".

Incuriosito ho cercato “Grace” e… ne sono rimasto incantato.
Da Jeff a Tim, il passo a ritroso è stato il frutto della curiosità alimentata da un libro che narra la vita di un padre e di un figlio che non si conosceranno mai.
Jeff Buckley stava per diventare un mito con un solo disco," Grace", destinato a rimanere uno dei capolavori degli anni '90, quando una morte assurda lo portò via. Ma tutta la sua vita è segnata da un destino negativo.

Jeffrey Scott Moorhead nasce il 17 novembre 1966, a Orange County, da Mary Guibert e da Tim Buckley. Suo padre, uno dei più grandi cantanti e compositori della storia del rock, iniziava proprio in quel periodo la sua carriera, incidendo il primo disco e separandosi, dopo poche settimane, dal piccolo Jeff e da sua madre.
Tim morì per overdose all'età di 28 anni, entrando nella leggenda della musica americana e trascinando suo malgrado il figlio, che vide per la prima volta poche settimane prima di morire, inconsapevole di un destino altrettanto avverso che si prospettava anche per Jeff.
A 17 anni Jeff forma il suo primo gruppo, gli Shinehead, a Los Angeles.

Nel 1990 ritorna a New York e con l'amico Gary Lucas costituisce i Gods & Amp; Monsters. Ma i dissidi interni portano il progetto ben presto al fallimento.
Jeff Buckley inizia allora una carriera solista suonando nel circuito del Greenwich Village e rendendosi noto soprattutto per la partecipazione al concerto tributo in onore del padre, di cui interpreta “Once I Was” (da “Goodbye and Hello”).
Le sue prime esibizioni avvengono in un piccolo club dell'East Village di New York chiamato Sin-E'. Nel 1993, dopo alcuni anni di gavetta, Jeff ha la possibilità, tramite la Columbia, di registrare il suo primo disco, inciso dal vivo, proprio nel "suo" club.

" Live at Sin-E'", contiene solo quattro pezzi, due dei quali sono cover, una di Edith Piaf e l'altra di Van Morrison, e due suoi pezzi, "Mojo Pin" ed "Eternal Life".
Per promuovere il disco Jeff e la sua band partono per una tournée nel Nord America e in Europa.
Visto il discreto successo, la sua casa discografica avvia una campagna promozionale per il suo primo disco completo "Grace", pubblicato negli Usa nell'agosto del 1994.
Nell’album si rivela tutto il talento di Jeff: la sua voce invocante sembra prendere coraggio per strada, finendo in un crescendo, intenso e doloroso. I testi - veri tormenti dell'anima e del profondo - pescano nel repertorio del padre Tim, ma anche di Bob Dylan, Leonard Cohen e Van Morrison.

Il lavoro contiene dieci tracce: tre composte da Jeff, due in collaborazione con l'amico Gary Lucas, una con Michael Tighe e una con Mick Grondahl e Matt Johnson, più tre cover, tra le quali, da brivido, la meravigliosa "Halleluja" di Cohen.
Nell'album, Jeff Buckley suona chitarra, harmonium, organo e dulcimer, accompagnato da Mick Grondahl al basso, Matt Johnson alla batteria e percussioni, Michael Tighe e l'amico Gary Lucas alle chitarre.

"Grace" risulta davvero un'opera carica di grazia, eseguita da un gruppo di tutto rispetto, con pezzi che esaltano le doti vocali di Jeff (in particolare le altre due cover, "Liliac Wine", "Corpus Christi Carol") tali da raggiungere una struggente intensità.
Il canto di Buckley parte piano, modulando le inflessioni nello stile dei folk-singer, ma finisce sempre in un crescendo drammatico e “mistico”, lambendo blues e gospel. Uno stile ad effetto, che lascia senza fiato in ballate come “Lover”, “Ethernal Life” e “Dream Borother”, oltre che nella struggente title track.

Musicalmente, sono il tintinnio della chitarra di Gary Lucas e i soffici sottofondi delle tastiere di Buckley a esaltare il senso di religiosità dei brani (metà dei quali sono di ispirazione liturgica). Arrangiamenti eleganti, a volte sinfonici, in bilico tra folk e rock, pop e soul, si combinano bene con l’esile trama delle melodie.
Nel 1997 viene avviato il progetto per la realizzazione del nuovo disco "My sweetheart the drunk", che uscirà postumo, in una veste piuttosto grezza e visibilmente incompleta, con il titolo di "Sketches" .

La notte del 29 maggio l'artista si reca con un amico a Mud Island Harbor (Tennessee), dove decide di fare una nuotata nel Mississippi e si getta nel fiume completamente vestito.
Qualche minuto più tardi, forse travolto dall’ondata di una nave, sparisce tra le acque.
La polizia interviene immediatamente, ma senza risultati.
Il suo corpo viene ritrovato il 4 giugno, vicino alla rinomata Beale Street Area.
Aveva solo 30 anni. Le indagini stabiliranno che il musicista non era sotto l’effetto né di droghe né di alcol.
Nel 2000, la Columbia, dietro la supervisione di Michael Tighe e della madre di Jeff, pubblica "Mistery White Boy", una raccolta dal vivo, e "Live in Chicago" (su dvd e vhs), concerto del 1995, registrato al Cabaret Metro di Chicago.
Nel 2001, esce invece "Live à l'Olimpya", ritratto del giovane Jeff nella sua Parigi, contenente brani del primo disco e qualche cover.

Emerso dal circuito folkie e bohemien newyorkese, Jeff Buckley si è dimostrato musicista di razza nonché musa ispiratrice di molti artisti rock, anche in epoca recente. Seppur meno geniale del padre, ha saputo in qualche modo tramandarne lo spirito fragile e disperato, rivelandosi uno dei “personaggi” di culto del decennio Novanta.

sabato 28 maggio 2022

Roberto Gualdi-"Ritmologia-Il musicista e la gestione consapevole del tempo"


Roberto Gualdi 

Ritmologia-Il musicista e la gestione consapevole del tempo

Volontè & Co

 

Con molto piacere mi appresto a commentare un libro molto particolare, quello di Roberto Gualdi, intitolato “Ritmologia-Il musicista e la gestione consapevole del tempo”.

Gualdi è mio concittadino ed è stato quindi grande il piacere trovato nel chiacchierare con lui nel corso della presentazione alla Ubik di Savona.

Savona, 27 maggio 2022

Ma vorrei concentrarmi maggiormente sul contenuto e fornire qualche chiarimento per il lettore curioso.

Devo dire che, nonostante avessi conosciuto Roberto in tempi lontanissimi, mi ero perso l’intensità del suo percorso, sino a quando l’ho scoperto parte della PFM, ovvero una delle band dedita alla mia musica di riferimento, l’amato (per qualcuno odiato) prog.

In realtà i suoi oltre quarant’anni di carriera gli hanno permesso di calcare palchi di ogni genere ed importanza, ed il suo nome è abbinabile al gotha della musica italiana e non, fatto ragguardevole se si pensa alle difficoltà che ogni musicista incontra quando decide di perseguire i suoi sogni e la sua passione, perché è chiaro a tutti come certe attività legate alla proposizione di progetti sonori, qualunque siano gli strumenti di riferimento, diventino nell’immagine comune corollario ad un’una attività principale, ed è famoso - e certificato -  il dialogo seguente: “Ma tu che mestiere fai?”,Il musicista…”.Ok, ma per vivere cosa fai?”.

In tutto questo non c’entrano nulla le skills specifiche, l’attitudine verso l’impegno costante, lo studio ecc…, il siparietto appena descritto mette sullo stesso piano tutti… i comuni mortali.

E poi ci sono quelli che arrivano, come Roberto, esempio da seguire per giovani e meno giovani, che oltre a tutte le sue positività avrà avuto la giusta sliding door, perché alla fine, come qualcuno ha scritto, “Il destino ha strade che non si possono cambiare…”.

Un esempio da seguire dicevo, e conscio del fatto che le esperienze vanno condivise - e chi meglio di un musicista può descrivere il rapporto osmotico con il proprio pubblico! - Gualdi ha deciso di mettere nero su bianco la sua esperienza, e ha confezionato una sorta di manuale che proverò a sviscerare.

Non avevo idea del contenuto, pensavo ad un primo bilancio di vita, a qualcosa di esclusivamente discorsivo, e ho trovato invece una metodologia, una serie di indicazioni, non solo prettamente tecniche - che comunque saranno manna piovuta dal cielo per tutti i batteristi/percussionisti -, ma un contenitore di tipo olistico che tocca svariati argomenti utili agli addetti ai lavori.

Dopo questa premessa verrà da chiedersi a chi è rivolto il progetto, idealizzando magari un contenitore indirizzato alla nicchia di seguaci dello strumento.

Sbagliato.

Sono dentro, da sempre, alle cose della musica, ma non tanto da poter dare giudizi legati ai dettagli specifici. È un po' come quando si parla con un musicista alla fine della sua performance - argomento peraltro trattato nel libro -: difficile trovarlo felice di sé o della band, ci sono sempre aspetti negativi di cui il pubblico non si è accorto, e anche chi ha captato l’eventuale errore nemmeno lo considera perché lo scopo di un live va oltre la perfezione esecutiva.

Pertanto, oltre agli addetti alle bacchette/casse/timpani, ogni tipo di musicista troverà utili e interessanti i consigli che Gualdi regala in ogni capitolo. Dirò di più, per un lettore lontano dall’argomento “musica”, ma curioso e scevro da preconcetti, la lettura potrebbe diventare una gradevole scoperta e pura didattica di vita, con la proposizione di concetti che superano l’idea tradizionale di musica e sua applicazione.

Il libro si fa aiutare dalla tecnologia esistente, nel senso che nella pima pagina esistono indicazioni per poter accedere ad un portale che, dopo rapida e gratuita registrazione, permetterà di visionare 30 brevi video (tra i 2 e i 3 minuti) nei quali Roberto fornisce esempio diretto da collegare alla parte scritta.

Sono 19 i capitoli suddivisi concettualmente nei seguenti macro-argomenti:

TECNICA-FOLOSOFIA-STRATEGIE-ROLASSAMENTO-CONCETRAZIONE

Partiamo dalla prefazione nobile, quella di Gavin Harrison, genio della batteria, tra Porcupine Tree, King Crimson e Pineapple Thief.

Harrison è punto di riferimento dichiarato per Gualdi e lo scritto introduttivo appare come qualcosa di sentito, e non un atto dovuto e legato a relazioni durature nel tempo.

Ma sono molte altre le testimonianze: Chistian Meyer, Massimo Varini, Paolo Costa, Paola Folli e Corrado Bertonazzi.

Sono utili alla comprensione le citazioni nobili che l’autore utilizza all’inizio di ogni capitolo, giacché esistono menti illuminate che riescono a condensare in poche parole concetti che pesano come macigni e che magari albergano da sempre nella testa di ogni singola persona, senza avere mai uno sfogo, sino a quando nasce l’incontro fortunato, quello che probabilmente ha permesso a Gualdi di abbinare i vari assiomi alla sua esperienza.

E così troviamo il pensiero di Nikola Tesla accostato a quello di Platone sino ad arrivare a Sant’Agostino (un punto di riferimento per chi studia musica), a Mozart, Hugo, Eraclito, Goethe, tanto per citarne alcuni.

Uno dei concetti che si ripetono come un mantra nel corso della lettura riguarda l’apertura dell’apprendimento a tutti i musicisti comuni, ovvero quelli non baciati dal Dio della musica, che probabilmente diventeranno nel tempo più costanti e “vincenti”, perché lo studio e l’impegno avrà creato in loro un consolidamento che spesso non arriva in chi è dotato di genio e sregolatezza. Insomma, il libro nasce anche per ostacolare il vecchio pensiero che “Il senso del ritmo o lo hai o non lo hai”, concetto frustrante per ogni giovane che potrebbe avvertire immediatamente che il raggiungimento del suo sogno si trasforma da subito in utopia.

Roberto Gualdi ci racconta e fornisce prove di tale falsità!

Il ritmo fa parte del nostro quotidiano, anche se non abbiamo dimestichezza con “il tamburo”. Difficile pensare alla poliritmia applicata alla vita di ogni giorno e al normale suo incedere, eppure il nostro corpo ne è un esempio, e la presenza per qualche istante in una camera anecoica diventerebbe esperienza icastica in tal senso.

Ci aiuta nella comprensione la differenziazione universale tra “sentire ed ascoltare”, utilizzando in toto il nostro corpo per percepire le vibrazioni che ci circondano e ci stimolano, facendo maturare un ascolto consapevole che Roberto propone attraverso una metafora molto efficace relativa al mare - e forse il luogo di nascita contribuisce ad elaborare il pensiero! -, un mare che può essere contemplato in tutto il suo fascino, oppure utilizzato nuotando in superficie o ancora meglio approfondito attraverso l’immersione. Così può essere la relazione con la musica.

In questo senso sarà interessante imparare come l’apprendimento musicale possa essere interpretato in modo tridimensionale, con una crescita verticale (lo studio della storia), una orizzontale (la conoscenza della suddivisione geografica e delle differenti culture) e la misura della profondità, spesso trascurata ma capace di dare un senso a tutto quanto si suona.

Gualdi sottolinea come non esista controllo sulla genetica (l’orecchio assoluto è un dono per pochi!), e una volta preso atto dei limiti personali le contromisure passano attraverso le TRE P (pratica, perseveranza e pazienza).

Un’altra condizione su cui non è possibile intervenire è il tipo di cultura, frutto esclusivo del luogo in cui si nasce e quindi indipendente dalla nostra volontà, ma determinante per ciò che diventeremo durante il nostro percorso.

Abbiamo invece il controllo su un ascolto senza pregiudizi, che allargherà gli orizzonti personali e che porterà il musicista “ortodosso” a dividere il tutto in tre categorie, che mettono in discussione le grandi liti da bar provocate dagli amori per un preciso genere, creando spesso barriere invalicabili tra epoche distanti tra loro: la musica che piace (quella più facile da seguire per chi ne è appassionato), quella più interessante per uno strumentista e quella che non si conosce e che quindi deve diventare oggetto di studio.

In questo panorama Gualdi ci descrive una sorta di atlante, suddividendo il mondo nei continenti conosciuti, legati tra loro da un comune denominatore chiamato “ritmo”.

Ma quali sono i requisiti minimi necessari per un batterista, o meglio, quale deve essere il suo obiettivo?

Un assoluto controllo tecnico, ovvero il possedere talmente tanta tecnica da non pensare ad essa mentre si suona.

Una conoscenza del repertorio, perché anche quando si è molto bravi ci si prepara studiando.

Per ogni musicista esistono dei condizionamenti psicologici, come l’ansia da prestazione, la difficoltà di concentrazione, il senso di inadeguatezza, la paura del giudizio di terzi, la sensazione di non essere all’altezza. Con tutto questo occorre convivere, anche se nel libro vengono sottolineate possibili azioni correttive. Ad esempio, attraverso la meditazione e lo sviluppo della concentrazione per mezzo dello Yoga, a cui viene dedicato un capitolo intero e che appare pratica imprescindibile per Gualdi, alla ricerca di quella condizione in cui emerge l’armonia nascosta, quella che vale più di quella apparente (Eraclito).

Non sarà lo Yoga a far migliorare la prestazione e il livello di performance, ma la sua pratica potrà aiutare per far sì che non ci esprima al di sotto del top, diverso per ogni strumentista.

Pratica fino al punto in cui la mente dimentica e il corpo ricorda

 (Bruce Lee)

 

Gualdi ci racconta come il nostro corpo abbia bisogno di una sorta di manutenzione, esattamente come una qualsiasi macchina, cercando di bilanciare le tre tensioni, muscolari, mentali ed emozionali.

Ma come si superano ansie, paure, magari la noia legata ad un genere che proprio non va giù? Il libro, passando anche attraverso il buddhismo, fornisce un punto di vista esaustivo.

Una parte importante che troviamo verso la fine è denominata “Conversazioni”, una serie di interviste con persone significative nel percorso di vita dell’autore, incontri con uomini e donne che hanno avuto ruolo formativo, non dimenticando mai che “Niente è veramente nostro finché non lo condividiamo” (C.S. Lewis). Si parte da Bruno Genero e si arriva a Elio Marchesini, Stefano Bagnoli, Omar Cecchi per terminare con la maestra di Yoga Gabriella Cella.

Tutti i concetti presentati hanno la finalità di indicare una strada per poter “vivere la musica”, quella con la “M” maiuscola, non solo quella realizzata dai grandi di ogni tempo ma, considerando la sua peculiarità di saper unire e comunicare attraverso l’azione quotidiana del semplice appassionato - ascoltatore o strumentista - le indicazioni fornite dovrebbero/potrebbero indicare quali siano le giuste porte da aprire, attraverso il seme della curiosità.

La lettura mi ha portato a fantasticare, a confrontare ere e musicisti lontani tra loro per mero elemento anagrafico, immaginando l’evoluzione di un ruolo che vedeva generalmente il batterista relegato a status di comprimario, superato nel tempo dall’evoluzione naturale delle cose, e pensare ai “tempi portati” nel beat, in relazione, ad esempio, all’uso dei "tempi dispari", induce a immaginare mondi distanti anni luce, che Roberto Gualdi, con questo progetto, contribuisce a chiarire con il suo esempio, una didattica che non si ritrova soltanto nella capacità di essere un bravo batterista, ma si allarga ad aspetti comportamentali ed etici che riguardano ogni aspetto della vita.

 Conclude l’autore…

La musica è magia quando viene fatta insieme agli altri e questo e questo è anche ciò che la accomuna alla vita. La bellezza della condivisione e del viaggio con una meta comune.

Per quanto mi riguarda la scoperta della Musica mi ha definito, mi ha indicato una via da percorrere, mi ha fatto capire che persona volevo essere e mi ha stimolato una crescita continua, come musicista ma ancora di più come essere umano”.

Grande lavoro che resterà nel tempo!

Savona, 27 maggio 2022



venerdì 27 maggio 2022

Ricordando Gregg Allman nel giorno della sua dipartita.

 


The Allman Brothers Band: tra musica e dolore

 

Il 27 maggio del 2017 ci lasciava Gregg Allman, e almeno il nome dovrebbe essere familiare a tutti quelli che bazzicano il mondo del rock, seppur episodicamente.

Chi conosce un po’ della sua vita non si sarà meravigliato più di tanto, perché i percorsi carichi di eccessi hanno una conseguenza logica, e poi di Keith Richards ce n’è uno solo al mondo!

Vale la pena tracciare un minimo di storia, un iter che ha accomunato nella disgrazia numerosi membri della The Allman Brothers Band.

Pare che la fiammella si sia accesa nel garage del batterista Butch Trucks - era il 1969 - organizzatore di una jam session che prevedeva la presenza di Duane Allman (voce chitarra), Berry Oakley (basso), Dickey Betts (chitarra) e Jai Johanson (batteria/percussioni). L’entusiasmante performance fece sì che i musicisti si trasformassero repentinamente in band. Il tassello mancante, Gregg, fratello di Duane, si unì subito dopo, con il ruolo di cantante e tastierista.

E nasce la leggenda, una delle band più influenti del rock americano, capace di scavalcare l’approccio al blues dei chitarristi inglesi (Page, Clapton, Beck…), favorendo una strategia jazzistica basata sull’improvvisazione e su una rivoluzionaria sezione ritmica. Definire la Allman Brothers Band una semplice band southern rock appare riduttivo, perchè la loro risonanza nella musica rock è pari a quella esercitata dai Cream, da Jimi Hendrix e dai Grateful Dead, miti che si mantengono freschi nel tempo.

Occorre dire che il “rock sudista” americano prese corpo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, caratterizzato da un colore locale molto radicato, accompagnato spesso da pennellate di tragedia. Gli Allman furono i primi a delineare i contorni di quell’ideologia, tra musica e comportamenti: l’attaccamento ai valori della propria terra, il gusto per le lunghe improvvisazioni e la vita da hippie. Un’intera armata di southern rockers prese d’assalto il rock americano sventolando orgogliosamente la bandiera della Confederazione e conquistando l’attenzione generale del Paese, tanto da indurre un politico potente come Jimmy Carter a interessarsi di loro e a cercarne in qualche modo l’appoggio quando tentò la scalata alla Casa Bianca.

Ma la vita degli Allman fu travagliata e funestata da disgrazie rilevanti, e a poco più di due anni dall’incontro decisivo Duane perse la vita, a soli 24 anni: è il 29 ottobre del 1971 quando il chitarrista di Nasville muore in sella alla sua Harley Davidson, davanti agli occhi della fidanzata che lo segue in auto, sulla via di casa.

E la maledizione che pende sui musicisti della TABB colpisce ancora un anno dopo, quando Berry Oakley trova la stessa sorte e con modalità molto simili: anche lui in moto, a pochi isolati di distanza dall’incidente precedente, e alla stessa età!

Arriviamo ai giorni nostri, l’anno 2017, che ha visto la dipartita di Butch Trucks - a gennaio -, suicida al cospetto della moglie, mentre per Gregg si parla di attacco di cuore, summa di una serie infinita di problemi di salute accumulati nel tempo: avevano entrambi sessantanove anni.

A tenere duro Dickey Betts e Jai Johanson.

Nel corso di cinquant’anni si sono succedute reunion e modifiche alla line up, ma ciò che resta è il marchio indelebile di una formazione che ha disegnato una strada musicale precisa, un blues rock dalle venature psichedeliche che poteva contare su di un formidabile tandem chitarristico e sulla possenza della doppia sezione ritmica, mentre Greg Allman, con la sua caldissima voce da soul man nero e il suo Hammond, sapeva colorare il tutto con intese tinte gospel.

E in quei giorni Macon, la città della Georgia in cui andarono tutti a stabilirsi in una specie di comune artistica, diventò il centro di una nuova scena rock dall’incredibile vitalità e creatività, superando nel ruolo perfino San Francisco.

Il funghetto magico della psylocibe, scelto come logo della band, divenne il simbolo di uno stile di vita comunitario e hippie, pieno di utopie e di “esplorazioni” ad ampio raggio.

Tanti tra i protagonisti di quel movimento se ne sono andati, come logica di vita vuole, ma resta ciò che molti di loro hanno creato, incancellabile, godibile, una musica di cui rimangono pregne quelle terre, arrivata a noi in tempi lontani, quella che i più oculati e attenti hanno afferrato… senza lasciarla più.





giovedì 26 maggio 2022

Ci ha lasciato Alan White

 


Alan White è morto all'età di 72 anni

 

Il batterista Alan White è morto all'età di 72 anni: la notizia è stata confermata dalla moglie Gigi che ha dichiarato sulla sua pagina facebook: "Alan, il nostro amato marito, padre e nonno, è morto all'età di 72 anni nella sua casa di Seattle il 26 maggio 2022, dopo una breve malattia. Nel corso della sua vita e della sua carriera di sei decenni, Alan è stato molte cose per molte persone: una rock star certificata per i fan di tutto il mondo; compagno di band di pochi eletti, gentiluomo e amico di tutti coloro che lo hanno incontrato”.

Alan nacque a Pelton, nella contea di Durham, in Inghilterra, il 14 giugno 1949. Prese lezioni di pianoforte all'età di sei anni mentre iniziò a suonare la batteria a dodici anni, esibendosi in pubblico a partire dai tredici anni.

Nel corso degli anni ’60 affinò il suo “mestiere” suonando con molteplici band, tra cui The Downbeats, The Gamblers, Billy Fury, Alan Price Big Band, Bell and Arc, Terry Reid, Happy Magazine (in seguito chiamato Griffin) e Balls con Trevor Burton (The Move) e Denny Laine (Wings).

Nel 1968, Alan si unì ai Ginger Baker's Airforce, un nuovo gruppo che fu messo insieme dall'ex batterista dei Cream e da altri noti musicisti della scena musicale inglese, tra cui Steve Winwood, ex Traffic.

Nel 1969 ricevette una richiesta che inizialmente pensò potesse essere uno scherzo, perché John Lennon gli chiese di unirsi alla Plastic Ono Band. Il giorno dopo Alan si ritrovò a imparare canzoni nel retro di un aereo di linea diretto a Toronto con Lennon, Yoko Ono, Eric Clapton e Klaus Voormann. L'album che seguì, “Live Peace In Toronto”, vendette milioni di copie, raggiungendo la posizione numero 10 nelle classifiche.

La collaborazione di Alan con Lennon continuò e assieme registrarono singoli come “Instant Karma” e il successivo album di riferimento “Imagine”, con Alan che suonava la batteria in “Jealous Guy” e “How Do You Sleep at Night”. Il lavoro con Lennon diventò per Alan il passepartout per arrivare a George Harrison, che gli chiese di esibirsi nell'album “All Things Must Pass”, incluso il singolo, “My Sweet Lord” pubblicato nel 1970. Successivamente lavorò con molti artisti per l'etichetta Apple, tra cui Billy Preston, Rosetta Hightower e Doris Troy.

Il 27 luglio 1972 si unì agli Yes, avendo a disposizione tre soli giorni per imparare il loro repertorio e partì per un tour negli Stati Uniti dove suonò davanti a 15.000 fan a Dallas, il 30 luglio.

Non si separò più dagli YES, e con la scomparsa del membro fondatore Chris Squire, nel giugno 2015, Alan diventò il membro della band più longevo.

All'inizio di questa settimana gli Yes hanno annunciato che White non avrebbe partecipato al prossimo 50th Anniversary Close To The Edge UK Tour della band a causa di problemi di salute.

La band dedicherà ad Alan il 50th Anniversary Close to the Edge UK Tour previsto per giugno.

Tra le tante testimonianze disponibili in rete scelgo uno stralcio del concerto che vidi il 12 luglio del 2003, evento che cambiò significativamente la mia vita… ma questa è un’altra storia!





mercoledì 25 maggio 2022

Paul McCartney nella Piazza Rossa, 24 Maggio 2003


Paul McCartney, Piazza Rossa, Mosca, 24 maggio 2003

Il Moscov Times ci scherzò sopra, parlando della nuova sigla artistica Lenin-McCartney.
Nel 2003, i due vecchi rivoluzionari, Lenin e Lennon, se n’erano ormai andati ed era scomparsa anche l’Unione Sovietica cantata da McCartney in “Back in the USSR” durante gli anni della guerra fredda .
Vivi e vegeti sembravano invece essere i Beatles, al cui repertorio McCartney attinse ampiamente durante il suo primo concerto in terra russa.

Da anni volevo suonare in Russia, ma con i comunisti al potere non avevo mai potuto farlo”, spiegò McCartney nell’annunciare il concerto. “Non ci sono mai stato neppure da turista, quindi trovo esaltante la prospettiva di suonare Back in the USSR e tante altre canzoni davanti a gente che credo non veda l’ora di ascoltarle”.

Per quanto non ufficialmente proibiti, nella vecchia Unione Sovietica i dischi dei Beatles erano molto difficili da reperire. Solo nel 1988, quando le relazioni con l’Occidente avevano cominciato a sgretolarsi, McCartney poté pubblicare per il mercato russo Choba B CCCP  (ovvero Back in the USSR), una raccolta di classici del rock and roll.
La passione di McCartney per la Russia e la sua gente venne ricompensata il 24 maggio 2003, quando una folla di ventimila persone si radunò nella Piazza Rossa per una delle ultime date della lunga tournèe mondiale dell’ex Beatle. Grida di “Will love you, Paul”, riempirono l’aria a pochi metri dalle tombe di Lenin e Stalin.
Inutile dire che un simile accostamento fra sacro e profano aveva suscitato qualche polemica.
Prima del concerto McCartney si era recato al Cremlino per un colloquio privato col presidente russo Vladimir Putin, il quale gli aveva confidato che i Beatles erano stati “ un soffio d’aria fresca, una finestra aperta sul mondo”. Poiché Putin non avrebbe potuto essere presente al concerto serale, “Macca” improvvisò una versione di Let It Be, poi spiegò che era bello poter essere in una terra così piena di spiritualità: ” Ho sempre immaginato che la gente di qui avesse un cuore grande. Ora so che è vero”.

Ma McCartney aveva alle spalle una parete piena di grandi schermi su cui scorrevano immagini dell’epoca d’oro dei Beatles. Aprì il concerto sulle note di “Hello Goodbye” e lo chiuse, una trentina di canzoni dopo, con un medley di “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “The End”.
Suonò anche “Back in the USSR”. Due volte.

(Mark Paytress-"Io c'ero")








martedì 24 maggio 2022

Bob Dylan "GIUDA!": Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966


Bob Dylan è stato grande nel rivolgersi ai suoi detrattori.
Quando qualcuno gli ha urlato ‘Giuda!’, si è avvicinato con calma al microfono e ha tranquillamente replicato: sei un bugiardo… "

Oldham EveningChronicle
25 maggio 1966

Bob Dylan And The Hawks
Free Trade Hall, Manchester, 17 maggio 1966
“GIUDA!”

Il più famoso epiteto nella storia della musica venne pronunciato da uno studente ventenne di nome Keith Butler, indignato per la plateale infatuazione di Bob Dylan nei confronti del rock ad alto volume.


Se Butler impiegò trent’anni per assumersi ufficialmente le proprie responsabilità, a Dylan bastarono pochi istanti per sibilare una replica carica di fastidio: “Non ti credo! Sei un bugiardo!”, poi si girò irritato verso il gruppo e gridò: “Suonate forte, cazzo!”. Fu la scintilla da cui scaturì un infuocato finale di concerto sulle note di Like A Rolling Stone, la canzone che, l’estate precedente, aveva svelato al mondo il nuovo Dylan elettrico.

Like A Rolling Stones portò al culmine il dibattito sul “tradimento” dylaniano, scatenato dal sempre più rapido allontanamento del musicista dalle canzoni di protesta di inizio carriera. Già nel 1965 i suoi versi erano legati più al surrealismo che a Woody Guthrie e i semplici arpeggi di chitarra che lo avevano reso celebre erano ormai supportati da un accompagnamento rock. Persino la classica immagine da vagabondo romantico era stata abbandonata in favore di una mise più urbana: cespuglio di capelli arruffati, abiti attillati e occhiali scuri. Sembrava che Dylan non si sentisse più al servizio del Piccolo Uomo o della Grande Idea ma di se stesso e basta.

Il musicista arrivato a Manchester nella primavera del 1966, dall’agosto precedente era accompagnato da un gruppo elettrico (la futura Band) che… suonava rock. La maggior parte del pubblico aveva accettato il cambiamento ma negli ambienti più estremisti la polemica avvampava. I “folkettari”duri e puri erano ancora legati all’idea di Dylan come voce del (sempre più indefinibile) movimento di protesta. Altri lo consideravano il santone che stava trasformando la musica pop in una nuova ed emozionante forma d’arte.

I Beatles, i Rolling Stones, i nuovi arrivati Byrds e tutti coloro che aspiravano alla grandezza in ambito pop erano stati profondamente influenzati - e intimiditi - da quella trasformazione. Bob Dylan rispondeva solo alle sue leggi. Tuttavia anche un iconoclasta come lui capiva quanto fosse importante non alienarsi completamente le simpatie del pubblico degli esordi. Come tutti i concerti britannici della tournèe, infatti, anche quello di Manchester era diviso in due parti ben distinte: una sezione acustica, con in scaletta soprattutto materiale nuovo o comunque recente, seguita da una performance elettrica di otto canzoni tratte dai suoi album folk e drasticamente modificate.


La prima fu accolta dal reverente silenzio che aveva caratterizzato i concerti di un tempo. La poesia di Vision Of Johanna e Desolation Row era lontanissima dalla nitidezza di inni come Blowin’ In The Wind (significativamente assente nelle scalette del 1966), ma si trattava comunque di un Dylan scarno e questo poteva bastare. Coloro che consideravano l’utilizzo del gruppo come un artificio di cattivo gusto pensarono di averla avuta vinta.
L’atmosfera cambiò completamente dopo l’intermezzo. Dylan si ripresentò sul palco imbracciando una Fender Stratocaster e recando ben visibili nella gestualità e nei modi nervosi le ferite emotive dei concerti precedenti, disturbati da fischi di disapprovazione e talora interrotti da uscite di scena prima del tempo. Già alla fine del secondo brano, I Don’t Believe You, trasformata da brillante ballata folk in potente aggressione verbale rock, una parte del pubblico cominciò a diradare i propri applausi. Dylan rispose accennando un motivo folk all’armonica prima di lanciarsi in una rivisitazione radicale di una delle sue prime registrazioni, Baby, Let Me FollowYou Down. Verso la fine del set lo si sentì bisbigliare al microfono un’incomprensibile storiella, quasi a sfidare il pubblico.
Poi arriva il fantasma di Giuda e un concerto già di per sé notevole entrò nella leggenda.

Da “Io C’ERO”, di Mark Paytress



Curiosità:

Esiste in Italia (e magari ce ne saranno altre nel mondo!) una band denominata "Keith Butler & The Judas", un vero e proprio tributo a Bob Dylan proposto da questi cinque musicisti che suonano versioni al fulmicotone del menestrello di Duluth, dai classicissimi degli anni ‘60 fino a gemme oscure da Dylanologi incalliti, ogni volta in versione diversa, come insegna il maestro. Il leader della band è Giancarlo Frigieri, tutti i componenti sono della zona di Modena e Reggio Emilia.

Questa la formazione nel 2017: Giancarlo Frigeri chitarra e voce, Rigo Righetti basso, Lele Borghi batteria, Gianni Campovecchi tastiere.