domenica 31 luglio 2022

The Concert for Bangladesh



Nella Hit Parade italiana (Top 100) del 1971, il centesimo posto (miglior piazzamento n.18) va a "The Concert of Bangladesh", di George Harrison.

Ecco come è ricordato il "Concerto per il Bangladesh" (notizie catturate dalla rete)…

Nell'estate del 1971, rispondendo ad un invito di Ravi Shankar, Harrison organizzò in prima persona il celebre Concerto per il Bangladesh, iniziativa benefica a favore delle popolazioni di profughi dalla guerra civile tra India e Pakistan, che portò alla costituzione dello stato del Bangladesh.
L'evento, che sarebbe diventato il suo "fiore all'occhiello", fu la prima iniziativa musicale di beneficenza di ampia portata ed ebbe una risonanza mondiale. Il 1° agosto furono organizzati due spettacoli dal vivo al Madison Square Garden di New York, che fecero registrare il "tutto esaurito" grazie alla presenza di ospiti illustri quali Bob DylanRavi ShankarEric ClaptonLeon Russel e Ringo Starr.
Gli spettacoli furono seguiti da un pubblico di circa 40.000 spettatori. Il secondo concerto fu registrato e pubblicato sul triplo LP live intitolato "The Concert for Bangladesh" (1971), che ottenne un notevole successo in tutto il mondo.


Dall'evento fu ricavato anche un film concerto dallo stesso titolo (1972). George Harrison Ravi Shankar ricevettero poi il premio Child Is The Father of the Man dall'UNICEF, come riconoscimento per gli impegni umanitari, mentre il doppio album ricevette il premio "Album dell'anno" ai Grammy Awards del 1972.
Considerando la portata dell'evento, gli intenti benefici furono tuttavia raggiunti soltanto parzialmente. Nel corso del 1972, i funzionari del Fisco americano sollevarono varie questioni in merito ai proventi raccolti dal concerto e dalle iniziative connesse.
L'album, tra l'altro, non fu considerato una pubblicazione benefica, con la conseguente applicazione sui proventi della normale tassazione per le pubblicazioni standard. Una parte consistente dei fondi raccolti rimase quindi bloccata fino al 1981.
Fu un duro colpo per Harrison, che rimpianse per lungo tempo il fatto di aver organizzato il concerto in fretta (cinque settimane soltanto) e di non aver istituito, causa i tempi ristretti, una fondazione benefica a cui destinare subito e senza problemi tutti i fondi raccolti.




sabato 30 luglio 2022

Video intervista a Ettore Vigo-16 luglio 2022-Backstage Porto Antico Prog Fest

 


Il 16 luglio del 2022 è andata in scena a Genova la tradizionale kermesse dedicata alla musica progressiva, organizzata da Black Widow Records e Nadir Music, il Porto Antico Prog Fest.

Il mio commento e il sunto live sono fruibili al seguente link:

https://athosenrile.blogspot.com/2022/07/porto-antico-prog-fest-16-luglio-2022.html

 

Nell’occasione ho approfittato del tempo disponibile per chiacchierare nel backstage con alcuni dei protagonisti sul palco, raccogliendo frammenti di notizie, tra attualità e futuro.

Dopo Lino Vairetti tocca oggi a  Ettore Vigo, unico elemento dei Delirium presente nella formazione iniziale.

Ettore, partendo dall'evento della serata, delinea il futuro prossimo, che prevede l'uscita di un nuovo album e la possibilità di proporlo in Giappone, il prossimo anno.

Ascoltiamolo...







domenica 24 luglio 2022

Un piccolo ricordo di Vittorio De Scalzi e dei New Trolls

La fotografia di copertina di Enrico Rolandi riporta al Prog Fest - Porto Antico di Genova - e risale al 2019.

Ho postato un’immagine di quell’evento che presentai con Carlo Barbero perché è l’unico in cui entrai in contatto reale con Vittorio De Scalzi.

La mia strada di commentatore di cose musicali non aveva mai incrociato la sua, mentre ho avuto l’opportunità di avere maggior confidenza con altri ex New Trolls.

Nel giorno in cui Vittorio ci ha lasciato mi sembra inutile rivisitare la storia - la sua e quella della musica italiana di qualità - mentre sarebbe molto meglio lasciare un ricordo personale, un aneddoto, una chicca, un frammento di vita. Ma quello mi manca.

E allora vado a ritroso, partendo da quel luglio 2019, una bella esibizione di una delle tante diramazioni dei New Trolls - La storia dei NEW TROLLS - che chiudeva la manifestazione. 


Ho sottolineato “una delle tante diramazioni” perché i New Trolls che conobbi nell’adolescenza, nel corso degli anni hanno subito tantissimi cambiamenti e frammentazioni di cui non posso dare giudizio, certo è che non è mai stato semplice per me risalire alle origini e ridisegnare l’albero genealogico corretto.

Una decina di anni fa è venuto in mio soccorso il fratello di Vittorio, Aldo - che non ha bisogno di presentazioni! - e mi ha fornito la sua visione ravvicinata, facilmente rintracciabile su youtube, e dal sapore icastico.

Quando penso a Vittorio - e ai New Trolls - mi ritornano alla mente momenti precisi della mia vita, stimolati da tracce musicali che sono state per me riferimenti continui.

Parto dal 1968: il brano è “Visioni”, un rock psichedelico che mi colpì come un macigno, nonostante avessi solo 12 anni!



Dopo tre anni, la fase prog prevaleva sul rock precedente e nasceva “Concerto Grosso”…



E arriva il pop di qualità, quello trasversale, che tocca tutto il pubblico diventando un must senza tempo, e come simbolo cito “Aldebaran” e… “Quella carezza della sera”.



Come si fa a condensare così tanta musica in un articolo!

Ad ognuno il proprio ricordo e un diverso abbinamento tra trame sonore e memoria, lasciando spazio al pensiero personale, sottolineando un legame con l’artista scomparso… tutto lecito, comprensibile, umano.

Vittorio mancherà fisicamente, agli affetti più vicini e ai tanti conoscenti coltivati nel corso di mezzo secolo e oltre, ma è privilegio di certi artisti rimanere vivi per sempre, perché ogni volta che partirà l’arpeggio di “Una miniera” o il rock di “Davanti agli occhi miei” ci sarà qualcuno che immediatamente idealizzerà un palco, una televisione, un locale, in cui Vittorio e i suoi compagni di avventura continuano a suonare e a far sognare.

Buon viaggio Vittorio, un grazie incondizionato appare un atto dovuto!



sabato 23 luglio 2022

Video intervista a Lino Vairetti-16 luglio 2022-Backstage Porto Antico Prog Fest


Il 16 luglio del 2022 è andata in scena a Genova la tradizionale kermesse dedicata alla musica progressiva, organizzata da Black Widow Records e Nadir Music, il Porto Antico Prog Fest.

Il mio commento e il sunto live sono fruibili al seguente link:

https://athosenrile.blogspot.com/2022/07/porto-antico-prog-fest-16-luglio-2022.html

 

Nell’occasione ho approfittato del tempo disponibile per chiacchierare nel backstage con alcuni dei protagonisti sul palco, raccogliendo frammenti di notizie, tra attualità e futuro.

Inizio a proporre la clip realizzata con Lino Vairetti, che nei pochi minuti a disposizione ha delineato il percorso che attende gli OSANNA, sottolineando i progetti legati al cinquantennale della band e volgendo lo sguardo all’immediato futuro.


lunedì 18 luglio 2022

Porto Antico Prog Fest, 16 luglio 2022, un pò di commento, immagini e video

Nuovo appuntamento musicale dedicato alla musica progressiva quello andato in scena il 16 luglio a Genova, l’ormai tradizionale Porto Antico Prog Fest, organizzato da Black Widow Records in collaborazione con Nadir Music.

Un raggruppamento totalmente italiano che ha visto alla fine una defezione, quella dei genovesi Melting Clock, attesissimi, ma assenti giustificati. Una parte della band era comunque presente per un saluto da quel palco che tanto avrebbero voluto calcare.

Una scaletta in ogni caso molto densa e variegata, con il top rappresentato da due band storiche che festeggiano quest’anno il mezzo secolo di attività (ma è un arrotondamento per difetto!).

Un po' di ritardo nel soundcheck ha provocato i primi problemi “collaterali” che si trascineranno per tutta la serata, creando un po’ di tensione tra chi deve realizzare le condizioni tecniche ottimali e chi cerca, giustamente, la performance migliore possibile.

Non mi soffermo oltre su uno degli argomenti che caratterizzano tutti i festival, ovvero quelle occasioni in cui il susseguirsi di differenti entità musicali provoca un continuo riallineamento del settaggio, tra cambi di strumenti e differenti esigenze.

Certo è che qualcosa in più del solito è sembrato andare storto, almeno da un certo momento in poi.


Ad aprire la manifestazione una giovane band milanese, i CYRAX, con al loro attivo un sorprendente lavoro pregresso e che hanno da poco pubblicato l’EP “Methamorphosis”.

Non è prog ortodosso il loro, molto contaminato, a tratti “duro” e caratterizzato dalla sperimentazione spinta, e di tutto ciò danno dimostrazione nel corso del loro set, purtroppo breve. Il fatto che il nuovo album presenti alcuni brani antichi, ma rivisitati in chiave acustica, la dice lunga sulla loro apertura mentale, sempre piacevole da riscontrare nei musicisti di nuova generazione.

Nel medley sonoro a seguire presento un loro frammento di serata, analogamente a quanto fatto per gli altri protagonisti.

Nel tempo disponibile ho utilizzato il backstage per approfondire e chiacchierare con i rappresentanti di tutti i gruppi e quanto prima pubblicherò le videointerviste realizzate.

I CYRAX sono: Marco Cantone alla voce, Gianluca Fraschini alla chitarra, Jacopo Bonora alle tastiere e Lorenzo Beltrami alla batteria.

 


A seguire i G.O.L.E.M., anche loro freschi di album (di esordio) - omonimo - che ha ricevuto grandi elogi e commenti positivi dalla critica.

Alle tastiere Paolo “Apollo” Negri, al basso Marco Zammati, Emil Quattrini al piano e mellotron, Francesco Lupi alla batteria e Marco Vincini alla voce.

Nel tempo disponibile danno dimostrazione di grande forza e presenza scenica, confermando ciò che emerge dall’ascolto del lavoro in studio, e come si sa, il live rappresenta il vero test probante.

Un prog sufficientemente ortodosso, ma con sprazzi di assoluta novità, un mix che l’audience ha apprezzato incondizionatamente, una performance notevole mentre il sole era ancora alto.

E arriva il momento dei G.A.S. (Gruppo Autonomo Suonatori), una band spezzina nata nel 1997, ma che solo un anno fa, grazie alla BWR, è riuscita ad arrivare al progetto discografico, il bellissimo “Omnia Sunt Communia”.

I G.A.S. sono: Claudio Barone (voce, basso, mandolino e bouzouki), Simone Galleni (chitarra, basso e bouzouki), Andrea Imparato (sax e flauto), Valter Bono (batteria), Thomas Cozzani (sintetizzatore) e Andrea Foce (piano e flauto).

Terzo gruppo e nuova diversificazione, con la proposizione questa volta di un percorso tendente al folk, con sfumature che solitamente si captano più efficacemente dal disco, ma che i G.A.S. trovano il modo di rendere pienamente fruibili anche nel contesto live.

Una bella sorpresa, un episodio che funge da spartiacque rispetto agli headliner che stanno per arrivare…

I Delirium giocano ovviamente in casa, ma fanno parte della storia della musica italiana, e occupano un posto speciale nell’organigramma musicale di BWR.

Da molti anni ormai si presentano con una line up consolidata, che prevede un unico superstite della formazione originaria, Ettore Vigo (tastiere), mentre segue a ruota Martin Grice, il fiatista anglo genovese che prese il posto di Fossati una cinquantina di anni fa; al basso, da una ventina di anni troviamo Fabio Chighini, mentre sono più recenti le acquisizioni di Alfredo Vandresi (batteria, dal 2012), del chitarrista Michele Cusato e del vocalist/chitarrista e tastierista Alessandro Corvaglia, entrambi dal 2014.

Un tuffo nel passato, ma con la certezza che al girar dell’angolo si potrà trovare un nuovo album, il cui materiale è pronto e in attesa di registrazione, il che sta a significare che entro pochi mesi un nuovo progetto vedrà la luce, per la felicità, anche, dei seguaci giapponesi che, come mi ha segnalato Vigo, non aspettano altro che poterli ascoltare, tra produzione antica e di fresca uscita.

Con i Delirium arrivano anche i problemi tecnici più seri, che costringono pubblico e band ad un supplemento di attesa, mentre monta la tensione sul palco.

In realtà il set sarà alla fine molto gradito, con un repertorio vario che si muove in un lungo spazio temporale, specchio di una invidiabile carriera musicale.

A fornire un contributo allo spettacolo sono due amici di lunga data: inizia Sophya Baccini, a cui viene lasciata la scena nel brano “Tremori antichi”, mentre lo step successivo richiama sul palco anche Lino Vairetti - che così si scalda - per il brano che non può mai mancare, a maggior ragione nell’anno del cinquantennale: mi riferisco ovviamente a “Jesahel”, il top del coinvolgimento per il pubblico presente.

L’atmosfera a questo punto è calda, manca solo la ciliegina sulla torta e compaiono gli Osanna, che percorrono questo 2022 festeggiando in modo tangibile con molteplici progetti: un nuovo album (“Il Diedro del Mediterraneo”), il CD e DVD "Osannaples" (di Deborah Farina) e il libro "L'Uomo. Sulle note di un veliero" (di Franco Vassia).

Ricordo l’attuale formazione che prevede oltre al fondatore Lino Vairetti alla voce e chitarra acustica (e armonica), Gennaro Barba alla batteria, Sasà Priore alle tastiere, Irvin Vairetti al sintetizzatore e voce, Pasquale “Paco” Capobianco alla chitarra elettrica ed Enzo Cascella al basso.

Anche per loro arrivano seri problemi tecnici, in questo caso anche di ordine visual, giacché viene a mancare una delle loro caratteristiche più funzionali al concerto, la proiezione sullo sfondo dei filmati antichi che ripercorrono la loro storia.

Ma Lino Vairetti e soci guardano oltre e ripropongono il loro repertorio che inizia ovviamente dall’album di esordio - “L’uomo” - e arriva ai giorni nostri, passando per i classici che hanno contraddistinto il loro lunghissimo percorso.

Il sound è potente, collaudato, nulla può rompere l’armonia sonora che questa band super affiatata riesce a regalare dal palco, presentando un’energia fuori dal comune ed evidenziando una discreta dose di autostima legata alla consapevolezza delle proprie skills.

Ritorna Sophya Baccini per un duetto con Vairetti - con un solo microfono - nel brano “A zingara” e nell’arco dell’intero set c’è spazio per il ricordo di un compagno di viaggio da poco mancato, il chitarrista originario Danilo Rustici

Ma non basta. Gli Osanna si ricordano di altri “amici”, il BANCO in primis, e partendo da “Non mi rompete” appoggiano lo sguardo su PFM e AREA, una sorta di omaggio al prog italiano, quel genere di cui gli OSANNA sono portabandiera da mezzo secolo.

E alla fine dell’estate è prevista una tappa in Giappone - per la quarta volta -, e la band raccoglie ora tutte le soddisfazioni estere mancate negli anni ’70.

Un’immagine positiva e solare la loro, e il pubblico gradisce e gioisce.

 

Come già segnalato, a breve proporrò le video-interviste realizzate con alcuni protagonisti di ogni band, ma anche il cambio di set on stage è stato utilizzato per chiacchierare con i vari musicisti, che si sono soffermati soprattutto sui progetti futuri: oltre ai rappresentanti dei singoli gruppi abbiamo chiacchierato con i Melting Clock, Pino Sinnone e Il Cerchio D’oro.

A questo proposito rivolgo un sentito grazie a Carlo Barbero, con cui ho condiviso il compito di riempire i momenti vuoti tra i differenti scampoli di live.

 


Un altro festival PROG nel segno di BWR e NADIR MUSIC, un appuntamento ormai consolidato in una splendida cornice.

Per una sera si è provato a dimenticare la negatività che obiettivamente ci circonda e la musica di qualità ha avuto il sopravvento… almeno per un attimo!

Un ringraziamento ad AGO SAURO per le splendide fotografie realizzate e messe a disposizione della comunità!

A seguire un medley, realizzato con scarsi mezzi tecnici, con il solo scopo di lasciare il ricordo della serata.

 







venerdì 15 luglio 2022

"L’amore è una grazia", il nuovo progetto di Gianni Venturi


Gianni Venturi è un portatore sano di novità e di elementi che non ti aspetti. Conoscendo un po' della sua storia e dei suoi album, avendolo visto su di un palco nel pieno della sua propulsione “prog”, non avrei pensato al suo soffermarsi su di un argomento così naturale ma un tempo tabù per i rockettari e per i driver di messaggi sociali: l’amore in tutte le sue forme.

Ovviamente, sto volutamente esasperando il concetto, ma resta la realtà, quella che ci impediva di liberare certi pensieri delicati in giovane età, mentre la maturazione porta a far cadere ogni tipo di paletto e inibizione: l’amore regola il mondo ed è sacrosanto parlarne, anche se il tutto può essere presentato con diversi gradi di qualità.

Certo, il concetto di “amore”, nel senso universale del termine, fa a pugni con gli eventi che ci circondano e ci coinvolgono oggigiorno, nostro malgrado, ma il compito del poeta - e Gianni Venturi è un gran Poeta - è quello di rendere immortali momenti, memorie, stati d’animo e storie di vita attraverso una scrittura libera, a volte minimalista, altre strabordante,  ma sempre guidata dall’esigenza del momento, e immagino che sia questo per l’autore un periodo caratterizzato da una particolare necessità espressiva, stimolata in primis dagli affetti che camminano affianco, mano nella mano, con il ricordo di chi non c’è più fisicamente ma resta elemento ispiratore.

Riprendo un ricordo di Venturi riportato nel libro:

Mia madre diceva in certe serate davanti al camino, che se un istante solo tutto il mondo amasse, un bagliore di energia avvolgerebbe gli essere e le cose…”

Poesia e saggezza!

Accennavo al libro, sì, perché il progetto di cui parlo è composito, libro e CD, parole e musica, liriche e atmosfere sonore:


Alice & Peter-L’amore è una grazia-CD

Gianni Venturi-L’amore è una grazia-Libro

(PMS Studio - BMRG edizioni)

 

Un book che viaggia in parallelo e contestualmente con la forma canzone di Alice & Peter, band nata all’occorrenza e che è così formata:

Gianni Venturi-voce

Chiara Brighenti-contrabbasso

Marika Pontegavelli-Pianoforte

Margherita Parenti-batteria

Matteo Pontegavelli-tromba

Compositori e autori: Venturi, Brighenti, Parenti e Pontegavelli

 

Alla fine, ciò che voleva essere un reading, un parlato con sottofondo sonoro, si è trasformato in disco, dove l’autore rilascia i propri sentimenti senza pudore alcuno, quel muro che si erge spontaneo quando l’amore di cui si parla affronta risvolti personali, che spesso diventano simboli di comportamenti codificati, ma che si fa fatica a condividere col mondo intero. Ossimoro in tempi di evoluzione dei social? Può darsi, ma il buon Gianni ha conosciuto un mondo migliore e appare, ogni tanto, annaspare e faticare nell’ortodossia del nuovo millennio. Che in ogni caso affronta, a modo suo, con le armi pacifiche che ben conosce.

La sonorizzazione dei testi incontra un sound minimalista, tra jazz e sperimentazione, filoni musicali che sembrerebbero non in linea con il tema “amore”, topic difficilissimo da affrontare senza il rischio di cadere nel banale e di essere fraintesi.

Quanti significati possiamo attribuire al concetto di “amore”, quello vero, disinteressato, genuino?

Alice & Peter & - Venturi and friends - ci conducono per mano nel loro mondo e nella loro riflessione, facilitati dallo status di artisti, esseri privilegiati in grado di creare per sé e per terzi, realizzando un perfetto ed invidiabile stato di osmosi tra chi fa e chi riceve.

Sarebbe troppo estrapolare i pensieri che abitano il progetto, e in fondo sarà bene che l’ascoltatore/lettore scopra i segreti in piena autonomia, ma appare doveroso fornire un piccolo assaggio, poche righe che mi hanno decisamente colpito:


Una tela bianca da dipingere con gocce d’amore,

Un giorno senza amore è un deserto di solitudine,

vivere la superficie del sentimento non spezza i cuori, li congela!


Un altro esempio, questa volta visivo/sonoro, è rappresentato dal video “Luci Spente sul Palco”, un tango elaborato, una clip molto forte dal punto di vista emotivo.

E improvvisamente si rafforza il motivo che conduce alla mia sana avversione per la balera e per “il liscio”, un disagio inconscio che ha una banale giustificazione racchiusa nella consapevolezza di una vita ormai alle spalle, con ricordi non sempre felici che si rifanno alla fine della festa, quando restava nelle ossa una malinconia diffusa, forse incomprensibile per un bambino, ma in quelle ore di apparente spensieratezza andava in scena lo scorrere del tempo, condensato in pochi frammenti, con un rapido passaggio dall’eccitazione iniziale allo spleen legato all’ultima luce che scompariva.

Ma forse più delle mie parole potrà essere icastica la visione del video…


Un piccolo capolavoro e forse, più delle altre volte, capace di toccare tutte le anime, in modo trasversale.

 

TRACKLIST

1. Per te che sei grazia

2. Cuore cemento

3. Amandoci di più

4. Sinfonia del colore

5. Saudade

6. Il tango di Buenos Aires

7. Prima tu o io?

8. Ti amo ne sono certo

9. Luci spente sul palco

10. Ritratto di vecchio allo specchio





giovedì 14 luglio 2022

Simon Dupree and the Big Sound, la genesi dei Gentle Giant

Per chi non conoscesse la storia dei “Simon Dupree…” imbattersi nei video dei giovani fratelli Shulman appare curioso, eppure l’impronta dei futuri Gentle Giant era già evidente…

I Simon Dupree and the Big Sound sono stati un gruppo psichedelico britannico formato nel 1966 dai fratelli Derek Shulman (voce), Phil Shulman (voce, sassofono, tromba) e Ray Shulman (chitarra, violino, tromba, voce), ovvero l’essenza dei futuri Gentle Giant.

Iniziarono come The Howling Wolves e poi divennero The Road Runners, suonando R&B nella zona di Portsmouth, casa dei fratelli Shulman: diventarono Simon Dupree and the Big Sound all'inizio del 1966.

Il resto del gruppo era composto da Peter O'Flaherty (basso), Eric Hine (tastiere) e Tony Ransley (batteria.

A dispetto del nome scelto, il loro repertorio era però focalizzato molto più sulle canzoni di Wilson Pickett, Don Covay e Otis Redding, piuttosto che su Howlin' Wolf o Bo Diddley.

Il nome “Simon Dupree and the Big Sound” nacque a seguito della ricerca di un nome appariscente, che rimanesse facilmente impresso.

Alla fine dell'anno 1969 i Simon Dupree and The Big Sound si sciolsero definitivamente, dando vita a un nuovo progetto musicale, che li avrebbe resi parte della storia del prog rock.

Ecco un paio di esempi.






mercoledì 13 luglio 2022

La Cruna del Lago-“Schiere di Sudditi”


Nel mese di aprile è stato rilasciato l’album “Schiere di Sudditi” (ZdB), l’esordio discografico dei toscani La Cruna del Lago, band che propone la propria visione del mondo attraverso il rock progressivo, cosa di questi tempi abbastanza frequente e che in ogni caso evidenzia un certo… coraggio!

Primo disco sì, ma i componenti il combo, pur giovani, possono mettere sul piatto una notevole esperienza e skills personali di rilievo, e il coraggio a cui facevo riferimento sottolinea come esista una oggettiva difficoltà nel portare avanti idee all’interno di una nicchia artistica fornita di solidi muri, a volte costruiti dagli stessi protagonisti di quell’ambito artistico.

Cerchiamo quindi di conoscere i loro nomi e le loro attitudini attraverso la line up.

Partiamo dal tastierista e voce solista Carmelo “Melo” Arena; alle chitarre e voce Pino Polistina; Matteo Tuci al basso e Andrea Bruni alla batteria.

Dalle note estrapolate dal sito di riferimento si evince come il nome del gruppo non sia frutto della casualità - come spesso accade! - ma racchiuda una filosofia specifica presentata attraverso un’efficacie metafora, quella che descrive il “lago” come elemento protettivo ma caratterizzato da una staticità che accomuna le anime rendendole alla fine schiave, mentre la cruna rappresenta la via di fuga, la ricerca di un sentiero certamente ignoto, ma carico di speranze.

Uscire da una zona di assoluto conforto e affrontare il non conosciuto è azione che viene compiuta solitamente per un paio di motivi… in primis la necessità e, a seguire, appunto, il coraggio necessario al cambiamento!

La ricetta che La Cruna del Lago propone guarda oltre, tende al superamento della mediocrità, al cambio di passo, al fare tabula rasa, con modus poco iconoclasta e molto costruttivo. Come? A ciascuno il proprio mestiere e un musicista conosce bene le proprie possibilità e i tanti paletti circostanti… proseguire con la coscienza a posto sarà già buona cosa!

Schiere di Sudditi” tratta questo argomento: paesaggi distopici, umanità rassegnata al peggio, diseguaglianze sempre più marcate, dolori e sofferenze, guerre e maledizioni mandate da un qualsiasi essere superiore, un mondo sempre più indefinibile il cui racconto è meno nero, purtroppo, di quanto avvenga nella realtà.

Non è certo “pessimismo cosmico” quello di La Cruna del Lago, perché in ogni brano si avverte in lontananza una luce oltre il tunnel, anche se per raggiungerla occorrerà impegno e fatica, e non basterà attendere seduti che quella nebbia che periodicamente ci avvolge si dissolva, lasciando che la condizione umana ritrovi la propria purezza originale.

L’album si snoda su 42 minuti di musica suddivisa in 8 episodi:

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

01. Giostra (5:59)

02. La mantide agnostica (5.01)

03. Illogica distanza (5:02)

04. Interludio (5:16)

05. Elettrodrama (6:22)

06. Stato (5:13)

07. Acqua da Marte (6:52)

Bonus Track

08. Stato (Radio Edit)

 

Lo start arriva con Giostra, probabile brano manifesto, compendio della proposta, rock sinfonico che si miscela ad una certa durezza, quasi metallica, mentre tempi composti si intervallano all’ortodossia.

Le peculiarità dei singoli musicisti si autodeterminano mentre un mood sonoro ricercato produce atmosfere da spleen avanzato e il tratto ipnotico produce un’inaspettata positività:

“Guardo più in là, oltre il mio limite, ombre che lasciano schiere di sudditi incatenati a una nuova realtà, ma il nuovo anelito di libertà come una giostra gira dentro di me…”

Un bel biglietto da visita!

Si procede con La Mantide Agnostica, musicalmente capace di simboleggiare la progressione, la dinamicità spinta avvolta da un senso aulico, mentre affiorano i miti del passato, in bilico tra i fratelli Nocenzi e la prima sperimentazione di ELP.

“Mentre imperversano raffiche di ipocrisia, già scopro l’individuo che non sa, non chiede più verità ma si circonda di formule collaudate, per non morire mai. Sotto di me lo sguardo agnostico orfano dei perché si apre alla sete di felicità, si fa canto. Dimmi che vedi come me l’alba di una nuova umanità!”

Difficile in questo caso qualsiasi operazione dicotomica tra lirica e musica, la compenetrazione è totale.

E arriviamo a Illogica Distanza, il ritmo cala e si palesa il momento intimistico per eccellenza, quello della riflessione, della calma assoluta, la ballad che equilibra i tempi e regala quadretti bucolici dalla grande valenza poetica…

L’abitudine leviga i contorni al mio mondo di creta, ma tu non ci sei e mi sembra un anno fa quell’incontro tra noi, quell’effimera allegria o malinconia e un’illogica distanza per raggiungerti. Sono i sogni che ci daranno eternità e tra mille nuvole scoprirò quella che assomiglia a te, inseguendo il suo sorriso per raggiungerti…”.

Interludio è uno strumentale, un brano “ponte” tutto atmosfera ed effetti, molto ambient, riflessivo e pitturato nel sonoro, una misura melodica che non lascia indifferenti, un aiuto nel sottolineare il virtuosismo di questi musicisti!

ElettroDrama è il quinto brano, un crescendo di effetti in stile floydiano, un ritmo cadenzato e controllato, una marcia verso l’ignoto, una chitarra elettrica lacerante il cui prodotto si lega indissolubilmente alla lirica.

“Vedo anelli di catene, vedo uomini cadere, senza libertà di andare, senza fede e nel dolore. Libero? Sono Libero?”

Arriviamo a Stato, e il significato del termine si dilata, tra verbo e sostantivo, occupando ogni frammento del nostro lessico e della nostra quotidiana esistenza:

“Archivio di stato, esame di stato, ferrovie dello stato, titoli di stato, monopolio di stato, stato immobile, indifferente, inerme, democratico ma… c’è mai stato uno Stato… di grazia?”.

Ricompaiono una certa durezza sonora e la disparità ritmica, perché è l’argomento che lo richiede… uno tormentone ipnotico che non ti lascia più dopo il primo ascolto.

A conclusione - prima del bonus track - altra versione di Stato - troviamo Acqua di Marte.

“Non so come, ma è accaduto, sono stato imprigionato e ho già dimenticato ciò che il mondo vuole da me. Mi sento abbandonato, cancellato, esiliato… e in tutto questo non so se questa pioggia che cade su di me è acqua da Marte o sono lacrime dal cielo. E nel mio inferno di irrealtà qualcosa mi avvolge, inesorabile… sarà acqua da Marte o solo lacrime dal cielo?”.

Un rock più tradizionale, una potenza di fuoco funzionale alla “causa” inframezzata da virtuosismi e accorgimenti particolari, con dilatazioni musicali che determinano la misura di coordinate temporali e spaziali, nel proseguimento dell’interazione tra messaggio e suoni.

Che dire ancora, una piacevole sorpresa, un album carico di spunti interessanti, e a questo punto inserire La Cruna del Lago in una delle tante caselle di genere appare davvero poco importante!

Molto curato l’artwork e il booklet annesso al CD.

Da ascoltare con attenzione!

  

LA CRUNA DEL LAGO LIVE





domenica 10 luglio 2022

“DIALOGHI - L'opera di Stefano Giannotti", di Tommaso Tregnaghi e Stefano Giannotti


Con colpevole ritardo mi appresto a commentare il libro “DIALOGHI - L'opera di Stefano Giannotti" (Porto Seguro Editore), compendio delle opere radiofoniche per Deutschlandradio Kultur, SWR, WDR Köln, dei lavori di video-arte, delle produzioni discografiche con OTEME e della didattica musicale di Stefano Giannotti.

Mi impossesso delle note ufficiali per sintetizzare l’alto profilo del musicista toscano.

Stefano Giannotti - nato nel 1963 - è compositore, chitarrista, performer e video-maker. Molte sue opere sono state prodotte in collaborazione con, fra le altre, Deutschlandradio Kultur, SWR, RAI Radio 1, RAI Radio 3. Nel 2010 ha creato OTEME (Osservatorio Terre Emerse) e dal 2015 pubblica per l’etichetta discografica Ma.Ra.Cash Records. Innumerevoli i suoi riconoscimenti internazionali.

I “Dialoghi” citati nel titolo sono quelli intercorsi tra l’artista e Tommaso Tregnaghi, con un punto di partenza preciso, la tesi di laurea di quest’ultimo ottenuta all’Accademia delle Belle Arti di Firenze nel 2011 ed aggiornata nel 2021.

Qualche frammento oggettivo anche per Tregnaghi, nato a Lucca nel 1987, Designer che opera a cavallo fra comunicazione e Arti visive. Docente presso l'Istituto POLIMODA di Firenze, lavora anche come libero professionista. Ha sempre affiancato al suo percorso personale la passione per la musica attraverso pratica e studio.

Seguo da molto tempo la produzione artistica di Giannotti e rileggere la sua vita sotto forma di conversazione è risultato per me piacevole oltre il contenuto specifico, quello di sicuro interesse per la solita nicchia di appassionati/seguaci, come spesso capita quando l’argomento è l’estrema qualità.

Mi è capitato molte volte di leggere/presentare/introdurre/commentare storie di vita di persone capaci di lasciare traccia con la loro opera, ma ho sempre avuto la convinzione che ogni singola anima, anche la più “invisibile”, potrebbe destare l’interesse di terzi se fosse presente la giusta stimolazione, quella capace di demolire i muri comunicativi dietro ai quali fa comodo nascondersi, quelli capaci di proteggere la convinzione che una vita lontano dai riflettori non possa essere di interesse comune. Ma è un errore, da ogni storia vissuta si può trarre insegnamento!

In questo caso, però, esiste un percorso di alto livello, perché Stefano Giannotti può mettere sul piatto eventi formativi, studi e sviluppi conseguenti di livello superiore.

In un paese "evoluto" come il nostro, i cui i “gestori”, qualunque sia il ruolo, non perdono occasione per riempirsi la bocca con la parola “CULTURA”, chi si occupa di musica sa che la sua attitudine difficilmente sarà considerata l’attività principale, ma nel migliore dei casi una passione che viaggia in parallelo con il “lavoro principale”, a volte necessaria per arrotondare il reddito.

Esiste poi chi trova la giusta strada e chi si accontenta di manifestare episodicamente le proprie skills, trovando gratificazione nel positivo giudizio sporadico dell’ascoltatore di turno.

E poi c’è quella categoria speciale - quella di cui fa parte a pieno titolo Stefano Giannotti - con una predisposizione olistica che non prevede alcuna dicotomia tra vita quotidiana e arte, essendo la prima fonte di ispirazione verso la creazione e la sperimentazione, e alla fine la forma espressiva diventa mezzo per disegnare il proprio credo e condividerlo col mondo intero, una sorta di missione capace di abbattere, o quantomeno superare, ogni tipo di difficoltà, sino al raggiungimento dell’obiettivo, qualcosa che ha a che fare con il miglioramento del mondo circostante attraverso la bellezza della forma creativa.

Il lunghissimo dialogo tra Giannotti e Tregnaghi permette di delineare un sentiero che parte dalle sperimentazioni fanciullesche sino ad arrivare alle importanti collaborazioni radiofoniche, passando attraverso le uscite discografiche con OTEME (Osservatorio Terre Emerse).

Difficile far emergere pochi concetti da un tomo di 370 pagine, e comunque preferisco creare un po' di curiosità e di spinta verso la lettura, ma vorrei “rubare” e presentare un concetto per me nuovo che ho trovato molto interessante.

Alla domanda di Tregnaghi: “Puoi spiegare il concetto di metafora sonora?”, Giannotti risponde così: “Le metafore sonore sono trasposizioni sonore di concetti base appartenenti ad ogni persona, in ogni parte del globo: cibo, sesso, famiglia, lavoro, sonno, sogni, relazioni, odio, pace, guerra, amore, gioco, tristezza, felicità ecc. Questi stati dell’essere non appartengono solo agli uomini, a volte anche agli animali. Ma le “sound metaphors” non sono mere descrizioni di eventi o concetti, lavorano a livello subliminale perché sono libere associazioni di elementi presi da questi stati dell’essere, infatti sono più simili ai sogni. Quando sogniamo le immagini si combinano attraverso processi il più delle volte sconosciuti a noi sognatori. Così, ciò che prendiamo è il primo livello, quello che rimane in superficie, cioè le associazioni delle immagini stesse. Poi, naturalmente c’è il livello simbolico. Le mie “sound metaphors” possono essere viste come veri e propri “sogni sonori”, a volte immediati, a volte ermetici. Sono giochi acustici che, di volta in volta evocano l’ironia, la nostalgia, il dramma, il cinismo, la dolcezza, la paura e, funzione che ritengo più importante spesso rappresentano archetipi, temi fondamentali dell’umanità.

“SOUND” perché il loro veicolo principale è il suono. “METAPHORS” perché hanno il potere di evocare archetipi”.

Non mi spingo oltre, nella speranza che il mio piccolo contributo possa indirizzare l’ascoltatore verso la lettura di un saggio davvero interessante e utile per meglio entrare in contatto con l’artista e conoscerne i risvolti tecnici e umani, ma mi piace evidenziarne la valenza didattica e didascalica del book, la cui sintesi riporta al vero significato del concetto di “passione”.

Buona lettura!


Dettagli prodotto 

Editore: ‎ Porto Seguro (26 febbraio 2022)

Copertina flessibile: ‎ 370 pagine

Peso articolo: ‎ 460 g





sabato 9 luglio 2022

Led Zeppelin al Vigorelli: era il 5 luglio del 1971




Led Zeppelin, Velodromo Vigorelli, Milano, 5 luglio 1971

Ripercorrendo le antiche vicende legate alla musica e dintorni, si “cade” ripetutamente su avvenimenti nefasti che, al solo accenno, identificano immediatamente protagonisti e contesto: il Festival di Altamont o la Family di Charles Manson, tanto per parlare di fatti di oltreoceano. Anche a casa nostra, in Italia, abbiamo qualche ricordo negativo. Mark Paytress ci ha raccontato così, nel libro “Io c’ero”, la sua versione dei fatti avvenuti a Milano, 51 anni fa.


Un tremendissimo e sciagurato inciucio andò in onda una sera di prima estate del 1971 sul prato del glorioso Velodromo Vigorelli, aprendo e chiudendo in un amen la storia dei Led Zeppelin in Italia. Con una decisione strana e infelice, gli organizzatori del Cantagiro avevano deciso quell’anno di invitare alcune grandi star della musica internazionale al loro show nazionalpopolare: la scelta era caduta su Aretha Franklin, Donovan, Moustaki, Leo Ferrè, Charles Aznavour e, per la sola data di Milano, i Led Zeppelin. Pensavano forse di rilanciare così una manifestazione in evidente declino; in realtà andarono a cercarsi dei guai, e questo soprattutto a Milano, al Vigorelli, quando in fondo alla scaletta venne aggiunto il set dei più caldi, eccitanti re del rock di quella stagione. I 12.000 o 15.000 convenuti quella sera (a seconda delle stime) erano li tutti per il “Dirigibile”, e non avevano alcuna intenzione di sorbirsi la lunga anteprima del Cantagiro, con l’esibizione prevista di una quindicina di artisti. Si possono immaginare le reazioni del pubblico alle prime uscite sul palco: fischi, bùu, slogan sarcastici. Vista la mala parata, la maggior parte degli interpreti si rifiutò di esibirsi. Gianni Morandi tentò la sortita con una canzone “impegnata” (Al Bar si Muore), ma venne scorticato dai fischi; un po’ meglio andò ai New Trolls, considerati tollerabili cugini rock. Il problema in realtà non era sul palco, ma intorno e fuori, con un esagerato dispositivo di forze dell’ordine (2000 uomini fra polizia e carabinieri, a leggere le cronache del giorno dopo). Quella Grande Armèe doveva fronteggiare alcune decine di autoriduttori e “agitatori politici più mestatori a vario titolo”, per usare le parole del Corriere della Sera, e lo fece con grande impeto, impegnandosi con ripetute cariche e lancio di candelotti lacrimogeni mentre i manifestanti, sempre secondo il Corriere, iniziavano una fitta sassaiola, erigevano barricate di automobili nelle strade adiacenti e preparavano bombe molotov. Alle 22.40, scorciando di molto la scaletta, i Led Zeppelin salirono sul palco accolti dal boato della folla. Era fresco il ricordo del terzo album, uscito da pochi mesi, e si parlava di pezzi nuovi dal quarto, previsto per l’autunno (una di queste novità era Stairway to Heaven, regolarmente in scaletta nel tour primaverile). In un clima di palpabile tensione, la band attaccò Black Dog. Dopo una versione ridotta di Dazed And Confused, passò a I’ve Been Starting Loving You e lì si udirono distintamente dei botti violenti: non era Bonham in azione, ma la polizia che sparava fumogeni, e non fuori dal Velodromo, bensì dentro, sul prato e nei dintorni del palco (un cancello aveva ceduto sotto la pressione di una ventina di autoriduttori e gli agenti si erano lanciati con foga al loro inseguimento). Robert Plant cercò di metterla sul teatrale e invitò i ragazzi a soffiare contro quell’aria viziata, ma era vento cattivo, e non c’era nessuna risposta dylaniana che potesse aggiustare le cose. Per sedare gli spiriti, il gruppo attaccò Whole Lotta Love, in medley con il celebre assolo di Bonham, Moby Dick. A quel punto però l’aria si era fatta irrespirabile, il pubblico ondeggiava pericolosamente tra le gradinate e il prato, e il manager Peter Grant salì sul palco imponendo ai suoi ragazzi lo stop. Gli Zeppelin filarono dietro le quinte in una nuvola di gas irritante e pensarono bene di rifugiarsi in infermeria, dove si barricarono assediati da decine di persone che stazionavano intorno al palco, alla ricerca anch’essi di un riparo. Intanto i roadies cercavano di protegger l’impianto, con esiti alterni: alcuni strumenti furono danneggiati e l’addetto alla batteria di Bonham, Mick Hinton, finì all’ospedale con la testa squarciata dal lancio di una bottiglia.Il pubblico sfollò con pericolosa lentezza, lacrimando e tossendo, da una porticina di due metri per uno e venti. All’esterno impazzavano altre cariche, anche con le jeep, che si protrassero fino alla mezzanotte. Finì con il più drammatico e triste “show interruptus” della storia rock italiana. Quella stessa sera, con gli occhi ancora arrossati per i lacrimogeni, Robert Plant confessò la sua delusione ad Armando Gallo, inviato per Ciao 2001: “ Abbiamo girato mezzo mondo e non ho mai visto nulla di simile. E’ la prima volta che siamo stati costretti ad abbandonare un nostro concerto. Venendo al Vigorelli avevamo scherzato tra noi, vedendo tutte quelle forze dell’ordine: sembravano schierate più per un congresso politico che per un concerto. Ancora non capisco come possa succedere che la polizia intervenga su 10.000 persone che hanno pagato un biglietto”. 

I Led Zeppelin, per inciso, non avrebbero mai più messo piede dalle nostre parti.