giovedì 19 marzo 2020

Gerd Weyhing ‎- “SubTerraMachIneA”


Gerd Weyhing ‎- “SubTerraMachIneA”
Dicembre 2018

Etichetta:
Not On Label ‎– none
Formato:
CD, Album, Digitale
Paese:
Germany
Uscita:
07 Dec 2018
Genere:
Jazz, Rock
Stile:
Prog Rock, Psychedelic Rock, Minimal, Classic Rock

Questo lavoro è influenzato da Mike Oldfieldf, Steve Reich e Robert Fripp…

Con questa chiosa il musicista tedesco Gerd Weyhing mi ha incuriosito, un artista che non conoscevo e di cui si possono leggere le note biografiche nell’ultima parte di articolo.
Dal momento che Weyhing afferma di non aver mai ricevuto commenti al suo lavoro in lingua italiana, presumo che sia sconosciuto al grande pubblico nostrano e quindi, avendone la possibilità, propongo anche l’ascolto dell’album costituito da tre lunghi brani, la cui somma temporale raggiunge i 67 minuti. Notevole.

SubTerraMachIneA” è un album totalmente strumentale, e quindi risulta prezioso il breve commento dell’autore che, per ogni brano, giustifica il titolo e ci regala l’ispirazione creativa, tra fatti concreti e allegorie.
Va da sé che l’interpretazione soggettiva del fruitore esterno resta sacra e rappresenta uno degli obiettivi da raggiungere, ma conoscere l’opinione di chi ha visto/sentito scoccare la scintilla può condurre ad una stimolante comparazione di stati d’animo.
La musica di Gerd Weyhing è… avvolgente, o almeno lo è quella che delinea questo progetto - l’unico al momento da me conosciuto -, un disco che ha avuto una lunga gestazione, iniziato nel novembre del 2013 e terminato nel dicembre del 2018.

La lezione dei maestri a cui Weyhing fa riferimento ad inizio articolo si dipana nel corso del primo giro di giostra, e mette in evidenza la forte necessità di minimalismo espositivo che si nutre di know how elettronico e di gioco spinto della ripetizione, un utilizzo di loop e soluzioni ripetute che sposano le atmosfere ambient che immagino siano figlie dei luoghi e delle situazioni in cui l’autore è nato e cresciuto, spazi che forniscono spunti che, ne sono certo, trascendono la materia.

Dopo aver letto la sua biografia mi sono fatto l’idea che il tipo di cultura di Weyhing abbia trovato consolidamento attraverso esperienze trasversali e approfondite, non focalizzate su un solo aspetto, e quando si possiede il talento e lo studio per poter spaziare a piacimento, spesso la soluzione è a portata di mano, un “Rasoio di Occam” che porta ad una rapida selezione, quella che indirizza verso la via più semplice, quella in cui ci si trova maggiormente a proprio agio.

Il disco mi piace, ho apprezzato la genuinità e lo sforzo di ricerca, e il fare riferimento alle conoscenze pregresse non significa copiare ma, ed è questo un caso limpido, trarre indicazioni per migliorarsi.
Devo anche dire che le parole di Weyhing legate ad ogni singolo brano mi hanno permesso di trovare con lui una buona sintonia, e il suo racconto è diventato improvvisamente il mio.
Ma credo che “SubTerraMachIneA” potrebbe colpire d’istinto, senza alcuna delucidazione.
Lo propongo quindi in toto, per condividere con il potenziale lettore una musica che non può lasciare indifferente.

In una scala da 1 a 10, il mio gradimento personale determina un bell’8, ma è possibile che successivi ascolti possano migliorare il mio giudizio.
Ecco cosa mi ha detto Gerd Weyhing a proposito delle tracce dell’album…

The Tree

<<"L'albero" da cui ho tratto ispirazione è una quercia gigante di circa 300 anni, martoriata nel 1994 in modo da farla morire lentamente, perché metà dei vasi che servono per il trasporto dell’acqua, dalle radici verso l'alto, furono tagliate consciamente, da qualcuno che sapeva quello che stava facendo. Alla fine, nel 2011, l’albero è morto, mai suoi resti sono ancora lì a ricordare un atto deprecabile.  Nessuno ha mai scoperto chi abbia compiuto tale gesto e il perché.>>



Clockwork for Uncertain Times

<<“Clockwork for Uncertain Times” è un orologio incerto, a volte più grande e a volte più piccolo della vita stessa - almeno come la immaginiamo - un percorso di cui  il misuratore del tempo diventa metafora.>>



Silence and Ecstasy

<<Un'altra immagine che si abbina alle normali storie quotidiane è “Silence and Ecstasy”, che descrive un percorso di mountain bike di circa 30 km condensato in musica. La salita costante porta all’obiettivo iniziale - un punto di vista privilegiato che sovrasta gli elementi sottostanti -, ma subito dopo arriva una rapida discesa, con curve inaspettate, e poi un’altra ascensione, che riconduce al punto di partenza, ma non è detto… l’approdo non è poi così scontato!>>


Un po' di storia dell’autore

Gerd Weyhing è un compositore e musicista tedesco che si muove in area Progressive Rock e Ambient, descrivendo paesaggi sonori attraverso la musica elettronica.
Vive e lavora in un piccolo e tranquillo villaggio in Germania, Palatinate Forest, in una regione di bassa montagna situata nella Renania, in una sorta di parco naturale.
Fin dalla prima infanzia si appassiona a vari strumenti, tra cui la fisarmonica, il clarinetto e l’organo. Inizia a suonare la chitarra all'età di 14 anni e dal quel momento non si separa più dallo strumento.
Recentemente si è spinto verso la 12 corde arrivando a qualcosa simile al Chapman Stick, ed ha anche perlustrato il mondo delle percussioni.
Le sue ispirazioni includono i Beatles, Mike Oldfield, King Crimson, Gentle Giant, Genesis, Magma, Hedningarna, Klaus Schulze, Steve Reich, Nik Bärtsch's Ronin, e recentemente si è avvicinato al Progressive Rock italiano degli anni '70.
All’età di diciotto anni incomincia a comporre pezzi lunghi e complessi, con ritmi e metriche insolite, come "Sutherland", suddiviso in 4 parti, la cui registrazione iniziò nel 2013.
Mentre si trovava nelle Highlands scozzesi conobbe Morris Pert (Brand X) che viveva in quel luogo, e con lui realizzò lunghe sessioni musicali, purtroppo mai registrate.
Negli anni '90 è stato chitarrista, cantante e scrittore nella band progessive "Brightness Falls", dal nome di una canzone di Robert Fripp e David Sylvian. La band si sciolse dopo pochi anni e i “resti” formarono i “B4 Sunrise" (Reinhold Kromimer, Wolfgang Bechtluft e Michael Bràckner ecc.).
Dopo aver cercato per molti anni di trovare un modo convincente di fare musica dal vivo come solista, scopre il software Ableton Live, e da un paio d'anni è in grado di realizzarsi in forma autarchica, suonando la chitarra con alcuni effetti dispositivi (loop, delate, ecc.) insieme a ciò che il software ha da offrire, gestendo l'arte di fondere sempre meglio il Guitar World e la Elettronica.
Con questo concetto, a partire dal 2012, ha iniziato a suonare dal vivo molto più spesso, soprattutto in Germania.
Il suo CD "The Hidden Symmetry", registrato dal vivo nel dicembre 2011, è stato accolto bene dalla critica mentre il doppio CD “Journeys to Imposible Places" propone le migliori registrazioni dal vivo del 2013.
Gerd Weyhing raggiunge il terzo posto nella categoria "Nuove scoperte 2013" alle Schallwelle Award Elections.
Un ritorno alle radici fatto di composizioni strumentali lunghe e complesse, lo conduce al Prog-Rock-Album “SubTerraMachIneA” (2018).
Al momento Weyhing sta lavorando su un complesso setup live strumentale di 67 minuti (la durata dell’album), e su alcune tracce influenzate dal prog italiano, e sta componendo nuova musica nei settori di Minimal, Electronics e Progressive Rock.
Saranno molti i musicisti che lo aiuteranno nel percorso!


Tracklist:
1. The Tree    30:22
2. Clockwork for Uncertain Times 24:20
3. Silence and Ecstasy         12:20

Collegamenti Web

Contatti:
Gerd Weyhing
Hauptstr. 40
D-76857 Rinnthal
Posta elettronica: woyng@woyng.com

Credits:
Basso, batteria, chitarra elettrica, tastiere- Gerd Weyhing
Artwork - Gerd Weyhing
Composizioni - Gerd Weyhing
Note di copertina - Gerd Weyhing
Mixaggio - Gerd Weyhing
Produzione - Gerd Weyhing
Registrazione - Gerd Weyhing

martedì 17 marzo 2020

Eric Clapton: Layla


Parto da una canzone per raccontare un importante episodio legato alla sfera affettiva di un grande musicista, Eric Clapton, e di alcuni “suoi amici”.
Sto parlando di "Layla", che vediamo/ascoltiamo a fine post in una versione “antica”, che vede Clapton accompagnato da amici vari (qualche Stones, Winwood ecc.) e, a seguire, in una rivisitazione più recente, unplugged, come anche io ho avuto modo di vedere nell'estate del 2006 a Lucca.
Ma vediamo cosa c'e' dietro al brano. La leggenda vuole che "Layla" sia stata ispirata da Pattie Boyd, la donna allora divisa tra "Slowhand" e il suo grande amico George Harrison, amante del primo, moglie del secondo.



Clapton definisce la canzone come "una storia d'amore accaduta un centinaio d'anni fa".
Chi era... chi é Patty? Ecco come è descritta.

È stata la musa dei miti rock, ha sposato George Harrison ed Eric Clapton, con loro e molti altri ha diviso sesso, droghe, alcol e triangoli sentimentali ad alto rischio. Per lei sono nati brani immortali come "Something" dei Beatles e "Layla" di Eric Clapton. 
Patricia Ann Boyd raccontò tutto senza censura, nella biografia "Wonderful Today".

Negli anni '60 della Swinging London, dell'estate dell'amore e della controcultura, con la sua figura esile ed aggraziata, Pattie divenne un mito, un'icona di bellezza proprio come la contemporanea indossatrice Twiggy. Tanto fascino non passò inosservato fra le divinità del rock e la Boyd fu amica (per molti anche amante) di Mick Jagger e John Lennon, ma fece scalpore soprattutto il tormentato triangolo tra lei, George Harrison ed Eric Clapton.

Proprio i dettagli su questa liaison sono quelli che destano maggiore scalpore. Pare che Eric Clapton, pazzo d'amore per la Boyd, allora moglie del suo miglior amico Harrison, arrivò a minacciare di distruggersi con l'eroina se lei non fosse fuggita con lui. "Sei pazzo? risposi" si legge in "Wonderful Today", "no, è proprio così, è finita disse Clapton". 
Non lo vidi più per tre anni, fece quello che aveva detto, divenne schiavo dell'eroina. Ma lui e noi tutti prendevamo già un sacco di roba: cocaina, marijuana, stimolanti, tranquillanti".

Dietro l'estate dell'amore, i capelli lunghi e i camicioni hippie, dietro inni alla vita come "Here Comes The Sun", si nascondevano gli eccessi tossici e l'infedeltà. "George mi suonava Something in cucina", scrive la Boyd, "ma poi si infilava in camera da letto con Krissie, moglie di Ron Wood, Maureen, moglie di Ringo, e molte altre. Era ossessionato dal dio indù Krishna , sempre circondato da mille concubine. Voleva essere così".

Un triangolo di autodistruzione, con Harrison schiavo della cocaina "che gli cambiò la personalità, era sempre depresso", e Clapton che dopo essersi ripulito dall'eroina annegava nella vodka. "Mi voleva portare in una direzione che non avrei certo voluto", si legge ancora nelle memorie di Pattie Boyd, "ma quando mi cantò Layla e mi resi conto di aver ispirato tanta passione e creatività, caddi fra le sue braccia". E furono nozze e colossali bevute.

Pur non essendo la classica groupie che vive per far sesso con le rockstar, fra una tirata di coca e una sbronza al whisky, Pattie si trovò presa nel turbine. Come quella volta tra le 25 camere da letto della villa vittoriana di Clapton, a Friar Park, descritto come "un manicomio, dove tutti erano ubriachi e andavano con tutti". E quei tutti hanno nomi celebri, come gli altri tre Beatles, il manager Brian Epstein, Keith Richards degli Stones, Joe Cocker, Jimmy Page degli Zeppelin, gli amici invasati dell'induismo e dell'Oriente, John Riley, medico di Harrison a cui preparava il caffé con l'Lsd.

A me piace pensare a "Layla" come ad una bella canzone , in qualsiasi salsa la si proponga, cercando di obliare che dietro ad un riff indovinato e a parole d'amore, si celi tanto dolore...

domenica 15 marzo 2020

Il "Cantagiro" della mia adolescenza


Nei miei ricordi antichi il "Cantagiro" era qualcosa di interessante e allo stesso tempo da tenere a debita distanza.
Provai esattamente questo feeling quando attorno al 1972 vidi dalla finestra di casa mia la carovana di auto piene degli artisti più in voga, salutata dal pubblico ai bordi della strada, esattamente come al passaggio della Milano-Sanremo.
Perché provavo sentimenti contrastanti?

Nella mia intransigenza e rigorosità dell'epoca era quasi una sacrilegio vedere Jimmy Fontana, Nicola di Bari, Massimo Ranieri, Rita Pavone, accanto a nuovi gruppi beat come Dik Dik, Nomadi, Equipe 84; per non parlare poi degli stranieri che ci facevano respirare odore d'oltremanica, come Mal e i Primitives, Motowns, Sorrows.

Tempi lontani, tanto lontani, ma anche adesso, nonostante mi senta ormai scevro da ogni pregiudizio musicale, quel pomeriggio estivo di tanti anni fa mi procura un senso di disagio, forse solo legato al fatto che per qualche motivo "disciplinare", non ottenni il permesso per partecipare alla festa serale.
Ed ecco una definizione del Cantagiro del primo periodo, quello a cui ho appena fatto riferimento.


La prima edizione della manifestazione si è svolta nel 1962.
La formula era presa a modello del Giro d'Italia di ciclismo, e consisteva in una carovana canora in giro per l'Italia con diversi cantanti che gareggiavano tra loro, giudicati da giurie popolari scelte tra il pubblico delle varie città.
Ogni sera veniva proclamato il vincitore di tappa, e nella tappa finale (a Fiuggi) veniva annunciato il vincitore assoluto. Per 5 edizioni consecutive (dal 1968 al 1972) la finale fu disputata a Recoaro Terme, nello scenario delle Fonti Centrali. La finale era articolata in tre serate, con la diretta tv su RaiUno della serata conclusiva.
Gli interpreti ed i relativi brani erano divisi in sezioni: il Girone A comprendeva artisti di fama, il Girone B le "nuove proposte canore", il Girone C i gruppi musicali.
Con l'avvento del nuovo decennio ed il declino del successo, l'organizzazione si fermò con l'edizione del 1974. Le ultime due edizioni, chiamate Cantagiro Show, ebbero meno riscontro rispetto al passato.


Un piccolo esempio...

giovedì 12 marzo 2020

Era di Acquario



Nonostante l’indubbia bravura, la band Era di Acquario venne relegata a entità marginale, ottima per i Festival Pop, ma poco utile alla commercializzazione.


Mi riferisco ad un trio palermitano, uno dei pochi gruppi importanti provenienti dalla Sicilia, che produsse solo un album che, nonostante il titolo, "Antologia", non è una raccolta di brani già conosciuti, ma di inediti.


L'album può essere una delusione per gli appassionati di prog, essendo quasi completamente basato su chitarra acustica e flauto che creano ballate e atmosfere soft, come nell'etereo strumentale "Campagne siciliane". 
Un commento autorevole riporta che…


Una vera e propria "antologia" di sonorità che ancora oggi non solo stupisce la critica internazionale, ma viene addirittura paragonata ai lavori di grandi gruppi quali Crosby Stills Nash & Young, Buffalo Springfield e Chicago (fonte: progarchives.com).

I 10 brani sono brevi (la lunghezza del disco è di circa 29 minuti) e le uniche eccezioni allo stile prevalente sono le più tirate "Padre mio" e "Geraldine", con un suono più rock e voce in falsetto alla New Trolls.


Prima dell'LP il gruppo aveva prodotto due 45 giri, il primo dei quali," Geraldine/Arabesque" ha un suono piuttosto aggressivo con un potente basso in evidenza.


Il gruppo ha qui una formazione a tre con chitarra, basso e batteria sullo stile dei più famosi "power trio" inglesi, e la formazione era diversa da quella dell'LP, con Gianni Garofalo (chitarra, flauto) poi sostituito da Angelo Giordano.

Il secondo singolo, "Hold on", è un brano di rock piuttosto classico cantato in inglese, mentre "Campagne siciliane" è una dolce ballata acustica costruita su flauto e chitarra 12 corde, con uno stile più vicino a quello dell'album.

Come già sottolineato, il gruppo fu molto attivo dal vivo, ma l’impossibilità di rilasciare un secondo album già pronto - che venne preparato allargando la formazione - portò allo scioglimento della band.

L’album “Antologia” venne originariamente pubblicato nel 1973. Vi furono in seguito due ristampe in CD: una dalla BMG nel 1995 e una dalla Sony nel 2011.


Versione in LP (1973)

Campagne Siciliane
Padre Mio
Idda
Solitudine
Vento D'Africa
Monika Aus Wien
L'Indifferenza
Fuori Al Sole
Geraldine
Statale 113

Versione CD con bonus track (2016)

Campagne Siciliane
Padre Mio
Idda
Solitudine
Vento D'Africa
Monika Aus Wien
L'Indifferenza
Fuori Al Sole
Geraldine
Statale 113
Arabesque
Geraldine


Formazione:

Michele Seffer (voce, chitarra, basso)
Angelo Giordano (flauto, sax, voce)
Pippo Cataldo (batteria, percussioni, voce)

Collegamento alle fonti:





mercoledì 11 marzo 2020

Igor Khoroshev


Ho sempre apprezzato Igor Khoroshev, famoso per aver militato negli YES, ma di cui ho perso le tracce.
Khoroshev iniziò a interessarsi alla musica, per espresso desiderio dei suoi genitori, fin da bambino. A quattro anni già prendeva lezioni di piano; in seguito imparò a suonare il trombone, il corno francese, la chitarra, il basso e la batteria. Ricevette un'istruzione musicale completa, arrivando a ottenere un diploma come compositore e direttore d'orchestra. All'epoca i suoi interessi musicali principali erano legati alla musica contemporanea; apprezzava in particolare compositori russi come Igor Stravinskij, Sergej Rachmaninov e Sergej Prokofev, ma anche i grandi compositori americani di inizio secolo, George Gershwin e Aaron Copland.
All'inizio degli anni Novanta, Khorošev si trasferì negli USA. Si guadagnò da vivere come lavapiatti e suonando l'organo della chiesa; imparò l'inglese e si comprò la prima tastiera, armato della quale si spostò a Boston. Qui conobbe musicisti di fama, e iniziò a suonare dal vivo insieme a band sempre diverse. Conobbe, tra gli altri, Brad Delp della band dei BostonBeniamin Orr dei The Cars e Charlie Farren dei The Joe Perry Project
Un incontro decisivo fu quello con Carl Jacobson, che lavorava alla Cakewalk, la Software house produttrice di programmi musicali, il quale assunse Khorošev con l'incarico si preparare file MIDI e audio da includere nel pacchetto software Pro Audio 9. Caso volle che nello stesso periodo anche Jon Anderson degli Yes stesse collaborando con la Cakewalk.
Anderson ricevette alcuni nastri suonati al piano da Khorošev e ne fu abbastanza impressionato, tanto da concedere al giovane musicista russo un'audizione.
Khorošev iniziò a far parte della "squadra" degli Yes nel periodo di Open Your Eyes (1997). Pur non essendo un membro ufficiale del gruppo, suonò in diversi brani e divenne il primo tastierista durante il successivo tour. Khorošev divenne membro ufficiale degli Yes con l'album successivo, The Ladder (1999). Nello stesso periodo lavorò anche all'album True You True Me di Anderson e al proprio progetto, Piano Works, completato nel 2001.

Durante il tour promozionale di The Ladder Khorošev fu accusato di molestie sessuali nel backstage ai danni di due ragazze che lavoravano nella sicurezza e arrestato dalla polizia. La notizia giunse fino al Washington Post. Gli altri membri degli Yes, in attesa che le indagini appurassero la verità, comunicarono ufficialmente ai media che il gruppo non avrebbe tollerato, da parte dei suoi membri, alcun atto di violenza o discriminazione verso chiunque. Le accuse furono poi ritirate, ma Khorošev abbandonò gli Yes o ne fu estromesso.
Dopo quei giorni Khoroshev sembra uscito di scena... chi ne avesse notizie...





martedì 10 marzo 2020

TREMENDOUS-"Relentless"


TREMENDOUS è il nome di una giovane band di Birmingham formata da Mark Dudzinski (chitarra/voce), Ryan Jee (basso) e Dave Lee (batteria).

Per la metà di maggio è prevista l’uscita del loro album di esordio, "Relentless", anticipato da un paio di video che fanno riferimento al progetto, e che presento a seguire.

Qualche curiosità sulla band, partendo proprio dal nome che trova spunto dal tormentone creato dal comico americano/cubano Joey Diaz, diventando slogan e brand del gruppo (https://www.youtube.com/watch?v=0aoCoIqO0nU).

I tre musicisti si incontrano nel 2011, ma iniziano a creare musica solo nel 2018, influenzati dal passato, quello che riporta ai T. Rex, David Bowie, Slade, Mott The Hoople, The Sweet ecc., cioè quello che nei seventies abbiamo imparato a chiamare “Glam Rock “che, tra Regno Unito e grandi città statunitensi - New York e Detroit -, abbinava musica “dura” ad un look curato e vistoso.
Quindi parliamo di una fotografia sonora che dal passato ritorna ai giorni nostri, con un po' di giusta “ruvidità” musicale mista a momenti delicati caratterizzati dalla melodia.

Anche i temi che propongono non calcano la mano, presentando quella “leggerezza” che fugge dal sociale e dall’impegno che ne deriva, preferendo ricercare la sollecitazione istintiva, quella che colpisce la sfera meno razionale.

Ho ascoltato in anteprima "Relentless", album dedicato ad un amico di Mark, il compianto Adrian Millar - deceduto nel 2006 -, manager dei britannici The Babys e noto per il suo lavoro con i Black Sabbath.

L'album, costituito da dieci tracce (circa 27 minuti in totale), è stato registrato in vari studi tra Londra, Birmingham e la Svezia, con un produttore importante come Gavin Monaghan (Kings Of Leon, Robert Plant, Grace Jones).


Si parte con “Like Dreamers Do” e tutti si chiarisce: lo sviluppo di una trama su cui predomina la melodia viene inciso dal fraseggio solista della chitarra sapientemente utilizzata da Dudzinski, e si materializza la colonna sonora di una scena adolescenziale che sa di antico, perché i “dreamers” esistevano ieri come oggi… fortunatamente.

Open For Closing” mette in evidenza le qualità canore del leader, ma la coralità vocale riporta ancora indietro nel tempo, con semplicità ed efficacia. In altra epoca sarebbe stata sicuramente una hit!


L’inizio acustico di “Bag Of Nails” può trarre in inganno… per pochi secondi, quelli che servono a liberare l’energia e a dare un segnale di britpop che si spinge verso tempi musicalmente più recenti.

“Rock n' Roll Satellite” è il brano più lungo dell’album e propone una certa “durezza” che trova mitigazione nell’atmosfera sognante e rassicurante, tipica canzone da “back to the past”.

“Daniela” fa presagire una ballad sdolcinata, ma è un titolo che porta fuoristrada, perché in realtà siamo in pieno periodo punk… e qui si mette in mostra la sezione ritmica formata da Jee e Lee.

“Take A Good Look At My Good” colpisce immediatamente per certe sonorità che riportano la mente e il cuore alle trame di Lou Reed. E certe cose toccano e fanno male!

“Heart Sinker” è il pezzo utilizzato come ultimo avvicinamento al rilascio del disco, carico di ritmo e molto vicino al Bryan Adams anni ’90, ma ci si può fare un’idea ascoltandolo direttamente: https://www.youtube.com/watch?v=Kn3o6phuRWQ

“Fightin' To Lose” è rock allo stato puro, ma gli aspetti vocali indirizzano ad un modus espositivo molto “Green Day”, e garantiscono una certa modernità.

“Hell Is Only A Blessing Away” mi suona come un’altra sicura hit, una di quelle produzioni che tanto sarebbero piaciute al Bowie dei giorni migliori.

A conclusione la distopica “Copycat Killer”, rock & roll molto più tradizionale e di immediato ricordo… probabilmente un tormentone subito dopo il primo ascolto!

Un buon album di debutto per una band che, partendo da elementi storici, inventa una certa freschezza, facendosi tramite di quella voce giovanile che non si lascia condizionare dalla moda del momento, ma preferisce creare e proporre ciò che più ama, non tenendo conto dei paletti temporali che nel frattempo si sono issati.

"Relentless" uscirà il 15 maggio su tutte le piattaforme digitali.

Per ulteriori informazioni ecco i contatti:

Insta: @Itstremendous
Twitter: @Tremendousrocks


Brani:

Like Dreamers Do
Open For Closing
Bag Of Nails
Rock n' Roll Satellite
Daniela
Take A Good Look At My Good
Heart Sinker
Fightin' To Lose
Hell Is Only A Blessing Away
Copycat Killer

lunedì 9 marzo 2020

FRANCESCO PALADINO - “DE MUSICA ET IN FUNGORUM EFFECTS”


FRANCESCO PALADINO - “DE MUSICA ET IN FUNGORUM EFFECTS”

Elaborare un commento, questa volta, mi appare problematico. Il motivo della mia dichiarata titubanza è che vorrei esaltare il lavoro di cui mi appresto a parlare, e per farlo adeguatamente dovrei/vorrei passare attraverso storie obiettive e sentimenti personali, il tutto condito da voci e immagini, e una analisi spinta potrebbe trasformarsi in lunga esposizione. Però… questo è un caso in cui l’approfondimento appare più che mai necessario - a costo di dilungarsi - nella speranza di riuscire a passare un po’ di sana eccitazione, quella che ho provato nel captare frammenti di passato agganciati ad una certa contemporaneità, con il risultato che, tra ricerche a ritroso e ascolto del presente, ho accumulato un grande “bagaglio da riflessione”, che non si esaurisce nell’immediato, e che, me lo sento, avrà un seguito importante.

Sono piacevolmente abituato alle proposte “alternative” di Franceso Paladino - piacentino, avvocato, filmaker, musicista…-, lavori che perlustrano qualsiasi territorio possa essere abbinato al concetto di arte, ma questa volta credo abbia toccato un punto elevatissimo con la sua “Opera coreografica minima in due atti”, intitolata “DE MUSICA ET IN FUNGORUM EFFECTS”.


A seguire propongo l’intervista che ho realizzato con l’autore, come sempre atto importante per la proposizione del punto di vista più qualificato possibile, ma appare necessario delineare in primis la storia e i personaggi che Paladino pone sulla scena.
Incominciamo col definire sinteticamente che il “DE MUSICA” da cui si parte è un'opera in sei libri di Agostino d'Ippona (Sant’Agostino), un trattato terminato nel 389, scritto sotto forma di dialogo fra maestro e discepolo, focalizzato sull’investigazione della fenomenologia musicale, “progetto” che nacque dall’esigenza - tra il filosofico e il materialistico - di porre il focus sulle arti liberali.

Nel viaggio fantasioso di Paladino, il maestro Agostino incontra un discepolo importante vissuto in tempi recenti, quel John Cage la cui opera è ritenuta centrale per l'evoluzione della musica contemporanea.

Due parole su Cage, americano, vissuto tra il 1912 e il 1992: compositore e teorico musicale, sperimentatore della musica elettronica, sfruttò l’avvento del nastro magnetico per dare sfogo alle proprie soluzioni alternative. Il pubblico e i musicisti coevi, il più delle volte, hanno avuto un atteggiamento ostile nei suoi confronti, non riuscendo a comprendere le sue performance sperimentali, ma il tempo gli ha restituito i riconoscimenti che meritava.
Paladino annulla le coordinate spazio/tempo e produce un dialogo tra i due “illuminati” basato sulla musica e su tutto quanto la circondi, soffermandosi su come essa sia misura del tempo, disquisendo sul silenzio, l’imitazione, sul ritmo, sulla ragione, sullo spirito e la scienza.

Immaginiamo “John Cage seduto a un tavolo di legno antico. Sant’Agostino sta guardando il tramonto da una finestra della torre, in piedi. Entra una luce di fine giornata arancione. Si gira e guarda John, che è imperturbabile e non sembra accorgersene”.

La caratteristica dello scambio di battute è che i due protagonisti - nell’esigenza di conservare un pensiero personale che non sia condizionabile dall’interlocutore - sembra mantengano ognuno una linea guida non completamente agganciata alla ratio che un dialogo richiederebbe, un “non perdere il proprio filo” nel corso della discussione, aspetto su cui interviene icasticamente l’autore nell’intervista a seguire.
La voce di Agostino è quella di Juri Camisasca, mentre il discepolo risponde con la vera voce, estrapolata dalle sue innumerevoli conferenze. Si crea quindi nel Primo Atto un momento surreale che, oltre a regalare enormi spunti di riflessione, presenta documenti storici che uniscono magicamente secoli di vita.

Prendo come esempio il concetto di “silenzio”, argomento caro a Cage, che si sintetizza in un aneddoto, quello che lo vede in visita alla camera anecoica dell'università di Harvard, una stanza insonorizzata e acusticamente trattata, luogo deputato all’"ascolto del silenzio". Ma in quella situazione Cage riesce a sentire i suoni del suo corpo: il battito del cuore, il sangue in circolazione. Ciò che ne ricava è la consapevolezza dell'impossibilità del silenzio assoluto.

Ma la lunga conversazione tra i due ha una finalità che si sviluppa nel Secondo Atto, quello che trova Cage partecipare a una trasmissione popolare italiana da tutti conosciuta, “Lascia o Raddoppia?”, un fatto realmente accaduto che lo vide vincitore di cinque milioni, nel 1959.
“L’allievo Cage”, dopo aver appreso le nozioni di musica dal suo Maestro, affronta la valle dei non vedenti/non udenti, la Terra, e si presenta come concorrente a Lascia o Raddoppia?”, in qualità di esperto di funghi (… ET IN FUNGORUS EFFECTIS).

Anche in questo caso abbiamo frammenti di “realtà vocale” - John Cage, Mike Bongiorno e la valletta Eddy Compagnoni - ma è soprattutto Simone Basso che, in vece del Mike nazionale, pone le domande del quiz utilizzando un modus vocale tra il rock e il blues, tipico dei primi anni Sessanta italiani.



Leggere e ascoltare diventa davvero coinvolgente!

Ma come mai John Cage andò a “Lascia o Raddoppia?”.

La curiosità mi ha portato ai commenti di quei giorni, legati soprattutto al personaggio davvero anomalo, che si presenta - e propone a tratti - la sua “pazza musica”, con esempi che, nella migliore delle ipotesi, fecero sorridere:

Da “La Stampa” di venerdì 6 febbraio 1959
Prima di affrontare la domanda da 640 mila lire - che ha poi superato con estrema disinvoltura - John Cage si è esibito in un concertino di musica sperimentale da lui espressamente composta per i telespettatori italiani. Il brano, se così si può chiamare, s'intitolava: “Passeggiata sull'acqua” (Water Walk). Per eseguirlo il fantasioso americano ha usato: un bollitore, una vaschetta da bagno colma d'acqua, un frullatore, un giocattolo a forma di pesce, un petardo, un innaffiatoio, una bottiglia di seltz, un mazzo di rose, un fischietto, un paio di apparecchi radio. Quello che ne è uscito è facilmente immaginabile.

Video di repertorio registrato in quel periodo


Capibile l’incomprensione dell’epoca verso una musica - e una tecnica - “del cambiamento” che traeva ispirazione dall'I Ching, il “Libro dei mutamenti”, il primo dei testi classici cinesi, considerato da Confucio libro di saggezza, e utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio, e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.

Ci sono molte storie relative alla sua presenza in Italia in quel periodo e alla sua partecipazione e vincita alla trasmissione, tutte voci riportate e quindi non certe, ma quel che è sicuro che il musicista americano, nonostante fosse già molto conosciuto nel mondo, vivesse in quei giorni uno stato di precarietà, e i cinque milioni vinti gli permisero il ritorno in patria e, probabilmente, un minimo di tranquillità economica.

Mike Bongiorno: “Bravissimo, bravo bravo bravo, Bravo bravissimo, bravo Cage!!! Il signor Cage ci ha dimostrato indubbiamente che se ne intendeva di funghi!”.

Tutto ciò che ho provato a delineare è racchiuso nei primi due Cd (della durata di 70:20 + 52:56), contenuti in una sontuosa confezione che presenta doppio booklet (italiano e inglese) e sette illustrazioni “trasparenti”, contenenti i dettagli dell’opera (anche questi in doppia lingua) e una introduzione illuminante di Luca Chino Ferrari. Per quanto riguarda la parte grafica è evidenziata direttamente dall’autore nel corso dell’intervista.


A completamento dell’opera i due restanti Cd (41:13 + 49:36), musicali, perché in un progetto denominato “DE MUSICA…” non poteva mancare l’elemento basico, e iniziano quindi le “variations” di Paladino, che mettono in campo una serie enorme di collaboratori che elenco a fine articolo.

John Cage: “Penso che la cosa più tonificante per me sia la musica che… non è stata ancora scritta… voglio qualcosa che non conosco ancora!”

Francesco Paladino ci regala qualcosa di assolutamente nuovo, musica che ci trasporta in un ambiente che si disloca lungo il percorso del nostro vissuto, una conoscenza interiore che va a raccogliere le memorie negli anfratti della nostra mente, facendo emergere ciò che fa parte dell’inconscio, realizzando uno dei tanti dream che al risveglio, spesso, ci appaiono improbabili, per miscelazione di personaggi e accadimenti che sembrano apparentemente impossibili.
È la musica che permette di realizzare questo viaggio interiore, un percorso fatto ad occhi aperti, sicuramente influenzato da quanto vissuto durante la fruizione della prima parte di “DE MUSICA…”.

In tutto questo, provando a riassumere ciò che Paladino mi ha trasmesso, intravedo, di base, il valore inizialmente preminente della musica rispetto alla lirica: sia l’una che l’altra brillano di luce propria, ma l’essenza del concetto di “MUSICA” ha a che fare con gli aspetti sonori.
La Musica, nell’idea di “canzone”, ha un suo alto valore intrinseco… la lirica potrà raggiungere tale livello solo se di grande qualità. E quando la bellezza del testo avrà raggiunto la perfetta trama sonora che la sta aspettando - realizzando quindi il concetto di equilibrio tra i due elementi -, tutti gli ulteriori contributi “esterni” (arrangiamenti, tecnologia ecc.) potranno aiutare ad aumentare il livello globale in modo equo, dando vita ad una entropia musicale che produrrà l’eliminazione della dicotomia tra suono e parola. E la perfezione sarà molto vicina!

John Cage: “C’era un filosofo tedesco molto conosciuto, Immanuel Kant, il quale disse che si sono due cose che non devono significare nulla, una è la musica, l’altra è la risata. Non devono significare nulla dal momento che ci danno un piacere profondo!”.

Francesco Paladino realizza un lavoro incredibile che merita la massima diffusione, e speriamo possa trovare spazi di presentazione adeguati.


Ecco cosa è scaturito dalla nostra conversazione:

Da dove nasce l’idea un progetto così unico, e quanto tempo hai impiegato per portarlo a compimento? Usare John Cage come discepolo di S. Agostino, riproponendo il “De Musica”, ma annullando gli spazi temporali che separano le due figure vissute in tempi diversi, deve avere una logica ben precisa!

Circa tre anni fa ho scoperto che S. Agostino aveva scritto un tomo di 10 volumi dedicato alla musica. L’ho reperito e tradotto dal latino; la “poesia del dire” mi ha fatto venire in mente immediatamente quella usata da John Cage nelle sue conferenze. “Poesia del dire” lanciata in uno spazio temporale di centinaia di anni. La cosa mi ha entusiasmato. Ho iniziato a pensare a un lavoro che potesse in qualche modo raccontare quell’”incontro-scontro”, nessuno ci aveva mai pensato, ero emozionato a dover essere io a proporre quella impossibile poesia. Il “De Musica” di Agostino era strutturato come un dialogo platonico tra maestro e allievo. Ho conservato questa struttura e ho ritenuto, per un dovere cronologico, che il maestro fosse S. Agostino e Cage l’allievo. Ho immaginato che Cage potesse usare per le risposte la sua tecnica casuale, quella poetica dell’I Ching: a ogni domanda di Agostino, Cage rispondeva con una sua “possibile” risposta, una delle mille possibili, quella che il caso aveva suggerito. È stato bello vedere affiorare domande, lanciate nel tempo e che nel silenzio astrale, trovavano una delle risposte possibili attraverso i sorrisi e le lucide follie di Cage.

Come sei arrivato a congiungere il tutto con un episodio “vero”, la partecipazione di Cage a “Lascia o raddoppia”, ad inizio ’59!

Ho immaginato che i dialoghi tra S. Agostino e Cage fossero momenti propedeutici a un fine ben preciso: permettere a Cage di apprendere le regole e i criteri validi per la musica ma validi anche per la vita, quelli adatti per potersi presentare al nostro mondo, quello reale, quello di tutti i giorni, quello banale. Ecco allora che Cage, sbattuto da un empireo poetico al mondo reale di quei tempi (1959), viene sottoposto a un giudizio umano, rappresentato da quello di “Lascia o Raddoppia”, ove Mike Bongiorno interroga Cage su di una materia particolare, quella che tratta i “funghi”, e ove Cage risponde correttamente, grato degli insegnamenti appresi da S. Agostino. Facciamo un bel respiro, si tratta di viaggiare nel tempo, per giustificare fatti e trame. Non so se ci sono riuscito, ma mi affascinava tentarci: tentare di collegare una pazzia (l’educazione di Cage) a un fatto reale, la partecipazione di Cage a una storica trasmissione televisiva di quiz, con un passaggio dalle domande immanenti a quelle reali, perfino odiose nella loro complessità. Cage risponde e vince, avendo appreso “un metodo” in un’altra dimensione temporale.

Esplicitami il titolo e il modo in cui è disposto sulla copertina (ammesso che i vuoti sulla griglia, così come i silenzi, abbiano un senso).

La copertina, studiata da Stefano Gentile e da Maria Assunta Karini, annuncia metriche diverse, divisioni di sillabe che S. Agostino predicava e che Cage ha poi attuato con i suoi silenzi.

Mi viene allora da chiederti: che cosa è per te il silenzio in musica?

Il silenzio in musica è il modo per creare altre porte sonore e farle percorrere. Giunti ad un punto di un discorso sonoro, il silenzio è il modo per raggiungere altri luoghi sonori. Pensiamo ad un Lp e a quei silenzi tra un brano ed un altro: importantissimi!

Già che siamo in argomento… cosa mi dici dell’artwork e del sontuoso cofanetto che ha realizzato?

Sono grato a Stefano Gentile e Maria Assunta che hanno interpretato graficamente il linguaggio del mio lavoro. e ringrazio anche Luca Ferrari che ha ascoltato, primo fra tutti, il lavoro intero, scrivendo parole che mi hanno riempito di gioia.

Torniamo al dialogo tra Agostino e Cage, quello a cui tu accennavi: la comunicazione Maestro/Allievo appare difficoltosa, nel senso che sembra che ognuno continui nel proprio ragionamento anziché proseguire la logica suggerita dal percorso domanda/risposta: è una mia errata impressione?

No, devi pensare che sono domande che ricevono risposte attraverso il tempo, nella prospettiva soggettiva di un allievo entusiasta dello “sconosciuto”, del “non detto”.

Ci sono alcuni concetti che mi hanno colpito nel 1° atto, e provo ad evidenziarli affinché tu possa dirmi la tua. Il primo è: “La vita è tempo, quindi la musica è l’arte di misurare il tempo”.

Musica come arte di misurare il tempo; pensa agli anni Sessanta e senti immediatamente nella tua mente una musica una canzone, un ritmo. E pensi al Settecento e accade la stessa cosa. La metrica temporale del succedersi della vita.

La seconda riguarda il ragionamento di Cage sulla diversità tra elementi che per tutti sono oggettivamente uguali.

La vita attraverso il tempo è minimale, le trasformazioni degli usi e costumi si succedono attraverso i tempi poggiando sulla stessa trave. I luoghi cambiano lasciando radici che non possono essere eliminate. La varietà del simile, dell’uguale. Un riferimento all’arte minimale che verrà.

E che dire dell’imitazione nell’arte?

L’imitazione - che puoi scrivere anche come “Limitazione” - è, secondo S. Agostino, soltanto quella di chi si perita a voler insegnare. Creare regole da imparare, da studiare, da recitare, cosa che a Cage va benissimo, visto che lascia l’essenza della sua opera in una dimensione di possibilità e non certamente di “scuole d’arte”.

Mi è piaciuta molto la chiosa attribuita a Kant relativa alle due cose che non devono significare nulla, dal momento che danno piacere profondo: la musica e la risata.

Anche a me è piaciuta. E soprattutto è piaciuta a Cage, che ci ride sopra. La leggerezza della creazione. Questo è il significato. Non si può diventare artisti, o lo si è o non lo si è. Fare l’artista e non esserlo provoca risate.

Il progetto è presentato come “Opera coreografica minima in due atti”: la tua intenzione è quella di portarla nei teatri?

Sarei felicissimo di poter portare nei teatri questa “cosa”. Ci vorrebbe un produttore artistico. Magari!

Vista la versione del booklet inglese - e il parlato di Cage - pensi sia trasportabile fuori dai nostri confini?

La speranza che si possa creare una eco un pochino diffusa. Io mi sono messo avanti…

Le domande di Mike sono poste in un cantato un po’ beat, da fine anni ’60: scelta legata al periodo in cui andò in scena la trasmissione?

A Simone Basso ho dato alcune dritte. Gli ho detto di pensare a Demetrio, non quello degli Area, ma quello della sua vita precedente. Gli ho chiesto di muoversi liberamente con un ritmo tra il rock ed il blues anni Sessanta. Simone è stato fantastico. Ha capito precisamente cosa volessi. 

Tutto ciò che mi ha portato sino a questo punto è legato ai primi due Cd. Ne restano altri due, che sono quelli “musicali”, di atmosfera e ambient: spiegami il collante tra la parte “teatrale” e quella sonora.

Di solito, quando ascolto un’opera musicale cantata, porgo attenzione soprattutto alla voce. Alla fine del lavoro volevo però che anche la parte musicale potesse emergere come la voce dei protagonisti. D’altra parte, l’opera si chiamava DE MUSICA”, così ho pensato a due variazioni che potessero rimescolare tutti gli ingredienti musicali facendo emergere, mettere in evidenza la musica. E devo dire che ho amato molto costruire - e ascoltare - queste variations. 

Mi dici qualcosa dei tuoi collaboratori, della tua squadra al lavoro?

Dovrei scrivere un tomo. Sono collaboratori ma anche autori, autori inconsapevoli del risultato finale, che hanno donato suoni, texture piene di mille emozioni, sempre seguendo la mia richiesta. Hanno accettato per primi un gioco che poi ha costruito una architettura diversa e che tutti hanno loro hanno amato. Potrei parlarti di Juri, grandissimo, di Sinigaglia umile e preziosissimo, di Alesini, che mi ha donato il thema dell’opera. Io oggi vorrei parlare di Luciano Daini che ci ha lasciati qualche tempo fa, un musicista incredibile che tutti dovrebbero amare. E Gaetano Galli, oboista della Scala di Milano che costruì il tema di “Da Oriente ad Occidente” sul mitico Sulle Corde di Aries di Battiato, e che con una umiltà fuori dal comune ha accettato di duettare con la magica voce di Juri.

Ti sei fatto un’idea del perché un personaggio particolare e geniale come John Cage abbia partecipato (e vinto) ad una trasmissione “leggera”, per di più italiana?

Le malelingue dicono che Cage si trovasse da mesi a casa di Peggy Guggheneim e quest’ultima chiese al suo amico Umberto Eco (che preparava le domande al “Lascia o Raddoppia”) di far partecipare Cage alla trasmissione per poter vincere le somme per poter ritornare negli Stati Uniti… ma non so se è vero o meno, ovviamente. D’altra parte, Cage aveva già partecipato a trasmissioni del genere negli Stati Uniti. A quei tempi quel tipo di programmi rappresentavano una novità.

Due domande in una, ma conclusive: dove sta andando la cultura oggi? Pensi che proporrai qualche presentazione in qualche scuola “virtuosa”?

La cultura oggi va in una direzione notturna, quella delle stelle lontane che esistono ma sembrano impossibili da raggiungere… è mia intenzione presentare “De Musica” in giro per il mondo, anche in piccoli club, e in questa occasione presenterò il film di 30 minuti che riassume la prima parte del lavoro.


Hanno partecipato: Juri Camisasca, Nicola Alesini, Riccardo Sinigaglia, Paolo Tofani, Enomisossab, Mauro Sambo, Stefano Giannotti, Simone Basso.
e con, in ordine sparso: Maurizio and Roberto Opalio, Gianluca Favaron, Stefano Scala, Simon Balestrazzi, Luciano Daini, Alessandro Fogar, Theo Zini, Antonio Tonietti, Andrea Cavalazzi, Alessio Cavalazzi, Elisa Cavalazzi, Alice Sambo, Sean Breadin, Gianluca Favaron, Aaron Moore, Kitchen Cynics, Daniel Padden, Angelo Contini, Pierangelo Pandiscia, Gino Ape, Luka Moncaleano, Max Marchini, Simone Tansini, Gaetano Galli, Luca Ferrari;

"The collective voice of John CAGE": Vittore Baroni, Antonello Cresti, Fabio Bagnasco, Byrn D.Paul, Fabrizio Tavernelli, Massimo Giacon, Antonio Lamonica,Camillo Giacoboni, Stefano Gentile, Alberto”Elfo”Callegari, Nicola Catalano, Fabio Orsi, Mike Cooper, Buck Curran, Gigi Marinoni, Roberto Masotti, Mauro Pontini, Mario Garofalo, Geymonat, Fabio Cinti, Angelo Bergamini, Stefano Pilia, Arturo Stalteri, Tony Face, Silvio Linardi, Adelio Fusé, Ivan Lusco, Gianni Maroccolo, Walter Rovere, Sandro Del Rosario, Enrico Coniglio, Manuel Bongiorni, Diego De Santis, Davide Gonzaga, Jerry Ochoa, Luigi Maria Mennella,  Claudio Rocchetti, Daniele Trevisi,  Alberto Scotti,  Nicola Vannini, Eraldo Bernocchi, Michele Lombardelli,  Alessandro Staiti,  Adreas Perugini, Marco Refe,  Martin Archer,  Colin Herrick, William Xerra;

E infine, per quanto concerne il preziosissimo "visual": Luka Moncaleano, Maria Assunta Karini, Stefano Gentile, Silvano Tinelli.

Elfo Studio: Alberto Callegari, Juri Camisasca e Francesco Paladino

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