domenica 31 ottobre 2021

Piccolo ricordo di Sandie Shaw

Non mi ha mai fatto impazzire Sandie Shaw… quando ho iniziato ad ascoltare musica, Stones e Beatles erano il mio pane quotidiano, mentre la proposta della “cantante scalza” strizzava l’occhio al ritornello facile, ad un’immagine precisa e ad una certa facilità sonora che mi sembrava inadeguata al nuovo che avanzava.

Ma ero un bambino, e a distanza di anni, scevro da alcuni pregiudizi - solo alcuni! - , rivaluto quel periodo e chi lo ha alimentato.

Beat Club mi invia una notifica che certifica l’inserimento di un nuovo brano, e dal cilindro esce fuori la bella Sandie.

A proposito di camminate “barefoot”, nell'agosto 2007 la cantante ha rivelato di aver subito un intervento "correttivo" sui suoi piedi, che ha definito "brutto"; l'operazione chirurgica l'ha lasciata incapace di camminare per due mesi: forse un paio di ciabattine… all’epoca…

Un minimo di storia.

Sandie Shaw, pseudonimo di Sandra Ann Goodrich, nata il 26 febbraio 1947 è una cantante inglese tra le più famose degli anni Sessanta, soprannominata la cantante scalza per la sua abitudine di esibirsi sul palco a piedi nudi.

È una delle interpreti britanniche di maggior successo degli anni ‘60 e ha avuto tre singoli al numero uno nel Regno Unito con "(There's) Always Something There to Remind Me" (1964), "Long Live Love" (1965) e "Puppet on a String" (1967).

Con "Puppet on a String" è diventata la prima voce britannica a vincere l'Eurovision Song Contest.

È tornata nella top 40 del Regno Unito dopo quindici anni con la cover del 1984 della canzone degli Smiths "Hand in Glove". La Shaw ha annunciato il suo ritiro dall'industria musicale nel 2013.








sabato 30 ottobre 2021

Capability Brown

I Capability Brown hanno avuto e ancora hanno un seguito importante essendo considerati band di culto nella storia della musica prog britannica, una fama che in sintesi si basa su di un pezzo eccezionale tratto dal loro secondo album, “Voice”, e che propongo a seguire.

In realtà la loro produzione si inseriva maggiormente nella sfera del pop mainstream, seppur trattata e proposta in modo "artistico" e alternativo.

La band era formata da sei elementi, un team in cui tutti cantavano e suonavano egregiamente vari strumenti.

La formazione era composta da Tony Ferguson (chitarra, basso), Dave Nevin (tastiere, chitarra, basso), Kenny Rowe (basso, percussioni), Grahame White (chitarra, liuto, balalaika, tastiere), Joe Williams (percussioni) e Roger Willis (batteria, tastiere).

Ferguson e Nevin scrissero la maggior parte del materiale della band che eccelse anche in cover di materiale meno conosciuto.

La capacità di vocalizzazione dei Capability Brown fu un loro punto di forza, un insieme di voci che coprivano una vasta gamma di colori, dal baritono al falsetto pulito.

ll loro primo album, “From Scratch” - che includeva Liar - non fu eccezionale.

Il secondo, “Voice”, pubblicato nel 1973, rappresentò la loro ricerca del successo e conteneva un pezzo molto vario e melodico di oltre 20 minuti il cui titolo è “Circumstances”, un brano straordinario che incorpora tastiere, voci a cappella, sintetizzatori e mellotron, voce solista, delicate sezioni di chitarra acustica, potenti accordi di chitarra elettrica e cori molto organizzati.

Dopo questo “sforzo” i C.B. fermarono l’attività e nel 1974 Tony, Roger e Graham furono reclutati dall'amico e membro di Christie Roger Flavell per unirsi al suo gruppo, i Christie, per un tour in Sud America. 

E a quel punto i Capability Brown cessarono di esistere!


FORMAZIONE:

Tony Ferguson: vocals, guitar, bass, flute, pedal steel

Dave Nevin: vocals, guitar, bass, recorder, mellotron, synthesizer, percussion, vibes

Roger Willis: vocals, drums, piano, harmonica

Grahame White: vocals, guitar, lute, balalaika, keyboards

Kenny Rowe: vocals, bass, percussion

Joe Williams: vocals, percussion


DISCOGRAFIA:

Studio

From Scratch - 1972



Voice - 1973


Compilation

Liar-1976




venerdì 29 ottobre 2021

Helen Shapiro

Helen Kate Shapiro è una cantante pop, jazz e attrice britannica, nata a Londra il 28 settembre 1946, conosciuta soprattutto per i suoi due brani da alta classifica registrati nel 1961 quando aveva solo 14 anni: "You Don't Know" e "Walkin' Back to Happiness".

All'età di dieci anni, Shapiro era già una cantante con "Susie and the Hula Hoops" (insieme a sua cugina Susan Singer), una band scolastica che includeva Marc Bolan (che allora usava il suo vero nome di Mark Feld) come chitarrista.

A 13 anni iniziò a prendere lezioni di canto presso la Maurice Burman School of Modern Pop Singing, con sede a Baker Street a Londra, scuola in cui si era già formata la star Alma Cogan.

"Ho sempre voluto essere un cantante. Non avevo alcun desiderio di seguire pedissequamente lo stile di Alma, ma ho scelto la scuola solo per il successo di Alma", ha detto in un'intervista del 1962.

Dal 2015 suona in un trio chiamato Hebron, con Chrissy Rodgers e Simon Elman. 

Una carriera dignitosa la sua, e merita di essere ricordata.





giovedì 28 ottobre 2021

“INCIDENTI-Lo Schianto” di NichelOdeon/InSonar & Relatives - Claudio Milano

 

“INCIDENTI-Lo Schianto” di NichelOdeon/InSonar & Relatives

Claudio Milano

 

Da lunghissimo tempo seguo l’arte proposta da Claudio Milano, musicista unico, coraggioso, controverso, divisivo, esteta, concreto, sognatore, sperimentatore... aggettivi che volgono tutti al positivo, frutto di una frequentazione che passa quasi esclusivamente da elementi musicali, ma è facile catturare il suo disagio, probabile frutto di diversificati accadimenti personali misti alle difficoltà che Claudio, come ogni purista della materia, ha trovato e continua a trovare sulla sua strada.

Per me Milano è simbolo, soprattutto, di voce incredibile, assimilabile ad uno strumento vero a proprio, e se fosse vissuto nella generazione precedente avrebbe trovato ben altre soddisfazioni, magari legando professionalmente con il Maestro della Voce.

L’artista pugliese non strizza l’occhio a nessun tipo di compromesso o annacquamento teso alla ricerca di un qualsiasi consenso, ma tira dritto per la sua strada, conscio che le sue creazioni saranno destinate ad una nicchia di anime sensibili e virtuose.

Ma “relegarlo” al ruolo di voce fuori dagli schemi appare riduttivo e credo che ogni tipo di rappresentazione che ha a che fare con l’arte lo potrebbe vedere indiscusso protagonista.

Dopo un lungo periodo di vuoto discografico è stato da poco rilasciato un nuovo progetto dal titolo INCIDENTI-Lo Schianto”, presentato in controtendenza come “Un disco SENZA VALORE”:

“Un disco SENZA VALORE, non è leggero e spensierato, non parla di rinascita nel “dopo-pandemia”, il cantante del progetto non è bono, non è pansessuale e non è ventenne. “INCIDENTI-Lo Schianto” è pronto per divenire il più grande fallimento di Snowdonia e Claudio Milano ne va fiero (ma senza montarsi la testa).”

Capito il tono?

Un CD e un vinile di lunga durata, una marea di collaboratori, un artwork da sogno, una musica difficile da definire... tutti elementi che si dischiuderanno al cospetto dell’ascoltatore curioso, non necessariamente seguace di Claudio Milano, anzi, meglio cercare nuovi adepti.

Ho ricevuto molto materiale e non ho sprecato nulla.

Tutto è funzionale alla comprensione e seguendo le indicazioni il lettore troverà importanti elementi oggettivi (cliccare sulla singola voce):

-Biografia dell’autore

-Line up e crediti

-Descrizione del progetto

-Tracklist con ascolto dei singoli brani

Ma la cosa più utile risulterà l’intervista realizzata con Milano, che racconta dettagli impossibili da afferrare in altro modo, delineando una storia - e una vita - dedita all’impegno artistico. L’amarezza emerge, così come una visione del mondo tendente al grigio e una trasposizione dei sentimenti e delle idee in un contenitore sonoro difficile e al contempo affascinante.

Resterebbe ben poco da aggiungere, perché la tavola è del tutto apparecchiata, e il mio personale gradimento, che è davvero grande, risulta insignificante rispetto ad un lavoro monumentale e di grande qualità.

Condenso il mio sentimento da ascolto, ripetuto e avvenuto in situazioni disparate e non solo in un contesto “controllato”, quello che a mio giudizio è richiesto quando si è alla ricerca della massima concentrazione.

Forse mi allontanerò dai veri intenti dell’autore, ma è questo l’angolo delle sensazioni istintive.

Ciò che ho captato è una proposta capace di dare voce alle insoddisfazioni, alle angosce, a un nuovo rapporto con l’arte che fugge dalla mera estetica,  alla ricerca di un valore più profondo, e in questo senso mi è apparso come una vera  rivoluzione.

Una musica diversa da quella a cui l’ascoltatore medio è abituato, solitamente avvezzo alla comprensione immediata e a una certa commercializzazione dettata dal mainstream.

Esiste quindi uno scoglio da superare e Claudio Milano, infischiandosene dell’ortodossia, utilizza linguaggi variegati che hanno il limite di essere riconosciuti da pochi.

Nel suo nuovo lavoro ho trovato un approccio diverso dalla norma, una sottolineatura di una necessità espressiva dove le idee sono preminenti rispetto all’estetica legata al modello espositivo.

Una portata culturale di grande impatto, una luce che si accende e illumina le esistenze, una diversa chiave di lettura della vita che può trovare totale appagamento nelle varie forme artistiche esistenti, interconnesse tra loro.

Sintetizzo il nuovo progetto di Claudio Milano con una citazione nobile, attribuita a Picasso: “L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”.

Ecco, questo è quello che ho avvertito, ascoltando con coscienza INCIDENTI-Lo Schianto”.

Leggiamo ora l’autorevole pensiero di Milano, augurandogli tutta la visibilità possibile (e non si tratta certo di un augurio legato al businnes delle vendite!) e un proseguimento nella sua opera, lontano dagli schemi precostituiti, ma come sempre onesta e duratura, e anche per lui, come per quasi tutti i grandi artisti, il riconoscimento arriverà, seppur con spudorato ritardo.

  


L’intervista

Sono passati sette anni dall’uscita del tuo ultimo lavoro e il nuovo progetto comprende registrazioni da tempo nel cassetto: puoi sintetizzare l’iter che ti portato a realizzare “INCIDENTI-Lo Schianto”?

È necessario avere un progetto chiaro. Se questo manca il risultato che si può dare alle stampe è solo “l’ennesimo disco di” e io non voglio fare il clone di me stesso. Scrivo solo quando ho qualcosa di urgente da comunicare e quando ho la percezione di avere qualcosa di autenticamente nuovo da offrire alle mie orecchie. Strappo e brucio interi quaderni con appunti musicali e altrettanti di appunti per liriche. A me interessa dare solo musica che non ho ancora sentito io in primis. Non sono uno che “ricerca” rigirando attorno ad una intuizione. Mi interessa maturarne diverse nell’arco del tempo che spendo appresso al mio essere musicista. Ci sono voluti cinque anni per definire questo album in termini di scrittura, incisione e ricerca di un suono identitario in mezzo alle diverse proposte che contiene, un tempo ragionevole tenendo conto che lo studio che ha assemblato i singoli contributi dei musicisti, a 1200 km di distanza, ha dovuto fare i salti mortali e per giunta attraverso comunicazioni via e-mail e telefonate non sempre pacate. Poi l’assenza di fondi per darlo alle stampe e una pandemia in corso han fatto il resto, altri due anni di attesa, una bruttura fatta di fame autentica e disagio. Nel mentre ho vissuto ovunque e volendo trovare nuove definizioni di me stesso mi sono offerto a progetti non miei… decine. In studio e soprattutto dal vivo. Ho voluto concedermi un viaggio fuori e dentro me stesso, senza sconti ricevuti da parte altrui e senza averne fatti a me. Ne sono venuto fuori ridotto in brandelli, a livello di schema identitario e qui parlo di struttura psico-fisica, è come se mi fossi arrovellato fino alla dissoluzione (e non parlo di eccessi “rock”, ma di uno scavarsi dentro in maniera impietosa). È un miracolo che io sia vivo. Non sto bene, il che dal 2013 non è una novità, ma sono più sereno. Non mi sento più in lotta con qualcosa… so di non avere più niente da perdere. In qualche modo io mi sono ucciso, perché ho annullato i miei sogni. “Finalmente” posso guardare le cose come se mi scorressero appresso. Il mio spirito in musica invece rimane vivo, icariano, di chi quando canta vorrebbe tirare giù dal cielo tutte le stelle per poi benedirle e dedicarle a chi ha attorno.

Il titolo di un album lo caratterizza all’impatto e si presta spesso ad interpretazioni personali: qual è il significato reale che si cela dietro a “INCIDENTI-Lo Schianto”?

Il titolo dell’album sta per “incidere” inteso come atto che comporta auto-analisi fino a ritornare a un punto zero, l’idea è nata dalle “Incisioni” e dai “Tre Studi per una Crocefissione” di Danio Manfredini. Questo azzeramento, anche di coscienza è ciò che percepisco nel percorso della società attuale, “sento” che è tempo di grandi rivoluzioni in giro, assai confuse ma comunque tali da definire un’epoca che non mancherà di scontri talmente tanto violenti da dare nuovo volto al panorama politico-economico globale. Dal 2014 ho vissuto anni di collaborazioni senza tregua ma con la consapevolezza di non poter contare su una formazione musicale univoca a seguire i miei percorsi. Ogni incontro con un musicista è stato una messa in campo di idee, percorsi seguiti differenti, scontri di Ego. Non solo, nel disco si racconta di “infatuazioni” in un viatico di incontri nati via chat, tali da portare alla mercificazione di sé e all’annullamento di ogni valore della parola “amore”. Mi è venuto spontaneo pensare alla pubblicazione del disco nell’11 Settembre dell’anno in cui sarebbe stato concluso. Poi, caso ha voluto sia stato pubblicato a vent’anni di distanza dall’attacco alle Torri Gemelle.

Perché lo hai definito “Un disco SENZA VALORE”?

Perché non ha futuro in termini di riscontro. “Valore” è ciò che noi diamo alle cose ma che anche gli altri attribuiscono a noi. Io non valgo niente, non possiedo nulla e non ho alcuna caratteristica che socialmente oggi possa vedermi in cima a una lista di preferenze. La società in nascita farà razzia in breve tempo di quelli come me.

Mi parli dell’anima del progetto e delle peculiarità liriche e musicali?

L’anima del progetto non è disgiunta da un corpo lacerato e risibile secondo gli standard di immagine attuali. È un ritratto picassiano di un individuo che fa risuonare in tanti cassetti di sé apparentemente disgiunti, voci diverse in buona misura distopiche ma rispondenti a un tratto preciso. Non folle, ma neanche sano. Le mie liriche nascono in buona misura da critica sociale ma hanno un’organizzazione musicale assai precisa e studiata per mesi. Nonostante questo, non tutte mantengono un posto nella mia memoria a lungo. In questo album ce ne sono alcune che amo molto, quelle di “How Hard Tune!” e di “Idiota-Autoritratto” in particolar modo, ma non ne avrei pubblicata nessuna non l’avessi avuta a cuore almeno per buona parte. Ci sono poi due splendide liriche di Salvatore Lazzara e in un brano (Nyama) riprendo nel Corale oltre che Dino Campana, uno dei miei più grandi amori di sempre: Pier Paolo Pasolini e la sua “Profezia”. Un brano invece è nato da una rilettura integrale di Peter Hammill. Del suo pezzo “The Jargon King” è rimasta solo la lirica, attuale più che mai. Se si vuol dare alle stampe qualcosa che non muoia alle proprie orecchie e ai propri occhi in breve tempo, bisogna sforzarsi di guardare lontano… molto lontano. L’alternativa è fare le soubrette su Instagram e Tik Tok.

Sono moltissimi i musicisti che partecipano all’album: non ti chiedo di elencarli ma di motivare le scelte relative alle differenti collaborazioni.

Sono compagni di viaggio. Tutti. Qualcuno ha lavorato già alle mie dodici precedenti pubblicazioni, qualcun altro mi ha chiesto di lavorare per le sue, alcuni sono amici, altri li ho ascoltati e recensiti e mi sono innamorato dei loro percorsi. Qualcuno è arrivato per emergenza, altri per empatia. Con tutti si è creato un ottimo feeling anche se talvolta ho dovuto attendere due, tre, cinque anni perché una registrazione promessa arrivasse. Qualcuno c’è ancora, qualcuno non c’è più, come il M° Gianni Lenoci. Qualcuno si è dissociato dall’esito conclusivo, altri mi ringraziano. Incontri, incidenti…

Raccontami del messaggio basico, quello che hai dentro e che, essendo artista globale, puoi urlare attraverso il tuo nuovo lavoro.

L’arte per come l’abbiamo ereditata da Adorno è morta. Adesso ne viviamo l’inferno, il suo rovesciamento di parametri. Io son vecchio… continuo a passare un’idea massimalista nella gestione di parametri. Credo ancora che non si sia un esercito cinese in terracotta in cui le statue si differenziano solo per un dettaglio. Io amo i grandi passi, quelli che spostano l’angolo di visione di almeno un po’ ma tale da garantire una nuova messa a fuoco, in alternativa la creatività per me è solo intrattenimento e mi annoia. Poi per carità, so benissimo che chi mi ascolta mi giudica “pesante” e noioso.

Esistono dediche particolari per ogni traccia: me ne parli?

Le dediche sono a persone conosciute in chat e con le quali ci sono state brevissime frequentazioni. Mi danno l’idea di come oggi nulla abbia valore e di come si sia destinati a schiantarci contro noi stessi in questa folle e inutile corsa. Il progresso non è necessariamente ininterrotto. In alternativa le grandi civiltà che ci hanno preceduto non avrebbero ceduto il passo alla nostra e noi suoneremmo la loro musica di cui sappiamo invece poco o nulla.

Il disco è stato anticipato dal video “Ho Gettato mio Figlio da una Rupe perché non Somigliava a Fabrizio Corona”: mi spieghi la scelta e mi dici che valore/funzione ha per te l’aspetto visivo legato alla musica?

C’era un’idea originaria per quel videoclip. Una sceneggiatura da me scritta ma mi erano richiesti fondi che non c’erano. L’epoca delle collaborazioni al fine di creare un quadro ricco di colore si sta esaurendo velocemente per lasciare spazio a un professionismo formalmente perfetto ma cinico, quello dei talent, ma non solo, i ventenni oggi hanno un’arroganza mai percepita, non riescono a guardare lontano dal loro habitat. Troppa gente vive in condizioni di incertezza economica e il mondo dell’arte in Italia è già solo appannaggio di gente abbiente. Non finiremo subito come una “nuova Grecia” ma saremo sempre una provincia di un Impero ormai con le ore contate. Io ho sempre creduto nella multimedialità come naturale conseguenza del percorso della creazione. Viviamo in un mondo che ci sommerge di stimoli assai contrastanti. L’azione combinata di questi determina ciò che chiamiamo “realtà”, anche con le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti che piegano le nostre ginocchia. Ho teorizzato sin dalla mia tesi di laurea del 2000 (Sphere) la necessità di mettere in pratica una forma di multimedialità contemporanea dove gli stimoli non convergessero ma finissero per creare una dimensione multipla di attenzione e percezione, fino allo scontro, al caos creatore. Non sono riuscito a concretizzare il tutto in modo coerente per questioni economiche, ci è riuscito però Stefan Prins con la sua “Generation Kill”, dodici anni dopo. Io nel mentre sto lavorando a una forma di arrangiamento, divenuto la mia tavolozza principe che renda chiaro questo processo di piani plurimi di percezione e orientamento della composizione. Il videoclip è stato concordato in modalità performativa con un mio amico, allievo e collaboratore: Niccolò Clemente aka Cp. Mordecai Wirikik. Lui è un creativo puro ed entusiasta. È una persona con cui ci si può permettere di inventarsi qualcosa quando si hanno pochi mezzi perché la sua vita stessa è creazione, curiosità, intelligenza emotiva. Ha generato qualcosa di assai distante dalla mia idea di partenza ma con coerenza e dando adito a quel senso di “dissociazione dall’ascolto/visione” che ovviamente ha portato il video a non essere granché considerato. È tutto però in linea col processo a cui ho voluto dare forma nella consapevolezza di una pubblicazione suicida.

Mi è piaciuta molto la cover e l’artwork in generale: chi se ne è occupato e come rappresenta i contenuti? A proposito, come dovrebbero essere usati i quattro adesivi contenuti nel packaging?

Originariamente volevo fosse Remigio Fabris a dedicarsi alla copertina. È un pittore che amo particolarmente ma la mia richiesta non è arrivata in un momento appropriato. L’artwork dunque l’ho fatto io, ho del resto una laurea in Accademia di Belle Arti che non dimentico. Anche se non si coglie dal digipack consta di quattro dipinti polimaterici e tridimensionali su tavola sagomata. Dei dipinti che vanno fruiti nella visione diretta, non come cover. Come tale però funzionano bene e ne sono particolarmente felice. Rappresentano un ciclo ad esemplificare il concetto di causa-effetto buddista, dicendo semplicemente come ognuno sia causa del suo male e della sua gioia in modo più o meno diretto. I quattro adesivi ognuno può usarli come vuole. Sono la trasposizione in chiave pop delle tavole per l’artwork a giocare sui significati della parola “attaccami/attacati”.


“INCIDENTI-Lo Schianto” è un album non di immediata metabolizzazione, come tutto quello che proponi: a chi ti rivolgi oggi con la tua musica così lontana dall’ortodossia e dalle imposizioni del mercato?

A chi vuole ascoltarmi. Credo sinceramente oggi tutto sia “pop”, inclusi il jazz e la musica classica contemporanea. Lo sono in quanto fanno parte di un mondo mercificato dove tutto è in vendita e con la volontà di raggiungere un pubblico ampio e diversificato. Basti guardare le copertine di Classic Voice, si fa fatica a distinguerle da quelle di Vogue. Le musiche si stanno avvicinando prendendo input da fields completamente lontani, nella definizione di una musica popolare colta che può definirsi esclusivamente “contemporanea”, sia jazz, classica, d’avanguardia. È ovvio che ciò accade solo in posti distanti dall’Italia laddove l’espressione ultramoderna definisce i nuovi volti delle città, crea nuove forme di aggregazione e permette sviluppo economico (Nord Europa). Io qui non ho futuro e non ho fruitori. Nonostante questo, la promessa ai miei collaboratori di pubblicare tutti i lavori fatti assieme non la ritirerò per alcun motivo. Ho quattro lavori in uscita fino ai miei cinquant’anni, poi vedrò che strada seguire.

In che formati sarà disponibile l’album e dove e quando lo si potrà reperire?

È in formato CD e digitale su Bandcamp a mio vantaggio, su tutte le piattaforme a vantaggio di Audioglobe. Ci sarà una pubblicazione in vinile che rappresenta però in parte qualcosa di diverso. Conterrà il singolo del videoclip in versione estesa ma anche un nuovo brano, speculare al primo nel titolo e della stessa durata. È una composizione strettamente contemporanea che tanto deve al lavoro di Simon-Steen Andersen col suo “Piano Concerto” e all’elettronica di Tim Hecker, ma che ovviamente ha un’identità propria capace di fare del paradosso tragicomico virtù. Tratta come ogni religione si imponga come unica “verità” invitando a colpire chi pratica culti diversi. Ogni credo è sinonimo di violenza mascherata ad altro. La confezione del vinile (stampato in dieci copie) conterrà un kit di sopravvivenza per i tre giorni di buio profetizzati da secoli e poi un kit feticista, tra sacro e profano, un ribaltamento incrociato dei piani di visione.

Hai previsto presentazioni e momenti live?

Se me ne fanno fare… La formazione di partenza c’è. Io, Francesca Badalini e Andrea Grumelli in qualità di polistrumentisti. A loro sarebbe l’ideale aggiungere il violino di Erica Scherl se ci sono soldi a sufficienza. Se non ci sono proprio soldi apro volentieri a concerti altrui con mezz’ora di set (il materiale del vinile) cantato/recitato live proponendo ogni sera testi modificati, con base preregistrata e miei inserti di synth “suonati”. A monte della presenza di una registrazione, ogni volta i brani saranno cosa diversa… ammesso che ci siano possibilità per proporsi in maniera dignitosa, altrimenti evito volentieri. Le energie che ho mi va di dedicarle alla creazione di valore, non al narcisismo.

Un’ultima cosa: che tipo di artista è oggi Claudio Milano e come vede il futuro della musica?

Il futuro della musica è quella che potrà essere venduta, qualunque essa sia. Io invece sono un abbaglio. Né più, né meno. La mia generazione ne è consapevole, non può avere un futuro lasciando memoria di sé. Tutto si consuma e oggi i Maneskin in rete hanno più ascolti dei Beatles e il 900 della classica e dell’avant jazz sono stati archiviati. Ognuno però può dare il suo contributo a un processo. Ciò che resta saranno i “sistemi”, non le individualità. Se l’esercito cinese di terracotta sorridesse perché ha ragione?

 

Link utili: 

PAGINA BANDCAMP Claudio Milano (dall’11 Settembre il disco è disponibile anche su Spotify):

https://claudiomilano.bandcamp.com/ 

SITO WEB Claudio Milano: https://www.claudiomilano.it/ 

PAGINA YOUTUBE NichelOdeon/Claudio Milano (2002-2021):

https://www.youtube.com/user/nichelodeonband




martedì 26 ottobre 2021

I membri di Saga, Spock's Beard, Marillion e altri si uniscono nel… ProgJect ideato da Jonathan Mover


I membri di Saga, Spock's Beard, Marillion e altri si uniscono nel… ProgJect 

L'ex batterista dei Marillion e dei GTR Jonathan Mover mette insieme una band dedita a cover prog formata da superstar


L'ex batterista dei Marillion e dei GTR Jonathan Mover ha messo insieme una band di superstar dedita a cover prog famose: trattasi dei ProgJect, di cui fanno parte il frontman dei Saga, Michael Sadler (voce e polistrumentista), Ryo Okomutu (tastiere e voce) degli Spock's Beard, Matt Dorsey dei Sound Of Contact (chitarra e basso) e l'ex chitarrista dei Saigon Kick, Jason Bieler.

"Il prog rock è la ragione per cui suono la batteria", spiega Mover, che è stato ispirato da un periodo in tour con la tribute band dei Genesis The Musical Box: "Non mi divertivo sul palco da molto tempo e in quel periodo mi sono ricordato il motivo per cui ho iniziato a suonare la batteria: il prog rock. Suonare canzoni come “Robbery”, “Assault And Battery”, Dance on A Volcano, “Wot Gorilla”, “Watcher Of The Skies” e “Back In NYC”, mi ha fatto sentire di nuovo un quindicenne e ha acceso lo stesso fuoco che ho provato quando presi per la prima volta le bacchette della batteria in mano. "

Il pensiero conseguente è stato: “E se mettessi insieme un progetto del tipo “The Ultimate Prog Rock Experience”, con i migliori musicisti disponibili, e poi rendessi omaggio ai “nostri” giganti del prog, come Genesis, Yes, ELP e King Crimson, e ancora Pink Floyd, Rush, Peter Gabriel, U.K., Jethro Tull, Gentle Giant e altro ancora?".

A questa riflessione ha fatto seguito il lancio del seme e l’inizio del progetto.

Il tutto si è tradotto in un set di oltre due ore che include dei classici del prog, come “Squonk”, “The Cinema Show”, “Firth Of Fifth”, “Karn Evil 9 - 1st Impression Pt. I & II”, “Siberian Khatru”, “Roundabout”, “Heart Of The Sunrise”, “21st Century Schizoid Man”, “Lark's Tongues In Aspic”, “Xanadu”, “La Villa Strangiato”, “Have A Cigar”, “Solsbury Hill”, “Living In The Paste” e altro ancora.

Il gruppo ha iniziato le prove alla fine di settembre 2019 ed era pronto a intraprendere un tour di un paio di dozzine di date, partendo dal nord-est del Canada, scendendo lungo la costa orientale, arrivando poi nel Midwest ... e poi è arrivato il Covid.

Sedici mesi dopo, i ProgJect sono tornati alle prove relative alla produzione completa, modificando il set e preparandosi per il loro primo tour ufficiale, a partire da aprile 2022.




lunedì 25 ottobre 2021

Chiedi chi furono i Tages

Beat-Club propone video interessanti relativi ad una band svedese di inizio anni ’60, i Tages. Ma chi furono?

Tages fu una rock'n'roll/psychedelic/folk rock band formatasi nei primi anni Sessanta nei pressi di Göteborg, in Svezia.

Il gruppo, formato nell'estate del 1963 come Tages Skiffle-Group da cinque giovani adolescenti nella fascia di età 16-17, il 17 agosto 1964 vinse un concorso pop, il "West Coast Beatles", organizzato dalla GT, che prevedeva come primo premio un viaggio a Londra.

All'inizio di quell'anno il gruppo aveva cambiato il suo nome in Tages e in ottobre pubblicarono il singolo “Sleep Little Girl”, che divenne un successo e finì nella Top Ten.

Seguirono diversi singoli importanti, tra cui “I Should Be Glad”, “Don't Turn Your Back”, “The One For You, So Many Girls”, “I'll Be Doggone”, “In My Dreams” e “Miss Mac Baren”.

“Every Raindrop Means A Lot” è stato il primo singolo di ispirazione psichedelica del gruppo è fu rilasciato all'inizio del 1967. 



Nel novembre dello stesso anno Tages pubblicò l'LP “Studio”. L'album negli ultimi anni è salito in cima a varie liste delle preferenze specifiche.

Nella primavera del 1968, Tages si trova nella Top Ten per l'ultima volta con “There's a Blind Man Playing Fiddle in the Street”.

Il 31 agosto 1968 Tommy Blom decise di lasciare il gruppo. Gli altri membri della band volevano continuare e nel giugno 1969 cambiarono il nome in Blond, che portò all'album “Blond- The Lilac Years”.

 

Evoluzione formazione: 

Tommy Blom - voce, chitarre, armonica (1963–1968)

Göran Lagerberg - voce, basso (1963–1969)

Danne Larsson - voce, chitarre (1963–1969)

Anders Töpel - chitarre, voce (1963–1969)

Freddie Skantze - drums, percussion (1963–1966)

Tommy Tausis - batteria, voce (1966)

Lasse Svensson - batteria (1967–1969)

 


Discografia: 

Tages (1965)

Tages 2 (1966)

Extra Extra (1966)

Contrast (1967)

Studio (1967)

 

Come Blond 

The Lilac Years (1969)





venerdì 22 ottobre 2021

GENESIS PIANO PROJECT: il tributo ai Genesis di Adam Kromelow e Angelo Di Loreto.


È da poco uscito GENESIS PIANO PROJECT, tributo ai Genesis dei pianisti Adam Kromelow e Angelo Di Loreto.

Proprio in questi giorni Adam Kromelow si è proposto dal vivo nel corso di tre date italiane: Di Loreto, purtroppo è scomparso prematuramente lo scorso anno.

Una storia come tante la loro, una passione che nasce tra i banchi di scuola, alla Manhattan School of Music di Chicago. Un amore musicale che sboccia naturale, con la differenza che Adam e Angelo hanno la possibilità di diventare parte attiva, di contribuire a diffondere il verbo rimodellando e dando nuova veste a ciò che da cinquant’anni tocca fan di ogni età.

E la loro rivisitazione per due pianoforti ha rivoluzionato ciò che appariva consolidato.

I fan dei Genesis hanno apprezzato e i concerti americani sono stati ovunque un successo.

Scoperti dal produttore Giovanni Amighetti, arrivano in Europa per un primo tour a cui ne seguiranno molti altri, Italia compresa, fatto certificato dall’album del 2015 “Live in Italy”.

«Tutto è cominciato per il puro piacere di suonare le canzoni dei Genesis», afferma Adam, che è poi quello che è accaduto a milioni di seguaci, mezzo secolo fa.

 

Vediamo la set list proposta: 

1.       The Fountain Of Salmacis 

2.       One For The Vine 

3.       Seven Stones 

4.       Stagnation 

5.       Entangled 

6.       Firth Of Fifth/Supper’s Ready 

7.       For Absent Friends/Horizons 

8.       The Cinema Show

 


Ho ascoltato più volte i brani e provo a commentarli (cliccare sul titolo per l’ascolto)

L’album si apre con “The Fountain Of Salmacis”, tratto da “Nursery Cryme”, il terzo album in studio dei Genesis pubblicato nel 1971.

Non si avvertono difficoltà nel catturare trame sonore che da lustri si è abituati ad ascoltare nella forma "elettrificata” e lo spogliarsi dalla strumentazione tradizionale permette di far risaltare la melodia, una conduzione emozionante di un duo geniale.

A seguire “One For The Vine”, un discreto salto temporale nella discografia dei Genesis, visto che l’album di appartenenza, “Wind & Wuthering”, è l’ottavo in studio e fu rilasciato nel 1976, quando la vocalità della band era ormai nelle mani di Phil Collins.

Trasposizione emozionante, coinvolgente, capace di toccare l’intimo, sollecitando la memoria, con una proposta che permette la coesistenza di antico e novità, e l’amore per la musica dei Genesis trova nuove possibilità e percorsi alternativi.

Il terzo episodio è “Seven Stones”, anch’esso contenuto in “Nursery Cryme”, canzone che, tranne in una occasione, i Genesis non hanno mai proposto dal vivo in Italia.

Andamento pacato, come d’altronde accadeva in origine, ma la voce di Gabriel pare uscire dai tasti del pianoforte mentre la seconda tastiera realizza il contorno, diventando all’occasione mellotron. Da brividi!

Con “Stagnation” il salto a ritroso è ancora maggiore, visto che l’album di riferimento è “Trespass”, il secondo in studio, pubblicato nel 1970, prima dell’entrata di Collins ed Hackett.

Un pezzo di bravura dei due pianisti, forse la traccia che mi ha dato maggiormente l’idea di “nuovo brano”, un incedere maestoso che disegna paesaggi e presenta situazioni immaginifiche, una musica che “parla” e arriva a destinazione.



Entangled” ci guida verso un altro disco, “A Trick of the Tail”, il settimo in studio, il primo registrato dopo l'uscita di Peter Gabriel.

Per gli amanti della comparazione evidenzio che è questa la trama che meno patisce la diversità essendo già in origine pezzo acustico, almeno per buona parte.

Occhi chiusi e mente libera, le porte si spalancheranno e nuovi mondi ci verranno incontro.

Firth Of Fifth/Supper’s Ready” è una miscela esplosiva di oltre quindici minuti e fa riferimento al capolavoro contenuto in “Selling England by the Pound” (quinto album in studio del 1973) abbinato alla suite (in origine di 22 minuti) che conclude “Foxtrot”, il quarto album in studio pubblicato nel 1972.

Buona parte di “Firth Of Fifth” è riproposta tale e quale, essendo il pianoforte protagonista anche nell’archetipo. Impressionante la resa che arriva con il solo finale, quello che Steve Hackett impiegò sei mesi per mettere a punto sulla sua chitarra.

A metà ecco lo shift verso “Supper’s Rady” e qui diventa complicata la riproduzione di una canzone che da sola potrebbe rappresentare un minidisco, per lunghezza e varietà.

Da portare nelle scuole, anche quelle di natura tecnica… la sensibilità di cui abbiamo bisogno si sviluppa, anche, con queste creature!

Altro mix con “For Absent Friends/Horizons”, da “Nursery Cryme” e “Foxtrot”. 

Ci si avvicina all’epilogo e si rispolverano due tracce acustiche e le mani dei due protagonisti disegnano la voce di Gabriel e le dite agili di Hackett.

Un siparietto breve e di qualità che anticipa l’esplosione finale.

Si termina con “The Cinema Show”, ancora da “Selling England by the Pound”, oltre dieci minuti di emozione pura.

Complicato a mio giudizio riproporre la seconda parte dell’originale, quella caratterizzata da una forte dinamica, capace di fare esplodere il pubblico in ogni live. Eppure, la forza prorompente rimane intatta e i fraseggi delle quattro mani mischiano ritmica a melodia, inventando un paradigma che si avvicina alla perfezione.


Qualche considerazione.

La musica dei Genesis non può prescindere dall’importanza delle liriche e tanto meno dai vocalist che le hanno proposte, eppure questo tributo pianistico ai Genesis non perde l’anima di una musica che imperversa da lustri.

Il “prog” ha raggiunto lo status dell’immortalità, proprio come la “classica”, e questo nuovo volto conferma il mio pensiero.

I Genesis hanno creato una musica che prima non esisteva, difficile da immaginare/creare/proporre, ma resta come eredità, con la possibilità che il “primo esempio” possa trovare diramazioni di piena soddisfazione.

Adam Kromelow e Angelo Di Loreto hanno centrato il bersaglio e non perché ottimi musicisti, ma perché “ottimi musicisti amanti dei Genesis”, ovvero la passione che  tocca e trasforma in positivo.

Il risultato è fornito in questo caso da otto brani totalmente nuovi, sia per chi è avvezzo alla musica di Banks, Rutherford, Gabriel… ma potrebbe soddisfare a pieno anche chi casualmente si avvicinasse ora a certe sonorità, a patto che sia fornito di sensibilità e privo da preconcetti inopportuni.

 


“GENESIS PIANO PROJECT” è un contenitore musicale magnifico, proposto da due grandi pianisti e adatto ad un pubblico variegato.

Emozioni a gogo, stimolazioni di immagini e memoria, musica che entra nell’intimo più profondo e che, in ogni caso, non lascia indifferenti, tra classica e rock progressivo.

Il rammarico maggiore riguarda il futuro, soprattutto live, anche se i concerti italiani di questi giorni danno il senso della continuazione, con Adam Kromelow che continuerà a tener vivo il progetto come solista, in memoria dell’amico Angelo.

 


Estrapolo qualche frase significativa dai pensieri espressi da Adam:

<<Nell’estate del 2018, circa sette anni dopo il primo incontro, abbiamo registrato questo nostro primo e unico album. Al posto di prenotare uno studio, il nostro produttore Giovanni Amighetti ebbe l’idea di registrare in un posto speciale: il luogo nel quale nacquero i Genesis. Ricordo con piacere il viaggio da Londra a Haslemere e l’emozione che mi travolse quando passammo da “The Farm”, lo studio dei Genesis. Non avevo realizzato che eravamo così vicini alla nostra destinazione! Ma stavamo andando da un’altra parte… e invece l’auto si fermò davanti ad un bellissimo edificio in stile gotico, situato in mezzo ad un immenso campo nella campagna inglese. Charterhouse – il collegio dove studiarono insieme Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford e Anthony Phillips.

È stato davvero fantastico essere lì. La scuola era chiusa per l’estate e nel cielo splendeva il sole, in un’atmosfera di quiete e pace, perfetta per fare musica. Registrammo nell’auditorium e ricordo ancora le parole di Angelo quando vi entrammo per la prima volta: “Chissà se Peter Gabriel ha cantato in un coro qua dentro”. Stando in quel posto ci sentivamo ancora più vicini alla band e devo dire che mi ha davvero colpito quanto fossero giovani quando realizzarono i loro primi album. È parte del genio innegabile che contraddistingue i Genesis. Avevano solo vent’anni quando pubblicarono “Trespass”!>>

 

LINK UTILI

https://www.facebook.com/GenesisPianoProject/ 

https://www.youtube.com/user/GenesisPianoProject 

https://www.adamkromelow.com/genesis-piano-project 

www.arvmusic.org

https://orcd.co/gppalbum