domenica 28 febbraio 2021

Donovan-Catch The Wind



Da adolescente rimasi fulminato da Donovan Phillips Leitch, meglio conosciuto come Donovan.

Le radio dell’epoca proponevano a ripetizione i suoi successi… già, andava forte tra gli anni ’60 e ’70!


Non voglio riproporre la sua storia, conosciutissima, ma in questi giorni ho riascoltato, casualmente, una raccolta dei suoi antichi successi e mi sono rinfrescato la memoria, facendo il pieno di brividi e ricordi.

Una voce incredibile, un ”tremolo spontaneo” e melodie sognanti, tra il folk e la psichedelica: chi ha vissuto quei giorni, chi è stato anche solo sfiorato da quelle atmosfere, non può rimanere insensibile all’ascolto di quei brani.

Tra le tante perle ne estraggo una che è l’emblema della semplicità, ma in meno di tre minuti il menestrello scozzese riesce a rievocare un amore impossibile, tra un arpeggio di chitarra e una tenera lirica poetica: Catch The Wind. 

A seguire il video, la traduzione del testo e l’originale…
Da riscoprire!


Acciuffa il Vento

Nelle fredde ore e minuti dell'incertezza
io voglio essere
nel caldo abbraccio della tua amorevole mente

Sentirti tutt'intorno a me,
prendere la tua mano
lungo la spiaggia
ah, ma posso tentare di acciuffare il vento

Quando il tramonto impallidisce il cielo
Voglio nascondere un po' del tempo dietro il tuo sorriso
ed ovunque guarderei, i tuoi occhi troverei

Per me, amarti ora
sarebbe la cosa più dolce
ah, ma posso tentare di acciuffare il vento

Quando la pioggia ha tappezzato di lacrime le foglie
ti voglio vicino per uccidere le mie paure
per aiutarmi a lasciare alle spalle tutta la mia depressione

Per stare nel tuo cuore,
dove voglio essere e desidero esserci,
ah, ma posso provare ed acciuffare il vento 
ah, ma posso provare ad acciuffare il vento



Catch The Wind 

In the chilly hours and minutes,
Of uncertainty, I want to be,
In the warm hold of your loving mind.

To feel you all around me,
And to take your hand, along the sand,
Ah, but I may as well try and catch the wind.

When sundown pales the sky,
I wanna to hide a while, behind your smile,
And everywhere I'd look, your eyes I'd find.

For me to love you now,
Would be the sweetest thing, 'twould make me sing,
Ah, but I may as well, try and catch the wind.

When rain has hung the leaves with tears,
I want you near, to kill my fears
To help me to leave all my blues behind.

For standin' in your heart,
Is where I want to be, and I long to be,
Ah, but I may as well, try and catch the wind.


venerdì 26 febbraio 2021

PAOLA TAGLIAFERRO SINGS GREG LAKE - LA COMPAGNIA DELL’ES


PAOLA TAGLIAFERRO SINGS GREG LAKE - LA COMPAGNIA DELL’ES

CD B.T.F Distribution

Produzione artistica Paola Tagliaferro, Co-Produzione Regina Lake

 

Nel cuore dell’estate scorsa ho avuto l’opportunità di ascoltare in anteprima i brani di questo nuovo lavoro di Paola Tagliaferro, un progetto particolarissimo di cui conoscevo la genesi: ascoltarlo in fase embrionale e in pieno relax mi aveva lasciato solo il profumo del prodotto finito, anche se l’utilizzo di un mezzo tecnico non troppo performante non mi aveva permesso di afferrarne i dettagli.

Il progetto in questione ha un titolo che, da solo, apre la strada verso mondi musicali fantastici: “Paola Tagliaferro sings Greg Lake”, denominazione scelta dalla moglie di GregRegina, che è anche l’autrice della bellissima copertina.

Questo coinvolgimento propositivo della signora Lake - co-produttrice - va interpretato a dovere, perché non bastano i rapporti di amicizia sviluppati nel tempo (chiariti nell’intervista a seguire) per giustificare una tale operazione, caratterizzata peraltro da un alto coefficiente di rischio.

Proporre la musica dei grandi musicisti del passato porta sempre a comparazioni delicate e il giudizio finale è quasi sempre lo stesso, impietoso per chi insegue.

Regina, persona che conosco personalmente, è molto rigorosa ed esigente, e mettere nelle mani di terzi la musica pregiata del suo consorte è di per sé un riconoscimento dei valori altrui, una negazione dei tanti cloni esistenti a favore di una reinterpretazione totale, secondo un iter preciso - quello usato solitamente da Paola - appreso in anni di frequentazione e mestiere.

Il giudizio sull’autrice, pensando al passato, avrebbe dovuto riguardare aspetti meramente musicali e artistici (le sue performance vocali, le sue creazioni, gli aspetti strumentali e spirituali, la sperimentazione) ma in questo caso troviamo Paola nel ruolo di colei che deve trasformare in musica il pensiero altrui, collegando ricordi/speranze/liriche alle alte skills del suo team di lavoro di cui parla approfonditamente nel corso della nostra chiacchierata.

Il risultato è un album costituito da dieci brani, la cui proposizione è decisamente acustica.

I titoli non hanno bisogno di presentazioni, sono tutti super conosciuti e rappresentativi delle due band che hanno visto protagonista Greg Lake negli ELP e nei King Crimson, e il criterio di scelta si basa esclusivamente sul legame affettivo esistente verso episodi particolari diventati frazione della colonna sonora della vita.

Paola Tagliaferro “rilegge” in studio ciò che spesso è stato oggetto di proposizione live e il grande lavoro di Pier Gonella and friends (tutti i componenti della Compagnia dell’ES vengono evidenziati nel prosieguo dell’articolo) le permette di realizzare un quadretto bucolico/musicale di grande qualità e atmosfera, sprigionando a tratti magia pura, quella nata nel Castello Canevaro di Zoagli nel 2012, anno in cui la presenza di Greg Lake lasciava  il segno e “Paola Tagliaferro sings Greg Lake” di fatto nasceva, anche se ancora nessuno lo poteva immaginare.

Paola, in un cantato inglese nell’occasione guidato nei dettagli da Regina, propone momenti intimistici sublimi, alcuni presenti nel suo ultimo repertorio live: si va da From The Beginning a Epitaph passando per Promenade e The Sage, ma i dieci episodi sono strettamente legati da un fil rouge, un collante che determina uno stato di aulicità dove la voce di Paola si fonde totalmente con gli elementi della band.

La canzone attualmente disponibile, che propongo come esempio, è Lucky Man, ma se dovessi estrapolare un brano come compendio del mio sentimento da ascolto, userei la versione di Take A Pebble, un’alchimia derivante dalla fusione di tutti gli elementi in gioco, capace di stimolare brividi positivi, quelli che vado cercando nel campo musicale.

Una voce maturata nel tempo, che non cerca il primato ma si unisce come strumento ad un ensemble di alto livello, e in questo gioco sonoro emerge, non come emulazione del mito, ma come reinterpretazione personalissima di un’anima musicale che sgorga spontaneamente, nonostante l’assenza fisica.

Ascolti l’album e realizzi che Greg Lake è presente e credo sia questo, alla fine, l’obiettivo di Paola Tagliaferro, quello di fornire evidenza di un connubio spirituale e musicale in grado di trascendere la materia.   

Progetto di qualità, misurato, elegante, sperimentale… idee nuove al servizio di musica antica, e quando il risultato raggiunge questi livelli non possiamo che rallegrarcene.


L’INTERVISTA


È da poco uscito il tuo nuovo lavoro denominato “PAOLA TAGLIAFERRO SINGS GREG LAKE - La Compagnia dell’Es”: proviamo a riannodare i fili del tempo e a collegare la tua persona a quella di Greg Lake, tra fatti concreti e spiritualità.

Tutto è iniziato nel 2012 quando ho organizzato per Greg Lake tre date del suo tour italiano.

Avevo incontrato Greg Lake e sua moglie Regina a Piacenza nel concerto organizzato da Max Marchini (con cui collaboravo, v.di Owl Records” Chrysalis 2009” e “Milioni di Lune” 2012). Poi siamo andati a Verona, la mia città Natale, al teatro Camploy, a Zoagli per un magico concerto sospeso sul mare e a Milano per una serata promozionale. La data di Zoagli l’avevo organizzata con il Comune di Zoagli e il Festival Internazionale di Poesia di Genova. L’anno seguente Claudio Pozzani, presidente del Festival, mi ha chiesto di reinvitare Greg Lake per una concerto/reading a Palazzo Ducale di Genova. Greg Lake ha accettato con piacere l’invito (Max Marchini ha fatto la traduzione simultanea sul palcoscenico) e poi si è fermato con Regina qualche giorno a Santa Margherita Ligure. Io fin dal primo momento rimasi impressionata dalla sua voce e dalla sua personalità. Lui riempiva gli spazi con la sua presenza e si rivolgeva a me come un gentiluomo. Anche Regina mi aveva subito colpito per la sua grazia e gentilezza. La forza della loro unione era evidente. Sono momenti indimenticabili fatti di musica, dialoghi, risate ed emozioni.

Io e Greg abbiamo tenuto una corrispondenza dal 2012 fino a due mesi prima della sua morte. Lui mi voleva come Ambasciatrice della sua Musica nel Mondo, così mi aveva scritto. Aveva ancora un gran desiderio di fare concerti per il suo amato pubblico.

Durante la nostra corrispondenza, Greg ha ascoltato alcune tracce di miei pezzi inediti, apprezzava la mia voce e mi ha incoraggiato a rendermi autonoma e indipendente nella composizione dei miei pezzi e registrazione. Mi ha suggerito tanti importanti segreti tecnici e non solo. Eravamo diventati amici. Purtroppo, nel 2015 fui informata della sua malattia e a settembre 2016 ricevetti una sua e-mail dove mi comunicava che stava morendo.

Rimasi paralizzata leggendola, non sapevo cosa rispondere, non avevo mai parlato con lui di spiritualità. Così gli ho scritto: “Caro Greg, ho studiato diverse filosofie antiche e credo che noi viviamo molte vite in questo livello e in altri, fino a staccarci completamente dalla materia per unirci alla Fonte Primaria di Luce da cui tutto nasce. Io sono sicura che ci rincontreremo e qualsiasi forma avrai ti riconoscerò perché la tua voce tocca la mia Anima”.

Greg mi rispose: “D’accordo Paola, qualsiasi cosa accadrà, noi, resteremo in contatto”.

La dipartita prematura di Lake ti ha probabilmente legato maggiormente a quel mondo e la vicinanza a Regina Lake è sfociata in grande amicizia: puoi sintetizzare gli avvenimenti che si sono succeduti nel nome di Greg?

Durante una Meditazione nel gennaio 2017 avevo percepito la presenza di Greg e l’intuizione di proporre al Comune di Zoagli la “Cittadinanza Onoraria a Greg Lake” per l’importanza della sua opera nel mondo e in memoria del concerto del 30 novembre 2012 a Castello Canevaro.   

Ho cercato Regina, con cui non avevo più parlato dopo le sue visite in Italia, se non con una mail di sincere condoglianze. Greg mi aveva dato tutti i suoi contatti, così le ho telefonato.  

Regina è stata molto gentile e accogliente. Dopo qualche settimana, mi ha dato il suo consenso e il mio Comune ha votato all’unanimità la Cittadinanza Onoraria a Greg Lake.

Con l’Accademia Internazionale delle Arti (associazione senza scopo di lucro di cui sono presidente) ho organizzato assieme al Comune di Zoagli e al Festival Internazionale di Poesia un evento “magico” a Castello Canevaro. Regina, bellissima, è venuta a ritirare l’onorificenza di fronte a tanti giornalisti, televisioni e ospiti importanti, come il Premio Nobel della letteratura Gao Xingjian, Bernardo Lanzetti (in concerto), Amnerys Bonvicini, Francesco Paladino, Claudio Pozzani, Barbara Garassino, Pier Gonella e Giuliano Palmieri… e anche tu Athos… con Massimo Gasperini. In quei momenti è nata, da me e Regina, l’idea di organizzare un evento in memoria di Greg Lake “Art in progress Event in Memory of Greg Lake”.

Nel 2018, sempre con l’Accademia Internazionale delle Arti, il Comune di Zoagli e il Festival Internazionale di Poesia, è stato organizzato il 1° evento con il concerto di Juri Camisasca e l’intervento a corollario di Paola Tagliaferro & La Compagnia dell’Es.

Pozzani era intervenuto con alcuni poeti della Stanza della Poesia, Barbara Garassino e Josè Pulido. 

La vicepresidente della mia associazione, Lydia Soldazzi Romanelli, aveva organizzato una esposizione del prezioso artigianato locale.

Nel 2019, sempre con lo stesso staff, abbiamo organizzato il 2° evento con il concerto di Ethan Emerson, giovanissimo e talentuoso nipote di Keith Emerson, che è arrivato accompagnato da tutta la sua bellissima famiglia: il padre Aaron (figlio di Keith), Jo (madre), Zac (fratellino) e la nonna Elinor (ex moglie di Keith). Ethan ha suonato i pezzi del nonno keith Emerson nel corso di un concerto di circa trenata minuti. Di seguito “La Compagnia dell’Es” ha presentato “Fabulae”, il mio album uscito nell’ottobre 2018 e Il festival Internazionale di Poesia ha realizzato un incantevole reading con Claudio Pozzani, Barbara Garassino e Josè Pulido a Villa Vicini, dove Lydia Soldazzi Romanelli aveva fatto una bellissima mostra di quadri di artiste liguri. Ovviamente Madrina della manifestazione Regina Lake, che in questo caso è stata affiancata da Elinor Emerson.

Il sodalizio con Regina ha portato a questo nuovo progetto, suggerito proprio dalla signora Lake: mi racconti come ha avuto sviluppo concreto l’idea originale?

Dopo il 2° evento di giugno 2019 una fan di Greg Lake che avevo conosciuto al 1° evento del 2018, Didy Pasini Ciriani, mi aveva proposto di portare in tour a Palmanova (Friuli) il concerto di Ethan e della Compagnia dell’Es, con ovviamente le due Madrine Regina Lake ed Elinor Emerson. Assieme a Regina ho deciso di dividere il mio repertorio al 50% tra “Fabulae” e le Ballate di Greg Lake. Era la fine Estate del 2019 quando Regina mi ha suggerito di fare un album intitolato “Paola Tagliaferro sings Greg Lake”. Io rendendomi conto della grande responsabilità ho ringraziato per la fiducia e ho risposto che ne avrei parlato con la mia band. Dopo la magica serata del 21 dicembre organizzata dal Comune di Palmanova, Didy Pasini Ciriani e Owl Records ho parlato con i componenti del gruppo… che hanno accettato con entusiasmo mettendo a disposizione il loro grande talento in onore della musica di Greg Lake. Gennaio 2020.

Con quale criterio sono stati scelti i brani?

Con il Cuore, questi sono brani che amo da sempre.

So che Regina è molto meticolosa ed esigente: che tipo di … consulenza è stata la sua?

Regina Lake si è firmata come Co-produttore Artistico a pieno titolo. Studiare, suonare e cantare le canzoni di Greg Lake sotto la guida di Regina Lake è stata un’intensa, profonda esperienza che mi ha insegnato moltissimo. L’amicizia nata tra noi mi aveva fatto conoscere una donna etica, gentile e intelligente, questo viaggio nella musica di Greg Lake mi ha trasmesso la sua profondità, la sua sensibilità, la sua amorevole e competente conoscenza.

Ore di lavoro al telefono, per ogni pezzo, ascolto di Greg Lake da lei guidato, il perfezionamento della mia pronuncia, ma soprattutto l’entrare nella frequenza dell’intenzione di Greg Lake e del suo sentire nella sua musica. Riuscire a trasmettere attraverso la mia voce tutte queste componenti nel rispetto del grande artista è stato un lavoro difficile, complesso, che mi ha arricchito.

Come sempre il tuo nome precede quello di La Compagnia dell’Es: puoi ricordare il team dei tuoi collaboratori?

La Compagnia dell’Es è una Band aperta dove i musicisti sono tutti bravissimi professionisti, che vanno e vengono, in progetti diversi, in momenti diversi, ma spazio e tempo sono relativi, perché i veri interessi che ci uniscono sono la ricerca, la sperimentazione del suono e la gioia di suonare insieme. Pier Gonella - chitarra -, Giulia Ermirio - viola -, Andrea Zanzottera - piano - Enten Hitti (Pierangelo Pandiscia e Gino Ape) - liuto e piccole percussioni, Oboe e xilophono -, U.T. Gandhi – percussioni -, Vincenzo Zitello - Arpa.

Oltre che come chitarrista Pier Gonella mi ha assistito in tutta la produzione come ingegnere del suono, mix di tutto l’album e progetto grafico.

Io ho prodotto gli arrangiamenti in collaborazione con tutti questi talentuosi musicisti, che hanno potuto interpretare e ricreare liberamente le parti a loro assegnate.

Il tuo nuovo lavoro è stato realizzato in un periodo buio che ha obbligato ad un differente modus lavorativo: che tipo di difficoltà tecniche e organizzative avete trovato rispetto al passato?

Abbiamo lavorato online, solo Giulia Ermirio, abitando a Rapallo è potuta venire in studio a registrare le sue tracce, gli altri musicisti me le hanno inviate, poi io e Pier Gonella le abbiamo inserite e mixate tra loro e con la mia voce.

Sei compositrice, musicista e vocalist di lungo corso, ma in questo caso ti ritrovi a proporre la storia della musica: non senti una responsabilità maggiore rispetto al passato?

Certo, sento una grande responsabilità, che solo la co-produzione di Regina Lake ha saputo alleviare.

Stai pensando a qualche evento live o presentazione per diffondere il nuovo album, emergenza sanitaria permettendo?

Certo, come tutti i musicisti “sogno” di tornare a fare concerti Live con La Compagnia dell’Es.          Noi siamo pronti… speriamo che l’emergenza Covid 19 finisca.

Un’ultima cosa: come è possibile ascoltare/acquistare “PAOLA TAGLIAFERRO SINGS GREG LAKE - La Compagnia dell’Es”?

Dal 23 febbraio il Cd è distribuito da BTF.it (https://www.btf.it), mentre in streaming sarà pubblicato sulle principali piattaforme.


PAOLA TAGLIAFERRO SINGS GREG LAKE

“LA COMPAGNIA DELL’ES “

01 From The Beginning

02 Still You Turn me On

03 Lucky Man

04 C’est La Vie

05 Promenade

06 The Sage

07 Take A Pebble

08 I Believe In Father Christmas

09 Moonchild

10 Epitaph/Battlefield

 

LA COMPAGNIA DELL’ES 

Voice - Paola Tagliaferro

Guitar - Pier Gonella

Viola - Giulia Ermirio

Piano - Andrea Zanzottera

Oboe, Xilophono, Lute, Bells – Enten Hitti (Pierangelo Pandiscia, Gino Ape)

Percussions – U.T.Gandhi

Harp – Vincenzo Zitello

 

Credits:

Artistic Production – Paola Tagliaferro; Artistic Co-Production – Regina Lake

Arrangements – Paola Tagliaferro, each musician freely wrote the multitracks of the parts assigned to his

instrument... Mix Paola Tagliaferro and Pier Gonella.

Sound Engineer – Pier Gonella

Recorded at MusicArt Studios – Rapallo – (GE) Italy

Cover design - Paola Tagliaferro and Regina Lake.

Cover Greg Lake Image – Drawing by Regina Lake

Cover Paola Tagliaferro Image – Photo by Riki Modena

Dedicated to the Memory of Greg Lake

A Special Thanks to Regina Lake

 

www.paolatagliaferro.it

https://www.btf.it

 

 



mercoledì 24 febbraio 2021

Baron Munchausen - “The scent of the colors”


Baron Munchausen - “The scent of the colors”


Gli incontri musicali casuali sono quelli che, ultimamente, mi danno maggior gratificazione, soprattutto quando trovo conferma che esiste un importante numero di proposte - di minor visibilità - che perseguono la linea della qualità, ignorando totalmente ciò che richiede un mercato musicale monotematico e di poco pregio.

Dietro al nome Baron Munchausen si cela Niccolò Clemente, italiano ma risiedente in Germania, una lunga storia che si delinea nella lunga intervista a seguire, una chiacchierata che permette di entrare nel mondo incontaminato e - almeno in questo ultimo caso - autarchico dell’autore.

Mi sono fatto un’idea precisa che supera il commento del suo nuovo progetto - il primo full lenght, “The scent of the colors” -, perché ho avuto la possibilità di ascoltare quasi tutto il pregresso, stupito al cospetto della contrapposizione tra un lavoro cesellato a mano, quasi artigianale per quanto riguarda gli aspetti fisici (booklet, scrittura e disegni/immagini) e la tecnologia spinta, quella che, ad esempio, gli permette di inventare un grande album in totale autonomia.

Ascoltare musica, in senso generico, provoca sensazioni e visioni che nulla hanno a che fare con la razionalità, il tutto condizionato dal luogo e dal momento in cui si entra in contatto con nuove sonorità, e se dovessi fornire l’immagine sintesi del disegno generale di B.M. ricorrerei ad un vecchio brano degli anni ’80, canzone in cui viene descritto un pittore fermo davanti ad una tela vuota: basterà aspettare… aspettare e sognare, e con un po' di vento in poppa la tela si riempirà di colori e di significati.

Una metafora della vita che ben si addice all’autore, che propone un lavoro ambizioso e carico di idee musicalmente parlando trasversali:


“Ritengo che l’infanzia, intesa come fase di indurimento, modellamento e passaggio alla fase adulta costituisca il più grosso bacino di suggestioni artistiche per qualsiasi creatore e creatrice; quindi, non potevo non dedicare la mia opera a questa fase importante della mia vita. Il racconto in musica si basa su varie fasi della vita di un bambino, dal concepimento fino all’essere adulto.”


Ecco, è questo il racconto, quello della vita, dall’origine alla maturità, con il focus incentrato sui momenti formativi, quelli che segnano per sempre, quelli che determinano il risultato finale, una miscela fatta di affetti ed esperienze di cui, forse, si perderà il chiaro ricordo, ma che saranno certamente in grado di cambiare il corso della storia… delle storie.

I suoni, gli odori e i colori diventeranno elementi che sapranno sollecitare la memoria e alla fine non sarà difficile stabilire come la musica possa essere considerata una sorta di unità di misura dello scorrere del tempo.

Nelle righe a seguire Clemente descrive, punto dopo punto, quella che definisce “opera in undici atti e atto fantasma”, sviscerata nel bellissimo “libretto” contente le liriche e i corrispondenti disegni carichi di colore, tipologia espressiva, quest’ultima, comunicativamente parlando efficace e imprescindibile.

E poi c’è la musica, a cui accenno separatamente, ma la mia opera di dicotomia tra i vari ingredienti con cui l’autore “costruisce” la sua idea in progressione è di per sé un errore, perché le trame sonore sono il collante dell’evoluzione dell’io alla base del “racconto”, una sorta di modulazione di stati d’animo che pendolano nel grafico dell'evoluzione personale e quindi nei vari “atti” che compongono l’album.

Impossibile una riconduzione ad una delle tante caselle in cui si è soliti suddividere i generi, ed è per questo che viene comodo dare i connotati del prog ad un’opera fatta di libertà assoluta, uno spaziare tra il conosciuto con un obiettivo, non so quanto voluto, di condizionare il mood conseguente all’ascolto.

 

Raccontare la vita significa, anche, soffermarsi sugli aspetti dolorosi che la caratterizzano, quelli che non vorremmo mai toccare con mano, e nell’iter affrontato da B.M. le tinte cupe non mancano, le atmosfere distopiche sono rilevanti e la sensazione di disagio viene sottolineata a tratti da “stilettate” acute di sax che si assimilano all'impatto e cercano la profondità, mentre la ritmica fornita dall’elettronica scandisce movimenti precisi e incisivi.

Non mancano gli attimi intimistici collegati ad una vocalità sorprendente, una voce/strumento che contribuisce alla creazione di profumi aulici.

 

Tanto per dare un’idea esemplificativa che possa permettere un accostamento con un riferimento del passato, ho provato da giovane un simile feeling ascoltando la musica dei Van der Graaf, soprattutto per quanto riguarda le sezioni più dark, capaci di spiegare stati d’animo anche senza la presenza di una lirica.

 

Il brano che propongo in questo articolo, “The Hill”, potrà fornire il perimetro musicale entro il quale si mette in gioco Baron Munchausen/Niccolò Clemente.

 

Vivamente consigliato!


L'INTERVISTA


Non sapevo nulla di te e del tuo progetto Baron Munchausen: potresti sintetizzare la tua storia, partendo dalla tua formazione musicale e dalle tue passioni?

Ho iniziato a prendere lezione di canto verso i 14-15 anni (grazie agli acuti di uno dei miei primi eroi musicali in assoluto, Bruce Dickinson) con un’insegnante di canto di formazione lirica che mi ha introdotto al bel canto. Mi sono dilettato quindi con qualche esperienza di band, mai tramontata veramente. Dopo qualche anno di pratica ho deciso di allargare i miei orizzonti e mi sono iscritto alla scuola di Musical patrocinata da Franco Miseria del Teatro Politeama di Prato, dove sono rimasto per circa un anno e mezzo. Contemporaneamente cambiai insegnante di canto avvicinandomi a stili più “leggeri” che potessero meglio sposare le tecniche di canto tipiche del Musical. La scuola di Musical (ed il Musical in generale) rappresentò di fatto il punto di svolta della mia formazione musicale, in quanto, oltre all’indiscutibile formazione tecnica e all’esperienza sul palco che mi fornì, di fatto rappresentò il trait-d’union che mi portò a conoscere il co-fondatore del progetto Baron Munchausen, Marco Pieri.

Il nostro primo incontro fu in una cover band dei Police (poi mai decollata) nella quale io cantavo e lui suonava il basso. A presentarci fu il chitarrista di questa band, nonché fidanzato di una delle attrici di Musical con cui condividevo il palco. Marco Pieri, oltre ad essere un carissimo amico con cui ho istaurato un rapporto speciale, è un talentuosissimo polistrumentista di formazione jazz-prog con cui scrissi i miei primi veri pezzi inediti: era il 2013. Con Marco Pieri condividemmo anche il palcoscenico (lui quale tastierista, io quale attore) durante la riproposizione live di uno spettacolo musicale su Battisti, scritto e diretto insieme ai vecchi compagni della scuola di Musical di Prato. Dal nostro impegno compositivo, durato un anno, nacque un concept album, del quale per ora esiste solo un EP live (Sotto una coperta di parole e note) con due brani eseguiti piano e voce.

Nel 2015 però, conclusa la facoltà di Medicina e Chirurgia, decisi di lasciare l’Italia per la Germania insieme alla mia attuale moglie e con questo evento si concluse purtroppo la nostra collaborazione musicale. Il monicker Baron Munchausen rimase quindi impolverato fino al 2017, quando decisi di pubblicare i miei primi brani inediti sotto questo nome. Il basso elettrico, imparato praticamente da autodidatta, a parte poche, ma comunque importanti lezioni introduttive, fu una conseguenza del voler spingere le mie possibilità creative ben oltre alla “sola” voce ed oggi rappresenta un aspetto fondamentale del mio stile.

Per quanto riguarda le mie passioni, sono un onnivoro fruitore di musica e pur essendo nato come metal head, fulminato sulla via di Damasco da Battery dei Metallica prima - durante una lezione di musica alle Scuole Medie - e da In the End dei Linkin’ Park poco dopo, sono diventato un curioso e mi piace immergermi nei generi musicali più disparati.

Dalle note che mi hai inviato mi pare di capire che fare musica per te, almeno in questo momento, non coincida con la professione: resta un obiettivo vivere della tua passione?

Qualche anno fa avrei forse risposto di sì, ma non ne sono poi così sicuro. Negli anni ho elaborato un ottimo connubio tra lavoro e musica; i due si stimolano a vicenda sostenendosi mutualmente nei momenti più complessi. La musica amatoriale, eseguita e composta quale “riempitivo” nel “non-lavoro”, non deve necessariamente possedere un’accezione negativa, come mi sembra di percepire nel mondo musicale, dove la ricerca dell’attività musicale a tempo pieno, anche a costo di dedicare la maggior parte del giorno ad altre attività collaterali non necessariamente ben accette quali la didattica musicale per far tornare i conti a fine mese, rappresenta spesso una chimera più che un sano traguardo da raggiungere. Questo non deve naturalmente significare che un musicista debba rinunciare a vivere soltanto della propria arte, ma che, oggigiorno, si debba rivalutare il significato di “vivere della propria arte”; Io credo infatti che la presenza di un’attività principale non musicale arricchisca incredibilmente di suggestioni e emozioni che poi si riversano nelle proprie composizioni.

Cosa ti piace del mondo del prog? Non conosco la tua età ma intuisco che sia qualcosa di ereditato o in qualche modo catturato...

Ho di fatto dimenticato come mi sia avvicinato al mondo prog: credo che mio babbo mi abbia parlato un qualche giorno del Banco del Mutuo Soccorso e poco dopo il fatale ascolto era fatto. Del Prog mi piace la variabilità stilistica e la musicalità celata, nel senso che ogni brano può risultare ostico all’ascolto, ma possiede una dolcezza intrinseca che va scoperta in maniera personale e più intima. Brano per eccellenza da questo punto di vista “Nudo Pt. II” del Banco.

Che cosa hai realizzato, musicalmente parlando, prima del nuovo lavoro che proponi oggi?

Ho realizzato, come già detto sopra, un EP in duo live piano più voce con alcuni brani inediti composti col co-fondatore Marco Pieri (Sotto una coperta di parole e note) e altri due EP/single (Orchid e Der Prozess) che hanno preceduto l’uscita dell’album. Breve curiosità: Orchid possiede anche due brani live in duo chitarra, basso ukulele/voce eseguiti da me ed un carissimo amico francese durante il mio matrimonio e tratti da due progetti musicali tedeschi a cui ho preso parte in passato. Der Prozess ha come tema fondante la letteratura; i tre brani furono infatti influenzati da diverse opere miliari della letteratura/poetica europea: 1) The Hill è una traduzione libera de L’infinito di Leopardi; 2) Die Legende vom heiligen Trinker è dall’omonimo racconto di Joseph Roth; Der Prozess (è tratto invece dall’omonimo romanzo di Kafka.

“The scent of the colors” è il tuo nuovo progetto che hai creato da solo: da dove nasce la tua dimensione/necessità autarchica?

Da una pura necessità pratica: con i miei altri progetti non siamo mai arrivati a concretizzare le nostre (o forse più mie) velleità creative; espresso più chiaramente, per me la creazione trova il suo compimento e realizzazione nell’esecuzione in home-studio delle idee create in sala prove, o semplicemente sperimentando sul proprio strumento compositivo. Con i miei progetti non sono mai arrivato purtroppo a questo passo decisivo, nonostante il mio impegno focalizzato. Se gli altri non possono soddisfare le tue aspettative, allora è necessario impegnarsi per farlo da solo. È stato un bell’esperimento perché ho scoperto, con mia grande sorpresa, di essere capace di scrivere e arrangiare una canzone, cosa di cui mi consideravo totalmente incapace, e che mi ha sempre spaventato molto, e portato continuamente a trovare dei progetti in cui mi potessi soprattutto rivestire del ruolo di cantante e arrangiatore delle semplici linee vocali.

Qualcuno ha collaborato in alcune fasi del processo creativo e di quello successivo?

No, ho deciso di dedicarmi completamente a questo processo senza interferenze esterne. Il mixaggio e master è stato eseguito da uno studio di registrazione di Bochum, città in cui vivo.

Entriamo nel dettaglio: trattasi di concept album?

Sì.

Puoi delineare allora la linea concettuale e il messaggio che si cela dietro al racconto?

Ritengo che l’infanzia, intesa come fase di indurimento, modellamento e passaggio alla fase adulta (che nel mio caso è proprio concisa col mio diciottesimo anno di vita e con la morte di mia nonna) costituisca il più grosso bacino di suggestioni artistiche per qualsiasi creatore e creatrice; quindi, non potevo non dedicare la mia opera a questa fase importante della mia vita. Il racconto in musica si basa su varie fasi della vita di un bambino, dal concepimento fino all’essere adulto. Se dovessi riassumere ogni traccia con una parola o una breve descrizione sarebbe così:

Act I: Il concepimento, inteso come trasformazione della materia inorganica in potenziale di vita.

Act II: Il bambino scopre di non essere fatto solo di carne ed ossa e di vivere solamente in termini di sopravvivenza “fisica” (mangiare, dormire), ma di essere pensante e a sua volta creante; da qui il paragone con la sinopia, struttura portante dell’affresco e espressione dell’essenza nascosta dell’individuo/affresco.

Act III: questa è la canzone a cui più tengo: Si tratta di una mia libera traduzione di l’Infinito di Leopardi e rappresenta nella mia opera le prime esperienze sensoriali e creative di un bambino che si scopre capace di rapportarsi in maniera artistica al paesaggio circostante.

Act IV: ho un ricordo fervido di me ancora piccolo che mi sveglio una mattina e sono convinto di avere una “mano magica”; questo è il nodo del brano: Un bambino, nel suo piccolo, si sente capace di poter cambiare gli eventi che lo circondano e per farlo gli è sufficiente una tela sui cui disegnare.

Act V: la crescita, intesa come adolescenza. La spinta a trasgredire, a distaccarsi dal tracciato costruito dai propri cari (da qui il mio dipinto con un albero che ha messo le radici in casa)

Act VI: la ballad-synth dell’album. La morte di una persona cara ti afferra con le sue unghie come un’aquila che si getta sulla propria preda, e quando succede la propria tela rimane vuota, privati della propria voglia creatrice.

Act VII: l’amore visto come persona irraggiungibile, eventualmente anche mai conosciuta personalmente, ma semplicemente vista da lontano come una statua altissima e fuori portata.

Act IX: il primo brano che abbia mai composto in vita mia; la fine di una relazione e la disperazione (in alcuni casi naïve) che questa comporta.

Act X: il passaggio. La tela su cui eravamo abituati a dipingere coi pastelli, si concretizza, diventa tridimensionale, inglobandoci, rendendoci più rigidi, e non più bidimensionali e puri.

Act XI: il cambiamento ci ha colti: siamo nella realtà. Siamo adulti

Act XII: e così tutto ciò che ha determinato l’unicità dei nostri colori più vividi scompare, sfumandoli in ombre sbavate e irriconoscibili.

Il colore rappresenta un elemento comunicativo importante del mio album, per questo ogni brano è accompagnato da un’immagine, un disegno o una fotografia, tutte eseguite dal sottoscritto (con eccezione delle foto che sono state sì eseguite da me, ma poi rielaborate da mio cugino). La parte visiva di un album è uno degli aspetti fondanti della mia musica, per questo dedico moltissimo tempo a raggiungere il risultato aspettato e desiderato.


Che cosa proponi dal punto di vista musicale? Ti sei posto il problema della ricerca di una strada originale in un mondo che, pur avendo fatto della libertà espressiva una bandiera, pare abbia già detto quasi tutto?

Propongo un ponte fra generi. Il prog scorre forte nelle mie note, ma credo sia riduttivo incatenare la mia musica a questo genere musicale, che comunque adoro. Il mio obiettivo è tentare di incanalare tutte le suggestioni musicali che mi circondano in un genere musicale al di sopra dei generi, che possa essere apprezzato da chiunque, pur cercando di mantenere degli standard qualitativi alti.

In che formato è disponibile “The scent of the colors” e come lo si può ascoltare /acquistare?

È disponibile il libretto coi testi e le immagini nella buona e vecchia tradizione dei libretti d’opera. Questo è acquistabile sulla mia pagina bandcamp:

https://baronmunchausen.bandcamp.com/

Altrimenti sulla pagina FB di Baron Munchausen...

 https://www.facebook.com/BaronMunchausen.it

... sono disponibili tutti i brani ed alcune creazioni non pubblicate su supporto rigido. Ho inoltre un canale Youtube dove sono disponibili tutti i brani oltre ad essere il tutto reperibile sulle piattaforme di streaming.

Possibile immaginare la riproposizione dell’album in una fase live, una volta superata l’emergenza sanitaria?

Sicuramente. È uno dei mie buoni propositi per il futuro, ma non prima del 2022.


Tracklist:

1-Over the earth pigment

2-Sinopia

3-The Hill

4-A canvas to change the world

5-antica nutricatio (instrumental)

6-Growing

7-Painting the leaves

8-to harvest a flower

9-Orchid

10-bidimensional tridimensional

11-in the reality

12-fading out into shades

 


lunedì 22 febbraio 2021

Ekseption: un po' di storia

 

Ho recuperato in rete un po’ di informazioni su gli Ekseption, gruppo musicale olandese principalmente strumentale originario di Haarlem e attivo con questo nome dalla fine degli anni '60 alla fine degli anni '80.

Il gruppo nacque col nome The Jokers, che fu cambiato prima in Incrowd e poi, nel 1967 in Ekseption.

Dopo aver siglato un contratto con la Philips Records, la band pubblica il suo album discografico eponimo di debutto nel 1969. Nel 1970 esce un concept album (Beggar Julia's Time Trip) incentrato sulla figura di una donna medievale che viaggia musicalmente nel tempo. Nello stesso anno esce un altro concept album, 3, che è basato su Il piccolo principe. Nel frattempo, il gruppo modifica spesso la propria line-up.

Nel 1971 è la volta di 00.04, realizzato con un'orchestra ed un coro. L'anno seguente esce invece 5, in cui ci sono costanti riferimenti a Bach, come negli album precedenti. Fa seguito un tour europeo, mentre nel '73 il gruppo subisce un cambio di formazione per dissidi interni. Viene poi registrato Trinity, il sesto album del gruppo.

Nel 1974 van der Linden, anima del gruppo, lascia la band, che comunque continua il proprio percorso con Bingo, che ha tendenze jazz. Seguono, nel 1975 e nel '76, altri due album.

Il poco successo porta il gruppo a sciogliersi definitivamente con alcuni membri che creano gli Spin.

Nel 1978 il gruppo viene ricostituito da van der Linden e van den Broek e viene registrato Ekseption '78. Nel 1981, dopo un album a nome Cum Laude, esce una raccolta Dance Macabre, con l'operazione che viene ripetuta nel 1989. Segue un nuovo scioglimento del gruppo.

Nel 1994 la band si riunisce occasionalmente per una serie di concerti e per pubblicare un album live.

Nel 2003 gli Ekseption si riformano per idea di van der Linden e di sua moglie. Nello stesso anno muore van Kampen. Nel 2006 muore anche van der Linden e il capitolo Ekseption si chiude definitivamente.


Formazione 

Rein van den Broek - tromba, flicorno (1967-1976; 1978-1989)

Rick van der Linden - piano, organo, spinetta, effetti, synth, mellotron (1967-1974; 1978-1989)

A loro si sono aggiunti numerosi artisti come Cor Dekker (basso), Peter De Leeuwe (batteria, voce), Dick Remelink (sax, flauto), che hanno collaborato in periodi diversi col gruppo.

Discografia parziale

Ekseption (1969)

Beggar Julia's Time Trip (1970)

Ekseption 3 (o 3, 1970)

Ekseption 00.04 (o 00.04, 1971)

Ekseption 5 (o 5, 1972)

Trinity (1973)

Bingo (1974)

Mindmirror (1975)

Back to the Classics (1976)

Spin (come Spin, 1976)

Whirlwind (come Spin, 1977)

Ekseption '78 (1978)

Dance Macabre (1981)

Ekseption '89 (1989)

PALERMO POP 70 - video completo, raro ed inedito, degli Ekseption.

 

Immagini a colori del 1970 dello Stadio Comunale La Favorita (oggi Renzo Barbera), dove si svolse il primo vero grande festival pop internazionale d'Italia l'anno dopo Woodstock: il Palermo Pop 70





giovedì 18 febbraio 2021

Be Cause-“New-Knights”

Nell’estate del 2015 incontrai il mondo di Federico Milanesi e commentai il suo album “Anima Mundi” (disponibile ora in versione remixata e rimasterizzata, con il rifacimento delle parti vocali), primo atto di una trilogia che oggi, a distanza di quasi sei anni, trova continuità con l’album “New-Knights”, mentre la denominazione del progetto si evolve in Be Cause.

Come accaduto nell’occasione precedente ho posto alcune domande all’autore, alla ricerca dei dettagli che spesso restano celati e, nel rispondermi, Federico si è lasciato andare in un lungo racconto dei suoi percorsi, delle sue vite, delle sue motivazioni e convinzioni.

Ho preferito non tagliare la lunga intervista perché l’ampio spaziare esula dal discorso prettamente musicale, allargando la visione ai tanti aspetti della nostra esistenza e, così come la sua musica, anche le sue parole possono essere catturate e reinterpretate secondo il personale modello di riferimento.

Occorre sottolineare che Milanesi ha una esperienza trentennale in ambito musicale e le sue competenze variano dalla composizione alla produzione sino ad arrivare alla ricerca spinta, incentrata sulla stretta relazione tra suono e reazione umana.

La gestione di uno Studio musicale a Londra gli permette di essere a contatto con un mondo che, seppur con grandi diversità rispetto alla genesi, rappresenta novità ed effervescenza, quindi stimolante e motivante.

L’esposizione delle sue idee, come anticipato, basterebbe da sola per presentare al meglio “New-Knights”, ma vorrei dare un’immagine di insieme, compendio delle mie sensazioni da ascolto.

Mi aggancio ad una frase contenuta nel comunicato ufficiale: “Be Cause è un progetto aperto volto a superare i confini dei generi musicali con un approccio multi-strato ai testi.”

Il superamento a cui si fa accenno è il nodo cruciale del progetto e non sarei in grado di indicare in modo chiaro una delle tante codifiche od etichette a cui ci ha abituato l’ortodossia musicale.

Inserire il tutto genericamente nell’area prog appare d’obbligo, se non altro per la libertà espressiva di cui è pregno il lavoro, ma una cosa è certa, Be Cause ha realizzato un disco  apprezzabile anche dal quel pubblico che non riesce - o non sente il bisogno - di entrare nei rivoli delle singole creazioni, “accontentandosi” di un ascolto meno cerebrale, fatto che potrebbe provocare un po' di frustrazione per chi compone, ma la gradevolezza e il benessere d’ascolto che la musica è in grado di generare sono aspetti a mio giudizio gratificanti per chi quella musica la propone.

Provando a dare un giudizio di insieme sottolineo come le trame di “New-Knights” mi abbiano realmente colpito e penso che in momenti come quello attuale, fatti di estrema delusione legata a produzioni insane, realizzate per insani, l’ascolto di un lavoro di tale respiro sia una manna piovuta dal cielo.

Non esagero nel dire che sia uno degli album che mi hanno maggiormente emozionato negli ultimi tempi.

Atmosfere magiche, ritmi composti che sfociano a tratti nella contaminazione tribale, suoni lancinanti e sonorità che inducono alla riflessione, peculiarità della musica, quando è di qualità.

E poi una voce che riporta a immagini antiche miscelate tra loro, una sintesi di presente e passato e a un certo punto dell’ascolto ho avuto la sensazione di trovarmi ad ascoltare il Peter Gabriel solista degli anni Ottanta calato nei primi Genesis.

Nessuna comparazione, ma solo frammenti di immagine sonora che può procurare l’ascolto di “New-Knights” e sono certo che le mie personalissime “visioni sonore” saranno sostituite da altre a seconda del contesto e del momento di fruizione.

Un grandissimo album a cui si aggiungerà tra non molto la fermatura del cerchio, il terzo capitolo che si chiamerà “Light and Darkness”.

Musiche che, come racconta nelle prossime righe Be Cause, sono “vecchie” di anni: “Perciò io sono distante vent’anni da questi lavori in realtà!”

Idee antiche, tecnologia disponibile e maturazione personale portano a lavori come questo, bellezza di forma e di sostanza e didattica per terzi, bisognosi di apprendimento!


La nostra chiacchierata…

Ho commentato il tuo lavoro a metà del 2015 e l’ultima frase dell’intervista che realizzammo riportava il seguente concetto: “Sono tempi bui: c’è bisogno di luce a questo mondo” … avresti mai pensato ad una nebbia così consistente e persistente?

Per rispondere alla tua domanda, la persistenza di quella che definisci nebbia, dal mio punto di vista, è molto più estesa di questo breve intervallo di tempo. Ci sono alcune epoche, questa direi in modo peculiare, che rendono evidente una condizione di base già preesistente. La “nebbia” esiste da sempre Athos, prende solo forme diverse dandoci solo l’illusione di essere risolta. Se guardiamo la storia umana vediamo che la condizione di base dell’essere umano non è in fondo cambiata. Non intendo le conquiste civili e sociali o il progresso tecnologico, parlo di consapevolezza. Con questo temine intendo la coscienza sempre più profonda dell’ampiezza dell’universo in cui siamo contenuti. Man mano che la consapevolezza si amplia, ci rendiamo conto di sempre più fattori. Fattori emotivi, mentali, interiori. Questo ci porta ad entrare sempre più in contatto con alcuni principi universali. Dapprima li sfioriamo, poi entriamo in maggiore intimità, quindi entrano a far parte di noi, della nostra coscienza, in un processo di comprensione e unità che non conosce fine. Non è un processo elitista, di separazione dal mondo o, peggio, di creduta superiorità, ma anzi un percorso che conduce a una sempre maggiore vicinanza con la nostra umanità. Ci rendiamo conto che il nostro ego non è nulla, sviluppiamo sempre più empatia, poiché non siamo più chiusi nel nostro piccolo mondo, ma via via “diventiamo quello che tocchiamo”, e per unità, per fusione, comprendiamo. Comprendiamo di più dell’universo che ci contiene come dei nostri fratelli umani. Questa fusione porta ad un principio di comprensione, che diviene compassione e quindi Amore (è il concetto che ho pensato di raccontare in “Looking for you”). Questo processo di espansione però conta un tempo molto elevato per potersi compiere, a meno di ricevere un aiuto da qualcuno che già l’ha compiuto (tutto “Anima Mundi” ruota attorno al concetto dell’intervento di una guida). Ebbene, se guardiamo l’umanità nel suo assieme, possiamo vedere che le paure sono le stesse di secoli fa. La tendenza all’egoismo è la stessa, la tendenza a chiudersi in difesa del proprio piccolo mondo non è cambiata. La violenza è sempre presente. Il conflitto rimane una costante delle dinamiche dell’umanità, e nel nostro personale quotidiano. La “nebbia” è sempre esistita Athos, ma oggi, come segno dei tempi, ecco che si palesa in modo evidente. Questa “nebbia” non riflette altro che il grado di consapevolezza raggiunto dell’umanità nel suo assieme. È davvero negativo quello che stiamo vivendo oppure già vivevamo così e questa oscurità è resa solamente più evidente? È estremamente difficile comprendere veramente ciò che è “bene” e ciò che è “male”. A volte, toccare il fondo è un modo per non dare alternative se non rialzarsi, a parte giacere dove si è, che dal punto di vista anche strettamente logico non è un’alternativa. Messo alle strette, l’essere umano manifesta il meglio e il peggio di sé, a seconda, appunto, della propria maturità, che non è altro che la consapevolezza acquisita nell’arco dell’esperienza vissuta. Resta da capire come mai ci siano persone così diverse avendo avuto esperienze di vita simili, ma lascio aperto il quesito. Per concludere, anche se ci sarebbe davvero molto di più da dire, e anzi sono più che disponibile ad un ulteriore approfondimento, facciamo l’esempio di un bambino. Un bambino è naturalmente più portato verso sé stesso, è il naturale processo delle cose. Ci vuole tempo affinché egli incominci a realizzare che esistono gli altri, che ci sono responsabilità, che ci sono persone di cui prendersi cura… È il naturale decorso della vita. Non possiamo prendercela col bambino perché ha mangiato tutte le caramelle. Non diremmo mai che quello che ha fatto è “male”, perché, appunto, è un bambino. Quindi… la “nebbia”, in realtà, cos’è?

Per quello che posso osservare, non vedo altro che un’umanità bambina, ancora tanto dipendente dai bisogni egoici e tanto soggetta a paure. I bisogni e le paure, unite all’egocentrismo, portano a certi risultati. È quindi vero che un bambino per crescere deve passare attraverso il proprio egoismo. È altrettanto vero però che il potenziale distruttivo di questa umanità è spaventosamente più elevato di quello di un bambino. Ora tutto questo è evidente in modo disarmante. È una fase di un lunghissimo processo. Solo, bisogna iniziare a guardare molto più dall’alto (come punto di osservazione, non certamente inteso come il porsi al di sopra degli altri ritenendosi superiori), e dall’alto contemplare il percorso dell’umanità, come un fiume che scorre verso la propria sorgente, in un viaggio che non conoscerà una fine. In questo modo si potrà vedere con chiarezza che un intervallo temporale di anni non è che un minuscolo frammento di un percorso infinito. Allo stesso tempo, si potrà vedere con chiarezza l’estremo bisogno di verità (intesa come realtà ultima) di questo nostro mondo, giunto a un punto limite.

Da Federico Milanesi a Be Cause: cosa è cambiato per te in questi sei anni dal punto di vista strettamente musicale?

Sono stati sei anni enormemente rilevanti. Se vogliamo, posso dire che, approfondendo sempre più la scienza e l’ingegneria del suono, mi sono avvicinato di più al “suono” in quanto tale. La vibrazione sonora. Poi ci sono le collaborazioni musicali. Qui a Londra ho iniziato un progetto musicale con Francesco Iannuzzelli e Alex Bartolozzi. Francesco suona strumenti a corda appartenenti alla tradizione mediorientale, oltre che chitarre di ogni genere e tipo; Alex suona la batteria e percussioni etniche e non. Questo progetto ha ulteriormente contribuito ad ampliare il mio orizzonte sonoro, oltre che a coltivare delle care amicizie. Purtroppo, il progetto ora è fermo per cause contingenti ma riprenderà appena possibile. Riguardo “Anima Mundi” e “New Knights”, vedi Athos, questi lavori erano già pronti oltre vent’anni fa. Mille problemi ne hanno impedito l’uscita ed è solo perché desideravo finire quello che ho iniziato che sono venuto a capo di questi problemi e sono riuscito a concluderli. Perciò io sono distante vent’anni da questi lavori in realtà! Il prossimo lavoro è già quasi ultimato, e anch’esso è distante nel tempo. Avrei potuto lasciar perdere, ma per me è necessario metterli a disposizione. Per mille ragioni.

Non voglio entrare in discorsi intimi ma, generalmente, i cambiamenti personali influenzano pesantemente la fase creativa: c’è qualcosa di significativo e raccontabile che ti è accaduto e a cui tu imputi le tue attuali scelte progettuali?

Grazie della domanda Athos. Sì, certo. Quello che mi è accaduto è che per tre quarti della mia vita mi sono dedicato alla ricerca di un senso profondo all’esistenza, e sono stato tanto fortunato da incontrare un autentico percorso di crescita e comprensione. Ho sempre cercato un insegnamento profondo, questo ho trovato, e continuo a trovare anche dopo trent’anni, nelle persone di Andrea Di Terlizzi e Antonella Spotti, ideatori del metodo che hanno chiamato “Sphera”, le cui conoscenze vanno alle radici degli insegnamenti più profondi che ci sono stati tramandati fin da epoche dimenticate. La “New age” ci ha purtroppo impoverito di autentici riferimenti interiori. Tutto si è talmente banalizzato, anche i contenuti più profondi sono diventati aforismi e c’è una saturazione di proposte di c.d. “esperti” che parlano di contenuti che in realtà non conoscono. La pletora di corsi on line dove “illuminarsi”, “diventare ciò che si è”, per non parlare di aperture di Chakra, vite precedenti, ecc., è questione di un fine settimana. Questo è qualcosa che siamo abituati a vedere ma che, come ogni cosa a cui siamo abituati, dovremmo mettere in serio dubbio. Se in passato sono esistite persone che hanno dedicato l’intera esistenza per arrivare toccare loro stesse, ora come è possibile che tutto sia così semplicemente a portata di un weekend? Se fosse tanto semplice non vedremmo il mondo quale è sotto gli occhi di tutti, dopo duemila anni di precetti legati all’amore… Evidentemente c’è qualcosa che sfugge. In questa situazione, trovare qualcosa di autentico è veramente difficile. Io sono stato fortunato. Oggi se posso dire di essere quello che sono è grazie all’insegnamento profondissimo che ho ricevuto. Per anni, Andrea Di Terlizzi e Walter Ferrero hanno condotto insieme una scuola di carattere interiore. La mia immensa gratitudine va anche a Walter Ferrero ovviamente. Poi loro hanno preso strade diverse e per me proseguire con Andrea e Antonella è stata la scelta più naturale. 

Vedi Athos, un insegnamento, se autentico, non ti dà delle certezze in cui credere. Non ti dà risposte confezionate. Ti dà gli strumenti per comprendere in te stesso sempre più ampie porzioni di verità. Questo ho ricevuto, e questo continuo a ricevere da trent’anni. La cosa più incredibile è l’inesauribilità di questa fonte. Lo so, questo è un linguaggio che può portare a facili fraintendimenti, ma sai, non me ne curo molto. Sarà che sono un rocker! Il grado di libertà che ho potuto vivere su questo sentiero di carattere interiore è tale che non posso che definire la mia esperienza come la più lontana sia dal settarismo che dalla fuga dalla realtà, purtroppo entrambi molto presenti in questi ambiti. Credo, spero, possa trasparire dalle mie parole il fatto che non sono né esaltato né fanatico, ma sono una persona che ha potuto toccare qualcosa di veramente profondo in sé stesso. Se l’ho potuto fare, è solo grazie all’aiuto che ho ricevuto.


Il tuo nuovo lavoro è intitolato “New Knights”: mi parli dei contenuti lirici?

New Knights” è la seconda parte di una trilogia riguardante un profondo itinerario di comprensione da parte del protagonista, che, essendo anonimo, può essere ognuno di noi. Se nella prima parte alcune riflessioni di carattere filosofico riguardavano soprattutto un percorso individuale di ricerca interiore, in questo secondo capitolo le frontiere si aprono verso l’”esterno” e ci troviamo di fronte a due apparentemente opposte conseguenze: da un lato una ritrovata semplicità (p. es. “A Gift of Life”, “The Wheel of Fear”) e dall’altro riflessioni che ci conducono su un livello di lettura quasi astratto (p. es. “The Water’s Gift”) oltre che a racconti che rimandano echi di un passato remoto (“The Myth of Love”). Il punto chiarificatore giunge con il brano eponimo, New Knights, che attribuisce a questa “seconda fase” un importante significato. Dopo un percorso alla ricerca di sé stessi, e una volta giunti a un certo grado di comprensione, che accade? Molto si dice a riguardo della ricerca di sé, ma non molto di ciò che accade dopo che qualcosa si è realizzato. Calandoci in questi tempi, questo lavoro musicale parte dall’urgenza, l’invito, la necessità da parte di coloro che hanno toccato qualcosa di più profondo, o a coloro che in genere sentono una spinta più idealistica ad agire nel mondo e farsi portavoce di un cambiamento più che mai necessario. In quest’epoca di fortissime polarità, è di cruciale importanza che coloro che hanno compreso di più agiscano e divengano dei nuovi cavalieri, portando la loro comprensione e il loro cuore al servizio di questo mondo diviso e provato. Non come “bene” contrapposto a “male”, ma come portatori di una visione ancora più elevata ed unitaria, che porta a sciogliere i conflitti attraverso una progressiva “dissoluzione” (ma non annichilamento) dell’ego, in una fusione con qualcosa di più vasto (“Standing in Silence”).

La spada del cavaliere non è uno strumento di guerra e violenza, ma il simbolo della discriminazione tra vero e falso. Il filo della lama è la capacità di una mente più libera dall’ego di separare l’illusione dalla verità ultima. La forma della lama è la rappresentazione della rettitudine e la direzione della nostra volontà. L’impugnatura, il nostro punto di contatto con questi principi: la nostra personalità. Il cavaliere qui evocato non è il crociato, non è il portatore di conflitto, convinto di qualche dogma, ma il risolutore del conflitto in una visione di abbraccio e di unità, che però se necessario si erge a protezione e difesa di coloro che non possono difendersi. E così, alla luce di questo, tutto questo lavoro assume un significato diverso. Le riflessioni anche più semplici assumono sfumature profondamente umane, poiché la visione qui descritta è che un percorso di ricerca interiore, se vero, avvicina sempre più alla propria umanità, a risolvere all’origine le proprie paure, e non porta a rifugiarsi in reami illusori e astratti, in visioni rassicuranti ma paludose che in definitiva seguono il verso delle nostre paure e il nostro bisogno di rassicurazione, ma dove sottrarsi alla vita è un pericolo concreto. Toccare qualcosa di più profondo - se vero e non immaginato - conduce ad avvicinarsi sempre di più alla concretezza e ad abbracciare sempre più questa tanto ingiustamente vituperata “materia” che già nel primo lavoro “Anima Mundi” era vista come Madre (“Mother Form”). E così, “Nuovi Cavalieri”, “New Knights” appunto, recuperando antichi principi connaturati nella più nobile natura umana, nell’eco di qualcosa di tramandato da generazioni e generazioni, rimanda a quel concetto di “tavola rotonda”, dove, in un principio circolare, non vi è chi è più importante, non vi è gerarchia, ma vi è solo partecipazione a un elevato ideale, ognuno con ciò che è. Sotto questo aspetto, l’incontro di due amanti in tempo di guerra assume un significato commovente e quasi eroico (“Love in Times of War”), e noi che assistiamo a questo istante, non possiamo non esserne coinvolti con tutta la potenza che l’amore è in grado di esprimere, anche in modo così semplice ma tanto intenso. Questo lavoro tratta argomenti che lo allontanano da una continuità narrativa lineare, presente invece nel precedente Anima Mundi, poiché anche il concetto di tempo, di conseguenza, di cause ed effetto ora è semplicemente un’altra cosa.

Trattasi di concept come nell’occasione di “Anima Mundi”? 

Certo, in realtà il concept è composto da tre album. “Anima Mundi” (ora remixato e rimasterizzato, sono state rifatte tutte le parte vocali e alcuni brani sono decisamente diversi, invito al riascolto), “New Knights” e infine la terza parte della trilogia, che non tarderà, e si chiamerà “Light and Darkness”. Sarà un lavoro piuttosto diverso musicalmente e in termini di contenuto. Sarà forse il più enigmatico dei tre, improntato al superamento della dualità di cui comunque il tutto è costituito.

E cadiamo sugli aspetti musicali, quelli più complicati da raccontare, per cui non ti chiedo una descrizione di “New Knights” ma l’evoluzione rispetto al passato: cosa è cambiato nel tuo modus creativo e propositivo?

Interessante domanda. In realtà questa evoluzione è stata dettata soprattutto da quello che desideravo raccontare. Come compositore ho esplorato davvero moltissimi ambiti: dalle “soundtracks”, alla musica ambient, alla musica pop, scrivendo per altri artisti. La scelta, per questo progetto, riguardava soprattutto la veste da utilizzare. Sono un grande amante del prog. Ritengo che quest’ambito musicale (e tutti i suoi sviluppi) racchiuda una immensa sensibilità, una cultura, una apertura, una disponibilità ad abbattere barriere e anche, se vogliamo, una attitudine all’accoglienza straordinari. Vi è molto meno giudizio, e questo apre uno spazio creativo straordinario. Non ho avuto alcun dubbio che fosse il miglior luogo dove far confluire questo progetto. Ma non è stata una scelta così asettica come sembrerebbe. È stata una scelta passionale. La scelta stilistica è poi caduta naturalmente sulla parte più melodica, non vi sono virtuosismi e tempi complessi, pur amandoli moltissimo. Molto semplicemente, sono brani nati così.

Chi ha collaborato alla realizzazione del disco?

Questo disco è stato interamente suonato, cantato, mixato, masterizzato da me nel mio studio Londinese “Temple Road Studio”.

Puoi decodificare - e descrivere - la cover?

La cover contiene più significati. Vi è la rappresentazione in termini geometrici della discesa sul piano materiale di princìpi elevati (la sequenza di triangoli ha questo significato). Il triangolo con la punta verso il basso rappresenta infatti un principio superiore che discende portando comprensione, amore e volontà, appunto tre aspetti. Così le più antiche tradizioni hanno raffigurato la discesa di principi spirituali, da sempre considerate come trine. Insieme a questo, il triangolo rappresenta anche la realizzazione interiore di quei principi (non a caso la rappresentazione dei c.d. Chakra nella simbologia indiana è affidata ai triangoli). Così ho voluto rappresentare la realizzazione dei più nobili principi del cavalierato all’interno dell’umanità. Sovrapposta a questo, vi è la rappresentazione delle fasi dell’eclisse totale di sole. Un primo significato è un processo di dissoluzione dell’oscurità, all’interno e all’esterno di noi (anche se “interno” ed “esterno” alla fine sono categorie del pensiero), che avviene in concomitanza alla comprensione e all’applicazione di quegli elevati princìpi nel proprio quotidiano. Vi sono ulteriori significati la cui spiegazione però richiederebbe davvero troppo spazio.

Immaginando un ritorno alla normalità, è ipotizzabile una proposizione live del tuo ultimo lavoro?

Magari. Mi piacerebbe moltissimo. Se ci fosse interesse in questo senso lo proporrei anche domani.

So che vivi a Londra e ne approfitto. Escludendo il momento contingente che ha condizionato ogni possibile azione, che tipo di giudizio daresti della scena musicale britannica in comparazione a quella italiana?

Ancora l’UK ha una sorprendente varietà di proposte, tendenze, stimoli e idee. A differenza del magico periodo che parte dai Beatles fino agli anni ’80 però, oggi bisogna avere uno spirito da ricercatori per trovare realtà più interessanti rispetto a quelle che vengono propinate come un veleno attraverso le radio più seguite. Faccio fatica a sopportare il livello medio delle proposte, costruite evidentemente a tavolino, con testi da PNL ideati per generare solo identificazioni, di voluto sempre più basso livello.  Il risultato è mantenere le persone sempre più schiacciate in un mondo minuscolo, fatto di bisogni e infantilismo, e contribuire all’idea che la vita sia fatta di tanto poco. È una gara al ribasso. Per fortuna, la scena indie, prog, post-prog e alternativa produce talenti bellissimi e, se si vuole cercare, si trovano gemme preziose. Fare nomi significa escludere i non citati, ma invito tutti a cercare al di là delle proposte confezionate.

Se guardo la scena italiana, se è vero che vedo più o meno le medesime proposte mainstream, questo è a mia vista aggravato da alcuni stereotipi che la musica italiana fa fatica a superare. Inoltre, la scena indipendente è meno articolata e fa un’enorme fatica a farsi sentire. Qui in UK ci sono radio che sono ancora fedeli ai loro principi ispiratori. Le radio indipendenti sono nate nell’intento pionieristico di far ascoltare le nuove tendenze a tutti, e farsi portavoce dell’enorme cambiamento culturale in atto, in netta contrapposizione rispetto ai canali ufficiali. Ora le radio c.d. indipendenti in Italia (ma ce ne sono ancora?) hanno tradito il loro spirito e non hanno più alcun interesse a proporre musica quale rappresentazione di cultura e educazione musicale. Sono diventate i nuovi canali ufficiali, per paradosso, proprio quelli che sono nate per osteggiare! Infatti, tutte offrono le medesime proposte. In questa desolante uniformità, gli utenti - parlo soprattutto dei giovani - non hanno la possibilità di crearsi un’educazione che li porti a conoscere e approfondire il mondo della musica e di conseguenza i gusti musicali vengono appiattiti sempre più. Questo fenomeno - presente in qualsiasi canale mediatico - ha contribuito a rendere la musica un semplice genere di consumo, impoverendo l’ascolto dalla passione che rende la musica tanto importante per tutti noi. Non vedo d’altra parte qualcosa che prenda l’eredità smarrita delle radio indipendenti per portare avanti una autentica cultura musicale. Esiste un vuoto che non dà spazio a voci alternative. Qui per fortuna si possono ascoltare radio che propongono musica che non appartiene al mainstream.

Riguardo alla musica, esiste ancora tutt’oggi un grande divario rispetto alla musica in lingua inglese. Divario che parte da molto lontano, dalla musica celtica e dalla fonetica della lingua, ma questo è tutto un altro discorso e richiederebbe da solo un intervento a parte. Posso solo accennare che il cronico ritardo di cui soffre la musica italiana è anche (ma non solo) dato da un problema endemico dell’italiano come linguaggio. Soprattutto nelle ritmiche. Parlare una lingua tanto armoniosa, conclusa da vocali, non ci aiuta a livello inconscio (ma anche pratico) a sviluppare una mentalità ritmica. L’inglese è ritmico di natura. Questo è un “vantaggio di posizione” che al momento non sembra superabile. Non solo, comunque, diciamolo francamente: questo divario si mantiene anche per la colpevole mancanza delle radio di non dare il giusto spazio alla musica indipendente. Quanti talenti rimangono chiusi nel loro mondo, impossibilitati a proporsi, se non nel web, in circuiti oscuri che pochissimi avranno la possibilità di ascoltare, o perse come gocce nell’oceano tra milioni di proposte di scarso valore anche perché il web, aprendo i confini a tutti, è alla fine ricettacolo di ogni cosa, e trovare qualcosa di “vero” in questa pletora di offerte è come cercare un ago in un pagliaio. Questo purtroppo non solo a livello musicale.


https://www.facebook.com/BeCauseMusicFB