lunedì 30 gennaio 2023

Fabrizio Poggi-"Basement Blues"


 

Fabrizio Poggi-"Basement Blues"

(Appaloosa/Ird)

 

Il nuovo album di Fabrizio Poggi, “Basement Blues”, il suo venticinquesimo, stimola la fantasia e induce al riannodare il filo della storia.

Parto dall’antica fotografia iniziale scattata dalla moglie Angelina molti anni fa, che oltre alla copertina del disco propone in sottofondo un’abitazione “nota”, alle spalle di un giovane Fabrizio, che racconta:

Questa foto fu scattata da Angelina vicino a Woodstock, New York, e quella che è dietro di me è la famosa Casa Rosa, ovvero The Big Pink dove Bob Dylan e The Band registrarono i famosi “Basement Tapes”. Il giorno prima eravamo stati in studio a registrare proprio con Garth Hudson di The Band.  Non fu facile trovare questa casa sperduta in mezzo ai boschi. A quel tempo non c'era il navigatore. Angelina si era alzata presto ed era andata nell'unico negozio di Woodstock che ricordava il famoso festival dei tre giorni di amore, pace e musica. E lì il proprietario, uno degli ultimi hippies rimasti, le disegnò la cartina su un sacchetto di carta con tutte le indicazioni. E fu così che arrivammo in questo luogo sacro. Ci fermammo a guardare la casa in adorazione, qualche foto e Angelina raccolse alcune foglie in ricordo di quel posto. Eravamo alle lacrime. Prima o poi quella casa mitica doveva far parte di un mio album. Così è stato dopo sedici anni con “Basement Blues”.

 


Ancora un piccolo tributo alla storia, Fabrizio mi perdonerà…

Big Pink è una casa a West Saugerties, New York, che è stata la location in cui Bob Dylan e The Band registrarono “The Basement Tapes”, e The Band scrisse l’album “Music from Big Pink”.

La casa era appena stata costruita quando Rick Danko, allora parte della band di supporto di Bob Dylan, la trovò in affitto, nel 1967, dopo la cancellazione del tour di Dylan a causa del suo incidente motociclistico del 1966. Dylan viveva all'epoca nella vicina Woodstock. Danko si trasferì nella casa insieme ai compagni di band Garth Hudson e Richard Manuel nel febbraio 1967. La casa divenne nota localmente come "Big Pink" per il suo rivestimento rosa.

Tutto ciò sarebbe fonte di ispirazione per chiunque, e se si ha la fortuna di essere musicista e di conoscere l’America dall’interno, la trasposizione in musica diventa una naturale conseguenza.

Probabilmente l’idea frullava nella testa di Fabrizio da molto tempo, ma occorre sempre l’accensione di una scintilla per innescare la combustione, e questo attimo magico arriva quando Angelina, in occasione di San Valentino, regala a Fabrizio una copia in miniatura, ma perfetta in ogni particolare, di The Big Pink.

Il cassetto delle meraviglie si apre - ideale e reale - e il risultato è una rivisitazione dei grandi classici del blues, spirituals e canzoni originali di Fabrizio ormai quasi introvabili.

E per chi non fosse avvezzo alle storie di blues, cliccare sul link a seguire per arrivare ad una sintetica biografia dell’autore:

https://athosenrile.blogspot.com/2023/01/biografia-di-fabrizio-poggi.html


Ma veniamo alla musica e ad una descrizione di dettaglio: impossibile farne a meno in questa occasione.

Si parte con “Precious Lord”, in origine un gospel il cui testo fu scritto da Thomas A. Dorsey, che adattò anche la melodia. È tratto da “Il soffio della libertà”, del 2015.

La voce e l’armonica di Poggi trovano appoggio nella chitarra di Enrico Polverari, e il mix porta alla creazione di un’atmosfera aulica che apre la via al susseguirsi delle emozioni.

A seguire “Little Red Rooster”, uno standard blues accreditato all'arrangiatore e compositore Willie Dixon, in questo caso proposto live con Guy Davis (voce e chitarra) nel corso di una performance americana del 2014.

Sembra di esserci "in front of the stage": blues ruspante, che trova efficacia nella semplicità - ma il blues non è mai tecnicamente complicato - e che conduce in un mondo magico, seppure condito, almeno in origine, da dolori e sofferenze.

Midnigt Train” è tratto da prove in studio del 2010, contenuto nell’album “Fabrizio Poggi & Chicken Mambo Live in Texas” del 2011.

Oltre a Poggi e ai suoi “strumenti” troviamo Roberto Re al basso, Stefano Bertolotti alla batteria e French Scala alla chitarra.

La presenza di una band dalla costituzione più completa apre al ritmo e al rock blues, un altro versante che non può mancare in un repertorio così specifico.

Un bel riesumare, con tanto virtuosismo al servizio del blues.

John The Revaltor” è una canzone tradizionale gospel blues contenuta nell’album “Mercy”, del 2008. In questa outtake Poggi (voce e armonica) è accompagnato da Garth Hudson all’organo, French Scala alla chitarra, Maurizio Fassino alla chitarra, Francesco Garolfi al mandolino, Bobby J. Sacchi alla fisarmonica, Maud Hudson ai cori, Roberto Re al basso e Stefano Bertolotti alla batteria.

Coinvolgente blues, con un tono un po’ “Doors” e spazio all’improvvisazione.

E siamo dentro allo spirito del disco!

Your Light” è una creazione di Fabrizio Poggi e Ronnie Earl, con il chitarrista blues presente in questa traccia del 2014, tratta da “Spaghetti Juke Joint”.

Abbandoniamo per un attimo le soluzioni ritmiche e corpose per un duetto intimistico, una cosa a due tra Fabrizio e Ronnie, un quadretto a tratti bucolico che stimola pensieri e memorie, anche solo per induzione e condizionamenti esterni: impossibile non accomunare un tratto come questo a qualche immagine, odore, sapore!

E arriviamo a “Black Coffee”, di Guy Davis (voce e chitarra), che accompagna Poggi nel corso di questo live In Usa del 2014.

Altro duetto ruvido, essenziale, che tocca il cuore, se si è dotati di un po' di sensibilità!

Voce, chitarra e armonica: l’essenza del blues.

The Soul Of A Man” è tratto ancora da “Il soffio della libertà”, del 2015, e l’autore è Blind Willie Johnson. Affianco all’armonica e al cantato di Poggi troviamo la chitarra di Enrico Polverari.

Da inquadrare in un contesto più folk, era in origine un gospel blues nato negli anni ’30, scritto da Johnson ai tempi della depressione, quando le sue canzoni a sfondo religioso attecchivano nella popolazione che aveva la necessità di aggrapparsi alla fede.

La versione di Poggi mantiene inalterato il senso di sacralità che era DNA del lavoro di “Willie” e impone un ascolto in totale concentrazione.

L’outtake “Blues For Charlie”, canzone scritta da Poggi, è tratto dall’album “Harpway 61”, del 2012, progetto in cui l’autore omaggiava tutti quei musicisti che hanno reso grande l’armonica blues, i maestri che sono stati la sua fonte di ispirazione e d’insegnamento, in questo caso Charlie Musselwhite, musicista, armonicista blues statunitense vivente.

Uno strumentale dove, ovviamente, l’armonica di Poggi è in piena evidenza mentre sullo sfondo una vera band accompagna una sorta di percorso “da film western”.

Oltre a Fabrizio Poggi troviamo Enrico Polverari alla chitarra, Tino Cappelletti al basso, Bobby J. Sacchi alla fisarmonica, Lorenzo Bovo all’organo e Stefano Resca alla batteria.

Il blues e l’armonica a bocca, un’accoppiata imprescindibile!

Up Above My Head” (tratta da “Spaghetti Juke Joint”, 2014) è una canzone gospel di origine tradizionale, risalente agli anni Quaranta, conosciuta maggiormente nella versione di Rosetta Tharpe (consigliabile ascoltarla/vederla nel video disponibile in rete, in bianco e nero, con la sua Gibson SG bianca).

La forma scelta da Fabrizio è al contrario intimistica, solo lui, la sua voce, la sua armonica e la delicatezza di tocco chitarristico di Ronnie Earl.

Altro omaggio allo strumento - e allo strumentista - con “Boogie For John Lee Hooker” (da “Harpway 61”, 2012), brano di Poggi performato con Enrico Polverari alla chitarra, Tino Cappelletti al basso, Lorenzo Bovo all’organo e Stefano Resca alla batteria.

Quattro minuti e mezzo di dinamicità, quasi una jam tra addetti ai lavori e c’è da immaginarsi l’atmosfera magica e liberatoria del momento creativo.

Con “See That My Grave is Kept Clean”, torniamo indietro di un secolo, alla musica di Blind Lemon Jefferson, “Padre del Texas Blues", uno dei bluesman di maggior successo commerciale degli anni Venti, annoverato tra i più importanti ed influenti bluesman della storia.

L’album di riferimento è “Juba Dance”, del 2013”, realizzato in collaborazione con Guy Davis, che nell’occasione si propone come vocalist, alla chitarra e al banjo, con Fabrizio all’armonica.

Perfetta colonna sonora da film… non è questo l’intento, ovviamente, ma la miscela che possiamo trovare in certa musica americana abbatte confini e barriere di ogni tipo.

In ogni caso piacevolissima versione.

Nuova canzone tratta da “Il soffio della libertà”; “I’m On The Road Again” (2015), di Fabrizio Poggi, propone Enrico Polverari alla chitarra, Stefano Spina basso e organo, mentre la voce e l’armonica hanno un solo padrone.

Un ballad di cinque minuti, un cielo stellato, la polvere che si alimenta nella strada, una vita che continua senza sosta, a volte senza meta prefissata, ma con la certezza che la musica potrà alleviare il viaggio, che certamente sarà carico di difficoltà e asperità. Sognare ad occhi aperti aiuterà a superare ogni momento complicato.

In chiusura la bonus track “Hole In Your Soul” (presente in "Live in Texas") di Poggi, accompagnato nell’esecuzione da Enrico Polverari, brano scritto dopo aver letto sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississipi "Chi non ama il blues ha un buco nell'anima".


La perfetta fermatura del cerchio per un album che sa di riassunto, di bignami del blues per un neofita, di goduria assoluta per chi già avvezzo al genere.

So per esperienza personale che una sola immagine, magari arrivata casualmente davanti ai nostri occhi, è in grado di smuovere pensieri latenti, provocando reazioni conseguenti. Ed è quello che è capitato a Fabrizio Poggi osservando la Big Pink davanti alla quale Angelina lo immortalò anni fa.

Essere un artista facilita le cose, perché i nuovi pensieri diventano progetti che, molte volte, si trasformano in concretezza.

Questo progetto di Fabrizio Poggi va fruito in modo completo, magari ripassando prima gli elementi basici e i concetti legati al blues.

Ma anche senza didattica il solo ascolto dovrebbe toccare, penetrare e far sì che il credo dell’autore arrivi al cuore di chi usufruisce, magari casualmente, della sua musica.

La sintesi dell’album la si può estrapolare da alcuni concetti contenuti nel comunicato ufficiale: “Disco composto da outtakes e rarità, che paga un doveroso tributo ai grandi del blues ea The Band, il cui film “The Last Waltz” ha contribuito a far nascere dentro Fabrizio la passione per il blues e per la musica della straordinaria band canadese”.

Da parte mia ho provato ad inserire gli ascolti - non solo di Poggi - là dove possibile, tanto per aiutare nella diffusione di una musica che mi accompagna da sempre (cliccare sui titoli in blue).

Prodotto da Fabrizio Poggi con Enrico Polverari, Stefano Spina, Angelina Megassini

Editato, missato e masterizzato daStefano Spina

Immagine di copertina di Angela Megassini

 


www.fabriziopoggi.com

https://www.facebook.com/fabrizio.poggi.921


In loving memory of Claudio Noseda (1950 – 2022)


Immagini di repertorio...







domenica 29 gennaio 2023

Becca Stevens, artista incredibile!


Becca Stevens nasce il 14 giugno 1984. Cantante, compositrice e chitarrista, attinge a elementi di jazz, pop da camera, indie rock e folk.


Un po’ di storia…

Nasce a Winston-Salem, nella Carolina del Nord, è la più giovane di tre figli di William Stevens, un compositore noto per la musica corale sacra, e Carolyn Dorff, una cantante formata in opera e teatro musicale.

Durante la sua infanzia si è esibita e ha fatto tournée regionali con suo fratello, sua sorella e i suoi genitori nel gruppo musicale per bambini della sua famiglia, i Tune Mammals. Quando aveva dieci anni, lei e sua madre recitarono in un tour nazionale di un anno del musical “The Secret Garden”.

Dopo la separazione dei suoi genitori ha frequentato la Peddie School nel New Jersey per il 9 ° e 10 ° grado. Ha terminato il liceo alla North Carolina School of the Arts, dove ha studiato chitarra classica; in questo periodo ha anche cantato nella band jazz rock di suo fratello, Gomachi. Dopo il liceo ha trascorso un anno lavorando con Gomachi prima di frequentare il college alla New School for Jazz and Contemporary Music di New York City, dove ha conseguito una laurea in jazz vocale e composizione.


La Carriera…

Stevens ha pubblicato cinque album come leader: “Tea Bye Sea” (2008), “Weightless” (2011), “Perfect Animal” (2015), “Regina” (2017) e “Wonderbloom” (2020). Ha lavorato con Jacob Collier, Laura Mvula, Billy Childs, David Crosby, Taylor Eigsti, Timo Andres, Brad Mehldau, Travis Sullivan's Bjorkestra, Michael McDonald e Snarky Puppy. È stata membro della band Tillery con Gretchen Parlato e Rebecca Martin.

Una traccia dell'album “Lighthouse”, prodotto da Michael League, di David Crosby, vede Crosby, League, Stevens e Michelle Willis (con Bill Laurance al piano) eseguire "By the Light of Common Day", una canzone scritta da Stevens e Crosby. Il quartetto è diventato The Lighthouse Band, che si è esibito nell'album di  Crosby “Here If You Listen”.

Il cantante jazz Kurt Elling l'ha elencata come una delle sue cinque cantanti jazz preferite e il critico musicale Ted Gioia ha elencato i suoi album “Weightless” (2011) e “Perfect Animal” (2015) tra i cento migliori album degli anni corrispondenti.

L'album "Regina" (2017) di Stevens è stato prodotto da Michael League e Troy Miller e ha ricevuto una recensione a cinque stelle dalla rivista Down Beat, che lo ha definito "il più spettacolare degli album", mentre BBC Radio 2 ha elogiato l'album dicendo: "Liricamente, l'album è sbalorditivo".


Vita privata…

Stevens ha sposato Nathan Schram, il violista dell'Attacca Quartet, il 2 settembre 2017. Stevens e Schram vivono a Brooklyn, New York City. Hanno una figlia (nata nel 2022).





sabato 28 gennaio 2023

In ricordo di Jim Capaldi ...


Il 28 gennaio del 2005, a 60 anni, moriva Jim Capaldi, minato da un cancro allo stomaco. 
Vera leggenda del rock, batterista di grande talento, fu il fondatore, assieme a Steve Winwood e al chitarrista Dave Mason dei Traffic, uno dei gruppi rock più amati tra gli anni '60 e '70. 
Capaldi, a marzo 2004, era stato anche inserito nel "Rock N' Roll Hall of Fame".

Qualche nota biografica tratta dal sito Rockol

Nato il 2 agosto 1944 a Evesham, nel Worcestershire, da genitori musicisti e di origine italiana, Nicola James Capaldi si avvicina giovanissimo al mondo della musica acquisendo una discreta popolarità locale con gli Hellions, in cui suona la batteria accanto al chitarrista Dave Mason. Quando i due vengono ingaggiati di spalla alla cantante Tanya Day allo Star Club di Amburgo (lo stesso locale in cui si fanno le ossa i Beatles) hanno modo di fare la conoscenza di Steve Winwood, prodigioso e giovanissimo cantante e tastierista proveniente dalla vicina Birmingham e allora in forze allo Spencer Davis Group; nasce così un’amicizia da cui anni dopo scaturiranno i Traffic, formazione di importanza cruciale nella scena rock psichedelica inglese della seconda metà degli anni Sessanta. Scrivendo il testo di “Paper sun”, il primo singolo del gruppo che entra subito nella Top 5 delle classifiche inglesi, Capaldi inaugura un sodalizio compositivo con Winwood che farà epoca grazie ad album come Traffic, No Exit e John Barleycorn Must Die. Nel 1972, mentre fa ancora parte del gruppo, pubblica il primo album solista Oh How We Danced, con la collaborazione di altri membri della band e di Paul Kossof, chitarrista dei Free. Nel terzo disco, Short Cut Draw Blood, decisamente orientato verso tematiche sociali, ambientaliste e di protesta, viene inclusa una cover di “Love hurts” degli Everly Brothers che diventa un successo internazionale. Capaldi espande nel frattempo la sua cerchia di amicizie e collaborazioni musicali: nel 1973 è uno dei promotori del concerto al Rainbow di Londra che saluta il ritorno alle scene di Eric Clapton dopo un periodo di riabilitazione dalla droga; poi inizia a frequentare Bob Marley, a cui scrive il testo di una canzone (“This is reggae music”) e collabora con Carlos Santana, mentre lo stesso Clapton e George Harrison figurano come ospiti nel 1988 nell’album Some Come Running; nel frattempo, tra un disco e l’altro (e qualche hit, come “That’s love” da Fierce Heart, 1983, che riscuote successo negli Stati Uniti) si dedica con fervore alla causa ambientalista e all’assistenza dei ragazzi di strada brasiliani, obiettivo a cui la moglie (lei pure brasiliana) Aninha, sposata nel 1975, si dedica a tempo pieno; album come Let The Thunder Cry, del 1981, risentono tematicamente e musicalmente del periodo in cui la coppia risiede a Bahia, generando due figli. Nel 1993 Capaldi è invitato da Winwood a collaborare a un album che presto si trasforma in un disco dei riformati Traffic (senza Mason e Chris Wood, l’altro membro storico che nel frattempo è scomparso): ne seguono, l’anno successivo, un album, Far From Home, e un tour di grande successo negli Stati Uniti. Nello stesso periodo Capaldi scrive una ballata per gli Eagles, anch’essi rimessisi insieme da poco: il brano, intitolato “Love will keep us alive”, diventa uno dei titoli di punta dell’album che segna il ritorno sulle scene della band californiana, “Hell freezes over”. Qualche anno dopo Capaldi riallaccia anche i rapporti musicali col vecchio amico Mason, per un tour datato 1998 da cui viene ricavato anche un disco (Live – The 40,000 Headmen Tour) e torna a occuparsi attivamente della sua carriera solista: nel 2001, con molti nomi illustri al suo fianco (Paul Weller, Gary Moore, Ian Paice, Winwood e ancora Harrison) pubblica Living On The Outside, seguito nel 2004 da Poor Boy Blue. Nuovi progetti di reunion dei Traffic vengono stroncati brutalmente dal peggiorare di un tumore allo stomaco che stronca il batterista il 28 gennaio del 2005. Circa due anni dopo, il 21 gennaio 2007, Winwood, Weller, Moore e altri amici e collaboratori dello scomparso musicista (tra cui Pete Townshend, Joe Walsh, Yusuf Islam, Bill Wyman e l’ex tastierista dei Deep Purple Jon Lord) sono sul palco della londinese Roundhouse per un concerto tributo da cui viene tratto anche un cd.





venerdì 27 gennaio 2023

Biografia di Fabrizio Poggi




FABRIZIO POGGI-BIOGRAFIA SINTETICA

 

Fabrizio Poggi, cantante, armonicista e scrittore, nominato ai Grammy Awards 2018 (secondo dopo i Rolling Stones), premio Oscar Hohner Harmonicas, due volte candidato ai Blues Music Awards (gli Oscar del blues), candidato ai Blues Blast Music Awards, vincitore del JIMI AWARD (gli Oscar della prestigiosa rivista Blues411) come miglior album internazionale, eletto artista dell’anno dalla prestigiosa rivista americana Bluebird Reviews, apparso sulla copertina della prestigiosa rivista americana e internazionale Blues Blast, appare sulla copertina dell’autorevole rivista Oltre, candidato ai JIMI AWARD come miglior album dell’anno, Sigillo d’Oro della Camera di Commercio, candidato ai JIMI AWARD come miglior armonicista, vincitore del FIM Award, è tra i bluesmen italiani più conosciuti e stimati in America.

24 album incisi, di cui molti registrati negli Stati Uniti, ha suonato con tanti grandi del blues, del rock e della canzone d’autore tra cui i Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite, Little Feat, Ronnie Earl, Kim Wilson, Marcia Ball, John Hammond, Sonny Landreth, Garth Hudson of THE BAND and Bob Dylan, Guy Davis, Eric Bibb,Ruthie Foster, Otis Taylor, Mike Zito, Bob Margolin, Flaco Jiménez, David Bromberg, Zachary Richard, Jerry Jeff Walker, Billy Joe Shaver, Bob Brozman, Eric Andersen, Richard Thompson, Tom Russell, Jimmy LaFave, The Original Blues Brothers Band, Steve Cropper.

Con Guy Davis ha inciso “Juba Dance” che è stato per ben otto settimane al PRIMO posto della classifica dei dischi blues più trasmessi dalle radio americane e nominato ai Blues Music Award come miglior disco acustico dell’anno; e “Sonny & Brownie’s Last Train”; appassionato tributo alle leggende del blues Sonny Terry & Brownie McGhee che ha ricevuto entusiastici consensi e una permanenza stabile nei primi posti delle classifiche USA.

In Italia ha suonato con Finardi, Ruggeri, Gang, De Gregori, Nomadi, Baccini e tanti altri. Viene anche citato in due libri di Massimo Carlotto come uno dei grandi del blues.

Fabrizio Poggi ha suonato nelle maggiori capitali europee e in grandi città come Londra e Parigi e nei maggiori festival europei. Numerosi sono stati i suoi tour negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘80.

Si è esibito con grande successo alla Carnegie Hall di New York con Guy Davis, Eric Burdon e Buddy Guy.

Ha suonato sulla Legendary Blues Cruise con Guy Davis, Taj Mahal, Irma Thomas e tanti altri grandi artisti.

Ha tenuto anche diversi concerti lezione alla prestigiosa Berklee Music University di Boston.

Di lui Dan Aykroyd, l’Elwood Blues dei Blues Brothers ha detto che “è un armonicista da paura”. Fabrizio Poggi ha scritto diversi libri sull’ armonica, sul blues e sulla musica folk.





giovedì 26 gennaio 2023

Marco Bernard - “The Boy Who Wouldn't Grow Up”

 


Marco Bernard - “The Boy Who Wouldn't Grow Up”

(63 minuti)

 

I miei commenti ai vari album che mi vengono proposti non hanno uno schema fisso, sono molti i fattori che mi condizionano nelle scelte, ma non ho mai dubbi quando devo scrivere di tutto quanto gira intorno al mondo di The Samurai of Prog.

In questo caso il detentore dell’intero lavoro è Marco Bernard, bassista e cofondatore della band, che si mette in proprio e realizza il suo primo album solista, ispirato - o forse dedicato - a Peter Pan.

Oddio, quando si parla di Bernard e soci l’affermazione “mettersi in proprio” non è proprio la più indicata, perché non sarebbe nello “spirito Samurai” isolarsi e far prevalere l’autarchismo musicale.

E ritorno al mio concetto iniziale, quando scrivo di un “loro” disco - solista, in gruppo o in qualsiasi forma possibile - uso il metodo dell’esposizione capillare, giacché mi piace mettere in risalto tutti i partecipanti di quella che io definisco la multinazionale del prog.

Ma lo spunto nasce sempre in un punto preciso, e questa volta è Bernard che fa scoccare la scintilla e la alimenta attraverso i collaboratori di fiducia, sparsi ovunque per il mondo.

Qualche notizia generica, riassuntiva dell’album.

 


The Boy Who Wouldn't Grow Up” è un concept album di rock progressive che prende per mano gli ascoltatori e li accompagna attraverso un viaggio musicale atto a scrutare la mente di Peter Pan, l'eterno ragazzo, quello che non cresce mai.

L'album esplora i temi della giovinezza, della speranza e della lotta necessaria per aggrapparsi all'innocenza, in un mondo che richiede maturità.

Oltre a trarre ispirazione dalla classica storia di Peter Pan, incorpora l'esperienza dell’autore, della sua crescita e delle difficoltà trovate nell’affrontare le sfide dell'età adulta.

Le influenze vanno dal prog rock del 1970 alla musica sperimentale più moderna, avendo come ulteriore obiettivo quello del trasporto degli ascoltatori in un viaggio sonoro attraverso il tempo, dal passato al presente, e infine in un luogo in cui le giovani speranze e i sogni non devono mai essere lasciati indietro.

Come già sottolineato il gruppo che accompagna Bernard è corposo ed eterogeneo, fatto di compositori e musicisti di grande spessore provenienti da tutto il mondo, che in questa occasione si uniscono e ci regalano una storia significativa, che prova a fondere prog e letteratura classica lasciando sul tavolo elementi di riflessione, legati alla crescita e ai problemi che nascono al passaggio tra infanzia e adolescenza, e poi oltre…


Nell’analisi a seguire ho inserito, in corsivo, il pensiero dell’autore.

Si inizia con lo strumentale “Ouverture”, di Octavio Stampalìa:


Marco Bernard: basso Shuker

Octavio Stampalìa: tastiere

Brody Green: batteria

Steve Hagler: chitarra elettrica

Marc Papeghin: corno francese e tromba

Steve Unruh: flauto e violino


Una musica priva di lirica affida lo suscitare delle emozioni ai soli aspetti sonori, lasciando spazio alla reinterpretazione personale, e questo meraviglioso inizio spinge verso il lato onirico, che permette di raggiungere la piena libertà.

Chiudi gli occhi. Lascia che la tua mente sia libera, lascia che i tuoi pensieri volino senza peso nello spazio vuoto tra memoria e immaginazione. Non aprirli... anche quando tutto il tempo sembra cristallizzarsi in un unico, impossibile, istante. Tieniti forte! È qui che inizia il viaggio verso l'Isola che non c'è.

Un’apertura emozionante, che vede tra i partecipanti tanti nomi conosciuti, e tra questi Steve Unruh, uno dei tre Samurai.


A seguire “Never Never Land”, musica e liriche di Alessandro Di Benedetti:

Marco Bernard: basso Shuker

Alessandro Di Benedetti: tastiere

Ruben Alvarez: chitarra elettrica ed acustica

Kimmo Pörsti: batteria

Sara Traficante: flauto

John Wilkinson: voce 

Neverland è forse solo un miraggio, un desiderio che si è trasformato in sogno. Eppure, è un luogo (o forse sarebbe più appropriato considerarlo un non-luogo) che ognuno di noi ha, più vicino di quanto possiamo immaginare. In effetti, faceva parte del nostro essere quando eravamo solo bambini. Abbiamo imparato a dimenticarcene crescendo. Tieni gli occhi chiusi, e forse sarai in grado di dimenticare di dimenticare, e Neverland accoglierà la tua nuova innocenza.

Entra in gruppo Kimmo Pörsti - altra costola dei TSoP - e il ritmo diventa elemento trainante della traccia, mentre la voce di Wilkinson riesce a caratterizzare il percorso.

Un suono “hammond” molto marcato ci riporta ai fasti prog - e non solo - dei seventies mentre il rock si fonde ad atmosfere sognanti. Non manca il virtuosismo chitarristico di Alvarez, che appare come spina dorsale dell’episodio.


E arriviamo a “The Lost Boys”, con il totale intervento autorale di Mimmo Ferri:

Marco Bernard: Shuker basso Shuker

Mimmo Ferri: tastiere e chitarra addizionale

Beatrice Birardi: xylofono, bongos, tamburino e doumbek

Marc Papeghin: corno francese e tromba

Gennaro Piepoli: chitarra elettrica e acustica

Kimmo Pörsti: batteria

Steve Unruh: voce

Marco Vincini: voce 

Hai ancora gli occhi chiusi? Bene, allora, mi chiedo come puoi leggere questo testo! Ah, certo... gli occhi che tieni chiusi sono quelli della ragione. Gli occhi che leggono queste parole sono quelli della fantasia. Le vostre orecchie, ascoltando tutta questa musica, sono le orecchie dell'immaginazione! Qui, finché manterrai la ragione ben silenziata e ti lasci guidare dall'immaginazione, rimarrai un bambino, e potrai ben dire che sei con i "ragazzi perduti".

Davvero difficile descrivere il contenuto musicale di questa perla che condensa cinquant’anni di stili e visioni, tra rock, classica, prog e ricerca della melodia, caratteristica dell’album probabilmente un DNA legato alle presenze italiane.

Rimbalzo vocale tra Unruh e Vincini, con il ricordo acceso di un mondo progressive che, per chi lo segue, resta un’ancora di salvataggio.

Yes, Gentle Giant, ELP… quanti ricorda ascoltando “The Lost Boys”!

 


The Home Under the Ground” è un’altra creazione italiana, più precisamente di Andrea Pavoni, che firma testo e musica:


Marco Bernard: basso Shuker

Andrea Pavoni: tastiere

Cam Blockland: voce (Peter)

Carmine Capasso: chitarra elettrica

Adam Diderrich: violino

Audrey Lee Harper: voce (Wendy)

Marc Papeghin: corno francese

Daniele Pomo: batteria e percussioni

Steve Unruh: voce (The Lost Boys) 

Tenere gli occhi chiusi è come essere al buio ascoltando le mille voci della nostra infanzia. Ricordate tutta la spensieratezza? Guardare! (sempre tenendo gli occhi chiusi, per favore!) Non vedete anche quell'albero, proprio nel mezzo di questa stanza sotterranea? Ti ricordi quanto sembrava lungo un giorno e come il numero di giorni sembrava non avere fine? Tutto sembrava possibile. Tutto. Anche volando. Tutti noi, da bambini, sapevamo volare. Ed ora? Non aprire gli occhi! Tenere la luce spenta. Concentrarsi. Nell'oscurità, non ti senti come se stessi volando?

Una suite? Un mini-musical? Dieci minuti di intrecci vocali (tre singer, ognuno recitante una parte) per un racconto di una bellezza rara, la miscela tra rock e opera che rinfresca le idee su quali siano gli stilemi - almeno alcuni - del prog, quello basato sulla più completa libertà espressiva possibile. E poi, senza entrare in profondità e soffermandosi sugli aspetti estetici, il pezzo dovrebbe colpire in modo trasversale, dimenticando la voglia di incasellare la musica.


E arriviamo a “The Pirate Ship (Hook or Me)”, musica e liriche di Marco Grieco:

Marco Bernard: basso Shuker “JJ Burnel”

Marco Grieco: tastiere e cori

Matthew Parmenter: voce

Hans Jörg Schmitz: batteria

Marcel Singor: chitarra elettrica

Sara Traficante: flauto 

Diavolo! C'è un gancio che prova ogni trucco per afferrare le palpebre e farti aprire gli occhi! L'uomo che ha quel gancio, invece di una mano, è sul ponte di una nave pirata. Se ti coglie, ti farà fare un tuffo nel mare della concretezza! Forse è stato il primo ad affrontare tutti gli incubi che hanno preso forma, più reali della realtà, trasformandosi in un coccodrillo e mangiandosi la mano! Sarai in grado di rimanere giovane per sempre? Sarai in grado di tenere gli occhi chiusi mentre Capitan Uncino ti insegue per ricordarti quanto può essere terribile la vita?

Un'altra traccia impegnativa - e lunga - una sorta di dialogo condito da numerosi cambi di scena e da un ritornello che pone un quesito realistico e “preoccupante”:

Do you really hope to stay young forever?

Musicalmente parlando emozionante, carica di virtuosismo strumentale, con l’idea di essere al cospetto di una creazione completa, a sé stante.

 


The Return Home” è un altro strumentale “inventato” da Oliviero Lacagnina.

Marco Bernard: basso Shuker

Oliviero Lacagnina: tastiere

Marek Arnold: sax

Adam Diderrich: violino

Rafael Pacha: chitarra classica

Marc Papeghin: corno francese e tromba

Charles Plogman: chitarra elettrica

Riccardo Spilli: batteria

Sara Traficante: flauto 

Ogni viaggio ha un inizio e una fine, una partenza e un ritorno. Quando viaggiamo - soprattutto sulle ali dell'immaginazione - non sono i luoghi che cambiano, ma piuttosto noi, che li percepiamo in modo diverso. E così, quando torniamo a casa, la troviamo diversa. Gli oggetti fisici non sono realmente cambiati in nostra assenza, e le persone hanno continuato ad abitare la nostra casa, proprio come prima. Eppure, ci sembrano diversi. Tutto sembra diverso. Forse perché il viaggio ci ha cambiato? No, non cedere alla tentazione di aprire gli occhi... non ancora. Hai un ultimo piccolo grande passo da fare, ora che sei tornato a casa. 


E vai a spiegare al nuovo che avanza che esiste musica di questo spessore!

Lacagnina miscela le competenze classiche e la sua vena - da sempre - prog, e il risultato è un estratto del concetto di “bellezza musicale”, che si ottiene solo quando le idee brillanti vengono utilizzate da protagonisti eccelsi.

Difficile da spiegare a parole, qui ci vorrebbe un ascolto!

 


L’album si chiude con “Lunar Boy”, musica e testo di Marco Grieco (ispirata da “Asylum”, di Giorgio Mastrosanti) 

Marco Bernard: basso Shuker

Marco Grieco: tastiere, chitarra elettrica e cori

Giorgio Mastrosanti: chitatta Telecaster

Kimmo Pörsti: batteria e percussioni

Juhani Nisula: chitarra elettrica

Bo-Anders Sandström: voce

Steve Unruh: violin elettrico 

Ora, prima di aprire gli occhi, pensa: ti diranno che sei un "ragazzo lunare"; sopra le righe, con la testa tra le nuvole - o con le nuvole nella testa. Ti diranno che credi ancora nelle fiabe e insegui ancora i sogni. Diranno che sembri non essere mai cresciuto! Sei pronto a sopportare tutto questo? Sei pronto ad accettare il cambiamento che questo viaggio, queste parole, questa musica, hanno causato in te? Sei pronto ad essere orgoglioso di trascorrere una vita impegnata a realizzare i tuoi sogni? Sei pronto? Buono. Poi, quando questa musica sarà finita, solo allora, aprirai gli occhi. E vola, ragazzo lunare. La vita ti aspetta. 

Un inizio da ballad, da motivetto orecchiabile, usato come introduzione per dare il via ad un nuovo turbinio di emozioni; un’altra lunga traccia che contiene tutto ciò che si può chiedere alla qualità sonora, tra melodia e difficoltà di esecuzione, tra atmosfere sinfoniche e rock.

Sono molto soddisfatto di questo nuovo album, come capita sempre quando ascolto il filone Bernard and friends, ma a differenza di altre volte - in cui era necessario un tempo di metabolizzazione, i soliti due/tre ascolti - in questo caso è bastato un primo passaggio per catturare - o meglio farmi catturare - il disco nel suo insieme.

Non manca nulla, tutto adatto e centrato per il pubblico appassionato del genere, con una buona propensione all’uso didattico, visto il messaggio che Bernard propone.

Ma la bellezza non ha coordinate precise, e penso che “The Boy Who Wouldn't Grow Up” possa essere “utilizzato” da un pubblico trasversale, a patto che sia dotato di curiosità e apertura mentale.

Musicisti stratosferici, modus operandi aiutato dalla tecnologia, risultato fantastico.

Grafica unica!

 


TRACKLIST:

01 Overture

02 Never Never Land

03 The Lost Boys

04 The Home Under the Ground

05 The Pirate Ship (Hook or Me)

06 The Return Home

07 Lunar Boy

 

Registrato nel 2022

 

Prodotto da Marco Bernard e Kimmo Pörsti

Mixato e masterizzato da Kimmo Pörsti

 

Musicisti ospiti e compositori:

Marco Grieco

Octavio Stampalìa

Alessandro Di Benedetti

Mimmo Ferri

Andrea Pavoni

Oliviero Lacagnina

Brody Green

Steve Hagler

Marc Papeghin

Steve Unruh

Ruben Alvarez

Sara Traficante

John Wilkinson

Beatrice Birardi

Gennaro Piepoli

Marco Vincini

Cam Blockland

Carmine Capasso

Adam Diderrich

Audrey Lee Harper

Daniele Pomo

Matthew Parmenter

Hans Jörg Schmitz

Marcel Singor

Marek Arnold

Rafael Pacha

Charles Plogman

Riccardo Spilli

Giorgio Mastrosanti

Juhani Nisula

Bo-Anders Sandström

 

Artwork: Ed Unitsky

Video: Ted Ollikkala