giovedì 31 marzo 2022

Ricordando Wegg Andersen


Il 31 marzo del 2012 Wegg Andersen, cofondatore dei TRIP, ci lasciava.
Le occasioni per celebrare lui, Billy Gray, e successivamente Joe Vescovi, non sono mancate, ma essendo oggi un giorno particolare mi fa piacere ricordare Wegg, non con miei aneddoti, ma con immagini che ho ricevuto da Mirella Carrara e Stefano Mantello, che sono un po’ il punto di raccolta del materiale che gira attorno ad una band che tanto abbiamo amato. Non dimentico ovviamente Bruno Vescovi, fratello di Joe, mancato recentemente, fornitore naturale di primizie del mondo TRIP.
E so che Pino Sinnone lo ricorderà nei suoi spazi.

I documenti sono infiniti e vanno dall’agenda personale di Wegg al suo curriculum, ma mi limiterò a ciò che è possibile racchiudere in un blog. 
Significativo il ricordo della sorella Inger che, pur essendo molto giovane, ha avuto la possibilità di conoscere un mondo affascinante, ormai lontano.

Inger Morris Andersen

Estratto da una lettera di Inger Morris Andersen, l’unica sorella di Wegg Andersen cofondatore dei Trip, mancato nel 2012.
Nata e cresciuta a Londra, come il fratello, vive a Newmarket, Suffolk, United Kingdom

Arvid's second home. Everyone appeared here and he took me along when I was about 14.
Alexis Korner, Cyril Davies, Chris Barber, The Yardbirds, Jimmy Page and Led Zeppelin, Keith Moon and The Who, The Rolling Stones, King Crimson, The Syn,
Jethro Tull, Jimi Hendrix, Yes and Pink Floyd.
I remember Eric Clapton and Ginger Baker seemed to be on the drums every time I went there.
There were so many clubs, hang outs and coffee bars in Soho that Wegg went to when I was too young to go. He would meet up with our elder cousin Hania who frequented the Bread Basket and did a bit of singing. Wegg would hang out in Tin Pan Alley, The Two Eyes and Heaven and Hell to get his break. Most of these were featured in the V & A exhibition.
 (Documento raro...)

TRIP 1969

Con il premio oscar  Julie Christie sul set del film "Darling" nel 1965

La preziosa rubrica telefonica, da Jimmy Page a Jeff Beck


Piper di Roma nel 1970

Viareggio,con Patty Pravo


Cisano sul Neva, 1970

Con Billy Gray nel 1969

Nel 2010 alla Prog Exhibition di Roma



mercoledì 30 marzo 2022

Eric Clapton: Layla


Parto da una canzone per raccontare un importante episodio legato alla sfera affettiva di un grande musicista, Eric Clapton, e di alcuni “suoi amici”.
Sto parlando di "Layla", che vediamo/ascoltiamo a fine post in una versione “antica”, che vede Clapton accompagnato da amici vari (qualche Stones, Winwood ecc.) e, a seguire, in una rivisitazione più recente, unplugged, come anche io ho avuto modo di vedere nell'estate del 2006 a Lucca.
Ma vediamo cosa c'e' dietro al brano. La leggenda vuole che "Layla" sia stata ispirata da Pattie Boyd, la donna allora divisa tra "Slowhand" e il suo grande amico George Harrison, amante del primo, moglie del secondo.



Clapton definisce la canzone come "una storia d'amore accaduta un centinaio d'anni fa".
Chi era... chi é Patty? Ecco come è descritta.

È stata la musa dei miti rock, ha sposato George Harrison ed Eric Clapton, con loro e molti altri ha diviso sesso, droghe, alcol e triangoli sentimentali ad alto rischio. Per lei sono nati brani immortali come "Something" dei Beatles e "Layla" di Eric Clapton. 
Patricia Ann Boyd raccontò tutto senza censura, nella biografia "Wonderful Today".

Negli anni '60 della Swinging London, dell'estate dell'amore e della controcultura, con la sua figura esile ed aggraziata, Pattie divenne un mito, un'icona di bellezza proprio come la contemporanea indossatrice Twiggy. Tanto fascino non passò inosservato fra le divinità del rock e la Boyd fu amica (per molti anche amante) di Mick Jagger e John Lennon, ma fece scalpore soprattutto il tormentato triangolo tra lei, George Harrison ed Eric Clapton.

Proprio i dettagli su questa liaison sono quelli che destano maggiore scalpore. Pare che Eric Clapton, pazzo d'amore per la Boyd, allora moglie del suo miglior amico Harrison, arrivò a minacciare di distruggersi con l'eroina se lei non fosse fuggita con lui. "Sei pazzo? risposi" si legge in "Wonderful Today", "no, è proprio così, è finita disse Clapton". 
Non lo vidi più per tre anni, fece quello che aveva detto, divenne schiavo dell'eroina. Ma lui e noi tutti prendevamo già un sacco di roba: cocaina, marijuana, stimolanti, tranquillanti".

Dietro l'estate dell'amore, i capelli lunghi e i camicioni hippie, dietro inni alla vita come "Here Comes The Sun", si nascondevano gli eccessi tossici e l'infedeltà. "George mi suonava Something in cucina", scrive la Boyd, "ma poi si infilava in camera da letto con Krissie, moglie di Ron Wood, Maureen, moglie di Ringo, e molte altre. Era ossessionato dal dio indù Krishna , sempre circondato da mille concubine. Voleva essere così".

Un triangolo di autodistruzione, con Harrison schiavo della cocaina "che gli cambiò la personalità, era sempre depresso", e Clapton che dopo essersi ripulito dall'eroina annegava nella vodka. "Mi voleva portare in una direzione che non avrei certo voluto", si legge ancora nelle memorie di Pattie Boyd, "ma quando mi cantò Layla e mi resi conto di aver ispirato tanta passione e creatività, caddi fra le sue braccia". E furono nozze e colossali bevute.

Pur non essendo la classica groupie che vive per far sesso con le rockstar, fra una tirata di coca e una sbronza al whisky, Pattie si trovò presa nel turbine. Come quella volta tra le 25 camere da letto della villa vittoriana di Clapton, a Friar Park, descritto come "un manicomio, dove tutti erano ubriachi e andavano con tutti". E quei tutti hanno nomi celebri, come gli altri tre Beatles, il manager Brian Epstein, Keith Richards degli Stones, Joe Cocker, Jimmy Page degli Zeppelin, gli amici invasati dell'induismo e dell'Oriente, John Riley, medico di Harrison a cui preparava il caffé con l'Lsd.

A me piace pensare a "Layla" come ad una bella canzone , in qualsiasi salsa la si proponga, cercando di obliare che dietro ad un riff indovinato e a parole d'amore, si celi tanto dolore...

martedì 29 marzo 2022

L'ultima volta di Phil Collins-Nell'articolo il video del concerto del 24 marzo 2022

 

Peter Gabriel, Phil Collins e Richard Macphail

Il concerto dei Genesis di sabato 26 marzo a Londra, alla 02 Arena, passerà alla storia per essere stato l’ultimo della vita per Phil Collins.

I suoi 71 anni non sarebbero poi molti di questi tempi, ma gli interventi chirurgici subiti alla schiena non gli consentono più di suonare.

Il suo commento sardonico, rilasciato al Mirror online è stato: "Ora dovrò trovare un vero lavoro!".

I Genesis non suonavano in concerto da 14 anni, e l’annuncio della reunion per il The Last Domino Tour - anche se molte date erano state cancellate per il Covid - aveva suscitato grande entusiasmo tra i fan.

È bene sottolineare come i Genesis in questione non siano quelli stellari che prevedevano in formazione Peter Gabriel (voce) e Steve Hackett (chitarra), da tempo impegnati in proprio con successo, ma il nome “Genesis” produce in ogni caso effetti certi e reazioni positive.

Della formazione antica, oltre a Phil troviamo oggi - meglio dire ieri... - Tony Banks alle tastiere e Mike Rutherford a chitarra e basso... mica roba da ridere!

Impietose le immagini che hanno immortalato Collins durante il tour, il batterista capace di suonare al Live Aid inglese del 1985 tra Londra e Filadelfia, l’uomo simbolo del ritmo e, da quel momento, della probabile ubiquità!

Debole, affaticato, sempre seduto, impossibilitato nel trovare il conforto di un semplice bastone atto alla deambulazione.

"Non faccio niente - aveva spiegato qualche tempo fa al Guardian -. Non mi alleno a cantare a casa, per niente. Le prove sono la pratica. La mia salute cambia le cose, fare lo spettacolo seduto cambia le cose".

In un'intervista alla BBC aveva raccontato il suo disagio, ovvio, e il suo sogno, quello di potersi esibire con il figlio Nicholas: "Mi piacerebbe suonare con lui sul palco, ma riesco a malapena a tenere una bacchetta in mano", aveva ammesso.

Per quanto ci è dato di sapere Collins inizia a soffrire nel 2009, quando subisce uno schiacciamento delle vertebre a causa della posizione in cui ha suonato per anni la batteria, una sorta di malattia professionale in ambito musicale.

È di quel periodo il primo intervento chirurgico a cui fa seguito quello del 2015, ma il quadro generale parla di lesioni ai nervi con complicanze varie: diabete, pancreatite acuta, e una brutta caduta nel 2017 in cui batté la testa e che lo costringe a sospendere i live in corso.

Superfluo ricordare la storia di Phil Collins, gioia e dolore per gli amanti dei Genesis, molti dei quali non gli hanno mai perdonato la svolta pop della band di cui fu il principale protagonista, diventando soprattutto vocalist, lasciando sempre più spesso le bacchette a terzi e tuffandosi con impeto, appena possibile, verso una luminosa e milionaria carriera da solista.

Ma per chi lo ha conosciuto come drummer dei Genesis, a partire da “Nursery Cryme” in poi, Phil resterà per sempre il batterista della band, e vederlo impossibilitato nello svolgere quel ruolo primario rappresenta l’elemento più triste della storia.

Buona fortuna Phil!

Live at O2 Londra-24 marzo 2022








domenica 27 marzo 2022

Tanti auguri Tony Banks



Compie  gli anni Tony Banks, nato il 27 marzo del 1950, tastierista, compositore e polistrumentista britannico.
Diventato celebre nei Genesis, è considerato uno dei migliori musicisti del panorama musicale mondiale. Ha studiato pianoforte fin dall'infanzia ed è stato amico di Peter Gabriel ben prima di cominciare con lui la carriera artistica, alla Charterhouse School. 
Abilissimo tastierista, può considerarsi a giusto diritto "la mente occulta" dei Genesis: pur non mettendosi mai in mostra, ha infatti firmato molte delle più belle e famose musiche del gruppo dandogli l'impronta che lo ha reso celebre. Soprattutto nel periodo "storico" degli anni Settanta la sua autorità in sala di incisione era indiscussa. Di lui si ricordano fantastici assolo in alcuni dei brani più celebri dei Genesis come "The Cinema Show" o "Firth or Fifth". 
Viene da molti ritenuto l'antidivo per eccellenza; molto schivo, di lui si ricordano pochissime interviste e, al contrario di molte star del rock, non ha mai fatto parlare di sé per motivi legati a scandali o comportamenti sregolati, veri o presunti.

Ho un ricordo personale importante, legato ai Genesis e quindi a Banks, che riguarda un vecchio concerto del 3 febbraio 1974. Il gruppo era a quei tempi al top, con la formazione migliore, e ricordo ancora oggi con emozione l’esecuzione della “Firth or Fifth” già citata, uno dei brani più belli mai scritti ed eseguiti.


Auguri Tony!


venerdì 25 marzo 2022

CLOUDS/1-2-3: i precursori del rock progressivo

 

Clouds è stato un gruppo rock scozzese degli anni '60 che si sciolse nell'ottobre 1971. 

La band era composta da Ian Ellis (basso e voce), Harry Hughes (batteria) e Billy Ritchie (tastiere). 


GLI INIZI

All'inizio del 1964, Ian Ellis e Harry Hughes suonavano in una band chiamata The Premiers, composta da Bill Lawrence (basso), James 'Shammy' Lafferty (chitarra ritmica), Derek Stark (chitarra solista), Harry Hughes (batteria) e Ian Ellis (voce). Fu deciso che un organo avrebbe aiutato il suono della band e così si unì Billy Ritchie.

Cyril Stapleton portò la band a Londra per registrare alcuni demo, ma non ne venne fuori nulla, e Derek Stark, Bill Lawrence e James Lafferty decisero di andarsene. Sembrava che Ritchie, unendosi alla band, avesse spinto più cambiamenti di quanto fosse stato previsto. Ian Ellis decise che avrebbe assunto il ruolo di bassista e cantante. Il gruppo decise di muoversi in una nuova direzione musicale e cambiò il loro nome da Premiers a 1-2-3.

1-2-3 

1-2-3 aveva un suono molto diverso dalla band precedente o da quasi tutte le altre band del momento. Dopo aver ottenuto poco successo in Scozia si trasferirono a Londra, dove speravano che la loro musica originale avrebbe preso il via, ma il pubblico inizialmente era confuso dalla mancanza di un chitarrista.

Alla band fu data una chance di esibirsi al Marquee Club, luogo che successivamente avrebbe dato lustro a icone prog-rock come Rick Wakeman e Keith Emerson. Il fatto che una band sconosciuta fosse stata scelta per essere protagonista al Marquee era insolito, in quanto non erano stati eseguiti i consueti spot di supporto. All'epoca erano descritti come "un gruppo unico, capace di creare un suono completamente nuovo nel mondo del pop."

Il loro set consisteva in canzoni e standard originali, ma i pezzi erano accuratamente rimodellati, diventando in sostanza nuovi. Non c'era niente di lontanamente simile in giro.

Durante il periodo in cui il gruppo si esibì al club - nel 1967 - firmarono un contratto con la società di gestione NEMS e Brian Epstein dei Beatles. L'evento fu annunciato dalla stampa nazionale, completo di fotografia e articolo di accompagnamento.



Tra il pubblico di Marquee c'era spesso la futura superstar David Bowie, a cui Ritchie presentò Jimi Hendrix.

Anche Pete Townshend, nella sua autobiografia del 2012 “Who I Am”, cita 1-2-3 come una delle band che vedeva più volentieri.

La morte di Brian Epstein, fondatore della NEMS, lasciò la band alle cure di Robert Stigwood, il suo successore. Ma Stigwood aveva appena messo sotto contratto i Bee Gees ed era impegnato totalmente nel portarli al successo. Ciò pose fine al rapporto con gli 1-2-3.

La band continuò a suonare nel circuito locale dei club londinesi e in un club di Ilford, nell'est di Londra, la band fu vista da Terry Ellis che li fece rapidamente firmare con la sua nuova agenzia rinominandoli Clouds.


CLOUDS

Originariamente conosciuta come agenzia Ellis-Wright, l'organizzazione crebbe e divenne Chrysalis. I Clouds erano saliti alla ribalta suonando in molti tour importanti, apparendo alla Royal Albert Hall e in molti dei principali luoghi di concerti del mondo, tra cui il Fillmore East di New York.

Durante questo periodo la band pubblicò un certo numero di album che furono generalmente molto ben accolti dalla critica, con vendite rispettabili.

Anche le recensioni dei concerti furono favorevoli. Una in particolare, realizzata da Billboard nel 1970 iniziava dicendo: "Questa band diventerà gigantesca!".

Ma nonostante qualche successo la Chrysalis concentrò sempre più la sua attenzione sui Jethro Tull e l’entusiasmo per gli 1-2-3 andò scemando.

Anche se la nuova conformazione del gruppo era molto interessante, diventò difficile trovare una nicchia favorevole in una scena progressive rock sovraffollata e il gruppo si sciolse nell'ottobre 1971.



Con il passare degli anni, tuttavia, fu la precedente incarnazione della band - gli 1-2-3 - che divenne oggetto di una rivalutazione critica.

Ritchie, l'organista, fu accreditato come il primo del suo genere, assumendo un ruolo da protagonista e aprendo la strada ad altri, come Keith Emerson e Rick Wakeman.

Con riconoscimenti di artisti del calibro di David Bowie, il caratteristico suono senza chitarra e guidato dalle tastiere della band è ora visto come precursore definitivo del movimento progressive rock.



Da riscoprire...


martedì 22 marzo 2022

The Guildmaster-"Liber de Dictis"

Uno dei tanti spin-off dei The Samurai of Prog prende il nome di The Guildmaster, progetto che assume visibilità a fine 2020, quando esce l’album "The Knight & The Ghost"(https://athosenrile.blogspot.com/2020/10/the-guildmaster-knight-ghost.html).

È in uscita un nuovo disco il cui rilascio è previsto prima di Pasqua.

Chi segue con costanza le produzioni della multinazionale del prog, basata in Finlandia ma capace di avvolgere musicisti del globo intero, sa perfettamente che le sorprese sono sempre dietro l’angolo, sia per la diversificazione della proposta che per la quantità, e guardando dall’esterno sembrerebbe che nessun evento della terra sia in grado di arrestare la vena prolifica di questi musicisti, con una qualità musicale pazzesca.

Difficile stabilire di volta in volta i connotati della lineup, ma pare che il nocciolo duro dei The Guildmaster abbia preso una forma ben precisa basata sui seguenti musicisti:

Alessandro Di Benedetti, tastiere, voci, composizione

Marco Bernard: Shuker Basso

Rafael Pacha, chitarre, strumenti vari, composizione

Kimmo Pörsti: batteria, percussioni, composizione 

E se parliamo di ausilio concreto, l’elenco dei collaboratori prevede nell’occasione i seguenti musicisti:

Marco Grieco, Evangelia Kozoni, Paula Pörsti, Jose Manuel Medina, Tommaso Fichele, Patrizia Grieco, Beatrice Birani, Manoel Macía, Carlos Espejo, Daniel Fäldt, Sara Traficante e Rubén Álvarez. 

Nomi noti e new entry per il “mondo Samurai”, ma resta invariata l’energia, e i cambiamenti messi in atto di volta in volta portano solo a trasformazioni positive.

La particolare diramazione dei TSoP rappresentata dai The Guildmaster si indirizza speditamente verso il folk rock, e questo nuovo album, "Liber de Dictis", ne è la conferma.

L’incipit ci arriva direttamente dalla band:

"L'album si basa su un ipotetico libro di detti popolari provenienti da tutta Europa. I detti sono la radice della saggezza popolare e della conoscenza di sé e delle diverse culture umane, non c'è paese o gruppo etnico che non possegga queste utili dosi di conoscenza, umorismo e filosofia.

Spesso offrono conforto, a volte ci aiutano a definire gli altri e noi stessi, o riflettono situazioni che abbiamo vissuto e sperimenteremo in qualche modo.

In questo album volevamo realizzare un caleidoscopio musicale, prendendo alcuni detti e suoni della tradizione folcloristica d'Europa collocandoli nel nostro tempo. Ci sono voluti tempo e lavoro, ma siamo orgogliosi del risultato ottenuto.

Questo secondo disco di The Guildmaster, ha iniziato a prendere forma un paio di mesi dopo l'uscita del primo lavoro, "The Knight & The Ghost", e l'idea è nata dalle nostre conversazioni (alcune infinite) via e-mail.

Quasi un anno dopo, all'inizio dell'autunno, Alessandro di Benedetti, già presente come compositore nel nostro precedente lavoro, ha preso il “comando” delle tastiere e ha iniziato a trasformare magistralmente il demo iniziale, fornendo un contributo fondamentale attraverso le proprie idee e il proprio cuore, oltre che la sua idea di musica".

Proviamo quindi ad analizzare il risultato, step by step… una sorta di guida all’ascolto.

Apre il breve strumentale (2:52) “A lo hecho, pecho” (metti il petto per quello che hai fatto), e il pensiero di Rafael Pacha, che ne è autore, ci aiuta a comprenderne il significato intrinseco:

L'essere umano, per sopravvivere, deve affrontare le conseguenze delle scelte fatte, buone o cattive, trovando il giusto atteggiamento che gli permetta di affrontare le difficoltà con il giusto spirito. Onore e resilienza, tanto per utilizzare un termine molto in voga in questo periodo. 

Un quadretto bucolico da sogno, tra natura e modi gentili, su cui interviene un’elettrica melanconica molto hackettiana: il viaggio ha inizio!


Alessandro di Benedetti: grand piano, tastiere

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: Nyckelharpa (midi), zyther, flauti dolci, chitarra acustica ed elettrica

Kimmo Pörsti - batteria


Anche la seconda traccia è priva di liriche e vede lo stesso autore, R. Pacha. Il titolo è “A rey muerto, Rey puesto” (4:55).

Il concetto è quello da tutti conosciuto e si basa su di un detto che nella nostra lingua siamo soliti declinare come “morto un Papa se ne fa un altro”.

"Quando un re muore, ne mettiamo semplicemente un altro. Questo è un dato di fatto. Tutto il nostro ego e la devozione degli altri verso di noi cadono e scompaiono quando il grande equalizzatore, la morte, richiede il suo tributo. Ma dopo un breve, brevissimo, periodo di lutto, veniamo rapidamente sostituiti da un altro, perché nessuno è insostituibile".

Il pezzo presenta una decisa dicotomia, con una partenza quasi sacrale dettata dall’uso di strumentazione acustica, ma attorno al secondo minuto, dopo una marcetta da festa di paese, il basso di Bernard introduce il cambio di passo determinato da tastiere ad ampio respiro, una sorta di liberazione musicale e immaginifica che apre il cuore alla speranza. Emozionante.


Alessandro di Benedetti: grand piano, tastiere

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: Crumhorns (midi), Frame drum, flauti dolci, nyckelharpa (midi), viola da gamba, Virginal (midi), chitarra elettrica.

Kimmo Pörsti: batteria

 

Con “Agora” (6:24) - musica e testo di Marco Grieco - inizia il cantato, quello della bravissima Evangelia Kozoni, che a tratti mi ha ricordato la Grace Slick di “White Rabbit”.

Dice l’autore a proposito della sua creazione:

Quando ho scritto "Agorà" ho pensato a quanto sia scontato per i greci ballare tutti insieme, abbracciati o mano nella mano, con turisti, compaesani e perfetti sconosciuti, nelle piazze dei borghi, quella che oggi sono la versione moderna dell'antica Agorà. L'altro aspetto che mi ha ispirato è relativo a quanto oggigiorno anche queste moderne Agorà si siano mosse online, sui social network, sui nostri smartphone, nell'illusione che qualsiasi emozione condivisa in rete possa trovare automaticamente una soluzione, un conforto, un ascolto. Sfortunatamente non è quello che succede nella maggior parte dei casi. "Agorà" racconta di questo divario tra passato, presente e ciò che sarà nel futuro, che dipende solo da noi”.

Canzone dall’atmosfera magnetica, dove vengono utilizzati strumenti della tradizione popolare locale (il bouzouki, il violino, la fisarmonica, le percussioni, il clarinetto) che riescono a creare la “piazza” festosa evocata dall’autore. Una vera festa tradizionale su cui si inserisce il modus prog, fatto di contaminazione, un termine che può anche significare completa inclusione, quella che Grieco auspica per il mondo intero attraverso la sua “Agorà”.


Marco Grieco: tastiere, fisarmonica, applausi

Evangelia Kozoni: voce

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: toumbeleki, tamburo a cornice, salterio hackbrett, bouzouki, mandolino, chitarre elettriche e acustiche

Kimmo Pörsti: batteria

 


A seguire “Manos frías, Corazón caliente” (5:42), ovvero “Mani fredde, cuore caldo”, altro strumentale di Pacha che così ne delinea il significato:

"In materia d'amore, ciò che conta è il cuore, tuttavia, per me esiste un secondo significato, molto tipico del carattere mediterraneo. Le emozioni e la loro espressione ed esperienza sono importanti per la nostra cultura, ma quando si svolge un compito preciso alla ricerca di un obiettivo la razionalità deve prevalere.

Esiste poi una terza componente concettuale e cioè l’immagine della mente che regola e al contempo suona...”.

Anche in questo caso le atmosfere ariose si miscelano alla tradizione e diventano suggerimenti per affrontare rapidi cambiamenti di umore.

Pacha propone uno schema ritmico pazzesco, da qualcuno definito come un “labirinto”, una vera chicca impossibile da incasellare nell’ortodossia dei generi.


Alessandro di Benedetti: Grand piano, keyboards

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: tamburo a cornice Peñaparda, chitarra classica, flauto dolce, fischietti, fisarmonica (midi), tabla, chitarra elettrica e acustica.

Kimmo Pörsti: batteria


La voce di Paula Pörsti fa capolino nel quinto brano, “Suruista tehty Soitto” (6:03), la cui traduzione dovrebbe essere “La musica è fatta di dolori”. Musica di Kimmo Pörsti (Arr. R.Pacha) e lirica di Pirkko Pörsti.

È il batterista che ci aiuta meglio a comprendere il testo:

Sebbene non sia un normale detto, cattura qualcosa di tipico della malinconia finlandese. La musica può sembrare triste o combinarsi con il dolore in qualche altro modo. Trasferire le percezioni e le diverse esperienze di tristezza delle persone nelle atmosfere sonore è molto complicato”.

Ritmo contenuto e andamento consono al racconto delle emozioni, quasi un angolo intimistico dove la voce di Paula si integra alla perfezione con le sonorità tra il sinfonico e il folklore. E l’associazione sonora che mi guida negli ascolti mi riporta al folk rock di fine anni ’60, quello dei Mellow Candle.

Delicato e carico di spleen.


Paula Pörsti: voce

Alessandro di Benedetti: grand piano, keyboards

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: chitarre acustiche ed elettriche

Kimmo Pörsti - batteria

 

A metà album troviamo “Agua pasada no mueve molino” (7:01), cioè “L'acqua passata non muove i mulini”, uno strumentale di Jose Manuel Medina che racconta:

È questo un detto molto comune nella zona della Spagna. Si riferisce al fatto che qualsiasi evento passato non dovrebbe distrarre il nostro sguardo verso il futuro. O in altre parole, le cose che sono già accadute non ci aiuteranno a risolvere quelle del presente e del futuro. Parte dalla tristezza causata dalla nostalgia e si evolve verso la speranza di trovare gli obiettivi per cui lottare. Sul sentiero presente e futuro troveremo delle sfide, ma saremo finalmente in grado di superarle se sapremo perseverare".

L’alternanza situazionale modifica la tensione da ascolto, ed è facile passare dalla danza leggiadra ad una dinamica da film, da rapida fuga ad arresto immediato, da marcetta militare a prog avanzato, un disegno emozionale che credo sia complicato da spiegare a parole.


Jose Manuel Medina - tastiere

Alessandro di Benedetti: tastiere

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: chitarra classica, flauti dolci, salterio, viola da gamba, chitarra acustica ed elettrica

Kimmo Pörsti: batteria, percussioni, chitarra elettrica.

 


E arriviamo a “La Música amansa a las fieras” (5:15) - “La musica calma la bestia”, di R. Pacha, che mette inevidenza il terzo vocalist del progetto, Alessandro di Benedetti.

"Il mito narra che Orfeo (musicista) sposò la ninfa Euridice, ma quando tornò da uno dei suoi viaggi scoprì che era morta, inseguita da un uomo che le fece calpestare un serpente che poi la uccise.

Orfeo scese all'Inferno per salvarla e per farlo dovette addormentare il Cerbero - il cane a tre teste - usando la sua musica.

I miti, così profondamente radicati nel Mediterraneo, erano necessari per creare le nostre culture e, quindi, chi noi siamo. La musica calma lo spirito". (R.Pacha)

Una bella sorpresa la voce cupa di Alessandro di Benedetti in un brano che, nella seconda parte, lascia spazio ad una lunga serie di arpeggi acustici, quelli utili a distrarre “la bestia” e a ricongiungere gli affetti.


Alessandro di Benedetti: pianoforte a coda, tastiere, voce solista e cori.

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: Virginal (midi), flauti dolci, chitarra acustica, mrindgam, viola da gamba, chitarra classica, chitarra portoghese di Coimbra.

Kimmo Pörsti: batteria

 

Nea Polis” (6:11) - una nuova Napoli - introduce Tommaso Fichele, vocalist che ci fa incontrare la tradizione napoletana. La musica e il testo sono di Marco Grieco con la trascrizione in lingua napoletana di Enzo Carro.

Racconta Grieco:

Un antico detto napoletano dice che… il sole uscì a mezzanotte e grazie a un imprevedibile colpo di fortuna, una situazione che sembrava disperata è stata risolta. Da qui nasce "Nea Polis". Ho immaginato di essere svegliato nel cuore della notte dalle grida della gente per strada, come se ci fosse una luce che entra in casa e illumina la notte. Così anch'io vado in strada e vedo che la gente è felice, che i ricchi aiutano i poveri, che tutti si aiutano a vicenda... e alla fine scopro che la luce che ha svegliato tutti non è stata un miracolo, ma semplicemente la luce del sole che sorge ogni mattina a Napoli, rendendola una città piena di speranza ogni giorno. Una "Nea Polis", appunto, come era una speranza per gli antichi greci che la fondarono”.

Grieco si inventa la tammurriata progressiva - strada che percorre da sempre Vairetti con i suoi Osanna - e realizza la convivenza tra una strumentazione tipica del luogo - ma giudicata erroneamente esclusiva nel pensiero comune - e quella che caratterizza il rock. In tutto si instaura una linea melodica che, se estrapolata, potrebbe trovar spazio persino nelle rotazioni radiofoniche. Musica italiana e melodia sono da sempre un tutt’uno.


Marco Grieco: tastiere

Tommaso Fichele: voce

Patrizia Grieco: tamburello napoletano

Beatrice Birani: tamburo a cornice, darbouka e castagnette

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: chitarre acustiche ed elettriche, mandolini, flauti dolci

Kimmo Pörsti: batteria

 


Il nono episodio si intitola “La primavera, la sangre altera” (4:23) - La primavera altera il sangue - altro strumentale di Pacha.

"La rinascita del mondo in primavera influenza tutta la vita. La dea Pasqua benedice con la sua fertilità, e tutto diventa procreazione.

Gli esseri umani si riuniscono per le feste di campagna, le risate e la musica crescono, anche se a volte cade un acquazzone, e le coppie cercano riparo”. (R.Pacha)

Non c’è bisogno di una particolare concentrazione per cogliere lo spirito enucleato da Pacha. Danze in mezzo alla natura, prati in fiore e una voglia di vivere, di rinascita, di serenità che mai come in questo periodo storico suggeriscono che la bella vita risiede nella semplicità e nella gentilezza espressiva. Meraviglioso!


Manoel Macía: chitarra barocca.

Alessandro di Benedetti: grand piano, keyboards

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: Virginal (midi), flauti dolci, Pipe in D(midi), tabla, chitarra acustica ed elettrica

Kimmo Pörsti: batteria e percussioni

Arriviamo quindi a “El perro del hortelano” (4:46) - Il cane del giardiniere - di R. Pacha, e la voce in questo caso è di Carlos Espejo.

"Si dice che il cane del giardiniere non mangia né lascia mangiare. Applicabile a persone che, a causa della loro frustrazione, non lasciano che gli altri si divertano, proprio come non si divertono loro.” (Pacha)

L’ispirazione dell’autore si rifà ad una danza rinascimentale spagnola del 500, in seguito diffusa in tutta Europa, denominata "Chacona".

Incredibile la capacità di integrare sonorità così specifiche - e caratteristiche di tempi lontanissimi - con archi prog settantiani, situazione quasi spiazzante quando esiste rigidità di pensiero e di ascolto.


Carlos Espejo, voce, applausi & "Jaleo"

Alessandro di Benedetti: grand piano, tastiere

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: Venezuelan Cuatro, chitarra classica, flauti dolci, viola da gamba, Bodhran, Hackbrett psaltery, tabla, claps, cajon, chitarra acustica ed elettrica

Kimmo Pörsti: batteria

 

Young me, Old you” è il pezzo più esteso - 11:20 - di cui non serve traduzione. Musica e testi di Alessandro di Benedetti. La voce in questo caso è di Daniel Fäldt.

“In Italia c'è un detto che accosta un cavallo giovane ad un vecchio cavaliere. Significa che i giovani hanno bisogno dell'esperienza che solo un anziano saggio può dare loro.

Ripensando alla mia vita ho trovato il mio vecchio cavaliere in mio nonno, che mi ha parlato della guerra mentre camminavo sulla spiaggia, un mattino.

Il che mi ha spiegato perché mia madre è scappata in un'altra stanza quando abbiamo fatto brindisi e fatto scoppiare i tappi di champagne. Per lei quel rumore esplosivo significava il suono delle bombe, che sentiva da bambina nelle notti dei bombardamenti, dalle grotte del lago dove si rifugiavano.

Mio nonno mi ha insegnato a suonare a orecchio il pianoforte, anche se non ho mai voluto studiarlo. Questa canzone è dedicata a lui e a mia madre, sperando che ogni giovane di oggi abbia la fortuna di incontrare un vecchio cavaliere che possa aiutarlo ad affrontare la vita". (A. di Benedetti)

Struggente, cangiante, fuori da ogni standard di giudizio, capace di unire tra loro forti sentimenti, e se alla musica l’ascoltatore aggiunge le proprie esperienze personali la miscela che ne deriva porterà ad una malinconia persistente, assimilabile all’esperienza raccontata dall’autore.


Daniel Fäldt: voce

Rubén Alvarez: assolo di chitarra elettrica

Sara Traficante: Flauto

Alessandro di Benedetti: pianoforte a coda, tastiere, cori.

Marco Bernard: basso Shuker

Rafael Pacha: chitarre acustiche ed elettriche

Kimmo Pörsti - batteria

 

La conclusione dell’album è affidata a “Suruista tehty Soitto II” (3:06), musica di Kimmo Pörsti (Arr. R.Pacha). Non mi è chiara la traduzione dal finlandese ma nel titolo compare certamente il concetto di “dolore”, un sentimento forte affidato totalmente alla chitarra classica di Rafael Pacha.

Mi rendo conto che il commento ai lavori Bernard, Pörsti & friends mi inducono al testo prolisso, ma la cura e la dedizione con cui ci viene donata la loro musica determina una reazione uguale e contraria, ed entrare nei particolari, o almeno provarci, diventa imperativo.

Anche in questo caso ci troviamo al cospetto di musica sontuosa, che oltrepassa la necessità di creare facili etichette, con musicisti stratosferici che riescono a fornire il concetto reale di aggregazione… di qualità!

L’artwork, manco a dirlo, è del geniaccio Ed Unitsky.

La musica che arriva dal polo esteso finlandese, anche quando parte dall’elemento fantastico - dalla parabola, dal racconto della tradizione antica -, trova sempre contatto con la realtà. Ma per chi non sentisse la necessità di approfondire i testi, preferendo lasciar parlare la musica, basterà uno start, una stanza tranquilla, una mente libera, per iniziare un viaggio immaginifico su cui poter tornare a piacimento, ogni volta che si vorrà/potrà.

So per certo che molta altra musica targata “Samurai” sta per arrivare… rimanete sintonizzati!



Registrato nel 2021 - 2022

Prodotto da Marco Bernard, Kimmo Pörsti e Rafael Pacha

Mixato e masterizzato da Kimmo Pörsti

Opera di Ed Unitsky: www.facebook.com/Ed.Unitsky.fanpage

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