mercoledì 30 aprile 2025

Novità discografica in arrivo per Jakko M. Jakszyk (King Crimson): il suo nuovo lavoro solista vedrà la luce a giugno

 


Grande attesa per il prossimo disco da solista del poliedrico artista dei King Crimson, Jakko Jakszyk, chitarrista e voce inconfondibile della storica band. L'album, intitolato "Son Of Glen", si presenta come un'espansione musicale della sua celebrata autobiografia.

 

Il talentuoso musicista dei King Crimson, Jakko M. Jakszyk, rilascerà il suo nono progetto solistico, "Son Of Glen", tramite InsideOut Music il prossimo 27 giugno. L'annuncio è stato accompagnato dalla diffusione del suo ultimo singolo, la traccia omonima che supera i dieci minuti di durata.

 

Questo nuovo lavoro discografico, che segue "Secrets & Lies" del 2020, funge da ideale colonna sonora alla sua acclamata autobiografia, "Who's The Boy With The Lovely Hair?", edita lo scorso anno da Kingmaker Publishing. Il titolo del libro fa riferimento al vero padre di Jakszyk.

"È un racconto fantastico e romantico, ispirato alle rivelazioni sul mio vero padre dopo anni di ricerche vane", racconta l'artista. "Glen Tripp era un aviatore americano di stanza nel Regno Unito che si innamorò di una cantante irlandese dai capelli scuri. E io, molti anni dopo, ho ripercorso le sue orme, innamorandomi di un'altra persona. Chissà se mi ha osservato e guidato da lassù?"

In "Son Of Glen" troviamo la preziosa partecipazione di batteristi del calibro di Gavin Harrison (King Crimson / Porcupine Tree) e Ian Mosley (Marillion), della violoncellista Caroline Lavelle, della vocalist Louise Patricia Crane e del figlio di Jakko, Django, al basso.

Il nuovo album sarà disponibile in tiratura limitata in formato CD digipak, vinile gatefold e sulle piattaforme digitali.

 

Jakko M. Jakszyk: Son Of Glen

1 - Ode To Ballina

2 - Somewhere Between Then And Now

3 - How Did I Let You Get So Old?

4 - This Kiss Never Lies

5 - Ode To Ballina (Reprise)

6 - I Told You So

7 - (Get A) Proper Job

8 - Son Of Glen 10:18

 



martedì 29 aprile 2025

Bioscope: Steve Rothery (Marillion) e Thorsten Quaeschning (Tangerine Dream) annunciano i dettagli del loro album intitolato "Gentō"

 


Il chitarrista dei Marillion, Steve Rothery, ha finalmente svelato le informazioni sul suo nuovo progetto musicale, denominato Bioscope, nato dalla sua collaborazione artistica con Thorsten Quaeschning, figura di spicco dei Tangerine Dream.

Il frutto della loro sinergia creativa, un album intitolato "Gentō", vedrà la luce tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, pubblicato tramite earMusic. Tuttavia, la versione su CD è già disponibile per l'acquisto anticipato sull'etichetta Racket dei Marillion, con spedizioni previste per l'inizio di maggio. I primi cinquecento acquirenti riceveranno una copia autografata dal celebre chitarrista.

"Sono appena rientrato dagli Abbey Road Studios, dove hanno completato il processo di incisione in half-speed del vinile per il mio progetto Bioscope con Thorsten Quaeschning dei Tangerine Dream," ha comunicato Rothery ai fan dei Marillion attraverso la newsletter periodica della band. "Questa iniziativa ha preso forma all'inizio del 2020 e, dopo diverse trasferte a Berlino nel corso degli anni e alcune sessioni nel mio studio personale, il materiale era finalmente pronto per il mixaggio e la masterizzazione! Il percorso è stato un po' più lungo del previsto, ma il risultato sonoro è davvero eccezionale!"

L'album vanta anche la partecipazione di Alex Reeves, il talentuoso batterista degli Elbow, la cui performance è stata definita da Rothery come "fantastica".

Rothery è stato recentemente impegnato con i Marillion nelle loro acclamate esibizioni dal vivo durante i "weekend speciali" in Olanda, Canada e Francia. Seguiranno ulteriori concerti in Italia, Regno Unito, Germania e Norvegia.

Parallelamente, i Marillion sono al lavoro su un nuovo album in studio, la cui pubblicazione, tuttavia, non è prevista prima del 2026.


Bioscope: Gentō

1. Vanishing Point

2. Gentō

3. Kinetoscope

4. Bioscope

5. Kaleidoscope




lunedì 28 aprile 2025

Commento al libro "Jackson C. Frank - la luce chiara e dura del genio", di Jim Abbott"

 


Una tragedia in tanti atti. Le tragedie dell’incendio, della malattia mentale, della perdita dei figli (letteralmente e in senso figurato), la tragedia di essere senzatetto e quella di morire solo, circondato da molti. Così tante tragedie e una sola vita per contenerle tutte.

Jackson C. Frank. Possa la sua storia essere raccontata e le sue canzoni cantate.

 

Il modo in cui mi sono avvicinato a Jackson C. Frank e al suo curatore italiano è descritto, dettagliatamente, nell’articolo a cui si arriva cliccando sul seguente link:

https://athosenrile.blogspot.com/2025/01/la-tragica-storia-di-jackson-c-frank.html

 

Successivamente, mi sono dedicato alla lettura di "Jackson C. Frank - la luce chiara e dura del genio" di Jim Abbott, un prezioso omaggio di Gian Carlo Pandolfi, vero motore della sua rivisitazione italiana. Uscito nel maggio scorso, il libro ha avuto un successo tale da esaurirsi in breve tempo, anche se attualmente dovrebbe essere reperibile.

Immagino la difficoltà nel cogliere le sfumature dello scritto di Abbott e, pur riconoscendo alcune piccole imperfezioni nella trasposizione italiana, è doveroso sottolineare come queste rappresentino una minima parte rispetto all'imponente e prezioso lavoro di rielaborazione compiuto. La testimonianza è importante, ed è possibile sperare che la sua storia arrivi esaustivamente sul grande schermo (nel 2023 è uscito un documentario sulla vita di Jackson C. Frank intitolato "Blues Run the Game: The Strange Tale of Jackson C. Frank"), perché, come dice Abbott, “Una eredità non è molto se nessuno sa che sei esistito!”.

Il libro di Jim Abbott, "Jackson C. Frank - la luce chiara e dura del genio", si presenta come un'indagine meticolosa e appassionata sulla vita enigmatica e il talento fragile di Jackson C. Frank, figura di culto nel panorama folk degli anni '60. Abbott non si limita a una biografia convenzionale, ma illumina le intricate pieghe di un'esistenza segnata da un'immensa promessa artistica e da una profonda e persistente oscurità personale.

Fin dalle prime pagine, l’autore traccia un ritratto vivido dell'epoca in cui Frank emerge, la fervente scena folk britannica degli anni '60, un contesto fertile per talenti unici e spesso tormentati. La narrazione cattura l'essenza di un'epoca in cui la voce piena e ricca di Frank, il suo finger-picking esemplare e la sua abilità nello scrivere melodie memorabili lo distinguevano sulla scena londinese. Il libro esplora come, nonostante l'ammirazione di colleghi come John Renbourn, che lo considerava superiore a Paul Simon, Frank rimase ai margini del successo mainstream.

Un elemento centrale è l'esplorazione del tragico evento che segnò indelebilmente la vita di Frank: l'incendio scolastico che sfigurò, privandolo di molte persone care. Abbott, con sensibilità e rispetto, analizza come questo trauma abbia influenzato la sua psiche, la sua arte e il suo rapporto con il mondo. Il libro non cede al sensazionalismo, ma cerca di comprendere la profonda cicatrice emotiva che ha accompagnato Frank per tutta la sua esistenza, manifestandosi nella sua musica introspettiva e nel suo carattere schivo. L'incidente, paradossalmente, lo portò a imbracciare la chitarra, uno strumento che divenne sia rifugio che mezzo espressivo.

L'analisi dell'unico album omonimo di Jackson C. Frank, registrato a Londra con la produzione di Paul Simon, è un pilastro del libro. Abbott non si limita a descrivere le sonorità rarefatte e le melodie inquietanti, ma si addentra nei testi enigmatici, cercando di decifrare i temi ricorrenti di solitudine, perdita, amore e disillusione. Brani come "Blues Run the Game", poi diventato uno standard reinterpretato da numerosi artisti, rivelano la profondità emotiva e la capacità compositiva di Frank.

Il libro esplora la genesi delle canzoni, le influenze musicali di Frank e l'impatto che questo album, pur di scarso successo commerciale all'epoca, ha avuto su generazioni successive di musicisti, spesso presente in colonne sonore di film, come "Brown Bunny" e "Electroma".

Abbott affronta la progressiva discesa di Frank nell'oscurità, segnata da problemi di salute mentale, instabilità emotiva e un'esistenza sempre più marginale. Il libro cerca di fare luce sulle ragioni di questo declino, senza offrire facili risposte o giudizi, ma piuttosto dipingendo un quadro complesso delle sfide che Frank ha dovuto affrontare. La gestione avventata dell'assegno assicurativo, le difficoltà relazionali (il matrimonio con Elaine Sedgwick, la perdita del figlio), la convinzione che Paul Simon lo avesse danneggiato, la vita da senzatetto e l'episodio in cui perse un occhio sono tutti elementi che contribuiscono a un ritratto tragico.

L'omaggio di Gian Carlo Pandolfi, che ha tradotto il libro in italiano, aggiunge un ulteriore livello di profondità, offrendo una chiave di lettura culturale specifica.

Il volume si arricchisce ulteriormente di un toccante inserto fotografico in bianco e nero, che ripercorre visivamente momenti topici e significativi della vita di Jackson C. Frank, offrendo uno sguardo intimo sul suo percorso umano e artistico.

Lo stile di scrittura di Jim Abbott, come si può intuire dal titolo ("la luce chiara e dura del genio"), è caratterizzato da una prosa incisiva e poetica, capace di rendere giustizia alla complessità del suo soggetto. L'autore intreccia aneddoti (come l'incontro con Elvis a Graceland), testimonianze (le parole di John Renbourn), analisi musicali e riflessioni personali per offrire un ritratto a tutto tondo di Frank, evitando la semplice cronologia degli eventi. Il libro include dettagli commoventi, come la lettera scritta con una macchina da scrivere rotta a Renbourn e il registratore a cassette ritrovato tra i suoi averi.

In conclusione, "Jackson C. Frank - la luce chiara e dura del genio" di Jim Abbott si conferma come un'opera fondamentale per chiunque sia interessato alla storia del folk, alle vite tormentate dei geni musicali e alle oscure correnti che possono celarsi dietro una bellezza artistica fragile e intensa. Il libro non solo ripercorre la vita di Jackson C. Frank, ma cerca di comprendere la sua eredità artistica e umana, offrendo al lettore una prospettiva illuminante su una figura tanto talentuosa quanto sfuggente. La "luce chiara e dura" del titolo suggerisce un tentativo di squarciare il velo di mistero che avvolge Frank, offrendo uno sguardo penetrante sulla sua genialità e sulle sue sofferenze. Il libro celebra il suo unico album come un'opera di inestimabile valore, un testamento di un talento che, nonostante le avversità, continua a risuonare.


UN PO’ DI ASCOLTO

 




sabato 26 aprile 2025

Silver Nightmares: "Roxy Passion" - Un assaggio di prog metal ricco di sfumature

Copertina curata da Ester Cardella


 Silver Nightmares – “Roxy Passion”

(EP, 2025)


A cinque anni dal loro debutto, i palermitani Silver Nightmares tornano a farsi sentire con Roxy Passion, un EP che si presenta come un biglietto da visita maturo e ispirato per il loro universo musicale. Già noti agli ascoltatori per la loro qualità, la band dimostra ancora una volta una notevole padronanza del metal progressive, arricchendolo con un'eleganza che non sfocia mai nell'eccesso.

Un aspetto distintivo del metal progressivo, e che traspare con chiarezza in Roxy Passion, risiede nella sua capacità di intrecciare una notevole perizia tecnica con una profonda espressività emotiva. L'EP dei Silver Nightmares dimostra come la complessità strutturale tipica del genere non sia un mero esercizio di virtuosismo, ma un mezzo per veicolare atmosfere e narrazioni sonore ricche di sfumature. Ascoltando l'alternarsi dei dialoghi strumentali, si percepisce come la band utilizzi un linguaggio musicale evoluto per costruire un'esperienza d'ascolto che va oltre la semplice successione di brani. Anche le due versioni di "The Blue Light of a Star" evidenziano questa tendenza del prog metal a esplorare diverse angolazioni di una stessa idea musicale, offrendo interpretazioni che spaziano dalla potenza emotiva della versione cantata alla rarefazione quasi psichedelica di quella strumentale. In questo senso, Roxy Passion si inserisce nel solco del prog metal non solo per la sua architettura sonora sofisticata, ma per la sua capacità di utilizzare questa complessità come veicolo per comunicare un ventaglio di emozioni e atmosfere ben definite, un equilibrio non sempre facile da raggiungere nel genere.

La formazione attuale, composta da Gabriele Taormina alle tastiere, Gabriele Esposito al basso, Alessio Maddaloni alla batteria e Diego La Mantia alle chitarre, presenta un'interazione strumentale coesa e articolata. Ogni strumento contribuisce in modo equilibrato a un suono d'insieme curato e incisivo.

L'opener e title track, "Roxy Passion", si erge subito come un manifesto della loro attuale direzione. L'innesto della voce del leggendario Göran Edman (ex Yngwie Malmsteen) si rivela una mossa vincente, conferendo al brano una potenza e un carisma notevoli. Il suo timbro si amalgama perfettamente con la solidità del sound, dove tastiere e chitarre si inseguono in un fitto scambio di riff e melodie che omaggiano il prog metal più classico senza cadere nella sterile imitazione.

"Cats on the run" offre un cambio di atmosfera con un interludio strumentale raffinato. Le tastiere prendono il timone della narrazione sonora, disegnando paesaggi limpidi e melodici. L'approccio compositivo si concentra sulla sostanza, evitando virtuosismi fini a sé stessi e rivelando un lato più introspettivo e quasi cinematografico della band.

Il singolo precedentemente pubblicato, "The Blue Light of a Star", viene riproposto in due vesti inedite che, come già sottolineato, ne esplorano appieno le diverse sfaccettature emotive. La versione vocale presenta un'intensità emotiva che può coinvolgere l'ascoltatore.

 La space version strumentale, al contrario, si fa più eterea e sognante, aprendo varchi sonori quasi psichedelici e mostrando un'altra anima del brano, capace di convivere e arricchire la sua controparte vocale.

A completare un quadro già di per sé convincente, troviamo una copertina curata da Ester Cardella e un lavoro di produzione meticoloso ad opera di Simone Campione presso i Mind Studios di Palermo.

"Roxy Passion" si presenta dunque come un EP che si muove con sicurezza nel panorama del metal progressive contemporaneo, distinguendosi per una coerenza stilistica, una passione palpabile e una maturità compositiva che fa ben sperare per un futuro lavoro di più ampio respiro. 


Silver Nightmares - "Roxy Passion" 

Genere: Metal Progressive

Uscita: 31 marzo 2025

Etichetta: Autoproduzione


Formazione:

Gabriele Taormina: Tastiere

Gabriele Esposito: Basso

Alessio Maddaloni: Batteria

Diego La Mantia: Chitarre

Ospite Speciale: Göran Edman (voce)


Tracklist:

Roxy Passion (feat. Göran Edman)

Cats on the Run

The Blue Light of a Star (Vocal Version feat. Göran Edman)

The Blue Light of a Star (Space Version)




venerdì 25 aprile 2025

Il frontman dei Pere Ubu David Thomas è morto a 71 anni

 


L'influente icona del rock sperimentale David Thomas è mancato il 23 aprile, nella sua casa in Inghilterra.

Il mondo della musica perde una figura singolare: David Thomas, l'inconfondibile voce del gruppo rock sperimentale Pere Ubu di Cleveland e precedentemente dei Rocket From The Tombs, si è spento all'età di 71 anni. La notizia della sua scomparsa è stata comunicata attraverso un messaggio sulla pagina social della band.

La dichiarazione ufficiale recita:

"David Thomas, nato il 14 giugno 1953 e scomparso il 23 aprile 2025.

David Lynn Thomas, l'interprete principale dei Pere Ubu, dei Rocket From The Tombs e di numerosi progetti da solista, ci ha lasciati dopo aver combattuto a lungo con la malattia.

Mercoledì 23 aprile 2025, è deceduto nella sua amata Brighton & Hove, circondato dall'affetto di sua moglie e della sua figlia più giovane. In quel momento, risuonavano le note degli MC5 alla radio. Il suo desiderio era di fare ritorno alla sua casa, la fattoria in Pennsylvania, dove insisteva per essere "gettato nel fienile.

David Thomas e la sua band avevano ultimato la registrazione di un nuovo album. Era consapevole che sarebbe stata la sua ultima opera. Ci impegniamo a proseguire con il missaggio e la finalizzazione di questo disco inedito, affinché la sua musica finale possa raggiungere tutti. Inoltre, aveva lasciato precise indicazioni affinché il lavoro di catalogazione di tutte le registrazioni dei concerti dal vivo continuasse attraverso la pagina ufficiale di Bandcamp. La sua autobiografia era quasi completa e ci faremo carico di terminarla per lui. Il Patreon dei Pere Ubu continuerà a esistere come comunità, gestita da communex.

Vi lasciamo con le sue stesse parole, che riassumono la sua essenza meglio di quanto potremmo mai fare noi: 'Mi chiamo David Fucking Thomas... e sono il cantante della migliore band rock and roll del pianeta.' (Dal documentario Frigo)

Lunga vita ai Pere Ubu."

Gli innovativi e sperimentali Pere Ubu si formarono a Cleveland, Ohio, nel 1975, in seguito alla dissoluzione del gruppo garage rock Rocket From The Tombs, i cui membri, il chitarrista Cheetah Chrome e il batterista Johnny Blitz, avrebbero poi dato vita ai Dead Boys.

Thomas fu l'unico membro costante dei Pere Ubu, che descrivevano il loro suono rauco e anticonvenzionale come "avant-garage". La rivista Rolling Stone definì il loro influente album di debutto del 1978, "The Modern Dance", come "aspro e intenzionalmente sgradevole". Scrivendo per Classic Rock nel 2004, il giornalista Malcolm Dome considerò quel disco una "pietra miliare del genio art-rock, un vero capolavoro", aggiungendo che "senza questo album, gran parte della musica rock più esoterica registrata nei decenni successivi sarebbe semplicemente rimasta inascoltata".

Tuttavia, Thomas stesso una volta dichiarò che i Pere Ubu erano in realtà un gruppo mainstream, affermando: "Si può tracciare una linea diretta dagli esordi, diciamo 'Heartbreak Hotel', passando per Brian Wilson e arrivando a Lou Reed. Negli anni '70 c'è stata una maggiore maturità narrativa, del linguaggio musicale e dello sviluppo della tecnica. Tutto si evolveva e andava avanti. I Pere Ubu si sono inseriti in quella linea retta".





Annuncio Speciale: ritorno in vinile e blu-ray per il Cinquantenario di "Hergest Ridge" di Mike Oldfield


Un evento imperdibile per gli appassionati di musica progressiva: il leggendario album del 1974 di Mike Oldfield, "Hergest Ridge", farà il suo ritorno in una prestigiosa riedizione per celebrare il suo cinquantesimo anniversario.

Questo secondo lavoro in studio dell'eclettico musicista britannico sarà disponibile in svariati formati a partire dal 27 giugno, grazie a UMC.

A seguire il rivoluzionario debutto del 1973 con "Tubular Bells", "Hergest Ridge" si presenterà in un esclusivo cofanetto in doppio vinile. Questa edizione conterrà il remix del 2010, curato dallo stesso Oldfield (e proposto per la prima volta su disco in vinile), affiancato da una inedita rimasterizzazione a mezza velocità realizzata da Miles Showell presso gli iconici Abbey Road Studios, partendo dal mix originale del 1974.

Per un'esperienza audio immersiva, sarà inoltre disponibile una speciale edizione Blu-ray. Questa includerà un inedito mix ATMOS e stereo firmato da David Kosten, il mix 5.1 e stereo del 2010 di Mike Oldfield, il mix Quad Boxed del 1976 e, naturalmente, il mix stereo originale del 1974.

Queste nuove pubblicazioni saranno arricchite da un rinnovato design grafico, approvato personalmente da Oldfield (con l'aggiunta di nuove fotografie catturate sull'Hergest Ridge nel corso del 2023), e da свежие citazioni dello stesso artista.

Dopo il fenomenale successo di "Tubular Bells", Oldfield lasciò la frenesia di Londra per trovare rifugio nella quiete di Kington, un pittoresco borgo mercantile nell'Herefordshire. Questo luogo è dominato dalla maestosa e allungata collina di Hergest Ridge, che offre panorami mozzafiato estendendosi dalla cittadina fino a Gladestry, nel Galles.

Oldfield trascorse quel periodo dedicandosi al volo con i suoi alianti sopra il Ridge e suonando nel locale pub Penrhos Court. Fu nella sua dimora dell'epoca, The Beacon, situata sul confine tra Galles e Inghilterra, che diede vita al suo nuovo album.




giovedì 24 aprile 2025

Proiezione del film "Quadrophenia": un tuffo nel passato tra musica, socializzazione e riflessioni generazionali

 


SAVONA, 22 APRILE 2025


Nella sala privata ho avvertito una buona dose di energia, un misto di attesa e curiosità. Non si trattava della prima di un blockbuster hollywoodiano, né di un evento mondano. L'occasione era la proiezione di Quadrophenia, il cult movie del 1979 tratto dall'omonimo concept album degli Who, una delle tante iniziative nate da un corso che ho avuto il piacere di tenere all'UniSavona. L'obiettivo primario? La socializzazione, il ritrovarsi e condividere, con la pellicola a fare da catalizzatore emotivo e spunto di riflessione.

L'imperativo era duplice: la musica, anima pulsante del film e del periodo storico che racconta, e il ricordo di un mondo lontano, un'eco di ribellione giovanile e di trasformazioni sociali radicali. Ad introdurre la serata, un intervento illuminante di Mauro Selis, un melomane e psicologo esperto di dipendenze. Con la sua profonda conoscenza del contesto storico e musicale, ha saputo dipingere un affresco vivido dell'Inghilterra dei primi anni '60, del fermento culturale, delle tensioni sociali e, non ultimo, dell'uso diffuso di anfetamine, all'epoca non ancora bandite, che permeava quella scena. Le sue parole hanno gettato una luce cruda e realistica su un'epoca di eccessi e di ricerca di identità, preparando il terreno per la visione del film.

Sala gremita… un segnale tangibile del fascino che Quadrophenia continua a esercitare, a distanza di decenni.

Al termine della proiezione, le reazioni sono state intense e variegate. Tra i tanti messaggi ricevuti, uno in particolare ha saputo cogliere l'essenza della serata: "Bella iniziativa quella di ieri sera. La scelta del film è stata stimolante per tanti aspetti. Non ultimo per me che l'ho visto la prima volta nel 1985 quando già rappresentava una società completamente cambiata rispetto all'ambientazione. Rivederlo ora è stato choccante: una nostalgia che ha il sapore della consapevolezza amara di una perdita e contemporaneamente la dolcezza, il ricordo di un passato un po' anche nostro."

Questo commento racchiude la potenza evocativa di Quadrophenia. Per chi l'ha vissuto "in diretta", il film è un tuffo malinconico in un'epoca formativa, un ricordo di battaglie generazionali e di un senso di appartenenza forte, seppur spesso conflittuale. Per chi, come il nostro partecipante, l'ha scoperto in un'epoca successiva, il film assume una valenza diversa, quasi archeologica. Diventa la testimonianza di un mondo scomparso, un'istantanea di un'energia giovanile che, pur nelle sue contraddizioni e nei suoi eccessi, appare oggi intrisa di un'autenticità forse perduta.

La "nostalgia che ha il sapore della consapevolezza amara di una perdita" è palpabile. La perdita di un'illusione, forse, di una ribellione più genuina, di un senso di comunità viscerale. Ma c'è anche la "dolcezza del ricordo di un passato un po' anche nostro", perché le inquietudini, la ricerca di un'identità, il desiderio di cambiamento sono temi universali che trascendono le epoche.

L'iniziativa, al di là della semplice proiezione cinematografica, ha rappresentato un momento di connessione, di scambio intergenerazionale, di riflessione sul passato e sul presente. La musica degli Who, potente e catartica, ha fatto da colonna sonora a questi pensieri, amplificando le emozioni e creando un legame invisibile tra i partecipanti.

In fondo, l'arte, in tutte le sue forme, ha questa straordinaria capacità: di farci viaggiare nel tempo, di farci sentire parte di storie lontane, di stimolare il dialogo e, soprattutto, di farci sentire meno soli. E se una sala piena e un commento così intenso sono il risultato di questo piccolo esperimento, non posso che ritenermi soddisfatto. La socializzazione attraverso la cultura, il ricordo e la riflessione: un trinomio che si è rivelato ancora una volta vincente.


Quadrophenia 22 aprile 2025 

L’intervento di Mauro Selis

Riuscite a immaginare nell’era social, digitale, liquida, scegliete voi, una rissa con duecento persone che si inseguono per fare a pugni per questioni prettamente estetico-musicali? Altamente improbabile, in effetti, molto più semplice pensare a qualche leone da tastiera mentre fomenta una discussione in qualche chat in uno dei tanti social presenti in rete!

Nei favolosi o formidabili, scegliete voi, anni Sessanta e Settanta, invece, succedeva eccome.

Come vedremo anche nel film verso la metà degli anni Sessanta in posti come Brighton o Clacton, il weekend sul lungomare di queste località era diventato sinonimo di battaglia tra le due opposte sottoculture giovanili dominanti, mods e rockers, ossessionate da una rivalità prima di tutto estetico-musicale, poi attitudinale e, infine, sociale: due opposti modi di rapportarsi col mondo.

La calata dei “barbari” dalla vicina Londra avveniva con i Rockers a cavallo di moto come le Triumph e le Norton, i Mods con le classiche vespe o le lambrette spesso arricchite da un numero spropositato di specchietti e fanali.

Se i rockers incarnavano il boom economico del dopoguerra e l’ideale dell’uomo virile e conservatore, i mods erano i moderni, pura espressione del proletariato britannico e accettavano l’apporto della gioventù di colore soprattutto nel campo musicale.

I rockers, innamorati di un immaginario d’oltreoceano, erano figli del rock’n’roll americano degli anni 50, tutto brillantina, giacche di pelle, scarpe da motociclista e jeans con risvolto. I diversamente giovani come me ricorderanno il telefilm “Happy Days” in cui uno dei protagonisti era il perfetto teddy boy Arthur Fonzarelli più celebre come “Fonzie”. Il loro era uno spirito reazionario e refrattario ai cambiamenti per cui era piuttosto normale che i loro nemici naturali fossero i mods, ovvero i modernisti, la generazione successiva che rifiutava lo stile di vita dei propri padri, preferendone uno al passo coi tempi – moderno, appunto – e anfetaminico, in costante equilibrio tra rabbia ed eleganza, il cui gusto musicale era rivolto al nuovo jazz, al soul, allo ska e soprattutto a band come gli Who, Kinks, Small Faces, Yarbirds.

Dicevo prima anfetaminico ebbene mente i Rockers di fatto non erano inclini all’uso di stupefacenti i Mods al contrario erano consumatori di droghe che all’epoca erano legali in particolare le anfetamine che sono sostanze di origine sintetica ad azione stimolante sul sistema nervoso centrale. La reazione fisica consiste nel rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, serotonina e noradrenalina che agiscono sulla regolazione del sonno, dell’umore e dell’appetito. Si presentano solitamente sotto forma di compresse o capsule di varie dimensioni e colore, polvere generalmente bianca, gel e cristalli che possono essere assunti sniffandoli, fumandoli o dopo una preparazione specifica iniettandoli (più raro).

L’anfetamina fu sintetizzata per la prima volta nel 1887 ed essendo uno psicostimolante fu largamente usata soprattutto nelle guerre mondiali per aumentare l’efficienza militare dei soldati in combattimento e la produttività dei lavoratori nell’industria bellica, successivamente fu usata clinicamente per contrastare depressione, obesità e astenia. In Italia fino all’inizio degli anni 70 era legale, qualcuno di voi ricorderà la simpamina che era il nome commerciale di un tipo di anfetamina.






lunedì 21 aprile 2025

Quadrophenia: un doppio affresco multimediale della disillusione Mod

 


Originariamente un ambizioso concept album dei The Who (1973) che esplora la crisi d'identità giovanile, "Quadrophenia" ha trovato una potente eco nella sua trasposizione cinematografica (1979) diretta da Franc Roddam. Pur mantenendo un legame narrativo, le due opere offrono prospettive complementari sulla sottocultura Mod britannica degli anni '60.

L'album immerge l'ascoltatore nell'interiorità di Jimmy, un Mod alienato, attraverso un percorso emotivo sonoro stratificato, con testi evocativi e temi musicali ricorrenti che ne svelano la frustrazione esistenziale, il conflitto con l'autorità e la vana ricerca di appartenenza, culminando in un'ambigua disillusione a Brighton.

Il film adotta uno sguardo crudo sul "Teatro della Ribellione Giovanile", concentrandosi sulle dinamiche sociali, la violenza tra Mods e Rockers e la disperata ricerca di identità di Jimmy (intensa interpretazione di Phil Daniels). La narrazione più diretta e realistica mostra le sue disillusioni attraverso eventi concreti, come la demistificazione di Ace Face (Sting), con una colonna sonora tratta dall'album ma con un focus più sociale che psicologico e un finale tendenzialmente più cupo.

Entrambe le opere condividono il tema centrale della disillusione giovanile e della ricerca di identità, ma divergono nel focus narrativo. L'album sonda la psiche frammentata di Jimmy attraverso la musica, mentre il film offre una prospettiva esterna sul contesto sociale. La musica nell'album è parte integrante della narrazione, mentre nel film funge da colonna sonora evocativa.

"Quadrophenia", sia come opera rock concettuale che come film, rappresenta un'esplorazione profonda della disillusione giovanile. Pur distinti nel linguaggio espressivo, si completano a vicenda, offrendo un affresco multimediale duraturo sulla frustrazione adolescenziale e la perenne ricerca di significato in un mondo percepito come alienante, mantenendo intatta la loro rilevanza nel tempo.





“Who Knows Where The Time Goes?”, il capolavoro di Sandy Denny

 


Ma dove va il tempo?

Ognuno di noi crea la sua visione, spesso dinamica, variabile a seconda del momento di vita.

Certo è che ascoltare una canzone come “Who Knows Where The Time Goes?” dalla voce di Sandy Denny induce a serie riflessioni e spinge verso attimi di malinconia acuta; fa altresì pensare che una ragazza di 20 anni si sia potuta porre certi quesiti esistenziali in una età in cui dovrebbe trovare largo spazio la spensieratezza e magari un po' di sana superficialità giovanile, giacché il tempo delle preoccupazioni, oggi come allora, è dietro l'angolo, probabile compagno per il resto della vita.

La canzone fu scritta dalla cantante folk-rock inglese, che originariamente la registrò come demo, nel 1967, cantando e suonando la chitarra nel brano. Nello stesso anno si unì brevemente alla band folk The Strawbs e la registrò nuovamente, ancora una volta solo voce e chitarra, per quello che divenne l'album All Our Own Work, che non fu pubblicato fino al 1973.

La cantante folk americana Judy Collins ascoltò un nastro della registrazione demo originale nel 1968 e decise di reinterpretare la canzone, pubblicandola prima come B-side della sua versione di "Both Sides, Now", e poi come title track del suo album “Who Knows Where the Time Goes”, entrambi pubblicati nel 1968. La sua fu la prima registrazione ampiamente disponibile della canzone.

Nel 1968 Denny si unì alla band folk-rock dei Fairport Convention e il brano venne ripreso nel loro secondo album rilasciato nel 1969, Unhalfbricking, una versione decisamente influenzata dal rock.

I Fairport Convention diedero l’avvio alla corrente folk rock inglese, realizzando la fusione tra musica tradizionale e sonorità rock. La band è tutt’ora attiva nonostante le molteplici mutazioni, ma certo è che la versione con la Denny risulta una delle migliori, per via di una vocalità unica, cupa e dolce a seconda delle occasioni: non è un caso che la vocalist sia stata l’unica interprete femminile a collaborare con i Led Zeppelin, nella celebre The Battle of Evermore.

Con Robert Plant

Con la scomparsa prematura della Denny, avvenuta nel 1978 a causa di un incidente domestico - ma la storia dell’epilogo è in realtà un po' più complicata - la sua fama postuma è cresciuta smisuratamente, tanto da farla entrare di diritto nella storia della musica inglese.

Proviamo a descrivere il pensiero di Sandy Danny contenuto nel brano, prendendo in prestito il pensiero di Ivan Cenzi

La meditazione sull’inevitabile scorrere del tempo trova spunto dalla contemplazione di una spiaggia deserta e degli stormi di uccelli che stanno prendendo il largo, iniziando l’annuale migrazione.  Sostenuta dalla delicata progressione di accordi della chitarra, l’autrice si stupisce dell’enigmatica ed innata conoscenza che gli animali sembrano possedere delle stagioni; eppure, tutto, nel quadro dipinto dalle parole della canzone, è immerso nello stesso senso di meraviglia e di sospeso incanto. Perfino la costa solitaria pare a suo modo vivere e respirare, tanto che l’autrice si rivolge direttamente ad essa, per confortarla; e su tutto domina il tempo, che scandisce i mutamenti della natura in modo inconoscibile.

Anche per Sandy Denny siamo circondati da misteri più grandi di noi che ci governano, ma sono misteri colmi di bellezza e, suggerisce il testo, di amore: perché ostinarsi a volerli controllare? Il segreto è sotto gli occhi di tutti, sembra dire l’autrice. È nella resa e nell’abbandono all’incessante fluire delle cose. Si tratta di accordarsi in modo semplice e istintivo al ritmo universale, che dissolve ogni dubbio, qualsiasi timore e tutte le nostre sterili domande sul futuro e sull’inevitabile fine: la morte è simile alla partenza degli stormi di uccelli, un movimento naturale che avviene quando deve avvenire (until it’s time to go); non vi è più angoscia, soltanto un commosso e sognante abbandono.

A mio giudizio una delle più belle canzoni mai scritte, capace di rappresentare il mix perfetto tra atmosfera musicale e importanza della lirica.

"Who Knows Where the Time Goes?" è diventata una canzone simbolo, sia per Denny che per i Fairport Convention, ed è stata reinterpretata da molti artisti.

Nel 2007, la versione “Unhalfbricking” è stata votata "Favorite Folk Track Of All Time" dagli ascoltatori di BBC Radio 2.

Non resta che ascoltarla…



Who knows where the time goes?

Tutti gli uccelli stanno andando via nel cielo della sera,

ma come fanno a sapere che è il momento di partire?

Prima del fuoco d’inverno, starò ancora sognando.

Non ho pensiero del tempo

Perché chi sa in che direzione va il tempo?

Chi lo sa dove va il tempo?

Coste deserte e tristi, i tuoi volubili amici stanno andando via

Ah, ma stavolta sai che è tempo che vadano

Ma io sarò ancora qui, non ho intenzione di partire

Io non faccio conto sul tempo.

Perché chi sa in che direzione va il tempo?

Chi lo sa dove va il tempo?

Ed io non sono sola mentre il mio amore è vicino a me

so che sarà così finché sarà il tempo di andare,

per questo vengono le tempeste in inverno e ritornano gli uccelli a primavera

Io non ho paura del tempo.

Perché chi sa come cresce il mio amore?

Chi lo sa dove va il tempo?”







sabato 19 aprile 2025

Who, pace fatta: Zak Starkey resta alla batteria

 


Dopo giorni di voci e indiscrezioni, Pete Townshend mette fine al "caso Starkey": "È ancora con noi".


Londra - Sembrava un fulmine a ciel sereno: Zak Starkey, storico batterista degli Who da quasi trent'anni, era stato allontanato dalla leggendaria band britannica. Le prime notizie, diffuse all'indomani delle esibizioni alla Royal Albert Hall di marzo, parlavano di una "decisione collettiva" maturata a causa di presunte frustrazioni del frontman Roger Daltrey riguardo allo stile di batteria di Starkey, giudicato eccessivo e problematico per la sua performance vocale.

Lo stesso Starkey aveva espresso sorpresa e tristezza per la notizia, pur dichiarandosi orgoglioso del suo lungo percorso con gli Who, che considerava una famiglia. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, erano circolate voci di un possibile avvicendamento con Scott Devours, batterista di Daltrey nei suoi progetti solisti.

Ma la telenovela musicale ha avuto un inaspettato colpo di scena nella giornata di oggi. Con un comunicato ufficiale pubblicato sul sito web degli Who, il chitarrista e co-fondatore Pete Townshend ha categoricamente smentito l'allontanamento di Starkey. "Zak non è stato invitato a lasciare la band", ha dichiarato Townshend, ammettendo che ci sono stati "problemi di comunicazione, personali e privati da tutte le parti" che fortunatamente sono stati "risolti felicemente".

Townshend ha poi specificato che sia lui che Daltrey desiderano che Starkey "stringa il suo ultimo stile di batteria evoluto" per meglio adattarsi alla loro attuale formazione non orchestrale, e che il batterista ha dato la sua disponibilità in tal senso. Il chitarrista ha anche ammesso una possibile responsabilità per i problemi di suono sul palco alla Royal Albert Hall, ipotizzando tempi di soundcheck insufficienti.

Definendo gli Who una "famiglia", Townshend ha liquidato la vicenda come qualcosa che "è esploso molto rapidamente e ha ricevuto troppa attenzione", concludendo con un lapidario "è finita".

A stretto giro è arrivata anche la reazione dello stesso Zak Starkey, che tramite un post su Instagram ha espresso la sua gratitudine per far parte della "famiglia Who", ringraziando Roger e Pete.

Con questa dichiarazione, si placa dunque un'ondata di speculazioni che aveva tenuto con il fiato sospeso i fan della band. Zak Starkey rimane saldamente dietro i tamburi degli Who, pronto a continuare a scrivere nuove pagine nella lunga e gloriosa storia del gruppo. La "famiglia" del rock britannico è di nuovo al completo.

Ecco qualche immagine e commento esperto...


Estrapolazione dal video

https://www.youtube.com/watch?v=mN-N4rTTMsA&t=81s

Canale “Suonarelabatteria” di Corrado Bertonazzi

https://www.youtube.com/@suonarelabatteria





Tesoro ritrovato dagli Archivi Musicali: un raro filmato del Van der Graaf Generator del 1976 illumina il passato, definito "straordinario" da Peter Hammill

 


Un'eccezionale gemma proveniente dagli annali della musica progressiva è stata recentemente portata alla luce: un filmato inedito e di straordinaria rarità che cattura l'energia di un'esibizione live dei leggendari Van der Graaf Generator a Toronto nel lontano 1976. Questo prezioso documento visivo è ora accessibile al pubblico attraverso la piattaforma YouTube, offrendo uno sguardo intimo e vibrante su un momento iconico della storia della band.

La scoperta di questo filmato ha suscitato un'onda di entusiasmo, in particolare da parte di Peter Hammill, l'enigmatica e carismatica voce del VdGG. Con la sua consueta eloquenza, Hammill ha espresso la sua meraviglia sulla sua pagina BlueSky: "Ecco qualcosa che trascende l'ordinario, un vero e proprio reperto straordinario. Queste riprese in formato 8mm, fortunosamente ritrovate, sono state meticolosamente sincronizzate con la registrazione audio originale, permettendo ora di rivivere dodici intensi minuti dei VdGG nella maestosa Massey Hall di Toronto durante quell'indimenticabile '76."

La lente amatoriale che ha immortalato questa performance storica apparteneva a Michael Boyce, un appassionato diciottenne che si trovava tra il pubblico della Massey Hall di Toronto il 15 ottobre 1976. Questo filmato assume un'importanza capitale in quanto rappresenta l'unica testimonianza visiva conosciuta di un concerto integrale dei Van der Graaf Generator durante il loro leggendario e ambizioso tour mondiale del 1976, un periodo di intensa attività creativa e di consacrazione per la band.

Il merito di aver sottratto questo frammento di storia musicale all'oblio e di averlo reso disponibile al mondo va a Jim Christopulos, autorevole biografo dei VdGG e profondo conoscitore della loro complessa e affascinante vicenda artistica. Christopulos, egli stesso musicista in veste di batterista nella blues band di Chicago Howard & the White Boys, ha lavorato con dedizione e discrezione per portare a compimento questo progetto di recupero.

"Ci stavo lavorando in segreto da un po'", ha confidato Christopulos sulla sua pagina Facebook, svelando la paziente opera di restauro e sincronizzazione che ha reso fruibile il filmato. "Finalmente è giunto il momento di condividere questa meraviglia con tutti!"

L'emozione per questo ritrovamento ha contagiato anche figure chiave del passato della band, come Gail Colson, che ha ricoperto il ruolo di manager di Peter Hammill. La sua reazione, espressa con affetto e ammirazione, testimonia il valore affettivo e storico di queste immagini: "Peter me l'ha inviato solo poche ore fa. Cavolo, sei stato incredibilmente impegnato in questo progetto, i miei più sinceri complimenti. In bocca al lupo per la diffusione, Gail".

Questo raro filmato non è solo un documento per i fan di lunga data del Van der Graaf Generator, ma anche una preziosa finestra sul fermento musicale degli anni '70 e sull'energia grezza e innovativa di una band che ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock progressivo. La sua riscoperta è un omaggio alla passione dei fan e al lavoro di coloro che si dedicano alla preservazione della memoria musicale, offrendo nuove prospettive su un'epoca d'oro della creatività artistica.





venerdì 18 aprile 2025

"Tu nell'universo" di Mia Martini: un'analisi emozionale oltre i confini del genere

 


Nonostante la mia consueta distanza dalla musica melodica italiana, riconosco la grandezza insita in alcune sue espressioni. Sorprende come un brano possa superare le abituali preferenze di genere, toccando inattesi livelli emotivi, come accade, a me, con la celebre "Tu nell'universo".

Analizzandola, trascendendo quindi una certa insofferenza verso il melodrammatico e il malinconico, emergono alcune osservazioni.

Innanzitutto, la voce di Mia Martini non si limita alla melodia, ma si carica di un'intensità emotiva e di una visceralità che vanno oltre la semplice tristezza. La sua interpretazione veicola un dolore e una forza capaci di risuonare profondamente anche in chi abitualmente non apprezza lo spleen musicale. La sua abilità nel comunicare un'emozione autentica e potente rappresenta un elemento di forte attrazione.

Inoltre, la qualità intrinseca è evidente. Pur inserendosi nel contesto malinconico, la linea melodica di "Tu nell'universo" possiede una forza e una struttura ben definite, con una sottile complessità armonica e una peculiare progressione emotiva accessibili a ogni ascoltatore, quindi non ad appannaggio dell’esperto di turno. Parallelamente, la potenza evocativa del testo di Guido Morra assume un'importanza significativa. L'uso di immagini universali legate all'amore e alla perdita, unito a una qualità lirica intrinseca, permette di superare le barriere delle preferenze di genere. L'apprezzamento per la poesia del testo e la sua capacità di toccare corde emotive profonde e condivise si rivelano più forti di una generale ritrosia verso temi malinconici. Anche l'arrangiamento orchestrale, pur contribuendo all'atmosfera intensa del brano, presenta elementi di notevole fascino. Una maestosità e una drammaticità insite nell'orchestrazione colpiscono la sensibilità musicale. Certo è che il contesto emotivo personale, spesso in modo sottile, può influenzare la ricezione di un brano. Particolari momenti esistenziali o esperienze passate possono renderci più sensibili a emozioni espresse musicalmente, anche al di là delle nostre preferenze abituali. In tali frangenti, la malinconia di "Tu nell'universo" può risuonare in modo inatteso e profondo.

Infine, alcune composizioni possiedono una qualità intrinseca che permette loro di trascendere le rigide classificazioni di genere. "Tu nell'universo" rientra, a mio giudizio, in questa categoria, grazie a una combinazione di elementi particolarmente riusciti - la forza della voce, la pregnanza della melodia, la profondità del testo - capaci di renderla apprezzabile anche da chi solitamente evita sonorità melodrammatiche e malinconiche. Senza dimenticare la mia profonda ammirazione per Mia Martini, la cui unicità vocale e capacità interpretativa potrebbero spingere all'apprezzamento di opere altrimenti distanti dalle mie preferenze.

Rileggendo quanto ho appena scritto mi rendo conto che il mio pensiero suona come una giustificazione - verso me stesso - per l’evidenziazione di un episodio musicale inserito in un contesto a me avverso ma, la mia onestà intellettuale lo impone, e quindi, fedele a questa, mi soffermo sulle componenti di "Tu nell'universo" che ne decretano un impatto emotivo così universale.

"Tu nell'universo" di Mia Martini, singolo del 1989 dall'album omonimo, è una ballata piena di emotività, nata dalla collaborazione tra Guido Morra e Giancarlo Bigazzi, dove il ricordo e la persistenza del legame affettivo oltre l'assenza fisica si fanno palpabili. Il testo di Morra dipinge una nostalgia incrollabile, con immagini spaziali che elevano la figura amata a una sfera trascendente, mentre il verso "sei qui vicino a me, ma non ti posso toccare" ne evidenzia la dolorosa frattura. Il ricordo diviene rifugio e l'amore forza inesauribile, configurando un monologo interiore verso un'assenza sentita. La musica di Bigazzi sottolinea questo pathos con una melodia lenta e un crescendo emotivo culminante nella voce di Martini, sostenuta da un arrangiamento orchestrale intenso e un ritmo incalzante. L'interpretazione di Mia Martini è cruciale, con una voce potente e carica di pathos che trasmette dolore e forza interiore, rendendo tangibile il sentimento.

Plastico esempio di come una bella canzone sia in grado di superare ogni paletto, ogni barriera, ogni ideologia, risuonando universalmente nell'animo dell’ascoltatore sensibile.