Grande attesa per il prossimo disco
da solista del poliedrico artista dei King Crimson, Jakko Jakszyk, chitarrista
e voce inconfondibile della storica band. L'album, intitolato "Son Of
Glen", si presenta come un'espansione musicale della sua celebrata
autobiografia.
Il talentuoso musicista dei King Crimson, Jakko M. Jakszyk, rilascerà il suo nono progetto
solistico, "Son Of Glen",
tramite InsideOut Music il prossimo 27 giugno. L'annuncio è stato
accompagnato dalla diffusione del suo ultimo singolo, la traccia omonima che
supera i dieci minuti di durata.
Questo nuovo lavoro discografico, che segue "Secrets
& Lies" del 2020, funge da ideale colonna sonora alla sua
acclamata autobiografia, "Who's The Boy With The Lovely Hair?",
edita lo scorso anno da Kingmaker Publishing. Il titolo del libro fa
riferimento al vero padre di Jakszyk.
"È un racconto fantastico e romantico, ispirato alle
rivelazioni sul mio vero padre dopo anni di ricerche vane", racconta
l'artista. "Glen Tripp era un aviatore americano di stanza nel Regno
Unito che si innamorò di una cantante irlandese dai capelli scuri. E io, molti
anni dopo, ho ripercorso le sue orme, innamorandomi di un'altra persona. Chissà
se mi ha osservato e guidato da lassù?"
In "Son Of Glen" troviamo la preziosa
partecipazione di batteristi del calibro di Gavin Harrison (King Crimson
/ Porcupine Tree) e Ian Mosley (Marillion), della violoncellista Caroline
Lavelle, della vocalist Louise Patricia Crane e del figlio di Jakko,
Django, al basso.
Il nuovo album sarà disponibile in tiratura limitata in
formato CD digipak, vinile gatefold e sulle piattaforme digitali.
Il chitarrista dei Marillion, Steve Rothery, ha finalmente svelato le
informazioni sul suo nuovo progetto musicale, denominato Bioscope,
nato dalla sua collaborazione artistica con Thorsten
Quaeschning, figura di spicco dei Tangerine Dream.
Il frutto della loro sinergia creativa, un album intitolato
"Gentō", vedrà la luce
tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, pubblicato tramite earMusic.
Tuttavia, la versione su CD è già disponibile per l'acquisto anticipato
sull'etichetta Racket dei Marillion, con spedizioni previste per l'inizio di
maggio. I primi cinquecento acquirenti riceveranno una copia autografata dal
celebre chitarrista.
"Sono appena rientrato dagli Abbey Road Studios, dove
hanno completato il processo di incisione in half-speed del vinile per il mio
progetto Bioscope con Thorsten Quaeschning dei Tangerine Dream," ha
comunicato Rothery ai fan dei Marillion attraverso la newsletter periodica
della band. "Questa iniziativa ha preso forma all'inizio del 2020 e,
dopo diverse trasferte a Berlino nel corso degli anni e alcune sessioni nel mio
studio personale, il materiale era finalmente pronto per il mixaggio e la
masterizzazione! Il percorso è stato un po' più lungo del previsto, ma il
risultato sonoro è davvero eccezionale!"
L'album vanta anche la partecipazione di Alex Reeves,
il talentuoso batterista degli Elbow, la cui performance è stata definita da
Rothery come "fantastica".
Rothery è stato recentemente impegnato con i Marillion nelle
loro acclamate esibizioni dal vivo durante i "weekend speciali" in
Olanda, Canada e Francia. Seguiranno ulteriori concerti in Italia, Regno Unito,
Germania e Norvegia.
Parallelamente, i Marillion sono al lavoro su un nuovo album
in studio, la cui pubblicazione, tuttavia, non è prevista prima del 2026.
Una tragedia in tanti atti. Le
tragedie dell’incendio, della malattia mentale, della perdita dei figli (letteralmente
e in senso figurato), la tragedia di essere senzatetto e quella di morire solo,
circondato da molti. Così tante tragedie e una sola vita per contenerle tutte.
Jackson
C. Frank. Possa
la sua storia essere raccontata e le sue canzoni cantate.
Il modo in cui mi sono avvicinato a Jackson C. Franke
al suo curatore italiano è descritto, dettagliatamente, nell’articolo a cui si
arriva cliccando sul seguente link:
Successivamente, mi sono dedicato alla lettura di "Jackson C. Frank - la luce chiara e dura del genio"
di Jim Abbott, un prezioso omaggio di Gian Carlo Pandolfi, vero
motore della sua rivisitazione italiana. Uscito nel maggio scorso, il libro ha
avuto un successo tale da esaurirsi in breve tempo, anche se attualmente
dovrebbe essere reperibile.
Immagino la difficoltà nel cogliere le sfumature dello
scritto di Abbott e, pur riconoscendo alcune piccole imperfezioni nella
trasposizione italiana, è doveroso sottolineare come queste rappresentino una
minima parte rispetto all'imponente e prezioso lavoro di rielaborazione
compiuto. La testimonianza è importante, ed è possibile sperare che la sua
storia arrivi esaustivamente sul grande schermo (nel 2023 è uscito un
documentario sulla vita di Jackson C. Frank intitolato "Blues Run the
Game: The Strange Tale of Jackson C. Frank"), perché, come dice Abbott,
“Una eredità non è molto se nessuno sa che sei esistito!”.
Il libro di Jim Abbott, "Jackson C. Frank - la luce
chiara e dura del genio", si presenta come un'indagine meticolosa e
appassionata sulla vita enigmatica e il talento fragile di Jackson C. Frank,
figura di culto nel panorama folk degli anni '60. Abbott non si limita a una
biografia convenzionale, ma illumina le intricate pieghe di un'esistenza
segnata da un'immensa promessa artistica e da una profonda e persistente
oscurità personale.
Fin dalle prime pagine, l’autore traccia un ritratto vivido
dell'epoca in cui Frank emerge, la fervente scena folk britannica degli anni
'60, un contesto fertile per talenti unici e spesso tormentati. La narrazione
cattura l'essenza di un'epoca in cui la voce piena e ricca di Frank, il suo
finger-picking esemplare e la sua abilità nello scrivere melodie memorabili lo
distinguevano sulla scena londinese. Il libro esplora come, nonostante
l'ammirazione di colleghi come John Renbourn, che lo considerava superiore a
Paul Simon, Frank rimase ai margini del successo mainstream.
Un elemento centrale è l'esplorazione del tragico evento che segnò
indelebilmente la vita di Frank: l'incendio scolastico che sfigurò, privandolo
di molte persone care. Abbott, con sensibilità e rispetto, analizza come questo
trauma abbia influenzato la sua psiche, la sua arte e il suo rapporto con il
mondo. Il libro non cede al sensazionalismo, ma cerca di comprendere la
profonda cicatrice emotiva che ha accompagnato Frank per tutta la sua
esistenza, manifestandosi nella sua musica introspettiva e nel suo carattere
schivo. L'incidente, paradossalmente, lo portò a imbracciare la chitarra, uno
strumento che divenne sia rifugio che mezzo espressivo.
L'analisi dell'unico album omonimo di Jackson C. Frank,
registrato a Londra con la produzione di Paul Simon, è un pilastro del libro.
Abbott non si limita a descrivere le sonorità rarefatte e le melodie
inquietanti, ma si addentra nei testi enigmatici, cercando di decifrare i temi
ricorrenti di solitudine, perdita, amore e disillusione. Brani come "Blues Run the Game", poi diventato uno standard reinterpretato da numerosi
artisti, rivelano la profondità emotiva e la capacità compositiva di Frank.
Il libro esplora la genesi delle canzoni, le influenze
musicali di Frank e l'impatto che questo album, pur di scarso successo
commerciale all'epoca, ha avuto su generazioni successive di musicisti, spesso
presente in colonne sonore di film, come "Brown Bunny" e
"Electroma".
Abbott affronta la progressiva discesa di Frank
nell'oscurità, segnata da problemi di salute mentale, instabilità emotiva e
un'esistenza sempre più marginale. Il libro cerca di fare luce sulle ragioni di
questo declino, senza offrire facili risposte o giudizi, ma piuttosto
dipingendo un quadro complesso delle sfide che Frank ha dovuto affrontare. La
gestione avventata dell'assegno assicurativo, le difficoltà relazionali (il
matrimonio con Elaine Sedgwick, la perdita del figlio), la convinzione che Paul
Simon lo avesse danneggiato, la vita da senzatetto e l'episodio in cui perse un
occhio sono tutti elementi che contribuiscono a un ritratto tragico.
L'omaggio di Gian Carlo Pandolfi, che ha tradotto il libro in
italiano, aggiunge un ulteriore livello di profondità, offrendo una chiave di
lettura culturale specifica.
Il volume si arricchisce ulteriormente di un toccante inserto
fotografico in bianco e nero, che ripercorre visivamente momenti topici e
significativi della vita di Jackson C. Frank, offrendo uno sguardo intimo sul
suo percorso umano e artistico.
Lo stile di scrittura di Jim Abbott, come si può intuire dal
titolo ("la luce chiara e dura del genio"), è caratterizzato da una
prosa incisiva e poetica, capace di rendere giustizia alla complessità del suo
soggetto. L'autore intreccia aneddoti (come l'incontro con Elvis a Graceland),
testimonianze (le parole di John Renbourn), analisi musicali e riflessioni
personali per offrire un ritratto a tutto tondo di Frank, evitando la semplice
cronologia degli eventi. Il libro include dettagli commoventi, come la lettera
scritta con una macchina da scrivere rotta a Renbourn e il registratore a
cassette ritrovato tra i suoi averi.
In conclusione, "Jackson C. Frank - la luce chiara e
dura del genio" di Jim Abbott si conferma come un'opera fondamentale per
chiunque sia interessato alla storia del folk, alle vite tormentate dei geni
musicali e alle oscure correnti che possono celarsi dietro una bellezza
artistica fragile e intensa. Il libro non solo ripercorre la vita di Jackson C.
Frank, ma cerca di comprendere la sua eredità artistica e umana, offrendo al
lettore una prospettiva illuminante su una figura tanto talentuosa quanto
sfuggente. La "luce chiara e dura" del titolo suggerisce un tentativo
di squarciare il velo di mistero che avvolge Frank, offrendo uno sguardo
penetrante sulla sua genialità e sulle sue sofferenze. Il libro celebra il suo
unico album come un'opera di inestimabile valore, un testamento di un talento
che, nonostante le avversità, continua a risuonare.
A cinque anni dal loro debutto, i palermitani Silver Nightmarestornano
a farsi sentire con Roxy Passion,
un EP che si presenta come un biglietto da visita maturo e ispirato per il loro
universo musicale. Già noti agli ascoltatori per la loro qualità, la band
dimostra ancora una volta una notevole padronanza del metal progressive,
arricchendolo con un'eleganza che non sfocia mai nell'eccesso.
Un aspetto distintivo del metal progressivo, e che traspare
con chiarezza in Roxy Passion, risiede nella sua capacità di intrecciare
una notevole perizia tecnica con una profonda espressività emotiva. L'EP dei
Silver Nightmares dimostra come la complessità strutturale tipica del genere
non sia un mero esercizio di virtuosismo, ma un mezzo per veicolare atmosfere e
narrazioni sonore ricche di sfumature. Ascoltando l'alternarsi dei dialoghi strumentali,
si percepisce come la band utilizzi un linguaggio musicale evoluto per
costruire un'esperienza d'ascolto che va oltre la semplice successione di
brani. Anche le due versioni di "The Blue Light of a Star"
evidenziano questa tendenza del prog metal a esplorare diverse angolazioni di
una stessa idea musicale, offrendo interpretazioni che spaziano dalla potenza
emotiva della versione cantata alla rarefazione quasi psichedelica di quella
strumentale. In questo senso, Roxy Passion si inserisce nel solco del
prog metal non solo per la sua architettura sonora sofisticata, ma per la sua
capacità di utilizzare questa complessità come veicolo per comunicare un
ventaglio di emozioni e atmosfere ben definite, un equilibrio non sempre facile
da raggiungere nel genere.
La formazione attuale, composta da Gabriele Taormina
alle tastiere, Gabriele Esposito al basso, Alessio Maddaloni alla
batteria e Diego La Mantia alle chitarre, presenta un'interazione
strumentale coesa e articolata. Ogni strumento contribuisce in modo equilibrato
a un suono d'insieme curato e incisivo.
L'opener e title track, "Roxy Passion", si
erge subito come un manifesto della loro attuale direzione. L'innesto della
voce del leggendario Göran Edman (ex Yngwie Malmsteen) si rivela una
mossa vincente, conferendo al brano una potenza e un carisma notevoli. Il suo
timbro si amalgama perfettamente con la solidità del sound, dove tastiere e
chitarre si inseguono in un fitto scambio di riff e melodie che omaggiano il
prog metal più classico senza cadere nella sterile imitazione.
"Cats on the run" offre un cambio di
atmosfera con un interludio strumentale raffinato. Le tastiere prendono il
timone della narrazione sonora, disegnando paesaggi limpidi e melodici.
L'approccio compositivo si concentra sulla sostanza, evitando virtuosismi fini
a sé stessi e rivelando un lato più introspettivo e quasi cinematografico della
band.
Il singolo precedentemente pubblicato, "The Blue
Light of a Star", viene riproposto in due vesti inedite che,
come già sottolineato, ne esplorano appieno le diverse sfaccettature emotive. La
versione vocale presenta un'intensità emotiva che può coinvolgere
l'ascoltatore.
La space versionstrumentale, al contrario, si fa più eterea e sognante, aprendo varchi sonori
quasi psichedelici e mostrando un'altra anima del brano, capace di convivere e
arricchire la sua controparte vocale.
A completare un quadro già di per sé convincente, troviamo
una copertina curata da Ester Cardella e un lavoro di produzione
meticoloso ad opera di Simone Campione presso i Mind Studios di Palermo.
"Roxy Passion" si presenta dunque come un EP che si
muove con sicurezza nel panorama del metal progressive contemporaneo,
distinguendosi per una coerenza stilistica, una passione palpabile e una
maturità compositiva che fa ben sperare per un futuro lavoro di più ampio
respiro.
Silver Nightmares - "Roxy
Passion"
Genere: Metal Progressive
Uscita: 31 marzo 2025
Etichetta: Autoproduzione
Formazione:
Gabriele Taormina: Tastiere
Gabriele Esposito: Basso
Alessio Maddaloni: Batteria
Diego La Mantia: Chitarre
Ospite Speciale: Göran Edman (voce)
Tracklist:
Roxy Passion
(feat. Göran Edman)
Cats on the
Run
The Blue
Light of a Star (Vocal Version feat. Göran Edman)
L'influente icona del rock sperimentale David Thomas è
mancato il 23 aprile, nella sua casa in Inghilterra.
Il mondo della musica perde una figura singolare: David Thomas, l'inconfondibile voce del gruppo
rock sperimentale Pere Ubu di Cleveland e precedentemente dei Rocket
From The Tombs, si è spento all'età di 71 anni. La notizia della sua scomparsa
è stata comunicata attraverso un messaggio sulla pagina social della band.
La dichiarazione ufficiale recita:
"David Thomas, nato il 14 giugno 1953 e scomparso il
23 aprile 2025.
David Lynn Thomas, l'interprete principale dei Pere Ubu, dei
Rocket From The Tombs e di numerosi progetti da solista, ci ha lasciati dopo
aver combattuto a lungo con la malattia.
Mercoledì 23 aprile 2025, è deceduto nella sua amata Brighton
& Hove, circondato dall'affetto di sua moglie e della sua figlia più
giovane. In quel momento, risuonavano le note degli MC5 alla radio. Il suo
desiderio era di fare ritorno alla sua casa, la fattoria in Pennsylvania, dove
insisteva per essere "gettato nel fienile.
David Thomas e la sua band avevano ultimato la registrazione
di un nuovo album. Era consapevole che sarebbe stata la sua ultima opera. Ci
impegniamo a proseguire con il missaggio e la finalizzazione di questo disco
inedito, affinché la sua musica finale possa raggiungere tutti. Inoltre, aveva
lasciato precise indicazioni affinché il lavoro di catalogazione di tutte le
registrazioni dei concerti dal vivo continuasse attraverso la pagina ufficiale
di Bandcamp. La sua autobiografia era quasi completa e ci faremo carico di
terminarla per lui. Il Patreon dei Pere Ubu continuerà a esistere come
comunità, gestita da communex.
Vi lasciamo con le sue stesse parole, che riassumono la sua
essenza meglio di quanto potremmo mai fare noi: 'Mi chiamo David Fucking
Thomas... e sono il cantante della migliore band rock and roll del pianeta.'
(Dal documentario Frigo)
Lunga vita ai Pere Ubu."
Gli innovativi e sperimentali Pere Ubu si formarono a
Cleveland, Ohio, nel 1975, in seguito alla dissoluzione del gruppo garage rock
Rocket From The Tombs, i cui membri, il chitarrista Cheetah Chrome e il
batterista Johnny Blitz, avrebbero poi dato vita ai Dead Boys.
Thomas fu l'unico membro costante dei Pere Ubu, che
descrivevano il loro suono rauco e anticonvenzionale come
"avant-garage". La rivista Rolling Stone definì il loro influente
album di debutto del 1978, "The Modern Dance", come
"aspro e intenzionalmente sgradevole". Scrivendo per Classic Rock nel
2004, il giornalista Malcolm Dome considerò quel disco una "pietra miliare
del genio art-rock, un vero capolavoro", aggiungendo che "senza
questo album, gran parte della musica rock più esoterica registrata nei decenni
successivi sarebbe semplicemente rimasta inascoltata".
Tuttavia, Thomas stesso una volta dichiarò che i Pere Ubu
erano in realtà un gruppo mainstream, affermando: "Si può tracciare una
linea diretta dagli esordi, diciamo 'Heartbreak Hotel', passando per Brian
Wilson e arrivando a Lou Reed. Negli anni '70 c'è stata una maggiore maturità
narrativa, del linguaggio musicale e dello sviluppo della tecnica. Tutto si
evolveva e andava avanti. I Pere Ubu si sono inseriti in quella linea retta".
Un evento imperdibile per gli appassionati di musica
progressiva: il leggendario album del 1974 di Mike Oldfield, "Hergest
Ridge", farà il suo ritorno in una prestigiosa riedizione
per celebrare il suo cinquantesimo anniversario.
Questo secondo lavoro in studio dell'eclettico musicista
britannico sarà disponibile in svariati formati a partire dal 27 giugno,
grazie a UMC.
A seguire il rivoluzionario debutto del 1973 con "Tubular
Bells", "Hergest Ridge" si presenterà in un
esclusivo cofanetto in doppio vinile. Questa edizione conterrà il remix del
2010, curato dallo stesso Oldfield (e proposto per la prima volta su disco in
vinile), affiancato da una inedita rimasterizzazione a mezza velocità realizzata
da Miles Showell presso gli iconici Abbey Road Studios, partendo dal mix
originale del 1974.
Per un'esperienza audio immersiva, sarà inoltre disponibile
una speciale edizione Blu-ray. Questa includerà un inedito mix ATMOS e stereo
firmato da David Kosten, il mix 5.1 e stereo del 2010 di Mike Oldfield, il mix
Quad Boxed del 1976 e, naturalmente, il mix stereo originale del 1974.
Queste nuove pubblicazioni saranno arricchite da un rinnovato
design grafico, approvato personalmente da Oldfield (con l'aggiunta di nuove
fotografie catturate sull'Hergest Ridge nel corso del 2023), e da свежие
citazioni dello stesso artista.
Dopo il fenomenale successo di "Tubular Bells",
Oldfield lasciò la frenesia di Londra per trovare rifugio nella quiete di
Kington, un pittoresco borgo mercantile nell'Herefordshire. Questo luogo è
dominato dalla maestosa e allungata collina di Hergest Ridge, che offre
panorami mozzafiato estendendosi dalla cittadina fino a Gladestry, nel Galles.
Oldfield trascorse quel periodo dedicandosi al volo con i
suoi alianti sopra il Ridge e suonando nel locale pub Penrhos Court. Fu nella
sua dimora dell'epoca, The Beacon, situata sul confine tra Galles e
Inghilterra, che diede vita al suo nuovo album.
Nella sala privata ho avvertito una buona dose di energia, un
misto di attesa e curiosità. Non si trattava della prima di un blockbuster
hollywoodiano, né di un evento mondano. L'occasione era la proiezione di
Quadrophenia, il cult movie del 1979 tratto dall'omonimo concept album degli
Who, una delle tante iniziative nate da un corso che ho avuto il piacere di
tenere all'UniSavona. L'obiettivo primario? La socializzazione, il ritrovarsi e
condividere, con la pellicola a fare da catalizzatore emotivo e spunto di
riflessione.
L'imperativo era duplice: la musica, anima pulsante del film
e del periodo storico che racconta, e il ricordo di un mondo lontano, un'eco di
ribellione giovanile e di trasformazioni sociali radicali. Ad introdurre la
serata, un intervento illuminante di Mauro Selis, un melomane e psicologo
esperto di dipendenze. Con la sua profonda conoscenza del contesto storico e
musicale, ha saputo dipingere un affresco vivido dell'Inghilterra dei primi
anni '60, del fermento culturale, delle tensioni sociali e, non ultimo, dell'uso
diffuso di anfetamine, all'epoca non ancora bandite, che permeava quella scena.
Le sue parole hanno gettato una luce cruda e realistica su un'epoca di eccessi
e di ricerca di identità, preparando il terreno per la visione del film.
Sala gremita… un segnale tangibile del fascino che
Quadrophenia continua a esercitare, a distanza di decenni.
Al termine della proiezione, le reazioni sono state intense e
variegate. Tra i tanti messaggi ricevuti, uno in particolare ha saputo cogliere
l'essenza della serata: "Bella iniziativa quella di ieri
sera. La scelta del film è stata stimolante per tanti aspetti. Non ultimo per
me che l'ho visto la prima volta nel 1985 quando già rappresentava una società
completamente cambiata rispetto all'ambientazione. Rivederlo ora è stato
choccante: una nostalgia che ha il sapore della consapevolezza amara di una
perdita e contemporaneamente la dolcezza, il ricordo di un passato un po' anche
nostro."
Questo commento racchiude la potenza evocativa di
Quadrophenia. Per chi l'ha vissuto "in diretta", il film è un tuffo
malinconico in un'epoca formativa, un ricordo di battaglie generazionali e di
un senso di appartenenza forte, seppur spesso conflittuale. Per chi, come il
nostro partecipante, l'ha scoperto in un'epoca successiva, il film assume una
valenza diversa, quasi archeologica. Diventa la testimonianza di un mondo
scomparso, un'istantanea di un'energia giovanile che, pur nelle sue contraddizioni
e nei suoi eccessi, appare oggi intrisa di un'autenticità forse perduta.
La "nostalgia che ha il sapore della consapevolezza
amara di una perdita" è palpabile. La perdita di un'illusione, forse, di
una ribellione più genuina, di un senso di comunità viscerale. Ma c'è anche la
"dolcezza del ricordo di un passato un po' anche nostro", perché le
inquietudini, la ricerca di un'identità, il desiderio di cambiamento sono temi
universali che trascendono le epoche.
L'iniziativa, al di là della semplice proiezione
cinematografica, ha rappresentato un momento di connessione, di scambio
intergenerazionale, di riflessione sul passato e sul presente. La musica degli
Who, potente e catartica, ha fatto da colonna sonora a questi pensieri,
amplificando le emozioni e creando un legame invisibile tra i partecipanti.
In fondo, l'arte, in tutte le sue forme, ha questa
straordinaria capacità: di farci viaggiare nel tempo, di farci sentire parte di
storie lontane, di stimolare il dialogo e, soprattutto, di farci sentire meno
soli. E se una sala piena e un commento così intenso sono il risultato di
questo piccolo esperimento, non posso che ritenermi soddisfatto. La
socializzazione attraverso la cultura, il ricordo e la riflessione: un trinomio
che si è rivelato ancora una volta vincente.
Quadrophenia 22 aprile 2025
L’intervento di Mauro Selis
Riuscite a immaginare nell’era social, digitale, liquida,
scegliete voi, una rissa con duecento persone che si inseguono per fare a pugni
per questioni prettamente estetico-musicali? Altamente improbabile, in effetti,
molto più semplice pensare a qualche leone da tastiera mentre fomenta una
discussione in qualche chat in uno dei tanti social presenti in rete!
Nei favolosi o formidabili, scegliete voi, anni Sessanta e
Settanta, invece, succedeva eccome.
Come vedremo anche nel film verso la metà degli anni Sessanta
in posti come Brighton o Clacton, il weekend sul lungomare di queste località
era diventato sinonimo di battaglia tra le due opposte sottoculture giovanili
dominanti, mods e rockers, ossessionate da una rivalità prima di tutto
estetico-musicale, poi attitudinale e, infine, sociale: due opposti modi di
rapportarsi col mondo.
La calata dei “barbari” dalla vicina Londra avveniva con i
Rockers a cavallo di moto come le Triumph e le Norton, i Mods con le classiche
vespe o le lambrette spesso arricchite da un numero spropositato di specchietti
e fanali.
Se i rockers incarnavano il boom economico del dopoguerra e
l’ideale dell’uomo virile e conservatore, i mods erano i moderni, pura
espressione del proletariato britannico e accettavano l’apporto della gioventù
di colore soprattutto nel campo musicale.
I rockers, innamorati di un immaginario d’oltreoceano, erano
figli del rock’n’roll americano degli anni 50, tutto brillantina, giacche di
pelle, scarpe da motociclista e jeans con risvolto. I diversamente giovani come
me ricorderanno il telefilm “Happy Days” in cui uno dei protagonisti era il
perfetto teddy boy Arthur Fonzarelli più celebre come “Fonzie”. Il loro era uno
spirito reazionario e refrattario ai cambiamenti per cui era piuttosto normale
che i loro nemici naturali fossero i mods, ovvero i modernisti, la generazione
successiva che rifiutava lo stile di vita dei propri padri, preferendone uno al
passo coi tempi – moderno, appunto – e anfetaminico, in costante equilibrio tra
rabbia ed eleganza, il cui gusto musicale era rivolto al nuovo jazz, al soul,
allo ska e soprattutto a band come gli Who, Kinks, Small Faces, Yarbirds.
Dicevo prima anfetaminico ebbene mente i Rockers di fatto non
erano inclini all’uso di stupefacenti i Mods al contrario erano consumatori di
droghe che all’epoca erano legali in particolare le anfetamine che sono
sostanze di origine sintetica ad azione stimolante sul sistema nervoso
centrale. La reazione fisica consiste nel rilascio di neurotrasmettitori come
la dopamina, serotonina e noradrenalina che agiscono sulla regolazione del
sonno, dell’umore e dell’appetito. Si presentano solitamente sotto forma di
compresse o capsule di varie dimensioni e colore, polvere generalmente bianca,
gel e cristalli che possono essere assunti sniffandoli, fumandoli o dopo una
preparazione specifica iniettandoli (più raro).
L’anfetamina fu sintetizzata per la prima volta nel 1887 ed
essendo uno psicostimolante fu largamente usata soprattutto nelle guerre
mondiali per aumentare l’efficienza militare dei soldati in combattimento e la
produttività dei lavoratori nell’industria bellica, successivamente fu usata
clinicamente per contrastare depressione, obesità e astenia. In Italia fino
all’inizio degli anni 70 era legale, qualcuno di voi ricorderà la simpamina che
era il nome commerciale di un tipo di anfetamina.
Originariamente un ambizioso concept album dei The Who(1973) che
esplora la crisi d'identità giovanile, "Quadrophenia"
ha trovato una potente eco nella sua trasposizione cinematografica (1979)
diretta da Franc Roddam. Pur mantenendo un legame narrativo, le due
opere offrono prospettive complementari sulla sottocultura Mod britannica degli
anni '60.
L'album immerge l'ascoltatore nell'interiorità di Jimmy,
un Mod alienato, attraverso un percorso emotivo sonoro stratificato, con testi
evocativi e temi musicali ricorrenti che ne svelano la frustrazione
esistenziale, il conflitto con l'autorità e la vana ricerca di appartenenza,
culminando in un'ambigua disillusione a Brighton.
Il film adotta uno sguardo crudo sul "Teatro della
Ribellione Giovanile", concentrandosi sulle dinamiche sociali, la violenza
tra Mods e Rockers e la disperata ricerca di identità di Jimmy (intensa
interpretazione di Phil Daniels). La narrazione più diretta e realistica
mostra le sue disillusioni attraverso eventi concreti, come la demistificazione
di Ace Face (Sting), con una colonna sonora tratta dall'album ma con un
focus più sociale che psicologico e un finale tendenzialmente più cupo.
Entrambe le opere condividono il tema centrale della
disillusione giovanile e della ricerca di identità, ma divergono nel focus
narrativo. L'album sonda la psiche frammentata di Jimmy attraverso la musica,
mentre il film offre una prospettiva esterna sul contesto sociale. La musica
nell'album è parte integrante della narrazione, mentre nel film funge da
colonna sonora evocativa.
"Quadrophenia", sia come opera rock concettuale che
come film, rappresenta un'esplorazione profonda della disillusione giovanile.
Pur distinti nel linguaggio espressivo, si completano a vicenda, offrendo un
affresco multimediale duraturo sulla frustrazione adolescenziale e la perenne
ricerca di significato in un mondo percepito come alienante, mantenendo intatta
la loro rilevanza nel tempo.
Ognuno di noi crea la sua visione,
spesso dinamica, variabile a seconda del momento di vita.
Certo è che ascoltare una canzone
come “Who Knows Where The Time Goes?”
dalla voce di Sandy Dennyinduce a serie riflessioni e spinge verso attimi di malinconia
acuta; fa altresì pensare che una ragazza di 20 anni si sia potuta porre certi quesiti esistenziali in una età in cui dovrebbe trovare largo spazio la spensieratezza e magari un po' di sana superficialità giovanile, giacché il tempo delle preoccupazioni, oggi come allora, è dietro l'angolo, probabile compagno per il resto della vita.
La canzone fu scritta dalla cantante
folk-rock inglese, che originariamente la registrò come demo, nel 1967,
cantando e suonando la chitarra nel brano. Nello stesso anno si unì brevemente
alla band folk The Strawbs e la registrò nuovamente, ancora una volta solo voce
e chitarra, per quello che divenne l'album “All Our Own Work”,
che non fu pubblicato fino al 1973.
La cantante folk americana Judy
Collins ascoltò un nastro della registrazione demo originale nel 1968 e decise
di reinterpretare la canzone, pubblicandola prima come B-side della sua
versione di "Both Sides, Now", e poi come title track del suo album “Who Knows Where the Time Goes”, entrambi pubblicati nel 1968. La sua fu la
prima registrazione ampiamente disponibile della canzone.
Nel 1968 Denny si unì alla band
folk-rock dei Fairport Convention e il brano venne ripreso nel loro secondo album rilasciato nel 1969, “Unhalfbricking”, una versione
decisamente influenzata dal rock.
I Fairport Convention diedero l’avvio
alla corrente folk rock inglese, realizzando la fusione tra musica tradizionale
e sonorità rock. La band è tutt’ora attiva nonostante le molteplici mutazioni,
ma certo è che la versione con la Denny risulta una delle migliori, per via di una
vocalità unica, cupa e dolce a seconda delle occasioni: non è un caso che la vocalist sia stata l’unica interprete femminile a collaborare con i Led Zeppelin,
nella celebre The Battle of Evermore.
Con Robert Plant
Con la scomparsa prematura della
Denny, avvenuta nel 1978 a causa di un incidente domestico - ma la storia dell’epilogo
è in realtà un po' più complicata - la sua fama postuma è cresciuta smisuratamente,
tanto da farla entrare di diritto nella storia della musica inglese.
Proviamo a descrivere il pensiero di
Sandy Danny contenuto nel brano, prendendo in prestito il pensiero di Ivan
Cenzi…
La meditazione sull’inevitabile
scorrere del tempo trova spunto dalla contemplazione di una spiaggia deserta e degli
stormi di uccelli che stanno prendendo il largo, iniziando l’annuale
migrazione. Sostenuta dalla delicata
progressione di accordi della chitarra, l’autrice si stupisce dell’enigmatica
ed innata conoscenza che gli animali sembrano possedere delle stagioni; eppure,
tutto, nel quadro dipinto dalle parole della canzone, è immerso nello stesso
senso di meraviglia e di sospeso incanto. Perfino la costa solitaria pare a suo
modo vivere e respirare, tanto che l’autrice si rivolge direttamente ad essa,
per confortarla; e su tutto domina il tempo, che scandisce i mutamenti della
natura in modo inconoscibile.
Anche per Sandy Denny siamo
circondati da misteri più grandi di noi che ci governano, ma sono misteri colmi
di bellezza e, suggerisce il testo, di amore: perché ostinarsi a volerli
controllare? Il segreto è sotto gli occhi di tutti, sembra dire l’autrice. È
nella resa e nell’abbandono all’incessante fluire delle cose. Si tratta di
accordarsi in modo semplice e istintivo al ritmo universale, che dissolve ogni
dubbio, qualsiasi timore e tutte le nostre sterili domande sul futuro e
sull’inevitabile fine: la morte è simile alla partenza degli stormi di uccelli,
un movimento naturale che avviene quando deve avvenire (until it’s time to go);
non vi è più angoscia, soltanto un commosso e sognante abbandono.
A mio giudizio una delle più belle
canzoni mai scritte, capace di rappresentare il mix perfetto tra atmosfera
musicale e importanza della lirica.
"Who Knows Where the Time
Goes?" è diventata una canzone simbolo, sia per Denny che per i
Fairport Convention, ed è stata reinterpretata da molti artisti.
Nel 2007, la versione
“Unhalfbricking” è stata votata "Favorite Folk Track Of All Time"
dagli ascoltatori di BBC Radio 2.
Non resta che ascoltarla…
Who
knows where the time goes?
Tutti gli uccelli stanno andando via
nel cielo della sera,
ma come fanno a sapere che è il
momento di partire?
Prima del fuoco d’inverno, starò
ancora sognando.
Non ho pensiero del tempo
Perché chi sa in che direzione va il
tempo?
Chi lo sa dove va il tempo?
Coste deserte e tristi, i tuoi
volubili amici stanno andando via
Ah, ma stavolta sai che è tempo che
vadano
Ma io sarò ancora qui, non ho
intenzione di partire
Io non faccio conto sul tempo.
Perché chi sa in che direzione va il
tempo?
Chi lo sa dove va il tempo?
Ed io non sono sola mentre il mio
amore è vicino a me
so che sarà così finché sarà il tempo
di andare,
per questo vengono le tempeste in
inverno e ritornano gli uccelli a primavera
Dopo giorni di voci e indiscrezioni,
Pete Townshend mette fine al "caso Starkey": "È ancora con
noi".
Londra - Sembrava un fulmine a ciel sereno: Zak Starkey, storico batterista degli Who da quasi trent'anni, era stato allontanato
dalla leggendaria band britannica. Le prime notizie, diffuse all'indomani delle
esibizioni alla Royal Albert Hall di marzo, parlavano di una "decisione
collettiva" maturata a causa di presunte frustrazioni del frontman Roger
Daltrey riguardo allo stile di batteria di Starkey, giudicato eccessivo e
problematico per la sua performance vocale.
Lo stesso Starkey aveva espresso sorpresa e tristezza per la
notizia, pur dichiarandosi orgoglioso del suo lungo percorso con gli Who, che
considerava una famiglia. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, erano
circolate voci di un possibile avvicendamento con Scott Devours, batterista di
Daltrey nei suoi progetti solisti.
Ma la telenovela musicale ha avuto un inaspettato colpo di
scena nella giornata di oggi. Con un comunicato ufficiale pubblicato sul sito
web degli Who, il chitarrista e co-fondatore Pete Townshend ha categoricamente
smentito l'allontanamento di Starkey. "Zak non è stato invitato a
lasciare la band", ha dichiarato Townshend, ammettendo che ci sono
stati "problemi di comunicazione, personali e privati da tutte le
parti" che fortunatamente sono stati "risolti felicemente".
Townshend ha poi specificato che sia lui che Daltrey
desiderano che Starkey "stringa il suo ultimo stile di batteria evoluto"
per meglio adattarsi alla loro attuale formazione non orchestrale, e che il
batterista ha dato la sua disponibilità in tal senso. Il chitarrista ha anche
ammesso una possibile responsabilità per i problemi di suono sul palco alla
Royal Albert Hall, ipotizzando tempi di soundcheck insufficienti.
Definendo gli Who una "famiglia", Townshend
ha liquidato la vicenda come qualcosa che "è esploso molto rapidamente e
ha ricevuto troppa attenzione", concludendo con un lapidario "è
finita".
A stretto giro è arrivata anche la reazione dello stesso Zak
Starkey, che tramite un post su Instagram ha espresso la sua gratitudine per
far parte della "famiglia Who", ringraziando Roger e Pete.
Con questa dichiarazione, si placa dunque un'ondata di
speculazioni che aveva tenuto con il fiato sospeso i fan della band. Zak
Starkey rimane saldamente dietro i tamburi degli Who, pronto a continuare a
scrivere nuove pagine nella lunga e gloriosa storia del gruppo. La
"famiglia" del rock britannico è di nuovo al completo.
Un'eccezionale gemma proveniente dagli annali della musica
progressiva è stata recentemente portata alla luce: un filmato inedito e di
straordinaria rarità che cattura l'energia di un'esibizione live dei leggendari
Van der Graaf Generatora Toronto nel lontano 1976. Questo
prezioso documento visivo è ora accessibile al pubblico attraverso la
piattaforma YouTube, offrendo uno sguardo intimo e vibrante su un momento
iconico della storia della band.
La scoperta di questo filmato ha suscitato un'onda di
entusiasmo, in particolare da parte di Peter Hammill, l'enigmatica e
carismatica voce del VdGG. Con la sua consueta eloquenza, Hammill ha espresso
la sua meraviglia sulla sua pagina BlueSky: "Ecco qualcosa che
trascende l'ordinario, un vero e proprio reperto straordinario. Queste riprese
in formato 8mm, fortunosamente ritrovate, sono state meticolosamente
sincronizzate con la registrazione audio originale, permettendo ora di rivivere
dodici intensi minuti dei VdGG nella maestosa Massey Hall di Toronto durante
quell'indimenticabile '76."
La lente amatoriale che ha immortalato questa performance
storica apparteneva a Michael Boyce, un appassionato diciottenne che si trovava
tra il pubblico della Massey Hall di Toronto il 15 ottobre 1976. Questo filmato
assume un'importanza capitale in quanto rappresenta l'unica testimonianza
visiva conosciuta di un concerto integrale dei Van der Graaf Generator durante
il loro leggendario e ambizioso tour mondiale del 1976, un periodo di intensa
attività creativa e di consacrazione per la band.
Il merito di aver sottratto questo frammento di storia
musicale all'oblio e di averlo reso disponibile al mondo va a Jim Christopulos,
autorevole biografo dei VdGG e profondo conoscitore della loro complessa e
affascinante vicenda artistica. Christopulos, egli stesso musicista in veste di
batterista nella blues band di Chicago Howard & the White Boys, ha lavorato
con dedizione e discrezione per portare a compimento questo progetto di
recupero.
"Ci stavo lavorando in segreto da un po'", ha
confidato Christopulos sulla sua pagina Facebook, svelando la paziente opera di
restauro e sincronizzazione che ha reso fruibile il filmato. "Finalmente è
giunto il momento di condividere questa meraviglia con tutti!"
L'emozione per questo ritrovamento ha contagiato anche figure
chiave del passato della band, come Gail Colson, che ha ricoperto il ruolo di
manager di Peter Hammill. La sua reazione, espressa con affetto e ammirazione,
testimonia il valore affettivo e storico di queste immagini: "Peter me
l'ha inviato solo poche ore fa. Cavolo, sei stato incredibilmente impegnato in
questo progetto, i miei più sinceri complimenti. In bocca al lupo per la
diffusione, Gail".
Questo raro filmato non è solo un documento per i fan di
lunga data del Van der Graaf Generator, ma anche una preziosa finestra sul
fermento musicale degli anni '70 e sull'energia grezza e innovativa di una band
che ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock progressivo. La sua
riscoperta è un omaggio alla passione dei fan e al lavoro di coloro che si
dedicano alla preservazione della memoria musicale, offrendo nuove prospettive
su un'epoca d'oro della creatività artistica.
Nonostante la mia consueta distanza dalla musica melodica
italiana, riconosco la grandezza insita in alcune sue espressioni. Sorprende
come un brano possa superare le abituali preferenze di genere, toccando
inattesi livelli emotivi, come accade, a me, con la celebre "Tu nell'universo".
Analizzandola, trascendendo quindi una certa insofferenza
verso il melodrammatico e il malinconico, emergono alcune osservazioni.
Innanzitutto, la voce di Mia
Martininon si limita alla melodia,
ma si carica di un'intensità emotiva e di una visceralità che vanno oltre la
semplice tristezza. La sua interpretazione veicola un dolore e una forza capaci
di risuonare profondamente anche in chi abitualmente non apprezza lo spleen
musicale. La sua abilità nel comunicare un'emozione autentica e potente
rappresenta un elemento di forte attrazione.
Inoltre, la qualità intrinseca è evidente. Pur inserendosi
nel contesto malinconico, la linea melodica di "Tu nell'universo"
possiede una forza e una struttura ben definite, con una sottile complessità
armonica e una peculiare progressione emotiva accessibili a ogni ascoltatore,
quindi non ad appannaggio dell’esperto di turno. Parallelamente, la potenza
evocativa del testo di Guido Morra assume un'importanza significativa. L'uso di
immagini universali legate all'amore e alla perdita, unito a una qualità lirica
intrinseca, permette di superare le barriere delle preferenze di genere.
L'apprezzamento per la poesia del testo e la sua capacità di toccare corde
emotive profonde e condivise si rivelano più forti di una generale ritrosia
verso temi malinconici. Anche l'arrangiamento orchestrale, pur contribuendo
all'atmosfera intensa del brano, presenta elementi di notevole fascino. Una
maestosità e una drammaticità insite nell'orchestrazione colpiscono la
sensibilità musicale. Certo è che il contesto emotivo personale, spesso in modo
sottile, può influenzare la ricezione di un brano. Particolari momenti
esistenziali o esperienze passate possono renderci più sensibili a emozioni
espresse musicalmente, anche al di là delle nostre preferenze abituali. In tali
frangenti, la malinconia di "Tu nell'universo" può risuonare in modo
inatteso e profondo.
Infine, alcune composizioni possiedono una qualità intrinseca
che permette loro di trascendere le rigide classificazioni di genere. "Tu
nell'universo" rientra, a mio giudizio, in questa categoria, grazie a una
combinazione di elementi particolarmente riusciti - la forza della voce, la
pregnanza della melodia, la profondità del testo - capaci di renderla
apprezzabile anche da chi solitamente evita sonorità melodrammatiche e
malinconiche. Senza dimenticare la mia profonda ammirazione per Mia Martini, la
cui unicità vocale e capacità interpretativa potrebbero spingere
all'apprezzamento di opere altrimenti distanti dalle mie preferenze.
Rileggendo quanto ho appena scritto mi rendo conto che il mio
pensiero suona come una giustificazione - verso me stesso - per
l’evidenziazione di un episodio musicale inserito in un contesto a me avverso
ma, la mia onestà intellettuale lo impone, e quindi, fedele a questa, mi
soffermo sulle componenti di "Tu nell'universo" che ne decretano un
impatto emotivo così universale.
"Tu nell'universo" di Mia Martini, singolo del 1989
dall'album omonimo, è una ballata piena di emotività, nata dalla collaborazione
tra Guido Morra e Giancarlo Bigazzi, dove il ricordo e la persistenza del
legame affettivo oltre l'assenza fisica si fanno palpabili. Il testo di Morra
dipinge una nostalgia incrollabile, con immagini spaziali che elevano la figura
amata a una sfera trascendente, mentre il verso "sei qui vicino a me, ma
non ti posso toccare" ne evidenzia la dolorosa frattura. Il ricordo
diviene rifugio e l'amore forza inesauribile, configurando un monologo
interiore verso un'assenza sentita. La musica di Bigazzi sottolinea questo
pathos con una melodia lenta e un crescendo emotivo culminante nella voce di
Martini, sostenuta da un arrangiamento orchestrale intenso e un ritmo
incalzante. L'interpretazione di Mia Martini è cruciale, con una voce potente e
carica di pathos che trasmette dolore e forza interiore, rendendo tangibile il
sentimento.
Plastico esempio di come una bella canzone sia in grado di
superare ogni paletto, ogni barriera, ogni ideologia, risuonando universalmente
nell'animo dell’ascoltatore sensibile.