martedì 14 luglio 2026

The Samurai of Prog - The 7 Voyages of Sinbad

 


The Samurai of Prog - The 7 Voyages of Sinbad

Seacrest Oy, 2026 


Ci sono band prolifiche, e poi ci sono The Samurai of Prog. Da oltre un decennio il collettivo guidato da Marco Bernard e Kimmo Pörsti pubblica album con una frequenza che sfida ogni logica produttiva, mantenendo però una qualità che pochi gruppi riescono a sostenere anche in un’intera carriera.

The 7 Voyages of Sinbad è l’ennesima dimostrazione di questa inesauribile vitalità creativa, un nuovo concept, un nuovo cast internazionale di musicisti, un nuovo viaggio sonoro che si aggiunge a una discografia già monumentale.

Come sempre, l’impatto visivo è parte integrante dell’opera. L’artwork di Ed Unitsky non è semplice decorazione, ma un’estensione narrativa della musica. Le sue illustrazioni, sospese tra simbolismo, mitologia e immaginario fantastico, trasformano l’album in un oggetto totale. Unitsky costruisce mondi, architetture impossibili, paesaggi visionari, figure archetipiche che amplificano la dimensione epica del concept. È un marchio estetico che ormai definisce l’identità dei Samurai tanto quanto le loro scelte musicali.

Il disco racconta le sette avventure di Sinbad, ma lo fa con un taglio moderno e psicologico. L’introduzione di Marco Grieco lo chiarisce subito: “Non sono più il marinaio che lasciò il porto”. Il viaggio diventa così un percorso di trasformazione interiore, un confronto con la paura, la perdita, la tentazione della ricchezza, la scoperta del limite e, infine, la rivelazione di sé.

Ogni brano è affidato a un compositore diverso, scelta che potrebbe generare frammentazione ma che, grazie alla direzione artistica di Bernard e Pörsti, produce invece un mosaico coerente. La sezione ritmica, presente in ogni episodio, garantisce continuità timbrica e narrativa.


Analisi musicale

01. Guided by the Moon – Beppe Crovella

Apertura sinfonica, con tastiere ampie e un canto narrativo che introduce il tema del destino. Steve Unruh offre una prova vocale intensa, mentre il violino aggiunge tensione emotiva. Il brano alterna lirismo e dinamismo, preparando perfettamente il terreno.

02. The Valley of Diamonds – Stefano Vicarelli

Primo episodio strumentale, costruito su tappeti elettronici e un ritmo controllato. Vicarelli crea un paesaggio sonoro sospeso, quasi ipnotico, che evoca la valle dei serpenti e dei diamanti. È un momento contemplativo, ma anche inquieto.

03. Mark the Stars – Octavio Stampalia

Brano energico, con un’impronta prog classica. Steph Honde porta una vocalità teatrale, mentre Stampalia costruisce un impianto armonico solido. Il ritornello “Mark the stars, wield his fate” diventa un vero leitmotiv eroico.

04. End of the Day – Alessandro Di Benedetti

Uno dei vertici emotivi del disco. Il testo è cupo e introspettivo: “I’m about to reach the end, there so little to understand”. La presenza di Roine Stolt aggiunge eleganza melodica. La struttura alterna quiete e dramma, riflettendo la storia di cannibali, tombe e rinascita.

05. Trapped by Old Age – Rafael Pacha

Ricchissimo di strumenti etnici e antichi, è il brano più simbolico dell’album. Pacha costruisce un episodio quasi rituale, con un crescendo narrativo che culmina nella rivelazione finale: “This damn man is me!”. Qui il mito diventa metafora dell’età, del peso del passato, della lotta con sé stessi.

06. The Isle of Wonder – Mimmo Ferri

Brano in quattro sezioni, molto narrativo. Le chitarre acustiche e la voce di Daniel Fäldt creano un clima sospeso tra disperazione e meraviglia. Il testo alterna immagini dure (“gems, rubies, ambergris and bones, and death”) a momenti di rinascita. Il solo di Toni Jokinen è uno dei più intensi del disco.

07. The Last Shore – Marco Grieco

Episodio visionario, con flauto e violino che ampliano lo spettro timbrico. Il tema ricorrente “Through the sky, where angels sing” crea un’atmosfera mistica. Il brano racconta la scoperta che gli uomini‑uccello sono in realtà demoni: un ribaltamento reso con un crescendo drammatico molto efficace.

08. Sinbad the Sailor – Chris Engels

Chiusura perfetta, quasi una ballata epica. Il testo riassume l’intero arco narrativo: “I have sailed where maps dissolve”. La voce di Engels è calda, la chitarra acustica di Sposaro aggiunge intimità. È un ritorno a casa, ma anche un addio al mare.


Tracklist

1.   Guided by the Moon - 07:08

2.   The Valley of Diamonds - 06:15

3.   Mark the Stars - 05:55

4.   End of the Day - 09:01

5.   Trapped by Old Age - 10:27

6.   The Isle of Wonder - 10:26

7.   The Last Shore - 10:16

8.   Sinbad the Sailor - 06:31


Musicisti (lista unica con riferimento ai brani)

Sezione ritmica (presente in tutto l’album)

Marco Bernard - Shuker bass (01- 08)

Kimmo Pörsti - drums (01- 08)


Compositori / tastieristi

Beppe Crovella - keyboards (01)

Stefano Vicarelli - keyboards (02)

Octavio Stampalia - keyboards (03)

Alessandro Di Benedetti - keyboards (04)

Rafael Pacha - keyboards, guitars, percussion, sazs, rehtiz, viola da gamba, zither, flutes, voice (05)

Mimmo Ferri - keyboards, 12‑string acoustic guitar, electric guitar, backing vocals (06)

Marco Grieco - keyboards, acoustic guitar, backing vocals (07)

Chris Engels - keyboards, vocals (08)


Voci

Steve Unruh - vocals & violin (01), lead vocals (07)

Steph Honde - vocals (03)

Michael Trew - vocals (04, 05)

Daniel Fäldt - lead & backing vocals (06)

Chris Engels - vocals (08)

 

Chitarre

Toni Jokinen - electric guitar (01, 03, 04, 06, 07, 08)

Roine Stolt - electric guitar (04)

Massimo Sposaro - acoustic guitar (08)

Strumenti aggiuntivi

Giovanni Mazzotti - flute (07)

Beatrice Birardi - darbuka (06)


The 7 Voyages of Sinbad conferma una volta di più la natura instancabile dei The Samurai of Prog, ma allo stesso tempo mette in luce il loro limite più evidente: la produttività continua rischia talvolta di oscurare la portata delle singole opere. Questo album, però, riesce a emergere proprio grazie alla forza del concept e alla qualità dei compositori coinvolti. Non tutto ha lo stesso peso specifico, alcune sezioni risultano più narrative che realmente memorabili, ma l’insieme funziona perché mantiene una coerenza interna rara in un progetto così frammentato per firme e stili.

La presenza costante della sezione ritmica di Bernard e Pörsti garantisce un’identità sonora riconoscibile, mentre l’artwork di Ed Unitsky - ancora una volta impeccabile - eleva il disco a oggetto totale, curato in ogni dettaglio. È un elemento che molti gruppi considerano accessorio, ma che per i Samurai è parte integrante del linguaggio.

Dal punto di vista musicale, l’album non cerca la sorpresa a tutti i costi, preferisce consolidare un’estetica che la band padroneggia da anni. È un lavoro che parla soprattutto agli ascoltatori già dentro l’universo Seacrest Oy, ma offre abbastanza varietà e profondità da risultare accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta. In definitiva, non è il capitolo più rivoluzionario della loro discografia, ma è uno dei più compatti, maturi e narrativamente riusciti. Un altro tassello di una storia che sembra non voler rallentare.