giovedì 12 febbraio 2026

Joe Strummer e la maratona di Parigi: punk, sudore e bitume



Quando il leader dei Clash scomparve nel nulla per correre 42 km senza allenamento

 

Nel 1982, i The Clash erano la band più importante del pianeta, ma internamente stavano cadendo a pezzi. Joe Strummer, spinto dal manager Bernie Rhodes a "scomparire" per generare pubblicità in vista di un tour imminente, prese il suggerimento fin troppo alla lettera. Senza avvisare nessuno, nemmeno la sua fidanzata dell'epoca, il frontman fuggì a Parigi, dando il via a una delle ricerche più frenetiche della storia del rock.

Mentre Scotland Yard e l'Interpol lo cercavano, Strummer viveva in incognito nella capitale francese. Non era una vacanza di lusso, ma un tentativo di ritrovare sé stesso lontano dalle pressioni dell'industria musicale. Durante questo esilio volontario, decise di iscriversi alla Maratona di Parigi.

L'aspetto più incredibile dell'impresa non fu solo la distanza, ma il regime di allenamento adottato da Strummer. Anni dopo, in un'intervista alla rivista Steppin' Out, Joe rivelò il suo segreto per finire la corsa:

"Non bisogna correre neanche un passo nelle quattro settimane precedenti la gara. E la sera prima della maratona, bisogna bere dieci pinte di birra. È fondamentale. Non dimenticare la birra."

Nonostante la totale assenza di preparazione atletica e uno stile di vita non propriamente salutista, Joe si presentò ai nastri di partenza con il numero di pettorale 13.513.

Strummer non solo portò a termine i 42,195 km, ma lo fece con un tempo rispettabile di circa 3 ore e 25 minuti (secondo alcune fonti, anche se i registri ufficiali sono incerti). Quell'impresa non fu solo un atto sportivo, ma un gesto puramente punk: una sfida aperta alle leggi della fisiologia e alle aspettative della società.

Poco dopo la gara, Joe fu rintracciato in un bar parigino, con la barba incolta e lo sguardo di chi aveva appena attraversato l'inferno di bitume. Tornò a Londra giusto in tempo per il tour, dimostrando che lo spirito punk non conosceva limiti fisici. Quella fuga trasformò una crisi d'identità in un'impresa sportiva assurda e indimenticabile, consolidando ulteriormente il mito di un uomo che correva sempre, in un modo o nell'altro, controcorrente.