Riflessioni tra cantina, delay e
giudizi critici
Questo articolo nasce da una intervista realizzata
con Luciano Boero, bassista e
protagonista del progressive italiano con la Locanda delle Fate, e si inserisce
in un progetto editoriale più ampio dedicato all’evoluzione della tecnologia
applicata alla musica. L’obiettivo è raccontare come la sua carriera abbia
attraversato tre stagioni distinte, segnate da un diverso equilibrio tra
creatività artistica e impronta tecnica.
Per chi ha vissuto la musica come progetto collettivo e visione artigianale, il rapporto con il produttore non è mai neutro. Boero lo racconta con lucidità: in Forse le lucciole…, l’album d’esordio, il gruppo portò in studio un lavoro già definito nei minimi dettagli. 90% opera del gruppo, 10% traduzione tecnica. Tutto era già stato provato, registrato, pensato in cantina: esecuzioni, volumi, timbri, effetti. Il produttore Niko Papathanassiou suggerì semplificazioni, ma furono ignorate. Il tecnico Davide Marinone, invece, seppe trasformare in pratica i desideri del gruppo, senza sovrapporsi.
Ezio Vevey: il produttore invisibile
In Homo homini lupus, l’altro album della
Locanda, la figura di Ezio Vevey, altro pilastro della Locanda, emerge come produttore “fantasma”:
presente, decisivo, ma mai protagonista. L’album era una sua idea, ma non
lavorava per sé stesso. Parlava sempre al plurale: “La Locanda”, mai “Io”.
Un approccio raro, quasi artigianale, dove l’ego lascia spazio alla visione
collettiva.
Scelte, errori e inversioni
Non tutte le decisioni produttive si rivelano vincenti. Il singolo New York/Nove Lune, pensato per essere più accessibile, fu un compromesso che non funzionò. A volte, il tentativo di essere “commerciali” tradisce la natura del progetto. E con il senno di poi, la scelta più controversa fu proprio quella che non ha pagato.
Psicologi o giudici?
Il ruolo del produttore varia. In Forse le lucciole…, fu un giudice critico, non un confessore. In Homo…, invece, Vevey si trasformava in alleato emotivo: incitava, correggeva, si esaltava. Durante la registrazione de Il lato sporco di noi, arrivò a dire che quella era la miglior parte di basso mai registrata da Boero.
Quando il suono non è tuo
Un episodio emblematico: la batteria dello studio, settata
per la Disco, produceva timbri cupi e smorzati. Non era il suono della Locanda.
Giorgio Gardino, batterista del gruppo. rifece le parti, cercando una timbrica più coerente con la loro
musica. È lì che si capisce: quel suono non è tuo, è dello studio.
Delay, non plugin
Se c’è una tecnologia senza la quale il sound della Locanda non sarebbe esistito, è l’effetto eco (delay). Non un plugin, non un preset. E se si potesse riportare in vita un hardware analogico, sarebbe l’Echorec della Binson, favoloso per voci e strumenti. Per il basso, la testata valvolare SVT Ampeg degli anni ’70, con pedali di volume e compressore.
Originalità vs. miglioramento
Un amico disse: “Il meglio è contrario del bene”. Una frase che torna utile anche in studio. Cercare l’originalità a tutti i costi può portare a opere discutibili. A volte, migliorare significa non stravolgere. E il sound nasce più dalla coerenza che dalla sorpresa.
L’errore delle band indipendenti
Il problema più comune? Scarsa qualità del suono. Scene
chiuse, strumenti che non emergono, timbriche sbilanciate. Un tecnico esperto
lo eviterebbe subito. Ma nell’autoproduzione, il rischio è alto: senza una
visione sonora chiara, il brano perde forza narrativa.
Luciano Boero oggi non è più parte della Locanda delle Fate, ma la sua voce resta nitida. Non solo nel basso, ma nel modo in cui racconta la musica: come spazio condiviso, come memoria tecnica, come scelta consapevole. E in ogni eco, c’è ancora un frammento di quella cantina.
