Alan “Blind Owl” Wilson è una delle figure più delicate e
tragiche della controcultura americana. Un ragazzo timido, introverso, con una
sensibilità quasi dolorosa, che trova nel blues l’unico linguaggio capace di
contenerlo. Non è un frontman carismatico, non è un ribelle: è un musicologo
naturale, un ricercatore dell’anima del Delta. Studia i vecchi bluesman come
fossero testi sacri, li trascrive, li analizza, li ama. Con i Canned Heat porta
quel mondo nel rock psichedelico, diventando la voce più fragile e luminosa del
blues revival.
La sua voce acuta, quasi infantile, non è un vezzo, è la sua ferita. Canta la fuga, la solitudine, l’inadeguatezza. E mentre la band diventa famosa, lui si sente sempre più fuori posto, sempre più distante dal mondo. La depressione lo accompagna come un’ombra costante. Muore nel 1970, a 27 anni, entrando nel “Club dei 27” insieme a Joplin e Hendrix. Un genio che ha salvato i suoi maestri, ma non è riuscito a salvare sé stesso.
Aneddoto…
Negli anni ’60, Skip James era un uomo dimenticato.
Aveva registrato qualche brano negli anni ’30, poi la vita lo aveva travolto:
povertà, malattia, anonimato. Quando Alan Wilson lo ascolta per la prima volta
su un vecchio 78 giri, resta folgorato. Quella voce sottile, quel falsetto
tremante, quel modo di suonare la chitarra… era come se qualcuno avesse messo
in musica la sua stessa fragilità.
Wilson non si limita ad ammirarlo e decide di trovarlo. Parte
con John Fahey, percorre il Sud come un ricercatore del blues, bussa a porte,
chiede informazioni, segue tracce vaghe. Alla fine, lo trovano in un ospedale
del Mississippi, malato, povero, convinto che nessuno si ricordasse più di lui.
Alan entra nella stanza con un rispetto quasi religioso. Non
è un fan,ma un discepolo che incontra il suo maestro. Gli parla con dolcezza,
gli suona i suoi stessi brani, glieli ricorda quando lui non riesce più a
ricordarli. Skip James, colpito da quel ragazzo bianco, timido, con la voce
sottile, gli dice: “Tu capisci la mia musica meglio di chiunque
altro.”
Da quel momento, Wilson diventa la sua memoria. Lo aiuta a
tornare sul palco, lo accompagna ai festival, lo sostiene quando la voce non
regge. È un gesto di amore puro verso il blues, verso la storia, verso un uomo
che il mondo aveva abbandonato.
E c’è un dettaglio struggente: quando Skip James muore, nel 1969, Alan Wilson cade in una depressione ancora più profonda. È come se avesse perso non solo un maestro, ma una parte di sé. Un anno dopo, Wilson morirà nello stesso modo in cui aveva vissuto: in silenzio, tra gli alberi, lontano dal rumore del mondo.

