Il percorso di Brian Wilson e la
ricerca di un suono universale tra tecnica e spiritualità
Spesso ascoltiamo un brano che ci colpisce nel profondo, lo
sentiamo corretto o emozionante senza riuscire a spiegarne il motivo, lasciando
che la bellezza scivoli via come un'impressione superficiale. È un peccato che
la maggior parte delle persone non riesca ad afferrare i dettagli tecnici e le
intuizioni geniali che si celano dietro la melodia: sono proprio quegli
ingranaggi invisibili a trasformare una semplice canzone in un’esperienza
trascendentale. Nel caso dei Beach Boys, questa profondità è il
risultato del sacrificio artistico di Brian
Wilson. Nella metà degli anni Sessanta, egli scelse di abbandonare i
tour per rifugiarsi negli studi di registrazione di Los Angeles, spinto dal
desiderio di superare i confini della musica commerciale dell'epoca.
Influenzato dalle tecniche di produzione di Phil Spector e dalla crescente
competizione artistica con i Beatles, Wilson trasformò la sua fragilità
psicologica in una risorsa creativa senza precedenti. Fu proprio in questo
clima di isolamento e ricerca che prese forma God Only Knows, un
brano che segnò il passaggio definitivo della band dalle tematiche spensierate
del surf alla complessità introspettiva dell'album Pet Sounds.
Il cuore della composizione risiede nella sua instabilità
tonale, un dettaglio tecnico che spesso sfugge ma che determina l'intera
atmosfera del pezzo. Mentre la maggior parte delle canzoni pop si poggia su
accordi solidi e riconoscibili, Wilson scelse di utilizzare costantemente le
inversioni degli accordi. In termini pratici, questo significa che la nota più
bassa suonata dal basso non è la nota fondamentale, ovvero la base naturale e
il pilastro dell'accordo, ma un'altra nota della scala. Per visualizzarlo senza
tecnicismi, è come se un edificio, invece di poggiare su fondamenta ampie e
piatte, fosse costruito in equilibrio su un solo vertice: l'armonia rimane
corretta, ma genera una sensazione di galleggiamento e di costante sospensione.
L'orecchio non trova mai un punto di "atterraggio" sicuro,
riflettendo perfettamente il testo di Tony Asher che esplora la dipendenza
emotiva e il dubbio esistenziale.
L'orchestrazione si distacca dai canoni del rock per
abbracciare una strumentazione quasi cameristica, figlia della visione di
Wilson che considerava lo studio di registrazione come uno strumento musicale a
sé stante. Oltre alla sezione ritmica dei Wrecking Crew, il brano vede
l'impiego di un corno francese, di un clavicembalo e di una sezione di archi,
legati tra loro da un uso sapiente dei riverberi naturali. La ricerca timbrica
si spinse oltre gli strumenti tradizionali, includendo oggetti quotidiani per
ottenere tessiture sonore inedite: l'uso di percussioni atipiche, come i
campanelli da slitta e persino il suono di bottiglie o bicchieri di plastica
percossi, serviva a riempire lo spettro acustico con frequenze che gli
strumenti standard non potevano coprire. La traccia fu registrata in modo
modulare: prima la complessa base strumentale e, solo in seguito, le
stratificazioni vocali affidate a Carl Wilson, la cui interpretazione limpida
evita ogni enfasi superflua per lasciare spazio alla purezza della melodia.
Il finale della canzone è un esempio magistrale di
contrappunto che chiude il cerchio di questa sperimentazione. Invece di una
conclusione lineare, le voci dei membri della band si sovrappongono in un
canone, ripetendo il titolo del brano in tre linee melodiche distinte che si
intrecciano senza mai scontrarsi. Questa costruzione sonora non serve solo a
stupire l'ascoltatore, ma simboleggia l'infinità del sentimento descritto. La
struttura non si risolve in una chiusura netta, ma sfuma lentamente, lasciando l'impressione
che quella trama di voci possa continuare senza fine, oltre i limiti del
supporto fisico del disco. È la dimostrazione che, quando si impara a guardare
sotto la superficie di un brano simile, si scopre un mondo di precisione quasi
matematica messo al servizio dell'emozione pura, elevando la canzone a standard
immortale della musica moderna.


