giovedì 12 febbraio 2026

DIASPRO - Commento all’album omonimo e intervista a Marcello Chiaraluce

 


DIASPRO

Commento all’album omonimo

(Guit‑AL Records, 2026)

 

Il primo album dei Diaspro, omonimo, appare come un varco, un passaggio tra sogno lucido, psicologia del profondo e tradizione prog italiana, dove ogni brano diventa un frammento di un viaggio interiore che si ricompone solo alla fine. La dimensione simbolica emerge nel confronto del protagonista con figure che incarnano parti rimosse di sé e che il sogno riporta alla luce. Ne nasce un’opera matura, stratificata e sorprendentemente narrativa.

La genesi del disco è già un racconto a sé: un sogno lucido usato come terapia dopo una delusione d’amore, un flusso di immagini che si impone con naturalezza. Marcello Chiaraluce, leader del gruppo, parla di un processo quasi medianico, in cui le visioni notturne diventano musica senza sforzo. Non è un concept progettato, ma una storia che ha chiesto di essere raccontata, e la band ha saputo ascoltarla.

Il progetto, nato come “disco suonato da solo”, trova la sua vera identità quando diventa una band. Chiaraluce cita Henry Mancini: “Non innamorarti delle cose che scrivi”. È un principio che qui diventa pratica: l’ingresso di altri musicisti evita l’autoreferenzialità e restituisce al prog la sua dimensione collettiva. Il suono che ne deriva è vivo e dinamico.

Il debito verso PFM, Banco e Le Orme è dichiarato con affetto. Introduzione omaggia apertamente Appena un po’, ma senza imitazioni. Il disco respira anche di cantautorato, rock, metal, jazz, blues, AOR, una varietà che potrebbe disorientare, e che invece trova coesione grazie a un uso sapiente della densità musicale. I Diaspro non mostrano tecnica, la mettono al servizio della narrazione.

Il mondo immaginato da Chiaraluce è ricco di luoghi sospesi tra realtà e visione, spazi che sembrano appartenere a un altrove, dove l’assurdo si intreccia con il quotidiano e ogni ambiente diventa simbolo di uno stato d’animo… una galleria buia, una città scavata nel tufo, una stazione dove si attende un treno che non arriverà, elevatori arrugginiti che puntano verso l’alto, una radura popolata da animali feroci, metafora degli istinti rimossi. La musica non descrive questi scenari, li evoca, e chi ascolta percepisce subito il legame tra suono e immagine.

Dal punto di vista musicale, Diaspro è un lavoro consapevole. Le chitarre di Chiaraluce e Giordano dialogano come due personaggi: una più lirica, l’altra più nervosa. Le tastiere di Manuelli diventano motore narrativo, alternando Hammond, piano e clavicembalo con funzione drammaturgica. Il violino di Matteo Ferrario, usato con misura, incide come una lama emotiva. La sezione ritmica di Muirhead e Grosso sostiene tutto con una versatilità che permette alla band di muoversi tra heavy, acustico, funk, jazz e le miniature della suite “Bonsai Prog”.

La varietà stilistica diventa così un linguaggio coerente. L’introduzione che apre Per Salire Su restituisce l’idea dei meccanismi che tornano a muoversi; Piano Rialzato traduce in musica la scoperta degli istinti e della parte più spontanea del protagonista; le linee strumentali intrecciate di Verso la Tana di Gelso rendono la corsa mentale verso la propria ombra. Ogni scelta timbrica ha un peso narrativo.

Tra gli elementi più riusciti del concept ci sono i due personaggi simbolici: Gelso, il cane nero dagli occhi azzurri, e l’Orso di diaspro rosso. Il primo nasce da un sogno e incarna l’archetipo dell’ombra, il secondo è un talismano reale che diventa guida spirituale. Sono le due polarità dell’anima: protezione e minaccia, luce e lato oscuro. Il disco parla soprattutto di questo equilibrio.

La formazione teatrale di Chiaraluce e Giordano emerge nella costruzione del flusso musicale. Diaspro è pensato “a quadri”, come un’opera rock in cui temi, fughe e riprese melodiche creano continuità. Il booklet illustrato da Patrizia Comino aggiunge un livello visivo che non spiega, ma suggerisce, frammenti di memoria che il cervello ricompone.

Registrato tra Acqui Terme e San Didero e maturato durante gli anni sospesi del Covid, il disco mostra una consapevolezza rara. La pausa forzata ha permesso alla band di crescere e diventare autonoma. E si sente: Diaspro è un’opera prima solo sulla carta.

Il debutto dei Diaspro è un viaggio emotivo e simbolico che riesce a essere personale senza diventare autoreferenziale, colto senza essere elitario, prog senza essere nostalgico. Parla di perdita, crescita, ombre e luce, ma soprattutto di quella forza misteriosa che ci spinge a salire, anche quando tutto sembra fermo. Un’opera che non chiede di essere capita, ma vissuta.

 

TRACKLIST - Diaspro (2026)

1.   Introduzione

2.   Piccola Stazione

3.   Verso la Città Grande

4.   Salto in Alto

5.   Per Salire Su

6.   Piano Rialzato

7.   Verso la Tana di Gelso

8.   Totem

9.   Gelso

10.                 Inferno

11.                 Senza di Me


MUSICISTI

Dante Campora – Voce

Marcello Chiaraluce – Chitarra

Giovanni Giordano – Chitarra

Andrea Manuelli – Tastiere

Bruce Muirhead – Basso

Luca Grosso – Batteria

Ospiti

Matteo Ferrario – Violino

 

CREDITI DI PRODUZIONE

Musica e testi: Marcello Chiaraluce

Produzione: Marcello Chiaraluce e Giovanni Giordano per Guit‑AL Records

Registrato presso: BDM Studio, Acqui Terme (AL)

Mix & Mastering: Manifatture Musicali, San Didero (TO)

Illustrazioni: Patrizia Comino


Intervista a Marcello Chiaraluce - Qualche domande per entrare nel cuore del viaggio...

Com’è nato il progetto Diaspro e quale scintilla ha trasformato l’idea iniziale di un disco “suonato da solo” in una vera band prog con una visione collettiva?

Sul “Manuale di Arrangiamento” di Henry Mancini c’è una frase che mi ha molto colpito: non innamorarti delle cose che scrivi. Partendo da questo presupposto, sono sempre molto critico rispetto al mio lavoro e anche pronto a fare un passo indietro se questo favorisce il risultato finale. Una band toglie l’odore di chiuso al progetto e soprattutto, con la nostra visione di registrare solo quello che puoi suonare dal vivo, eviti di cadere nell’eccessiva produzione. La band ha permesso di rendere il progetto Diaspro, vivo, dinamico, attuale.

Il disco nasce da un sogno lucido usato come terapia dopo una delusione d’amore. In che modo questa esperienza personale ha guidato la costruzione dell’intero concept?

Pur essendo un uomo incline alla scienza, il disco ha avuto una genesi piuttosto irrazionale.  Una serie di sogni continuativi, legati da un’unica trama, che rimanevano vividi per giorni nella mia mente. Queste immagini si trasformavano in canzoni in maniera molto semplice. Chitarra a fianco al letto e cellulare per gli appunti dei testi e delle melodie. Sembrava quasi che io fossi solo un tramite per una storia che cercava il modo di essere raccontata.

Il protagonista attraversa luoghi simbolici - la galleria, la città scavata nel tufo, la piccola stazione, gli elevatori arrugginiti. Come avete trasformato questi scenari onirici in musica e arrangiamenti concreti?

La musica a programma, ovvero ispirata da un fattore esterno che può essere un’immagine, un fatto, un sogno, è un argomento che è stato dibattuto molto. Può la musica davvero rappresentare qualcosa o siamo noi a dedurlo una volta che l’autore lo ha esplicitato? Nel nostro caso la musica non è nata con lo scopo di descrivere una sceneggiatura, ma in qualche modo lo ha fatto perché chi ha già sentito il disco ci si ritrova e riconosce un rapporto biunivoco tra essa e le liriche. Perciò mi sento di dire che è stata fortuna, ispirazione, trasporto, ma niente di predeterminato.

Nel percorso compaiono due figure archetipiche: l’orso di diaspro rosso e il cane nero dagli occhi azzurri. Come sono nati questi personaggi e cosa rappresentano nella vostra visione?

Il cane nero, che si chiama Gelso, è apparso nell’ultimo sogno e il nome me lo hanno urlato proprio le persone che scappavano da lui indicandolo. È interessante sapere che a posteriori, facendo delle ricerche, ho scoperto che l’albero di Gelso rappresenta il diavolo. Sappiamo anche che una delle rappresentazioni del diavolo è proprio il cane nero, per tanto questa doppia conferma, avvenuta in maniera inconscia, mette un po’ i brividi.

L’Orso di Diaspro invece è l’unico elemento della storia inserito in maniera cosciente. Frequento da anni un’amica che ha un negozio di pietre e sono affascinato da questi oggetti. All’epoca dei sogni avevo acquistato un orsetto di diaspro rosso come porta fortuna e ce l’ho ancora con me. Questo orsetto rappresenta la parte serena di quei giorni e così l’ho voluto pensare come bilanciamento a Gelso.   Perché poi di quello parla il disco, di equilibrio.

L’album è ricco di riferimenti al prog storico italiano: PFM, Banco, Le Orme. Qual è stato il vostro approccio nel rendere omaggio a questi modelli senza cadere nella semplice citazione?

Mi duole ammetterlo, ma “Introduzione”, lo strumentale che apre il disco, è un tentativo spudorato di ricalcare l’incipit di “Appena un po’”, il primo brano di quello che per me è il disco prog più bello di sempre “Per Un Amico” della PFM. E poi gli anni passati a suonare e ad ascoltare il repertorio di questi giganti del prog che hai citato, ha sicuramente impressionato la pellicola del nostro film. Più che un omaggio è il bambino che per diventare grande segue le orme (è proprio il caso di dirlo) dei genitori.

Però non c’è solo prog nelle nostre orecchie, ma cantautorato, rock, metal, jazz, blues, AOR e proprio per questo, sono contento che i Diaspro non suonino come pallidi imitatori.

Molti brani sono collegati tra loro da temi ricorrenti, fughe contrappuntistiche e riprese melodiche. Quanto è stato complesso costruire questa continuità narrativa e musicale?

Credo che l’amore per la scena, l’opera, il musical (visto che sia Giovanni che io ci occupiamo anche di teatro) abbia reso naturale vedere la storia a quadri. Un copione che si esprime non solo a parole ma anche con la densità. Un concetto spesso sottovalutato, ma suonare tante note non significa necessariamente esibire la tecnica, ma creare tensione e poi rilasciarla con la melodia. Ecco, noi abbiamo giocato con la densità per supportare l’emotività del testo.

Nel disco convivono momenti heavy, passaggi acustici, samba, funk, blues e sezioni orchestrali. Qual è stato il criterio per gestire questa varietà senza perdere coesione?

Come ti dicevo i Diaspro sono musicisti che hanno “passato di tutto” e lo hanno fatto col sorriso sulle labbra e la curiosità del bambino. Dalla serata col trio Jazz, al concerto metal, ogni esperienza ci ha permesso di capire più a fondo la musica e di poterci giocare senza perdere identità. Per far questo devi evitare gli schemi, problema che riscontro spesso nella didattica musicale moderna. Il latin si fa così, il jazz cosà, e via discorrendo, creando dei cloni che suonano tutto perfetto ma indistinguibile. Un po’ di sana ignoranza è utile. E poi ricordiamoci che stiamo parlando di Progressive Rock… e la parola rock, spesso dimenticata, significa anche “ribellione”, intesa come libertà di espressione.

La suite “Bonsai-Prog” introduce brani brevissimi ma densissimi. Perché avete scelto questa forma così inusuale nel prog contemporaneo?

Se prendi Prog-Family degli Osanna, c’è un medley stupendo che da “Oro Caldo” arriva a “L’amore vincerà di nuovo”, con tutti i brani collegati tra loro e una durata ridotta a poco più di un minuto. Mi piaceva questa idea di condensare molto in un piccolo scrigno e così l’immagine di queste piccole piantine della dimensione di un palmo, ma che se guardi intensamente ti trascinano in un bosco di sensazioni. 

Il personaggio di Gelso, antagonista e possibile “ombra junghiana” del protagonista, porta il racconto verso una dimensione psicologica profonda. Quanto è stato importante questo livello simbolico nella scrittura dei testi?

È tutto. Ricordi la seconda prova di Atreiu (quello di Michael Ende) dall’Oracolo del Sud ne “La Storia Infinita”? Doveva guardarsi allo specchio e vedersi per quello che era veramente. Non tutti sanno accettare il proprio lato negativo. Scoprire che il cattivo, ovvero colui che ti limita, potresti essere tu stesso è difficile da accettare, ma necessario se vuoi crescere.

Il progetto ha avuto una lunga gestazione, interrotta dal Covid e ripresa anni dopo. In che modo questo tempo sospeso ha influenzato la maturazione del disco e della band?

La pausa del Covid è stata fondamentale, ci ha reso più autonomi e determinati. Se vedi l’opportunità invece che il problema, tutte queste ore di fermo ci hanno permesso di studiare e acquisire nuove competenze legate alla musica, alla sua realizzazione e promozione. Prima avremmo relegato molti di questi aspetti a persone esterne, ora invece abbiamo il controllo totale su quasi tutte le fasi del progetto. Questi anni ci hanno anche permesso di trovare le persone giuste, quelle che hanno modellato il sound definitivo in maniera perfettamente aderente a quello che volevamo ottenere.

Il booklet illustrato da Patrizia Comino crea un ponte tra musica e arti visive. Quanto è stato importante per voi costruire un’esperienza multisensoriale e non solo musicale?

Le attività extramusicali che abbiamo in mente per il progetto Diaspro sono tante e ogni giorno studiamo come realizzarle. Il lavoro di Patrizia è stato straordinario perché l’idea era quella indicare senza svelare. Otto tavole che raccontassero i frammenti di una storia, proprio come appare in un sogno. È il cervello a mettere insieme gli elementi, ma a noi appaiono così, in maniera apparentemente sconnessa. L’aspetto cinematografico del concept si adatta a molte letture e quella visiva non poteva mancare e volevamo dare un valore in più a coloro che acquisteranno il CD come prodotto fisico. Visto che oggi la musica la trovi ovunque, se hai “L’oggetto”, noi Diaspro ti diamo qualcosa in più, per ringraziarti.