Quest’anno il 29 febbraio non c’è, eppure sembra
doveroso ricordare Davy Jones, morto
proprio quel giorno, nel 2012. Forse perché il 29 arriva così raramente,
le cose accadute in quella data restano un po’ più delle altre e continuano a
esercitare una specie di richiamo. Non serve vederle scritte per sentirle
arrivare, basta un pensiero, un’associazione, un frammento di musica, e quel
giorno “fantasma” si ripresenta da solo. E con lui torna inevitabilmente il
ricordo di Davy, della sua voce, del suo sorriso, di quella presenza scenica
così immediata e così gentile.
Davy Jones è stato molto più del volto dei Monkees,
anche se quel ruolo lo ha reso parte dell’immaginario collettivo. Prima ancora
era un ragazzo cresciuto nel teatro musicale, uno che sapeva cosa significasse
stare su un palco, come muoversi, come catturare l’attenzione senza mai
risultare invadente. Aveva una naturalezza che oggi sembra quasi d’altri tempi…
non cercava la spettacolarità, cercava il contatto. Cantava come se parlasse a
qualcuno in particolare, non a un pubblico indistinto. E questo lo rendeva
immediatamente vicino, familiare, quasi domestico.
Molti lo ricordano così, come un volto che ha accompagnato un
pezzo della propria vita, anche quando quella vita non coincideva affatto con
gli anni Sessanta. I Monkees sono stati riscoperti, riascoltati, riconsiderati,
e lui, con quel caschetto perfetto e quello sguardo ironico, è rimasto un
simbolo di un’epoca che non smette di tornare. C’è qualcosa di rassicurante
nella sua figura, come se rappresentasse una leggerezza che non è
superficialità, ma capacità di stare al mondo con un sorriso sincero.
Ricordarlo oggi, in un 29 febbraio che non esiste, ha un
sapore particolare. La sua scomparsa, avvenuta proprio in quel giorno raro,
sembra quasi un dettaglio narrativo, un’uscita di scena coerente con la sua
natura.
Forse è questo che rende Davy Jones così presente ancora oggi,
la sua capacità di tornare senza fare rumore, di riaffiorare quando meno te lo
aspetti, di restare legato a un giorno che non c’è ma che continua a parlarci.
Un piccolo paradosso del tempo, un modo tutto suo di ricordarci che certi
artisti non hanno bisogno di date per essere ricordati. Basta un pensiero, una
canzone, un sorriso che riaffiora.
