Dagli esperimenti sonori al Leslie con il Moog, gli Alphataurus hanno trasformato ogni album in un laboratorio di progressive italiano
Questo articolo nasce da una intervista realizzata con un membro fondatore degli Alphataurus, Pietro Pellegrini, e si inserisce in un progetto editoriale più ampio dedicato all’evoluzione della tecnologia applicata alla musica. L’obiettivo è quello di estrapolare contenuti e riflessioni che possano diventare un racconto interessante e di respiro storico-critico, capace di mettere in luce il rapporto tra creatività artistica e impronta tecnica nella storia della band.
Un equilibrio 50/50
Ripensando agli album del passato, il bilancio tra contributo artistico e visione tecnica/creativa del produttore è netto: 50/50. La forza della band e l’esperienza dei produttori hanno sempre camminato insieme, senza prevalere l’una sull’altra.
Produttori e decisioni difficili
Non ci sono mai stati “produttori fantasma”, ma figure
concrete e presenti. Le decisioni difficili o controverse non mancarono, anche
se è difficile ricordarne una in particolare: il dato certo è che i risultati
furono sempre positivi.
Un ricordo speciale va a Vittorio De Scalzi, produttore durante le registrazioni dell’album Alphataurus (Colomba, 1973). Non fu mai un “giudice critico”, ma un supporto concreto e affettuoso, capace di accompagnare la band nella sua prima grande esperienza discografica.
L’influenza dei tecnici di studio
La presenza di tecnici e produttori in studio ha avuto un impatto diretto sul modo di intendere la musica e sulla performance dal vivo. L’esperienza con gli Alphataurus e con la “Dischi Ricordi” fu una vera scuola: imparare a gestire il lavoro in studio significava anche imparare a gestire la propria musica sul palco. Non è facile non essere influenzati dalla personalità di tecnici eccellenti. Ogni scelta sonora porta con sé la memoria di un “sound” già ascoltato e ammirato, e inevitabilmente si tende a ricalcare quelle impronte.
La tecnologia analogica e i fonici di
riferimento
Il sound degli Alphataurus non sarebbe esistito senza la tecnologia analogica di mixer eccellenti come SSL, Neve, Harrison. Tra le figure più influenti va ricordato Ezio De Rosa, uno dei migliori fonici italiani, purtroppo non più tra noi. La collaborazione con lui durò molti anni: dai primi provini con gli Alphataurus (1972, Sax Records in via Borsieri) alle registrazioni con Fabrizio De André (Stone Castle Studios, 1981), fino agli anni ’90. La stima era reciproca: tanto che, in Fonit Cetra, fu Pellegrini a insegnare a De Rosa l’uso dei sistemi Sonic Solutions/No Noise.
L’invenzione accidentale: il Leslie
con il Moog
Molti sound iconici nascono per errore. Nel caso degli Alphataurus, l’esperimento più riuscito fu l’uso del Leslie con il Moog. Nel 1973, alla SAAR Records, il mini Moog fu collegato a un Leslie mod.145: il risultato fu sorprendente. Quasi tutte le parti di Moog nel disco della Colomba furono realizzate così, creando un timbro unico e riconoscibile.
Accanto
a queste esperienze, resta la presenza del cosiddetto tecnico fantasma: una figura che lavora nell’ombra, non cerca
visibilità, ma garantisce solidità e continuità al suono.
Hardware e impronta sonora
Se ci fosse un pezzo di hardware da riportare in vita, sarebbe l’Eventide Harmonizer H910, un suono ancora oggi insuperato dai suoi eredi digitali. Nell’era di Pro Tools e dei plugin, l’impronta sonora unica non nasce dai preset, ma dalla capacità dell’ingegnere di mettere in pratica conoscenze ed esperienze, sfruttando la potenza della tecnologia moderna senza lasciarsi condizionare dalle mode.
Lavorare su una traccia significa sempre migliorare il suono della band. Ma, nove volte su dieci, il “miglioramento” porta inevitabilmente alla creazione di un sound nuovo. La differenza è sottile, quasi impercettibile, ma decisiva.
Gli errori delle band indipendenti
L’errore più comune delle band indipendenti che si autoproducono è affidarsi a sistemi di monitoraggio non affidabili. Senza un controllo reale, equalizzazioni e compressioni rischiano di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Un altro errore frequente è quello di “aggiungere” sempre qualcosa quando il risultato non convince, invece di eliminare. Affidarsi alle proprie orecchie resta la scelta migliore, a patto di sentire davvero ciò che si sta facendo.
Conclusione
La storia degli Alphataurus dimostra come il progressive italiano sia stato un laboratorio di suoni, invenzioni e intuizioni. Tra produttori, tecnici e fonici, il percorso della band ha saputo fondere creatività e tecnica, lasciando un’impronta che ancora oggi viene riconosciuta come parte integrante della memoria musicale del genere.



